[Recensione del volume di Alessandra Chiricosta, Un altro genere di forza, a cura di Isabella Pinto, apparsa su “Leggendaria – La natura delle streghe”, n. 140, 2020, pp. 50-52]
Seguendo i cinque movimenti della Medicina tradizionale cinese Chiricosta elabora un femminile potente eppure non subalterno all’idea della forza muscolare virile cara al patriarcato. Un testo che inaugura una nuova modalità di pensiero: partire dalle pratiche per passare dalle teorie e tornare alle pratiche
In Technologies of Gender (1987), Teresa de Lauretis mostra come il narratore di Se una notte d’inverno un viaggiatore derida la figura di Lotaria e delle sue compagne – al contempo donne che non si acquietano nel ruolo di semplice Lettrice, pretendendo di scrivere e addirittura fare critica letteraria, e topos calviniano che riporta alla figura delle Amazzoni –, individuando in quell’ironia l’accezione negativa di donna virago, una donna non-donna che è tale perché vuole essere simile all’uomo, e per questo perde tutte le caratteristiche che la includono nel femminile disegnato dalle culture patriarcali. Temi e figure attorno a cui ruota anche Un altro genere di forza di Alessandra Chiricosta, un volume organizzato seguendo i cinque movimenti della teoria dei wu xing della Medicina Tradizionale Cinese – Acqua, Legno, Fuoco, Terra, Metallo –, in cui la studiosa decostruisce il concetto di forza, tradizionalmente identificato con la violenza e la forza muscolare virile, posto in opposizione dicotomica con le mulieres, esseri molli, deboli, soggiogati e disponibili.
L’Acqua e il Legno Il primo incontro è con il Movimento dell’Acqua: «Nel corpo umano, rappresenta l’eredità delle generazioni precedenti che scorre in noi […] e, come inizio di ogni nuovo ciclo, le esperienze pregresse, che hanno formato ciò che in questo momento ci troviamo a essere» (p. 28). Un movimento che ritroviamo nell’attualizzazione del gesto di Simone Weil, attraverso cui Chiricosta smonta la narrazione dell’Iliade, criticando la concezione originaria della forza, del tutto schiacciata sulla violenza del telos e della Ragion di Stato. Addomesticata secondo la dicotomia maternità e valore combattente, la donna viene esclusa dalla soggettività culturale piena, al pari della natura e degli stranieri (p. 37). Ecco il senso dell’Amazomachia scolpita sulla metope del Partenone di Atene, ovvero fondare culturalmente l’esclusione delle donne combattenti tanto dalla polis quanto dall’essere donna. D’altronde, attraverso Weil e il suo spinozismo, Chiricosta rilegge creativamente la forza raccontata dall’Iliade secondo la doppia direzione della gravità e della grazia, elementi che, in chiave daoista, possono essere associati alla forza abissale dell’Acqua, mai disgiunta dalla forza lucente, erotica e sessuale, del Fuoco. In questo modo la forza diviene movimento impersonale e ciclico, che quando si lega alla violenza è spesso caratterizzata dalla dismisura e dal dominio (p. 52). Decolonizzando Weil, Chiricosta fa notare come la legge geometrica che punisce l’abuso della forza, già oggetto di meditazione per i greci, provenisse probabilmente dal concetto di karma delle filosofie dell’Asia meridionale, orientale e sudorientale (p. 53), ribaltando così la filiazione eurocentrica stabilita dalla filosofa francese. Il secondo movimento è il verdeggiare del Legno, forza di auto-accrescimento fino al suo giusto limite. Secondo la Medicina tradizionale cinese, questo movimento scorre nel canale del Fegato e della Vescica Bilare, innervando forze di difesa e inaugurando il movimento di espansione. Chiricosta torna sulla figura delle Amazzoni, intrecciando Weil, Angela Putino e Lina Mangiacapre, per passare dal momento decostruttivo e per certi versi ancora dialettico della prima, all’eterogenesi della smarginatura del logos nel mythos – di segno femminista e meridiano – delle seconde. Chiricosta rilegge la scena dell’Iliade in cui i Greci e i Troiani sono schierati in opposizione dicotomica e binaria sul campo di battaglia, con l’urgenza di mostrare come la forza spiraliforme e nomadica delle Amazzoni sia l’imprevisto e l’inaddomesticato accaduto durante la guerra di Troia. In un’ottica femminista naturculturale, il piano mitico e quello storico si fondono, permettendo una lettura della forza delle Amazzoni che sta né con i Troiani né con i Greci. Di conseguenza il corpo situato, sessuato e incarnato diventa l’elemento attraverso cui pensare la forza e, scalzando qualsiasi tipo di riflessione essenzialista, è possibile accedere alla figura della «donna guerriera» (p. 87), guidata dalla forza nemesiaca della «giustizia impersonale» (p. 89). Proseguendo su questo solco, l’autrice giunge alla figurazione di Camilla, guerriera dell’Eneide virgiliana, che mostra la forza verdeggiante – postumana – della femminilità, poiché traccia un divenire-tigre, capace di far esplodere l’opposizione tra vergine e virago e tra umano e animale. In questo groviglio vediamo emergere le donne guerriere quali soggettività non previste dall’ordine dominante, poiché sanno allinearsi a quella «forza che si concepisce come non soverchiante, ma che parte dalla spirale dell’auto-accrescimento e si manifesta come pratica liberatoria» (pp. 118-119). Nelle arti marziali questo si invera nel divenire-albero, forza al contempo ben piantata nel terreno, ma anche flessibile e mutevole nel suo sviluppo verdeggiante. Seguendo Putino, Chiricosta definisce allora la forza come «esercizio e addestramento, necessità cioè di quella sensibilità contestuale, allenata nella pratica, che fa comprendere i propri limiti e quando la forza rischia di cadere fuori di sé» (p. 128). Allo stesso tempo, grazie al romanzo di Maxine Hong Kingston, La donna guerriera (1976) – in cui due narrazioni del folklore cinese divengono figurazioni del possibile, poiché rilette dall’autrice per liberarsi dalla morsa delle forze oppressive di genere e razza –, la studiosa propone una figurazione della forza del Legno smarginando Occidente e Oriente.
Nel Fuoco l’unità mente-cuore «Giunto al suo culmine, il movimento Legno si trasforma in Fuoco» (p. 146). Il movimento del Fuoco, il cui colore è il rosso, percorre il corpo inteso come unità mente-cuore. È questo il movimento che lega la forza alla sessualità, e attraverso cui Chiricosta mostra la meccanica occidentale dell’addomesticamento della sessualità amazzonica, mostruosa e perturbante. La presenza di raffigurazioni quasi pornografiche delle Amazzoni presenti nella storia della cultura occidentale testimoniano infatti come il piacere femminile del combattimento sia stato piegato in piacere feticista dell’occhio maschile, codificando il corpo combattente delle Amazzoni come opposto trasgressivo del corpo docile della moglie e della madre. Alternativamente, Chiricosta riprende Putino e Mangiacapre, dando dignità alla passione che arde la Pentesilea (1876) di Heinrich Von Kleist, ovvero dando spazio all’intreccio tra il desiderio sessuale di Pentesilea verso Achille e la passione per un altro genere di politica propria delle Amazzoni. In questo entanglement Chiricosta mostra come il divenire-donna sia una forza che investe la soggettività, facendo posto anche al conflitto. Tuttavia, la differenza tra Pentesilea e Achille, e la necessità della prima di sconfiggere il secondo, si situa nella logica della legge delle Amazzoni, la quale «non cerca la gerarchia, ma la libertà dei due. Per realizzare questo scopo, occorre sconfiggere non l’individuo in sé, ma la forza soggiogante su cui ha costruito la sua identità […]. Essere sconfitto da un’Amazzone non significa divenirne schiavo, tutt’altro: vuol dire […] liberarsi e liberare le relazioni da condizionamenti gerarchici implicati in una visione della forza virile» (p. 173). Mutatis mutandis, ecco uno strumento utile per leggere il processo femminista delle donne curde del Rojava denominato «uccisione del Maschio Alpha», ovvero «un insieme di pratiche volte alla consapevolizzazione e al superamento di tutti quei comportamenti, abitudini, habiti che costituiscono il privilegio maschile nell’organizzazione gerarchica androcentrica» (p. 175).
Il Fuoco si trasforma in Terra Quando il Fuoco smette di ardere si trasforma in Terra. Chiricosta adotta il punto di vista della carnalità intelligente, senziente e connettiva, mutuato da Rosi Braidotti, per riarticolare la relazione Terra/Cosmo. L’autrice mostra così l’importanza dell’esercizio pratico per connettere la soggettività alla memoria carnale della Terra, e allo stesso tempo per costruire gli strumenti per muoversi nella Chaosmosi. Gli esempi e le figurazioni si spostano allora verso le arti marziali e la potenza combattente di corpi femminili o femminilizzati. Da Edith Garrud, che insegnò alle suffragette londinesi l’arte giapponese del Ju Jitzu, alle donne che praticarono il Wen Do, pratica nata nel 1972 in Canada in contesti femministi separatisti, in cui i percorsi delle combattenti asiatiche e marzialiste furono innestati con elementi di difesa personale. Oppure la Gulabi Gang, un’organizzazione di donne nata nel 2006 nel Nord dell’India per contrastare la violenza di genere, in cui altre donne vengono istruite nella pratica collettiva dell’uso del lathi – un lungo e flessibile bastone di legno. E ancora, il sodalizio tra le monache nepalesi della Montagna Amithaba con le monache vietnamite del monastero di Tay Thien, attraverso il desiderio delle prime di imparare dalle seconde il «Gong fu come pratica di liberazione psicofisica e politica e dove la trasmissione dell’arte è […] avvenuta tra donne, nella convinzione che istruttori di sesso maschile avrebbero causato la reiterazione di stereotipi di genere e limitato la possibilità autocoscienziale della pratica» (p. 252). Quinto e ultimo movimento, il Metallo incarna la forza della morte, in un moto spiraliforme senza il quale non sarebbe possibile alcun nuovo inizio. Il Metallo corre nei canali del Polmone e dell’Intestino Crasso, in un’alternanza di aria/respiro ed espulsione definitiva delle scorie dal corpo. Il Metallo è il movimento della forza della guerra, ma quale genere di guerra? Il terreno su cui si muove Chiricosta è ambiguo e non pacificato, ma ragionare sui nessi attorno a cui si snoda la violenza delle società militarizzate porta l’autrice a riflettere sulla forma attuale di thanatopolitca, capace di rifunzionalizzare l’inaddomesticato femminile nella militarizzazione, elemento del tutto in linea con la cultura occidentale, come mostra il mito di Athena (p. 284). Chiricosta trova allora maggiormente pertinente focalizzarsi, con Weil e Putino, sulla funzione guerriera al netto della guerra. Ci è impossibile qui addentrarci nello specifico di questa ricca analisi, ma basti sapere che viene mostrata la necessità di smontare la funzione dell’eroe, al quale viene concesso di agire la forza e di violare le regole poiché rappresenta il più forte, riconfermando quelle gerarchie virili per cui si configura «un modello di relazione in cui solo gli apici hanno il diritto di agire fuori dall’ordine» (p. 294). Alternativamente Chiricosta adotta la rilettura di Putino e Nicole Loraux, aprendo verso un’ambiguità che le consente di associare l’eroe alla figura della donna adolescente: «Non ancora addomesticata nelle logiche degli apparati, la giovane donna mostra la libertà di una forza verdeggiante che parla d’innumerevoli possibilità, di un destino ancora tutto da inventare» (p. 295). La funzione guerriera femminista permette allora di recidere il nesso doloroso con la funzione guerriera eroica della forza virile, per cui agire un taglio diviene liberazione e possibilità di trasformazione.
Diversi femminismi in contatto Intrecciandosi con la meta(l)morfosi braidottiana e il corpo cyborg di Haraway, Chiricosta mette in primo piano lo studio delle armi da taglio articolando un’agency della materia inorganica che apre all’intreccio tra il pensiero post-secolare daoista e il modello di solidarietà femminista proposto da Talpade Mohanty. L’autrice individua così una zona di con-tatto tra diversi femminismi e ne propone un’inedita figurazione: la Guerriera-Insetto, corpo-realtà capace di agire una forza all’altezza dell’epoca dell’Antropocene. Come le guerriere tessitrici, incrocio tra l’Arakne ovidiana e la serie di movimenti del taijiquan nello stile Chen e Yang denominati «ragazza di giada che lancia la spola», da cui emerge una «tessitrice di giada che, combattendo, racconta storie con il proprio corpo. Addensa l’energia nel proprio ventre, la trasforma in seta più resistente dell’acciaio. […] Non si limita a denunciare le violenze […] che vive sulla sua – e altrui – inferiorizzazione, ma tesse modi per uscire dal dominio di quella forza e dare forma ad altro» (p. 336). Il volume di Chiricosta è dunque un libro che nasce dalle pratiche, attraversa le teorie per tornare nuovamente alle pratiche, inaugurando uno stile di pensiero che la colloca a pieno titolo nella nuova e selvaggia generazione di pensatrici femministe. Anche per questo motivo Un altro genere di forza si rivela essere una lettura indispensabile per quante e quanti vogliano esplorare e trovare strumenti utili per acquisire tutta la forza necessaria, soggettiva e collettiva, personale e politica, per agire e trasformare se stesse e il nostro inquieto presente.
Alessandra Chircosta, Un altro genere di forza. Costruzione sociale e filosofica della debolezza del corpo femminile e del mito della forza virile, Iacobelli, Guidonia-Roma 2019, pp. 351 pagine, 18 euro. e-Pub 8,99 euro.
Una versione di queste note, letta come introduzione al convegno del 27-29 settembre 2019 del Giardino dei Ciliegi, è postata sul sito www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it dove si trovano anche le osservazioni di Clotilde Barbarulli e mie sul percorso che ci ha portate a riproporre il tema del Dominio. Poiché alcuni temi condivisi in autunno con le partecipanti al Master sulle Politiche di Genere di Roma Tre diretto da Federica Giardini, e con le organizzatrici del Modulo Arti – Ilenia Caleo e Isabella Pinto -, e del Modulo Scienze (Bologna) – Angela Balzano – sono confluiti in questo testo, lo condivido ringraziando.
Power is what I like best in the world. The struggle is everyday not to use it [1] Caryl Churchill, A Mouthful of Birds, 3.
Questo convegno ha preso forma, per così dire, dalla necessità di tradurre la parola inglese “mastery” nel saggio Unthinking Mastery. Dehumanism and Decolonial Entanglements (Duke 2017) — un concetto che l’autrice canadese Julietta Singh situa su una soglia material-semiotica, tra materia e narrazione, analizzando il rapporto tra potere e dominio in espressioni quali violenza, violenza epistemica condivisa, l’assenso/dissenso al potere, il rapporto tra etica morale e dover essere. Singh si chiede come contrastare potere e dominio, come resistere, come sottrarsi – anche attraverso il fallimento, l‘insuccesso, la disfatta, la rinuncia, il dissenso, o whatever: cioè attraverso qualsiasi altra performance possibile o immaginabile che indaghi disaffezioni, sottrazioni, dis-identificazioni, de-oggettivazioni utili a resistere e contrastare il dominio dell’umano – temi spesso affrontati al Giardino, che ogni volta si ripresentano.
Così, per un riconoscimento genealogico nostro, oltre che linguistico – perché mastery deriva dal francese maitrise, traducibile con dominio, controllo, padronanza, maestria, maestranza, competenza, ambiti del fare e del sapere – “dominio” è rimasto nel titolo del convegno includendo ogni forma di dominazione. Nel cerchio vuoto/pieno usato come immagine del nostro convegno, i progetti strategici di classi dominanti emergono insieme ad altre possibili definizioni di situazioni, nodi, emergenze in un tempo-spazio che non è solo la nostra esperienza di vita e di realtà. Dato che in matematica il dominio “è l’insieme su cui è definita la funzione, ossia l’insieme di partenza sui cui elementi ha senso valutare la funzione”,[2] ci sembra che la funzione di questo convegno possa essere quella di condividere la proposizione di creare un campo di forze potenzialmente avventurose e speculative per produrre (e non solo ri-produrre) domande (e non solo risposte).
E perché performatività? Come sappiamo, il concetto di performatività è parte della teoria degli atti di locuzione di J.L. Austin (le parole posso fare cose; la comunicazione è un’azione), teoria rivista da Jacques Derrida (1972/1988; come qualità del linguaggio) ed applicata al genere da Judith Butler dal 1990 (in quanto apparato che produce attraverso l’iterazione la differenza sessuale all’interno del sistema eteronormativo). Possiamo definire la performatività sia una qualità del linguaggio che viene messo in atto dal corpo, sia uno stile non verbale della carne; una pratica discorsiva che si trasforma in un fare con complesse applicazioni e concatenazioni materiali non ristrette all’ambito sociale: una pratica corporea e socioculturale.[3] Rispetto al dominio, la performatività definisce un processo attivo, dialettico e continuo di dominazione che costruisce discorsivamente individui, società, beni e natura. Nell’ottica transdiscipinare della performatività, il dominio può essere considerato la citazione coatta di norme che si replicano nella reiterazione a largo raggio, individualmente, socio-culturalmente, e politicamente, attraverso tecniche di interpellazione, riconoscimento e identificazione.
Inoltre, nella riflessione di Ilenia Caleo su come non ridurre la categoria di performance e di performativo entro un’agibilità solo linguistica o epistemologica, le diverse figurazioni attive nel pensiero materialista femminista offrono una possibile revisione generativa della performatività, “una potente contro-teoria della rappresentazione” capace di attraversare simultaneamente l’estetico e il politico[4]. Nella rielaborazione materialista e post-umana della filosofa Karen Barad (2007-2018), la performatività riguarda la struttura profonda del mondo; il modo in cui si performa l’intra-attività agenziale di tutta la materia. Barad la usa come “reticolo di diffrazione per leggere in modo incrociato alcuni importanti concetti provenienti dagli studi femministi, queer e scientifici”; la usa come tecnica per destabilizzare i confini tra discorso e materia, tra umano e nonumano; la usa per interrogare il carattere discorsivo e descrittivo di certe entità — come può essere il caso della parola “dominio”, figura di un processo multidirezionale che opera attraverso pratiche material-discorsive, come anche affettività, disciplina e controllo.
In quest’ottica quindi anche il dominio partecipa alla riconfigurazione
materiale del mondo attraverso pratiche materiali e discorsive, apparati di
produzione corporea e fenomeni. La performatività riguarda il modo in cui il dominio consiste
nelle pratiche che lo creano e nelle soggettività incarnate che produce, il
modo in cui si manifesta, rivela, performa, applica, dispensa, trasmette,
riproduce, archivia e perpetua i meccanismi e i dispositivi di potere; riguarda
la sua mobilità e ubiquità: in luoghi, pratiche corporee, confini, limiti,
occupazioni, parole, tecnologie digitali e informatiche; riguarda l’ambito
degli affetti: la definizione e istituzionalizzazione dei rapporti tra umani e
non; sesso e genere; comportamenti
sociali; violenza, razzismo, maschilità e femminilità; riguarda le
teorizzazioni del dominio di ogni genere e tempo, che condizionano il
dis/pensare e il de/costruire la nostra
implicazione nei dispositivi egemonici che ci riguardano, situano, controllano,
ingenerano e ri/producono. Evidenza della performatività di un cattivo uso del
dominio è l’antropocene.
Nel linguaggio politico anarchico, il termine ‘dominio’ indica il paradigma che governa rapporti micro e macro-politici e serve come concetto generico per vari aspetti coercitivi del sistema sociale — che controllano, sfruttano, umiliano, discriminano, ecc., persone e gruppi – le cui dinamiche gli anarchici cercano di scoprire, sfidare ed erodere, associandole sempre al discorso della resistenza.[5] Nell’analitica di Foucault (1982), sebbene il potere non coincida con il dominio, “il biopotere costruisce corpi, desideri e modalità della vita… attraverso un’organizzazione reticolare, un campo relazionale molteplice ed eterogeneo” dove il sapere è un modo per sorvegliare, assoggettare e controllare.[6] Lavorando sulla scia delle società disciplinari di Foucault, Deleuze definisce un nuovo regime di dominazione chiamato società del controllo che “non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti”: una società rizomatica e anti-struttura che ormai conosciamo intimamente, un liberismo super-produttivo dove vigono molteplicità e non-organizzazione, e dove la sorveglianza telematica invade ogni realtà, raccogliendo informazioni che trasforma in algoritmi:[7] una prevista “informatica del dominio”.
Il concetto di habitus nel saggio sul Dominio maschile di Bourdieu riguarda la generale ottemperanza volontaria che regge lo status quo (per noi “eteropatriarcale”) e si costruisce imponendo con violenza epistemica e simbolica disposizioni sociali arbitrarie ma legittimate, che somatizzano i rapporti sociali del dominio maschile sotto forma di schemi di percezione e di disposizioni che strutturano il consenso. “Inscritto nelle cose, l’ordine maschile si inscrive anche nei corpi attraverso le ingiunzioni tacite che la routine delle divisioni del lavoro o dei riti, collettivi o privati, comportano”, scrive.[8]
Lo scrittore attivista uruguaiano Raúl Zibechi condivide l’analisi del
dominio maschile sulle donne con l’antropologa e femminista argentina Rita
Segato. Si tratta di un “mandato di mascolinità” che consiste nell’obbligo, per gli uomini, di dover
provare di essere maschi, di possedere forza e potere fisico,
intellettuale, economico, bellico. Il mandato di mascolinità si traduce così in
mandato di violenza, parte costitutiva del dominio che si estende
alla guerra contro i popoli:
una guerra coloniale per appropriarsi dei beni comuni, il che presuppone l’azzeramento di quelle parti di umanità che si oppongono al furto di quei beni, sia perché ci vivono sopra, sia perché oppongono resistenza alla spoliazione, o semplicemente perché ‘avanzano’, nel senso che non sono necessari all’accumulazione di ricchezza[9].
Ma nel
“Manifesto in quattro temi”, Segato pone l’ordine patriarcale basato sul genere
come “fondamento e
centro di gravità di ogni forma di potere, cemento e pedagogia di violenza …, e
misoginia omofobica e transfobica della tarda modernità”. Sintomo della
sfrenata espansione del patriarcato nella sua nuova forma di dominio e controllo
sulla vita è la ‘pedagogia
della crudeltà’ a cui accennava Clotilde
Barbarulli nell’intervento al nostro convegno sul DE (2018), usata da
Segato per descrivere le modalità di rifeudalizzazione degli spazi comuni in
Sud America, tra cui il “femigenocidio” e lo stupro.
Studi femministi hanno molto
discusso sul patriarcato come causa prima o come concausa dell’oppressione
delle donne [Valerie Solanas, Monique Wittig, Schulamith Firestone, Audre Lorde,
tra tante…], spesso criticandone la presunta universalità e ubiquità (per
Butler si tratta piuttosto di un insieme di poteri disciplinari e regolatori). Il
femminismo radicale ha analizzato soprattutto l’obbligatorietà
dell’eterosessualità nei sistemi patriarcali. Per Monique Wittig l’eterosessualità obbligata è un
regime politico, e nel queer di Eve Sedgwick l’omofobia è un divieto
strutturale del regime eteropatriarcale (3). Anche Federico Zappino, nel suo libro più recente, ci
invita a lottare compatt* contro il regime sociale eterosessuale fondato sul
dominio, “un modo di produzione” di
disuguaglianze, di uomini e donne (26, 29).
Julietta Singh, cerca rimedi sia al fatto che il dominio è ovunque, sia
alla tentazione di smantellarlo attraverso facili inversioni binarie che
purtroppo producono altre forme di
dominio — anticoloniale rispetto al coloniale, per esempio — e ricorda
che sebbene per Frantz Fanon la violenza contro il potere
sia necessaria, mentre per Gandhi è essenziale la nonviolenza per fare
emergere un soggetto veramente libero, la
loro critica al dominio coloniale non ha evitato di produrre nuovi
soggetti dominatori; ha solo invertito il binarismo dominante-dominato (Singh:
24).
Ma l’habitus sovranista va contrastato, magari attraverso una lettura vulnerabile dell’umanità, nell’ottica di quelli che vengono esclusi dall’appartenenza, usando una metodologia erede di formulazioni decostruttive cruciali, come l’epistemologia della liberazione della filosofa giamaicana Sylvia Wynter, con la sua distinzione tra umano e Uomo, e con il concetto di “solidarietà deumanista”. Il deumanismo secondo Singh, si propone di togliere all’umano il suo primato usando “una pratica di recupero per strappare via le fondamenta violente (sempre strutturali e ideologiche) del dominio coloniale e neocoloniale che continua a rendere alcuni più umani degli altri” (Singh: 17). Per poter leggere altrimenti l’umanismo e “portare il postumano in conversazione critica con il decoloniale”, Singh si affida – e non è sola — all’utopico deumanesimo queer di José Esteban Muñoz, al suo desiderio di “toccare l’inumanità” (209) dove un soggetto non Umano, deumanizzato, sottratto al fare-mondo imperiale, può decostruire l’Uomo, immaginare altrimenti, e produrre a sua volta nuove agentività con altre modalità di spossessare l’umano che è in noi. [10]
Anche la ricerca post-qualitativa del neomaterialismo e del post-umanesimo contesta il dominio antropocentrico, il cui progetto di controllare e mercificare ogni forma di vita – persino il codice genetico è un capitale – sta avendo gli effetti nefasti che conosciamo. Il privilegio umano del sapere criticato da Bourdieu – e situato, soggiogato, limitato al punto di vista anche da scienziate femministe – deve essere drasticamente riconsiderato: è necessario tornare a un realismo critico e speculativo, materiale, interdisciplinare, correlazionista in ascolto di oggetti non-umani, macchine, materia. La ricerca non rappresentazionale[11] lavora non sul primato dominante del soggetto umano sull’oggetto, ma sulla corrispondenza con ogni forma di materia, analizzando i dati in base a differenze non gerarchiche, usando metodi performativi che intra-agiscono con il mondo; cercando risposte a domande, problemi, interventi anche individuali.
Per Donna Haraway è necessario riconoscere una giustizia multispecie e
la necessità del pensiero tentacolare (Chthulucene) che oltrepassa il letale
discorso antropocentrico.
La terra… contiene una miriade di temporalità, spazialità e miriadi di entità-assemblaggi intra-attive — incluso l’oltre-umano, altr-umano, inumano e umano-come-humus. Un modo per vivere e morire bene come esseri mortali nello Chthulucene è unire le forze per ricostruire rifugi, rendere possibile il recupero e la ricomposizione parziale e solida, biologico-culturale-politico-tecnologica, che contenga il lutto per perdite irrecuperabili.[12]
Ma “l’imperialismo umano non riconosce il nostro incapsulamento in un assemblaggio natural-cultural-tecnologico” – non riconosce, come dice Jane Bennett,[13] i nostri raggruppamenti fatti di elementi diversi e di materia vibrante, né riconosce – come hanno spiegato Donna Haraway e Karen Barad – che l’efficacia vitale della nostra agentività dipende dal potere di fare differenze che creano differenza. Eppure è ovvio che siamo parte di un massiccio e complesso assemblaggio di materia viva e interconnessa, sorgente di un vitalismo fatto di energia materiale e del “potere delle cose” (matter-energy, thing-power). L’agentività è sempre un assemblaggio, le parole sono attanti, le cose esercitano il loro potere su di noi, e in un assemblaggio la componente individuale non possiede sovranità. Dato che l’imperialismo umano col suo motto “asso piglia tutto” provoca la distruzione ecologica, è necessario rifiutare il primato antropologico, afferma Bruno Latour; dobbiamo rendere le persone responsabili dei loro effetti letali sulle infrastrutture ambientali.
Non lontana da questa posizione, la politologa femminista Françoise
Vergès, originaria dell’isola di Riunione nell’Oceano Indiano, che ora vive in
Francia occupandosi attivamente del Femminismo Nero, osserva però che le teorie
dell’Antropocene non tengono conto di come la distribuzione della catastrofe
climatica si colleghi a razzismo e imperialismo. “Dobbiamo rinnovare i modi di raccontare
l’alienazione e la violenza inscritte nelle relazioni strategiche del potere e
della produzione dalla modernità”, dice, e si chiede:
Quale metodologia è necessaria per scrivere una storia dell’ambiente che includa la schiavitù, l’imperialismo e il capitalismo razziale dal punto di vista di quelli che sono stati resi oggetti di commercio “a basso costo”, i loro corpi oggetti rinnovabili attraverso guerre, cattura, schiavitù, fabbricati come gente usa-e-getta, la cui vita non importa?[14]
Il Femminismo Nero, sia quello Nord-Americano sia quello europeo,[15] ritorna sempre a quell’apparato coloniale di violenza totale che è il dominio schiavista dove, secondo la critica afroamericana Hortense Spillers, il corpo nero non aveva genere. Al grado zero di concettualizzazione sociale, prima del “corpo” viene la “carne”, oggetto di scambio e mercato, e quindi la carne di una femmina nera non ha genere (66). Poiché nel mandato egemonico del dominio l’ordine simbolico è impegnato a mantenere la supremazia della razza e la legalità dell’ordine famigliare bianco, nel sanzionato traffico di corpi femminili “nudi e crudi” non c’è posto per la significazione e rappresentazione del genere – così come nelle narrative delle navi negriere non c’è posto per la contro-narrativa della domesticità socialmente collegata alla donna bianca del colonialismo. Ma c’è anche una forma di dominio epistemico a cui bisogna resistere, scrivono Akwugo Emejulu e Francesca Sobande dai punti di vista di immigrate inglesi:
Le
donne Nere in Europa devono lottare per la nostra umanità e simultaneamente
negoziare i discorsi delle politiche intersezionali di razza e genere del
dominante femminismo Nero nord-americano che rendono difficile nominare e agire
in base alle nostre particolari esperienze di razza, genere e classe in un contesto
europeo (4-5).
In uno degli eventi organizzati tra New York e Parigi dal collettivo americano Sojourner,[16] che ha il progetto di teorizzare su circostanze e pericoli della Nerezza e sulla vulnerabilità dei corpi Neri, alcune studiose — tra cui cito solo Françoise Vergès, Rizvana Bradlley, Gayatri Spivak, Tina Campt, Saidiya Hartman, Christina Sharpe e Denise Da Silva — si confrontano sul nuovo soggetto decoloniale del Futurismo Nero: su come confrontare l’anti-Nerezza/l’anti-Blackness; ripensare il mondo a partire dal Nero per fomentare una controrivoluzione globale che non chieda emancipazione ma che dia libertà. Intrecciano cronologie per mostrare come la razza continui a essere l’apparato etico-giuridico congegnato per garantire all’impero libero accesso a risorse, corpi e terre; la colonialità continua a essere presente in ogni aspetto del capitalismo.
La storica dell’arte Rizvana Bradley confronta il disagio che anche lei sente verso la bianchezza e verso un ordine sociale dominante dove si usano precarietà e violenza per screditare la soggettività dei non bianchi rendendoli illeggibili e invisibili. Alla ricerca di registri affettivi capaci di cogliere la temporalità della Nerezza, Bradley e le altre si ricollegano al saggio del 2016 di un’altra studiosa presente, la canadese Christina Sharpe, In the Wake. On Blackness and Being, [Nella scia: sulla Nerezza e l’essere]. Wake in inglese indica sia la scia della nave sia la veglia funebre. La nave, cronotopo dell’Atlantico Nero nello studio canonico di Paul Gilroy, è il loro oggetto paradigmatico: un simbolo di salvezza e pericolo, mezzo di trasporto per i passaggi transnazionali, gli attraversamenti mediterranei e oceanici, per migrazioni ed esilio, accumulazione di capitale, e commercio di schiavi che costituiscono ciascuno un capitale industriale. Il saggio di Sharpe è dedicato all’ “ortografia”, alla teoria e metodo di lettura della scia funesta lasciata dal trasporto in schiavitù, e al trauma continuamente sofferto dai sopravvissuti. Attraverso la “semiotica della nave negriera” Sharpe evoca le imbarcazioni storiche e contemporanee che hanno partecipato alla soggiogazione, allo sfruttamento e all’assassinio di persone Nere. Il passaggio in mare nelle imbarcazioni è un evento che per la sua ricorrenza dimostra la non linearità del tempo, scandisce una storia stratificata nel cumulo dei secoli, una storia dove la speranza di un nuovo comunismo comunitario si riduce al trasporto del capitale globale e alla morte.[17]
Anche per la filosofa
afrobrasiliana Denise Ferreira Da Silva l’elemento paradigmatico fondamentale
del nostro tempo sono i corpi persi in mare, il passato di schiavi e i genocidi
che in un omogeneo entanglement temporale collegano i nostri migranti mediterranei
con gli schiavi trasportati sull’Atlantico nero. Da Silva cita la mostra di un artista inglese
molto noto, Hew Locke — figlio di uno scultore guyanese e di una pittrice
inglese, nato in Scozia e cresciuto in Guyana – la cui installazione del 2016 a
New York, titolata The Wine Dark Sea [Il mare colore del vino] mostra 34
barche e navi sospese per creare una flottiglia a livello degli
spettatori. Prendendo il titolo
dall’Odissea di Omero, il lavoro di Locke coinvolge imbarcazioni storiche e
contemporanee come simbolo sia di speranza e prosperità che di oppressione e
povertà. La sua istallazione si rivolge
a visitatori per i quali migrazione e dislocamento hanno radici profonde nella
storia di famiglia.
Hew Loche, The Wine Dark Sea, 2016
Per Denise Da Silva,[18] la razza è “il più importante concetto etico-giuridico del presente globale” (2016) attraverso il quale la logica del dominio costruisce le interfacce multiple di corpi, istituzioni, ambiente, natura. Muovendosi nell’ambito del neo-materialismo, e attingendo alla meccanica quantistica, Da Silva esamina quelli che considera i tre presupposti lineari del dominio coloniale: presupposti fondamentali della grammatica razziale moderna — separazione, determinazione e sequenzialità che si traducono in identità, nazione, etnia, genere. A questo “mondo ordinato” della colonizzazione neoliberista globale, Da Silva contrappone la visione di un “mondo correlato” animato dal pensiero posizionale, frattalico e poetico del futurismo Nero – dove il termine “poethico” riassume l’entanglement di poetica, etica e politica; mentre il termine “frattalico” sta per immanente, scalare, abbondante, indeterminato: una composizione contingente e complessa di singolarità intrecciate. Sta per una poethica femminista Nera che si occupa della materia grezza, cruda, quella materia che è stata appropriata (estratta, violata) ma non del tutto obliterata, … simile alla “carne” di Hortense Spillers. Questa Cosa, cruda e grezza in quanto referente dell’indeterminazione quantica (∞ − ∞), oppure in quanto materia prima, afferma la capacità della Nerezza di liberare l’immaginazione dal pugno del soggetto bianco e delle sue forme. Ma si tratta solo di un inizio per un pensiero capace di contemplare insieme virtualità e attualità.
Un altro testo di Da Silva mi
ha fatto ripensare al discorso, ricorrente e condiviso nel Futurismo Nero,
sulla costruzione di corpi, ambiente e natura da parte dei poteri dominanti.
In un saggio intitolato “Corpus infinitum”, Da
Silva commenta una mostra e un film di Carlos Motta, artista di New York con
origini colombiane, che si occupa di comunità e identità marginali. In
Portogallo, facendo ricerca in resoconti ufficiali, Motta scopre
negli archivi dell’Inquisizione, il processo del 1731 a uno schiavo nero
sodomita. Questo soggetto imprevisto scompagina il filo dei discorsi
dell’architettura giuridica ecclesiastica che produce soggetti razziali,
coloniali, religiosi, ma non un’analisi intrecciata di sessualità e razza che
definisca il corpo di un subalterno sessuale.
José Francisco Pereira disturba la continuità storica e discorsiva della
costruzione coerente di chi la Santa Inquisizione prevede possa essere
condannato a morte, quindi Pereira non morirà come schiavo nero sodomita, ma infine
morirà come eretico, perché possiede un sacchetto di amuleti (bolsas de
mandinga), considerati non reperti antropologici, ma strumenti diabolici.
Le riflessioni di Motta e Da Silva sulla costruzione dei corpi nella storia mi ricollegano alla mostra 3x3x6, allestita per la biennale di Venezia di quest’anno al Palazzo delle Prigioni (dove Casanova fu rinchiuso nel 1755—il processo a Pereira è del 1731). L’istallazione su quattro stanze è stata creata dall’artista multimediale Shu Lea Cheang — originaria di Taiwan che vive a Parigi — in collaborazione con il filosofo spagnolo Paul B. Preciado. Si tratta di una installazione a interfacce multiple; di una narrativa trans-cronologica sulla costruzione e normalizzazione della soggettività sessuale da parte di regimi che hanno usato e usano tecnologie di confinamento e controllo, in transizione da una società organica e industriale a una società informatica e polimorfa con nuovi sistemi di dominio e con architetture disciplinari che qui vanno dal Panopticon, carcere progettato dai fratelli Bentham nel 1786, fino agli onnipresenti sistemi di sorveglianza high tech della società contemporanea — nei casi di prigionia per non conformità di genere, sesso e razza tra cui Casanova (ai Piombi nel 1755), de Sade (32 anni in carcere ma alla Bastiglia nel 1785), e Foucault (incarcerato in Polonia nel 1959).[19]
Shu Lea Cheang, 3x3x6, Venice Biennale 2019
Questa scansione temporale dell’identità di genere mi
riporta a chiudere con la domanda di Gayatri Spivak al discorso inaugurale
dell’Academy of Unlearning (Vienna 2017): “Che ore sono all’orologio del mondo?”
La visione del tempo sovrapposto delle migrazioni ricorrente nel Futurismo Nero, richiama le osservazioni di Karen Barad sull’etica dell’ entanglement e i nostri obblighi verso il passato-futuro considerando la natura unilineare del tempo (251/265)[20], un dominio spettrale dove vita e morte convivono e si manifestano entangled, inseparabili – dove il “golden spike”, il chiodo d’oro che congiunge il mondo nel 1492 convive con tutte le storie intrecciate del colonialismo, dentro l’apocalisse nucleare e le condizioni climatiche del capitalocene collegate al progresso tecnologico e alla globalizzazione neoliberista. Nella scala della materia e nella scala del tempo, passato e presente non si possono separare. Per Barad il mondo funziona sotto il dominio dell’orologio atomico, “il suo tempo è sincronizzato a un futuro Senza Futuro” – quello della dissoluzione. L’imperialismo è un progetto primo-mondista totalizzante e universalista, eppure una pratica materiale collegata al complesso industriale-materiale — la fisica quantistica — potrebbe offrire speranze di cambiamento dentro i sistemi egemonici di dominio, inquietando la totalità e la chiusura attraverso l’indeterminazione. Potrebbe—
Barad,
Karen, “Troubling time/s and
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[1] Trad: Il potere è cosa mi piace di più al mondo/la lotta per non usarlo ogni giorno.
[2] https://www.youmath.it/…funzioni…
[3] Douglas Robinson, Performative Linguistics: Speaking and Translating as Doing Things with Words. Routledge, London 2003.
[4] Ilenia Caleo, “Dentro le turbolenze espressive della materia”, Bodymetrics. La misura dei corpi. Quaderno1, Natura/cultura/ artificio, a cura di EcoPol/Ilenia Caleo, IAPh Italia, Roma 2018, on line.
[5] Uri Gordon, Anarchy Alive! Pluto Press, London 2008: 32.
[6] Cito la lettura di Foucault di Filippo Domenicali, “Come si esercita il potere?” alla conferenza tenuta a Genova il 19/12/12. Vedi http// www.ladeleuziana.org › 2014/05/29.
[7] Gilles Deleuze, “La società del controllo”, L’autre journal 1, maggio 1990; Diletta Huyskes, “Oggi viviamo nella società del controllo. Deleuze l’aveva previsto vent’anni fa” https://thevision.com/cultura/deleuze-societa-del-controllo/
[8] Pierre Bourdieu, Il dominio maschile (1998), trad. it. Alessandro Serra, Milano, Feltrinelli, 2009: 45-46; Antonio Di Stefano, Una micro-teoria del potere: Pierre Bourdieu tra etnografia, cultura e relazionalità, Rubbettino, 2013.
[9] Raúl Zibechi, “Demolire il mandato di mascolinità” 19 Giugno 2019. Vedi lo scambio con Rita Segato, antropologa e femminista argentina, la quale sostiene che il “mandato di mascolinità” consiste nell’obbligo, per gli uomini, di dover provare di essere maschi, dimostrando forza e potere: fisico, intellettuale, economico, bellico. Il mandato di mascolinità si traduce così in mandato di violenza (ndt). Di Rita Laura Segato vedi “A Manifesto in Four Thenes”, trad. Ramsey McGlazer, Critical Times 1/1, 2018 <eronomade.info>.
[10] Denise Ferreira da Silva, “Before Man: Sylvia Wynter’s Rewriting of the Modern Episteme” in Sylvia Wynter: On Being Human as Praxis, a cura di Katherine McKittrick, Duke UP, 2015.
[11] Le geografie non-rappresentazionali descrivono quello che avviene, gli aspetti pre-cognitivi della vita corporea, gli affetti e l’efficacia performativa dei nostri rapporti concreti con il mondo. Vedi Federica Timeto, “Diffracting the rays of technoscience: a situated critique of representation”, Poiesis & Praxis, 8(2-3) dicembre 2011: 151–167.
[12] Donna Haraway “Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin”, Environmental Humanities, vol. 6, 2015, pp. 159-165; trad. it. di Antonia Anna Ferrante, “Antropocene, Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene: Fare Parenti”, su <www.globalproject.info> il 10/5/18.
[13] Jane Bennett, “There force of Things” (2004): 361; v. Blogs. Cornell.edu; vedi Eurozine: Bennett e Klaus Loenhart; vedi Vibrant Matter: a political ecology of things, Duke UP, Durham and London 2010. Vedi anche Guoyu Sun, “theagency-of-assemblagesvibrant-matter-by-janebennett <blogs.cornell.edu>.
[15] Vedi To Exist is To Resist. Black Feminism in Europe, a cura di Akwugo Emejulu e Francesca Sobande, Pluto Press, London 2019.
[16] Il collettivo “Praticare il rifiuto” (The Practicing Refusal Collective) viene creato nell’ottobre 2015 da Tina Campt e Saidiya Hartman per iniziare un dialogo sull’anti-nerezza nel ventunesimo secolo. Ora è un Gruppo di lavoro sponsorizzato dal Barnard Center for Research on Women. Esploriamo i nostri presupposti critico-teorici dei tre anni scorsi riflettendo sul rifiuto come pratica critica utile a trattare la precarietà, la fungibilità (intercambiabilità), e il futuro della nerezza. Il nostro tema è l’anti-blackness globale.
[17] Visualizing Refusal: A Conversation with Tina Campt and Rizvana Bradley. The Sojourner Project: Dialogues on Black Precarity, Fungibility, andFuturity a Parigi, 30-31/10, 2018 (Ultimo aggiornamento in data 22/12/2018).
[18] Denise Ferreira Da Silva insegna alla University of British Columbia, Vancouver dove dirige l’Institute for Gender, Race, Sexuality and Social Justice,. Per le sue pubblicazioni vedi la bibliografia.
[19] Shu Lea Cheang e Paul B. Preciado, Costruzione della soggettività sessuale e tecnologie di controllo, 28 luglio 2019 di REDAZIONE <alfabeta2.it>
[20] Karen Barad, “Troubling time/s and ecologies of nothingness: re-turning, re-membering, and facing the incalculable” new formations: a journal of culture/theory/ politics, 92.05.2017: 56-86.
30 nuances de noir(es) – Compagnie Sandra Sainte Rose
Introduzione
Decolonizzare i saperi, la filosofia, la scienza… L’arte. Perché arte e arte africana non potrebbero essere sinonimi? Perchè non «arte europea», dunque? Perchè “europea” risulterebbe una connotazione ridondante, mentre “africana” una connotazione necessaria ? Può rientrare all’interno dell’aureo tempio dell’arte ciò che sfugge alle nostre categorie, o il canone di Policleto e le tre unità aristoteliche costituiscono la conditio sine qua non affinchè un’opera possa essere considerata Arte? Sembrerebbe che all’infuori di quelle categorie che designano l’eccellenza artistica, ossia l’arte in senso universale, sia necessario aggiungere un «marcatore» che distingua la “vera” arte da quella che – come l’arte popolare – è espressione di una cultura particolare. Produzione artistica di serie B frutto non della genialità di un singolo, ma espressione collettiva di una comunità: ETNICA! Quale posto è riservato all’interno degli ambienti artistici e culturali occidentali alla «genialità etnica»?
Le statistiche sono scoraggianti: in Francia, questi milieux restano esclusiva di un’èlite bianca; gli “altri”, ridotti a rappresentanti della propria cultura di appartenenza, sono per lo più confinati all’interno di ruoli subalterni decodificati in termini razziali. Dinnanzi alla persistenza di meccanismi fortemente legati alla storia coloniale e schiavista, alcuni artisti e intellettuali strappano il velo di Maya, svelando l’esistenza di un razzismo ignorato, se non anche demonizzato, eppure tangibilmente presente.
Décolonisons les arts!: la persistenza di un mito.
Pubblicato nel 2018 in Francia per la casa editrice L’Arche, Décolonisons les arts! è il libro-manifesto dell’associazione «Decoloniser les arts» (DLA) creata nel 2015 da artiste/i e professioniste/i del settore operanti in Francia. Il collettivo si propone «di aprire ulteriormente il dibattito sul razzismo all’interno del mondo culturale e artistico» al fine di «identificare le cause delle assenze, dei rifiuti, delle omissioni, e dei punti ciechi nella rappresentazione dei racisé.e.s […] all’interno delle istituzioni artistiche e culturali, nel cinema, nel teatro, nella danza, nella musica, nelle arti dello spettacolo e nei musei» (p.7). Il libro raccoglie le testimonianze di quindici artisti tra attori, attrici, registi/e, scenografe/i, una cantante lirica e un rapper, chiamate/i a descrivere la loro pratica artistica all’interno di una dimensione decoloniale, sebbene – per loro stessa ammissione – questa non sia sufficiente a denazionalizzare/deoccidentalizzare la versione francese dell’universale.
A seguire sono proposti i saggi delle tre curatrici Françoise Vergès, Gerty Dambury e Leïla Cukierman che, tramite un’analisi storica e socio-culturale, svelano il perpetuarsi di un mito che grava sulla società francese: il razzismo non esisterebbe nè all’interno delle istituzioni pubbliche nè tantomeno all’interno dei «milieu» culturali. Infatti, la condanna morale del razzismo all’indomani della Seconda Guerra mondiale ha visto l’imporsi di una finction secondo cui il razzismo non sarebbe nient’altro che un’opinione mossa da una falsa etica. Décoloniser les arts! mira a sfatare questo mito: «il razzismo […] è un sistema che struttura lo Stato e le istituzioni ed è profondamente penetrato nella società. Chi potrebbe credere che più di cinque secoli di colonialismo non abbiano inciso sulla società francese? […] Il razzismo contamina la società, perfino gli ambienti più progressisti come il mondo culturale e artistico» (p.8).
Kader Attia & Jean-Jacques Lebel, One and Other | Palais de Tokyo | 2018
Dare valore a ciò che è differente
L’esigua rappresentazione dei «M.A.N.A» (magrebini, asiatici, neri e altre identità), utilizzando l’originale formulazione della poeta e drammaturga Gerty Dambury, rivela l’esistenza di un substrato culturale che esclude il diverso e riproduce una gerarchia politico-culturale che pone al vertice l’uomo bianco. In sintesi tale gerarchia trae la sua origine da un passato coloniale di cui non ci si è liberati del tutto. Il colonialismo si esercita ancora in un «razzismo senza razza», dove ‘razza’, lungi dal denotare una differenza biologica, indica piuttosto una cultura, un’origine estranea all’universalismo occidentale. Sebbene nel tentativo di essere più politically correct, si esia più inclini ad utilizzare il termine etnia – perché apparentemente più neutrale – la definizione «gruppo che condivide un insieme di elementi culturali», cela sempre una connotazione valutativa e discriminatoria: etnico è sempre l’altro, ossia colui che si discosta, che non appartiene alla cultura dominante, quella occidentale.
L’aspetto messo in luce e che ripercorre quasi interamente le pagine del libro è l’impossibilità per gli artisti «MANA» di vedere riconosciuta la propria arte. Decolonizzare l’arte prevede infatti l’adozione di codici e di strutture che non si identificano con i canoni dell’eccellenza artistica previsti dal culturalismo occidentale, il cui monopolio si esercita anche nello stabilire i parametri estetici di ogni qualsivoglia forma artistica. Decolonizzare l’arte significa aderire a dei paradigmi differenti, significa proporre nuovi modelli, nuovi modi di pensare l’arte e l’espressione artistica. Significa anche trovare nuovi modi di vivere lo spazio – come suggerisce la regista Eva Doumbia –, il rapporto tra palcoscenico e platea e quindi il rapporto tra attore e pubblico: «Il rapporto frontale mi sta stretto, lo trovo gerarchizzante: ci sono delle persone che parlano, che sanno, altre che ascoltano. Nei quartieri popolari e nell’Africa subsariana, le persone rispondono agli attori, e questi salutano i loro amici spettatori quando arrivano in ritardo. […] Ci si siede in cerchio, dispositivo che permette una circolazione più democratica. […] Ho capito che la scenografia frontale è legata ad una cultura della dominazione e ad una concezione elitaria dell’arte» (p.33).
Eva Doumbia in Moi et mon cheveu
Decolonizzare l’arte si traduce nell’idea di fare arte in «façon indigènes» – riportando una citazione del regista cambogiano Rithy Panh (p.18) –, un modo di operare cioè in grado di decentrare il punto di vista valorizzandolo. Occorre dunque procedere verso una riappropriazione del proprio punto di vista particolare e differente. La decolonizzazione è infatti un processo che investe anche lo sguardo che si ha su di sè, uno sguardo inautentico da cui questi artisti tentano di disfarsi: «la sindrome della colonizzazione non abita soltanto l’animo dei Bianchi […] ma anche lo spirito di una intelligentsia razzializzata». La decolonizzazione infatti non è un acquisizione bensì «un processo esigente […] di decostruzione tanto interiore, quanto esteriore» (p.38). L’affermazione di un proprio canone estetico, l’audacia formale, la scelta dei soggetti non è – per queste/i artiste/i – solo mero sperimentalismo ma un vero e proprio atto politico. Le loro opere tuttavia stentano a varcare la soglia delle grandi Scènes Nationales, ossia quei luoghi simbolo dell’«eccellenza occidentale» in cui è racchiusa la “vera” arte. L’accusa è quella di un eccessivo particolarismo, di un eccessivo senso comunitario, dell’eccessivo richiamo a tematiche «scomode» che contraddicono, se non anche offendono, il dictum repubblicano di liberté, egalité, fraternité. Il riferimento ad origini, storie, culture diverse – spiega Hassane Kassi Kouyaté, regista, attore e cantastorie – viene loro continuamente contestato perchè non raggiunge una forma che sia paradigma dell’universale condizione umana.
Le difficoltà incontrate dai «MANA» nel riconoscimento del loro lavoro artistico è il riflesso di un modello d’integrazione per lo meno problematico. L’assimilazionismo francese col suo universalismo intransigente si rivela incapace di riconoscere e valorizzare le differenze e i particolarismi culturali con cui, intanto, non può non fare i conti (la Francia è infatti il paese europeo con la più antica e consolidata esperienza d’immigrazione). Il secolarismo, sotto una veste di presunta neutralità, che si traduce nell’adesione (obbligata) ai valori repubblicani, non costituisce un assunto universale, ma è il prodotto particolare del percorso storico intrapreso dalle società liberali occidentali. Come constata la filosofa franco-algerina Seloua Luste Boulbina nel suo libro Les Miroirs vagabonds ou la Décolonisation des savoirs vi è un «ostacolo sull’articolazione dell’universale e del particolare; come se l’albero fosse l’opposto del faggio, della betulla e soprattutto del baobab e l’universale l’antidoto al particolare». Ostacolo che attesta un colonialismo non ancora estirpato, sintomo del rapporto di potere tra una maggioranza sicura di difendere un presunto universale antropologico e una minoranza la cui singolarità viene tacciata di comunitarismo essenzializzante.
Kader Attia, Ghosts
«On ne nait pas noir, on le devient»
Riportando questa citazione mutuata dalla celebre massima di Simone de Beauvoir, mi sembra di cogliere un’assonanza con uno dei punti più pregnanti dell’analisi fornita da Frantz Fanon in Pelle nera, maschere bianche, ossia l’articolazione di una visione della realtà sociale in cui neri e bianchi esistono nella relazione che li definisce come tali, e non in sé. Infatti, come le autrici/autori di Décolonisons les arts! scrivono nell’introduzione: «La “razza” non esiste, ma dei gruppi di individui sono oggetto di “racisation”, una costruzione sociale vicina ad una definizione storica ed evolutiva della “razza”. I processi di racisation sono i differenti dispositivi – giuridici, culturali, sociali, politici – per cui delle persone e dei gruppi acquisiscono delle qualità (i Bianchi), o degli stigma (gli “altri”)» (p.8). La racisation è un processo che si apprende subendo lo sguardo dell’altro sul proprio corpo. Ma cosa significa essere “racisé.é”? Cosa denota, cosa racconta questo termine? Perchè scegliere questo termine per descrivere sè stessi? «Nel contesto francese, la mia assegnazione razziale ha un senso particolare per coloro che appartengono alla norma e dunque alla storia della dominazione […]. Come identificare e nominare – in questo contesto – la mia esperienza di vita che è diversa da quella di una persona bianca se non si ricorre al concetto di “razializzazione”?» (p. 51). L’uso di questo termine dunque non è puramente descrittivo, ma riesce a concettualizzare, a rendere visibile l’esperienza delle minoranze all’interno del contesto occidentale. Eppure, sebbene si scopra di essere «racisé.é» scrutando lo sguardo altrui sul proprio corpo, è necessario assumere di esserlo e «affermarlo non significa vittimizzarsi, ma far mostra di un’energia che appare spesso […] un’insolenza» (p.58).
Décolonisons les art! non si limita solo a difendere un pluralismo intellettuale minacciato dal più cieco dei particolarismi, ma si addentra nelle cause di questo misconoscimento radicate in un razzismo di Stato che può essere estirpato solo nello sforzo collettivo di imparare a vedere ciò che è nascosto sviluppando una curiosità ormai sopita. «Unadecolonizzazione delle arti passa prima di tutto dalla comprensione dei fenomeni e dei processi di eliminazione che sono all’opera e che possono insinuarsi celatamente. La decolonizzazione esige un enorme sforzo poichè è necessario disapprendere per apprendere, è necessario sviluppare una forma di curiosità che chieda sempre, come, perchè e per chi. L’educazione ci insegna a non essere curiosi/e ma a disconnetterci dal nostro mondo e dal mondo» (p.123).
Sarat Colling1, Animali in rivolta. Confini, resistenza e solidarietà umana, Trad. it. Les Bitches2 (a cura di), Mimesis ed., Milano-Udine 2017
La prima volta che ho tenuto in mano questo libro, che l’ho osservato, ero seduta sul tram che mi portava verso casa. Di solito non do troppa importanza agli animali non “da compagnia” che attraversano le strade e gli altri confini della città, ma quella volta ne ho apprezzato la presenza. La biodiversità che percorre le periferie, i sotterranei di una metropoli come Roma è rappresentata da specie scomode, poco desiderate e spesso confinate se non uccise (pantegane, scarafaggi, ma anche cani e gatti randagi). Esseri viventi, altri dall’umano, passano da luoghi cosiddetti degradati (rappresentano loro stessi il degrado) a luoghi centrali, formali, non senza suscitare lo sdegno e il rancore dei/lle garanti del perbenismo. Il parallelismo con la nostra specie mi è venuto spontaneo, mi bastava guardare i marciapiedi, guardare di fronte ai supermercati, per scorgere gli/le altre, quella povertà che può essere rappresentata dai/lle migranti, dai/lle senza tetto, da tutte quelle persone che vivono ai margini a stretto contatto con quella categoria di animali poco amata alla vista.
Quando sono tornata a guardare il libro, le parole rivolta e resistenza, a questo punto mi sono sembrate più imponenti di tutte le altre. Che tipo di confini permettono di attraversare queste parole? Chi può agirle? (altro…)
Il mio intervento di oggi* vuole porre al centro i metodi di una critica femminista postcoloniale e antimperialista che connetta le lotte di liberazione di diverse geografie e che dischiuda orizzonti per pensare pratiche femministe di solidarietà transnazionale.
Ho sempre creduto che questi siano i temi del femminismo, quantomeno di un femminismo ancorato all’antirazzismo e all’impegno anticapitalista transnazionale, che mi tiene viva e mi dà speranza.
Questa è la ragione per cui voglio iniziare raccontandovi brevemente il mio trascorso politico e personale come femminista, poiché credo profondamente che la creazione di alleanze e di solidarietà attraverso il genere, la razza e la classe, nonché lo smascheramento dei dispositivi nazionali e sessuali, possa mostrare il cammino da intraprendere.
Essendo cresciuta a Mumbai, in India, e facendo parte della generazione post-indipendenza, è stato impossibile non essere consapevole sia dei vincoli e degli spazi coloniali (anche istituzionali), sia delle pratiche dei movimenti decoloniali, delle lotte globali e nazionali di liberazione, degli stimoli generati da una visione postcoloniale socialista e democratica. Sono arrivata a credere all’idea dei mandati generazionali.
Per la mia generazione post-indipendenza questo mandato consisteva nel prendere in considerazione molto seriamente i problemi teoretici come problematiche di decolonizzazione, attraverso l’acquisizione di una consapevolezza forte: decolonizzare coscientemente gli spazi e vedere gli effetti che questa pratica dava.
Quindi, per esempio, rivedere la programmazione ufficiale delle scuole superiori che raccontava solo la storia del Regno Britannico e praticamente niente sulla nostra storia locale, sull’origine della nostra comunità, mi ha portata ad analizzare gli strumenti di funzionamento del potere. Cosa lo rende visibile, naturale e normativo.
La decolonizzazione non può mai essere un processo formale che consiste solamente nel rovesciare i governi e sostituirli con le elite locali. Deve essere un più profondo processo insurrezionale che trasforma le strutture del sé, delle comunità, delle forme di governo, a tutti i livelli. Si tratta di ridisegnare attivamente il consenso, in modo corrispondente alle pratiche di resistenza e ai processi di dominazione psichica e sociale.
La decolonizzazione deve essere un processo collettivo ancorato nella storia indigena delle lotte, non si può immaginare di recarsi da un terapista e così decolonizzarsi. Non può essere un processo individuale, deve avvenire dentro spazi collettivi in cui si pensa e riflette sulle medesime cose e in cui ci si pone domande comuni.
In India, gli studenti medi e gli insegnanti delle superiori, a partire dagli anni ‘60 hanno iniziato a inserire, anche nei corsi di dottorato, le letture di Fanon, Margaret Cezair-Thompson e poi Marcuse, Althusser e Said per avere altre prospettive e capire le pratiche di decolonizzazione. Il mio impegno nel movimento studentesco, contro lo stato fascista dell’emergenza imposto da Indira Gandhi, all’inizio degli anni ’70, e nei movimenti di sinistra e anticapitalisti, ha smascherato il ruolo chiave della classe, della casta e dei fondamentalismi religiosi nell’esercizio del potere statale in India.
Il mio lavoro in Nigeria ha poi mostrato su diversi livelli le linee tracciate dal potere, attraverso il colore e la razza, fino a quando, trasferitami in Illinois negli Stati Uniti nel 1977, ho iniziato veramente a capire le politiche interconnesse ai concetti di razza, colore, classe, nazionalità, specialmente in relazione al genere e alla sessualità.
È stato in quel momento che sono diventata totalmente una donna immigrata di colore con radici nel Sud globale, e lo dico con grande consapevolezza e chiaramente, perché queste non sono solo etichette, sono modi importantissimi di collocarsi e di intendere se stesse.
La mia esperienza, alla fine degli anni ‘70 e nei primi anni ’80, è stata quella di una donna di colore, migrante trapiantata, che viveva negli Stati Uniti.
Dal 1998, sono anche una cittadina statunitense e l’identificazione mi sembra sempre più fragile tanto più che oggi ci si aspetta di essere cittadini senza mai riceverne il permesso, in un mondo post-11 settembre.
Dopo 3 decadi di vita negli Stati Uniti sono una pensatrice politica ed un’attivista che ha messo in conto i significati mutevoli di cittadinanza, identità e dissenso. Chiaramente, questi significati intaccano l’essere femminista e l’essere una cittadina statunitense, e sono multipli, con affiliazioni affettive in India e negli Stati Uniti e alla storia postcoloniale del mio paese, laddove esistono reti di solidarietà e amicizia in entrambi gli spazi, come esistono nella diaspora. L’11 Settembre ha rappresentato un “arretramento” nei confronti del sud dell’Asia, del Medio Oriente, dei musulmani.
I miei primi incontri nelle diverse comunità degli Stati Uniti sono stati con gente di ogni etnia, specialmente con persone che condividono la mia visione politica e della giustizia.
Ho imparato molto presto nel mio percorso intellettuale che il miglior modo di pensare e trovare strategie emerge attraverso la collaborazione con diverse comunità di persone con impegni simili e simili visioni della giustizia. Ho lavorato per creare questo “vicinato intellettuale”, ovvero vicinanze radicali al servizio della giustizia sociale. Questa definizione di “vicinato intellettuale” (intellectual neighborhood), è stata coniata da Toni Morrison, quando parla della necessità di costruire delle vicinanze intellettuali nelle quali vogliamo vivere, perché spesso non si ereditano. Specialmente se fai un certo tipo di ricerca politica.
Ho iniziato a riflettere sui regimi securitari e sulla violenza soprattutto in seguito alla costruzione da parte degli Stati Uniti del Mega Security Wall, il grande muro di sicurezza tra il Texas del sud e il confine messicano e dopo aver sentito delle lotte degli attivisti migranti e dell’organizzazione di difesa delle donne apache, la Law Defense Organization.
Un’organizzazione di donne indigene che vuole contenere un specifico progetto imperialista di partenariato con le multinazionali sul loro territorio. Le pratiche di militarizzazione in tale contesto, lasciano emergere similitudini con le pratiche usate presso i muri costruiti in Iraq o Afghanistan, dove viene usato il pretesto delle guerre mondiali per mobilitare discorsi simultanei sull’islamofobia e sul nativismo. Le lotte di questa organizzazione di donne, e la stessa costruzione del muro securitario in Texas, sono stati argomenti totalmente assenti dalla discussione pubblica, nei media e nei circuiti femministi. Ma i progetti imperialisti degli Stati Uniti non sono nuovi, le formazioni e le operazioni globali post 11 Settembre lavorano sul protezionismo e sul terrore della guerra e sono accompagnati da militarizzazioni e ambizioni neoliberali di cooperazione: è un fenomeno che merita l’attenzione del femminismo critico.
Regimi securitari a confronto
Quindi in questa relazione esaminerò tre esempi di regimi securitari: Stati Uniti, Israele e India, attraverso tre specifici sguardi geopolitici su tali luoghi d’interesse, in particolare:
– il confine tra Stati Uniti e Messico, e le connesse lotte sulla migrazione e i diritti indigeni
– il controllo israeliano sui cosiddetti territori occupati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza
– il controllo militare dello Stato indiano e l’occupazione della Valle del Kashmir, come una zona di violenza normalizzata.
In questa prospettiva, le pratiche imperialiste e statali neoliberali e militarizzate sono spesso sostenute dallo sviluppo di progetti umanitari e di peace keeping.
Il nuovo controllo dello stato securitario funziona proprio come le democrazie imperialiste. Ogni esempio preso in esame ha collegamenti diretti con il colonialismo, spartizioni di territorio e frammentazione, nonché violenza durante il processo di costruzione della nazione.
Quello che la scrittrice pakistana Bapsi Sidhwa chiama the demand for blood, ci fa capire come
nei territori di confine nazionale i civili sono soggetti ad una violenza militarizzata legata alla produzione di identità e di genere, sono forze, quelle messe in campo, reazionarie e spesso razzializzate, rappresentanti di una mascolinità dominante.
Questi tre luoghi costituiscono tutti esempi di dispute su territori occupati: hanno cruente storie coloniali e insieme illustrano un nuovo e un vecchio ordine mondiale di violenza militarizzata e di genere che dà priorità all’economia neoliberista.
Per certi versi quello che vi presento oggi è un contributo metodologico, argomentando e trattando dei temi e spiegando come si possa guardare a tre luoghi diversi per elaborare modi di comprensione adatti ad analizzare diverse situazioni. Questo ci permetterà di capire come il potere statale e le priorità dei governi neoliberali dirigano la loro attenzione verso particolari gruppi di persone che vengono così razzializzate, marginalizzate e impoverite.
Sin dall’inizio degli anni ‘90, con il passaggio all’economia neoliberale e alle conseguenti strategie politiche, i legami tra Sati Uniti, Israele e India, sono stati forgiati dalla visione comune di chi deteneva il potere a quel tempo nei rispettivi luoghi, quindi, negli Stati Uniti c’era Bush e i conservatori, in Israele Sharon e in India il governo hindu.
Questi tre paesi hanno in comune una strategia geopolitica e una visione del commercio e della sicurezza che vedono nell’Islam e nei musulmani un nemico comune, una strategia inoltre garantita da alleanze economiche e militari. Ad ogni modo, in nome della protezione di cittadini, l’ideologia dello stato-nazione giustifica guerre, difesa dei confini e regimi di incarcerazione. La connessione tra le analisi, la visione comune di giustizia transnazionale che femministe e pensatrici antipatriarcali condividono, è il punto d’ispirazione per le mie riflessioni. Non sono solo preoccupata di capire come funzionano il potere e la violenza in questi posti, sono molto più interessata a comprendere come gli attivisti e le attiviste stanno realizzando connessioni aiutandosi reciprocamente nell’analisi della situazione e nel portare avanti le rispettive lotte. Questo tipo di ricerca motiva il mio lavoro.
Le analisi comparative sui muri e sul muro, materiale e simbolico, mostrano la costituzione del regime securitario e definiscono le avventure imperiali degli Stati Uniti. In India e in Israele riguardano l’operazione ideologica del discorso sulla democrazia.
Ognuno di questi Paesi infatti afferma e rivendica in modo deciso un discorso democratico.
Israele guarda a sé come al paese più democratico nel Medio Oriente e l’India, allo stesso modo, considera se stessa la più grande democrazia dell’area, per via della sua enorme popolazione, e perché dall’Indipendenza vanta il succedersi di governi democratici. Infine, gli Sati Uniti, allo stesso modo, sarebbero il Paese più democratico tra tutti.
Questa operazione ideologica di discorso sulla democrazia suggerisce che la militarizzazione delle culture è profondamente legata ai valori capitalisti del neoliberismo e alla normalizzazione, a ciò che Arunhdati Roy ha chiamato “democrazia imperiale”.
Se usiamo l’aggettivo imperiale con il sostantivo democrazia, abbiamo in mente già qualcos’altro riguardo a ciò che succede. La militarizzazione coinvolge sempre la mascolinizzazione e l’eterosessualizzazione come processi legati allo Stato: ecco perché un’analisi femminista è la chiave imprescindibile per qualsiasi analisi. Le disposizioni di un sistema economico neoliberista si basano sulle divisioni di genere e razza e sulla costruzione di soggettività funzionali.
Il sistema securitario dello Stato-nazione, o regime securitario, è vincolato a strategie di connessione tra la militarizzazione dei territori, criminalizzazione e incarcerazione, per esercitare il controllo su specifiche popolazioni, rimodellando le soggettività individuali e le culture.
Come femminista riconosco che lo stato securitario mette in moto una particolare logica di protezione legata al genere, ovvero da parte maschile rivolta su donne e minori. Una logica che sottolinea e fa appello alla protezione e alla sicurezza della nazione e che si aspetta obbedienza e lealtà nello spazio domestico secondo una dimensione patriarcale. Allo stesso tempo le guerre dello Stato contro nemici interni ed esterni, nel contesto negli Stati Uniti ad esempio, legittimano – secondo la stessa logica che riconosce il potere autoritario nell’arena domestica – le aggressioni al di fuori dello spazio familiare. L’implementazione dell’incarcerazione è vincolata anche alla prigionia presente nel campo domestico.
In tutti questi Paesi è palese come i confini siano zone di violenza molto esplicita ma che hanno anche bisogno, per sussistere come tali, di misure di incarcerazione e addomesticamento dentro i confini dello stato-nazione stesso.
Gli Stati Uniti investono, all’interno del proprio territorio, in un grande complesso industriale privatizzato di prigioni, mentre consolidano allo stesso tempo un regime d’invasione, tortura e punizione collettiva In Iraq e in Afghanistan. Ma questioni simili si devono porre, dopo l’11 settembre, in relazione alle cosiddette democrazie di Israele e India: nei tre contesti geopolitici lo stato ha mobilitato un’ideologia mascolinizzata e securitaria basata non solo sulla difesa della nazione, ma sulla coesione, richiedendo partecipazione e consenso alla cittadinanza.
Questa ideologia genderizzata è ancorata alla mascolinità autoritaria o, come alcuni l’hanno definito al muscular militarism e alla ideologia patriarcale della protezione che richiede obbedienza.
Nelle terre di confine tra Texas e Messico, a Gaza e in Cisgiordania e nel Kashmir, la presenza di particolari soggetti quali donne, indigeni, poveri, mussulmani, migranti, nonché il fenomeno della prostituzione, coinvolgono da un lato il controllo sociale e dall’altro lo spossessamento legalizzato e la morte sociale, per giustificare forme di violenza su più livelli. Potrebbe essere interessante per voi pensare a quello che sta succedendo in Europa con le migrazioni. L’economia politica degli stati securitari si focalizza fondamentalmente sul permanente abbandono di certe popolazioni asservite, che messe in cattività, sotto controllo, son poste come funzionali all’ordine neoliberale. Qui il capitalismo militarizzato è custode dello stato securitario e entrambi lavorano insieme ad accrescere i fondamentalismi, da quello mulsumano, a quello indiano, ebraico e cristiano, e si creano allo stesso tempo movimenti sociali che reagiscono alla creazione di identità neoliberali e genderizzate.
Quindi il capitalismo è militarizzato (è importante chiamarlo così, e non solo intenderlo come un sistema economico, ma come un sistema di valori sempre connesso ad altri sistemi di regolamentazione).
Parlando dell’Argentina nel XX secolo, Rita Arditti si riferisce all’esercizio della violenza di Stato all’interno di una cultura d’impunità. Una cultura dell’impunità si ha quando lo Stato opera senza timore e l’impunità è normalizzata attraverso domini politici illegali producendo una specie di ordine nell’ordine, una specie di stato d’eccezione, nei termini di Agamben, necessari al processo di dominazione. Questa è una forma di governamentalità dove lo Stato implementa il regime di sorveglianza e criminalizzazione e commette l’illegale sospensione di diritti nel nome della protezione della nazione da forme di insorgenza, nella totale impunità. Pensiamo quindi in Argentina ai desaparecidos e alle desaparecidas, alla loro prigionia, al diniego di diritti civili basilari e al diniego di quelli economici di particolari comunità marginalizzate.
Vi voglio dare una breve illustrazione delle operazioni dei regimi securitari in ciascuno dei tre luoghi presi in esame .
Stati Uniti: lotte migranti al confine. Nel 2010 il National Network for Immigrants and Refugees’ Rights ha realizzato un report chiamato “The Rise of the U.S. Immigration Policing Regime”. Il report, elaborato dalla rete delle comunità civili per i diritti umani, dimostra come il regime di polizia usi lo status di migrante per segregare le persone, definendo le persone di colore in nuovi modi. Il report spiega come vengano eliminati i finanziamenti pubblici e come vengano create delle prigioni private come luoghi in cui incarcerare le persone per questioni di migrazione. Lo status di migrante è usato anche per negare l’esistenza di persone indigene e il loro diritto all’identità, alla terra e alla loro comunità. Nel 2003 il dipartimento degli Stati Uniti per la sicurezza dei territori ha fatto un’operazione che consiste in un piano lungo dieci anni per rimuovere tutte le aree removibili: è a questo punto che i servizi per le migrazioni e per le “naturalizzazioni”, così come vengono chiamati, son stati assunti sotto il dipartimento delle sicurezza dei territori. Lì ci sono espliciti legami con le questioni di sicurezza nazionale e le questioni della migrazione.
Ci sono quindi più di 11 milioni di migranti senza documenti. Così si è creato un nuovo regime di polizia che connette le questioni della migrazione, della cittadinanza, del terrore della guerra mondiale, il controllo dei confini, la sicurezza nazionale, il crimine, il rafforzamento della legge e l’economia. Tutto sotto l’idea guida di protezione della propria home-land, o difesa della patria.
Quindi, nel momento in cui si ha questa tipologia di narrazione, per forza di cose si mobilitano tutte le componenti appena elencate. Il report elaborato mostra come con le crisi economiche il regime neoliberista securitario abbia criminalizzato sempre più, militarizzandosi, i/le migranti, collegando retoricamente la migrazione alla sicurezza nazionale. L’approvazione, nel 2010, di una legge chiamata sb1070, una legge razziale e anti-migrazione, richiamava l’intervento della polizia per combattere chi fosse sospettato di clandestinità. In altre parole, ogni poliziotto può fermare chiunque sia sospettato di non avere documenti, e se non identificabile, portarlo in prigione. Mi chiedo e vi chiedo di riflettere su che tipo di strategie sono usate in Europa.
In America, per esempio, chiunque sia arrestato in Arizona non può essere rilasciato sino a che la polizia non verifica lo stato di cittadinanza, così gli agenti delle forze dell’ordine possono arrestare chiunque. I migranti sono soprattutto donne, e la detenzione femminile ha specifiche connotazioni e impatti sulle famiglie. Inizia fortemente tra il 2009 e il 2011 in Arizona la criminalizzazione dei migranti e solo nel 2014 poliziotti di confine ne hanno arrestato più di 78 mila, che viaggiavano con le loro famiglie lungo il confine messicano.
Tra le strategie previste c’è l’uso di un bracciale gps, da mettere alle caviglie delle persone identificate, in particolare per controllare i capi famiglia che attraversano illegalmente i confini, e questo anche per ridurre i costi di detenzione dei migranti nei centri privati lungo il confine. Quando dico capofamiglia, generalmente si tratta di un uomo, e la questione funziona così: si può arrestare la persona o in alternativa, molto più facile, mettergli un bracciale alla caviglia, risparmiando così il costo del centro di detenzione.
Il secondo punto è la questione democrazia e sicurezza in Israele e Palestina. All’interno delle analisi sulla violenza di genere nell’occupazione di Gaza, Anouar Abdel-Malek sosteneva che la cornice entro cui lavora Israele è quella della sicurezza. Per alcuni gruppi questo significa l’insicurezza di altri, laddove la sicurezza di Israele dai palestinesi garantisce la democrazia. Lo stato di Israele basa infatti la sua democrazia interamente su nozioni etniche di cittadinanza con diritto di ritorno solo per gli ebrei. Quello di Israele è uno stato securitario con una divisione di classe molto forte che esclude i non ebrei e, coloro che non hanno la cittadinanza hanno pochissimi diritti e nessuna possibilità di parola. Dal 1948 la spartizione dei territori palestinesi ha significato l’establishment dello Stato d’Israele e il simultaneo allontanamento dei palestinesi dalle proprie terre.
Pertanto tale data rappresenta la nascita di una nazione per gli israeliani ma è anche la nakba, “catastrofe”, per i palestinesi, ovvero la sconfitta, lo spossessamento, i traumi delle violenze subite e l’inizio del movimento di liberazione. Abdel-Malek suggerisce che l’attuale discorso sul terrore porta alla distinzione tra civili e soldati nella sicurezza dello stato nazionale e le azioni umanitarie diventano così accessori della violenza di stato contro i palestinesi. Sostiene che il discorso umanitario israeliano rientra nella logica del terrore e della sicurezza. Infatti Israele, in nome di azioni umanitarie controlla l’accesso a Gaza. Il muro che divide i territori, serve a proteggere le terre dei grandi proprietari terrieri e anche in Texas imprigiona le terre indigene che sono al confine tra Messico e Stati Uniti.
Passiamo al regime militare nella Valle del Kashmir, una delle più grandi zone militarizzate del mondo. Il governo indiano ha creato lì oltre 600.000 confini di sicurezza e ha dispiegato più di un milione di forze paramilitari, per una popolazione di solo 20 milioni di persone. Questa è una delle più alte stime di soldati rispetto ad una popolazione civile.
Al di là di come, dopo il 1946, si siano date le ripartizioni di confine tra India e Kashmir sono più interessata al funzionamento dell’apparato militare dello Stato indiano nella zona e al modo in cui controlla e definisce identità, comunità e soggettività. Il Kashmir è noto come sede di tre guerre, noto per il rischio di armi nucleari, con guerre nucleari tra India e Pakistan. Questo territorio è stato in disputa dal 1947. C’è stato un incremento del movimento islamico in Pakistan e anche la crescita del fondamentalismo hindu in India. Le politiche portate avanti dall’India nella Valle del Kashmir rispondono alla logica dello stato d’emergenza dal 1947. Ma dal 1960 c’è stato un movimento crescente contro l’occupazione indiana che ha portato alla formazione del Fronte di Liberazione del Kashmir e il sotterraneo movimento secessionista che sta portando avanti dure battaglie per l’autodeterminazione. La natura della ribellione nei primi anni ‘90 è cambiata con l’emergere di diverse organizzazioni separatiste, alcune religiose, che erano specialmente a favore delle politiche pakistane. Per rispondere a questo l’India ha fatto passare The Armed Forces Special Powers Act nel 1990. Sostanzialmente si tratta di un provvedimento di accrescimento di militarizzazione dello Stato, accompagnato da un sistema di impunità per rafforzare il regime di sorveglianza e incarcerazione in Kashmir. Quest’atto, ci porta a considerare la cornice ideologica della Valle del Kashmir in termini di paura, tra le fila dell’insurrezione e della contro-insurrezione, con la sospensione dei diritti costituzionali e le libertà. L’atto AFSPA anche qui autorizza legalmente la sospensione della distinzione tra legalità e illegalità. Gli agenti di Stato che commettono omicidi, detenzioni e torture, stupri, tratta, traffico umano di bambini, sono protetti da quest’atto. Qui anche vediamo che c’è la creazione di quello che alcuni hanno chiamato una “costituzione di free zone” che penso sia un termine molto importante: indica un posto dove la costituzione statale non funziona anche se siamo all’interno dei confini dello Stato-Nazione.
Free zone tra Stati Uniti-Messico e Israele-Gaza
Oltre le differenze delle diverse storie di imperialismo e colonialismo, ci sono delle notevoli somiglianze nelle forme in cui la governamentalità neoliberale si esplica a partire dalla formazione di Stati securitari in India in Israele e negli Stati Uniti e penso che queste forme di governamentalità siano più visibili nella normalizzazione della violenza statale nelle terre di confine tra Messico e Texas e nella Valle del Kashmir e nella striscia di Gaza. Quindi, comparare luoghi geopolitici ci permette di capire il terrore imposto dalla guerra e la violenza statale e la trasformazione dei civili in insorgenti e illegali attraverso la legale sospensione dei diritti civili, che, in questi tempi, è un atto sintomatico della democrazia imperialista.
In ogni contesto la sovranità dello Stato è basata sull’operazione della costituzione di free zone ai confini della nazione. La violenza normalizzata su particolari corpi, musulmani, donne, nativi, migranti, arabi ha a che fare con il discorso sulla protezione e sulla cittadinanza in ogni paese. In ogni caso possiamo identificare stati d’eccezione dove la sospensione della legge è richiesta per l’operato imperialista. In ogni contesto la cittadinanza rimane allusiva, e l’identità sono sempre in questione dando vita a checkpoint e carte d’identità. In questi posti i documenti diventano forme di controllo e governo per l’apparato statale e di sorveglianza.
Il processo di verifica dell’identità produce quello che Tobias Kelly chiama documented lifes, cioè forme particolari di soggettività che sono tenute sotto controllo e che sono connotate da ansietà, incertezza e paura. Kelly lavora sulla Palestina ma simili argomenti penso possano essere allargati ad altri contesti.
Un progetto bio-militarizzato è evidente in questi posti e qui le donne sono colpite in modo particolare perché la violenza è parte della vita quotidiana, con la presenza dei paramilitari e delle forze di polizia. Nella Valle del Kashmir le donne sono vittime di violenza sessuale e domestica, di stupro e soffrono di depressione, aborti continui, molte perdono i loro compagni e sono vedove.
Nel 1947 le milizie di donne erano parte integrante del Movimento di Liberazione del Kashmir mentre molte donne negli ultimi anni si sono organizzate come associazione dei genitori per le persone scomparse e in organizzazioni per la pace e il disarmo. L’impatto invece dell’occupazione israeliana sulle donne palestinesi è profonda: la mancanza di differenza tra casa e campo di guerra, l’indistinzione tra civile e soldato, significa che il vicinato e la casa diventano, a Gaza, il campo perenne di battaglia. Gli uomini son contati come morti civili, le donne e i bambini come danno collettivo. L’occupazione rimodella lo spazio pubblico e domestico, con una conseguente forte disoccupazione maschile. Questo si traduce anche nella trasformazione delle dinamiche famigliari e spesso però si risolve in aumento di violenza domestica. È quando la violenza sessuale e politica diventa normativa, che è possibile notare che proprio lì riposa la struttura della democrazia imperialista. Infatti le pratiche governative dei regimi securitari si legano ai processi di soggettivazione e cittadinanza. Mentre il progetto dello Stato è quello di produrre cittadini nazionali, nei regimi securitari quello che si fa è l’opposto: il disfacimento della possibilità della cittadinanza per delle precise popolazioni. Queste terre di confine sono abitate da comunità-ombra ai margini sociali e territoriali dello Stato e sono luoghi che esistono formalmente come parte dello Stato, ma in realtà sono escluse.
La realtà violenta e la rete di legami legali e illegali che la supportano sono tenute nell’invisibilità.
Quindi questa logica di violenza, di contenimento ed espulsione produce forme diverse di abbandono sociale e morte con conseguenze per entrambe le comunità prese di mira come nemici e outsider e con conseguenze per tutto il corpo politico di diritti civili perché ci ridisegna dentro i confini della violenza statale.
La capacità di queste pratiche non è solo quella di marginalizzare le persone. Infatti questa marginalizzazione è dipendente dal consenso di quelle persone che di fatto sono sicure dentro i confini dello Stato-Nazione. Quindi anche noi dentro il confini della violenza statale siamo disegnati secondo le forme di soggettività molto marcate dagli scenari di sicurezza globale.
Muri, confini, connessioni e solidarietà attiva
Per affrontare l’ultima questione inizio con una citazione della poeta e scrittrice femminista Therese Saliba
“La prima colonizzazione delle Americhe da parte dell’Europa ha smembrato le terre e ha messo in moto processi che hanno spossessato le persone indigene e la loro civilizzazione. Anche la colonizzazione israeliana della Palestina ha smembrato le terre cercando di sradicare l’identità culturale dei popoli che lì vivevano e ogni segno della loro precedente presenza in quelle terre. Oltre 400 villaggi palestinesi sono stati spossessati e trasformati in rifugi nelle terre di esiliati e stranieri nella loro terra. A Sud Ovest siamo soggetti invece ad un altro modo di colonizzazione dall’America. Questo atto di imperialismo ha diviso le popolazioni messicane in due confini artificiali col Texas: gli Stati Uniti con l’atto di difesa del 2006 hanno dato al dipartimento di sicurezza del territorio poteri unilaterali per varare 36 leggi federali nei confini internazionali tra Texas e Messico in collaborazione con le multinazionali del petrolio, iniziando così a costruire un muro di sicurezza. Queste leggi lasciano la regione intera alla piena militarizzazione. Annullando i diritti delle persone indigene alla propria cultura, all’ambiente, alla biodiversità e distruggendo i posti sacri.”
Questo quindi è un chiaro esempio della politica degli Stai Uniti vista come completamente razionale attraverso la cornice del terrore, della guerra e attraverso regimi che hanno di mira i migranti. La sospensione delle leggi è un’arma per far scomparire le comunità. Law Defense, la organizzazione apache di cui parlavo prima, fondate dalla madre e dalla figlia Lucia Tamez e Margo Tamez nel 2007 si focalizza sulle organizzazioni delle comunità e sulla loro documentazione, sulla ricerca e sull’ educazione rafforzando così le lotte indigene contro la violenza coloniale anche in relazione a battaglie legali a livello internazionale (https://lipancommunitydefense.wordpress.com/)
Infatti coloro che vogliono creare profitto sostenuti dalle multinazionali petrolifere statunitensi per interessi di produzione mineraria sono i proprietari terrieri ricchi, ben protetti dalla costruzione del muro, mentre fanno sì che le comunità indigene abbiano muri costruiti nelle loro terre.
Questo di base è quello che gli attivisti hanno chiamato costituzione di free zone, per le comunità indigene. Quindi le persone indigene e i e le migranti illegali, che son per la maggior parte persone messicane che abitano quelle terre, sono definiti come terroristi, come narcotrafficanti, e come pericolosi insorgenti. Migranti e indigeni sono due categorie create sotto gli stessi processi e non sono separate. La continua invenzione dell’indigeno e del migrante e il modo in cui la legge impatta su questo è un nuovo fenomeno. Ci sono quindi nazioni indigene che stanno in entrambi i lati del confine del tra Stati Uniti Messico e gli abitanti non si considerano messicani e americani e in ogni caso non riconoscono né la sovranità degli Stati Uniti né quella del Messico.
Il Messico ora richiede il passaporto statunitense per le persone che viaggiano oltre 12 miglia dentro il territorio messicano, ma la validità del passaporto viene messa in questione in ritorno negli Stati Uniti. La legge dell’Arizona, che ho menzionato prima, protegge e giustifica la presenza di petrolio là nel confine. Abbiamo checkpoint e riserve di petrolio lungo il confine in maniera simile alla Palestina. Sono esattamente gli stessi checkpoint. Infatti le stesse compagnie che hanno costruito il muro in Palestina sono impegnate anche tra Messico e Stati Uniti nella costruzione del muro.
La legge dell’Arizona è stata ideata per proteggere questo complesso industriale estrattivo attraverso il rinforzo dei confini. La vita è ogni giorno sorvegliata dai soldati e la militarizzazione è funzionale alla costruzione delle identità; si tratta di una forma specifica di produzione di soggettività “documentate”.
Dal 2013 ci sono state due importanti progetti attraverso il confine messicano: un grandissimo sistema ferroviario di trasporto e la costruzione di un corridoio attraverso il Texas che connette Albota Canada al sud del Texas al Messico per un progetto transemisferico chiamato “Security and Prosperity Partnership” per essere trasportati in treni che scorrono su ponti giganti sopra i territori apache. Questo mi pare un esempio chiaro ed esplicito delle connessioni esistenti tra privatizzazione, militarizzazione, sorveglianza, regime securitario, e la completa incarcerazione e criminalizzazione di particolari comunità.
Come Therese Saliba spiega, ci sono chiare confluenze tra l’impatto del progetto coloniale imperialista degli Stati Uniti e l’occupazione colonialista israeliana nell’occupazione delle terre di Gaza. Il lavoro organizzato dal Centro Esperanza mostra evidenti connessioni, in termini di impatto, tra i muri, confini e spossessamenti e le vite delle donne in Palestina e nelle terre di confine del sud del Texas, offrendo uno sguardo illuminante in una prospettiva femminista e transnazionale. Organizzate nella costruzione di comunità son le stesse persone delle comunità a scegliere le loro forme di resistenza contro la violenza normalizzata in Israele. Ambiente, giustizia sociale e lotte sono temi su cui ci focalizziamo in entrambe le zone. Al confine tra Texas e Messico, la militarizzazione ha distrutto l’ambiente e l’agricoltura, come in Palestina. È allora qui possibile tracciare alleanze e solidarietà tra un luogo e l’altro.
Quello che conta, con grande interesse, è vedere come le comunità si organizzano nella resistenza.
Negli Usa al confine ci sono nuove formazioni politiche e alleanze tra organizzazioni di lavoratori migranti, collettivi radicali di studenti medi e universitari, migranti messicani queer e transgender, persone indigene, artisti. C’è un’organizzazione di anarchici nativi, associazioni antirazziste, comitati di vicinato e di quartiere che cercano di lavorare in modo forse più conservatore, ma si son uniti e lavorano insieme a organizzazioni contro la privatizzazione dei centri di detenzione, organizzazioni abolizioniste delle prigioni. Le donne di colore, questo è importante, sono la maggioranza, e sotterraneamente si occupano dell’organizzazione nella maggior parte di tutti questi gruppi. Cosa mi interessa è che nei movimenti sociali ci sono prospettive femministe, e ci sono attivisti che stanno portando avanti analisi su come tenere insieme più piani, attivisti che hanno reso possibile che le persone vedessero cosa realmente stesse accadendo, rendendo evidenti le connessioni in tutti i livelli, includendo anche che tipo di conoscenza si produce in questi casi, in che modo si controllano fisicamente le persone attraverso regimi di sorveglianza.
Il lavoro di organizzazione politica è stato quindi di connettere e mostrare le connessioni tra diversi tipi di violenza alle quali sono soggette le comunità. Non sono le persone sedute dentro le università che hanno reso questo possibile. Le analisi si sono generate tra i movimenti sociali e le loro organizzazioni. Quindi, si tratta di una teoria che è irrimediabilmente ancorata al terreno di cui si occupa, non sarebbe mai potuto succedere se le persone avessero tentato di effettuare queste connessioni in una maniera puramente intellettuale, in astratto. Perché è importante fare il lavoro di decolonizzazione in maniera collettiva, e lavorare insieme per capire, altrimenti il rischio è anche di non sapere che succede fuori di noi e dei vincoli intrattenuti e riprodotti tramite saperi egemonici.
Simili connessioni transnazionali sono evidenti anche nel caso delle lotte femministe in Palestina e Israele e in India e in Pakistan e in Kashmir per alcune donne che si stanno organizzando contro ogni forma di violenza statale e nelle comunità nelle regioni ma al di là dei confini nazionali.
E ci sono un sacco di importanti organizzazioni di solidarietà tra donne e femministe indiane, pakistane e del Kashmir che hanno lavorato insieme in queste battaglie e su queste questioni.
Il tipo di conoscenze insorgenti generate da queste forme di attivismo consegna una prospettiva femminista a nuove soggettività politiche e crea nuove visioni di cittadinanza necessarie per affrontare le democrazie imperialiste.
Conclusioni
Per concludere: ho argomentato che dopo l’11 settembre il consolidamento della democrazia imperiale e dei regimi securitari negli Stati Uniti in Israele e in India hanno mobilitato dispositivi di violenza ancorati ai vincoli coloniali e al profitto capitalista. Questo regime usa ideologie e pratiche di genere e di razza specifiche e connesse tra loro. Le democrazie imperialiste militarizzano ogni aspetto della vita sociale e non solo nelle comunità criminalizzate, ma nei confronti di tutti e tutte.
Cosa si potrebbe allora fare nello smascherare il sistema neoliberale che guarda a sé come ad una democrazia?
Una visione alternativa di interconnessione tra lotte e solidarietà richiede la costruzione di una solidarietà etica femminista transnazionale che affronti la militarizzazione neoliberale a livello globale. Questo significa puntare a strategie di resistenza che fondamentalmente trasformino le ineguaglianze sociali ed economiche dal basso, portando alla creazione di nuove forme e nuove visioni di solidarietà. Sono le esperienze delle comunità marginalizzate e specialmente sono le donne che sostengono il lavoro di connessione e di rete nella vita di tutti i giorni, quel lavoro che informa processi per la creazione di sguardi transnazionali radicali per la giustizia sociale, per la giustizia economica e di genere.
Un altro mondo è sempre possibile, specialmente se le persone iniziano a costruire solidarietà transnazionale, che ci permette di vederlo e crearlo.
Allora, finirò con una delle mie citazioni preferite di Arundhat Roy, che, nel suo discorso pronunciato durante il World Social Forum del 2002 disse: “Le nostre strategie non dovrebbero consistere nel confrontare tra loro gli imperi, ma di privarli dell’ossigeno, di infamarli, di renderli evidenti, con la nostra arte, la nostra musica, la nostra letteratura, la nostra ostinazione, la nostra gioia, la nostra intelligenza e dovrebbero rendere possibile il racconto delle nostre storie. Storie che sono differenti da quelle che ci hanno convinto a credere alla rivoluzione delle corporation. Questa collasserà se ci rifiutiamo di comprare quello che ci vendono, le loro idee, la loro visione, i loro muri, le loro armi, la loro nozione di ineluttabilità. Ricordate questo: noi saremo tanti, e loro saranno pochi. Loro hanno bisogno di noi molto più di quanto noi abbiamo bisogno di loro. Un altro mondo non solo è possibile, lei è sulla via. In un giorno silenzioso, posso sentirla respirare.”
*Lezione di dottorato nell’ambito del ciclo di seminari intitolato “Gli studi postcoloniali e la questione della soggettività politica nella teoria radicale” organizzato dalla rete Deco[k]now presso l’Università L’ Orientale di Napoli, 21 Maggio 2015
Trascrizione e traduzione a cura di Alessia Drò
revisione a cura di Serena Fiorletta
La filosofa argentina María Lugones, docente in Women’s Studies alla Binghamton University di New York, radicata da tempo negli Stati Uniti, ha partecipato a Buenos Aires con Walter Mignolo alla Conferenza sull’Estetica e sul Pensiero decoloniale. Famosa per le sua tesi sulla “colonialità del genere” l’opera di María Lugones è diffusa in lingua inglese, e in castigliano in tutto il Latinoamerica, ma i suoi lavori sono poco conosciuti e non sono ancora stati tradotti in Italia. Proponiamo questa intervista, uscita per il quotidiano argentino Pagina12, da cui emerge chiara la critica al cosiddetto femminismo egemonico. ll problema che la filosofa argentina affronta rispetto al femminismo egemonico risiede nell’incapacità di quest’ultimo di prendere seriamente in considerazione le differenze in modo non eurocentrico e auto-referenziale, mancando così nell’acquisire la consapevolezza di un posizionamento antirazzista e anticapitalista non-egemonico. María Lugones, ci spiega come altri posizionamenti, nei femminismi provenienti da diversi contesti – come quello latinoamericano- possano dar luogo a pratiche politiche e di vita comunali, in cui sentire e pensare non siano scissi e in cui ciascuna persona non si colloca come un’identità statica, ma riesce sempre esprimersi in modo relazionale e creativo dando così espressione non all’individualismo, ma a quello che viene definito dalla filosofa argentina l”io comunale”. María Lugones ci parla, con la figura positiva e inaddomesticata del “mostro”, fuori dai limiti imposti ai corpi dalla normalizzazione e dai confini dello Stato-Nazione. Affida ad un pensiero decoloniale l’unica possibilità per vivere fuori dalle oppressioni, formulando domande che segnano il cammino verso pratiche di lotta femministe situate che vedano nell’interstizio del margine la possibilità di sovvertire le proprie categorie, non solo per mezzo della produzione discorsiva, ma anche per mezzo della trasformazione dei propri modi di vita nell’incontro e nel rispetto delle differenze in dis-apprendimento continuo dalla modernità capitalista e coloniale.
María Lugones cerca le parole tra le sue mani. Dubita, ritorna, riprende un’idea precedente per costruire quello che cerca di spiegarmi. Questa femminista argentina, lesbica e meticcia, -come si autonomina- radicata da anni negli Stati Uniti sa che le parole non sempre sono capaci di dare conto di coloro che abitano mostruosamente il mondo e che questa ansietà del silenzio ha bisogno di una comunità di appartenenza nella quale sia possibile cominciare a fare esperienza, sentire e pensare. E’ stata a Buenos Aires all’inizio di Maggio per partecipare alla Conferenza su Estetica e Pensiero decoloniale, realizzata nell’Università di Avellaneda, dove ha partecipato alla Conferenza su “Aisthesis e femminismo decoloniale”, insieme a Walter Mignolo.
Mi ha interessato molto quello che è stato detto alla Conferenza, soprattutto rispetto alla relazione tra il pensare dal margine e il pensare dall’interstizio. Qual è la particolarità di entrambi?
C’è differenza tra abitare il margine e l’interstizio. Anzaldùa dice che il margine ci spinge all’interno come spine di metallo, ci divide e ci disfa. L’interstizio invece è quello spazio liminale che si trova in questo margine, che da fuori appare molto piccolo, fino a quando una persona lo abita, rendendosi allora conto che in realtà è enorme. È in questo spazio di questo margine che abitano tutti quei soggetti che vanno oltre il normale. Abitare l’ interstizio permette di comprendere il margine.
Abbiamo cercato di capire come creare comunità e socialità. Hai parlato di attiviste che sono alla ricerca di una pratica politica comunale e non di una comunità. Puoi spiegare meglio questo concetto?
Tutte le persone possiedono un io comunale, però siccome viviamo nelle società in cui viviamo, questo io comunale è atrofizzato, e questo ci impedisce di andare al di là dell’individuale. È come una tortura il fatto che il mio io comunale non possa esprimersi. Perché possa farlo, la intenzione di ogni persona deve essere un’altra. Per stare meglio tra noi abbiamo bisogno di uno spazio la cui caratteristica sia poter trovare negli altri ciò che ci risuona, ciò che a noi risulta piacevole, ciò che desideriamo. Ho avuto solo poche volte questa esperienza, negli spazi dell’educazione popolare o di organizzazioni comunitarie dove si crea una vita comunale, dove una persona percepisce che abbiamo più di un io, che siamo più di una persona e dove è possibile vedere il nostro essere diminuiti, ridotti, frammentati, nel momento in cui non si può fuggire da ciò che mi è imposto in quanto donna, e in quanto donna di colore e lesbica. La sensazione in questi casi è quella di essere sfocata, e questo provoca quella preoccupazione di avere un’intenzione comunale: questa intenzione non può consistere in altro se non nel fatto di far saltare la colonialità. La colonialità abbraccia un insieme di atrocità che corrodono dissolvono e assorbono l’io comunale. Allora non ci resta che avere nessun’altra intenzione se non quella individuale, che impedisce l’espressione di questa comunalità che ci permette di fare qualcosa che di ci tolga dalla logica dell’oppressione. Molti spazi si autodefiniscono “comunità”, però non mostrano nessuna relazione, tra chi ne è parte, che dimostri la creazione di un’intenzione comunale, di un sentire-pensare insieme. Questi spazi possono essere dispersi, essere, chiaramente, impuri, ma devono avere a che fare con una tendenza a pensare e a creare insieme. Si tratta di spazi con una logica distinta da quella dell’ oppressione, che permettono così che l’intenzione dell’io sia un’altra, che sia comunale. Questi spazi convivono sovrapposti a logiche di oppressione.
Questa ricerca di un’intenzione diversa propria dell’io comunale, come si relaziona con la socialità permeabile?
Si, i luoghi coloniali sono concettualizzati come impermeabili. Pensiamo per esempio alla parola “meticcia”. In America Latina io mi autonomino meticcia e non eurocentrata. Questa affermazione è necessaria perché qui il meticcio si è mischiato con la elite europea. Negli Stati Uniti non ho bisogno di dire niente più di meticcia, perché quando hanno iniziato a invadere il Messico, hanno preso solo la parte della California, del Texas, dell’Arizona, e del New Mexico, e c’erano centinaia di migliaia di persone che venivano denominate come mongole, cioè come esseri che non erano puri perché “non erano di una sola razza”, perché nella logica della colonialità l’unica cosa che vale è la purezza della razza bianca. Una goccia di sangue nero ci rende neri, però una goccia di sangue bianca, non ci rende bianchi. Le persona mongola non è un mostro perché il mostro ha la capacità di incutere paura mentre il mongolo è disprezzato. I mostri si autocsotituiscono. Esseri che per qualche motivo sono eliminabili perché, dal punto di vista della purezza, sono patologici, non vendibili al sistema, e non vogliono essere normalizzati o essere accettati e per questo motivo sono permeabili. La purezza, invece, è impermeabile. In questo senso, il comunale è permeabile e decoloniale, perché non si basa sulla ricerca di una separazione e della purezza, ma al contrario si basa su quest’esperienza di conoscerci in quanto altri e di sentire il mondo a partire dall’alterità
Tutto questo si relaziona con la necessità di sovvertire la colonialità e con il dis-apprendimento critico dalla modernità?
Potremmo definire questo passaggio in tre concatenamenti: la permeabilità, lo spezzare la colonialità e infine il meccanismo di questo dis-apprendimento critico. Se pensiamo solo dentro questa aisthesis, in questo sentire, il mio corpo, il corpo delle donne, è ristretto. Tutto quello che è, si limita alla differenza sessuale, che, a sua volta, ci riduce ad un apparato riproduttivo. Qui è dove si radica il problema dell’uso del concetto di genere che suppone la differenza sessuale socializzata, ma solo in quanto possibilità ristretta delle persone bianche: questo è quello che lascia fuori chi incarna invece un passato di schiavitù o di colonialismo o di chi rifiuta il colonialismo.
In questo senso, quali altre costruzioni discorsive sono possibili per ripensare il senso, quando parliamo di genere, rispetto a soggetti che non occupano una centralità e per i quali non risulterebbe idoneo questo concetto?
Mi sembra importante che una persona rimanga senza parole. Dobbiamo sempre avere una parola o ci sono luoghi che possiamo abitare con la preoccupazione di non averla? L’ansietà e la preoccupazione nascono perché ci hanno messo nel corpo l’idea che è una combinazione di razzismo e sessismo che ci dice “tu vali solo per il sesso e per la sessualità alla stregua di una bestia”, riferendosi ad una persona che in quanto sessuata è una bestia e in quanto bestia è aggressiva. Preferisco molto più questa visione a quella che proclama di essere una differenza sessuale socializzata, un mostro nel quale il desiderio non tiene restrizioni. Il mostro può invece essere meticcio, può avere capacità scientifica e di parola ponendo il suo corpo e instaurando intenzioni comunali. E in questa ultima caratteristica si radica la sua pericolosità e potenza. Possiamo relazionarlo alle cosmogonie indigene, ma non solo a quelle. La sfida è cominciare a autocostituirci attraverso la soggettività la personalità e le possibilità dell’altra che ti attraversa, e che tu attraversi, tutto questo perché entrambe permeabili. Perché non solo i limiti nazionali, ma anche i limiti del copro hanno in sé questa permeabilità. E’ infinitamente piena di piacere l’idea di stare insieme, di stare nude in questo desiderio senza la necessità di chiedere il permesso alle norme della normalità e della concettualizzazione. La permeabilità permette di stare in un ambiente e habitat di connessione, corpo a corpo con quello che esiste, senza dover obbedire alle norme che riducono l’io alla individualità.
L’umano, non ha corpo. Alla donna vien fatto scomparire, riducendola ai suoi organi. Anche l’uomo è tutto mente e non vuole avere un corpo. Il fallo non è di carne, ma simbolico. Quelli che hanno un corpo sono i non-umani, i mostri.
Possiamo creare i femminismi con questi esseri incarnati a partire da un sentir-pensando, un pensare incarnato che sta in una stretta relazione con l’ambiente. In questo habitat esistono tutte le cose, tutti i tipi di specie in connessione e questo sentir-pensando ha senso perché ci permette di pensarci in relazione. Per esempio, dal posizionamento di meticcia, posso connettermi con l’esser meticcia delle altre persone. In un viaggio a Trelew ho visitato alcune anziane donne mapuche che erano molto contente di vedere un’altra mapuche, tanto che una di loro mi ha detto: “Perché sei andata così lontano, sorella?”.
E’ bello che, essendo mostro, possa connettermi con lei da un posizionamento fondamentale, in cui mi vien detto: “la nostra cultura è anche tua” e non come direbbero invece i nazionalismi impermeabili: “la nostra cultura è nostra”. In questo spazio sfocato l’io comunale incomincia ad esprimersi e questo sentir-pensando comunale non è estraneo ai differenti meticciati del Latinoamerica. Da questi luoghi credo sia possibile pensare altri femminismi.
intervista realizzata da Andrea Lacombe, apparsa su “Pagina 12”, il 27 Maggio 2016*.
Cette brochure est téléchargeable sur http://infokiosques.net
Le racisme. Croyance en la supériorité intrinsèque d’une race sur toutes les autres, et ainsi en son droit à dominer, manifeste et implicite.Les femmes répondent au racisme. Ma réponse au racisme est la colère. J’ai vécu avec cette colère, en l’ignorant, en m’en nourrissant, en apprenant à m’en servir avant qu’elle ne détruise mes idéaux, et ce, la plus grande partie de ma vie. Autrefois, je faisais tout cela en silence, effrayée par le poids d’un tel fardeau. Ma peur de la colère ne m’a rien appris. Votre peur de cette colère ne vous apprendra rien, à vous non plus.
La réponse des femmes au racisme signifie qu’elles répondent à la colère; colère de l’exclusion, des privilèges immuables, des préjugés raciaux, du silence, des mauvais traitements, des stéréotypes, des réactions défensives, des injures, de la trahison, et de la récupération.
Ma colère est une réponse aux attitudes racistes, aux actes et aux présomptions engendrés par de telles attitudes. Si vos relations avec d’autres femmes reflètent ces attitudes, alors ma colère et les peurs qu’elle fait naître en vous sont des projecteurs qui peuvent être utilisés pour grandir, de la même manière que j’ai appris à exprimer ma colère, pour ma propre croissance. Mais comme chirurgie réparatrice, pas pour culpabiliser. La culpabilité et les réactions défensives sont les briques d’un mur contre lequel nous butons toutes; elles ne conviennent à aucun de nos futurs.
Comme je ne veux pas que ceci devienne une discussion théorique, je vais illustrer ces points en donnant quelques exemples d’échanges entre femmes. Par manque de temps, je n’en donnerai que quelques-uns, mais sachez que ces exemples étaient beaucoup plus nombreux.
Par exemple:
• Je m’exprime sans mâcher mes mots lors d’une conférence universitaire, et une femme blanche me dit: «Racontez-moi ce que vous ressentez mais ne le dites pas trop durement sinon je ne peux pas vous écouter.» Mais est-ce ma façon de m’exprimer qui l’empêche de m’entendre, ou la menace d’un message qui l’appelle à changer sa vie?
• Le programme des études femmes d’une université du Sud invite une femme Noire à intervenir après une conférence d’une semaine sur le thème des femmes Noires et des femmes blanches. Je leur demande: «Qu’est-ce que cette semaine vous a apporté?» La femme blanche qui s’est fait le plus entendre déclare: «Je pense que ça m’a beaucoup apporté. J’ai le sentiment que les femmes Noires me comprennent vraiment mieux maintenant; elles ont une meilleure idée d’où je viens.» Comme si la comprendre, elle, constituait le cceur du problème raciste.
• Depuis quinze ans, le mouvement des femmes prétend débattre des préoccupations et des perspectives de toutes les femmes, et j’entends, d’une rencontre à l’autre: «Comment pouvons-nous débattre au sujet du racisme? Aucune femme de Couleur ne vient.» Ou encore, l’autre visage d’une telle affirmation: «Nous n’avons personne dans notre département possédant les qualités requises pour enseigner leurs oeuvres.» En d’autres termes, le racisme est un problème de femmes Noires, un problème de femmes de Couleur, et nous seules pouvons en débattre.
• Après ma lecture d’un extrait de mon travail intitulé «Poems for Women in Rage»1, une femme blanche me demande: «Est-ce que vous allez écrire sur comment nous pouvons nous y prendre directement avec notre colère? Je crois que c’est vraiment important.» Je lui demande: «Comment utilisez-vous votre rage?» Et ensuite je dois me détourner de son regard vide avant qu’elle ne m’accuse de participer à sa propre destruction. Je ne suis pas là pour ressentir sa colère à sa place.
• Des femmes blanches commencent à interroger leurs relations avec les femmes Noires, cependant je les entends souvent se cantonner aux cas des petits enfants de Couleur traversant les chemins de leur enfance, de la nourrice bien-aimée, de la camarade de classe occasionnelle du secondaire – ces tendres souvenirs sur ce qui était autrefois mystérieux, étrange ou dépourvu de sens. Vous évitez les souvenirs des préjugés de l’enfance, préjugés formés au son du fou rire déclenché par les noms de Rastus et Alfalfa; vous évitez le souvenir criant du message lancé par le mouchoir de votre mère, étalé sur le banc du parc juste après que je m’y suis assise; vous évitez les images indélébiles et déshumanisantes des personnages de Amos’n Andy2, comme les histoires drôles de votre père avant le coucher.
• En 1967, je poussais ma fille de deux ans dans un chariot à travers un supermarché de Eastchester, et une petite fille blanche, à cheval sur le chariot de sa mère, s’écria toute excitée en nous croisant: «Oh regarde, maman, le bébé d’une nourrice!» Et votre mère vous fait taire, mais sans vous reprendre. Et ainsi, quinze ans plus tard, lors d’une conférence sur le racisme, vous trouvez encore cette histoire amusante. Mais votre rire est plein de terreur et de malaise.
• Une universitaire blanche se réjouit de la publication d’une collection créée par des femmes de Couleur non Noires3. «Ça me permettra de me confronter au racisme sans avoir à me coltiner l’intransigeance des femmes Noires», me lance-t-elle.
• Lors d’une rencontre culturelle internationale de femmes, une poète américaine blanche bien connue interrompt la lecture d’oeuvres de femmes de Couleur afin de lire son propre poème, et filer ensuite à toute vitesse à «une table ronde importante». Tout cela pour dire que si les femmes universitaires veulent vraiment engager un débat sur le racisme, elles devront prendre en considération les besoins et les conditions de vie des autres femmes. Quand une universitaire dit: «Je n’ai pas les moyens de me le payer», cela peut signifier qu’elle choisit comment dépenser son argent. Mais quand une femme qui dépend de l’aide sociale dit: «Je n’ai pas les moyens de me le payer», cela veut dire qu’elle survit avec une somme d’argent qui était à peine suffisante pour vivre en 1972, et que souvent elle n’a pas assez à manger. L’Association nationale des études femmes, ici même en 1981, a tenu une conférence dans laquelle elle s’était engagée à combattre le racisme; pourtant elle a refusé d’exonérer des droits d’inscription les femmes pauvres et les femmes de Couleur souhaitant présenter et animer des ateliers. Ce qui a empêché de nombreuses femmes de Couleur – par exemple Wilmette Brown, de l’association Black Women for Wages for Housework4 – de participer à cette conférence. S’agit-il encore d’un nouvel exemple du monde universitaire débattant de la vie en circuits fermés?
Aux femmes blanches ici présentes pour qui ces comportements sont familiers, mais plus que tout, à toutes mes soeurs de Couleur qui vivent et survivent à des milliers de confrontations de cette sorte – à mes soeurs de Couleur qui, comme moi, tremblent de colère sous le joug de l’exploitation, ou qui parfois jugent l’expression de notre colère inutile et destructrice (les deux accusations les plus fréquentes), je veux parler de la colère, de ma colère, et de ce que m’ont appris mes voyages à travers ses empires.
Tout peut être utilisé / excepté ce qui est gaspillage / (tu auras besoin de te souvenir de cela quand on t’accusera de destruction5.)
Chaque femme possède un arsenal de colères bien rempli et potentiellement utile contre ces oppressions, personnelles et institutionnelles, qui ont elles-mêmes déclenché cette colère. Dirigée avec précision, la colère peut devenir une puissante source d’énergie au service du progrès et du changement. Et quand je parle de changement, je ne parle pas d’un simple changement de point de vue, ni d’un soulagement temporaire, ni de la capacité à sourire ou à se sentir bien. Je parle d’un remaniement fondamental et radical de ces implicites qui sous-tendent nos vies.
J’ai assisté à des situations où des femmes blanches entendent une remarque raciste, en éprouvent du ressentiment, se remplissent de fureur, mais restent silencieuses parce qu’elles ont peur. Cette colère étouffée demeure en elles comme un engin explosif désamorcé qui, trop souvent, va être ensuite violemment jeté à la tête de la première femme de Couleur qui parle de racisme.
Mais extérioriser la colère, la transformer en action au service de notre vision et de notre futur, est un acte de clarification qui nous libère et nous donne de la force, car c’est par ce processus douloureux de mise en pratique que nous identifions qui sont les allié-e-s avec lesquel-le-s nous avons de sérieuses divergences, et qui sont nos véritables ennemi-e-s.
La colère est chargée d’informations et d’énergie. Quand je parle de femmes de Couleur, je ne veux pas uniquement dire femmes Noires. La femme de Couleur qui n’est pas Noire et qui m’accuse de la rendre invisible parce que je présuppose que ses combats contre le racisme sont identiques aux miens, cette femme à quelque chose à me dire, et je ferai bien de l’écouter pour éviter que nous nous épuisions en nous affrontant sur nos vérités respectives. Si je participe, consciemment ou non, à l’oppression de ma soeur et qu’elle m’interpelle là-dessus, répondre à sa colère par la mienne ne fait qu’étouffer la substance de notre échange.
C’est du.gaspillage d’énergie. Eh oui, il est très difficile de rester tranquille en écoutant la voix d’une autre femme dire précisément une angoisse que je ne partage pas, ou à laquelle j’ai moi-même contribué.
En ce lieu, nous parlons loin des évidences les plus criantes de notre condition de femmes assiégées. Que cela ne nous cache pas l’importance et la complexité des forces qui se dressent contre nous, et tout ce qu’il y a de plus humain dans notre environnement. Nous ne sommes pas ici en train d’analyser le racisme dans un vide social et politique. Nous agissons dans les rouages d’un système dont le racisme et le sexisme sont des piliers fondamentaux, établis et nécessaires au profit. La réponse des femmes au racisme représente un sujet tellement dangereux que, lorsque les médias locaux tentent de discréditer cette conférence, ils choisissent, comme stratagème de diversion, d’attirer l’attention sur l’hébergement des lesbiennes pendant la conférence – comme si le Courant de Hartford n’osait pas mentionner le sujet choisi ici pour nos discussions, le racisme, de peur qu’il ne de vienne trop évident que nous, femmes, essayons d’analyser et de changer tous les aspects répressifs de nos vies. Les médias dominants ne veulent pas que des femmes, en particulier des femmes blanches, réagissent contre le racisme. Ils veulent qu’on accepte le racisme comme une donnée immuable dans la trame de notre existence,comme le coucher du soleil ou le rhume des foins.
Ainsi, nous travaillons dans un contexte d’opposition et de menace, dont la cause n’est certainement pas due à ces colères qui existent entre nous, mais plutôt à cette haine violente braquée contre toutes les femmes, les gens de Couleur, les lesbiennes et les gays, les pauvres – cette haine contre toutes celles et ceux qui cherchent à analyser comment résister aux oppressions, et qui s’acheminent ainsi vers une alliance et une action effectives.
Toutes les femmes qui veulent réellement un débat sur le racisme doivent reconnaître et utiliser la colère. Parce qu’elle est vitale, cette discussion doit être franche et créative. Nous ne pouvons à aucun prix laisser notre peur de la colère nous détourner, ou nous séduire et nous amener à accepter moins que la difficile tâche de rechercher l’honnêteté; nous devons prendre très au sérieux le choix de ce sujet et les colères qu’il contient car, soyons certaines que nos adversaires sont très sérieux dans leur haine envers nous et envers ce que nous essayons d’accomplir ici.
Et pendant que nous scrutons le visage souvent douloureux de la colère de l’autre, je vous supplie de vous souvenir que ce n’est pas notre colère qui me pousse à vous conseiller de fermer vos portes à clé la nuit, et de ne pas vous promener seule-s dans les rues de Hartford. C’est la haine qui rôde dans ces rues, qui appelle à nous détruire si nous travaillons réellement pour un changement au lieu de nous laisser aller à des discussions universitaires.
Cette haine et notre colère sont très différentes. La haine, c’est la fureur de celles et de ceux qui ne partagent pas nos objectifs, et elle a pour but la mort et la destruction. La colère, elle, est une douleur provoquée par des décalages entre personnes égales, son but est le changement. Mais notre temps est de plus en plus compté. On nous a appris à considérer toute différence, autre que le sexe, comme un motif de destruction, et c’est pourquoi, l’idée que les femmes Noires et les femmes blanches peuvent faire face à leurs colères respectives sans se désavouer, sans rester pétrifiées, sans être muettes ni se sentir coupables, est en soi une idée hérétique et constructive. Elle implique une rencontre entre égales sur une base commune pour examiner la différence, et pour bousculer ces idées héritées de l’histoire. Car ce sont ces préjugés qui nous séparent. Et nous devons nous demander: à qui profite tout cela ?
Les femmes de Couleur en amérique ont grandi au sein d’une symphonie de colère, d’être muselées, rejetées, de savoir que lorsque nous survivons, c’est en dépit d’un monde qui considère que nos vies valent moins que celle d’un chien; un monde qui hait notre existence même, quand elle n’est pas à son service. Et je dis symphonie plutôt que cacophonie, car nous avons dû apprendre à orchestrer ces fureurs afin qu’elles ne nous déchirent pas. Nous avons dû apprendre à cheminer à travers nos colères et à les utiliser comme énergie et force dans nos vies quotidiennes. Celles d’entre nous qui n’ont pas appris cette difficile leçon n’ont pas survécu. Et une partie de ma colère est toujours une offrande à mes soeurs qui sont tombées)
La colère est une réaction appropriée face aux comportements racistes, comme l’est la fureur lorsque les actes issus de tels comportements ne changent pas. Aux femmes ici présentes qui craignent plus la colère des femmes de Couleur que leurs propres comportements racistes intériorisés, je demande : est-ce que la colère des femmes de Couleur est plus menaçante que cette haine des femmes qui imprègne tous les aspects de nos vies?
Ce n’est pas la colère des autres femmes qui nous détruira, mais notre refus de nous arrêter, d’écouter ses rythmes, d’apprendre en son sein, de dépasser les représentations pour en toucher la substance, et d’exploiter cette colère comme une source importante de puissance.
Je ne peux pas cacher ma colère pour vous éviter la culpabilité, ni blesser les sentiments, ni répondre à la colère; parce qu’agir ainsi c’est insulter et banaliser tous nos efforts. La culpabilité n’est pas une réponse à la colère ; c’est une réponse à nos propres actions, ou à une absence d’action. Si la culpabilité mène au changement, alors elle peut être utile puisqu’il ne s’agit plus de culpabilité mais du début de la connaissance. Cependant, trop souvent, la culpabilité est l’autre nom de la faiblesse, l’autre nom d’une réaction défensive qui détruit toute communication; elle devient stratagème abritant l’ignorance et perpétuant les choses telles qu’elles sont, rempart ultime contre tout changement.
La plupart des femmes n’ont pas développé d’outils pour se confronter de façon constructive à la colère. Dans le passé, les groupes de conscience féministes massivement blancs, parlaient de l’extériorisation de la colère, habituellement contre le monde des hommes. Ces groupes étaient composés de femmes blanches partageant les termes de leurs oppressions.
Il y avait généralement peu de tentatives pour énoncer clairement les différences sérieuses existant entre femmes, comme les différences de race, de couleur, d’âge, de classe sociale et d’identité sexuelle. À cette époque, on ne ressentait pas le besoin d’analyser les contradictions en soi, femme en tant qu’oppresseure. On travaillait à extérioriser la colère, mais très peu à exprimer la colère des unes envers les autres. Aucun moyen n’a été développé qui permette aux femmes d’appréhender cette colère des unes envers les autres, hormis l’éviter, la détourner, ou la fuir en se cachant sous un manteau de culpabilité.
Je n’ai aucun usage créatif de la culpabilité, la vôtre ou la mienne. La culpabilité est uniquement un moyen supplémentaire pour éviter d’agir en connaissance de cause, pour gagner du temps face à l’urgente nécessité de faire des choix clairs, face à l’approche de la tempête, qui peut nourrir la terre comme faire plier les arbres. Et si je vous parle avec colère, au moins vous ai-je adressé la parole: je ne vous braque pas un revolver sur la tempe pour vous abattre en pleine rue; je ne regarde pas le corps ensanglanté de votre soeur en demandant: «Qu’a-t-elle fait pour mériter ça?» Telle fut la réaction de deux femmes blanches à l’écoute du récit de Mary Church Terrell qui leur racontait le lynchage d’une femme Noire enceinte dont le bébé a ensuite été arraché de son corps. Cela se passait en 1921, et Alice Paul venait publiquement de refuser de soutenir l’application du 19e amendement6 à l’ensemble des femmes – refusant ainsi d’inclure les femmes de Couleur, et ce bien que nous ayons lutté pour l’application de cet amendement.
Les colères entre femmes ne nous tueront pas si nous savons les formuler avec précision, si nous écoutons le contenu de ce qui est dit avec au moins autant d’intensité que nous mettons à nous protéger de la façon don’t cela est dit. Quand nous nous détournons de la colère, nous nous détournons de perceptions nouvelles, affirmant ainsi que nous acceptons les schémas préétablis, des schémas dont la familiarité nous est mortelle et sécurisante. J’ai essayé d’apprendre en quoi ma colère m’est utile, autant que ses limites.
Pour les femmes éduquées à avoir peur, trop souvent la colère est menaçante, destructrice. Dans la construction masculine de la force brutale, on nous a appris que nos vies dépendaient du bon vouloir du pouvoir patriarcal. Nous devions à tout prix éviter la colère des autres, car il n’y avait rien à en tirer hormis de la souffrance, on nous aurait cataloguées comme mauvaises filles, voire simples d’esprit, ne faisant pas ce qui était attendu de nous. Et si nous acceptons l’idée de notre impuissance, alors évidemment, n’importe quelle colère peut nous détruire.
Mais la force des femmes réside dans le fait de reconnaître que les différences qui existent entre nous sont constructives, de faire face à ces idées reçues dont nous avons hérité, malgré nous, et que nous devons changer maintenant. Les colères des femmes peuvent métamorphoser les différences en puissance. Parce que la colère entre personnes égales donne naissance au changement, pas à la destruction, et le malaise ou le sentiment de perte qu’elle provoque souvent n’est pas une fatalité, mais un signe de croissance.
Ma réponse au racisme est la colère. Cette colère a ouvert des abîmes dans ma vie uniquement lorsqu’elle était tue, inutile à quiconque. Elle m’a aussi servi dans des salles de classe sans lumière ni instruction, là où le travail et l’histoire des femmes Noires étaient moins que vapeur. Elle a été ma flamme dans l’étendue glaciale des regards ahuris lancés par des femmes blanches, des femmes qui voyaient uniquement dans mon expérience et dans l’expérience de mon peuple, de nouvelles raisons d’avoir peur ou de culpabiliser. Et n’utilisez pas ma colère comme excuse pour rester aveugles, ni pour vous dédouaner de la responsabilité de vos propres actions.
Quand les femmes de Couleur osent extérioriser la colère qui enserre trop de nos contacts avec les femmes blanches, on nous accuse souvent en disant que, je cite: «nous créons une atmosphère de désespoir», «nous empêchons les femmes blanches de surmonter leur culpabilité», ou encore « nous faisons obstacle à la communication confiante et à l’action».
Toutes ces citations sont directement tirées de lettres qui m’ont été adressées par des membres de cette organisation ces deux dernières années. Une femme m’a écrit: «Parce que vous êtes Noire et Lesbienne, vous semblez parler avec l’autorité morale de la souffrance.» Oui, je suis Noire et Lesbienne, et ce que vous entendez dans ma voix, c’est de la rage, pas de la souffrance. De la colère, pas de l’autorité morale. Il y a une différence.
Tourner le dos à la colère des femmes Noires, avec l’excuse ou le prétexte d’être intimidée, ne donne aucune force à quiconque – c’est uniquement une autre façon de préserver les oeillères raciales, le pouvoir des privilèges établis, intouchables, intacts. La culpabilité n’est qu’une autre façon de nous traiter en objet. On demande toujours aux peuples opprimés de tendre un peu plus la joue, de construire un pont entre aveuglement et humanité. On attend des femmes Noires qu’elles mettent leur colère au service exclusif du salut des autres, ou de leur information.
Mais cette époque est révolue. Ma colère m’a été douloureuse, mais elle m’a aussi permis de survivre; et avant de m’en défaire, je vais m’assurer que sur le chemin de la clarté, il existe au moins quelque chose d’aussi puissant pour la remplacer.
Quelle femme ici est si amoureuse de sa propre oppression au point qu’elle n’est plus capable de voir l’empreinte de son propre talon sur le visage d’une autre femme? Quelle femme ici utilise sa propre oppression comme ticket d’entrée au rang des justes, loin des vents glacials de l’examen de conscience?
Je suis une lesbienne de Couleur dont les enfants mangent régulièrement à leur faim parce que je travaille à l’université. Si leurs ventres pleins me font oublier mes points communs avec une femme de Couleur dont les enfants n’ont rien à manger parce qu’elle ne peut pas trouver de travail, ou qui n’a pas d’enfant parce que les avortements clandestins et la stérilisation ont bousillé ses organes génitaux; si j’oublie la lesbienne qui choisit de ne pas avoir d’enfant, la femme qui reste dans le placard parce que sa communauté homophobe est son seul point d’ancrage, la femme qui choisit le silence plutôt qu’une autre forme de mort, la femme qui est terrifiée que ma colère ne déclenche la sienne; si je manque de reconnaître toutes ces femmes comme d’autres facettes de moi-même, non seulement je participe à l’oppression de chacune d’entre elles, mais je participe aussi à la mienne; et la colère qui se dresse entre nous doit être utilisée pour nous éclairer et nous renforcer mutuellement, et non pour fuir sous couvert de culpabilité ou pour creuser d’autres fossés. Je ne suis pas libre tant qu’une femme reste prisonnière, même si ses chaînes sont très. différentes des miennes. Et aussi longtemps qu’une personne de Couleur restera enchaînée, je ne serai pas libre. Ni aucune d’entre vous.
Je parle ici en tant que femme de Couleur déterminée, non pas à détruire, mais à survivre. Aucune femme ne peut endosser la responsabilité de changer le psychisme de son oppresseur, y compris quand ce psychisme s’incarne dans le corps d’une autre femme. J’ai léché les lèvres d’une louve, la colère, et je m’en suis servie pour illuminer, rire, protéger, mettre le feu en des lieux où il n’y avait ni lumière, ni nourriture, ni soeurs, en des lieux sans merci. Nous ne sommes pas des déesses, ni des matriarches, ni les édifices du pardon divin; nous ne sommes pas les doigts de feu du jugement dernier, ni des instruments de flagellation; nous sommes des femmes toujours obligées de nous interroger sur notre puissance de femmes. Nous avons appris à utiliser la colère comme on utilise la chair morte des animaux. Et blessées, maltraitées, en nous transformant, nous avons survécu et grandi, et selon les mots d’Angela Wilson, nous continuons notre chemin. Avec ou sans les femmes qui ne sont pas de Couleur. Nous utilisons toutes les forces pour lesquelles nous avons lutté, y compris la colère; et cela afin de concevoir et de construire un monde où toutes nos soeurs pourront grandir, où nos enfants pourront aimer; un monde où le pouvoir de toucher et de rencontrer la différence et les merveilles d’une autre femme transcendera finalement le besoin de destruction.
Car ce n’est pas la colère des femmes Noires qui se répand sur cette planète comme une eau souillée. Ce n’est pas ma colère qui lance des fusées, dépense plus de soixante mille dollars par seconde en missiles ou en autres engins de guerre et de mort; ce n’est pas ma colère qui massacre les enfants dans les villes, entasse des gaz offensifs et des bombes chimiques, qui sodomise7 nos filles et notre terre. Ce n’est pas la colère des femmes Noires qui se désagrège en un pouvoir aveugle, déshumanisant, qui nous détruira toutes si nous ne le combattons pas avec nos armes. C’est-à-dire notre puissance à analyser et à redéfinir les principes futurs de notre vie et de notre travail; notre puissance à imaginer et à reconstruire, colère par douloureuse colère, pierre par lourde pierre, un futur où la différence sera féconde, et une terre qui soutiendra nos choix.
Nous ouvrons nos bras à toutes les femmes qui sont capables de nous rencontrer, face à face, par-delà la chosification et par-delà la culpabilité.
1 Un poème extrait de la série Chosen Poems: Old and New, W. W Norton and
Company, New York, 1978, p. 105-108
2 N.d.t : bande dessinée américaine raciste, dans le style du personnage « Y’a bon
Banania imaginé en France.
3 Titis Bridge Called My Back: Writings by Radical Women of Color, Cherrie
Moraga et Gloria Anzaldua (éds), Kitchen Table: Women of Color Press, New
York, 1984.
4 .N.d.t: Femmes noires en faveur de la rémunération des travaux domestiques.
5 Extrait du poème «For Each of You», dans Chosen Poems: Old and New, op. cit.
6 N.d.t: Droit de vote dans la constitution des États-Unis
7 remarque: Dans les rapports hétérosexuels, la sodomie est généralement
l’expression de la domination sexuelle des hommes sur les femmes. Cependant
certain-e-s déconstruisent cette pratique pour en faire un acte d’amour. Lorde
emploie ici « sodomiser » afin d’exprimer la violence masculine. On peut se
demander pourquoi elle a préféré ce verbe à celui de « violer »