Author: claudia-bruno

  • Ivg, a che punto siamo con l’applicazione della 194

    di Claudia Bruno (da inGenere.it)

    Il ministero della salute ha presentato la relazione annuale sull’applicazione della legge 194. Per la prima volta le interruzioni volontarie di gravidanza registrate scendono sotto le 100 mila. Ma qual è lo stato dell’accesso ai servizi e del diritto alla salute?

    Per la prima volta in Italia il numero annuale di interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) è inferiore a 100.000. A riportarlo è la relazione del ministero della salute appena presentata in Parlamento e relativa all’attuazione della legge 194 del 1978 nel nostro paese. Nel 2014, si legge nel rapporto, sono state notificate dalle regioni 97.535 IVG (dato provvisorio), con un decremento del 5.1% rispetto al dato definitivo del 2013 (102.760 casi), e un dimezzamento rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto di interruzioni volontarie di gravidanza nel nostro paese. Il tasso di abortività[1], che nel 2013 si registra al 7,6 per 1000 rimane tra i più bassi di quelli osservati nei paesi industrializzati. Dati, questi, che andrebbero però tenuti insieme alla quantificazione degli aborti clandestini. L’Istituto Superiore di Sanità ne ha fatto una stima inclusa tra i 12.000 e i 15.000 casi per il 2012, riscontrando una sostanziale stabilizzazione del fenomeno negli ultimi anni. Si tratta di cifre comunque sempre molto alte se si considera che tra le cause potrebbe esserci proprio la difficoltà nell’accesso ai servizi.

    Lo stato dell’obiezione di coscienza e dell’accesso ai servizi

    I valori di obiezione riscontrati dalla relazione nel 2013 restano elevati soprattutto tra i ginecologi  – a obiettare sono il 70.0%, cioè più di due su tre – un dato che tende a stabilizzarsi dopo il notevole aumento degli ultimi anni. Il rapporto ha osservato poi un ulteriore incremento di obiettori tra il personale non medico, con valori che sono passati dal 38.6% nel 2005 al 46.5% nel 2013. Le maggiori differenze si riscontrano a livello regionale. I picchi sono al centro sud, con percentuali di obiezione tra i ginecologi superiori all’80%: in Molise (93.3%), nella provincia autonoma di Bolzano (92.9%), in Basilicata (90.2%), in Sicilia (87.6%), in Puglia (86.1%), in Campania (81.8%), nel Lazio e in Abruzzo (80.7%). Per il personale non medico i valori impennano in Molise (89.9%) e in Sicilia (85.2%). L’obiezione continua ad essere maggiore all’interno delle strutture ospedaliere rispetto ai consultori, dove pure è presente.

    Cosa significano questi dati in termini di accesso ai servizi e diritto alla salute? La relazione mette in luce che per la prima volta, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi, perché ogni non obiettore in media si ritrova ad effettuare 1,6 interruzioni a settimana, e in ogni caso un non obiettore non arriva mai alle 10 interruzioni a settimana. Dall’analisi del ministero emerge poi che non c’è correlazione fra numero di obiettori e tempi di attesa, e che in media l’aumento degli obiettori in sei anni è coinciso con una diminuzione dei tempi d’attesa.

    Secondo la ministra Beatrice Lorenzin, che ha firmato il documento, le difficoltà nell’accesso ai servizi“sono probabilmente da ricondursi a situazioni ancora più locali di quelle delle singole aziende sanitarie rilevate nella relazione, e probabilmente andrebbero ricondotte a singole strutture“.

    Ma se è vero che a fare la differenza tra buona e cattiva applicazione della legge 194 sono proprio i singoli ospedali, allora va considerato che quattro ospedali pubblici su dieci di fatto non la applicano. Dalla relazione emerge infatti che nel 2013 a livello nazionale il numero totale delle strutture che effettuano le IVG corrisponde solo al 60% del totale delle strutture con reparto di ostetricia e ginecologia (era il 64% nel 2012). A livello regionale, risulta poi che in due casi, relativi a regioni molto piccole, è presente un numero di strutture disponibili inferiore addirittura al 30%.

    La legge però prevede il diritto di obiezione solo per i singoli medici, non per intere strutture, significa che ognuna di queste dovrebbe essere in grado di garantire comunque il servizio.

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  • Interazioni in sala parto. Le parole della medicalizzazione

    di Lia Lombardi (da inGenere.it)

    Come numerosi studi dimostrano, il linguaggio è molto più che uno scambio di informazioni. Esso compie un ‘lavoro’: due persone che parlano, inviano e ricevono messaggi e nello stesso tempo compiono un’azione sociale. Il risultato più importante di questi studi è che nel linguaggio permangono modelli ricorrenti di comportamento. L’analisi delle conversazioni della vita quotidiana ne evidenzia la somiglianza strutturale.

    I contributi che hanno animato la sessione numero sei del convegnoGenere e Linguaggio[1] hanno fatto riferimento a questa nozione, soffermandosi, in particolare, sul potere performativo del linguaggio riferito ai generi[2], sui processi di stigmatizzazione e di costruzione delle identità di genere, sulla costruzione del linguaggio di genere nei media[3] e nell’informazione on-line[4]. Un ulteriore contributo sottolinea gli aspetti linguistici che designano e categorizzano le identità di genere, all’interno dei processi di medicalizzazione.

    Le riflessioni che seguono sintetizzano alcuni dei punti emersi nel dibattito, soffermandosi sul potere perfomativo del linguaggio medico rispetto alla rappresentazione e alla costruzione sociale e culturale dei generi, con riferimento a contesti medico-istituzionali con forte connotazione di genere, come le sale parto.

    Linguaggio, potere e differenze di genere

    Gli studi su genere e linguaggio sono ormai numerosi e diversi tra loro: si estendono dall’analisi dei turni di parola nelle interazioni uomo-donna, a ricerche di tipo etnometodologico in cui si analizza la costruzione sociale del genere femminile. Questo mostra come le differenze di linguaggio siano connesse alla realtà strutturale definita dal dominio maschile e costruita nelle strutture economiche, familiari, politiche e legislative della società.

    All’interno di questi studi un filone di ricerca si è sviluppato nei contesti medico-clinici da parte di studiose femministe che hanno interpretato nella interazione uomo-medico/donna-paziente la rappresentazione del potere e dell’ordine sociale.

    Dietro i giudizi sullo stato di salute dei pazienti e le prescrizioni che i medici danno loro, c’è un sistema di credenze, di valori, di conoscenze più ampio in cui i medici collocano le informazioni sanitarie. Se la paziente è donna questi aspetti sociali giocano nell’interazione almeno a due livelli: da una parte i giudizi del medico sono spesso determinati dalle definizioni dei ruoli ‘appropriati’ per le donne nella società; dall’altra parte le donne, abituate nella vita quotidiana a comportarsi in modo dipendente e subordinato, si trovano spesso a ‘colludere’ con l’autorità medica, assumendo una posizione di ‘doppia subordinazione’ (come donna e come paziente). Questo campo della pratica medica è rivelativo dei meccanismi di potere, impliciti nell’interazione medico-paziente, in cui s’incontrano due direttrici: una determinata dalla potenza simbolica e sociale del controllo della salute e del corpo femminile, l’altra influenzata dalla cultura delle pratiche mediche come insieme oggettivo, asettico e autofondante.

    Pertanto, il contesto ostetrico-ginecologico è quello del potere-sapere entro cui donna e medico si confrontano e che non riguarda solo la loro interazione faccia a faccia, bensì lo sfondo storico e sociale che tale incontro possiede: si tratta di un potere-sapere che permette al medico di definire la situazione in cui avviene l’interazione della visita ostetrico-ginecologica.

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  • Maria Palazzesi

    emailButton (1) Mail: maria.palazzesi(chiocciola)fastwebnet.it

    Maria Palazzesi è responsabile dell’Area Cultura della Casa Internazionale delle Donne di Roma. Ha collaborato con cattedre e dipartimenti universitari, ha ideato e organizzato diversi progetti tesi alla promozione della scrittura letteraria femminile e della lettura come percorso di genere. Specializzata in consulenza editoriale e in professione libraria, è stata socia della “Libreria delle Donne” di Roma ed è una delle fondatrici dell’associazione culturale “Zora Neale Hurston”, nata per diffondere la cultura e i saperi delle donne. Il suo impegno politico e pratico nel contesto del femminismo romano prende forma soprattutto attraverso l’organizzazione di eventi, incontri e corsi di formazione volti alla promozione della cultura di genere. Nel 2006 ha collaborato alla realizzazione del Simposio Internazionale delle Filosofe (Iaph) tenutosi all’Università degli Studi Roma Tre.

    Pubblicazioni

    • Corpi delle donne corpo della politica. Attraversamento testuale e ricerca bibliografica, Amministrazione Provinciale di Roma, 2005
    • Il movimento delle donne in Toscana negli anni Cinquanta, Firenze, 1994
    • Ricerca bibliografica a carattere storico economico e politico sul tessuto femminile della regione Toscana e della Provincia di Grosseto, Amministrazione Provinciale Grosseto, 1993
    • Le donne nella FNP, Roma, 1990
    • Il lavoro femminile, in Arcoinformagiovani, anno I, n.3, Roma,1989

     

    Eventi e manifestazioni (scelti fra quelli che ha curato)

    • Taci, anzi parla. Carla Lonzi e l’arte del femminismo, convegno Casa Internazionale delle Donne, Roma, 2010
    • Il pensiero dell’esperienza, ciclo di incontri Casa Internazionale delle Donne, Roma, 2009
    • Incontri con Catherine Malabou, ciclo di incontri Casa Internazionale delle Donne, Roma, 2008
    • Donne eccellenti, ciclo di incontri Casa Internazionale delle Donne, Roma, 2008
    • Settimana di incontri con Janine Altounian, ciclo di incontri Casa Internazionale delle Donne, Roma, 2007
    • Incontro con Jamila Mujahed, Casa Internazionale delle Donne, Roma, 2007
    • Simposio Internazionale delle Filosofe (Iaph), Università degli Studi Roma Tre, 2006
    • Storia del corpo e biopolitica, ciclo di incontri con Barbara Duden, Casa Internazionale delle Donne, Roma, 2006
    • Incontro con Julia Kristeva, Casa Internazionale delle Donne, Roma, 2006
    • Il dolore come fatto pubblico, ciclo di incontri Casa Internazionale delle Donne, Roma, 2005
    • II Seminario Nazionale sui Femminismi, Casa Internazionale delle Donne, Roma, 2004
    • I Seminario Nazionale sui Femminismi, Casa Internazionale delle Donne, Roma, 2002

     

    Elenco dei link dove compaiono interventi e interviste

    Video-intervista su DonnaTv relativa all’organizzazione del Convegno “Taci Anzi Parla”, dedicato a Carla Lonzi e tenutosi alla Casa Internazionale delle Donne di Roma dal 5 al 7 marzo 2010
    http://www.donnatv.it/tv/mooffanka/?tool=tvp&vid=779

    Video dell’intervento al Convegno “Taci anzi Parla”, dedicato a Carla Lonzi, 2010
    http://vimeo.com/10754207

    “Differenza sessuale e cittadinanza: oltre l’uguaglianza”, intervento tenuto all’Université Européenne d’eté, 2006
    http://tinyurl.com/389cpvx

    Link di riferimento

    Casa Internazionale delle Donne di Roma
    http://www.casainternazionaledelledonne.org/

    Iniziative

    Dal 2009 organizza “InDanza. Serate di danza contemporanea”, una rassegna estiva dedicata a giovani danzatrici dell’Accademia di Danza
    Dal settembre 2007 dà vita insieme ad altre donne al progetto “La Magnolia” una vetrina aperta alle esperienze artistiche di giovani donne all’inizio della loro attività professionale che utilizza lo spazio espositivo all’interno della Casa Internazionale delle Donne di Roma e si pone come luogo di scambi e di relazioni.
    Dal 2004 ad oggi, in collaborazione con Archivia, organizza la rassegna “Tesi ed incontri. Temi ed argomenti in discussione a partire da tesi di laurea di giovani donne” alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, un modo diverso di discutere la tesi di laurea e che prevede la presenza al dibattito dell’autrice, della relatrice di tesi e di un’esperta del tema trattato.
    Da anni è impegnata nell’organizzazione di cicli di incontro e discussione su libri di autrici italiane e internazionali.

    Scheda curata da Claudia Bruno e Valeria Mercandino

  • Donna Haraway

    emailButton (1)Mail: haraway(chiocciola)ucsc.edu

    Nasce nel 1944 a Denver, in Colorado, ed è considerata una delle pensatrici più originali del nostro tempo. Si è formata tra Denver e Parigi, dove ha studiato zoologia, filosofia, letteratura e teologia. A Yale ha conseguito il dottorato di ricerca in biologia, con una tesi sul potere della metafora nella biologia sperimentale. Ha insegnato Scienze e Women’s studies all’Università delle Hawaii, ed è stata docente di Storia della scienza alla Johns Hopkins University. A Baltimora entrò in un gruppo femminista socialista. Nel 1980, Haraway si trasferiva in California all’università di Santa Cruz dove tutt’ora risiede come professoressa emerita e con una cattedra presso il Dipartimento “History of Consciousness” ed è tra i professori della European Graduate School, dove insegna “Femminismo e tecnoscienza”. Autrice del noto Cyborg Manifesto, è da sempre una esploratrice della permeabilità dei confini materiali e simbolici. I suoi testi sono stati scritti quasi per intero nella sua casa ad Healdsburg – a metà strada tra San Francisco e Los Angeles – dove vive dal 1977 insieme ai suoi compagni, umani e non umani, in una sorta di famiglia allargata e in continua evoluzione.

     

    Bibliografia in italiano

    Compagni di specie. Affinità e diversità tra esseri umani e cani, Sansoni, Milano 2003

    Testimone modesta@famaleman-incontra-oncotopo: Femminismo e tecnoscienza, Feltrinelli, Milano 2000

    Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, a cura di L. Borghi, introduzione di R. Braidotti, Feltrinelli, Milano 1995

     

    Bibliografia in inglese

    Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene, Durham: Duke University Press, 2016.

    Manifestly Haraway, Minneapolis: University of Minnesota Press, 2016.

     

     

    When species meet, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2008

    The Haraway reader, New York, London, Routledge, 2004

    Primate visions: gender, race and nature in the world of modern science, New York, London, Routledge, 1989

    Crystals, Fabrics, and Fields: Metaphors of Organicism in 20th Century Developmental Biology, New Haven, Conn, Yale University Press, 1976

     

    Saggi, articoli, interviste

    Encounters with companion species: entangling dogs, baboons, philosophers, and biologists, “Configurations”, Vol.14, pp.97-114, 2008

    Goodeve Thyrza N., Come una foglia. Thyrza Nichols Goodeve intervista Donna J. Haraway, La Tartaruga, Milano 1999

    The Promises of Monsters: a regenerative politics for inappropriate/d others, in Lawrence Grossberg, Cary Nelson, Paula A. Treichler, eds., “Cultural Studies”, New York, Routledge , pp. 295-337, 1992

    Cyborgs at Large: Interview with Donna Haraway by Penley Constance, Ross Andrew, “Social Text”, n. 25/26, pp. 8-23, 1990

    Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective, in “Feminist Studies”, Vol. 14, no. 3., pp. 575-599, 1988

    Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, “Socialist Review”, no. 80, pp. 65-108, 1985

    Sociologia animale e fisiologia politica, “Nuova Dwf” n.17, pp. 29-47, 1981

     

    Elenco dei link dove compaiono articoli, testi, interventi dell’autrice

    Tobaldi, T., Donna Haraway. Un pensiero sulla scienza, Università delle donne

    Terranova, F., Trailer e sito ufficiale del film Donna Haraway: storytelling for heartly survival, 5 maggio 2017

    Trincardi, G., Perché dobbiamo cambiare il modo di raccontare la realtà per sopravvivere, intervista al regista di Donna Haraway: storytelling for heartly survival, 4 maggio 2017

    Peca, A., Per un femminismo postumano, Passati oltre trent’anni dal manifesto Cyborg, genere, identità e tecnologia da Her, Ex Machina e Ghost in the Shell, 7 giugno 2016

    Anthropocene Consortium Lecture Series, in collaborazione con Evergreen academic programs to foster climate literacy, 23 maggio 2016

    DWF (102) Pensiero stupendo. Braidotti, Butler, Haraway per DONNE WOMEN FEMMES, 2014, 2

    When we have never been human, what is to be done? Interview with Donna Haraway by Nicholas Gane, Theory, Culture and Society n.23, 2006

    Alpha Bitches Online:the Dog Genome for the Next Genderation, audio dell’intervento tenuto alla IV European Feminist Research Conference Body Gender Subjectivity. Crossing borders of disciplines and institutions, Bologna, 28 settembre-1ottobre 2000

     

    Link

    Pagina personale sul sito del Dipartimento “History of Consciousness”, University of California

    Pagina personale nel sito del dipartimento di History of Consciousness dell’Università di Santa Cruz

     

     

    Scheda curata da Claudia Bruno e Valeria Mercandino

  • Barbara Duden

    emailButton (1) Mail: b.duden(chiocciola)ish.uni-hannover.de

    Nata nel 1942 in Germania, si è formata a Vienna e a Berlino. Nel 1986 si è laureata presso l’Istituto di Storia Moderna presso l’Università Tecnica di Berlino. Tra il 1985 e il 1990 ha insegnato Storia delle donne e Storia della scienza e della tecnologia presso l’Università della California e l’Università della Pensylvania. Attualmente è docente presso il Dipartimento di Sociologia e Psicologia sociale e professoressa emerita all’Università di Hannover. Ha collaborato con Ivan Illich negli ultimi anni della sua vita. Specializzata in storia della scienza, sociologia e psicologia, si definisce, e di fatto è, una storica dei corpi delle donne. Il suo è un pensiero originale all’interno del discorso scientifico, un pensiero che parte dalla percezione e dall’esperienza dei corpi come fatto culturale e non neutrale. Da sempre attenta al cambiamento dell’immaginario sui corpi con l’avanzare della tecnica e della medicina, negli ultimi anni ha preso posizione anche all’interno del dibattito sulla genetica e la biomedicina.

     

    Bibliografia in italiano 

    • I geni in testa e il feto nel grembo. Sguardo storico sul corpo delle donne, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

     

    • Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, Bollati Boringhieri, Torino 1994.

     

    Bibliografia

    • con Samerski, S. e Vogeler K. (2014), Die gesichtslose Patientin. Wie Menschen hinter Daten verschwinden. Mabuse Verlag, Frankfurt am Main.
    • (2002) Die Gene im Kopf-der Fotus im Bauch. Historisches zum Frauenkorper, Offizin-Verlag, Hannover,  ed.it (2002) Il gene in testa e il feto nel grembo, Bollati Boringhieri, Torino.

    Questo libro intende parlare delle questioni politiche del presente attraverso uno sguardo storico-critico, che studia gli universi di senso del passato: la gravidanza prima dello stetoscopio, prima dell’ecografia, prima dell’embrione. Risalendo indietro fino a guardare ai geni, liberandoli dalle sovrastrutture ideologiche che si sono depositate su di essi dopo la loro scoperta. Oggi ci si trova in presenza di ciò che la Duden chiama “feto pubblico”, un fenomeno, fino a tre decenni fa, estraneo all’esperienza delle donne in stato interessante, in quanto il “conflitto morale” tra la donna e l’embrione si origina solo con la medicalizzazione e il controllo della gravidanza.

    • (2003) Anatomie der guten Hoffnung. Zur Bildgeschichte des Ungeborenen, Campus

     

    • (2002) Zur Erfahrungs- und Wisseschaftsgeschichte der Schwangerschaft (xvii-xx Jahrhundert), con Jürgen Schlumbohm e Patrice Veit Geschichte, Vandenhoeck & Ruprecht,

     

    • (2001) Auf den Spuren des Körpers in einer technogenen Welt, Ha curato con Dorothee Noeres, Leske+Budrich,

     

    • (1991) Der Frauenleib als öffentlicher Ort: Vom Mißbrauch des Begriffs Leben, Luchterhand, Hamburg/Zürich,  ed.it. (1994) Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, Bollati Boringhieri, Torino.

    Storica delle donne, con alle spalle ricerche sul vissuto del corpo femminile nel sec. XVIII, l’autrice in questo libro sostiene la tesi, elaborata anche nel corso di una conversazione con Ivan Illich, secondo cui il feto intrauterino non è una creatura di Dio o della natura, ma della società moderna.

     

    • (1990) Body History. A Repertory/Körpergeschichte. Ein Repertorium, Tandem.

     

    •  (1987) Geschichte unter der Haut. Ein Eisenacher Arzt und seine Patientinnenum 1730, Klett-Cotta, Stuttgart.

     

    Saggi e articoli

    • L’epoca della schizo-percezione, in Buttarelli Annalisa, Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, pp. 125-140, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2008

     

    Link dove compaiono saggi e interventi dell’autrice

    Il corpo delle donne come luogo pubblico (video), Lectio Magistralis tenuta in occasione del quinto incontro del “Seminario sulle Violenze contro le Donne”, Università Roma Tre, 16 aprile 2009

     

    Sotto controllo. Anna Maria Crispino intervista Barbara Duden, in n. 07 Corpo, A cura di Marco Breschi e Anna Maria Crispino, Multiversoweb, 2008

     

    Gravidanze “senza tempo”, per una storia dell´autopercezione del corpo femminile di Paola Polizzotti, Mondo-doula, 14/12/2008

     

    Barbara Duden: Così le donne hanno perso la maternità, Il Giornale 20 febbraio 2007.

     

    Registrazione video del dibattito dal titolo I confini della vita e l’eutanasia. Una prospettiva etica e scientifica, registrato a Roma sabato 12 maggio 2007 alle ore 15:37

     

    Perché l’embrione è diventato persona? Ce lo spiega Barbara Duden di Maddalena Gasparini, Lihttp://www.youtube.com/watch?v=qxRmninsPYEberazione, 2 giugno 2006.

     

     

    Il corpo della donna come luogo pubblico, in Tracce Fresche

     

     

     

     

    Ivan Illich – Jenseits von Medical Nemesis (1976) – auf der Suche nach den Weisen, in denen die Moderne das ‘Ich’ und das ‘Du’ entkörpert, Simposio su Ivan Illich, Università di Bremen, 7-8 febbraio 2003

     

    Sammlung I : Ausgewählte Schriften und Vorträge, 1991-1998

     

    Die Verkrebsung. Die Historikerin des erlebten Körpers vor dem zeitgeschichtlichen Phänomen der Krebsprävention, contributo alla Conferenza Internazionale della German Cancer Society “Donne e cancro: opportunità per la prevenzione”, Francoforte, 29-30 ottobre 1997

     

    Link

    Pagina personale sul sito internet del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Hannover

     

    Scheda curata da Claudia Bruno e Valeria Mercandino

     

  • Natura e politica

    Natura e politica

    Il pensiero delle donne sulla natura è un pensiero recente che parte da una prospettiva dichiaratamente incarnata nei corpi e per questo parziale. Proprio intorno al concetto di parzialità ruota il contributo di tutte le scienziate, filosofe e attiviste che a partire dalla prima metà degli anni ’70 hanno messo in pratica una rilettura “situata” della storia della scienza e quindi della cultura della natura. A queste donne va riconosciuto il merito di aver trattato la natura e la scienza come fatti sociali, quindi come costrutti particolarmente vulnerabili all’influenza di ideologie e stereotipi. In questo sovvertimento, in questa rottura dell’ordine precostituito, sta la valenza politica del pensiero femminista sulla natura, un pensiero che, pur nelle sue molteplici istanze, ha posto al centro la critica di quella “neutralità” per secoli chiamata in causa a legittimare strategie di dominio sul “naturale”. Il lavoro delle pensatrici della natura è coinciso quindi, da una parte, con un lungo processo di ricerca sul simbolico che ha smantellato le metafore sessuali e sessiste di cui il paradigma scientifico dominante faceva ampio uso, e ha esplorato nuovi concetti di alterità muovendosi oltre il dualismo maschile-femminile; dall’altra, con l’elaborazione di pratiche e strategie politiche. Si tratta di un processo ancora in corso, che negli ultimi anni ha manifestato soprattutto l’esigenza di dare spazio a nuove figurazioni per rappresentare la natura e il rapporto tra corpi, ambienti e tecnologie. Purtroppo, il pensiero politico delle donne sulla natura non ha ancora trovato il giusto spazio in Italia, e più in generale nel vecchio continente. Possiamo dire invece che il dibattito è fervido in America, Asia e Australia, terre di conquista nelle stagioni del colonialismo, ma anche paesi che in modi differenti hanno ancora esperienza diretta della natura intesa come wildness. In questo senso, la testimonianza delle pensatrici asiatiche, americane, australiane, incarna sicuramente un pensiero radicato nell’esperienza. Qui di seguito proponiamo alcune letture scelte per un’introduzione all’argomento.

    D’Eaubonne Francois (1974), Le feminisme ou la mort, Pierre Horay, Paris

    In questo testo compare per la prima volta il termine ecofemminismo, spiegato come l’incontro tra pensiero femminista ed ecologia. Si tratta di un pensiero “nuovo” che stabilisce una relazione politica tra la figura femminile e la Terra: le donne e l’ambiente si trovano ad essere categorie oppresse e destinate allo sfruttamento, all’interno del medesimo paradigma patriarcale dominante. Si tratta di una versione ingenua di ecofemminismo che tende soprattutto a sottolineare il nesso tra la violenza maschile esercitata sull’ambiente, e quella esercitata sui corpi delle donne.

    Merchant Carolyn, (1980) The death of nature: women, ecology and the scientific revolution, ed.it. La morte della natura, Milano, Garzanti, 1988

    E’ considerato uno dei testi chiave dell’ecofemminismo. Qui l’autrice teorizza la transizione dalle società pre-moderne a quelle moderne come il passaggio da una concezione del mondo come organismo vivo a una concezione del mondo come macchina inerte. Un passaggio avvenuto in corrispondenza della Rivoluzione scientifica, e segnato dal graduale abbandono dell’ordine simbolico del materno, largamente diffuso nelle società arcaiche per rappresentare la natura e, più in generale, la Terra. La natura come nutrice, la terra come madre, il mondo come organismo di parti tra loro interconnesse e cooperanti, sono tutti tasselli appartenenti a quell’immaginario olistico che precede le società basate sullo Stato nazione, l’illuminismo scientifico, il capitalismo economico. L’edizione italiana contiene anche una presentazione di Elisabetta Donini, docente universitaria in Fisica fino al 2004, da anni attiva all’interno del dibattito su donne e scienza.

    Fox Keller Evelyn, (1985) Reflections on gender and science, ed.it Sul genere e la scienza, Milano, Garzanti, 1987

    In questo volume la fisica e femminista statunitense pone apertamente la questione del genere all’interno del discorso scientifico, partendo dalla individuazione degli stereotipi sessisti presenti nella cultura della scienza patriarcale. Una voce interna al contesto scientifico dichiara esplicitamente che teorie, modelli e descrizioni della natura non sono qualcosa di universale e imparziale, bensì costrutti socioculturali altamente influenzati dal modo di pensare di una determinata comunità storica, quella dei maschi, bianchi, occidentali. Nonostante il lavoro di Keller abbia fatto discutere le femministe – soprattutto per la sua reticenza nel riconoscere l’esistenza di uno specifico punto di vista femminile sulla natura – il contributo principale del testo è stato proprio quello di riportare la testimonianza di un’addetta ai lavori. L’edizione italiana include una presentazione di Paola Manacorda, matematica ed esperta di grandi sistemi informatici.

    Harding Sandra, (1986) The Science Question in Feminism, Cornell University Press

    Testo cardine per il dibattito femminista sulla scienza, pone al centro la questione dell’obiettività. L’autrice, filosofa della scienza americana, mette a confronto le diverse critiche che l’epistemologia femminista ha fatto all’obiettività così come intesa dalla scienza moderna patriarcale, ponendo in relazione empiricismo femminista e teoria del punto di vista femmnista (standpoint theory). Una riflessione che la porterà più tardi ad elaborare la sua nozione di “obiettività forte”.

    Irigaray Luce, (1986) Sessi e Genealogie, Milano, Baldini Castoldi Dalai, in particolare i saggi L’universale come mediazione, pp. 145-171, e Una possibilità di vivere. Limiti al concetto di neutro e universale nelle scienze e nei saperi, pp.205-231

    Iin questi interventi tenuti entrambi nel 1986, il primo a Zurigo e il secondo a Tirrenia, Irigaray esplora le connessioni tra matriarcato e natura, e articola una critica al concetto di neutralità scientifica partendo dalla catastrofe di Cernobyl.

    Shiva Vandana, (1988) Staying alive: women, ecology and survival in India, ed.it Terra madre. Sopravvivere allo sviluppo, Torino, UTET, 2002

    E’ il manifesto politico della fisica e ambientalista indiana Vandana Shiva, famosa per le sue battaglie al fianco delle donne del Sud. Una critica all’Occidente e alla cultura patriarcale che rende visibile il ruolo delle donne del Sud per il pianeta, descrivendo dettagliatamente la rete di saperi femminili elaborata nei millenni all’interno del sistema natura: dalla catena alimentare agli ecosistemi forestali, dalle lotte per i beni comuni alla gestione dell’acqua. Della stessa autrice consigliamo anche Il bene comune della terra, Milano, Feltrinelli, 2006

    Duden Barbara, (1991) Der Frauenleib als öffentlicher Ort, ed.it. Il corpo della donna come luogo pubblico, Torino, Bollati Boringhieri, 1994

    Uno sguardo storico sui corpi, una ricostruzione puntuale del processo di pubblicizzazione/espropriazione del corpo della donna e delle sue funzioni, parallelamente all’avanzare della tecnica e della medicalizzazione maschili. Della stessa autrice segnaliamo anche Il gene in testa e il feto nel grembo, Torino, Bollati Boringhieri, 2006.

    Haraway Donna J., (1991) Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature, ed.it Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Milano, Feltrinelli, 1995

    Il volume include il famoso “Manifesto” di Haraway, che teorizza un nuovo soggetto politico: il cyborg, organismo composto di carne e silicio, natura e tecnologia. Una figurazione material-simbolica del tutto originale che ha ispirato tutta la riflessione cyberfemminista successiva, e da cui prende le mosse il progetto di una tecnoscienza femmnista. L’edizione italiana è curata da Liana Borghi e include un’introduzione di Rosi Braidotti. Della stessa autrice segnaliamo anche Testimone modesta@FemaleMan©_incontra_OncoTopo™, Milano, Feltrinelli, 2000.

    Plumwood Val, (1993) Feminism and the mastery of nature, New York, Routledge

    Una delle maggiori teoriche dell’ecofemminismo spiega la relazione donne-natura come il nesso culturale che ha storicamente legittimato una serie di colonizzazioni a più livelli, quello che Plumwood chiama il “modello dominante”. In questo testo la teorica australiana smaschera i dualismi sottesi alla rete di dominio in cui spesso donne e natura si sono trovate a svolgere lo stesso ruolo, quello di subalterne.

    Braidotti Rosi, (2005) Madri, mostri, macchine, Roma, Manifestolibri

    Un volume che raccoglie tre saggi sulla riflessione post-moderna intorno ai corpi femminili e alle loro connessioni con il mostruoso ed il macchinico. Una voce, quella di Braidotti, attenta a contribuire in modo originale al discorso sulle metamorfosi e sulle ibridazioni in corso nell’era delle nuove tecnologie informatiche e biologiche, dove i confini tra natura e tecnica sono sempre più permeabili. Della stessa autrice segnaliamo anche In metamorfosi. Verso una teoria materialista del divenire, Milano, Feltrinelli, 2002, in particolare i capitoli 3, 4 e 5.

  • Terre-Mutate – L’Aquila, 7-8 maggio 2011

    prova

     

    Il 7 e l’8 maggio 2011 le donne aquilane hanno accolto donne singole e reti di donne italiane nel centro storico dell’Aquila per parlare di ricostruzione, resistenza, cittadinanza e partecipazione. Un invito a portare e condividere esperienze di territori violentati, maltrattati, rifiutati, abbandonati a se stessi e in cui le donne stanno meticolosamente trovando vie d’uscita, strategie di resistenza, pratiche di opposizione e invenzione.

     

    Simbolo della giornata, non a caso, la cariatide che tiene saldo lo sguardo a terra e con le braccia forti sostiene il cielo. Una donna-scultura, come la definisce Nicoletta Bardi sull’ultimo numero diLeggendaria (Voglio lavorare. A modo mio, n. 86, marzo 2011), che “ci accompagnerà in un percorso di liberazione perseguendo il sogno di avere braccia e mani libere per abbracciare il mondo e mulinare nel vento” (p.49). Un “simbolo di disperata forza” che nasce da una contingenza concreta: il Teatro Stabile d’Abruzzo che crolla con il terremoto del 6 aprile del 2009, e la cariatide che rimane intatta “a sostenere un anacronistico pezzetto di volta” .

     

    Siamo andate all’Aquila, e insieme a noi altre centinaia di donne da tutta Italia, accogliendo la chiamata del Comitato Terre-Mutate per vedere la città com’è con i nostri occhi, senza il filtro del circuito mediatico e per incontrare le donne che hanno vissuto l’esperienza del terremoto e stanno cercando nuovi modi di abitare una città ancora invisibile e blindata dai militari.

     

    L’Aquila è infatti sotto ordinanza almeno fino al 31 dicembre 2011, ci hanno spiegato. Agli angoli delle strade, nel centro storico, sono posteggiate le camionette militari. È ancora una città sottratta alle regole delle leggi ordinarie, spiegano le aquilane, una città militarizzata, e dove c’è un apparato militare c’è la costruzione di un nemico. Quello che raccontano e che vivono da più di due anni queste donne è uno stato di emergenza permanente ed artificioso, costruitoad hoc intorno alle loro vite e alla loro città, in cui devono re-inventarsi le modalità di agire gli spazi di libertà. La due giorni a cui ci hanno chiamato, e a cui abbiamo preso parte, è voluta essere proprio questo: un appello a trovare insieme nuovi modi di abitare, trovare le parole per raccontare pratiche già in atto, immaginarsi cosa può seguire, verso un nuovo modello di cittadinanza.

     

    Le storie delle donne aquilane – vite e luoghi frantumati, ridisegnati, riconfinati, dal terremoto del 2009, come conferma anche la raccolta di testimonianze curata da Ivana Trevisani nel libro Vite disperse(Edizioni Clanto, 2010) – hanno fatto da collante in uno scambio di pratiche e saperi che ha coinvolto altre reti. C’erano le donne di Napoli, che stanno facendo i conti con l’emergenza rifiuti, le donne del presidio No Dal Molin di Vicenza, che hanno fatto un lungo lavoro di opposizione alla costruzione di una base militare americana in territorio civile, le Donne in Nero, che operano contro la militarizzazione dei territori, i centri anti-violenza, l’Udi, e molte altre.

     

    La forza delle aquilane è stata quella di trasformare una città piena di abitazioni distrutte e sbarrate in una casa più grande ed estesa, dove le stanze erano piazze e i corridoi strade. Quello delle ‘terre-mutate’, insomma, è stato un invito a casa, senza mezzi termini. Nel pomeriggio di sabato e nella mattina di domenica ci sono stati laboratori tematici negli hotel cittadini, ognuno dei quali prendeva il nome e la funzione di una ‘stanza’ (la cucina, il soggiorno, la camera da letto, il giardino, la biblioteca).

     

    Ma all’esercizio collettivo di immaginazione – tra l’altro molto ben riuscito nei fatti perché poi le ‘stanze’ sono state occasione preziosa per lo scambio di testimonianze ed esperienze, relazioni e incontri – non è mancata la progettualità. Le donne del comitato Terre-Mutate (composto dalla Biblioteca delle donne Melusine, dal Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila, dall’associazione Donne in nero L’Aquila) insieme a Nadia Tarantini e a Leggendaria, rivista che a partire dallo speciale del maggio 2010, il numero 81, ha poi dedicato uno spazio costante alle donne aquilane, hanno infatti gettato le basi per una vera e propria casa: la Casa delle donne che sorgerà in piazza Palazzo, simbolo della resistenza e della partecipazione cittadina, che il 5 maggio è stata anche teatro di una “presa simbolica” da parte delle donne. La condivisione con le altre si è tradotta nella scelta – chiesta ad ognuna – sul nome che dovrà prendere la casa: LaquilaDonna, DonneDiMaggio, CasaMutata? Perché quella sarà la casa di tutte.

     

    Il 6 maggio è stato eseguito un rito di fondazione femminile della città: alla fontana cittadina delle 99 cannelle le donne hanno formato una catena con i loro corpi, hanno versato acqua nella terra, legato nastri colorati agli alberi. Sempre il 6 maggio, le donne hanno piantato dei fiori con Lorenza Zambon, attrice-giardiniera, nell’aiuola davanti alla Casa dello studente, per il crollo della quale hanno perso la vita otto tra studentesse e studenti. Con i fiori è stata formata la scritta: ‘mai più’.

     

    Nelle ‘stanze’ le aquilane hanno raccontato di corpi violati e corpi desideranti, di strategie di resistenza, delle scritture come semi di ricostruzione, di pratiche di produzione e consumo sostenibile. E poi della “vita nei Campi”, dove è stata inaugurata una militarizzazione della cittadinanza che ha preso le vesti della militarizzazione delle menti: erano ostacolate le minime attività di aggregazione come riunioni, assemblee, volantinaggio; non veniva passato il caffè perché “troppo eccitante”; le agricoltrici locali non potevano distribuire un solo litro di latte sfuso perché arrivava “il latte Parmalat”, quello imposto dalle istituzioni. Eppure è proprio nei campi che le aquilane hanno iniziato questo faticoso e creativo lavoro di ricucitura e quotidiana invenzione, più che di ricostruzione e riconferma di un modello precedente, un modello che evidentemente ha fallito. Un lavoro partito dalla capacità di resistere in modo attivo facendo rete e contando sulla presenza delle altre e degli altri. “I centri anti-violenza hanno lavorato anche nei campi – spiegano le aquilane, e poi – ci sono state famiglie spezzate ma anche famiglie ri-nate nelle tende”.

     

    Nei “campi” – e fuori, per chi come alcune giovani ha deciso di lasciarli – è iniziato quel percorso di resistenza alla rassegnazione di aver perso ogni diritto alla cittadinanza, intesa come esistenza, partecipazione, condivisione e relazione degli spazi e dentro gli spazi. Le donne – le prime a rialzarsi – hanno scelto di agire la politica della resistenza e di metterla in rete, ma anche, e soprattutto, di condividerla con le altre. La condivisione dell’esperienza e delle modalità dell’agire la resistenza sono state al centro della stanza “studio-biblioteca”, uno spazio in cui le donne – de L’Aquila ma non solo – hanno raccontato la creatività di quell’esistenza che le ha portate a re-inventarsi gli spazi e a rivendicare il diritto alla cittadinanza.

     

    E se il legame con la terra è ciò che ha fatto delle donne aquilane le protagoniste della re-invenzione della città e delle modalità di vivere una città fantasma, è sempre da questo legame che nasce la forza delle donne napoletane e di tutte le donne che vedono deturpata la propria terra. E allora, è dalle macerie e dai rifiuti che si ritrova quel “resto” delle vite che va perduto, quel di più che toglie spazio alla terra e vita alle donne e agli uomini. Ed è in quel resto, nelle macerie e nellamunnezza, che si trova la forza di andare oltre la resistenza, di inventarsi pratiche – come l’autogestione differenziata e differente delle donne di Napoli – per non cadere nella trappola della resistenza permanente contro l’emergenza perenne. E allora la resistenza diventa resilienza, resistenza come azione, agita dalla differenza femminile che riprende le fila dall’esperienza delle anziane partigiane abruzzesi con cui apre il dialogo.

     

    Terre-mutate è stata soprattutto un’occasione per toccare con mano quello che le reti cittadine si stanno impegnando a incarnare, un “movimento inaspettato” di riappropriazione dove “lo sguardo delle donne, il prendersi la parola e lo spazio pubblico sono fondamentali per ricominciare, per ricostruire una città, ri-farla diversa da com’era prima”, dice Sara Vegni, attivista del comitato 3e32 e Casematte.

     

    Qui, come altrove, le donne sono in prima fila. La biblioteca delle Melusine, il centro anti-violenza, le Donne in Nero, l’associazione 99gattiAQ (che dopo il terremoto si è occupata di curare e alimentare i gatti rimasti nel centro storico inaccessibile), le agricoltrici locali e le ambientaliste che si stanno battendo per proporre altri modelli di economia e preservare gli ecosistemi montani o semplicemente per far passare il messaggio che le macerie vanno riciclate e non ‘smaltite’. Sono tutte istanze del cambiamento in corso.

     

    Certo, niente sarà più come prima: L’Aquila è una ‘terra mutata’, ‘terre-mutate’ sono le donne che la stanno rimettendo al mondo e tutte le cittadine che vorranno prender parte a questa impresa.

     

    E noi, siamo convinte che la rete solidale e resiliente che ha preso forma durante l’esperienza aquilana avrà un seguito. La solidarietà c’è stata e c’è ancora, ma serve altro, ci hanno detto le più giovani. Loro, dalla crisi e dal conflitto, hanno tratto le energie per ri-prendersi la città. Noi siamo con loro pronte a resistere, esistere, insistere. Siamo tutte ‘terre-mutate’.

     

     

    Riferimenti bibliografici:

     

    Terre-Mutate, Leggendaria, n.81, maggio 2010

    Un simbolo di disperata forza, Leggendaria, n.86, marzo 2011

    Trevisani Ivana, Vite disperse, Edizioni Clanto, 2010

     

    Per saperne di più:

    http://www.laquiladonne.com

     

     

    Report a cura di Claudia Bruno e Teresa Di Martino

     

  • Scuola politica Udi – Genova, 2-5 settembre 2010

    È stata ricca di interventi e contenuti la Scuola Politica dell’Udi (Unione donne in Italia) che si è tenuta a Genova dal 2 al 5 settembre 2010 e intitolata ‘Identità di passaggio: il corpo fertile delle donne tra riproduzione, lavoro e desiderio’. Organizzata dalle donne dell’UdiGenova, la quattro giorni ligure è stata soprattutto una valida occasione per le giovani presenti (molte delle quali venute a conoscenza della Scuola tramite Internet) di rendersi conto che ci sono altre donne, in carne ed ossa, con cui poter stringere relazioni feconde, ma anche per le donne più anziane di constatare che non tutte le giovani sono disinteressate alla politica delle donne. Tra riproduzione, lavoro e desiderio quello che si è respirato a Genova durante la Scuola Udi è stato sicuramente un ‘sostrato fertile’ che ha trovato riscontro poi nella testimonianza di molte anche dopo la chiusura della Scuola di settembre.

    In apertura è stato presentato Sovraesposte, il videoclip di Immagini Amiche, la campagna nazionale che l’Udi ha lanciato quest’anno per contrastare “le immagini lesive e gli stereotipi femminili ovunque, non solo nella pubblicità” e che sta ottenendo risultati concreti grazie al sostegno di donne singole e di gruppi di donne che in tutta Italia stanno aderendo con boicottaggi e denunce.

    Al centro dei quattro giorni, il corpo delle donne e la sua fertilità nel senso più ampio del termine. Si è parlato di reti virtuali e politiche reali, della differenza che corre tra diritti e tutele, di femminilizzazione del lavoro e precarietà, di identità frammentate e decrescita, di trasmissione dei saperi e valore sociale della maternità, di cambiamenti e prospettive, cura e manutenzione, ambizioni e libertà.

    Immancabile il riferimento al dibattito d’attualità, in quei giorni incentrato sullo strano fenomeno delle ‘studentesse di Geddhafi’. “Quando un uomo vuole offendere un altro uomo usa le donne” con questa frase Pina Nuzzo, delegata nazionale Udi ha introdotto il suo discorso venerdì 3 settembre chiedendosi, e chiedendoci, perché le nuove generazioni di donne non si mobilitano di fronte a fatti pubblici di questo tipo. “Perché non hanno la percezione politica del rischio che corre la loro libertà, forse perché sono garantite dalle famiglie” ha risposto sempre Pina Nuzzo che ha voluto descrivere la Scuola come un momento di passaggio dal virtuale del web, dove molte si erano già conosciute, all’incontro reale.

    Ad aprire i lavori la preziosa relazione di Rosanna Marcodoppidodedicata alle trappole dell’emancipazione, un’efficace ricostruzione della storia della libertà delle donne attraverso la loro presa di parola letteraria e politica. Poi Valentina Sonzini, dell’Udi Genova, ha fatto il punto sulle identità di passaggio delle donne nel mondo del lavoro femminilizzato dove essere allo stesso tempo più cose – lavoratrici e madri, retribuite e realizzate – è spesso un impedimento perché le scelte diventano reciprocamente esclusive e la contrattazione un problema individuale. Da qui la necessità di riarticolare il discorso tra i sessi, ha spiegato la Sonzini, e di lasciare da parte conciliazioni e doppi sì per mettere invece l’accento sulla condivisione di compiti e ruoli. Cruciale in questa transizione – dalla conciliazione alla condivisione – ha detto sempre la Sonzini è anche chiedersi quanto il lavoro e la retribuzione siano necessari per la strutturazione della nostra identità e per il raggiungimento della nostra felicità e a quali condizioni, mettendo in conto anche la possibilità di contribuire al cambiamento del modello economico di riferimento.

    Del “fatto” della differenza sessuale nell’organizzazione sociale e del lavoro ha parlato poi Giulietta Ruggeri, intellettuale e femminista che ha tracciato il quadro del lavoro femminilizzato e flessibile a partire dai concetti di differenza sessuale elaborati dalle teoriche femministe italiane e straniere del nostro tempo (Butler, De Lauretis, Cavarero, Diotima, Libreria delle donne di Milano, ecc.) , e poi articolando il discorso attorno allo snodo maternità/lavoro e alla difficoltà che le lavoratrici attuali trovano nel viversi al meglio la maternità. Dalla Ruggeri anche spunti per ripensare lavoro di cura e lavoro biologico, in modo da renderlo visibile e computabile all’interno del PIL.

    Tante altre sono state le relatrici intervenute alla scuola,  docenti universitarie come Fatima Farina (Sociologa all’Università di Pesaro-Urbino) che ha illustrato i risultati di un questionario su donne e lavoro; ma non solo. La mattina di sabato 4 settembre – ad esempio – è stata dedicata tutta a narrazioni di donne attive nel mondo dell’impresa, del sindacato, della finanza, dei servizi (Cecilia Casula, del Coordinamento RSU Atac Filt CGIL Roma e Lazio; Deborah Lucchetti, Presidente Coop Fair – commercio equo e solidale, coordinatrice Campagna Abiti Puliti; Sarah Zuhra Lukanic, Giornalista di Internazionale; Monica Nolo, Direttora Confart; Antonella Petricone, della Coop BeeFree). Nel pomeriggio invece Milena Carone, avvocata Udi, ha coordinato una tavola rotonda sul tema ‘Tra diritti e tutele’.

    La Scuola è stata anche occasione per la presentazione del Quaderno dei 5finesettimanadipolitica (incontri avviati a seguito della Scuola politica UDI 2009) e degli ultimi due numeri della rivista Dwf dedicati al tema del lavoro.

    Non sono mancate, infine, proposte concrete come quella che è andata sotto il nome di ‘Operazione Womenpedia‘ lanciata dall’Udi proprio durante la scuola invitando tutte a “intervenire in massa” suWikipedia con l’obiettivo di far emergere l’apporto delle donne nei vari campi del sapere, cominciando a fare sul web quello che ancora non è possibile fare per i testi scolastici.

    Report a cura di Claudia Bruno
  • Claudia BRUNO – La natura come questione politica. Due narrative femministe emergenti a confronto: Donna Haraway e Vandana Shiva

    Relatrice: Prof.ssa Federica Giardini
    Correlatrice: Prof.ssa Anna Lisa Tota
    Università degli Studi Roma Tre
    Facoltà di Lettere e Filosofia
    Anno accademico 2008/2009
    Tesi in FILOSOFIA POLITICA
    > Premio speciale cultura ecofemminista “Laura Conti 2009”, Ecoistituto del Veneto Alex Langer
    mail: claudiabruno(chiocciola)iaphitalia.org

     


     

     ABSTRACT

    Il filo conduttore consiste nel confronto tra le proposte epistemologiche e politiche di due pensatrici contemporanee, Vandana Shiva e Donna Haraway, entrambe personalità carismatiche ma soprattutto addette ai lavori all’interno del discorso scientifico internazionale. Vandana Shiva, fisica e ambientalista indiana, tra i fondatori dell’ecologia sociale, costituisce un punto di riferimento per il movimento democratico globale legato alla difesa del bene comune. Donna Haraway, biologa molecolare e storica della scienza, famosa per aver inventato gli studi sui cyborg, insegna attualmente all’Università di Santa Cruz, in California. Le due narrative appartengono a mondi distanti, culturalmente e geograficamente, e tuttavia costretti a coabitare il comune spazio globale scaturito dall’implosione dei confini moderni. In questo senso, l’invenzione del lavoro ti tesi consiste proprio nell’aver immaginato un dialogo tra due prospettive così diverse. Una parte della trattazione è dedicata agli immaginari proposti dalle due autrici, con particolare riferimento alla critica del pensiero scientifico moderno, e alla teorizzazione di nuovi modelli di oggettività. Un’altra parte è dedicata invece al concetto di sostenibilità e alle strategie di sopravvivenza articolate dalle due autrici in relazione alle nuove politiche di controllo, sui corpi e sugli ecosistemi, emerse dalle più recenti applicazioni delle tecnologie genetiche e contemporaneamente dal movimento globale di privatizzazione dei beni comuni. L’appendice al testo include la trascrizione e la traduzione dall’inglese del discorso tenuto da Vandana Shiva presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna a maggio 2009, e la breve analisi di un caso italiano di disobbedienza civile per la difesa del bene comune, quello delle donne del presidio “No Dal Molin” di Vicenza, che hanno svolto un meticoloso lavoro di corpi, parole e relazioni per opporsi alla costruzione della seconda base militare statunitense nella loro città.

    INDICE

    Introduzione

     

    I – PROSPETTIVE PARZIALI

    La natura e le donne

    • La critica femminista al razionalismo occidentale
    • Differenze, non gerarchie: critica alla logica del dominio
    • Ricostruire la relazione: oltre l’individualismo
    • Il pensiero dell’esperienza: contro la neutralità
    • Incontrare l’altro: critica all’antropocentrismo

    La riflessione ecofemminista degli anni ’70 e ’80

    • Non solo a Nord: ecofemminismi nel mondo
    • Un movimento di liberazione dalla rete di dominio

    Il cyber-femminismo degli anni ’80 e ’90

    • La tecnologia come strumento di molteplicità
    • Il cyber-femminismo, un discorso emergente

    Immaginari di fine millennio

    Donna Haraway, in California e da nessun’altra parte

    • Scienza moderna e “cultura della non cultura”
    • Tecnoscienza contemporanea e “natura della non natura”

    Vandana Shiva, uno sguardo dal Sud

    • La Scienza? Un progetto patriarcale di colonizzazione
    • Scienza occidentale e crisi ecologiche

    Nuovi materialismi epistemologici

    • Recuperare il principio femminile attraverso la śakti
    • Il progetto politico di una tecnoscienza femminista

    Oggettività situate

    Haraway: una scienza responsabile situa i saperi nei corpi

    • La conoscenza della natura come conversazione
    • Il recupero della visione come posizionamento critico
    • Contro una politica della rappresentazione

    Shiva: una scienza sostenibile dà valore ai saperi locali

    • L’etnoscienza come “giusta via” d’accesso al naturale
    • Recuperare i legami, il caso della foresta
    • Le donne del Sud, scienziate della natura

    II POLITICHE DI CONFINE

    Politiche di permeabilità: manipolazioni

    Nel ventre del mostro, la natura che cambia
    L’era dei tecno-corpi: biotecnologie e tecnologie dell’informazione
    Genealogie ibride: semi transgenici ed embrioni in provetta
    Ripensare il limite: la biologia come metafora e il sacro come tecnica

    La questione della diversità
    Promesse mostruose: nuovi sistemi di parentela
    Minacce catastrofiche: inquinamento e crisi delle diversità
    Raccontare l’umanità

    Politiche di controllo: appropriazioni

    La fabbrica globale e militarizzata della natura™
    Se la natura diventa un supermarket

    Casi di controllo sull’accesso alla vita
    Acqua, da bene comune a risorsa per pochi
    Semi, banche al Nord ed erosione al Sud

    Casi di controllo sui corpi
    OncoTopi “contro” Vacche sacre
    Corpi di donne del Terzo Millennio

    Strategie di sopravvivenza: movimenti

    Un comune desiderio di “sostenibilità”

    Vandana Shiva: ritornare alla Terra

    • Verso una “democrazia della Terra”
    • I movimenti delle donne per il bene comune
    • Il movimento Chipko per le foreste
    • Le donne di Plachimada contro Coca-Cola
    • La rete Diverse Women for Diversity

    Donna Haraway: muoversi oltre la famigla

    • Verso nuove forme di convivenza
    • Cosmopolitiche dei “compagni di specie”

     

    Conclusioni

    Sulla crisi come opportunità per una politica delle donne

     

    Appendice

    “Terra Mater. Ecologia e sviluppo da un punto di vista femminile”. Discorso tenuto da Vandana Shiva presso l’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna, maggio 2009
    Strategie di disobbedienza per la difesa del bene comune
    Un caso italiano: il Gruppo Donne “No Dal Molin” di Vicenza
    Intervista ad Antonella Cunico
    La lettera a Michelle Obama
    Il manifesto

     

    Bibliografia

  • Claudia Bruno – Between Goddesses and Cyborgs: Towards a Shared Desire for Sustainability, in Breathing With Luce Irigaray, Editor(s) Lenart Skof, Emily A. Holmes, Bloomsbury, 2013

    Claudia Bruno – Between Goddesses and Cyborgs: Towards a Shared Desire for Sustainability, in Breathing With Luce Irigaray, Editor(s) Lenart Skof, Emily A. Holmes, Bloomsbury, 2013

    Orienti e Occidenti, alcune precisazioni

    Nella fase più recente del suo lavoro, Luce Irigaray parla della contemporaneità come “età del respiro”, la terza fase della Storia (Irigaray 2006). Questo terzo tempo, che è il tempo dello Spirito e del superamento della genealogia come principio fondante della comunità, non ignora il rapporto con la “natura”. Al contrario, rende questo un passo indispensabile per la rifondazione della comunità stessa, una comunità in cui può esistere una relazione tra due soggetti differenti. Nel suo lavoroTra Oriente e Occidente, Irigaray suggerisce di pensare e recuperare le connessioni tra culture femminili nel mondo, per rendere possibile la coesistenza di “prospettive diverse, soggettività, mondi, culture” (Irigaray 1997, p. 19) . A partire da questa suggestione per una nuova concezione del mondo ri-fondata da un dialogo tra donne provenienti da diverse culture, ci si chiede se possa esistere un mondo capace di includere diverse culture della “natura”. Questo articolo cerca di rispondere parzialmente a tale domanda, prestando ascolto alle voci di due scienziate del nostro tempo, Donna Haraway e Vandana Shiva, includendo il confronto nella cornice teorica dell’ultima elaborazione di Irigaray. L’intento è proprio quello di offrire un contributo per cominciare a pensare a forme di “condivisione del mondo” (Irigaray 2009) senza cancellare la differenza sessuale. Certo, usare categorie come “Oriente”, “Occidente”, “Nord” e “Sud” rende necessaria una contestualizzazione. Lungi dal voler avallare qualsiasi tipo di essenzializzazione (Said 1978) – le categorie di “Oriente” e “Occidente” utilizzate da Irigaray sono interpretate qui in senso metaforico, e solo in parte corrispondono a zone geografiche circoscritte. Nell’elaborazione di Irigaray, il concetto di “Oriente” rappresenta le pratiche di meditazione e respirazione della tradizione indiana, il concetto di “Occidente” corrisponde soprattutto alla divisione cartesiana tra corpo e anima, fisicità e razionalità. Rispetto ai termini di “Nord” e di “Sud”, e quindi alla contrapposizione sociale ed economica tra poveri, ex-colonie e popolazioni non industriali da un lato, e ricchi, ex-colonialisti e popolazioni industrializzate dall’altro, la distinzione appartiene ed emerge con il discorso sul postcolonialismo e la globalizzazione, in cui possiamo collocare il pensiero di Vandana Shiva e, in qualche misura, di Donna Haraway. Così, nel corso dell’argomentazione, di fatto l’Oriente e l’Occidente di Irigaray andranno a sovrapporsi alla dicotomia Nord-Sud di Shiva, pur mantenendo le differenze teoretiche. Tuttavia, si tratta di coordinate che possono essere combinate in modo complesso e aprire a uno scenario più ampio per una migliore comprensione delle questioni in gioco.

     

    Desiderio di sostenibilità

    Nei discorsi di Haraway e in quelli di Shiva, possiamo trovare qualcosa – l’ho chiamato desiderio di sostenibilità – molto vicino al desiderio espresso da Irigaray per un gesto capace di “indicare un percorso verso una maggiore continuità, una lacerazione minore, una maggiore interiorità, concentrazione, armonia – in me, tra me e l’universo vivente, tra me e gli altri/le altre, che rispetti l’universo vivente e la sua temporalità” (Irigaray 1997 , pp. 25-26) . Questo gesto sembra risiedere proprio nell’incontro conl’altro – l’altra cultura, l’altra donna, l’altra natura – solo questo incontro può rendere visibile la relazione tra i diversi soggetti coinvolti. Per questo motivo, in molti sensi, potremmo dire che si tratta di qualcosa che incarna lo slancio che Irigaray chiama il “desiderio per l’altro” e il “desiderio dell’aldilà” nel suo Condividere il mondo (Irigaray 2009, pp. 78-84) – un desiderio che ha bisogno di essere condiviso per rendere possibile la costruzione di una dimora comune. Il desiderio di sostenibilità può anche essere inteso come il desiderio di un respiro consapevole, quello che la stessa Irigaray definisce il primo gesto di autonomia per gli esseri viventi (Irigaray 1997, pp 71-6), ma anche elemento indispensabile per una comunità non basata sullo sfruttamento. “Fin quando non impariamo a respirare da soli, non solo viviamo male, ma usurpiamo la vita degli altri per sopravvivere” (Irigaray 1997, p . 72). Sembra qualcosa di simile a ciò che è accaduto tra Orienti e Occidenti, economie e culture del Nord e del Sud del mondo. L’Oriente e il Sud rurale stanno respirando per gli altri, mentre l’Occidente industrializzato è impegnato a negare la sua dipendenza da questo respiro. “Una persona che non può smettere di parlare è qualcuno che non è in grado di ascoltare, qualcuno che non può prendersi cura del proprio respiro” (Irigaray 1993e, p . 124). Guardato attraverso questa lente, l’Occidente “sviluppato” appare come un gigante in apnea, un bambino ancora incapace di respirare.

    Al centro di questo saggio, come anticipato sopra, c’è il confronto tra due diversi approcci femministi al concetto di “natura” – quello offerto da Vandana Shiva, fisica e ambientalista indiana, e l’altro, quello di Donna Haraway, biologa molecolare e storica della scienza, californiana. Shiva è tra i fondatori dell’approccio dell’ecologia profonda, vicina ai movimenti delle donne del Sud del mondo, punto di riferimento per il movimento globale per la salvaguardia dei beni comuni. Haraway, tra le teoriche che maggiormente hanno ispirato il femminismo occidentale contemporaneo, nota soprattutto per la figura del cyborg, insegna all’Università di Santa Cruz, in California. Entrambe addentro alle più attuali querelle del discorso scientifico mainstream, incarnano tutta la parzialità positiva delle loro prospettive di partenza, due diversi modi di “essere fedeli al loro genere”. Testimoni della stessa epoca, rappresentano mondi diversi, culturalmente e geograficamente – l’ impegno per la conservazione della biodiversità nella Doon Valley indiana e le ambizioni di progresso nella Silicon Valley. Agire e pensare la “natura” – per ognuna – dipende principalmente dai confini che le loro culture di riferimento attribuiscono al concetto di “sacro”. Da qui, diversi modi di percepire i corpi, diverse strategie per recuperare la relazione con il mondo materiale. Se per Shiva, dovremo tornare al principio femminile della sakti – l’energia auto-generativa che prende in prestito dalla cosmologia indiana, Haraway suggerirà l’ipotesi di una tecnoscienza femminista incentrata sulla figurazione del cyborg. Due prospettive a prima vista incomparabili, ma allo stesso tempo legate indissolubilmente dalla condivisione di un mondo solo, quello contemporaneo, di uno spazio comune, quello globale nato da molteplici e imprescindibili sconfinamenti. La dimora comune diventa allora proprio la misura della sostenibilità, intesa come dimensione propria di una conoscenza incarnata, che situa pensieri nell’esperienza dei corpi, soprattutto in relazione alle nuove politiche di appropriazione esercitate su organismi ed ecosistemi, e scaturite dalle recenti applicazioni delle tecnologie genetiche e dalla regolamentazione del controllo sui processi vitali. Cercare il filo di un dialogo tra le voci che abitano lo spazio sconfinato e comune del presente ha a che fare con la continua ricerca di senso tra i racconti di un tempo eccentrico e le immaginazioni di futuri possibili, una ricerca che trova realizzazione nel rendere visibili le relazioni che intercorrono tra universi solo in superficie separati.  Ecco che il desiderio di sostenibilità trova allora forma nell’intuizione che ri-fondare la comunità può avvenire solo recuperando il rapporto con la materia e tenendo conto della differenza nelle sue variegate manifestazioni. In questo senso, la “democrazia della Terra” teorizzata da Shiva e il “Manifesto dei compagni di specie” elaborato da Haraway, rappresentano due tentativi cosmopolitici sincronici di superare il modello della famiglia patriarcale tradizionale attraverso un ripensamento radicale dell’ordine relazionale tra umani e non umani.

    Il saggio completo è disponibile in inglese all’interno del libro Breathing With Luce Irigaray, Editor(s) Lenart Skof, Emily A. Holmes, Bloomsbury, 2013 

    http://www.bloomsbury.com/us/breathing-with-luce-irigaray-9781441145765/