Violenza maschile, di genere, maternità e aborto

di Arianna Baldi

Perché la scelta del Laboratorio Teorico-Pratico di Femminismi, Genere,
Differenza?
Ho scelto di partecipare al “Laboratorio Teorico-Politico di Femminismi, Genere, Differenza”
perchè come donna, madre, lavoratrice, e recentemente studentessa universitaria, credo fortemente
nella necessità di dover approfondire la tematica femminista italiana e internazionale e quelle ad esse
correlate.
Sono convita, infatti, che la “violenza maschile”, non sia un retaggio del passato, una
questione ormai superata, una casistica limitata oppure un’emergenza ..tutt’altro!
E’ persistente, sistematica, stratificata nelle piaghe delle nostra società ed investe numerosi
contesti della nostra vita.
Parte dalla sfera privata, spesso dalle mura domestiche, per approdare a quella sociale, del
mondo dell’università, del lavoro dove, in particolare, la precarietà dilagante ed il frantumarsi dei
diritti e delle tutele, rende le donne soggetti più vulnerabili rispetto agli uomini.
Proprio in quanto donne, infatti, siamo quotidianamente esposte e sottoposte,
consapevolmente o meno, esplicitamente o meno, ad una serie di pratiche maschiliste.
Penso che ciascuna di noi, probabilmente attraverso percorsi di vita ed esperienze diverse, sa
di cosa sto parlando!
Personalmente ho lavorato per molti anni in un settore prettamente maschile e, pur avendo
raggiunto, con non poche difficoltà e tanto lavoro, un ruolo di responsabilità, mi sono spesso scontrata
con una mentalità maschilista, prodotto diretto di una cultura legata ancora, per certi versi, a quella
che noi, oggi, chiamiamo “teoria del patriarcato”.
In verità, poi, mi è capitato di riscontrare lo stesso atteggiamento ostile anche da parte di donne
(non molte, fortunatamente!) che sembravano aver camuffato la propria identità femminile al servizio
di un modello forzatamente di stampo maschile.
Come donna vivo quotidianamente la condizione di genitorialità che personalmente ritengo
essere la parte più impegnativa, bella, piena, irripetibile e.. tanto, tanto altro della mia vita!
Sono, però, profondamente convinta che la scelta della maternità non ci possa essere imposta
da alcun tipo di stereotipo da parte della società e che, in quanto scelta, non debba necessariamente
essere adottata da tutte le donne.
Come madre, soprattutto, avverto la responsabilità di dover trasmettere a mio figlio (maschio)
tutti gli strumenti in mio possesso, per vivere da uomo adulto rispettoso di qualsiasi diversità e capace
di comprendere a fondo, per farne attivamente parte, lo scenario sociale che auspico possa essere il
nostro futuro: una società “globale” intesa come figlia di un processo di trasformazione a livello
familiare, culturale, economico, educativo e formativo in cui non si debba più parlare di violenza
maschile e violenza di genere!
Femminismo o Femminismi?
Perché parlare al plurale?
Ha senso parlare di “Femminismi” perché entro questa declinazione al plurale è racchiuso il
potere di rappresentazione che le donne hanno e fanno del mondo.
Il femminismo degli anni Settanta si è trasformato, attraverso le generazioni, ed è arrivato ai
nostri giorni affrontando tematiche sociali e facendo proprie tutta una serie di realtà completamente
diverse fra di loro.
Proprio da questa diversità, da questa capacità che ciascuna donna ha di intraprendere, nel
proprio contesto, il suo specifico percorso di liberazione, ne deriva una ricchezza che ci fornisce una
mappa dei femminismi in Italia, composta da entità anche molto diverse fra loro: gruppi, collettivi,
singole…
Tutte le esperienze femministe hanno un filo comune e si intrecciano fra di loro, in uno
scambio e confronto continuo e nella teoria/pratica femminista per cui ognuna prende la parola
partendo da se stessa.
Oggi il panorama del femminismo italiano contempla tante realtà, cronache femministe, reti
nazionali, a volte virtuali sul web, alcune delle quali più conosciute ed altre rimaste più in ombra,
spesso capaci di innovazione soprattutto rispetto al linguaggio e al valore simbolico che nutre il senso
comune.
Violenza maschile e violenza di genere
La violenza maschile si esprime attraverso modalità e pratiche sessuate molteplici e
trasversali: dalle svariate forme di esclusione, violenza morale e fisica che minano
l’autodeterminazione delle donne, fino ad arrivare a quella più eclatante del femminicidio.
Soffermarsi solo su quest’ultimo aspetto, però, a mio avviso sarebbe un errore perché ci
indurrebbe ad avere una visuale solo parziale e riduttiva del problema.
Il femminicidio, termine tristemente coniato, che ci riporta a fatti di cronaca purtroppo
quotidiani, rappresenta solo una piccola parte, quella più evidente, di un’oppressione e di un’attuale
condizione di disuguaglianze di genere che sono ben radicate nella nostra società.
La sfera personale, sessuale e riproduttiva, sono le più colpite, ma, in quanto “private”, sono
spesso sottovalutate e considerate un qualcosa di circoscritto.
Gli stessi media, in molti casi, tendono a descrivere episodi violenti verso le donne con toni
sensazionali e inquadrati in un frame ben definito, come quello passionale, personale e che scaturisce
da un “raptus” da parte di chi opera violenza.
Niente di più falso!
Tutto questo va decostruito: il femminicidio, nello specifico, è una forma di violenza che
colpisce le donne in quanto tali!
La violenza maschile, basata su stereotipi inalterati nel corso della storia, sull’attuale influenza
della Chiesa e di alcune istituzioni, passa attraverso la famiglia e si concretizza, in forme più o meno
esplicite, in una “violenza di genere” perché viene perpetrata verso tutte le diverse soggettività che
non si riconoscono all’interno di categorie proprie dell’eteronormalità.
“La violenza di genere è una categoria costitutiva del reale, funzionale al “mantenimento di
una struttura sociale fondata su rapporti di potere diseguali: con gli uomini in una condizione di
privilegio e le donne in una di subordinazione, debolezza, incompiutezza, dipendenza”. (cit. Giomi –
Maramaggia “Relazioni brutali”).
La nostra Costituzione, all’articolo 3 recita «I cittadini, senza distinzione di sesso, di
razza, di lingua, di condizioni sociali, di religione e di opinioni politiche, hanno pari
dignità sociale e sono eguali di fronte alla legge”.
L’articolo riportato è importantissimo poiché asserisce che tutti noi e tutte noi, in quanto
cittadini e cittadine, abbiamo pari dignità e pari tutela davanti alla legge.
Da questo assunto, ne consegue che dovremmo poter scegliere liberamente circa tutti i contesti
sopra citati e quindi scegliere anche se essere madre oppure no, se essere lesbica,
transessuale….scegliere, in buona sostanza, la propria soggettività, senza che questo influisca,
positivamente o negativamente, o che metta a rischio i nostri diritti.
Questo “compito”, tra l’altro, non è demandabile a nessuno/a se non a noi stesse!
Consideriamo il diritto alla salute una grossa conquista della nostra società, legata al progresso
della medicina ed al raggiungimento di quella che può essere definita una soglia minima di benessere
generalizzato.
Ma quanto faticosamente ottenuto in campo medico grazie a menti illuminate della ricerca
scientifica, coincide davvero con un pieno benessere sociale?
La questione è sicuramente aperta!
Non possiamo dimenticare il ruolo cruciale svolto dai movimenti femministi che, sotto la
spinta sociale e di lotta politica nelle piazze, ha permesso, negli anni Settanta, l’approvazione di leggi
fondamentali per la dignità umana, tra cui quella sull’aborto.
La svolta è stata epocale!
La lunga battaglia delle donne:
– Le donne sono il “Secondo sesso”
Dal periodo del dopoguerra, al boom economico, fino ad oggi, le donne hanno intrapreso una
battaglia lunga, a volta frammentata e a fasi alterne, per ottenere gli stessi diritti e le stesse opportunità
degli uomini.
Durante gli anni Settanta, al centro della riflessione dei movimenti femministi si è posta la diversità
del pensiero femminile: un modo diverso di considerare il proprio corpo, la propria sessualità,
la contestazione di quella che può essere definita la “tesi patriarcale” che giustificava l’oppressione
e, di fatto, una posizione subalterna (familiare, sociale, politica) della donna nei confronti
dell’uomo, persistente nel corso della storia.
Vengono messi in discussione i rapporti familiari, compresi quelli con le proprie madri.
La lotta diventa aperta su più fronti: la politica, tradizionalmente intesa, il sindacato, le associazioni.
Le parole d’ordine risuonano ormai come slogan in tutte le piazze in cui le donne manifestano e
sono presenti: “Donna è bello, donna non si nasce, si diventa!”.
Prima di allora, infatti, le donne erano, rispetto agli uomini, esseri diversi ed inferiori nel corpo e
nella mente: il senso della loro vita risiedeva nella “riproduttività”, processo in cui, peraltro, non
erano considerate parte attiva ma solo un tramite tra una generazione maschile ed un’altra (maschile).
L’immagine della donna, negli anni che precedettero la contestazione del 1968, variava in modo
considerevole fra Nord e Sud della penisola, fra strati sociali agiati e ceti disagiati.
Anche dal punto di vista del diritto familiare, il divario fra i due sessi rimaneva enorme: un
uomo, infatti, differentemente dalla coniuge, in caso di impotenza, poteva chiedere l’annullamento
del matrimonio in caso di sterilità della moglie.
Questa condizione le riguardava sia da un punto di vista privato, sia pubblico ed era accreditata
dalla
quasi totalità della letteratura e della filosofia, fatte pochissime eccezioni.
Insomma, sembra proprio che in questa società le donne rimanessero il “Secondo sesso”,
come sostiene Simone de Beauvoir, la più importante esponente dell’esistenzialismo francese,
quando, nel 1949, pubblica il testo che costituirà il primo studio comprensivo sulla condizione femminile.
“Il Secondo sesso” è considerato un rigoroso lavoro che diventerà una pietra miliare per il
femminismo ed è un imponente volume che traccia un percorso attraverso i saperi fondamentali
dell’Occidente, interrogando filosofia, antropologia, biologia, psicologia, letteratura, in cerca delle
cause dell’oppressione della donna.
Il libro, alla sua uscita, susciterà critiche durissime in ogni ambiente: il Vaticano lo mette all’indice,
ma anche la sinistra francese non risparmia duri attacchi.
Al contrario, le donne lo leggono e vi si riconoscono, soprattutto le giovani donne borghesi,
colte, benestanti, eppure oppresse.
Il testo supererà poi questo “uso privato” con l’emergere del femminismo della seconda ondata;
le donne infatti lo vanno a recuperare negli anni ’70 (la traduzione italiana risale al 1961), rendendolo
così il testo da cui nessun pensiero femminista può prescindere.
– L’Italia degli anni Settanta e il consolidarsi del femminismo
Gli anni Settanta sono anni durissimi per l’Italia.
Non a caso sono stati denominati e li ricordiamo ancora nella memoria storica come “gli anni
di piombo”.
La storia del femminismo può sembrare percorri una strada diversa, separata dagli scontri,
dalle tensioni sociali, dalle bombe, dagli attentati, dalla violenza usata dai neofascisti per attaccare la
democrazia e poi dalla lotta armata delle Brigate Rosse contro uno Stato impreparato.
In realtà non è così!
In Italia degli anni Sessanta offre opportunità sia agli uomini, sia alle donne che, insieme agli
studenti, lottano rifiutando i loro padri e le loro madri, accusate di aver dato troppo alla famiglia e di
aver ottenuto molto poco.
Le donne, già molto diverse dalle loro madri, in verità, nella rivoluzione degli studenti, hanno
mansioni subalterne e quindi molte di loro che già si occupano di politica, cominciano a riunirsi in
gruppi di sole donne, avviando la pratica dell’autocoscienza.
La nascita del femminismo vede la presenza di tante donne provenienti proprio da quei
movimenti che lottano per la condivisione di un progetto rivoluzionario, per un cambiamento
radicale, per una rivoluzione che parla del ” qui ed ora”, della vita quotidiana, dei rapporti
rivoluzionari.
Nasce allora il nuovo movimento per la liberazione delle donne.
E’ il momento in cui le femministe invadono le piazze, abbandonano i gruppi politici
maschili, formando, così, i nuovi collettivi femministi che rapidamente si moltiplicano in tutta
Italia: a Trento, a Milano, a Roma, a Gela, a Napoli, e se all’inizio ammettono anche gli uomini, poi
li escludono risolutamente.
E’ anche quello il momento in cui nei collettivi femministi iniziano a parlare le donne; esse
hanno finalmente centrato il problema: “Perché essere una donna fra donne non ha valore nella
società in cui viviamo; una donna ha valore solo quando si relaziona a un uomo, come “sorella di”,
come “madre di”, come “compagna di”, come “moglie di”.
Iniziano a circolare in Italia i primi libri della corrente femminista in America.
Nell’aria si diffonde quel problema che non ha nome, quel problema che la
giornalista Betty Freedan ha per prima messo in rilievo: le donne americane, anche quelle più
privilegiate, rinchiuse nelle loro belle case, nelle loro gabbie dorate, si sentono incomplete, deluse,
ingannate, nonostante le conquiste fatte.
In realtà il malessere è insieme più profondo e più diffuso, è il malessere che sfocerà nella
contestazione del 1968, un disagio che i governi non riusciranno a contenere.
Il “movimento” è irriverente, provocatorio: chiede una cultura nuova per una realtà che
dovrà essere diversa.
A Berkeley, a Parigi, in Italia, i giovani vogliono “ribaltare tutto”, lottare contro le guerre
ingiuste; si ribellano contro l’autoritarismo nelle istituzioni e nella famiglia, rifiutano la ricchezza
ottenuta a spese dei paesi poveri o degli operai alienati alla catena di montaggio, ogni forma di
repressione, a cominciare da quella sessuale: lottano, sostanzialmente, per una società senza più tabù
né pregiudizi.
Aborto:
– L’industria dell’aborto negli anni Sessanta in Italia
La legge che regola l’interruzione volontaria di gravidanza è la Legge 22 Maggio 1978, n. 194 e
sancisce un diritto indiscutibilmente primario, inalienabile: quello di disporre liberamente del nostro
corpo.
L’interruzione volontaria di gravidanza, ricordiamolo, prima del 1978 era una pratica illegale per
cui era considerato dal codice penale italiano un reato, per cui nell’Italia degli anni Sessanta, le donne
sono costrette ad abortire clandestinamente, anche se questo sembra non essere un problema.
E invece il problema c’è: l’aborto è un’industria dalle solide fondamenta costruite sul corpo di
milioni di donne.
In questo contesto, la testimonianza di chi ha vissuto quel dramma si pone con effetto decisamente
dirompente: la voce delle donne mette improvvisamente in luce una quotidianità dell’aborto, fatta di
silenzi che nascondono indicibili umiliazioni, fatta di pratiche mediche rischiose.
Esiste un’improponibile geografia della clandestinità: donne costrette a lunghi viaggi e
spostamenti in luoghi improvvisati e malsani rispondenti a sistemi di interessi che, sulla necessità e
sulla disperazione delle donne e delle persone intorno a loro, hanno costruito solide fortune.
Una situazione che costringe il sistema di valori di ognuna a rimodularsi rispetto alla necessità di
trovare una qualunque via d’uscita.
Per secoli, d’altra parte, l’aborto aveva fatto parte della vita quotidianità di molte donne e i motivi
a monte del ricorso a una pratica così cruenta per controllare la fertilità non sono da ricercare soltanto
nella grave carenza di informazione sulla contraccezione, circondata da tabù innominabili che
culminavano nel divieto di nominarla, ma sono riferibili piuttosto a tutta una serie di cause, – diciamo
strutturali – che riguardano l’impostazione tradizionale della società italiana.
Negli anni Sessanta modelli radicati impongono ancora la maternità come principale – per non
dire unica – realizzazione di sé per le donne, cui si abbina una diffusa ignoranza e una drammatica
limitatezza non solo dei più elementari servizi sociali, ma anche dei servizi sanitari e di assistenza al
parto.
Questo il terreno su cui poggia il milione e mezzo di aborti clandestini stimato dall’Unesco
all’inizio degli anni Settanta in Italia e i Settanta milioni di lire di giro d’affari annuo per chi li pratica.
Il ricorso al medico compiacente, all’infermiera del paese o alla mammana di turno si trasformano
ogni volta in un rischio, non tanto di infrangere la legge, quanto di morire per quell’aborto.
Molte donne, per lo più sposate e già con due o tre figli, la sorte la sfidano continuamente: nel
corso di una vita fertile non è raro per alcune ricorrere a pratiche clandestine più volte in un anno;
altre ancora, in mancanza di mezzi e di possibilità, finiscono per imparare a mettere in atto da sole o
con l’aiuto dei familiari più stretti quelle tecniche che hanno visto usare da altre donne per
interrompere la gravidanza.
Una sofferta trasmissione di saperi che all’urgenza mescola l’incoscienza e soprattutto l’assoluta
mancanza di alternative, non solo materiali ma anche in termini di possibilità di “pensarsi”
diversamente.
Sulle questioni che hanno attinenza con il corpo, la sessualità e la vita di coppia gravano ancora
pesanti contraddizioni nell’Italia degli anni Sessanta e persistenti stereotipi popolano il senso
comune e l’immaginario delle persone, riconducibili tutti ad una morale di matrice tradizionalista e
cattolica, ma che si esprimono anche nelle posizioni di chi cattolico non è.
L’attaccamento ai precetti della Chiesa e le convinzioni morali fino ad un momento prima
credute indiscutibili, le credenze, le diffidenze, i costumi sessuali appresi, l’adesione alla morale
dominante, le paure: di fronte ad una gravidanza non voluta tutta questa rete emozionale subisce
necessariamente una scossa molto violenta.
Procurare l’aborto di una donna consenziente, oltre che estremamente rischioso per la vita
della donna, era punito dalla legge con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore
dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546); procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione
da uno a quattro anni (art. 547).
– Il femminismo e l’aborto
Quali sono state le tappe che ci hanno condotto all’approvazione della legga n.194 e come il
femminismo ne ha determinato le sorti?
Una prima presa di posizione del femminismo è il rifiuto dell’ equazione “donna- maternità”
come strumento di denuncia verso la concezione ed il sistema patriarcale che fino ad allora aveva
usato la maternità stessa come pretesto per relegare le donna ad assolvere un ruolo esclusivamente
“privato”.
Esse, quindi, come “angeli del focolare domestico” erano del tutto escluse ed estromesse dalla
vita pubblica e politica.
Questo “desertare” e questo “sottarsi” alla maternità, da parte delle femministe, deriva anche
dal ricordo ancora vivido dell’ideologia fascista che concepiva le donne come madri e mogli rurali,
dedite alla cura ed al sacrificio personale in funzione della famiglia.
Scardinare questo stereotipo, allora, diventa una vera e propria priorità: le donne escono di
casa, scendono in piazza, ma fanno propria una battaglia nella vita quotidiana, nelle relazioni
personali, familiari e sociali; così come avevano fatto, in passato, per ottenere parità nella gestione di
eredità, proprietà o per accedere all’istruzione superiore.
Solo in un secondo momento, si arriva ad una presa di coscienza che vede le donne svincolarsi
dal patriarcato, riappropriandosi della maternità come “esperienza femminile” e come scelta
risignificata.
Non si tratta di “essere come gli uomini”, di avere la stessa libertà sessuale, ma di nominarsi da
sole, nominando ed imparando a conoscere il proprio corpo.
– L’approvazione della Legge n. 194
Già il referendum sul divorzio del 1974, che segna l’approvazione della legge sul divorzio, rappresentando
per le femministe un traguardo ed una svolta di enorme portata per una società fin ad
allora dominata dal cattolicesimo.
La successiva riforma del diritto di famiglia del 1975 asserisce, di fatto, che i coniugi hanno
diritti e responsabilità uguali di fronte alla legge.
La legge italiana sull’aborto entra in vigore nel 1978.
Il 17 maggio 1978 si vota in Italia per cinque referendum abrogativi, di cui due sull’abrogazione di
parti della legge 194 riguardanti «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria
della gravidanza» (gli altri tre quesiti riguardavano l’ordine pubblico, l’ergastolo e il porto
d’armi).
Una delle proposte era del Partito radicale, che mira ad un allargamento della possibilità di
abortire, propone l’abrogazione di tutti i procedimenti, e i controlli di tipo amministrativo relativi
all’interruzione di gravidanza volontaria, come pure tutte le sanzioni per l’inosservanza delle modalità
configurate dalla legge 194.
L’altra proposta, in alternativa, è portata avanti dal Movimento per la vita di matrice cattolica,
e mira all’abrogazione di ogni circostanza ed ogni modalità dell’interruzione volontaria della
gravidanza, quali previsti dalla legge 194.
L’esito del referendum è schiacciante: in entrambi i casi prevalgono i no e la legge 194 rimane
intatta.
Con essa, si conclude l’epoca dei cosiddetti “cucchiai d’oro”, ovvero di ginecologi che, fino
ad allora, avevano fatto abortire le donne clandestinamente chiedendo loro, in cambio di tale
servizio, lauti compensi.
Contestualmente, cominciano a nascere i primi consultori, in cui le donne hanno la
possibilità di si confrontarsi apertamente con il ginecologo e vengono, allo stesso tempo, aiutate
praticamente e psicologicamente, nell’affrontare la loro dolorosa scelta.
L’attuale legge 194 consente alla donna di interrompere la gravidanza nei primi novanta giorni di
gestazione nei casi in cui la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero
un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica.
Tra il quarto e quinto mese è possibile interrompere la gravidanza solamente per motivi di
natura terapeutica, quando cioè è stato accertato che la gravidanza comporta un grave rischio per la
salute della donna e che il feto presenta delle anomalie e malformazioni che determinino un grave
pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
L’acceso dibattito nel Parlamento italiano, che porta al Referendum su questa legge, vede la
stragrande maggioranza dell’opinione pubblica disinformata o poco informata.
Degno di nota è la campagna comunicativa ad opera di molti collettivi femministi, fra cui
A/matrix che elaborano il “Manuale delle galline ribelli”, il quale si fa carico di informare su un
principio molto scivoloso e complicato, l’articolo 1, che equipara i diritti del feto a quelli della donna.
Indipendentemente dal proprio credo religioso, mettere donna e feto sullo stesso piano, è una
scelta normativa estremamente forte e potente.
Essere madri oggi:
– Autodeterminazione delle donne e Violenza ostetrica
Oggi le donne rivendicano il proprio benessere e si oppongono a qualsiasi costrizione o stereotipo;
sono coscienti della propria soggettività derivante dal diverso background culturale, familiare e dal
proprio riconoscimento sessuale, indipendentemente dal sesso biologico.
La legge che regola l’interruzione volontaria di gravidanza è la Legge 22 Maggio 1978, n. 194 e
sancisce un diritto indiscutibilmente primario, inalienabile: quello di disporre liberamente del nostro
corpo.
In Italia, però, si pone un problema importante: la legge esiste da quasi quarant’anni ma, in alcuni
casi, troppi, è di difficile applicazione e ancora oggi si sente dire che l’aborto in Italia è ancora un
percorso a ostacoli.
I dati parlano chiaro: l’obiezione di coscienza manifestata ed esercitata dalla quasi totalità dei
medici (circa il 70%) lede un diritto importante, senza considerare che l’iter per chiunque voglia
abortire è spesso difficoltoso e osteggiato.
L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal
compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare
l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente.
L’attuale situazione in Italia ha sollevato un’accesa discussione prima nel 2016, quando a seguito
di un esposto della CGIL, il nostro paese è stato censurato dal Comitato dei Diritti Sociali del
Consiglio d’Europa e, successivamente quando il Comitato dei Diritti Umani dell’ONU, proprio a
causa di una grande quantità di obiettori di coscienza presenti in Italia, ha ribadito quanto sia sempre
più difficile abortire per le donne che scelgono di farlo.
La cronaca non manca, purtroppo, di casi come quello di Valentina Milluzzo, morta di parto all’età
di 33 anni e negli ultimi quattordici anni, circa il 21% delle donne italiane ha dichiarato di aver subito
una forma di quella che possiamo definire una “violenza ostetrica”.
Questa giovane donna è morta il 16 ottobre del 2016 presso il reparto di Ostetricia e Ginecologia
dell’ospedale Cannizzaro di Catania e, secondo la famiglia, per la mancata somministrazione di
medicinali che avrebbero potuto salvare la ragazza, dovuta all’imporsi di un medico obiettore.
Effettivamente gli esami autoptici sul corpo della giovane confermerebbero tale versione.
In attesa che si faccia chiarezza, sui documenti depositati, sembrerebbe essere, infatti, che il decesso
di Valentina è stato causato anche da una “mancata tempestiva rimozione della fonte d’infezione (feti
e placenta)”.
Il Dott. Michele Mariana, medico obiettore operante nella Regione Molise, Michele Mariano,
ha rilasciato un’interessante intervista al quotidiano “La Repubblica”, in cui ha posto l’accento su un
altro punto della questione.
A detta del il ginecologo, “costretto” a praticare 400 aborti l’anno, il motivo per cui molti suoi
colleghi optano per l’obiezione di coscienza, non è solo morale o etico, ma la verità che sembra
confermarci il medico è che coloro che non sono obiettori, in Italia, difficilmente riescono a fare
carriera.
Se volessimo, allora, ripensare ad uno scardinamento di tali pratiche, dovremmo partire
proprio da qui, per rivendicare il pieno e gratuito accesso a tutte le tecniche abortive previste per legge
ed equipararci a quella che è la media degli altri paesi Europei.
Oggi sappiamo che seppur non abbia un riconoscimento giuridico, esiste una “violenza
ostetrica” che coinvolge una parte delle partorienti, attraverso un abuso della medicalizzazione o con
la consuetudine in molti ospedali italiani di sconsigliare fortemente o posticipare l’anestesia epidurale
in caso di parto naturale.
Ci sono, poi, casi di donne che dichiarano di essere state sottoposte, sotto la “lente
d’ingrandimento” a giudizi negativi o a pressioni, in caso di manifestata volontà di abortire.
Le donne, oggi sempre più consapevoli ed informate, intendono difendere il Servizio Sanitario
Nazionale, messo a dura prova da una politica poco lungimirante, e vogliono porre l’attenzione su
quelli che sono i reali bisogni delle donne stesse.
Potremmo, allora, ripensare a quelli che sono gli spazi entro i quali avviene la nascita, con
l’assistenza di figure femminili e non, in grado di supportare ed accompagnare le donne nel delicato
percorso della maternità senza alcun tipo di pratica lesiva della propria autonomia.
I movimenti femministi, attualmente, stanno lavorando molto da questo punto di vista e
gridano a gran voce la richiesta di maggiori investimenti pubblici, affinché vengano erogati a favore
di nuovi consultori o per riorganizzare e migliorare quelli preesistenti.
La funzione di queste strutture potrebbe essere determinante nel supporto e nella continuità
assistenziale in caso di violenze, di parto, di allattamento, di aborto, di contraccezione e di
informazione circa quelle malattie trasmissibili sessualmente.
La maternità oggi e il potere femminista:
– Vogliamo essere madri
– Vogliamo essere noi stesse
– Vogliamo scioperare
– Vogliamo educare
Come è vissuta oggi la maternità?
Come la battaglia delle donne ha influenzato la nostra attuale concezione?
Cosa rivendicano, oggi, i movimenti femministi?
La rivendicazione della propria soggettività, rende libere le donne dall’oppressione e dalla
maternità: in buona sostanza, ciascuna, può, consapevolmente decidere per se stessa se essere madre
oppure, ad esempio, “preferire scrivere un libro, piuttosto che fare un figlio” (cit. dal libro “Madri
cattive” di Caterina Botti).
Caterina Botti, Professoressa associata di Filosofia morale presso l’Università “La Sapienza”
di Roma, dove insegna Bioetica ed autrice del libro “Madri cattive”, analizza attentamente il tema
della gravidanza e della bioetica.
Dal suo intervento, che personalmente ho trovato essere uno dei più interessanti di tutto il
Laboratorio, emerge quanto le donne debbano essere considerate un “soggetto morale”, cui va
riconosciuto il ruolo principale di sapere operare in autonomia scelte responsabili durante lo stato
della gravidanza, prima, e del parto, dopo.
La maternità, così oggi come è concepita, è, in primis, quindi una scelta libera e consapevole.
Personalmente credo che l’essere genitore è davvero qualcosa di eccezionale, per quanto mi
riguarda!
Si tratta di un’esperienza intrinseca di contraddizioni perché diventiamo “qualcosa” che prima
non eravamo: viviamo, allora, momenti intensi, emozionanti, ricchi ma anche frustranti e
destabilizzanti.
Ripeto, questa è la mia personale visione: è inconcepibile pensare che, su questo tema, la
visione e le esperienze delle donne siano univoche.
Ciò che mi ha colpito e che condivido di quanto ha scritto la Professoressa Caterina Botti, è
che non esiste il paradigma “donna incinta, uguale buona”.
Credo, piuttosto, che ciascuna donna sia in grado di vivere la propria responsabilità dell’essere
“madre” in quella che è una relazione intima che il feto.
Questa responsabilità e tutto ciò che ne consegue (soprattutto per quanto riguarda le fasi del
parto), non sono demandabili a nessun’altro!
Oggi si può diventare madri in tanti modi, grazie a nuove competenze ed ai progressi nel
campo della bioetica.
Si pongono, quindi, problemi di ordine etico diversi e si rende necessaria una riflessione nuova
e una trattazione attenta attorno al tema della maternità e della genitorialità, attraverso punti di vista
diversi.
Il femminismo, come ha detto la Dott.ssa Barbara Bonomi Romagnoli durante una lezione del
Laboratorio, non esclude o combatte a priori la “famiglia”; ne contesta solo lo stereotipo che ci
obbliga a vederla sotto un’unica prospettiva, come se per noi donne fosse già inesorabilmente
tracciato un unico, predefinito percorso.
L’approccio femminista, invece, è declinato in modi differenti: è un approccio “posizionato”
perché si esprime a partire da “sé”, dall’esperienze e dal vissuto di ciascuna donna.
Partendo proprio da questa soggettività, quindi, ed in interazione e interlocuzione con tutte le
altre identità, è possibile elaborare percorsi di liberazione da qualsiasi forma di oppressione che
coinvolge anche la famiglia stessa, tenendo sempre presente che la teoria non è mai scissa o separata
dalle pratiche che possiamo mettere in campo.
Ricorrere la “normalità” equivale a rincorrere i dogmi che la società tenta, quotidianamente,
di imporci.
Le diverse identità debbono, invece, essere fluide, mai confuse, ma libere di nominarsi senza
sentirsi incasellate in categorie.
Lo sciopero transnazionale indetto dalle donne, l’8 marzo 2108, è il punto di partenza (non
certo di arrivo!), del potere femminista che si oppone fortemente ed a gran voce al sessismo ed al
razzismo, qualunque esso sia.
Il femminismo, in Italia ma non solo, è tornato alla ribalta e va ponendo le basi per sovvertire
e mettere in crisi tutte le gerarchie e i rapporti di potere di stampo patriarcale.
Le donne, partecipando attivamente ed in prima persona ai processi costitutivi e produttivi di
diritto, ciascuna con la propria identità, diventano protagoniste di un miglioramento che riguarda non
soltanto loro stesse, ma l’intera società, poiché, ricordiamoci, i diritti umani sono un patrimonio
collettivo da difendere e preservare.
Concludendo…
Vorrei concludere queste riflessioni esprimendo quello che, personalmente, sento essere di
primaria importanza e che credo debba andare di pari passo a tutta una serie di riorganizzazioni
strutturali ed istituzionali che, oggi, le donne pretendono.
Mi riferisco al difficile compito di educare le generazioni di domani: non avremmo mai un
radicale cambiamento sociale se prima non “investiamo” su quelli che saranno i nostri futuri cittadini.
La famiglia, per prima, come nucleo sociale primordiale dell’individuo, il mondo della scuola
e delle istituzioni, a seguire, hanno indiscutibilmente il compito di educare i giovani.
Si rende necessario attuare un ripensando di un sistema educativo e formativo diverso, basato
su principi anticlassisti e antirazzisti, aperto ed in grado di educare ad una pluralità di soggetti diversi
fra loro.
E’ impensabile poter ottenere tutto questo senza fare una critica al linguaggio che noi usiamo
tutti i giorni: un linguaggio fortemente sessuato!
Capire questo è estremamente importante, poiché non si tratta di un problema meramente
formale, come spesso tentano, anche i media, di volerci trasmettere, ma, direi, piuttosto sostanziale.
Dobbiamo fare nostro ed adottare ora, subito, con i nostri figli e in tutti i contesti sociali in cui
ci relazioniamo, un linguaggio diverso, non sessista, non discriminatorio delle diversità, che non si
avvalga di un “universale” da imporre a tutte e tutti!
E’ quasi d’obbligo un ringraziamento per questo percorso formativo e di laboratorio intenso,
la cui riuscita, credo personalmente, sia dipesa dal fatto che siano intervenuti tanti relatori, alcuni
anche a titolo personale e figure professionali (sociologhe, sociologi, storici, storiche, filosofe…)
diverse fra loro che hanno garantito una visione globale e da più punti di vista, di temi così importanti
e altrettanto delicati.

Redazione

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