• Donna Haraway e la lotta del Teatro Valle Occupato. Sull’uso politico di Le promesse dei mostri

    Donna Haraway e la lotta del Teatro Valle Occupato. Sull’uso politico di Le promesse dei mostri

    Le promesse dei mostri. per una politica rigeneratrice per l’alterità inappropriata, è un saggio scritto da Donna Haraway nel 1992, e proposto ora, per la prima volta, in italiano grazie alla casa editrice DeriveApprodi e alla traduzione di Angela Balzano. Gli altri testi di Haraway a cui faremo riferimento in questo articolo sono l’edizione italiana di Manifesto cyborg, scritto e pubblicato in inglese nel 1985, ma arrivato in Italia nel 1995, per le edizioni Feltrinelli, grazie alla traduzione di Liana Borghi; e l’edizione italiana di Staying with the trouble. Making Kin in the Chtulucene, scritto e pubblicato in inglese nel 2016, e parzialmente pubblicato quest’anno in italiano (sono stati elisi i capitoli 5, 6 e 7 dell’edizione originale) dalla casa editrice Nero, con il titolo di Chtulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, e la traduzione di Claudia Durastanti e Clara Cicconi.

    Come recita la prima frase del saggio: “Le promesse dei mostri è un diario di viaggio, un tentativo di mappare i paesaggi mentali e terreni di ciò che può valere come natura in alcune lotte locali e globali” (Haraway 2019: 37), laddove lo scopo del viaggio è “scrivere la teoria, cioè di produrre una visione informata per capire come muoversi e cosa temere nella topografia di un presente impossibile ma fin troppo reale, alla ricerca di un ancora assente, ma forse possibile, presente alternativo” (ibidem), metodologia per certi versi simile alle “cartografie” di Rosi Braidotti, e da cui la filosofa italiana deve aver preso più di qualche ispirazione. Al centro del discorso troviamo la “natura”, che nel pensiero harawayano si delinea sia come topos, la terra intesa come luogo comune (40), sia come tropos, ovvero figurazione, costrutto, artefatto, movimento e dislocamento (41). Per far emergere questa doppia articolazione, la proposta di Haraway è quella di mappare la natura indossando le lenti di un artefattualismo dinamico.

    Cosa significa artefattualismo? Significa principalmente che la natura è fatta, nel senso che è al contempo finzione e fatto. Questo vuol dire che, ad esempio, gli organismi sono oggetti naturali, ma non nascono, piuttosto vengono costruiti da determinati attori collettivi, in determinati luoghi e tempi, attraverso determinate pratiche tecno-scientifiche. Questo elemento costruttivo avvicina pericolosamente il pensiero di Haraway al paradigma postmodernista, in cui la realtà soccombe alla forza dei segni. Tuttavia Haraway, cosciente di questa vicinanza, interpreta il postmoderno non tanto come una decontesualizzazione tecnologica, a cui ne conseguirebbe la derealizzazione dell’esperienza, quanto piuttosto come un particolare tipo di produzione della natura: il mondo intero è rifatto a immagine della produzione di merci (41-44).

    Per questo motivo Haraway si chiede se sia possibile collocarsi in posizione differenziale rispetto al prodigio postmodernista, pur tuttavia rimanendo fedele alla sua tesi iniziale: la natura è un artefatto. Rispondere a questo interrogativo richiede due rovesciamenti correlati: il primo è la liberazione dalle narrazioni celebrative della storia della scienza e della tecnologia come paradigmatiche del razionalismo; il secondo è la riconfigurazione delle attrici/ori nella costruzione delle categorie etno-specifiche di natura e cultura, laddove le attrici e gli attori non iniziano né finiscono in “noi”. Il fatto che il mondo, per “noi”, esista come “natura” indica piuttosto un particolare tipo di relazione con molti attori/trici umani, non solo organici, non solo tecnologici. Conseguente a questo doppio rovesciamento è la critica all’altra caratteristica nefasta dell’iperproduzionismo postmodernista, laddove quest’ultimo, in stretta correlazione con il naturalismo trascendentale, rifiuta la capacità di agire di ogni altro elemento che non sia l’Uno, e desidera produrre e riprodurre solo l’immagine speculare di sé stesso, motivo per cui questo paradigma può solo fingere di fare la differenza. Di contro, secondo Haraway, la natura è sì fatta, ma non interamente dagli esseri umani, piuttosto è una co-costruzione tra umane/i e non-umane/i (46).

    Solo riconoscendo una capacità di azione che travalica i confini dell’Uno possiamo seguire Haraway nel viaggio che ci porta nell’articolazione di un artefattualismo dinamico, differenziale e oppositivo. In questo quadro la narrazione della natura assume nuova centralità, utile per mostrare la molteplicità di elementi umani e non-umani che concorrono alla generazione della realtà. Ricollegandosi alla lettura che Terence Hawkes fa degli attanti teorizzati da Algirdas J. Greimas (funzioni e non personaggi), Haraway propone una visione “pubblica” della natura, in cui diversi elementi, umani e non-umani, concorrono alla narrazione della vita collettiva (47). Da questo punto di vista è necessario anche mettere a critica la trama del fallologocentrismo propria dell’uomo costruttore-di-utensili e utensile, figura posta alla base del produzionismo e dell’umanesimo, come? Traslando il motto di Simone de Beauvoir, “donne non si nasce, si diventa”, per cui, di conseguenza, gli organismi non nascono ma sono fatti (47).

    Nello specifico, l’artefattualismo harawayano mostra come gli organismi siano costruiti in quanto oggetti di sapere, per mezzo di pratiche di discorso scientifico, ad opera di attrici/ori particolari e sempre collettivi, in momenti e luoghi specifici. Per dare corpo a questa affermazione Haraway trasla il concetto di “apparato di produzione letteraria” di Katie King, in “apparato di produzione corporea” (48). Con “apparato di riproduzione letteraria” King intende l’emersione della letteratura all’intersezione tra arte, affari e tecnologia, in modo tale da mettere a fuoco l’oggetto poetico (poem) in quanto oggetto di valore, ma anche (s)oggetto dotato di agency. In questo orizzonte, Haraway rileva anche i limiti dell’identificazione (immedesimazione), che si basano su logiche di appropriazione, incorporazione e tassonomie, in favore di meccanismi che inducono l’affinità, come i rituali della poesia, della musica e certe forme di pratica accademica, ovvero in favore di un’unità politico/poetica, di cui aveva già parlato in Manifesto Cyborg(Haraway [1985]1995: 49).

    Haraway parla dunque di natura sia come luogo comune sia come potente costruzione discorsiva, che si concretizza nelle interazioni tra attori semiotici e materiali, umane/i e non. Ne sono concreto esempio i cosiddetti “corpi biologici”, i quali emergono all’intersezione tra ricerca biologica, scrittura, pubblicazioni, pratiche mediche ed economiche, produzioni culturali di ogni sorta, incluse metafore, narrazioni e tecnologie di visualizzazione. Secondo Haraway, entrare in questo nodo di intersezioni vuol dire avere a che fare con i linguaggi dinamici che si intrecciano attivamente nella produzione del valore letterario, divenendo trickster in un mondo che è attore e attante spiritoso.

    Se gli organismi sono incarnazioni biologiche, è anche vero che emergono da un processo discorsivo, laddove la biologia è un discorso e non il mondo vivente in sé. Inoltre, come ha mostrato recentemente Karen Barad, riprendendo alcune intuizioni di Haraway, gli esseri umani non sono gli unici a decidere di tali discorsi, poiché anche gli strumenti tecnologici usati per “osservare” concorrono alla costruzione degli oggetti scientifici “osservati”. E ancora, va specificato che questo tipo di costruzione discorsiva non coincide con una variante della costruzione ideologica, poiché i corpi sono storicamente determinati, dinamici, possiedono diverse specificità e gradi di efficacia, provocando diversi tipi di impegno, intervento, e quindi discorsi (48).

    Fin qui il percorso delineato da Haraway è composto dall’artefattualità della natura, dall’apparato di produzione corporea, e, aggiungiamo ora, da una certa corporalità della teoria: questo vuol dire identificare l’esperienza con un processo di semiosi (De Lauretis 1984), e dunque dislocare la scienza dei segni lontano dalla psicanalisi, e vicina alla tecnologia (intesa foucaultianamente come confusione tra sociale e tecnico).

    Un altro tassello da aggiungere al discorso politico degli anni ‘90 di Haraway, è quello che risignifica ciò che si intende per riproduzione. Riprendendo Zoe Sofia, la quale sostiene che ogni tecnologia è una tecnologia riproduttiva, Haraway propone di sostituire la terminologia della riproduzione con quella della generazione: infatti, visto che gli “oggetti” della cultura della scienza sono le forme di vita, raramente, con riproduzione, si intende il “clonare” ciò che già esiste. A differenza dell’autopiesi dell’Uno e del medesimo, l’artefattualismo differenziale di Haraway diffrange, componendo fantasie a interferenza. Queste modalità sono strettamente imparentate con le inappropriabili altri/e di cui parla Trinh Minh-ha. In questo contesto essere inappropriati/bili significa trovarsi in una razionalità diffrattiva e non riflettente (55). Il pensiero di Zoe Sofia viene ripreso da Haraway altresì per diffrangere le narrative della nascita dell’Uno maschile e patriarcale, contrapponendovi piuttosto l’allegoria femminista differenziale e diffrattiva dell’identità inappropriata/bile, che nasce in un mondo fantastico chiamato “altrove”. Per comprendere meglio questo passaggio è necessario sostare ulteriormente sulla processualità della diffrazione.

    La diffrazione non produce “il medesimo” semplicemente perché lo disloca, come fanno la riflessione e la rifrazione. La diffrazione è alternativo alle pratiche di riproduzione del “medesimo” perché è una mappatura di interferenze, ovvero disegna una mappa di luoghi in cui gli effetti della differenza si manifestano. (56) È allora dal punto di vista della metodologia proposta da Haraway, e al riparo dal tecnoutopismo proprio dell’ultimo decennio del Novecento statunitense, che vale la pena prendere in considerazione le varie alterità inappropriate/abili che vengono interpellate de Haraway nel tardo capitalismo, in quella specifica collocazione che prende il nome di “posizionamento della soggettività cyborg”.

    Inoltre, con la mole di discorsi nati attorno all’Antropocene, sta oggi riemergendo l’urgenza di mettere in crisi il dualismo Natura e Società, o natura e scienza, proprio del sistema neoliberista patriarcale, e di cui troviamo già traccia in Le promesse dei mostri. Proponendo di situare le tecnoscienze all’interno degli studi culturali, già negli anni ’90 Haraway apre al continuum naturcultarale grazie a una diversa analisi delle narrazioni, capace di animare una narrativa diffrattiva, ovvero una storia basata sulle differenze, che resistere alle modalità scientifico-oggettive-patriarcali (in cui si agisce come ventriloqui per l’alterità). Da questa prospettiva, l’obiettivo è narrare una possibile politica di articolazione piuttosto che di rappresentazione (87).

    Nel perseguire questo scopo, Haraway propone una meteodologia che prende spunto dal quadrato semiotico di Grimas, eletto a dispositivo artificiale che genera significati e, al contempo, rumore di fondo. Il quadrato di Haraway è suddiviso in quattro parti, e la filosofa si muove al suo interno in modo orario, dal quadrante A al quadrante non-A (71). I primi tre quadranti, A, B e non-B, raccontano una storia a partire da figurazioni popolari di natura e scienza, che a prima vista possono apparire convincenti e amichevoli, e tuttavia, per mezzo della loro diffrazione, si rivelano essere segnate da profonde strutture di dominazione e oppressione. Ma Haraway non si accontenta di decostruire, e in modo creativo, propone immagini differenziali/opposte, dando vita a narrazioni/pratiche che potrebbero promettere qualcosa di diverso.

    Proponiamo di seguito una descrizione approfondita del primo quadrante (A), mentre andremo veloci sul secondo (B) e il terzo (non-B), per sostare infine sul quarto e conclusivo quadrante (non-A).

    Nel quadrante A siamo nello “Spazio Reale” chiamato “Terra”. Qui Haraway diffrange una pubblicità colonialista e tropicale della Gulf Oil Corporation, che recita “Understanding is Everything”, e raffigura un tocco tra due mani: quella di una donna bianca e quella di uno scimpanzé, immagine commerciale che fa riferimento agli speciali televisivi della National Geographic Society — finanziati dalla stessa multinazionale petrolifera –, e in particolar modo ai famosi reportage di Jane Goodal. “Eccoci al cospetto di una scienza naturale, codificata come inconfondibilmente femminile, che contrasta gli eccessi strumentali di un complesso militare-industriale-tecnoscientifico, in cui il codice della scienza è pregiudizialmente antropocentrico e maschile” (72), sostiene Haraway, per mostrare come il messaggio salvifico della natura per mano di una donna occidentale e bianca funziona come Pink-Green-Washing di una delle industrie petrolifere più potenti e distruttive al mondo. Con un’analisi articolata e approfondita delle narrative tossiche sottese a questo spot, Haraway mostra successivamente come, nel mondo mercificato moderno e postmoderno, le narrative siano di due tipi: la scienza che parla per la natura, e la natura come portatrice di un messaggio salvifico.

    Rimanendo nel quadrante A, si può abbandonare questa doppia narrazione, dice Haraway, guardando ad un’altra pubblicità colonialista e tropicale: una storia contenuta nella rivista “Discovery” dal titolo Tech in the Jungle (Agosto 1990). Siamo in Amazzonia, e l’articolo è accompagnato da una grande foto a colori che ritrae un indiano Kayapo con in mano una telecamera, durante una protesta per proteggere la foresta in cui vive. “Discovery” invita a leggere questa immagine come il dramma dell’incontro tra “tradizione” e “modernità”, narrazione che lungi dall’essere un resoconto fedele della realtà, conferma l’esistenza di queste stesse categorie epistemologiche.

    Diversamente Haraway propone nuove forme di relazioni e solidarietà con la pratica dell’uomo Kayapo, esplorando altre possibili narrazioni, che articolano diverse pratiche di relazione umano e non-umano (indigeno e telecamera). Sulla scia di Susanna Hecht e Alexander Cockburn, Haraway inizia col diffrangere la foresta amazzonica, criticando la narrazione di “paradiso sotto campana” (81) e, passando a visualizzarlo come esito dinamico della storia umana e biologica, sostituisce il paradigma di “salvezza della natura” con le politiche per la “natura sociale”. Il che vuol dire, ad esempio, non chiedere parchi nazionali o riserve recintate, ma tentare una diversa organizzazione tra terra e persone, “che sappia ristrutturare il concetto di natura attraverso la pratica della giustizia” (ibdem).

    Ecco allora che si fa più chiaro come la natura contro cui si scaglia Haraway è il costrutto prodotto dall’Uomo Bianco Occidentale, che crea altri costrutti a sua immagine e somiglianza. Di conseguenza, da questo denso saggio emerge la necessità di narrare un’Amazzonia che non è mai stata vuota di cultura in quanto natura, ad esempio riconoscendo le popolazioni indigene che vi abitano da tempo, e i loro stili di vita. A questa storia si aggiunge quella dell’attivista Chico Mendes, che da questi popoli proveniva e che fu ucciso per la sua visione poetica/politica capace di mettere in relazione diversi attori e attanti che vivevano la foresta, rivendicando potere decisionale su di essa, perché persone e foresta sono elementi costitutivi di una relazionalità sociale, e non perché possedevano il potere di rappresentarla. Attraverso una serie di pratiche politiche e di lotte, come la costruzione della Forest People’s Alliance — che Hetch e Cockburn hanno chiamato “ecologia della giustizia” –, Haraway mostra come il “punto fondamentale è che la Biosfera amazzonica è un’entità collettiva irriducibilmente umana/non-umana” (86), in cui Natura e Giustizia non sono una dicotomia oppositiva, piuttosto un groviglio interrelato, elemento material-semiotico.

    Qui la questione non è, come propone Joe Kane, quella di rispondere alla domanda chi parla per il giaguaro?— molto simile ai pro-vita quando asseriscono chi parla per il feto?, ovvero domande che si fondano sulla politica semiotica della rappresentazione, e quindi su tecniche di distanziamento che rifondano l’autorevole dominio del rappresentante (88-89), in cui l’autorialità spetta solo a quest’ultimo —  piuttosto si tratta di guardare ad attrici/tori e attanti con un approccio alternativo, per fondare un altro modo di lavorare nelle scienze, una altro modo di lavorare con i saperi, e situandosi nel quadro di alcune specifiche lotte.

    Visto che gli attanti sono entità collettive che fanno cose in un campo d’azione strutturato e strutturante, la questione è porsi l’obiettivo di costruire pratiche di articolazione, piuttosto che di rappresentazione. La politica di articolazione di Haraway — pratica culturale che prende la produzione dei saperi come terreno di conflitto — è immediatamente operativa. Il primo esempio si riferisce alla foto dell’indigeno Kayapo che lotta per mantenere il suo stile di vita non moderno con una telecamera in mano: “potremmo benissimo dire che l’uomo stia forgiando un nuovo collettivo di umane/i non-umani, in particolare formato dalle/ai Kayapo, da videocamere, terra, piante, animali, pubblico vicino e lontano; potremmo affermare che non vi è alcuna violazione di confine. Lo stile di vita non è non-moderno (più vicino alla natura); la fotocamera non è moderna o postmoderna (nella società). […] Dove non esistono natura e società non esiste piacere, non vi è più posto per il divertimento che deriva dal rappresentare la violazione del confine tra di esse” (95). In questo modo Haraway diffrange l’idea di confine patriarcale, aprendo contemporaneamente a zone liminali, naturculturali, in cui si producono nuovi tipi di azioni e responsabilità.

    Il quadrante B, ovvero “l’altro spazio” o l’extraterrestre, mostra come esso sia codificato in modo del tutto generale, in opposizione al costrutto della “natura” terrestre. Lo “spazio” non riguarda le origini dell’umanità sulla terra, ma il suo futuro, allocronico tempo-chiave nella storia della salvezza. Lo spazio, così come i tropici, sono figure utopiche e topiche negli immaginari occidentali, le loro caratteristiche dialetticamente opposte stanno a indicare origine e fine della creatura, la cui vita materiale si suppone sia al di fuori di entrambe: l’uomo moderno o postmoderno (98). In modo simile alla metodologia usata nel quadrante A, Haraway diffrange e articola una nuova narrativa, passando per il primo essere mandato nello spazio (lo scimponauta HAM) e per le rappresentazioni dello spazio durante la Guerra Fredda, luogo principale della guerra finale simulata raccontata dal punto di vista maschilista e patriarcale (103), con la conseguente codificazione sovra-determinante del genere della cultura patriarcale nucleare, che ha assegnato alle donne della responsabilità della pace, “mentre lascia che gli uomini si trastullino con i loro pericolosi giocattoli di guerra senza dissonanza semiotica” (105). Di contro Haraway racconta di alcune pratiche di Environmental Action, dalle Mother’s and Others’ Day Action alle Surrogate Others del Nevada, quale connubio di eco-femminismo e pratiche di lotta non-violente, che hanno dato vita a una politica di articolazione, con l’obiettivo di contrastare i test nucleari e la minaccia della guerra atomica, ma anche la necessità che gli uomini si prendessero cura della terra, così come questioni legate ai diritti umani e all’antirazzismo (107-109).

    Nel quadrante non-B, caratterizzato dai discorsi su uno spazio interno del corpo umano — il sistema immunitario –, Harway diffrange le narrative del corpo biomedico. Come già era avvenuto in Manifesto Cyborg, ciò che interessa Haraway è capire come funzionano le narrative del normale e del patologico quando il corpo biologico e medico viene simbolizzato e operato in quanto testo codificato, organizzato e costruito alla stregua di un sistema di comunicazione, ordinato da un network fluido e diffuso che funge da comando-controllo-intelligenza (Haraway [1985]1995: 145-146). Nella narrativa del sistema immunitario governata da semantiche della difesa e dell’invasione (Haraway [1992] 2019: 113), i conflitti sono sorti per determinare cosa può considerarsi soggetto e cosa attore (110). Di nuovo, applicando la visione diffrattiva alla soggettività (116), Haraway propone come esempio di politica semiotica di articolazione la lotta contro l’AIDS, per come agìta da ACT UP, ovvero praticata come simpoiesi e teoria delle reti, piuttosto che come logica della guerra (119-122).

    Il quadrante finale, il non-A, ovvero lo spazio virtuale alla fine del viaggio, la SF, è caratterizzato da una figura-guida, Lisa Foo, personaggio di un racconto di fantascienza di John Valery. Nella riscrittura proposta da Haraway, la questione dell’articolazione assume le sembianze del potere di produrre connessioni proprio dello spazio virtuale, nonostante esista il rischio che queste producano un’incapacità di agire nel mondo reale. Haraway ci mostra allora come il narrare nuovamente la figura di Lisa Foo, ovvero rilevare come il personaggio poteva muoversi altrimenti nella storia, serva a “smantellare le logiche di chiusura della nefasta misoginia razzista” (130). Il saggio si chiude con l’immagine di un dipinto di Lynn Randolph del 1989, Cyborg, usato anche dalle edizioni Feltrinelli per la prima pubblicazione italiana di Manifesto Cyborg, come possibile narrazione di un’alterità inappropriata/bile: “Una tale cyborg non ha struttura aristotelica. Non è la dialettica servo-pardone a risolvere i conflitti tra risorsa e prodotto, passione e azione. L(u)ei non è utopica né immaginaria; l(u)ei è virtuale. Generata, insieme ad altre/i cyborg, dal collasso reciproco di tecnico/organico/mitico/testuale/politico, viene costituita dentro e fuori ogni figura da articolazioni di differenze critiche” (135). Di conseguenza la teoria “modesta” di Haraway ha lo scopo di mostrare i mutamenti di metafore e confini posti alla base di una sapere e una politica della speranza per questi tempi mostruosi.

    Riprendendo il pensiero di Gloria Anzaldua, il solo piacere promesso è quello connesso alla rigenerazione possibile in zone di confine meno mortali e cancerogene.

    Dopo questa carrellata di strumentazione analitica mi ritrovo a domandarmi: per chi è stato tradotto questo testo denso e difficile di Donna Haraway? A giudicare dallo stato in cui versa il sistema universitario italiano, fortemente de-finanziato, con il turn-over bloccato, le porte della ricerca sbattute in faccia a quasi il 90% degli assegnisti di ricerca, un sistema che si regge per il 59% su lavoratori precari (VIII indagine ADI, 2018), il pensiero femminista di provenienza statunitense non è esattamente lo strumento per fare carriera in questo ambito. A fungere da ironica e paradossale conferma della marginalità del pensiero di Haraway nei dibattiti italiani, è la presenza della filosofa statunitense nella genealogia della scrittrice italiana più influente nella contemporaneità, Elena Ferrante, e al contempo meno studiata nel Belpaese.

    Piuttosto, anche conoscendo committenti della traduzione e traduttrice, mi sembra che questa pubblicazione si rivolga a quanti vivono liminalmente il mondo accademico, magari in connessione con i molteplici focolai di lotta, o con gli ambiti artistici più innovativi, oltre alle tante che si interessano, per diversi motivi, al pensiero femminista. Forse anche per questo motivo mi sento tuttavia libera di proporre un piccolo esperimento, sia per mettere a verifica gli strumenti proposti da Haraway con una lotta di cui ho potuto fare esperienza diretta, sia per interrogarmi su come, sempre grazie agli strumenti che rintracciamo in questo testo, sia possibile vedere con altri occhi le pratiche di coinvolgimento e responsabilità che esulano dai vari centri nevralgici delle lotte che di volta in volta emergono, utile a delineare un’ipotesi di nostrana politica di articolazione piuttosto che quella di rappresentazione, e facendo tuttavia leva sul potere della narrazione.

    Prendo quindi spunto dalla lotta del Teatro Valle Occupato di Roma, nata nel 2011 grazie a un gruppo di lavoratori dello spettacolo e alcune attiviste del movimento studentesco, per protestare contro i tagli alla cultura e al depauperamento, materiale e simbolico, di chi opera all’interno di questo settore. La lotta del Teatro Valle Occupato ha visto una partecipazione eterogenea, impossibile da rappresentare nella sua totalità, quindi secondo la grammatica dell’Uno, ma da cui possono emergere molti esempi di pratiche di articolazione. Anzitutto la spinta propulsiva accumulata grazie alla vittoria del referendum sull’acqua pubblica e contro il nucleare di Stato ha reso visibile la relazione vitale e postumana prodotta da un teatro; come l’acqua e come l’aria, dicevamo.

    Ma la relazione con lo spazio del teatro, il più antico di Roma, è stata una relazione soggettivante anche per via della relazione di “cura” e “affetto” stabilitasi tra luogo fisico e persone durante i tre anni di occupazione, generando una relazione tra umano e non-umano che esula dalle politiche culturali estrattive proprie del neoliberismo all’italiana, e di cui grida vendetta ora il Teatro Valle, spazio vuoto nonostante sia stato da anni istituzionalmente “riaperto”.

    Se l’occupazione è diventata famosa a livello mediatico per via dei grandi personaggi del mondo della cultura che lo hanno attraversato, da Peter Brook a Judith Malina, passando per Amitav Ghosh (solo per citarne alcuni), non meno importanti sono stati, su un altro piano, i tentativi pratici di decolonizzare quello spazio, e al contempo le nostre modalità di costruire la lotta politica, come quando il Teatro Valle diventò il luogo in cui si poterono incontrare alcune associazioni eritree, il Coordinamento Eritrea Democratica, e i parenti di molte delle vittime del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre del 2013.

    O ancora, quando il Teatro Valle Occupato ha ospitato, in sinergia con altri luoghi culturali della città di Roma e d’Italia, uno dei primi eventi di sensibilizzazione sulla terribile questione dei femminicidi (Notte rossa contro il femminicidio, 2013), in cui alcune attrici dell’occupazione hanno incarnato e reso tangibile la violenza maschile agita sul corpo delle donne. Un evento che era stato già preceduto dal Festival “Da Mieli a Queer” dedicato alla sperimentazione artistico/politica di uno dei fondatori del movimento omesessuale italiano, Mario Mieli. Dunque, senza avere l’obiettivo di rappresentare quante/i/u lottano contro la violenza sulle donne e di genere, articoliamo una narrazione che includa entrambe le modalità e posizioni politiche.

    Questo è forse allora un primo tentativo di diffrangere la narrazione tossica sul Teatro Valle Occupato, che oscilla tra la versione mainstream, in cui si racconta come azione scellerata di un gruppo di giovani okkupanti annoiati dalla vita borghese, e la versione svalutativa di quanti non hanno avuto modo di sperimentare una forma organizzativa che si è arrischiata ad agire una politica di affinità piuttosto che di identità, un compostare, come suggerisce nella postfazione di La promessa dei mostri Antonia Anna Ferrante, ricollegandosi altresì all’ultimo libro di Haraway (Haraway [2016] 2019).

    Grazie a questa applicazione dell’artefattualismo differenziale di Haraway abbiamo mosso un primo passo per vedere come, nello spazio material-semiotico del Teatro Valle Occupato, sono saltate molte dicotomie tradizionali: dalla dicotomia casa/teatro, a quella di artista/fruitore, passando per quella di cittadino/immigrato e quella di umano/non-umano. Nel momento in cui riusciamo ad abbandonare le narrative catastrofiste e svalutative, ecco dischiudersi i lati generativi e rigenerativi delle politiche di articolazione, laddove lo strumento della narrazione diventa centrale per non cancellare le differenze (elemento proprio del paradigma delle politiche di rappresentazione), e dunque dargli finalmente voce. Una danza simpoietica di molteplici modi di fare aggrovigliati con molteplici modi dire.

    Isabella Pinto, Donna Haraway e la lotta del Teatro Valle Occupato. Sull’uso politico di Le promesse dei mostri, in “IAPh-Italia”, 26/11/2019 https://www.iaphitalia.org/donna-haraway-e-la-lotta-del-teatro-valle-occupato-sulluso-politico-di-le-promesse-dei-mostri/

  • Bodymetrics. La misura dei corpi | Quaderno Tre | crisi · conflitto · alternativa

    Bodymetrics. La misura dei corpi | Quaderno Tre | crisi · conflitto · alternativa

    La crisi eco-politica degli ultimi decenni ha fatto emergere esperienze di autogoverno in diversi luoghi del Pianeta. Quali linee di crisi, e quali conflitti, sono capaci di generare un cambiamento sociale? Su quali principi alternativi si basano le numerose lotte culturali e ambientali nello scenario attuale? Facendo tesoro delle relazioni sviluppate tra il dentro e il fuori del gruppo EcoPol, il Terzo Quaderno raccoglie interventi che si interrogano sulle pratiche di sapere e la loro sostenibilità ecopolitica.

    Quaderno Tre
    crisi | conflitto | alternativa
    (a cura di EcoPol/Isabella Pinto)
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Isabella Pinto, Praticare l’autoformazione
    Mariaenrica Giannuzzi, Appartenenze femministe ed ecologia politica
    Alessia Dro, Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista
    Gea Piccardi intervista Silvia Federici, Neoliberismo, riproduzione e comunità. Un dialogo tra biografia, politica e pensiero
    Alessandra Masala intervista Donatella Saroli, Lettura diffrattiva di un’istituzione culturale. Pratiche di ricerca, curatoriali, relazioni, neomaterialismo
    Jasbir Puar, I would rather be a cyborg than a goddess
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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  • Neoliberismo, riproduzione e comunità.  Un dialogo con Silvia Federici tra biografia, politica e pensiero

    Neoliberismo, riproduzione e comunità. Un dialogo con Silvia Federici tra biografia, politica e pensiero

    di Gea Piccardi

    Ho incontrato i testi di Silvia Federici quattro anni fa. Mentre in Europa ancora erano in corso le traduzioni, in America Latina i suoi scritti stavano già passando di mano in mano, di assemblea in assemblea, tra collettivi di donne e misti. È stata una compagna italiana, parte del progetto di Universidad de La Tierra a Oaxaca (Messico), a mostrarmi per la prima volta il libro tradotto in spagnolo come Caliban y la bruja. Mi disse poche parole, semplici ed efficaci. Quel libro, disse, avrebbe permesso di ripensare la nascita  dell’economia mondo capitalistica e degli Stati Nazione come un fenomeno di colonizzazione interna allo stesso territorio europeo, avvenuta sui corpi delle donne, terreno strategico di sfruttamento e appropriazione. Pochi mesi dopo, a Buones Aires, un’altra compagna mi raccontò che quell’anno, nella loro assemblea presso una villa di periferia, avevano letto e studiato insieme Caliban y la bruja, trovandovi strumenti fondamentali per l’elaborazione di un’azione politica femminista e postcoloniale.

    Da allora, con alcune compagne, amiche e ricercatrici abbiamo cominciato a lavorare, qui in Italia, sui testi di Federici. Uno dei termini su cui ci siamo maggiormente imbattute è quello di «riproduzione», concetto che Federici comincia ad indagare con il collettivo padovano di  Lotta Femminista dentro alle lotte delle donne negli anni Settanta. La loro analisi sul lavoro domestico e riproduttivo all’interno delle società capitalistiche occidentali ha permesso alla parola «riproduzione» di indicare via via molteplici campi semantici non riducibili al solo linguaggio della biologia o al concetto marxiano di «riproduzione sociale». Ha permesso di spostare l’attenzione teorica e politica dalla relazione capitale-lavoro centrata sullo sfruttamento del salariato, alle condizioni di possibilità di quella stessa relazione che risiedono altrove, in quello spazio – fino ad allora senza tempo e senza storia – della casa, del privato e delle reazioni sessuali, per indagarne le grammatiche specifiche. Finalmente oggi, anche in Italia, siamo in grado di poter ricostruire i passaggi della ricerca di Silvia Federici, grazie a un lavoro di traduzione e diffusione dei suoi testi avvenuto negli ultimi tre anni.  È infatti di recente pubblicazione  l’ultimo libro di Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, curato da Mimesis. L’impegno di compagne e compagni in diverse città ci ha offerto la possibilità, qualche settimana fa, d’incontrare l’autrice in Italia, nelle università e negli spazi sociali.

    Con Calibano e la strega Federici prosegue con approccio storico e genealogico l’analisi critica sul lavoro riproduttivo contenuta nei saggi de Il punto zero della rivoluzione. Quali sono le origini della separazione tra produzione e riproduzione? Tra un maschile e un femminile che si riflettono in organizzazioni gerarchiche e oppressive di facoltà e attività umane? A partire da questi interrogativi, l’autrice mostra i nessi storici esistenti tra le esigenze dell’accumulazione originaria nel «passaggio al capitalismo», la nascita degli apparati di sapere e di potere su cui si sono costituiti gli Stati moderni,  e l’organizzazione, attraverso la caccia alle streghe, del «nuovo ordine patriarcale» occidentale. Qui Federici propone con scientificità la storia della modernità occidentale ma da un’angolazione prospettica che si radica nelle urgenze di libertà del presente, senza cadere nelle gabbie dei pensieri totalizzanti. È proprio questa direzione di sguardo, carica di etica e di politica, che conduce a un pensiero complesso e aperto come quello che il suo libro ci regala. Un metodo d’analisi (ispirato ai lavori di Marx, Foucault e al pensiero femminista) che inchiesta il sociale, attuale e passato, mostrando le contemporaneità.

    L’ideazione del libro, scrive nell’introduzione, nasce dalla sua permanenza in Nigeria durante gli anni Novanta, periodo di attivazione – in tutta l’Africa e nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo –  dei «programmi di aggiustamento strutturale» imposti dall’FMI e dalla Banca Mondiale, che hanno coinciso con l’indebitamento, nuovi processi di espropriazione delle terre comuni, tagli alle spese sociali e ondate repressive e di violenza.

    Da una parte, quindi, sono gli attuali fenomeni di naturalizzazione, espropriazione e attacco alla riproduzione, a livello globale, che illuminano la sua storia della caccia alle streghe nella fase di transizione al capitalismo. E dall’altra, è  lo studio dei processi di violenta riorganizzazione del lavoro delle donne nella prima età moderna che permette di comprendere l’attualità neoliberista in cui il paesaggio riproduttivo – quello spazio da sempre rimosso dall’economia politica moderna e dalla critica marxista, abitato da corpi di donne che continuamente garantiscono le condizioni affettive, materiali e di cura di qualsiasi comunità –  vive una fase di tremenda crisi che colpisce le vite delle singole, dei singoli, e della società tutta. Fuori da una lettura storicistica e progressista della storia Federici ritiene, dunque, che lo scenario della cosiddetta «accumulazione originaria» non si sia dato una volta per tutte, ma, al contrario, persista nel nostro presente sebbene con attrici/attori e in contesti differenti, coloniali e neocoloniali. E che ridisegni, non senza conflitto, le condizioni sociali di estrazione di profitto economico.

    Tuttavia, di fronte ai segni della crisi, Federici trova esempi concreti di apertura e d’immaginazione radicale nelle esperienze di lotta di donne che oggi, in tutto il mondo, resistono alle logiche dell’economia capitalistica e ai «nuovi modelli di patriarcato». Da queste prende piede la sua riflessione sui commons o sulla pratica del commoning, intesa nel senso di «fare comunità», ricreare, cioè, un tessuto di relazioni di reciprocità che investano la materialità delle vite e le condizioni comuni di sussistenza e di benessere. L’esistenza di comunità autonome e resistenti sparse per il globo e radicate nelle pratiche di autodeterminazione delle donne, le permette di rintracciare nuovi profili possibili della prassi politica oggi; una prassi che indica altri tempi e spazi dell’azione e del pensiero, nuovi e differenti strumenti teorico-pratici di comprensione del mondo e di consapevolezza del proprio potenziale storico. È nel nesso tra crisi della riproduzione e pratiche di commoning che Federici rintraccia nuove priorità etico-politiche, non più legate alle grammatiche del potere maschile novecentesco e al modello di militanza da questo ereditato, ma aperte a nuovi orizzonti di senso.

    L’intervista cerca di sciogliere questi nodi teorici, passando per la biografia dell’autrice e cercandovi i momenti sorgivi, quelli in cui incontri virtuosi con persone, luoghi o movimenti sociali hanno modificato e approfondito la sua ricerca. Quello che Federici propone a tutte e tutti noi, nel dipanarsi delle sue risposte, nella franchezza del linguaggio e nell’apertura dialogica del suo pensiero, è di affrontare la fatica immaginativa che richiede qualsiasi desiderio di cambiamento. Non c’è nulla di immediato e di automatico, ciascun gesto per esser libero richiede una grande attenzione, direi di weiliana memoria. Silvia Federici parla di «altri modi di fare politica» per ritrovare, in essa, un momento di soddisfazione di vita e di resistenza sociale forte.

     

    Grazie alla traduzione del tuo libro Il punto zero della rivoluzione anche in Italia abbiamo potuto conoscere la complessità politica e teorica del tuo percorso militante e del tuo pensiero: da Lotta Femminista e il movimento internazionale per il Salario al Lavoro Domestico, alle battaglie delle donne per la terra, in Nigeria, durante i programmi di aggiustamento strutturale negli anni Novanta. Ti chiederei di ripercorrere il tuo cammino esperienziale e di pensiero, mettendo a fuoco in particolare i tuoi viaggi fuori dall’Italia: cosa ti ha mosso a partire e quali relazioni hai mantenuto negli anni? Qual è stato il rapporto tra la tua ricerca e i singoli luoghi e soggetti che hai incontrato?

    Io vengo da Parma. Nel ‘67 sono andata a studiare negli Stati Uniti e lì mi sono fermata. Il mio incontro con il movimento femminista è avvenuto nel ‘71. Durante quell’anno ho incontrato, a New York, due compagni di Roma che venivano da Potere Operaio. Si erano trasferiti negli Stati Uniti e progettavano un libro sulla nuova sinistra, sull’operaismo e sull’esperienza della classe. Così abbiamo iniziato a tradurre. Io non ne sapevo veramente nulla perché quando tornavo in Italia stavo a Parma che era un luogo chiuso e con una forte egemonia del PCi, in cui forse qualcosa si muoveva nel ’69, ma molto poco. E non sapevo di questi grossi cambiamenti politici, dell’operaismo; conobbi Tronti negli Stati Uniti grazie ai compagni italiani. E, insomma, fu leggendo e traducendo i documenti che nel ‘71 trovai lo scritto di Mariarosa Dalla Costa[1] che mi colpì molto. Così, quando sono arrivata in Italia nella primavera-estate del ‘72 sono andata a Padova e lì è cominciata la mia storia con il movimento per salario al lavoro domestico – specificamente dall’incontro internazionale di Padova che ha portato alla formazione del Collettivo Femminista Internazionale, composto da varie donne ciascuna delle quali si impegnava a costruire iniziative sui salari nei posti in cui abitava. Così ho fatto io quando sono tornata negli Stati Uniti e dal ’73 al ‘77 ho fatto parte di questa organizzazione. Furono anni in cui tenni un rapporto stretto con le femministe italiane, soprattutto con il ramo padovano ed emiliano. E dato che New York era un grande porto, con tanta gente che andava e veniva dall’Italia, conobbi anche compagne dei Volsci e di altri collettivi italiani. Avevo certamente un’idea di quello che succedeva fuori dal movimento femminista, però, dal ‘72 in poi, quella diventò la mia casa.

    All’inizio degli anni ‘80 la svolta neoliberista colpì a livello internazionale, ma negli usa iniziò prima. New York nel ‘75 aveva praticamente dichiarato banca rotta, episodio a cui seguì una violentissima ondata di repressione. In questo momento è cominciato quel processo, poi usato contro tutto il mondo, di tagli alla spesa sociale, di riapertura dei contratti dei lavoratori pubblici. Una commissione venuta da Albany, la capitale dello stato di New York, organizzò interventi molto pesanti: burocrati statali si mettevano nelle cabine telefoniche per vedere se i lavoratori timbravano all’ora giusta o mangiavano ore allo Stato, e molto altro.

    Quindi stava cominciando, nella seconda metà degli anni ’70, quel processo che poi ha portato al neoliberismo e al reaganismo. E già agli inizi degli anni ‘80 si percepiva una stretta così forte che rendeva difficile qualsiasi azione politica. Mi prese un forte desiderio di fuga, volevo andare fuori dagli Stati Uniti e conoscere altre realtà. Fu così che andai in Nigeria, dove trascorsi un lungo periodo che ha segnato una svolta fondamentale nella mia vita. Qui sono entrata in contatto con tante storie. La storia del colonialismo si è concretizzata; ho toccato con mano i suoi effetti, recuperato pezzi attraverso le narrazioni della gente, imparando cose che non si possono studiare sui libri. Poi abbiamo assistito alle nuove politiche dette di “aggiustamento strutturale”, cose che in Europa e negli Stati Uniti sarebbero accadute sei anni dopo. Politiche che hanno visto il massiccio intervento del Fondo Monetario Internazionale e l’inizio della crisi del debito. Tutto questo nuovo apparato rappresentava il nuovo Stato mondiale in azione, la Banca Mondiale ecc. In Nigeria, tra l’83 e l’85, ci fu un dibattito importante su cosa voleva dire prendere un prestito dalla Banca Mondiale. Da subito si oppose una forte resistenza perché era chiaro che il prezzo da pagare sarebbe consistito in processi di ricolonizzazione, che spostavano di nuovo tutta la produzione e l’investimento del paese a vantaggio dell’export e che veniva scambiato con tagli sulle sovvenzioni sociali e sulla politica del lavoro.

    In questo contesto presi contatto con due realtà che hanno influenzato tutto il mio lavoro a venire. La prima riguarda la questione della terra, questione centrale in tutta l’Africa e che ci parla del nostro presente, non del passato remoto. Oggi dico, e non provocatoriamente, che quella della terra è una delle lotte più importanti che esiste sul pianeta. Se perdiamo il controllo e la possibilità di usare la terra come sostentamento, in futuro sarà molto difficile. È lo stesso discorso che facevamo, negli anni Settanta, rispetto alla riproduzione e al salario: se non lottiamo sul terreno della riproduzione perdiamo su qualsiasi altro terreno. Se non cambiamo i rapporti di potere su quel livello, dopo sarà difficile ottenere un rapporto favorevole in qualsiasi lavoro, nel lavoro extradomestico, nel secondo lavoro, e in qualsiasi ambito sociale. Lo stesso vale per la terra:  terra vuol dire acqua, terreni, foreste, semi, vuole dire possibilità di controllare la produzione del cibo, di non mangiare cose che ci avvelenano. Se si perde questa battaglia perché l’agricoltura di sussistenza viene distrutta e le terre privatizzate, si perde un enorme piano di benessere e di potere. E oggi, in tutto il mondo, è in corso una lotta disperata, in Africa, America Latina e altrove, ed è una lotta in cu le donne sono protagoniste.

    E poi “terra” ha voluto dire “comune”: in Africa ancora negli anni ‘80 esistevano rapporti comunitari, regimi che sono stati attraversati da anni di colonizzazione, quindi inquinati e distorti, ma tuttavia esistenti e intrisi di una cultura diversa che senti in tante cose. Lì il discorso del comune era tangibile. Tutto questo l’ho conosciuto nel momento in cui erano sotto l’attacco delle privatizzazioni. Anche se va ricordato che l’Africa è stato il paese che ha resistito di più al processo di privatizzazione delle terre, tanto che ancora nel 1995 erano riusciti a privatizzare solo l’1%, pochissime aree avevano accettato il pano della Banca Mondiale che voleva trasformare i regimi comunitari in regimi di solvenza e dare la terra a titolo individuale. Nel ‘95 alcune comunità  Masai non avevano ben chiaro a cosa andava incontro e, nonostante avessero accettato il titolo, continuavano con la gestione comunitaria precedente. Così dal ’95, con Wolfson, hanno organizzato un attacco molto più forte ma molto più soft e camuffato, che ha avuto efficacia differente, ma questo è tutto un discorso che se vorremo potremo approfondire più tardi.

    Collaborai, inoltre, con le compagne della prima organizzazione femminista in Africa, che ora non esiste più, e che si chiamava WEN (Women Of Nigeria). Poi ho stretto legami forti con gli studenti, perché insegnavo all’Università, luogo in cui abbiamo vissuto direttamente i tagli alla spesa pubblica.  Mi legai molto alle lotte studentesche e infatti quando ritornai negli Stati Uniti, assieme ad altri compagni – soprattutto africani che migravano per fuggire dalla situazione lavorativa insostenibile – abbiamo messo in piedi un’organizzazione che si chiama CAFA (Committee for academic freedom in Africa). Abbiamo usato il concetto molto reazionario di “libertà accademica” in forma provocatoria per riprenderne l’uso che studenti e insegnanti ne facevano nelle lotte studentesche. Qui libertà accademica significava libertà di studiare. Abbiamo lavorato con il CAFA fino al 2003 e insieme abbiamo pubblicato un libro come selezione degli articoli scritti nel bollettino organizzato assieme agli studenti. Sebbene lontani, eravamo in continuo contatto con organizzazioni studentesche e d’insegnanti che lottavano contro la privatizzazione. Poi nel 2003 abbiamo deciso di terminare l’esperienza del CAFA perché le relazioni sia con singoli che con organizzazioni cominciavano a sfaldarsi. Mancava un rapporto diretto, non eravamo più sicuri di quello che dicevamo e quindi abbiamo deciso di interrompere.

    Un’altra ricerca cominciata in Africa è stata la documentazione sui nuovi regimi repressivi. E da questa ricerca capii come la globalizzazione e l’aggiustamento strutturale intensifichino l’uso della pena di morte in funzione repressiva. Man mano che l’austerità aumentava, aumentavano i furti e, per esempio, chi si appropriava di una cassa di birre tenendo in mano un machete finiva giustiziato. Scrivemmo molto su questo pure negli Stati Uniti.

    Ebbene, questa è stata l’esperienza africana che ha lasciato molto dietro di sé. Una svolta teorico politica ma anche di pratiche che poi abbiamo continuato a tenere attive negli anni, legate ai movimenti.

    Tornando negli Stati Uniti ho iniziato a insegnare in un’Università a un’ora da New York, a Long Island, collocata dentro una comunità, Hempstead, dove negli anni ‘80 cominciò a crearsi una grossa comunità di migranti che scappavano dal Salvador. Da questo momento mi interessai sempre di più ai Caraibi, all’America Centrale e all’America Latina. E’ stato l’incontro con le comunità migranti – che, in quegli anni, si riempivano sempre di più a causa degli attacchi al Nicaragua e al Salvador, della guerra a bassa intensità, del reaganismo – che mi ha avvicinata a quei territori. Con molti colleghi cercammo di stabilire contatti con le organizzazioni migranti e poi nel ‘94 cominciammo un percorso interessante. Quando Stati Uniti e Messico hanno firmato il NAFTA (North American Free Trade Agreement), evento da cui nacque una forte mobilizzazione critica, abbiamo deciso anche noi di fare la nostra parte, e abbiamo cominciato a pensare, con un’altra compagna, di portare studenti in Messico. Nelle vacanze di Natale inventammo un corso che si chiamava “Oltre confine” per spiegare agli studenti cos’era il NAFTA e quali effetti devastanti avrebbe avuto sulle popolazioni messicane. Volevamo cogliere anche l’occasione per introdurre gli studenti alla storia del Messico. Noi stesse, la mia collega ed io, studiavamo il sabato la lezione e la domenica gliela raccontavamo. Ebbene, senza saperlo, siamo capitate in un periodo cruciale. Il primo viaggio è stato con 13 studenti, da New York, il 1 gennaio del 1994. All’aeroporto una madre mi si avvicinò  dicendo: “professoressa ho sentito stamattina alla radio che dei terroristi hanno preso una città del Messico!”. Io le dissi, ma cosa dice! Poi arrivammo a Messico City e venimmo a conoscenza dell’insurrezione zapatista. I nostri studenti, che erano tutti più o meno reazionari, tornarono con la maglietta “chiapas rebelde”. E lì è cominciata una nuova avventura. Dopo quella volta tronammo molte altre senza però poter ancora entrare nelle aree zapatiste, perché c’era la guerra.

    Ne approfitto allora per chiederti di più della tua esperienza politica con il Chiapas. So che da molti anni sei in relazione con lo zapatismo, attenta ad osservare e ad ascoltare quella realtà. Tanto che a maggio dell’anno scorso (2015) sei stata invitata dall’EZLN a partecipare al grande incontro, presso il CIDECI-UniTierra di San Cristobal de Las Casas, intitolato Il pensiero critico di fronte all’Idra capitalista, che ha visto centinaia di pensatori e pensatrici da tutto il mondo prendere parola e portare il loro contributo.

    Al convegno purtroppo non ho potuto partecipare personalmente perché ero in Argentina, ho solamente mandato lo scritto. Beh, quella zapatista è un’esperienza importantissima. Non si tratta di qualcosa di perfetto, ma indica una direzione enorme a livello politico ed è unica al mondo per tanti aspetti. Sono stati capaci di creare una società che conta più di duecentomila persone scaglionate su un’area molto vasta. Tutte le comunità zapatiste vivono all’ottanta per cento sulla sussistenza, fuori da rapporti commerciali. Quel venti per cento restante sono prodotti che vendono, come il caffè, perché ovviamente ci sono varie cose che ancora non riescono ad auto-produrre. Hanno delle banche ma completamente diverse, che danno prestiti senza interessi. Insomma, è un mondo che si sta dirigendo verso una società fuori dal denaro in modo molto consapevole. Un mondo che, contrariamente all’immaginario che prevale, invece di chiudersi è continuamente e periodicamente aperto. La loro politica internazionalista è qualcosa di unico che non credo abbia un analogo oggi nel resto del mondo. Gli zapatisti sono come una fisarmonica: ci sono periodi in cui si aprono, periodi in cui si ritirano, poi riflettono, portano i remi in barca, capiscono cos’è stato e cosa non è stato, vantaggi, svantaggi. Questo è per loro un momento di ritiro, successivo all’Escuelita Zapatista[2] che è stato un esperimento epocale, che ha visto partecipare migliaia di persone da tutto il mondo. Io purtroppo non sono riuscita a partecipare; come sempre mi sono scappati i tempi. Però ho avuto modo di confrontarmi con molte persone, tra cui il mio compagno, che hanno partecipato, e tutti ne erano entusiasti. La maggior parte di loro, i più anziani, li hanno mandati al Caracol di Morelia, dove son stata nell’ultimo viaggio che ho fatto in Messico tra novembre e dicembre 2016. L’occasione era l’invito al convegno, presso l’Università di Puebla, sulla Comunalidad, a cui hanno partecipato cari amici e amiche come Raul Zibechi e Mina Navarro (che ha scritto un libro molto bello che s’intitola La lucha por los bienes comunes, che consiglio assolutamente di leggere) e poi Raul Tapia dalla Bolivia, Rachel Gutierrez che invece ha scritto un libro fondamentale El ritmo del Pachacuti.

    Tornata negli Stati Uniti negli anni ‘80 ho iniziato ad impegnarmi in questo collettivo misto che si chiama Midnight Notes che riprendeva tanti temi dai femminismi, dall’operaismo, questioni incontrate in Africa e poste dai movimenti postcoloniali. Abbiamo scritto collettivamente un testo, molto ripreso, intitolato Le nuove enclosures. La proposta d’analisi era quella di pensare il presente come un nuovo momento di accumulazione originaria.

    La vostra proposta politica femminista, durante gli anni Settanta, era quella di rivendicare un salario per il lavoro domestico così da far uscire quell’immensa mole di lavoro allo scoperto, mostrando che c’è del valore, economico, che le donne producono e che è condizione indispensabile ma nascosta del funzionamento della produzione capitalistica. Una rivendicazione indispensabile per la liberazione e l’autodeterminazione delle donne. Era un’epoca in cui, almeno nei paesi occidentali, la linea del valore/non valore del lavoro seguiva e produceva i confini del pubblico e del privato, della casa e del luogo del lavoro, del ruolo femminile e del ruolo maschile. Oggi è tutto molto diverso, a livello tanto locale come globale. Come analizzi la trasformazione in atto? Che posto occupa il lavoro riproduttivo (valorizzato o meno) nelle economie capitaliste, neoliberiste e finanziarie? Ha ancora una connotazione marcatamente “femminile”? E’ ancora associabile al “domestico” o ha a che fare con altri tempi e spazi di vita?

    Io sono molto scettica sulle teorie negriane per cui ormai il processo di riproduzione avverrebbe trasversalmente a tutte le mansioni. Per un certo verso anche noi femministe avevamo teorizzato questo: 24 ore su 24 ci riproduciamo per il capitale e quindi lottiamo perché il capitale ci mangia tutta la vita. Oggi bisogna certamente studiare come sono cambiate le modalità della riproduzione, e tuttavia, nel farlo, non si può eludere il fatto che la gran parte di questo lavoro è ancora non pagato e portato avanti dalle donne. Come dicevo, le modalità sono cambiate: nel modello precedente il processo di riproduzione della forza lavoro avveniva dentro a un servizio prestato dalle donne al lavoratore salariato e quindi aveva una gestione e un’organizzazione individuale caratterizzata dalla famiglia nucleare, dal contratto matrimoniale, nello scambio uno a uno tra donna e uomo. Oggi invece sempre di più si osserva che la riproduzione della forza lavoro avviene con modalità collettive. La donna non riproduce solamente l’individuo ma la collettività degli uomini e delle donne. Sempre più lo smantellamento del salario maschile e la ristrutturazione del sistema produttivo hanno creato queste forme nuove di lavoro riproduttivo. Nuove e diverse: dal doppio lavoro delle donne, all’ampliarsi del lavoro riproduttivo commercializzato con il trasferimento del lavoro a donne immigrate. Molte donne, e parlo ora a livello globale –  ciascuno di questi processi ha una consistenza più o meno grande in ciascuna area – non fanno quasi più lavoro riproduttivo in casa ma fuori, portando banchetti di cose che hanno prodotto, snack che vendono collettivamente nella strada, e questo in risposta all’austerità da una parte e alla crisi del salario maschile dall’altra. Qui, per strada, curano i figli, si creano nuove solidarietà, nascono dinamiche di appoggio e di scambio con altre donne. E di resistenza, se si pensa alla capacità di risposta che hanno quando arriva la polizia, rompe i banchetti e si porta via le merci. Quindi c’è stata una trasformazione che ha incrementato quella parte di lavoro di riproduzione extradomestica che si compie fuori, nei negozi oppure nella strada attraverso questo commercio spicciolo, diretto, che è fondamentalmente finalizzato alla sussistenza.

    Si tratta di un cambiamento che ha avuto risvolti significativi e ha portato a terreni di lotta nuovi. Oggi esistono movimenti di donne lavoratrici domestiche soprattutto migranti e di colore in tutto il mondo, in Europa, Stati Uniti e Medio Oriente, che vengono da paesi in cui è passato il vento della guerra e dell’aggiustamento strutturale. Cambiamenti che hanno creato nuove dinamiche, nuove soggettività e nuove contraddizioni tra le donne, perché sono in genere le donne bianche, europee o statunitensi, che assumono donne migranti. Area di contraddizione tanto quanto di potenzialità, rispetto alla possibilità di lavorare in comune. Quindi oggi esistono importanti movimenti di donne che stanno facendo nuovamente un discorso sul lavoro domestico, sulla sua valorizzazione, proponendo una visione diversa della maternità per cui essere bravi madri non significa solo stare in loco, ma anche partire e lavorare per mandare i soldi a casa. La maternità si può vivere in tanti modi, ci dicono. In questo senso assistiamo a nuove forme di soggettività. Queste donne migranti hanno un’esperienza internazionale, hanno imparato a lottare con le autorità locali, le migrazioni, le polizie. Anche solo limitandoci a questo quadro si apre tutta una serie di quesiti, possibilità, ma soprattutto alleanza tra le donne che fanno lavoro domestico sottopagato-ricattato e lavoratrici/lavoratori di tutto l’arco del lavoro non pagato. Questa, secondo me, potrebbe essere un’importante via da percorrere per trovare terreni comuni di lotta.

    E poi, d’altra parte, si è ampliato il lavoro del sesso, assumendo moltissime nuove forme. Assistiamo a una globalizzazione del lavoro sessuale andata di pari passo con la globalizzazione del lavoro di cura. E insieme è nata tutta l’area del lavoro sessuale online.

    A partire da queste nuove forme si è voluto credere che oggi non si possa più parlare di riproduzione, di lavoro di donne, e che quindi quello che si diceva negli anni ‘70 non conta più. Io, al contrario, credo che oggi, quello che ci differenzia dagli anni ‘70, è che stiamo affrontando una crisi sul terreno della riproduzione enorme e multidimensionale: crisi delle donne che fanno lavoro non pagato a casa e mal pagato fuori, e con orari impossibili, contraddizioni tra donne che fanno lavoro riproduttivo per altre donne, e poi, a livello proletario, scomparsa e smantellamento di moltissimo lavoro di riproduzione che un tempo veniva fatto in casa. Allo spostamento di tanto lavoro femminile fuori dalla casa non ha corrisposto un aumento dei servizi, anzi il contrario: nel momento in cui le donne sono uscite di casa per fare lavori extradomestici, lo Stato ha effettivamente tagliato quel poco di sussidi alla riproduzione. Assistiamo a un quadro di crisi immensa, di grossa riduzione del lavoro riproduttivo, di attacco alle sue possibilità, e di cambiamenti nel rapporto che le donne hanno con questo lavoro che producono conseguenze nelle lotte e nella solidarietà tra le donne stesse. L’altra realtà drammatica salta agli occhi quando si guarda alla situazione dei bambini e degli anziani, dei malati e in generale delle persone non autosufficienti: bambini che tornano da scuola a 5, 6 anni con la chiave al collo, vecchi che vivono in condizioni di solitudine e mancanza di capacità di riproduzione enorme. La riduzione del lavoro di riproduzione si riflette nella salute, nella crescita personale, nei fenomeni di obesità, si riflette nella disgregazione e nella crisi dei rapporti affettivi. Oggi non c’è tempo per l’affettività. E questa è una problematica enorme da affrontare con urgenza.

    A partire dalle tue esperienze e dai tuoi incontri con organizzazioni dal basso di donne e non solo in America Latina o in Africa: che tipo relazione intercorre tra ruolo del lavoro riproduttivo e formulazione di progetti politici? Da quello che racconti, e che molte e molti di noi hanno sperimentato in quei paesi, non si tratta di lotte esclusivamente rivendicative (per una giustizia redistributiva della ricchezza sociale), anzi talvolta per niente, ma tutt’al più di autorganizzazioni dal basso a cui tu e tutta una serie di pensatori e pensatrici date il nome di «commons». Ebbene, che relazione c’è tra la riproduzione, come spazio sempre più vulnerabile delle vite, e la politica dei commons? E poi, se non è più redistributiva, a che tipo di giustizia pensi – e a che esperienze concrete di lotta, nel presente e nella storia passata guardi – quando fai leva sulla politica dei commons?

    La politica dei commons è dettata dal fatto che milioni di persone, soprattutto donne, non vedono nessuna possibilità che lo Stato possa rispondere alle loro aspettative. L’unica possibilità di riproduzione e di costruzione del futuro diventa il lavoro collettivo. Io la chiamo organizzazione collettiva della riproduzione. Questo fenomeno si sta allargando a macchia d’olio in Africa e in America Latina nelle favelas, o nelle villas argentine. Di questo parla molto anche Raul Zibechi, mostrando che in gran parte i soggetti centrali sono le donne. Già a partire dagli anni ‘70, prima in Cile, in risposta all’austerità, poi in Argentina tra il 2000 e il 2002, quando l’economia monetaria è saltata, e in Perù, sono state le donne a farsi avanti e ad essere state capaci di garantire la riproduzione, sia a livello politico contro le repressioni sia a livello economico contro l’austerity, inventando nuove forme di cooperazione e di collettivizzazione del lavoro, a cominciare dai comedores populares [mense popolari, ndc], trovando una nuova fiducia per superare la paralisi e il terrore di quegli anni. Nuove forme di resistenza che sono state veicolo per scambiare informazioni, conoscenze, per congiungere tra loro pezzi di quartieri che l’esercito cercava di frammentare. Qui le donne hanno Zibechi parla di questi fenomeni nel libro Territori in resistenza: in un capitolo sul Perù spiega che a Lima, negli anni ’90, c’erano 7000 comitati quasi tutti composti da donne, che rappresentavano iniziative di riproduzione collettiva dal basso. Qui le donne si univano per garantire un bicchiere di latte per i bambini, con il comedor popular, o il merendero, oppure organizzavano giardini e orti urbani collettivi. In Villa Retiro a Buenos Aires ho conosciuto donne che hanno costruito la Casa delle donne, hanno organizzato strutture sanitarie di primo uso, riscoprendo conoscenze mediche tradizionali. Usano il teatro in modo politico per porre e discutere di problemi quotidiani. Mi riferisco al Teatro dell’Oppresso in cui si mette in scena un problema politico e si agisce su questo problema in modo che il pubblico diventi attore. In questa riorganizzazione collettiva si ricreano comunità, forte coesione e capacità di resistenza. Per esempio a Buenos Aires esiste una villa[3], Villa Retiro, che è abbastanza in centro, vicino alla stazione centrale degli autobus e ai grattacieli. Il governo della città, terrorizzato che le costruzioni della villa si espandessero oltre i confini e verso i quartieri ricchi, ha fatto erigere un muro. Ebbene le donne ne hanno subito spaccato una parte, dicendo “a noi non ci chiude dentro nessuno!”.

    Queste donne dimostrano che il terreno della riproduzione è terreno di trasformazione, contrariamente a quanto tutta una cultura di sinistra ci ha sempre detto, ossia che il potere non è nella comunità e che le donne lo conquistano solo andando in fabbrica e unendosi alla lotta di classe come forma di supporto. La comunità, invece, è un campo autonomo di lotte, e per la comunità la riproduzione è stata  terreno di ricomposizione e di creazione di una base di resistenza. Nelle villas argentine se entri nei comedores, vedi 10-15 donne con la lista dei turni, secondo un principio totalmente rotativo. Organizzano così una marea di attività, a tanti livelli differenti, e anche all’interno di fronti popolari ampi.

    E tuttavia queste iniziative non si limitano all’America Latina, ma si stanno espandendo. Per esempio negli Stati Uniti  sono le donne nere immigrate dal sud, dai Carabi, dall’America Latina che hanno introdotto la pratica degli orti popolari. Stanno nascendo anche altre pratiche, come le banche del tempo: esperimenti popolari, sorti nell’interland, ma anche tra le classi medie. La gente incomincia a scoprire che è importante attivare relazioni senza passare per il mercato e che questi scambi disegnano reti di amicizie, conoscenze, rompendo la solitudine e l’isolamento. Perché il problema centrale è proprio il livello di disgregazione che il neoliberalismo ha imposto. Non è solo la mancanza di soldi il problema, ma soprattutto che le reti di contro potere (come il contro potere delle comunità operaie), nate sulla base di strutture economiche e da anni e anni di lotte, sono state disintegrate con la gentrificazione, la ristrutturazione immobiliare e quella economica. Ricostituire queste comunità, o comunità nuove, diverse è diventato un obiettivo centrale ed è possibile rompendo l’isolamento che ha da sempre caratterizzato il processo riproduttivo.

    Legato intrinsecamente a questo piano, c’è quello della creazione, a partire dalla socializzazione della riproduzione, di basi di resistenza. Basi da cui poi improntare lotte di riappropriazione della ricchezza sociale. Perché non si può cambiare in modo qualitativamente importante e significativo le nostre vite senza avere la ricchezza, che lo Stato detiene e monopolizza, a nostra disposizione. In America Latina, per esempio, queste basi non permettono allo Stato di organizzare il quartiere e parallelamente lottano per poter attaccare la luce elettrica senza pagarla o pagare a prezzi esigui. Come accadeva nei movimenti dell’autoriduzione che esistevano, in Italia negli anni Settanta, perché il tessuto comunitario, composto da comitati di quartiere, era molto forte. Quando l’organizzazione di quartiere è saltata sono saltate le comunità dell’autoriduzione. Nelle villas argentine lottano per avere provviste alimentari o materiali per costruire le case mostrando capacità e volontà di riappropriazione, contrarie al discorso liberale per il quale non si fanno rivendicazioni perché bisogna essere autosufficienti. Quello che si costruisce è invece l’autonomia e l’autodeterminazione nei confronti dell’organizzazione della riproduzione a livello quotidiano.

    Di fronte alla chiusura individualistica che il paradigma dominante ci consegna come condizione di sopravvivenza, risulta sempre più difficile pensare a quello che tu chiami «lo sviluppo di un interesse comune per la comunità», ossia un’idea politica che vada al di là dell’interesse particolaristico e identitario, ma che sappia tenere insieme le differenze, superare le gerarchie e le divisioni sociali. Da dove cominciare, allora, per «fare comune»? Se non esistono identità a priori che possano stabilire dei “noi” di partenza (non solo l’identità di genere, “noi donne”, né di classe o di razza, ma tutto questo intersecato), quali spazi immaginativi e di pratiche nuovi si aprono per pensare ed agire in comune? Da femminista che ha conosciuto e incontrato differenti femminismi nel mondo, che cosa pensi possano insegnarci in questo senso?

    Ci vado sempre molto cauta nel fare queste grandi critiche alle identità. Credo siano necessari dei distinguo. Molte volte si scarica nel nome dell’identità un tipo di forme di socialità e di comunanza che derivano dall’essere partecipi di modi di sfruttamento simili. È importante distinguere l’identità come progetto di chiusura in piccole isole non comunicanti (i diritti delle donne, i diritti degli indigeni, ecc) e che non vanno alla radice delle cause della sofferenza dall’identità che invece ha a che fare con il riconoscere un comune sfruttamento che può segnare la base del cambiamento. Questo è un primo punto.

    Poi, potrei risponderti con un’espressione usata dal collettivo editoriale argentino Tinta Limon. Loro parlano di “epistemologia della sofferenza”. Anche se nel neoliberismo lo sfruttamento è vissuto in modi diversi, ci sono delle grandi aree in cui ci identifichiamo, dentro cui sentiamo l’importanza di unirci per superare le crisi: dalla precarizzazione, alla riduzione degli spazi e dei servizi sociali, senza che vi siano alternative. Oggi non credo che manchino le ragioni per unirsi, bensì la fiducia che il modo in cui ci uniamo possa essere efficace e non complichi ulteriormente la nostra vita. Di ragioni per unirci ce ne sono tante, troppe. E d’altra parte, mi rendo conto, esiste una difficoltà oggettiva a pensare forme efficaci di risposta che deriva dalle cattive esperienze di partiche adottate in passato. Esperienze che hanno fatto allontanare tanta gente dalla politica. Detto ciò, l’alternativa della non attività è fatale. Il problema urgente, ripeto, sta nel ripensare ai modi di fare politica.

    E il discorso della riproduzione è fondamentale non solamente per contrastare “i piani del capitale” – come si diceva una volta – ma anche per creare forme diverse di resistenza, per pensare a cosa voglia dire oggi l’impegno militante, tante volte disincentivato proprio dal fatto che era in contraddizione con le possibilità di una riproduzione più degna e migliore. La militanza si è spesso trasformata in una forma di lavoro alienante, in sacrificio di sé. E su questo c’è veramente bisogno di un ripensamento non solo teorico ma anche pratico. Le riunioni che durano dieci ore, con gente che ha tempi di vita per cui può permettersi di parlare sempre e altre no, perché a casa hanno la madre che sta male o la baby sitter o i bambini. Questa non curanza verso le necessità della riproduzione è stata il denominatore comune di molte esperienze politiche. A cui si accompagnava l’idea della militanza come dovere e non invece come gioia, che deve ripagare subito, che deve restituire un livello di appagamento, migliorare la vita, dare più forza, proporre riunioni a cui si va con piacere. Queste non sono cose facili e ovvie da costruire, dato il contesto, ma sono obiettivi importanti. Non si capisce perché proletari disgraziati vadano alla partita di calcio spesso più volentieri che a una riunione. Questo è un terreno dove il discorso della riproduzione può diventare creativo per pensare ai nuovi modi di fare politica.

    Di fatto il “da dove si parte” mi sembra non sia definibile a livello generale. Si deve partire dalle specifiche collocazioni. Siamo parte di territori che sono attraversati da linee di crisi molto grandi. Basta guardarsi intorno per vedere quali sono le direzioni delle lotte e quali le linee d’intervento possibile. E poi chiedersi come connetterle tra loro. Ciascuna di noi è già dentro un contesto che è un contesto di crisi. E quindi si parte da qui e dal fatto che prese individualmente siamo già finite. Le lotte perse sono quelle che non sono mai state cominciate. Dalle lotte che cominci impari sempre, attraversi e capisci i territori.

    Io ho un’immagine di come mi piacerebbe che s’intervenisse nei quartieri. Penso ad assemblee di donne e uomini, a volte solo di donne, a seconda delle esigenze. Assemblee che cominciano con un “riprendiamoci la vita”. Che oggi significa costruire dal basso, pensare che non è lo Stato che ci deve organizzare la vita perché è uno Stato ormai in guerra con noi, da cui caso mai dobbiamo difenderci. Significa ripensare a come vogliamo vivere, come organizzare la casa, la salute, l’educazione. Io mi vedo queste assemblee comunitarie dove ci si riunisce non solamente nel momento della crisi più grave, ma dove ci si incontra spesso per decidere di quali strutture sanitarie abbiamo bisogno, per ragionare su quali sono i momenti di crisi in questa comunità, sul perché le donne non si uniscono, cosa ci manca in questo quartiere.

    Mia mamma è stata malata e per tre anni è stata praticamente seduta sulla poltrona senza poter camminare. E io ho passato periodi lunghissimi con mia sorella per curarla. Avevamo anche una badante che veniva per qualche ora ad aiutarci ed eravamo collegate a una cooperativa di cura che ci mandava donne, pagate in parte dal municipio, che ci aiutavano a lavarla e ad alzarla perché nessuna di noi due ne aveva la capacità e il coraggio. Mia madre aveva ossa che si potevano frantumare come niente. Nonostante tutto questo io una volta ho passato settanta giorni senza uscire di casa. L’unica uscita era per andare a comprare medicine e mia sorella si occupava della spesa. Racconto tutto questo per dire che è stata un’esperienza fondamentale in cui ho capito che, come me, c’erano migliaia di donne in Italia chiuse in casa tutto il giorno, perché non esistono servizi di sostegno. Ed è stata un’esperienza che generava un continuo di idee e di desideri su quello di cui avrei avuto bisogno. Mi immaginavo strutture a livello comunitario a cui potermi rivolgere. Abbiamo dovuto fare non solo lavoro domestico e di cura, ma  anche lavoro medico. Abbiamo dovuto imparare a curarle il decubito e le continue infezioni che le venivano stando a letto. Ho passato dei livelli di disperazione incredibile, perché non ero preparata e non avevo le forze per prendermi cura di una persona che amavo. E mi sono chiesta, perché? Dov’è il movimento femminista? Perché non ci organizziamo su questo?

    Ho passato lunghi periodi in ospedale, tutte le notti sedendo sulle sedie perché non esistono strutture ospedaliere adatte. Gli ospedali italiani si reggono sul lavoro delle donne non pagate che dormono su una sedia. Io stavo in una corsia di donne anziane, donne di un’età media di settantacinque anni, tutte cadute con il femore rotto, o la spalla, e con le flebo. Su quaranta donne c’era, di notte, una sola infermiera che ovviamente non ce la faceva a seguirle tutte.

    Allora è qui che bisogna lavorare. Qui ci servono altre strutture. La mia esperienza personale è analoga a quella che migliaia e migliaia di donne si vivono e da cui nasce una grande conoscenza dei bisogni comuni. Dovremmo fare grandi assemblee dove si parla della salute. Come la intendiamo? Quella che ci dà lo stato è funzionale solo a mandarci a lavoro il giorno dopo. Io dico che vogliono che moriamo prima, così non ci devono dare le pensioni.

    Credo che ogni militante giovane dovrebbe passare un periodo in un ospedale, possibilmente in un ospedale geriatrico. Perché è lì che finiamo spesso. Così si ridimensionerebbe il concetto di cosa vuol dire far politica. Di quali sono le cose su cui è importante lavorare.

    A proposito di quest’ultimo suggerimento – che accolgo con attenzione e curiosità e che mi sembra abbia a che fare con la necessità di esperienze d’apprendimento diffuse e trasversali –  ti chiederei che ruolo giocano, per te, la formazione e la produzione di sapere nella politica dei commons…

    La formazione è importantissima in un’epoca in cui il capitalismo ci ha veramente devastato. L’apparente ricchezza, di merci, di gadget, di vacanze, occulta come una nube il livello d’impoverimento dell’immaginario su tanti livelli. Ormai si pensa tutto in modo frammentario: l’economico, il culturale, il politico. E uno degli obiettivi della formazione dev’essere quello di ricomporre i frammenti. Si potrebbe partire, per esempio, dal terreno diciamo più immediato, necessario e prosaico, del «nutrimento», che immediatamente ci collegherebbe alla terra, alle stagioni, e a tanto altro, e per il quale sarebbe necessario un percorso di formazione politica. Perché per rispondere a questo attacco mostruoso a tutti i livelli della produzione del cibo, bisogna parlare dell’inquinamento delle terre, delle sementi ogm, dell’uso di pesticidi, della distribuzione del cibo, trasportato per chilometri e quindi fumigato, per cui alla fine mangiamo prodotti che invece di nutrirci ci uccidono. Per fare una lotta qualsiasi sul cibo è necessaria una storia culturale. Si possono scrivere libri, poesie, fantasie, si possono fare film a partire dal cibo, si può creare una storia densa di rapporti sociali, di concezioni della natura. Noi abbiamo impoverito enormemente il discorso “lotta, politica, militanza”. È diventata una cosa truculenta e povera. Io invece sono convinta che la gente abbia voglia, fame e sete di conoscenza, che è però diversa da quella burocratica e noiosissima delle scuole e spesso anche dei circoli militanti. Bisogna aprirci a una creatività per cui la lotta per il cibo è anche culturale, che ci pone in contatto con altre culture, perché attraverso il cibo si esprimono relazioni sociali, ambientali, ecc. Un sapere che permetta di vedere i raccordi tra la lotta per il cibo e quella per le terre, perché non puoi fare l’una senza pensare anche all’altra. Cos’è la terra, che cosa racchiude, cosa ha voluto dire e cosa vuol dire riprendere il contatto con la terra? Significa riprendere contatto con tutto un mondo di forze che ci mostrano come la nostra vita, se osservata a partire dall’individuo, risulti un’immagine impoverita. In realtà siamo parte di qualcosa di molto più grande di noi. E sapere che ci sono altre energie che giocano nel pianeta e nell’universo, che vanno al di là del capitalismo, ci più conferire enorme forza.

    Io così mi immagino la formazione politica, fatta di tante dimensioni che devono unirci, devono fare in modo che si abbia piacere e desiderio di politica, contro un’idea sacrificale dell’impegno. Il che non vuol dire assenza di sofferenza e di rischi, bensì esercitarsi affinché la politica non diventi il proseguimento di quello che una volta era il lavoro di riproduzione, nella figura madre sacrificale. Basta con soggetti sacrificali! Se il lavoro militante non aiuta a liberarci e se non c’è desiderio, allora non va bene, vuol dire che si stanno facendo degli sbagli. Per me questo è principio di vita, un test. Quando comincia quella percezione di pesantezza riesamino quello che sto facendo con l’assunto che forse qualcosa non va.

    In questo senso, da filosofa, femminista e militante, quali sono le possibilità della filosofia oggi? E poi invece, da ricercatrice che ha lavorato nell’accademia, come ti sei vissuta questo spazio e le sue contraddizioni?

    C’è molta ideologia su che cosa sia la filosofia. Per me è stata importante perché permette di vedere le cose con distanza, perché ti fa conoscere i nessi che non si colgono nella sola esperienza empirica. Il pensiero filosofico, però, è sorto sempre da problemi molto pratici. Per esempio possiamo individuare tutta una corrente di filosofi nata in difesa dello Stato e delle logiche del capitale. George Caffenzis sta affrontando da tempo questa ricerca in una trilogia in via di conclusione, dimostrando che la produzione teorica dell’empirismo inglese (Locke, Berkeley, ecc) nasceva in un contesto storico di sviluppo del capitalismo e che questi filosofi erano ben radicati nelle logiche del potere in momenti specifici in cui si stavano sviluppando determinate forme di rapporti monetari. La loro filosofia non era per niente astratta, come molte volte si pensa. Al contrario rispondeva a una politica specifica. È importante sfatare questa immagine della filosofia che vive nella stratosfera, importante per ripensare l’uso della filosofia oggi.

    Dall’altra parte, il discorso dell’accademia è molto ampio e bisogna farlo partire dall’evoluzione storica dell’accademia, con lo sviluppo dell’istruzione pubblica nel capitalismo. In questi anni abbiamo visto un passaggio importante di trasformazione rispetto alla scuola del dopo guerra, con il ritiro dell’investimento statale e la conseguente nascita della scuola e  dell’università impresa. Sono passaggi storici e politici avvenuti in risposta alle lotte: la finanziarizzazione dell’educazione – per cui invece del governo che finanzia l’educazione è lo studente che deve autofinanziarsi – è stata una risposta politica alle lotte degli studenti e degli insegnanti nel mondo della formazione. Allora il punto è come ci vivi dentro. Io, che ho insegnato per quasi quarant’anni, ci vivo riconoscendo che è un lavoro salariato che mi dà alcune possibilità però da non mitizzare. Ci sono dei meccanismi strutturali che pongono dei limiti molto grossi. Come in tutti i posti di lavoro cerchi di cambiare, di trasformare e di usare la ricchezza che offre per scopi che travalicano le quattro mura. Con compagne e compagni abbiamo cercato di rompere l’isolamento dell’accademia, di portare gente da fuori, proveniente dalle lotte, di fare riunioni, conferenze, senza però mai perdere di vista il fatto che, ripeto, ci sono dei limiti strutturali. C’è tutta una fetta di movimento, di lavoratori intellettuali, che pensano che l’accademia ti permetta grandi cose. E in realtà coltivare certe illusioni crea solo nuovi pericoli, ostacola la realizzazione di altre possibilità, e permette all’accademia di continuare ad avere un suo fascino perché ci sono corsi su Marx, sui Women Studies, sul femminismo o sui Postcolonial Studies.

    Oggi negli Stati Uniti la prima cosa da considerare per noi insegnanti, in un accademia dove gli studenti devono pagare cifre esorbitanti per partecipare, è unirci agli studenti e lottare contro il debito. Perché è intollerabile l’idea che gli studenti seguendo la mia classe su Marx siano schiavizzati e si trovino a dover pagare magari 4 o 5 mila dollari che probabilmente non riusciranno a restituire una volta usciti dall’accademia, perché il lavoro che l’università stessa dovrebbe procurargli non esiste. Non puoi insegnare Marx e non parlare del debito. Questi sono concretamente i dilemmi e le contraddizioni.

    [1] Maria Rosa dalla Costa, Potere femminile e sovversione sociale, Marsilio Editori, Padova, 1972

    [2] Letteralmente “piccola scuola zapatista”. Nell’agosto 2013 gli zapatisti hanno organizzato il 1° livello della scuola, invitando migliaia di persone dal Messico e dal mondo, militanti e aderenti alla Sexta, a partecipare a una settimana di “scuola” nelle comunità zapatiste del Chiapas. L’esperienza comincia dopo che, il 21 dicembre 2012, gli zapatisti hanno rotto il silenzio di molti anni, con una marcia silenziosa presso le vie di San Cristobal de Las Casa.

    [3] Espressione argentina che indica zone urbane autocostruite dalle e dagli abitanti, tendenzialmente periferiche ma anche centrali, come nel caso di Villa Retiro. Si tratta di aree di segregazione razziale urbana, abitate da migranti in particolare da Paraguay, Perù e Bolivia che costituiscono la manodopera sfruttata della città. Insieme, però, sono zone di opacità, di resistenza e di economie informali-solidarie.

  • María Zambrano. Filosofia, poesia, politica

    María Zambrano. Filosofia, poesia, politica

    a cura di Sara del Bello 

    Voce fondamentale del Novecento, espressione di un pensiero che non si lascia incardinare in nessun sistema filosofico, dà forma ad una riflessione che, nella varietà di tematiche affrontate, lascia emergere il suo tratto principale nella volontà di riscoprire l’umana attitudine ad entrare in relazione con l’altro. È, dunque, un percorso filosofico, che si caratterizza fondamentalmente per un’attenzione costante alla persona, vista da Zambrano quale creatura animata da una costitutiva tensione alla trascendenza e all’apertura all’altro da sé.

    Inoltre, la filosofa spagnola, pur dichiarando di non essere femminista, bensì femminile, anticipa il pensiero della differenza sessuale, laddove rivendica la necessità di elaborare forme di espressione sociale e politica coniugate anche al femminile. Infatti, la contrarietà verso l’omologazione al modello maschile, dominante nell’ambito storico-politico ed il conseguente bisogno di garantire il rispetto della specificità femminile nella sfera pubblica, oltre che l’attenzione a figure femminili emblematiche, tra cui spicca quella di Antigone, sono elementi che affiorano nelle parole di Zambrano a proposito della condizione delle donne.

    Le opere qui presentate toccano alcuni aspetti essenziali dell’universo zambraniano: la prospettiva antropologica, che si sostanzia nei temi della persona, della storia, della relazione tra umano e divino e l’idea di ragione poetica, cui si lega necessariamente il rapporto tra la filosofia e la poesia.

     

    Filosofia e poesia (1939)

    Edizioni Pendragon, Bologna, 2002

    In queste pagine prende corpo la riflessione, centrale nel pensiero zambraniano, relativa al rapporto tra filosofia e poesia. Sviluppando un’analisi che molto risente dell’eco heideggeriana, Zambrano sottolinea la necessità di ricondurre questi due percorsi, filosofico e poetico, verso un punto di contatto da tempo perduto. Il discorso muove da un atteggiamento di critica nei confronti del razionalismo, termine con il quale la pensatrice identifica quel panorama culturale che si sviluppa già con l’eleatismo e che ha rappresentato, secondo la sua prospettiva, la tendenza dell’uomo a voler realizzare un controllo assoluto sulla propria esistenza, mediante la ragione, considerata quale unico metro d’indagine e valutazione della realtà, arrivando così, per riprendere un’espressione orteghiana, a sostituire ciò che è spontaneo con il razionale.Zambrano rileva, in particolare, il differente atteggiamento che il poeta, da un lato, ed il filosofo, dall’altro, assumono nei confronti del mondo. Il secondo, infatti, vi si accosta mosso dalla volontà di comprenderlo ad ogni costo, riducendo le molteplici sfaccettature che lo caratterizzano ad un’unità assoluta. Il primo, invece, aderisce in modo concreto alla realtà, lasciandosi penetrare completamente da essa. Si tratta, secondo Zambrano, di riscoprire l’intimo e profondo legame che unisce poesia e filosofia, dando forma ad un pensiero che sia razionale e poetico al tempo stesso, dove la capacità chiarificatrice della filosofia sia sostenuta dall’attitudine poetica al saper accogliere e accettare ciò che si ha la possibilità di vedere ed ascoltare.

     

    L’agonia dell’Europa (1945)

    Marsilio Editori, Venezia, 2009

    Con questa opera, Zambrano si propone di ricercare le cause, tanto storiche, quanto religiose, che hanno contribuito a rendere l’Europa un corpo malato e decadente. La riflessione nasce e si sviluppa alla luce della tragica esperienza storica rappresentata dalla Seconda Guerra Mondiale e dal fenomeno totalitario.

    La pensatrice analizza il rapporto tra l’uomo europeo e le sue radici cristiane, muovendo dalla figura di Agostino, da lei stessa definito il padre dell’Europa. Lungo queste pagine, Zambrano mette in luce il tramonto di quei valori fondanti l’umanesimo europeo e rileva come l’uomo sia stato mosso fino all’estremo da una volontà creatrice, tale da dominare e possedere la realtà, smarrendo la sua capacità di saper trattare adeguatamente l’altro. È come se l’Europa avesse dimenticato di prendersi cura del proprio cuore e l’uomo europeo si fosse reso un disanimato. Ma di fronte ad un’immagine di violenza che appare priva di confini, spetta all’uomo europeo ritrovare quella speranza che, riprendendo le parole di Zambrano, rappresenta il fondo ultimo della vita umana, riscoprendo il proprio vero volto, quello che ha contribuito a renderlo persona e non un mero personaggio della storia.

     

    L’uomo e il divino (1953)

    Edizioni Lavoro, Roma, 2009

    Nelle pagine de L’uomo e il divino, María Zambrano, con un linguaggio più lineare rispetto ad altre sue opere, sceglie di raccontare l’umano, muovendo dalla relazione di quest’ultimo con quel divino, che si incarna negli dèi dell’Olimpo, nel dio della visione intellettuale della filosofia ed, infine, nel Dio del cristianesimo. In particolare, la pensatrice traccia un percorso in cui vengono a delinearsi tre differenti modalità di esplicazione di tale rapporto. La prima è quella dell’uomo mendico, che si percepisce come essere manchevole, indigente, edipico. La seconda coincide con quella del sapere filosofico in cui l’uomo esige di conoscere la verità, definita diversamente a seconda dei momenti della filosofia. Qui Zambrano sviluppa, inoltre, la sua critica nei confronti del razionalismo e dell’idealismo, incapaci a suo giudizio, di comprendere appieno la vita. L’ultima fase, infine, è quella del superuomo, in cui la cancellazione di ogni vincolo con il divino, ha spinto l’individuo ad auto-divinizzarsi, perdendo di vista, nell’interpretazione della filosofa, quel legame che ci rende tutti egualmente creature dinanzi a Dio. Si tratta, quindi, di un’analisi che, prendendo in considerazione anche altri aspetti, cerca di comprendere la condizione umana, tentando di trovarvi un fondamento che dia ragione del nostro essere parti di questo mondo.

     

    Persona e democrazia. La storia sacrificale (1958)

    Bruno Mondadori, Milano, 2000

    Con questa opera, Zambrano riprende le file di una riflessione nata negli anni dell’impegno politico-sociale, coincidenti con la sua gioventù e poi lasciata sullo sfondo, più o meno a partire dall’inizio dell’esilio. Questo testo, rispetto ai precedenti scritti di carattere più propriamente politico, quali Orizzonte del liberalismo (1930) o Gli intellettuali nel dramma di Spagna (1937), rivela una maggiore maturità. Manca, tuttavia, anche all’interno di questo saggio un’analisi dettagliata che arrivi a sondare gli elementi relativi ai principi ed ai meccanismi alla base delle istituzioni e delle forme di governo.

    Tre sono gli aspetti su cui si concentra l’attenzione della filosofa: la storia, la dimensione sociale ed infine, la persona. L’idea della storicità dell’uomo così come la critica alla massificazione della società lasciano affiorare l’influsso orteghiano, da cui però l’allieva Zambrano si distanzia, elaborando un percorso assolutamente personale ed unico. In modo particolare, uno degli aspetti di maggiore distacco rispetto a Ortega è il tema della persona, legato in maniera indissolubile all’idea di pietà e di trascendenza che, all’interno della riflessione zambraniana, diviene il fulcro attorno a cui ruota il concetto di democrazia.

     

    La tomba di Antigone. Diotima di Mantinea (1967)

    La Tartaruga Edizioni, Milano, 2001

    In questo testo, la filosofa ripropone la tragedia di Antigone, dandone però una versione alternativa rispetto a quella di Sofocle. Il racconto si concentra sul tema del soggetto femminile aperto all’accoglimento del diverso, dell’altro. Qui, infatti, la giovane protagonista non muore poiché deve prima avere il tempo di rendersi conto di se stessa, di prendere consapevolezza della propria vita. È così chiamata a scendere nelle profondità della terra e quindi della propria anima per dar luce alla propria coscienza. Antigone, muovendo dall’incontro con gli altri, con tutti coloro i quali, negli inferi, le si accostano rivolgendole la parola, arriva a poco a poco a scoprire se stessa, dando completezza e senso alla propria nascita, nascendo una seconda volta.

     

    Chiari del bosco (1977)

    Bruno Mondadori, Milano, 2004

    Chiari del bosco è una delle opere in cui prende corpo in modo più compiuto il concetto di razón poética che rappresenta l’elemento centrale del pensiero zambraniano, il quale inizia ad emergere nelle sue riflessioni già dalla metà degli anni trenta. Anche qui, sempre sottolineandone le dovute differenze, è possibile rintracciare un rimando ad Heidegger, in particolare alla riflessione che il filosofo inizia a sviluppare successivamente ad Essere e tempo. Il riferimento è presente già a partire dal titolo stesso dell’opera zambraniana che richiama, infatti, l’idea heideggeriana della radura come luogo, al tempo stesso, di nascondimento e svelamento dell’Essere.

    La ragione poetica e materna, che la filosofa tratteggia, è espressione di quelsapere dell’anima che ha il compito di indirizzare gli uomini nel mondo, al pari di una guida, affinché essi possano sentirsi pienamente parti integranti di quest’ultimo. È una ragione capace di comprendere i chiaroscuri della vita umana, scandagliandoli anche là dove, secondo Zambrano, la ragione modernarazionalista non si è dimostrata tale da accedere e non si è rivelata in grado di penetrare né gli aspetti razionali, né quelli irrazionali del mondo umano.

  • Marie Louise Knott – Hannah Arendt. Un ritratto controcorrente, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012

    Marie Louise Knott – Hannah Arendt. Un ritratto controcorrente, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012

    Riallacciare di nuovo il legame tra pensiero, linguaggio e vita, riapprendere, re-agire; questo il fine della riflessione arendtiana che Hannah Arendt. Un ritratto controcorrente raccoglie. La serie di saggi di cui si compone il volume di Marie Louise Knott fa propria l’esigenza arendtiana di apprendere ad esperire di nuovo il mondo, aldilà del silenzio del pensiero davanti al quale pone l’esperienza buia del totalitarismo, e rilegge alla luce del presente le pratiche che in Arendt risvegliano la riflessione dalla paralisi, per aprire lo sguardo sul mondo, lasciandosi colpire e sorprendere, anche nello sgomento, dalla vita e dalla realtà. Ci si concentra dunque su quelle esperienze che è fondamentale riapprendere per comprendere il mondo, sui modi di re-agire al buio di esperienza e di pensiero a cui il declino e la svalutazione di ogni discorso radicato sulle esistenze è condannato nei momenti di crisi della politicità dell’esistenza. Tutto questo in un’ottica nuova, insolita, mobile e fluida come il pensiero di Arendt e la stessa contingenza dell’esistenza su cui questo si fonda.
    Innanzi tutto ridere. Ridere davanti al vuoto di pensiero, al non agire, all’alienazione e alla messa in questione della capacità umana di agire e giudicare di esistenze come quella di Eichman. Ridere davanti alla perversione dell’agire come funzionare. Il riso mette in parola quell’orrore, quel vuoto dell’alienazione di cui Eichman ci testimonia, senza cedere al silenzio e al crollo a cui questo costringerebbe il pensiero. L’ironia è il mezzo che Arendt individua come messa a distanza del vissuto, riflettendo su di esso e proteggendo al contempo il pensiero dal panico che impedisce il giudizio. Ridere è dunque momento di libertà e sovranità sull’ineluttabilità dell’esistente, sui paradossi del vivere. È forza liberatrice, capace di oltrepassare la realtà, che mette in movimento le differenze divenendo occasione di legame. Il riso getta un ponte, sospende il pathos, custodendo l’esperienza della diversità, preservando un dialogo con il reale e con l’alterità.
    Tale dialogo può essere mantenuto e custodito anche tramite la pratica del tradurre. Non solo custodito, lo scambio può ricevere da questa esperienza nuovi impulsi, nuova forza. Come esperito dalla stessa autrice nella sua coraggiosa esperienza in America, tradurre non è il semplice gesto di trasferire in una lingua altra e sconosciuta il proprio mondo, dal momento che ad una graduale penetrazione nella lingua corrisponde una graduale penetrazione nella cultura e nella politica di un nuovo paese. Non si tratta dunque di assimilarsi, di integrarsi nel nuovo contesto scomparendo, perdendo la naturalezza e la spontaneità dell’espressione. La lingua, infatti, è luogo di articolazione del pensiero, modo in cui il mondo ci viene dato. Il gesto di oltrepassare, poco a poco, attraverso la pratica del tradurre è gesto liberatorio di un pensiero che non può concepirsi aldilà della lingua ma può fuoriuscire dalla propria cultura, liberando così qualcosa di nuovo. Da pratica necessaria, il limite del tradurre diviene invece un approccio politico, un portare all’esterno la propria lingua, cultura, dimensione di esperienza; un tra-durre.
    Ricomprendere la centralità e il valore politico del perdono è la terza esperienza che la pratica di pensiero arendtiano pone come atto di riappropriazione del reale, della capacità di lasciarsi sconvolgere ancora dall’esistente. L’esperienza del perdono è pilastro della teoria politica arendtiana e si pone come criterio etico inter-soggettivo, attraverso una decisa riattualizzazione del concetto cristiano. Perdono e promessa sono infatti per Arendt azioni che suggellano e garantiscono la stessa libertà della politica. Il gesto del perdono è atto stesso di libertà, di esposizione all’altro e al fallimento: chi chiede perdono, infatti, si espone alla libertà di non esser perdonato. Attraverso questa centralità della libertà propria e altrui, il perdono acquisisce dimensione propriamente politica e si pone come esperienza concreta del riconoscimento dell’umano nell’altro, della sua capacità di cambiamento, azione e parola. Il perdono dunque è un riconoscimento e un patto tra esseri liberi, dalle conseguenze imprevedibili. Esso non prescrive l’oblio («le azioni restano, non vengono dimenticate, ma non devono frapporsi tra gli individui», p. 85) ma sancisce un legame politico tra due esseri liberi di agire nel mondo.
    Infine, drammatizzare. La capacità di agire nel mondo e nella politica corrisponde alle potenzialità di cambiamento di attori sulla scena. Ogni attore politico, con il suo semplice comparire, può cambiare il mondo e il reale. Per farlo, però, l’essere umano ha bisogno di una scena, di colleghi, di spettatori. L’immagine del teatro come metafora dell’agire politico distanzia Arendt dall’accezione heideggeriana di essere-nel-mondo: gli esseri umani, spiega Arendt, non sono infatti gettati nel mondo, bensì sulla terra, e nel mondo si inseriscono tramite l’azione e la parola, che hanno bisogno di pluralità e apparire per essere. Come nel teatro antico, in cui la maschera si pone come modo di apparizione autentico sulla scena, chi agisce politicamente appare sulla scena pubblica attraverso l’azione del personare. La maschera della tragedia antica, infatti, si pone come metafora della differenza che intercorre tra le due dimensioni essenziali della politica, il pensare (azione infinita di dialogo con se stessi) e il parlare (legato all’istantaneità, all’unicità, al cambiamento del mondo). La maschera si pone quindi come metafora del pensiero personificato, che agisce rivelando il vero io dell’umano, che altrimenti la natura nasconderebbe nell’indifferenziato. Agire sulla scena pubblica è dunque gesto di distacco e contatto con il reale e con se stessi, attraverso un agire comune.
    Imparare da Arendt a rileggere il mondo, a riappropriarsi della propria posizione in esso. Questa è l’idea del testo di Marie Louise Knott, che riprende da Arendt quel saper “saltare” oltre le contraddizioni del presente, che ammutoliscono, che bloccano il pensiero, tornando alle pratiche, al mondo, per poterlo guardare aldilà del buio del terrore. I testi di Arendt nascono propria da questa esigenza, dal riappropriarsi di luoghi e pratiche per pensare e vivere il mondo, manifestando la propria singolarità, aldilà della svalutazione di ogni discorso, di ogni riflessione a cui  porta il contesto totalitario (e non solo, diremo noi). Abbracciando e facendo propria tale prospettiva, il testo di Marie Louise Knott trova nelle pratiche individuate da Arendt come luogo per ridar vita al pensiero, non solo un’occasione per interagire con l’autrice, ma strumenti validi per il nostro presente. Un’operazione del genere è estremamente lodevole per la sincerità con cui si lega al pensiero stesso di Hannah Arendt, liberandone la riflessione dai lacci degli studi meramente accademici (che tanto contraddicono le intenzioni della stessa riflessione arendtiana), riconsegnandolo all’agire e al mondo, ma non solo. Tale gesto si rivela infatti di estrema profondità politica in un contesto globale quale quello attuale, in cui l’ideologia neoliberista declinata nel contesto della crisi, del precariato come nuova antropologia umana, porta di nuovo alla paralisi del pensiero, al buio del giudizio. I testi di Arendt mostrano il potere immenso di non esaurirsi nella lettura, né nel contesto loro contemporaneo. Essi sanno arricchirsi ad ogni lettura, divenendo luogo di scambio e relazione politica tra chi legge e chi ha scritto, divenendo così possibile luogo di riflessione sul contemporaneo. E, in questi tempi, riacquisire la capacità di lasciarsi scuotere e turbare dalla realtà, acquista estremo significato politico, ponendosi come strategia di libertà.
  • G. Borrello, S. Tarantino (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino, Liguori, Napoli 2010

    G. Borrello, S. Tarantino (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino, Liguori, Napoli 2010

    Stefania Tarantino e Giovanna Borrello (a cura di)

    Esercizi di composizione per Angela Putino. Filosofia, differenza sessuale e politica, Liguori, Napoli 2010, pp. 130
    Esercizi di composizione per Angela Putino è un libro musicale nel senso profondo della parola. Il testo fa sua l’idea che l’armonia numerica alla base di una composizione musicale è tale proprio perché composta dalla differenza e dalla discordanza delle voci. L’armonia nasce da una dissonanza che è insieme contrasto e appartenenza, senza la quale non ci sarebbe varietà, movimento, creatività, vita. Alla ricerca di questa armonia la filosofa napoletana Angela Putino, scomparsa prematuramente nel 2006, dedica l’intera esistenza, consapevole che dalla differenza può nascere il seme di un nuovo che dice della continuità della storia e della vita. Quella di Angela è una differenza vissuta in prima persona, incarnata da azioni e parole spesso inattuali che rifuggono l’idea di un “potere” ufficiale, un pensiero unico a cui uniformarsi. Il libro, curato da Stefania Tarantino e Giovanna Borrello, ne traccia il ritratto di donna e di pensatrice attraverso una polifonia di voci amiche legate alla filosofa dalla comune passione per il pensiero della differenza sessuale. Chiara Zamboni, Wanda Tommasi, Rosetta Stella, Nadia Fusini, Tristana Dini, Nadia Nappo solo per citarne alcune. L’intervista ad Enzo Moscato e Tata Barbato ripercorre gli anni della giovinezza e gli esordi come pensatrice. Il ricordo di Angela si trasforma in linea guida nel riflessione sul significato profondo del pensiero della differenza sessuale oggi, nel suo intimo legame con la filosofia e la politica. Filosofia, differenza sessuale e politica sono per la Putino elementi tra loro indisgiungibili, traccia di un abitare il mondo che è insieme passione, azione, relazione. “La filosofia conserva e custodisce, attraverso un suo modo proprio di pensiero, un pensiero che accade altrove. Uno di questi ‘altrove’ è la politica”, commenta la pensatrice in uno dei suoi ultimi scritti inediti che il libro ha il merito di riproporre assieme ad altri. Non si tratta di una politica fatta di saperi oggettivabili, come “le richieste contanti all’interno dell’economia di mercato”, ma di una pratica che parte dall’idea che ci sia un “indimostrabile”, una verità che si fa avanti da sola in quanto esprime “un interesse non oggettivabile”. Questo “impersonale della politica” è una giustizia originaria che non si lascia etichettare sotto effimere parole di democrazia o parità, ma va dritto al cuore di una evidenza originaria. Quella cioè che “ogni donna pensa. Sì, ogni donna pensa, è capace di pensiero e, nel pronunciare ciò, direttamente si coglie che, dalla politica, si è iniziato. Da questo pensiero della politica sono derivate le questioni della sorellanza, e poi della disparità, poi gli studi di donne, poi i motivi teorici”. Il pensiero filosofico diventa così un pensare “sperimentante” in grado di riappropriarsi della sua radice vivente attraverso la pratica della relazione tra donne. Esso dice del bisogno di una politica autentica, di una giustizia in grado di dar conto dell’unicità del soggetto. La filosofia nasce da un rapporto diretto con l’altro/a, dal conflitto proficuo di una relazione in cui non c’è nessuna verità oggettiva che possa guidare il rapporto perché la verità è in gioco nella dialettica della relazione. Si tratta di una “filosofia presa su serio”, commenta Stefania Tarantino, che è, fin dal suo nascere, già politica. Nelle sue comunità politico-filosofiche femminili, come la redazione della rivista Madrigale e quella più recente di Ada Teoria Femminista, Angela sperimenta il senso di un sapere che la espone in prima persona perché la coinvolge come donna oltre che come pensatrice. Il senso della sua pratica non si esaurisce nei luoghi cosiddetti “istituzionali” ma la segue ovunque come uno stile che ne imprime l’esistenza. Non è un caso che nei racconti degli amici compaia spesso il riferimento alla sua piccola casa piena di gatti, lontana dal trambusto della città, in cui accoglieva e condivideva. Un’agorà in cui la filosofa si alimentava della vita alla ricerca di un pensiero della differenza femminile pronto a muoversi ai margini di un “simbolico” maschile, costantemente fuori dall’ordine ufficiale come uno scarto, un rimosso. È nei meandri di una conoscenza ai limiti che Angela sceglie di spingersi, consapevole che questo essere “al di fuori” da ogni logica precostituita rappresenti l’unica condizione per cogliere il senso di una verità sempre e comunque “altrove” dal sapere condiviso. Lo stare fuori dal simbolico è sì sventura di ogni singola donna ma anche possibilità di guardare oltre, di acquisire nuova consapevolezza. Il vuoto non va colmato ma accolto come soglia di un altrove. In questo senso esso è esperienza liberatoria. La sventura femminile diventa tale solo quando chi è esclusa finisce con l’aderire alle logiche di un potere che non le appartiene, abbracciando il punto di vista dei dominatori, la logica del carnefice. Lo sapeva bene la filosofa Simone Weil, di cui la pensatrice napoletana è stata fine ed originale studiosa ed il cui pensiero permea gran parte della sua produzione speculativa. La donna assume le sembianze del weiliano “supplicante muto” fuori dai giochi, nel luogo di un’abiezione accettata che non ha nessuna mira di omologazione al sapere maschile. Nel rischio di questo scarto è la possibilità di un salto, uno scatto verso il futuro.

    Recensione di Antonella Fimiani

  • F. Giardini, L’alleanza inquieta. Dimensioni politiche del linguaggio, Le Lettere, 2010, pp. 205

    F. Giardini, L’alleanza inquieta. Dimensioni politiche del linguaggio, Le Lettere, 2010, pp. 205

    La riflessione di Federica Giardini sull’alleanza inquieta tra politica e linguaggio ha la natura appassionante di una storia, anzi di molte storie, di conflitto e riappacificazione, di fallimento e di nuovi inizi, e deve forse la sua potenza al fatto che ogni momento di questa lunga vicenda ci chiama in causa, perché nell’intrecciarsi mai compiuto tra parola, ricerca della verità e aspirazione alla giustizia ci siamo noi, ogni essere singolare che tenta l’impresa di prendere parola.

    Presa di parola che si configura sin da subito come atto politico non scontato, non conseguente automaticamente dall’essere dotati di voce e che, già dal pensiero aristotelico, rappresenta il discrimine per accedere allo spazio pubblico. “Non basta emettere suoni con l’intento di significare e comunicare per vivere insieme” (p. 46), perché ogni organizzazione è giustificata da una narrazione che stabilisce chi, in possesso di una serie di requisiti – cittadinanza, lavoro, libertà personale, sesso – gode del logos e chi ne è escluso a priori, e quindi non è pienamente cittadino della polis.

    Così l’autrice segnala che “la ripartizione tra voce e giudizio è quella che determina l’organizzazione della convivenza e le posizioni dei diversi esseri che vi si trovano” (p. 51), ma anche che la possibilità di accedere alla presa di parola rimanda sempre a rapporti di forza, che agiscono innanzitutto come potere di rendere legittimi, attraverso la narrazione, alcuni principi che determinano un regime di inclusione e di esclusione.

    Le narrazioni quindi non restano “confinate nell’ambito delle discipline storiche, ma intrattengono un rapporto stretto con le nostre vite” (p. 13), attribuiscono un fine al corso della storia, che è anche chiave di interpretazione degli eventi e del tempo; costruiscono l’identità del Soggetto e, per difetto e sottrazione, dell’Altro, e ne irrigidiscono l’agire in opzioni e ruoli dati, rispetto ai quali ogni differenza è degradata a inferiorità, a devianza, ad anormalità.

    Cosa succede però nel momento in cui queste narrazioni entrano in crisi e tra queste in particolare l’idea che l’Occidente possa “continuare ad organizzare la folla degli eventi che ci vengono dal mondo, umano e non umano, ordinandoli secondo l’idea di una storia universale dell’umanità” (p. 24, da J. F. Lyotard, 1986)?

    Per Lyotard l’interrogativo sulla validità della narrazione onnicomprensiva dell’Occidente si impone nel momento in cui la Shoah smentisce l’equivalenza tra razionale e reale postulata da Hegel, ma Giardini recupera nell’analisi arendtiana delle ideologie il lato oscuro del logos, che non si esaurisce nell’esperienza storica dei totalitarismi, ma si rinnova nel continuo scollamento dall’esperienza di un pensiero che procede logicamente assorbendo ogni contraddizione come momento temporaneo verso una successiva sintesi, senza lasciare spazio ad alcuna sovversione dell’ordine dato. Un logos quindi che non cerca verità, né giustizia e che disprezza i fatti, mirando semplicemente a realizzare quanto i rapporti di forza hanno già previsto, attraverso un discorso che contempla solo la possibilità di essere confermato e mai smentito. “Una volta stabilita la disparità di forza su quella scena, il discorso può svolgersi pretendendo per sé il rigore delle deduzioni logiche, che travolge l’esperienza dei singoli quali illusioni se non errori da sanzionare” (p. 81).

    Questo conflitto esistente tra parola, verità e giustizia è quanto Giardini rintraccia nella vicenda dei Meli, narrata da Tucidide nella Guerra del Peloponneso, perché nel dialogo con gli Ateniesi che vogliono violarne la neutralità, costringendoli ad allearsi o ad arrendersi, “è già decisa una disparità di peso tra le parole che verranno dette” (p. 77), dimostrando che “la parola può diventare inutile se la fonte del suo peso o influenza è stabilita altrove” (p. 78).

    La via per recuperare l’accesso all’esperienza e ad un parola che sia realmente in rapporto con essa è ardita. Giardini propone, infatti, un passaggio di un testo di Arendt del 1972, La menzogna in politica, in cui la pensatrice tedesca riconosce nel mentire una forma di negazione della realtà che contiene un inatteso potenziale liberatorio. Ciò che Giardini ha in mente, nel valorizzare questa posizione di Arendt, è che “negare la realtà, là dove è un atto che apre uno spazio di libertà e azione, non significa negare la sua esistenza, ma negarne la necessità” (p. 84) e quindi negare che le cose non possano darsi altrimenti, soprattutto quando questo negare la necessità della realtà viene agito da coloro che dalla narrazione dominante sono definiti resti, residuali rispetto all’universale.

    Negare la necessità della realtà è allora fare spazio all’esperienza che non vi era compresa, che non era dicibile, e quindi in fondo non propriamente negarla, ma costringerla alla prova della presa di parola da parte di un altro soggetto, il cui discorso non è previsto, rivelare che il vero e il falso in questione non hanno a che fare tanto con l’esperienza, quanto con intenzioni e argomentazioni già assunte in una scena precedente.

    L’irruzione del soggetto imprevisto e di un pensiero radicato all’esperienza “interrompe il falso ragionamento basato su false premesse, che ci inganna per la sua coerenza interna” (p. 91).

    Così dall’ingiunzione a tacere, che accompagna la prima parte del libro, ricalcando il titolo di un testo di Carla Lonzi Taci, anzi parla, si ricreano le condizioni per la presa di parola, purché si riesca a “togliersi dalla posizione prevista dalla tradizione” (p. 142), a rinunciare a quel sostegno, alla sensazione di definitezza, di collocazione, che un ordine simbolico, anche repressivo, comunque ci assicura, e a trovare un nuovo radicamento.

    Nella politica delle donne, che Giardini ha come riferimento nel pensare l’irruzione nella storia del soggetto imprevisto, le parole non sono più misurate in base ai valori di una tradizione, ma “sono significative perché si pronunciano nell’incontro con un’altra” (p. 151), a partire dalla propria esperienza “per andare altrove, per leggere la propria implicazione nel mondo” (p. 152). Parole consapevoli dei legami con la realtà e responsabili di quella adesione, per quanto mai definitiva.

    La pretesa di racchiudere in narrazioni universalistiche la molteplicità dei mondi e delle soggettività non è comunque andata perduta, come si rinnova l’emergere di costruzioni identitarie che contrappongono dei Noi e degli Altri, omogenei al loro interno e impermeabili al cambiamento.
    Perfino chi pronuncia la fine delle Grandi Narrazioni, osserva Gayatry Spivak, ripete l’ambizione di “parlare per l’umanità intera” (p. 175) e dimentica la posizione di altri soggetti, “le donne, che non possono essere incluse nella fine, e nella parola che dice la fine delle grandi narrazioni occidentali” (p. 176), perché non hanno esercitato quella pretesa di parlare per l’umanità intera.

    Insieme alle donne, esistono altri soggetti imprevisti che non hanno preteso di parlare per altri e che rilanciano l’impresa che le donne hanno iniziato, perché “si impegnano a disfare l’ordine basato sul potere producendo altro” (F. Giardini, intervento al Convegno Carla Lonzi e l’arte del femminismo, Roma, 6 marzo 2010).

    a cura di Angela Lamboglia