Author: teresa-di-martino

  • Donne e lavoro

    Donne e lavoro

    I testi di seguito segnalati sono classici, studi, saggi, articoli e riviste che affrontano il rapporto tra donne e lavoro, in particolare a seguito di ciò che negli anni Novanta è stata definita “femminilizzazione del lavoro”. Alla luce dei cambiamenti che negli ultimi trenta anni hanno segnato il rapporto tra donne e lavoro, i testi selezionati sono quelli che più danno il senso degli studi e delle esperienze del lavoro per parte di donne, con un taglio, non casuale, di vicinanza cronologica al presente.

    Arendt, Hannah (1958) Vita activa (The human condition), U.S.A.: The University of Chicago

    Un classico della filosofia del pensiero politico, in cui la Arendt, più di cinquant’anni fa, attua una spregiudicata analisi della società di massa denunciando la condizione dell’uomo contemporaneo condannato alla solitudine. Il pericolo è l “espropriazione del mondo” da parte dell’uomo moderno, che prima corrode lo spazio politico e poi minaccia il cosmo naturale.

    Pateman, Carole (1989) “The Patriarchal Welfare State”, in Carol Pateman, The Disorder of Women, Cambridge: Polity Press, pp. 179-209

    Un classico della lettura per parte di donna dello stato sociale patriarcale, che teoricamente e storicamente ha individuato il criterio della cittadinanza nell’indipendenza, i cui elementi sono basati su qualità e abilità maschili. Infatti gli uomini sono stati visti come possessori delle capacità richieste di “individui”, “lavoratori” e “cittadini”, mentre alle donne, al femminile, è stato associato il significato di “dipendenza”. Da qui i paradossi e le contraddizioni della cittadinanza delle donne.

    Vantaggiato, Iaia (1996) “La femminilizzazione del lavoro”, in AA.VV., Stato e diritti del postfordismo, Roma: Manifestolibri

    Vantaggiato traccia il quadro della femminilizzazione del lavoro all’interno del più grande quadro del postfordismo. Le coordinate del testo sono due: la “crisi della società fordista” con cui entra in crisi anche “il soggetto maschile che di quella società era il principale referente empirico”, e la rottura del patto sociale che affidava alle donne gran parte del lavoro di riproduzione.

    AA.VV. (1997) La rivoluzione inattesa, Milano: Pratiche

    In questa raccolta di saggi le autrici – G. Longobardi, I. Vantaggiato, L. Muraro, A. Buttarelli e W. Tommasi – affrontano il rapporto tra donne e lavoro alla luce di ciò che in quegli anni è stata definita “femminilizzazione del lavoro”, ognuna mettendo a tema un elemento specifico, dal denaro al tempo, dalla dicotomia necessità/libertà al “simbolico vivo”.

    Borderías Cristina (2000) Strategie della libertà. Storie e teorie del lavoro femminile, Roma: Manifestolibri

    Testo pioniere di lettura per parte di donna di ciò che negli anni Novanta è stata definita la femminilizzazione del lavoro. Una raccolta di articoli pubblicati in Spagna, frutto di interviste a donne operaie e di classi popolari, che raccontano delle strategie delle donne per guadagnare spazi di autonomia all’interno di situazioni di costrizione sociale.

    Nannicini, Adriana (a cura di) (2002) Le parole per farlo. Donne al lavoro nel postfordismo, Roma: DeriveApprodi

    Il testo presenta un laboratorio, il Laboratorio Donnelavorincorso di Milano, che è un esempio, uno dei diversi, che negli ultimi anni hanno messo a tema la questione del lavoro attraverso la narrazione, il racconto e il confronto; ma fa anche il punto sulla questione lessicale del lavoro al femminile con l’affermazione del bisogno di inventare un lessico.

    Ehrenreich, Barbara e Russell Hochschild, Arlie (a cura di) (2002) Donne globali. Tate, colf, badanti, Milano: Feltrinelli

    Una raccolta di quattordici studi condotti da studiose di diversa provenienza geografica, che affronta il rapporto tra il lavoro e le donne che da diverse parti del pianeta arrivano nei paesi del “primo mondo” per lavorare, nell’ottica di ciò che è stata definita “esternalizzazione del lavoro di cura”. Queste donne vanno a colmare il “deficit di cura” che l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro occidentale ha creato, con un passaggio di consegne del lavoro di cura da donna (occidentale) a donna (del terzo mondo), che esclude ancora una volta gli uomini.

    Libreria delle donne di Milano (marzo 2006) Tre donne e due uomini parlano del lavoro che cambia, Quaderni di Via Dogana

    Pubblicazione di alcune relazioni presentate alla tavola rotonda “Femminilizzazione del lavoro e postfordismo” nella giornata di dibattito “la f@brica i la societat” al Museo di Arte Contemporanea di Barcellona (MACBA) il 29 aprile 2005. Interventi di Cristina Borderias, Christian Marazzi, Sergio Bologna, Lia Cigarini e Adriana Nannicini.

    Libreria delle donne di Milano (giugno 2008) Il doppio sì. Esperienze e innovazioni, Quaderni di Via Dogana

    Il Quaderno, a cura del Gruppo lavoro della Libreria, nasce dall’ascolto delle esperienze di donne che lavorano part-time, mettendo quindi in pratica il doppio sì – sì al lavoro, sì alla maternità. Ne viene fuori innanzitutto un protagonismo delle donne nel lavoro, sia di produzione che di riproduzione, in secondo luogo la necessità di portare la maternità sulla scena pubblica, riappropriandosene come senso e espressione di libertà femminile, infine uno spostamento del conflitto sulla divisione del lavoro produttivo e riproduttivo dal terreno familiare a quello dell’organizzazione complessiva del lavoro (con il coinvolgimento di molti uomini).

    AA.VV. (2008) “La differenza al lavoro”, in Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Milano: Baldini Castoldi Dalai, pp. 165-206

    “La differenza al lavoro” è la sezione che riporta gli interventi del XII Simposio dell’Associazione Internazionale delle Filosofe (Roma, 2006) sulla questione donne-lavoro. Lia Cigarini Un’altra narrazione, Tiziana Vettor Lavoratrici dadaiste, Luigina Mortari L’esperienza della cura e Birge Krondorfer Un’arringa a favore del volontariato.

    Libreria delle donne di Milano (ottobre 2009) Immagina che il lavoro, Sottosopra

    “Un manifesto del lavoro delle donne e degli uomini scritto da donne e rivolto a tutte e tutti perché il discorso della parità fa acqua da tutte le parti e il femminismo non ci basta più”. Un manifesto in 10 punti: 1. Primum vivere. Anche in tempo di crisi 2. Adesso che il lavoro l’abbiamo conosciuto 3. Il lavoro è molto di più 4. L’arte della “manutenzione” dell’esistenza: matrix del futuro, non archeologia domestica 5. Il doppio sì 6. Il lavoro visto da dentro: un’altra organizzazione è possibile 7. Stanche di parità 8. Dire ascoltare contrattare 9. Immaginare il futuro 10. Guardare oltre e forzare i confini dà vantaggi e fa crescere la libertà.

  • Terre-Mutate – L’Aquila, 7-8 maggio 2011

    prova

     

    Il 7 e l’8 maggio 2011 le donne aquilane hanno accolto donne singole e reti di donne italiane nel centro storico dell’Aquila per parlare di ricostruzione, resistenza, cittadinanza e partecipazione. Un invito a portare e condividere esperienze di territori violentati, maltrattati, rifiutati, abbandonati a se stessi e in cui le donne stanno meticolosamente trovando vie d’uscita, strategie di resistenza, pratiche di opposizione e invenzione.

     

    Simbolo della giornata, non a caso, la cariatide che tiene saldo lo sguardo a terra e con le braccia forti sostiene il cielo. Una donna-scultura, come la definisce Nicoletta Bardi sull’ultimo numero diLeggendaria (Voglio lavorare. A modo mio, n. 86, marzo 2011), che “ci accompagnerà in un percorso di liberazione perseguendo il sogno di avere braccia e mani libere per abbracciare il mondo e mulinare nel vento” (p.49). Un “simbolo di disperata forza” che nasce da una contingenza concreta: il Teatro Stabile d’Abruzzo che crolla con il terremoto del 6 aprile del 2009, e la cariatide che rimane intatta “a sostenere un anacronistico pezzetto di volta” .

     

    Siamo andate all’Aquila, e insieme a noi altre centinaia di donne da tutta Italia, accogliendo la chiamata del Comitato Terre-Mutate per vedere la città com’è con i nostri occhi, senza il filtro del circuito mediatico e per incontrare le donne che hanno vissuto l’esperienza del terremoto e stanno cercando nuovi modi di abitare una città ancora invisibile e blindata dai militari.

     

    L’Aquila è infatti sotto ordinanza almeno fino al 31 dicembre 2011, ci hanno spiegato. Agli angoli delle strade, nel centro storico, sono posteggiate le camionette militari. È ancora una città sottratta alle regole delle leggi ordinarie, spiegano le aquilane, una città militarizzata, e dove c’è un apparato militare c’è la costruzione di un nemico. Quello che raccontano e che vivono da più di due anni queste donne è uno stato di emergenza permanente ed artificioso, costruitoad hoc intorno alle loro vite e alla loro città, in cui devono re-inventarsi le modalità di agire gli spazi di libertà. La due giorni a cui ci hanno chiamato, e a cui abbiamo preso parte, è voluta essere proprio questo: un appello a trovare insieme nuovi modi di abitare, trovare le parole per raccontare pratiche già in atto, immaginarsi cosa può seguire, verso un nuovo modello di cittadinanza.

     

    Le storie delle donne aquilane – vite e luoghi frantumati, ridisegnati, riconfinati, dal terremoto del 2009, come conferma anche la raccolta di testimonianze curata da Ivana Trevisani nel libro Vite disperse(Edizioni Clanto, 2010) – hanno fatto da collante in uno scambio di pratiche e saperi che ha coinvolto altre reti. C’erano le donne di Napoli, che stanno facendo i conti con l’emergenza rifiuti, le donne del presidio No Dal Molin di Vicenza, che hanno fatto un lungo lavoro di opposizione alla costruzione di una base militare americana in territorio civile, le Donne in Nero, che operano contro la militarizzazione dei territori, i centri anti-violenza, l’Udi, e molte altre.

     

    La forza delle aquilane è stata quella di trasformare una città piena di abitazioni distrutte e sbarrate in una casa più grande ed estesa, dove le stanze erano piazze e i corridoi strade. Quello delle ‘terre-mutate’, insomma, è stato un invito a casa, senza mezzi termini. Nel pomeriggio di sabato e nella mattina di domenica ci sono stati laboratori tematici negli hotel cittadini, ognuno dei quali prendeva il nome e la funzione di una ‘stanza’ (la cucina, il soggiorno, la camera da letto, il giardino, la biblioteca).

     

    Ma all’esercizio collettivo di immaginazione – tra l’altro molto ben riuscito nei fatti perché poi le ‘stanze’ sono state occasione preziosa per lo scambio di testimonianze ed esperienze, relazioni e incontri – non è mancata la progettualità. Le donne del comitato Terre-Mutate (composto dalla Biblioteca delle donne Melusine, dal Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila, dall’associazione Donne in nero L’Aquila) insieme a Nadia Tarantini e a Leggendaria, rivista che a partire dallo speciale del maggio 2010, il numero 81, ha poi dedicato uno spazio costante alle donne aquilane, hanno infatti gettato le basi per una vera e propria casa: la Casa delle donne che sorgerà in piazza Palazzo, simbolo della resistenza e della partecipazione cittadina, che il 5 maggio è stata anche teatro di una “presa simbolica” da parte delle donne. La condivisione con le altre si è tradotta nella scelta – chiesta ad ognuna – sul nome che dovrà prendere la casa: LaquilaDonna, DonneDiMaggio, CasaMutata? Perché quella sarà la casa di tutte.

     

    Il 6 maggio è stato eseguito un rito di fondazione femminile della città: alla fontana cittadina delle 99 cannelle le donne hanno formato una catena con i loro corpi, hanno versato acqua nella terra, legato nastri colorati agli alberi. Sempre il 6 maggio, le donne hanno piantato dei fiori con Lorenza Zambon, attrice-giardiniera, nell’aiuola davanti alla Casa dello studente, per il crollo della quale hanno perso la vita otto tra studentesse e studenti. Con i fiori è stata formata la scritta: ‘mai più’.

     

    Nelle ‘stanze’ le aquilane hanno raccontato di corpi violati e corpi desideranti, di strategie di resistenza, delle scritture come semi di ricostruzione, di pratiche di produzione e consumo sostenibile. E poi della “vita nei Campi”, dove è stata inaugurata una militarizzazione della cittadinanza che ha preso le vesti della militarizzazione delle menti: erano ostacolate le minime attività di aggregazione come riunioni, assemblee, volantinaggio; non veniva passato il caffè perché “troppo eccitante”; le agricoltrici locali non potevano distribuire un solo litro di latte sfuso perché arrivava “il latte Parmalat”, quello imposto dalle istituzioni. Eppure è proprio nei campi che le aquilane hanno iniziato questo faticoso e creativo lavoro di ricucitura e quotidiana invenzione, più che di ricostruzione e riconferma di un modello precedente, un modello che evidentemente ha fallito. Un lavoro partito dalla capacità di resistere in modo attivo facendo rete e contando sulla presenza delle altre e degli altri. “I centri anti-violenza hanno lavorato anche nei campi – spiegano le aquilane, e poi – ci sono state famiglie spezzate ma anche famiglie ri-nate nelle tende”.

     

    Nei “campi” – e fuori, per chi come alcune giovani ha deciso di lasciarli – è iniziato quel percorso di resistenza alla rassegnazione di aver perso ogni diritto alla cittadinanza, intesa come esistenza, partecipazione, condivisione e relazione degli spazi e dentro gli spazi. Le donne – le prime a rialzarsi – hanno scelto di agire la politica della resistenza e di metterla in rete, ma anche, e soprattutto, di condividerla con le altre. La condivisione dell’esperienza e delle modalità dell’agire la resistenza sono state al centro della stanza “studio-biblioteca”, uno spazio in cui le donne – de L’Aquila ma non solo – hanno raccontato la creatività di quell’esistenza che le ha portate a re-inventarsi gli spazi e a rivendicare il diritto alla cittadinanza.

     

    E se il legame con la terra è ciò che ha fatto delle donne aquilane le protagoniste della re-invenzione della città e delle modalità di vivere una città fantasma, è sempre da questo legame che nasce la forza delle donne napoletane e di tutte le donne che vedono deturpata la propria terra. E allora, è dalle macerie e dai rifiuti che si ritrova quel “resto” delle vite che va perduto, quel di più che toglie spazio alla terra e vita alle donne e agli uomini. Ed è in quel resto, nelle macerie e nellamunnezza, che si trova la forza di andare oltre la resistenza, di inventarsi pratiche – come l’autogestione differenziata e differente delle donne di Napoli – per non cadere nella trappola della resistenza permanente contro l’emergenza perenne. E allora la resistenza diventa resilienza, resistenza come azione, agita dalla differenza femminile che riprende le fila dall’esperienza delle anziane partigiane abruzzesi con cui apre il dialogo.

     

    Terre-mutate è stata soprattutto un’occasione per toccare con mano quello che le reti cittadine si stanno impegnando a incarnare, un “movimento inaspettato” di riappropriazione dove “lo sguardo delle donne, il prendersi la parola e lo spazio pubblico sono fondamentali per ricominciare, per ricostruire una città, ri-farla diversa da com’era prima”, dice Sara Vegni, attivista del comitato 3e32 e Casematte.

     

    Qui, come altrove, le donne sono in prima fila. La biblioteca delle Melusine, il centro anti-violenza, le Donne in Nero, l’associazione 99gattiAQ (che dopo il terremoto si è occupata di curare e alimentare i gatti rimasti nel centro storico inaccessibile), le agricoltrici locali e le ambientaliste che si stanno battendo per proporre altri modelli di economia e preservare gli ecosistemi montani o semplicemente per far passare il messaggio che le macerie vanno riciclate e non ‘smaltite’. Sono tutte istanze del cambiamento in corso.

     

    Certo, niente sarà più come prima: L’Aquila è una ‘terra mutata’, ‘terre-mutate’ sono le donne che la stanno rimettendo al mondo e tutte le cittadine che vorranno prender parte a questa impresa.

     

    E noi, siamo convinte che la rete solidale e resiliente che ha preso forma durante l’esperienza aquilana avrà un seguito. La solidarietà c’è stata e c’è ancora, ma serve altro, ci hanno detto le più giovani. Loro, dalla crisi e dal conflitto, hanno tratto le energie per ri-prendersi la città. Noi siamo con loro pronte a resistere, esistere, insistere. Siamo tutte ‘terre-mutate’.

     

     

    Riferimenti bibliografici:

     

    Terre-Mutate, Leggendaria, n.81, maggio 2010

    Un simbolo di disperata forza, Leggendaria, n.86, marzo 2011

    Trevisani Ivana, Vite disperse, Edizioni Clanto, 2010

     

    Per saperne di più:

    http://www.laquiladonne.com

     

     

    Report a cura di Claudia Bruno e Teresa Di Martino

     

  • Teresa DI MARTINO – La femminilizzazione del lavoro. Voci dall’Italia e dalla Spagna

    Relatrice: Prof.ssa Federica Giardini
    Correlatrice: Prof.ssa Francesca Brezzi
    Università degli Studi Roma Tre
    Facoltà di Lettere e Filosofia
    Anno Accademico 2007/2008
    Tesi in FILOSOFIA POLITICA

     teresadimartino(chiocciola)iaphitalia.org


     ABSTRACT

    Questo testo, dedicato alla femminilizzazione del lavoro, prende vita tra l’Italia e la Spagna. Accanto all’Italia, mio paese d’origine e di studi, al quale faccio per la maggior parte riferimento nel testo, sia in relazione alle autrici/autori, sia in riferimento al contesto sociale e politico, ho individuato la Spagna come paese di interesse per poter approfondire la mia analisi e per poter confrontare studi e voci di donne, interesse suscitato soprattutto dall’attuale politica di governo spagnolo in relazione all’apertura della scena pubblica alle donne (1).
    Lì ho preso contatti, conclusi poi in un’intervista, con Cristina Borderías Mondéjar, femminista, storica e docente del Dipartimento di Storia contemporanea dell’Università di Barcellona, nota in Italia per Strategie della libertà. Storie e teorie del lavoro femminile, pubblicato da Manifestolibri nel 2000, un testo pioniere della lettura dalla prospettiva femminista di quel processo che negli anni Novanta cominciò ad essere definito “femminilizzazione del lavoro”. Ma lì ho incontrato anche una modalità altra di indagare la relazione tra donne e lavoro: Precarias a la deriva, un gruppo di donne di Madrid, meno conosciute in Italia, perché voci meno istituzionalizzate, che fornite di macchine fotografiche, registratori e videocamere, hanno intrapreso viaggi attraverso luoghi di lavoro, consumo, abitazione, socializzazione, transito e comunicazione, per osservare, ascoltare, indagare, confrontarsi e scontrarsi con il mondo delle donne nel lavoro e nella società. Il loro viaggio attraversa i territori della precarietà, intesa come una precarietà tout court, una precarietà che in venti anni si è estesa dal campo lavorativo alla società tutta.
    La loro esperienza fa da contrappunto a gruppi di donne italiane, come il Laboratorio Donnelavorincorso o il Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne di Milano, che rifiutano la stretta connessione che molti teorici, in prevalenza uomini, operano tra la precarizzazione del lavoro e della società e la femminilizzazione degli stessi ambiti. Autrici ed esperienze che fanno da sfondo all’intero testo, dedicato appunto alla femminilizzazione del lavoro, concetto e processo complesso, che ha assunto negli ultimi venti anni significati distinti ma che prende corpo – un corpo sessuato – con il passaggio dal modello sociale e lavorativo fordista-patriarcale, che vede come protagonista un soggetto sociale maschile occupato a tempo pieno ed indeterminato, al modello postfordista.
    E proprio al postfordismo, come sistema lavorativo, sociale e politico, è dedicata la prima parte di questo testo. Alla crisi del sistema e del soggetto sociale fordista risponde (o corrisponde), a partire dagli anni Settanta dello scorso secolo, un massiccio ritorno delle donne nel mercato del lavoro, una rivalutazione del loro lavoro e l’affermazione dentro al mercato, come novità assoluta, di una libertà femminile che rende visibile un senso indipendente dello stare al mondo da parte delle donne. A partire dagli anni Ottanta gli studi sul lavoro delle donne si “femminilizzano”, con la costituzione di nuovi paradigmi interpretativi che operano una destrutturazione del modello patriarcale-fordista.
    Alla femminilizzazione – degli studi, del lavoro e della società tutta – è dedicata la seconda parte del lavoro, dove le tesi “neutre”, che si concentrano sui temi della flessibilizzazione e della precarizzazione, fanno spazio alla femminilizzazione per parte di donne, con l’affermarsi di una soggettività femminile propria al lavoro, di un modo di produzione femminile con caratteristiche specifiche “diverse” da quelle maschili, una soggettività altra che si costituisce in diversi universi relazionali, sfuggendo alla trappola della grande narrazione fordista che considerava il lavoro salariato come principio strutturante dell’identità e che partiva da un modello di lavoro neutro e asessuato.
    Al tempo come esperienza femminile è dedicata la terza parte del testo, un approfondimento su quella che è la dimensione chiave del postfordismo, in cui viene a cadere la dicotomia che separava tempo del lavoro e tempo di vita, e prende forma un modello temporale intessuto di soggettività. Questa nuova dimensione temporale si fonda sul concetto di flessibilità che, considerato all’interno di due ordini simbolici differenti, può tradursi in nuova alienazione oppure in nuova libertà. La ricomposizione degli ordini temporali che le donne si trovano ad affrontare quotidianamente (tempo del lavoro, tempo della maternità, tempo della cura, tempo per sé), dà vita ad un ordine temporale altro, un “resto” di tempo (2) non residuale, non secondario né squalificato rispetto al “tutto” del tempo, l’ordine dato dal patriarcato e dal modello culturale maschile. Ci troviamo di fronte ad “una diversa concezione temporale che (accoglie) accanto alla dimensione quantitativa, quella relazionale, non funzionale e non economica” (3). Proprio perché sono state – e lo sono tuttora – le donne a portare alla luce contraddizioni nuove in un’organizzazione pensata a misura dei desideri e dei bisogni degli uomini, a loro, alle loro esperienze, alle loro voci, ho deciso di lasciare spazio.
    L’ultima parte del mio lavoro si intitola infatti Liberare la narrazione. A partire dall’importanza che il metodo biografico e la produzione di storie di vita hanno avuto nel processo che ha visto sostituire ai vecchi concetti e metodi – considerati neutri – altri punti di vista adatti a cogliere la complessità delle esperienze femminili, ho voluto ascoltare alcune donne, italiane e spagnole, le loro esperienze di vita e lavoro, ma soprattutto la loro esperienza del tempo. Non è un’indagine, non c’è un’analisi quantitativa o qualitativa, non ci sono statistiche. Solo racconti, solo narrazione, solo linguaggio, solo donne che parlano di sé a partire da sé.
    Ed io, senza alcuna pretesa, ho raccolto le loro voci, dall’Italia e dalla Spagna.

    Note
    1) Nel 2008, al suo secondo mandato come Capo di Stato spagnolo, il socialista José Luis Rodríguez Zapatero ha dato vita al primo esecutivo della storia con più ministeri affidati alle donne (nove) che agli uomini (otto).
    2) Iaia Vantaggiato, Quel che resta del tempo, in, AA. VV., La rivoluzione inattesa, Milano, Pratiche, 1997.
    3) Carmen Leccardi, Le donne, il lavoro, il tempo e le tecnologie. Oltre la ragione economica, in, Donatella Barazzetti, Carmen Leccardi (a cura di), Fare e pensare. Donne lavoro tecnologie, Torino, Rosenberg&Sellier, 1995, p. 22.

    INDICE 

    Introduzione

    Premessa: oltre la parità, partiamo dalla differenza

    I IL POSTFORDISMO

    • Introduzione: la Rete, vera rivoluzione

    La transizione dal modello fordista

    • La donna nella società fordista: lo statuto del “non lavoro”
    • Le donne alla fabbrica
    • La fabbrica alle donne
    • Salario per il lavoro domestico” come presa di coscienza

    Crisi della grande narrazione patriarcale-fordista

    • Crisi del soggetto sociale fordista

    Tra lavoro fordista e lavoro postfordista: un’introduzione alla femminilizzazione

    • Soggettività – femminili e maschili – al lavoro nel postfordismo: pericoli e prospettive
    • Soggettività tutte femminili: dal lavoro domestico alla cultura dei servizi
    • Lo Stato non ce la fa? Arrivano le donne. Il femminile alla base della società del benessere

    II PARTE: FEMMINILIZZAZIONE: UNA PAROLA CHIAVE DEL POSTFORDISMO

    Introduzione: perché si parla di “femminilizzazione”

    Significare la femminilizzazione: tesi e dibattiti

    • Femminilizzazione “neutra”: flessibilizzazione e precarizzazione
    • Femminilizzazione per parte di donne: Precarias a la deriva

    Emanciparsi? No, grazie!

    • Le donne nel postfordismo: il femminile al lavoro

    Lavoro di cura

    • Dalle mura domestiche al mercato globale
    • Lavoro-vivo e linguaggio

    Strategie altre

    • Ambiguità: dalla “doppia presenza” alla forza della non-scelta
    • Il doppio sì
    • Rendere pubblica e politica la maternità

    III PARTE: IL TEMPO DELLE DONNE

    Introduzione: pensare il tempo

    • Il tempo come dimensione chiave del postfordismo
    • Flessibilità temporale
    • Cambia il sistema degli orari: resistenze e opportunità

    Il tempo al femminile

    • Ricomporre gli ordini temporali femminili
    • Il tempo del lavoro tra mercato e cura
    • Le Banche del tempo: esperimento al femminile

    Il tempo della cura

    • Lavoro a tempo parziale o part-time
    • Invenzioni femminili

    IV PARTE: LIBERARE LA NARRAZIONE

    Introduzione: la narrazione femminile a/nel lavoro

    Liberare la narrazione: perché? La biografia delle relazioni

    Partire da sé: donne che si raccontano

    • Laboratorio Donnelavorincorso (2002)
    • Il Circolo della rosa (2004)

    Il lavoro si fa voce

    • Racconti

    Conclusioni

    Appendice I: Tabelle e dati

    Appendice II: Guida ai racconti

    Appendice III: Intervista a Cristina Borderías Mondéjar

    Bibliografia

    Siti web consultati

  • Vita Cosentino, Tam tam, Nottetempo, Roma 2013

    Vita Cosentino, Tam tam, Nottetempo, Roma 2013

    E’ difficile recensire l’ultimo libro di Vita Cosentino, è difficile dire di un racconto così personale e quotidiano, di quello che accade dopo uno scontro violento tra una “lei” e un avversario invisibile, come lo definisce Luisa Muraro. Tam tam è la storia della protagonista, l’autrice, narrata in terza persona. Ma è una storia breve, gli ultimi due anni di vita, una vita del tutto nuova, che non è una nascita bensì una lotta per rimanere viva. E’ la storia di Vita dopo la malattia invalidante che l’ha colpita. Un racconto che vede protagonista lei, il marito e le sue amiche, compagne di vita e di militanza, ma che mette in primo piano il corpo, un corpo pesante, così ingombrante che le toglie anche le energie mentali: “Fatica a concentrarsi, comincia a leggere un libro e poi un altro e li lascia a metà. I progetti non hanno gambe per camminare e non ne vede più il senso” (p. 85). Partire da sè in questo caso non può ridursi a uno slogan femminista, si tratta non solo di ri-partire dal proprio corpo, ma anche di conoscerne i limiti e di prenderne le misure. Il problema non è solo non poter fare la vita di sempre –  costantemente in giro, tra una riunione e l’altra, a quel convegno, a quell’assemblea, alla Libreria, a Verona – ma anche stare in piedi ai fornelli, andare a fare la spesa, un cinema, una mostra. Tutto diventa complicato: camminare, trovare luoghi senza barriere architettoniche, parcheggi coperti. Un limite che è anche una scoperta: Vita scopre il piacere di sedersi sulla panchina sotto casa e salutare il vicinato, la soddisfazione di lavorare con le mani (come da bambina), di sentirsi a casa in un bar dove la riconoscono. E’ come se questa faticosa ricerca di una misura nuova le aprisse un nuovo mondo, le svelasse anche i limiti di quel mondo che aveva sempre abitato. “Ha passato tanti anni in quella casa sempre correndo da un’altra parte […] La casa era in una specie di terra di nessuno. Così almeno la sentiva lei…” (pp. 97-98). Risuona. E mi chiedo: è davvero necessario che il corpo si fermi? Nelle riflessioni politiche con le mie compagne c’è sempre il desiderio di riappropriarsi di spazi e tempi che diano ascolto ad un corpo troppo spesso dimenticato, messo a tacere, trasportato di qua e di là. Lavoro, tempi frenetici, politica militante. Sì, ma c’è dell’altro. “Era sempre alla ricerca di qualcosa. Sì, ma cosa?” (p. 98). Una domanda a cui l’autrice non risponde, forse perché una risposta non c’è, forse perché ognuna ha la sua. Tam tam – un ritmo evocato e raccontato nel quotidiano – è una storia che destabilizza. Non è il racconto di un dolore – anche se se ne legge molto – ma è piuttosto la storia, semplice e complessa allo stesso tempo, di una lenta e paziente ricerca di sé, di un sé fatto di passato e presente, che prende le misure per “rifarsi una vita salvando quella di prima” (p. 11), lasciando spazio ai miracoli del quotidiano e alle scoperte di un nuovo modo di stare al mondo.

  • Ilaria Possenti, Flessibilità. Retoriche e politiche di una condizione contemporanea, Ombre Corte, 2012

    Ilaria Possenti, Flessibilità. Retoriche e politiche di una condizione contemporanea, Ombre Corte, 2012

    “La divisione patriarcale del lavoro si è basata, presso le classi lavoratrici moderne, non sull’assegnazione del lavoro domestico alla donna e del lavoro fuori casa all’uomo, ma sull’assegnazione alla donna di lavori flessibili, spesso giocati in un continuo ‘vai-e-vieni’ dentro e fuori casa, e all’uomo di lavori esterni maggiormente standardizzati”.(p. 134)

    Inizio con quest’assunto a raccontare un libro – Flessibilità – che è un percorso, un percorso storico, sociale, filosofico e politico che mette in discussione, si interroga, smonta, propone. A partire dalla critica alla teoria baumaniana della modernità liquida come liberazione, dove al rischio e all’incertezza del postmoderno si accompagna – secondo Zigmunt Bauman – “un terreno fertile per la costruzione di una società più autonoma, basata sull’assunzione di responsabilità gli uni verso gli altri e sulla reciproca protezione” (p.34), in uno scambio tra sicurezza e libertà che sta alla base della saggezza postmoderna. L’incertezza che diventa fonte di libertà, il cambiamento come condizione permanente, la rinuncia ad una forma soggettiva per essere pieni cittadini della liquefazione del mondo. “Che ne sarebbe di noi se il nostro sé e il nostro mondo non prendessero mai una forma durevole, e cioè una forma rivedibile, di cui poter dubitare, ma in cui poter al tempo stesso confidare” (p. 39), si chiede l’autrice.

    In altri termini, che fine fa il soggetto se alla crisi delle grandi narrazioni si accompagna la crescita di una società privatizzata il cui abitante ideale non è un animale sociale ma un animale che lavora, 

    “tanto impegnato a produrre e consumare da non fare altro che divorare le cose con la stessa rapidità con cui le produce”?(p. 59)

    Per dirla in termini arendtiani, nelle democrazie occidentali del secondo dopoguerra si valorizza al massimo l’animal laborans, marginalizzando l’homo faber – la cui opera rappresenta il momento creativo insito in un fare produttivo e sapiente – e lo zoon politikon – la cui azione rappresenta la dimensione comunicativa insita in ogni attività umana che si svolge sempre in un mondo comune.
    Se, nella teoria di Hannah Arendt, il soggetto è innanzitutto relazionale e diviene tale solo se la partecipazione tiene in vita uno spazio pubblico, negare quest’ultimo equivale a negare il soggetto.

    E il soggetto – nell’era della flessibilità come dispositivo di libertà soggettiva – non è più il lavoratore fordista che abitava la sfera pubblica e il conflitto nei luoghi fisici del lavoro di fabbrica e in serie, ma è un lavoratore a tempo determinato o a progetto, senza spazi e tempi definiti, senza diritti e nessuna certezza, un lavoratore precario, dalla radice “*prek” del verbo pregare. 

    “Si tratta di un termine, osserva Gallino, che rinvia alla possibilità di fare qualcosa solo ‘in base a un’autorizzazione revocabile, poiché è stato ottenuto non già per diritto, bensì tramite una preghiera’. Nessun altro termine, da questo punto di vista, potrebbe rendere meglio l’idea della stretta connessione tra l’arretramento odierno della cittadinanza e il dispositivo di flessibilità. Una volta assoggettato a esigenze estranee e instabili, il lavoro si presta ogni giorno di più al lessico della concessione e della buona sorte, e sempre meno a quello della dignità dei soggetti; così, mentre il lavoro perde valore sociale e formativo, chi lavora arretra nel proprio status di cittadino”. (p. 154)

    Siamo di fronte ad un soggetto per niente nuovo alla storia sociale e politica, ma che acquista importanza e vigore perché coinvolge gli uomini. Le donne hanno sempre vissuto tale condizione di cittadine marginali di uno stato di diritto pensato sul lavoratore maschio, tanto che si parla di femminilizzazione del lavoro proprio quando, con il postfordismo, lavoro creativo e lavoro precario giungono a ibridarsi entro un unico dispositivo, dando vita a quel “mito seducente” che è riuscito ad incantare anche alcune scuole femministe degli anni Novanta.

    Oggi, con l’affermazione delle politiche neoliberiste, la “flessibilità” è diventata il modo di lavorare più richiesto non solo alle donne ma anche agli uomini, con costi elevati 

    “non solo per i singoli, ma anche per la società nel suo insieme: il lavoro flessibile disperde i lavoratori e le lavoratrici rendendo estremamente complicati i processi di comunicazione, partecipazione e conflitto, intesi come percorsi di cittadinanza dentro e fuori i luoghi di lavoro”.(p. 151)
  • R. Ciccarelli, G. Allegri, La furia dei cervelli, Manifestolibri, Roma 2011

    R. Ciccarelli, G. Allegri, La furia dei cervelli, Manifestolibri, Roma 2011

    Furore come unica matrice del cambiamento, inizio dell’auto-trasformazione, liberazione dai peccati degli altri. Espressione della rabbia degna e dell’odio contro un mondo organizzato sul principio della disperazione e della mancanza. Il furore divino in cui Platone riconosceva la vera conoscenza di dio. L’espressione di una potenza femminile che è quella della creazione, di una nuova conoscenza e di una nuova vita. E’ “la furia dei cervelli” di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri, un manifesto, una chiamata, un tentativo, forse il primo dopo anni di movimenti frammentati, di ricomporre e costruire, una coalizione, una nuova repubblica.

    Il manifesto del Quinto Stato: un esercito di 6 milioni di lavoratori indipendenti che in Italia svolgono attività di supporto all’impresa, erogano servizi, trasmettono saperi, conoscenze, informazioni, oppure si occupano della cura e dell’assistenza alla persona; sono lavoratori a partita iva, a collaborazione, a progetto, precari, abitanti di una zona grigia che è il lavoro contemporaneo, schiavi con un’aspettativa di vita pari all’incerta durata del contratto. Ma non solo, il Quinto Stato eccede lo status professionale, la categorizzazione (para)contrattuale: è espressione di una condizione generale della società, degli indipendenti tutti – giovani e anziani, autonomi e parasubordinati, italiani e stranieri – che rivendicano una cittadinanza altra. “L’indipendenza è una maniera di vivere e, come tale, non può essere racchiusa in una categoria giuridica, professionale, in una fede e tanto meno nel “precariato”, che è ormai una condizione trascendentale della vita e del lavoro, non un soggetto specifico o universale” (p. 91).

    Una chiamata ad alzarsi e a prendere coscienza, a partire proprio da chi il Quinto Stato lo compone, ad affrontare la pesante genealogia di un soggetto – l’indipendente – che non mai avuto cittadinanza, e a modificare i confini di quella cittadinanza che li vede ai margini, apolidi, vagabondi, stranieri in patria. Una rivendicazione che sfida alla radice lo stato sociale fondato sul lavoratore maschio, a tempo pieno, unico soggetto riconosciuto come cittadino perché portatore delle capacità di governo che derivano dalla produzione di beni materiali. Una rivendicazione che prende corpo, parole e pratiche anche dai movimenti femministi che hanno fatto delle donne i soggetti di rivendicazione di autonomia e autodeterminazione rispetto allo stato patriarcale. L’identikit dell’indipendente lo dimostra: difesa dell’autonomia ma anche ricerca della felicità, cura dei corpi e dei tempi, della comunità intera, pensiero del governo di sé in funzione di quello degli altri; ricerca dell’autonomia come asse di una sperimentazione che è politica del quotidiano. Indipendenza come una forma di vita necessaria per sottrarsi all’economia del mondo e per creare un’economia altra, fatta a misura di corpi autonomi dal corpo dominante. Un qui ed ora come condizione del vivere, una fuga sul posto, che porta con sé il desiderio di fondare una nuova città, un’attività che impegna la funzione riproduttiva e la vita della mente, che cede il passo al piacere della produzione.

    Un processo di ricomposizione, la coalizione sociale in quanto consorzio di cittadinanza, in nome di un governo dei beni comuni come governo degli esseri umani e non come amministrazione delle cose, a partire dai principi costituenti del Quinto Stato: autonomia, indipendenza e cooperazione, su cui si fonderà la nuova repubblica che tutela tutte le attività utili alla società, e non solo il lavoro dipendente e subordinato, prendendo a modello le pratiche di cittadinanza, la creazione di nuove istituzioni per l’autogoverno, la tutela dei beni comuni, la garanzia dei diritti fondamentali e degli interessi collettivi, in due parole il diritto vivente. Un progetto ambizioso, che prende le mosse da un excursus storico-politico sulle condizioni e le scelte che hanno dominato lo status dell’indipendente minando alle basi della coscienza collettiva di ogni tempo la possibilità di rendersi cittadini autonomi sia dall’ideale socialdemocratico del servizio pubblico sia da quello liberale della gestione privata, ma che trae forza dalle relazioni, dalle esperienze e dalle biografie dei movimenti che negli ultimi anni, dalla Pantera all’Onda, dal 14 dicembre studentesco alle campagne referendarie fino all’occupazione del Valle, hanno offerto il modello dal quale è possibile immaginare la fondazione di una nuova repubblica. Il tutto attorno al denominatore comune, od operatore semantico come lo definiscono gli autori, del “bene comune”, che “risponde alla condizione generale del Quinto Stato, ne delinea l’obiettivo di massima sintetizzando una serie di complesse significazioni in una pratica comunicabile e simbolica. Con questa idea di bene comune il Quinto Stato indica il desiderio di vivere in modo ecologicamente equilibrato dove è possibile rispettare una qualità della vita, la continuità di reddito, le tutele giuridiche, le garanzie sociali per il lavoro indipendente e un’equa distribuzione delle risorse pubbliche destinate alla cultura, alla formazione e alla ricerca” (pag. 125). E l’occupazione dei lavoratori dello spettacolo del teatro romano sono espressione del cuore della proposta politica del Quinto Stato: intrecciare la rivendicazione di un diritto sociale (il reddito di base ad esempio) con un’istanza politica generale (restituire ad un uso comune un’istituzione culturale come un teatro).

    Dall’urlo infuocato del 14 dicembre al saluto dell’occupazione del Valle “Benvenuti nella lotta che era già vostra”, ci sono frammenti, più o meno significativi, di un movimento in marcia, una marcia, non solo simbolica, che nomina la realtà attraverso le proprie esperienze e che si muove verso la conquista di un progetto preciso: ridisegnare le istituzioni, riprendersi gli spazi, immaginare un modello altro di economia e un nuovo welfare.

    Vivere da indipendenti. Essere autonomi della cittadinanza. Il Quinto Stato è un atto di creazione.

    a cura di Teresa Di Martino

  • L. Muraro, Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano 2009

    L. Muraro, Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano 2009

    CopertinaUna prefazione che spiazza, quella che dà l’avvio all’ultima opera di Luisa Muraro, filosofa, mistica e femminista storica, fondatrice insieme ad altre della Libreria delle Donne di Milano. Racconta di un congedo, quello del muratore, che finito il proprio lavoro raccoglie gli attrezzi, dà un’ultima occhiata e lascia la casa a quelli che l’abiteranno. “Anch’io mi congedo, con queste parole”, dice Muraro. Si tratta di un congedo del qui e ora, e non dalle lettrici e dai lettori, quanto dalle parole dedicate nell’intero testo a “far conoscere cose in sé non nuove, anzi antiche” ma che rischiano di andare perdute “perché sono fatte di una materia finissima”. Questa materia è l’esperienza e la politica del simbolico femminili, l’esperienza dell’imparare a parlare – che il femminismo ha fatto sua –, dell’essere attivamente coinvolte nella vita dei segni, un’esperienza che nasce dall’interno del corpo femminile in contatto con il mondo, che è potere senza potere, oscurità che fa luce, piccolo che si misura con il massimamente grande. E’ il mercato della felicità, un mercato elementare che viene prima del mercato del profitto e che è molto più grande, è il mercato che facciamo a partire da dove siamo e dalla nostra esperienza, nel quotidiano, è lo scambio interminabile tra corpo e parola che produce un di più, il di più femminile, il “sopram-mercato”.

    Quello che si scorge nella sequenza dei capitoli – ognuno indipendente dall’altro – e nelle storie che Muraro utilizza per raccontare dell’esperienza, è un percorso del desiderio che parte dalla passione del desiderio come contrattazione instancabile, incarnata nell’immagine della vecchia che si mette in fila al mercato per comprare lo schiavo Giuseppe con dei gomitoli di lana, consapevole di non poter competere con i gioielli offerti dagli altri compratori, ma che non si fa vincere da moderazione o rassegnazione, e al mercato ci va lo stesso, ci va in prima persona, perché è in prima persona che si desidera. Con il racconto della donna dei gomitoli Muraro ci parla della forza irrinunciabile del desiderio, di un desiderio sproporzionato che, seppur senza mezzi adeguati, va incontro alla realtà e la mette alla prova, perché “il reale non è indifferente al desiderio e non assiste indifferente alla passione del desiderare” (p. 8). La donna dei gomitoli, e come lei molte altre, è portatrice di un desiderio che non si misura con il reale realizzato, ma che va oltre, diventando un vantaggio tutto femminile, il guadagno – ci dice Muraro – di andare al mercato con la moneta di uno svantaggio storico da spendere. E’ l’invito di Carla Lonzi ad approfittare della differenza. E’ la politica delle donne che lo ha insegnato e lo insegna, con i suoi scacchi, i suoi spostamenti, i suoi passaggi.

    Nella semplicità di un pensiero che si fissa nella mente “io sono una donna e non c’è da dimostrare c’è da essere”, una giovane Muraro si esonera dalla parzialità della cultura progressista, tutta risposte, razionalizzazioni e vigilanza, e si libera dalla dipendenza ad un universale e un simbolico maschili, per dire di un nuovo universale, di un pensiero femminile che, come afferma Angela Putino, non è interesse di parte, ma “pensiero per tutti”, che significa “esistere e pensare in prima persona, ed esserci come tali, pensanti a partire da sé, in presenza e in compagnia di altre, altri” (p. 46). E’ questo il femminismo di cui ci racconta Muraro, un movimento che si sgancia da quella “landa d’insensatezza nota come “emancipazione femminile”” (p. 42) e dall’uguaglianza tra i sessi come tana per gli uomini e trappola per le donne, e che si nutre della differenza, dell’altro, come alterità e come plus. E’ qui che l’impensato accade, svuotando la mente del suo patrimonio di cose già pensate, ingarbugliando il confine tra l’interno e l’esterno, rendendo inadeguate le parole. L’irrompere dell’impensato, un “trauma”, come lo definisce al negativo la psicologia scientifica, diventa la possibilità di dare luogo “a sviluppi positivi, a spostamenti liberanti, che fanno cadere i recinti isolanti e i muri separanti” (pp. 52-53), s’impone nella vita cosciente del pensiero come la sola cosa da pensare, e modifica radicalmente l’esperienza del tempo, perché spacca la continuità del tempo-che-passa. Da qui, il “da ora in avanti” – come Muraro lo definisce – appare vuoto, una pagina bianca. Ebbene, su questa pagina il femminismo ha scritto, modificato e riscritto nel corso degli anni, riconoscendosi nell’impensato che irrompe, che porta alla luce le contraddizioni di una temporalità lineare che oscura e annulla una temporalità altra, quella femminile, il tempo delle donne che riconosce la simultanea presenza di numerose e diversificate esperienze del tempo come proprio tratto caratteristico, il resto di tempo che Madame de Maintenon, sposa segreta del Re Sole, dona al collegio Saint Cyr, un tempo qualitativo che eccede il tempo ordinario del re. E’ l’esperienza soggettiva e di grande valore politico che Muraro accosta, con uno spostamento mistico, alla conversione di Paolo sulla via di Damasco, quando dopo una caduta da cavallo viene folgorato da una luce e dalla voce di Gesù Cristo che gli chiede il perché della persecuzione nei suoi confronti. Muraro lo chiama ribaltone e “ribaltone paolino” è il capitolo dedicato al repentino mutamento di Paolo, al suo incontro-scontro con un impensato, la verità di Cristo, che diventerà poi il fulcro della sua predicazione. E’ interessante come la filosofa-mistica renda conto della capacità di Paolo di dire l’indicibile attraverso le mediazioni nel passato con cui ha rotto: “della religione che professava in precedenza riprende tutto, compresa la legge e l’elezione divina del popolo ebreo, e la rimodella così come lui stesso è stato preso e rimodellato dal pensiero impensato, ora pensiero dominante” (p. 68). Oltre la mistica interpretazione, si scorge a mio avviso un simbolico forte della mediazione con il passato, non più, oggi, rigetto di una cultura – il maschile patriarcale – quale passato del primo femminismo, bensì appropriazione e riscoperta di un già pensato, il femminismo nelle sue molteplici declinazioni (i femminismi), che fa da sfondo – o da colonna portante, se rimaniamo ancorati alla figura del muratore con cui abbiamo aperto – alla pratica politica e al linguaggio simbolico femminili delle donne che andranno ad abitare questa casa. E’ forse questo lo spostamento necessario affinché si aggiri il rischio che le cose importanti, fatte di materia finissima, vadano perdute, che la libertà acquisita nel perseguire i propri desideri venga soffocata, che la forza irrinunciabile del desiderio non riesca a salvare il mondo.

    C’è preoccupazione nelle pagine del libro per l’incapacità degli uomini a capire il femminismo della differenza, incapacità del pensiero e dell’essere politico maschili ad interagire con un movimento visceralmente politico che attraversa ognuna singolarmente, senza definire obiettivi, ma guidato da una “domanda di godimento”. Muraro si affida alle parole di Manuela Fraire per dire di questa differenza femminile: “La cosa importante non è il desiderio di qualcosa, ma il rapporto e la trasformazione di sé che si opera per via del desiderio” (p. 92).
    Ho colto in alcune parti del testo la stessa preoccupazione in relazione alle donne, quelle a cui Muraro si rivolge mettendo per iscritto la sua esperienza femminile e femminista. E’ il rischio dell’esonero dal lavoro della necessaria mediazione:

    “E così si smette semplicemente di cercare le parole che l’altro potrebbe capire e magari condividere, fino a pensarsi in termini che non comprendono il punto di vista dell’altro e neanche lo prevedono, fino a pensare il mondo come se l’altro non esistesse”(p. 119)
    . Muraro utilizza la figura – per niente retorica – di un paese che diventa militarmente più forte dei suoi vicini e perde la capacità di fare politica estera, e racconta di essere stata colpita, dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, da una notizia in particolare: il governo statunitense si rese conto solo allora di non avere al suo servizio traduttori dall’arabo. E lì l’impresa terroristica diventa improvvisamente meno impossibile e meno mostruosa. Cercare le parole per significare, è questo il senso della necessaria mediazione di cui parla la filosofa, è trovare le parole per dire di un’esperienza e riconoscerla come prima non si poteva, “è un disfare maglie per ricavare dal passato la materia prima per riprendere di nuovo a vivere” (p. 121), è attivare un circolo e risvegliarne un di più. Dov’è la preoccupazione verso le donne di cui dicevo? E’ il timore che non si cerchino più le parole per raccontare il sentire e l’essere femminili, che si interrompa il circolo della mediazione da cui riprendere vita, che non si disfino più maglie per ricavare materia prima. E’ – forse – un implicito invito alle donne, soprattutto le più giovani, ad abitare la casa che il muratore ha ultimato, varcare la soglia, guardarsi intorno, riconoscere segni, simboli, il già pensato, il già detto, il passato che serve a dire l’indicibile e dal quale ricavare la materia prima, per poi entrare con la propria esperienza e farne il motore del pensiero, irrompere come impensato nell’ordine simbolico in vigore, perché “al posto della regola ci siamo tu ed io, qui e ora” (p. 136).

    E’ il senso della necessaria mediazione, è mediazione vivente che si rivolge al vero, al bello, all’amore, alla gioia, con la certezza che da qualche parte tutto questo si trovi, sicuramente dentro di noi, e in altre ed altri. Muraro ci invita a tenerlo presente, insieme a tutto il resto che conta e pesa, perché possa contare e pesare (anche questo) in ciò che diciamo e facciamo, perché è solo questo ciò che ha la capacità di rendere, di restituire. E’ la libertà.
    Non è un caso che il libro si chiuda con l’immagine della donna gravida di mondo, “di quello che il mondo, di fatto, al momento, non è, non sa, non può”.

    Recensione di Teresa Di Martino

  • Teresa Di Martino – Pensarsi figlie, pensarsi madri. L’elaborazione del materno e le trasformazioni della maternità* – Supplemento a Leggendaria n. 93, maggio 2012

    *Questo intervento è stato tenuto al convegno “Madri senza tempo? Dialogo tra generazioni” il 19 novembre 2011 presso la Fondazione Badaracco, Milano
    Comincio dal pensarmi figlia. Con il femminismo degli anni Settanta, il tema del sé, del corpo, della sessualità è diventato fondante per l’identità femminile: le donne hanno conquistato l’autodeterminazione rispetto al maschio, rispetto ai ruoli imposti dal patriarcato, rispetto alla maternità, partendo da sé, dai propri corpi, dalla propria sessualità. Corpi che tornano prepotentemente oggi, quando noi, le figlie, abitiamo una società governata da una politica che mira costantemente a ristabilire il controllo sui corpi delle donne; abitiamo un mondo del lavoro che mira a sterilizzare i nostri corpi, abitiamo una precarietà esistenziale che ci spinge a non ascoltare il nostro corpo. Ed è stato proprio partendo dalle nostre esperienze sul lavoro (quando nasce il nostro collettivo “diversamente occupate”  e poi i due numeri di dwf del 2010 ) che abbiamo individuato nel corpo indisponibile alle misure del mercato una sorta di anello mancante che fa saltare la catena della disponibilità permanente e apre all’imprevisto possibile.

    Dal lavoro al corpo, alla sessualità dunque. Riconoscendo la sessualità come dimensione di energia, erotizzante, della vita politica, degli spazi comuni. Abbiamo scritto che

    “la sensazione è che la sessualità non investa soltanto il discorso sul sesso, ma in senso più ampio quello sul corpo e sullo stare al mondo […] sessualità, consapevolezza del proprio corpo e vivere insieme sono legati, soprattutto nelle esperienze di politica e di militanza […] E’ il corpo che dà la misura della relazione. Misura che non è solo limite, ma misura della vita, di ciò che la costruisce e la frammenta. […] Esserci tutte intere è passione nel condividere in presenza pensiero e politica”
    L’abbiamo definita erotizzazione diffusa. E’ proprio negli spazi della vita politica comune, nella relazione tra donne, che sentiamo radicata la possibilità di aprire spazi di libertà. Oggi siamo eredi di ormai diverse generazioni di donne “liberate”, con il vantaggio delle risorse lasciateci da chi ha lottato e pensato prima di noi, ma a nostra volta alle prese con problemi nuovi, o vecchi ma in forme nuove, con le parole trasmesse, con quelle scivolate via. E ancora con le parole da recuperare e quelle di cui sentiamo il bisogno e ancora da inventare.

    Ma se condividere e riappropriarsi dell’esperienza del corpo è stato il fondamento dell’identità femminile degli anni Settanta, cosa è accaduto dopo? Forse quelle pratiche hanno perso presa sulle vite concrete, forse quando sesso e corpo sono diventati solo o soprattutto questioni legate alla salute, alla contraccezione, all’aborto. Insieme alla perdita degli spazi femminili non solo simbolici quali erano per esempio i consultori, diventati oggi strutture di emergenza per minorenni o a costo zero per le donne immigrate, che hanno mancato nella trasmissione delle pratiche e dei saperi sui corpi delle donne. E noi, che abbiamo rintracciato nella nostra esperienza di donne, di età compresa tra i 25 e i 30 anni, la solitudine, l’assenza di parole, di trasmissione, sui saperi del corpo, sulla sessualità, ci siamo chieste quale sia stato il cortocircuito che ha impedito alle madri di trasmettere alle figlie e alle figlie di raccogliere dalle madri.

    “Probabilmente negli anni Settanta le donne non hanno pensato tanto alle parole da trasmettere e si sono affidate ai corpi”
    allo scambio nel movimento, poi affievolito.
    “Certo c’è stata la controffensiva maschile-patriarcale che ha declassato il discorso sul corpo, sul piacere, sul desiderio delle donne ad espressione di odio nei confronti degli uomini, oppure l’ha ridotto ai temi sulla salute e sulla prevenzione, ad una medicalizzazione dei corpi femminili che non mette in crisi il modello eterosessuale, monogamico, patriarcale, fallogocentrico”.
     E ancora forse le donne di generazioni precedenti per molto tempo non hanno voluto fare i conti con la trasmissione, con la successione, credendo di comprendere automaticamente l’esperienza di donne più giovani nel proprio discorso, impedendo una genealogia che facesse circolare parole e pratiche che dall’autorevolezza del pensiero e della politica circolasse nelle vite e nelle esperienze di ciascuna. Allora cosa sarebbe accaduto se si fosse trasmesso un linguaggio sulla sessualità che arrivasse anche alle nate negli anni Ottanta? Forse non avremmo sentito il bisogno di pensare la sessualità, a partire da noi, e sarebbe stato un peccato. O forse l’avremmo fatto comunque, come libera espressione del nostro desiderio, un desiderio femminile, per nominare quel ponte che ci ha portate dal lavoro, che sentivamo come un’urgenza, alla sessualità e che dalla sessualità riporta al lavoro.

    Perché avere un corpo fertile significa ancora oggi essere soggette a discriminazioni, soprattutto in una società che non riconosce la maternità come valore sociale in una generale tendenza alla dedizione assoluta all’imperativo della produzione e del consumo.
    La maternità oggi, quella delle donne che la scelgono, è messa a dura prova perché la precarietà è la vera contraccezione del nostro tempo, ma d’altra parte, e qui comincio a pensarmi madre, se scartata dalla dicotomia produzione/riproduzione, può diventare universale. Perché maternità non è (solo) riproduzione, non è (solo) mettere al mondo un figlio, la maternità è quel potere che viene dal corpo fertile delle donne (tutte le donne: quelle che scelgono di essere madri, quelle che scelgono di non esserlo, quelle che non possono esserlo, le lesbiche), quello che si esprime nella cura delle relazioni, è un modo di fare e trasformare, come cura del processo di produzione e di lavoro, cura dell’organizzazione, del sistema, dei contesti, cura delle attività, cura del bene comune, cura dell’ambiente in cui si vive, cura del proprio tempo, del proprio corpo. Quella cura, che se assunta come modo altro di pensare il mondo e il mondo del lavoro, sposta dal paradigma della produttività a tutti i costi che è inevitabilmente fallito, partendo da una prospettiva sessuata, partendo dalle donne.

    Quando Pateman analizza lo stato sociale patriarcale dice: 

    “Teoricamente e storicamente, il criterio principale di cittadinanza è stato l’“indipendenza”, e gli elementi compresi sotto il titolo di indipendenza si sono basati su abilità e attributi maschili. Gli uomini, e non le donne, sono stati visti come i possessori delle capacità richieste di “individui”, “lavoratori”, “cittadini” […] perché si dia piena cittadinanza alle donne lo stato sociale deve assumere come valore sociale la responsabilità nei confronti degli altri […] E’ visibile l’opportunità di creare una democrazia genuina, di spostarsi da uno stato del benessere ad una società del benessere senza esuli sociali involontari, di cui le donne, così come gli uomini, possano fare pienamente parte”.
    Il concetto di diritto universale alla maternità raccoglie questa ambizione e per questo motivo parla a tutte e tutti. Perché non è solo rivendicare l’indennità di maternità per quelle donne lavoratrici a cui non è riconosciuta, ma è riconoscere un tempo ed uno spazio non produttivi nel senso capitalistico del termine, è riconoscere un tempo riproduttivo, generativo, dedicato alla cura, di sé, dell’altro. E’ riconoscere ai cittadini, donne e uomini, il tempo della rigenerazione dei corpi, è pensare un nuovo paradigma del mondo e del mondo del lavoro. E’ dare vita allo spostamento di Pateman dallo stato del benessere alla società del benessere partendo dalla maternità come un diritto universale per tutte e tutti, riconoscendo un diritto di cittadinanza, e poi un reddito di cittadinanza, sessuati, per una cittadinanza che veda la produttività dipendere dalla cura. Per lavoro di cura intendiamo non quello che donne e uomini svolgono quando si occupano di una casa, dei figli, degli anziani, ma un modo di fare e trasformare, una cura che si manifesta anche nel processo di produzione e di lavoro, cura dell’organizzazione, cura delle attività, cura del bene comune, cura dell’ambiente in cui si vive. E allora eccola la trasformazione della maternità, così intesa, non come mettere al mondo un figlio, ma come trasformare il mondo, avere un modo altro di pensarlo. Allora ecco che il paradigma della riproduzione come cura – paradigma pensato dalle donne – diventa quello di tutti, diventa il nuovo paradigma del mondo e del mondo del lavoro.

  • Ottavo incontro – La vita sociale: famiglia e lavoro – Relazione di Teresa Di Martino

    Quando mi sono apprestata a leggere il capitolo Vita in società pensavo di trovare il racconto e l’analisi delle donne al lavoro. Non ho trovato nessuna delle due, o meglio, non l’ho trovato come me l’aspettavo.

    1° dato da segnalare

    In questa scrittura fluida, da romanzo, anche divertente e irriverente a tratti, c’è il racconto (in situazione appunto) della vita della donna in società, c’è la denuncia delle vite delle donne – mogli e madri – in società. Sono donne al lavoro, un lavoro che nulla ha a che fare con la produzione, sia nel senso del sistema-lavoro appannaggio del mondo maschile, sia nel senso del lavoro riproduttivo che SdB afferma ormai essere paragonato ad un lavoro produttore “perché in molti casi il periodo di riposo imposto dalla gravidanza deve essere pagato alla madre dallo Stato o dal datore di lavoro” (p. 487).

    Il lavoro delle donne che scopriamo in queste pagine è un lavoro di posizionamento nel mondo e di relazione.

    SdB mette immediatamente a fuoco una differenza: il diverso legame che unisce l’uomo e la donna alla società. L’uomo è unito alla società in quanto soggetto indipendente, la donna è unita alla società in quanto parte della coppia.

    L’uomo è unito alla collettività in quanto produttore e cittadino, da una solidarietà ORGANICA fondata sulla divisione del lavoro.

    SdB passa dall’affermazione del soggetto “uomo”, alla coppia. La donna non è soggetto indipendente, la donna che non lavora non produce e quindi – aggiungo io – non è cittadina, quindi dipende dalla coppia. Cos’è la coppia? E’ una persona sociale definita dalla famiglia, dalla classe, dall’ambiente, dalla razza a cui appartiene, è quindi legata da vincoli di una solidarietà MECCANICA ai gruppi socialmente analoghi. La donna non è un individuo sociale, bensì incarna, in società, i valori della coppia.

    L’uomo si afferma nella sua professione. La donna può affermarsi solo frequentando i suoi pari. E in questo consiste il suo lavoro.

    Qui, nelle primissime righe del capitolo, l’opera di rilettura sul presente mi rimanda allo stato sociale patriarcale teorizzato da Carole Pateman 40 anni dopo (siamo nel 1989): la cittadinanza basata sull’indipendenza e sul lavoro, con un cittadino maschio, bianco e operaio portatore sano dei diritti di cittadinanza che esclude quindi le donne, e che è ancora oggi la chiave di lettura sul vuoto generato dalla rottura del legame tra cittadinanza e lavoro. Nel libro “Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro” Anna Simone mette in luce le distorsioni e le contraddizioni del nesso che intercorre tra cittadinanza e lavoro: “se oggi non lavori, tendenzialmente non sei cittadino/a perché non accedi ad alcuna garanzia; se invece lavori, ma il tuo lavoro è precario oppure se sei un’immigrata costretta a fare il lavoro di cura, quasi automaticamente sei fuori dalle garanzie della cittadinanza, una sorta di apolide di fatto” (p. 91).

    Questa condizione di apolide, denunciata in altri termini e in un contesto diverso da SdB, viene elusa attraverso un lavoro, quello che descrive in queste pagine, che è un lavoro che io ho letto come lavoro di appropriazione di sé, degli spazi e delle relazioni nel mondo. Ma non voglio fare forzature, vorrei che facessimo uno sforzo per leggere il racconto della vita di società senza cadere nella trappola della liberazione da un passato che non mi/ci parla, ma apre dei varchi sull’oggi.

    Il lavoro della donna

    L’abbigliamento (corpo)

    Tramite il lavoro domestico la donna si appropria della casa (vedi relazione di Sandra Burchi). La donna si appropria della propria persona tramite un altro lavoro che è, dice SdB, il lavoro dell’abbigliarsi, l’abbigliamento.  Con l’abbigliamento la donna da un lato manifesta la propria dignità sociale, dall’altro concretizza il narcisismo femminile. Qui SdB rafforza l’idea espressa nei capitoli della formazione, in cui afferma che le ragazze aspettano i ragazzi come una conferma della propria bellezza, come glorificazione del proprio corpo, in un movimento di affermazione di sé a partire da uno sguardo etero diretto, quello maschile (La donna che non distingue il desiderio per l’uomo e l’amore per se stessa, p. 328).

    Nell’abbigliamento c’è una differenza forte con l’uomo. I vestiti dell’uomo, così come il suo corpo, devono indicare la sua trascendenza e non fermare lo sguardo. Alla donna invece, la società richiede di farsi “oggetto erotico”, offrirsi al desiderio maschile.

    Lo scopo della moda di cui è schiava non è di rivelarla come individuo autonomo, ma invece di toglierla alla sua trascendenza per offrirla come una preda ai desideri del maschio: non si cerca di assecondare i suoi progetti ma al contrario di ostacolarli. La gonna è meno comoda dei pantaloni, le scarpe coi tacchi alti impediscono il passo; i vestiti e le scarpette meno pratiche, i cappelli e le calze più fragili sono i più eleganti; sia che il vestito nasconda il corpo, lo deformi o lo metta in rilievo, in ogni caso lo espone agli sguardi (p. 622).

    Qui c’è un passaggio importante, che apre in due direzioni – autodeterminazione e sessualità – e che vi lancio come spunto per la discussione.

    1-      Sdb dice che la donna, seguendo la moda crede di creare il proprio io, di scegliere, in realtà SI ALIENA NELLA SUA IMMAGINE (p. 621).

    2-      SdB dice anche  che la donna assegna tanto più valore all’abbigliamento quanto più la propria sensualità è insoddisfatta (p. 622). “Se molte lesbiche si vestono virilmente, non è soltanto per imitare gli uomini e sfidare la società: non hanno bisogno delle carezze del velluto e del raso perché ne coglieranno su un corpo di donna le qualità passive”.

    La società regola inoltre il compromesso tra decenza e pudore attraverso usanze e costumi che, se disattesi, vengono letti come “ribellione all’ordine stabilito”.

    Solo la prostituta la cui funzione è esclusivamente quella di oggetto erotico deve presentarsi sotto questo unico aspetto; come un tempo la chioma color zafferano e i fiori sparsi sul vestito, oggi i tacchi alti, il raso aderente, il trucco violento, i profumi densi denunciano la sua professione. Si rimprovera ad ogni altra donna di vestirsi “come una di quelle”. Le sue virtù erotiche sono integrate alla vita sociale e devono apparire solo sotto questo saggio aspetto. Ma bisogna sottolineare che la decenza non consiste nel vestirsi con un rigoroso pudore. Una donna che sollecita troppo chiaramente il desiderio maschile manca di stile; ma quella che ha l’aria di rifiutarlo non è più raccomandabile: si pensa che voglia mascolinizzarsi, è una lesbica; o distinguersi, è un’eccentrica; rifiutando la sua parte di oggetto, sfida la società: è un’anarchica. Se vuole soltanto non farsi notare, bisogna che conservi il suo carattere femminile (p. 624).

    E questo carattere femminile va non solo conservato ma anche alimentato, perché ne va dell’appartenenza ad un rango e di un posizionamento sulla scala sociale. Essendo la donna un oggetto, il modo in cui è vestita modifica il suo valore intrinseco: la donna è tanto più rispettata quanto più si presenta meglio, più ha bisogno di trovare lavoro più le è utile avere un’aria elegante (p. 626). E’ l’immagine di una donna completamente subordinata al progetto della società patriarcale che fonda sull’immagine le basi del “successo” sociale, che destina alle donne una cittadinanza di dipendenza. E’ qualcosa di non molto lontano da ciò che la nostra società mediatica ci propone quotidianamente. SdB dice di più:

    Oggi più di un tempo la donna conosce la gioia di modellare il suo corpo con lo sport, la ginnastica, i bagni, i massaggi, le diete (dovremmo aggiungere la chirurgia estetica); decide del suo peso, della sua linea, del colore della sua pelle; l’estetica moderna le permette di integrare alla sua bellezza delle qualità attive: ha diritto a dei muscoli addestrati, si ribella all’invasione del grasso; nella cultura fisica si afferma come soggetto; c’è in questo una specie di liberazione nei confronti della carne contingente; ma questa liberazione torna facilmente alla dipendenza. La stella di Hollywood trionfa sulla natura: ma si ritrova oggetto passivo tra le mani del produttore (p. 627).

    Voglio leggere qui “produttore” come sistema maschile che utilizza il corpo delle donne: per fare audience, per vendere, per conquistare, per far passare una legge. Il corpo come terreno politico di conquista. In queste pagine c’è questo, non c’è l’analisi di questo.

    Al centro del racconto delle donne in società che fa SdB c’è il corpo, non come luogo di autodeterminazione, ma come terreno di lotta contro tutto ciò che corrisponde all’uscita dalla messa in scena dell’oggetto desiderabile.

    C’è la lotta contro l’invecchiamento: “Cercano [le donne] di conservarsi come altre conservano i mobili e le marmellate; questa ostinazione negativa le rende nemiche della propria esistenza e ostili agli altri: i buoni pranzi rovinano la linea, il vino sciupa il colorito, sorridere fa venire le rughe, il sole rovina la pelle, il sonno ingrassa, il lavoro sciupa, l’amore mette un cerchio intorno agli occhi, i baci infiammano le guance, le carezze deformano il seno, gli amplessi avvizziscono la carne, la maternità imbruttisce il viso e il corpo” e via così (p. 628).

    C’è la lotta per la conquista dello sguardo altrui, che è uno sguardo maschile: “benchè alcune donne affermino: ‘mi vesto solo per me’, abbiamo visto che anche nel narcisismo è implicito lo sguardo degli altri” (p. 629). Questi altri, ci dice SdB, sono spesso i mariti.

    Potremmo dire banalmente che tale rappresentazione corrisponde ancora oggi al nostro Hollywood televisivo, ma non mi basta. Alla reazione spontanea di rifiuto verso la presentazione del corpo di una donna subordinato all’ordine maschile, mi sono chiesta quanto ci sia in tutto questo del nostro presente, del mio corpo, del mio posizionamento nel mondo attraverso il mio corpo.

    Le femministe nove scrivono che il nostro è un corpo fatto a pezzi, che non si ritrova mai intero nelle sue differenti dimensioni di vita e perciò resta sempre inadeguato, incompleto, in difetto.  Parlano di corpo rimosso: rimosso nel lavoro come ansia da prestazione quanto nella politica come ansia di trasformazione.

    La donna di SdB è un oggetto nelle mani dell’uomo: padre, marito, società maschile. Il suo corpo è lo strumento per la propria affermazione nella società, lo veste e lo allestisce come fa un’attrice di teatro, per recitare una parte, la tragedia della subordinazione o la commedia della ribellione. Con un salto temporale che ci porta al femminismo degli anni Settanta e Ottanta, il corpo diventa protagonista della presa di coscienza su di sé e il proprio desiderio, agendo uno scarto, una separazione dall’ordine dominante. Oggi l’ordine dato mette in campo una tensione tra la sovraesposizione del corpo femminile, da una parte ancora “oggetto erotico”  del desiderio maschile, dall’altra “corpo vittima” (pensiamo alla campagna mediatica sul femminicidio che ha portato all’approvazione lampo del pacchetto sicurezza) e la sussunzione dei desideri e dei bisogni al sistema produttivo del biocapitale. In un modo o nell’altro mette a tacere la voce del corpo come terreno autodeterminato. Qui mi chiedo se la rimozione del corpo che denunciamo su di noi, per sottrarsi all’immagine del corpo oggetto o del corpo vittima e per non cedere il corpo intero alle regole del capitalismo, sia così distante da un allestimento ad arte come quello descritto dalla nostra autrice.

     

    I ricevimenti (spazi)

    L’abbigliamento – lavoro delle donne – è propedeutico ad un ulteriore lavoro: organizzare ricevimenti.

    SdB mette l’accento sulle trasformazioni che gli usi e i costumi – le costruzioni della società – mettono in atto sull’agire delle donne. Qui cita la Mrs Dalloway di Virginia Woolf per dare conto del senso di generosità e festosità che risiede nella pratica dell’accoglienza in casa. Ricevere non è soltanto accogliere gli altri nella propria abitazione, ma significa trasformare questa in un regno incantato. Se c’è della pura generosità in questo omaggio reso agli altri la festa è veramente una festa. Ma, la società interviene anche qui per trasformare la pratica in un’istituzione, che piega il dono sull’obbligo e la festa sul rito. In tali circostanze la festa perde il suo carattere generoso e magnifico, è una fatica come tante altre. Il ricevimento si trasforma in quello che SdB nomina come MULTIPLA DIPENDENZA DELLA MASSAIA: “dipende dal soufflet, dall’arrosto, dal macellaio, dalla cuoca, dall’extra; dipende dal marito che aggrotta le sopracciglia se qualcosa non va bene; dipende dagli invitati che vagliano i mobili, i vini e che decidono se la serata è riuscita o no” (p. 633). E non solo: si tratta di incontri vuoti, di vana apparenza, della stessa consistenza dell’abbigliamento femminile che indica il rango sociale.

    Lo spazio sociale occupato dalle donne è uno spazio vuoto. Non c’è pienezza, non c’è autenticità.

    Questa pienezza e autenticità SdB sembra rintracciarle, almeno inizialmente, nelle relazioni tra donne, che lei chiama amicizie femminili.

    Le amicizie femminili (relazioni)

    Gli uomini comunicano tra loro attraverso idee, progetti, ecc

    Le donne sono unite tra loro da una complicità immanente e cercano insieme l’affermazione del loro universo comune. Si uniscono per creare un CONTROUNIVERSO

    Non discutono delle opinioni: scambiano delle confidenze e delle ricette; si uniscono per creare una sorta di contro-universo i cui valori prevalgano sui valori maschili; riunite, esse trovano la forza di liberarsi dalle loro catene; negano il dominio sessuale dell’uomo confidandosi reciprocamente la loro frigidità, beffandosi cinicamente dei desideri del maschio, o della sua goffaggine; contestano ironicamente la superiorità morale e intellettuale del marito e degli uomini in generale. Confrontano le loro esperienze; gravidanza, parti, malattie dei bambini, malattie personali, faccende domestiche diventano gli avvenimenti essenziali della storia umana. Il loro lavoro non è una tecnica: scambiandosi ricette per la cucina, per la casa, gli danno la dignità di una scienza segreta fondata su delle tradizioni orali (pp. 634-635).

    SdB afferma, dandoci un po’ di respiro, che davanti all’uomo la donna recita sempre: essa mente fingendo di accettarsi inessenziale, questa commedia esige una costante tensione: vicino al marito, all’amante, ogni donna pensa più o meno “non sono me stessa”.

    C’è traccia, in questa intimità frivola e calda, come lei la definisce, di un’anteprima di AUTOCOSCIENZA? Di ciò che è parso come imprescindibile a quelle donne che hanno scelto il separatismo come pratica per avviare il percorso di liberazione e l’autocoscienza come pratica di trasformazione?

    Non so rispondere, perché SdB si sconfessa poche righe dopo, tornando alla donna come soggetto/oggetto votata allo sguardo altrui. Lei afferma infatti che la complicità tra donne non diventa mai amicizia perché le donne sono costantemente volte verso il mondo maschile.  L’ombra del maschio pesa su di loro. Le donne sono compagne di prigione, si aiutano a sopportare la loro prigione, anche a preparare la loro evasione, ma il liberatore verrà dal mondo maschile.

    Perché l’uomo è sempre una figura guida (la sua infanzia le ha lasciato il bisogno imperioso di una guida). Dopo il matrimonio il mondo maschile conserva il suo prestigio agli occhi delle donne, è solo il marito che lo perde. Le donne allora si rivolgono ad altri uomini. Chi sono questi uomini? Iniziano qui pagine tragicomiche che vi consiglio di leggere.

    SdB individua questi uomini guida in tre figure.

    IL PRETE, padre spirituale (p. 639) e IL MEDICO (pp. 640-641)

    SdB individua in queste due figure delle autorità morali a cui le donne si votano. Ma, dice, ce ne sono alcune che hanno anche bisogno di un’esaltazione romantica. E allora entra in scena un’altra figura:

    L’AMANTE. I sentimenti che spingono le donne al tradimento sono il rancore e la vendetta oppure la delusione. Nel matrimonio la donna non trova l’amore e le si nega ogni soddisfazione erotica. La figura del marito è descritta come odiosa, per due tratti essenziali: egli è l’iniziatore e il tiranno. E’ un iniziatore condannato alla sconfitta perché si scontra con le esigenze contraddittorie della vergine che si sogna nello stesso tempo violentata e rispettata e che quindi sarà sempre frigida tra le sue braccia; è tiranno perché – accettato per rassegnazione o scelto dalla famiglia di origine – con il matrimonio è diventato il padrone della moglie e i loro rapporti sono diventati un dovere (p. 643).

    Le donne trovano nell’adulterio una dimensione di libertà: sposarsi è un obbligo, prendersi un amante è un lusso. Ma commettere adulterio (646) per una donna è molto più grave che per uomo agli occhi della società: pur venendo meno i motivi di tale severità, da ricollegare al rischio di introdurre in famiglia il figlio di un estraneo, venuti meno grazie ai mutamenti sociali e al controllo delle nascite, persiste la volontà di mantenere la donna in una condizione di inferiorità mantenendo i divieti sull’adulterio,divieti che spesso vengono interiorizzati dalle donne stesse che chiudono un occhio di fronte ai tradimenti dei mariti.

    In chiusura rintracciamo un’apertura su libertà sessuale e adulterio.

    SdB afferma che, seppure le donne hanno raggiunto, nel 1949, una parziale libertà sessuale, è ancora difficile conciliare la vita coniugale con le soddisfazioni erotiche. Riconoscere l’adulterio come pratica di libertà sessuale significherebbe abolire una tara del matrimonio: 

    “l’adulterio è reso degradante dai compromessi della prudenza e dell’ipocrisia; un patto reciproco di libertà e di sincerità abolirebbe una delle tare del matrimonio”.

    L’autrice smonta, forse un po’ velocemente, la formula irritante  “per la donna non è la stessa cosa” in merito al desiderio sessuale: 

    “La differenza non ha nulla di naturale. Si vuole che la donna abbia meno bisogno dell’uomo di un’attività sessuale, ma nulla è meno sicuro; le donne in cui l’attività sessuale fu rimossa sono poi spose lunatiche, madri sadiche, maniache donne di casa, creature infelici o dannose; e in ogni modo, anche se il desiderio sessuale nella donna fosse più sporadico, ciò non autorizza a considerare superfluo il soddisfarlo”.(p. 647)

    E’ che l’atto sessuale della donna viene  ancora considerato un servigio che si presta all’uomo. SdB chiude il capitolo in maniera lapidaria: fino a quando la donna si farà schiava e riflesso dell’uomo a cui si dà, bisogna che ammetta che le sue infedeltà la strappano più radicalmente al marito di quanto non facciano le infedeltà di lui. Come a dire, l’adulterio della donna è davvero più grave di quello dell’uomo perché la allontana dall’istituzione e dal dovere, è quindi un pericolo per la società ma può tramutarsi in una occasione di liberazione per la donna. Si tratterebbe però di riproporre la stessa dinamica della prigioniera che attende la libertà, un liberatore del mondo maschile. Infatti, e chiudo proprio con le parole finali di SdB: adulterio, amicizie, vita mondana sono nella vita coniugale unicamente degli svaghi, possono aiutare a sopportare i vincoli eccessivi, ma non giungono a infrangerli. Sono pseudo-evasioni che in nessun modo permettono alla donna di riprendere in mano, autenticamente, il proprio destino.

  • Il senso del lavoro a partire dall’esistenza: dalla sicurezza all’accuratezza

    Centro Donna “Liliana Paoletti Buti”, Livorno, 13 marzo 2013

    Abbecedario del lavoro femminile/2 – Dalla sicurezza all’accuratezza
    Simona Cerrai, Antonella Faucci, Maria Pia Lessi, Jacqueline Monica Magi, Oriana Rossi

    Presentazione di Teresa Di Martino

     

    In questo Abbecedario troviamo un aggiornamento sugli interventi normativi degli ultimi due anni che hanno causato un ulteriore stravolgimento del diritto del lavoro, quello sancito dalla costituzione e fondato su “parole luminose” – come voi le definite: scelta, possibilità, esistenza libera e dignitosa, progresso materiale e spirituale, parole piene di un senso storico e politico annientato dal pensiero unico del pareggio di bilancio e delle parole molto meno luminose (spread, pareggio di bilancio, fiscal compact, crisi finanziaria) che ci invadono la quotidianità, entrano nel sentito comune, dettano le scelte nazionali e sovranazionali, ma che si dimenticano dei corpi e delle vite.

     

    Gli ultimi interventi normativi:

    –         L’art.8 del 2011 (che introduce la deroga dei contratti aziendali ai Contratti Collettivi nazionali e alle disposizioni di legge)

    –         Aumento età pensionabile

    –         Pareggio di bilancio in costituzione

    –         Riforma Fornero

     

    Questo per dire cosa è accaduto nel nostro paese con il passaggio dal governo Berlusconi al governo (non tecnico) che ha portato avanti la politica liberista e di destra di chi lo ha preceduto. Ma anche per dire quanto sia ancora lontana la politica istituzionale dalla politica delle donne, quella che invece parte dai corpi e dall’esperienza del quotidiano, dalle condizioni materiali.

     

    E torno all’Abbecedario.

     

    Qui si parte nel rintracciare la differenza sessuale nella parola SICUREZZA, da “sine cura”, senza preoccupazione, che vede, nelle diverse genealogie maschili e femminili uomini armati e donne amate e riconosciute.

    Si parla allora di cura come paradigma dei tempi nostri, quelli della precarietà. Dove per cura io ho chiara in testa la distinzione che ne faPina Nuzzo dalla manutenzione. Leggo dal suo intervento all’anteprima al XV congresso nazionale dell’Udi nell’ottobre 2011:

    Quello che si svolge fuori dalle mura domestiche viene considerato lavoro ed è retribuito, quello che si svolge fra le pareti domestiche viene definito lavoro di cura. Il primo è prevalentemente considerato maschile, il secondo è una prerogativa femminile. In realtà si opera una confusione quando si mettono sullo stesso piano cura e manutenzione rendendo molto complicata la condivisione dell’una e dell’altra nella gestione della vita quotidiana. Si chiama cura l’insieme dei gesti amorosi e gratuiti di un soggetto verso un altro, la cura può essere maschile o femminile, materna e paterna e non è negoziabile. La cura richiede impegno e un pensiero costante e attento per qualcuno o per qualcosa. Essa non è solo accudimento, ma attraverso la cura si impara/insegna la relazione con le persone con il mondo e si apprendono/insegnano i comportamenti. Si chiama manutenzione quell’insieme di operazioni quotidiane di cui ogni donna ha esperienza, senza le quali una casa piomba nel caos. Questa fatica è invisibile, è gratuita e non è riconosciuta. Una retribuzione è prevista solo se questo lavoro lo fa un’altra, più raramente anche un altro, in genere a ore. La manutenzione si può condividere e negoziare, addirittura contrattualizzare, la cura chiama in causa entrambi i genitori o i soggetti di una relazione.La cura non è lavoro, anche quando è faticosa, essa è la cifra di una relazione, ma allo stato attuale è difficile separarla dalla manutenzione, da tutte quelle azioni che fanno di una casa uno spazio vivibile ed armonioso.

    E’ difficile perché entrambe, cura e manutenzione, sono perlopiù a carico delle donne nel nostro paese.

     

    Ma la cura, la cura delle cose, la cura del territorio, la cura dei luoghi, la cura delle relazioni, la cura del pensiero e delle pratiche, così come degli spazi politici e delle attività produttive, materiali e immateriali, è cura del mondo, è quella che permette di tenere insieme i fili, nonostante tutto, e di ritrovarci qua, ogni volta. Sono molte ormai le femministe che pensano alla cura così intesa come modello generale, come pratica di potere. La questione è controversa, perché se da una parte la cura è quell’attività – come dice Trontoche include tutto ciò che noi facciamo per conservare, continuare e riparare il nostro mondo in modo da poterci vivere nel miglior modo possibile, dall’altra non possiamo dimenticare, e ce lo ricorda Cristina Morini, che dietro e dentro il concetto di cura si celano anche il sudore, il sudiciume, le lacrime, l’oblatività, la noia […] la cura rimanda anche a esperienze non care alle donne. Ruoli imposti, costruzioni sociali, obblighi, norme naturalità innaturali.

    Nel convegno dell’Associazione internazionale delle filosofe in Italia di marzo 2012, dedicato al lavoro, dicevo che la cura relegata all’ambiente domestico, come cura di sé, dell’altra/o, è “solo” accudimento, responsabilità, norme, ma per farsi politica deve diventare pratica sociale di tutti, de-naturalizzarsi. Come? La cura non è amore incondizionato, ma è cura delle condizioni. Agire la cura là dov’è il mio desiderio, ri-pensare gli spazi e i tempi non produttivi nel senso capitalistico del termine. Spazi e tempi fertili, di rigenerazione dei corpi, dei saperi, del pensiero, delle relazioni, di politica.  Un pensiero che ho ritrovato in questo abbecedario, nello spostamento di senso che attuate da SICUREZZA (sine cura) ad ACCURATEZZA (cum cura). DONNE SICURE PERCHE’ SAPIENTI DI CURA (e non senza preoccupazioni). Sapienti di cura perché partono dai corpi e dalle vite, ed è questo che le rende libere dal pensiero unico e forti dell’invenzione del quotidiano. Pensiamo alle donne de L’Aquila che hanno reinventano una cittadinanza sospesa dall’emergenza riappropriandosi degli spazi cittadini; le donne di Napoli che autogestiscono la raccolta dei rifiuti, le donne del movimento studentesco, la campagna referendaria per l’acqua bene comune che parte da una risorsa naturale per parlare di un nuovo modo di stare al mondo, lontani dalla speculazione e dalla messa a profitto; le occupazioni degli ultimi anni, molto diverse da quelle del passato, che parlano, come dice Federica Giardini, di “restituzione” alla cittadinanza, che “non è un programma che va applicato, accade. Accade per via dell’apertura che consegue alla cura, quando questa si fa atto di forza politica”.

    Pensiamo alle donne della Val di Susa, che avete giustamente ricordato qui. La loro è una lotta che Barbara De Bernardi, una compagna impegnata da oltre 20 anni nel movimento NO Tav, ha definito “di presidio del comune” (DWF, Saper fare comune, 2012, p. 6)

     

    Il paradigma della cura passa quindi dall’agire la cura. E la sicurezza, come voi scrivete, è in stretta relazione con la cura. Lo è anche il conflitto, perché anche prendersi cura del conflitto è una pratica politica che abbiamo riconosciuto, e riconosciamo nei luoghi che attraversiamo, come pratica delle donne. Anche quando il conflitto assume le forme della violenza: lo abbiamo visto nelle piazze degli ultimi autunni caldi, lo vediamo nelle esperienze di occupazione dilagate in tutto il paese, in quella pratica di liberazione degli spazi e di restituzione alla città che attraversiamo, soprattutto a Roma.

    Torno all’Abbecedario

     

    C’è un passaggio rispetto al primo, un passaggio dettato dalla crisi

    –         dall’informazione alla controinformazione

    –         dalla contrattazione al conflitto creativo

    –         dalla relazione alla cura

     

    La crisi, inevitabilmente, ci sposta. Lo abbiamo fatto anche noi, rispetto a tre anni fa, rispetto a quei due numeri di DWF sul lavoro. Se ci siamo chiamate DiversamenteOccupate perché era impossibile definire i nostri lavori simultanei, le nostre acrobazie, le nostre contrattazioni e il nostro desiderio di politica nel termine “precariato” operando di fatto già uno spostamento, qualcos’altro è avvenuto nel frattempo. Lo spostamento è stato togliere il lavoro dal centro, per potenziare il resto, in primo luogo per riappropriarci di quei corpi che il lavoro e un intero immaginario ci sottraggono, di quei saperi corporei di cui veniamo espropriate e quella sessualità che anziché partire da noi ci viene dettata da altri luoghi. Un percorso intrecciato che tiene insieme politica, desiderio, corpo e lavoro. E che ci ha portate ad affrontare la questione del reddito da un punto di vista sessuato, reddito di esistenza o di autodeterminazione, come lo definisce Eleonora Forenza, e che voi riprendete nel bel passaggio della battaglia comune a Quarto e Quinto stato come:

    –         rivendicazione all’altezza delle attuali forme di mercificazione e sfruttamento, la messa a valore delle nostre vite agita dal capitale (tempi di lavoro che si confondono ai tempi di vita)

    –         elemento indispensabile per demercificare il lavoro in una prospettiva di liberazione dal lavoro.

     

    Il tema del reddito passa così da un ripensamento del lavoro come attività umana che si attua in 2 mosse:

    1-     demercificare il riconoscimento e lo status di cittadino legato al lavoro

    2-     connettere in modo nuovo lavoro, reddito e autodeterminazione

     

    Come e soprattutto perché è quello che spesso, soprattutto dalle femministe storiche, ci viene chiesto. Intanto, perché le condizioni sono cambiate. Oggi che il patto sociale con lo stato non passa più dal lavoro (non c’è più la garanzia d’occupazione che nel 900 dava un reddito per una vita degna) bisogna ripartire dalle condizioni materiali, dentro e fuori il lavoro. E possiamo farlo a partire dalle donne per pensare una nuova cittadinanza, perché le donne sono state sempre un soggetto escluso, e quindi anche più libero, rispetto a questo modello di cittadinanza (fondato sul lavoratore maschio bianco a tempo pieno operaio) che oggi è in crisi. E’ ora quindi che anche il nostro paese faccia i conti con quei diritti universali slegati dal lavoro, quei diritti di cittadinanza a cui le donne prima ed oggi tutti siamo esclusi.

    Il reddito è uno di questi diritti (voi ricordate giustamente che L’Italia è l’unico paese dell’UE, insieme a Grecia e Ungheria, a non avere alcuno schema di reddito minimo). La crisi della cittadinanza porta con sé la crisi delle coordinate del reddito, inteso come reddito diretto (denaro), reddito indiretto (servizi, welfare pubblico), a cui vanno aggiunte le politiche sulle condizioni di vita (nuove forme che spostano). Anche qui, le donne hanno una posizione autorevole per pensare un reddito sganciato dal lavoro, che diventi lo strumento con cui si ricostruisce lo spazio pubblico (che ancora oggi sembra essere ad appannaggio esclusivo del lavoro, il neocapitalismo ti pone in disponibilità permanente, ti occupa i tempi di vita, ecc).

    Il reddito innanzi tutto perché pone un argine a quel ricatto lavorativo ed economico a cui tutte e tutti sottostiamo, che rende tempi, salari, condizioni contrattuali non contrattabili; il reddito permette a tutti, donne e uomini, di riappropriarsi della propria forza di contrattazione così come del proprio corpo, non più a disposizione, a qualunque costo, dei ritmi e delle richieste di un lavoro calibrato  sulla logica del precariato, fatta di sostituibilità e contemporanea rapina. Questo è tanto più vero per una donna, sia per il rapporto che come donne intratteniamo con la dimensione del lavoro di cura, sia per il fatto che anche in un contesto di “femminilizzazione” del lavoro e precarietà che include anche gli uomini resta il fatto che le condizioni lavorative e sociali continuano a non essere le stesse tra un uomo e una donna.

    Ma ci sono delle precisazioni da fare. La proposta di un reddito garantito va nella direzione di un nuovo paradigma di cittadinanza se e solo se è concepito come universale e incondizionato, destinato a tutte e tutti, permettendo maggiore libertà di scelta, uscita dal ricatto, livellamento delle disparità economico-materiali, liberazione del tempo. Inoltre, il reddito può essere solo lo strumento “tecnico”, la riforma strumentale da cui muovere per un mossa più ampia, per costruite un percorso politico-culturale che vada verso l’invenzione di un nuovo paradigma di cittadinanza, attraverso pratiche di partecipazione, autogoverno che ridefiniscano il significato della ricchezza, dove per ricchezza si intende tutto ciò che è risorsa (cultura, saperi, corpo, acqua, scuola, sanità, incluso denaro).

    Il discorso sul reddito, ovviamente, va tenuto insieme al lavoro. E non è, come qualcuna dopo Paestum ha detto, la conditio sine qua non di qualunque possibilità di autodeterminazione femminile oggi, si tratta invece di un passaggio – non rivoluzionario ma importante – che poggia su quella pratica femminista che considera la posizione di una donna come il punto di partenza da cui pensare una giustizia per tutti. Siamo pienamente consapevoli di una cosa: la nostra libertà non passa certo dal reddito, che è solo uno strumento per uscire dai ricatti, ma anche con un diritto di base combinato con altri tipi di diritto, è uno strumento che ci permette di ripensare una nuova organizzazione sociale e simbolica. Non è dicotomico con il lavoro, ma permette un sottrarsi dalla logica produttivistica. Riprendersi il corpo, riprendersi un tempo di vita e, con esso, riprendersi il tempo e le condizioni per la politica, riappropriandosi di un fare comune; sottrarre tempo al lavoro in favore di un tempo fertile in cui ciascuna di noi si lascia la possibilità di accogliere  quel che corrisponde al suo desiderio e al senso di sé: parlare del reddito diviene allora l’occasione per costruire un discorso che parli a tutte e a tutti, non  solo ai precari, su lavoro e tempo di vita  e che apra al desiderio di politica e contemporaneamente alla coalizione tra diversi lavoratori, disoccupati, studenti.

    Ritorno all’Abbecedario

     

    SALUTE E SICUREZZA SUI LUOGHI DI LAVORO

     

    Anche qui torna prepotente un sistema del lavoro pensato per i maschi e cucito addosso ai loro corpi e la volontà del superamento di un’impostazione sessuata della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro che è pensata e studiata sui maschi.

     

    Testo unico 2008: Prima norma riguardante la sicurezza sul lavoro che cita la differenza di genere (una rivoluzione in materia) perchè prima la donna lavoratrice era tutelata solo in quanto madre. L’altra faccia della medaglia di un welfare che pone il lavoro al centro, dove alle madri vengono riconosciuti diritti solo se lavoratrici (e torniamo al diritto universale di maternità).

     

    Le malattie lavoro-correlate sono differenti tra maschi e femmine. E si registrano più patologie da stress nei lavori a più alta percentuale femminile, che richiedono la cura degli altri, anche perchè a questi si aggiunge lo stress del lavoro domestico.

     

    Leggendo questo capitolo mi sono chiesta: Esistono malattie precarietà-correlate? Che lo stress del precario esista non ho dubbi, la malattia delle donne precarie la vivo sulla mia pelle: è che ci dimentichiamo dei corpi, trasportati da un posto all’altro della città, usati fino allo stremo delle forze, sempre disponibili al mercato, mai malate, mai incinta. E’ il segno negativo del portare tutto al mercato – per citare lia cigarini – perché noi ci siamo tutte intere, sempre, ma ciò che con la femminilizzazione del lavoro abbiamo portato al mercato, in primo luogo le capacità relazionali, ci è stato espropriato per non avere in cambio nulla, se non una dubbia inclusione in un sistema già dato. Per uscire dalla trappola è necessario uno spostamento: ribaltare la lettura della femminilizzazione del lavoro. Se questa ha significato nuovi modi di produzione che tengono conto delle esigenze e dei desideri femminili di far parte di un contesto produttivo senza separarlo da quello riproduttivo, portare tutto al mercato, quando il mercato è a tempo determinato, frammentato, precario, instabile, si traduce in espropriazione e isolamento, perché un mercato che ci vuole solo se competitive, individualiste, sempre disponibili e sorridenti, mai malate, mai incinta, è un mercato che ci rapisce e ci libera in base al pagamento del riscatto. Il riscatto è la perdita di diritti, l’impossibilità di costruire un futuro, la difficoltà a vivere il presente, il perdere di vista il desiderio di ciascuna e ciascuno, la rinuncia a pensare secondo giustizia.

    Il passo di Cigarini che voi riportate dice: “come si fa a valutare qualità e capacità relazionali, difficilmente quantificabili e misurabili con la moneta? Le donne portano tutto al mercato del lavoro. Rifiutano cioè la separazione tra vita e  lavoro, mettendo una grande affettività anche nel lavoro e nelle scelte che esso comporta. Quale invenzione politica e simbolica dobbiamo avere perché il di più relazionale delle donne sia significato e scambiato? La politica delle donne ha avanzato l’idea che questo di più possa giocarsi a livello di politica del simbolico, ottenendo cioè più agio nel lavoro cosi come nella società”

    Allora chiediamoci  dove e come le donne vogliono giocarsi quel di più, quell’eccedenza, che portata al mercato ha significato messa a produzione da parte del sistema maschile patriarcale, e di certo non più agio come dice Cigarini. E’ l’eccedenza femminile fatta di altissimi livelli di istruzione e di bagagli di sapere che poi non trovano traducibilità nel sistema dato del lavoro; l’eccedenza di un pensare politicamente che non trova spazio nella politica delle istituzioni, l’eccedenza del saper fare e del progettare, per citare Annarosa Buttarelli,  “la predilezione femminile per non separare il sapere fare il pane (e provarne piacere) e il saper fare filosofia, fare simbolico (e provarne piacere)”.

     

    Questa eccedenza femminile si ricolloca a partire dalle condizioni di vita delle donne. Quali sono le condizioni delle donne nel lavoro?  Oggi parliamo ancora di discriminazioni, dimissioni in bianco, doppio lavoro, sfruttamento, differenze salariali forti (fordismo) e a questo dobbiamo aggiungere precarietà, disponibilità permanente, riduzione degli spazi e dei tempi della politica, delle relazioni (postfordismo). Nel capitolo dell’abbecedario DOVE SONO LE DONNE LAVORATRICI si parla di isolamento, scarsa partecipazione ai momenti assembleari. Perché il lavoro femminile è ancora largamente dipendente dalla presenza, o meglio assenza, dei servizi (welfare). La mancata ricerca di lavoro è legata agli impegni famigliari (figli, anziani, disabili). I Contratti sono atipici, a progetto, part-time con forti differenze retributive. Vittime di Discriminazioni, prime vittime della crisi aziendale.

     

    Ma il di più delle donne c’è e noi questo di più noi ce lo giochiamo nella politica, quella delle donne ma non solo, quella dei movimenti, quella dal basso, quella dei beni comuni. E’ altrettanto faticoso, ma ci sono risposte, di linguaggi, di pratiche, anche da parte dei compagni maschi.

     

    Il fatto che le CAPACITA’ RELAZIONALI messe a profitto non hanno scardinato il sistema del lavoro, sono diventate una trappola sia per donne che per uomini risulta evidente nel capitolo dedicato  alla formazione che oggi, nella società della conoscenza, del lavoro immateriale, del terziario, si fonda su quelle competenze di ascolto e di relazione tipicamente femminili, che le donne hanno appunto portato al mercato, di cui il mercato si è impossessato senza dare in cambio alcun valore, neanche sul piano del linguaggio, visto che, scrivete, si utilizza un linguaggio neutro o orientato al maschile anche di fronte ad un pubblico maggiormente femminile.

     

    E allora ben vengano l’esperienza dell’associazione ambientalista ALT e del Coordinamento donne del sindacato: declinare i rischi sul lavoro al femminile superando la terminologia della normativa e la cultura della prassi, entrambe neutre, così come l’utilizzo del partire da sé (metodo autobiografico) come scelta di metodo e di merito per la formazione con un obiettivo che ci sta particolarmente a cuore

    –         saper attingere dall’esperienza e dalla pratica le regole per ridefinire i processi formali (vale a dire creare fattispecie giuridica a partire dall’esperienza)

     

    Chiudo su un’immagine che mi ha stimolato il capitolo sulle DIFFERENZE DI GENERE DAL PUNTO DI VISTA DEL MEDICO DEL LAVORO.

    Si dice: Quanto più saranno realizzati ambienti di lavoro a misura di lavoratrice, tanto più alto sarà il contributo in termini di prevenzione per tutti. Leggendo questa frase mi è tornata in mente una conversazione con Pina Nuzzo, che raccontava delle prime lotte dell’UDI nel secondo dopoguerra, di quella fantastica campagna che ha portato le donne in massa ad iscriversi nei centri di collocamento per andare a lavorare. E lei mi raccontava che queste donne venivano chiamate a fare tutti i tipi di lavori, alcune anche nei cantieri. E si presentavano problemi non calcolati dal sistema maschile, tipo i bagni appunto nei cantieri. La presenza delle donne costrinse i datori di lavoro a dotarsi di bagni, sia per le donne che per gli uomini (che non si erano mai posti il problema). E’ proprio questo: realizzare ambienti di lavoro a misura delle donne significa migliorare le condizioni di lavoro per tutti.

     

    E ritorniamo alla scommessa del femminismo degli ultimi anni: non più le donne per le donne, bensì pensare a partire dalla vita delle donne per creare un nuovo paradigma per tutti.