Federica Castelli e Roberta Paoletti – La parolaccia con la “F”

tratto da DWF (101) – “Fuori di noi. Le parole del femminismo”, 2014, I.

dwfLa scelta della parola “femminista” è nata da una doppia consapevolezza. Da un lato la nostra esperienza, tra femminismo e socialità esterna, ha messo in evidenza quanto questa parola fosse  soggetta a fraintendimenti, incasellata in stereotipi e in raffigurazioni strette. È una parola che, pur essendo vicina al nostro contemporaneo, ha avuto una lunga storia, che ha segnato rotture molto profonde, creando una sovrapposizione di significati, di immagini che spesso confondono e allontanano. D’altro lato, “femminista” è una parola che proprio per la sua ricchezza, poliedricità e apertura a molteplici possibilità, si presta ad essere smontata e ricostruita. Questo procedimento, che potrebbe sembrare fine a se stesso, ha acquistato una sua pienezza pensato nella relazione con alcuni ragazzi e alcune ragazze che avevamo già incontrato in un altro percorso. Se di un lavoro di traduzione di parole politiche si doveva trattare, era importante che si potesse tradurre in contesto, in un luogo cioè che in qualche modo avevamo abitato anche noi.

Il Liceo Scientifico “Antonio Labriola”, che si poggia nella periferia romana, quella che un tempo è stata territorio di Pasolini, gode del felice incontro di docenti e studenti che costruiscono assieme un percorso tra sapere istituzionale dei programmi scolastici e impegno materiale e costante sul territorio.

A partire da questa condizione abbiamo pensato, all’inizio di questo anno scolastico, che si potesse modificare un progetto già avviato in questa scuola da tre anni: un concorso di filosofia.

Abbiamo cioè pensato che, proprio per questa peculiare osmosi di saperi e pratiche, di cui gli studenti e i docenti già avevano fatto esperienza, si potesse tentare di far dialogare il pensiero filosofico con i loro vissuti. Abbiamo proposto che il tema di questa nuova edizione del concorso fosse “Il corpo come dimensione dello stare al mondo” tra relazioni politiche, eccentricità e potenza dei corpi, conoscenza, e abbiamo pensato che con loro si potesse fare un salto anche nelle pratiche di svolgimento di questo concorso, che prevedeva delle lezioni frontali di un’ora e un dibattito a seguire. Al posto delle lezioni frontali, abbiamo pensato che si potesse proporre degli incontri aperti e dialoganti. Da queste osservazioni, pensieri e proposte ne viene il guadagno di relazioni vive e l’esperienza per noi di un sapere, costruito nel nostro percorso universitario, che si rimette in questione a partire dalle vite materiali, ma fuori da un contesto politico consapevole della propria identità.

Abbiamo scommesso che fosse proprio questo il luogo giusto, tra quelli che conosciamo, dove aprire un confronto sulla parola “Femminista”.

 

Siamo andate in giro per le classi della scuola proponendo due incontri sul linguaggio del pensiero delle donne. Già a questa proposta le reazioni sono state molteplici: la maggior parte di loro ci ha ascoltate. Non sappiamo dire se per vero interesse o perché abituati ad avere un certo atteggiamento di apertura e accoglienza nei confronti di proposte esterne alla normale didattica. Alcuni ragazzi hanno riso alla proposta o si sono dimostrati disinteressati, con commenti che lasciavano intendere che se si parlava di donne non era cosa che li poteva riguardare. Una ragazza si è infastidita alla proposta di parlare di un sapere che fosse fatto solo da donne e che mettesse al centro la differenza: «Ci freghiamo da sole così!». Eppure, nonostante non si promettessero crediti formativi aggiuntivi e gli incontri fossero di pomeriggio, quindi non un’ora rubata a quella di latino o matematica, i ragazzi e le ragazze ci sono stati.

L’intuizione che avevamo avuto, che questa scommessa si doveva giocare in una fiducia già avviata, ha restituito un dialogo libero, schietto, circolante, giocoso.

Fino al giorno dell’incontro abbiamo preferito che la parola che avevamo scelto rimanesse misteriosa, per poter ricevere delle reazioni spontanee. Quando, all’inizio del primo incontro, abbiamo rivelato che la parola da discutere era “Femminista”, la risposta è stata divertita, quasi se l’aspettassero. Neanche nei primissimi momenti le reazioni sono state di chiusura o di imbarazzo. Supporto alle loro intuizioni, immagini e idee, una lavagna bianca, con un bel “FEMMINISTA” piazzato al centro.

 

Prima di incontrarli, avevamo provato a immaginare quali stereotipi sulla femminista sarebbero emergere. Così, per allenarci a non esser colte di sorpresa. Ma l’imprevisto, per sua natura, non ti avvisa.

 

«Facciamo un brainstorming. Cosa vi fa venire in mente la parola Femminista?»

«Donna… No, anzi, persona che lotta per i diritti delle donne… anche un uomo può essere femminista!»

 

Certo, non avevamo pensato di poter partire da un livello di discussione così ricco e complesso. Avevamo appena cominciato a parlare e già uno di quegli stereotipi che avevamo messo in conto tra i primi nella discussione si era infranto così, nel giro di qualche frase.

Non sono mancate anche reazioni più rigide, associazioni tra femminista e “estremismo”, “fuorimoda”, “eccesso”, “un mettersi in mostra”, hanno segnalato il timore di un sessismo al contrario, violento nei modi e in un certo senso anacronistico nelle istanze. Se i diritti appaiono  acquisiti, la lotta appare fine a se stessa.

Ma immediatamente i ragazzi e le ragazze hanno cominciato a riflettere sul significato dell’acquisizione di quei diritti di parità: cosa significa essere “pari” e “uguali”? E, soprattutto, su che piano ci si muove quando si parla di diritto?

Qualcuno ha detto che il diritto ad essere pari non coincide con il semplice essere uguali. Essere uguali senza tener conto dei bisogni e delle differenti esperienze di ciascuno è in un certo qual modo inefficace e violento. Questo diritto, allora, non può essere una norma neutra che vale per tutti e tutte allo stesso modo. Un vero diritto, non costringe ad essere uguali, ma permette il rispetto delle differenze, nei bisogni e nelle urgenze di ciascuno. A parole loro è un “dare a ciascuno secondo i propri bisogni e le proprie necessità”. La parità, allora, è “parità nella differenza”.

A dare consistenza a questa affermazione generale, sono saltate fuori le parole “mestruazioni” e “maternità” associate al lavoro, così come la considerazione che a parità di desiderio ogni donna può fare il lavoro che ama, anche se tradizionalmente impostato al maschile (ad esempio, lavorare in un cantiere edile) senza che questo significhi che il suo corpo debba piegarsi a tempi e modi che non sono i suoi. Parità in questo senso non è lavorare nelle stesse condizioni, ma avere parità d’accesso a uno stesso ruolo secondo le proprie aspirazioni.

Femminismo, inoltre, è risuonato per qualcuna come la riscoperta di saperi ed esperienze ignorati nel tempo: un percorso genealogico che ricostruisce quanto sul piano della cultura tradizionale è rimasto inascoltato o è stato soffocato. Il piano della cultura è stato riconosciuto come uno dei nodi centrali, che si riversa immediatamente anche nelle loro esperienze quotidiane: dal discorso sulla violenza, sullo stupro e sul femminicidio, si è arrivati presto a parlare dell’universo culturale in cui uomini e donne vengono cresciuti e formati. Parlano della divisione dei ruoli nella famiglia che essi stessi arrivano a definire “famiglia patriarcale” e di come questa condizioni le esperienze e gli orizzonti di uomini e donne. «I maschi in guerra e noi a casa a procreare»: citano qualcosa che conoscono, Mulan, un film d’animazione.

 

Continuano a ragionare ad alta voce: se sul piano culturale certe divisioni e certi stereotipi persistono, quanto è efficace l’acquisizione di un diritto sul piano puramente legislativo? I diritti, da soli, non bastano, se la società in cui viviamo rimane ancorata a una visione gerarchica, in cui la donna è un oggetto secondo, da dominare. La parità non c’è se manca il piano culturale e sociale. Si parla dell’aborto e della legge 194, che c’è, che è un diritto conquisito eppure abortire oggi in Italia si rivela difficile, a volte impossibile, a causa dell’altissimo livello di obiezione di coscienza nelle strutture sanitarie.

È a questo punto che un ragazzo si alza e riflette: proprio perché un diritto acquisito senza che la società cambi è un diritto vuoto, allora è come se il femminismo avesse due fasi: una in cui ha lottato per un riconoscimento di diritti su un piano formale e legislativo e un secondo momento in cui la lotta al sessismo e alla discriminazione si sposta sul piano della cultura, del linguaggio, della società. Perché è lì che si struttura il Potere. Gli chiediamo di spiegarci a quale epoca assocerebbe questo cambiamento di passo. Dice «più o meno intorno agli anni Settanta!». Per noi è certamente un punto da segnalare che dall’esterno, dal loro punto di vista, i conflitti intergenerazionali interni al femminismo degli ultimi quarantanni passino inosservati, come se si trattasse di un movimento compatto.

Sulla scia di questa riflessione, alla domanda «Ma il femminismo dà fastidio perché la sua causa è tramontata… come il nazionalismo?» la risposta è «No! Siamo ancora nella fase sociale e culturale!».

 

A questo punto la lavagna era già piena di parole e di suggestioni, alcune sorte spontaneamente, altre sollecitate, ma mai proposte, da noi. Il secondo passo era quello di mettere a confronto le loro parole con quelle delle donne, sia delle madri che delle protagoniste del movimento femminista.

Nuove parole sono quindi comparse sugli ormai pochi spazi bianchi rimasti. Parole questa volta sollecitate da un pensiero mediato dalle pagine dei libri: strumenti familiari a loro e al loro contesto, autrici pressapoco sconosciute.

Lo scopo era quello di farli incontrare con le parole di donne che hanno costruito e costruiscono il femminismo, per questo è stato significativo che siano stati loro a leggere ad alta voce per tutti.

Con Olympe de Gouges hanno ragionato sul fatto che la rivoluzione e la presa di potere da sola non basta, se questa non tiene conto e non scardina le dinamiche gerarchiche tra i sessi, che riproducono la subalternità tra classi sociali anche nei rapporti tra uomini e donne. «Il sessismo è una forma di potere!».

Con Virginia Woolf si è aperto il discorso sul partire da sé, sull’importanza di essere coscienti e nominare la propria posizione nel mondo. «Considerare e dichiarare la propria posizione» rende il pensiero più efficace e lo sottrae al rischio di pretendere di essere universale, pur mantenendo l’ambizione di voler dire qualcosa che sia significativo per tutti.

«Ma questo ‘partire da sé’, detto così, è fraintendibile!»

«E come lo direste?»

«Arriviamo a noi!»

Il partire da sé non può ridursi al tornare a se stessi, o peggio a rimanere su di sé, ma parte dal sé per incontrare l’altro, il mondo, tenendo presente la consapevolezza sia del di più dell’esperienza messa a disposizione degli altri, che il limite di un gesto parziale che ha bisogno di arricchirsi con quello di un altro o di un’altra.

Davanti a Carla Lonzi e al Manifesto di Rivolta femminile è giunto lo spaesamento. Il linguaggio perentorio e radicale del Manifesto «ci ha costretti a pensare!». Non sempre i ragazzi e le ragazze erano d’accordo sulle questioni sollevate e sulle risposte di Rivolta femminile, ma i toni e l’assertività del Manifesto li ha costretti a riflettere sul perché non condividessero alcuni punti.

Sul punto del Manifesto «Sono un diritto dei bambini e degli adolescenti la curiosità e i giochi sessuali» , evitato un primo fraintendimento e chiarito che non si trattava della rivendicazione a uno sguardo morboso su di loro, né di un incitamento alla pedofilia, si è aperto uno scambio interessante  sugli stereotipi, sul peso dell’eteronormatività sui giochi e sulle identità che impedisce di sperimentare e incastra in identità sessuali statiche e a volte mortifere; fino ad arrivare alla questione dei bambini intersessuali. Hanno concordato sul fatto che “regolamentare” l’immaginario sessuale è una forma di potere, così come sottolineato dal Manifesto di Rivolta femminile.

Infine, dal Manifest@ del collettivo F9 sono stati sollecitati a tenere assieme condizioni materiali, critica alla struttura capitalistica del neoliberismo e ricerca di autodeterminazione su un piano sociale e culturale. «Il loro linguaggio poi non è così incalzante come l’altro Manifesto!».

 

Il lavoro di decostruzione e ricostruzione, togliendo le sedimentazioni e riossigenando il significato della parola “Femminista”, è stato utile innanzitutto a noi. Quando in qualche modo si accetta di stare dentro un’identità a lungo andare quest’etichetta perde di consistenza, perché strozzata nella scontatezza del dato di fatto: «sono una femminista!»,«mi dico femminista!». Rimettere in discussione questo dato acquisito, da qualche tempo ormai, nelle nostre coscienze, ha fatto sì che ritrovassimo il senso profondo di questa assunzione, perduta nelle urgenze e nei tempi del femminismo. In qualche modo, il progetto di questo lavoro, l’incontro con l’esterno, con chi del femminismo non ha uno sguardo da dentro, ci ha restituito il tempo di una riflessione su di noi, che ha ridisegnato le stelle polari di questo percorso.

Abbiamo pensato di nominare queste stelle ridisegnate e subito un senso di straniamento ci ha assalite. Perché? Perché mettere nero su bianco quali siano i riferimenti di un percorso femminista, così a mo’ di restituzione di un elenco, senza poterli evincere da un discorso che parte da un sé incarnato, da un’esperienza di cui si vuole rendere conto politicamente, significherebbe cristallizzare, inibire le possibili evoluzioni, dare una ricetta o tracciare un “dover essere” femminista.. Quanto di più lontano dai nostri desideri.

È forse solo nello scambio in presenza, dove l’altro/a ha un margine per poter dire di sé, che è possibile nominare quei punti che ci fanno (ri)dire “Sono femminista”.

 

Ci dicono: «Questo laboratorio ci ha dato la possibilità di capire cosa sia una femminista. Dall’esterno tutto quello di cui abbiamo parlato non arriva. Forse, dopo questo incontro, comprerei anche una rivista in cui si parla di donne, per voce di donne.. (alludendo a DWF!). Almeno ne comprendo meglio il senso!».

Ma per loro la parola “Femminista” è ormai troppo satura. Non si riesce a toglierle di dosso – almeno non nel tempo di due incontri – tutti quei significati, anche conflittuali tra loro, che si sono sedimentati nel corso del tempo.

«Ne vogliamo un’altra per dire tutto questo!»

«Quale? Proponetene una!»

«Non è facile, così su due piedi! Forse andrebbe meglio un acronimo…».

 

 

Abbiamo letto assieme

Olympe de Gouges, Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, 1792, Caravan Edizioni, Roma 2013

Virginia Woolf, Le tre Ghinee, Feltrinelli, Milano 2000

Rivolta Femminile, Manifesto di Rivolta Femminile, in C. Lonzi,Sputiamo su Hegel e altri scritti, Rivolta Femminile, Milano 1974, pp. 11-18.

Femministe Nove, Manifest@F9, in “DWF – Le relazioni dell’agire politico. Tra radicalità esperienza e conflitto”, n.2 (98), 2013, pp. 29-47.

Roberta Paoletti
Roberta Paoletti

Roberta Paoletti (1982) è dottoressa di ricerca in Filosofia e Teoria delle arti presso l’Università di Palermo con una tesi sul senso del tatto come fondamento dei rapporti politici. E' redattrice della storica rivista femminista romana DWF. A (...) Maggiori informazioni

Federica Castelli
Federica Castelli

Federica Castelli ha conseguito un Dottorato di ricerca presso l'Università di Modena e Reggio Emilia ed è assegnista di ricerca in Filosofia Politica presso l'Università Roma Tre. È stata visiting researcher presso l'EHESS e l'Université Paris (...) Maggiori informazioni