• “Décolonisons les arts!” a cura di Leila Cukierman, Gerty Dambury et Françoise Vergès, Arche éditeur, 2018

    “Décolonisons les arts!” a cura di Leila Cukierman, Gerty Dambury et Françoise Vergès, Arche éditeur, 2018

    recensione di Roberta Anello

    30 nuances de noir(es) – Compagnie Sandra Sainte Rose
    30 nuances de noir(es) – Compagnie Sandra Sainte Rose

    Introduzione

    Decolonizzare i saperi, la filosofia, la scienza… L’arte.
    Perché arte e arte africana non potrebbero essere sinonimi? Perchè non «arte europea», dunque? Perchè “europea” risulterebbe una connotazione ridondante, mentre “africana” una connotazione necessaria ? Può rientrare all’interno dell’aureo tempio dell’arte ciò che sfugge alle nostre categorie, o il canone di Policleto e le tre unità aristoteliche costituiscono la conditio sine qua non affinchè un’opera possa essere considerata Arte? Sembrerebbe che all’infuori di quelle categorie che designano l’eccellenza artistica, ossia l’arte in senso universale, sia necessario aggiungere un «marcatore» che distingua la “vera” arte da quella che – come l’arte popolare – è espressione di una cultura particolare. Produzione artistica di serie B frutto non della genialità di un singolo, ma espressione collettiva di una comunità: ETNICA! Quale posto è riservato all’interno degli ambienti artistici e culturali occidentali alla «genialità etnica»?

    Le statistiche sono scoraggianti: in Francia, questi milieux restano esclusiva di un’èlite bianca; gli “altri”, ridotti a rappresentanti della propria cultura di appartenenza, sono per lo più confinati all’interno di ruoli subalterni decodificati in termini razziali. 
    Dinnanzi alla persistenza di meccanismi fortemente legati alla storia coloniale e schiavista, alcuni artisti e intellettuali strappano il velo di Maya, svelando l’esistenza di un razzismo ignorato, se non anche demonizzato, eppure tangibilmente presente. 

    Décolonisons les arts!: la persistenza di un mito. 

    Pubblicato nel 2018 in Francia per la casa editrice L’Arche, Décolonisons les arts! è il libro-manifesto dell’associazione «Decoloniser les arts» (DLA) creata nel 2015 da artiste/i e professioniste/i del settore operanti in Francia.
    Il collettivo si propone «di aprire ulteriormente il dibattito sul razzismo all’interno del mondo culturale e artistico» al fine di «identificare le cause delle assenze, dei rifiuti, delle omissioni, e dei punti ciechi nella rappresentazione dei racisé.e.s […] all’interno delle istituzioni artistiche e culturali, nel cinema, nel teatro, nella danza, nella musica, nelle arti dello spettacolo e nei musei» (p.7).
    Il libro raccoglie le testimonianze di quindici artisti tra attori, attrici, registi/e, scenografe/i, una cantante lirica e un rapper, chiamate/i a descrivere la loro pratica artistica all’interno di una dimensione decoloniale, sebbene – per loro stessa ammissione – questa non sia sufficiente a denazionalizzare/deoccidentalizzare la versione francese dell’universale. 

    A seguire sono proposti i saggi delle tre curatrici Françoise Vergès, Gerty Dambury e Leïla Cukierman che, tramite un’analisi storica e socio-culturale, svelano il perpetuarsi di un mito che grava sulla società francese: il razzismo non esisterebbe nè all’interno delle istituzioni pubbliche nè tantomeno all’interno dei «milieu» culturali. Infatti, la condanna morale del razzismo all’indomani della Seconda Guerra mondiale ha visto l’imporsi di una finction secondo cui il razzismo non sarebbe nient’altro che un’opinione mossa da una falsa etica.
    Décoloniser les arts! mira a sfatare questo mito: «il razzismo […] è un sistema che struttura lo Stato e le istituzioni ed è profondamente penetrato nella società. Chi potrebbe credere che più di cinque secoli di colonialismo non abbiano inciso sulla società francese? […] Il razzismo contamina la società, perfino gli ambienti più progressisti come il mondo culturale e artistico» (p.8).

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    Kader Attia & Jean-Jacques Lebel, One and Other | Palais de Tokyo | 2018

    Dare valore a ciò che è differente 

    L’esigua rappresentazione dei «M.A.N.A» (magrebini, asiatici, neri e altre identità), utilizzando l’originale formulazione della poeta e drammaturga Gerty Dambury, rivela l’esistenza di un substrato culturale che esclude il diverso e riproduce una gerarchia politico-culturale che pone al vertice l’uomo bianco.
    In sintesi tale gerarchia trae la sua origine da un passato coloniale di cui non ci si è liberati del tutto. Il colonialismo si esercita ancora in un «razzismo senza razza», dove ‘razza’, lungi dal denotare una differenza biologica, indica piuttosto una cultura, un’origine estranea all’universalismo occidentale. 
    Sebbene nel tentativo di essere più politically correct, si esia più inclini ad utilizzare il termine etnia – perché apparentemente più neutrale – la definizione «gruppo che condivide un insieme di elementi culturali», cela sempre una connotazione valutativa e discriminatoria: etnico è sempre l’altro, ossia colui che si discosta, che non appartiene alla cultura dominante, quella occidentale. 

    L’aspetto messo in luce e che ripercorre quasi interamente le pagine del libro è l’impossibilità per gli artisti «MANA» di vedere riconosciuta la propria arte.
    Decolonizzare l’arte prevede infatti l’adozione di codici e di strutture che non si identificano con i canoni dell’eccellenza artistica previsti dal culturalismo occidentale, il cui monopolio si esercita anche nello stabilire i parametri estetici di ogni qualsivoglia forma artistica.
    Decolonizzare l’arte significa aderire a dei paradigmi differenti, significa proporre nuovi modelli, nuovi modi di pensare l’arte e l’espressione artistica. Significa anche trovare nuovi modi di vivere lo spazio – come suggerisce la regista Eva Doumbia –, il rapporto tra palcoscenico e platea e quindi il rapporto tra attore e pubblico: «Il rapporto frontale mi sta stretto, lo trovo gerarchizzante: ci sono delle persone che parlano, che sanno, altre che ascoltano. Nei quartieri popolari e nell’Africa subsariana, le persone rispondono agli attori, e questi salutano i loro amici spettatori quando arrivano in ritardo. […] Ci si siede in cerchio, dispositivo che permette una circolazione più democratica. […] Ho capito che la scenografia frontale è legata ad una cultura della dominazione e ad una concezione elitaria dell’arte» (p.33).

    Eva Doumbia in Moi et mon cheveu

    Decolonizzare l’arte si traduce nell’idea di fare arte in «façon indigènes» – riportando una citazione del regista cambogiano Rithy Panh (p.18) –, un modo di operare cioè in grado di decentrare il punto di vista valorizzandolo. Occorre dunque procedere verso una riappropriazione del proprio punto di vista particolare e differente. La decolonizzazione è infatti un processo che investe anche lo sguardo che si ha su di sè, uno sguardo inautentico da cui questi artisti tentano di disfarsi: «la sindrome della colonizzazione non abita soltanto l’animo dei Bianchi […] ma anche lo spirito di una intelligentsia razzializzata». La decolonizzazione infatti non è un acquisizione bensì «un processo esigente […] di decostruzione tanto interiore, quanto esteriore» (p.38).
    L’affermazione di un proprio canone estetico, l’audacia formale, la scelta dei soggetti non è – per queste/i artiste/i – solo mero sperimentalismo ma un vero e proprio atto politico. Le loro opere tuttavia stentano a varcare la soglia delle grandi Scènes Nationales, ossia quei luoghi simbolo dell’«eccellenza occidentale» in cui è racchiusa la “vera” arte. L’accusa è quella di un eccessivo particolarismo, di un eccessivo senso comunitario, dell’eccessivo richiamo a tematiche «scomode» che contraddicono, se non anche offendono, il dictum repubblicano di liberté, egalité, fraternité. Il riferimento ad origini, storie, culture diverse – spiega Hassane Kassi Kouyaté, regista, attore e cantastorie – viene loro continuamente contestato perchè non raggiunge una forma che sia paradigma dell’universale condizione umana. 

    Le difficoltà incontrate dai «MANA» nel riconoscimento del loro lavoro artistico è il riflesso di un modello d’integrazione per lo meno problematico. L’assimilazionismo francese col suo universalismo intransigente si rivela incapace di riconoscere e valorizzare le differenze e i particolarismi culturali con cui, intanto, non può non fare i conti (la Francia è infatti il paese europeo con la più antica e consolidata esperienza d’immigrazione). Il secolarismo, sotto una veste di presunta neutralità, che si traduce nell’adesione (obbligata) ai valori repubblicani, non costituisce un assunto universale, ma è il prodotto particolare del percorso storico intrapreso dalle società liberali occidentali. 
    Come constata la filosofa franco-algerina Seloua Luste Boulbina nel suo libro Les Miroirs vagabonds ou la Décolonisation des savoirs vi è un «ostacolo sull’articolazione dell’universale e del particolare; come se l’albero fosse l’opposto del faggio, della betulla e soprattutto del baobab e l’universale l’antidoto al particolare». Ostacolo che attesta un colonialismo non ancora estirpato, sintomo del rapporto di potere tra una maggioranza sicura di difendere un presunto universale antropologico e una minoranza la cui singolarità viene tacciata di comunitarismo essenzializzante. 

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    Kader Attia, Ghosts

    «On ne nait pas noir, on le devient»

    Riportando questa citazione mutuata dalla celebre massima di Simone de Beauvoir, mi sembra di cogliere un’assonanza con uno dei punti più pregnanti dell’analisi fornita da Frantz Fanon in Pelle nera, maschere bianche, ossia l’articolazione di una visione della realtà sociale in cui neri e bianchi esistono nella relazione che li definisce come tali, e non in sé. 
    Infatti, come le autrici/autori di Décolonisons les arts! scrivono nell’introduzione: «La “razza” non esiste, ma dei gruppi di individui sono oggetto di “racisation”, una costruzione sociale vicina ad una definizione storica ed evolutiva della “razza”. I processi di racisation sono i differenti dispositivi – giuridici, culturali, sociali, politici – per cui delle persone e dei gruppi acquisiscono delle qualità (i Bianchi), o degli stigma (gli “altri”)» (p.8). 
    La racisation è un processo che si apprende subendo lo sguardo dell’altro sul proprio corpo. Ma cosa significa essere “racisé.é”? Cosa denota, cosa racconta questo termine? Perchè scegliere questo termine per descrivere sè stessi? «Nel contesto francese, la mia assegnazione razziale ha un senso particolare per coloro che appartengono alla norma e dunque alla storia della dominazione […]. Come identificare e nominare – in questo contesto – la mia esperienza di vita che è diversa da quella di una persona bianca se non si ricorre al concetto di “razializzazione”?» (p. 51). 
    L’uso di questo termine dunque non è puramente descrittivo, ma riesce a concettualizzare, a rendere visibile l’esperienza delle minoranze all’interno del contesto occidentale. Eppure, sebbene si scopra di essere «racisé.é» scrutando lo sguardo altrui sul proprio corpo, è necessario assumere di esserlo e «affermarlo non significa vittimizzarsi, ma far mostra di un’energia che appare spesso […] un’insolenza» (p.58). 

    Décolonisons les art! non si limita solo a difendere un pluralismo intellettuale minacciato dal più cieco dei particolarismi, ma si addentra nelle cause di questo misconoscimento radicate in un razzismo di Stato che può essere estirpato solo nello sforzo collettivo di imparare a vedere ciò che è nascosto sviluppando una curiosità ormai sopita. «Una decolonizzazione delle arti passa prima di tutto dalla comprensione dei fenomeni e dei processi di eliminazione che sono all’opera e che possono insinuarsi celatamente. La decolonizzazione esige un enorme sforzo poichè è necessario disapprendere per apprendere, è necessario sviluppare una forma di curiosità che chieda sempre, come, perchè e per chi. L’educazione ci insegna a non essere curiosi/e ma a disconnetterci dal nostro mondo e dal mondo» (p.123).

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  • Secondo incontro – Differenze – Audio di Alessandra Chiricosta

    L’intervento di Alessandra Chiricosta riarticola il concetto di differenza tra il Sè e l’alterità descrivendo i meccanismi del colonialismo epistemico, e proponendo una visione filosofica radicata nella pluralità delle differenze: pluralità di lingue, luoghi, tradizioni, esperienze.

  • Alessandra Chiricosta – Filosofia interculturale e valori asiatici, O barra O Edizioni, Milano 2013

    Alessandra Chiricosta – Filosofia interculturale e valori asiatici, O barra O Edizioni, Milano 2013

    Fiorita a metà degli anni Ottanta del Novecento la filosofia interculturale ha accolto pienamente la sfida umana e filosofica contemporanea, avendo come scopo oltre che una destabilizzazione profonda di tutte le precomprensioni, l’abbandono delle ottiche dicotomizzanti, l’allargamento del dialogo filosofico tra diverse culture, non reificate e ridotte a meri oggetti di studio, con l’obbiettivo d’instaurare, a partire dal riconoscimento dell’importanza fondante della relazione, un autentico confronto che renda operativa la coesistenza pacifica delle diversità in un arricchimento che possa aprire a nuovi ed inediti orizzonti per pensare le dimensioni dell’essere umano e il senso che ha per tutti e per tutte noi coabitare in questa Terra.

    Da tempo uno degli studiosi italiani dell’interculturalità, Giangiorgio Pasqualotto, e con lui Giuseppe Cognetti attraverso le sue lezioni di filosofia interculturale nell’Università di Siena, sottolineano l’impossibilità di definire a priori, con gli strumenti occidentali dellaratio calcolante, gli esiti di una comparazione interculturale: le regole del confronto si creano nel momento del raffronto stesso, che non deve pretendere di costruire una panoramica oggettiva, con il pericolo di una reductio ad unum, ma neanche deve sfociare in un relativismo apatico che rischia di appiattire le differenze fino ad annientarle.

    Nel grande “dialogo” che Alessandra Chiricosta, insegnante presso la Hanoi University del Vietnam,  intraprende tra i vari approcci per ripensare la storia e gli esiti del pensiero filosofico in un contesto multietnico e globale, nel suo libro pubblicato nel mese di Aprile di quest’anno e intitolato “Filosofia interculturale e valori asiatici” emerge meravigliosamente proprio la sua mirabile apertura verso nuove prospettive d’indagine al di fuori dei paradigmi interpretativi dominanti in ambito occidentale.

    Nella prima parte del suo attento lavoro, chiamando al confronto di volta in volta come interlocutori, il multiculturalismo, il postcolonialismo, il femminismo e la filosofia comparativista, l’autrice fa emergere in modo critico, grazie ad una vastissima bibliografia, grazie all’energia del suo pensiero dell’esperienza e ad una curatissima e vivace rassegna dei contributi internazionali di pensatori e pensatrici nei diversi ambiti analizzati, i limiti e le risorse dei differenti apporti per pensare e porre il problema dell’alterità.

    A metà strada del percorso del libro, dopo aver esaminato i principali ostacoli che impediscono l’attuarsi reale di pratiche dell’incontro, il cammino delineato dall’autrice ci guida, in modo esaustivo e oltremodo approfondito, (in un contributo esclusivo, da parte di una filosofa italiana)  verso i metodi dell’interculturalità e verso la loro efficacia.

    E’ solo dopo aver chiarito che “l’apertura della filosofia all’intercultura, polifonica e plurilinguista, si presenta non tanto nei termini della fondazione di un’ennesima disciplina, quanto di un movimento rinnovatore dell’intero panorama filosofico, che colga l’occasione offerta dal pensiero plurale per far riguadagnare alla filosofia il ruolo  di guida a lei sottratto dal primato della tecnocrazia economica nelle società odierne” (p. 13),  che si può attuare un’originale comparazione con i valori morali del Vietnam, in un’ermeneutica interculturale che superi i confini di quella di Gadamer, Ricoeur, Jullien e il conflitto mal posto e dicotomizzato  tra valori asiatici e diritti umani.

    In un approccio dialogico e non dialettico, che, richiamando a più riprese a Raimon Panikkar, richiede un ripensamento dei paradigmi che vincolano il nostro agire e il nostro pensiero,  Alessandra Chiricosta propone una rivoluzione antropologica radicale, che, richiamandosi anche al pensatore cubano Fornet-Betancourt, si realizzi attraverso sistemi polilogici che possono rimuovere le assimetrie esistenti e che possono prospettare scenari di maggiore dialogo. A favore del fecondo polilogo, il distruttivo monologo della concezione occidentale deve esser messo in discussione svelandone i postulati e i presupposti, la pretesa di universalità a priori. E’ qui che trova spazio allora la prassi virtuosa e vitale della comparazione interculturale, molto lontana dall’ ipostatizzare “l’Altro” funzionalmente al tipo d’identità che si vorrebbe rafforzare. In una dimensione babelica, denuncia più volte l’autrice, l’altro vien spesso nominato in absentia, relegato ad un’eccessiva mitizzazione in un romanticismo descrittivo, riportato violentemente al concetto fagocitante dell’identità.

    Qui invece la scelta del Vietnam come campo di studio coinvolge per sconvolgere l’inerzia dei nostri pensieri.

    Nell’ultima parte del percorso del libro, oltre a permettere di superare la sterile contrapposizione dialettica-duale tra universalismo e relativismo, la scelta del Vietnam apre a nuove uniche visioni, anche per la peculiarità del suo vissuto storico: ex-colonia, l’affermazione dell’unità nazionale del Paese coincide con la lotta per la liberazione dal colonialismo francese e dall’imperialismo statunitense, combattuta facendo leva su di un codice valoriale condiviso dalla nazione tutta, che, vien accennato dall’autrice, ha trovato fortuna nella sua unicità anche nella costruzione del suo femminismo.

    La peculiarità del Vietnam è data anche però dal ruolo simbolico che ha rivestito per molti paesi occidentali durante l’omonima guerra, e proprio tale simbolicità ha determinato fraintendimenti di molti elementi della sua ricchissima cultura.

    Lontano da generalizzazioni di stampo etnocentrico, distante da esotismi e idealizzazioni, da riduzionismi strumentali, Alessandra Chiricosta mostra come attraverso una profondissima ricerca, oltre che filosofica, sociolinguistica, il Vietnam possa offrire una diversa prospettiva tra Valori asiatici e Diritti umani: il primato della morale su qualsiasi forma di epistemologia, una concezione relazionale dell’essere  e della persona chiama ad una dimensione valoriale che si radica non contro, ma al di là dei postulati, alla base del diritto, che strutturano le concezioni individualistiche occidentali.

    Nel linguaggio vietnamita, nella sua terminologia, non esiste una forma fissa della parola “io”; questa infatti è sempre determinata dalla relazione tra gli interlocutori e tra le cose e struttura in modo peculiare la concezione del sé, distante da un’idea ego-centrica del vivere sociale. Non ci si può dunque stupire se, spiega l’autrice, nelle scuole coloniali franconfone la frase cartesiana alla base del pensiero occidentale “Io penso dunque sono” suscitasse l’ilarità generale tra studenti e intellettuali vietnamiti.

    L’autrice non vuol arrivare ad affermare che in Occidente non sono esistite declinazioni meno ego-centriche dell’essere umano, ma vuole constatare che l’individuo-persona così come è contemplato dalla teoria dei diritti abbia una storia culturale che si è incentrata più sull’autopercezione che sulla relazionalità.

    Il richiamarsi a una dimensione valoriale in opposizione alla razionale oragionevole o decente, (per dirla con Rawls) teoria dei Diritti apre alle domande: di quale ordine di valori morali è portatrice la teoria dei Diritti umani? Su quali logiche si fonda e quale storia l’ha costruita nella sua versione contemporanea? La risposta dell’autrice spiega come 

    “l’essere umano a cui si è fatto riferimento nella tradizione filosofica vietnamita si pensa a partire da una serie di relazioni che sono in primis etiche,  espressione, e, al contempo, perpetuazione di valori morali-sociali, su cui si fonda l’intera cultura”.(p.309)

    E ciò la porta a chiedersi: 

    “Può dunque la teoria dei Diritti Umani essere accolta in un diverso contesto senza che ciò significhi importare anche tutto il sistema etico, morale, politico a esso soggiacente?”

    Lontano dalla volontà necoloniale di continuazione monologica di una globalizzazione di stampo neoliberista, l’eco in espansione della fondamentale domanda di Alessandra Chiricosta arriva sino a noi e ci riporta all’urgenza pratica prima che teoretica della messa in discussione dei modelli rigidi e dicotomizzanti che ci limitano nel campo della prassi e del pensiero, imprigionato nelle gabbie di un’etnocentrismo del sé incomunicante e impositivo con le differenze tra cui, da sempre, si trova, e da cui, da sempre è costituito. Alla fine del viaggio proposto in questo libro, che forse per la prima volta in modo così esaustivo propone, in senso panikkariano, una comparazione completa, per un autentico dialogo interculturale, ci si abbandona al rischio della dispersione dei propri riferimenti certi, allo spaesamento per l’aver perso un senso preciso unilaterale; si esplorano allora nuovi lidi, lasciando da parte ogni precomprensione certa, si esaminano i limiti del pensiero postcoloniale che pure richiama ad una prassi d’impegno politico e militante; infine, a partire da lì, ci si trasforma, proprio grazie alla forza di quella auspicata metanoia radicale che Alessandra Chiricosta, accompagnandoci contestualmente, in modo appassionato e appassionante all’interno della filosofia interculturale, arricchente e sovversiva al contempo, ci chiede di compiere, rivoluzionando pensieri e pratiche, dando avvio a risignificazioni più libere e a narrazioni pacificamente polifoniche, che spalanchino scenari nuovi e rinnovatori per qualsiasi riflessione filosofica che voglia partire dalle urgenze della contemporaneità non solo per comprendere, ma anche per modificare gli assetti di potere e, allo stesso tempo, gli schemi di senso che regolano la nostra esperienza e la nostra coesistenza nel mondo.