• Women out of Joint – Dopo Hegel, su cosa sputiamo?  e-book a cura di IAPh-Italia, edizioni La Galleria Nazionale

    Women out of Joint – Dopo Hegel, su cosa sputiamo? e-book a cura di IAPh-Italia, edizioni La Galleria Nazionale

    Nella cornice del Festival WOOJ – Women Out of Joint organizzato dalla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, il gruppo di ricerca nato attorno ai testi di Carla Lonzi e di Rivolta Femminile ha contribuito supportando la call Dopo Hegel, su cosa Sputiamo?”.

    Molte e molti hanno risposto inviando brevi contributi che sono stati selezionati e pubblicati in e-book nella sezione  Appunti per un atlante dei gesti del XXI secolocorredati dai testi e dalla curatela della Redazione di IAPh Italia, Giada Ferraglioni, Sara Pierallini e Isabella Pinto, per le edizioni di “La Galleria Nazionale”.

    Con la collaborazione di Federica Giardini, Ilaria Bussoni, La Galleria Nazionale,  IAPh-Italia, Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, e l’Istituto italo-latinoamericano (IILA), da oggi è possibile scaricare il libro in formato e-book in free download direttamente dalla pagina del festival Women out of Joint: il femminismo è la mia festa.

    con i testi di (in ordine di apparizione): Cecilia Milza, Nadia Rosero, Maria Teresa Sammurgo, Emanuela Gioia, Sara Pierallini, Cecilia Beretta, Rosanna Marcodoppido, Paola Menganti, Melania Mieli (Non una di meno – Roma), Maria Ausilia Binda e Daniela Pietta, Fabio Ranzolin, Valentina Faloni, Flavia Cidonio, Elena Ulivieri, Allison Grimaldi-Donahue, Giada Ferraglioni, Jonida Prifti, Fiona May Laugharn, Giulia Tomasselli, Giuseppe Molica e Claudio Kulesko, Rocio Esquivel, Julieta Obiols, Paper Ester Gonzalez, Maddalena Fragnito (#stregate #macao), Vittoria Gravina, Nicole Trigg, Nicolas Martino, Marco Battaglia, Cristina Leo, Paola Guazzo, Marianna Lunardini, Lucia Concetta Vincelli, Carla Subrizi, Valentina Greco, Elena Ascione, Martina Millefiorini, #luchanonsivende

     

     Se sputare ha significato prendere una posizione di rottura della norma patriarcale, oggi quale senso assume la riproposizione del gesto conflittuale annunciato nel testo Sputiamo su Hegel?
    Un gesto ancora contro, ma forte di un antagonismo creativo che agisce a favore di collettività che lottano per rovesciare le norme dell’ inibizione singolare. Se rivolta rimane sinonimo di liberazione, disobbedire è un atto d’amore che va ripreso e proseguito.

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    Dopo Hegel, su cosa sputiamo?

    Sommario

    Dopo Hegel, su cosa sputiamo?
    Introduzione

    Quel che resta di un gesto
    Redazione IAPh – Giada Ferraglioni, Sara Pierallini, Isabella Pinto

    • Disertare la norma patriarcale
      Redazione IAPh
    • Conflitto e creazione. Su un altro piano
      Federica Giardini
    • Al crocevia
      Giada Ferraglioni
    • Le veneri in gabbia
      Emanuela Gioia
    • Fuori dal binarismo di genere
      Sara Pierallini
    • Ossessionata, vivo
      Isabella Pinto

    Appunti per un atlante dei gesti del XXI secolo
    Testi call

     

     

  • LIBERE DI NARRARCI. Prevenire la violenza con una narrazione femminista e transfemminista

    LIBERE DI NARRARCI. Prevenire la violenza con una narrazione femminista e transfemminista

    I media svolgono un ruolo strategico nell’alimentare o contrastare la violenza maschile contro le donne. La narrazione mediatica della violenza informa la percezione collettiva, spesso interagendo anche con i meccanismi giudiziari, come denunciato da donne resistenti alla violenza che sono state ri-vittimizzate, violate e screditate dalle narrazioni mediatiche.
    La centralità dei media è stata assunta anche dalla Convenzione di Istanbul del 2011, che disciplina la “partecipazione dei mass media” (Art.17), sollecitandoli ad adoperarsi per prevenire la violenza contro le donne. Riguardano i mass media anche le raccomandazioni rivolte all’Italia nel 2011 dal Cedaw (il Comitato per l’applicazione della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, ratificata dall’Italia nel 1985) e nel 2013 dalla Special Rapporteur dell’Onu Rashida Manjoo: formazione dei professionisti dei media, rappresentazioni non stereotipate delle donne, sensibilizzazione sui loro diritti come strumenti per contrastare la violenza maschile.
    I documenti citati condividono alcuni limiti: una definizione di donna “essenzialista”, una visione eteronormativa della realtà sociale che trascura le violenze contro soggettività LGBT*QIA+, la mancanza di una prospettiva intersezionale, in cui al genere si intrecciano anche classe, origine, età e (dis)abilità.
    Questo piano vuole realizzare una trasformazione femminista di logiche, politiche, estetiche e retoriche mediatiche della violenza contro le donne e di genere, proponendosi come strumento utile a tutte le operatrici e gli operatori della comunicazione, con l’obiettivo che i media italiani non siano più espressione e veicolo di narrazioni tossiche e sessiste che riproducono una cultura di violenza diffusa.
    Per questo vogliamo eliminare tutte le forme di lavoro sottopagato, sommerso e sfruttato delle lavoratrici e dei lavoratori della comunicazione: le narrazioni tossiche sono dovute infatti anche alla ricattabilità di chi lavora nel settore, oltre che alla mancanza di formazione.

    Linee guida per una narrazione non sessista
    I principi qui espressi confluiranno in una carta deontologica che sarebbe auspicabile venisse adottata dall’intero sistema informativo e mediatico.
    • La violenza è strutturale e come tale deve essere raccontata: occorre evitare di presentarla come emergenza o di trattare i fatti di cronaca come episodi privi di legami fra loro, dovuti a circostanze peculiari e fattori individuali.
    • La violenza nasce dalla disparità di potere ed è strettamente connessa alla cancellazione sistematica delle donne e dei soggetti non conformi alle norme di genere: occorre promuovere un uso consapevole del linguaggio che sia rispettoso dei generi e che restituisca la storia delle donne.
    • La violenza non è amore: occorre riconoscere la cultura sessista alla base della violenza smettendo di parlare di raptus, gelosia, delitto passionale, sovvertendo il frame dell’amore romantico e del conflitto di coppia.
    • La violenza è trasversale: è importante dare spazio a tutte le tipologie di violenza patriarcale/eterosessista, evitando di concentrarsi sulle forme ritenute più “notiziabili”, perché eclatanti, come il femminicidio, o perché rappresentate come scabrose, come gli abusi sessuali.
    • La violenza non riguarda gli altri: evitiamo di esorcizzarla raccontandola come agita da uomini che appartengono ad altre, e più “primitive”, culture, ad ambienti “degradati”, perché ciò crea allarme sociale e una percezione distorta del fenomeno, strumentalizzandolo in chiave razzista, repressiva e securitaria.
    • La violenza avviene principalmente in famiglia e nelle relazioni di prossimità: è necessario sovvertire la logica per cui fanno più notizia le aggressioni nella sfera pubblica per mano di sconosciuti, la stessa per cui serie TV, film e prodotti fictional alimentano il mito del pericolo che viene da “fuori”
    • La violenza avviene anche nella sfera pubblica: però si tratta più spesso di illuminati luoghi di lavoro, sale parto e centri di identificazione e espulsione che non di buie strade cittadine.
    • La violenza non è spettacolo: è necessario, soprattutto per i media visivi, evitare di normalizzarla, estetizzarla o feticizzarla trasformando corpi vessati e cadaveri in oggetto di contemplazione (erotica).
    • Le donne al centro: occorre fare riferimento a CAV e associazioni femministe come fonti principali di informazione, seguendo modalità rispettose nell’interazione con donne che hanno subito violenza.
    • Le donne non sono vittime passive, predestinate, isolate: bisogna evitare di riprodurre lo stereotipo vittimizzante e promuovere invece il racconto di donne resistenti contro la violenza, di reti di solidarietà transfemministe.
    • Chi subisce violenza di genere non ne è mai responsabile: va evitata qualsiasi forma di “rivittimizzazione”, ad esempio insinuazioni sull’incapacità di sottrarsi a una relazione violenta o sulla vittima/sopravvissuta che “se l’è cercata”, per via di condotte “imprudenti” (che disciplinano i soggetti femminili e ne limitano l’autodeterminazione).
    • La violenza non divide tra “donne per bene” e “donne per male”: dipingerla come rischio cui sono più esposte donne che si prostituiscono, persone dalle identità sessuali “non conformi” o semplicemente donne non in linea con la femminilità normativa significa, di nuovo, rivittimizzare e disciplinare chi ha subito la violenza.
    • Gli uomini che agiscono violenza non sono mostri, belve, pazzi, depressi: occorre evitare la patologizzazione dell’uomo violento, che ancora una volta individualizza il fenomeno e deresponsabilizza l’autore di un delitto o di una violenza.

  • Seminario Lineamenti – Azioni e Visioni – Pina Nuzzo: donna, femminista, artista

    18 Dicembre 2015, IAPh Italia

    Donna, femminista e artista

    Pina Nuzzo

     

     Sul mio blog https://pinanuzzo.wordpress.com/ e sulla pagina Fb ho scritto: “Ho due passioni: l’arte e la politica. Spesso si intrecciano e si attraggono, a volte si respingono per reciproca tutela”. Forse dovrei essere più precisa e dire per quanto riguarda l’arte: non posso fare a meno di dipingere, è una necessità. E per quanto riguarda la politica: ho necessità del rapporto con le donne, senza mi perdo.

     Non è stato sempre così, non ho avuto sempre questa chiarezza. Ci sono arrivata per approssimazione, ci sono state pause, accelerazioni, passaggi in cui è stato fondamentale il confronto con altre donne. E non sono state artiste, come si potrebbe pensare, ma donne con cui facevo politica, da loro mi sono venute le domande che mi hanno permesso di pensarmi artista, non solo di dipingere.

    Forse proprio per questo Marisa Forcina mi ha chiesto un contributo sulle relazioni nell’arte per la scuola della differenza di quest’anno. Già nel 2003, in quella stessa scuola, sempre sollecitata da lei, ho raccontato i passaggi che mi hanno permesso di dire: io sono un’artista.

     

    Quando ho incontrato l’Udi

    “Tanti anni fa, ormai, quando ho incontrato l’Udi, non sapevo che stavo facendo un investimento vantaggioso per la mia arte Mi sembrava, più semplicemente, di seguire lo spirito del tempo e le inquietudini della mia generazione partecipando di quell’evento straordinario che è stato il femminismo. […] Non era bastata la naturale predisposizione, né un corso all’accademia a fare di me una pittrice. Ho avuto bisogno di un contesto in cui pensarmi, di uno spazio e di un tempo che potessi governare. Quello che l’artista vede, la visione, non nasce dalla sua genialità ma dalla sua partecipazione, dal suo fare parte di una socialità che prevede o addirittura esige che egli si esprima. La qualità del suo lavoro, il giudizio sulle sue opere è un problema diverso e successivo: l’essenziale è potersi definire artista. La socialità femminile non ha ancora messo in conto la necessità di avere nel mondo un segno femminile autonomo. E tuttavia le donne sono diventate simbolicamente le mie committenti. Le mie sostenitrici e nei fatti le mie acquirenti.” (Arte e politica, dalla singolarità alla comunità https://pinanuzzo.wordpress.com/scritti/miei-scritti/arte-e-politica-dalla-singolarita-alla-comunita/)

    Le relazioni politiche mi hanno offerto tante occasioni, ciascuna meriterebbe un discorso a parte, mi soffermo su un’iniziativa promossa dalla rivista Dwf presso la Sala Mozzoni di Roma nel 1988, il mio segno il mio luogo, conversazione con le artiste: Elena Montessori, Cloti Ricciardi, Marilù Eustachio, Giovanna De Santis e io. Nell’introdurre Vania Chiurlotto chiede a tutte noi: attraverso quali processi una donna si assume la responsabilità di definirsi artista? Una donna che assume la titolarità di artista pone in modo forte la propria soggettività in un mondo che non la prevede: il legame con il proprio sesso costituisce un referente significativo, oppure deve considerarsi inessenziale rispetto al proprio porsi di artista?

    Domande che mi lasciarono senza fiato; rispondere voleva dire nominare il senso che ha la pittura per me che sono una donna. Ho continuato a rispondere a quelle domande negli anni, ma in quell’occasione fu particolarmente difficile perché nella sala erano esposti i miei quadri. E c’erano donne il cui giudizio contava molto per me: Elena Gentili e Simonetta Spinelli, Cloti Ricciardi, artista già affermata, la stessa Vania. Conservo le cassette di quell’incontro che non ho mai ascoltato. (prima o poi lo farò).

    Qualche tempo fa ho trovato un’intervista del 2007 fatta da Valeria Trigo a Cloti che riassume lo spirito del tempo.

    Valeria: “Nel suo lavoro, arte e femminismo sono legati a doppio filo. Come è nato questo connubio?”

    Cloti: “Quando ho iniziato, avevo uno studio a via della Stelletta, vicino a quello di Mario Ceroli. Lì ho conosciuto Renato Mambor, Cesare Tacchi, tutti artisti straordinari, ma frequentandoli mi sono accorta che funzionavano solo tra di loro.”

    Valeria: “È così che ha scoperto il femminismo?”

    Cloti: “Sì, proprio quando mi rendevo conto che nell’arte le donne erano una minoranza anomala, un’amica che viveva a Londra iniziava a parlarmi del movimento. Subito mi sono interessata e, se ci penso, il femminismo è stata la più bella opera d’arte in assoluto del secolo scorso. Ha anticipato tante forme e ha ridato a noi donne la gioia di sorridere».

    L’affermazione il femminismo è stata la più bella opera d’arte in assoluto del secolo scorso” è vera, soprattutto se si guarda al femminismo con gli occhi di oggi, allora non ce ne rendevamo conto, almeno non tutte. Sapevo però che il vincolo stabilito con altre donne aveva introdotto nella mia vita una frattura che non si sarebbe più ricomposta nei confronti delle ritualità familiari e parentali. Questo ha modificato la percezione che avevo di me e del mio corpo. Non galleggiavo più nel vuoto, avevo uno spazio dove raccontarmi; nell’Udi, ma più complessivamente nei luoghi del femminismo, ho imparato che pensare e prendere la parola non sono necessariamente collegati alla cultura scolastica, ma alla propria esperienza.

     

    Quando ho incontrato il pensiero della differenza

     Nel 1987 la libreria delle donne di Milano pubblica “non credere di avere dei diritti“ http://www.libreriadelledonne.it/pubblicazioni/non-credere-di-avere-dei-diritti/ con un effetto dirompente per la politica delle donne. Per tante di noi si apre un periodo fatto di viaggi e di spostamenti, in tutti i sensi. Ho attraversato l’Italia più volte per andare nei luoghi deputati in cui le esponenti più autorevoli del pensiero della differenza sessuale tenevano incontri e seminari: lì capitava di incontrarsi, di commentare i testi che andavamo studiando avidamente e di appassionarsi a quella lettura del mondo e dei rapporti tra donne. Penso alla genealogia, alla disparità, all’autorità femminile, all’affidamento, alla relazione duale, alla madre simbolica … che ci facevano decodificare in modo diverso la storia e i rapporti che avevamo alle spalle, ma anche quelli che stavamo vivendo. Non posso qui soffermarmi sullo sconvolgimento che questa specie di nomadismo ha comportato: certo insieme all’arricchimento ha avuto come conseguenza l’esplicitazione di molti conflitti.

    Per la mia arte fu, invece, rivelatore un libro di Luisa Muraro, pubblicato nel 1985, letto sull’onda del dibattito in corso: Guglielma e Maifreda, storia di un’eresia femminista, in cui si racconta “la nascita di una comunità religiosa di uomini e donne, popolani, borghesi, mercanti e aristocratici, riuniti attorno alla figura di Guglielma, attiva a Milano nella seconda metà del duecento e sepolta a Chiaravalle come una santa. La comunità prosperò poi sotto la guida di Maifreda da Pirovano, ma terminò con un processo dell’Inquisizione e roghi accesi in Piazza della Vetra”.

    http://www.libreriadelledonne.it/wp-content/uploads/2015/01/Guglielma_e_Maifreda_Luisa_Muraro.pdf

    Rimango folgorata dalla storia e dalla presenza di una terza donna: Adelina Crimella. Sento l’urgenza di scrivere, ho bisogno di fermare il pensiero.

     “La scrittura di Luisa Muraro mi ha consentito di cogliere, attraverso la passione di Guglielma e Maifreda nel significare in modo emblematico il proprio sesso, la sua passione e quindi di situare nel libro il luogo di origine di alcune parole chiave. In Guglielma «mente e corpo di donna» che sa e si sceglie, e in Maifreda che sceglie di sapere attraverso l’altra ho trovato il principio. Guglielma e Maifreda sono la relazione.

    Adelina Crimella è lo sguardo che la nomina e la rappresenta.

    La donna, seguace della suora e della religione di entrambe, nel riferire all’inquisitore parole importanti che Maifreda ha pronunciato durante un pranzo ai fedeli guglielmiti, non può fare a meno di descrivere il suo atteggiamento: «sedendo su un letto, rovesciò le maniche della tunica e le sollevò fino al gomito e dopo essersi aggiustata le vesti con cura, disse ai presenti con grande spirito e in modo che tutti potessero udire… ». Ecco il gesto, quello che ferma il tempo, definisce lo spazio e diventa rappresentazione. Adelina, che ascolta e osserva, conosce il cerimoniale del corpo di Maifreda, ne riconosce la sacralità e sa nominarla. Dal suo sguardo nasce un rituale che si sostanzia della consapevolezza di Maifreda di avere un corpo di donna, che esprime con suoi gesti e sue forme la compostezza di cui necessita per mostrarsi.

    Io che dipingo, attraverso lo sguardo di una donna su un’altra, ho saputo, a mia volta, dove guardare. La scrittura mi ha indicato un punto di vista”.

    (TRA/ME https://pinanuzzo.wordpress.com/scritti/miei-scritti/trame/)

    Il libro risuona in me perché in quel periodo frequento un gruppo chiuso, di affinità, si chiamava Cipango, dove avevo cominciato a riflettere con alcune sul significato dei gesti tra donne e la loro rappresentazione nella pittura. Capisco che per modificare le regole della rappresentazione nell’arte non basta la singola donna, con il suo parziale valore e la sua parziale potenza, ma lo scambio, il passaggio da un corpo ad un corpo che si conosce, che si riconosce simile.

     Invio il mio scritto all’Associazione Sofonisba Anguissola di Bologna che lo pubblica su Percorsi di navigazione 2 – Le cose che accadono – 1990, rivista a cui collabora anche la Galleria delle Donne di Torino. Conosco così Milly Toja, artista e regista, Donatella Franchi artista e scrittrice. Ogni incontro ne genera altri. Accedo a luoghi dove espongo in mostre personali e collettive: la Biblioteca delle donne di Ancona, la Merlettaia di Foggia. Partecipo a nuove esperienze come la Comunità Mediterranea avviata con Maria Grazia Napolitano, Pia Marcolivio, Katia Ricci critica dell’arte e con un gruppo di donne di Pescara, tra cui la pittrice Helvia Gianantoni. Insieme a lei e alcune altre organizziamo una mostra a Pescara.

    Nel 1997 il Circolo la Rosa di Verona mi regala l’esaltante esperienza del Decumano secondo Veronamerica https://pinanuzzo.wordpress.com/mostre/veronaamerica-1997/

    “Vie, cortili, piazzole, gallerie, nicchie accoglienti si aprono sul Decumano Secondo per offrire un saggio sulle novità d’arte contemporanea con pittrici e scultrici veronesi e italiane e, per la prima volta il Gruppo Gorilla Girls che mette in braccio alla Vergine Maria un fantoccio d’umanità.”

     

    Sintonia

    A questo punto della mia vita la ricerca politica comincia ad andare di pari passo con quella artistica. Sono sempre nell’Udi che ha già azzerato la sua organizzazione per liberare l’Associazione da una struttura conformata su modelli maschili. Mi spendo nella sperimentazione di nuove forme politiche.

    Il pensiero della differenza è diventato una sorta di spartiacque nei rapporti, a prescindere dalle pratiche e dalle storie personali e amicali. Quel pensiero ha contagiato anche la mia ricerca, ma ne ho avvertito anche i limiti. Uno era il carattere totalizzante, in contraddizione con la conquista di soggettività faticosamente raggiunta attraverso il percorso che stavo facendo nell’Udi, l’altro l’espulsione del corpo.

    Era già il tempo del rifiuto degli stereotipi, delle figure sociali proprie dell’ordine patriarcale, che non a caso avevamo combattuto (un esempio per tutti le parole che avevamo gridato nei cortei “non più puttane non più madonne, solo donne”).  Avevamo bisogno di dare un senso e una rappresentazione della nostra libertà e del corpo che essa produce.

    Quel pensiero, riconducendo tutto all’ordine simbolico della madre, non si poneva la domanda e non mi dava risposte. Quell’interrogazione sul senso del corpo, inteso non soltanto come sessualità ma complessivamente come materialità e come rappresentazione di me stessa e del mio genere, non poteva per me essere risolta da uno spostamento simbolico che avveniva sul piano di un solo linguaggio: la parola, in presenza o scritta. Così come, d’altra parte, non poteva essere soddisfatta da una pratica, come quella dell’Udi, che poco si soffermava sul significato delle diverse forme politiche che veniva via via producendo, confinandole nell’organizzativo.

    Sono sempre stata attenta al linguaggio delle immagini e del loro significato. Non solo perché le produco, ma perché, proprio la spregiudicatezza che mi è venuta dalla politica, mi ha fatto guardare alla produzione artistica, che è patriarcale nella sua essenza, e mi ha permesso di vederne tutta la potenza simbolica. Pensiamo a quanto la grande arte dei secoli passati abbia contribuito alla fondazione del potere religioso e di quello politico, a dare una rappresentazione dei rapporti sociali e di genere, alla quale nessuno e nessuna di noi si può sottrarre, sia che si tratti della Cappella Sistina che dell’ultimo dei santini di devozione. Pensiamo ai segni della sovranità, come anche ai simboli delle grandi formazioni politiche: dal Sole dell’avvenire all’icona di Che Guevara.

    Niente è più soggettivo dell’arte, ma la soggettività dell’artista non potrà mai avere cittadinanza senza uno sfondo collettivo, un intreccio di relazioni e un investimento economico. Senza la consapevolezza della funzione dell’arte, le donne non avranno mai una padronanza del simbolico. Quello che dico non è così lontano dalla nostra esperienza comune: che cos’è la commozione che ci prende davanti ai vecchi manifesti, alle foto, ai filmati delle manifestazioni femministe con le loro invenzioni, se non la percezione che attraverso quelle immagini comunichiamo il senso di noi stesse e della nostra storia? cioè produciamo il simbolico di cui abbiamo bisogno?

    Quando ho capito questo, ho anche capito che dovevo ripartire dalla mia storia politica, dalla sua parzialità e da lì, in quello spazio-tempo, cercare la mia rappresentazione. Per questo non ho mai pensato di smettere la mia attività politica e di dedicarmi solo alla pittura perché dipingere per me è una forma di conoscenza e non una professione. Anche se l’ho sempre fatto con professionalità. E che rinunciare alla politica vorrebbe dire non avere più una visione del genere femminile che vada più in là della mia storia personale. E questo sarebbe per me una sconfitta più grande che se facessi un brutto quadro.

    Dal mio racconto è evidente che per esporre ho privilegiato i luoghi di donne, con dibattiti sulla problematica delle donne artiste; in questo modo ogni mostra è stata l’occasione per conoscermi meglio attraverso lo sguardo delle altre sui miei quadri, grazie alla libertà con cui si esprimevano. Le loro parole mi davano il coraggio di osare, di sperimentare in pittura.

    Le donne sono diventate, insomma, quel riferimento che di solito, per un artista maschio, è rappresentato dal confronto con altri artisti. Tra donne artiste questo non è ancora possibile, perché prevale la paura di sentirsi sminuite e mentre per un uomo il giudizio di un altro uomo è normale, per una donna il giudizio di un’altra donna non solo è insufficiente ma può addirittura svilirla. Un’artista, quando riesce in un mondo di uomini, si sente unica, più unica di un uomo. Quel continuo rimando che gli artisti hanno messo in atto anche attraverso le diverse generazioni, e che ha prodotto arte, è sconosciuto alle donne che, anche quando emergono, sono fuori da questo scambio. Sono solo uniche e non costituiscono nessun riferimento per il proprio genere: un mondo di prototipi, senza genealogie.

     

    Per concludere, la spregiudicatezza che ho messo in atto in questi anni visitando mostre, guardando cataloghi, esercitandomi nel giudizio a prescindere dalle convenzioni della critica, ha sedimentato un pensiero sull’arte che temevo fosse solo mio. Fino a quando non ho cominciato a trovare conferme negli scritti di studiose e critiche, italiane e straniere. Ma anche negli scritti di artiste che con grande tenacia ho rintracciato, scoprendo che queste donne ci hanno lasciato – oltre alle loro opere – testimonianza della solitudine che hanno patito e che è stata occultata come insignificante più ancora delle loro opere.

    Queste ricerche mi hanno consentito di allargare il concetto di socialità femminile e di intravedere nella produzione artistica delle donne la possibilità del riconoscimento di un segno singolare che non lascia il proprio genere fuori della porta.

    Non sto dicendo, ovviamente, che mi auguro un’arte femminista o che spero che ci siano artiste che producono opere con contenuti femministi, perché questo è la negazione dell’arte, a prescindere da chi la produce. Per questo spesso in Italia molte artiste fanno fatica a definirsi femministe, io invece non posso non pensarmi femminista e artista.

     Lo devo a me stessa e a una donna in particolare, lo devo alla Signora Cerfeda, come la chiama Marisa Forcina che di lei dice:

    “Anche la signora Cerfeda, dipinge. Ma, come dicevo all’inizio, il suo rapporto con la pittura non è mai stato ludico. Dotata di una grandissima manualità, ha lavorato per anni in quei settori denominati comunemente lavori femminile e che ancora non hanno conosciuto lo statuto dell’arte. Ricamava il tulle. Dalle sue mani uscivano i preziosi veli per le donne che andavano in chiesa col capo coperto come usava sino agli anni 60, ricamati da lei erano i veli da sposa, le acconciature per le bambine che facevano la prima comunione. Chilometri di tulle da Galatina venivano inviati in tutta la Puglia e venduti soprattutto nella grande merceria di famiglia, ubicata sulla via principale del paese e gestita dalla cognata. Lei, però, rimaneva l’anonima e invisibile autrice, capace in un solo giorno di produrre tanto da poter accendere il fuoco e cucinare la verdura con i resti inservibili del tulle. Poi c’erano le scadenze di Pasqua, Natale e il primo aprile che introduceva la primavera, con il pesce d’aprile. Per conto della tipografia Mariano, un’antica casa editrice galatinese, la signora Cerfeda, rigorosamente a mano, dipingeva migliaia di cartoncini beneauguranti, che poi venivano distribuiti dalla stessa tipografia in tutte le cartolerie del Salento. Erano tutti diversi uno dall’altro e il tratto dell’acquerello si arricchiva con luccicante polvere d’argento creando magici effetti. Ricordo quando noi bambini li andavamo a comprare prima della festa e non sapevamo mai scegliere il più bello tra tanti, dai prezzi uguali ma con incanti diversi. Poi c’erano le coperte di seta dipinte con grandi e piccoli fiori, i copripiedi, i pettinatoi e i cuscini che la pittura della signora Cerfeda rendeva preziosi. Oggi ancora, come anni fa, non ne parla con orgoglio. Sa che tutto ciò che è prodotto per il consumo in questa società non ha valore, perché viene inesorabilmente metabolizzato e non lascia traccia di sé, Questo credo intenda dire quando certe volte ripete: non è servito a niente!

    Sua figlia certamente la guardava, quella instancabile lavoratrice, che dell’arte e del dipingere nutriva la sua esistenza, la guardava e ne riconosceva il valore, ma intuiva anche che la società doveva fare lunghi passi prima che l’arte di una donna fosse universalmente riconosciuta e le fosse tributato il dovuto valore.

    C’era da fare una rivoluzione politica perché tutto questo avvenisse. Pina ha intrapreso ormai da anni questa strada. Quando lei si definisce come una donna che fa politica non credo che voglia rendere visibile il suo lavoro e la sua presenza nell’Udi che è il luogo politico che lei frequenta, ma proprio questo suo personalissimo percorso che ha alle spalle e che la sostiene nel suo lavoro di pittrice alla ricerca di una cultura differente, per un mondo in cui vivere meglio e dove nessuna donna possa mai dire: non è servito a niente…

    Molto lo deve a sua madre che le ha dato autorizzazione simbolica ad essere se stessa in questo non scontato percorso. La sua gratitudine e il suo gesto politico di figlia è riuscita a compierlo, ancora una volta, dipingendo: ha messo l’arte di sua madre in un suo quadro. Un quadro nel quadro. Bisognerebbe vederlo”.

    (Marisa Forcina, sul dipingere di Pina Nuzzo https://pinanuzzo.wordpress.com/scritti/scritti-note-e-commenti/marisa-forcina-sul-dipingere-di-pina-nuzzo/ )