Author: alessandra-chiricosta

  • Spazi femministi sotto attacco – Audizione alla Commissione FEMM del Parlamento Europeo

    Spazi femministi sotto attacco – Audizione alla Commissione FEMM del Parlamento Europeo

    Qui di seguito riportiamo materiali video e i documenti degli incontri avvenuti il 3 settembre presso il Parlamento Europeo di Bruxelles, in occasione dell’audizione delle Case e delle organizzazioni delle donne presso la Commissione FEMM (diritti delle donne e uguaglianza di genere) del Parlamento Europeo. L’incontro è stato organizzato dall’eurodeputata e attivista femminista Eleonora Forenza, e dal suo gruppo GUE/NGL.

    In seguito all’audizione, La Commissione ha deciso di inviare una propria missione in dicembre in visita alla Casa Internazionale delle Donne a Roma e negli altri luoghi le cui rappresentanti sono intervenute oggi.

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    Comunicato delle delegazioni presenti a seguito dell’incontro

    Bruxelles, gli spazi delle donne in audizione presso la commissione FEMM del Parlamento Europeo – diritti delle donne e parità di genere. #luchaysiestanonsivende #lacasasiamotutte #buscemidimettiti
    Ieri a Bruxelles la commissione FEMM del Parlamento Europeo, su invito della deputata Forenza, ha audito una delegazione composta da Casa Internazionale delle donne (Roma), Casa delle donne Lucha y Siesta (Roma), Centro donna Lisa (Roma), Centro donne Dalia (Roma), Assolei ONLUS (Roma), Casa della donna (Pisa), Casa delle donne (Viareggio), Pronto Donna (Arezzo).
    La delegazione è stata ascoltata con attenzione e interesse da parte di molte parlamentari che hanno riconosciuto l’importanza dei luoghi delle donne, senza i quali non è pensabile una politica di gender mainstream; le europarlamentari hanno dato forma concreta alla solidarietà con la proposta di una visita ufficiale a Roma nel prossimo Dicembre che attraverserà i diversi spazi a rischio, e con un impegno politico e pratico nel sostenerli.
    Nel corso dell’audizione si è evidenziato il grave attacco sistematico che i luoghi femministi italiani stanno subendo, segno del progressivo restringimento degli spazi di autonomia e libertà.
    Le politiche in atto intendono cancellare tutti i luoghi che, costruiti sulla solidarietà e il mutualismo femminista, promuovono cultura e inclusione, sostengono l’autonomia e l’autodeterminazione e contrastano la violenza maschile sulle donne.
    Sentiamo ancora più forte l’urgenza di difendere questi presidi di democrazia contro la logica del profitto e la deriva razzista, sessista e autoritaria che caratterizza questa fase politica in Italia e, più in generale, a livello globale.
    Proprio per questo siamo consapevoli che per essere efficace la nostra lotta dovrà avere una dimensione transnazionale e basarsi sulla costruzione di reti femministe.

    Le delegazioni presenti.

     

    RESOCONTO DELLA CONFERENZA STAMPA 1 giugno 2018

    Il giorno 1 giugno u.s., alle ore 11,30 si è svolta una affollata e partecipata Conferenza stampa presso la Casa delle Donne per fare il punto sulla situazione.

    La Presidente e le donne del Comitato di gestione della Casa esprimono la soddisfazione per la grande partecipazione di Associazioni, forze sindacali e politiche, anche tramite alcune consigliere comunali, e singole/i cittadine/i e per i numerosi e forti interventi a sostegno della causa che hanno confermato la straordinaria solidarietà manifestatasi attorno alla Casa in seguito alle ultime vicende.

    Sono presenti : Comune di Massarosa – Assessora al Sociale Simona Barsotti; Comune di Camaiore – Consigliera Patrizia Gemignani; Partito Democratico – Elisa Montaresi, Marco Betti, Antonio Batistini (indipendente); M5S – Anna Maria Pacilio; Forza Italia – Alessandro Santini; Partito Comunista Italiano – Isaliana Lazzerini; Coordinamento Donne S.P.I C.G.I.L – Giovanna Buffoni; Medicina Democratica – Massimo Mencarini; ANPI – Cristina Boncompagni; Consultorio trasgender – Regina Satariano; GUV – Maschile Plurale –Franco Fazzini; Arci – Rossana Pezzini; Il mondo che vorrei – Marco Piagentini; Cantiere Sociale – Claudia Galli; Libera – Patrizia Chiappini; Coldiretti, Donne ImpresaFrancesca Buonagurelli; Mi curo di me – Siria Perretti

    Ha aperto la conferenza stampa la presidente Ersilia Raffaelli che, al fine di una corretta informazione alla cittadinanza, ha ripercorso le tappe  della vicenda relativa alla vendita della Casa delle donne, sottolineando in particolare come, dal Consiglio Comunale del 19 marzo u. s., in cui fu sancita l’inclusione della Casa fra i beni alienabili, non vi sia stata alcuna convocazione da parte dell’Amministrazione per dare inizio all’asserito percorso condiviso.

    Questo nonostante la Presidente abbia inviato al Sindaco Giorgio Del Ghingaro una richiesta di incontro, richiesta peraltro protocollata. Non vi è stata risposta ed anzi, ad una sollecitazione verbale in occasione di una riunione istituzionale, vi è stato un chiaro diniego. Anche al Vicesindaco Alberici è stat rivolta la stessa richiesta in modo informale, ma la risposta è stata la stessa. Poi ancora il silenzio.

    La Presidente ha quindi ribadito la mole e  la qualità del lavoro svolto con alta professionalità dalle operatrici volontarie del Centro Antiviolenza “L’una per l’altra”, unico in Versilia, attraverso i numerosi colloqui con le donne che vi si rivolgono per uscire dal circuito di violenza, fornendo anche i dati, già molto alti, dei primi mesi dell’anno in corso; ad esempio da gennaio sono 160 i colloqui svolti.

    Si tratta di una ricchezza insostituibile per la città e la Versilia tutta, da valorizzare anziché indebolire. Avere messo infatti l’immobile ormai storico della Casa delle Donne nell’elenco degli edifici alienabili, non è frutto di un obbligo, bensì di una scelta politica, tanto più in un momento in cui, a dichiarazione del Sindaco, il Comune è uscito dal dissesto.

    Ersilia Raffaelli ha sottolineato anche l’importanza e il particolare significato del fatto che il Centro Antiviolenza risulti inserito all’interno di una Casa delle donne, ricca da più di vent’anni di numerose altre attività di ogni genere, dai corsi di lingua, a quelli di artigianato, dal corso di italiano per  donne straniere al giardinarte e agli incontri culturali. Qui una donna può accedere al Centro Antiviolenza senza che la sua intenzione venga subito identificata, dato molto importante per situazioni in cui la segretezza è essenziale. Qui le occasioni di incontro  tra donne sono innumerevoli ed innumerevoli pertanto le occasioni di coinvolgimento, socializzazione, di scambio di saperi. Può accadere che si segua un corso o si acceda al percorso di fuoriuscita dalla violenza e poi si decida di mettere a disposizione delle altre il proprio sapere e divenire maestre.

    Essere una Casa delle donne e mettere al centro la libertà femminile non significa tuttavia chiudersi agli uomini. Al contrario, significa la volontà di intrecciare con gli uomini relazioni diverse, fondate sull’incontro e sul confronto nel rispetto delle reciproche differenze.  Vi è per esempio una ormai lunga collaborazione con il gruppo di uomini, facente parte dell’Associazione Nazionale Maschile Plurale, che da tempo a Viareggio riflette, a partire da sé, sulla possibilità di un nuovo modello di mascolinità e con il quale il Centro Antiviolenza ha organizzato interventi di prevenzione nelle scuole.

    Per tutti questi motivi, l’edificio della Casa delle donne e delle cui necessità e criticità via via presentatesi le donne si sono prese cura in questi anni, risponde pienamente alle molteplici attività e sfaccettature che vi risiedono.

    Un’eventuale altra sede, per la cui visione ci siamo finora inutilmente dichiarate disponibili, dovrebbe non solo tener conto di tutto questo, ma, nel caso, prevedere la possibilità di un ampliamento, dovendo il cambio rispondere semmai alla volontà di un riconoscimento e di una ‘promozione’. Del resto, se esistesse un edificio più grande, più funzionale e più efficiente non si capisce perché non dovrebbe essere venduto quello.

    La Presidente passa poi a elencare tutte le dichiarazioni di appoggio che ci sono giunte, tra cui quella del Consiglio Regionale Toscano, attraverso una mozione votata all’unanimità, che ha impegnato la Giunta ad adoperarsi per risolvere la situazione in cui si trova la Casa. In seguito c’è stato anche un incontro con la Commissione Regionale Pari Opportunità, che in un testo scritto ha espresso sostegno.

    La Presidente fa poi riferimento alla costituzione della Commissione P.O. del Comune di Viareggio, in cui è stata chiamata a rappresentare la Casa delle donne e di cui si dovrà vedere poi l’orientamento rispetto alla vicenda della vendita.

    Al termine dell’intervento la Presidente elenca le attività previste in questo ultimo periodo prima della breve chiusura estiva, tra cui l“open day” di giovedì 14 giugno p.v., un intero giorno di apertura della Casa alla cittadinanza perché chiunque voglia possa venire a vedere e rendersi conto di persona di ciò che viene fatto.

    Naturalmente è invitata l’Amministrazione Comunale e sarebbe  gradita la visita del Sindaco, che è venuto solamente in occasione della campagna elettorale in una riunione a cui erano invitati tutti i candidati. E’ solo attraverso un incontro diretto, venendo, guardando, interloquendo che si può davvero capire una realtà come quella della Casa e del Centro Antiviolenza, al di là delle chiacchiere e dei sentito dire.

    La Presidente ricorda quindi i buoni rapporti avuti prima d’ora con tutte le Amministrazioni Comunali succedutesi a partire dal 1996 e pensa in particolare a una di queste, partita con intenti abbastanza ostili e che poi, conosciute le attività svolte, ha cambiato totalmente atteggiamento.

  • Movimenti e pratiche di solidarietà oltre i confini, la gerarchia, il potere- Intervista con Chandra Talpade Mohanty

    Introduzione

    L’incontro con Chandra Talpade Mohanty è avvenuto un anno fa, il 22 Maggio del 2015, in occasione della sua visita a Napoli, dove era stata invitata dalla rete Deco[k]now [1] nell’ambito del ciclo di seminari intitolato “Gli studi postcoloniali e la questione della soggettività politica nella teoria radicale”. Nella lezione dottorale tenuta all’Università L’Orientale (che qui diffondiamo e rendiamo di libero accesso) Chandra Mohanty aveva affrontato, da una prospettiva femminista e postcoloniale, un’analisi dei regimi securitari nelle zone di frontiera, focalizzandosi sulle dinamiche della governamentalità e sui movimenti di resistenza nelle zone situate tra Messico-Stati Uniti, tra Valle del Kashmir-India e tra Gaza-Israele.
    La mattina seguente alla lezione, l’abbiamo incontrata prima della sua partenza da Napoli, per condividere con lei una colazione e delle questioni. Le domande che come gruppo che cura l’ Atelier Iaph-Intercultura avevamo elaborato e che ponevamo all’autrice di Femminismo senza frontiere si trasformavano immediatamente in questioni rilanciate a noi proponenti. La curiosità mostrata verso le nostre vite e esperienze politiche e la postura amichevole di ascolto e parola hanno rotto rigidità nel dialogo, e fornito lo spazio empatico di una piena vicinanza generando fluidamente dei modi circolari di conversazione imprevisti, in un’appassionata, immediata e impensata alleanza. L’asse dell’intervista, come lo avevamo immaginato prima dell’incontro, è stato invertito. Siamo state noi a ricevere delle interrogazioni rigorose e urgenti dalla”intervistata”, seguite da un assunto: «Se non si ci si pone certe domande, il rischio è di stare dalla parte sbagliata della storia». Durante questo scambio politico riteniamo che alcuni argomenti cruciali siano emersi e li proponiamo di seguito come questioni fondamentali che sfidano il presente: quali sono i metodi per creare una concreta solidarietà femminista transnazionale nell’interconnessione tra lotte? È minimamente possibile oggi abbracciare i femminismi senza dirsi antirazziste e anticapitaliste? Come dare l’attenzione necessaria alle comunità marginali, in un rovesciamento di privilegio epistemologico importante? Che senso ha partire dalle dinamiche interculturali, dalla migrazione in un’ottica di genere e occuparsi seriamente del funzionamento della violenza epistemica e del funzionamento del potere, in connessione al tema dello sfruttamento? Come ridefinire, per superarli, gli stretti confini perpetuati dal modello eteropatriarcale dello Stato-Nazione?
    L’incontro con Chandra Mohanty non ci ha fornito delle risposte. A noi ha piuttosto consegnato una serie di interrogativi che abbiamo sentito chiamarci parimenti in causa, non come ricercatrici universitarie ma come persone consapevoli e partecipi di una lotta comune da portare avanti ogni giorno senza chiusure, insieme ad altre e altri, unendoci nelle diversità. Decolonizzando pratiche e saperi, tendendo alla produzione di differenti valori oltre quelli dominanti, in ogni parte del pianeta e a partire dalle differenze, ad ogni livello della società e in ogni aspetto della vita.
    Interrogazioni di senso come queste sono presenti dalle prime righe del dialogo e sono suggerite come indicazioni di metodo. Le pubblichiamo qui per proporle alle attiviste, agli studiosi, ai ricercatori e alle ricercatrici militanti, alle femministe in Italia dentro e fuori l’accademia, per riflettere sulle basi attuali delle pratiche dell’internazionalismo e della ricerca politica, per riposizionarle sull’oggi nel qui e ora ma richiamando ad uno sguardo di ampio raggio decentrato in apertura verso l’altrove.

    Alessia Drò*

    *un ringraziamento particolare a Lucia Turco che ha proposto e accompagnato questo incontro


    [1] Deco[K]now è una rete di ricercatrici e ricercatori con lo scopo di attivare pratiche teoriche finalizzate alla decolonizzazione dei saperi e di avviare un percorso di liberazione della conoscenza attraverso inchieste legate al lavoro critico e alla lotta politica a partire da contesti concreti e locali per immaginare spazi di soggettività comune. Per info http://www.decoknow.net/

     

    Come sai, discussioni sugli approcci femministi interculturali e postcoloniali non sono troppo diffuse nell’attuale dibattito femminista italiano. Come Atelier Intercultura in Iaph, vorremmo sviluppare in Italia uno spazio di incontro, di risonanza, a partire dalla connessione di diverse e dislocate esperienze di lotta e di ricerca situate. Da un lato per criticare- da una prospettiva interculturale- un modo eurocentrico di produzione dominante dei saperi, dall’altro per creare un’apertura verso pratiche di apprendimento alternative, stimolando nuovi incontri e nuovi contributi politici di ricerca. Con i tuoi lavori, già a metà degli anni ’80 e poi successivamente, ci hai dato orientamenti preziosi sui modi in cui la critica all’eurocentrismo possa decolonizzare il discorso femminista egemonico

    Quello che mi domandi credo abbia molto a che fare con quel salto generazionale di cui abbiamo parlato, quando ti ho chiesto il vostro posizionamento all’interno del femminismo italiano in una prospettiva postcoloniale e anticapitalista. Le generazioni più giovani, dunque, mi sembra che qui in Italia stiano portando un punto di vista meno eurocentrico; ma posizionamenti particolari e dislocati appaiono talvolta ad altre come se non abbiano niente a che vedere con e come se non abbiano niente da dire al femminismo italiano e alle questioni che affronta.
    Innanzi tutto il lavoro che io porto avanti da tempo è sistematicamente anticapitalista. Però, ci sono molte pensatrici femministe postcoloniali che non lo sono, e non c’è una presa di posizione specificatamente antirazzista e anticapitalista.

    C’è forse una specie di modo di universalizzare il femminismo che deriva dalla sua storia italiana e dal modo in cui ci si concepisce come italiane ed europee. Qui la sfida si pone in termini di voci e di critiche che vengano non solo dal fuori, ma che necessitano, dal di dentro, di dare precisa attenzione alla vita delle donne nelle comunità marginali, nelle periferie, che stanno teorizzando le loro prese di posizione, le loro pratiche, in relazione ad una cornice più ampia. Se no quello che fai, teorizzando, corre il rischio di colonizzare le esperienze delle donne che vivono altrove, in India, in America Latina. Allora io mi chiedo: come si sta affrontando lo scenario della razzializzazione qui in Italia e cosa significherebbe per voi teorizzare le lotte femministe a partire dai luoghi di quelle persone marginalizzate? E’ questo un progetto che il femminismo italiano dovrebbe intraprendere e iniziare? Perché, se non lo iniziasse, allora significherebbe, oggi, essere dalla parte sbagliata della storia. Significa essere dalla parte sbagliata della storia se non si fa attenzione a cosa succede in Italia e in Europa rispetto alla questione delle migrazioni. Perché la questione delle migrazioni riguarda anche il genere: i migranti non sono solo “ i migranti”.

    La domanda da porre sarebbe: in questo contesto, da quali luoghi possiamo far partire un’analisi anticapitalista femminista antirazzista? Da quali luoghi e contesti? Tu stai pensando a spazi o a comunità, alle relazioni di vicinato a Roma? Posso fare un esempio concreto: a Roma son stata nel quartiere dell’Esquilino, uno spazio visibile sotto una prospettiva di genere. C’erano molti uomini, poche donne. Ci son quindi molti spazi dove potremmo chiederci, in primo luogo, dove siano le donne. E poi anche potremmo chiederci: quali sono i problemi importanti per le donne in quelle comunità? Cosa affrontano quotidianamente? E le femministe italiane come stanno in queste situazioni? Sono utili a queste donne? E, se non lo sono, questo è un problema. Quindi, ancora, la questione è: il femminismo è una politica che è solo di chi ha potuto teorizzare sul femminismo o è una politica radicale che ha bisogno di essere rilevante e polivoca, perché il mondo non è univoco? E’ una politica che deve fare attenzione alla storia coloniale e ai panorami di razzializzazione che esistono, oggi, in Italia?
    Penso che questa sarebbe una domanda da porsi. Mentre, per parlare proprio di femminismo transnazionale, per dire come funziona, come possa creare una rete di connessioni oltre il concetto di “sorellanza”, ti posso raccontare subito il progetto collaborativo messo in piedi con la mia collega-sorella femminista Linda Carty.

    Il nostro progetto ha fatto nascere una genealogia materialista e collettiva di pratiche femministe transnazionali che vanno oltre le nozioni romantiche di sorellanza. Si tratta di un progetto che si basa sui dialoghi intrapresi con studentesse-attiviste femministe di tutto il mondo che riflettono nel loro specifico sui contatti esistenti tra istanze di giustizia sociale riguardanti l’economia, l’antirazzismo, l’anticapitalismo oltre e attraverso i confini nazionali.
    E c’è un capitolo iniziale contenuto nel libro The Oxford Handbook of Transnational Feminist Movements, 2015 che si concentra su un filo conduttore che attraversa tutti i nostri dialoghi: le anatomie dello spossessamento e della violenza nell’era del neoliberismo, e in particolar modo, le sfide connesse che questa pone alle femministe situate in vari luoghi e contesti geopolitici del mondo. Noi crediamo che sia questo particolare contesto contemporaneo a permettere di vedere più chiaramente, attraverso analisi sociopolitiche, la produzione di conoscenza femminista riflessa in differenti angoli del mondo. Questo ci permette di creare una cartografia, una mappa dei contatti e delle lotte femministe transnazionali e ottenere così la possibilità per una reale solidarietà attraversando i confini, basata sulla giustizia e sull’attenzione al potere nelle specificità e differenze storiche. Molta della produzione di conoscenza femminista transnazionale organizzata sul campo da donne di colore ha criticato il femminismo e altri movimenti sociali: queste critiche hanno avuto un impatto forte e hanno cambiato tanto il più ampio panorama socio-politico quanto i contesti intellettuali, trasformando così il movimento femminista in sé.

    Certamente, le questioni che ci chiediamo oggi riflettono un modo di teorizzare femminista transnazionale che è direttamente legato alle, e spesso emerge proprio dalle lotte reali, e dall’impegno politico nelle battaglie portate avanti da diverse comunità.
    Sto pensando poi che il nostro progetto in corso sviluppa anche un archivio video digitale, chiamato Femminist Freedom Warriors. Questo archivio digitale, primo nel suo genere, consiste in una serie di interviste con donne ispiranti, chiamate, appunto, guerriere per la libertà, le cui lotte sono profondamente interconnesse, anche se i loro contesti e luoghi geografici di riferimento potrebbero sembrare non connessi. Usando la storia orale per documentare le vite e l’impegno politico delle attiviste femministe del XX secolo e del presente, Feminist Freedom Warriors cerca di portare l’archivio video femminista dentro il contemporaneo contesto digitale; queste donne, da noi chiamate Freedom Warriors, sono state filmate nelle conversazioni con noi, loro contemporanee. Le sorelle che hanno lottato e lavorato insieme per più di 4 decadi. Tutti questi elementi si combinano per creare un progetto diverso, d’enorme importanza, ad ora l’unico archivio digitale femminista con questo scopo. Feminist Freedom Warriors si vuol dedicare in primo luogo a pratiche pedagogiche contemporanee per le femministe del futuro, ma ha anche lo scopo di ospitare storie attraverso un dialogo con femministe il cui lavoro è profondamente ancorato al passato. Questo progetto incorpora, secondo me, una prassi femminista transnazionale e promuove una visione collaborativa a livello teoretico e metodologico che stimola il pensiero e l’organizzazione attraverso diversi contesti e paesaggi geopolitici.

    In ogni caso, per rispondere alla domanda che ci interroga su come può la critica all’eurocentrismo essere applicata al femminismo, penso che questo dipenda da a chi vuoi indirizzarti, che tipo di politica femminista vuoi portare avanti, perché c’è una cornice coloniale che crea fraintendimenti ed equivoci: in ciò che significa essere europeo, in ciò che significa essere italiana. C’è un modo di intendere esclusiva quell’identità, in un accesso esclusivo. Pensiamo al sistema della cittadinanza: c’è chiaramente una connessione con il potere in questo. Ma lascerò da parte le questioni molto teoriche, perché ora sono interessata a capire che esempi possono essere usati per intendere una prospettiva postcoloniale femminista e transnazionale, sulla quale ho lavorato.
    Io penso che non si possa avviare una politica radicale femminista se non si fa attenzione a sistemi multipli e intersezionali di oppressione, perché sono questi i sistemi che hanno a che vedere con persone di differenti nazionalità, classe, provenienza, situazione, etnia, con diversi vissuti: esperienze differenti, specialmente vissute da donne.
    E quello che posso dire è che se non troviamo modi di capire come le persone possano fare teoria critica dai margini, per come funziona il potere, ci saranno problemi che non verranno mai visti e capiti.

    A Roma, nella zona di Piazza Vittorio, ho visto un sacco di persone provenienti dal Bangladesh e dall’Africa. Capisco che sia difficile entrare in contatto con queste comunità, ma mi chiedo comunque se ci siano persone di lì che vanno, per esempio, all’università a Roma, ma che hanno radici in quelle comunità, e che, magari, stando all’università, possono essere approcciate come tutte le altre persone, non parlo di incursioni nelle comunità, ma mi riferisco al guardare alle zone liminali. Immagino sempre che non siano intoccabili queste comunità, immagino che ci siano persone in queste comunità che hanno fatto un passo fuori, e che forse pure son state punite, chissà, per questo, voi anche lo sapete bene, che ci sono persone che lasciano casa.
    Per vedere certe cose circa la tua casa, la devi lasciare: non le vedi se stai là dentro tutto il tempo. Tu per esempio, Alessia, sei andata a vivere e fare ricerca politica in Argentina e hai visto situazioni totalmente differenti rispetto a quelle che avresti visto se avessi continuato gli studi qui. Quindi se tu fossi rimasta qua, certamente, non sarebbe stato lo stesso.

    E in un nuovo contesto, direi che è importante non pensare mai come scontato che le persone portino avanti vite normalizzate o, come molte pensano, che le donne siano sempre controllate e segregate. Io cercherei sempre di tentare di capire: cosa significherebbe per voi partecipare a degli incontri politici in quegli spazi che ho elencato prima? Per esempio, andare in quelle loro organizzazioni politiche, anche solo come partecipanti.
    Faccio questo esempio perché questo ha a che fare con lo stare in situazioni che ti mettono a disagio, nelle quali non riusciresti ad esprimerti inizialmente e in cui tu sei un’ outsider e marginale.

    Provare questa importante sensazione di marginalità, che va ricercata di continuo, fa sì che si inizi un processo in relazione per cui tu cominci a comprendere gli altri, le altre, e loro comprendono certe cose su di te. Credo che il modo in cui si possa veramente costruire la solidarietà non sia in astratto, ma che si dia nei termini di rischio di sé e nel mettersi in situazioni dove emerge un’autentica voglia di capire che cosa succeda, senza pensare che le persone lì non siano coscienti della situazione e che io debba insegnare loro qualcosa.
    Bisogna partire dall’ammettere che non sappiamo cosa stia succedendo e che il modo per capirlo è sicuramente il mettersi in profondo ascolto, per tutto il tempo che è necessario. Penso che se noi non abbiamo conversazioni con le persone che non sono come noi, e che specialmente stanno in differenti relazioni di potere, allora ci saranno sempre parti del mondo sociale che non capiremo mai. Questo ha delle conseguenze sul nostro modo di pensare al cambiamento di cui abbiamo bisogno oggi, e influisce sul modo di arrivare alle teorie che elaboriamo. Quindi, nell’analizzare un passaggio generazionale in chiave postcoloniale nel femminismo italiano, non possiamo dire che è problematico il fatto che si stia portando avanti un’ottica colonialista: il modo in cui la politica femminista si è articolata nel passato è stato utile. Ha portato ad un modo attraverso cui comprendere il mondo, e a liberarsi da particolari situazioni patriarcali, quindi non è che ci sia qualcosa di sbagliato in questo. Le persone vivono delle loro categorie. È sbagliato pensare che queste categorie di pensiero debbano essere valide e funzionare per tutte. Così facendo, non ci si accorge per esempio di quelle donne marginali e delle loro resistenze anche quotidiane. Donne che proprio in base ai preconcetti categorici non sarebbero definite “femministe”, perché non si comportano nei modi che son stati considerati “liberati”, e che per questo sarebbero considerate erroneamente, di fatto, completamente oppresse. In questo senso funziona una struttura coloniale eurocentrica. Perché questa sia interrotta, però, c’è bisogno di interventi dall’esterno di questa struttura.

    Talvolta, nel panorama italiano, si rimane anche focalizzati su categorie secondo un ordine gerarchico, come quella di razza, che verrebbe prima del genere. In questo modo non ci si sta neanche minimamente avvicinando a un’ottica e ad un approccio intersezionali.
    Questo, in certi casi, è qualcosa di simile a ciò che è storicamente capitato negli Stati Uniti.
    I movimenti delle donne non entravano in contatto con i movimenti antirazzisti, con le donne razzializzate e di colore.  Il movimento nero dei diritti civili non aveva un assetto antipatriarcale. Questo d’altronde è comune a molti movimenti del Sud globale.
    Per esempio, quando parlavo a L’Asilo di alcuni movimenti antirazzisti che stanno prendendo piede ora negli Stati Uniti, lì è davvero possibile vedere il risultato di decenni di pensiero e organizzazione. Ci sono ora grandissimi movimenti sociali che parlano di come la vita delle donne nere conti e sia importante, perché i risultati ottenuti delle donne nere sono un punto focale d’entrata in uno spazio epistemologico e di esperienza. Un punto importantissimo di entrata che dovrebbe essere preso in considerazione da molti movimenti sociali, per rendere visibile il modo in cui si manifesta lo Stato e la violenza di Stato nelle sue multiple forme.

    Per iniziativa della Casa Bianca, dopo l’elezione di Obama, hanno preso piede attività che si stanno focalizzando sugli uomini neri e sulla loro criminalizzazione e detenzione in carcere. Ma anche questo focus antirazzista ha cancellato la condizione delle donne. La situazione delle donne è totalmente trascurata. Per render conto di come le vite nere contino[2], bisogna analizzare come la vita delle donne nere sia importante da capire in ogni aspetto, in modalità diverse, perché le loro esperienze di vita sono totalmente differenti, in molti modi: l’accesso che le donne hanno ad un certo tipo di risorse, per esempio. Rispetto alla condizione nelle carceri, spesso vengono rinchiuse madri single con figli. Un gran numero di donne è messo in prigione per crimini di droga, e, nella maggior parte dei casi, la ragione è che nascondono droga per i loro compagni o mariti. Penso a quando la polizia entra nelle case: se la donna è sola, lì, lei si trova a proteggere tutta la famiglia.

    Ci sono diverse esperienze che le donne vivono e che hanno a che fare con il sistema su più livelli, e che non hanno niente a che fare con l’esperienza individuale.

    Molti temi da te posti su un piano di analisi ed esperienza mi portano a pensare ad un’ interlocuzione che stiamo portando avanti con l’esperienza del Rojava. C’è stata una Conferenza ad Amburgo il 3 Aprile, che ci chiamava a riflettere da un posizionamento anticapitalista e femminista; là le donne curde ci hanno raccontato la loro lotta per la costruzione del confederalismo democratico, una pratica di democrazia diretta e un paradigma basato sull’autodifesa, sull’ecologia e sulla liberazione delle donne, sull’autogoverno, sulle comuni, sul municipalismo assembleare e sulla co-presidenza. Ci hanno parlato di come stiano costruendo giorno per giorno le basi dell’autodifesa, e, con questa, nuove forme di produzione di sapere. Il punto è che l’incontro con l’esperienza di lotta delle donne curde sta facendo saltare le nostre categorie “occidentali” di pensiero. Il loro modo di produrre conoscenza ci fa forse capire come dovremmo riniziare a fare i conti, in nuove modalità, con la nostra storia. Quando le compagne curde parlano della necessità di un cambiamento della società tutta, credo che noi in Europa dobbiamo fare i conti con un femminismo che si è basato su un individualismo capitalistico forte e che evidenzia una frase che tu hai scritto: “si è passati dal personale è politico, al politico è personale.” E noi, infatti, collettivamente ci stiamo chiedendo, guardando alla nostra storia: che è successo in questo passaggio? Poi tutto questo ci fa pensare anche in un’ottica anticapitalista, come il concetto di Stato-Nazione sia ormai troppo stretto…le compagne curde ci invitano a riflettere su questo punto e a vedere quello che stanno costruendo oggi, a promuovere l’incontro e la diffusione delle loro pratiche.

    Mi torna tutto quello che dici e davvero attira moltissimo la mia attenzione.
    Mi viene da pensare che quello che succede nei vari collettivi di donne di cui racconti ha anche a che vedere con quello che ha fatto il movimento zapatista in Messico, dove ci sono collettivi di donne indigene, che si nominino o no come femministe, che portano avanti una mirata posizione anticapitalista e anti-statale. Ora, il movimento zapatista ha scelto di essere un movimento autonomo e di andare contro l’idea che loro siano messicani come tutti gli altri messicani. In altre parole, hanno scelto di dire che la sovranità statale in Messico non può funzionare senza che non venga data attenzione alle comunità indigene zapatiste. Hanno smosso il discorso sullo Stato-Nazione per denunciare che il modo in cui il concetto di nazione è costruito nella sua storia è un problema in sé e c’è bisogno di cambiarlo completamente sotto un’ottica anticapitalista. Però, questo che mi dici sulle donne curde, è ancora diverso. Ci mostra quanto malleabile sia il concetto di Stato-Nazione. Lo Stato e i confini sono gli unici modi attraverso cui le persone riconoscono la sovranità? La mia risposta è no. C’è una densissima storia di conoscenze indigene dal Latinoamerica, dagli Stati Uniti, e da luoghi come l’India, dove ci sono tribù indigene e comunità che hanno differenti modi di vita e hanno differenti modi di pensare alle relazioni tra loro stessi, con l’esterno, con l’ambiente. Sono visioni diverse su cosa significhi costruire una struttura di governo o cosa significhi realizzare relazioni tra persone nella società che siano umane e inclusive. Spesso queste idee non trovano luogo nel concetto di Stato-Nazione. Lo Stato-Nazione ha una storia corta, recente. Non ha una lunga vita, per molti aspetti.

    Nelle mie ricerche di oggi trovo importante parlare delle comunità, ad esempio, che vivono negli Stati Uniti e al confine, come quelle delle riserve indigene: loro considerano però loro stesse “nazioni sovrane”. Usano il linguaggio dello Stato-Nazione, perché è oggi l’unico disponibile. Però quello che loro intendono dire, e che mettono in pratica, è più corretto nominarlo “popolo sovrano”, e cioè: “vogliamo vivere come desideriamo in relazione al territorio che abitiamo, alle nostre terre. Non vogliamo essere messicani o americani”.
    Le comunità curde non hanno questi confini, naturalmente, quindi non usano gli argomenti del nazionalismo e non provvedono in senso statalista all’organizzazione di quei territori. Perché sarebbe una struttura oppressiva, perché riconoscono lo stretto legame tra Stato-Nazione e capitale globale. Oggi è in uso dire che il capitalismo contemporaneo è multinazionale, transnazionale. In realtà il capitalismo agisce attraverso gli Stati e quindi gli Stati-Nazione sono la chiave centrale per il funzionamento del capitale globale. Alla luce di queste considerazioni, alla tua domanda se io pensi che dovremmo smantellare lo Stato-Nazione, la mia risposta è: sì.
    Possiamo farlo ora? Probabilmente no. Ma in termini di teorie, penso che sia importante metterlo in questione.

    Perché andare oltre il concetto di Stato-Nazione, specialmente per come letto nel contesto della lotta delle donne curde e ragionare, a partire da un diverso punto di vista, sulla migrazione e sulle dinamiche interculturali, costringe studentesse, accademiche, attiviste femministe a decentrare le questioni delle pratiche dello Stato maschilista, delle identità nazionali, patriarcali. Porta ad immaginare alleanze al di là dei confini e a forme di solidarietà femminista tra donne.
    Se lo Stato-Nazione non è più l’arbitro della cittadinanza e se i confini geopolitici non sono più circoscritte identità politiche e culturali, le questioni della giustizia economica e sociale devono essere teorizzate come contestuali e, allo stesso tempo, attraverso i confini.
    Così, i movimenti che attraversano tali confini (come avviene nelle migrazioni) possono diventare, un tropo femminista. Questo è totalmente diverso da un’assegnazione basata sui termini di identità nazionale, come fa la maggior parte della teoria femminista decoloniale e postcoloniale. Io penso che questo paradigma ponga alcune nuove ed interessanti questioni teoretiche femministe intorno alla connettività del locale/globale. Suggerisce modi di pensiero che sono specificatamente situati, ma non localmente confinati.

    Sto pensando che questa messa in discussione dello Stato-Nazione è centrale anche in Latinoamerica, nel momento in cui si sono denunciati i governi progressisti legati alle multinazionali che finanziano politiche estrattiviste. Qui, come suggerisce anche l’antropologa femminista brasiliana Rita Segato, bisogna rendersi conto che il capitalismo nella sua finanziarizzazione globale, passa proprio dalla centralità oppressiva e violenta di direzione dello Stato-Nazione. In luoghi come l’Argentina, per esempio, lo Stato maschera la rendita derivata dalle politiche estrattive – che uccidono persone e devastano territori- in redistribuzioni pacificatorie attraverso specifici “piani sociali”: assegnano sussidi economici per le fasce più povere e marginalizzate della popolazione, creando una nuova governamentalità del debito e del controllo nelle semiperiferie urbane. Di fronte a questa consapevolezza, le lotte femministe, specialmente nelle villas, producono alternative concrete attraverso pratiche radicali di democrazia diretta, nell’organizzazione del lavoro e in ogni aspetto della vita. E penso anche ad altre lotte latinoamericane e di come, contro le politiche di privatizzazione dell’acqua del governo della Bolivia, si siano autorganizzate le comunità, come quelle in Cochabamba.

    Le battaglie dell’acqua in Bolivia sono qualcosa che conosco molto bene. Oscar Olivera è una parte importante di quella battaglia. E’ incredibile parlare con coloro che hanno fatto parte di queste lotte, perché la loro visione di giustizia economica  e sociale è completamente differente dalle concezioni ereditate dal femminismo che abbiamo nelle varie parti del mondo. E’ basata sul comprendere le relazioni tra le persone attraverso il genere, l’età, rigettando la  nozione di proprietà privata e di appartenenza di terre e territori. Questo per me è profondamente anticapitalista.
    Le conoscenze indigene, le epistemologie indigene, rifiutano l’idea di proprietà e parlano di un modo comune di vivere: con la terra, non sulla terra, non sfruttandola. Si autorganizzano in collettivi, in unione con l’ambiente, e senza intendere l’essere umano come una creatura monadica o atomizzata. Il neoliberalismo, le governamentalità neoliberali devono invece addomesticare tutto questo.
    Perciò, anche le politiche di redistribuzione, certo, diventano una forma di appropriazione o di addomesticamento e controllo. Credo sia di grande interesse guardare alle comunità in tutto il mondo che vivono oltre i confini dello Stato-Nazione o che rigettano  completamente questa definizione. E quello che trovo più radicale è mettersi al di fuori delle strettoie, fuori dai confini posti dalle definizioni e dalle concezioni di cosa significa essere un cittadino, cosa significa realizzarsi nella vita. E’ importante capire come calcoliamo questi valori, senza lasciarli misurare a chi detiene il potere in modo che le persone si limitino a scegliere tra una serie di opzioni e portare avanti una routine. Il che significa che non si può più sottostare alla narrazione che ti garantisce “è questo il modo migliore per fare le cose” perché ci son persone che non lo fanno, e stanno bene, e sono capaci di mostrarlo ad altre persone.

    A partire dal tuo discorso sui valori, mi vien da pensare alla nozione di “qualità della vita”, da te giustamente criticata come categoria astratta normante e coloniale, quando usata come indice statistico omologante. E sto pensando all’esempio boliviano, alla questione di rivalutare profondamente nuove misure della vita. Penso al Buen Vivir indigeno e ai valori che pone nella sua concezione di buona vita: il Buen Vivir è stato riconosciuto formalmente nella Costituzione della Bolivia ma è ben lontano oggi dall’essere effettivamente praticato. Come intendere l’uso che si è fatto e si fa della categoria di “qualità della vita”? Quali nuove misure di fronte ad attuali indicatori?

    Capisco a che ti riferisci. Ma sai, io penso alla categoria di “qualità della vita” come indice di misura. Credo che l’indicizzazione della qualità della vita utilizzata da molte organizzazioni mondiali (un tetto, cibo, libertà dalla violenza) sia un modo molto ristretto di intendere la qualità della vita, in una mera divisione tra ricche e povere. Perché la qualità della vita ha a che fare con la capacità di determinare le proprie vite e di fare delle scelte sulla propria vita. Ha a che fare con relazioni differenti tra le persone e una relazione differente con l’ambiente. Non vorrei che la qualità della vita divenisse una categoria teoretica, perché sarebbe allora una categoria che includerebbe solo, pensandoli al di là dei contesti geografici, in una forma globalmente accettata, i valori di qualità della vita di chi ha certi privilegi. Per certi versi, vivere a Mumbai è tanto difficile quanto vivere a New York. Il valore della moneta, certo, è diverso in questi luoghi, ma l’1% di Mumbai è paragonabile all’1% denunciato dal movimento 99%, a New York. Probabilmente è così anche a Roma. Ci sono nuove classi, create dal movimento del capitale e dallo Stato-Nazione che lo supporta. Ci sono eredità coloniali tra la crescita del capitalismo e lo sviluppo della modernità, un certo tipo di modernità europea. Pensiamo a tutte le persone coinvolte in lotte su diversi terreni: il femminismo dovrebbe lavorare a partire dalla coscienza che il genere conta e che è parte di una struttura più generale. Il contributo in questo senso è chiedersi cosa significa organizzare relazioni che siano eque e giuste, erotiche, ma non erotiche nel senso classico.

    Cosa significa allora pensare ad uno spazio democratico femminista?
    Sicuramente non è uno spazio in cui le persone prendono il tempo di quindici minuti per parlare senza dare parola alle persone più giovani.
    Nelle nostre lezioni abbiamo sviluppato una cultura che ti permette di dire: “Puoi tacere almeno per 2 secondi ora? Qualcun altro, qualcun’altra, oltre te, vorrebbe parlare!”.
    Piuttosto, questa è una domanda per voi: quanto il femminismo rimane ad un livello teoretico? Ci sono altri modi in cui il femminismo arriva alle vite quotidiane delle persone? E ha intaccato nel profondo pratiche culturali?

    Per esempio, in India, non credo che ci sia un livello teoretico del femminismo, ma ci sono moltissimi movimenti femministi nei territori, specialmente contro la violenza sulle donne, movimenti enormi. Penso ci sia molto lavoro da fare in termini di street culture, di cultura di strada. Qualcosa è cambiato nella vita domestica delle donne indiane, ma c’è una struttura dominante patriarcale molto forte ed è questo che deve esser trasformato, dalle persone coinvolte, non da quelle esterne. Ma è in termini di cultura di strada che c’è bisogno di cambiamento. In India ci sono posti in cui puoi sentirti tranquilla e altri posti in cui non lo sei. Quando vivevo in Delhi, dove son cresciuta, nei bus, veramente affollati, gli uomini cercavano sempre di tirarti, spingerti, e tu ti trovavi a stare in uno spazio ristretto o a esser pronta a dare ceffoni alla gente: puoi dare un ceffone ad un tipo, ma dico, queste situazioni devono cambiare non solo per un gruppo di donne che son educate o privilegiate.
    Per me questo è il lavoro che può fare il femminismo, non credo esistano altri movimenti che abbiano queste pratiche, queste politiche. Questa è una domanda. Ci sono altri movimenti che hanno messo al centro relazioni eque e non gerarchiche e autoritarie come centrali per quello per cui combattevano? Io non penso.

    Non so che tipo di livello di discorso ci sia in Italia su diritti civili o sulla nonviolenza. Per me, quando si pensa al movimento dei diritti civili o alle lotte anticoloniali in India, si tratta di un addestramento alla nonviolenza, alla non risposta: questa è una forma di allenamento.
    Solitamente gli uomini stavano davanti, durante le manifestazioni, ma nei movimenti dei diritti civili ci sono donne, neri, nere, studentesse bianche, che utilizzano lo stesso metodo per affrontare la polizia. Credo sia un esercizio e un allenamento per le donne mettersi nelle prime linee.

    Sto pensando alle donne Chipko, in una famosa protesta: in un parco, queste donne hanno abbracciato degli alberi rifiutandosi di spostarsi. Le ruspe non sarebbero mai andate contro di loro, ci sono certe azioni per parte di donne che fanno un uso diverso del corpo.
    Sto pensando alle donne di alcuni villaggi indiani, che hanno fondato la pratica di circondare un uomo che ha commesso violenza, per esempio. Lo circondano e lo insultano, non permettendogli di muoversi. Vanno lì con il loro corpo, oggi è una pratica ormai diffusa al di là dell’appartenenza ad una classe sociale, ma, all’inizio, le donne di classe media, a Mumbai, per autodifendersi, hanno imparato da quelle dei villaggi.

    Ho sentito alla Conferenza di Amburgo “Challenging Capitalist Modernity II” [3]l’attivista indiana Radha D’Souza raccontare dell’esperienza politica di alcuni villaggi indiani e della loro pratica di “Rigenerazione nella resistenza”. Una lotta portata avanti a favore della biodiversità e dell’autorganizzazione dei territori attraverso l’autogestione dell’acqua, contro le privatizzazioni statali delle reti idriche. Mi ha colpito una sua frase: “L’industrialismo ci dice che dobbiamo costruire in grande, e rende così sempre più insignificanti le nostre vite; mentre, per costruire in grande, bisogna partire dal piccolo.” Radha D’Souza si è posta in contrasto con il lì presente David Harvey, che nella sua relazione sottolineava la necessità di un approccio marxista economicista, basato sull’analisi del valore inteso come monetario. Lei parlava di altri valori, che non possono essere riferiti solo al macrolivello finanziario e che non possono essere sganciati da una critica all’attuale potere coloniale. Sarebbe banalizzante ravvisare nell’esempio riportato da Radha ‘D Souza una forma di localismo. Il problema sarebbe mal posto. Ci interessa molto il modo in cui tu invece usi il rapporto tra locale e globale, particolare e universale, fuori da polarizzazioni e binarismi. Il globale non si può pensare slegato dal locale.

    A proposito di questo, non so se conosci i lavori delle due geografe femministe Julie Graham e Katherine Gibson: quello che hanno fatto è aver mostrato alternative economiche al capitalismo in differenti comunità. Ne parlano nei termini di “Postcapitalist Politics”, di pratiche politiche postcapitaliste. E’interessante sapere che ci sono persone che stanno ripensando sistemi economici e politici, che stanno inventando altri modi al di là del capitalismo. Su queste esperienze portano avanti analisi in diverse parti del mondo.
    Ritengo che questo sia un modo valido di pensare, più che solo vedere, un sistema globale finanziario che è davvero difficile cambiare ad un macro livello: bisogna allora guardare ad altre comunità che stanno mettendo in piedi altri sistemi che oltrepassino il valore monetario. Possono essere sistemi come comunità agricole. Per esempio, dove io vivo, a Ithaca, abbiamo inventato un sistema chiamato “Ithaca money”: è un sistema di baratto, ma il modo in cui funziona è che se tu sei un’insegnante e devi dare un’ora del tuo tempo e hai bisogno di un martello per aggiustare qualcosa, puoi fare questo genere di scambio.
    Vivere in comunità che non hanno valori di sfruttamento, proprietà, cambia le strutture valoriali. Perché il capitalismo è una struttura valoriale.

    Penso sia importante riuscire a nominare processi ampi e strutture ampie, senza però dimenticare che queste sono sostenute dal modo in cui le persone vivono le loro vite in diverse comunità. Dobbiamo sempre dare attenzione alle lotte nei loro contesti.
    Dunque, per tornare al tema dell’universale e del particolare, come è possibile che il locale e il particolare incapsulino il globale?
    Il punto è che non capisco come si possa parlare delle caratteristiche del mondo sociale senza riferimenti alle vite concrete delle persone, che sono connotate storicamente, geopoliticamente, situate culturalmente. Non possiamo fare teoria senza questi riferimenti.
    E anche su questo consiglio un libro: è interessante da un punto di vista metodologico e politico.
    Si chiama Playing with fire di Richa Nagar, e racconta di sette donne che lavorano per delle organizzazioni non governative e che riflettono sulla loro vita e teorizzano sui metodi di produzione di conoscenza. Dà interessanti spunti per pensare nuove domande femministe.

    Proprio a proposito di metodi di produzione della conoscenza, nei tuoi lavori ti sei occupata di pedagogie del dissenso, che danno speciale importanza alle pratiche e alle metodologie di trasmissione del sapere, in termini di apprendimento esistenziale continuo. Abbiamo pensato che dai bachilleratos populares dell’America Latina, sino alla Escuelita Zapatista in Messico, un esempio è anche offerto dalla Jinologia, una forma di conoscenza prodotta nelle Akademie in Kurdistan. Come è possibile, secondo te, replicare la radicalità di queste esperienze in altri posti, come negli Stati Uniti o in Europa, dove il sapere è perlopiù e soprattutto trasmesso nei luoghi più istituzionalizzati, come le scuole e le università?

    Qui stiamo parlando della possibilità di conoscenze insorgenti o di pedagogie del dissenso all’interno di strutture formali e istituzionalizzate dell’alta educazione. Il sapere radicale prodotto attraverso strutture alternative, in America Latina come in Messico e nel contesto curdo che descrivi, ha infatti avuto successo in grande parte a causa, in primo luogo, dell’assunzione di un punto di osservazione privilegiato per parte delle comunità marginalizzate nella produzione di conoscenza. In secondo luogo, per la connessione creata tra le questioni riguardanti il potere, l’oppressione e l’ingiustizia e le questioni d’alfabetizzazione e formazione. Infine, per il fatto che le pratiche e le metodologie dell’educazione popolare resistono alle gerarchie di valutazioni e imposizioni di status e esperiscono come queste siano invece naturalizzate nell’alta educazione istituzionalizzata in Europa e negli Stati Uniti.

    Penso che i saperi radicali prodotti dentro l’educazione popolare non possano, infatti, essere replicati facilmente all’interno delle strutture normative istituzionalizzate dell’alta educazione. Ma quello che reputo possibile è la creazione attiva di comunità di educatori e educatrici radicali dentro questo tipo di istituzioni, che di fatto organizzino e insegnino secondo i principi che abbiamo elencato. E l’unico modo per cui questo possa funzionare è che la critica all’istituzione e all’università sia in sé una parte costitutiva dei saperi e del tipo di conoscenza prodotti. Così ogni forma di conoscenza insorgente dentro l’alta educazione formalizzata avrebbe bisogno di tracciare, in primo luogo, etnografie istituzionali che mappino il modo in cui il potere riempia e influenzi le pratiche, i curricula e le metodologie di queste istituzioni, ed è necessario poi connettere questo primo inquadramento a questioni sull’ etica, sull’ineguaglianza, e sulla giustizia sociale, perché siano ritenute fondamentali per la missione che l’università si prefigge. Questa è un’ardua impresa, ma conosco molte persone che stanno lavorando con questi metodi per decolonizzare l’università.

    E attualmente quali sono i temi della tua ricerca che senti urgenti e su cui ti stai soffermando di recente?

    Attualmente mi sto impegnando in numerosi progetti condivisi e collaborativi, come quello dell’Archivio digitale Feminist Freedom Warriors. Un altro importante progetto di produzione inter-istituzionale e condiviso si chiama: Democratizing Knowledge: Developing Literacies, Building Communities, Seeding Change. ( http://democratizingknowledge.syr.edu ).
    Il mio attuale progetto editoriale si intitola: Just Feminisms: Radical Knowledges, Insurgent Practices, e riguarda temi simili a quelli di cui abbiamo parlato oggi: neoliberalismo e critica radicale, decolonizzazione delle pedagogie e la politica dei saperi, prassi femministe transnazionali antimperialiste e anticapitaliste, militarizzazione, incarcerazione, le epistemologie delle femministe di colore, femminismo transnazionale, privatizzazioni e politiche di solidarietà.


    [2] Traduzione letterale di #Black Lives Matter. Mohanty fa riferimento alla campagna contro la violenza razzista verso le persone nere fondata negli Stati Uniti nel 2013 e iniziata da tre donne nere, due delle quali queer e una afroamericana. Il movimento internazionale #BlackLivesMatter si è diffuso in tutto il mondo in concomitanza agli omicidi di Ferguson e in seguito alle proteste per l’inaccettabile ingiustizia razzista commessa dalla polizia. Per ulteriori informazioni, il sito: http://blacklivesmatter.com/

    [3] La Conferenza “Challenging Capitalist modernity II” si è tenuta ad Amburgo, in Germania dal 3 al 5 Aprile 2015. Tutti gli interventi sono pubblicati sul sito: www.uikionlus.com. Per ulteriori informazioni sull’evento http://networkaq.net/

  • Chandra Talpade Mohanty –  Pensare e agire la solidarietà femminista transnazionale: nuove connessioni tra lotte di liberazione al di là dei confini dello Stato-Nazione

    Chandra Talpade Mohanty – Pensare e agire la solidarietà femminista transnazionale: nuove connessioni tra lotte di liberazione al di là dei confini dello Stato-Nazione

    Introduzione

    Il mio intervento di oggi* vuole porre al centro i metodi di una critica femminista postcoloniale e antimperialista che connetta le lotte di liberazione di diverse geografie e che dischiuda orizzonti per pensare pratiche femministe di solidarietà transnazionale.

    Ho sempre creduto che questi siano i temi del femminismo, quantomeno di un femminismo ancorato all’antirazzismo e all’impegno anticapitalista transnazionale, che mi tiene viva e mi dà speranza.

    Questa è la ragione per cui voglio iniziare raccontandovi brevemente il mio trascorso politico e personale come femminista, poiché credo profondamente che la creazione di alleanze e di solidarietà attraverso il genere, la razza e la classe, nonché lo smascheramento dei dispositivi nazionali e sessuali, possa mostrare il cammino da intraprendere.

    Essendo cresciuta a Mumbai, in India, e facendo parte della generazione post-indipendenza, è stato impossibile non essere consapevole sia dei vincoli e degli spazi coloniali (anche istituzionali), sia delle pratiche dei movimenti decoloniali, delle lotte globali e nazionali di liberazione, degli stimoli generati da una visione postcoloniale socialista e democratica. Sono arrivata a credere all’idea dei mandati generazionali.

    Per la mia generazione post-indipendenza questo mandato consisteva nel prendere in considerazione molto seriamente i problemi teoretici come problematiche di decolonizzazione, attraverso l’acquisizione di una consapevolezza forte: decolonizzare coscientemente gli spazi e vedere gli effetti che questa pratica dava.
    Quindi, per esempio, rivedere la programmazione ufficiale delle scuole superiori che raccontava solo la storia del Regno Britannico e praticamente niente sulla nostra storia locale, sull’origine della nostra comunità, mi ha portata ad analizzare gli strumenti di funzionamento del potere. Cosa lo rende visibile, naturale e normativo.

    La decolonizzazione non può mai essere un processo formale che consiste solamente nel rovesciare i governi e sostituirli con le elite locali. Deve essere un più profondo processo insurrezionale che trasforma le strutture del sé, delle comunità, delle forme di governo, a tutti i livelli. Si tratta di ridisegnare attivamente il consenso, in modo corrispondente alle pratiche di resistenza e ai processi di dominazione psichica e sociale.
    La decolonizzazione deve essere un processo collettivo ancorato nella storia indigena delle lotte, non si può immaginare di recarsi da un terapista e così decolonizzarsi. Non può essere un processo individuale, deve avvenire dentro spazi collettivi in cui si pensa e riflette sulle medesime cose e in cui ci si pone domande comuni.

    In India, gli studenti medi e gli insegnanti delle superiori, a partire dagli anni ‘60 hanno iniziato a inserire, anche nei corsi di dottorato, le letture di Fanon, Margaret Cezair-Thompson e poi Marcuse, Althusser e Said per avere altre prospettive e capire le pratiche di decolonizzazione. Il mio impegno nel movimento studentesco, contro lo stato fascista dell’emergenza imposto da Indira Gandhi, all’inizio degli anni ’70, e nei movimenti di sinistra e anticapitalisti, ha smascherato il ruolo chiave della classe, della casta e dei fondamentalismi religiosi nell’esercizio del potere statale in India.

    Il mio lavoro in Nigeria ha poi mostrato su diversi livelli le linee tracciate dal potere, attraverso il colore e la razza, fino a quando, trasferitami in Illinois negli Stati Uniti nel 1977, ho iniziato veramente a capire le politiche interconnesse ai concetti di razza, colore, classe, nazionalità, specialmente in relazione al genere e alla sessualità.
    È stato in quel momento che sono diventata totalmente una donna immigrata di colore con radici nel Sud globale, e lo dico con grande consapevolezza e chiaramente, perché queste non sono solo etichette, sono modi importantissimi di collocarsi e di intendere se stesse.

    La mia esperienza, alla fine degli anni ‘70 e nei primi anni ’80, è stata quella di una donna di colore, migrante trapiantata, che viveva negli Stati Uniti.
    Dal 1998, sono anche una cittadina statunitense e l’identificazione mi sembra sempre più fragile tanto più che oggi ci si aspetta di essere cittadini senza mai riceverne il permesso, in un mondo post-11 settembre.

    Dopo 3 decadi di vita negli Stati Uniti sono una pensatrice politica ed un’attivista che ha messo in conto i significati mutevoli di cittadinanza, identità e dissenso. Chiaramente, questi significati intaccano l’essere femminista e l’essere una cittadina statunitense, e sono multipli, con affiliazioni affettive in India e negli Stati Uniti e alla storia postcoloniale del mio paese, laddove esistono reti di solidarietà e amicizia in entrambi gli spazi, come esistono nella diaspora. L’11 Settembre ha rappresentato un “arretramento” nei confronti del sud dell’Asia, del Medio Oriente, dei musulmani.
    I miei primi incontri nelle diverse comunità degli Stati Uniti sono stati con gente di ogni etnia, specialmente con persone che condividono la mia visione politica e della giustizia.
    Ho imparato molto presto nel mio percorso intellettuale che il miglior modo di pensare e trovare strategie emerge attraverso la collaborazione con diverse comunità di persone con impegni simili e simili visioni della giustizia. Ho lavorato per creare questo “vicinato intellettuale”, ovvero vicinanze radicali al servizio della giustizia sociale. Questa definizione di “vicinato intellettuale” (intellectual neighborhood), è stata coniata da Toni Morrison, quando parla della necessità di costruire delle vicinanze intellettuali nelle quali vogliamo vivere, perché spesso non si ereditano. Specialmente se fai un certo tipo di ricerca politica.

    Ho iniziato a riflettere sui regimi securitari e sulla violenza soprattutto in seguito alla costruzione da parte degli Stati Uniti del Mega Security Wall, il grande muro di sicurezza tra il Texas del sud e il confine messicano e dopo aver sentito delle lotte degli attivisti migranti e dell’organizzazione di difesa delle donne apache, la Law Defense Organization.

    Un’organizzazione di donne indigene che vuole contenere un specifico progetto imperialista di partenariato con le multinazionali sul loro territorio. Le pratiche di militarizzazione in tale contesto, lasciano emergere similitudini con le pratiche usate presso i muri costruiti in  Iraq o Afghanistan, dove viene usato il pretesto delle guerre mondiali per mobilitare discorsi simultanei sull’islamofobia e sul nativismo.  Le lotte di questa organizzazione di donne, e la stessa costruzione del muro securitario in Texas, sono stati argomenti totalmente assenti dalla discussione pubblica, nei media e nei circuiti femministi. Ma i progetti imperialisti degli Stati Uniti non sono nuovi, le formazioni  e le operazioni globali post 11 Settembre lavorano sul protezionismo e sul terrore della guerra e sono accompagnati da militarizzazioni e ambizioni neoliberali di cooperazione: è un fenomeno che merita l’attenzione del femminismo critico.

    Regimi securitari a confronto

    Quindi in questa  relazione esaminerò tre esempi di regimi securitari: Stati Uniti, Israele e India, attraverso tre specifici sguardi geopolitici su tali luoghi d’interesse, in particolare:

    – il confine tra Stati Uniti e Messico, e le connesse lotte sulla migrazione e i diritti indigeni

    – il controllo israeliano sui cosiddetti territori occupati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza

    – il controllo militare dello Stato indiano e l’occupazione della Valle del Kashmir, come una zona di violenza normalizzata.

    In questa prospettiva, le pratiche imperialiste e statali neoliberali e militarizzate sono spesso sostenute dallo sviluppo di progetti umanitari e di peace keeping.
    Il nuovo controllo dello stato securitario funziona proprio come le democrazie imperialiste. Ogni esempio preso in esame ha collegamenti diretti con il colonialismo, spartizioni di territorio e frammentazione, nonché violenza durante il processo di costruzione della nazione.

    Quello che la scrittrice pakistana Bapsi Sidhwa chiama the demand for blood, ci fa capire come
    nei territori di confine nazionale i civili sono soggetti ad una violenza militarizzata legata alla produzione di identità e di genere, sono forze, quelle messe in campo, reazionarie e spesso razzializzate, rappresentanti di una mascolinità dominante.

    Questi tre luoghi costituiscono tutti esempi di dispute su territori occupati: hanno cruente storie coloniali e insieme illustrano un nuovo e un vecchio ordine mondiale di violenza militarizzata e di genere che dà priorità all’economia neoliberista.
    Per certi versi quello che vi presento oggi è un contributo metodologico, argomentando e trattando dei temi e spiegando come si possa guardare a tre luoghi diversi per elaborare modi di comprensione adatti ad analizzare diverse situazioni. Questo ci permetterà di capire come il potere statale e le priorità dei governi neoliberali dirigano la loro attenzione verso particolari gruppi di persone che vengono così razzializzate, marginalizzate e impoverite.

    Sin dall’inizio degli anni ‘90, con il passaggio all’economia neoliberale e alle conseguenti strategie politiche, i legami tra Sati Uniti, Israele e India, sono stati forgiati dalla visione comune di chi deteneva il potere a quel tempo nei rispettivi luoghi, quindi, negli Stati Uniti c’era Bush e i conservatori, in Israele Sharon e in India il governo hindu.

    Questi tre paesi hanno in comune una strategia geopolitica e una visione del commercio e della sicurezza che vedono nell’Islam e nei musulmani un nemico comune, una strategia inoltre garantita da alleanze economiche e militari. Ad ogni modo, in nome della protezione di cittadini, l’ideologia dello stato-nazione giustifica guerre, difesa dei confini  e regimi di incarcerazione. La connessione tra le analisi, la visione comune di giustizia transnazionale che femministe e pensatrici antipatriarcali condividono, è il punto d’ispirazione per le mie riflessioni. Non sono solo preoccupata di capire come funzionano il potere e la violenza in questi posti, sono molto più interessata a comprendere come gli attivisti e le attiviste stanno realizzando connessioni aiutandosi reciprocamente nell’analisi della situazione e nel portare avanti le rispettive lotte. Questo tipo di ricerca motiva il mio lavoro.

    Le analisi comparative sui muri e sul muro, materiale e simbolico, mostrano la costituzione del regime securitario e definiscono le avventure imperiali degli Stati Uniti. In India e in Israele riguardano l’operazione ideologica del discorso sulla democrazia.

    Ognuno di questi Paesi infatti afferma e rivendica in modo deciso un discorso democratico.
    Israele guarda a sé come al paese più democratico nel Medio Oriente e l’India, allo stesso modo, considera se stessa la più grande democrazia dell’area, per via della sua enorme popolazione, e perché dall’Indipendenza vanta il succedersi di governi democratici. Infine, gli Sati Uniti, allo stesso modo, sarebbero il Paese più democratico tra tutti.

    Questa operazione ideologica di discorso sulla democrazia suggerisce che la militarizzazione delle culture è profondamente legata ai valori capitalisti del neoliberismo e alla normalizzazione, a ciò che Arunhdati Roy ha chiamato “democrazia imperiale”.
    Se usiamo l’aggettivo imperiale con il sostantivo democrazia, abbiamo in mente già qualcos’altro riguardo a ciò che succede. La militarizzazione coinvolge sempre la mascolinizzazione e l’eterosessualizzazione come processi legati allo Stato: ecco perché un’analisi femminista è la chiave imprescindibile per qualsiasi analisi. Le disposizioni di un sistema economico neoliberista si basano sulle divisioni di genere e razza e sulla costruzione di soggettività funzionali.

    Il sistema securitario dello Stato-nazione, o regime securitario, è vincolato a strategie di connessione tra la militarizzazione dei territori, criminalizzazione e incarcerazione, per esercitare il controllo su specifiche popolazioni, rimodellando le soggettività individuali e le culture.

    Come femminista riconosco che lo stato securitario mette in moto una particolare logica di protezione legata al genere, ovvero da parte maschile rivolta su donne e minori. Una logica che sottolinea e fa appello alla protezione e alla sicurezza della nazione e che si aspetta obbedienza e lealtà nello spazio domestico secondo una dimensione patriarcale. Allo stesso tempo le guerre dello Stato contro nemici interni ed esterni, nel contesto negli Stati Uniti ad esempio, legittimano – secondo la stessa logica che riconosce il potere autoritario nell’arena domestica – le aggressioni al di fuori dello spazio familiare. L’implementazione dell’incarcerazione è vincolata anche alla prigionia presente nel campo domestico.

    In tutti questi Paesi è palese come i confini siano zone di violenza molto esplicita ma che hanno anche bisogno, per sussistere come tali, di misure di incarcerazione e addomesticamento dentro i confini dello stato-nazione stesso.

    Gli Stati Uniti investono, all’interno del proprio territorio, in un grande complesso industriale privatizzato di prigioni, mentre consolidano allo stesso tempo un regime d’invasione, tortura e punizione collettiva In Iraq e in Afghanistan. Ma questioni simili si devono porre, dopo l’11 settembre, in relazione alle cosiddette democrazie di Israele e India: nei tre contesti geopolitici lo stato ha mobilitato un’ideologia mascolinizzata e securitaria basata non solo sulla difesa della nazione, ma sulla coesione, richiedendo partecipazione e consenso alla cittadinanza.

    Questa ideologia genderizzata è ancorata alla mascolinità autoritaria o, come alcuni l’hanno definito al muscular militarism e alla ideologia patriarcale della protezione che richiede obbedienza.

    Nelle terre di confine tra Texas e Messico, a Gaza e in Cisgiordania e nel Kashmir, la presenza di particolari soggetti quali donne, indigeni, poveri, mussulmani, migranti, nonché il fenomeno della prostituzione, coinvolgono da un lato il controllo sociale e dall’altro lo spossessamento legalizzato e la morte sociale, per giustificare forme di violenza su più livelli. Potrebbe essere interessante per voi pensare a quello che sta succedendo in Europa con le migrazioni. L’economia politica degli stati securitari si focalizza fondamentalmente sul permanente abbandono di certe popolazioni asservite, che messe in cattività, sotto controllo, son poste come funzionali all’ordine neoliberale. Qui il capitalismo militarizzato è custode dello stato securitario e entrambi lavorano insieme ad accrescere i fondamentalismi, da quello mulsumano, a quello indiano, ebraico e cristiano, e si creano allo stesso tempo movimenti sociali che reagiscono alla creazione di identità neoliberali e genderizzate.

    Quindi il capitalismo è militarizzato (è importante chiamarlo così, e non solo intenderlo come un sistema economico, ma come un sistema di valori sempre connesso ad altri sistemi di regolamentazione).

    Parlando dell’Argentina nel XX secolo, Rita Arditti si riferisce all’esercizio della violenza di Stato all’interno di una cultura d’impunità. Una cultura dell’impunità si ha quando lo Stato opera senza timore e l’impunità è normalizzata attraverso domini politici illegali producendo una specie di ordine nell’ordine, una specie di stato d’eccezione, nei termini di Agamben, necessari al processo di dominazione. Questa è una forma di governamentalità dove lo Stato implementa il regime di sorveglianza e criminalizzazione e commette l’illegale sospensione di diritti nel nome della protezione della nazione da forme di insorgenza, nella totale impunità. Pensiamo quindi in Argentina ai desaparecidos e alle desaparecidas, alla loro prigionia, al diniego di diritti civili basilari e al diniego di quelli economici di particolari comunità marginalizzate.

    Vi voglio dare una breve illustrazione delle operazioni dei regimi securitari in ciascuno dei tre luoghi presi in esame .

    Stati Uniti: lotte migranti al confine. Nel 2010 il National Network for Immigrants and Refugees’ Rights ha realizzato un report chiamato “The Rise of the U.S. Immigration Policing Regime”. Il report, elaborato dalla rete delle comunità civili per i diritti umani, dimostra come il regime di polizia usi lo status di migrante per segregare le persone, definendo le persone di colore in nuovi modi. Il report spiega come vengano eliminati i finanziamenti pubblici e come vengano create delle prigioni private come luoghi in cui incarcerare le persone per questioni di migrazione. Lo status di migrante è usato anche per negare l’esistenza di persone indigene e il loro diritto all’identità, alla terra e alla loro comunità. Nel 2003 il dipartimento degli Stati Uniti per la sicurezza dei territori ha fatto un’operazione che consiste in un piano lungo dieci anni per rimuovere tutte le aree removibili: è a questo punto che i servizi per le migrazioni e per le “naturalizzazioni”, così come vengono chiamati, son stati assunti sotto il dipartimento delle sicurezza dei territori. Lì ci sono espliciti legami con le questioni di sicurezza nazionale e le questioni della migrazione.

    Ci sono quindi più di 11 milioni di migranti senza documenti. Così si è creato un nuovo regime di polizia che connette le questioni della migrazione, della cittadinanza, del terrore della guerra mondiale, il controllo dei confini, la sicurezza nazionale, il crimine, il rafforzamento della legge e l’economia. Tutto sotto l’idea guida di protezione della propria home-land, o difesa della patria.
    Quindi,  nel momento in cui si ha questa tipologia di narrazione, per forza di cose si mobilitano tutte le componenti appena elencate. Il report elaborato mostra come con le crisi economiche il regime neoliberista securitario abbia criminalizzato sempre più, militarizzandosi, i/le migranti, collegando retoricamente la migrazione alla sicurezza nazionale. L’approvazione, nel 2010, di una legge chiamata sb1070, una legge razziale e anti-migrazione, richiamava l’intervento della polizia per combattere chi fosse sospettato di clandestinità. In altre parole, ogni poliziotto può fermare chiunque sia sospettato di non avere documenti, e se non identificabile, portarlo in prigione. Mi chiedo e vi chiedo di riflettere su che tipo di strategie sono usate in Europa.

    In America, per esempio, chiunque sia arrestato in Arizona non può essere rilasciato sino a che la polizia non verifica lo stato di cittadinanza, così gli agenti delle forze dell’ordine possono arrestare chiunque. I migranti sono soprattutto donne, e la detenzione femminile ha specifiche connotazioni e impatti sulle famiglie. Inizia fortemente tra il 2009 e il 2011 in Arizona la criminalizzazione dei migranti e solo nel 2014 poliziotti di confine ne hanno arrestato più di 78 mila, che viaggiavano con le loro famiglie lungo il confine messicano.

    Tra le strategie previste c’è l’uso di un bracciale gps, da mettere alle caviglie delle persone identificate, in particolare per controllare i capi famiglia che attraversano illegalmente i confini, e questo anche per ridurre i costi di detenzione dei migranti nei centri privati lungo il confine. Quando dico capofamiglia, generalmente si tratta di un uomo, e la questione funziona così: si può arrestare la persona o in alternativa, molto più facile, mettergli un bracciale alla caviglia, risparmiando così il costo del centro di detenzione.

    Il secondo punto è la questione democrazia e sicurezza in Israele e Palestina. All’interno delle analisi sulla violenza di genere nell’occupazione di Gaza, Anouar Abdel-Malek sosteneva che la cornice entro cui lavora Israele è quella della sicurezza. Per alcuni gruppi questo significa l’insicurezza di altri, laddove la sicurezza di Israele dai palestinesi garantisce la democrazia. Lo stato di Israele basa infatti la sua democrazia interamente su nozioni etniche di cittadinanza con diritto di ritorno solo per gli ebrei. Quello di Israele è uno stato securitario con una divisione di classe molto forte che esclude i non ebrei e, coloro che non hanno la cittadinanza hanno pochissimi diritti e nessuna possibilità di parola. Dal 1948 la spartizione dei territori palestinesi ha significato l’establishment dello Stato d’Israele e il simultaneo allontanamento dei palestinesi dalle proprie terre.

    Pertanto tale data rappresenta la nascita di una nazione per gli israeliani ma è anche la nakba, “catastrofe”, per i palestinesi, ovvero la sconfitta, lo spossessamento, i traumi delle violenze subite e l’inizio del movimento di liberazione. Abdel-Malek suggerisce che l’attuale discorso sul terrore porta alla distinzione tra civili e soldati nella sicurezza dello stato nazionale e le azioni umanitarie diventano così accessori della violenza di stato contro i palestinesi. Sostiene che il discorso umanitario israeliano rientra nella logica del terrore e della sicurezza. Infatti Israele, in nome di azioni umanitarie controlla l’accesso a Gaza. Il muro che divide i territori, serve a proteggere le terre dei grandi proprietari terrieri e anche in Texas imprigiona le terre indigene che sono al confine tra Messico e Stati Uniti.

    Passiamo al regime militare nella Valle del Kashmir, una delle più grandi zone militarizzate del mondo. Il governo indiano ha creato lì oltre 600.000 confini di sicurezza e ha dispiegato più di un milione di forze paramilitari, per una popolazione di solo 20 milioni di persone. Questa è una delle più alte stime di soldati rispetto ad una popolazione civile.

    Al di là di come, dopo il 1946, si siano date le ripartizioni di confine tra India e Kashmir sono più interessata al funzionamento dell’apparato militare dello Stato indiano nella zona e al modo in cui controlla e definisce identità, comunità e soggettività. Il Kashmir è noto come sede di tre guerre, noto per il rischio di armi nucleari, con guerre nucleari tra India e Pakistan. Questo territorio è stato in disputa dal 1947. C’è stato un incremento del movimento islamico in Pakistan e anche la crescita del fondamentalismo hindu in India. Le politiche portate avanti dall’India nella Valle del Kashmir rispondono alla logica dello stato d’emergenza dal 1947.  Ma dal 1960 c’è stato un movimento crescente contro l’occupazione indiana che ha portato alla formazione del Fronte di Liberazione del Kashmir e il sotterraneo movimento secessionista che sta portando avanti dure battaglie per l’autodeterminazione. La natura della ribellione nei primi anni ‘90 è cambiata con l’emergere di diverse organizzazioni separatiste, alcune religiose, che erano specialmente a favore delle politiche pakistane. Per rispondere a questo l’India ha fatto passare The Armed Forces Special Powers Act nel 1990. Sostanzialmente si tratta di un provvedimento di accrescimento di militarizzazione dello Stato, accompagnato da un sistema di impunità per rafforzare il regime di sorveglianza e incarcerazione in Kashmir. Quest’atto, ci porta a considerare la cornice ideologica della Valle del Kashmir in termini di paura, tra le fila dell’insurrezione e della contro-insurrezione, con la sospensione dei diritti costituzionali e le libertà. L’atto AFSPA anche qui autorizza legalmente la sospensione della distinzione tra legalità e illegalità. Gli agenti di Stato che commettono omicidi, detenzioni e torture, stupri, tratta, traffico umano di bambini, sono protetti da quest’atto. Qui anche vediamo che c’è la creazione di quello che alcuni hanno chiamato una “costituzione di free zone” che penso sia un termine molto importante: indica un posto dove la costituzione statale non funziona anche se siamo all’interno dei confini dello Stato-Nazione.

    Free zone tra Stati Uniti-Messico e Israele-Gaza

    Oltre le differenze delle diverse storie di imperialismo e colonialismo, ci sono delle notevoli somiglianze nelle forme in cui la governamentalità neoliberale si esplica a partire dalla formazione di Stati securitari in India in Israele e negli Stati Uniti e penso che queste forme di governamentalità siano più visibili nella normalizzazione della violenza statale nelle terre di confine tra Messico e Texas e nella Valle del Kashmir  e nella striscia di Gaza. Quindi, comparare luoghi geopolitici ci permette di capire il terrore imposto dalla guerra e la violenza statale e la trasformazione dei civili in insorgenti e illegali attraverso la legale sospensione dei diritti civili, che, in questi tempi, è un atto sintomatico della democrazia imperialista.

    In ogni contesto la sovranità dello Stato è basata sull’operazione della costituzione di free zone ai confini della nazione. La violenza normalizzata su particolari corpi, musulmani, donne, nativi, migranti, arabi ha a che fare con il discorso sulla protezione e sulla cittadinanza in ogni paese. In ogni caso possiamo identificare stati d’eccezione dove la sospensione della legge è richiesta per l’operato imperialista. In ogni contesto la cittadinanza rimane allusiva, e l’identità sono sempre in questione dando vita a checkpoint e carte d’identità. In questi posti i documenti diventano forme di controllo e governo per l’apparato statale e di sorveglianza.

    Il processo di verifica dell’identità produce quello che Tobias Kelly chiama documented lifes, cioè forme particolari di soggettività che sono tenute sotto controllo e che sono connotate da ansietà, incertezza e paura. Kelly lavora sulla Palestina ma simili argomenti penso possano essere allargati ad altri contesti.

    Un progetto bio-militarizzato è evidente in questi posti e qui le donne sono colpite in modo particolare perché la violenza è parte della vita quotidiana, con la presenza dei paramilitari e delle forze di polizia. Nella Valle del Kashmir le donne sono vittime di violenza sessuale e domestica, di stupro e soffrono di depressione, aborti continui, molte perdono i loro compagni e sono vedove.

    Nel 1947 le milizie di donne erano parte integrante del Movimento di Liberazione del Kashmir mentre molte donne negli ultimi anni si sono organizzate come associazione dei genitori per le persone scomparse e in organizzazioni per la pace e il disarmo. L’impatto invece dell’occupazione israeliana sulle donne palestinesi è profonda: la mancanza di differenza tra casa e campo di guerra, l’indistinzione tra civile e soldato, significa che il vicinato e la casa diventano, a Gaza, il campo perenne di battaglia. Gli uomini son contati come morti civili, le donne e i bambini come danno collettivo. L’occupazione rimodella lo spazio pubblico e domestico, con una conseguente forte disoccupazione maschile. Questo si traduce anche nella trasformazione delle dinamiche famigliari e spesso però si risolve in aumento di violenza domestica. È quando la violenza sessuale e politica diventa normativa, che è possibile notare che proprio lì riposa la struttura della democrazia imperialista. Infatti le pratiche governative dei regimi securitari si legano ai processi di soggettivazione e cittadinanza. Mentre il progetto dello Stato è quello di produrre cittadini nazionali, nei regimi securitari quello che si fa è l’opposto: il disfacimento della possibilità della cittadinanza per delle precise popolazioni. Queste terre di confine sono abitate da comunità-ombra ai margini sociali e territoriali dello Stato e sono luoghi che esistono formalmente come parte dello Stato, ma in realtà sono escluse.

    La realtà violenta e la rete di legami legali e illegali che la supportano sono tenute nell’invisibilità.
    Quindi questa logica di violenza, di contenimento ed espulsione produce forme diverse di abbandono sociale e morte con conseguenze per entrambe le comunità prese di mira come nemici e outsider e con conseguenze per tutto il corpo politico di diritti civili perché ci ridisegna dentro i confini della violenza statale.
    La capacità di queste pratiche non è solo quella di marginalizzare le persone. Infatti questa marginalizzazione è dipendente dal consenso di quelle persone che di fatto sono sicure dentro i confini dello Stato-Nazione. Quindi anche noi dentro il confini della violenza statale siamo disegnati secondo le forme di soggettività molto marcate dagli scenari di sicurezza globale.

    Muri, confini, connessioni e solidarietà attiva

    Per affrontare l’ultima questione inizio con una citazione della poeta e scrittrice femminista Therese Saliba

    “La prima colonizzazione delle Americhe da parte dell’Europa ha smembrato le terre e ha messo in moto processi che hanno spossessato le persone indigene  e la loro civilizzazione. Anche la colonizzazione israeliana della Palestina ha smembrato le terre cercando di sradicare l’identità culturale dei popoli che lì vivevano e ogni segno della loro precedente presenza in quelle terre. Oltre 400 villaggi palestinesi sono stati spossessati e trasformati in rifugi nelle terre di esiliati e stranieri nella loro terra. A Sud Ovest siamo soggetti invece ad un altro modo di colonizzazione dall’America. Questo atto di imperialismo ha diviso le popolazioni messicane in due confini artificiali col Texas: gli Stati Uniti con l’atto di difesa del 2006 hanno dato al dipartimento di sicurezza del territorio poteri unilaterali per varare 36 leggi federali nei confini internazionali tra Texas e Messico in collaborazione con le multinazionali del petrolio, iniziando così a costruire un muro di sicurezza. Queste leggi lasciano la regione intera alla piena militarizzazione. Annullando i diritti delle persone indigene alla propria cultura, all’ambiente, alla biodiversità e distruggendo i posti sacri.”

    Questo quindi è un chiaro esempio della politica degli Stai Uniti vista come completamente razionale attraverso la cornice del terrore, della guerra e attraverso regimi che hanno di mira i migranti. La sospensione delle leggi è un’arma per far scomparire le comunità. Law Defense, la organizzazione apache di cui parlavo prima, fondate dalla madre e dalla figlia Lucia Tamez e Margo Tamez nel 2007 si focalizza sulle organizzazioni delle comunità e sulla loro documentazione, sulla ricerca e sull’ educazione rafforzando così le lotte indigene contro la violenza coloniale anche in relazione a battaglie legali a livello internazionale (https://lipancommunitydefense.wordpress.com/)
    Infatti coloro che vogliono creare profitto sostenuti dalle multinazionali petrolifere statunitensi per interessi di produzione mineraria sono i proprietari terrieri ricchi, ben protetti dalla costruzione del muro, mentre fanno sì che le comunità indigene abbiano muri costruiti nelle loro terre.

    Questo di base è quello che gli attivisti hanno chiamato costituzione di free zone, per le comunità indigene. Quindi le persone indigene e i e le migranti illegali, che son per la maggior parte persone messicane che abitano quelle terre, sono definiti come terroristi, come narcotrafficanti, e come pericolosi insorgenti.  Migranti e indigeni sono due categorie create sotto gli stessi processi e non sono separate. La continua invenzione dell’indigeno e del migrante e il modo in cui la legge impatta su questo è un nuovo fenomeno.   Ci sono quindi nazioni indigene che stanno in entrambi i lati del confine del tra Stati Uniti Messico e gli abitanti non si considerano messicani e americani e in ogni caso non riconoscono né la sovranità degli Stati Uniti né quella del Messico.

    Il Messico ora richiede il passaporto statunitense per le persone che viaggiano oltre 12 miglia dentro il territorio messicano, ma la validità del passaporto viene messa in questione in ritorno negli Stati Uniti. La legge dell’Arizona, che ho menzionato prima, protegge e giustifica la presenza di petrolio là nel confine. Abbiamo checkpoint e riserve di petrolio lungo il confine in maniera simile alla Palestina. Sono esattamente gli stessi checkpoint. Infatti le stesse compagnie che hanno costruito il muro in Palestina  sono impegnate anche tra Messico e Stati Uniti nella costruzione del muro.

    La legge dell’Arizona è stata ideata per proteggere questo complesso industriale estrattivo attraverso il rinforzo dei confini.  La vita è ogni giorno sorvegliata dai soldati e la militarizzazione è funzionale alla costruzione delle identità; si tratta di una forma specifica di produzione di soggettività “documentate”.
    Dal 2013 ci sono state due importanti progetti attraverso il confine messicano: un grandissimo sistema ferroviario di trasporto e la costruzione di un corridoio attraverso il Texas che connette Albota Canada al sud del Texas al Messico per un progetto transemisferico chiamato  “Security and Prosperity Partnership” per essere trasportati in treni che scorrono su ponti giganti sopra i territori apache. Questo mi pare un esempio chiaro ed esplicito delle connessioni esistenti tra privatizzazione, militarizzazione, sorveglianza, regime securitario, e la completa incarcerazione e criminalizzazione di particolari comunità.

    Come Therese Saliba spiega, ci sono chiare confluenze tra l’impatto del progetto coloniale imperialista degli Stati Uniti e l’occupazione colonialista israeliana nell’occupazione delle terre di Gaza. Il lavoro organizzato dal Centro Esperanza mostra evidenti connessioni, in termini di impatto, tra i muri, confini e spossessamenti e le vite delle donne in Palestina e nelle terre di confine del sud del Texas, offrendo uno sguardo illuminante in una prospettiva femminista e transnazionale. Organizzate nella costruzione di comunità son le stesse persone delle comunità a scegliere le loro forme di resistenza contro la violenza normalizzata in Israele. Ambiente, giustizia sociale e lotte sono temi su cui ci focalizziamo in entrambe le zone. Al confine tra Texas e Messico, la militarizzazione ha distrutto l’ambiente e l’agricoltura, come in Palestina. È allora qui possibile tracciare alleanze e solidarietà tra un luogo e l’altro.

    Quello che conta, con grande interesse, è vedere come le comunità si organizzano nella resistenza.

    Negli Usa al confine ci sono nuove formazioni politiche e alleanze tra organizzazioni di lavoratori migranti, collettivi radicali di studenti medi e universitari, migranti messicani queer e transgender, persone indigene, artisti. C’è un’organizzazione di anarchici nativi, associazioni antirazziste, comitati di vicinato e di quartiere che cercano di lavorare in modo forse più conservatore, ma si son uniti e lavorano insieme a organizzazioni contro la privatizzazione dei centri di detenzione, organizzazioni abolizioniste delle prigioni. Le donne di colore, questo è importante, sono la maggioranza, e sotterraneamente si occupano dell’organizzazione nella maggior parte di tutti questi gruppi. Cosa mi interessa è che nei movimenti sociali ci sono prospettive femministe, e ci sono attivisti che stanno portando avanti analisi su come tenere insieme più piani, attivisti che hanno reso possibile che le persone vedessero cosa realmente stesse accadendo, rendendo evidenti le connessioni in tutti i livelli, includendo anche che tipo di conoscenza si produce in questi casi, in che modo si controllano fisicamente le persone attraverso regimi di sorveglianza.

    Il lavoro di organizzazione politica è stato quindi di connettere e mostrare le connessioni tra diversi tipi di violenza alle quali sono soggette le comunità. Non sono le persone sedute dentro le università che hanno reso questo possibile. Le analisi si sono generate tra i movimenti sociali e le loro organizzazioni. Quindi,  si tratta di una teoria che è irrimediabilmente ancorata al terreno di cui si occupa, non sarebbe mai potuto succedere se le persone avessero tentato di effettuare queste connessioni in una maniera puramente intellettuale, in astratto. Perché è importante fare il lavoro di decolonizzazione in maniera collettiva, e lavorare insieme per capire, altrimenti il rischio è anche di non sapere che succede fuori di noi e dei vincoli intrattenuti e riprodotti tramite saperi egemonici.
    Simili connessioni transnazionali sono evidenti anche nel caso delle lotte femministe in Palestina e Israele  e in India e in Pakistan e in Kashmir per alcune donne che si stanno organizzando contro ogni forma di violenza statale e nelle comunità nelle regioni ma al di là dei confini nazionali.

    E ci sono un sacco di importanti organizzazioni di solidarietà tra donne e femministe indiane, pakistane e del Kashmir che hanno lavorato insieme in queste battaglie e su queste questioni.
    Il tipo di conoscenze insorgenti generate da queste forme di attivismo consegna una prospettiva femminista a nuove soggettività politiche e crea nuove visioni di cittadinanza necessarie per affrontare le democrazie imperialiste.

    Conclusioni

    Per concludere: ho argomentato che dopo l’11 settembre il consolidamento della democrazia imperiale e dei regimi securitari negli Stati Uniti in Israele e in India hanno mobilitato dispositivi di violenza ancorati ai vincoli coloniali e al profitto capitalista. Questo regime usa ideologie e pratiche di genere e di razza specifiche e connesse tra loro. Le democrazie imperialiste militarizzano ogni aspetto della vita sociale e non solo nelle comunità criminalizzate, ma nei confronti di tutti e tutte.

    Cosa si potrebbe allora fare nello smascherare il sistema neoliberale che guarda a sé come ad una democrazia?
    Una visione alternativa di interconnessione tra lotte e solidarietà richiede la costruzione di una solidarietà etica femminista transnazionale che affronti la militarizzazione neoliberale a livello globale. Questo significa puntare a strategie di resistenza che fondamentalmente trasformino le ineguaglianze sociali ed economiche dal basso, portando alla creazione di nuove forme e nuove visioni di solidarietà. Sono le esperienze delle comunità marginalizzate e specialmente sono le donne che sostengono il lavoro di connessione e di rete nella vita di tutti i giorni, quel lavoro che informa processi per la creazione di sguardi transnazionali radicali per la giustizia sociale, per la giustizia economica e di genere.

    Un altro mondo è sempre possibile, specialmente se le persone iniziano a costruire solidarietà transnazionale, che ci permette di vederlo e crearlo.

    Allora, finirò con una delle mie citazioni preferite di Arundhat Roy, che, nel suo discorso pronunciato durante il World Social Forum del 2002 disse: “Le nostre strategie non dovrebbero consistere nel confrontare tra loro gli imperi, ma di privarli dell’ossigeno, di infamarli, di renderli evidenti, con la nostra arte, la nostra musica, la nostra letteratura, la nostra ostinazione, la nostra gioia, la nostra intelligenza e dovrebbero rendere possibile il racconto delle nostre storie. Storie che sono differenti da quelle che ci hanno convinto a credere alla rivoluzione delle corporation. Questa collasserà se ci rifiutiamo di comprare quello che ci vendono, le loro idee, la loro visione, i loro muri, le loro armi, la loro nozione di ineluttabilità. Ricordate questo: noi saremo tanti, e loro saranno pochi. Loro hanno bisogno di noi molto più di quanto noi abbiamo bisogno di loro. Un altro mondo non solo è possibile, lei è sulla via. In un giorno silenzioso, posso sentirla respirare.”

    *Lezione di dottorato nell’ambito del ciclo di seminari intitolato “Gli studi postcoloniali e la questione della soggettività politica nella teoria radicale” organizzato dalla rete Deco[k]now presso l’Università L’ Orientale di Napoli, 21 Maggio 2015

    Trascrizione e traduzione a cura di Alessia Drò
    revisione a cura di Serena Fiorletta

  • Secondo incontro – Differenze – Audio di Alessandra Chiricosta

    L’intervento di Alessandra Chiricosta riarticola il concetto di differenza tra il Sè e l’alterità descrivendo i meccanismi del colonialismo epistemico, e proponendo una visione filosofica radicata nella pluralità delle differenze: pluralità di lingue, luoghi, tradizioni, esperienze.

  • Monique Wittig – Le Guerrigliere

    ” Dicono che hanno imparato a contare sulle proprie forze. Dicono che sanno cosa insieme significano. ..Dicono che è un mondo nuovo che comincia.. Tu dici che non ci sono parole per descrivere questo tempo, dici che non esiste. Ma ricordati. Fai uno sforzo per ricordarti. O, dove manca, inventa… Dicono, io mi rifiuto ormai di parlare questo linguaggio, io mi rifiuto di borbottare dietro a loro le parole di mancanza mancanza di pene mancanza di soldi mancanza di segno mancanza di nome…”

    “Le Guerrigliere” è il secondo romanzo di Monique Wittig, scritto nel 1969. In Italia il testo è stato tradotto da tradotto da Ana Cuenca ( Bologna, Lesbacce incolte, 1996).
    Nel testo, Wittig narra le vicende di una collettività di donne che lotta, che cerca parole per dirsi, trasformando il linguaggio. Nel farlo, Wittig attraversa con dissacrante ironia tutte le strutture narrative note.
    Vi si ritrova una violenza esplicita, una resistenza aggressiva nei confronti di un sistema (quello che trae forza e conferma dalla cultura patriarcale) che esercita violenza sulle donne.
    E’ il racconto di molte storie dentro a una storia, di presa di coscienza, di guerra e di memoria.

     

    Leggi il testo in inglese: Wittig – Guerilleres (ENG)

    Leggi il testo in spagnolo: Monique Wittig – Las Guerrilleras 

  • S. Weil, Sulla Germania totalitaria, Adelphi, Milano 1990

    di Federica Castelli

    All’interno del vasto panorama di riflessioni politiche che i primi anni del Novecento fornisce alle nostre riflessioni, gli scritti di Simone Weil, qui raccolti parzialmente seguendo due temi guida – le riflessioni sulla crisi tedesca degli anni 1932-1933 e l’analisi dell’hitlerismo – sembrano collocarsi su un piano peculiare e insolito. Distanziandosi dalle teorizzazioni politiche più categorizzanti e sistematiche che caratterizzano molte delle riflessioni del periodo, gli scritti di Weil, strettamente legati al contesto politico e sociale, pur proponendo formulazioni e intuizioni generali, si collocano nell’intersezione tra avvenimenti, esistenze, realtà sociali e riflessione sul Politico. Nonostante vi sia una forte continuità nell’atteggiamento critico del pensiero di Weil e nel legame stretto e indissolubile che intreccia tutte le analisi dell’autrice alle pratiche e all’esistenza, molti interpreti si sono impegnati a suddividere in modo netto il pensiero dell’autrice in due fasi ben distinte, seguendo i temi generali su cui Weil si concentra nell’arco della propria riflessione, la politica e il sociale nella prima fase, Dio e la morale nella seconda. Rimettendosi a tale distinzione, gli scritti della raccolta, connotati da un forte coinvolgimento pratico e attivo nel contesto politico contemporaneo all’autrice, rientrano pienamente in quella che è riconosciuta essere la sua prima fase di pensiero, in cui l’autrice lega un’inesauribile attività politica all’analisi critica delle strutture sociali e politiche. Proprio a questo proposito è opportuno considerare come questi scritti coincidano con il coinvolgimento attivo dell’autrice nelle lotte e negli scioperi operai, con il suo impegno all’interno della guerra civile spagnola e con gli anni passati in fabbrica come operaia, per potere, spiega Weil, fare reale e diretta esperienza di quel che i teorici del marxismo descrivevano nei propri testi e nei propri motti.
    Proprio in questo quadro di indissolubile intreccio tra teoria e pratica si inserisce questa raccolta
    sulla Germania totalitaria, divisa in due parti seguendo la periodizzazione degli scritti e i nodi
    concettuali su cui questi si soffermano. La prima parte del volume raccoglie delle riflessioni nate in seno ad un periodo di forte crisi economica, che, seguendo l’analisi weiliana, in virtù di un indissolubile legame che porta la dimensione economica ad intrecciarsi in modo inequivocabile con la sfera della politica, sfocia in una profonda crisi non solo istituzionale, ma anche sociale ed esistenziale. La politica, infatti, nella sua accezione più corretta e vera, si lega in Weil sempre all’esperienza concreta degli individui. La politica istituzionalizzata e burocratizzata, sganciata dalle esistenze, è, come vedremo, una degenerazione paralizzante e cancerosa.
    A partire dall’intreccio indissolubile tra questa accezione ampia di politica e la dimensione economica, che Weil riconosce come fondante della società del Novecento, l’autrice analizza le cause della paralisi sociale e politica della Germania dei primi anni Trenta, portata dalla crisi del sistema capitalistico all’inquietante bivio tra tra fascismo e rivoluzione. Difatti, spiega Weil, la crisi economica, dilagando nel discorso istituzionale in una «situazione di eccezione», porta ad un blocco del sistema politico, alla sua sclerotizzazione e allo sganciamento dalla realtà della prassi umana. La politica, allontanandosi dal presente, si sposta sul futuro, in teleologie illusorie che permettono distogliere lo sguardo dai problemi dell’oggi e in base al quale giustificare ogni azione o scelta politica. Tale sganciamento dal presente, tale decentramento dalle esistenze concrete e dalle reali oppressioni generate dal contesto contemporaneo, la cristallizzazione in affermazioni di carattere apodittico, spostate sul futuro e dunque non verificabili, in base al quale orientare le vite di oggi, caratterizzano sia l’ideologia fascista che quella rivoluzionaria, entrambe degenerazioni della politica nella sua accezione vera ed umana. Risulta evidente come, pur essendo una testimone esterna ai fatti sociali della Germania, nonostante i suoi lunghi periodi passati a Berlino, Weil dimostri capacità di analisi tale da andare a fondo nella realtà sociale tedesca tanto da poterne intuire gli esiti futuri. Nella sua analisi non solo politica ma soprattutto esistenziale dei disoccupati e dei lavoratori tedeschi, Weil mostra chiaramente il radicamento nell’esistenza della condizione di crisi economica e politica della società tedesca. Oltre al dramma della disoccupazione, i lavoratori tedeschi patiscono infatti l’oppressione della funzione, esercitata su di loro attraverso il taylorismo e la divisione del lavoro fordista, la burocratizzazione dell’industria, sezionata in consigli di tecnici e in dipartimenti non comunicanti tra loro. La fabbrica razionalizzata diviene l’eloquente specchio di una società in crisi, totalmente burocratizzata e in cui viene a mancare ogni visione di insieme che possa porre le basi di un pensiero critico.
    Approfondendo il discorso sulla crisi della politica tedesca, Weil fa un’analisi critica della burocratizzazione delle forze rivoluzionarie, che porta alla sclerotizzazione del potenziale socialmente e politicamente eversivo della classe operaia come forza politica. Tale processo porta ad un progressivo distacco dal reale da parte del partito, ad una gerarchizzazione paralizzante, all’immobilità e all’incapacità di azione politica, alla completa passività. Il partito perde la propria presa sul reale, sia a livello pratico che epistemologico. Gli slanci e le esistenze concrete che hanno originato il movimento rivoluzionario sbiadiscono in dogmi e sterili rituali politici. In tale contesto gli interessi divergono, tra il partito e la società si crea incomunicabilità. L’esistenza concreta diviene muta, mero supporto strumentale di una figura istituzionale; la rivoluzione diviene religione. Non vi è più riflessione, la rivoluzione si allontana dai bisogni, dalle forze che l’hanno originata, dando vita ad una nuova oppressione. In questo modo il comunismo diviene dogma e contemporaneamente inazione, debolezza, assenza di spirito critico e di libertà di espressione. Il partito è semplice macchina amministrativa. «Lungo tutto il corso della storia – leggiamo nel testo – alcuni uomini hanno lottato, hanno sofferto e sono morti per emancipare gli oppressi. I loro sforzi, quando non sono risultati vani, hanno sempre avuto come unico effetto quello di sostituire un regime oppressivo con un altro» (p. 164) Weil si rivolge così verso nodo fondamentale e inaggirabile di ogni analisi sulle rivoluzioni che voglia essere critica e calata nel reale, portando sulla scena la contraddizione interna ad ogni movimento rivoluzionario: il bivio tra fallimento e tradimento. Una volta che lo slancio rivoluzionario viene immesso nella realtà storica con successo, suggerisce Weil, esso, istituzionalizzandosi, lasciandosi scivolare nell’amministrazione di partito, nella burocrazia, si trova a tradire le proprie premesse, sganciandosi da esse, costringendole sotto il diktat di un futuro da inverare. La rivoluzione è uno stato temporaneo che non può, almeno secondo i parametri politici tradizionali, non sfociare nella burocratizzazione o nel dissipamento delle forze. La rivoluzione, insiste Weil, è una trasformazione attraverso la prassi, un compito pratico, che non può arrestarsi in un compito amministrativo, né in formule e parole d’ordine sganciate dal reale.«La rivoluzione scrive Weil – non è una religione rispetto alla quale un cattivo credente sarebbe meglio di un incredulo; è un compito pratico» (p.139) Vi è poi, sottolinea Weil, una ulteriore contraddizione in seno alla prassi rivoluzionaria, che ne pregiudica l’attualizzazione e che snatura ogni sentimento di rivolta che sfoci in rivoluzione; quando uno strato sociale, mosso da qualsiasi ambizione e slancio politico, dopo aver lottato per un cambiamento, si trova ad ottenere potere e viene immesso nelle istituzioni, viene preso dalla sua logica e tende a mantenerne il monopolio, qualunque esso sia, con la forza, conservandolo finché non venga scalzato dallo sviluppo storico. Ritroviamo qui la riflessione sulla forza come essenza prima dei rapporti umani, politici e non, che accompagna sottotraccia tutto il pensiero weiliano e che trova compiuta realizzazione nel suo La prima radice, del 1943. La società stessa, spiega Weil, è una forza della natura, cieca come le altre e particolarmente oppressiva. Ogni potere esclusivo e non controllato diviene per sua natura oppressivo, il cui fine risiede nel potere stesso e non nella felicità o il benessere dei membri della comunità che lo origina. All’interno di questo quadro l’adesione all’ideale rivoluzionario diviene mera accettazione di un dogma che si traduce spesso in un sacrificio liberamente accettato in nome di un’idea sradicata dall’esistenza. Proprio per questo, afferma con convinzione l’autrice, la liberazione dall’oppressione dei lavoratori non può assolutamente essere demandata o affidata ai militanti, ma deve essere opera dei lavoratori stessi. Il radicamento nell’esistenza e nella prassi rappresenta dunque per l’autrice l’unica alternativa al bivio tra fallimento e tradimento.

    Come già anticipato, il nesso tra politica e esistenza è fondante all’interno dell’analisi di Weil. La politica, in senso generale ed ampio, deve radicarsi negli individui, e nelle esistenze, non risiedere unicamente nello Stato e nella sua amministrazione. In tal senso cultura e pensiero critico rappresentano l’unico elemento salvifico e di speranza all’interno del quadro della crisi tedesca e e conferiscono dignità al popolo tedesco. Libertà e democrazia, per Weil, risiedono nel loro senso autentico solo nell’esercizio del pensiero critico libero dal dogma politico e nel radicamento concreto nell’esistenza dei singoli. Lo stesso ordine civile è fondato sulla libertà degli individui e non può allontanarsi da essa senza negarsi nei propri presupposti. Anziché la collettività, il valore supremo della politica risiede per Weil nell’individuo libero in una società libera e giusta . La libertà non si esercita però nel mero esercizio di un arbitrio sganciato da qualsivoglia costrizione (per intenderci, essa non è la «libertà di…»), ma è anzi libertà costruita attraverso il lavoro e il libero giudizio critico, reso arduo , come accennato, all’interno del contesto sociale in cui Weil è immersa dalla divisione del lavoro, non solo all’interno dell’azienda, ma che dilaga anche in campo intellettuale. L’autrice denuncia infatti la frammentazione del sapere in caselle teoriche non comunicanti, come una delle cause del torpore in cui le masse giacciono. Gli effetti della mancanza di un pensiero reale, profondo, non incasellato in ruoli e schemi, ma che voglia abbracciare il reale nella sua interezza dilagano ovunque, dalla fabbrica al partito. In particolare esso è evidente negli operai che aspettano un cambiamento dall’alto, fatalmente, nella divisione delle forze politiche, nello smembramento degli interessi politici in partiti ripiegati su se stessi, che si aggiungono al dramma di forze del cambiamento sociale logorate da condizioni esistenziali e lavorative della società. Proprio sullo sfondo di tali considerazioni si staglia la lucida analisi di Weil delle forze politiche del tempo e della loro composizione, che ne delinea limiti e promesse non mantenute. La seconda parte del volume si concentra su un’analisi dell’hitlerismo e sul suo rapporto di stretta somiglianza con la politica portata avanti da Roma ai tempi dell’Impero.Partendo da una chiara messa in discussione dell’idea di pax romana e di Roma come civiltà e patria del diritto, Simone Weil descrive Roma nei suoi accessi totalitari ed oppressivi. L’uso strumentale della propaganda, la crudeltà metodica, che ella rintraccia nella storia romana avvicinano la realtà tedesca al contesto politico romano, per il quale l’autrice ricorre a termini quali «perfidia» e «barbarie». Terribili precursori, i romani furono i primi a rivestirsi di un’aura, a concepirsi seriamente come popolo eletto destinato ad una missione, padrone e dominatore per natura, assioma di fronte al quale chiunque non voglia sottomettersi è un ribelle, da epurare o punire. L’oppressione e la conquista diventano un dovere. In Germania come a Roma, la cultura si piega al servizio del potere, oscillando tra l’esaltazione propagandistica e il mero intrattenimento privo di contenuti, fatto di bassezze e trivialità. La sottomissione che si richiede all’Impero è assoluta; in virtù della superiorità del fine politico che la classe dirigente persegue, dei suoi ideali e dei suoi dogmi, si autorizza la manipolazione delle masse, e lo Stato viene posto come unico oggetto d’adorazione. Per questo, spiega Weil, a Roma, come in Germania non c’è veramente cultura. L’individuo scompare dalle parole d’ordine della politica, dai suoi fini. È assente persino nel diritto. «Sarebbe estremamente difficile – spiega Weil – sostenere sulla base dei testi che i romani abbiano concepito il diritto come emanazione degli individui e in grado di stabilire un limite alla sovranità dello Stato nei suoi rapporti con essi» (p. 262). Scomparsa l’esistenza, la violenza è giustificata: tra i campi di concentramento, la schiavitù e il circo non vi è alcuna differenza sostanziale. Roma, come Berlino, è retta da un regime totalitario.
    Weil innesca in questo modo un andirivieni tra l’Impero e gli anni Trenta tedeschi, che prolifera agli occhi del lettore contemporaneo in un triplo movimento che include l’attualità della crisi globale. Pregio indiscutibile dell’opera weiliana, che pur sembrerebbe concentrarsi esclusivamente sul proprio contesto, è proprio questa possibilità di ampliamento dell’analisi in una riflessione che si mostra efficace ed attuale anche aldilà del periodo totalitario e fordista. Non solo infatti l’analisi di Weil mostra sconvolgenti tratti di realismo e chiarezza di vedute, tanto da mostrarsi in molteplici occasioni quasi una «predizione esatta» dall’imminente futuro dell’Europa degli anni ’30, ma porta allo sguardo del lettore le inquietanti affinità che il dramma politico e sociale tedesco intrattiene con l’attualità della crisi del sistema economico mondiale. Attraverso i suoi scritti, Weil sembra parlarci in modo pertinente e attuale anche della società post-statuale, immersa nel panorama della globalizzazione e della nuova crisi che il sistema capitalistico attraversa all’interno di esso. Esempio fra molti, l’analisi della condizione operaia, che sembra in alcuni punti coincidere con le attuali analisi sull’antropologia del precariato e sulle risonanze politiche che esso ha all’interno del quadro sociale. Come per i disoccupati tedeschi, il precariato assume oggi una dimensione anzitutto esistenziale. Citando l’autrice, «La crisi ha spezzato tutto ciò che consente ad ogni uomo di porsi fino in fondo il problema del proprio destino, ovvero le abitudini, le tradizioni, la stabilità della struttura sociale, la sicurezza; soprattutto tale crisi, in quanto non è, in generale, considerata come una interruzione passeggera nello sviluppo economico, ha chiuso qualsiasi prospettiva per il futuro ad ogni singolo individuo» (p. 39). La disoccupazione come il precariato sfibra il potenziale eversivo dei lavoratori, toglie loro l’energia per qualsivoglia dissenso. Il lavoro non viene più considerato un diritto, né un attività indispensabile alla produzione. Esso, per il lavoratore, diviene un favore accordato dall’azienda, qualcosa di cui essere indebitamente riconoscenti. In questo modo, nei lavoratori si insinua il sentimento di un privilegio accordato immeritatamente e i disoccupati vivono la propria condizione percependosi come parassiti del corpo sociale. Inutile dire infine che la riflessione di Weil risuona particolarmente al lettore moderno nel momento in cui si sofferma sulla crisi e sullo svuotamento della politica istituzionale che, sradicata dalle esistenze vere e dagli individui, si radica in modo degenerato nel personalismo politico, nell’informazione come mera diffusione di vicende personali e scandalistiche legate al mondo politico ma dai contenuti tutt’altro che politici. Nonostante l’inattualità del contesto in cui Weil scrive, quello della burocratizzazione di uno Stato-Nazione dall’accentramento crescente, che sembra pregiudicare il dialogo con una dimensione politica completamente altra com’è quella del panorama globale, in cui lo Stato-Nazione si disgrega in un intreccio indissolubile di locale e globale che rende impossibile la coincidenza di un’organizzazione statale (e non) con il proprio suolo nazionale, colpisce l’attualità della riflessione dell’autrice, che riesce a prevedere in modo impressionante alcune delle caratteristiche della nostra politica contemporanea, arrivando persino a parlare di una futura onnipervasività del potere (non solo statale), messa in seguito in rilievo da molte delle recenti analisi sulla biopolitica. Risulta così in modo evidente e concreto l’importanza dell’analisi di Weil portata avanti in questi scritti, la possibilità che essa offre oggi di leggere il presente con gli occhi del passato, possibilità feconda non tanto in virtù di un blando magistrae vitae, ma perché la riflessione di queste pagine riesce a cogliere quelle caratteristiche strutturali della società europea del secolo scorso che, seppur apparentemente superate o esplicitamente rinnegate, in realtà permangono solidamente alla base delle strutture sociali mondiali.

  • Grazia Zuffa

    Psicologa e psicoterapeuta, Grazia Zuffa lavora da sempre nel campo delle dipendenze, dedicandosi attivamente agli argomenti connessi alle assunzioni di droghe, sia in modo pratico che con una vasta riflessione teorica sul tema. Fino al 2005, è stata docente di Psicologia delle tossicodipendenze presso la Facoltà di Psicologia dell’università di Firenze. Membro del Comitato nazionale di Bioetica, collabora dal 2006 con il comitato scientifico sulle dipendenze presso il Ministero della Solidarietà Sociale. E’ inoltre responsabile scientifico di specifici programmi presso l’Associazione Insieme, membro del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza. Ex direttrice di Fuoriluogo, inserto mensile del Manifesto che tratta specificatamente di temi di droga, marginalità, carcere e dei loro intrecci sociali. Eletta al Senato nel 1987 e nel 1992, si è concentrata su temi quali i luoghi di detenzione e le dipendenze, presentando a riguardo vari disegni di legge nel corso dei propri mandati. A partire dagli anni ’70, Grazia Zuffa è attiva nel movimento femminista ed ha svolto numerose riflessioni circa i temi della sessualità e della procreazione.

     

    Bibliografia

    • Recluse: lo sguardo della differenza femminile sul carcere, con  S. Ronconi, Ediesse, Roma, 2014.

     Il libro si basa su una ricerca condotta nelle carceri di Sollicciano, Empoli e Pisa, e indaga la soggettività delle donne detenute dando ad esse voce, senza assecondare visioni “patologizzanti” del reato al femminile né facili stereotipi sulla “debolezza” delle donne detenute. Le autrici compiono un’analisi critica dell’istituzione carcere che guarda a possibili trasformazioni: pur consapevoli dell’inevitabile sofferenza inflitta dalla detenzione, si muovono nel solco di un “riformismo disincantato”, volto a contrastare la quota di “sofferenza aggiuntiva”, inutile e ingiusta, basata su un insufficiente riconoscimento di diritti umani e civili inalienabili.

    • Cocaina, il consumo controllato (a cura di), Edizioni Gruppo Abele, 2010.

     Studiare i controlli che i consumatori esercitano sulle droghe può sembrare una contraddizione poiché “droga” è associata a “dipendenza” e la scienza asseconda questa visione. Eppure, ricerche internazionali mostrano che molti consumatori sono in grado di dominare le droghe invece che esserne dominati. Ciò avviene tramite l’apprendimento di regole sociali e personali volte a impedire che il consumo comprometta la “normalità” quotidiana. Il libro offre una prospettiva teorica alternativa al “farmacocentrismo” dominante, soffermandosi sull’uso controllato di cocaina attraverso i primi studi italiani.

    • L’eclissi della madre con M. L. Boccia, Pratiche, 2008.

    Se il tema della fecondazione artificiale è sulla bocca di tutti, lo dobbiamo soprattutto ai media, che da alcuni anni hanno concentrato la loro attenzione sui casi più eclatanti e “scandalosi”, casi che spesso sono applicazioni limite di una scienza medica ormai consolidata. Alle tecniche di riproduzione artificiale, infatti, si ricorre ormai da molti anni come cura per la sterilità. “L’eclissi della madre” considera il tema in tutta la sua complessità e ampiezza, secondo diverse angolazioni: la rappresentazione dei media, i contenuti delle proposte di legge, le innovazioni teconologiche, i dilemmi bioetici che ne scaturiscono e la conseguente, inevitabile rielaborazione del rapporto tra i sessi, tra genitori e figli.

    • Il genere nel paesaggio scientifico, con Soraya de Chadarevian e Flavia Zucco, Aracne, 2007.

    Nel corso di soli cinquant’anni il paesaggio in cui si muove la scienza è profondamente cambiato. Il mondo della ricerca, un tempo prevalentemente interno alle accademie, è ormai capillarmente diffuso nelle articolazioni sociali ed economiche. È un paesaggio che sta cambiando anche dal punto di vista dei suoi abitanti. L’uniformità di una comunità scientifica solidamente maschile in molte discipline è un ricordo. Le ricercatrici si diffondono in un crescendo che, avviatosi sul piano quantitativo, va da ultimo coinvolgendo anche importanti trasformazioni a livello delle istituzioni scientifiche, se non addirittura delle discipline stesse, con esiti che non possiamo ancora prevedere. I generi nel paesaggio scientifico sono dunque oggi due e in questo libro parlano entrambi a partire dal proprio punto di vista pratico, teorico, storico e comunicativo.

     

    Articoli e varie

    Eluana, né con te, ne contro di te. Ma insieme a te, alla tua libertà (con M. Luisa Boccia), in “Liberazione”, 18 novembre 2008.

    Il fondamentalismo in provetta (con M. L. Boccia), in “il Manifesto”, 13 giugno 2002.

    Relazioni tra donne e norme giuridiche, in “la rivista del Manifesto”, n. 5, aprile 2000.

    Adozione e tecnologie riproduttive tra soggettività femminile e legge, seminario: 31 marzo -1 aprile 1995, Firenze, Il Giardino dei ciliegi, 1995. 77 p.

    All’incrocio tra etica e legge, in “Noi donne: mensile dell’Udi”, A. 1995, fasc. n.2, pp. 8-11.

    Corpo a corpo: politica, immaginario, lavoro, procreazione, salute, cyborg. Il corpo femminile fra soggettività e controllo nella disseminazione tecnologica di fine secolo (con I. Dominjianni et al.), in “Il Manifesto”, Roma, 1995, pp. I- VIII.

    Il movimento femminista degli anni ’70, in “Leggere Donna”, 1988, p. 8.

    Autodeterminazione, aborto o maternità: distinguere ciò che è andato confuso, in AA.VV., Procreare verso il 2000. Dalle Donne la Forza delle Donne, Tipolitografia ITER, Roma 1987, pp. 29-38.

     

    Link dove compaiono articoli, testi, interventi dell’autrice

    Relazioni tra donne e norme giuridiche.

    http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/5/5A20000414.html

     

    Non solo referendum, con M. Luisa Boccia.

    http://www.evelinademagistris.it/risorse/NonSoloReferendum2005.pdf

     

    Link

    Fuoriluogo

    http://www.fuoriluogo.it/sito/

    Grazia Zuffa su Fuoriluogo

    http://www.fuoriluogo.it/blog/tag/grazia-zuffa/

     

    Presentazione del volume Cocaina, il consumo controllato presso la libreria San Benedetto di Genova nel 2011

     

    La guerra alla droga come guerra al Sud del mondo

    http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2011/08/la-guerra-alla-droga-come-guerra-al-sud.html

     

    Procreazione e libertà femminile: una questione di autodeterminazione

    http://www.italianieuropei.it/dossier/se-non-ora-quando/itemlist/user/316-graziazuffa.html

     

    Intervento al Convegno Sesso, potere, denaro organizzato alla Casa Internazionale delle donne il 10 ottobre 2009

     

    Iniziative

    Maggio 1998, Firenze – Desiderio di maternità: percorsi naturali e tecnologici.

    Marzo – aprile 1995, Firenze – Adozione e tecnologie riproduttive tra soggettività femminile e legge.

    1988 – 1989 – Il giardino dei ciliegi. Centro ideazione donna.

     

    Scheda a cura di Federica Castelli e Valeria Mercandino

  • Serena Sapegno

     Mail: mariaserena.sapegno(chiocciola)uniroma1.it

    Maria Serena Sapegno insegna Letteratura Italiana presso l’Università di Roma “La Sapienza”, dove è inoltre docente del corso di studi di genere. Studiosa di letteratura italiana antica, di pensiero utopico, di trattatistica politica dalle origini al ‘600, ha inoltre studiato i problemi della formazione della tradizione letteraria nazionale, approfondendo il proprio lavoro con uno studio sul contributo a tale processo da parte di teorici e storici della letteratura. Dai primi anni Settanta molte delle sue ricerche sulla letteratura contemporanea ruotano attorno alla scrittura femminile e ai suoi problemi teoretici, come ad esempio il criticismo femminista. Collabora da sempre alle attività del movimento e del dibattito femminile italiano e vanta numerosi interventi su riviste di teoria femminista quali DWF e Tuttestorie; fin dai suoi inizi, fa parte della rete ATHENA.

     

    Bibliografia

     

    • Sapegno, S. (2014), La differenza insegna. La didattica delle discipline in una prospettiva di genere, Roma, Carocci.

    È ormai senso comune che la scuola e l’università potrebbero e dovrebbero avere una funzione importante anche nell’educazione alla parità tra uomini e donne, così come al riconoscimento della differenza e dei modi di viverne liberamente le caratteristiche. Tutte le discipline sono coinvolte in questo percorso critico, per aiutarci a smontare gli stereotipi che ci inchiodano a ruoli rigidi e umilianti, per insegnarci a svelare la misoginia e a costruire uno sguardo critico sul mondo che ci circonda.

    • Sapegno, S. (2011 a cura di), Identità e differenze. Introduzione agli studi delle donne e di genere, Mondadori, Milano

    Il volume fornisce una introduzione agile ed accessibile allo studio della storia del movimento delle donne, discutendo gli snodi principali che hanno attraversato gli eventi storici più importanti che si sono susseguiti dal Settecento ai giorni nostri. Contemporaneamente il volume presenta i percorsi di ricerca della teoria femminista, proponendo per ogni capitolo, in ordine cronologico, delle agili sezioni antologiche contenenti brani esemplificativi delle opere e delle autrici più influenti.

    • Sapegno, S., Salvini L., (2008 a cura di), Figurazioni del possibile. Sulla fantascienza femminista, Roma, Iacobelli.

    Sebbene sia un genere la cui nascita viene concordemente fatta risalire all’opera di una donna la fantascienza è stata a lungo dominio maschile. Dai primi anni Settanta, però, a partire dal mondo anglosassone cominciano ad emergere testi a firma femminile; nasce così la “fantascienza femminista”, che adotta sia politiche che epistemologie per decostruire ciò che viene presentato come “naturale”, esercitando l’immaginario verso la prefigurazione di un ordine meno oppressivo, più aperto e accogliente, più “giusto”.

    • Sapegno, S., Ronchetti A.  (2007 a cura di ), Dentro/ Fuori, Sopra/ Sotto: critica femminista e canone letterario negli studi di italianistica, Ravenna, Longo, 2007.

    Le donne dentro o fuori dal canone letterario? Questo volume non mira a costruire canoni alternativi, ma si propone piuttosto come un’operazione politica per ribadire l’avvenuto ingresso negli studi di italianistica non solo delle donne, ma anche di approcci e metodologie di analisi femministe, di genere e queer. L’intento è quello di tenere aperto uno spazio all’interno della disciplina, per riflettere sull’ambivalenza caratterizzante i rapporti tra donne che leggono/scrivono e i canoni letterari passati e presenti.

    • Sapegno, S. (2004 a cura di),Donne in Rete: la Ricerca Di Genere in Europa, Università La Sapienza, Roma.

    Una selezione di saggi, già stampati nelle pubblicazioni ufficiali della rete Athena, per mettere a fuoco aspetti diversi della ricerca di genere in Europa nelle Università e nei centri di ricerca: attraverso la centralità del punto di vista di genere si fondono il nuovo sapere e gli studi delle donne.

    • Baby Boomers. Vite parallele dagli anni Cinquanta ai cinquant’anni, (2003 a cura di), Firenze, Giunti editore.

    “Le ragazze di 50 anni” sono state protagoniste del profondo cambiamento introdotto dalla cosiddetta rivoluzione femminile, l’unica nel Novecento che ha avuto successo e non ha prodotto vittime. Baby Boomers presenta quattro vite parallele che s’inaugurano nell’Italia degli anni Cinquanta: il mondo in cui far le prime esperienze è ancora patriarcale ma già percorso da qualche onda anomala, da resistenze e dubbi verso il copione della “piccola donna” diligente.

    • Sapegno, S. (2002), Elisabetta Caminer tra gestione d’impresa e battaglia culturale, in L’illuminismo e le donne. Gli scritti di Elisabetta Caminer, Università la Sapienza, Roma.

     

    Articoli e varie

    Book Review: The Cultural Politics of Emotion, in Feminist Theory, 2006, Vol.7(3), pp.370-372

    Introduzione a M. Capuani, Lei. Conversazioni private con le donne che hanno accompagnato i monologhi della vagina in Italia, Sossella, 2004.

    La costruzione di un Io lirico al femminile nella poesia di Vittoria Colonna, in “Versants”, n. 46, 2003pp. 15 – 48.

    Emotional Rescue, in Baby Boomers. Vite parallele dagli anni Cinquanta ai cinquant’anni, (coautrice con R. Braidotti, R. Mazzanti, A. Tagliavini), Giunti editore, 2003, pp. 95 -136.

    Psychoanalysis and Feminism, in AA.VV., Thinking differently: A Reader in European Women’s Studies, 2002.

    Quale pratica dell’inconscio? in “DWF”, 1999, 4 (44).

    Doris Lessing – Jenny Diski: la catena matrilineare in “Tuttestorie” 1, 1999.

    Responsabilità politica in “DWF”, 1997,2-3 (34-35).

    Tradizione, memoria, identità in “Tuttestorie” 6/7, 1996-7.

    Oltre e dietro il pudore, in D. Maraini (a cura di), Conversazione con Dacia Maraini. Il piacere di scrivere, Omicron, Roma 1995, pp. 41-60.

    Di fronte alla pornografia, in “Memoria”, 3, 1982.

     

    Link dove compaiono articoli, testi, interventi dell’autrice

     

    Articoli in In Genere

    http://www.ingenere.it/persone/sapegno

     

     

    Se non ora, quando, un anno dopo

    http://www.senonoraquando.eu/?tag=serena-sapegno

     

    Intervista 11 settembre 2011 al termine dell’incontro della Festa dei Diritti “Diritti e rappresentanza. E ora le donne”

     

    Link

     

    Profilo in rete

    http://women.it/quarta/lunapark/sapegno.htm

     

    Scheda Personale – Università La Sapienza

    http://w3.uniroma1.it/sfll/dsfll/dipartimento/docenti/sapegno.html

     

    Laboratorio di studi femministi presso l’Università la Sapienza

    http://w3.uniroma1.it/studieuropei/programmi/programmii2009/studonne_sape.htm

     

    Iniziative

     

    Marzo 2009, Roma – Un altro genere di università: esperienze e sperimentazioni in Italia. Convegno Gendering The Academy.

    Gennaio 2009, Roma – Il sapere come esperienza di relazione.

    Aprile 1999, Roma – Parola di lei.

    2008 – 2009, Roma – Martedì sui Generis

    Novembre 2008, Roma – La scrittura delle storie. Giornata di studi con Griselda Pollock.

    Marzo 2008, Roma – Donne, cittadinanza e politica.

    Settembre 2005, Cambridge – Dentro/Fuori, Sopra/Sotto. Feminist Criticism and the Literary Canon in Italian Studies

    2002, Roma – Donne senza precedenti.

    Novembre 2002, Londra – Gender and the Private Sphere in Italy: Home, Family and Sexuality

    Settembre – Ottobre 2000, Bologna – Body Gender Subjectivity. Crossing borders of disciplines and institutions

    Scheda curata da Federica Castelli e Valeria Mercandino

     

  • Chiara Martucci

    Mail: chiara.martucci(chiocciola)unimi.it

    Nel 2008 ha conseguito il dottorato presso il Dipartimento Studi Sociali e Politici dell’Università degli Studi di Milano con una tesi sulla sfera pubblica tra libertà individuale e convivenza. Precedentemente, si laurea in Storia Contemporanea con una tesi sul “Pensiero politico della differenza sessuale in Italia”, frequentando in seguito un Master in “Pari opportunità”. Collabora con diversi enti sia pubblici che privati a numerosi progetti di promozione e valorizzazione del pensiero femminile e ha lavorato a vari progetti relativi agli studi di genere e le pari opportunità. È membro del Centro Studi e Ricerche Donne e Differenze di Genere e del progetto Universidonna. Inoltre fa parte dello Sconvegno. Il tema delle sue ricerche viene a ruotare attorno al dibattito filosofico-politico sui concetti di eguaglianza e libertà e alle nuove forme di inclusione ed esclusione dalla cittadinanza.

     

    Bibliografia

    • L’amore ai tempi dello Tsunami. Affetti, sessualità e modelli di genere in mutamento, (a cura di) con Gaia Giuliani, Manuela Galetto, Ombre corte, Verona 2014.

    Da tempo è in atto uno tsunami che travolge i modelli tradizionali di coppia, sessualità e ruoli di genere. Anziché attendere la quiete per contare le vittime, le autrici e gli autori di questo volume ne cavalcano le onde, restituendo racconti di esperienze eccentriche, fluide, molteplici e in continuo mutamento.

    • Libreria delle donne di Milano, Franco Angeli, Milano 2008.

    Dal 1975 la Libreria delle Donne è un luogo speciale di Milano dove si vendono solo libri scritti da donne.Dalla metà degli anni Ottanta la Libreria costituisce uno dei punti di riferimento più significativi del femminismo italiano e internazionale. Questa monografia propone una ricostruzione storica dei suoi primi 30 anni e una riflessione sull’attualità politica della teoria-pratica della differenza sessuale, a partire dai documenti prodotti e raccolti dalla Libreria e dalle voci di alcune delle protagoniste di questa storia, che non è affatto conclusa.

    • Tre concetti di libertà: una rassegna critica, Centro Einaudi, Torino 2008.

    www.centroeinaudi.it/images/stories/martucci_wp_lpf_2_08.pdf

    • Con voci diverse. Un confronto sul pensiero di Carol Gilligan (a cura di, con B. Beccalli), La Tartaruga, Milano 2005.

    La differenza di genere tra uomini e donne costituisce un tema centrale della riflessione femminista da molti anni. Carol Gilligan è una delle psicologhe americane che più ha contribuito al dibattito. In questo volume Silvia Vegetti Finzi, Claudia Zanardi, Adriana Cavarero, Eva Cantarella e altre si confrontano con un testo della Gilligan pubblicato per la prima volta in Italia che racconta l’evoluzione del suo pensiero da “Con voce diversa” a “La nascita del piacere”, il suo ultimo libro, una rilettura del mito di Amore e Psiche.

     

    Saggi in collettanee

    • Abecedario di una ex-giovane precaria, in Ciccone, S., Mapelli B., Silenzi. Non detti, reticenze e assenze di (tra) donne e uomini, Ediesse, 2012.

    www.academia.edu/2182977/Abecedario_di_una_ex_giovane_precaria

    • “Il «lato B» della precarietà”, con Galetto, M., Lasala, C., Magaraggia, S., Onori, E., Pozzi, F., in Genere e precarietà, ScriptaWeb, Napoli, 2011.
    • Feminist Activism and Practice: Asserting Autonomy and Resisting Precarity, con Galetto, M., Lasala, C., Magaraggia, S., Onori, E., Ross, C, in Albertazzi, D., Brook, C., Ross, C., Rothenberg, N., Resisting the Tide: Cultures of Opposition under Berlusconi, Continuum, London e New York, 2009.
    • Lettera sulla libertà: donne e uomini in trasformazione, con S. Ciccone, in AA. VV., Sui generi. Il linguaggio delle relazioni, 2009.
    • Le inclassificabili, con Galetto, M., Lasala, C., Magaraggia, S., Onori, E., Pozzi, F., in Futuro femminile. Passioni e ragioni nelle voci del femminismo dal dopoguerra ad oggi, a cura di L. Reale, Luca Sossella Editore, Roma, 2008.

     

    Articoli e varie

    • Lettera sulla libertà. Relazioni e desideri di donne e uomini in trasformazione (con S. Ciccone), in Pedagogika.it , n.6., 2006.
    • Generazioni di donne a Sconvegno (a cura di, con AA.VV), in Pedagogika.it,  2003.

     

    Link dove compaiono articoli, testi, interventi dell’autrice

    Lettera sulla libertà. Relazioni e desideri di donne e uomini in trasformazione (con S. Ciccone)

    http://www.universitadelledonne.it/pedag-chiara.htm

    Qualche numero per fare chiarezza.

    http://www.universitadelledonne.it/chiara.htm

     

    Link

    Profilo su Academia.edu dove reperire diversi articoli dell’autrice

     

    Sconvegno

    http://www.universitadelledonne.it/sconvegno.htm

     

    Iniziative

    Maggio 2009 – Si può raccontare una pratica politica? A partire dal libro Libreria delle donne. Un laboratorio di pratica politica (Fondazione Badaracco-FrancoAngeli 2008).

    Maggio 2009 – La mascolinità contemporanea

    Marzo 2009, Milano – Il lavoro e la cura. Imparare a cambiare. Associazione italiana di sociologia. Centro interdisciplinare di studi e di ricerche “donne e differenze di genere”.

    Febbraio 2009, Milano – Esperienze del lavoro e soggettività. Dalla ‘doppia presenza’ al ‘doppio sì’. Tavola Rotonda all’Università Bicocca.

    Dicembre 2008, Milano – Organizzazione del convegno (con D. Falcinelli): Soggetti e movimenti. Donne, giovani e operai.

    Novembre 2008, Milano – Percorsi di libertà femminile nelle società multiculturali.

    Ottobre 2008, Trento – Qualcosa del Genere.

    Aprile 2008, Firenze – Femminismi, corpi culture lavoro.

    2008, Milano – Università degli studi di Milano. “Donne politica e istituzioni. Percorsi formativi per la promozione della cultura di genere e delle pari opportunità”.

    Settembre 2007, Santa Marinella (RM) – Soggetti singolari e unioni plurali. La differenza italiana

    Marzo 2006, Milano – “Donne potere e democrazia” in “La formazione produce democrazia?”

    Febbraio 2006, Trento – Condizione giovanile e differenza di genere.

    Settembre 2005, Prato – Laboratorio “Raccontar(si) 5 – Laboratorio di mediazione interculturale sul tema “Genere, precarietà, culture”.

    Luglio 2005, Mondello – “Stai vivendo un equilibrio precario…” Precarietà nella vita e nel lavoro delle donne. III Campeggio nazionale della scuola di politica.

    Marzo 2005, – Femminismi oggi. Sguardi sulle Differenze. Laboratorio di studi femministi «Annarita Simeone».

    Marzo 2004, Milano – Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Archivi del femminismo, all’interno di Laboratorio su Genere, culture e mutamento sociale. ABCD – Ateneo Bicocca Coordinamento Donne.

    Maggio 2003 – L’occasione necessaria. Femminismi del novecento e educazione.

     

    Scheda curata da Federica Castelli, Valeria Mercandino e Lavinia Agostinelli

  • Ina Praetorius

    emailButton (1) Mail: contact(chiocciola)inapraetorius.ch

    Ina Praetorius, nata nel 1956 a Karlsruhe, in Germania, e cresciuta tra Grötzingen e Unterreichenbach, è una teologa svizzera di fede evangelica, docente di etica teologica all’università di Friburgo. Dal 1987 è autrice freelance di numerosi contributi che l’hanno portata ad essere considerata una delle maggiori rappresentanti del femminismo teologico militante e “radicale”. È membro attivo all’interno dell’Afert, l’associazione delle teologhe europee, per la rivista della quale è stata più volte direttrice e collaboratrice. In Italia è conosciuta grazie ad alcuni interventi su Concilium e a consistenti contributi su numerose riviste.

     

    Bibliografia in italiano

    Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale, Quaderni di Via Dogana, Milano 2011

     

    Bibliografia

    • Erbarmen: Unterwegs mit einem biblischen Wort, 2014
    • Ich glaube an Gott und so weiter …: Eine Auslegung des Glaubensbekenntnisses, 2013
    • ABC des guten Lebens di Ursula Knecht, Caroline Krüger, Dorothee Markert e Michaela Moser, 2012
    • Was uns wert ist: Perspektiven der interreligiösen und interkulturellen Begegnung di Regina Ammicht-Quinn, Rivka Hollaender, Emina Corbo-Mesic e Ina Praetorius, 2012
    • Immer wieder Anfang: Texte zum geburtlichen Denken, 2011
    • Gott dazwischen: Eine unfertige Theologie, 2008
    • Handeln aus der Fülle: Postpatriachale Ethik in biblischer Tradition, 2005
    • Sich in Beziehung setzen: Zur Weltsicht der Freiheit in Bezogenheit, 2005
    • Essays in Feminist Ethics, 1998

     

    Articoli e varie in italiano

    Il mondo come ambiente domestico, in V. Cosentino, G. Longobardi (a cura di), La vita alla radice dell’economia, edizioni Mag, Verona, 2008.

    Ripensare tutto fin dall’inizio, a partire dal quotidiano (Trad. Lisa Jankowsky), in A. Buttarelli, F. Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2008, pp. 79-89.

    Fare mondo sul finire del patriarcato (trad. Peter Schrembs), in AA.VV., Alla luce del presente, Archivi Riuniti delle Donne,Ticino, 2007.

    Pensare il mondo come ambiente domestico. Autointervista su un esperimento filosofico, in “Oggi domani anziani”, aprile 2003, pp. 101-114.

    La filosofia del saper esserci. Per una politica del simbolico, in “Via Dogana” 60, marzo 2002, pp. 3-7

    Alla ricerca della conditio feminina. Per un’ecumene delle donne, in “Concilium”, giugno 1991, pp. 22- 31

    Non servire quanti distruggono il mondo. Etica femminista e scienze della natura, in “Concilium”, marzo 1989, pp. 82-93.

     

    Articoli e varie in altre lingue

    Speaking of God As a Woman Since the Enlightenment, in “Feminist Theology”, 15(1), 2006, pp. 84-97.

    Handeln aus der Fülle. Postpatriachale Ethik in biblischer Tradition, GÜtersloher Verlagshaus, 2005.

    Welt gestalten im ausgehenden Patriarchat, Helmer, 2003.

    La filosofia del saber estar ahi. Para una politica de lo simbolico, in “GenEros”, n. 29, 2003, pp. 10-16.

    The World as Household and the Household of God, in Kune Biezeveld, Anne-Claire Mulder eds., Towards a Different Transcendence.

    Feminist Findings on Subjectivity, Religion and Values, Oxford ua (Peter Lang), 2001, pp. 133-158.

    Zum Ende des Patriarchats, Theologisch-politische Texte im Übergang, Matthias-grÜnewald-verlag, 2000.

    Re-thinking Economy:  Beyond the Androcentric Order, in “ Feminist Theology “, n. 17, 1998, pp. 89-102.

    Weiberwirtschaft weiterdenken . Feministische Ökonomiekritik als Arbeit am Symbolischen, Edition Exodus, 1998.

    Essays in feminist ethics, Peeters Publishers, 1998.

    Skizzen zur Feministischen Ethik, Mainz (Matthias Grünewald Verlag), 1995.

    Vom Tun und vom Lassen. Feministisches Nachdenken über Ethik und Moral (all’interno del progetto Ethik im Feminismus), Münster (Morgana Frauenbuchverlag) 1992.

    Wörterbuch der Feministischen Theologie (curatrice), Gütersloh, 1991 e 2002.

    Nous avons besoin d’une éthique féministe, in Groupe Orsay VIII Colloque, Religion: Oppression ou Libération des Femmes?, Paris 1991, pp. 48-53.

    In search of the feminine condition, in “Concilium”, 1991/6, pp. 3-10.

     

    Links dove compaiono articoli, testi, interventi dell’autrice

     

    Chiudi il becco, Vandana!, dal blog di Marina Terragni

    Chiudi il becco, Vandana!

    Il reddito di base incondizionato come progetto postpatriarcale, di Ina Praetorius. Intervento all’Agorà del lavoro di Milano, 27 gennaio 2014

    http://www.libreriadelledonne.it/il-reddito-di-base-secondo-ina-praetorius/

    La Bibbia con l’ottica postpatriarcale, Intervista in “Vita Pastorale” n. 5, maggio 2003.

    http://www.stpauls.it/vita03/0305vp/0305vp29.htm

    Introduzione a Ina Praetorius di Silvia Motta. Pubblicato il gennaio 28, 2014 di agoradellavoro

    Introduzione a Ina Praetorius

    Quella rompiscatole di Penelope. Disfare l’economia, come faceva lei di Giovanna Pezzuoli

    http://27esimaora.corriere.it/articolo/quella-rompiscatole-di-penelopedisfare-leconomia-come-faceva-lei/

    Speaking of God as a woman since the Enlightenment, in “Feminist Theory”, v. 15 n. 1, 2006.

    http://fth.sagepub.com/cgi/content/abstract/15/1/84

    Mondo domestico

    https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=12&cad=rja&uact=8&ved=0CF4QFjAL&url=http%3A%2F%2Fwww.diotimafilosofe.it%2Fdown.php%3Ft%3D3%26id%3D120&ei=HaroU7-9OIefygPCvoKwAg&usg=AFQjCNFbMy93DaydofFBL94JJMJDWUw1Mw&sig2=vb1s5xikPB3UcZl_hM-msw&bvm=bv.72676100,d.bGQ

    Fare mondo sul finire del patriarcato

    http://www.archividonneticino.ch/studi/07praetorius_traduzione.pdf

     

    Economia della natalità in “La vita alla radice dell’economia. Dal testo al blog”, aprile 2009.

    http://lavitallaradicedelleconomia.blogspot.com/2009/04/economia-della-natalita-ina-praetorius.html

     

    Il mondo come ambiente domestico

    http://www.provincia.grosseto.it/pariopportunita/news.php?id=3500

     

    Ein Text zur Fastenzeit: Fasten in der Krise?

    http://www.ostschweizerinnen.ch/Wohlbefinden/praet_fasten09.php

     

    Per ulteriori articoli in lingua tedesca

    http://www.inapraetorius.ch/d/texte-im-netz.php

     

    Link

    Pagina personale

    http://www.inapraetorius.ch/e/ina-praetorius.php

    http://www.inapraetorius.ch/index-en.php

    Profilo, Iaph Symposium

    http://host.uniroma3.it/dipartimenti/filosofia/Iaph/english/women/praetorius_en.html

     

    Iniziative

    17 maggio 2014, Incontro unico con Ina Praetorius a Napoli dal titolo “La cultura materiale per le altre economie”

     

    29 maggio 2014, Alla Sala Ciardiello della Sea l’incontro con Ina Praetorius per il ciclo di conferenze “Transiti mediterranei”

    http://www.sannioteatrieculture.it/dettagliocomunicato.php?vIdComunicato=2240

    di Elide Apice

    http://www.napolicittasociale.it/portal/vivi-sociale/incontri/4215-incontro-unico-con-ina-praetorius.html

    Ottobre 2009, Gossau – “Reading Calvin within a disappearing patriarchate“, all’interno di Calvin09.

    2006, Roma – Iaph XII Symposium

    Agosto 2003 – 2nd European’s Women’s synod

    Scheda curata da Federica Castelli e Valeria Mercandino