• Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto – Intervista

    di Loredana Lipperini e Claudia Durastanti, Festival del Salone del Libro, Torino, 15 maggio 2020. A cura di Giulia Rossini – Collettiva Matsutake

    Lipperini: In che modo il pensiero dello Chthulucene è un pensiero tentacolare e può se non impedire frenare quello che siamo abituati a definire come il pensiero della catastrofe che è quello che attraversiamo? Il pensiero della catastrofe infatti di certo fotografa il contesto in cui viviamo, ma rischia di peggiorare le cose. A me sono venuti in mente due personaggi di un racconto di fantascienza, sono gli Eptapodi di Storia della tua vita di Ted Chiang. Gli eptapodi hanno una scrittura semasografica, che si sviluppa come una ragnatela, che quindi non ha verso, né direzione né punteggiatura, non ha un inizio né una fine. L’eptapode quindi quando lo scrive sa già ciò che vuole dire. Dobbiamo quindi provare a sviluppare un pensiero che ci ponga ai margini e non al centro? Abbiamo bisogno di parole nuove?

    Haraway: È una riflessione molto ricca e stratificata come il compost più che una singola domanda, il che fa assolutamente al caso nostro! Ci penserò insieme a un compagno familiare appollaiato sulla mia spalla che ha a che fare con lo Chthulucene. È un polpo di pezza proveniente dal Monterey Bay Aquarium. A differenza di gran parte dei polpi giocattolo, il suo occhio è biologicamente corretto, non è un occhio umanoide, rotondo e a noi familiare. È come dovrebbe essere l’occhio di un polpo. Quindi se comprate questo giocattolino, non state comprando una proiezione umana, ma vi state in un qualche modo aprendo alla possibilità di incontrare qualcosa che non siete voi. Un essere vivente che vive in mondi che non vi appartengono, ma che forse state imparando ad abitare insieme a questo altro essere vivente in una maniera meno distruttiva. Per me lo Chthulucene, il tempo dei terrestri, il tempospazio ctonico, non è qualcosa di antico e passato e ritrovabile solo nei testi classici, ma è il tempo dell’essere-terrestri-adesso, insieme ad altri esseri terrestri nello sforzo di vivere e morire bene insieme. In un modo che escluda l’eccezionalismo umano dal quadro, anche se le specificità degli esseri umani, fatte di storie situate, di desideri e bisogni situati non sono fuori dal quadro: sono in questa ricca “intra-azione”, come direbbe Karen Barad, con altre macchine, altri organismi, con il mondo costruito, il mondo ereditato, in termini naturalculturali.
    Non ragiono senza una direzionalità, questo non è un pensiero oceanico, una semiotica di non significati: questo orizzonte di pensiero è invece un mondo fatto di pensieri situati, i cui significati non sono mai semplici né univoci. Se penso, ad esempio, ai ragni non penso all’assenza di una direzione ma penso: di quali ragni specifici stiamo parlando? E dove vivono? E in quali mondi io e i ragni diventiamo presenti vicendevolmente? Si tratta di una relazione distruttiva o tesa a una prosperità? I ragni sono predatori – credo che ci sia un solo ragno vegetariano che si sia mai evoluto sul pianeta terra – e sono straordinariamente bravi a percepire, tracciare e mangiare la loro preda. I ragni non sono metafore semiotiche senza una direzione, ma esseri che esistono e hanno un ruolo ecologico per se stessi e anche per noi: ad esempio, i ragni a casa mia sono bravissimi a catturare le mosche e io non tiro mai giù le ragnatele negli angoli della stanza perché sono molto contenta del fatto che intrappoleranno e cattureranno le mosche. Lo Chthulucene mi interessa in quanto tempo di un vivere e morire insieme all’altro, un vivere e morire materiale, semiotico e situato che si snoda attraverso tante scale spaziotemporali; mi interessa per la capacità di risposta, per la nostra “responso-abilità”. Lo Chthulucene non è una sorta di vaga metafora pseudo-deleuziana, ma riguarda invece l’essere parte della Terra in tutte le sue complessità, che per noi esseri umani implica anche complessità linguistiche ed etiche che non sono le stesse che un polpo potrebbe ritrovarsi ad affrontare! Lo Chthulucene è contro l’eccezionalismo umano e si oppone a ogni declinazione apocalittica e alle svariate narrazioni secolari o religiose protese alla tragedia umana o al suo trionfo, narrazioni che sono evidentemente umaniste in ultima istanza. In questo senso è contro questo tipo di umanismo, ma non contro gli esseri umani! Al contrario, lo Chthulucene è contro tutto un apparato di pensiero, di raccontare e vivere all’interno del paradigma (o nei termini) dell’eccezionalismo umano.

    Durastanti: Hai parlato del vivere e morire bene con le altre specie e gran parte del tuo lavoro recente si focalizza sulla solidarietà inter-specie. Ci ho pensato molto in questo periodo anche per via della pandemia: come si fa ad avere questo tipo di conversazione quando si fa tanta fatica a concepire la solidarietà con la propria stessa specie? Nel libro riprendi un bellissimo passaggio di Flight Ways di Von Dooren in cui c’è un invito a riconoscere il fatto che anche alcune specie animali fanno esperienza del lutto e cercano di riparare la vita attraversando la sofferenza. Mi interessa sapere in che modo i tuoi pensieri stanno cambiando per via della pressione di ciò che sta accadendo in questo momento e come ti rapporti al tema della solidarietà tra specie quando si tratta di un momento così critico per la solidarietà della nostra di specie.

    Haraway: Per prima cosa, se quello che ho detto prima pare interessare solo le altre specie allora mi sono espressa male, poiché mi riferisco a diverse solidarietà anche all’interno di una specie, ma sempre insieme agli altri. Con i virus per esempio, che non sono sempre presenze amichevoli e che in questo caso non lo sono affatto. Come i vari modi di vivere e di morire, di nutrire e uccidere diventano parte costitutiva dell’essere una persona immersa nella sua materialità?
    Quindi la solidarietà con gli altri non è mai stata così intensamente necessaria come adesso e per tanti versi non è mai stata così difficile da costruire, sostenere e diffondere.
    In quanto professoressa in pensione che ha una casa e un giardino, mi trovo relativamente a mio agio, con un’entrata fissa e stabile durante le quarantene indette dal governo e la possibilità di stare all’aperto; per me questo momento è molto diverso dalla situazione che sperimentano molte delle persone migranti qui a Santa Cruz, diverso da quello che vive chi deve lavorare da casa con bambin*, in spazi troppo piccoli e senza reddito. Magari si può avere una sospensione degli affitti ma ciò non significa che tra tre o sei mesi quell’affitto non andrà pagato. Magari un membro della famiglia può lavorare, ma ciò contraddice l’ordine di restare a casa, quindi nel caso quella persona lavori all’aperto viene a malapena tollerata o sgridata dai vicini, convinti di essere messi in pericolo dalla sua presenza, anche se si sa che se quella persona non lavora la famiglia non mangia. Che tipo di solidarietà è necessaria?
    Per prima cosa una solidarietà intesa come un lavoro concreto fatto ora con e per gli altri. Tale solidarietà è un dovere, non un’opzione. È un dovere esercitare pressione politica affinché, per esempio, lo Stato della California prenda misure per garantire cibo, affitto e reddito per implementare politiche che non siano una sospensione delle spese per affitto e mutuo ma un condono. È un dovere esercitare pressioni politiche che spingano a prendere decisioni sull’agricoltura non solo nel breve periodo ma anche nel lungo periodo, ad esempio chiudendo per sempre gli stabilimenti industriali, dove viene praticato il massacro degli animali per il mercato alimentare, garantendo un reddito e uno status legale per le persone che lavorano in questo settore. La maggior parte degli stabilimenti dove si lavora la carne animale negli USA sono tra i centri di maggiore contaminazione e diffusione della pandemia e la maggior parte dei lavoratori impiegati non hanno il permesso di stare nel paese, non hanno documenti anche se sono lavoratori essenziali. In tempi di pandemia, la solidarietà verso le persone migranti è diventata più importante, non meno importante.
    C’è poi il tema dell’educazione alla scienza: in tutto il mondo, e di sicuro dove vivo io, c’è un fortissimo anti-intellettualismo e un piglio anti-scientifico, c’è un sospetto verso gli esperti – e a volte questo sospetto ha ben ragione di essere! Ma, in generale, ci troviamo davanti a una profonda e sistematica ignoranza e diffidenza. La solidarietà implica anche un costante e continuo incoraggiamento verso l’educazione scientifica, magari anche tramite giochi, performance online, paper affidabili, pubblicazioni popolari e diffuse che si occupino di domande fondamentali come: “che cos’è un virus”? “tutti i virus sono cattivi?” “e invece i microbi?” “sono tutti cattivi o abbiamo delle socio-ecologie con i virus e con i microbi?”. Dobbiamo pensare a questo: quale tipo di convivenza con i virus proteggerà qualcuno di più rispetto a un altro? Chi viene protetto e chi è in pericolo?
    Quindi queste domande sulla solidarietà non sono antitetiche alla solidarietà multispecie. Essere una creatura terrestre significa vivere di queste solidarietà necessarie, situate e insieme all* altr*, un “insieme all* altr*” che non è mai solo umano, collocandosi sempre all’interno di ecologie socio-naturali.
    Vi faccio un veloce esempio: questo particolare virus probabilmente si lega in maniera abbastanza diretta a un processo di costante distruzione e semplificazione dei sistemi di altri esseri viventi, tra cui i pipistrelli. Gli stili di vita degli esseri umani, nelle nostre pratiche agricole, nella nostra fitta urbanizzazione, nella nostra penetrazione degli ambienti di vita delle altre specie hanno creato un mondo vulnerabile alle pandemie. Un mondo vulnerabile alle pandemie che i ricchi riescono a tenere a bada – non questa volta, questa volta li abbiamo beccati, anche se non allo stesso modo!
    Pensare seriamente ai virus richiede un pensiero critico sulle pratiche dell’agricoltura favorevoli alle pandemie in modo che diventino meno favorevoli alle epidemie, creando così un vivere e morire con l* altr* che non sia solo orientato al disastro per noi e per le altre specie.
    Questo è il tipo di pensiero di cui abbiamo bisogno ora e non è apocalittico, ma prende seriamente in considerazione l’ipotesi di morti di massa.

    Durastanti: Non credi che sia stata un po’ un’opportunità mancata l’abbondanza e la ridondanza delle metafore di guerra che hanno saturato il linguaggio durante la pandemia con retoriche belliche e con un lessico tecnocratico?

    Haraway: Mi ritrovo completamente d’accordo con te. La metafora della guerra è un fardello enorme al momento e ovviamente non si tratta solo di una metafora: ci sono elicotteri militari che sorvolano la città in omaggio alle infermiere – se alle infermiere servisse un tributo di certo non lo necessiterebbero dagli elicotteri militari!
    Non è solo una metafora! Abbiamo un intero approccio orientato al nemico invece di dire “aspettiamo un attimo: questo è un chiaro segno, e probabilmente anche più di un segno, di ecologie socio-naturali completamente sballate. Il nostro modo di stare con la complessità multispecie è sballato. Come facciamo a riparare queste ecologie danneggiate? Che tipo di lavoro riabilitativo e di recupero è necessario?”
    E in questo discorso è fondamentale includere anche il tema della protezione delle persone che stanno vivendo il lockdown in luoghi di accoglienza senza un supporto al reddito o le persone che devono lavorare anche ora. Ci troviamo in questo stato di urgenza per via di ecologie distrutte. Ci sono infinite metafore a cui possiamo attingere e con cui possiamo lavorare, e non sono solo metafore “felici” poiché non si passa dalla guerra a una sorta di felicità estatica: ci sono altri tipi di serietà che non descrivono lo stare in una fortezza tra i nemici, ma parlano di recuperare e riabilitare il mondo l’un* per l’altr*. Questo non riguarda “solo” gli esseri umani, ma “anche” gli esseri umani.
    Il ripensamento del rapporto naturalculturale non vale solo per i femminismi. Apparteniamo a culture che per centinaia di anni si sono rette sulla premessa dell’eccezionalismo umano sia in senso sacro che profano, orientato a una separazione tra natura e cultura. Il sé si è costituito in questa cornice qui. Stiamo veramente combattendo – vedete cosa ho fatto? Sono andata a prendere subito una parola guerresca, aiuto, aiuto! Siamo irretiti dentro a mondi che cerchiamo continuamente di riparare, recuperare, ripensare e rivivere. Perciò non vale solo per i femminismi.
    Ad ogni modo, il Manifesto cyborg risale agli anni Ottanta, non agli anni Novanta, i primi anni Ottanta ad essere precisi: per tanti motivi per me le origini del Manifesto coincidono con gli Stati Uniti di Ronald Reagan e una nuova riflessione a sinistra in Jugoslavia, nello sforzo di ripensare il marxismo. Il Manifesto si inserisce chiaramente nel contesto degli anni Ottanta, non Novanta. Perciò il Manifesto cyborg aveva decisamente a che fare con la tendenza dei femminismi occidentali, non solo occidentali ma soprattutto questi, di accettare il determinismo tecnologico in chiave anti-tecnologica e di potere criticare l’apparato scientifico e medico a ragion veduta, rendendolo il nemico, invece di riappropriarsi di scienza e medicina per nuovi modi più fiorenti di vivere. Io volevo riappropriarmi dei cyborg per permettere al femminismo di prosperare e questo implicava una seria riflessione sul genere e i suoi apparati: il genere come qualcosa che non è mai solo naturale o culturale, ma qualcosa di diverso, per cui non abbiamo parole; per questo motivo ho fatto implodere le parole, arrivando a “naturalculturale”, qualcosa che nessuno sa pronunciare in maniera davvero spedita in quanto concetti che implodono a vicenda.
    Non utilizzerei il termine “ibrido”, che rimanda a due cose prese distintamente e mischiate, perché è più un’implosione, una specie di “emersione” di qualcosa di diverso, ancora possibile in altri mondi, che, a dire il vero, sono qui e che sono sempre stati qui. Viviamo già in mondi profondi e complessi fatti di solidarietà, di cura e con una fame di giustizia e di cura, di capacità concrete per farlo, di modi seri di vivere con altre specie.
    Queste cose sono ovunque se iniziamo a guardarci bene attorno- e non è detto che “guardare” sia la metafora corretta! Una mia amica, Katie King, quando si parlava di tutto ciò di cui abbiamo bisogno, diceva: “C’è già più di quel che pensiamo, e meno di quel che ci serve”. Più di quel che pensiamo e meno di quel che ci dovrebbe essere. Se pensiamo alle pratiche di giustizia, di cura e di solidarietà vitale di cui c’è davvero bisogno adesso, ne abbiamo di più, qui e adesso, di quel che pensavamo e meno di quanto ne avremmo bisogno. È compito nostro prendere i mondi ricchi di queste cose e aprirne i confini così da silenziare i mondi fascisti, punitivi e militaristi e trasformarli da potenti a insignificanti, riducendoli a inezie.
    Ed ecco cosa i cyborg per me rappresentavano, mentre cercavo di ri-significarli: era sicuramente un progetto femminista, ma non solo femminista.
    In Manifesto cyborg mi riferisco all’epoca in cui si è consolidato ed è esploso il neoliberismo con tutti i suoi apparati esponenziali. Credo che gli anni Ottanta siano stati un decennio di sconfitte degli assetti del secondo dopoguerra, includendo eventualmente anche i paesi nordici con i loro apparati sociodemocratici, apparati presenti anche in Italia: penso agli attacchi ai suoi sindacati o alle femministe degli anni Ottanta attive nell’ambito del lavoro che conobbi in Italia al tempo. Penso che gli anni Ottanta siano stati un decennio critico, un decennio di perdita, di grande perdita per la sinistra progressista, una perdita non totale ma significativa. Il Manifesto cyborg nasce da quello e non penso ci sia un “ritardo” nella sua fruizione in Italia perché durante quel periodo ero in contatto con le femministe marxiste della sinistra italiana che erano impegnate nella lotta sul lavoro; ricevevo notizie dalle femministe tedesche in maniera simile nello stesso periodo. Non conosciamo abbastanza dei nostri reciproci movimenti, di certo questo è un punto da considerare. Credo ci siano anche straordinarie differenze: per esempio, molte mie amiche femministe europee nutrivano un disprezzo per l’ecofemminismo, come se fosse un movimento retrogrado, naturalista, fatto di donne che venerano le dee – se fossi una persona religiosa adorerei una dea!
    A ogni modo, l’ecofemminismo veniva interpretato come una cosa semplicistica e non lo è mai stato, è sempre stato un movimento ricco e complesso. Credo che per alcuni femminismi europei è stato difficile comprenderlo, almeno tra le persone nelle mie cerchie.
    Ricordo di aver tenuto una lecture a Firenze e un gruppo di femministe romane prese il treno per venirmi a sentire. Era il periodo in cui stavo lavorando su The Companion Species Manifesto e in cui parlavo di cani; le femministe romane amavano il Manifesto cyborg, quello era un vero marxismo femminista, teoricamente robusto, un pensiero strutturato, che io avevo completamente distrutto buttandomi su un pensiero naturalista tra le nuvole e fissato con i cani: potevo essere considerata ancora una femminista? Non c’era niente nei cani a cui le femministe potessero essere interessate. Erano molto accigliate, molto sofisticate e io mi sono sempre sentita insicura tra le femministe romane perché erano vestite sempre molto meglio di me! Avevano un aspetto molto sofisticato, erano in grado di parlare di teoria in modi in cui non sono mai stata capace. Ero spaventata a morte da queste femministe romane che erano venute apposta a sentirmi ed erano molto, molto irritate da una femminista americana in comunione con la natura che ama le dee e porta a spasso i cani! Sto esagerando, ma sto esagerando solo un po’, perché più che “ritardo” direi che c’era una distanza: vivevamo nello stesso periodo di tempo ma c’erano fortissime differenze di stile, nell’uso di metafore, nei modi di pensare, nell’imparare ad ascoltarsi a vicenda. Penso che in un qualche modo la verità era che avevamo paura l’una delle altre, io so che avevo paura di loro e loro erano sulla difensiva rispetto a me. C’è voluto tempo e un po’ di senso dell’umorismo per imparare i reciproci femminismi senza essere giudicanti.

    Durastanti: Mentre parlavi pensavo anche a questo interscambio tra il dentro e il fuori, penso alla riscoperta del lavoro di Silvia Federici dopo che è stato un po’ in ombra in Italia, anche perché ha operato in gran parte negli Stati Uniti, e i suoi scritti sul lavoro domestico salariato sono spesso stati marginalizzati qui. Ci sono state conversazioni ma anche distanze.
    Un passaggio del libro che mi ha molto colpita, e so che è una domanda un po’ delicata, è legato a uno dei motti del libro “Generate parentele, non bambini!”: qual è il tuo punto di vista sul rapporto tra femminismo e giustizia ambientale? È una questione complessa perché dici che alcune femministe hanno negato la realtà della Grande Accelerazione e il fatto che ci siamo troppi umani sulla Terra. Come si traduce questo punto di vista nella pratica senza scivolare in scenari pericolosi come il controllo biopolitico del corpo o l’imperialismo? È giusto prendere sul serio la giustizia ambientale e abbiamo davvero il bisogno di fare parentele più che bambini.

    Haraway: Prendo questa domanda molto seriamente e forse è stata la domanda più difficile con la quale abbia mai dovuto confrontarmi, motivo per cui non penso ci sia una risposta semplice. Consideriamo un libro – Making Kin. Fare parentele, non popolazioni: è un piccolo libro a cui ho lavorato con altre femministe come Adele Clark, Kim TallBear, Michelle Murphy, Ruha Benjamin, Yu-Ling Huang per cercare di confrontarci con una domanda difficilissima. Non siamo tutte d’accordo qui dentro, ma si tratta di un gruppo di femministe situate che tengono moltissimo al tema della cura e della giustizia nell’ambito dei diritti riproduttivi, che riconoscono la priorità delle donne del femminismo di colore[1] come SisterSong, che ha sviluppato gran parte del pensiero attorno alla giustizia riproduttiva, inclusa la terminologia. C’è un impegno verso la giustizia riproduttiva dal punto di vista femminista verso i diritti delle donne quando si tratta di autonomia riproduttiva e autonomia sessuale. Con questo vogliamo dire che solo una donna può prendere una decisione se avere un bambino o meno, rifiutando tutte le forme di coercizione sociale da parte dei programmi di controllo della popolazione. Riconosciamo lo scandalo procurato da tanti fenomeni di ingiustizia riproduttiva, come l’esistenza di abitazioni non adeguate, di un’istruzione non adeguata, assistenza sanitaria fallimentare, razzismo, il disprezzo verso bambin*, l’uccisione di giovani uomini neri, la separazione forzata dei bambini al confine con il Messico: sono tutte forme di ingiustizia riproduttiva, che rimangono un tema di interesse primario per le femministe, senza dimenticarci, neanche per un secondo, una domanda fondamentale: come possiamo prendere in considerazione allo stesso tempo la contraddizione rispetto al numero sempre crescente di umani, in un senso non-malthusiano? Se non usiamo parametri malthusiani, una femminista come noi si accorge subito del fardello imposto sulla Terra da parte della popolazione che vive nelle regioni ricche del mondo. Gli assalti più gravi alla giustizia riproduttiva avvengono nei contesti benestanti e consumisti: parlo di contesti iper-capitalisti, iper-consumatori in cui nascono meno bambini ma che hanno un impatto molto gravoso sul pianeta e anche sui bambini meno abbienti oltre che sulla biodiversità in generale. Penso per esempio alle attività di estrazione mineraria, volte a produrre le sostanze rare necessarie per produrre un mondo interconnesso tecnologicamente, così come le catene di produzione e distribuzione che hanno date conseguenze sugli esseri umani, così come altre implicazioni sulla biodiversità quando si parla di produzione dell’olio di palma per ottenere vari prodotti, l’industria della carne, per la soddisfazione degli appetiti del mondo benestante e la costruzione di apparati multinazionali commerciali per aumentare il consumo di carne, sia come pratica sia come status di benessere. Lo sviluppo globale della classe media occidentale l’ha portata a essere la classe che consuma sempre di più. Quindi anche se gli indici di natalità si abbassano – e si stanno abbassando pressoché ovunque – le pratiche di distruzione si intensificano. E queste sono tutte domande incentrate sulla riproduzione. Allo stesso tempo, come ho scritto in Making Kin. Fare parentele, non popolazioni quando sono nata, nel 1944, la popolazione globale era di circa 2,4 miliardi di persone e quando morirò da donna bianca ricca e privilegiata – a meno che il Covid non mi prenda prima – la popolazione della Terra sarà attorno agli 8,5 miliardi, forse un po’ di più. E così, nel giro della vita di una ricca donna bianca privilegiata il numero di persone è aumentato così tanto. Questo non va bene. Cosa ha scatenato questi numeri? Per molti versi sono state le stesse forze che hanno scatenato l’iper-sfruttamento chiamato Grande Accelerazione, che è un termine che uso con cautela perché porta con sé tutta una serie di ideologie problematiche. Ma le grandi esplosioni dell’industria agricola, dell’estrazione mineraria, dell’esaurimento genetico e dei grandi numeri, sommate all’esplosione degli ordini socioeconomici del secondo dopoguerra, che hanno preso una svolta netta negli anni Ottanta con il neoliberismo, sono apparati riproduttivi basati sulla crescita illimitata e il prodotto di questa crescita va a vantaggio di alcuni e a discapito di altr*. Parliamo di apparati di crescita, non solo di ideologie e gli esseri umani sono stati nella morsa di questi apparati esplosivi sia in termini di numeri sia rispetto ad altri aspetti: le persone sono state private delle proprie terre, dei metodi interni alle comunità per tenere sotto controllo e auto-regolare i propri numeri; le persone sono state private dell’autonomia in tantissimi modi. Gli esseri umani venuti al mondo nel secondo dopoguerra, coloro che sono “nat*” allora, sono quasi un gruppo uscito dalla fantascienza in quanto nat* in apparati basati sullo sfruttamento e la crescita intensificata.
    Quindi sì, penso che dovremmo essere di meno e credo che in un centinaio di anni lo saremo. Ci sono voluti centinaia di anni per arrivare qui e riusciremo a diminuire grazie alla giustizia riproduttiva multispecie, che include anche gli esseri umani: giustizia e cura riproduttiva devono essere anche mezzi e non solo fini e ciò significa prendersi cura della dimensione abitativa, della salute, dei diritti sessuali, della autodeterminazione riproduttiva. Io voglio vivere in un mondo a favore di bambini, mentre ora vivo in un mondo a favore della natalità e non a favore dei bambini, perciò voglio che le persone, me compresa, generino parentele in modo che i neonati siano sempre meno e preziosi. Gli indici di natalità sono crollati in tutto il mondo e stanno crollando ovunque tranne nelle aree più sfruttate, dove la sofferenza riproduttiva delle donne è ancora intensa. “Fare parentele, non popolazioni!” è uno slogan più corretto ma suona peggio, mentre “fare parentele, non bambini” è un grande slogan ma può essere facilmente strumentalizzato dagli apparati razzisti e classisti che promuovono il controllo della popolazione. D’altro canto, non parlare del fardello dei numeri umani, evitare anche solo una semplice discussione su cosa significano questi numeri non è possibile. Entro la fine del secolo, se saremo fortunati e gli indici di natalità rimarranno bassi, se e solo se queste condizioni verranno soddisfatte, i numeri si assesteranno sugli 11 miliardi. Le femministe come me fanno fatica a parlarne con le altre poiché se lo fai possono dire che sei razzista, ed è questo quello a cui mi oppongo. Dobbiamo combinare le politiche a favore della generazione di parentele con la giustizia riproduttiva come mezzo e non solo come fine.

    Durastanti: Siamo un festival devoto alla fiction e all’immaginazione ed è giusto ricordare che c’è un capitolo nel libro, I bambini del compost, dove tu effettivamente immagini una parentela con le farfalle monarca per rallentare la crescita della popolazione umana della terra. A volte le storie funzionano meglio degli slogan.

    Haraway: Bisogna ricordare che in quelle storie di Camille, ogni creatura ha almeno tre genitori umani a testa. La socialità di Camille in un legame simbionte con le farfalle monarca implicava la solidarietà di alcune popolazioni native, ad esempio delle donne contemporanee zapatiste che lottano per proteggere le risorse idriche in Michoacán e in Messico. La solidarietà in quelle storie multispecie si basa su una parentela che va al di là dell’eccezionalismo umano, ma non al di là dell’umano.


    [1] Traduzione fedele all’originale inglese “of color”. Come Balzano, Ferrante e Timeto scrivono nella postfazione all’edizione italiana di Makin Kin: “ci teniamo a specificare che sappiamo che questo termine è rifiutato da molte persone nere italofone che vedono nell’utilizzo di questa espressione un modo per neutralizzare il peso della razza e rendere trasparente il suprematismo bianco; tuttavia ci sembra più appropriato tenere questa traduzione come calco di quello che abbiamo trovato in inglese e segnalare al contempo l’insufficienza della traduzione” (Makin kin. Fare parentele, non popolazioni, DeriveApprodi, 2022, 188).

  • Donna Haraway e la lotta del Teatro Valle Occupato. Sull’uso politico di Le promesse dei mostri

    Donna Haraway e la lotta del Teatro Valle Occupato. Sull’uso politico di Le promesse dei mostri

    Le promesse dei mostri. per una politica rigeneratrice per l’alterità inappropriata, è un saggio scritto da Donna Haraway nel 1992, e proposto ora, per la prima volta, in italiano grazie alla casa editrice DeriveApprodi e alla traduzione di Angela Balzano. Gli altri testi di Haraway a cui faremo riferimento in questo articolo sono l’edizione italiana di Manifesto cyborg, scritto e pubblicato in inglese nel 1985, ma arrivato in Italia nel 1995, per le edizioni Feltrinelli, grazie alla traduzione di Liana Borghi; e l’edizione italiana di Staying with the trouble. Making Kin in the Chtulucene, scritto e pubblicato in inglese nel 2016, e parzialmente pubblicato quest’anno in italiano (sono stati elisi i capitoli 5, 6 e 7 dell’edizione originale) dalla casa editrice Nero, con il titolo di Chtulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, e la traduzione di Claudia Durastanti e Clara Cicconi.

    Come recita la prima frase del saggio: “Le promesse dei mostri è un diario di viaggio, un tentativo di mappare i paesaggi mentali e terreni di ciò che può valere come natura in alcune lotte locali e globali” (Haraway 2019: 37), laddove lo scopo del viaggio è “scrivere la teoria, cioè di produrre una visione informata per capire come muoversi e cosa temere nella topografia di un presente impossibile ma fin troppo reale, alla ricerca di un ancora assente, ma forse possibile, presente alternativo” (ibidem), metodologia per certi versi simile alle “cartografie” di Rosi Braidotti, e da cui la filosofa italiana deve aver preso più di qualche ispirazione. Al centro del discorso troviamo la “natura”, che nel pensiero harawayano si delinea sia come topos, la terra intesa come luogo comune (40), sia come tropos, ovvero figurazione, costrutto, artefatto, movimento e dislocamento (41). Per far emergere questa doppia articolazione, la proposta di Haraway è quella di mappare la natura indossando le lenti di un artefattualismo dinamico.

    Cosa significa artefattualismo? Significa principalmente che la natura è fatta, nel senso che è al contempo finzione e fatto. Questo vuol dire che, ad esempio, gli organismi sono oggetti naturali, ma non nascono, piuttosto vengono costruiti da determinati attori collettivi, in determinati luoghi e tempi, attraverso determinate pratiche tecno-scientifiche. Questo elemento costruttivo avvicina pericolosamente il pensiero di Haraway al paradigma postmodernista, in cui la realtà soccombe alla forza dei segni. Tuttavia Haraway, cosciente di questa vicinanza, interpreta il postmoderno non tanto come una decontesualizzazione tecnologica, a cui ne conseguirebbe la derealizzazione dell’esperienza, quanto piuttosto come un particolare tipo di produzione della natura: il mondo intero è rifatto a immagine della produzione di merci (41-44).

    Per questo motivo Haraway si chiede se sia possibile collocarsi in posizione differenziale rispetto al prodigio postmodernista, pur tuttavia rimanendo fedele alla sua tesi iniziale: la natura è un artefatto. Rispondere a questo interrogativo richiede due rovesciamenti correlati: il primo è la liberazione dalle narrazioni celebrative della storia della scienza e della tecnologia come paradigmatiche del razionalismo; il secondo è la riconfigurazione delle attrici/ori nella costruzione delle categorie etno-specifiche di natura e cultura, laddove le attrici e gli attori non iniziano né finiscono in “noi”. Il fatto che il mondo, per “noi”, esista come “natura” indica piuttosto un particolare tipo di relazione con molti attori/trici umani, non solo organici, non solo tecnologici. Conseguente a questo doppio rovesciamento è la critica all’altra caratteristica nefasta dell’iperproduzionismo postmodernista, laddove quest’ultimo, in stretta correlazione con il naturalismo trascendentale, rifiuta la capacità di agire di ogni altro elemento che non sia l’Uno, e desidera produrre e riprodurre solo l’immagine speculare di sé stesso, motivo per cui questo paradigma può solo fingere di fare la differenza. Di contro, secondo Haraway, la natura è sì fatta, ma non interamente dagli esseri umani, piuttosto è una co-costruzione tra umane/i e non-umane/i (46).

    Solo riconoscendo una capacità di azione che travalica i confini dell’Uno possiamo seguire Haraway nel viaggio che ci porta nell’articolazione di un artefattualismo dinamico, differenziale e oppositivo. In questo quadro la narrazione della natura assume nuova centralità, utile per mostrare la molteplicità di elementi umani e non-umani che concorrono alla generazione della realtà. Ricollegandosi alla lettura che Terence Hawkes fa degli attanti teorizzati da Algirdas J. Greimas (funzioni e non personaggi), Haraway propone una visione “pubblica” della natura, in cui diversi elementi, umani e non-umani, concorrono alla narrazione della vita collettiva (47). Da questo punto di vista è necessario anche mettere a critica la trama del fallologocentrismo propria dell’uomo costruttore-di-utensili e utensile, figura posta alla base del produzionismo e dell’umanesimo, come? Traslando il motto di Simone de Beauvoir, “donne non si nasce, si diventa”, per cui, di conseguenza, gli organismi non nascono ma sono fatti (47).

    Nello specifico, l’artefattualismo harawayano mostra come gli organismi siano costruiti in quanto oggetti di sapere, per mezzo di pratiche di discorso scientifico, ad opera di attrici/ori particolari e sempre collettivi, in momenti e luoghi specifici. Per dare corpo a questa affermazione Haraway trasla il concetto di “apparato di produzione letteraria” di Katie King, in “apparato di produzione corporea” (48). Con “apparato di riproduzione letteraria” King intende l’emersione della letteratura all’intersezione tra arte, affari e tecnologia, in modo tale da mettere a fuoco l’oggetto poetico (poem) in quanto oggetto di valore, ma anche (s)oggetto dotato di agency. In questo orizzonte, Haraway rileva anche i limiti dell’identificazione (immedesimazione), che si basano su logiche di appropriazione, incorporazione e tassonomie, in favore di meccanismi che inducono l’affinità, come i rituali della poesia, della musica e certe forme di pratica accademica, ovvero in favore di un’unità politico/poetica, di cui aveva già parlato in Manifesto Cyborg(Haraway [1985]1995: 49).

    Haraway parla dunque di natura sia come luogo comune sia come potente costruzione discorsiva, che si concretizza nelle interazioni tra attori semiotici e materiali, umane/i e non. Ne sono concreto esempio i cosiddetti “corpi biologici”, i quali emergono all’intersezione tra ricerca biologica, scrittura, pubblicazioni, pratiche mediche ed economiche, produzioni culturali di ogni sorta, incluse metafore, narrazioni e tecnologie di visualizzazione. Secondo Haraway, entrare in questo nodo di intersezioni vuol dire avere a che fare con i linguaggi dinamici che si intrecciano attivamente nella produzione del valore letterario, divenendo trickster in un mondo che è attore e attante spiritoso.

    Se gli organismi sono incarnazioni biologiche, è anche vero che emergono da un processo discorsivo, laddove la biologia è un discorso e non il mondo vivente in sé. Inoltre, come ha mostrato recentemente Karen Barad, riprendendo alcune intuizioni di Haraway, gli esseri umani non sono gli unici a decidere di tali discorsi, poiché anche gli strumenti tecnologici usati per “osservare” concorrono alla costruzione degli oggetti scientifici “osservati”. E ancora, va specificato che questo tipo di costruzione discorsiva non coincide con una variante della costruzione ideologica, poiché i corpi sono storicamente determinati, dinamici, possiedono diverse specificità e gradi di efficacia, provocando diversi tipi di impegno, intervento, e quindi discorsi (48).

    Fin qui il percorso delineato da Haraway è composto dall’artefattualità della natura, dall’apparato di produzione corporea, e, aggiungiamo ora, da una certa corporalità della teoria: questo vuol dire identificare l’esperienza con un processo di semiosi (De Lauretis 1984), e dunque dislocare la scienza dei segni lontano dalla psicanalisi, e vicina alla tecnologia (intesa foucaultianamente come confusione tra sociale e tecnico).

    Un altro tassello da aggiungere al discorso politico degli anni ‘90 di Haraway, è quello che risignifica ciò che si intende per riproduzione. Riprendendo Zoe Sofia, la quale sostiene che ogni tecnologia è una tecnologia riproduttiva, Haraway propone di sostituire la terminologia della riproduzione con quella della generazione: infatti, visto che gli “oggetti” della cultura della scienza sono le forme di vita, raramente, con riproduzione, si intende il “clonare” ciò che già esiste. A differenza dell’autopiesi dell’Uno e del medesimo, l’artefattualismo differenziale di Haraway diffrange, componendo fantasie a interferenza. Queste modalità sono strettamente imparentate con le inappropriabili altri/e di cui parla Trinh Minh-ha. In questo contesto essere inappropriati/bili significa trovarsi in una razionalità diffrattiva e non riflettente (55). Il pensiero di Zoe Sofia viene ripreso da Haraway altresì per diffrangere le narrative della nascita dell’Uno maschile e patriarcale, contrapponendovi piuttosto l’allegoria femminista differenziale e diffrattiva dell’identità inappropriata/bile, che nasce in un mondo fantastico chiamato “altrove”. Per comprendere meglio questo passaggio è necessario sostare ulteriormente sulla processualità della diffrazione.

    La diffrazione non produce “il medesimo” semplicemente perché lo disloca, come fanno la riflessione e la rifrazione. La diffrazione è alternativo alle pratiche di riproduzione del “medesimo” perché è una mappatura di interferenze, ovvero disegna una mappa di luoghi in cui gli effetti della differenza si manifestano. (56) È allora dal punto di vista della metodologia proposta da Haraway, e al riparo dal tecnoutopismo proprio dell’ultimo decennio del Novecento statunitense, che vale la pena prendere in considerazione le varie alterità inappropriate/abili che vengono interpellate de Haraway nel tardo capitalismo, in quella specifica collocazione che prende il nome di “posizionamento della soggettività cyborg”.

    Inoltre, con la mole di discorsi nati attorno all’Antropocene, sta oggi riemergendo l’urgenza di mettere in crisi il dualismo Natura e Società, o natura e scienza, proprio del sistema neoliberista patriarcale, e di cui troviamo già traccia in Le promesse dei mostri. Proponendo di situare le tecnoscienze all’interno degli studi culturali, già negli anni ’90 Haraway apre al continuum naturcultarale grazie a una diversa analisi delle narrazioni, capace di animare una narrativa diffrattiva, ovvero una storia basata sulle differenze, che resistere alle modalità scientifico-oggettive-patriarcali (in cui si agisce come ventriloqui per l’alterità). Da questa prospettiva, l’obiettivo è narrare una possibile politica di articolazione piuttosto che di rappresentazione (87).

    Nel perseguire questo scopo, Haraway propone una meteodologia che prende spunto dal quadrato semiotico di Grimas, eletto a dispositivo artificiale che genera significati e, al contempo, rumore di fondo. Il quadrato di Haraway è suddiviso in quattro parti, e la filosofa si muove al suo interno in modo orario, dal quadrante A al quadrante non-A (71). I primi tre quadranti, A, B e non-B, raccontano una storia a partire da figurazioni popolari di natura e scienza, che a prima vista possono apparire convincenti e amichevoli, e tuttavia, per mezzo della loro diffrazione, si rivelano essere segnate da profonde strutture di dominazione e oppressione. Ma Haraway non si accontenta di decostruire, e in modo creativo, propone immagini differenziali/opposte, dando vita a narrazioni/pratiche che potrebbero promettere qualcosa di diverso.

    Proponiamo di seguito una descrizione approfondita del primo quadrante (A), mentre andremo veloci sul secondo (B) e il terzo (non-B), per sostare infine sul quarto e conclusivo quadrante (non-A).

    Nel quadrante A siamo nello “Spazio Reale” chiamato “Terra”. Qui Haraway diffrange una pubblicità colonialista e tropicale della Gulf Oil Corporation, che recita “Understanding is Everything”, e raffigura un tocco tra due mani: quella di una donna bianca e quella di uno scimpanzé, immagine commerciale che fa riferimento agli speciali televisivi della National Geographic Society — finanziati dalla stessa multinazionale petrolifera –, e in particolar modo ai famosi reportage di Jane Goodal. “Eccoci al cospetto di una scienza naturale, codificata come inconfondibilmente femminile, che contrasta gli eccessi strumentali di un complesso militare-industriale-tecnoscientifico, in cui il codice della scienza è pregiudizialmente antropocentrico e maschile” (72), sostiene Haraway, per mostrare come il messaggio salvifico della natura per mano di una donna occidentale e bianca funziona come Pink-Green-Washing di una delle industrie petrolifere più potenti e distruttive al mondo. Con un’analisi articolata e approfondita delle narrative tossiche sottese a questo spot, Haraway mostra successivamente come, nel mondo mercificato moderno e postmoderno, le narrative siano di due tipi: la scienza che parla per la natura, e la natura come portatrice di un messaggio salvifico.

    Rimanendo nel quadrante A, si può abbandonare questa doppia narrazione, dice Haraway, guardando ad un’altra pubblicità colonialista e tropicale: una storia contenuta nella rivista “Discovery” dal titolo Tech in the Jungle (Agosto 1990). Siamo in Amazzonia, e l’articolo è accompagnato da una grande foto a colori che ritrae un indiano Kayapo con in mano una telecamera, durante una protesta per proteggere la foresta in cui vive. “Discovery” invita a leggere questa immagine come il dramma dell’incontro tra “tradizione” e “modernità”, narrazione che lungi dall’essere un resoconto fedele della realtà, conferma l’esistenza di queste stesse categorie epistemologiche.

    Diversamente Haraway propone nuove forme di relazioni e solidarietà con la pratica dell’uomo Kayapo, esplorando altre possibili narrazioni, che articolano diverse pratiche di relazione umano e non-umano (indigeno e telecamera). Sulla scia di Susanna Hecht e Alexander Cockburn, Haraway inizia col diffrangere la foresta amazzonica, criticando la narrazione di “paradiso sotto campana” (81) e, passando a visualizzarlo come esito dinamico della storia umana e biologica, sostituisce il paradigma di “salvezza della natura” con le politiche per la “natura sociale”. Il che vuol dire, ad esempio, non chiedere parchi nazionali o riserve recintate, ma tentare una diversa organizzazione tra terra e persone, “che sappia ristrutturare il concetto di natura attraverso la pratica della giustizia” (ibdem).

    Ecco allora che si fa più chiaro come la natura contro cui si scaglia Haraway è il costrutto prodotto dall’Uomo Bianco Occidentale, che crea altri costrutti a sua immagine e somiglianza. Di conseguenza, da questo denso saggio emerge la necessità di narrare un’Amazzonia che non è mai stata vuota di cultura in quanto natura, ad esempio riconoscendo le popolazioni indigene che vi abitano da tempo, e i loro stili di vita. A questa storia si aggiunge quella dell’attivista Chico Mendes, che da questi popoli proveniva e che fu ucciso per la sua visione poetica/politica capace di mettere in relazione diversi attori e attanti che vivevano la foresta, rivendicando potere decisionale su di essa, perché persone e foresta sono elementi costitutivi di una relazionalità sociale, e non perché possedevano il potere di rappresentarla. Attraverso una serie di pratiche politiche e di lotte, come la costruzione della Forest People’s Alliance — che Hetch e Cockburn hanno chiamato “ecologia della giustizia” –, Haraway mostra come il “punto fondamentale è che la Biosfera amazzonica è un’entità collettiva irriducibilmente umana/non-umana” (86), in cui Natura e Giustizia non sono una dicotomia oppositiva, piuttosto un groviglio interrelato, elemento material-semiotico.

    Qui la questione non è, come propone Joe Kane, quella di rispondere alla domanda chi parla per il giaguaro?— molto simile ai pro-vita quando asseriscono chi parla per il feto?, ovvero domande che si fondano sulla politica semiotica della rappresentazione, e quindi su tecniche di distanziamento che rifondano l’autorevole dominio del rappresentante (88-89), in cui l’autorialità spetta solo a quest’ultimo —  piuttosto si tratta di guardare ad attrici/tori e attanti con un approccio alternativo, per fondare un altro modo di lavorare nelle scienze, una altro modo di lavorare con i saperi, e situandosi nel quadro di alcune specifiche lotte.

    Visto che gli attanti sono entità collettive che fanno cose in un campo d’azione strutturato e strutturante, la questione è porsi l’obiettivo di costruire pratiche di articolazione, piuttosto che di rappresentazione. La politica di articolazione di Haraway — pratica culturale che prende la produzione dei saperi come terreno di conflitto — è immediatamente operativa. Il primo esempio si riferisce alla foto dell’indigeno Kayapo che lotta per mantenere il suo stile di vita non moderno con una telecamera in mano: “potremmo benissimo dire che l’uomo stia forgiando un nuovo collettivo di umane/i non-umani, in particolare formato dalle/ai Kayapo, da videocamere, terra, piante, animali, pubblico vicino e lontano; potremmo affermare che non vi è alcuna violazione di confine. Lo stile di vita non è non-moderno (più vicino alla natura); la fotocamera non è moderna o postmoderna (nella società). […] Dove non esistono natura e società non esiste piacere, non vi è più posto per il divertimento che deriva dal rappresentare la violazione del confine tra di esse” (95). In questo modo Haraway diffrange l’idea di confine patriarcale, aprendo contemporaneamente a zone liminali, naturculturali, in cui si producono nuovi tipi di azioni e responsabilità.

    Il quadrante B, ovvero “l’altro spazio” o l’extraterrestre, mostra come esso sia codificato in modo del tutto generale, in opposizione al costrutto della “natura” terrestre. Lo “spazio” non riguarda le origini dell’umanità sulla terra, ma il suo futuro, allocronico tempo-chiave nella storia della salvezza. Lo spazio, così come i tropici, sono figure utopiche e topiche negli immaginari occidentali, le loro caratteristiche dialetticamente opposte stanno a indicare origine e fine della creatura, la cui vita materiale si suppone sia al di fuori di entrambe: l’uomo moderno o postmoderno (98). In modo simile alla metodologia usata nel quadrante A, Haraway diffrange e articola una nuova narrativa, passando per il primo essere mandato nello spazio (lo scimponauta HAM) e per le rappresentazioni dello spazio durante la Guerra Fredda, luogo principale della guerra finale simulata raccontata dal punto di vista maschilista e patriarcale (103), con la conseguente codificazione sovra-determinante del genere della cultura patriarcale nucleare, che ha assegnato alle donne della responsabilità della pace, “mentre lascia che gli uomini si trastullino con i loro pericolosi giocattoli di guerra senza dissonanza semiotica” (105). Di contro Haraway racconta di alcune pratiche di Environmental Action, dalle Mother’s and Others’ Day Action alle Surrogate Others del Nevada, quale connubio di eco-femminismo e pratiche di lotta non-violente, che hanno dato vita a una politica di articolazione, con l’obiettivo di contrastare i test nucleari e la minaccia della guerra atomica, ma anche la necessità che gli uomini si prendessero cura della terra, così come questioni legate ai diritti umani e all’antirazzismo (107-109).

    Nel quadrante non-B, caratterizzato dai discorsi su uno spazio interno del corpo umano — il sistema immunitario –, Harway diffrange le narrative del corpo biomedico. Come già era avvenuto in Manifesto Cyborg, ciò che interessa Haraway è capire come funzionano le narrative del normale e del patologico quando il corpo biologico e medico viene simbolizzato e operato in quanto testo codificato, organizzato e costruito alla stregua di un sistema di comunicazione, ordinato da un network fluido e diffuso che funge da comando-controllo-intelligenza (Haraway [1985]1995: 145-146). Nella narrativa del sistema immunitario governata da semantiche della difesa e dell’invasione (Haraway [1992] 2019: 113), i conflitti sono sorti per determinare cosa può considerarsi soggetto e cosa attore (110). Di nuovo, applicando la visione diffrattiva alla soggettività (116), Haraway propone come esempio di politica semiotica di articolazione la lotta contro l’AIDS, per come agìta da ACT UP, ovvero praticata come simpoiesi e teoria delle reti, piuttosto che come logica della guerra (119-122).

    Il quadrante finale, il non-A, ovvero lo spazio virtuale alla fine del viaggio, la SF, è caratterizzato da una figura-guida, Lisa Foo, personaggio di un racconto di fantascienza di John Valery. Nella riscrittura proposta da Haraway, la questione dell’articolazione assume le sembianze del potere di produrre connessioni proprio dello spazio virtuale, nonostante esista il rischio che queste producano un’incapacità di agire nel mondo reale. Haraway ci mostra allora come il narrare nuovamente la figura di Lisa Foo, ovvero rilevare come il personaggio poteva muoversi altrimenti nella storia, serva a “smantellare le logiche di chiusura della nefasta misoginia razzista” (130). Il saggio si chiude con l’immagine di un dipinto di Lynn Randolph del 1989, Cyborg, usato anche dalle edizioni Feltrinelli per la prima pubblicazione italiana di Manifesto Cyborg, come possibile narrazione di un’alterità inappropriata/bile: “Una tale cyborg non ha struttura aristotelica. Non è la dialettica servo-pardone a risolvere i conflitti tra risorsa e prodotto, passione e azione. L(u)ei non è utopica né immaginaria; l(u)ei è virtuale. Generata, insieme ad altre/i cyborg, dal collasso reciproco di tecnico/organico/mitico/testuale/politico, viene costituita dentro e fuori ogni figura da articolazioni di differenze critiche” (135). Di conseguenza la teoria “modesta” di Haraway ha lo scopo di mostrare i mutamenti di metafore e confini posti alla base di una sapere e una politica della speranza per questi tempi mostruosi.

    Riprendendo il pensiero di Gloria Anzaldua, il solo piacere promesso è quello connesso alla rigenerazione possibile in zone di confine meno mortali e cancerogene.

    Dopo questa carrellata di strumentazione analitica mi ritrovo a domandarmi: per chi è stato tradotto questo testo denso e difficile di Donna Haraway? A giudicare dallo stato in cui versa il sistema universitario italiano, fortemente de-finanziato, con il turn-over bloccato, le porte della ricerca sbattute in faccia a quasi il 90% degli assegnisti di ricerca, un sistema che si regge per il 59% su lavoratori precari (VIII indagine ADI, 2018), il pensiero femminista di provenienza statunitense non è esattamente lo strumento per fare carriera in questo ambito. A fungere da ironica e paradossale conferma della marginalità del pensiero di Haraway nei dibattiti italiani, è la presenza della filosofa statunitense nella genealogia della scrittrice italiana più influente nella contemporaneità, Elena Ferrante, e al contempo meno studiata nel Belpaese.

    Piuttosto, anche conoscendo committenti della traduzione e traduttrice, mi sembra che questa pubblicazione si rivolga a quanti vivono liminalmente il mondo accademico, magari in connessione con i molteplici focolai di lotta, o con gli ambiti artistici più innovativi, oltre alle tante che si interessano, per diversi motivi, al pensiero femminista. Forse anche per questo motivo mi sento tuttavia libera di proporre un piccolo esperimento, sia per mettere a verifica gli strumenti proposti da Haraway con una lotta di cui ho potuto fare esperienza diretta, sia per interrogarmi su come, sempre grazie agli strumenti che rintracciamo in questo testo, sia possibile vedere con altri occhi le pratiche di coinvolgimento e responsabilità che esulano dai vari centri nevralgici delle lotte che di volta in volta emergono, utile a delineare un’ipotesi di nostrana politica di articolazione piuttosto che quella di rappresentazione, e facendo tuttavia leva sul potere della narrazione.

    Prendo quindi spunto dalla lotta del Teatro Valle Occupato di Roma, nata nel 2011 grazie a un gruppo di lavoratori dello spettacolo e alcune attiviste del movimento studentesco, per protestare contro i tagli alla cultura e al depauperamento, materiale e simbolico, di chi opera all’interno di questo settore. La lotta del Teatro Valle Occupato ha visto una partecipazione eterogenea, impossibile da rappresentare nella sua totalità, quindi secondo la grammatica dell’Uno, ma da cui possono emergere molti esempi di pratiche di articolazione. Anzitutto la spinta propulsiva accumulata grazie alla vittoria del referendum sull’acqua pubblica e contro il nucleare di Stato ha reso visibile la relazione vitale e postumana prodotta da un teatro; come l’acqua e come l’aria, dicevamo.

    Ma la relazione con lo spazio del teatro, il più antico di Roma, è stata una relazione soggettivante anche per via della relazione di “cura” e “affetto” stabilitasi tra luogo fisico e persone durante i tre anni di occupazione, generando una relazione tra umano e non-umano che esula dalle politiche culturali estrattive proprie del neoliberismo all’italiana, e di cui grida vendetta ora il Teatro Valle, spazio vuoto nonostante sia stato da anni istituzionalmente “riaperto”.

    Se l’occupazione è diventata famosa a livello mediatico per via dei grandi personaggi del mondo della cultura che lo hanno attraversato, da Peter Brook a Judith Malina, passando per Amitav Ghosh (solo per citarne alcuni), non meno importanti sono stati, su un altro piano, i tentativi pratici di decolonizzare quello spazio, e al contempo le nostre modalità di costruire la lotta politica, come quando il Teatro Valle diventò il luogo in cui si poterono incontrare alcune associazioni eritree, il Coordinamento Eritrea Democratica, e i parenti di molte delle vittime del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre del 2013.

    O ancora, quando il Teatro Valle Occupato ha ospitato, in sinergia con altri luoghi culturali della città di Roma e d’Italia, uno dei primi eventi di sensibilizzazione sulla terribile questione dei femminicidi (Notte rossa contro il femminicidio, 2013), in cui alcune attrici dell’occupazione hanno incarnato e reso tangibile la violenza maschile agita sul corpo delle donne. Un evento che era stato già preceduto dal Festival “Da Mieli a Queer” dedicato alla sperimentazione artistico/politica di uno dei fondatori del movimento omesessuale italiano, Mario Mieli. Dunque, senza avere l’obiettivo di rappresentare quante/i/u lottano contro la violenza sulle donne e di genere, articoliamo una narrazione che includa entrambe le modalità e posizioni politiche.

    Questo è forse allora un primo tentativo di diffrangere la narrazione tossica sul Teatro Valle Occupato, che oscilla tra la versione mainstream, in cui si racconta come azione scellerata di un gruppo di giovani okkupanti annoiati dalla vita borghese, e la versione svalutativa di quanti non hanno avuto modo di sperimentare una forma organizzativa che si è arrischiata ad agire una politica di affinità piuttosto che di identità, un compostare, come suggerisce nella postfazione di La promessa dei mostri Antonia Anna Ferrante, ricollegandosi altresì all’ultimo libro di Haraway (Haraway [2016] 2019).

    Grazie a questa applicazione dell’artefattualismo differenziale di Haraway abbiamo mosso un primo passo per vedere come, nello spazio material-semiotico del Teatro Valle Occupato, sono saltate molte dicotomie tradizionali: dalla dicotomia casa/teatro, a quella di artista/fruitore, passando per quella di cittadino/immigrato e quella di umano/non-umano. Nel momento in cui riusciamo ad abbandonare le narrative catastrofiste e svalutative, ecco dischiudersi i lati generativi e rigenerativi delle politiche di articolazione, laddove lo strumento della narrazione diventa centrale per non cancellare le differenze (elemento proprio del paradigma delle politiche di rappresentazione), e dunque dargli finalmente voce. Una danza simpoietica di molteplici modi di fare aggrovigliati con molteplici modi dire.

    Isabella Pinto, Donna Haraway e la lotta del Teatro Valle Occupato. Sull’uso politico di Le promesse dei mostri, in “IAPh-Italia”, 26/11/2019 https://www.iaphitalia.org/donna-haraway-e-la-lotta-del-teatro-valle-occupato-sulluso-politico-di-le-promesse-dei-mostri/