• Esodi dalle passioni tristi – Pisa, 21-22 maggio 2011

    Si e’ svolto a Pisa il 21 e 22 maggio il convegno “Esodi dalle passioni tristi” organizzato e promosso dall’Associazione casa della donna. L’iniziativa si inseriva nel più ampio percorso “Archivi dei sentimenti e culture pubbliche,” un progetto che riprende la storia del laboratorio “raccontarsi” organizzato negli scorsi anni a villa Fiorelli da Liana Borghi e Clotilde Barbarulli e che, procedendo in maniera itinerante (il primo incontro, Incontro sull’intercultura di genere  si è svolto a Firenze agli inizi di marzo) culminerà nella Scuola e laboratorio di Cultura delle donne che si terrà a Trieste dal 25 giugno al 1 luglio. Si tratta di un percorso che interroga il tema dell’archeologia e della performatività degli affetti, cercando, sulla scia del pensiero femminista e della cultura queer, nuovi  nessi fra le trasformazioni delle esperienze private e il configurarsi del discorso pubblico.

    A Pisa ci si e’ fermati sul tema delle “passioni tristi”, metafora con cui da più parti si è rappresentato il nostro tempo e l’umore delle nostre società. Intitolando le giornate Esodi dalle passioni tristi si è voluto avvalorare la percezione di un passaggio d’epoca, un momento come quello attuale nel quale è possibile cogliere nuove forme di vitalità, sentimenti di condivisione, memorie vivide di esperienze costitutive della vita collettiva, un dinamismo diffuso delle soggettività. Ma ancora di più accostando due termini tanto carichi di significato nella nostra tradizione politica, come esodi e  passioni tristi, ci si è chiesti quali soggettività, quali pensieri, quali pratiche politiche si muovono oggi lungo le linee di fuga dello scoraggiamento e del sentimento di immobilità. Si è voluto cioè creare uno spazio di pensiero e di confronto intorno a quelle esperienze non rinunciatarie, che hanno la forza di  aprire alla possibilità di una nuova mappa delle passioni.

    Con questa prospettiva il convegno si è mosso intorno ad  alcune parole chiave della politica, di quella femminista che ha coniugato insieme sessualità e libertà, ma che ha anche intrecciato, vincolandola, la politica al desiderio. Nella prima sessione del convegno, intitolata appunto, Sessualità e Libertà, Liliana Ellena ha ricostruito l’intreccio dei movimenti femministi – da quelli degli anni Settanta a quelli dei decenni successivi – con il tema della felicità pubblica; Fabrizia Di Stefano ha seguito i fili della “vitale melanconia delle relazioni” che ha caratterizzato il divenire della soggettività contemporanea e Giovanna Maina e Giorgia Serughetti hanno dialogato a distanza sul tema dell’immaginario post-moderno, parlando di  pornografia alternativa e centralità della prostituzione nel discorso pubblico. Ancora sui temi dell’immaginario si è sviluppata la relazione di Anna Camaiti Hoster che all’interno della seconda sessione, Politica e Desiderio, si è soffermata sul ruolo dei mass-media.  Paolo Godani  ha invece ricostruito la “nostalgia del vero sé” nella tradizione del pensiero critico occidentale come una passione triste. Adriana Nannicini ha tracciato un possibile itinerario del desiderio di politica seguendo un percorso a ritroso (coming back) verso la cittadinanza che passa dal sentimento faticoso di estraneità alla scelta di farsi temporaneamente straniere.

    E’ stato poi interessante misurare la possibilità di esodi da una narrazione negativa del lavoro e del futuro (parole centrali nei  grandi movimenti del novecento per l’uguaglianza)  attraverso una sessione che ha visto il confronto fra voci molto diverse e che pure hanno trovato nel corso dei lavori della terza sessione vari punti di intersezione. Carmen Leccardi ha tematizzato il tema del futuro mostrando le strategie con cui le nuove generazioni fronteggiano la difficoltà di pensare a un tempo lungo per i loro progetti; Teresa Di Martino ha raccontato le potenzialità e le perdite di quelle stesse strategie, mostrando l’urgenza di invenzioni collettive (diritti). Anna Romei, assessora al Lavoro, e  Gina Giani amministratrice delegata, hanno saputo posizionare la propria esperienza all’incrocio fra la necessità di concretezza e radicalità teorica (uscire dalla logica distruttiva del profitto e dell’unicità dell’idea di sviluppo). Susanna Camusso ha portato nella discussione la necessità di ripensare i paradigmi intorno a cui si è  costruita nella nostra cultura economica l’idea stessa di lavoro, proponendo il concetto di “cura” – che viene dall’elaborazione teorica delle donne e del femminismo –  come un campo di prova per una rivoluzione interna all’idea occidentale del lavorare e produrre.

    Per saperne di più:
    http://xoomer.virgilio.it/raccontarsi/
    http://www.interculturadigenere.org/

    Report a cura di Sandra Burchi

     

  • Terre-Mutate – L’Aquila, 7-8 maggio 2011

    prova

     

    Il 7 e l’8 maggio 2011 le donne aquilane hanno accolto donne singole e reti di donne italiane nel centro storico dell’Aquila per parlare di ricostruzione, resistenza, cittadinanza e partecipazione. Un invito a portare e condividere esperienze di territori violentati, maltrattati, rifiutati, abbandonati a se stessi e in cui le donne stanno meticolosamente trovando vie d’uscita, strategie di resistenza, pratiche di opposizione e invenzione.

     

    Simbolo della giornata, non a caso, la cariatide che tiene saldo lo sguardo a terra e con le braccia forti sostiene il cielo. Una donna-scultura, come la definisce Nicoletta Bardi sull’ultimo numero diLeggendaria (Voglio lavorare. A modo mio, n. 86, marzo 2011), che “ci accompagnerà in un percorso di liberazione perseguendo il sogno di avere braccia e mani libere per abbracciare il mondo e mulinare nel vento” (p.49). Un “simbolo di disperata forza” che nasce da una contingenza concreta: il Teatro Stabile d’Abruzzo che crolla con il terremoto del 6 aprile del 2009, e la cariatide che rimane intatta “a sostenere un anacronistico pezzetto di volta” .

     

    Siamo andate all’Aquila, e insieme a noi altre centinaia di donne da tutta Italia, accogliendo la chiamata del Comitato Terre-Mutate per vedere la città com’è con i nostri occhi, senza il filtro del circuito mediatico e per incontrare le donne che hanno vissuto l’esperienza del terremoto e stanno cercando nuovi modi di abitare una città ancora invisibile e blindata dai militari.

     

    L’Aquila è infatti sotto ordinanza almeno fino al 31 dicembre 2011, ci hanno spiegato. Agli angoli delle strade, nel centro storico, sono posteggiate le camionette militari. È ancora una città sottratta alle regole delle leggi ordinarie, spiegano le aquilane, una città militarizzata, e dove c’è un apparato militare c’è la costruzione di un nemico. Quello che raccontano e che vivono da più di due anni queste donne è uno stato di emergenza permanente ed artificioso, costruitoad hoc intorno alle loro vite e alla loro città, in cui devono re-inventarsi le modalità di agire gli spazi di libertà. La due giorni a cui ci hanno chiamato, e a cui abbiamo preso parte, è voluta essere proprio questo: un appello a trovare insieme nuovi modi di abitare, trovare le parole per raccontare pratiche già in atto, immaginarsi cosa può seguire, verso un nuovo modello di cittadinanza.

     

    Le storie delle donne aquilane – vite e luoghi frantumati, ridisegnati, riconfinati, dal terremoto del 2009, come conferma anche la raccolta di testimonianze curata da Ivana Trevisani nel libro Vite disperse(Edizioni Clanto, 2010) – hanno fatto da collante in uno scambio di pratiche e saperi che ha coinvolto altre reti. C’erano le donne di Napoli, che stanno facendo i conti con l’emergenza rifiuti, le donne del presidio No Dal Molin di Vicenza, che hanno fatto un lungo lavoro di opposizione alla costruzione di una base militare americana in territorio civile, le Donne in Nero, che operano contro la militarizzazione dei territori, i centri anti-violenza, l’Udi, e molte altre.

     

    La forza delle aquilane è stata quella di trasformare una città piena di abitazioni distrutte e sbarrate in una casa più grande ed estesa, dove le stanze erano piazze e i corridoi strade. Quello delle ‘terre-mutate’, insomma, è stato un invito a casa, senza mezzi termini. Nel pomeriggio di sabato e nella mattina di domenica ci sono stati laboratori tematici negli hotel cittadini, ognuno dei quali prendeva il nome e la funzione di una ‘stanza’ (la cucina, il soggiorno, la camera da letto, il giardino, la biblioteca).

     

    Ma all’esercizio collettivo di immaginazione – tra l’altro molto ben riuscito nei fatti perché poi le ‘stanze’ sono state occasione preziosa per lo scambio di testimonianze ed esperienze, relazioni e incontri – non è mancata la progettualità. Le donne del comitato Terre-Mutate (composto dalla Biblioteca delle donne Melusine, dal Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila, dall’associazione Donne in nero L’Aquila) insieme a Nadia Tarantini e a Leggendaria, rivista che a partire dallo speciale del maggio 2010, il numero 81, ha poi dedicato uno spazio costante alle donne aquilane, hanno infatti gettato le basi per una vera e propria casa: la Casa delle donne che sorgerà in piazza Palazzo, simbolo della resistenza e della partecipazione cittadina, che il 5 maggio è stata anche teatro di una “presa simbolica” da parte delle donne. La condivisione con le altre si è tradotta nella scelta – chiesta ad ognuna – sul nome che dovrà prendere la casa: LaquilaDonna, DonneDiMaggio, CasaMutata? Perché quella sarà la casa di tutte.

     

    Il 6 maggio è stato eseguito un rito di fondazione femminile della città: alla fontana cittadina delle 99 cannelle le donne hanno formato una catena con i loro corpi, hanno versato acqua nella terra, legato nastri colorati agli alberi. Sempre il 6 maggio, le donne hanno piantato dei fiori con Lorenza Zambon, attrice-giardiniera, nell’aiuola davanti alla Casa dello studente, per il crollo della quale hanno perso la vita otto tra studentesse e studenti. Con i fiori è stata formata la scritta: ‘mai più’.

     

    Nelle ‘stanze’ le aquilane hanno raccontato di corpi violati e corpi desideranti, di strategie di resistenza, delle scritture come semi di ricostruzione, di pratiche di produzione e consumo sostenibile. E poi della “vita nei Campi”, dove è stata inaugurata una militarizzazione della cittadinanza che ha preso le vesti della militarizzazione delle menti: erano ostacolate le minime attività di aggregazione come riunioni, assemblee, volantinaggio; non veniva passato il caffè perché “troppo eccitante”; le agricoltrici locali non potevano distribuire un solo litro di latte sfuso perché arrivava “il latte Parmalat”, quello imposto dalle istituzioni. Eppure è proprio nei campi che le aquilane hanno iniziato questo faticoso e creativo lavoro di ricucitura e quotidiana invenzione, più che di ricostruzione e riconferma di un modello precedente, un modello che evidentemente ha fallito. Un lavoro partito dalla capacità di resistere in modo attivo facendo rete e contando sulla presenza delle altre e degli altri. “I centri anti-violenza hanno lavorato anche nei campi – spiegano le aquilane, e poi – ci sono state famiglie spezzate ma anche famiglie ri-nate nelle tende”.

     

    Nei “campi” – e fuori, per chi come alcune giovani ha deciso di lasciarli – è iniziato quel percorso di resistenza alla rassegnazione di aver perso ogni diritto alla cittadinanza, intesa come esistenza, partecipazione, condivisione e relazione degli spazi e dentro gli spazi. Le donne – le prime a rialzarsi – hanno scelto di agire la politica della resistenza e di metterla in rete, ma anche, e soprattutto, di condividerla con le altre. La condivisione dell’esperienza e delle modalità dell’agire la resistenza sono state al centro della stanza “studio-biblioteca”, uno spazio in cui le donne – de L’Aquila ma non solo – hanno raccontato la creatività di quell’esistenza che le ha portate a re-inventarsi gli spazi e a rivendicare il diritto alla cittadinanza.

     

    E se il legame con la terra è ciò che ha fatto delle donne aquilane le protagoniste della re-invenzione della città e delle modalità di vivere una città fantasma, è sempre da questo legame che nasce la forza delle donne napoletane e di tutte le donne che vedono deturpata la propria terra. E allora, è dalle macerie e dai rifiuti che si ritrova quel “resto” delle vite che va perduto, quel di più che toglie spazio alla terra e vita alle donne e agli uomini. Ed è in quel resto, nelle macerie e nellamunnezza, che si trova la forza di andare oltre la resistenza, di inventarsi pratiche – come l’autogestione differenziata e differente delle donne di Napoli – per non cadere nella trappola della resistenza permanente contro l’emergenza perenne. E allora la resistenza diventa resilienza, resistenza come azione, agita dalla differenza femminile che riprende le fila dall’esperienza delle anziane partigiane abruzzesi con cui apre il dialogo.

     

    Terre-mutate è stata soprattutto un’occasione per toccare con mano quello che le reti cittadine si stanno impegnando a incarnare, un “movimento inaspettato” di riappropriazione dove “lo sguardo delle donne, il prendersi la parola e lo spazio pubblico sono fondamentali per ricominciare, per ricostruire una città, ri-farla diversa da com’era prima”, dice Sara Vegni, attivista del comitato 3e32 e Casematte.

     

    Qui, come altrove, le donne sono in prima fila. La biblioteca delle Melusine, il centro anti-violenza, le Donne in Nero, l’associazione 99gattiAQ (che dopo il terremoto si è occupata di curare e alimentare i gatti rimasti nel centro storico inaccessibile), le agricoltrici locali e le ambientaliste che si stanno battendo per proporre altri modelli di economia e preservare gli ecosistemi montani o semplicemente per far passare il messaggio che le macerie vanno riciclate e non ‘smaltite’. Sono tutte istanze del cambiamento in corso.

     

    Certo, niente sarà più come prima: L’Aquila è una ‘terra mutata’, ‘terre-mutate’ sono le donne che la stanno rimettendo al mondo e tutte le cittadine che vorranno prender parte a questa impresa.

     

    E noi, siamo convinte che la rete solidale e resiliente che ha preso forma durante l’esperienza aquilana avrà un seguito. La solidarietà c’è stata e c’è ancora, ma serve altro, ci hanno detto le più giovani. Loro, dalla crisi e dal conflitto, hanno tratto le energie per ri-prendersi la città. Noi siamo con loro pronte a resistere, esistere, insistere. Siamo tutte ‘terre-mutate’.

     

     

    Riferimenti bibliografici:

     

    Terre-Mutate, Leggendaria, n.81, maggio 2010

    Un simbolo di disperata forza, Leggendaria, n.86, marzo 2011

    Trevisani Ivana, Vite disperse, Edizioni Clanto, 2010

     

    Per saperne di più:

    http://www.laquiladonne.com

     

     

    Report a cura di Claudia Bruno e Teresa Di Martino

     

  • Felicità – Roma, 24 marzo 2011

    LUISA MURARO, FELICITÀ – Fondazione Italianieuropei, 24.03.2011

    È il tema della felicità ad aprire il ciclo di incontri sulle passioni della politica organizzato dalla Fondazione Italianieuropei e dal Centro Studi del Partito Democratico per riflettere su quel legame tra passioni e politica da cui è impossibile prescindere in un’analisi dei nodi del consenso e della partecipazione. Felicità, invidia, odio, paura, speranza: passioni come “umanità” nel politico, come insieme di emozioni, affetti e relazioni che non si dissimulano dietro il pragmatismo delle cifre e dei dati.

    Nell’ambizioso tentativo di reimpostare le categorie tradizionali del pensiero politico moderno, dunque, il 24 marzo 2011 nella stanza del Mappamondo della Camera dei Deputati ci si è interrogati innanzitutto sul significato della felicità, come passione, come ricerca, come fine di un’azione politica e di un percorso individuale e, finalmente, della loro interconnessione.

    Due gli interventi proposti dagli organizzatori, quello di Leonardo Becchetti e quello di Luisa Muraro; due gli approcci, uno economico e uno filosofico, inevitabilmente molto distanti tra loro.

    Leonardo Becchetti, Ordinario di Economia politica, ha dimostrato come la felicità dei cittadini di uno Stato non si possa dedurre esclusivamente dal PIL (Prodotto Interno Lordo) poiché non solo la ricchezza non è sinonimo di benessere, ma non si tiene neanche conto delle modalità con cui questa ricchezza è redistribuita. Ad essere rimesso in discussione è, inoltre, tutto il sistema finanziario internazionale, che, con le frequenti crisi ha dato prova di essere fuori dal controllo degli organismi internazionali ad esso preposti, e il concetto stesso di “bene” che non può essere solo quello materiale poiché ambiente e salute sono fattori determinanti del vivere bene.

    Non si riesce, tuttavia, ad andare oltre una concezione di felicità come “indicatore sintetico”, in un certo senso sinonimo di “soddisfazione”, e di un sistema che deve aspirare a massimizzare i profitti limitando l’uso, e lo spreco, delle risorse che invece dovrebbero essere rinnovate e rinnovabili. Quella proposta da Becchetti sembra essere la ricetta della felicità di un homo oeconomicus un po’ più saggio, un po’ cresciuto potremmo dire, ma che non è disposto a rinunciare a niente,coeteris paribus insomma.

    Diverso l’intervento di Luisa Muraro (nel libro Al mercato della felicità, edito da Mondadori nel 2009 aveva già in parte affrontato l’argomento) che indaga il legame antico e controverso tra politica e felicità: antico perché si prendono le mosse dal mito della caverna di Platone; controverso “per il senso di dolorosa impotenza derivante dal desiderio di politica, di esserci, di partecipare, frustrato dalla consapevolezza della condizione umana”.

    Nell’ultima parte del mito, Platone evidenzia la contrapposizione tra il desiderio del filosofo, che è quello di rimanere all’esterno nella contemplazione del bene, e il suo dovere, per la felicità degli altri, di ritornare nella caverna e far conoscere a tutti la verità. Tanto meglio che quella non sia la sua volontà, dice Socrate al filosofo restío, perché il migliore degli Stati è quello governato da colui che non ha desiderio di potere.

    Afferma Simone Weil, continua la Muraro, che l’essenza dell’insegnamento di tutto il pensiero di Platone sta nel riconoscere l’impossibilità di desiderare la felicità per se stessa: la ricerca fine a se stessa è fuorviante, si intensifica e diventa ingannevole. È necessario dare una ragione, un senso a questa ricerca e tale ragione va al di sopra della natura umana, è la ragione del bene: questo sì, va cercato per se stesso e in assoluto.

    Molti secoli, e almeno due passaggi fondamentali, intercorrono tra Platone e Simone Weil.

    Il primo è rappresentato dalla rivoluzione cristiana, attuatasi nei primi due o tre secoli che seguono la diffusione del cristianesimo. L’idea filosofica della conoscenza del bene che rende felici, e che alcuni filosofi, primo fra tutti Seneca, riservavano a una ristretta élite, è ora ampliato a tutti. Chiunque, anche chi è distante dalla ricerca filosofica, può attingere alla felicità, al divino.

    È la tradizione mistica, e in particolare quella femminile, a custodire quest’idea. Santa Teresa del Bambin Gesù, dottora della Chiesa, pur possedendo autentiche grandi ambizioni (vuole diventare una “santa da calendario”), non si scoraggia davanti alla scala di perfezione mistica e impetuosa degli antichi, ma afferma con stupefacente semplicità, di voler fare come i ricchi, di voler, cioè, prendere l’ascensore. È una santa popolarissima tra i fedeli cristiani, proprio perché c’è in lei l’offerta della felicità per tutti.

    Il secondo passaggio, invece, è quello che riporta sulla Terra l’idea della felicità, non più promessa del paradiso e felicità ultraterrena: empirismo e utilitarismo si fanno carico di questo compito, fino alla Costituzione americana che afferma il diritto alla ricerca della felicità.

    Luisa Muraro getta poi uno sguardo fuori dalla storia “alta” delle idee e parla della diffusione, soprattutto fra le donne del XIX e XX secolo, della letteratura amorosa: è emblematico, dice, il caso di Paolina Leopardi, che legge romanzi amorosi francesi, e di suo fratello Giacomo, appassionato di politica. La società borghese ha qui già operato la separazione dei sentimenti (desiderio d’amore, affetto) e li ha relegati alla vita privata, mettendo nella vita pubblica una sorta di pudore che ha dato vita a un teatro di compostezza e solennità, mettendo in secondo piano il bisogno  della verità, e, meglio, della verità soggettiva.

    Un bisogno che non fa che intensificarsi nella storia recente.

    La critica femminista accusa la società patriarcale di questa separazione: il romanzo, allo stesso tempo politico e d’amore, di Madame La Fayette, La principessa di Clèves, è la dimostrazione di come l’estraneità alla realtà borghese (in questo caso il riferimento è all’aristocrazia francese) non separa, ma anzi mescola insieme sentimenti e politica.

    Nicola Abbagnano, storico della filosofia, afferma che l’Europa non ha avuto abbastanza presente il tema della felicità come ha fatto, invece, il mondo anglosassone: basti pensare a Kant e alla sua idea che l’uomo virtuoso non è di questa Terra. Gli stessi grandi movimenti sociali del XX secolo, compreso il comunismo, si rifanno ai principi di giustizia e, qualche volta, di libertà, ma mai a quello della felicità.

    Luciana Castellina ha intitolato il suo libro autobiografico La scoperta del mondo (edito da Nottetempo nel 2011), ma aveva ricevuto il suggerimento di intitolarlo Felicità, termine che, pur non comparendo nel testo, esprime le sue emozioni, i suoi sentimenti come militante femminista. Il ’68 è stato per molti un’esperienza di felicità anche se non l’hanno testimoniato e la parola si è persa.

    Dal punto di vista teorico-pensante, il XX secolo rappresenta la sconfitta della passione politica della felicità. Il disagio della civiltà di Freud, opera in cui si consuma lo scacco nella ricerca della felicità, doveva inizialmente intitolarsi L’infelicità della civiltà. L’uomo si rende sempre più infelice perché si complica la vita cercando di rendersi più civile pensando di migliorarla.

    Ma Freud, ci dice la Muraro, è un uomo assolutamente privo di passione politica ed è per questo motivo che non riesce a trovare il modo di rompere il circolo vizioso: non è una sconfitta oggettivamente vera, al contrario, è egli stesso a guidarlo. Le pretese individuali e le esigenze collettive non possono, in Freud, trovare conciliazione perché esse si combinano proprio nella passione politica.

    Finiamo per cercare la felicità in beni di consumo, beni che non solo si consumano, ma consumano anche la nostra capacità di godimento. Si pensi, solo per fare qualche esempio, alla droga o allo sfruttamento sistematico che il nostro pianeta non è più in grado di sostenere.

    Eppure i consumi sono un bisogno incoercibile dell’anima.

    È necessario, tuttavia, abbandonare la forma mentis che ci fa ragionare sempre in termini di società, macchina oggettiva e oggettivante, concetto che nel XVIII secolo dilaga e diventa lo schema dominante.

    Si dovrebbe, invece, provare a pensare in termini di apertura e mobilità delle relazioni: l’ordine simbolico della madre considera beni non solo quelli di consumo, e la loro circolazione nella forma dell’amore. Non solo, diventa qui fondamentale il riconoscimento dell’altro e del suo valore in un’esposizione soggettiva di sé che la fiducia rende possibile.

    Fiducia e relazione sono i principi fondamentali per assicurare l’indipendenza dai processi di oggettivazione e di mercificazione; la stessa capacità di relazione deve essere considerato un bene.

    La società, al contrario, è un rapporto di forza, una macchina costrittiva.

    C’è un altro approccio, conclude Luisa Muraro, cui si può fare riferimento: la rivoluzione femminista, che nasce nell’atto di uno sbilanciamento, il contrario della parità.

    Il proposito è qui proprio quello di partire da sé: la soggettivazione contro l’oggettivazione genera la felicità. Nasce dal senso che la vita acquisisce: indipendente, che non può cambiare senza la soggettività. Per opporsi all’oggettivazione, bisogna staccarsi dalla modernità o, almeno, da quell’idea di modernità che si identifica nella separazione tra amore e politica e in questo modo, attraverso lo spazio concesso alla  soggettività, rispondere alla richiesta di protagonismo.

     

    Report a cura di Agnese Pro 

  • World Wide Women – Torino, febbraio 2011

    Si è tenuto a Torino, nel febbraio 2011, il convegno internazionale WWW. World Wide Women.

    Il convegno, organizzato dal CIRSDe, si è posto come obiettivi principali quelli di favorire uno scambio interculturale e interdisciplinare tra studiosi e studiose che hanno adottato la “prospettiva di genere” come questione e punto di vista, di rispondere all’esigenza condivisa di creare legami tra gli ormai numerosi centri di ricerca che, in Italia e all’estero, si occupano di studi di genere e di rilanciare con forza e vigore il dibattito sul femminismo e sui women’s studies all’interno degli Atenei.Le tematiche intorno a cui ricercatori e ricercatrici sono chiamati a confrontarsi sono di estrema attualità e, in particolare, riguardano la globalizzazione, l’incontro di culture, il transculturalismo, il superamento dei confini nazionali, la migrazione, i linguaggi, lo sviluppo economico.

    E’ possibile scaricare gli atti della manifestazione in formato e-book, utilizzando questo link.

  • [audio] Donne e lavoro oggi. In equilibrio tra lavori e diritti. Roma, 2 marzo 2011

    Audio integrale dell’incontro Donne e Lavoro oggi. In equilibrio tra lavori e diritti, tenutosi presso la sede della Cgil nazionale a Roma, il 2 marzo 2011. L’incontro ha avuto al centro il confronto tra pensatrici, lavoratrici e sindacato a partire dai due numeri della rivista DWF:Diversamente occupate e Lavoro, se e solo se.

    Prima parte
    Introduce Ilaria Lani – giovani NON + disposti a tutto Cgil
    Teresa Di Martino – diversamente occupate
    Sandra Burchi – dwf
    Federica Giardini – dwf

    Seconda parte
    Adriana Nannicini – esperta organizzazione del lavoro
    Antonella Faucci – avvocata del lavoro
    Claudia Pratelli – giovani NON + disposti a tutto Cgil
    Dibattito

    Terza parte
    Dibattito
    Conclude Susanna Camusso – segretaria nazionale Cgil

  • [audio] Laboratorio Sguardi sulle differenze: Libertà, Lavoro, Precarietà – Roma 28 gennaio 2011

    Qui di seguito proponiamo due link audio da cui è possibile ascoltare per intero il seminario organizzato dal Laboratorio Sguardi sulle Differenze su Libertà, Lavoro e Precarietà a partire dal numero di DWF “Diversamente Occupate” (2010, n.1, 85)

    Interventi di Marina Piazza, Claudia Cucchiarato, Mariangela de Maria.
    Modera Ottavia Nicolini

    Parte I
    Parte II

    Per maggiori informazioni:
    DWF
    Diversamente Occupate

  • [video] ‘Autoritratto’ di Carla Lonzi. Milano, 27 ottobre 2010

    Proponiamo di seguito i video degli interventi raccolti durante la  presentazione del libro Autoritratto di Carla Lonzi, mercoledì 27 ottobre 2010, presso il Centro di Documentazione Arti Visive di Connecting Cultures di Milano.
    Intervento di Annemarie Sauzeau

    Intervento di Giorgio Zanchetti

    Interventi di Corrado Levi, Laura Iamurri e Laura Lepetit

    Dibattito

  • Scuola politica Udi – Genova, 2-5 settembre 2010

    È stata ricca di interventi e contenuti la Scuola Politica dell’Udi (Unione donne in Italia) che si è tenuta a Genova dal 2 al 5 settembre 2010 e intitolata ‘Identità di passaggio: il corpo fertile delle donne tra riproduzione, lavoro e desiderio’. Organizzata dalle donne dell’UdiGenova, la quattro giorni ligure è stata soprattutto una valida occasione per le giovani presenti (molte delle quali venute a conoscenza della Scuola tramite Internet) di rendersi conto che ci sono altre donne, in carne ed ossa, con cui poter stringere relazioni feconde, ma anche per le donne più anziane di constatare che non tutte le giovani sono disinteressate alla politica delle donne. Tra riproduzione, lavoro e desiderio quello che si è respirato a Genova durante la Scuola Udi è stato sicuramente un ‘sostrato fertile’ che ha trovato riscontro poi nella testimonianza di molte anche dopo la chiusura della Scuola di settembre.

    In apertura è stato presentato Sovraesposte, il videoclip di Immagini Amiche, la campagna nazionale che l’Udi ha lanciato quest’anno per contrastare “le immagini lesive e gli stereotipi femminili ovunque, non solo nella pubblicità” e che sta ottenendo risultati concreti grazie al sostegno di donne singole e di gruppi di donne che in tutta Italia stanno aderendo con boicottaggi e denunce.

    Al centro dei quattro giorni, il corpo delle donne e la sua fertilità nel senso più ampio del termine. Si è parlato di reti virtuali e politiche reali, della differenza che corre tra diritti e tutele, di femminilizzazione del lavoro e precarietà, di identità frammentate e decrescita, di trasmissione dei saperi e valore sociale della maternità, di cambiamenti e prospettive, cura e manutenzione, ambizioni e libertà.

    Immancabile il riferimento al dibattito d’attualità, in quei giorni incentrato sullo strano fenomeno delle ‘studentesse di Geddhafi’. “Quando un uomo vuole offendere un altro uomo usa le donne” con questa frase Pina Nuzzo, delegata nazionale Udi ha introdotto il suo discorso venerdì 3 settembre chiedendosi, e chiedendoci, perché le nuove generazioni di donne non si mobilitano di fronte a fatti pubblici di questo tipo. “Perché non hanno la percezione politica del rischio che corre la loro libertà, forse perché sono garantite dalle famiglie” ha risposto sempre Pina Nuzzo che ha voluto descrivere la Scuola come un momento di passaggio dal virtuale del web, dove molte si erano già conosciute, all’incontro reale.

    Ad aprire i lavori la preziosa relazione di Rosanna Marcodoppidodedicata alle trappole dell’emancipazione, un’efficace ricostruzione della storia della libertà delle donne attraverso la loro presa di parola letteraria e politica. Poi Valentina Sonzini, dell’Udi Genova, ha fatto il punto sulle identità di passaggio delle donne nel mondo del lavoro femminilizzato dove essere allo stesso tempo più cose – lavoratrici e madri, retribuite e realizzate – è spesso un impedimento perché le scelte diventano reciprocamente esclusive e la contrattazione un problema individuale. Da qui la necessità di riarticolare il discorso tra i sessi, ha spiegato la Sonzini, e di lasciare da parte conciliazioni e doppi sì per mettere invece l’accento sulla condivisione di compiti e ruoli. Cruciale in questa transizione – dalla conciliazione alla condivisione – ha detto sempre la Sonzini è anche chiedersi quanto il lavoro e la retribuzione siano necessari per la strutturazione della nostra identità e per il raggiungimento della nostra felicità e a quali condizioni, mettendo in conto anche la possibilità di contribuire al cambiamento del modello economico di riferimento.

    Del “fatto” della differenza sessuale nell’organizzazione sociale e del lavoro ha parlato poi Giulietta Ruggeri, intellettuale e femminista che ha tracciato il quadro del lavoro femminilizzato e flessibile a partire dai concetti di differenza sessuale elaborati dalle teoriche femministe italiane e straniere del nostro tempo (Butler, De Lauretis, Cavarero, Diotima, Libreria delle donne di Milano, ecc.) , e poi articolando il discorso attorno allo snodo maternità/lavoro e alla difficoltà che le lavoratrici attuali trovano nel viversi al meglio la maternità. Dalla Ruggeri anche spunti per ripensare lavoro di cura e lavoro biologico, in modo da renderlo visibile e computabile all’interno del PIL.

    Tante altre sono state le relatrici intervenute alla scuola,  docenti universitarie come Fatima Farina (Sociologa all’Università di Pesaro-Urbino) che ha illustrato i risultati di un questionario su donne e lavoro; ma non solo. La mattina di sabato 4 settembre – ad esempio – è stata dedicata tutta a narrazioni di donne attive nel mondo dell’impresa, del sindacato, della finanza, dei servizi (Cecilia Casula, del Coordinamento RSU Atac Filt CGIL Roma e Lazio; Deborah Lucchetti, Presidente Coop Fair – commercio equo e solidale, coordinatrice Campagna Abiti Puliti; Sarah Zuhra Lukanic, Giornalista di Internazionale; Monica Nolo, Direttora Confart; Antonella Petricone, della Coop BeeFree). Nel pomeriggio invece Milena Carone, avvocata Udi, ha coordinato una tavola rotonda sul tema ‘Tra diritti e tutele’.

    La Scuola è stata anche occasione per la presentazione del Quaderno dei 5finesettimanadipolitica (incontri avviati a seguito della Scuola politica UDI 2009) e degli ultimi due numeri della rivista Dwf dedicati al tema del lavoro.

    Non sono mancate, infine, proposte concrete come quella che è andata sotto il nome di ‘Operazione Womenpedia‘ lanciata dall’Udi proprio durante la scuola invitando tutte a “intervenire in massa” suWikipedia con l’obiettivo di far emergere l’apporto delle donne nei vari campi del sapere, cominciando a fare sul web quello che ancora non è possibile fare per i testi scolastici.

    Report a cura di Claudia Bruno
  • Scrittura della ricerca – Ricerca della scrittura – Verona, 23 settembre 2010

    GIORNATA DI STUDIO

    SCRITTURA DELLA RICERCA, RICERCA DELLA SCRITTURA

    Scrittura scientica,
    scrittura pensante nell’università
    scrivere, pubblicare: come? per chi?

     

    Nell’arena contemporanea della produzione scientica universitaria, la scrittura, come linguaggio-pensiero che coevolve con un’impresa di ricerca e la struttura, sembra sempre più sottostare alla pressione dei parametri convenuti all’interno delle diverse comunità scientiche, ormai internazionali e globali. Nella pragmatica della comunicazione accademica a vecchi canoni si sono aancati e più spesso sostituiti nuovi canoni, che da un lato rappresentano un utile orientamento, ma dall’altro rischiano di accentuare il conformismo accademico e scientico. Inoltre la competizione tra scrittura e altre e più nuove tecnologie, e la scarsa abitudine degli studenti a cimentarsi con una scrittura pensante e scientica destano preoccupazione nei docenti e nei vari atenei: sempre più si ricorre a programmi specici di insegnamento per il conseguimento della competenza scritta, con impostazioni ed eetti che sarebbe interessante valutare. La produzione di testi scritti è un aspetto rilevante della politica della cultura scientica e universitaria. Quali i margini, le condizioni, le forme di “libertà rigorosa” e di originalità nella scrittura, anche considerando la crescente ibridazione con linguaggi dierenti (visuali, sonori, ecc.) e i diversi scopi, contesti, pubblici, di questa produzione? La giornata di studio intende aprire uno spazio di confronto su questi temi, mediante il contributo di studiose/i che da anni si occupano della scrittura in ambito professionale e universitario e la partecipazione propositiva di studenti e dottorande/i . L’attenzione sarà rivolta specicatamente all’area delle scienze umane e sociali.

     

    23 settembre 2010
    Università di Verona,
    aula T1 Polo Zanotto,
    via S. Francesco, 22

     

    Programma

    Ore 9,30
    Saluti
    Prof. Mario Longo
    Preside Facoltà di Scienze delle Formazione
    Prof. Guido Avezzù
    Preside Facoltà di Lettere e Filosofia
    Prof. Paola Di Nicola
    Direttrice della Scuola di dottorato in Scienze umane e losoa
    Prof. Luigina Mortari
    Direttrice del Dipartimento di Filosoa, Pedagogia, Psicologia
    Prof. Franco Frabboni
    Presidente Graphein
    Apertura a cura di:
    Duccio Demetrio
    Università di Milano Bicocca, direttore scientico di Graphein
    Anna M. Piussi
    Università di Verona, vicepresidente di Graphein

     

    Ore 10,30
    Luisa Muraro
    Comunità losoca Diotima
    Nel laboratorio della scrittura: indicare, immaginare,significare

     

    Telmo Pievani
    Università di Milano Bicocca
    Narrazioni della scoperta: libertà e immaginazione
    nelle scritture di scienza

     

    Pausa caffè
    Massimiliano Tarozzi
    Università di Trento
    Scrivere per pubblicare. La scrittura scientica tra
    creatività e rigore

     

    Dibattito

     

    Ore 13,00-14,30
    Pausa pranzo

     

    Ore 14,30
    Roberto Maragliano
    Università di Roma Tre
    Determinati a scrivere

     

    Chiara Zamboni
    Università di Verona
    Scrittura come via di trasformazione

     

    Marco Dallari
    Università di Trento
    Scritture di immagini e parole, dai codici miniati
    alle pratiche scrittovisuali contemporanee

     

    Dibattito

     

    Pausa caffè

     

    Emanuela Cocever, Angela Chiantera
    Università di Bologna
    Lingua e scrittura dell’esperienza nella ricerca e
    nella formazione alle professioni educative e della
    salute

     

    Antonia De Vita
    Università di Verona
    Invenzioni sociali per la scrittura

     

    Cosimo Laneve
    Università di Bari, vicepresidente di Graphein
    Scrivere la scienza

     

    Ore 18,00
    Dibattito e conclusioni

     

    Agli studenti iscritti alla Facoltà di Lettere e
    Filosofia o alla Facoltà di Scienze della
    Formazione che partecipino all’intera giornata
    verrà rilasciato un attestato e riconosciuto
    1 CFU.
  • Scuola estiva della differenza, Lecce 5-10 settembre 2010

    Tra il 5 e il 10 di settembre si è svolta l’ottava edizione della ‘Scuola filosofica della differenza’ di Lecce, promossa dall’Università del Salento, in collaborazione con l’Università degli Studi Roma Tre e il convento delle Benedettine di Lecce, con il titolo: ‘quale felicità? Dal PIL al BIL: tempo, denaro, lavoro, benessere’

    (l’indirizzo per visionare il programmahttp://bacheca.unile.it/pubblicazioni/ScuolaEstiva2010.pdf ).

    Come sempre l’agenda di relatrici è stata fitta e variegata, dato il tema molto ampio che permetteva una molteplicità di prospettive e pieghe di riflessione.

    La scuola, nel percorso che hanno tracciato le relazioni esposte, ha iniziato facendo chiarezza sulle questioni tra PIL e BIL: il primo come indicatore dello sviluppo e la ricchezza di una nazione, il secondo come indicazione di uno stile di vita che pone al centro il singolo e il benessere individuale, il fatto che questi due parametri indichino modi opposti di agire e di scegliere la vita (Claudia Sunna, Univ. Salento). Nel corso delle relazioni ci si è addentrate con maggior profondità nelle diverse piegature di riflessione che una scelta altra produce: il tema del tempo nella relazione con il non umano e l’infanzia (Nadia Setti, Paris VIII), il tempo inteso come tempi di vita che generazioni diverse posso insegnarsi a vicenda (Margarete Durst, Univ. Tor Vergata); la felicità come effetto del benessere e dell’equilibrio dell’esistenza (Angela Ales Bello, C. I. Ricerche Fenomenologiche). Chiara Zamboni (Univ. Verona) e Luisa Muraro hanno affrontato la questione mettendo in rilievo la necessità di esporsi, di mettersi in gioco: la prima ci dice come per modificare l’istituzione sia necessario guardare al nostro inconscio per capire anche l’inconscio collettivo che anima l’istituzione stessa: essa può modificarsi solo grazie a dei nostri piccoli ma risoluti tentativi e ‘colpi di mano’; la seconda, proponendoci l’antico dilemma, non ancora risolto, della scelta tra l’universalità del neutro e la parzialità della differenza, ci incoraggia a sbilanciarci dalle posizioni acquisite per conquistare uno spostamento che abbia davvero un peso. Ricordiamo infine la relazione di Rita Fulco (Univ. Palermo) che ha posto con calore e passione la questione dello stare al mondo con angustia e calcolo, per mostrarci come il denaro, la sua mancanza, possa dominare e significare l’intera esistenza; ed Elisabetta Cibelli (Univ. del Salento) che ha proposto la questione del lavoro dalla prospettiva di giovani donne che vivono il precariato cognitivo.

    Ma l’interesse che riveste questa scuola sta in altro, nel fatto di essere prima di tutto un luogo di donne dove la relazione rimane la costante più evidente: l’ambiente quieto e contenuto del convento che ospita la scuola, diventa un denso micromondo di relazioni e scambi accalorati, accelerati dal desiderio di non perdere niente di quel che immediatamente accade, qualcosa di cui, qualche volta, le relatrici al tavolo sono solo lo sfondo e il riferimento.

    In questo luogo è evidente come ci siano ancora le possibilità e tutta la volontà di creare insieme, di veder nascere i pensieri davanti ai propri occhi da un’esperienza viva e concreta, dalle parole scambiate con l’altra in carne e ossa. Quest’anno, per la prima volta, la scuola leccese ha previsto, nei lavori pomeridiani, dei momenti di riflessione per le iscritte e gli iscritti alla scuola in forma di seminari la cui unica regola era che le relatrici dei lavori presentati la mattina non fossero presenti, per lasciare maggiore libertà di espressione alle e ai corsisti. L’indubbia buona intenzione di permettere un libero gioco di espressione, che non ponesse limite alle critiche e alle proposte ha lasciato, nei fatti, molte e molti senza una motivazione: è stato semplice e spontaneo che corsiste e corsisti si relazionassero tra loro, in tutta libertà e al di fuori dei momenti organizzati, dando vita a dei discorsi che percorrevano lateralmente le discussioni pubbliche. Ma la vera urgenza che l’organizzazione della scuola avrebbe dovuto captare e incoraggiare è il desiderio di molte e molti di confrontarsi con le docenti stesse, sui temi da loro presentati, per vagliare insieme altre ipotesi e, perché no, mostrare delle critiche a quanto ascoltato: la variegata differenza che connotava il gruppo di partecipanti alla scuola (di ogni età, di diversa formazione, con diversi approcci al pensiero femminile) avrebbe permesso questo, ma è stata risolta in un appiattimento generale sui ruoli di studente e studentessa, determinati dall’intenzione di tutelare bonariamente dal giudizio delle ‘più grandi’. Forse anche le incomprensioni durante l’esposizione pubblica dei bilanci nati dai seminari danno il polso di un’esperienza che non è stata compresa fino in fondo e che sarebbe stata più significativa se le intenzioni che la animavano, alla base, fossero state espresse più chiaramente. C’è inoltre da dire come alcune delle relatrici fossero intenzionate ad un incontro più aperto con corsiste e corsisti: in più momenti questi incontri sono avvenuti, lasciati un po’ troppo al caso e all’iniziativa personale delle singole.

    La specificità dei luoghi di donne sta, oggi, nell’incontro tra diverse generazioni: il legame prodotto dal pensiero che si ha in comune può essere messo in questione attraverso le fatali e indispensabili diversità che esistono tra donne che hanno avuto vite diverse, che hanno partecipato a storie dissimili in più di un aspetto. Per la differenza sessuale, un pensiero e una pratica che dà universo di significato e modo di agire a numerose donne, è giunto il momento di confrontarsi con ciò che c’è, con il nuovo che ci trasforma e che mette continuamente alla prova. Per il pensiero di donne ciò non può non avvenire anche, e soprattutto, nella pratica, nell’incontro tra chi crede nella forza dello stare in presenza.

     

    report a cura di Valeria Mercandino