Questo saggio è il risultato della rielaborazione della prima ricerca dottorale in Italia dedicata interamente all’opera di Elena Ferrante.
In Elena Ferrante.
Poetiche e Politiche della soggettività pubblicato per Mimesis (2020) nella
collana De Genere, Isabella Pinto,
autrice del volume, indaga il rapporto tra soggettività e narrazione usando
come strumento la scrittura di Elena Ferrante.
Il saggio si presenta diviso in tre sezioni. Nella prima parte, denominata Mitopoiesi, l’autrice decide di analizzare come Ferrante, in opere come L’amore molesto, I giorni dell’abbandono, La figlia oscura e La spiaggia di notte, riscriva i miti recuperando e storicizzando il concetto femminista di “genealogia femminile”. Questa operazione ha molto in comune con il femminismo della differenza e il lavoro di Adriana Cavarero sulle riscritture dei miti in chiave femminista. Ferrante a questo aggiunge un lavoro sulle versioni minori dei miti, sapendo bene che «fra le pieghe della Storia esiste sempre un’altra storia, soprattutto se il soggetto è donna» (Norcia 2020, 8), e per questo rielabora, rilegge e scompagina le versioni ufficiali dei miti, riscoprendo, nelle versioni minori, altre forme di vita. È in questa prima parte che Pinto rileva come l’autrice arricchisca questo dispositivo mitopoietico con una «sapiente fantasia di memoir» (de Rogatis 2016, 294) ossia con una parziale sovrapposizione tra lei che scrive e le tre narratrici dei romanzi.
Nella parte centrale del volume, Diaspora, l’autrice si concentra invece sul ciclo de L’amica geniale nel quale Pinto legge il
racconto come un’occasione per narrare esperienze fuori dal canone, normalmente
taciute, che qui trovano spazio e ascolto. Come nota l’autrice romana è proprio
grazie al concetto di “smarginatura femminile” e di quella mancanza di
coincidenza alla norma che Ferrante può mettere in scena personalità
diasporiche che, per usare l’espressione di Pinto, «abitano, costruiscono e
raccontano temporalità postumane».
Infine, nell’ultima parte, Performatività, l’autrice prende in esame le opere ferrantiane più
autobiografiche quali La frantumaglia
e L’invenzione occasionale,
suggerendo come Ferrante porti all’estremo il rapporto di omonimia tra autore,
narratore e personaggio promuovendo un suggestivo continuum tra realtà e
finzione che trova le sue radici nella “naturcultura” di Donna Haraway. «Questo
tipo di scrittura», spiega Pinto, «diffrange l’autorialità a partire da
un’operazione di taglio simbolico della soggettività». Questo proprio perché in
Ferrante manca ogni interesse verso una verità assoluta. Ciò che conta, ciò di
cui bisogna far tesoro, è quella polifonia di sguardi, quella pluralità di voci
che il patriarcato tende a uniformare.
Come rileva Pinto un espediente usato dall’autrice per
compiere questa operazione è il recupero del cosiddetto “tremendo delle donne”,
un aspetto centrale nell’immaginario di Ferrante, usato proprio per diffrangere
l’eccedenza femminile e per restituire complessità ai personaggi femminili.
A chiudere il volume la preziosa Postfazione di Federica Giardini, filosofa, docente e direttrice
del Master in Studi e Politiche di Genere di Roma Tre, che riflette su come
l’opera di Ferrante «apra mondi» e risignifichi parole, esperienze e altre vite
possibili contro la tendenza comune a ridurre la bellezza della complessità a
uno schema unico e definito e di come altrettanto faccia la scrittura di Pinto
in un continuo dialogo con il testo e con il lettore.
Questo studio offre interessanti sollecitazioni, soprattutto
perché esce a poca distanza dall’ultimo romanzo di Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, che Pinto
nella parte denominata Bonus Track
analizza portando alla luce l’ultima linea di sperimentazione di Ferrante che
trova nella magia e nella menzogna suoi assi portanti.
Visto il successo recente dello sceneggiato tratto dalla
tetralogia de L’amica geniale, è
apprezzabile, a mio avviso, che non vi sia alcuna spettacolarizzazione della
figura che si cela dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante, cosa non facile
visto che il saggio della Pinto ha per tema il rapporto tra soggettività e
letteratura e dunque prende in esame il concetto di autorialità.
Forse ha davvero ragione Elena Ferrante quando durante
un’intervista spiega che secondo lei i libri non hanno alcun bisogno degli
autori una volta scritti, perché «se hanno qualcosa da raccontare, troveranno
presto o tardi lettore; se no, no» (Ferrante 2007, 10-11).
Una versione di queste note, letta come introduzione al convegno del 27-29 settembre 2019 del Giardino dei Ciliegi, è postata sul sito www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it dove si trovano anche le osservazioni di Clotilde Barbarulli e mie sul percorso che ci ha portate a riproporre il tema del Dominio. Poiché alcuni temi condivisi in autunno con le partecipanti al Master sulle Politiche di Genere di Roma Tre diretto da Federica Giardini, e con le organizzatrici del Modulo Arti – Ilenia Caleo e Isabella Pinto -, e del Modulo Scienze (Bologna) – Angela Balzano – sono confluiti in questo testo, lo condivido ringraziando.
Power is what I like best in the world. The struggle is everyday not to use it [1] Caryl Churchill, A Mouthful of Birds, 3.
Questo convegno ha preso forma, per così dire, dalla necessità di tradurre la parola inglese “mastery” nel saggio Unthinking Mastery. Dehumanism and Decolonial Entanglements (Duke 2017) — un concetto che l’autrice canadese Julietta Singh situa su una soglia material-semiotica, tra materia e narrazione, analizzando il rapporto tra potere e dominio in espressioni quali violenza, violenza epistemica condivisa, l’assenso/dissenso al potere, il rapporto tra etica morale e dover essere. Singh si chiede come contrastare potere e dominio, come resistere, come sottrarsi – anche attraverso il fallimento, l‘insuccesso, la disfatta, la rinuncia, il dissenso, o whatever: cioè attraverso qualsiasi altra performance possibile o immaginabile che indaghi disaffezioni, sottrazioni, dis-identificazioni, de-oggettivazioni utili a resistere e contrastare il dominio dell’umano – temi spesso affrontati al Giardino, che ogni volta si ripresentano.
Così, per un riconoscimento genealogico nostro, oltre che linguistico – perché mastery deriva dal francese maitrise, traducibile con dominio, controllo, padronanza, maestria, maestranza, competenza, ambiti del fare e del sapere – “dominio” è rimasto nel titolo del convegno includendo ogni forma di dominazione. Nel cerchio vuoto/pieno usato come immagine del nostro convegno, i progetti strategici di classi dominanti emergono insieme ad altre possibili definizioni di situazioni, nodi, emergenze in un tempo-spazio che non è solo la nostra esperienza di vita e di realtà. Dato che in matematica il dominio “è l’insieme su cui è definita la funzione, ossia l’insieme di partenza sui cui elementi ha senso valutare la funzione”,[2] ci sembra che la funzione di questo convegno possa essere quella di condividere la proposizione di creare un campo di forze potenzialmente avventurose e speculative per produrre (e non solo ri-produrre) domande (e non solo risposte).
E perché performatività? Come sappiamo, il concetto di performatività è parte della teoria degli atti di locuzione di J.L. Austin (le parole posso fare cose; la comunicazione è un’azione), teoria rivista da Jacques Derrida (1972/1988; come qualità del linguaggio) ed applicata al genere da Judith Butler dal 1990 (in quanto apparato che produce attraverso l’iterazione la differenza sessuale all’interno del sistema eteronormativo). Possiamo definire la performatività sia una qualità del linguaggio che viene messo in atto dal corpo, sia uno stile non verbale della carne; una pratica discorsiva che si trasforma in un fare con complesse applicazioni e concatenazioni materiali non ristrette all’ambito sociale: una pratica corporea e socioculturale.[3] Rispetto al dominio, la performatività definisce un processo attivo, dialettico e continuo di dominazione che costruisce discorsivamente individui, società, beni e natura. Nell’ottica transdiscipinare della performatività, il dominio può essere considerato la citazione coatta di norme che si replicano nella reiterazione a largo raggio, individualmente, socio-culturalmente, e politicamente, attraverso tecniche di interpellazione, riconoscimento e identificazione.
Inoltre, nella riflessione di Ilenia Caleo su come non ridurre la categoria di performance e di performativo entro un’agibilità solo linguistica o epistemologica, le diverse figurazioni attive nel pensiero materialista femminista offrono una possibile revisione generativa della performatività, “una potente contro-teoria della rappresentazione” capace di attraversare simultaneamente l’estetico e il politico[4]. Nella rielaborazione materialista e post-umana della filosofa Karen Barad (2007-2018), la performatività riguarda la struttura profonda del mondo; il modo in cui si performa l’intra-attività agenziale di tutta la materia. Barad la usa come “reticolo di diffrazione per leggere in modo incrociato alcuni importanti concetti provenienti dagli studi femministi, queer e scientifici”; la usa come tecnica per destabilizzare i confini tra discorso e materia, tra umano e nonumano; la usa per interrogare il carattere discorsivo e descrittivo di certe entità — come può essere il caso della parola “dominio”, figura di un processo multidirezionale che opera attraverso pratiche material-discorsive, come anche affettività, disciplina e controllo.
In quest’ottica quindi anche il dominio partecipa alla riconfigurazione
materiale del mondo attraverso pratiche materiali e discorsive, apparati di
produzione corporea e fenomeni. La performatività riguarda il modo in cui il dominio consiste
nelle pratiche che lo creano e nelle soggettività incarnate che produce, il
modo in cui si manifesta, rivela, performa, applica, dispensa, trasmette,
riproduce, archivia e perpetua i meccanismi e i dispositivi di potere; riguarda
la sua mobilità e ubiquità: in luoghi, pratiche corporee, confini, limiti,
occupazioni, parole, tecnologie digitali e informatiche; riguarda l’ambito
degli affetti: la definizione e istituzionalizzazione dei rapporti tra umani e
non; sesso e genere; comportamenti
sociali; violenza, razzismo, maschilità e femminilità; riguarda le
teorizzazioni del dominio di ogni genere e tempo, che condizionano il
dis/pensare e il de/costruire la nostra
implicazione nei dispositivi egemonici che ci riguardano, situano, controllano,
ingenerano e ri/producono. Evidenza della performatività di un cattivo uso del
dominio è l’antropocene.
Nel linguaggio politico anarchico, il termine ‘dominio’ indica il paradigma che governa rapporti micro e macro-politici e serve come concetto generico per vari aspetti coercitivi del sistema sociale — che controllano, sfruttano, umiliano, discriminano, ecc., persone e gruppi – le cui dinamiche gli anarchici cercano di scoprire, sfidare ed erodere, associandole sempre al discorso della resistenza.[5] Nell’analitica di Foucault (1982), sebbene il potere non coincida con il dominio, “il biopotere costruisce corpi, desideri e modalità della vita… attraverso un’organizzazione reticolare, un campo relazionale molteplice ed eterogeneo” dove il sapere è un modo per sorvegliare, assoggettare e controllare.[6] Lavorando sulla scia delle società disciplinari di Foucault, Deleuze definisce un nuovo regime di dominazione chiamato società del controllo che “non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti”: una società rizomatica e anti-struttura che ormai conosciamo intimamente, un liberismo super-produttivo dove vigono molteplicità e non-organizzazione, e dove la sorveglianza telematica invade ogni realtà, raccogliendo informazioni che trasforma in algoritmi:[7] una prevista “informatica del dominio”.
Il concetto di habitus nel saggio sul Dominio maschile di Bourdieu riguarda la generale ottemperanza volontaria che regge lo status quo (per noi “eteropatriarcale”) e si costruisce imponendo con violenza epistemica e simbolica disposizioni sociali arbitrarie ma legittimate, che somatizzano i rapporti sociali del dominio maschile sotto forma di schemi di percezione e di disposizioni che strutturano il consenso. “Inscritto nelle cose, l’ordine maschile si inscrive anche nei corpi attraverso le ingiunzioni tacite che la routine delle divisioni del lavoro o dei riti, collettivi o privati, comportano”, scrive.[8]
Lo scrittore attivista uruguaiano Raúl Zibechi condivide l’analisi del
dominio maschile sulle donne con l’antropologa e femminista argentina Rita
Segato. Si tratta di un “mandato di mascolinità” che consiste nell’obbligo, per gli uomini, di dover
provare di essere maschi, di possedere forza e potere fisico,
intellettuale, economico, bellico. Il mandato di mascolinità si traduce così in
mandato di violenza, parte costitutiva del dominio che si estende
alla guerra contro i popoli:
una guerra coloniale per appropriarsi dei beni comuni, il che presuppone l’azzeramento di quelle parti di umanità che si oppongono al furto di quei beni, sia perché ci vivono sopra, sia perché oppongono resistenza alla spoliazione, o semplicemente perché ‘avanzano’, nel senso che non sono necessari all’accumulazione di ricchezza[9].
Ma nel
“Manifesto in quattro temi”, Segato pone l’ordine patriarcale basato sul genere
come “fondamento e
centro di gravità di ogni forma di potere, cemento e pedagogia di violenza …, e
misoginia omofobica e transfobica della tarda modernità”. Sintomo della
sfrenata espansione del patriarcato nella sua nuova forma di dominio e controllo
sulla vita è la ‘pedagogia
della crudeltà’ a cui accennava Clotilde
Barbarulli nell’intervento al nostro convegno sul DE (2018), usata da
Segato per descrivere le modalità di rifeudalizzazione degli spazi comuni in
Sud America, tra cui il “femigenocidio” e lo stupro.
Studi femministi hanno molto
discusso sul patriarcato come causa prima o come concausa dell’oppressione
delle donne [Valerie Solanas, Monique Wittig, Schulamith Firestone, Audre Lorde,
tra tante…], spesso criticandone la presunta universalità e ubiquità (per
Butler si tratta piuttosto di un insieme di poteri disciplinari e regolatori). Il
femminismo radicale ha analizzato soprattutto l’obbligatorietà
dell’eterosessualità nei sistemi patriarcali. Per Monique Wittig l’eterosessualità obbligata è un
regime politico, e nel queer di Eve Sedgwick l’omofobia è un divieto
strutturale del regime eteropatriarcale (3). Anche Federico Zappino, nel suo libro più recente, ci
invita a lottare compatt* contro il regime sociale eterosessuale fondato sul
dominio, “un modo di produzione” di
disuguaglianze, di uomini e donne (26, 29).
Julietta Singh, cerca rimedi sia al fatto che il dominio è ovunque, sia
alla tentazione di smantellarlo attraverso facili inversioni binarie che
purtroppo producono altre forme di
dominio — anticoloniale rispetto al coloniale, per esempio — e ricorda
che sebbene per Frantz Fanon la violenza contro il potere
sia necessaria, mentre per Gandhi è essenziale la nonviolenza per fare
emergere un soggetto veramente libero, la
loro critica al dominio coloniale non ha evitato di produrre nuovi
soggetti dominatori; ha solo invertito il binarismo dominante-dominato (Singh:
24).
Ma l’habitus sovranista va contrastato, magari attraverso una lettura vulnerabile dell’umanità, nell’ottica di quelli che vengono esclusi dall’appartenenza, usando una metodologia erede di formulazioni decostruttive cruciali, come l’epistemologia della liberazione della filosofa giamaicana Sylvia Wynter, con la sua distinzione tra umano e Uomo, e con il concetto di “solidarietà deumanista”. Il deumanismo secondo Singh, si propone di togliere all’umano il suo primato usando “una pratica di recupero per strappare via le fondamenta violente (sempre strutturali e ideologiche) del dominio coloniale e neocoloniale che continua a rendere alcuni più umani degli altri” (Singh: 17). Per poter leggere altrimenti l’umanismo e “portare il postumano in conversazione critica con il decoloniale”, Singh si affida – e non è sola — all’utopico deumanesimo queer di José Esteban Muñoz, al suo desiderio di “toccare l’inumanità” (209) dove un soggetto non Umano, deumanizzato, sottratto al fare-mondo imperiale, può decostruire l’Uomo, immaginare altrimenti, e produrre a sua volta nuove agentività con altre modalità di spossessare l’umano che è in noi. [10]
Anche la ricerca post-qualitativa del neomaterialismo e del post-umanesimo contesta il dominio antropocentrico, il cui progetto di controllare e mercificare ogni forma di vita – persino il codice genetico è un capitale – sta avendo gli effetti nefasti che conosciamo. Il privilegio umano del sapere criticato da Bourdieu – e situato, soggiogato, limitato al punto di vista anche da scienziate femministe – deve essere drasticamente riconsiderato: è necessario tornare a un realismo critico e speculativo, materiale, interdisciplinare, correlazionista in ascolto di oggetti non-umani, macchine, materia. La ricerca non rappresentazionale[11] lavora non sul primato dominante del soggetto umano sull’oggetto, ma sulla corrispondenza con ogni forma di materia, analizzando i dati in base a differenze non gerarchiche, usando metodi performativi che intra-agiscono con il mondo; cercando risposte a domande, problemi, interventi anche individuali.
Per Donna Haraway è necessario riconoscere una giustizia multispecie e
la necessità del pensiero tentacolare (Chthulucene) che oltrepassa il letale
discorso antropocentrico.
La terra… contiene una miriade di temporalità, spazialità e miriadi di entità-assemblaggi intra-attive — incluso l’oltre-umano, altr-umano, inumano e umano-come-humus. Un modo per vivere e morire bene come esseri mortali nello Chthulucene è unire le forze per ricostruire rifugi, rendere possibile il recupero e la ricomposizione parziale e solida, biologico-culturale-politico-tecnologica, che contenga il lutto per perdite irrecuperabili.[12]
Ma “l’imperialismo umano non riconosce il nostro incapsulamento in un assemblaggio natural-cultural-tecnologico” – non riconosce, come dice Jane Bennett,[13] i nostri raggruppamenti fatti di elementi diversi e di materia vibrante, né riconosce – come hanno spiegato Donna Haraway e Karen Barad – che l’efficacia vitale della nostra agentività dipende dal potere di fare differenze che creano differenza. Eppure è ovvio che siamo parte di un massiccio e complesso assemblaggio di materia viva e interconnessa, sorgente di un vitalismo fatto di energia materiale e del “potere delle cose” (matter-energy, thing-power). L’agentività è sempre un assemblaggio, le parole sono attanti, le cose esercitano il loro potere su di noi, e in un assemblaggio la componente individuale non possiede sovranità. Dato che l’imperialismo umano col suo motto “asso piglia tutto” provoca la distruzione ecologica, è necessario rifiutare il primato antropologico, afferma Bruno Latour; dobbiamo rendere le persone responsabili dei loro effetti letali sulle infrastrutture ambientali.
Non lontana da questa posizione, la politologa femminista Françoise
Vergès, originaria dell’isola di Riunione nell’Oceano Indiano, che ora vive in
Francia occupandosi attivamente del Femminismo Nero, osserva però che le teorie
dell’Antropocene non tengono conto di come la distribuzione della catastrofe
climatica si colleghi a razzismo e imperialismo. “Dobbiamo rinnovare i modi di raccontare
l’alienazione e la violenza inscritte nelle relazioni strategiche del potere e
della produzione dalla modernità”, dice, e si chiede:
Quale metodologia è necessaria per scrivere una storia dell’ambiente che includa la schiavitù, l’imperialismo e il capitalismo razziale dal punto di vista di quelli che sono stati resi oggetti di commercio “a basso costo”, i loro corpi oggetti rinnovabili attraverso guerre, cattura, schiavitù, fabbricati come gente usa-e-getta, la cui vita non importa?[14]
Il Femminismo Nero, sia quello Nord-Americano sia quello europeo,[15] ritorna sempre a quell’apparato coloniale di violenza totale che è il dominio schiavista dove, secondo la critica afroamericana Hortense Spillers, il corpo nero non aveva genere. Al grado zero di concettualizzazione sociale, prima del “corpo” viene la “carne”, oggetto di scambio e mercato, e quindi la carne di una femmina nera non ha genere (66). Poiché nel mandato egemonico del dominio l’ordine simbolico è impegnato a mantenere la supremazia della razza e la legalità dell’ordine famigliare bianco, nel sanzionato traffico di corpi femminili “nudi e crudi” non c’è posto per la significazione e rappresentazione del genere – così come nelle narrative delle navi negriere non c’è posto per la contro-narrativa della domesticità socialmente collegata alla donna bianca del colonialismo. Ma c’è anche una forma di dominio epistemico a cui bisogna resistere, scrivono Akwugo Emejulu e Francesca Sobande dai punti di vista di immigrate inglesi:
Le
donne Nere in Europa devono lottare per la nostra umanità e simultaneamente
negoziare i discorsi delle politiche intersezionali di razza e genere del
dominante femminismo Nero nord-americano che rendono difficile nominare e agire
in base alle nostre particolari esperienze di razza, genere e classe in un contesto
europeo (4-5).
In uno degli eventi organizzati tra New York e Parigi dal collettivo americano Sojourner,[16] che ha il progetto di teorizzare su circostanze e pericoli della Nerezza e sulla vulnerabilità dei corpi Neri, alcune studiose — tra cui cito solo Françoise Vergès, Rizvana Bradlley, Gayatri Spivak, Tina Campt, Saidiya Hartman, Christina Sharpe e Denise Da Silva — si confrontano sul nuovo soggetto decoloniale del Futurismo Nero: su come confrontare l’anti-Nerezza/l’anti-Blackness; ripensare il mondo a partire dal Nero per fomentare una controrivoluzione globale che non chieda emancipazione ma che dia libertà. Intrecciano cronologie per mostrare come la razza continui a essere l’apparato etico-giuridico congegnato per garantire all’impero libero accesso a risorse, corpi e terre; la colonialità continua a essere presente in ogni aspetto del capitalismo.
La storica dell’arte Rizvana Bradley confronta il disagio che anche lei sente verso la bianchezza e verso un ordine sociale dominante dove si usano precarietà e violenza per screditare la soggettività dei non bianchi rendendoli illeggibili e invisibili. Alla ricerca di registri affettivi capaci di cogliere la temporalità della Nerezza, Bradley e le altre si ricollegano al saggio del 2016 di un’altra studiosa presente, la canadese Christina Sharpe, In the Wake. On Blackness and Being, [Nella scia: sulla Nerezza e l’essere]. Wake in inglese indica sia la scia della nave sia la veglia funebre. La nave, cronotopo dell’Atlantico Nero nello studio canonico di Paul Gilroy, è il loro oggetto paradigmatico: un simbolo di salvezza e pericolo, mezzo di trasporto per i passaggi transnazionali, gli attraversamenti mediterranei e oceanici, per migrazioni ed esilio, accumulazione di capitale, e commercio di schiavi che costituiscono ciascuno un capitale industriale. Il saggio di Sharpe è dedicato all’ “ortografia”, alla teoria e metodo di lettura della scia funesta lasciata dal trasporto in schiavitù, e al trauma continuamente sofferto dai sopravvissuti. Attraverso la “semiotica della nave negriera” Sharpe evoca le imbarcazioni storiche e contemporanee che hanno partecipato alla soggiogazione, allo sfruttamento e all’assassinio di persone Nere. Il passaggio in mare nelle imbarcazioni è un evento che per la sua ricorrenza dimostra la non linearità del tempo, scandisce una storia stratificata nel cumulo dei secoli, una storia dove la speranza di un nuovo comunismo comunitario si riduce al trasporto del capitale globale e alla morte.[17]
Anche per la filosofa
afrobrasiliana Denise Ferreira Da Silva l’elemento paradigmatico fondamentale
del nostro tempo sono i corpi persi in mare, il passato di schiavi e i genocidi
che in un omogeneo entanglement temporale collegano i nostri migranti mediterranei
con gli schiavi trasportati sull’Atlantico nero. Da Silva cita la mostra di un artista inglese
molto noto, Hew Locke — figlio di uno scultore guyanese e di una pittrice
inglese, nato in Scozia e cresciuto in Guyana – la cui installazione del 2016 a
New York, titolata The Wine Dark Sea [Il mare colore del vino] mostra 34
barche e navi sospese per creare una flottiglia a livello degli
spettatori. Prendendo il titolo
dall’Odissea di Omero, il lavoro di Locke coinvolge imbarcazioni storiche e
contemporanee come simbolo sia di speranza e prosperità che di oppressione e
povertà. La sua istallazione si rivolge
a visitatori per i quali migrazione e dislocamento hanno radici profonde nella
storia di famiglia.
Hew Loche, The Wine Dark Sea, 2016
Per Denise Da Silva,[18] la razza è “il più importante concetto etico-giuridico del presente globale” (2016) attraverso il quale la logica del dominio costruisce le interfacce multiple di corpi, istituzioni, ambiente, natura. Muovendosi nell’ambito del neo-materialismo, e attingendo alla meccanica quantistica, Da Silva esamina quelli che considera i tre presupposti lineari del dominio coloniale: presupposti fondamentali della grammatica razziale moderna — separazione, determinazione e sequenzialità che si traducono in identità, nazione, etnia, genere. A questo “mondo ordinato” della colonizzazione neoliberista globale, Da Silva contrappone la visione di un “mondo correlato” animato dal pensiero posizionale, frattalico e poetico del futurismo Nero – dove il termine “poethico” riassume l’entanglement di poetica, etica e politica; mentre il termine “frattalico” sta per immanente, scalare, abbondante, indeterminato: una composizione contingente e complessa di singolarità intrecciate. Sta per una poethica femminista Nera che si occupa della materia grezza, cruda, quella materia che è stata appropriata (estratta, violata) ma non del tutto obliterata, … simile alla “carne” di Hortense Spillers. Questa Cosa, cruda e grezza in quanto referente dell’indeterminazione quantica (∞ − ∞), oppure in quanto materia prima, afferma la capacità della Nerezza di liberare l’immaginazione dal pugno del soggetto bianco e delle sue forme. Ma si tratta solo di un inizio per un pensiero capace di contemplare insieme virtualità e attualità.
Un altro testo di Da Silva mi
ha fatto ripensare al discorso, ricorrente e condiviso nel Futurismo Nero,
sulla costruzione di corpi, ambiente e natura da parte dei poteri dominanti.
In un saggio intitolato “Corpus infinitum”, Da
Silva commenta una mostra e un film di Carlos Motta, artista di New York con
origini colombiane, che si occupa di comunità e identità marginali. In
Portogallo, facendo ricerca in resoconti ufficiali, Motta scopre
negli archivi dell’Inquisizione, il processo del 1731 a uno schiavo nero
sodomita. Questo soggetto imprevisto scompagina il filo dei discorsi
dell’architettura giuridica ecclesiastica che produce soggetti razziali,
coloniali, religiosi, ma non un’analisi intrecciata di sessualità e razza che
definisca il corpo di un subalterno sessuale.
José Francisco Pereira disturba la continuità storica e discorsiva della
costruzione coerente di chi la Santa Inquisizione prevede possa essere
condannato a morte, quindi Pereira non morirà come schiavo nero sodomita, ma infine
morirà come eretico, perché possiede un sacchetto di amuleti (bolsas de
mandinga), considerati non reperti antropologici, ma strumenti diabolici.
Le riflessioni di Motta e Da Silva sulla costruzione dei corpi nella storia mi ricollegano alla mostra 3x3x6, allestita per la biennale di Venezia di quest’anno al Palazzo delle Prigioni (dove Casanova fu rinchiuso nel 1755—il processo a Pereira è del 1731). L’istallazione su quattro stanze è stata creata dall’artista multimediale Shu Lea Cheang — originaria di Taiwan che vive a Parigi — in collaborazione con il filosofo spagnolo Paul B. Preciado. Si tratta di una installazione a interfacce multiple; di una narrativa trans-cronologica sulla costruzione e normalizzazione della soggettività sessuale da parte di regimi che hanno usato e usano tecnologie di confinamento e controllo, in transizione da una società organica e industriale a una società informatica e polimorfa con nuovi sistemi di dominio e con architetture disciplinari che qui vanno dal Panopticon, carcere progettato dai fratelli Bentham nel 1786, fino agli onnipresenti sistemi di sorveglianza high tech della società contemporanea — nei casi di prigionia per non conformità di genere, sesso e razza tra cui Casanova (ai Piombi nel 1755), de Sade (32 anni in carcere ma alla Bastiglia nel 1785), e Foucault (incarcerato in Polonia nel 1959).[19]
Shu Lea Cheang, 3x3x6, Venice Biennale 2019
Questa scansione temporale dell’identità di genere mi
riporta a chiudere con la domanda di Gayatri Spivak al discorso inaugurale
dell’Academy of Unlearning (Vienna 2017): “Che ore sono all’orologio del mondo?”
La visione del tempo sovrapposto delle migrazioni ricorrente nel Futurismo Nero, richiama le osservazioni di Karen Barad sull’etica dell’ entanglement e i nostri obblighi verso il passato-futuro considerando la natura unilineare del tempo (251/265)[20], un dominio spettrale dove vita e morte convivono e si manifestano entangled, inseparabili – dove il “golden spike”, il chiodo d’oro che congiunge il mondo nel 1492 convive con tutte le storie intrecciate del colonialismo, dentro l’apocalisse nucleare e le condizioni climatiche del capitalocene collegate al progresso tecnologico e alla globalizzazione neoliberista. Nella scala della materia e nella scala del tempo, passato e presente non si possono separare. Per Barad il mondo funziona sotto il dominio dell’orologio atomico, “il suo tempo è sincronizzato a un futuro Senza Futuro” – quello della dissoluzione. L’imperialismo è un progetto primo-mondista totalizzante e universalista, eppure una pratica materiale collegata al complesso industriale-materiale — la fisica quantistica — potrebbe offrire speranze di cambiamento dentro i sistemi egemonici di dominio, inquietando la totalità e la chiusura attraverso l’indeterminazione. Potrebbe—
Barad,
Karen, “Troubling time/s and
ecologies of nothingness: re-turning, re-membering, and facing the incalculable” new formations:
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[1] Trad: Il potere è cosa mi piace di più al mondo/la lotta per non usarlo ogni giorno.
[2] https://www.youmath.it/…funzioni…
[3] Douglas Robinson, Performative Linguistics: Speaking and Translating as Doing Things with Words. Routledge, London 2003.
[4] Ilenia Caleo, “Dentro le turbolenze espressive della materia”, Bodymetrics. La misura dei corpi. Quaderno1, Natura/cultura/ artificio, a cura di EcoPol/Ilenia Caleo, IAPh Italia, Roma 2018, on line.
[5] Uri Gordon, Anarchy Alive! Pluto Press, London 2008: 32.
[6] Cito la lettura di Foucault di Filippo Domenicali, “Come si esercita il potere?” alla conferenza tenuta a Genova il 19/12/12. Vedi http// www.ladeleuziana.org › 2014/05/29.
[7] Gilles Deleuze, “La società del controllo”, L’autre journal 1, maggio 1990; Diletta Huyskes, “Oggi viviamo nella società del controllo. Deleuze l’aveva previsto vent’anni fa” https://thevision.com/cultura/deleuze-societa-del-controllo/
[8] Pierre Bourdieu, Il dominio maschile (1998), trad. it. Alessandro Serra, Milano, Feltrinelli, 2009: 45-46; Antonio Di Stefano, Una micro-teoria del potere: Pierre Bourdieu tra etnografia, cultura e relazionalità, Rubbettino, 2013.
[9] Raúl Zibechi, “Demolire il mandato di mascolinità” 19 Giugno 2019. Vedi lo scambio con Rita Segato, antropologa e femminista argentina, la quale sostiene che il “mandato di mascolinità” consiste nell’obbligo, per gli uomini, di dover provare di essere maschi, dimostrando forza e potere: fisico, intellettuale, economico, bellico. Il mandato di mascolinità si traduce così in mandato di violenza (ndt). Di Rita Laura Segato vedi “A Manifesto in Four Thenes”, trad. Ramsey McGlazer, Critical Times 1/1, 2018 <eronomade.info>.
[10] Denise Ferreira da Silva, “Before Man: Sylvia Wynter’s Rewriting of the Modern Episteme” in Sylvia Wynter: On Being Human as Praxis, a cura di Katherine McKittrick, Duke UP, 2015.
[11] Le geografie non-rappresentazionali descrivono quello che avviene, gli aspetti pre-cognitivi della vita corporea, gli affetti e l’efficacia performativa dei nostri rapporti concreti con il mondo. Vedi Federica Timeto, “Diffracting the rays of technoscience: a situated critique of representation”, Poiesis & Praxis, 8(2-3) dicembre 2011: 151–167.
[12] Donna Haraway “Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin”, Environmental Humanities, vol. 6, 2015, pp. 159-165; trad. it. di Antonia Anna Ferrante, “Antropocene, Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene: Fare Parenti”, su <www.globalproject.info> il 10/5/18.
[13] Jane Bennett, “There force of Things” (2004): 361; v. Blogs. Cornell.edu; vedi Eurozine: Bennett e Klaus Loenhart; vedi Vibrant Matter: a political ecology of things, Duke UP, Durham and London 2010. Vedi anche Guoyu Sun, “theagency-of-assemblagesvibrant-matter-by-janebennett <blogs.cornell.edu>.
[15] Vedi To Exist is To Resist. Black Feminism in Europe, a cura di Akwugo Emejulu e Francesca Sobande, Pluto Press, London 2019.
[16] Il collettivo “Praticare il rifiuto” (The Practicing Refusal Collective) viene creato nell’ottobre 2015 da Tina Campt e Saidiya Hartman per iniziare un dialogo sull’anti-nerezza nel ventunesimo secolo. Ora è un Gruppo di lavoro sponsorizzato dal Barnard Center for Research on Women. Esploriamo i nostri presupposti critico-teorici dei tre anni scorsi riflettendo sul rifiuto come pratica critica utile a trattare la precarietà, la fungibilità (intercambiabilità), e il futuro della nerezza. Il nostro tema è l’anti-blackness globale.
[17] Visualizing Refusal: A Conversation with Tina Campt and Rizvana Bradley. The Sojourner Project: Dialogues on Black Precarity, Fungibility, andFuturity a Parigi, 30-31/10, 2018 (Ultimo aggiornamento in data 22/12/2018).
[18] Denise Ferreira Da Silva insegna alla University of British Columbia, Vancouver dove dirige l’Institute for Gender, Race, Sexuality and Social Justice,. Per le sue pubblicazioni vedi la bibliografia.
[19] Shu Lea Cheang e Paul B. Preciado, Costruzione della soggettività sessuale e tecnologie di controllo, 28 luglio 2019 di REDAZIONE <alfabeta2.it>
[20] Karen Barad, “Troubling time/s and ecologies of nothingness: re-turning, re-membering, and facing the incalculable” new formations: a journal of culture/theory/ politics, 92.05.2017: 56-86.
30 nuances de noir(es) – Compagnie Sandra Sainte Rose
Introduzione
Decolonizzare i saperi, la filosofia, la scienza… L’arte. Perché arte e arte africana non potrebbero essere sinonimi? Perchè non «arte europea», dunque? Perchè “europea” risulterebbe una connotazione ridondante, mentre “africana” una connotazione necessaria ? Può rientrare all’interno dell’aureo tempio dell’arte ciò che sfugge alle nostre categorie, o il canone di Policleto e le tre unità aristoteliche costituiscono la conditio sine qua non affinchè un’opera possa essere considerata Arte? Sembrerebbe che all’infuori di quelle categorie che designano l’eccellenza artistica, ossia l’arte in senso universale, sia necessario aggiungere un «marcatore» che distingua la “vera” arte da quella che – come l’arte popolare – è espressione di una cultura particolare. Produzione artistica di serie B frutto non della genialità di un singolo, ma espressione collettiva di una comunità: ETNICA! Quale posto è riservato all’interno degli ambienti artistici e culturali occidentali alla «genialità etnica»?
Le statistiche sono scoraggianti: in Francia, questi milieux restano esclusiva di un’èlite bianca; gli “altri”, ridotti a rappresentanti della propria cultura di appartenenza, sono per lo più confinati all’interno di ruoli subalterni decodificati in termini razziali. Dinnanzi alla persistenza di meccanismi fortemente legati alla storia coloniale e schiavista, alcuni artisti e intellettuali strappano il velo di Maya, svelando l’esistenza di un razzismo ignorato, se non anche demonizzato, eppure tangibilmente presente.
Décolonisons les arts!: la persistenza di un mito.
Pubblicato nel 2018 in Francia per la casa editrice L’Arche, Décolonisons les arts! è il libro-manifesto dell’associazione «Decoloniser les arts» (DLA) creata nel 2015 da artiste/i e professioniste/i del settore operanti in Francia. Il collettivo si propone «di aprire ulteriormente il dibattito sul razzismo all’interno del mondo culturale e artistico» al fine di «identificare le cause delle assenze, dei rifiuti, delle omissioni, e dei punti ciechi nella rappresentazione dei racisé.e.s […] all’interno delle istituzioni artistiche e culturali, nel cinema, nel teatro, nella danza, nella musica, nelle arti dello spettacolo e nei musei» (p.7). Il libro raccoglie le testimonianze di quindici artisti tra attori, attrici, registi/e, scenografe/i, una cantante lirica e un rapper, chiamate/i a descrivere la loro pratica artistica all’interno di una dimensione decoloniale, sebbene – per loro stessa ammissione – questa non sia sufficiente a denazionalizzare/deoccidentalizzare la versione francese dell’universale.
A seguire sono proposti i saggi delle tre curatrici Françoise Vergès, Gerty Dambury e Leïla Cukierman che, tramite un’analisi storica e socio-culturale, svelano il perpetuarsi di un mito che grava sulla società francese: il razzismo non esisterebbe nè all’interno delle istituzioni pubbliche nè tantomeno all’interno dei «milieu» culturali. Infatti, la condanna morale del razzismo all’indomani della Seconda Guerra mondiale ha visto l’imporsi di una finction secondo cui il razzismo non sarebbe nient’altro che un’opinione mossa da una falsa etica. Décoloniser les arts! mira a sfatare questo mito: «il razzismo […] è un sistema che struttura lo Stato e le istituzioni ed è profondamente penetrato nella società. Chi potrebbe credere che più di cinque secoli di colonialismo non abbiano inciso sulla società francese? […] Il razzismo contamina la società, perfino gli ambienti più progressisti come il mondo culturale e artistico» (p.8).
Kader Attia & Jean-Jacques Lebel, One and Other | Palais de Tokyo | 2018
Dare valore a ciò che è differente
L’esigua rappresentazione dei «M.A.N.A» (magrebini, asiatici, neri e altre identità), utilizzando l’originale formulazione della poeta e drammaturga Gerty Dambury, rivela l’esistenza di un substrato culturale che esclude il diverso e riproduce una gerarchia politico-culturale che pone al vertice l’uomo bianco. In sintesi tale gerarchia trae la sua origine da un passato coloniale di cui non ci si è liberati del tutto. Il colonialismo si esercita ancora in un «razzismo senza razza», dove ‘razza’, lungi dal denotare una differenza biologica, indica piuttosto una cultura, un’origine estranea all’universalismo occidentale. Sebbene nel tentativo di essere più politically correct, si esia più inclini ad utilizzare il termine etnia – perché apparentemente più neutrale – la definizione «gruppo che condivide un insieme di elementi culturali», cela sempre una connotazione valutativa e discriminatoria: etnico è sempre l’altro, ossia colui che si discosta, che non appartiene alla cultura dominante, quella occidentale.
L’aspetto messo in luce e che ripercorre quasi interamente le pagine del libro è l’impossibilità per gli artisti «MANA» di vedere riconosciuta la propria arte. Decolonizzare l’arte prevede infatti l’adozione di codici e di strutture che non si identificano con i canoni dell’eccellenza artistica previsti dal culturalismo occidentale, il cui monopolio si esercita anche nello stabilire i parametri estetici di ogni qualsivoglia forma artistica. Decolonizzare l’arte significa aderire a dei paradigmi differenti, significa proporre nuovi modelli, nuovi modi di pensare l’arte e l’espressione artistica. Significa anche trovare nuovi modi di vivere lo spazio – come suggerisce la regista Eva Doumbia –, il rapporto tra palcoscenico e platea e quindi il rapporto tra attore e pubblico: «Il rapporto frontale mi sta stretto, lo trovo gerarchizzante: ci sono delle persone che parlano, che sanno, altre che ascoltano. Nei quartieri popolari e nell’Africa subsariana, le persone rispondono agli attori, e questi salutano i loro amici spettatori quando arrivano in ritardo. […] Ci si siede in cerchio, dispositivo che permette una circolazione più democratica. […] Ho capito che la scenografia frontale è legata ad una cultura della dominazione e ad una concezione elitaria dell’arte» (p.33).
Eva Doumbia in Moi et mon cheveu
Decolonizzare l’arte si traduce nell’idea di fare arte in «façon indigènes» – riportando una citazione del regista cambogiano Rithy Panh (p.18) –, un modo di operare cioè in grado di decentrare il punto di vista valorizzandolo. Occorre dunque procedere verso una riappropriazione del proprio punto di vista particolare e differente. La decolonizzazione è infatti un processo che investe anche lo sguardo che si ha su di sè, uno sguardo inautentico da cui questi artisti tentano di disfarsi: «la sindrome della colonizzazione non abita soltanto l’animo dei Bianchi […] ma anche lo spirito di una intelligentsia razzializzata». La decolonizzazione infatti non è un acquisizione bensì «un processo esigente […] di decostruzione tanto interiore, quanto esteriore» (p.38). L’affermazione di un proprio canone estetico, l’audacia formale, la scelta dei soggetti non è – per queste/i artiste/i – solo mero sperimentalismo ma un vero e proprio atto politico. Le loro opere tuttavia stentano a varcare la soglia delle grandi Scènes Nationales, ossia quei luoghi simbolo dell’«eccellenza occidentale» in cui è racchiusa la “vera” arte. L’accusa è quella di un eccessivo particolarismo, di un eccessivo senso comunitario, dell’eccessivo richiamo a tematiche «scomode» che contraddicono, se non anche offendono, il dictum repubblicano di liberté, egalité, fraternité. Il riferimento ad origini, storie, culture diverse – spiega Hassane Kassi Kouyaté, regista, attore e cantastorie – viene loro continuamente contestato perchè non raggiunge una forma che sia paradigma dell’universale condizione umana.
Le difficoltà incontrate dai «MANA» nel riconoscimento del loro lavoro artistico è il riflesso di un modello d’integrazione per lo meno problematico. L’assimilazionismo francese col suo universalismo intransigente si rivela incapace di riconoscere e valorizzare le differenze e i particolarismi culturali con cui, intanto, non può non fare i conti (la Francia è infatti il paese europeo con la più antica e consolidata esperienza d’immigrazione). Il secolarismo, sotto una veste di presunta neutralità, che si traduce nell’adesione (obbligata) ai valori repubblicani, non costituisce un assunto universale, ma è il prodotto particolare del percorso storico intrapreso dalle società liberali occidentali. Come constata la filosofa franco-algerina Seloua Luste Boulbina nel suo libro Les Miroirs vagabonds ou la Décolonisation des savoirs vi è un «ostacolo sull’articolazione dell’universale e del particolare; come se l’albero fosse l’opposto del faggio, della betulla e soprattutto del baobab e l’universale l’antidoto al particolare». Ostacolo che attesta un colonialismo non ancora estirpato, sintomo del rapporto di potere tra una maggioranza sicura di difendere un presunto universale antropologico e una minoranza la cui singolarità viene tacciata di comunitarismo essenzializzante.
Kader Attia, Ghosts
«On ne nait pas noir, on le devient»
Riportando questa citazione mutuata dalla celebre massima di Simone de Beauvoir, mi sembra di cogliere un’assonanza con uno dei punti più pregnanti dell’analisi fornita da Frantz Fanon in Pelle nera, maschere bianche, ossia l’articolazione di una visione della realtà sociale in cui neri e bianchi esistono nella relazione che li definisce come tali, e non in sé. Infatti, come le autrici/autori di Décolonisons les arts! scrivono nell’introduzione: «La “razza” non esiste, ma dei gruppi di individui sono oggetto di “racisation”, una costruzione sociale vicina ad una definizione storica ed evolutiva della “razza”. I processi di racisation sono i differenti dispositivi – giuridici, culturali, sociali, politici – per cui delle persone e dei gruppi acquisiscono delle qualità (i Bianchi), o degli stigma (gli “altri”)» (p.8). La racisation è un processo che si apprende subendo lo sguardo dell’altro sul proprio corpo. Ma cosa significa essere “racisé.é”? Cosa denota, cosa racconta questo termine? Perchè scegliere questo termine per descrivere sè stessi? «Nel contesto francese, la mia assegnazione razziale ha un senso particolare per coloro che appartengono alla norma e dunque alla storia della dominazione […]. Come identificare e nominare – in questo contesto – la mia esperienza di vita che è diversa da quella di una persona bianca se non si ricorre al concetto di “razializzazione”?» (p. 51). L’uso di questo termine dunque non è puramente descrittivo, ma riesce a concettualizzare, a rendere visibile l’esperienza delle minoranze all’interno del contesto occidentale. Eppure, sebbene si scopra di essere «racisé.é» scrutando lo sguardo altrui sul proprio corpo, è necessario assumere di esserlo e «affermarlo non significa vittimizzarsi, ma far mostra di un’energia che appare spesso […] un’insolenza» (p.58).
Décolonisons les art! non si limita solo a difendere un pluralismo intellettuale minacciato dal più cieco dei particolarismi, ma si addentra nelle cause di questo misconoscimento radicate in un razzismo di Stato che può essere estirpato solo nello sforzo collettivo di imparare a vedere ciò che è nascosto sviluppando una curiosità ormai sopita. «Unadecolonizzazione delle arti passa prima di tutto dalla comprensione dei fenomeni e dei processi di eliminazione che sono all’opera e che possono insinuarsi celatamente. La decolonizzazione esige un enorme sforzo poichè è necessario disapprendere per apprendere, è necessario sviluppare una forma di curiosità che chieda sempre, come, perchè e per chi. L’educazione ci insegna a non essere curiosi/e ma a disconnetterci dal nostro mondo e dal mondo» (p.123).
I.P. Cara Adriana, grazie per avermi concesso questa intervista. Alcune cose in breve sul lavoro che sto portando avanti. Il mio interesse di ricerca prende le mosse dalle scritture del sé che usano in maniera progettuale la fiction, su diversi livelli. In particolare intendo studiare forme di scrittura riconducibili a generi dai confini molto labili autofiction, memoir e personal essay. Per farti qualche esempio: Elena Ferrante, Annie Ernaux, David Foster Wallace. Questo primo anno di ricerca mi è servito per costruire una forte base teorica. Nei primi testi letterari che ho avuto modo di approfondire ho ritrovato molte strade che lei ha percorso nel suo lavoro filosofico. Ad esempio, per quanto riguarda Ferrante, mi sembra di scorgere un lavorio della questione dell’unicità che però problematizza la questione dell’identità, poiché l’autrice si sottrae dalla propria identità reale mettendo così in questione il meccanismo autoriale commerciale. Allo stesso tempo credo che Ferrante sottolinei fortemente questo suo carattere di unicità, perché leggendo i suoi testi è forte la percezione di essere di fronte ad un’autobiografia, capace di parlare attraverso quell’unicità di un’esperienza più ampia, più collettiva. Quindi da una parte questo, dall’altra ho approfondito il pensiero di Rosi Braidotti e Donna Haraway, perché penso che tanto la questione della tecnologia, quanto del non-umano, siano problematiche strettamente connesse con le storie e lo scrivere, in un epoca in cui tutto è raccontato e raccontabile. Lo storytelling e i social network sono due esempi che mettono in luce come lo scrivere di sé, la propria unicità ecc., siano oggi messi a valore. Il profitto di cui godono i giganti del web 2.0 sembra venire dalla messa a lavoro del desiderio di esternare la propria unicità attraverso il racconto di sé. Questo è il campo di forze che sto mappando alla ricerca di una materialità delle storie e credo che in questo nodo potrebbero esserci cose interessanti da dire. Penso ad esempio all’ambito del lavoro, in cui la svolta postindustriale è stata chiamata da più parti femminilizzazione del lavoro o lavoro immateriale, termini che segnalano una sorta di genderizzazione della supposta non-corporalità del lavoro o flessibilità del lavoro, sempre più difficile da pagare perché non rispetta i classici criteri di visibilità del lavoro; quindi non credo sia un caso che questa svolta sia stata nominata servendosi di tale terminologia. In un contesto così delineato trovo interessante i discorsi che si stanno raccogliendo attorno al New Materialism, anche se, sul piano della materialità narrativa, il punto di vista da cui viene preso in considerazione il rapporto tra narrazione, storie e tecnologie è quello hardware: i rifiuti altamente tossici in cui si trasformano i nostri computer, tablet e smartphone, una volta esaurito il loro uso, vengono smaltiti in luoghi lontani dall’Occidente, danneggiando la vita e l’ambiente in cui vengono scaricati. La mia ipotesi è che sia possibile formulare il problema da un punto di vista software, forse più subdolo perché invisibile, ovvero attorno alla materialità della narrazione e dei flussi narrativi.
A.C. Vorrei puntualizzare una cosa rispetto a quello che dici sul desiderio di esternare la propria unicità attraverso il racconto di sé. Quando parlo, nei miei libri, del sé narrabile insisto sul fatto che si tratta di un sé narrabile che viene narrato dall’altro o dall’altra. Il suo è un desiderio di narrazione per bocca altrui. Certo, questo desiderio di narrazione può anche sfogarsi in autonarrazione, oppure in una fiction autobiografica, però si tratta di un abbaglio di matrice narcisistica che postula l’autosufficienza de sé e la sua trasparenza a se stesso: secondo me, un vecchio abbaglio in cui è caduto, per esempio, anche Rousseau. Per come la vedo io, l’unicità non è un’eccezionalità che l’autobiografia dovrebbe comprovare o produrre. E’ un dato – ogni essere umano è un essere unico, dice Arendt – che la biografia, già come genere letterario, presuppone. Quando parlo dell’unicità in termini di narrabilità, riprendendo un’idea di Hannah Arendt e, un po’ piegandola al mio discorso, insisto appunto sul fatto che l’altra è necessaria perché la mia storia sia narrata. Il senso della storia è anche l’operazione materiale di narrare la storia che viene dall’altra. Penso che, se c’è qualcosa che Ferrante prende come ispirazione dal mio lavoro – come ho letto in una sua intervista su Vanity Fair – è il paradigma della relazione narrativa. Mi pare che, soprattutto nella tetralogia, Ferrante utilizzi proprio un modulo di questo tipo: è una che narra, però narra la vita dell’altra, narrando al contempo di altri e di narrazioni altrui sull’altra. Il rapporto fra le due amiche è molto stretto e le due amiche producono, l’una per l’altra, delle narrazioni biografiche. Addirittura, secondo me, in Ferrante, in maniera molto raffinata da un punto di vista stilistico, viene fuori, alla fine, che tutti e quattro i romanzi hanno come ispirazione i temi, i fogli, che aveva scritto Lila da bambina. Sia Elena che Lila vanno bene a scuola, sono promettenti: ma è Lila che, quando sono bambine, scrive delle pagine che fa leggere a Elena, è lei che si rivela precocemente scrittrice, narratrice. E’ lei che intuisce il legame fra vita singolare, relazione di amicizia e storia. Poi Ferrante suggerisce tra le righe, come poetica della tetralogia, che questa grande narrazione biografica di Elena in quattro libri sia proprio uno sviluppo dei fogli che aveva scritto Lila. C’è comunque un continuo incrocio per cui ciascuna diventa narratrice dell’altra, reale o potenziale: una vera e propria poetica che, nella scrittura di Ferrante, diventa un nuovo genere letterario per la fiction. Nuovo genere letterario che non è né puramente autobiografico né semplicemente biografico: ciò che attraversa la tetralogia di Ferrante e ne caratterizza l’originalità sono infatti le biografie di una relazione in atto. Quello che io colgo, leggendo i quattro libri, è questo continuo mettere in scrittura, mettere in narrazione, una relazione in atto fra le due amiche. Al centro della trama c’è una soggettività relazionale, continuamente in atto, continuamente narrata, che non solo viene narrata dall’autrice Ferrante, ma viene anche narrata dalle due protagoniste del libro, che si raccontano l’un l’altra la loro vita, le loro storie, le quali, a loro volta, sono storie delle loro relazioni. Per cui, alla fine, una lettrice come me viene totalmente catturata in questa rete di narrazioni, in questa ragnatela narrativa. Nella scrittura di Ferrante l’elemento della relazionalità costitutiva del sè viene reso in modo molte efficace e coinvolgente. Quel che ho cercato di teorizzare nel mio Tu che mi guardi tu che mi racconti, ossia la relazionalità narrativa del sé, sforzandomi di liberarlo dalla gabbia definitoria delle categorie filosofiche alle quali sono per mestiere purtroppo incatenata, l’ho ritrovato, con una certa emozione, nell’opera di Ferrante e nella sua capacità di raccontare. Ed è questa, secondo me, la bellezza del libro: sei direttamente coinvolta nella relazione narrativa, la relazione fra Elena e Lila ti lega; cominci a leggere e non puoi fare a meno di andare avanti. Il coinvolgimento è anche un riconoscimento: facilitato da una quotidianità di vite vissute – certo, napoletane e italiane, ma anche punteggiate da esperienze femminili ricorrenti altrove in Occidente – che può aspirare a un certo grado di “universalità”. Uso con cautela il termine “universalità”, che è ovviamente assai problematico da un punto di vista filosofico. Ma non voglio rinunciare a spiegarti perché questo aspetto mi ha colpita rispetto a un particolare decisivo della mia concezione del sé narrabile. Come sai, Arendt esemplifica il suo modello narrativo sul rapporto fra gli eroi della guerra di Troia ed Omero: Omero è l’altro, lo storyteller, che racconta la storia degli eroi e li rende così immortali presso la memoria dei posteri. Ancora noi sappiamo chi erano Ulisse ed Achille perché conosciamo la loro storia, narrata da Omero, nella quale è messa in parole – resa tangibile, dice Arendt – quell’unicità della loro identità personale che si rivelava momentaneamente e in modo discontinuo nel flusso delle loro azioni. Sfrondando la teoria arendtiana dal peso dell’epica, io invece faccio del sé narrabile un sé narrabile quotidiano: io ti racconto la mia vita, tu me la ri-racconti, noi siamo dei sé narrabili nelle vicende della quotidianità, in un certo senso, nella normalità…e non c’è bisogno di Omero che ci scriva la biografia! Ferrante riesce a rendere narrativamente il sé narrabile facendo proprio emergere questo nodo relazionale incardinato nella quotidianità: il cosiddetto ‘patto col lettore’ risulta così tanto più naturale e perfetto. Scusa se accenno un altro punto in cui ho trovato una corrispondenza fra l’opera di Ferrante e i miei sforzi teorici: quando parlo di relazionalità non parlo di relazionalità generica, non dico tutti siamo in relazione con tutti e il mondo è interdipendente … sì anche questo … e si possono costruire importanti discorsi etici, politici, ecologici su questo, ovviamente; ma io non chiamo in causa questa relazionalità generale nei miei testi. Quando parlo della relazionalità, intendo relazionalità di situazioni concrete, come può essere l’amicizia, come può essere l’amore, come può essere il rapporto madre e figlia ecc.. E Ferrante coglie, secondo me, proprio nel segno di questa relazionalità concreta, diffusa e quotidiana, perché mette a tema la relazionalità tra due amiche, e tutte le loro relazioni, a seconda della famiglia o delle situazioni. C’è appunto sempre una concretezza nell’altro, nel narratore, nella narratrice, nella relazione, nel rapporto. Sintomaticamente, questa concretezza della relazione all’altro solo la letteratura, solo la narrazione la può dare. La filosofia invece non ce la fa, anzi, la neutralizza! Che brutto mestiere è il mio! In questo momento, per esempio, non ti sto narrando di qualcuno, di me o di te: ti sto facendo un discorso filosofico, ti sto spiegando una teoria: un discorso filosofico può essere utile per chiarire quello che intendo, ma rimane sempre a un livello assertivo generico. Anche se questa è un’intervista, e stiamo avendo una relazione faccia a faccia nello spazio angusto del mio studio, lo schema dialogico che adottiamo è il tipico metodo filosofico che ci presuppone come soggetti razionali astratti, capaci di condividere una razionalità discorsiva generale. Ossia capaci di parlare logicamente di qualcosa, non di qualcuno e, tanto meno, di me o te. Attraverso la narrazione, come dice Hannah Arendt, la relazione viene invece resa tangibile, cioè trova significazione, trova significato tangibile quella relazione costitutiva che fa sì che nessuna e nessuno di noi sia un soggetto astratto che si pone da sé, perché ogni sé, proprio nella sua unicità, è totalmente costituito e sempre esposto all’altro. Ecco, Ferrante riesce a esprimere queste cose che, dette col linguaggio filosofico, sembrano tanto astruse; riesce a renderle tangibili e, per virtù della sua arte narrativa, anche piacevoli: immediatamente il significato viene assorbito da chi legge. Il discorso definitorio della filosofia non ci riesce. Questa è la grandezza della letteratura!
I.P. Secondo lei i personaggi di Lenù e Lila potrebbero essere letti come due facce dello stesso volto, come una sorta di multistrato del sé?
A.C. Incamminarci su questa strada non mi piace: sarebbe un po’ come schiacciare l’occhio alla psicanalisi, magari con un tocco di post-moderno, rischiando di essere banali. Chiaramente, qualsiasi narratore, in qualsiasi personaggio, mette un po’ di sé. Allora si può dire che Tolstoj sia Anna Karenina o il conte Vronskij, e che Flaubert sia Emma Bovary: e, in effetti, è stato detto più volte. Ma così facendo si rischia, appunto, una certa banalità che non coglie in profondità il mestiere del narrare. Perché questo è sempre vero: se tu sei l’autore o l’autrice di un romanzo, è ovvio che in ognuno dei personaggi ci sei anche tu, o per lo meno, ci sei tu che hai visto un certo tipo di atteggiamento o di carattere in altri e ne fai un personaggio: insomma il filtro è sempre chi scrive. La costruzione narrativa di relazionalità concreta che Ferrante mette in parole, invece, mi pare un’operazione molto più raffinata. Non mi interessa se dietro il nome Elena Ferrante si celi una sola autrice (credo di sì) o magari una squadra di scrittori, mi colpisce la capacità di costruzione, di architettura, di progettazione, di tenuta del filo narrativo relazionale del romanzo che sto leggendo. Il narrare, fare romanzo, fare fiction, non è semplicemente un’operazione spontanea, fluida, che viene dalla mente e dalla mano, il frutto di una pulsione autobiografica naturale. C’è una sapiente architettura, c’è un’artigianalità (craft), e questo va molto apprezzato nei libri che sono buoni libri. E non credo che si tratti di un’architettura in cui ciò che conta è che chi scrive fa vedere se stesso e il suo doppio, oppure, senza neanche volerlo, rivela la sua parte inconscia: questi discorsi freudiani da cinque dollari mi infastidiscono! Invece, oltre al talento, c’è un’arte, e la narrazione è una grande arte. Sherazade è un’artista, non è che spontaneamente racconti per salvarsi la vita, sa inventare e narrare storie. Anche Karen Blixen è una vera artista, secondo me. Ho una predilezione per l’arte femminile del narrare.
I.P. A partire da Karen Blixen, che affronta molte questioni letterarie in modo assolutamente originale, coma hai ben spiegato in «Tu che mi guardi, tu che mi racconti» e «A più voci», quali sono scrittori/scrittrici contemporanee che portano avanti alcune delle questioni o dei modi di narrare da lei espressi?
A.C. Chiedi troppo! Mi limito ad accennare ad alcune autrici contemporanee che mi piacciono molto e nei cui testi trovo qualche preziosa corrispondenza rispetto ai miei modi di intendere la narrazione. Irene Nemirovsky, per esempio, soprattutto per la sua spudorata capacità di raccontare un rapporto difficile e crudele fra figlia e madre (Il ballo! Un piccolo capolavoro che, quando lo leggi, stai male). Poi Annie Eranux, brava anche per la sua semplicità di tono nel raccontare della relazionalità concreta rispetto all’esperienza quotidiana. Non parliamo di Elsa Morante che è per me un classico! Ultimamente ho molto apprezzato un libro di Clara Uson, La figlia, romanzo biografico sulla vita della figlia di Mladic, con un respiro storico notevole: la Storia, per Uson come per Arendt, è ciò che risulta dall’intrecciarsi di storie individuali. Ti cito a memoria una frase di Arendt da Vita activa: “che ogni vita individuale tra nascita e morte sia raccontata un giorno come una storia con un inizio e una fine è la condizione prepolitica e preistorica della Storia senza un inizio e una fine, ossia della Storia come grande libro dei racconti dell’umanità”. Di questo appunto racconta La figlia: una tessitura formidabile di biografie che fanno la Storia o, per lo meno, quel che noi chiamiamo Storia e che Uson scompone sotto i nostri occhi di avide lettrici. (Ebbene sono una lettrice molto avida: leggo romanzi, ogni notte, almeno per tre ore, da decenni: è il momento migliore della mia giornata). Devo aggiungere, per onestà, che, a livello di capacità narrativa, e mi dispiace che non sia una donna (ride), leggo anche volentieri Philip Roth: ma quanto narcisismo!
I.P. Vorrei seguire il desiderio di costruire un corpus di testi letterari attraverso cui è possibile pensare attraverso le storie. Su questa traiettoria uno dei primi problemi che mi sono trovata ad affrontare è quello del posizionamento,motivo per cui mi sono inizialmente indirizzata verso testi femminili; sento ancora operativa una sorta di cancellazione della genealogia intellettuale femminile, ad esempio nello studio dello storytelling. E quindi una parte del mio lavoro vorrei dedicarlo a ri-aggiornare tale questione, pur sapendo che il femminismo ha fatto già molto in questa direzione.
A.C. Dal punto di vista della tradizione letteraria c’è molto materiale, mi pare, a partire da un libro famosissimo di molti anni fa, The Madwoman in the Attic, di Sandra Gilbert e Susan Gubar: pubblicato nel 1979, è subito diventato una specie di bibbia per la critica letteraria femminista, preso a modello, soprattutto in ambito anglosassone e statunitense, per la ricostruzione di genealogie femminili nell’arte del romanzo e del racconto. Il libro è anche tradotto in italiano e si può dire, in generale, che anche in Italia ci siano studi interessanti sul tema, tanto caro a Virginia Woolf, del rapporto fra donne e romanzo. Gli studi femministi italiani, per lo meno dal mio angolo di osservazione, se confrontati con quelli di lingua inglese, spiccano però per il loro alto tasso di politicizzazione, al quale corrisponde il notevole sviluppo di discipline, per definizione, vicine alla politica, come la storia o la filosofia. Il fenomeno è molto interessante e prende degli aspetti curiosi. In tempi recenti, per esempio, nel mondo di lingua inglese, ho assistito al risveglio di un grande interesse per Carla Lonzi. Spesso mi invitano a seminari o convegni nelle università britanniche, pensando che io sia una specialista del pensiero di Carla Lonzi o, addirittura, che abbia avuto un forte legame intellettuale con lei e ne sia diventata, per così dire, l’erede. Ovviamente l’ho letta e l’ho apprezzata, ma non l’ho mai conosciuta personalmente, e non credo che i suoi testi siano per me più importanti di quelli di Luce Irigaray o, in misura minore, di Simone de Beauvoir. Visto dall’estero, si coglie insomma la continuità di una certa scuola italiana di pensiero femminista che, a dire il vero, non c’è o è comunque molto complicata e frastagliata.
I.P. Forse anche perché all’estero le discipline sono organizzate in maniera diversa rispetto a quella italiana.
A.C. Se vuoi dire che Carla Lonzi è un esempio di pensiero libero che si oppone alle logiche accademiche e che il femminismo italiano è più libero perché nelle nostre università non ci sono i Gender Studies o i Feminist Studies, ho un discorso da farti. Ritengo che sia un peccato che nell’università italiana non ci sia un’area disciplinare (in burocratese si dice così!) di Studi Femministi o Studi della Differenza Sessuale e mi sono sempre opposta alle femministe italiane radicali che della loro contrarietà all’istituzionalizzazione accademica di questi studi hanno fatto una bandiera politica e soprattutto ideologica. Le storiche sono state più sagge e hanno ottenuto degli spazi accademici di riconoscimento, le filosofe invece hanno nuociuto a loro stesse e, soprattutto, alle giovani generazioni. L’accademia non è un male assoluto, è un’istituzione nella quale ci sono finanziamenti e posti di lavoro per chi si dedica meritevolmente alla ricerca, eventualmente anche per chi fa ricerca sui temi femministi, se gli Studi Femministi fossero inclusi nelle discipline accademiche. Nel lavoro che tu stai facendo e per il quale mi stai intervistando, per esempio, al di là del fatto che puoi prendere ispirazione anche dalle pensatrici extra-accademiche o anti-accademiche, che tu abbia una sede accademica per scrivere e discutere la tua tesi è importante. L’università organizza la trasmissione alle giovani generazioni dei saperi e dei metodi di ricerca. Questo è importante: dobbiamo fare in modo che il patrimonio di sapere femminile, ne parliamo in questi termini altisonanti (ride), non vada perduto e prosperi nell’accademia, perché l’accademia è un luogo di conservazione e trasmissione. E conservazione non è un vocabolo cattivo, ovviamente: Dante e Shakespeare sono conservati e si continuano a studiare anche per merito dell’accademia. Questa è la ragione per cui, andando contro corrente rispetto a molte filosofe femministe italiane, ho sempre militato in favore dell’istituzionalizzazione degli Studi della differenza sessuale o degli Studi di genere: bisogna vedere in che parte del mondo una abita per usare i vocaboli giusti (ride) ma non è quello che conta, quello che conta è che giovani studiose come te possano occuparsi all’università di temi femministi e, magari, fare carriera per trasmettere il loro sapere alle prossime generazioni. In Italia, al momento, non è possibile se non attraverso il compromesso di una finzione. Io ne sono un esempio: sotto l’etichetta neutrale della disciplina ‘Filosofia Politica’, che compare fra le materie istituzionali ammesse da Ministero, insegno e faccio ricerca nel campo della teoria femminista e della differenza sessuale. Anche la mia lettura di Hannah Arendt risente di questa angolazione prospettica. Di recente è stato fondato, all’università di Verona, un “Centro Hannah Arendt per gli studi politici”: ne fanno parte alcuni giovani colleghi e colleghe impegnati in una ricerca che rivisita il pensiero arendtiano o, più in generale, la tradizione del lessico politico, alla luce del pensiero femminista. C’è anche un centro di studi, ormai consolidato e molto vivace, “Politesse” (Politiche e Teorie della Sessualità) che si occupa, tra l’altro, dei queer studies: una rarità in Italia! Abbiamo molti rapporti internazionali e attiriamo dottorandi stranieri e ricercatori Marie Curie. E questo è un bene: anche per l’ateneo di Verona e i suoi indici di eccellenza. Per queste e altre ragioni, io non sono fra coloro che dicono «meglio stare fuori dall’accademia perché così siamo più libere e pure». Al contrario, ritengo che l’accademia sia molto importante e vitale perché la ricerca interdisciplinare in questo campo trovi continuità e fiorisca.
I.P. Però forse ora, e visto che il sistema universitario è in fortissima crisi, la questione dell’istituzionalizzazione di saperi potrebbe spostarsi anche verso istituzioni artistiche e culturali esterne all’università?
A.C. Sì, ma l’università, anche fuori dall’Italia, è il cardine. Per ottenere fondi di ricerca europei destinati anche a finanziare il lavoro di studiose giovani come te, bisogna essere strutturate, ossia, in sostanza, bisogna essere professoresse universitarie come me, che infatti ho fatto molte application alla Comunità Europea per avere dei fondi. Se tu sei esterna al sistema universitario puoi farlo, ma è molto più difficile. Certo il mondo è cambiato e i saperi non vivono più entro angusti confini e secondo i ritmi del sistema accademico: ci sono nuovi mezzi, internet, il digitale, anche le biblioteche non sono più le biblioteche cartacee e polverose di una volta, per non menzionare l’evoluzione delle arti e del teatro a cui tu accenni. Si tratta di una metamorfosi in rapido mutamento, con accesi multipli e diverse modalità di partecipazione, che è ovviamente ricchezza e apre infinite possibilità, dentro e fuori dell’università. Però, per le giovani generazioni che vogliono fare ricerca, l’università è l’ambito che più immediatamente dà loro una possibilità e il tempo per mettersi alla prova.
I.P. Un ultima domanda sulla questione del desiderio connesso alla scrittura di sé sui social network, abbiamo già accennato qualcosa, lei dice un narcisismo che sta alla base di tutti noi. Però è anche vero che le nuove tecnologie ti mettono in relazione con altri. Tutti, potenzialmente, possono leggere ciò che scrivi, e visto che lei conosce bene gli Stati Uniti, un’altra linea di ricerca, che forse affronterò dopo il dottorato per questione di tempo, è quella che si apre nel tentare di capire se e come la soggettività viene modificata dalle forme del digitale e di internet nella loro svolta emozionale, e come tale architettura digital-emozionale sia connessa ad una forma di vita ben specifica, ed è quella da cui si sviluppa, ovvero le forme di vita californiane. Studi su questo già ci sono stati, ad esempio tutto il discorso sulla Californian Ideology datata 1995.
A.C. Io non so molto di questo, ma quello che posso suggerire è che, quando si parla di America e di relazioni fra le persone, è indispensabile tematizzare la questione dello spazio. La California, per esempio, è notoriamente un territorio molto grande ed espanso: viene messo in conto, come la cosa più naturale del mondo, che prendi la macchina e guidi per chilometri per qualsiasi cosa tu voglia fare, compreso incontrare amici e prenderti un caffè. Insomma la percezione interelazionale e quotidiana dello spazio è diversa per chi, come me, vive a Verona e per una californiana. Pensa poi agli insediamenti in the middle of nowhere, ai bordi di un nastro asfaltato, con un distributore di benzina, un motel, poche casupole e niente negozi. Che differenza con la Napoli di Elena e di Lila! Ciò’, a mio avviso, diventa tanto più significativo in rapporto al problema che tu poni di questo nuovo tipo di relazionalità all’epoca di internet, che è una relazionalità che elimina lo spazio e tuttavia produce una prossimità artificiale istantanea. Prendiamo Skype: è in tempo reale, vedi l’immagine dell’altra, senti la sua voce, in un tipo di situazione che però non mette veramente in relazione o, per lo meno, non mette i corpi in vicinanza. Si smaterializza il concetto di vicinanza, viene eliminata la distanza, ossia sostanzialmente lo spazio: è una relazionalità dove ciascuno degli esseri in relazione può essere in qualsiasi luogo. Quando mi capita di parlare via Skype con una collega americana non le dico infatti «ciao, sono a Verona», posso essere a Berlino o in Inghilterra o in qualsiasi luogo: il punto è che non è interessante né per me né per lei dove siamo fisicamente. Da questa prospettiva l’elemento dello spazio è quindi qualcosa da pensare con attenzione: tu hai un modo di metterti in relazione che, pur non essendo propriamente fisico, ha però una sua materialità percettiva – tu vedi e senti l’altra – in un certo senso distorta o esasperata. Del resto, su Facebook, c’è una tendenza alla narrazione del sé che, oltre ad essere morbosamente narcisista, è spesso esasperata se non esasperatamente stupida. Io uso Facebook raramente perché, se da una parte sono contenta di vedere le fotografie dei bambini di alcune amiche che vivono in paesi lontani, d’altra parte mi annoio alquanto a leggere informazioni autobiografiche essenziali come: I’m having a tea o had a walk on the beach. Insomma, a volte, il narcisismo sui social media è pateticamente tedioso.
I.P. Quello che io ho trovato interessante sono le cose più collettive che si possono fare tramite Facebook, dalle primavere arabe al 15M spagnolo, dove però il registro narrativo è comunque molto simile alla scrittura di sé in prima persona e il senso collettivo viene creato solo se tanti, con la loro unicità, concorrono a formare un flusso narrativo oltre che un’azione politica collettiva.
A.C. Sì, certo, tutti questi fenomeni sono molto interessanti. Ne va del significato politico di un modo di comunicazione immediata, singolare e plurale; ci costringe a ripensare il concetto di movimento e il concetto di piazza. Di nuovo, c’è di mezzo lo spazio: che è virtuale ma anche materiale, secondo una mescolanza di piani di partecipazione e ‘presenza’ che sconvolgono le coordinate tradizionali. Il medium cambia l’assetto concettuale e produce un effetto di vicinanza, persino una prossimità o un’illusione di prossimità agli eventi della Storia. Per esempio, io stessa, qualche mese fa, sono stata in piedi tutta la notte per seguire il colpo di stato in Turchia semplicemente perché i nuovi media me ne davano la possibilità. In un certo senso ero presente nella Storia, in che modo non lo so, però alcune informazioni le carpivo e mi pareva di partecipare all’evento in atto: ne percepivo la contingenza. Si tratta appunto di temi molto interessanti, ma è un discorso enorme: ripensare la politica, i movimenti in presenza, le pluralità virtuali, delocalizzate, virali. Bisognerebbe studiare questi fenomeni una decina d’anni per capirci qualcosa, perché mettono in campo categorie nuove, sconvolgenti. Proprio in questo periodo sto cercando di confrontarmi con Judith Butler che, nel suo ultimo libro Notes Toward a Performative Theory of Assembly affronta proprio questi temi.
I.P. Capisco la difficoltà, però io sono arrivata a pormi queste domande a partire dal ripensare la soggettività fuori dal soggetto razionale, cercando vie differenti di interpretazione: lo studio del pensiero di Cavarero, Braidotti, Haraway, con un’attenzione anche alle trasformazioni del presente, mi hanno portato a riflettere sulla necessità di inchiestare le forme di vita da cui nascono infrastrutture digitali che ci modificano. E quindi se studio il soggetto nomade di Braidotti o il “suo” lavoro sul superamento del soggetto cartesiano è perché mi faccio delle domande sul presente attraverso la realtà che vivo e attraverso le persone a me più prossime.
A.C. Adesso ho capito cosa vuoi dire. Adrienne Rich, in un saggio famoso, ha usato l’espressione politics of location: la tradizione femminista ne ha ripreso spesso la formula, anche secondo il senso, che ritengo importante, di ‘politica che si radica nella tua situazione concreta’. Le femministe italiane del pensiero della differenza sessuale insistono invece sull’espressione ‘partire da sé’, ma quello che intendono dire non è molto diverso. Tu sei giovane e non solo vivi ma sei cresciuta, ti sei formata, nell’era delle infrastrutture digitali: è giustamente da questa posizione, da questa esperienza, dalla tua location, che vai a reinterrogare il soggetto nomade di Braidotti o il cyborg di Haraway. Le accomuna una critica del soggetto cartesiano, un soggetto astratto che, non a caso, è pretestuosamente non situato nel mondo, immobile, compatto, autosufficiente, puro – in una parola, irrelato. La critica viene sviluppata dalle due filosofe soprattutto attraverso categorie post-moderne e post-strutturaliste. Pur apprezzando sia Braidotti che Haraway, personalmente ritengo che la grande onda del post-modernismo e del post-strutturalismo, anche in campo femminista, abbia fatto il suo tempo e abbia prodotto risultanti deludenti, soprattutto sul piano etico e politico, ovvero risultati sostanzialmente estetizzanti, come la glorificazione della frammentarietà e del cambiamento vorticoso, temi che non si coniugano facilmente con le questioni, a me care, della responsabilità e dell’impegno. Capisco però che, dalla tua situazione esistenziale, immersa nel contesto dei nuovi media digitali e delle domande al concetto stesso di soggettività che esse pongono, un rivisitazione di queste teorie possa risultare stimolante. Non capisco bene, però, quale connessione ci sia, nel percorso della tua ricerca presente e futura, fra questo tipo di problematiche e quelle che la lettura di Ferrante ti suscita. Più che nomade o frammentata, la soggettività narrativa di Ferrante ha la virtù di essere, allo stesso tempo, locale, situata e, per lo meno nei suoi effetti, transculturale. Ferrante ha venduto molti libri, non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti, dovunque all’estero. Il suo successo suscita invidia, come nel caso di Harry Potter, e la comunità intellettuale degli invidiosi tende a reagire sottovalutandone la qualità letteraria e inserendola invece in un fenomeno di marketing ben congegnato, che sa conquistare i gusti popolari. In verità, come tu stessa dici, ci sono invece elementi narrativi e questioni ontologiche di grande complessità e profondità nella scrittura di Ferrante. Ti incoraggio ad andare avanti in questa direzione e ti raccomando di non trascurare il rapporto madre-figlia che, nell’opera complessiva di Ferrante, è una perla davvero preziosa: sarai la prima, o una delle prime, ad analizzare l’arte di Ferrante con strumenti speculativi adeguati alle risorse del suo universo narrativo. Io appunto la chiamo arte e ne vedo uno dei sintomi decisivi proprio nell’aspetto transculturale. Che io legga le storie di Lenù e Lila a Verona, ritrovandomi perfettamente in esse, presa al laccio e quasi appaesata con il loro ambiente, non è poi un fatto tanto sconvolgente: non so gran che di Napoli ma ci sono stata tante volte, ho delle amiche napoletane, ho visto le commedie di De Filippo, mi piace il suono della lingua, il pathos, la gestualità. Il fatto significativo è che leggono Ferrante con passione anche in Iowa e nell’Arkansas, o in altri luoghi che non hanno nemmeno una piazza in tutto il territorio urbano, eppure le lettrici si riconoscono in queste storie napoletane piene di viuzze, negozietti e mappe urbane relazionali straordinarie. Sono convinta che in questo effetto transculturale ci sia qualcosa di più di una trama ben confezionata e di una buona operazione di marketing. E’ il sé narrabile inserito nella relazionalità di situazioni concrete a definire la qualità specifica dei libri di Ferrante e a farla apprezzare, per così dire, universalmente. Di interessante c’è anche la specificità della sua tecnica di scrittura. Mi pare di averla percepita dopo poche pagine: il segreto, se così vogliamo chiamarlo, sta nell’eliminare gli aggettivi e gli avverbi, producendo una sorta di lingua bianca, elementare. Credo che sia facile da tradurre e che non si rovini nel passaggio da una lingua all’altra. Felicissimo esito espressivo della frantumaglia!
*L’intervista è stata realizzata a Verona il 28 Settembre 2016
Già pubblicata in “Testo & Senso”, numero 17, 2016. www.testoesenso.it
(pubblicato su http://effimera.org/la-scelta-di-carla-di-cristina-morini/)
La donna non va definita in rapporto all’uomo.
Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà
Manifesto di Rivolta Femminile, Roma, luglio 1970
Si addentra profondamente nel territorio affascinante della ricerca della autonoma modalità espressiva, creativa e politica dell’altro (“la donna è l’altro rispetto all’uomo”), il libro di Giovanna Zapperi, Carla Lonzi, un’arte della vita, pubblicato da poco per DeriveApprodi nella collana Opera Viva. Una ricostruzione dettagliata dell’esistenza e dell’opera della teorica femminista italiana che è stata anche critica d’arte. Un lavoro di grande ricchezza, svolto ricorrendo ad archivi non sempre facilmente consultabili, che ci restituisce, attraverso uno scavo ragionato, tutta la forza di un pensiero che ha preteso di coincidere con i percorsi della vita. Pensiero e vita, così strettamente intrecciati, così esigenti, così necessitati a rispettarsi, a essere coerenti, l’uno con l’altra. Ricorda Lonzi, dalle pagine di Zapperi, a sua volta critica d’arte: “Il femminismo è stata la mia festa”. E allora queste pagine ricostruiscono con passione una scoperta sorprendente, nel maturare di parole capaci di celebrarla, provando allo stesso tempo a capire se esiste un trait d’union tra la formazione e l’attività professionale di Lonzi e la sua piena manifestazione politica nel femminismo.
Scrive Giovanna Zapperi, nell’introduzione:
“Carla Lonzi è stata una critica d’arte, femminista, scrittrice e poetessa italiana. Scrivo queste parole e già mi rendo conto quanto queste definizioni rischino di essere inadeguate a descrivere il percorso di una donna che non ha mai smesso di lottare perché la sua vita non fosse ridotta a un insieme di ruoli, di categorie e di identità”.
Disfare, perciò, ruoli “che collegava alla sua oppressione, nel tentativo di connettere la sua impresa soggettiva a un’impresa collettiva”. Rendersi autentica, distaccandosi dal proprio contesto professionale e culturale per elaborare “una propria personale versione del femminismo”.
Ci racconta, Zapperi, della doppia vita di Carla che nel 1969 abbandona il mondo dell’arte e della critica d’arte dopo la stesura del testo Autoritratto, nel quale aveva raccolto 14 conversazioni con artisti dell’epoca (una sola donna tra loro, Carla Accardi). Il lavoro su Autoritratto, nota Zapperi, già mette in luce una sensibilità che passa attraverso “l’invenzione di una scrittura basata sulla soggettività, sulla partecipazione”, e da un desiderio “anti-disciplinare e indisciplinato”, “antiaccademico”, desiderio di “una pagina che non sia una pagina” “di un testo che porti traccia dell’immediatezza della condivisione”. In realtà, Lonzi va perfezionando, pur tra contraddizioni, la convinzione che l’arte sia implicata in un rapporto sociale dove è impossibile creare relazioni autentiche e sperimentare forme di vita basate sul riconoscimento reciproco. Da lì comincia a spostare la sua ricerca politica di autenticità e autonomia verso il pensiero e la pratica delle donne, verso l’emergere di una nuova soggettività femminista.
Così, dal 1970 si dedica al femminismo, in un’impresa totalizzante, fertile e febbrile, che cambia di segno alla sua esistenza. Cerca soprattutto di connettere la sua esperienza soggettiva a un’opera collettiva, un processo creativo basato sulla pratica dell’autocoscienza e sulla scrittura: il gruppo è l’unico luogo in cui è possibile “divenire soggetto”, strappandosi a rapporti di forza patriarcali ed eterodiretti.
La storia non può essere pensata in termini lineari, il divenire femminista di Carla Lonzi è il culmine di una attualità creatrice, “in cui passato e presente si ricompongono in una nuova configurazione”. Lonzi allora contrappone il presente ai grandi sistemi interpretativi dell’uomo (da Hegel, a Marx, da Freud al leninismo), tutti proiettati verso il futuro. “Il presente è il tempo del femminismo”, scrive Zapperi, scarto temporale rispetto alla dominazione maschile che permette finalmente alla donna di pensarsi come soggetto storico. Si sputa su Hegel, sulla dialettica servo-padrone, sulla dicotomia tra struttura e sovrastruttura. Per Lonzi diventa sottrazione “al credo patriarcale”, attraverso una teorizzata deculturizzazione:
“La nostra forza è nel non avere nessuna mitizzazione dei fatti […] L’umanità maschile si è impadronita di questo meccanismo la cui giustificazione è stata la cultura. Smentire la cultura significa smentire la valutazione dei fatti in base al potere” (Sputiamo su Hegel, 1970).
Nell’ottica di fondarsi su un presente decolonizzato, si inquadra anche la riflessione di Lonzi sulla sessualità femminile, sul corpo e sul piacere: il futurismo riproduttivo, la sessualità rigorosamente procreativa che l’uomo ha disegnato per la donna, moglie e madre, è in realtà una forma di occupazione del corpo e della mente femminili. Il piacere clitorideo si pone come momento creativo e autonomo, essenziale per la costruzione del sé come soggetto. Allo stesso modo il ricorso a una lingua e a immaginari interamente declinati al femminile, non oggettivati e oggettivanti, crea lo spazio dell’autonomia, intuendo che “il momento del cambiamento è l’unica poesia” come scriverà Adrienne Rich. La qualità espressiva, spesso evocativa e poetica, della scrittura femminile, viene da un altro mondo e perciò usa altre parole, la modalità dialogica e introspettiva non è espediente ma essenza del soggetto imprevisto, un soggetto che pensa, parla e agisce al di fuori dagli schemi maschili della società.
Naturalmente, la forza di rottura del discorso di Lonzi e di Rivolta Femminile si inquadra in un preciso momento storico, gli anni Settanta, laddove si rafforzano, da un lato, i legami tra vita e politica, tra vita e sapere, dall’altro, si smontano i limiti tra individuo e collettivo, ovvero tra realtà e immaginazione. E dunque va tanto più segnalata l’importanza attuale di questo libro per le riflessioni e le domande che consegna al presente e che possono essere raccolte, a mio avviso, in due filoni principali: il rapporto tra soggettività e collettività; il sistema contemporaneo della produzione sociale e il paradigma dell’artista e del lavoratore creativo-cognitivo.
Nel libro si fa strada una interpretazione non convenzionale di Carla Lonzi, oggi di straordinaria consistenza: Zapperi individua una linea di continuità tra la critica che Lonzi muove all’organizzazione della vita incentrata sul lavoro a discapito delle relazioni, e l’elaborazione e la pratica politica elaborata con Rivolta femminile che rimanda a una visione radicalmente alternativa dell’esistenza. Ha tentato di pensare una pratica artistica – e della critica d’arte – che corrispondesse alla vita vissuta. Ha pensato l’arte come “tecnica di vita”, ma si accorge che l’artista resta inchiodato all’opera d’arte e ai suoi valori, alla sua identità, al suo “lavoro”. Agli occhi di Lonzi, l’artista emerge come il più alienato dei lavoratori, “proprio per la straordinaria coincidenza tra il proprio essere e la propria attività”, analizza Zapperi, che aggiunge: “L’artista incarna perfettamente il paradigma del lavoro contemporaneo, individualista e competitivo”.
Cosicché, il femminismo è per Lonzi il luogo dove è possibile dare consistenza a un diverso rapporto tra arte e vita, sperimentando in concreto che esistono altre modalità, cioè altre forme dell’elaborazione e dell’espressione, che sono politiche e che sono condivise. Matura la convinzione che sia possibile sottrarre le relazioni al meccanismo della competitività della produzione, essendo con ciò precisamente creative e rivoluzionarie. La ricerca frustrante condotta nel mondo dell’arte, la fine della sua storia con Pietro Consagra, che consegna a un lungo dialogo proprio sui temi del lavoro produttivo dell’arte e del tempo improduttivo dell’amore, la indicono a traslare altrove quelle tensioni, cioè il tema irrisolto del rapporto tra privato e pubblico: la risposta, lo sbocco di quelle domande che premono avviene tra le donne, le quali condividono con lei l’immaginazione di un nuovo modo di stare nel mondo, libero dai condizionamenti legati al riconoscimento sociale. Osserva Giovanna Zapperi:
“Il desiderio di Carla Lonzi di essere amata per la sua autonomia e non per il suo servizio offre una alternativa radicale all’idea dell’amore come mera funzione dell’organizzazione patriarcale e capitalista della produzione. La critica del lavoro riproduttivo si allarga al rifiuto del lavoro come unica forma di vita possibile”.
Tutto ciò è enunciato precisamente nel primo Manifesto di Rivolta Femminile:
“Detestiamo i meccanismi della competitività e del ricatto che viene esercitato nel mondo dalla egemonia dell’efficienza […] Riesaminiamo gli apporti creativi della donna alla comunità e sfatiamo il mito della laboriosità sussidiaria. Dare alto valore ai momenti improduttivi è un’estensione di vita proposto dalla donna”.
In un momento come questo, fondato sulla dequalificazione dei saperi e sulla precarizzazione, il percorso di Lonzi, indagato osservando quanto il processo del divenire soggetto sia radicalmente opposto agli imperativi prestazionali del capitalismo, conferma che è impossibile ottenere e rappresentare un’immagine autentica (rispettosa) di se stesse/se stessi senza che la dimensione personale si intrecci con un contesto collettivo. Nella crisi odierna degli ambiti collettivi, noi scrutiamo la drammatica crisi del soggetto stesso, impossibilitato a diventare tale davvero, ridotto a ombra, fragilissimo, colonizzato dalla capacità penetrativa del capitale. La lotta darwiniana che veniamo costretti a ingaggiare rischia di generare non la fine del nostro/a supposto “rivale”, bensì, a ben guardare, la nostra.
La ricostruzione preziosa di un percorso così inciso ante litteram, consente allora di riflettere sulle forme del potere e sulle modalità della produzione culturale, intellettuale, sociale contemporanea. Lonzi anticipa un’insofferenza per contesti che non le consentono di esprimere rotture. Sente di essere costretta a subordinare se stessa a ritmi, posture, riconoscimenti, reputazioni, convenzioni che non le appartengono. Guardando a lei, che dire allora di noi, oggi, immerse come siamo nella retorica della “innovazione culturale e sociale”? Quali tipi di messaggi ci consegna Lonzi, attraverso questo libro di Zapperi? Come declinare il suo discorso, adesso che la riuscita nella vita pubblica è stata esplicitamente imposta come modello di soggettivazione? Oggi che la produttività sociale sembra imporsi sulla vita, si mangia la vita, subordinando a essa ogni altro rapporto? Quanto influisce tutto questo sulle forme della resistenza (ancora una volta, sul rapporto tra soggettività e collettività)? Quanto finisce per ricondurci dentro la normalità dei ruoli, delle funzioni, delle finzioni, dei modelli, l’inevitabile accettazione, che promette di esaudire il desiderio di essere viste, ma anche, più prosaicamente, di sopravvivere? – mentre in realtà ci fiacca, e a poco a poco ci spegne…
Quale, insomma, il rapporto attuale tra l’intelletto generale immerso nella fabbrica sociale, il soggetto imprevisto, le possibilità di un’opera che sia davvero viva?
Giovanna Zapperi scrive, alla fine del suo testo, presentando le opere di una serie di artiste che hanno provato a declinare oggi, sulla scia dell’ispirazione di Lonzi, l’intreccio tra arte, femminismo, creatività e partecipazione: “È in gioco la possibilità di rendere operativa una riflessione che non ha mai cessato di interrogare la creatività come pratica trasformativa, dentro e fuori i confini dell’arte”.
Ribaltare la cultura identitaria e ritrovare una pluralità radicale: ecco il primo passo da fare, facendoci ispirare dalla scelta politica di Carla.
Già pubblicato in Academia Relazione introduttiva alla giornata di studi Carla Lonzi: critique d’art et féministe / art critic and feminist, organizzata dal gruppo di ricerca Travelling Féministe/Travelling Feminism alla Maison Rouge di Parigi, con interventi di Lucia Aspesi, Sabeth Buchmann, Chiara Fumai, Elisabeth Lebovici, Griselda Pollock, Dora Stiefelmeier, Franceso Ventrella e Giovanna Zapperi.
L’idea di questa giornata è nata a partire da una serie di domande che si sono poste per me in seguito alla pubblicazione della traduzione francese di Autoritratto di Carla Lonzi, dicui ho curato l’introduzione e le note al testo. Critica d’arte nell’Italia degli anni sessanta,poi figura emblematica del femminismo italiano, Carla Lonzi cristallizza una discontinuità radicale tra arte e femminismo in quanto decide di abbandonare la critica d’arte per l’impegno femminista. Nel 1970 Carla Lonzi fonda infatti Rivolta Femminile, uno dei primi collettivi femministi in Italia, insieme ad un’artista, Carla Accardi: la nascita di Rivolta è così legata all’arte in modo contraddittorio e questa contraddizione sarà il punto di partenza di questa giornata. Cercheremo infatti di rileggere l’esperienza di Carla Lonzi attraverso una serie di domande che riguardano l’arte, in quanto ambito sessuato, e il femminismo, la storia delle donne e quella del femminismo, oltre che le forme di scrittura edi produzione di sapere sperimentate dalle donne. Cercheremo di situare Lonzi in un contesto storico ed epistemologico più ampio che ci permetta di pensare l’attualità dei suoi scritti per un femminismo a venire. Se infatti l’interesse per Carla Lonzi è stato fino ad ora – con alcune eccezioni – essenzialmente limitato al contesto italiano, ci sembra sia venuto il momento di fare dialogare i suoi scritti con un insieme di teorie e di pratiche femministe transnazionali. Nel 1969, la critica d’arte italiana Carla Lonzi pubblica Autoritratto, un libro basato sul montaggio di una serie di conversazioni registrate con quattordici artisti (tutti uomini eccetto Carla Accardi) tra il 1965 e il 1969. Il libro è anche un addio: nel 1970, la nascita di Rivolta Femminile segna l’allontanamento definitivo dal mondo dell’arte. Lonzi, deceduta nel 1982 all’età di 51 anni, scrive nello spazio di un decennio una serie di testi e di manifesti contraddistinti da uno stile provocatorio; nel 1978, pubblica anche il suo monumentale diario con il titolo Taci, anzi parla. Diario di una femminista, e poco dopo, nel 1980, Vai pure, una conversazione durata quattro giorni con lo scultore Pietro Consagra, compagno di una vita, conversazione che pone fine alla loro relazione. Questi testi, che rappresentano alcuni dei documenti più significativi del femminismo italiano degli anni Settanta, sono attraversati da uno spirito di sperimentazione, in cui Lonzi reinventa la scrittura, la creatività e la produzione di sapere appropriandosi in uno spirito femminista di una serie di forme letterarie tradizionalmente “minori” come il diario, la conversazione o il manifesto.Carla Lonzi è venuta rapidamente ad occupare una posizione centrale nel femminismo italiano, e paradossalmente questa è una delle ragioni per cui Autoritratto è stato dimenticato così in fretta. Nonostante questo libro rappresenti una fonte straordinaria sull’arte in Italia degli anni Sessanta, Autoritratto non è mai diventato un testo canonico. Al contrario, deve essere sembrato incompatibile sia con le narrazioni storico-artistiche dominanti della cosiddetta arte italiana, sia con quelle forme di “packaging” culturale che hanno sotteso la promozione degli artisti italiani negli anni Settanta e Ottanta su scala internazionale. Pressoché assente dai discorsi della storia e della critica d’arte, la decostruzione radicale delle forme tradizionali della scrittura sull’arte operata da Carla Lonzi è rimasta a lungo negletta, considerata tutt’al più come un semplice prologo al suo successivo femminismo. Tuttavia, la recente riedizione italiana del libro, più di trent’anni dopo la pubblicazione originale, ha suscitato un grande interesse critico, in una sorta di“après-coup” che Lonzi condivide con molte donne (artiste, critiche, e scrittrici) della sua generazione. Autoritratto è basato, si diceva, sul montaggio di una serie di conversazioni che Lonzi ha registrato nel corso degli anni, poi trascritto e infine assemblato. Ogni singola conversazione risulta così frammentata e ricomposta in un insieme non-lineare in cui Lonzi cessa di porre domande o di discutere del lavoro degli artisti, ma prende la parola parlando per sé, con la sua voce. Lonzi costruisce così la finzione di una conversazione ininterrotta in cui il suo ruolo è essenzialmente partecipatorio. Una volta distrutta la continuità originale delle conversazioni, l’autrice compone un testo in cui le varie voci, per così dire, dialogano le une con le altre. Lonzi aveva chiesto agli artisti di fornire le immagini per illustrare il libro; la conversazione ininterrotta è infatti inframezzata da una serie di illustrazioni, rifacendosi apparentemente alla tipica relazione tra testo e immagine che compone i testi di storia dell’arte. La maggior parte di queste immagini tuttavia sono fotografie che ritraggono gli artisti nella loro vita privata, li vediamo durante l’infanzia,circondati dai loro affetti, in momenti di convivialità o durante viaggi, mentre solo una piccola parte è costituito da riproduzioni di opere d’arte. Di conseguenza, la loro presenza attraverso le pagine del libro fornisce un elemento soggettivo all’interno delle discussioni che formano il testo. Lonzi disfa in modo quasi letterale le pratiche e le poetiche della scrittura sull’arte egemoniche al tempo: abbandona l’autorità dell’interpretazione per potere partecipare al momento creativo, mentre la sua focalizzazione sulla soggettività e sugli scambi non-gerarchici rimette in questione il ruolo centrale dell’immagine – del visuale – in quanto fondamento epistemico della critica formalista. Lonzi, che aveva lavorato come critica d’arte per più di un decennio, aveva registrato la sua frustrazione nei confronti delle convenzioni della critica d’arte sin dal 1963, quando pubblica un articolo fortemente polemico, intitolato « La solitudine del critico », in risposta a quelle che lei considerava le forme dominanti della critica d’arte, basate sul distacco, sul paternalismo e sull’autorità. Nel corso degli anni 1960, Lonzi comincia ad interessarsi più agli artisti (alle persone) che alle loro produzioni, mentre il sentimento di alienazione nei confronti del mestiere di critica non fa che crescere. La partecipazione diventa allora una modalità che le permette di oltrepassare il ruolo dell’osservatrice passiva, la spettatrice esclusa dal processo creativo che Lonzi identifica in modo ambivalente sia con il critico d’arte che con la donna. Autoritratto emerge così come la ricerca di una voce autoriale femminile che si definisce in opposizione alle pratiche correnti della scrittura sull’arte. Inoltre, l’assemblaggio di Autoritratto (registrazione, trascrizione e montaggio) provoca un complesso processo divenire soggetto all’interno del contesto fortemente maschile dell’arte nell’Italia degli anni Sessanta. Nel libro Lonzi rigetta l’autorità, la coerenza e l’unità del critico d’arte, opponendovi una dispersione della sua voce all’interno di una narrazione collettiva, dialogica e non-lineare. Da questo punto di vista, il libro dialoga per così dire sia con suoi scritti femministi, in cui la soggettività e l’autorappresentazione si pongono come questioni cruciali, che con l’ambito più ampio delle revisioni femministe della storia dell’arte. Come leggere la percezione, da parte di Carla Lonzi, di una discontinuità radicale tra la critica d’arte e il femminismo? La traiettoria di Lonzi ci obbliga a confrontarci con la questione del legame represso tra arte e femminismo nel contesto italiano: Rivolta Femminile è nata dall’iniziativa congiunta di Carla Lonzi, una critica d’arte, e di Carla Accardi, un’artista, sulla base del loro rifiuto di posizionarsi esclusivamente e professionalmente nel mondo dell’arte. Per Lonzi era impossibile conciliare l’attività di critica con il successivo impegno femminista, un fatto che ha contribuito a rappresentare la sua produzione come drammaticamente biforcata. Il femminismo di Lonzi nasce proprio dal rifiuto radicale delle nozioni dominanti di creatività, in particolare l’idea che l’arte stessa possa essere una pratica liberatoria per le donne. Rivolta Femminile considerava illusoria la possibilità di concepire l’arte come una forza di liberazione per le donne poiché il patriarcato aveva già colonizzato la creatività e la cultura. A partire dalle questioni sollevate dalla mia lettura di Autoritratto, vorrei tratteggiare una serie di ipotesi da sviluppare in futuro e allo stesso tempo provare ad indicare alcune direzioni per esplorare gli scritti e l’attività di Lonzi da una prospettiva femminista. Una prima questione riguarda la non-linearità di Autoritratto, che per molti versi fa eco ai temi che Lonzi svilupperà in seguito negli scritti femministi. Si potrebbe affermare che il libro rappresenta una storia alternativa, frammentaria e soggettiva dell’arte nell’Italia degli anni Sessanta, una storia del e nel presente. Il libro rifiuta le modalità dominanti della critica d’arte, a partire dal rifiuto della nozione di un tempo lineare e omogeneo che possa contenere artisti, movimenti ed eventi storici. Inoltre la temporalità e la narrazione non-lineare di Autoritratto fanno eco alla percezione che Lonzi aveva del femminismo come un’interruzione nel continuum del tempo storico (che è anche il continuum dell’oppressione delle donne). In
Sputiamo su Hegel (scritto nel 1971), Lonzi descrive il soggetto femminista come l’emergere improvviso di un Soggetto Imprevisto, un soggetto che non ha bisogno né di passato né di futuro. Come Lonzi scrive nel passaggio che conclude il testo : « Non esiste la meta, esiste il presente. Noi siamo il passato oscuro del mondo, noi realizziamo il presente » (p. 48). Un secondo punto che resta da esplorare è quello del rifiuto del formalismo che confluisce nella sua rottura con l’attività di critica d’arte et con la scelta femminista. Sabeth Buchmann, che sfortunatamente ha dovuto annullare all’ultimo momento la sua partecipazione oggi, si era proposta di sviluppare questo tema guardando anche ad altre esperienze coeve, come quella di Lucy Lippard. Certamente i modelli formalisti nella critica d’arte erano allora dominanti su scala internazionale e Lonzi aveva sviluppato la propria versione del formalismo che si riallacciava ai suoi studi all’università di Firenze con Roberto Longhi, uno dei più importanti storici dell’arte dell’epoca. Tuttavia se Autoritratto rigetta la centralità della visione come principio fondante della critica d’arte formalista, Lonzi non rigetta le nozioni di autenticità e di verità in rapporto all’arte e all’artista, che derivano direttamente dal suo vocabolario formalista. Inoltre queste idee, che occupano un ruolo essenziale in Autoritratto, saranno al centro degli scritti femministi, in particolare in riferimento alla sua elaborazione della differenza sessuale e dell’autenticità della donna intesa come forza di liberazione. Un’altra possibile riflessione potrebbe prendere le mosse dal rapporto complicato che Carla Lonzi aveva con le artiste e che portò in particolare alla rottura violentissima con l’amica Carla Accardi. Durante la sua carriera di critica d’arte, Lonzi non si è mai interessata al lavoro delle artiste, con l’eccezione di Carla Accardi, cui la legava una profonda amicizia sin dall’inizio degli anni 1960. Tuttavia anche in seguito, il femminismo separatista di Carla Lonzi la induce a rigettare in blocco la cultura come costruzione patriarcale. Il suo richiamo ad una deculturizzazione radicale come modalità specifica di lotta femminista significava un rifiuto senza compromessi di ogni produzione creativa in quanto prodotto del patriarcato, anche se questo rifiuto non era esente dalle contraddizioni. Di conseguenza Lonzi continua ad ignorare le artiste durante tutti gli anni Settanta, accusandole di inautenticità e di complicità con il patriarcato, o peggio di trarre profitto dall’oppressione delle donne (Taci, anzi parla, pp. 1174-75); si interesserà invece moltissimo alle scrittrici del passato, in particolare negli ultimi anni della sua vita.4/ L’ultimo punto che vorrei sollevare riguarda il fatto che nonostante il distacco dal mondo dell’arte, le riflessioni attorno all’arte attraversano l’insieme dei suoi testi femministi. L’esempio più evidente del suo costante interesse per l’arte è il breve manifesto scritto nel 1971 e intitolato Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile, firmato collettivamente Rivolta Femminile. Questo testo sviluppa l’idea della donna come spettatrice passiva dell’opera d’arte, un’idea che certamente deriva sia dal suo ruolo di critica d’arte che dal tipo di arte, perlopiù astratta e non figurativa, che Lonzi difendeva nei suoi scritti. Per Rivolta la posizione spettatoriale coincide con la passività e l’esclusione e per questo corrisponde al ruolo assegnato alle donne. Tuttavia,l’identificazione di Lonzi con la spettatrice appare a tratti ambivalente poiché per lei essere esclusa dal processo creativo significa anche possedere un certo potere: “La critica è potere” recita il titolo del suo ultimo articolo di critica d’arte, nel 1970. Inoltre, contrariamente alle teorizzazioni pressoché contemporanee nel mondo anglo-sassone, i testi di Lonzi non accennano mai alla donna come oggetto dello sguardo maschile. Essa occupa al contrario la posizione spettatoriale, colei che guarda passivamente e leggitima la creatività maschile. Mi sembra che questo aspetto meriti particolare attenzione,soprattutto in quanto introduce una prospettiva diversa rispetto alle posizioni femministe emerse nell’arte dell’epoca, in cui l’attenzione era focalizzata sui temi dello stereotipo e dello status del corpo femminile come oggetto dello sguardo maschile.
Un’alternanza forte, quasi violenta, fra natura e politica torna come un filo rosso nel corso di tutta l’esposizione, come se gli artisti e i loro progetti si dividessero su due grandi sponde: quelli che decidono di mostrare – più o meno da vicino – i disastri di una politica che non controlla più niente e che mostra catastrofi e rovine di ogni sorta, e quelli che si lasciano ancora conquistare dalla forza della natura, dandole il compito di rappresentare una forma ordinata o poetica di resistenza.
Inizia con una citazione da Angelus Novus di Benjamin il catalogo dell’ultima Biennale Arti visive di Venezia, con i pensieri sull’angelo della storia, una creatura che ad ali spiegate si allontana da quello che vede, dai tempi rovinosi e catastrofici del suo presente per spingersi, travolto da una tempesta, verso il futuro. Dall’immagine di questo angelo della storia parte una riflessione sul senso di una mostra come la Biennale.
L’arte non è obbligata a tenere conto della storia, né tanto meno a redimerla, ma – è questo che sembra essere alla base delle scelte del curatore di questa edizione – in questi nostri tempi è impossibile pensare a una grande esposizione restando indifferenti a quello che accade nel mondo. Se ogni artista ha diritto al disimpegno e a una presa di distanza radicale dalla realtà, se nei gesti di ogni artista può farsi spazio un rifiuto del mondo, non può muoversi così chi si prende la responsabilità di come riunire i loro lavori e ordinarli in uno stesso spazio, sembra volerci dire Okwui Enzewor, il curatore di questa edizione che ha pensato a un allestimento aperto, dialogante, molto pensoso. Una « arena » fa da perno al percorso. Un’ARENA al centro del padiglione centrale, in cui un programma fitto di performances lascia che parola, gesti, voci facciano da «intervallo» (come lo intenderebbe Deleuze) al lungo guardare degli spettatori.
E’ anche in questo modo che si crea uno slittamento fra spazio espositivo e spazio di dibattito pubblico. Ed è nell’ARENA che ha luogo Das oratorio capital, una performance affidata all’artista Isaac Julien in cui proprio il Capitale di Marx è proposto come «un’epica lettura dal vivo», una forma di lettura drammatica che si ripete più volte al giorno. Ad accompagnare, una sequenza continua di altre performances che riportano voci e corpi verso la materialità dei loro punti di partenza, quelli della cronaca politica in relazione all’arte (e-flux journal), del lavoro (work’s songs), del sintomo (the Sinthome Score di Dora Garcìa). Intorno a questa ARENA l’intera Biennale (All the word’s Futures è il titolo significativamente) con i padiglioni, ancora disposti ed ordinati novecentescamente secondo gli stati nazione (che pure nel frattempo sono molto cambiati come mostra il lavoro di Ivan Grubanov che con il progetto “United Dead Nations” occupa il Padiglione della Serbia, presentando i resti simbolici di dieci nazioni scomparse durante il XX secolo) è pensata in relazione alla sua storia, e organizzata attraverso dei filtri sovrapposti che utilizzano la traiettoria storica come linea curatoriale. Il passato della Biennale stessa è il corpo storico dei giochi di rimandi che introducono al presente e che spingono, secondo un’idea di necessità e di urgenza (quella dell’arte?) verso il futuro.
Entrando nel padiglione centrale si è accolti da un lavoro di Fabio Mauri, Il muro occidentale o del pianto (1993), una parete di valige di oltre quattro metri che evoca il carico dei deportati ad Auschiwitz e il tema penoso dei viaggi senza ritorno. Un tema che entra in molti lavori, dedicati ai profughi, ai migranti, ai carcerati, a tutti quelli che sono strappati dalla loro collocazione «naturale» nel mondo per cercarne una che non trovano o difendere, ricordandola, quella che hanno perduto.
E’ un mondo che produce diaspore e fughe, non solo quello dei regimi, ma quello del capitale appunto. Ci sono molte folle a raccontare la realtà di corpi riuniti in un solo punto. La folla della prima società industriale è traslata al presente da artisti come Chris Marker che presenta la folla del metrò, quella dello spostamento quotidiano e sotterraneo in cui coglie – attraverso il ritratto – i volti presi in espressioni quasi identiche. Nel momento che dà identità, la macchina fotografica, dimostra anche di non poterlo più fare. Le grandi foto di Andreas Gursky riprendono i raduni di massa dimostrando un occhio attento alle concentrazioni di persone e al loro fare febbrile muoversi: lo stesso in una borsa di Tokyo (Tokyo Stock Exchange 1990) e in un capannone asiatico in cui molte donne, sedute vicinissimo, intrecciano ceste. E’ lo stesso capitalismo, sembrano dirci queste foto, a produrre questo identico e diverso concentramento di persone.
Il lavoro è uno dei protagonisti di questa l’Esposizione. Fotografato, raccontato, ricordato dai canti: non solo quelli degli schiavi delle piantagioni, quelli delle fabbriche dell’ottocento, e dei canti di protesta riposizionati in un juke box da Jeremy Deller, autore anche di un pannello «Hello, today you have day off» che racconta con estrema sintesi la condizione di molti lavoratori a zero ore che oggi possono ricevere questo messaggio via sms. Ma il lavoro è visibile anche nelle forme concrete di una serie di mattoni, tutti i mattoni necessari per costruire una casa che l’artista argentino Rirkrit Tiravanjia distribuisce ai visitatori, in modo da creare un nesso fra l’esperienza della propria casa e quella del lavoro –operaio- che la produce.
Emily Kame Kngwarreye è stata una delle figure importanti per il popolo aborigeno degli Antmatyerr, in Australia, che andando oltre la pittura cerimoniale sulla sabbia del deserto e sui corpi delle donne, è diventata un’artista contemporanea attraverso una pittura astratta che usa i colori primari con forza. In Earth’s Creation (1994) in mostra a Venezia rappresenta la sua terra restituendole una forza perduta. Ma la natura può essere distantissima e allo stesso tempo presa e catturata dalla vicende degli uomini, come inVertigo sea, di John Akofram, un lavoro da cui si è letteralmente catturati: per 48 minuti tre schermi mostrano in parallelo immagini mozzafiato di una natura forte e pulita, quella dell’oceano, che non è stata risparmiata dalle tragedie della violenza umana, né quella attraverso cui i dissidenti dei regimi sudamericani hanno trovato la fine, né quella della spietata caccia ai cetacei. Le immagini si alternano lente e maestose proponendo dolore e bellezza in sequenza, lasciando gli spettatori silenziosi, quasi in preghiera.
Ed è proprio questa alternanza forte, quasi violenta, fra natura e politica che torna come un filo rosso nel corso di tutta l’esposizione, come se gli artisti e i loro progetti si dividessero su due grandi sponde: quelli che decidono di mostrare – più o meno da vicino – i disastri di una politica che non controlla più niente e che mostra catastrofi e rovine di ogni sorta, e quelli che si lasciano ancora conquistare dalla forza della natura, dandole il compito di rappresentare una forma ordinata o poetica di resistenza. Come nel padiglione olandese in cui un’autentica tassonomia di piante, sassi, rami, conchiglie, foglie e falcetti, prodotta come da tradizione dal biologo e naturalista, rigorosamente in minuscolo, herman de vries, lascia letteralmente cullati e ipnotizzati. Ma è soprattutto nel padiglione francese che la natura torna in forma di fiaba, di consolazione, di oasi in cui si piomba inavvertitamente. Revolutions di Celeste Boursier-Mougenot mette al centro un pino marittimo semovente, con blocco di terra e radici che sbucano alla base. Inavvertitamente l’albero si sposta nel salone centrale, emettendo un suono impercettibile che deriva dal fruscio dei rami, mentre a fianco, su tre lati, nelle sale laterali i visitatori sono invitati a sdraiarsi su comodissimi e lunghi divani per osservare e percepire l’incidere lentissimo dell’arbusto/bulbo. Ed è ancora un albero, quello di Robert Smithson artista-filosofo-scrittore americano, legato alla terra, quello che ci obbliga a sostenere due sentimenti opposti: ammirazione e sgomento. Si tratta di un albero di dieci metri che sta seccando sotto i nostri occhi, sdraiato a terra ha degli specchi fra i rami. Forse dovremmo provare a guardare lì dentro, a riflettere sulla nostra immagine passando, dentro quell’albero monumento che nonostante le radici tagliate sembra non voler morire.
La 56a Biennale di Venezia – All the World’s Futures – è un’immersione totale nel presente. È un bagno nel cemento, nei commerci, nella finanza virtuale. Odora dei sacchi di juta del ghanese Ibraim Mahama che ha rivestito il lunghissimo corridoio esterno dell’Arsenale, creando uno spiazzamento percettivo, con rumori attutiti e memorie di spezie. Ma odora anche della tecnologia di diecimila fototessere a cristalli liquidi assemblate da Kutlug Ataman che, realizzando un’onda visiva sospesa, ha assemblato i volti di tutti coloro che hanno avuto contatti con il filantropo turco Sabanci. E odora di motoseghe appese al soffitto da Monica Bonvicini che grondano gomma liquida nera. LEGGI >
La 56° Biennale di Venezia offre delle perle da ricercare con dedizione e da esplorare come un investigatore olistico. A Palazzo Malipiero un lavoro dedicato, uno spazio che ospita una narrazione intensa, un palco di un teatro nel quale salire e ascoltare, installazioni video da assorbire e comprendere, teche da archiviazione scientifica in cui oggetti inquietanti e documenti secretati sono custoditi e svelati, per un racconto politico costellato di “ismi” e ingiustizia sociale. LEGGI >
In genetica, la legge della dominanza formula il rapporto che intercorre tra i diversi alleli e il modo con cui essi determinano il fenotipo, le caratteristiche connotanti, osservabili, di un individuo. Essa riguarda, in particolare, il rapporto di dominanza facile (o completa) secondo cui i vari alleli, ciascuno dei due o più stati alternativi di un gene, possono essere distinti in dominanti e recessivi. Si tratta dunque di una legge che regola le trasmissioni che intercorrono tra i caratteri genetici e le manifestazione fenomeniche, esteriori determinate dai caratteri dominanti. LEGGI >
L’infranto, le rovine, la catastrofe, che Benjamin vedeva nell’Angelus Novus (1920) di Klee, li troviamo tutti alla Biennale di Enwezor. Anche l’altro leitmotiv del curatore, il Capitale di Marx, trasposto dagli artisti – Isaac Julien, Olaf Nicolai e Manuel Reinartz, Hans Haacke, Samson Kambalu… – o recitato al Padiglione centrale, ha la sua ancora di salvataggio nel passato. Ma il progresso, la tempesta che spira, dov’è? Dove sono gli All the World’s Futures? In Klee il futuro che attrae l’angelo sta nel punto di fuga del quadro, coincide con la profondità dell’immagine. Qui di futuri se ne godono pochi, la profondità è fosca. LEGGI >
* Per la seconda parte di questo speciale appuntamento a sabato 6 giugno.
Suggestioni da “Coefore e Eumenidi” di D. Salvo con Piera Degli Esposti e Elisabetta Pozzi
Ho in questi giorni assistito al teatro greco di Siracusa alla rappresentazione di Coefore-Eumenidi.
Le due tragedie di Eschilo, dal 458 a.c., narrano, come e’ noto, la vicenda di Oreste che, per vendicare la morte del padre Agamennone, uccide la sua assassina, la madre Clitennestra , viene poi perseguitato dalle Erinni, e salvato da Atena che trasforma le Erinni in dee benevole, Eumenidi.
Sapevo che in questi testi si legge il passaggio dalla società matriarcale, fondata sull’emotività femminile, allo stato di diritto, regolato dalla ragione e dalle regole patriarcali attraverso l’istituzione , da parte di Atena del tribunale dell’Areopago.
Lo spettacolo di Daniele Salvo e l’incontro con Piera degli Esposti ,Atena, e Elisabetta Pozzi, Clitennestra, mi hanno comunicato una diversa energia e apertura.
Daniele Salvo ha affermato “Atena..istituisce il primo tribunale della storia e sceglie come giudici i migliori tra i cittadini. Costoro nel nostro spettacolo saranno uomini e donne molto giovani: e’ una cosa da sottolineare in un paese in cui la gioventù è spesso considerata una colpa:Atena rappresenta la saggezza, la mediazione, la capacità di risolvere pacificamente i conflitti “.
Piera Degli Esposti, nei giorni precedenti le elezioni, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook la sua immagine con l’armatura e lo scettro dorato della dea, ha scritto:” Mancano pochi giorni alle elezioni. Afferra l’elmo della giustizia” e ha manifestato il desiderio forte di diffondere questo messaggio di forza e giustizia di donne.
Subito ho pensato a Federica Giardini e a “Sensibili guerriere”,nato nel 2011 dallo studio e riflessione collettiva sulla forza, anche fisica, delle donne e , in questa prospettiva, condivido la suggestione che ho incontrato a Siracusa alla messa in scena della forza femminile (Atena, Coefore, Erinni, Eumenidi) come creatrice di un mondo diverso, attraverso relazioni e saperi che tengono conto dell’esperienza.
Nello spettacolo, alla vertigine della musica e delle danze ,si aggiungono le parole di Peithò, la Persuasione, con cui Atena riesce a trasformare l’ira delle Erinni:
Ho ottenuto il successo:
legare spietate,
possenti creature divine ad Atene.
È loro campo fatale reggere
l’universo umano: chi non ebbe mai caso
d’incrociarle rabbiose, ignora
la fonte dei colpi che devastano la vita.
(Coe., 928-934)
in benedizione che nutre e cura il mondo.
perché venerazione e rispetto avrai abitando con me:
e di questa terra grande le primizie ancora otterrai,
come sacrifici per i figli e per i riti nuziali
e sempre questo consiglio loderai.
(Eumenidi 750-753).
Nella scena finale giovani donne vestite di bianco, emanazione di Atena, che resta sullo sfondo, abbraccioano le Erinni nere e scarmigliate e si fondono in soggetti nuovi, avvolti da drappi rossi, mentre al centro della scena sta una giovane donna con un bambino in braccio.
La nuova cultura supera la scure di Clitennestra, la violenza cieca che perpetua il dolore, ma conserva in se’ , elemento costitutivo, l’ira delle Erinni, che restano indomite e insubordinate, espressione ineludibile della rabbia di chi ha subito oltraggio.
L’esperienza con le donne che hanno subito violenza insegna che non può esserci giustizia se si nega la rabbia di chi ha subito oltraggio; per dare ascolto alle persone nella loro interezza, la giustizia tiene conto delle emozioni, anche violente. L’ira delle Erinni si trasforma in forza creativa, diversa dalla brutalità ,e attraverso la parola supera la legge del taglione e della vendetta per una giustizia riparativa, che ricostruisce relazione tra chi ha commesso e chi ha subito il torto .
In questo senso più che di giudizio o perdono, la parola chiave della giustizia femminile è misericordia (cfr. Fiorella Cagnoni “Scuola estiva della differenza” 2012) , che si pratica nella relazione e nella narrazione. La frequentazione della letteratura, osserva la filosofa Martha Nussbaum, stimola quella capacità di “pensiero posizionale cioè di immedesimazione nel prossimo che è innata in ogni essere umano e che è alla base dell’empatia: una capacità essenziale per poter raggiungere, o almeno perseguire, nel lavoro quotidiano del giurista, quel delicatissimo equilibrio tra apertura alla specificità e irripetibilità di ogni singolo caso concreto e necessaria applicazione di norme e categorie generali e astratte, che solo può consentire di dare veramente “a ciascuno il suo”.
Infine, l’apertura alla narrazione delle vittime, ma anche dei perpetratori e l’impostazione dialogica che questa porta con sé è fondamentale in molte forme di alternative dispute resolution, e in primo luogo nella pratica della giustizia riparativa: un modello innovativo di soluzione dei conflitti che ha ispirato esperienze fondamentali come la Truth and Reconciliation Commission nel Sudafrica del dopo apartheid e che raccoglie il crescente interesse di vari legislatori nazionali e delle stesse Nazioni Unite.
Se le tragedie di Eschilo hanno un indubbio connotato misogino (Atena, figlia di solo padre), lo spettacolo di Siracusa e le sue interpreti hanno dato una rappresentazione aperta alla cultura delle donne, corpi e menti che danzano, una cultura che comprende, come elemento ineludibile, l’amore per le forze ctonie, figlie della notte, insieme alla terra feconda, ai saperi delle emozioni,alla vita.