• La forza della Guerriera di giada

    La forza della Guerriera di giada

    [Recensione del volume di Alessandra Chiricosta, Un altro genere di forza, a cura di Isabella Pinto, apparsa su “Leggendaria – La natura delle streghe”, n. 140, 2020, pp. 50-52]

    Seguendo i cinque movimenti della Medicina tradizionale cinese Chiricosta
    elabora un femminile potente eppure non subalterno all’idea della forza muscolare virile cara al patriarcato. Un testo che inaugura una nuova modalità di pensiero: partire dalle pratiche per passare dalle teorie e tornare alle pratiche

    In Technologies of Gender (1987), Teresa de Lauretis mostra come il narratore di Se una notte d’inverno un viaggiatore derida la figura di Lotaria e delle sue compagne – al contempo donne che non si acquietano nel ruolo di semplice Lettrice, pretendendo di scrivere e addirittura fare critica letteraria, e topos calviniano che riporta alla figura delle Amazzoni –, individuando in quell’ironia l’accezione negativa di donna virago, una donna non-donna che è tale perché vuole essere simile all’uomo, e per questo perde tutte le caratteristiche che la includono nel femminile disegnato dalle culture patriarcali. Temi e figure attorno a cui ruota anche Un altro genere di forza di Alessandra Chiricosta, un volume organizzato seguendo i cinque movimenti della teoria dei wu xing della Medicina Tradizionale Cinese – Acqua, Legno, Fuoco, Terra, Metallo –, in cui la studiosa decostruisce il concetto di forza, tradizionalmente identificato con la violenza e la forza muscolare virile, posto in opposizione dicotomica con le mulieres, esseri molli, deboli, soggiogati e disponibili.

    L’Acqua e il Legno
    Il primo incontro è con il Movimento dell’Acqua: «Nel corpo umano, rappresenta l’eredità delle generazioni precedenti che scorre in noi […] e, come inizio di ogni nuovo ciclo, le esperienze pregresse, che hanno formato ciò che in questo momento ci troviamo a essere» (p. 28). Un movimento che ritroviamo nell’attualizzazione del gesto di Simone Weil, attraverso cui Chiricosta smonta la narrazione dell’Iliade, criticando la concezione originaria della forza, del tutto schiacciata sulla violenza del telos e della Ragion di Stato. Addomesticata secondo la dicotomia maternità e valore combattente, la donna viene esclusa dalla soggettività culturale piena, al pari della natura e degli stranieri (p. 37). Ecco il senso dell’Amazomachia scolpita sulla metope del Partenone di Atene, ovvero fondare culturalmente l’esclusione delle donne combattenti tanto dalla polis quanto dall’essere donna. D’altronde, attraverso Weil e il suo spinozismo, Chiricosta rilegge creativamente la forza raccontata dall’Iliade secondo la doppia direzione della gravità e della grazia, elementi che, in chiave daoista, possono essere associati alla forza abissale dell’Acqua, mai disgiunta dalla forza lucente, erotica e sessuale, del Fuoco. In questo modo la forza diviene movimento impersonale e ciclico, che quando si lega alla violenza è spesso caratterizzata dalla dismisura e dal dominio (p. 52). Decolonizzando Weil, Chiricosta fa notare come la legge geometrica che punisce l’abuso della forza, già oggetto di meditazione per i greci, provenisse probabilmente dal concetto di karma delle filosofie dell’Asia meridionale, orientale e sudorientale (p. 53), ribaltando così la filiazione eurocentrica stabilita dalla filosofa francese.
    Il secondo movimento è il verdeggiare del Legno, forza di auto-accrescimento fino al suo giusto limite. Secondo la Medicina tradizionale cinese, questo movimento scorre nel canale del Fegato e della Vescica Bilare, innervando forze di difesa e inaugurando il movimento di espansione. Chiricosta torna sulla figura delle Amazzoni, intrecciando Weil, Angela Putino e Lina Mangiacapre, per passare dal momento decostruttivo e per certi versi ancora dialettico della prima, all’eterogenesi della smarginatura del logos nel mythos – di segno femminista e meridiano – delle seconde. Chiricosta rilegge la scena dell’Iliade in cui i Greci e i Troiani sono schierati in opposizione dicotomica e binaria sul campo di battaglia, con l’urgenza di mostrare come la forza spiraliforme e nomadica delle Amazzoni sia l’imprevisto e l’inaddomesticato accaduto durante la guerra di Troia. In un’ottica femminista naturculturale, il piano mitico e quello storico si fondono, permettendo una lettura della forza delle Amazzoni che sta né con i Troiani né con i Greci. Di conseguenza il corpo situato, sessuato e incarnato diventa l’elemento attraverso cui pensare la forza e, scalzando qualsiasi tipo di riflessione essenzialista, è possibile accedere alla figura della «donna guerriera» (p. 87), guidata dalla forza nemesiaca della «giustizia impersonale» (p. 89).
    Proseguendo su questo solco, l’autrice giunge alla figurazione di Camilla, guerriera dell’Eneide virgiliana, che mostra la forza verdeggiante – postumana – della femminilità, poiché traccia un divenire-tigre, capace di far esplodere l’opposizione tra vergine e virago e tra umano e animale. In questo groviglio vediamo emergere le donne guerriere quali soggettività non previste dall’ordine dominante, poiché sanno allinearsi a quella «forza che si concepisce come non soverchiante, ma che parte dalla spirale dell’auto-accrescimento e si manifesta come pratica liberatoria» (pp. 118-119). Nelle arti marziali questo si invera nel divenire-albero, forza al contempo ben piantata nel terreno, ma anche flessibile e mutevole nel suo sviluppo verdeggiante. Seguendo Putino, Chiricosta definisce allora la forza come «esercizio e addestramento, necessità cioè di quella sensibilità contestuale, allenata nella pratica, che fa comprendere i propri limiti e quando la forza rischia di cadere fuori di sé» (p. 128). Allo stesso tempo, grazie al romanzo di Maxine Hong Kingston, La donna guerriera (1976) – in cui due narrazioni del folklore cinese divengono figurazioni del possibile, poiché rilette dall’autrice per liberarsi dalla morsa delle forze oppressive di genere e razza –, la studiosa propone una figurazione della forza del Legno smarginando Occidente e Oriente.

    Nel Fuoco l’unità mente-cuore
    «Giunto al suo culmine, il movimento Legno si trasforma in Fuoco» (p. 146). Il movimento del Fuoco, il cui colore è il rosso, percorre il corpo inteso come unità mente-cuore. È questo il movimento che lega la forza alla sessualità, e attraverso cui Chiricosta mostra la meccanica occidentale dell’addomesticamento della sessualità amazzonica, mostruosa e perturbante. La presenza di raffigurazioni quasi pornografiche delle Amazzoni presenti nella storia della cultura occidentale testimoniano infatti come il piacere femminile del combattimento sia stato piegato in piacere feticista dell’occhio maschile, codificando il corpo combattente delle Amazzoni come opposto trasgressivo del corpo docile della moglie e della madre. Alternativamente, Chiricosta riprende Putino e Mangiacapre, dando dignità alla passione che arde la Pentesilea (1876) di Heinrich Von Kleist, ovvero dando spazio all’intreccio tra il desiderio sessuale di Pentesilea verso Achille e la passione per un altro genere di politica propria delle Amazzoni. In questo entanglement Chiricosta mostra come il divenire-donna sia una forza che investe la soggettività, facendo posto anche al conflitto. Tuttavia, la differenza tra Pentesilea e Achille, e la necessità della prima di sconfiggere il secondo, si situa nella logica della legge delle Amazzoni, la quale «non cerca la gerarchia, ma la libertà dei due. Per realizzare questo scopo, occorre sconfiggere non l’individuo in sé, ma la forza soggiogante su cui ha costruito la sua identità […]. Essere sconfitto da un’Amazzone non significa divenirne schiavo, tutt’altro: vuol dire […] liberarsi e liberare le relazioni da condizionamenti gerarchici implicati in una visione della forza virile» (p. 173). Mutatis mutandis, ecco uno strumento utile per leggere il processo femminista delle donne curde del Rojava denominato «uccisione del Maschio Alpha», ovvero «un insieme di pratiche volte alla consapevolizzazione e al superamento di tutti quei comportamenti, abitudini, habiti che costituiscono il privilegio maschile nell’organizzazione gerarchica androcentrica» (p. 175).

    Il Fuoco si trasforma in Terra
    Quando il Fuoco smette di ardere si trasforma in Terra. Chiricosta adotta il punto di vista della carnalità intelligente, senziente e connettiva, mutuato da Rosi Braidotti, per riarticolare la relazione Terra/Cosmo. L’autrice mostra così l’importanza dell’esercizio pratico per connettere la soggettività alla memoria carnale della Terra, e allo stesso tempo per costruire gli strumenti per muoversi nella Chaosmosi. Gli esempi e le figurazioni si spostano allora verso le arti marziali e la potenza combattente di corpi femminili o femminilizzati. Da Edith Garrud, che insegnò alle suffragette londinesi l’arte giapponese del Ju Jitzu, alle donne che praticarono il Wen Do, pratica nata nel 1972 in Canada in contesti femministi separatisti, in cui i percorsi delle combattenti asiatiche e marzialiste furono innestati con elementi di difesa personale. Oppure la Gulabi Gang, un’organizzazione di donne nata nel 2006 nel Nord dell’India per contrastare la violenza di genere, in cui altre donne vengono istruite nella pratica collettiva dell’uso del lathi – un lungo e flessibile bastone di legno. E ancora, il sodalizio tra le monache nepalesi della Montagna Amithaba con le monache vietnamite del monastero di Tay Thien, attraverso il desiderio delle prime di imparare dalle seconde il «Gong fu come pratica di liberazione psicofisica e politica e dove la trasmissione dell’arte è […] avvenuta tra donne, nella convinzione che istruttori di sesso maschile avrebbero causato la reiterazione di stereotipi di genere e limitato la possibilità autocoscienziale della pratica» (p. 252).
    Quinto e ultimo movimento, il Metallo incarna la forza della morte, in un moto spiraliforme senza il quale non sarebbe possibile alcun nuovo inizio. Il Metallo corre nei canali del Polmone e dell’Intestino Crasso, in un’alternanza di aria/respiro ed espulsione definitiva delle scorie dal corpo. Il Metallo è il movimento della forza della guerra, ma quale genere di guerra? Il terreno su cui si muove Chiricosta è ambiguo e non pacificato, ma ragionare sui nessi attorno a cui si snoda la violenza delle società militarizzate porta l’autrice a riflettere sulla forma attuale di thanatopolitca, capace di rifunzionalizzare l’inaddomesticato femminile nella militarizzazione, elemento del tutto in linea con la cultura occidentale, come mostra il mito di Athena (p. 284). Chiricosta trova allora maggiormente pertinente focalizzarsi, con Weil e Putino, sulla funzione guerriera al netto della guerra. Ci è impossibile qui addentrarci nello specifico di questa ricca analisi, ma basti sapere che viene mostrata la necessità di smontare la funzione dell’eroe, al quale viene concesso di agire la forza e di violare le regole poiché rappresenta il più forte, riconfermando quelle gerarchie virili per cui si configura «un modello di relazione in cui solo gli apici hanno il diritto di agire fuori dall’ordine» (p. 294). Alternativamente Chiricosta adotta la rilettura di Putino e Nicole Loraux, aprendo verso un’ambiguità che le consente di associare l’eroe alla figura della donna adolescente: «Non ancora addomesticata nelle logiche degli apparati, la giovane donna mostra la libertà di una forza verdeggiante che parla d’innumerevoli possibilità, di un destino ancora tutto da inventare» (p. 295). La funzione guerriera femminista permette allora di recidere il nesso doloroso con la funzione guerriera eroica della forza virile, per cui agire un taglio diviene liberazione e possibilità di trasformazione.

    Diversi femminismi in contatto
    Intrecciandosi con la meta(l)morfosi braidottiana e il corpo cyborg di Haraway, Chiricosta mette in primo piano lo studio delle armi da taglio articolando un’agency della materia inorganica che apre all’intreccio tra il pensiero post-secolare daoista e il modello di solidarietà femminista proposto da Talpade Mohanty. L’autrice individua così una zona di con-tatto tra diversi femminismi e ne propone un’inedita figurazione: la Guerriera-Insetto, corpo-realtà capace di agire una forza all’altezza dell’epoca dell’Antropocene. Come le guerriere tessitrici, incrocio tra l’Arakne ovidiana e la serie di movimenti del taijiquan nello stile Chen e Yang denominati «ragazza di giada che lancia la spola», da cui emerge una «tessitrice di giada che, combattendo, racconta storie con il proprio corpo. Addensa l’energia nel proprio ventre, la trasforma in seta più resistente dell’acciaio. […] Non si limita a denunciare le violenze […] che vive sulla sua – e altrui – inferiorizzazione, ma tesse modi per uscire dal dominio di quella forza e dare forma ad altro» (p. 336). Il volume di Chiricosta è dunque un libro che nasce dalle pratiche, attraversa le teorie per tornare nuovamente alle pratiche, inaugurando uno stile di pensiero che la colloca a pieno titolo nella nuova e selvaggia generazione di pensatrici femministe. Anche per questo motivo Un altro genere di forza si rivela essere una lettura indispensabile per quante e quanti vogliano esplorare e trovare strumenti utili per acquisire tutta la forza necessaria, soggettiva e collettiva, personale e politica, per agire e trasformare se stesse e il nostro inquieto presente.

    Alessandra Chircosta, Un altro genere di forza. Costruzione sociale e filosofica della debolezza del corpo femminile e del mito della forza virile, Iacobelli, Guidonia-Roma 2019, pp. 351 pagine, 18 euro. e-Pub 8,99 euro.

    https://www.iacobellieditore.it/catalogo/un-altro-genere-di-forza/
  • Rojava: la rivoluzione delle donne nella federazione democratica della Siria del Nord

    a cura di Alessia Drò

    Ripartiamo da alcuni articoli già pubblicati su Iaph Italia, per aprire una nuova rassegna su quanto in elaborazione come pratiche politiche e portato teorico nell’esperienza del Rojava. Un’esperienza di democrazia senza stato e convivenza interculturale tra popoli all’avanguardia del XXI secolo, che interroga fortemente la storia dei processi di civilizzazione occidentali e che richiama  i femminismi e le lotte delle donne di tutto il mondo a rivedere le proprie categorie politiche, a pensare e agire nuove pratiche. In un momento storico come quello che viviamo oggi, diviene importante riflettere sullo scenario attuale della guerra mondiale in corso in Medio Oriente, a partire dai possibili sviluppi insurrezionali e confederali in Iran, dopo il grave esito dittatoriale delle elezioni in Turchia e dei suoi attacchi genocidi al movimento di liberazione curdo –oggi in una fase di strenua resistenza nel cantone di Afrin. In questa pagina troverete una raccolta organica di materiali e articoli tradotti e scelti per approfondire la conoscenza della sperimentazione politica della lotta del movimento di liberazione delle donne in Kurdistan con riferimento particolare al Rojava e a quell’esperienza sociale e politica oggi sotto attacco della Federazione Democratica della Siria del Nord, nata e cresciuta all’interno del nuovo paradigma politico del confederalismo democratico, basato sull’autogoverno, sull’ecologia, sull’autodifesa e sulla liberazione delle donne e la Gineologia, la scienza delle donne. Questa sezione è pensata dalla redazione Iaph Italia non solo come  raccordo di materiali, ma  anche come punto d’incontro per nuove relazioni e contributi: per qualsiasi proposta di ulteriore condivisione, per segnalare articoli o richieste specifiche di approfondimento sul tema, dubbi e domande. Articoli, saggi, notizie, iniziative si trovano aggiornati quotidianamente sul sito www.uikionlus.com a cui si fa riferimento, insieme ai Comitati della Jineoloji in Europa, rispetto ad ogni approfondimento e incontro sui temi che proponiamo.


    ***ULTIMI AGGIORNAMENTI:

     

    Irene Anais Poletto (a cura) The Revolution in the making: la conferenza delle donne a Francoforte

    Il 6 e 7 Ottobre 2018 si è svolta a Francoforte la conferenza internazionale delle donne dal titolo “The revolution in the making”. La conferenza è stata organizzata dal Network Women Weaving Future e ha visto la partecipazione di piú di 500 donne proveniente dal mondo intero.
    L’idea della conferenza nasce dall’incontro attraverso seminari, formazioni e azioni di solidarietá degli ultimi 5 anni tra il movimento delle donne kurde e donne di diverse parti del mondo impegnate nella lotta contro l’oppressione patriarcale (continua)

    1. Claudia Korol, Pañuelos en Rebeldia, Argentina – Il collasso del XXI secolo: sfide e opportunità delle donne
      Provengo dal sud di Abya Yala.  Cosi chiamiamo, con un termine preso dal popolo Kuna –originario di Panama e della Colombia -, il territorio che gli invasori europei denominarono America, in onore a uno dei loro, il commerciante e navigatore fiorentino Amerigo Vespucci. Scoprì che quelle terre, in cui era arrivato Cristoforo Colombo, non erano le Indie, ma un continente sconosciuto agli europei fino a quel momento.
      Abya Yala significa “sangue che scorre libero” o “terra di sangue vitale”. Da Abya Yala – dal nostro sangue che vuole correre libero e senza frontiere (continua)
    2. Rita Segato, Brasile – Pensando in conversazione
      Ho cambiato tre volte il testo del mio intervento. Sono molto riconoscente di essere stata invitata a questo evento, che è assolutamente unico. Sono inoltre molto stupita della quantità di cose che abbiamo in comune, molte più di quante mi aspettassi (continua)

    3. Risoluzione finale della Prima Conferenza Internazionale delle Donne “Revolution in the Making”
      Siamo consapevoli del fatto che il patriarcato sta conducendo una guerra globale contro le donne. Abbiamo lottato contro il patriarcato per migliaia di anni in forme diverse. Questa nuova ondata di guerra globale contro le donne è rivolta contro di noi per via di ciò che abbiamo conquistato e per il fatto che abbiamo fatto crescere strumenti per immaginare e realizzare sempre di più una vita uguale e libera; in tutte le parti del mondo (continua).

     

    CALL:

    Tribunale Permanente dei Popoli 15-16 Marzo 2018:   Sotto richiesta di diffusione dalla Rappresentanza  Internazionale del Movimento delle donne curde e da UIKI-Onlus condividiamo la chiamata rivolta anche a organizzazioni femministe, collettivi e associazioni di donne, giuriste, avvocate, accademiche, giornaliste per la partecipazione il 15 e 16 Marzo 2018 alla Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli,  a Parigi. 

    vedi l’articolo 

    Da Parigi al mondo intero: la lotta in cammino di Sakine Cansiz Fidan Dogan e Leyla Saylemez. 6 Gennaio, Parigi. Oltre ventimila persone. Provengono da ogni parte dell’Europa e del mondo. Si incontrano dal mattino presto, nello spiazzo così pieno da togliere il fiato a Gare du Nord (continua)

    CONFLITTI GLOBALI E MOVIMENTI

    Appello: dall’ Ufficio Relazioni Donne Kurde, Rise up for Afrin! Let’s defend the Women’s Revolution in Rojava!

    vedi l’articolo: 

    Dilar Dirik- Una chiamata alla solidarietà: difendere Afrin è difendere l’umanità

     

     

    ARTICOLI

    Silvia Federici – Contributi femministi alle scienze sociali. La tesi che voglio presentare in questo scritto è che il femminismo, a partire dai primi anni ’70, ha completamente rivoluzionato il campo delle scienze sociali in un modo che ha pochi precedenti nella storia (continua)

    Rahila Gupta – Come i consigli delle donne del Rojava hanno dato ispirazione diffondendosi in Europa. Potrebbe questo sistema poco conosciuto dei consigli delle donne offrire un metodo… (continua)

    Dilar DirikL’esperienza di liberazione delle donne curde. La Marcia Mondiale delle Donne di quest’anno è partita al confine tra il nord e… (continua)

    Franscesca La Bella – Le radici del movimento delle donne curde. «Le donne curde, da un lato, sono state meno soggette alle politiche di assimilazione degli Stati… (continua)

    Dilar Dirik – La rivoluzione delle donne in Rojava. Sconfiggere il fascismo costruendo una società alternativa. La resistenza a Kobanê contro lo Stato islamico ha aperto gli occhi al mondo...(continua)

    Dilar Dirik- L’autodifesa radicale delle donne curde, armata e politica. La resistenza delle donne curde opera senza gerarchia né dominazione ed è parte della più ampia trasformazione…(continua)

    ANFWorkshop Donne e Difesa nel Rojava. Il workshop su Donne e Difesa con il motto “La vera forza delle donne è la sicurezza in una società libera” è iniziato a Kobanê…(continua)

    Dilar Dirik- Pacifismo femminista o “passiv-ismo”? L’autodifesa femminista alternativa del Rojava.  L’8 marzo è la Giornata internazionale della donna. Di fronte all’aumento di femminicidi… (continua)

    JINHA- Rojava, le donne che tessevano la rivoluzione. Un’analisi oltre la censura. Il Rojava si prepara a celebrare quattro anni di rivoluzione identificata come la rivoluzione delle donne… (continua)

    Dilar Dirik- Sfidare il privilegio: solidarietà e autoriflessione. La solidarietà non è carità a senso unico praticata da attivisti privilegiati … (continua)

    Dilar Dirk- Turchia: la guerra di Erdoğan contro le donne “Resisteremo e resisteremo fino a quando vinceremo!” grida Sebahat Tuncel prima che la sua bocca venga chiusa con la forza…(continua)

     

     

    JINEOLOJI

    Gonul Kaya- Gineologia, un paradigma postvittimista per la liberazione Perché la Gineologia? Ricostruire le scienze per una vita libera e comunitaria… (continua)

    UIKI ONLUS- Gineologia e confederalismo democratico. Gineologia, letteralmente significa scienza delle donne, o meglio conoscenza… (continua)

    Dilar Dirik -Immaginare un mondo nuovo con l’esempio della Gineologia. Ci sono molte donne nel nord del Kurdistan, così come in Rojava… (continua)

    InStereotype– Gineologia, la nuova scienza che libera le donne Gineologia? Mai sentita. Cos’è, un refuso? Perché anche a cercare su internet… (continua)

     

    INTERVISTE

    Sakine Cansiz- Resistenza e utopie vissute. Dialogo con Sakine Cansiz sulle montagne di Qandil L’inizio è stata l’organizzazione come unione delle donne YAJK… (continua)

    Dilar Dirik- Quando parliamo di tentare di destabilizzare un sistema. La Gineologia come alternativa Quando parliamo di tentare di destabilizzare un sistema, cosa che sarebbe… (continua)

    Quaderni Gialli Radio Onda Rossa-  All’accademia del diritto in Rojava: nuovi modelli di giustizia oltre lo Stato-Nazione. Nell’accademia lavorano sei persone come amministratrici, poi ci sono 26 componenti… (continua)

    Radio Onda d’Urto- Intervista alle compagne del Rojava. Tutto il mondo trae ispirazione, ormai da due anni… (continua)

     

    REPORT/APPROFONDIMENTI

    Alessia Drò – Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista. Nel nesso inscindibile tra la libertà delle donne nella lotta della liberazione curda e la costruzione di un sistema di democrazia radicale antimonopolistico e senza stato… (continua)

    Alessia Drò – Sulla questione curda tra genocidio diaspora e resistenza Un report della Conferenza “L’Unione Europea, la Turchia, il Medio Oriente : vecchie crisi, nuove soluzioni” Alcune importanti coordinate interpretative di una questione decisiva per gli assetti democratici dell’area (continua)

    Alessia Drò – Cosa sta succedendo in Turchia? Genealogia di un fascismo. Tra governamentalità, nazionalismo e colonialità del potere In pericolose visioni normalizzanti rispetto alla guerra mondiale in corso in Siria, il punto d’inizio delle analisi che vengono diffuse sul Medio Oriente è spesso mediaticamente rappresentato in ambito occidentale da una linea…(continua)

    Alessia Drò – Da Parigi al mondo intero: la lotta in cammino di Sakine Cansiz, Fidan Dogan, Leyla Saylemez 6 Gennaio, Parigi. Oltre ventimila persone. Provengono da ogni parte dell’Europa e del mondo. Si incontrano dal mattino presto, nello spiazzo così pieno da togliere il fiato a Gare du Nord… (continua)

    Alessia Drò – Dwf- Europa, Ragioni e Sentimenti – C0nversazione con le donne di Kobane  La lotta delle donne qui a Kobane non è una lotta separata dalle altre lotte politiche delle donne del mondo… (continua)

    UIKI – Kairos moti contemporanei-  Etica ed Estetica nel confederalismo democratico -L’etica e l’estetica non sono per noi dei campi separati dalla politica e dalla società in cui viviamo. Per noi è importante far vivere questi concetti, concretamente…(continua)

    INTERVENTI- CONFERENZE

    David Graeber- Nuove misure dall’economia politica del Rojava: l’eccezione di un approccio femminista. All’inizio di dicembre ho fatto parte di una delegazione in visita a un centro di riabilitazione per i combattenti feriti… (continua)

    Janet Biehl – Sulle assemblee cittadine: dalla Nuova Inghilterra al Rojava. E’ da qualche centinaio di anni che le assemblee cittadine hanno avuto la funzione di governi locali nel Nord del New England, incluso il Vermont, dove io vivo… (continua)

    Radha D’Souza – Per una politica alternativa. Analisi su Industrialismo, Legge, Scienza e Imperialismo. Propongo di porre tre domande che ritengo essere la chiave per una nuova politica alternativa che chiamerò “resistenza con rigenerazione”… (continua)

    Nazan Üstündağ – Relazioni di Potere, Stato e Famiglia. Nuovi modelli di intimità e amicizia nella liberazione Uno degli elementi chiave del dibattito di Öcalan sulla modernità capitalistica e la civiltà è la sua analisi critica sulla famiglia moderna e…(continua)

    Meral Çiçek – Analizzare il genocidio contro il popolo curdo dal punto di vista delle donne. Il 20° secolo in Kurdistan è caratterizzato da attacchi genocidi, assimilazione e resistenza per l‘autodeterminazione… (continua)

    Ozlem Tanrikulu, Silvia Baraldini, Ebru Gunay – SAKINE CANSIZ, “Tutta la mia vita è stata una lotta”. INTERVENTI sul libro  Questa iniziativa che abbiamo lanciato come prima presentazione del libro di Sakine… (ascolta l’audio)

     

    MATERIALI

    Carta del Contratto Sociale del Rojava: Il testo e gli aggiornamenti   (leggi per intero)

    La legislazione sulla parità di genere in Rojava: Introduzione e testo (leggi per intero)

    APPELLO delle donne in sostegno al Rojava contro l’invasione della Turchia in Siria L’esperienza democratica di successo che donne e uomini stanno da tre anni costruendo in Rojava è oggi a rischio (continua)

    APPELLO per la democrazia femminista in Rojava In sostegno delle donne curde e dell’esperienza politica della Rojava, avanguardia della democrazia, e delle docenti turche arrestate per aver firmato un appello a loro favore: Care Accademiche e Scenziate Italiane, Cari Accademici e Scenziati Italiani…(continua)

     

    BIBLIOGRAFIA 

    Bibliografia essenziale

     

    RECENSIONI

    Emanuela Irace – Sakine, che ha lottato tutta la vita. Per la libertà. Esce il secondo volume dell’autobiografia di Sakine Cansiz: “Tutta la mia vita è stata una lotta”, fondatrice del Pkk, imprigionata e torturata per dieci anni, morta in un attentato il 9 Gennaio del 2013 nel cuore di Parigi… (continua)

     

     

    SITI WEB

    www.uikionlus.com

    EN:

    https://cooperativeeconomy.info/

    The Evolution and Mechanics of Slot Machines

    http://www.networkaq.net/

    komnews.org

    ESP:

    http://kurdistanamericalatina.org/category/jineoloji/

    IT blog:

    https://dakobaneanoi.noblogs.org/

  • Maria Golinelli – Corpi che abitano la protesta: alla ricerca di chiavi interpretative

    Maria Golinelli – Corpi che abitano la protesta: alla ricerca di chiavi interpretative

    Dall’anno della sua fondazione, il 2008, le proteste di strada sono la tattica prescelta da Femen: giovani donne a seno scoperto dimostrano attraverso urla e slogan dipinti sul corpo. Il corpo seminudo, le scritte sul petto, le urla, la corona di fiori: il formato della protesta si è ormai consolidato intorno a diversi elementi e aspetti strutturanti, ma sono specificatamente i seni la parte del corpo che simboleggia la contestazione.

    Le dimostrazioni di Femen hanno luogo in spazi pubblici – strade, chiese, piazze, marciapiedi –, o nel corso di situazioni ordinarie – raduni o incontri tra uomini e Stato, giochi sportivi –, luoghi che prevedendo sempre la presenza locale di un insieme di spettatori. E’ nell’interazione simultanea con il pubblico che il corpo nudo è sussunto e pertinentizzato, caricato di un senso che lo trasforma in contenuto. Proprio l’incontro con gli spettatori e la conseguente reazione di sconvolgimento autentifica l’azione come sovversiva e provocatoria. In questo senso l’atto di rimuovere i vestiti è inteso con l’intento di provocare, turbare e scandalizzare, come un modo per affrancarsi dalla propria identità e dai ruoli sociali imposti. Ciò spiega perché svestirsi e esibire il seno costituisca per Femen l’atto sostanziale di riappropriazione e rivendicazione di un corpo simbolicamente perso, per affermare l’immagine di donna soggetto di un fare autonomo e rinnovato.

    Scoprire il seno è il segno performante, la componente rituale e performativa che assume il valore di esaltazione del soggetto, di metafora di alterità. Il corpo delle attiviste non è più ‘una cosa tra le cose’, ma diviene figura di protesta, la sostanza espressiva, il punto stabile di referenza. Il corpo performer diviene significante in quanto espone il seno che, a sua volta, significa il soggetto femminile in lotta.

    Semantizzati da un investimento figurativo, i seni esposti delle Femen sono costituiti come segno e, al tempo stesso, sono costituiti come significanti le azioni che ogni corpo compie e lo spazio in cui si iscrivono. Esibire i seni manifesta l’esigenza di marchiare e trasformare il corpo in un pattern, ove le zone di nudità costituiscono un insieme di simbolicità e valenze strutturali. In particolare, il corpo assume centralità non soltanto come supporto determinante l’azione performata (corpo performer), ma appare sulla scena in quanto oggetto di grande consumo, segno iconico che ben si adatta al repertorio tematico della protesta finendo per egemonizzare qualsiasi narrazione.

    Non a caso infatti le azioni simbolicamente più potenti di Femen arruolano principalmente donne bianche, in perfetta forma, giovani e appariscenti corpi canonici della femminilità bianca e istituzionalizzata. Nel dicembre 2011, tre attiviste a seno nudo dimostrano alla sede KGB in Bielorussia per la liberazione dei prigionieri politici. Due di loro indossano la corona di fiori, gridano esponendo in maniera frontale i cartelli con i messaggi della protesta. In mezzo alle manifestanti appare una donna, anche lei seminuda, di corporatura grossa, con i capelli rasati a riporto e i baffi. L’intervento della donna sembra essere relegato a ruolo avulso di caricatura, di figura parodica deformata e appariscente, che nella protesta si mantiene marginale rispetto a quello delle attiviste.

    Il corpo delle Femen è usato strategicamente per fare altro e parlare d’altro, ma soprattutto è usato “per-formare”, per dare cioè una forma (il seno) riconoscibile ed efficace, garanzia di successo per la popolarità stessa del movimento. La dimensione performativa incarna corpi-oggetto, corpi che hanno la propria area di significato contratta e ridotta all’enunciazione della propria presenza fisica mediata.

    L’affermazione orgogliosa di una nudità vestita di ideologia, mistificata e strumentalizzata come puro esercizio di presenza, si rende produttiva di spettacolo più che di trasformazioni. A rendere spettacolare queste proteste è il reiterato tentativo di trasformare il corpo femminile in contenuto. La loro operazione rivoluzionaria non si contestualizza in chiave critica, ma attiene alla logica del mimetismo, all’economia dell’apparenza e della visibilità ridondante. Questo topless contestatario non sembra di fatto proporre un’alternativa immediata al potere che contrasta, ma, perpetuando lo sguardo sul corpo femminile, rimane per certi versi impigliato negli stessi codici che vorrebbe rovesciare.

    Ci troviamo dunque a dover affrontare i termini di paradosso della simultanea sovraesposizione del corpo, ma anche della perdita di sostanzialità. Se da un lato infatti nel movimento di Femen non è assente la volontà di elaborare politicamente la tensione all’ipersessualizzazione del corpo femminile, è indubbia la difficoltà di costituire un’agenda femminista antisessista intorno alla liberazione del corpo per difenderlo dallo sfruttamento consumistico. Proprio questa caratteristica rende scettiche alcune femministe sulla plausibilità stessa dell’operazione politica di Femen.

    Scoprire un corpo stabilisce forme e visioni che possono debordare in numerose direzioni. Contrapporre alle narrazioni “mainstream” altre narrazioni che si basano sugli stessi leitmotiv, limitandosi a declinarli in senso opposto, equivale a replicare debolmente un pattern che finisce per assecondare gli stessi schemi di rappresentazione. Ma se facciamo critica sociale significa che abbiamo scelto di abbandonare il piano della pedissequità e della retorica, in segno di una politicità esistenziale.

    Per comprendere come certe pratiche possano tradursi in testi in grado di alterare e risemantizzare potenzialmente le estetiche del quotidiano è necessario volgere lo sguardo verso altri casi. L’appello «Mettiamoci le tette – Nude per il Valdese: salviamo l’ospedale![1]» raccoglie più di trecento immagini fotografiche di seni nudi per protestare contro la chiusura dell’ospedale Valdese di Torino specializzato in senologia. I partecipanti all’iniziativa (maschi e femmine) sono stati ripresi nell’atto di scoprire e mostrare frontalmente il petto. Il video diffuso in rete nel 2012 alterna immagini di corpi diversi: corpi sani, corpi discordanti, corpi esclusi, corpi scalfiti da segni evidenti di operazioni chirurgiche di asportazione del seno.

    2

    L’insieme dei corpi sulla scena deposita un linguaggio simbolico molto differente da Femen. Ciò che consente di mettere a confronto le due proteste è proprio l’esibizione performativa del corpo, quindi l’affermazione intensificata di soggetti in presenza reale. Se la politica di Femen tende a dissimulare la percezione del corpo vivo per innalzare un corpo idea, un corpo di finzione mascherato in elemento estetico, riconoscibile e uniforme, la protesta converte l’abiezione in azione politica aprendo uno scenario diverso.

    Mostrando e ritraendo il corpo nudo, vulnerabile e potente, esposto e radicato nella sua materialità detonante, questa operazione performativa integra e si appropria dell’estraneità dell’immagine di corpi malati, del loro differimento perenne per metterlo a valore, per semantizzarlo come presupposto per radicare una soggettività politica. Per le forme che assume, il testo della protesta si dà come spazio di sospensione e di rifiuto di quei termini attraverso i quali il corpo è riconosciuto. Il gesto di scoprire un seno e un corpo difforme scombina l’univocità delle narrazioni, trasforma i segni, impatta le pratiche sociali e le storie incarnate. Diventa un atto estremo di dissenso che esibisce e coinvolge in una realtà viva, intima, concreta, capace di creare uno spazio sostenibile di comunanza e reciprocità pieno di determinazione politica.

    Dalle performance musicali a volto coperto delle Pussy Riot, ai tanti e diversi fenomeni di flash mob che animano le piazze, dal ballo pubblico internazionale “Break the chain” di One Billion Rising contro gli abusi sulle donne, all’urinata corale davanti al ministero della Salute a opera del collettivo Cagne Sciolte di Roma, assistiamo a un proliferare di forme di protesta e pratiche di partecipazione alla scena pubblica che utilizzano come protagonista centrale il corpo. Lotte di corpi vivi, in movimento, lotte di corpi irruenti e militanti, vere e proprie performance in cui il corpo è impegnato in prima linea per farsi materia di espressione e comunicazione, chiamato a stabilire l’universo semantico di critica e rivolta sociale.

    Interrogare il corpo nelle sue soglie di apparizione, nelle condizioni della sua occorrenza entro gli spazi e le forme di azione politica del presente, e comprendere dunque i modi attraverso cui individui e gruppi costruiscono i testi delle proteste, è un compito imprescindibile per un’analisi critica dei movimenti antagonisti e degli eventi di protesta. Pratiche di questo tipo dimostrano infatti l’urgenza di riflettere in maniera sistematica e più organica sul valore d’uso del corpo sessuato, di svelarne le valorizzazioni, le ambivalenze, le sottostrutture ricorsive che influiscono in maniera sotterranee sulle modalità produttive di rappresentazione.

    [1] www.mufilm.it/nude-per-il-valdese/

  • Maria Pia Lessi – L’ira delle donne può costituire elemento di giustizia?

    Maria Pia Lessi – L’ira delle donne può costituire elemento di giustizia?

    Suggestioni da “Coefore e Eumenidi”  di D. Salvo con Piera Degli Esposti e Elisabetta Pozzi

     

    Ho in questi giorni assistito al teatro greco di Siracusa alla rappresentazione di Coefore-Eumenidi.

    Le due tragedie di Eschilo, dal 458 a.c., narrano, come e’ noto, la vicenda di Oreste che, per vendicare la morte del padre Agamennone, uccide la sua assassina, la madre Clitennestra , viene poi perseguitato dalle Erinni, e salvato da Atena che trasforma le Erinni in dee benevole, Eumenidi.

    Sapevo che in questi testi si legge il passaggio dalla società matriarcale, fondata sull’emotività femminile, allo stato di diritto, regolato dalla ragione e dalle regole patriarcali  attraverso l’istituzione , da parte di Atena del tribunale dell’Areopago.

    Lo spettacolo di Daniele Salvo e l’incontro con Piera degli Esposti ,Atena, e Elisabetta Pozzi, Clitennestra, mi hanno comunicato  una diversa energia e apertura.

    Daniele Salvo ha affermato “Atena..istituisce il primo tribunale della storia e sceglie come giudici i migliori tra i cittadini. Costoro nel nostro spettacolo saranno uomini e donne molto giovani: e’ una cosa da sottolineare in un paese in cui la gioventù è spesso considerata una colpa:Atena rappresenta la saggezza, la mediazione, la capacità di risolvere pacificamente i conflitti “.

    Piera Degli Esposti, nei giorni precedenti le elezioni, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook la sua immagine con l’armatura e lo scettro  dorato della dea, ha scritto:” Mancano pochi giorni alle elezioni. Afferra l’elmo della giustizia” e ha manifestato il desiderio forte di diffondere questo messaggio di forza e giustizia di donne.

    Subito ho pensato a Federica Giardini e a “Sensibili guerriere”,nato nel 2011 dallo studio e riflessione collettiva sulla forza, anche fisica, delle donne e , in questa prospettiva, condivido la suggestione che ho incontrato a Siracusa alla messa in scena della forza femminile (Atena,  Coefore, Erinni, Eumenidi) come creatrice di un mondo diverso, attraverso relazioni e saperi  che tengono conto dell’esperienza.

    Nello spettacolo, alla vertigine della musica e delle danze ,si aggiungono le parole di Peithò, la Persuasione, con cui Atena riesce a trasformare l’ira delle Erinni:

    Ho ottenuto il successo:

    legare spietate,

    possenti creature divine ad Atene.

    È loro campo fatale reggere

    l’universo umano: chi non ebbe mai caso

    d’incrociarle rabbiose, ignora

    la fonte dei colpi che devastano la vita.

    (Coe., 928-934)

    in benedizione che nutre e cura il mondo.

    perché venerazione e rispetto avrai abitando con me:

    e di questa terra grande le primizie ancora otterrai,

    come sacrifici per i figli e per i riti nuziali

    e sempre questo consiglio loderai.

    (Eumenidi 750-753).

    Nella scena finale giovani donne vestite di bianco, emanazione di Atena, che resta sullo sfondo, abbraccioano le Erinni nere e scarmigliate e si fondono in soggetti nuovi, avvolti da drappi rossi, mentre al centro della scena sta una giovane donna con un bambino in braccio.

    La nuova cultura supera la scure di Clitennestra, la violenza cieca che perpetua il dolore,  ma conserva in se’ , elemento costitutivo, l’ira delle Erinni, che restano indomite e insubordinate, espressione ineludibile della rabbia di chi ha subito oltraggio.

    L’esperienza con le donne che hanno subito violenza insegna che non può esserci giustizia se si nega la rabbia di chi ha subito oltraggio; per dare ascolto alle persone nella loro interezza, la giustizia tiene conto delle emozioni, anche violente. L’ira delle Erinni si trasforma in forza creativa, diversa dalla brutalità ,e attraverso la parola supera la legge del taglione e della vendetta per una giustizia riparativa, che ricostruisce relazione tra chi ha commesso e chi ha subito il torto .

    In questo senso più che di giudizio o perdono, la parola chiave della giustizia femminile è misericordia  (cfr. Fiorella Cagnoni “Scuola estiva della differenza” 2012) , che si pratica nella relazione e nella narrazione. La frequentazione della letteratura, osserva la filosofa Martha Nussbaum, stimola quella capacità di “pensiero posizionale cioè di immedesimazione nel prossimo che è innata in ogni essere umano e che è alla base dell’empatia: una capacità essenziale per poter raggiungere, o almeno perseguire, nel lavoro quotidiano del giurista, quel delicatissimo equilibrio tra apertura alla specificità e irripetibilità di ogni singolo caso concreto e necessaria applicazione di norme e categorie generali e astratte, che solo può consentire di dare veramente “a ciascuno il suo”.

    Infine, l’apertura alla narrazione delle vittime, ma anche dei perpetratori e l’impostazione dialogica che questa porta con sé è fondamentale in molte forme di alternative dispute resolution, e in primo luogo nella pratica della giustizia riparativa: un modello innovativo di soluzione dei conflitti che ha ispirato esperienze fondamentali come la Truth and Reconciliation Commission nel Sudafrica del dopo apartheid e che raccoglie il crescente interesse di vari legislatori nazionali e delle stesse Nazioni Unite.

     

    Se le tragedie di Eschilo hanno un indubbio connotato misogino (Atena, figlia di solo padre),  lo spettacolo di Siracusa e le sue interpreti hanno dato una rappresentazione aperta alla cultura delle donne, corpi e menti che danzano, una cultura che comprende, come elemento ineludibile, l’amore per le forze ctonie, figlie della notte, insieme alla terra feconda, ai saperi delle emozioni,alla vita.

     

     

     

  • Viola Lo Moro – Prove di Forza

    da Leggendaria,”Donne al circo”, n. 96, nov 2012, pp.10-11

    Prove di forza. Noi e loro.
    Parto da un piccolo fatto di cui sono stata protagonista. Ero in motorino e tornavo a casa. Abito a Roma, al pigneto. Per arrivare a casa bisogna percorrere o una grande strada a senso unico, o una vietta che sbuca davanti al portone. Sulla strada converge un’uscita della tangenziale, le macchine si parcheggiano in fila in modo tale che tutte le volte per arrivare dalla piccola strada al portone devo fare 2 metri contromano. Oggi mi sono trovata, nell’affanno di un ritorno gonfio di buste della spesa, la guardia di finanza davanti alla visiera. La volante si è fermata bloccando il traffico e un agente dall’aria sicura di sé mi ha detto: “Adesso fai il giro dalla parte giusta.” E io: “ Guardi, abito qui, non sto facendo il giro.” E lui: “Ah, forse non parlo italiano?” E io: “ Abito qui, ho dovuto fare un pezzetto contromano perché le macchine sono parcheggiate così…” “Fai il giro oppure te lo scrivo sul verbale. Preferisci?” “ Va bene, faccio il giro”.  Sorrido, scavalletto il motorino, faccio 2 metri, e mi riparcheggio ridendo. L’agente stava per scendere dalla macchina ma il collega l’ha fermato. Ridevo ma mi tremavano le gambe. Ho pensato: andate a fare il lavoro vostro con chi ruba davvero (in romano stretto). Poi ho pensato: sono due anni che la guardia di finanza irrompe nell’appartamento abitato dai senegalesi qui vicino, sequestra loro un po’ di merce, li porta dentro, a volte li mena un po’, prende da loro il guadagno del mese. E sono due anni che appena arrivano le sirene, tanti e tante del quartiere scendono per strada e si mettono in mezzo, urlano, contrattano, fanno corpo unico. Ho pensato anche: è tutta la vita che mi danno del tu perché sono una donna giovane.
    Cosa c’entra tutto questo con Paestum? Da un po’ mi risuonavano in testa due cose da dire. Uno: ho un problema con questo “noi”, l’ho sempre avuto – “noi giovani”, “noi precarie”, “noi donne”, “noi lesbiche” – e due, mi continuano a girare in testa le parole di Muraro, al di là dei conflitti e dei riconoscimenti, nel gruppo 9, che sembrava chiederci: chi sono poi loro? Quelli contro i quali lottare per avere condizioni di vita e di lavoro? Ho un problema con “noi” giovani così come ho un problema con questo “voi” femministe storiche perché annulla le differenze di percorsi individuali, generalizza e semplifica sia le diverse forme di femminismo storico che si sono articolate negli anni, sia le diverse forme di femminismi più recenti e, infine, cancella l’enorme difficoltà all’interno degli stessi gruppi generazionali di capirsi, di riconoscersi, di superare la frustrazione di non riuscire a cambiare niente. Eppure spesso c’è bisogno di un “noi”. C’è stato bisogno a Paestum di dire: noi giovani abbiamo l’urgenza di parlare di lavoro, di precariato; abbiamo bisogno (sottotesto forse che ho capito solo io) di trovare in voi una sponda per lottare, abbiamo bisogno della vostra autorità, delle vostre intelligenze per andare avanti, abbiamo bisogno che siate un “voi vicino a noi”. E se non ci sarete, forse andremo avanti da sole. Poco importa se questo ha portato per un attimo magicamente ad annullare che io non sia convinta del reddito di esistenza, che lo vogliamo chiamare già in quattro modi differenti; poco importa se facevamo riferimento ad associazioni, linee di pensiero politico-economico, partiti, gruppi, che passano tre quarti del loro tempo a smontarsi a vicenda, poco importa.
    E qui mi viene spontaneo passare al loro. Loro esistono, non sono questa massa informe di “altri” che la retorica dominante ci propone solitamente come arabi/e, cinesi, transessuali, rom, clandestini, come le brutte, le grasse, le troppo belle, le rivoltose che spaccano le vetrine, non sono loro. E non sono neanche, e qui parlo alle mie coetanee che fanno tante lotte importanti ma che criticano Paestum, tutte quelle che sono un po’ più borghesi del dovuto, un po’ più bianche, un po’ troppo intellettuali, poco disposte a volte ad essere in prima linea, poco urlatrici.
    Loro sono quelli/e che stanno al governo di questo paese, nelle dirigenze dei partiti, che strillano in parlamento, loro sono quelli che continuano a tagliare i costi del lavoro, loro sono i/le dirigenti sindacali che millantano scioperi generali e non ne fanno mai uno perché aspettano che hanno da dire i partiti, loro sono quelli che se vuoi abortire ti rendono la vita impossibile, e forse sono gli stessi che se vuoi invece avercelo un figlio non ti sanno dire come cavolo fare con le spese, i servizi, la scuola, la mensa, se poi sei lesbica o single lasciamo proprio stare. Loro sono i leader di confindustria che parlano d’imprenditoria e se si prova poco poco ad aprire un’impresa piccola e onesta ti mangiano in faccia, anzi ti mangiano la faccia, sono quelli che guadagnano troppo e che non sono disposti a rinunciare a niente, loro sono quelli che sostengono che la testimonianza di una prostituta su una violenza sessuale non vale niente perché è una prostituta, sono quelli che condannano quelle che esagerano perché non hanno decoro e poi dicono che va bene molestare una sottoposta a lavoro perché aveva i tacchi alti e la gonna troppo corta, loro sono quelli che raccontano questa crisi nei giornali, che ci rincoglioniscono di distrazioni, di parassiti (come se il problema fossero i finti ciechi) e non che tutti gli appalti statali sono infestati di mafia, camorra,  ‘ndrangheta. Loro che non vogliono spostare di una virgola quello che c’è. Loro che da questa crisi stanno continuando a guadagnare.
    E le femministe cosa c’entrano? Le femministe, noi, c’entriamo sempre. Perché siamo state spettatrici dello sfacelo, ma non ci siamo per niente arrese. Perché proviamo ad avere delle pratiche che spostano sempre l’attenzione dal dialogo alla relazione, perché sappiamo che c’è una disuguaglianza endemica nella civiltà, e qualcuna di noi sa anche che soprattutto non è l’unica. Che se non continuiamo a fare un lavoro serio d’intersezione tra sessismo, classismo e razzismo in questo paese non ci si capisce più niente. Che non basta essere donne per essere migliori, ma che proprio perché si è donne bisogna sempre dimostrare di essere migliori. Io mi sento stroncata a volte ma non mi sento arresa.
     E ora torniamo all’inizio: quando la volante è andata via, ho alzato gli occhi, avrei voluto che ci fosse stata una qualunque di voi a guardare, a rispondere. Perché è vero che poi magari avremmo discusso un’ora se urlare, se menare, se andare alla polizia o se rivolgerci ad un collettivo di compagne, di giornaliste, ma intanto ci sarebbe stata una risposta forte, immediata, comune. Penso che ci siano delle battaglie comuni anche se veniamo da percorsi diversi e anche se non cambieremo mai idea su alcune questioni di fondo. Anzi, questo l’ho sempre pensato. La differenza ora è che non solo possiamo, ma dobbiamo. Dobbiamo perché, come dicevamo con una compagna di Roma, abbiamo una responsabilità enorme; perché sappiamo che andrà sempre peggio. Abbiamo gli strumenti e la sensibilità per sentire l’orlo del baratro ma anche le piccolissime variazioni di corrente, i piccolissimi spostamenti positivi, le enormi lotte quotidiane. Pragmaticamente cosa bisogna fare? Organizzare incontri e assemblee trasversali, locali, nazionali e internazionali, continuare a discutere, a formarsi (ci sono economisti/e che propongono modelli diversi), e poi provare ad esserci tutte (in presentia o virtualmente) nelle lotte delle altre compagne. Non tutte possiamo fare tutto ma tutte possiamo fare da cassa di risonanza. Non esiste il punto zero nella storia, ma esiste sempre il punto subito dopo.
    Viola Lo Moro
    Abito a Roma, ho ventisei anni e mezzo, ho studiato tra la Sapienza e l’Università per Stranieri di Siena, Lettere, specializzandomi in letterature comparate. Dentro la Casa Internazionale delle donne di Roma sto nel gruppo Costituente. Faccio parte di Kespazio!per una ricerca queer e postcoloniale che, insieme ad altre compagne, organizza le attività del Caffè Letterario della Casa Internazionale.
  • Luisa Muraro – Al limite, la violenza* – Via Dogana, n. 100, marzo 2012

    Ascolta l’audio della presentazione del libro, Casa Internazionale delle Donne, Roma – 31 maggio 2012

    * Anticipazione di un saggio breve, Dio è violent…!, che uscirà in giugno a cura dell’editrice Nottetempo di Roma.
    La predicazione antiviolenza non manca certo di argomenti morali ma le manca ormai un punto di leva per sollevare le giuste pretese e abbassare l’arroganza dei potenti. Anticamente il punto di leva era la parola divina; modernamente è stato l’ideale del progresso. Che oggi è morto, al pari e forse più di Dio. Oggi, a causa della competizione globale, esasperata dalla crisi in corso, l’idea che sia possibile stare meglio tutti non agisce più; prevale quella che il meglio sia per alcuni a spese di altri.
    La costatazione che non siamo più animati dal sogno di stare tutti meglio, è un colpo mortale all’ideale dell’uguaglianza e alla politica dei diritti. E impone di riaprire il discorso sull’uso della forza. C’è una violenza nelle cose e fra i viventi che prelude a un ritorno della legge del più forte: dobbiamo pensarci.
  • Luisa Muraro – Le parole giuste per L’Aquila

    Alle donne del Comitato terre-mutate
    Quello che è toccato all’Aquila (e non è finita), “può accadere ovunque, quando a una disgrazia naturale si sommano interessi criminali”, leggiamo in L’Aquila, tre anni tra insistere e resistere.
    Sono parole giuste e molto importanti, le dice Simona. Vanno corrette in un solo punto: può trattarsi anche d’interessi non criminali, anzi perfettamente legali. Nessuna legge può vietare a un costruttore di gongolare davanti a un micidiale terremoto che gli consentirà di fare affari. Tanto per metterci in chiaro su quello che ci si può aspettare dalla legge.
    Nel mio Dio è violent ho criticato gli abitanti dell’Aquila. Li ho presentati come un esempio degli effetti negativi di una cultura sedicente non violenta, che inibisce la risposta energica ai comportamenti dei potenti. L’allora capo del governo, uomo molto sfacciato in generale, circondato da una cricca di compari e affaristi degni di lui, oltre che dalle forze dell’ordine, ha fatto dell’Aquila ferita dal terremoto lo scenario del suo teatro politico e l’ha offerta, come intrattenimento extra anche a personaggi della politica internazionale. Gli abitanti dell’Aquila non glielo hanno impedito, mentre avrebbero dovuto e potuto farlo: questa la mia critica.
    Il Comitato donne dell’Aquila ha risposto con una discussione pubblica (apparsa su Leggendaria) nella quale chiedo d’intervenire. Lo farò anche sulle pagine della prossima Via Dogana, sett. 2012.
    Il mio torto più evidente lo dice quella stessa Simona citata prima: troppo facile parlare e basta, troppo facile parlare adesso, a distanza di anni. Ma se è vero che quello che è accaduto all’Aquila è d’interesse generale, bisogna pure parlarne, vorrei risponderle.
    Abbiamo davanti a noi questa domanda: che cosa è veramente accaduto?  Il terremoto è solo metà della storia, voi lo sapete. Serenella dice: “Il dolore e la ferita erano tanto profonde che se fossero arrivati i marziani sarebbero stati accolti”. Non sono arrivati i marziani ma i furbi, i profittatori. All’Aquila il peggio è accaduto dopo il terremoto, ed è un contatto intimo tra la sofferenza e il business, senza un velo di vera compassione a fare da schermo. In questa società si manca di rispetto alla dignità delle vittime. Per misurare fino a che punto, basta riguardare le immagini dei soccorsi agli alluvionati del Polesine, tanti anni fa, abbracciati ovunque dall’affetto e dalla solidarietà popolari. Nelle testimonianze dell’Aquila affiora più volte l’espressione dolorosa della solitudine, con l’invito ad andare, andare a vedere. In una cultura che adora il successo, le persone colpite dalla sventura non sono attraenti.
    Resistere, insistere, sono le parole più giuste? Non so, forse conviene risparmiare le forze, arrendersi alla sofferenza, assumerla, trasformare la sventura in fierezza, per imparare e insegnare l’indipendenza simbolica. Non vi dico che cosa fare, voi lo sapete e lo fate; suggerisco dei pensieri, delle parole.
  • Comitato Donne TerreMutate – L’Aquila, tre anni tra insistere e resistere

    pubblicato su Leggendaria n.94, luglio 2012
    «Era nella possibilità degli abitanti dell’Aquila impedire al capo del governo di fare della loro sventurata città la cornice massmediatica per la sua autopromozione. Sette volte il capo del governo è andato impunemente a fare passerella nella città distrutta dal terremoto. Se lo avessero mandato indietro a fischi e sassate, come si meritava, come si usava una volta, come chiedevano i loro morti, quelli uccisi dal crollo di edifici pubblici taroccati, nessuna polizia avrebbe osato picchiarli e arrestarli. E il loro centro storico, chissà, non sarebbe più il mucchio di macerie transennate che continua a crescere».
    Così scrive Luisa Muraro nel suo ultimo libro Dio è violent (p. 36). Abbiamo letto tutte insieme la frase di Luisa Muraro ed essa ha suscitato reazioni – in ognuna di noi – diverse. C’è stata anche chi ha detto, come Nicoletta:
    «È vero! Abbiamo reagito in pochi, la maggior parte della città ha accettato quello che veniva proposto, Anzi, dopo il terremoto, sembra essersi accentuata la divisione fra chi si è impegnato ancora di più di prima; e chi ha voltato definitivamente la testa da un’altra parte».
    Loretta ci vuole riflettere meglio:
    «Quando ho letto il libro della Muraro ho pensato che i cittadini aquilani non hanno fatto tutto quello che dovevano. Non dovevamo far costruire le case del progetto C.A.S.E. Oggi, vedendo come stiamo, è indubbio che quello sia stato un errore. Cosa avremmo dovuto fare? andare nei cantieri e impedire che costruissero, ma era davvero possibile? Siamo dovuti andare dappertutto per impedire che venissero smantellati gli uffici e spostati altrove, che la città venisse svuotata. È utile raccontare tutto questo, aldilà di quel che ha scritto lei. Le donne possono dire quel che è successo a L’Aquila».
    Torniamo a quei giorni. 
    «È facile parlare soltanto e parlare adesso – dice Simona, che pure non vorrebbe rispondere “a nessuno, abbiamo comunicato così tanto in questi anni!”- Parlare ora, in un tempo mutato a livello politico, forse non così profondamente, ma comunque mutato. E siccome il nostro è un paese privo di memoria, si fa presto oggi, dopo tre anni da un evento di proporzioni inimmaginabili, ad affermare e stabilire come si dovesse fare, quali potessero e dovessero essere le reazioni giuste delle aquilane e degli aquilani. Abbiamo voluto, in questi anni, guardare agli eventi di altri luoghi di conflitto, per ascoltare quel che è accaduto a Vicenza, a Viareggio, nella Val di Susa, a Giampilieri in Sicilia dopo l’alluvione. Le abbiamo volute conoscere queste esperienze, e le abbiamo volute  condividere per farle diventare parte e risorsa delle nostre modalità di resistenza in un territorio in altro modo ferito. Pur consapevoli che queste esperienze, fra cui la nostra, non erano generali, o condivise in tutta l’Italia. Altrimenti, avremmo preso la posizione di chi vede sempre e solo quello che non c’è, quello che manca. Dare valore alla resistenza che c’è stata a L’Aquila, seppur parziale, significa creare un legame importante con quelle altre realtà; e non assimilare tutta la città de L’Aquila all’Italia passiva e acquiescente che ha votato, accolto e riconosciuto come capo carismatico mister B. per quasi vent’anni».
    «Non ci dimentichiamo che il terremoto aquilano arriva nel momento di massimo potere di B., con la Protezione civile di Bertolaso in procinto di diventare una S.p.A. dedita solo agli affari» – osserva Luciana, convinta che il libello di Muraro possa essere occasione per rimettere a fuoco l’esperienza aquilana, peraltro ampiamente narrata dalle donne de L’Aquila in questi anni: «E la popolazione subito dispersa, quasi deportata, approfittando dei primissimi giorni di smarrimento dopo il trauma e di persistente panico per il succedersi delle scosse».
    «Il dolore e la ferita erano tanto profonde che in quel momento se fossero arrivati i marziani sarebbero stati accolti. Io sono tornata presto, dopo quaranta giorni, ma tornata dove? a Tornimparte, paesino a venti chilometri da l’Aquila, dove vivo tuttora. L’Aquila non è responsabilità delle aquilane/i. L’Aquila è degli abruzzesi, degli italiani che hanno accettato la violenza militare inflitta agli aquilani. Non siamo noi responsabili di quanto è accaduto!»
    è l’appassionata invettiva di Serenella.
    Ci diciamo pure, fra noi, che a L’Aquila c’è stato chi, per riflesso conservatore, per abitudine alla passività e a forme di assistenzialismo, ha accettato come sono andati i fatti. Che non ha contestato la visione che gli veniva rimandata di “popolo imbelle”. Che ha accolto come un dono le “casette” di B&B. E non ci ha visto le trappole. Ma a L’Aquila tante altre e tanti altri hanno esercitato, contro il “potere di ordinanza”, la militarizzazione della città e l’esproprio del territorio, una violenza giusta? Preferiamo chiamarla una legittima ribellione. Nelle tendopoli, violando i divieti non scritti e arbitrari che ne impedivano l’accesso a chi non ci abitasse. Nella zona rossa, abbattendo le transenne e occupando le vie e le piazze abbandonate. Portando ogni domenica, per mesi, nel centro storico chiuso le carriole per rimuovere macerie e riprendersi la città: le carriole venivano sequestrate, le persone identificate e denunciate in continuazione. Nonostante la durezza dello scontro, Filomena lo ricorda così: «Un periodo di entusiasmo straordinario».
    A Collemaggio, gli spazi dell’ex Ospedale Psichiatrico sono stati occupati dal “Comitato 3e32”, che ha realizzato CaseMatte, da tre anni luogo di incontri, iniziative musica e socialità. Luogo su cui si concentrano interessi immobiliari di pura speculazione. Lo stesso in seguito all’Asilo Occupato, in centro storico, struttura di proprietà comunale. Ventimila persone hanno bloccato per ore l’autostrada nel giugno del 2010. Quasi diecimila hanno manifestato a Roma il 7 luglio dello stesso anno. 
    «Quel giorno – dice Simona – abbiamo avvertito una grande solitudine, ben volentieri avremmo accolto persone da altre città, che con la loro presenza ci restituissero il senso di una battaglia condivisa contro la militarizzazione della città e l’abbandono agli sciacalli. Diventando così una battaglia di tutto il paese contro ciò che può accadere ovunque, quando a una disgrazia naturale si sommano interessi criminali. Noi abbiamo sempre pensato che L’Aquila fosse un laboratorio, e un esperimento di controllo sociale e di espansione economica per le lobby affaristiche. Purtroppo continua a esserlo».
    «Sono tre anni che raccontiamo quello che viviamo. Le proteste le abbiamo fatte, e tante. È stato molto faticoso farle. Poi qualcuno ci ha rimproverato di essere lamentosi. Sgarbi, per esempio, ha dichiarato di recente: “L’Emilia reagirà, non come l’Abruzzo che si piange ancora addosso”. Il confronto con gli emiliani lo sento imbarazzante e umiliante. La ricostruzione deve essere in capo allo Stato, altrimenti che ci sta a fare!»
    Lina mette il dito nella piaga. A tre anni e più dal terremoto, L’Aquila non solo viene citata ad esempio di una incapacità di violenza giusta, ma messa a confronto (impietoso) con l’operosa Emilia. E invece l’esperienza aquilana potrebbe essere già stata utile in più di un caso. Racconta Orietta:
    «Mi ha molto colpito una notizia da Trento,  dove era in corso il Festival dell’economia. Quest’anno hanno invitato esponenti del governo, perché sono “tecnici”; ma quando hanno saputo che per lo sbarco dei politici la città sarebbe stata militarizzata, il direttore del Festival ha detto: No grazie. Errani, governatore dell’Emilia, ha detto chiaro e tondo “No ai commissari”. Allora a qualcosa è servito l’esperimento che noi abbiamo subito».
    Da Mirandola, Raffaella ce lo conferma: 
    «Sono di Mirandola e sono una donna terremotata. Sono fra le fortunate che non hanno perso persone, casa, lavoro… Ieri parlavo con una amica e mentre guardavamo i nostri figli giocare ci siamo chieste “come sarà la nostra vita adesso?” Ci chiedevamo … “chissà cosa hanno fatto le donne dell’Aquila? Come sono andate avanti?” per questo vi scrivo, perché a noi sta passando (un po’) la paura del terremoto ma sta venendo la grande paura del futuro… Noi stiamo qui. Lavoriamo. E vogliamo andare avanti. Come facciamo? Se avete un secondo di tempo…Vi diciamo già grazie… e vi diciamo anche scusa per non avervi aiutato abbastanza nel 2009…».
    Concludiamo rinnovando il nostro invito. «Venite a vedere L’Aquila com’è»: per capire l’entità e la qualità di ciò che quotidianamente viviamo. E l’intensità della forza che esprimiamo per il solo fatto di continuare a “resistere e insistere” (vedi anche http://www.corriere.it/27esimaora/Laquila/index.shtml ). Sono venute centinaia donne di tutt’Italia il 7 e l’8 maggio del 2011, in due giornate straordinarie in cui si è camminato, guardato, discusso, condiviso; e scambiato il piacere di stare insieme, di vivere riti, stanze di lavoro, spettacoli (http://www.laquiladonne.com/fotogallery/).  Giornate in cui quella solitudine del luglio 2010 è stata spazzata via. Come pure si aprono spazi di respiro, di vita, ogni volta che andiamo in una città italiana per quella “staffetta”, nata dalle giornate del maggio (già diciotto staffette: le ultima, a Senigallia e a Macerata il 20 e il 21 aprile; e, dall’8 al 10 giugno, a Bolzano e a Merano). E andremo a Mirandola.
    Donne di tutta Italia condividono, infatti, con noi il progetto della Casa delle Donne. Lo sentono come cosa propria, ce l’hanno detto in tante. Una Casa nel centro storico distrutto – o nelle sue vicinanze – per tornare ad abitare un luogo di pratica femminista, allargando il cerchio alle donne Terre-mutate di tutta Italia.
  • Intervista di Valentina Pigmei a L. Muraro

    È la violenza il rischio delle donne
    “Il Messaggero”, 12 giugno 2012
    Luisa Muraro ha 72 anni, molti dei quali passati a combattere per una causa, quella femminista, a inventare movimenti, collettivi, associazioni, una su tutte la storica Libreria delle donne di Milano, fondata insieme a Lia Cigarini e altre colleghe. Filosofa, docente all’Università di Verona, Muraro ha sempre preferito l’azione al pensiero e oggi non è meno impegnata “a mettere in parole la politica delle donne” e “a far vedere che il mondo nuovo è prossimo, anzi sta spuntando, come l’erba in febbraio”. È appena uscito il suo libro Dio è violent (Nottetempo), che ha fatto già molto discutere quando la rivista Via Dogana ne ha pubblicato un estratto qualche mese fa. La verità è che il breve e prezioso pamphlet di Muraro – una acutissima meditazione sulla violenza che ci circonda e sulle armi che ci servono per fronteggiarla – va letto per intero. Inutile citarne passaggi incompleti o stravolgerne il messaggio attraverso riassunti imprecisi. Se siete a Roma stasera non perdete la lettura che l’autrice ne darà alla Basilica di Massenzio in occasione del festival Letterature.
    Dio è violent ha provocato reazioni dure perfino tra le sue colleghe femministe della libreria delle donne.
    Sono nemica della violenza che prende il posto della politica, che è quello che sta succedendo nel mondo intero: uno stato continuo di minaccia, e ogni tanto una guerra. Ma sono nemica anche della predicazione antiviolenza che, invece di andare alla radice del disordine globale, cerca solo di addomesticarci e dà addosso ai movimenti. C’è qualcosa di bloccato nella vita politica e io ho buttato un sasso senza nascondere la mano. Sono riconoscente a quelle e quelli che mi hanno detto: hai ragione. Ma anche a quelle che mi dicono: non siamo d’accordo.
    Come possiamo “non farci risucchiare nelle agonie di forme politiche senza anima”? Di cosa dovremmo fidarci?
    Ha detto la parola giusta: fiducia. Il venir meno della fiducia. Anni fa ho creduto che fosse il male, adesso ho capito che è un sintomo, un male è più profondo, anzi addirittura una mutazione profonda, tra cose che si disfano e vogliono tirarci nella loro morte e cose che nascono e chiedono la nostra attenzione.
    Cosa pensa della cosiddetta antipolitica del Movimento 5 Stelle?
    Chiamarla antipolitica è sbagliato. Se ci sono persone che protestano e si mobilitano, lì c’è politica. C’è bisogno di tentare nuove forme dell’agire politico. Però non mi riconosco in quel movimento: tende troppo a sfruttare il disordine esistente.
    Per lei l’idea del progresso è morta…
    Sì, per tante ragioni, non solo per la crisi in corso. Per esempio, le risorse del pianeta Terra non sono illimitate, il capitalismo non è più capace di spartire i benefici. La concorrenza è diventata cattiva e ruba i clienti agli imprenditori dell’Emilia colpiti dal terremoto, una cosa tremenda solo a sentirlo dire.
    Meno filosofia, più pratica, lei suggerisce in questo nuovo pamphlet. È il fallimento del pensiero?
    Non del pensiero in generale, ma del pensiero che non sente il bisogno di andare in strada, nelle fabbriche, negli ospedali, nelle cucine… La risorsa più grande per pensare io l’ho trovata fuori dall’università, nel movimento femminista. Sia chiaro, dall’università ho ricevuto tempo e agio per il lavoro, e nell’università ho cercato di portare i frutti del movimento, come hanno fatto tante altre. Ma se qualcosa ho saputo fare di buono, lo devo alle relazioni con altre donne, dentro e fuori dall’università, non alla mentalità accademica, che è troppo segnata dal narcisismo maschile.
    La violenza non è un mezzo, non è a nostra disposizione ma viceversa, dice. Non è rischioso?
    Che la violenza possa considerarsi un mezzo a disposizione – dello Stato, oppure del Partito, oppure di noi che scendiamo in piazza a manifestare… – questo è il vero grande rischio, perché è presunzione, perché la spinta della violenza è primordiale e precede il formarsi dei criteri razionali, del buon senso, eccetera. Non so come spiegarlo, ma basta vedere le guerre: durerà sei mesi, dicono, e poi durano anni e anni. Bisogna avere un sacro timore della violenza, la nostra, quella degli altri. Però aggiungo anche questo: bisogna saper coltivare il valore dei gesti simbolicamente violenti, invece di continuare a dare incremento alla tecnoscienza della guerra.
    Cosa pensa del femminicidio? Di questa nuova ondata di violenza nelle case?
    Per secoli la violenza privatamaschile sulle donne – è stata tollerata dalla legge e dalla società, o addirittura giustificata. Ha fatto corpo con la cultura e con la mentalità di uomini e donne. Ha segnato di sé la storia dei rapporti fra i sessi. Perciò estirparla è impresa difficile e delicata. La libertà femminile è una sfida per il tradizionale rapporto fra i sessi e trova gli uomini impreparati, ma in una certa misura anche le donne.
    Lei propone anche un ripristino dell’autorità femminile. Cosa pensa delle ministre del governo Monti?
    Le attuali ministre godono di una certa autorevolezza, mi pare. Ma l’autorità femminile è un’altra cosa: è una forza simbolica originale, intimamente associata a tutto quello che significa l’essere donna. I suoi titoli non sono quelli fissati da una società in cui per secoli hanno dominato gli uomini. I suoi titoli sono quelli della nascente libertà femminile, da non confondere con l’emancipazione. Per avere autorità, ci vuole spirito d’indipendenza e creatività politica.

     

  • Ida Dominijanni – Sul confine fra forza e violenza

    Il Manifesto, 12 giugno 2012
    La voce della filosofa, della militante, dell’intellettuale in lotta contro il conformismo imperante Lo spettro ritornante degli anni di piombo, un passato scongiurato per essere evocato e viceversa
    Capita a volte che il momento più giusto, per un gesto politico, coincida con quello più scomodo. Capita, in particolare, quando il gesto politico in questione prende di mira il conformismo imperante, attaccandolo in un punto sensibile. Capita, nella fattispecie, all’ultimo saggio di Luisa Muraro, un «gransasso» Nottetempo intitolato Dio è violent, che piomba per l’appunto come un sasso nelle acque stagnanti del dibattito politico, attaccandone il conformismo nel punto sensibile, irritato e irritante, della violenza (e della nonviolenza).
    Mossa imprevista, da parte di una pensatrice femminista: non ci ha abituate, l’ordine del discorso dominante – e anche l’ordine dominante del discorso femminista – a mettere gli uomini dalla parte della violenza, e le donne, che della violenza maschile sono l’oggetto prediletto, dalla parte della nonviolenza? Non è un fatto assodato che l’ordinamento democratico escluda la violenza e sia anzi teso a neutralizzarla ogni volta che compare, e che a questo comandamento democratico si sia infine piegata,«senza se e senza ma», anche tutta la sinistra erede di una tradizione novecentesca che dalla violenza non era stata esente? C’è qualcosa da scompaginare, e che cosa, in questo quadro assodato e tranquillizzante?
    Qualcosa c’è, e in verità si è scompaginato da solo: l’ordine del discorso non dice più la realtà delle cose. Nella realtà delle cose, gli ordinamenti democratici vanno a braccetto con guerre illegali violentissime ma definite «giuste» e «umanitarie», con un uso sempre più cinicamente violento di alcuni poteri (per primo quello economico-finanziario), con una governamentalità biopolitica che con una violenza sempre più subdola fa presa sui corpi e sulle anime dei governati, con un’esplosione di micro e macroviolenza quotidiana insensata ed efferata contro gli altri (dal cosiddetto femminicidio alle bombe di Brindisi) e contro se stessi (i suicidi da disperazione economica). Un’esplosione che sembra peraltro inversamente proporzionale alla scomparsa della violenza «politica», e direttamente proporzionale alla foga con cui il discorso democratico non smette di evocarla per esorcizzarla e viceversa (la chiacchiera continua sul «ritorno» possibile degli anni di piombo), secondo quella pratica della hantise con cui, Derrida insegna, si tengono a bada gli spettri e si conculca il rimosso. Guardare in faccia lo spettro è allora la prima cosa da fare, se si vuole davvero interrompere il suo eterno ritorno. La seconda, è provare a ridisegnarne il profilo: riparlare del problema violenza, nome, concetto, implicazioni e risignificazioni possibili, avendo chiaro in testa che riparlarne serve precisamente non a incoraggiare ma a evitare il suo acting out in gesti e pratiche devastanti.
    Muraro ha di fronte questo quadro disassestato del presente quando individua nella violenza «l’incrinatura maggiore e il crinale decisivo nei rapporti politici oggi», e lo completa con due fattori storici determinanti. Il primo, di lungo periodo, è la consumazione del contratto sociale moderno, notoriamente basato sulla cessione della violenza dei singoli al monopolio statale dell’uso della forza, e corroborato dalla promessa (mancata) del progresso e della progressiva vittoria del diritto sull’abuso e dei diritti sulle ineguaglianze. Il secondo, di (non più tanto) breve periodo, è la catena di errori e confusioni fatali che si sono consumati nel passaggio di secolo da un lato sul confine fra i sogni di violenza rivoluzionaria e la lotta armata «che ne fu la tomba», dall’altro all’incrocio fra la contestazione del potere globale, la violenza poliziesca dispiegata per tacitarla, il terrorismo internazionale intervenuto a confondere le carte e la ritorsione conseguente (la congiuntura Genova – 11 settembre 2001 – guerre in Afghanistan e Iraq). In mezzo, altri due elementi del quadro, meno eclatanti ma altrettanto decisivi. Per un verso, il depotenziamento e la banalizzazione della retorica della nonviolenza, che da pratica di traduzione della rabbia sociale in forza simbolica, alla Gandhi o alla Luther King, rischia di trasformarsi in «una predicazione che favorisce l’abdicazione ad agire, se necessario, con tutta la forza necessaria». Per l’altro verso, l’emergere, grazie al femminismo, della posizione asimmetrica delle donne nel contratto sociale moderno, che le include solo sottoponendole contemporaneamente a un contratto sessuale secondo il quale la violenza, a onta della sua cessione al monopolio statale nella sfera pubblica, resta saldamente in mano agli uomini e viene esercitata contro le donne nella sfera privata.
    È in questa posizione asimmetrica che Muraro vede l’origine della «competenza simbolica» femminile a rideclinare il problema della violenza «per sollevarlo pubblicamente con la radicalità che oggi si impone»: sia perché della violenza (maschile) le donne fanno esperienza quotidiana e minuta, e dunque sanno di che si parla e di quali trucchi, spesso seduttivi, essa si ammanta; sia perché delle false promesse del contratto sociale hanno un’esperienza storica, che rende la loro vista più acuta sulla sua attuale agonia. Non si tratta tuttavia solo di «approfittare della differenza» – antica e sempre valida formula di Carla Lonzi – per ribaltare in vantaggio uno storico svantaggio femminile. Cruciale è, nell’argomentazione di Muraro, l’osservazione di un dato diffuso della psicologia e del comportamento femminile, in cui il giusto rifiuto della violenza troppo spesso comporta la rinuncia all’uso e perfino alla consapevolezza della propria forza. Un dato che se da una parte dimostra quale depotenziamento di energia comporti il sentirsi perennemente esposte alla violenza altrui, dall’altra segnala come il confine fra forza e violenza sia spesso incerto e labile, al di là dei tentativi di definizione concettuale dell’uno e dell’altro termine. Su questo incerto confine lavora e si posiziona la proposta di Muraro, che consiste per l’essenziale nell’invito a non rinunciare alla propria forza di fronte all’uso violento del potere, e anzi a usarla tutta intera efficacemente, senza arretrare di fronte al fatto che lo sconfinamento fra forza e violenza – sovente inconscia, come insegna la psicoanalisi – è talvolta possibile, e sapendo che va dosato: «quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere».
    Questa formula conclusiva (di matrice culinaria: q.b., come il sale nelle ricette) dovrebbe bastare a immunizzare il libro dal rischio di interpretazioni rovesciate rispetto alle sue intenzioni: dal rischio di leggerci l’autorizzazione a un acting out di violenza femminile, o un’operazione di revisionismo (anti)femminista, o peggio ancora una mossa di sfida simmetrica alla matrice fallica della violenza. Non di questo si tratta bensì del tentativo, opposto, di tradurre la violenza latente e impotente generata dal potere in forza simbolica – e dunque in primo luogo in consapevolezza e parola – diretta efficacemente contro il potere.
    Tanto denso quanto, in alcuni punti, ellittico, il ragionamento di Muraro apre un ventaglio di questioni – ne cito solo alcune: il vissuto femminile della forza e della violenza; la necessità di decostruire le posizioni fisse della vittima e del carnefice cui è inchiodata la rappresentazione canonica del femminile e del maschile; la posizione di lotta da «decidere» rispetto al rischio oggi sempre più reale di diventare, tutte e tutti, ostaggi della legge del più forte; la postura politica da assumere di fronte al dissolvimento del patto sociale moderno, con tutte le sue conseguenze sulla liquefazione della politica contemporanea; il ripensamento del rapporto fra forza e violenza nella tradizione rivoluzionaria – che sono già oggetto di confronto nel dibattito aperto sul libro dalla rivista Via Dogana, e che il dibattito teorico-politico sulle sorti della democrazia reale contemporanea farebbe bene a registrare e rilanciare. Come sempre nella scrittura di Muraro si intrecciano più voci: quella della teologa, come suggeriscono il titolo e l’evocazione del divino «per scavalcare certe divisioni fissate dal razionalismo borghese» (lascio alla lettura la scoperta del perché di quel violent senza desinenza di genere); la voce della filosofa della politica, attenta tanto alla parabola storica del patto sociale moderno quanto alle colpevoli omissioni del pensiero politico odierno, come quella sulla distinzione fra legalità e giustizia; la voce della militante pressata dall’urgenza di trovare forme e pratiche di contrasto della configurazione attuale del potere; la voce dell’intellettuale in lotta contro il conformismo del discorso dominante, di qualunque colore politico esso sia.
    Fa parte di questa lotta da sempre, per Muraro, il lavoro di decostruzione e risignificazione del significato «ovvio», e come tale sospetto, che le categorie politiche tendono ad assumere quando la politica non vigila sul loro significato. Si tratta sempre di un lavoro a rischio: fu così, per citare un precedente, già anni fa con la categoria di autorità, piegata dal pensiero della differenza nel senso dell’autorevolezza simbolica nello stesso momento in cui il senso comune politico la piegava nel senso dell’autoritarismo. Senza questo lavoro e senza questo rischio, niente può bucare la bolla del discorso conforme e conformato che minaccia, scrive Muraro e ha ragione, la nostra intelligenza delle cose.