Margaret MARUANI (cura) – Femmes, genre et sociétés. L’état des savoirs, Éditions La Découverte, Paris, 2005

di Valentina Riolo

Quali sono stati gli eventi legati alla condizione femminile che hanno segnato la seconda metà del XX secolo? In che modo si è trasformata la relazione tra i generi? I cambiamenti del secolo passato hanno permesso di raggiungere l’uguaglianza? Di che tipo di uguaglianza si tratta? Come sono cambiate famiglia, economia, politica, società e mondo del lavoro in seguito a tali trasformazioni? Le questioni del passato si possono considerare risolte o sono ancora da considerare urgenze del nostro tempo? Ci sono nuove questioni che si pongono nello scenario contemporaneo?

Queste sono solo alcune delle domande a cui il testo cerca di dare una risposta, attraverso un’analisi transdisciplinare che, sotto la direzione di Margaret Maruani, si avvale del lavoro di autori e autrici e fa il punto sullo “stato dei saperi”, partendo dalla situazione francese per confrontarsi poi con altri Paesi europei ed extra-europei.

L’opera racchiude le testimonianza di varie personalità che hanno dato una lettura sessuata del genere, del modo in cui viene affrontato nella propria disciplina e di quali problemi sorgono in relazione a questa questione. Si passa dalla differenza tra sesso biologico e genere stereotipato (performatività del genere), al legame tra ontologia e politica dato dalla politicizzazione del privato, dal rapporto complesso tra femminismo e marxismo alla modalità con cui la differenza sessuale si inserisce nel discorso delle classi sociali.

In un contesto in cui “le donne, gruppo sociale definito dal sesso biologico e dalla costruzione socio-culturale del femminile, continuano ad essere discriminate e svalorizzate”, si racconta del dibattito tra chi sostiene una filosofia della differenza sessuale che tiene in considerazione la dimensione corporea e chi invece supporta la teoria queer che insiste sulla fluidità del genere.

In diverse parti dell’opera si analizza il fenomeno della dominazione maschile, dell’ordine sociale gerarchizzato, della differenza tra “natura” e “cultura”, privato e politico, di un ambiente adatto per le donne e un altro fatto per gli uomini, e di come tutto ciò si leghi al paradigma di riproduzione (femminile) e produzione (maschile). Nell’articolo di Jacqueline Laufer, ad esempio, si legge che “lo statuto dell’uomo si confonde con quello del cittadino, soggetto di diritto per eccellenza, la donna vede invece il suo definito dal Codice civile: moglie e madre”. Si sottolinea come anche la Rivoluzione francese sia stata in realtà una rivoluzione incompleta per quanto riguarda i diritti delle donne, perché se ha cercato di rendere uguali gli uomini, stessa cosa non ha fatto con le donne, prive di “libertà” e “uguaglianza”. Si ripercorrono, allora, alcune delle tappe principali delle lotte per i diritti delle donne nella seconda metà del ‘900.

Tra queste ultime, senza dubbio, quella che riguarda la possibilità di vivere e disporre del proprio corpo nel modo in cui si ritiene più opportuno. Questa è la seconda macrotematica che viene trattata nel testo, in cui viene data attenzione alle varie fasi che hanno segnato la lotta per contraccezione e aborto: da quando, nella Francia degli anni ’20 si combatteva il calo demografico rendendo illegali tutte le tecniche contraccettive o abortive, alla diffusione della contraccezione medica nel 1967 e la legalizzazione dell’aborto nel 1975.  Parlando, poi, di procreazione, Delphine Gardey analizza lo stato di scienze e tecniche nel XX secolo ed evidenzia come attraverso le tecniche di riproduzione (fecondazione in vitro), “le scienze possono finalmente ottenere una nascita che sia una “immacolata concezione”, e come il corpo sia una questione fortemente politica e attuale. Grande importanza ha anche la violenza contro le donne, attraverso l’analisi dei tipi di violenza (verbale, fisica, sessuale…) e di come spesso sia difficile riconoscerla e denunciarla, dalla violenza coniugale e nel privato della famiglia al sessismo pubblico o sul posto di lavoro.

Questo apre alle altre due macrotematiche strettamente legate che sono, appunto, la famiglia e il mercato del lavoro.

Per quanto riguarda le coppie omosessuali e le famiglie omoparentali, si ripercorrono gli anni in cui i vari Stati hanno approvato leggi a favore delle unioni civili: tra i primi, negli anni ’90, i paesi scandinavi, poi Francia, Paesi Bassi, Belgio. La Spagna si apprestava ad approvarle quando il testo stava per essere pubblicato, dell’Italia non se ne fa menzione, per ovvi motivi. Negli Stati Uniti la situazione si è sviluppata in modo diverso nei diversi Stati, sia per le unioni civili che per adozioni e procreazione medicalmente assistita.

L’analisi della “famiglia tradizionale” in cui ad una differenza dei sessi si associa un diverso ruolo (l’uomo è il capo che lavora fuori casa e provvede al mantenimento della famiglia e la donna è moglie e madre che si occupa della casa e dei figli) evidenzia come la situazione sia cambiata a partire dagli anni ’70: da allora inizia, infatti, una “politica di conciliazione” in favore della “madre che lavora”, tesa a creare le condizioni per aiutare le donne a conciliare lavoro e famiglia. Si capì che le donne dovevano essere incoraggiate e supportate a far parte del mercato del lavoro in modo da mantenersi autonomamente. Finalmente erano le donne a scegliere liberamente se voler lavorare, restare in casa ad occuparsi dei figli, o fare entrambe le cose. Ma resta ancora una questione fondamentale: la “non-divisione” del lavoro domestico. In uno scenario in cui molte donne lavorano dentro e fuori casa, ci si chiede come sia possibile che il lavoro domestico “invisibile, gratuito e non produttore di ricchezza” sia soltanto compito delle donne.

Il lavoro, nell’articolo di Danièle Kergoat, è il punto fondamentale dei rapporti sociali: la divisione sessuale del lavoro si basa sul principio di “separazione” per cui esisterebbero lavori “da uomini” e lavori “da donne”, e sul principio di “gerarchizzazione” per cui il lavoro svolto dall’uomo “vale” più di quello fatto dalla donna.  E allora come non parlare di scarto di salario tra uomini e donne per lo stesso lavoro svolto, del lavoro a “tempo parziale” ritenuto più adatto per le donne così da potersi occupare della famiglia e della casa, dei tassi di disoccupazione e del paradosso apparso a partire dagli anni ’80 sul rapporto tra tasso di occupazione femminile e nuove nascite: nei paesi sviluppati, più era forte la partecipazione femminile al mercato del lavoro, più alto era il tasso di fecondità; al contrario, questo era più basso nei paesi in cui le donne non lavoravano.

Ma da dove partire per risanare le ingiustizie di cui le donne sono state, e per molti versi sono ancora, oggetto? Dalla sfera pubblica, dal sociale, dalla politica, dalle manifestazioni  fatte per ottenere condizioni e possibilità di vita e di lavoro più giuste. Quella stessa politica da cui le donne sono state per molto tempo escluse. La stessa Francia, avanguardia nell’accordare il suffragio universale maschile (1848), è arrivata molto tardi a riconoscere il suffragio femminile (1946). Si rende conto della differenza di partecipazione alla vita politica tra uomini e donne e di come questa sia cambiata nel corso degli anni, attraverso le mobilitazioni sociali e sindacali e le leggi approvate per rendere la situazione più egualitaria.

Tra gli altri temi sociali trattati, molte sono le questioni contemporanee agli anni in cui veniva pubblicato il testo, e che aprono a quello emergente, quindi dei nostri giorni: la presenza massiccia di donne migranti vittime di abusi e violenze; la prostituzione ed il dibattito tra l’abolizione della prostituzione come schiavitù ed il riconoscimento della prostituzione come mestiere; differenze e disuguaglianze tra donne del Nord e del Sud; la presenza femminile nella produzione artistica e letteraria e, più in generale, nella fruizione culturale.

La parte finale dell’opera presenta una serie di annali statistici riferiti alla posizione di uomini e donne nella società organizzati in tre sezioni: demografia, famiglia e sanità; attività, lavoro e disoccupazione; voto e partecipazione politica.

Dunque, non una sola testa che pensa e che racconta, non una sola disciplina da cui partire, non un unico punto di vista da proporre, non un solo tema da sviluppare, non un solo sapere da conoscere. Femmes, genre et sociétés è un’opera all’insegna della molteplicità e della pluralità, è il luogo in cui i pensieri, le analisi, le ricerche di 58 studiose e studiosi di antropologia, sociologia, filosofia, economia, storia, statistica, giurisprudenza, si incontrano e danno vita a 49 articoli sui concetti e le problematiche di base, sulla libertà di disporre del proprio corpo, sui rapporti di famiglia, sui progressi della presenza femminile nel mercato del lavoro, sulla partecipazione delle donne alla vita politica, sulle questioni contemporanee e le tematiche emergenti.

Valentina Riolo
Valentina Riolo

Valentina Riolo (Crotone, 1995) studia Scienze filosofiche presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è laureata con una tesi triennale sul concetto di popolazione in Michel Foucault. Si interessa di filosofia politica, con particolare attenzio (...) Maggiori informazioni