Appunti sugli stereotipi maschili

di Lorenzo Marsili

Nessuno può limitarsi a sostenere che qualcosa non sembra sessista, o che secondo la propria opinione non
lo è. La percezione e l’opinione sono esattamente i mezzi con i quali il sessismo si diffonde, si propone, si
riproduce, si perpetua tra tutti gli attori sociali.
Quello che cercherò di raccontare qui sarà il modo in cui tutto questo avviene, e il modo in cui iniziare a
pensare di opporsi, da uomo etero.
Sì, in quanto uomo etero, perché i vantaggi sociali che il patriarcato mi conferisce per il solo appartenere a
questo genere sono pagati a caro prezzo, non solo dagli altri generi ma anche dal mio, che si vede confinato
in un mondo di virilità, mascolinità, machismo, maschilismo, prepotenze, razzismi vari e che mi pone
sempre obiettivi irraggiungibili.
Il tutto mentre mi istupidisce raccontandomi che tutto ciò è innato, immutabile, perché è, con la più ipocrita
delle parole, naturale
L. Gasparrini1

I. La strumentalizzazione del concetto di natura e la contrapposta
storicizzazione delle norme di genere operata dal femminismo
Priulla afferma che «ogni potere interviene in primo luogo sugli usi dei corpi, e li
descrive come “naturali” e “legittimi” oppure li interdice come eterodossi e li punisce come
“innaturali” o “perversi”. […] Il potere delle prassi è tale che quando sono consolidate si
coprono del velo dell’ovvietà: fanno sì che non pensiamo che possano svolgersi in altro
modo. L’operazione di presentare come naturale ciò che ha una genesi culturale porta a
ritenere automatici, ineluttabili, necessari modelli che sennò sarebbero suscettibili di una
messa in discussione»2. La forma di potere patriarcale e sessista perpetua tacitamente il
dominio maschile e le gerarchie di genere che esso implica. L’uso strumentale del concetto
di natura porta a giustificare tutte le norme imposte alle quali ognuno e ognuna deve
adeguarsi «per rientrare nella categoria degli individui “normali” mentre altri, classificati
come irregolari e “diversi”, sono patologizzati, inferiorizzati, marginalizzati, o addirittura
esclusi, perseguitati»3.
Il genere nel quale si nasce diviene sin da subito elemento centrale dell’identità
personale: alla differenza dei corpi sessuati si legano rappresentazioni, costruite lungo
tutto l’arco della storia, che differenziano doveri, piaceri, ruoli, aspettative, vincoli e
opportunità4. Il patriarcato spaccia per naturali contrapposizioni antitetiche, elimina tutti
gli elementi che non rientrano nella sua logica binaria. «Un possente macchinario
appiattisce la ricchezza delle differenze e delle sfumature, preclude una conoscenza
complessa della vita e dei soggetti»5. Tutto ciò per Priulla fa si che per ogni individuo sia
difficile «(e costoso e doloroso in termini personali) agire in difformità dal calco
preformato, disattendere le aspettative e le pressioni sociali»6.
L’azione oppressiva e costrittiva dei modelli di genere passa inosservata grazie ai
meccanismi dell’habitus e della profezia che si auto adempie. Il termine habitus si usa «per
definire una percezione della realtà ricevuta attraverso l’apprendimento»7
. L’educazione
rende invisibile l’azione delle norme imposte, esse vengono incorporate e agite senza
essere messe in questione. Gli stereotipi maschili e femminili semplificano la realtà fino a
prenderne il posto8. Il quadro si complica ulteriormente se consideriamo il fatto che
proiettando sugli altri le nostre aspettative stereotipate facciamo in modo che essi
effettivamente rispondano a queste aspettative9. L’unico modo per uscire da questo vicolo
cieco è riattivare il senso critico, denaturalizzare ciò che è un prodotto storico, mettere in
questione ciò che il senso comune mostra come ovvio.
Per compiere questo programma bisogna fare tesoro delle conquiste teoriche del
femminismo. Questo movimento «è nato dalla possibilità di portare alla storia, alla
cultura, alla politica tutte le vicende che riguardano il corpo, che sono il corpo: di sottrarle
a quella naturalizzazione che ce le ha consegnate come immobili»10. È stata la rivoluzione
femminista ad aver «posto in luce quanto lo schema della divisione dei ruoli di genere sia
limitato e comprima la ricchezza e la varietà dell’esperienza umana»11 e, prosegue Volpato,
«l’aver dato voce alla necessità di liberare la tenerezza maschile e la competenza femminile
è forse il suo risultato più importante»12. Affermando che “il personale è politico” il
femminismo mette in crisi quella dicotomia tra privato e pubblico imposta dalla struttura
di potere patriarcale al fine di perpetuare comportamenti maschilisti senza che essi
possano essere messi in questione nello spazio comune, rompe quella
opposizione/separazione funzionale al patriarcato tra naturale (femminile) e civile
(maschile)13. Per iniziare una lotta antisessista a partire dal posizionamento degli uomini e
dalla messa in discussione del modello di mascolinità egemone14 serve, come segnala
Gasparrini, «cominciare un lavoro di traduzione, adattamento, rielaborazione, discussione
di temi e pratiche efficaci nei femminismi e che facendo perno sul “nemico comune”
patriarcale possano dare all’uomo eterosessuale antisessista certezze, se non altro per
iniziare il suo percorso, la sua diserzione»15.

II. Analisi degli stereotipi maschili
Vivo all’interno della gabbia comportamentale in cui sono cresciuto: uno spazio angusto, ma vi sono così
assuefatto da confondere le sbarre con lo sfondo, con il paesaggio
A. Marcellini16
Volpato afferma che il privilegio maschile consiste nel fatto che siano solo le donne a
essere pensate in termini di genere, a essere costantemente ricondotte alla propria
condizione femminile. L’uomo invece si arroga il diritto a una presunta neutralità, parla a
nome dell’intero genere umano disconoscendo il condizionamento operato dalla sua
mascolinità17. Negli ultimi decenni, però, si sono sviluppati i cosiddetti men’s studies i quali
si pongono come obiettivo la storicizzazione dell’immagine del cosiddetto uomo “normale”
e il compito di mostrare la parzialità dell’indebita coincidenza tra le sorti del genere
maschile e quelle dell’intera umanità. Il nodo focale di questa visuale teorica consiste
nell’analisi e nella decostruzione degli stereotipi maschili18. Concedendo maggior presenza
e voce ai men’s studies, sostiene Ruspini, gli uomini potrebbero scoprire «la possibilità di
liberarsi da molti spettri: gli spettri di un passato (antecedente alla tarda modernità)
popolato di mascolinità unidimensionali e di uomini che erano non disposti e non
socializzati al dialogo con se stessi, il proprio corpo, con gli altri uomini, con le donne, con
il mutamento sociale; gli spettri – opprimenti e densissimi – del patriarcato e di
un’egemonia maschile artificiale e fittizia sostenuta dall’aggressività»19.
Nei successivi paragrafi riporterò vari stereotipi maschili suddividendoli nelle
diverse fasi della vita. Cercherò – servendomi dei lavori di Volpato, Priulla e Gasparrini –
di effettuarne un’analisi quanto più completa individuando anche le loro radici, l’influenza
che essi hanno avuto nella mia esistenza e le possibili vie di uscita.

II. 1. «Non fare la femminuccia!»
Sin dalla nascita i bambini e le bambine sono pensati come diversi e tutta la loro
educazione è costruita a partire da questa differenza. «Ma siamo proprio sicuri che tutto
questo sia corretto? Che la visione dicotomica che vuole i generi così diversi l’uno dall’altro
poggi su basi scientifiche? […] Studi recenti e approfonditi ci dicono che le differenze tra
uomini e donne su specifici tratti psicologici impallidiscono fino a scomparire di fronte alla
variabilità delle differenze individuali all’interno di ciascuna categoria di genere. Detto
altrimenti, ci sono più differenze tra donna e donna che tra il gruppo maschile e il gruppo
femminile, considerati nel loro insieme»20.
Se quindi non è dimostrabile una differenza biologicamente determinata tra i tratti
psicologici degli uomini e delle donne è evidente che l’educazione attuale, operando sin
dalla tenera età una netta distinzione tra le “cose da maschio” e le “cose da femmina”, porti
a una differenziazione coercitiva sui comportamenti ritenuti accettabili per i due sessi.
Accade così che «la vivacità sarà lodata nel bambino come indizio di temperamento
dominante verso il mondo circostante, sarà rimproverata alla bambina perché poco
consona al suo più adatto ruolo di cura e di riflessione; quella sensibilità che nella bambina
rassicura della sua indole ripiegata su di sé e sull’attenzione ai sentimenti, nel bambino
viene decisamente rimproverata perché non adatta al comando, all’azione, alla risolutezza
che nel maschio è considerata spontanea. […] Il risultato di queste abitudini combinate è
noto: è considerato naturale per gli uomini parlare poco e agire molto, mentre al contrario
è attribuita al sesso femminile l’innata loquacità unita a una certa irrisolutezza. Sarà il caso
di cominciare a pensare che questi siano invece, come tanti altri, comportamenti appresi e
non iscritti nel codice genetico di maschi e femmine»21.
Le regole e le divisioni di genere sono apprese in modo inconscio durante gli anni
dell’infanzia, anni centrali per l’apprendimento e anche quelli in cui la richiesta ad
adeguarsi a modelli imposti è più forte che in qualsiasi altra età della vita. Dalle diverse
aspettative che hanno i genitori dipendono i diversi stili relazionali che essi intrattengono
con i propri figli e figlie e i diversi modi di socializzarli alle emozioni22: i comportamenti
ritenuti appropriati al sesso del bambino o della bambina sono incentivati, quelli
considerati non idonei repressi23. È evidente che «una società che prescrive […] gli aggettivi
adatti a una femminuccia e quelli consoni a un maschietto non ha alcun interesse a
concedere loro la possibilità di esplorare il mondo per decidere in piena autonomia che
tipo di persona vogliono diventare»24.
Sono stato un bambino dall’indole insicura, indecisa, più orientato alla riflessione
che all’azione. Avevo bisogno di parlare a lungo delle mie emozioni e delle mie esperienze
per poterle elaborare. Credo che, viste le mie inclinazioni, il fatto di essere nato in questa
società in un corpo maschile mi abbia causato molte sofferenze.

II. 2. «Non fare il frocio! Non fare lo sfigato!»
Gasparrini afferma che «l’abietto è di volta in volta il non-soggetto che non si sottopone
alla volontà normativa patriarcale: il maschio che non appare aggressivo, machista,
interessato al sesso (“Frocio!”), […] il ragazzo non competitivo o non interessato agli
obiettivi e alle dinamiche del gruppo maschile dominante (“Sfigato!”)»25. In questo
paragrafo cercherò di esporre le principali sfaccettature del modello di maschilità imposto
nell’adolescenza e nell’età adulta.
Il nocciolo centrale del modello machista consiste nel contemplare un’unica via per
essere un “vero uomo”, ovvero il dover aderire a priori a tutte quelle norme che orbitano
intorno alla figura del maschio eterosessuale vincente senza avere la possibilità di
maturare liberamente le proprie inclinazioni e i propri desideri26. «I rapporti sono posti
immediatamente non come alla pari, per una reciproca scoperta, ma antagonistici, per una
reciproca gerarchia: gli altri generi sono o sopra o sotto, mai alla pari»27. Questa
contrapposizione instaura in ogni ragazzo il compito dell’auto-differenziazione dal
femminile, il compito infinito e interminabile della mascolinizzazione del corpo e della
mente. Gli adolescenti devono cancellare le influenze effemminanti della madre e acquisire
i modi bruschi che preludono alla durezza dell’età adulta. La loro esistenza è costellata da
prove di virilità che hanno come fine il confermare la propria appartenenza al gruppo
maschile senza essere relegati tra i deboli e i pavidi28.
Volpato afferma che «esiste una perpetua preoccupazione maschile, che può
trasformarsi in angoscia, di fronte alla necessità di dimostrare la propria mascolinità. Non
si è mai maschi abbastanza, e se non lo si è, allora si è pericolosamente “non maschi”. […] La virilità è una nozione eminentemente relazionale, costruita di fronte e per gli altri
uomini e contro la femminilità, in una sorta di paura del femminile, e innanzitutto di se
stessi»29. È in questo contesto che si inserisce lo stigma dell’omosessualità: l’omofobia
diviene mezzo per affermare la propria “normalità”, per difendere la propria virilità
minacciata. Anche chi non agisce in modo omofobico monitora attivamente il proprio
comportamento al fine di non essere considerato omosessuale30. Fachinelli scrive che «di
fronte all’omosessuale, è come se ciascuno sentisse messa in discussione la sua posizione
stessa di maschio e ciò che lo differenzia come individuo; come se quella posizione si

rivelasse improvvisamente precaria, o incerta, più di quanto succede di solito. Di qui le
reazioni di rifiuto e disprezzo»31.
Queste prescrizioni hanno forti ripercussioni sui primi rapporti che l’adolescente
maschio ha con la sessualità. Gasparrini sostiene che «se si è uomo, ragazzo, dopo anni di
sfottò per ogni aspetto sentimentale della propria indole – in quanto modo poco maschile
di porsi – […] [l’esperienza] sentimentale verrà abbandonata per molto tempo per essere
poi ripresa, forse, chissà quando, e rimpiazzata nel pensiero e nell’azione dall’obiettivo
numero uno del maschio che vuole crescere: il sesso. Ma, che sia chiaro, l’obiettivo non è
tanto l’atto sessuale in sé quanto il desiderio di dare una chiara indicazione della propria
mascolinità»32. Il rapporto sessuale si fa prestazione per verificare la propria identità: il
maschio deve dimostrare costantemente la propria resistenza e la propria potenza senza
poter partire da sé e dai propri desideri e poter scoprire il desiderio dell’altra. Viene così
precluso un rapporto fondato sulla scoperta reciproca33 e da ciò scaturisce la mancanza del
riconoscimento del piacere femminile e l’oggettificazione del corpo della donna34.
Vengo al secondo insulto, ovvero “sfigato”. Esso si gioca sull’intreccio di due diversi
livelli di significato. Quello letterale corrisponde a “colui che non riesce a trovare neanche
una partner”. Però «nel campo semantico dell’espressione “sfigato” […] rientra anche colui
che fa un lavoro poco qualificato e poco considerato»35. Ciò a segnalare che nella visione
patriarcale lo status sociale dell’impiego del maschio é direttamente proporzionale al
successo o fallimento della sua vita amorosa. In riferimento a ciò Gasparrini commenta che
«il patriarcato ha adottato il capitalismo come modo e motivo per tenere saldo a sé l’uomo
eterosessuale, come strumento perpetuante la gerarchia di potere; il suo modo di fare
oscillante permette di continuare nei secoli una illusione di successo personale, che in
realtà è un successo del sistema che produce “uomini di successo”, e di affermazione su
altri uomini, “falliti” e “sfigati”, che sono l’esempio negativo necessario a perpetuare
l’ambizione di potere necessaria ad alimentare quel sistema»36.
A partire dall’adolescenza tutti questi stereotipi sono spesso alimentati dal gruppo
di amici sessista. La vicinanza tra amici maschi «è probabilmente fondata sul tacito
accordo di virilità, di unione sodale in quanto maschi riconosciutisi l’un l’altro. Ciò di cui
parlano tra loro è un mondo popolato da altri maschi più virili e più vincenti. […] La
cerchia, anche extrafamiliare, continua nel lavoro incessante di togliere ed eliminare
possibilità alternative al patriarcato: con il crescere dei desideri di conoscenza, di
esplorazione del mondo e di se stessi, della volontà di realizzare i propri desideri,
aumentano le costrizioni esterne che cercano di contenere tutte queste energie nell’unico
modo ammesso di espressione simbolica: l’eterosessualità maschile patriarcale»37. Volpato
in tal proposito parla di male bonding, ovvero di quelle relazioni tra uomini che
legittimano la superiorità maschile tramite rassicurazioni fornite dalle credenze
ideologiche e dalle complicità quotidiane. «L’omosocialità favorisce la separazione tra
uomini e donne, da un lato, e tra mascolinità egemoni e non egemoni, dall’altro, dettando
regole di comportamento basate su distacco emotivo, competitività, oggettivazione della
donna»38.
Ho sentito a lungo il peso dei due insulti presi in esame gravare sulla mia esistenza.
Ho percepito sin dalla prima adolescenza l’ingiustizia degli usi sessisti e ho sempre
disertato le norme di comportamento machiste, però mi rendo conto che l’ambiente
sessista in cui ero immerso ha fatto si che io abbia percepito per lungo tempo il mio
posizionamento non egemonico come una mancanza, un vuoto incolmabile rispetto a una
norma che non poteva in alcun modo essere sostituita con altre pratiche poiché era posta
sul piano della naturalità. L’effetto di ciò è stato l’esclusione dal gruppo di maschi
dominanti o l’inclusione al prezzo di essere l’individuo da ridicolizzare, il termine di
paragone negativo tramite il quale gli altri membri del gruppo potessero affermare per
differenza la propria virilità oppure ergersi a maestri di vita per espormi i segreti della
maschilità vincente. Un altro salato prezzo da pagare per il mio posizionamento è stato il
totale allontanamento dalla sessualità poiché non vi erano alternative a un “provarci” che
non fosse un’oggettivizzazione dell’altra, non vi erano alternative alla repressione totale dei
sentimenti. Credo che se avessi letto questi testi all’inizio della mia adolescenza mi sarei
risparmiato tanto dolore.

II. 3. La diserzione possibile
«L’uomo eterosessuale, imprigionato dalla nascita nelle costrizioni della maschilità
virile, vincente, oppressiva, alpha, obbligato a parlare il linguaggio, a praticare le abitudini
e a indossare la divisa del macho per essere socialmente accettato, non deve attuare una
resistenza, ma una “diserzione”; e per questo non c’è né una storia né un senso comune a
cui richiamarsi»39. Gasparrini sostiene che lo strumento centrale per effettuare la
diserzione del patriarcato è l’ironia: «svelare le ambiguità del potere maschile
eterosessuale, privarne di certezze la gerarchia sociale, smascherare a quali condizioni

sussiste il patriarcato è un compito politico evidentemente di natura ironica»40. Il ridicolo,
l’impaccio, il goffo sono strumenti per mettere in discussione il proprio modo di
presentarsi, la propria fisicità. L’uso del proprio corpo e la presa di parola in momenti
diversi da quelli imposti e ritenuti “naturali” serve per mostrare che in questi ultimi non vi
è nulla di immutabile. Disertare il patriarcato vuol dire consolidare relazioni non
gerarchiche, confrontarsi con il mondo femminista, gay, queer41. «La necessità dell’ironia
sta nel dover costruire tutto questo dentro il patriarcato e mentre il patriarcato funziona
ancora; non solo come fornitore di linguaggio, immagine sociale, abitudini e atteggiamenti,
ma anche e soprattutto come educatore, che ha cresciuto anche gli uomini che con questi
strumenti vorranno successivamente opporsi alle sue direttive»42.
Priulla afferma che a partire dagli anni 70 si sono creati gruppi maschili impegnati
nella ridefinizione della mascolinità, convinti che «fuori dalle vetuste strutture di potere c’è
una vita personale e sociale migliore»43. L’uomo che si inoltra in tale percorso «scopre la
bellezza della fragilità, la possibilità liberatoria di raccontarsi e di mostrare le emozioni
anziché nasconderle. Impara ad ascoltare: attività che la storia non gli ha mai chiesto»44.

III. Manifesto Xenofemminista: una proposta anti-naturalista per
l’“abolizionismo del genere”
Nelle prime righe di Xenofemminismo: una politica per l’alienazione si afferma: «la
libertà non è un dato di fatto – e non è certamente data da qualcosa di “naturale”. La
costruzione della libertà implica non meno, ma più alienazione; l’alienazione è il lavoro di
costruzione della libertà. Nulla dovrebbe essere accettato come fisso, permanente o “dato”
– né le condizioni materiali né le forme sociali. XF muta, naviga e sonda ogni orizzonte.
Chiunque sia stat* ritenut* “innaturale” a fronte delle norme biologiche dominanti,
chiunque abbia sperimentato le ingiustizie compiute in nome dell’ordine naturale, si
renderà conto che il culto della “natura” non ha nulla da offrirci. […] XF è veementemente
anti-naturalista. Il naturalismo essenzialista puzza di teologia – prima viene esorcizzato,
meglio è»45. Se il concetto di natura viene sistematicamente strumentalizzato al fine di
rendere invisibile l’oppressione, gli stereotipi, la violenza costrittiva effettuata su ogni
corpo, bisogna dichiararsi anti-naturalisti. Fare ciò consiste nel rifiutare il “dover essere”46
che ci viene imposto, vuol dire accettare come “dover essere” solo la propria progettualità
per costruire un sé il più libero possibile, sempre in divenire, che non sia mai il frutto di
un’essenzializzazione.
In passi successivi del manifesto47 si torna sul concetto di natura per affermare che
la visuale anti-naturalista dello Xenofemminismo porta con sé l’idea che nulla è sacro, ma
ciò significa unicamente che nulla è sovrannaturale. È quindi l’anti-naturalismo normativo
di questo pensiero a trascinare verso un «naturalismo ontologico incrollabile»: è naturale
tutto ciò che c’è. Nell’essere umano natura e storia coincidono, qualsiasi norma
storicamente determinata è naturale poiché non può essere definita come sovrannaturale.
Questo però non implica che sia giusta, sta a noi il compito di costruire un mondo giusto in
cui poter essere liberi. Il manifesto si chiude sostenendo che «abbiamo bisogno di nuove
possibilità concrete di percepire e agire, senza i paraocchi delle identità naturalizzate. In
nome del femminismo, la “Natura” non sarà più ricettacolo di ingiustizie o la base per
qualsiasi tipo di giustificazione politica! Se la natura è ingiusta, cambiala!»48.
La conseguenza più importante dell’anti-naturalismo è il perseguimento
dell’“abolizionismo del genere”. Tale prospettiva non si propone di «eradicare quelli che
sono attualmente considerati i tratti “di genere” della popolazione umana. […] Non
abbiamo alcun interesse a vedere ridotta la diversità sessuata del mondo. Che sboccino un
centinaio di sessi! Con il termine “abolizionismo del genere” intendiamo l’ambizione di
costruire una società i cui tratti attualmente riuniti sotto la rubrica del genere non possano
più fornire una griglia per il funzionamento asimmetrico del potere»49. “Abolizionismo del
genere” vuol dire distruzione della gerarchia di potere patriarcale. Esso si pone in un’ottica
prettamente anticapitalista proprio perché «non è possibile intervenire sui rapporti di
genere senza intervenire nello stesso tempo su quelli di classe»50.
Per me “abolizionismo del genere” significa anche creare un’educazione che cancelli
gli stereotipi di genere, che si basi sui concetti di uguaglianza e differenza. I due termini
non sono in contraddizione poiché «l’opposto di uguaglianza non è differenza ma
disuguaglianza e l’opposto di differenza non è uguaglianza ma assimilazione. […] L’uguaglianza è il denominatore comune presente in ogni essere umano, a cui va resa
giustizia; la differenza è un principio esistenziale che riguarda i modi dell’essere umano e la
peculiarità delle sue esperienze»51. Serve un’educazione che sappia avere occhi liberi da
pregiudizi, che sappia osservare le inclinazioni e i desideri di ogni singolo individuo e sia in
grado di incentivarli, che nella sua pratica faccia piazza pulita di ogni schema imposto: la
differenza è ciò emerge nella relazione tra singolarità, non può essere il frutto di una
divisione imposta. «Immaginate quanto saremmo stati più felici, quanto più liberi di vivere
le nostre vere individualità, se non avessimo avuto il peso delle aspettative di genere»52.
Se la differenza biologica tra uomo e donna è evidente è però innegabile che «quali
siano le differenze tra i sessi sarà difficile saperlo fino a quando i sessi saranno trattati
diversamente, fino a quando non saranno considerati sullo stesso piano»53. Pensare i
generi come categorie non può che essere oppressivo e costrittivo poiché «quando si
ragiona in termini categoriali si tende a massimizzare le differenze tra le categorie e a
minimizzare le differenze entro le categorie»54. È proprio il pensare attraverso le categorie
di genere che può compiere quell’assimilazione che significa «essere costretti a essere
simili agli altri e diversi da sé stessi»55, che può rendere insensibili alla percezione delle
differenze tra ogni singolarità producendo la violenza delle separazioni dicotomiche.
“Abolizionismo del genere” significa poter essere se stessi, dove ciò non ha alcun
riferimento alla ricerca di un’essenza della propria identità personale. Essere se stessi
significa avere la facoltà di realizzare la propria libertà al di là dai condizionamenti imposti,
vuol dire poter costruire, decostruire, ricostruire il proprio sé, vuol dire
autodeterminazione.

Note
1L. Gasparrini, Diventare uomini, Settenove, Milano 2016, pp. 19 – 20.
2 G. Priulla, La libertà difficile delle donne, Settenove, Milano 2016, pp. 7 – 8.
3 Ivi, p. 10.
4 Ivi, pp. 11 – 12, 37. Anche Volpato si sofferma su tale tematica e sostiene che queste credenze dipendono dal
fatto che «chi aderisce a questa visione crede che le differenze biologiche tra i sessi determinino le differenze
psicologiche e che quindi pensieri, sentimenti e azioni di uomini e donne siano biologicamente fissati e
immutabili», C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, Laterza, Bari 2013, p. 34.
5 Priulla, La libertà difficile delle donne, cit., p. 159.
6 Ivi, p. 11. Successivamente Priulla afferma che «in maggioranza, coloro che avvertono una dissonanza tra
ciò che desiderano e le richieste dell’ambiente in cui vivono tendono ad aderire alle aspettative di ruolo. Per
non sentirsi rifiutati ed emarginati, per non provare ansia, per non rischiare la confusione identitaria, si
sentono costretti a vivere dissociandosi dagli aspetti di sé che li collocherebbero “fuori norma” come maschi o
come femmine», ivi, p. 27.
7 Ivi, p. 20.
8 Priulla però sottolinea che «se è vero che gli stereotipi pesano su entrambi i generi è anche vero che
storicamente sono serviti a giustificare la disuguaglianza tra uomini e donne, ponendo queste ultime in una
posizione di inferiorità», ivi, p. 68.
9 Un esempio che mi sembra particolarmente interessante riportare, trattato sia da Priulla che da Gasparrini,
è quello della paternità: terreno di gravosi stereotipi e proprio per questo di possibili trasformazioni radicali.
«Nell’immagine stereotipata agisce un codice potente che influisce sulla formazione delle identità e delle
stesse capacità delle persone. […] Può convincere ad esempio […] i padri a non cantare la ninna nanna perché
“tanto il bambino vuole la mamma”. Di fronte al confronto con lo stereotipo, con il modello che la nostra
cultura ha costruito per noi, impariamo a uccidere una parte di noi stessi, quella non corrispondente alle
aspettative», ibidem. «Moltissimi padri si sentono ancora inadeguati a gestire con il proprio corpo il rapporto
con il neonato o la neonata di cui sono genitori perché il loro corpo è stato abituato da sempre a usare il
massimo della forza, nel lavoro e nelle relazioni; quando devono regolare quella forza per accudire e
accogliere, scoprono di non saperlo fare e pensano che a questo siano “più adatte” le donne e il loro corpo.
Tutto questo, però, gli è stato insegnato, non è affatto “naturale” o innato. Il corpo del padre è uno dei tanti
luoghi da dove potrebbe partire una rivoluzione antisessista», L. Gasparrini, Diventare uomini, cit., p. 137.
10 G. Priulla, La libertà difficile delle donne, cit., p. 14.
11 C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, cit., p. 145.
12 Ibidem.
13 L. Gasparrini, Diventare uomini, cit., pp. 142 – 146. G. Priulla, La libertà difficile delle donne, cit., p. 155.
14 «Con mascolinità egemone ci si riferisce a quell’insieme di pratiche che perpetuano il dominio dell’uomo
sulla donna, sottese a livello ideologico dall’eterosessualità, dalla presa di distanza dalla femminilità, da
meccanismi di dominazione. […] Nella società capitalistica occidentale l’ideale maschile egemone è
rappresentato, secondo Connell, da uomini competitivi, orientati al successo, aggressivi, cinici, anaffettivi,
eterosessuali». C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, cit., p. 6.
15 L. Gasparrini, Diventare uomini, cit., pp. 154 – 155.
16 G. Priulla, La libertà difficile delle donne, cit., p. 108.
17 C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, cit., pp. 3 – 4. Anche Priulla afferma: «come hanno notato gli
autori dei men’s studies, delle donne si parla “in quanto donne” (questione femminile, condizione femminile,
specifico femminile); degli uomini in quanto uomini non si parla mai», G. Priulla, La libertà difficile delle
donne, cit., p. 15. In Italia tale fenomeno è legittimato implicitamente dall’uso della grammatica: «resta
invisibile il fatto che il maschile assegna agli uomini il diritto di parlare per tutti, una specie di possesso della
lingua entro un sistema grammaticale che non prevede il neutro. […] Le parole universalizzate significano il
mondo, producono immaginari, costruiscono gerarchie, legittimano esclusioni», ivi, pp. 115 – 116.
18 C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, cit., pp. 5 – 6.
19 L. Gasparrini, Diventare uomini, cit., pp. 113 – 114.
20 C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, cit., pp. 25 – 26.
21 L. Gasparrini, Diventare uomini, cit., pp. 49 – 50.
22 Per i maschi «il contenimento delle emozioni provoca quello che Levant ha definito “l’alexitimia normativa
maschile”, vale a dire l’incapacità di identificare, descrivere e provare alcune emozioni. Gli uomini sono
invitati a controllare i sentimenti e a mostrarsi stoici, al fine di essere meno vulnerabili e mantenere la
posizione di dominio; non tutte le emozioni però sono proibite: paura, empatia e tenerezza vanno nascoste,
ma non la rabbia, emozione associata allo status elevato». C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, cit.,
p. 85.
23 G. Priulla, La libertà difficile delle donne, cit., pp. 24 – 25. Mi sembra interessante considerare il motivo
dell’interdizione del pianto in pubblico per i maschi alla luce degli studi sulle sue cause cognitive. Miceli
afferma: «abbiamo cercato di identificare una causa psicologica unitaria del pianto, cioè un comune
denominatore cognitivo, la percezione di impotenza, sottostante l’eterogeneità (e a volte netta
contrapposizione) dei contesti in cui si piange. La percezione di impotenza è la diretta conseguenza di ciò che
Lazarus chiama “appraisal secondario negativo”, cioè della valutazione negativa sulle proprie capacità di
fronteggiare una frustrazione, ed è insieme la premessa della resa. Il pianto esprime questo “crollo” della
resistenza, ed è un segnale di resa, se non un mezzo per arrendersi. In ogni caso, tende a svolgere un ruolo di
rinforzo della percezione di impotenza» M. Miceli, Il pianto: cause e scopi, in La mente del cuore, a cura di I.
Poggi, Armando, Roma 2008, p. 161. I “veri uomini” non possono piangere in pubblico poiché devono
sempre rispondere all’aspettativa di mostrarsi potenti, attivi, efficaci.
24 G. Priulla, La libertà difficile delle donne, cit., p. 24. In un passo successivo Priulla cita Sforza per
constatare gli effetti della prescrizione di durezza maschile: «la cosa peggiore che facciamo ai maschi –
spingendoli a credere di dover essere duri – è che li rendiamo estremamente fragili. Più un uomo si sente
costretto a essere duro e più la sua autostima sarà fragile. E poi facciamo un torto ben più grave alle
femmine, perché insegniamo loro a prendersi cura dell’ego fragile dei maschi», ivi, p. 36.
25 L. Gasparrini, Diventare uomini, cit., p. 98.
26 Ivi, pp. 72 – 73.
27 Ivi, p. 72. A tal proposito Volpato, riferendosi a uno studio di Murnen, afferma che «una meta-analisi ha
provato che aderire in modo acritico al ruolo maschile favorisce l’esercizio della violenza, perché incoraggia
gli uomini a essere dominanti e aggressivi e insegna loro che le donne sono inferiori e meritano la violenza».
C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, cit., p. 84.
28 Ivi, pp. 43 – 44. Tali tematiche sono affrontate anche in G. Priulla, La libertà difficile delle donne, cit., pp.
102 – 105.
29 C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, cit., p. 44. Altri riferimenti a tale tematica sono contenuti in
ivi, p. 33.
30 Priulla, La libertà difficile delle donne, cit., p. 38.
31 Ivi, p. 103.
32 L. Gasparrini, Diventare uomini, cit., pp. 69 – 70.
33 Ivi, p. 71, 85.
34 Priulla, La libertà difficile delle donne, cit., pp. 200 – 201. C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo,
cit., p. 85. Riguardo quest’ultimo tema Gasparrini pone l’attenzione sulla pornografia e sul “rimorchiare”
come pratiche di oggettivazione del corpo della donna. «Quello che la pornografia commerciale abitua a fare
[…] è proprio praticare l’indifferenza verso l’altra, ridotta al manichino/attrice di un copione scritto da un
uomo solo», L. Gasparrini, Diventare uomini, cit., p. 86. «Molti non riescono a capire che non esiste un
“provarci”, un approccio, un abbordare che non sia rendere l’altro oggetto, e che quindi questo altro, cui
nessuno ha chiesto prima esplicitamente se è d’accordo a essere reificato, potrebbe trovare qualcosa da ridire
sul suo sedicente innocuo modo di fare. Molti uomini non si chiedono, neanche quando a domandarglielo
sono tanti e tante, se possa esistere un modo alternativo di manifestare un lecito interesse sessuale che non
sia rendere l’altro un mero oggetto di desiderio. Non gli interessa neanche sapere se possa esistere un altro
modo, non vedono perché cercare di trovare un altro modo. Molti uomini non vogliono credere che ci sia una
differenza enorme tra “ciao” e “ciao bella”; tra uno sguardo e quello sguardo; tra il conoscere e il voler
conoscere qualcuno; e che tutte queste differenze non contino nulla», ivi, p. 100.
35 Ivi, p. 119.
36 Ivi, p. 123 – 124. Per quanto riguarda il tema del fallimento mi sembra interessante l’analisi compiuta da
“Bifo” Berardi sugli omicidi di massa compiuti da sostenitori del “darwinismo sociale” che però non si
sentono forti abbastanza per poter competere. Non è un caso che tutti i massacri analizzati siano stati
compiuti da maschi. “Bifo” sostiene che la psicologia degli autori di tali stragi potrebbe essere etichettata
«come bisogno suicida di affermazione neoliberale. Dopo la proclamazione neoliberista della fine della lotta
di classe, le sole categorie rimaste sono quelle di vincente e di perdente. Non più capitalisti e operai, non più
sfruttatori e sfruttati. O sei forte e furbo, o meriti la tua miseria. La vittoria neoliberista si fonda sull’adesione
di massa, per lo più inconscia, alla filosofia della selezione naturale. L’assassino di massa è uno che crede nel
diritto di vincere del più forte e del più adatto, ma al tempo stesso sa o sente di non essere né il più forte né il
più adatto, e quindi sceglie il solo atto possibile di rappresaglia e di auto-affermazione: uccidere ed essere
ucciso», F. “Bifo” Berardi, Heroes, Baldini&Castoldi, Milano 2015, p. 64.
37 Gasparrini, Diventare uomini, cit., pp. 91 – 92.
38 C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, cit., p. 50. Nelle pagine successive Volpato fornisce altri
elementi sulle relazioni maschili: gli uomini tendono a essere più restii delle donne a chiedere aiuto in caso di
bisogno e quando ciò accade lo fanno tardivamente. Ciò si spiega in parte con il maggior isolamento sociale a
cui sono soggetti gli uomini: rispetto alle donne essi sviluppano poche e meno strette amicizie e le amicizie
maschili generalmente tendono a offrire minor supporto emotivo rispetto a quelle femminili. Ivi, pp. 51 – 53.
«La particolare vulnerabilità maschile nelle relazioni interpersonali trae quindi origine dalla difficoltà a
parlare delle proprie emozioni e ad abbandonarsi all’intimità», ivi, p. 54.
39 Gasparrini, Diventare uomini, cit., p. 153.
40 Ivi, p. 152.
41 Ivi, pp. 152 – 154.
42 Ivi, p. 154.
43 Priulla, La libertà difficile delle donne, cit., p. 106.
44 Ivi, p. 107. Tale tematica è ripresa anche in ivi, pp. 239 – 240.
45 Laboria Cuboniks, Xenofemminismo: una politica per l’alienazione,
http://www.laboriacuboniks.net/it/index.html, par. 0x01
46 In riferimento al “dover essere” che ogni singolo assume su di sé per uniformarsi a un modello imposto mi
sembra importante tentare una riflessione a partire dal concetto psicologico di ambivalenza. Monaci sostiene
che, secondo Katz, «il fatto di sentirsi ambivalente determinerebbe uno stato di tensione che il soggetto
risolve con una estremizzazione delle risposte verso gli individui stigmatizzati. Un individuo con
atteggiamento ambivalente può quindi reagire con maggior violenza di una persona con atteggiamento
chiaramente negativo», M. G. Monaci, Ambivalenza, in Introduzione alla psicologia delle emozioni, a cura di
V. D’urso e R. Trentin, Laterza, Urbino 1998, p. 167. Successivamente Monaci afferma anche che una «fonte
di ambivalenza dovuta all’agire delle norme sociali è il contrasto a volte esistente tra ciò che proviamo e ciò
che dovremmo provare ed esprimere in determinate circostanze», ivi, p. 171. Alla luce di ciò, è possibile
affermare, ad esempio, che la violenza maschile possa scaturire da questa ambivalenza tra un modello che
impone la durezza, l’aggressività e un sentire che non corrisponde a ciò che il “dover essere” detta? È
possibile che si preferisca la crudeltà sull’altro piuttosto che provare a pieno il senso di impotenza che si
sente proprio perché quel senso di impotenza è interdetto dalle norme di genere?
47 Laboria Cuboniks, Xenofemminismo: una politica per l’alienazione, cit., par. 0x11
48 Ivi, par. 0x1A
49 Ivi, par. 0x0E
50 C. Arruzza e L. Cirillo, Storia delle storie del femminismo, Alegre, Roma 2017, p. 81.
51 Ivi, p. 36.
52 Dall’intervento che la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie ha tenuto durante una TED Talk del
2013, in G. Priulla, La libertà difficile delle donne, cit., p. 41.
53 C. Arruzza e L. Cirillo, Storia delle storie del femminismo, cit., p. 88.
54 C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, cit., p. 28.
55 . Arruzza e L. Cirillo, Storia delle storie del femminismo, cit., p. 93.

Bibliografia
G. Priulla, La libertà difficile delle donne, Settenove, Milano 2016.
L. Gasparrini, Diventare uomini, Settenove, Milano 2016.
C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, Laterza, Bari 2013.
Laboria Cuboniks, Xenofemminismo: una politica per l’alienazione,
http://www.laboriacuboniks.net/it/index.html
C. Arruzza e L. Cirillo, Storia delle storie del femminismo, Alegre, Roma 2017.
F. “Bifo” Berardi, Heroes, Baldini&Castoldi, Milano 2015.
M. G. Monaci, Ambivalenza, in Introduzione alla psicologia delle emozioni, a cura di V.
D’urso e R. Trentin, Laterza, Urbino 1998.
M. Miceli, Il pianto: cause e scopi, in La mente del cuore, a cura di I. Poggi, Armando,
Roma 2008.
J. Butler, La vita psichica del potere, Mimesis, Milano 2013.

Redazione

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