Author: alessia-dro

  • Quando vita, lavoro e politica “giocano” insieme. Intervista a Loredana Rotondo.

    Quando vita, lavoro e politica “giocano” insieme. Intervista a Loredana Rotondo.

    Loredana Rotondo, è autrice di docufilm e programmi radio e tv, militante femminista e sperimentatrice appassionata. Entra nel 1968 alla Rai per concorso come sceneggiatrice e programmista. Viene assegnata ai programmi radiofonici (1969-1972) dove è responsabile del primo programma con telefonate in diretta (Chiamate Roma 3131). Con la riforma Rai del 1975, negli anni in cui si passa da una modalità monoculturale a un modello pluralistico e di sperimentazione, Loredana è a Rai 2, diretta in quel momento da Massimo Fichera. Di quegli anni fanno parte alcuni dei programmi che hanno segnato la storia della televisione: Fatua, incongrua e scucita (1976); Riprendiamoci la vita (1977); Processo per stupro (1978): film-documentario d’inchiesta, diffusosi in tutto il mondo, realizzato in modo collettivo, riprende un processo durato diversi giorni, mostrando quanto succedeva nei tantissimi processi per stupro che si svolgevano in Italia. Segue AAA Offresi (1981): docufilm sulla prostituzione, realizzato dalle stesse autrici di Processo per stupro. Il programma non andrà mai in onda, bloccato dalla censura. Loredana, assieme a Massimo Fichera e alle cinque donne che con lei avevano realizzato il programma, è accusata di violazione della privacy e rinviata a giudizio per sfruttamento della prostituzione. Saranno assolte con formula piena nel 1994.

    Tra il 1999 e il 2004 realizza tre serie particolarmente innovative de La Storia siamo noi, costruendo un gruppo di registe/i che introducono nella formula già consolidata della serie spunti incisivi di innovazione linguistica. Nel 2002 nasce la serie Vuoti di Memoria, che si concluderà nel 2007. Si tratta di venti docufilm dedicati a figure luminose e misconosciute della nostra cultura, scomparse da poco. La serie rappresenta l’approdo di una ricerca costante, portata avanti dall’inizio dell’esperienza di Loredana.

    Sono passati quindici anni dalla prima messa in onda di Vuoti di Memoria alla Rai. Descriveva figure di donne e di uomini da non dimenticare, che hanno attraversato il loro tempo senza mai smettere di lottare, con forza e autenticità. Ricordarle riempie ancor oggi le nostre vite. Sapere del nesso tra passato e presente, riconoscere che la memoria è sempre processo sociale condiviso, è la motivazione che ci ha spinte a incontrare Loredana Rotondo.

    Le abbiamo chiesto, in un dialogo ininterrotto durato due ore, di svolgere e riavvolgere insieme a noi i nastri e i fili della sua vita che l’hanno portata a creare enormi spostamenti nei linguaggi e nella realtà.

    La nostra conversazione comincia così, all’improvviso, mentre osserviamo il tavolo al centro della stanza. Un tavolo basso, e quasi invisibile: è infatti ricoperto di libri, moltissimi libri. Saranno un centinaio, in ordine sparso l’uno sopra l’altro e disposti in modo concentrico. Autori diversi, generi diversi e stili diversi. Veniamo attirate da un’edizione particolare de L’arte della Gioia. Da Goliardia Sapienza a Vuoti di Memoria il passo è breve.

    Alessia: Prima di incontrarti abbiamo visionato molto del tuo lavoro. In particolare, rispetto all’operazione fatta con Vuoti di Memoria, ci sono sorte molte domande.

    Loredana: Il nomero 0 della serie Vuoti di Memoria è dedicato a Goliardia Sapienza, grande scrittrice e a mio parere anche grande attrice, non a caso ha insegnato recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Dopo la morte di Goliardia, avvenuta nel 1996, suo marito Angelo Pellegrino mi aveva fatto leggere L’ Arte della Gioia, pubblicata senza fortuna alcuna credo nel 1999. Avevo subito capito che si trattava di un’opera importante, che ho letto d’un fiato, senza riuscire a smettere. A Rai Educational, prima di salutarci per l’estate, avevamo fatto una riunione organizzativo-editoriale in cui era spuntata l’idea di lavorare su figure importanti, morte da poco. L’idea non mi piaceva, mi rimandava alla tristezza dei necrologi dei giornali. Nel corso dell’estate, però, dopo la lettura de L’arte della gioia, la figura di Goliardia si era conficcata al centro dei miei pensieri, me la sognavo persino di notte. Così, dopo le vacanze, alla fine di Settembre con Massimo Fichera ho proposto di fare riferimento a figure della nostra cultura non riconosciute sufficientemente in vita piuttosto che ai “soliti noti”. Nasce così l’idea di Vuoti di Memoria, il format di Rai educational in onda dal 2002, dedicato a figure luminose della nostra cultura: si tratta di 11 uomini e 9 donne, assolutamente misconosciuti. Tanto misconosciuti che alcuni dirigenti Rai non sapevano neppure chi fossero. Ad esempio, di Goliardia Sapienza e Carla Lonzi mi chiedevano «Chi sono queste “carneadi”?».

    Federica: Una domanda che volevamo farti era proprio come è stato il tuo rapporto con l’istituzione della Rai, come sia stato possibile starci tutta intera. Perché tu ci sei stata tutta intera e i risultati si vedono. Però come è stato, cosa ha comportato? Che ambiente era?

    Loredana: Per rispondere a questa prima domanda sull’istituzione Rai e il mio essere donna, posso raccontarvi sistemando la mia esperienza “storicamente”. Devo premettere che ho imparato a tenere un filo dentro le mie esperienze in modo da poterle accumulare, tenendo tesi il senso e gli esiti e la cifra professionale e politica. Ho cercato di non disperdere mai tutto questo bolo che ho continuato a masticare nel tempo, nel lavoro, nell’esperienza e che è anche il frutto di un esercizio di lettura critica di quello che si fa. Adesso ve ne posso parlare proprio rintracciando questo filo, questo senso della continuità e questa economia della non dispersione dell’esperienza. Questa possibilità di accumulare credo sia preziosa, per chi la fa, ma anche per la condivide con te, soprattutto se dentro un’ipotesi politica che è proprio quella della relazione, del lavorare insieme. Vi è dunque la necessità di cercare di non disperdere tutto questo, di tentare strade nuove poggiandosi però sui risultati consolidati, anche buttando via esperienze meno riuscite o rimaste meno capaci di produrre chiarezza o consapevolezza.

    Per venire ai fatti, io sono entrata in Rai tra il ’69 e il ’70, periodo del ’68, della politica, del femminismo. Ero stata in America durante il movimento pacifista contro la guerra in Vietnam, “Blowing in the wind”, i primi movimenti femministi, Woodstock e molto altro, e questo mi aveva già dato il senso di qualcosa che stava profondamente cambiando nel modo di vedersi e di essere donne, affermando cose che rispetto alle donne in Italia erano veramente esplosive. Quindi io avevo già sentito questo sapore di grande novità. Dopo aver fatto un concorso, in Italia, alla Rai ho fatto la programmista; ho cominciato dalla radio perché non avevo una grande esperienza visiva e perché la radio era un mezzo estremamente stimolante: è infatti molto più capace di promuovere il pensiero astratto, di suscitare e stimolare figure che lo spettatore costruisce in qualche misura in modo autonomo; per me è stata una esperienza formativa estremamente importante e propedeutica per quanto riguarda il senso e la qualità della programmazione radio-televisiva. In America all’epoca si faceva la radio anche nelle università e già usando il telefono. Mi sono trovata quindi a proporre un programma con il telefono insieme a Luciano Rispoli, in quel momento dirigente del settore al quale ero stata assegnata, il varietà. Rispoli aveva sentito parlare di una radio europea che faceva i programmi con il telefono: ci presentammo a una riunione con tutta la dirigenza di quel momento e proponemmo di aprire i microfoni della radio alla voce pubblica, alle persone, alla gente comune. Considerate che all’epoca tutto quello che passava per radio era molto impostato – per la dizione, l’ufficialità – in modo che ci fosse questa sensazione di una voce autorevole, dall’alto, prestigiosa. Era proprio l’Ipse dixit la radio. Ricordatevi che viene dall’esperienza del fascismo. Ed erano per lo più le donne a chiamare: perché erano a casa, la mattina. Il programma fu subito molto connotato da un linguaggio di genere o comunque, come diremmo oggi, sessuato, anche per le problematiche affrontate. Noi invitavamo le donne a raccontare i loro problemi e cercavamo di trovare in qualche modo delle risposte. Tutto questo far venir fuori dalla radio i dialetti, le emozioni, le storie di vita, fuori dall’ufficialità del linguaggio, fece uno scalpore impressionante e mostrò che era necessario aprire occasioni di espressione a un pubblico differenziato sul piano delle classi, dell’età, del genere.

    Quando è nata la proposta di Chiamate Roma3131 ero molto giovane e i colleghi più anziani della radio di Torino, in tono un po’ irridente, mi hanno chiesto con un accento piemontese: “Ma chi vuole che le telefoni, dottoressa Rotondo?”.

    Invece, da un milione di ascoltatori del mattino, dopo sei mesi arrivammo a sei milioni, avevamo sestuplicato l’ascolto. Non è che la quantità di ascoltatori faccia la qualità, la cosa è più complicata di così, però sicuramente fu una grossa sorpresa e l’occasione per grandi riflessioni e novità. Poi però per me, che ero la curatrice di questa trasmissione, Chiamate Roma 3131 cominciò a diventare un rovello, un’occasione per pormi dei problemi che mi procuravano un malessere piuttosto acuto anche se non ben definito. Perché tutto questo dire, parlare, in forma quasi di almanacco, aveva in sé la potenza e la freschezza della rottura degli schemi linguistici. Però era anche la manifestazione di quante difficoltà e quanti problemi – concentrati e specifici – fossero connessi alla vita delle donne.

    Mi resi conto che questo bisogno di parlare, e questa difficoltà nel trovare risposte soddisfacenti o idonee diventava quasi uno spettacolo fine a se stesso. Cercai di trovare delle soluzioni, risposte più competenti. A quel punto ho detto: chiamiamo ancora più esperti! Mi son guardata in giro e mi sono detta: se c’è un problema psicologico chiameremo lo psicologo; se c’è un problema religioso, il sacerdote; se di salute, il medico. Ma mi rendevo conto piano piano che le risposte erano tutte dentro quello che oggi chiameremmo l’ordine simbolico maschile. Ancora oggi è forte, ma immaginate all’epoca! Per me fu motivo di sconcerto. Mi resi conto infatti che, a fronte di tutta quella voglia di dire e di trovare delle risposte, c’era come un riflesso, un intento normalizzante e io in qualche modo ne ero tramite. Questa per me fu forse una delle prime illuminazioni femministe. Forse una donna, mi dissi, risponderebbe diversamente. Allora cominciai a cercare donne competenti ed esperte, ma appunto di nuovo con mio grande sgomento mi accorsi che ce n’erano pochissime in grado di avere credibilità; cercai di trovarne alcune che potessero dare risposte in parte alternative a quelle che venivano mediamente dalle professioni gestite con un’ottica maschile ma, insomma, ne ho trovate pochissime. Quando sono andata a proporle mi hanno detto: “eh, ma sa…ma chi sono queste? Lei ci deve portare nomi di chiara fama!”.

    Ci furono anche altre questioni. Questo modo di fare, di parlare, il dare questi spazi che all’improvviso permettevano alle donne di tirare fuori tutto il loro disagio, cominciò a dare fastidio. Mi si disse: “Questo programma non facciamolo in diretta, registriamolo. Lo differiamo di qualche minuto, almeno così si può controllare meglio, perché magari qualcuno può dire qualche parolaccia”. In dieci mesi non era mai venuta fuori un’espressione che non fosse più che consona. Tutte queste preoccupazioni mi fecero via via sentire estranea a quel lavoro. E mi dimisi perchè sentivo che c’era qualcosa di essenziale che mi sfuggiva, o almeno non mi era chiaro. Mi sono accorta che il meccanismo finiva per essere censorio, sia sul versante – diciamo – della pura comunicazione, sia per come i problemi delle donne venivano visti, trattati e spettacolarizzati. Per cui andai a lavorare a Radio 3 dove, per dire, si potevano incontrare Elsa Morante, Moravia, Alfonso Gatto, Pasolini. Insomma, c’erano trasmissioni importanti, culturali. Lavorai persino con Vittorio Sermonti a un’edizione radiofonica del Decamerone. Ma lavorare ai cosiddetti “programmi culturali”, prestigiosi ma fermi nella chiave maschile, mi faceva comunque sentire in una sorta di limbo.

    In estrema sintesi, diciamo che anche nei momenti peggiori ho tentato di fare esperienze non troppo in contraddizione con il mio essere donna. L’istituzione non è sempre in grado di accogliere il bisogno di una donna di rimanere aderente a se stessa. Però può succedere: bisogna provare, soprattutto quando sono in atto movimenti storici importanti, e sicuramente se c’è una rivoluzione culturale in corso. Non si può dire a priori che l’istituzione non lo permetta per definizione. In certe condizioni bisogna forzare l’istituzione a tenerne conto, soprattutto se si tratta di un servizio pubblico come la Rai. Il discorso sui diritti certo non è sufficiente, ma talvolta necessario. Lo stesso discorso, a mio avviso, vale per l’emancipazione: non basta, ma ha prodotto i suoi effetti e non è sempre in tensione oppositiva rispetto alla liberazione.

    Approdare alla differenza sessuale è stato molto liberatorio e molto bello, perchè ha costituito un punto di svolta che dava risposta a tutta una serie di problemi rimasti come arenati, sospesi. È servito anche per vivere in chiave non personale ma politica la complessità di quel tempo. Non ho mai accettato l’idea che se lavori in un’istituzione allora non sei utile al femminismo o non puoi essere femminista lì dove stai. Allora da dove puoi esserlo, da dove agisci? Sei esule, sei un’estranea, sei priva di un contesto? Personalmente non ho potuto che essere femminista nell’istituzione.

    Federica: Questo è stato evidente nella realizzazione di Processo per stupro

    Loredana: Penso di si. Processo per stupro è stata una grande fatica, perchè si è trattato di far collaborare due istituzioni “granitiche” come la Rai e un Tribunale su un tema così delicato e mai prima affrontato. Lo sforzo è stato premiato da un grande successo di pubblico e di critica1. Il pubblico televisivo ha rintracciato in quel racconto, in quella narrazione, un linguaggio differente. La diversità del messaggio, prodotto da un gruppo di donne, in quel contesto, con uno sguardo autonomo, fu molto ben accolta dagli spettatori non solo a livello quantitativo. Processo per stupro ha circolato per il mondo, con feedback sempre positivi. Si era prodotto evidentemente qualcosa.

    Loredana Rotondo con Grazia Volo e Tina Lagostena Bassi, avvocate, dopo la trasmissione di Processo per stupro (foto di Gabriella Mercadini)
    Loredana Rotondo con Grazia Volo e Tina Lagostena Bassi, avvocate, dopo la trasmissione di Processo per stupro (foto di Gabriella Mercadini)

    Non era stato facile produrlo, né riuscire a metterlo in onda. Fu essenziale il rapporto con il direttore di Rai 2 di quel momento, Massimo Fichera. Un uomo di cultura, entrato alla Olivetti giovanissimo, che aveva una serie di posizioni politiche e professionali che lo portavano a coniugare il rapporto tra servizio pubblico televisivo e società e a capire il ruolo storico dei movimenti. Sono andata da lui a dirgli: “Mi devi firmare questa lettera di richiesta di permesso per andare a filmare un processo per stupro al Tribunale di Latina”. “Ah – sorride – mi vuoi inguaiare così”?, dice, e io gli rispondo: “Tu sei il direttore, se vuoi me lo firmo io.” C’era una dimensione di rispetto nella differenza. Si era reso conto della provocatorietà di questa scelta, di andare in quel luogo per documentare esattamente quello che nelle nostre riunioni femministe si diceva, ossia che durante i processi per stupro è la vittima a diventare imputata e deve essere lei a rendere conto dei suoi comportamenti. Ecco un uomo che si rende conto di star facendo un’operazione che può metterlo in difficoltà rispetto al suo genere, ma che per una questione di onestà intellettuale e acutezza politica ci mette la firma. E che poi, a sua volta imputato, si viene a sedere vicino a te nel Tribunale quando tu sei accusata, insieme ad altre cinque donne di aver violato la privacy dei clienti di una prostituta, di aver fatto la tratta delle bianche e di aver sfruttato tu la prostituzione2.

    Non è detto che nell’istituzione non si rivelino luoghi o incontri in cui si possono produrre certe alchimie. Dunque l’istituzione non è totalmente impermeabile al cambiamento. Queste opportunità noi le abbiamo cercate. C’era un forte movimento in piazza, certo.

    Alessia: Hai parlato dello stare dentro l’istituzione Rai come dimensione non esclusivamente personale – avendo inoltre responsabilità verso il pubblico – e hai detto anche che c’è qualcosa che permette di non disperdere l’esperienza, uno stare a contatto con i processi di consapevolezza e con i movimenti. Mi chiedo allora quali sono le relazioni che hanno accompagnato e attraversato questo percorso. C’erano forme di forza che si davano nelle relazioni, con altri e con altre, dentro la Rai?

    Loredana: Per me frequentare i luoghi delle donne e partecipare in modo costante alle attività del movimento è stato fondamentale. Non mi sono mai fatta mancare libri, incontri collettivi, relazioni, riviste, convegni. Proprio da un convegno internazionale sulla violenza contro le donne (che si è svolto al “Governo Vecchio” nel ’77) è nata l’idea di Processo per stupro.

    Non meno importante però è l’aver vissuto il contesto della Rai assieme a colleghe, compagne di lavoro, donne che sentivo affini, e poi con quelle che sapevo essere dichiaratamente femministe, per esempio Laura Valle, Lucia Luconi, Tilde Capomazza… Tra di noi facevamo delle riunioni, c’erano dei gruppi anche dentro la Rai. Lucia Luconi, che ha lavorato tanti anni dopo con me a Vuoti di Memoria, è anche il filo delle relazioni.

    Lei per me è la figura di una donna capace di una libertà misteriosamente e meravigliosamente necessaria. Serena, allegra, limpida. Due giorni dopo Processo per stupro Lucia Luconi fu seguita da un gruppo di gentiluomini, otto, fino a casa. Uscita dalla Rai, è stata violentata da questi otto signori sulla porta di casa, nella zona di Monte Mario. Anni dopo, quando è riuscita ad elaborare questa esperienza, ha scritto un libro che la racconta quasi in forma di sceneggiatura e di film (Venticinque minuti una notte. Autopsia di una violenza, Serarcangeli 2008). Lucia reagì bene, ebbe il coraggio di denunciare, venne in Rai, facemmo un’assemblea molto partecipata, da uomini e donne. Mi raccontò che era tornata dai suoi familiari a Carrara, dove aveva avuto un rapporto particolarmente importante con suo padre. Non lo ha vissuto come vittima: ha restituito questa esperienza in maniera estremamente forte. In qualche modo Lucia Luconi è stata violentata al posto mio e delle altre cinque donne: è difficile non pensarlo. C’è sempre questa sorta di imbarazzo, questo peso, questa responsabilità; forse il senso di colpa che noi sempre ci portiamo dentro. Tra noi, tra lacrime e sguardi di grande rispetto e affetto e di sorellanza vera, abbiamo ripercorso tutta quella vicenda, anche alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, in occasione della presentazione del suo libro. La nostra relazione ha contato. A lei non è mai venuto in testa di pensare che sarebbe dovuto toccare a qualche altra, e a me non è mai venuto di sottrarmi al fatto che questa cosa è accaduta e che io vi avevo avuto parte.

    Successivamente abbiamo lavorato insieme per anni a Rai Educational. È stata la cura e la regia di alcune puntate di Vuoti di Memoria.

    Lucia mi ha scritto dei messaggi prima di morire di SLA, qualche tempo dopo. Lei è una delle donne centrali della mia esperienza: perché neanche un attimo ha avuto un tentennamento, non mi ha mai dato l’impressione di non essere assolutamente salda nella sua soggettività, nel suo buon diritto e sicura del fatto che quello che ci è successo era esperienza storica. Avendo questi riferimenti è più facile gestire la relazione anche nei momenti più drammatici.

    Alessia: Ci sono stati casi di censura?

    Loredana: Si, ma siamo state molto sostenute, io e il mio gruppo di lavoro, quello con cui abbiamo fatto Processo per stupro e poi AAA offresi che come sapete è stato censurato la sera stessa in cui sarebbe dovuto andare in onda. Una cosa molto pesante: c’è dentro tutta una retorica della prostituzione (pensate, ad esempio a Fellini, a La città delle donne). Non avete idea di che quadro distorto e patetico sia, e comunque mantenuto nell’invisibilità. Noi non solo volevamo portare alla luce il fenomeno ma anche mettere sotto osservazione il cliente, quando di solito ci si concentra sulla prostituta. Ma la prostituta è una e i clienti sono qualcosa come quaranta al giorno. Complessivamente, per il numero di prostitute – 80mila in Italia, se non ricordo male – si calcolavano 8-9 milioni di “utenti”3. Presumo ci sia una certa piega del comportamento maschile che io attribuisco a una sorta di miseria sessuale, che sicuramente incide anche nel loro modo di vivere la sessualità, anche nelle coppie, in cui è in gioco quello che si chiama amore ma in cui all’uomo viene richiesto il protagonismo, la gestione dell’atto sessuale. Guai se una donna è titolare del suo desiderio. Finchè anche gli uomini non saranno contenti del fatto che le donne abbiano un desiderio sessuale autonomo – che niente toglie, anzi semmai si pone in un confronto fruttuoso e piacevole e divertente – non credo che sarà possibile una forma di amore che non risenta di certe storture. Per carità, non ero e non sono una sessuologa; mi limito ad esprimere opinioni maturate nel tempo, dentro questo magma oscuro che si accende – a tratti e a pezzi – sulla prostituzione.

    Malgrado, come credo, si siano fatti passi avanti giganteschi da allora, ancor oggi sul tema della prostituzione scatta ancora una sorta di autodifesa generale e noi facciamo ragionamenti che sono in parte iperliberisti – “Ma si, ognuna fa quel che vuole” – e banalizzanti. Non abbiamo raggiunto il cuore della questione. Meno che mai a quell’epoca. Per questo ti trovavi di fronte donne che ti chiedevano “Ma perché sei andata proprio a vedere la scena della prostituzione?”. Perché? Per il fatto che quando parti dal discorso sulla violenza, è quasi automatico che si vada a vedere chi è il violentatore, che tipo di esperienza sessuale ha, perché vede la donna come un oggetto, perché la usa a questo modo, perché riesce a spezzarla fino a reificarla e a vivere il suo corpo come scisso.

    La censura di AAA Offresi è stata fortemente emblematica. Nel momento in cui però viene riconosciuta, anche da chi non è d’accordo con te, la tua onestà intellettuale, il fatto che non ci vuoi speculare, che non ne fai una questione di scandalismo spicciolo per l’audience, che non hai neppure violato il codice penale, in qualche modo vai a mettere in difficoltà l’immaginario sessuale maschile corrente. Anche gli uomini in fondo, forse, oggi sanno che così non va bene, quindi qui si tocca anche la loro contraddizione. Non si possono più coprire e rassicurare l’uno con l’altro. Ho come l’impressione che oggi alcune di queste maglie si siano allargate perché il movimento, o meglio i movimenti delle donne qualche contraddizione l’hanno aperta. Nè va sottovalutato che alcuni gruppi di uomini da qualche tempo riflettono molto seriamente su questi argomenti.

    Federica: Abbiamo visto il documentario del 2004 su di te, Quasi ineffabile. Una femminista alla Rai. Mi ha colpito la tua affermazione circa l’uso delle tecnologie, che apre dei varchi laddove il potere crea staticità.

    Alessia: Infatti su questo, una domanda molto concreta. Nel documentario hai sottolineato il passaggio all’uso del videotape: certi passaggi nell’uso delle tecnologie a cosa hanno portato materialmente? Sto pensando a quanto oggi la digitalizzazione sia un altro momento con cui fare i conti. Ma mi interrogo sul modo in cui venivano creati e ideati i format, e su questo nuovo uso dello strumento. La domanda è: cosa significa maneggiare uno strumento piuttosto che un altro? Che consapevolezza prevede, come cambia lo sguardo?

    Loredana: Tante domande, tutte interessanti. Potrei rispondere in sintesi che significa poter affrontare nuovi contenuti, nuove relazioni, nuove forme di organizzazione del lavoro e quindi più ampia possibilità di produrre nuovo linguaggio. Qualche esempio: Chiamate Roma 3131 ha arricchito la specificità del mezzo radiofonico ma, come già detto, ha presentato diversi inconvenienti; con Processo per stupro il videotape, nel lontanto ’78 e per la prima volta in Italia, ha consentito di entrare in modo non intrusivo in un’aula di Tribunale, mostrando come una vittima di violenza sessuale veniva trasformata in imputata. Un altro esempio potrebbe riferirsi a Riprendiamoci la vita, una rubrica televisiva (TV2) del ’76, prodotta internamente alla Rai con i tradizionali mezzi cinematografici. Durante la lavorazione, mi resi conto che l’organizzazione del lavoro condizionava la qualità dei contenuti. Per superare questi limiti abbiamo cercato di trovare e di mettere via via a punto un modo di lavorare diverso e particolare.

    Alessia: Il passaggio al videotape è dunque avvenuto dalla radio, questo è interessante!

    Loredana: In effetti è stato un continuo passare ad altri linguaggi. Durante l’esperienza della produzione di Riprendiamoci la Vita (un titolo che parla da solo, e che devo molto al pensiero femminista), Loredana Dordi ed io abbiamo aperto un discorso sulla salute delle donne. Loredana, la regista, era passata per Rivolta Femminile, aveva conosciuto Lonzi. In quel periodo avevamo tutte un po’ “il morbillo”, ci si contagiava! Questo progetto, girato – come detto – in pellicola, fu da noi presentato nelle riunioni di programmazione come molto interessante per il pubblico, soprattutto femminile (facendo riferimento a Chiamate Roma 3131, in cui le donne spesso parlavano delle proprie patologie). Ma qui partivamo dall’idea che per salute si deve intendere il benessere psico-fisico delle donne collocato nel complesso della sua realtà sociale, anche ambientale. Questo ci permise di raccontare la condizione delle donne in una pluralità di situazioni. Volevamo cominciare dalle campagne, per poi muoverci verso le industrie e la città. Insomma, la prima edizione (ce ne furono due) fu girata in Emilia Romagna, in Puglia e in Campania, dove, ad esempio, erano molto visibili le differenze nel modo di portare a lavoro le donne. Chi sceglieva e selezionava queste donne? Per esempio, in Puglia era il caporale. Il caporalato c’è ancora, e noi fin da allora ne avevamo chiaramente messo in rilievo gli aspetti deteriori e violenti. Avevamo sottolineato in modo iperrealistico quali erano le brutture di questo modo di rapportarsi al lavoro di migliaia e migliaia di braccianti.

    Devo molto alla regista Loredana Dordi, che aveva fatto il Centro Sperimentale di Cinematografia. Io non mi rendevo neanche del tutto conto di quanto fosse importante la sua competenza per me, perchè venendo dalla radio ne sapevo poco; è allora – durante la realizzazione di Riprendiamoci la vita – che ho cominciato a capire come si poteva usare l’immagine, un linguaggio forte e pieno di simboli, e a capire quanto i simboli siano scottanti, perchè non hanno un’efficacia limitata – il simbolo ti esplode in testa, può andare in tutte le direzioni – e ho scoperto la bellezza del linguaggio visivo. Non è stata una mia scelta intenzionale, ma per mia forma mentis ho sempre lavorato sull’esperienza acquisita e sulla continuità. Intanto perchè trovavo soddisfacenti gli esiti e poi perchè evidentemente ho proprio io un’attitudine, una tensione, una passione alla sperimentazione del linguaggio. Perchè sono un’esteta a cui piace frequentare – come peraltro facevo – il FilmStudio, piuttosto che altri luoghi? No, onestamente no. Ma perchè ho scoperto, facendo, che se tu, assieme ad altre, sei portatrice di una soggettività che buca la storia, e se tu ti sei salvata da una prima esperienza come quella di Chiamate Roma 3131 proprio perchè hai trovato gli agganci con tutta una serie di altre donne che hanno i tuoi stessi problemi in altri contesti, e te le trovi nel piccolo gruppo, te le trovi nel collettivo, nel pensiero diffuso, esteso, nelle cose che leggi, negli incontri con le donne, etc., ti dici “allora non sono io che c’ho il difetto! Vuoi vedere che tutto questo è il prodotto di un certo ordine simbolico?”. Questo ti consente di rilanciare le sfide con più forza, con più convinzione, e con il sostegno di questa sensazione di essere come dentro a una ragnatela, a una rete che ti sostiene, in uno di questi soffioni che se ne vanno in giro, ma la singola spora non va da sola. A quel punto ti senti sostenuta dal fatto di essere una nuova soggettività che emerge, che cambia il senso di tante cose perchè le vede a modo suo e non può fare a meno di farlo. Perchè è una necessità che mi ha spinto, io non posso negarlo. Non avrei potuto vivere diversamente questa esperienza, anche nei momenti peggiori. La mia fortuna è stata che in quel momento c’erano tante donne coinvolte, tante donne appassionate e pensanti. Pensiero che circola, elaborazione incessante, ricchezza da spendere qui ed ora.

    Durante il processo per AAA offresi, in cui noi autrici eravamo imputate d’aver sfruttato la prostituzione, la Casa delle donne di Via del Governo Vecchio ci ha sostenute molto e costantemente. Ho avuto il sostegno di Franca Ongaro Basaglia, di Dacia Maraini, che sono venute a testimoniare. Ma anche di uomini: su tutti, Cesare Musatti, un uomo di 95 anni4, e anche Alberto Moravia, che hanno ritenuto di venire al processo e prendere posizione. Certo, è anche fortuna trovarsi ad emergere in un certo momento e riuscire a galleggiare perchè intorno ci sono delle condizioni favorevoli. Nel movimento, la tua soggettività è così desiderosa di affermarsi perchè è tutto nuovo, tutto da scoprire, tutto da inventare! È il tuo rapporto con la conoscenza che cambia. Sputiamo su Hegel. Sapete, quando c’è questo, quando leggi Irigaray che ti dice delle cose che cinque anni prima non avresti immaginato, ti rendi conto che c’è un pensiero che cresce, un’onda montante che arriva direttamente fin dentro alle meningi, e anche nel cuore.

    Questo da una parte. Dall’altra, c’è anche il fatto che poi ti arrangi con quello che hai, nel senso che dentro la Rai, stabilito che per fare una produzione interna devi passare attraverso 100 pezzi di carta, e 80 persone ti devono dare l’autorizzazione, e poi c’è la troupe che a una certa ora ti dice “No basta” – “Ma sta partorendo una donna, non le posso dire di aspettare!” “Eh ma noi dobbiamo andare a mangiare!”… capisci che bisogna trovare un’altra organizzazione del lavoro. Esistono dei mezzi che te lo possono consentire?

    Ancora una volta la fortuna vuole che io incontri qualcuno che già se ne serve: un mio collega, tuttora caro amico, il regista Sergio Rossi. Sergio fa una cosa che si chiama Fatua, incongrua, scucita, su una donna in un ospedale psichiatrico, e usa il videotape. Mi fa vedere il lavoro fatto, che nasce ad uso interno per gli psichiatri democratici dell’epoca con cui collabora: povero di mezzi, ricco di emozioni, in cui forma e contenuto si fondono con sorprendente novità. Effetti speciali? No, l’esatto contrario. Insomma, ecco quando qualcosa ti dà da pensare. E penso “Ma io sto dentro la Rai, ma perché non provo a mandarlo in onda?”. Va in onda, ma non solo: viene pure invitato a Parigi in un convegno internazionale di professionisti della comunicazione visiva sul linguaggio sperimentale (Input).

    Che cosa significa questo? Questo: io sono un nuovo soggetto? C’è una nuova tecnologia? Come funziona? Come si produce in questo modo? Si fa un appalto esterno, quindi io non devo più passare per la mediazione tecnico-strutturale della Rai; il videotape lo teniamo noi in mano, non un operatore con un ruolo puramente tecnico. Era un altro modo di lavorare, un altro modo di stare addosso alle cose che si espresse compiutamente l’anno dopo nel programma Storie di vita sull’emigrazione, realizzato nel 1977 con Sergio Rossi ed altri. In conclusione, il passaggio dalla pellicola al nastro magnetico ha consentito di ridurre fortemente i costi. Mentre quello che si girava in pellicola doveva essere molto pensato prima, e realizzato in un tempo limitato e a costi molto alti, il videotape dà la possibilità di girare in modo quasi infinito, consente di andare in una realtà senza grandi luci; permette di stare in un luogo a lungo e di creare una relazione nel contesto in cui si va. Quindi tanto tempo, un fattore che permette di creare anche relazioni di fiducia. Ti vedono lì, vedono che hai un interesse che è voglia di sapere, senza un’idea già precostituita. Se vai a girare e hai pochi minuti a disposizione e devi dire molte cose in uno spazio limitato, per forza quasi sempre non puoi non avere già un’idea preconcetta: vai lì, sei un paracadutista che arriva, si prende quello che gli serve per dimostrare la sua tesi e torna a casa. Invece se ci vai disposta a farti cambiare da quello che succede, è tutto un altro modo di stare nella realtà. Una realtà che non parla da sola, quindi comunque ti assumi la responsabilità del tuo punto di vista, delle cose che dici, di quelle che non dici. Perchè tu hai un vantaggio, ma non devi abusarne. Alle volte non sai ancora che ne stai abusando. Vi sono stati alcuni casi, uno in particolare: io sono stata male ma… una donna mi aveva raccontato di aver abortito in campagna. Mi ricordo, lo raccontava in un modo incredibile: “Sai, stu criatur’, io l’agg’ tirat’ fuor’, l’agg’ pulizzat’”. Io l’ho mandato in onda, perchè era bello, era poetico, ma il marito si è infuriato quando l’ha vista, e l’ha tenuta in casa 40 giorni! La quarantena, come se io l’avessi contagiata con una malattia! Le avevo promesso che sarei tornata, anche se normalmente noi siamo come i marinai o i soldati di ventura, non torna mai nessuno. Io sono tornata a ringraziarla in un paesino vicino Napoli. Lei non ce l’aveva con me. Abbiamo avuto uno scambio in cui io ho sentito che l’avevo in qualche modo danneggiata, ma non me ne ero resa conto. Forse potevamo presentare quel fatto in un modo meno diretto. Forse non ci avevo pensato abbastanza. Sono cose che facendo questo mestiere bisogna sapere. Nel momento in cui presenti una donna violentata, o una serie di altre cose che non sono facilmente vivibili e compatibili con la loro diffusione, una cosa è fare discorsi teorici, un’altra è viverli nella realtà. Sono tutte cose di cui si dovrebbe tanto discutere, anche tra colleghe, fare proprio dei seminari su questo. Ci sono delle virtù che bisogna avere per fare questi mestieri che non sono solo tecniche o estetiche ma anche etiche e politiche. Forse è vero che servirebbe una patente per fare questi mestieri, come mi pare dica Popper.

    Ma torniamo al nostro discorso. Una formula: NS, nuova soggettività, + NT, nuove tecnologie, con tutte le opportunità che esse offrono. Per esempio: devi tagliare e cucire, il montaggio diviene molto più complesso, più ricco di spunti. E cosa produce questa formula?

    NS + NT = NL. Nuovo linguaggio.

    Se tu, partendo dal tuo essere già differente, portatrice di differenza, usi queste tecniche che a loro volta comportano delle differenze (nel modo di procedere, di produrre, di girare), la somma di tutto questo è probabilmente la possibilità di produrre nuovo linguaggio.

    Alessia: l’impressione, dopo aver visto diversi format, è quella di veder emergere da alcune donne una tensione politica dello strumento espressivo utilizzato. Per esempio, nel lavoro su Amelia Rosselli, c’è il mezzo espressivo della poesia come visionarietà, che è poi nient’altro che visione del mondo. E Amelia dice: “Ha senso rinnovare la visione del mondo”. Anche Marisa Fabbri parla del suo essere attrice con una consapevolezza fortemente politica del suo tempo: parla del teatro come il luogo in cui attraverso l’espressione dell’umanità si danno modelli di comportamento e come il luogo in cui si rinnovano, attraverso la messa in scena e la sperimentazione di altri gesti o abitudini sedimentate, in un processo di consapevolizzazione politica forte, in un percorso che non è solo crescita tecnica. Guardando alle storie di Fabbri e Rosselli abbiamo pensato che Vuoti di memoria condivide con le figure di cui parla il loro scopo politico, e questo è anche per il lavoro fatto sulla forza dell’immagine in Vuoti di memoria, che aveva una tensione alla visionarietà.

    Ci hai dato questa formula, che è frutto di una ricostruzione di quella sperimentazione, del suo senso. Però, quel che mi sembra di percepire, è che anche nella sperimentazione c’era comunque una enorme consapevolezza di ciò che si stava facendo, uno stare appieno in un processo storico. Nel vedere Vuoti di memoria, quest’idea di consapevolezza si ha molto chiara. Mi ha impressionato molto quando nel lavoro su Amelia Rosselli durante la lettura di una sua poesia, con voce molto profonda, si staglia una serie di immagini che raccontano quello che la voce sta cercando di dire.

    Loredana: …anche quella è sperimentazione. Ed è proprio l’esito ultimo di un processo. Tu dici “consapevolezza”: è giusto. Forse succede quando vita, lavoro e politica giocano insieme; e poi c’era la convinzione che operando secondo un desiderio di narrare fuori dai meccanismi rassicuranti di alcune forme stilistiche standard, si potevano trovare nuovi modi. Il fatto che accadesse, ti confortava, ti portava a dire “voglio riprovare”. E poi non lo fai da sola, ma ragionando in redazione. Io non avrei mai potuto fare la giornalista, rincorrendo sempre l’ultima novità, saltando di palo in frasca. Non ho quella prontezza. Per ogni argomento, ogni tema che mettevo in piazza durante le riunioni di definizione della linea editoriale, ero stata a studiare, ero stata in campagna a riflettere, a pensare a come poter fare per realizzare quel che volevo. Certo è un continuo lavorìo, però se tu porti avanti una ricerca, non ti lascia mai quel pensiero. Una continuità c’è e io rintraccio in Vuoti di memoria il momento compiuto di un percorso. Perché lì c’è la telecamera che racconta la storia con una certa linearità, segue l’evento; poi c’è il videotape che sfrutta i momenti emotivi, li coglie e li integra poi nella fase del montaggio. Già l’immagine nasce in parte sdoppiata, perché un uso del videotape consente degli interventi parziali, frammentari, emozionali, emozionanti.

    Federica: mentre vedevo Vuoti di memoria su Paola Levi Montalcini5, qualcuno tra coloro che raccontavano di lei aveva gli occhi lucidi. Questa cosa mi ha colpita. Ho rintracciato una differenza abissale rispetto al tipo di documentario a cui ero abituata in cui non ci si emoziona, semmai si è indotte (quasi con forza) all’emozione dal registro narrativo. Invece stavolta mi stavo emozionando assieme a qualcuno che si stava emozionando. Riusciva a essere un’esperienza sì, che descriveva una vita, ed era anche un momento in cui stavo imparando qualcosa, ma oltre a quello mi sentivo emotivamente coinvolta, davvero. Davvero lì ho sentito il “quasi ineffabile” di cui si parla nel documentario su di te6.

    Loredana: …e forse anche un pochino ti rappresenta. Come donna senti quel discorso e quelle immagini come congeniali. Quella è la cartina di tornasole, la controprova che non c’è malessere, disagio, sghembità rispetto a quello che ti viene proposto, ma senti che c’è un’aderenza al tuo essere. Vuoti di Memoria è vero che cerca di ricostruire vite, più che opere.

    Federica: una cosa totalmente imprevista, travolgente.

    Loredana: Produrre imprevisto, essere imprevisto è quel che Carla Lonzi ci dice che dobbiamo fare. È bello quando succede. Perché non puoi programmare di fare una cosa imprevista. Puoi creare le condizioni e un po’ fare come i rabdomanti. Quando accade è il massimo. Non solo: il montaggio, la struttura linguistica di Vuoti di memoria, ha una sua complessità e una sua originalità. Innanzitutto per la qualità delle sue registe. Prima fra tutte Gianna Mazzini (che aveva lavorato con me anche alla costruzione alla Rai del Progetto Donna). Gianna ha portato un sacco di novità, costruito uno stile. Lei per prima usa un doppio registro di racconto realizzato con due telecamere di formati diversi. Lei sostiene che, quando si racconta la vita di qualcuno c’è sempre un sacco di roba che rimane fuori, inespressa, invisibile. Per superare questo senso di insufficienza, Gianna ha introdotto nel linguaggio di questi documentari l’uso di due telecamere con caratteristiche ed effetti d’immagine diversi. Una telecamera ad alta definizione e una piccola macchina digitale, una “telecamerina”. Alla prima ha dato la responsabilità del racconto ufficiale, alla seconda ha affidato la parte emotiva del racconto, quella che spesso rimane fuori.

    Volevamo che ci fossero non solo le parole dei testimoni e la loro emozione, ma anche la nostra emozione. Oggi sono parecchi a girare così. Ma Gianna è stata la prima. Mi ricordo con quanta difficoltà la Rai ha recepito questa novità. Non era prevista. La ragione del noleggio di una camera in più, e per di più con quelle caratteristiche, non veniva proprio capita. Era il contraltare tecnico della difficoltà di capire perché parlare di persone molte delle quali sconosciute. Nel gruppo di regia c’era anche un uomo. Lavorando con noi in redazione ha dovuto prendere atto e fare i conti con la percezione che esista e agisca una differenza. Mauro Morbidelli (regista di alcuni Vuoti di Memoria, ad esempio quello dedicato ad Anna Maria Ortese) ha svolto un lavoro in cui si è confrontato con i risultati, non solo formali, che avevamo raggiunto e che, dice lui stesso, ha provato talvolta a imitare.

    Alla fine, tornando allo schema linguistico di Vuoti di memoria, fateci caso: è come se ci fosse una fettuccia su cui alcune cose sono messe in maniera lineare; però poi ci sono degli insert, che possono evidenziare, in certi momenti, o rendere prevalenti un suono, un’immagine, una modalità della ripresa; una zoomata dentro una fotografia: non è una fotografia morta, ma un rimettere in vita una fotografia, attraverso questo “entrare”.

    Il nostro montaggio riesce a costruire un intreccio di suoni: perchè la musica c’è, e conta, e in certi momenti prevale, e dà degli stimoli; e poi c’è la fotografia; e poi c’è la pittura; la telecamerina che aggiunge quella cosa che ti sposta, e quindi ti spiazza. Dal terreno della narrazione lineare all’uscita emotiva. Le alterazioni: noi ne abbiamo fatto un uso relativo, ma nel montaggio puoi alterare l’immagine. Puoi scurire una sequenza, farla diventare color seppia; puoi modificare i tempi della ripresa. È un modo per suggerire qualche cosa, che diventa contenuto attraverso il fatto che tu hai elaborato quell’immagine già nel corso della ripresa: hai cioè già pensato che ti serve alterata, è un filtro tecnico-emotivo contestuale alla ripresa, che talvolta può persino riuscire a trasfigurare la realtà.

    Non è dunque un procedere lineare. Non c’è la voce fuori campo che fa la cucitura, che riempie i vuoti che tu non sei stata capace di riempire. Tutto questo complesso di stimoli e di elementi del discorso realizzano un testo complesso che credo che sia poi la cifra che caratterizza Vuoti di memoria. Abbiamo lavorato tanto in redazione, discussioni e riflessioni sul cosa e il come e il perchè del format scelto. Non posso non ricordare a questo proposito l’ottimo contributo di Daniela Ughetta. In realtà tutti noi della redazione per più di tre anni ci siamo scambiati il frutto di questo lavorio. È diventato un modo di raccontare specifico, nostro, che è nato da quel momento, da quel preciso stare insieme, da quell’impostazione. Da cosa nasce cosa, da relazione nasce relazione. E i contenuti e le relazioni si contaminano e questo modo riesce a rendere non uniforme, ma condiviso, il modo di fare. Ciascuna ci mette il suo: la sua sensibilità, la sua capacità. Però si sente che Vuoti di memoria è percorso da una unitarietà, che nasce da tutto quel che vi ho detto, che viene e avviene prima, durante e dopo.

    1 Ricerca Mesomark n.6795, luglio 1980; Prix Italia 1979; Processo per stupro venne inoltre mostrato al Moma, che lo ha acquisito nei suoi archivi.

    2 Loredana fa riferimento alla denuncia che ha fatto seguito al programma, mai mandato in onda, AAA Offresi. Il documentario, censurato dalla Rai in seguito all’intervento della ommissione parlamentare di vigilanza, raccontava l’attività di una prostituta francese, Veronique, osservando la prostituzione da un posizionamento inedito, centrandosi sulla figura del cliente. Era il 1981. Vi furono aspri dibattiti, un processo durato tredici anni e il sequestro della pellicola, per anni nelle mani del Tribunale di Roma perchè “corpo del reato”, restituito infine alla Rai dopo la definitiva assoluzione. Tuttora non è mai andato in onda.

    3 Cfr. G. Blumir, A. Sauvage, Donne di vita – Vita di donne, Mondadori 1980, libro da cui erano partiti Loredana e le sue colleghe.

    4 Studioso, psicologo e psicanalista, è il fondatore della psicanalisi italiana.

    5 Pittrice, sorella gemella di Rita.

    6 Quasi ineffabile. Una femminista alla Rai, documentario del 2004 realizzato da PorticoTV. Visibile on line sul sito www.women.it.

  • APPELLO DELLE DONNE IN SOSTEGNO AL ROJAVA CONTRO L’INVASIONE DELLA TURCHIA IN SIRIA

    Sulla scorta della già condivisa condanna della repressione e dei massacri in Turchia, a sostegno delle donne curde e dell’esperienza politica del Rojava, diffondiamo l’appello nazionale lanciato da Rete-Donne Kurdistan dopo l’entrata in guerra  della Turchia nel nord della Siria la mattina del 24 Agosto 2016, una guerra diretta alla lotta di liberazione delle donne e all’esperimento di democrazia oggi in atto in Rojava.


    L’esperienza democratica di successo che donne e uomini stanno da tre anni costruendo in Rojava è oggi a rischio per via dell’invasione del nord della Siria da parte dell’esercito turco, avvenuta la mattina del 24 agosto attraverso l’occupazione della città di Jarablus.

    In questi anni, nel Nord della Siria e in particolare nella regione autonoma del Rojava, abbiamo seguito e supportato la crescita di un esperimento di democrazia diretta che si è posto come alternativa agli Stati-Nazione, al regime di Assad e alle forze dell’Isis, e che ha posto al centro del suo modello di società la liberazione e l’organizzazione autonoma delle donne in ogni ambito della vita come condizione primaria e necessaria per una trasformazione sociale e per uno sviluppo di convivenza pacifico per tutto il Medio Oriente.

    Un progetto di democrazia diretta che si è mostrato al mondo con evidenza negli anni più recenti, ma che è in realtà radicato nella storia di quarant’anni di movimento, lo stesso che ha portato nel 2005 alla dichiarazione di Abdullah Öcalan del modello sociale del confederalismo democratico.

    Con la liberazione della città di Manbij lo scorso 12 agosto ad opera delle Forze Democratiche Siriane, è iniziata una fase di consolidamento e ampliamento dell’esperienza democratica del Rojava: solo pochi mesi fa il sistema basato sul confederalismo democratico si è esteso oltre i tre cantoni del Rojava, portando avanzamenti per il progetto di convivenza pacifica tra popoli nella parità di genere, principi espressi non solo formalmente nella Carta del Contratto Sociale ma messi effettivamente in pratica ogni momento nei territori liberati, in ogni ambito della società.

    Tutti i media occidentali hanno dato grande rilievo alla reazione immediata delle donne che sono scese in strada liberandosi dalle costrizioni imposte dall’ ISIS che le voleva completamente segregate in casa, mute e sconfitte. Ora però tacciono di fronte all’ingresso di forze islamiste e jihadiste che hanno l’intento di imporre nuovamente con la violenza condizioni di oppressione.

    La guerra che la Turchia sta muovendo con l’invasione della Siria, oltre a violare il diritto internazionale e le regole di belligeranza previste per i Paesi NATO, pone una preoccupazione crescente nei confronti delle politiche del regime dittatoriale post-golpe di Erdogan contro cui è quanto mai ora necessario alzare la propria voce esprimendo la più forte opposizione.

    Erdogan ha in questi mesi intensificato a dismisura il livello di repressione interno alla Turchia, con la distruzione di intere città curde in Bakur (Kurdistan del Nord), e con le migliaia di arresti (ricordiamo per esempio la detenzione della Madre della Pace 83enne Dılşah Özgen ad Amed in Turchia) e ha apertamente dichiarato più volte di volere la totale subalternità delle donne che dovrebbero secondo le sue dichiarazioni restare chiuse in casa con l’obbligo di fare almeno tre figli.

    D’altro canto ha potenziato la politica di offensiva militare in Siria, supportata attraverso alleanze con le potenze internazionali e con la partecipazione diretta di bande di mercenari islamisti, e realizzata con il silenzio dell’opinione pubblica mondiale.

    L’occupazione militare di Jarablus in Siria è avvenuta con l’appoggio degli Stati Uniti ed è stata preceduta da un’attentato di Daesh contro l’HDP con il presumibile supporto dei servizi di Intelligence turca durante un matrimonio curdo ad Antep in Turchia. L’occupazione di Jarablus viene condotta con il pretesto di combattere l’Isis, ma è proprio in accordo con le stesse forze dell’Isis che viene portata avanti: non è avvenuto infatti alcuno scontro sul campo dopo l’invasione dell’esercito turco.

    Dopo l’occupazione della città, l’esercito turco sta ora bombardando i villaggi, compiendo fra l’altro un massacro a Bir El-Kûsa, a 13 km dal fiume Sacur.

    La Turchia sta trovando appoggio sia dal regime di Assad, sia dall’Iran, sia dalla Russia. Le alleanze tra le potenze internazionali e le politiche di Erdogan non possono far altro che favorire gli spietati interessi strategici degli stati, aprendo pericolosamente le frontiere a nuove azioni fasciste di destabilizzazione dei gruppi di Daesh su più fronti, senza esclusione dell’Europa, cha anche ha assistito in un assordante silenzio all’invasione turca in Siria.

    Riconosciamo come questa dichiarazione di guerra sia di fatto una guerra contro i valori universali di umanità e democrazia globale messi in pratica dall’alternativa curda e supportata dalle forze di autodifesa del Consiglio di Manbij e di Jarablus, e riconosciamo come l’aggressione genocida dello stato turco di Erdogan sia volta a distruggere i diritti conquistati dalla lotta delle donne nei territori liberati in Siria e nelle città curde al sud della Turchia. La guerra fascista di Erdogan, alleata del jihadismo, mostra chiaramente al mondo i suoi intenti di sopraffazione e di genocidio politico e culturale, di regime patriarcale, di oppressione dei generi, di gerarchia e di dominio: è una guerra condotta contro i popoli e contro le donne che in quei territori non hanno mai smesso di portare avanti la loro lotta per la democrazia e per l’intera umanità.

    Non è più possibile stare a guardare in silenzio. Contro questa cinica aggressione richiamiamo a nuovi paradigmi di solidarietà.

    Il nostro solidale appoggio va alle Forze Democratiche della Siria e alle Unità di Difesa del Consiglio Militare di Manbij che stanno conducendo le loro battaglie contro l’illegittima e odiosa occupazione dello stato turco in Siria.

    Il nostro appoggio incondizionato va alle organizzazioni autonome e alla lotta di liberazione delle donne.

    Rete-Donne Kurdistan,

    29 Agosto 2016

     

     

    JIN-RETE-KURDISTAN

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  • Movimenti e pratiche di solidarietà oltre i confini, la gerarchia, il potere- Intervista con Chandra Talpade Mohanty

    Introduzione

    L’incontro con Chandra Talpade Mohanty è avvenuto un anno fa, il 22 Maggio del 2015, in occasione della sua visita a Napoli, dove era stata invitata dalla rete Deco[k]now [1] nell’ambito del ciclo di seminari intitolato “Gli studi postcoloniali e la questione della soggettività politica nella teoria radicale”. Nella lezione dottorale tenuta all’Università L’Orientale (che qui diffondiamo e rendiamo di libero accesso) Chandra Mohanty aveva affrontato, da una prospettiva femminista e postcoloniale, un’analisi dei regimi securitari nelle zone di frontiera, focalizzandosi sulle dinamiche della governamentalità e sui movimenti di resistenza nelle zone situate tra Messico-Stati Uniti, tra Valle del Kashmir-India e tra Gaza-Israele.
    La mattina seguente alla lezione, l’abbiamo incontrata prima della sua partenza da Napoli, per condividere con lei una colazione e delle questioni. Le domande che come gruppo che cura l’ Atelier Iaph-Intercultura avevamo elaborato e che ponevamo all’autrice di Femminismo senza frontiere si trasformavano immediatamente in questioni rilanciate a noi proponenti. La curiosità mostrata verso le nostre vite e esperienze politiche e la postura amichevole di ascolto e parola hanno rotto rigidità nel dialogo, e fornito lo spazio empatico di una piena vicinanza generando fluidamente dei modi circolari di conversazione imprevisti, in un’appassionata, immediata e impensata alleanza. L’asse dell’intervista, come lo avevamo immaginato prima dell’incontro, è stato invertito. Siamo state noi a ricevere delle interrogazioni rigorose e urgenti dalla”intervistata”, seguite da un assunto: «Se non si ci si pone certe domande, il rischio è di stare dalla parte sbagliata della storia». Durante questo scambio politico riteniamo che alcuni argomenti cruciali siano emersi e li proponiamo di seguito come questioni fondamentali che sfidano il presente: quali sono i metodi per creare una concreta solidarietà femminista transnazionale nell’interconnessione tra lotte? È minimamente possibile oggi abbracciare i femminismi senza dirsi antirazziste e anticapitaliste? Come dare l’attenzione necessaria alle comunità marginali, in un rovesciamento di privilegio epistemologico importante? Che senso ha partire dalle dinamiche interculturali, dalla migrazione in un’ottica di genere e occuparsi seriamente del funzionamento della violenza epistemica e del funzionamento del potere, in connessione al tema dello sfruttamento? Come ridefinire, per superarli, gli stretti confini perpetuati dal modello eteropatriarcale dello Stato-Nazione?
    L’incontro con Chandra Mohanty non ci ha fornito delle risposte. A noi ha piuttosto consegnato una serie di interrogativi che abbiamo sentito chiamarci parimenti in causa, non come ricercatrici universitarie ma come persone consapevoli e partecipi di una lotta comune da portare avanti ogni giorno senza chiusure, insieme ad altre e altri, unendoci nelle diversità. Decolonizzando pratiche e saperi, tendendo alla produzione di differenti valori oltre quelli dominanti, in ogni parte del pianeta e a partire dalle differenze, ad ogni livello della società e in ogni aspetto della vita.
    Interrogazioni di senso come queste sono presenti dalle prime righe del dialogo e sono suggerite come indicazioni di metodo. Le pubblichiamo qui per proporle alle attiviste, agli studiosi, ai ricercatori e alle ricercatrici militanti, alle femministe in Italia dentro e fuori l’accademia, per riflettere sulle basi attuali delle pratiche dell’internazionalismo e della ricerca politica, per riposizionarle sull’oggi nel qui e ora ma richiamando ad uno sguardo di ampio raggio decentrato in apertura verso l’altrove.

    Alessia Drò*

    *un ringraziamento particolare a Lucia Turco che ha proposto e accompagnato questo incontro


    [1] Deco[K]now è una rete di ricercatrici e ricercatori con lo scopo di attivare pratiche teoriche finalizzate alla decolonizzazione dei saperi e di avviare un percorso di liberazione della conoscenza attraverso inchieste legate al lavoro critico e alla lotta politica a partire da contesti concreti e locali per immaginare spazi di soggettività comune. Per info http://www.decoknow.net/

     

    Come sai, discussioni sugli approcci femministi interculturali e postcoloniali non sono troppo diffuse nell’attuale dibattito femminista italiano. Come Atelier Intercultura in Iaph, vorremmo sviluppare in Italia uno spazio di incontro, di risonanza, a partire dalla connessione di diverse e dislocate esperienze di lotta e di ricerca situate. Da un lato per criticare- da una prospettiva interculturale- un modo eurocentrico di produzione dominante dei saperi, dall’altro per creare un’apertura verso pratiche di apprendimento alternative, stimolando nuovi incontri e nuovi contributi politici di ricerca. Con i tuoi lavori, già a metà degli anni ’80 e poi successivamente, ci hai dato orientamenti preziosi sui modi in cui la critica all’eurocentrismo possa decolonizzare il discorso femminista egemonico

    Quello che mi domandi credo abbia molto a che fare con quel salto generazionale di cui abbiamo parlato, quando ti ho chiesto il vostro posizionamento all’interno del femminismo italiano in una prospettiva postcoloniale e anticapitalista. Le generazioni più giovani, dunque, mi sembra che qui in Italia stiano portando un punto di vista meno eurocentrico; ma posizionamenti particolari e dislocati appaiono talvolta ad altre come se non abbiano niente a che vedere con e come se non abbiano niente da dire al femminismo italiano e alle questioni che affronta.
    Innanzi tutto il lavoro che io porto avanti da tempo è sistematicamente anticapitalista. Però, ci sono molte pensatrici femministe postcoloniali che non lo sono, e non c’è una presa di posizione specificatamente antirazzista e anticapitalista.

    C’è forse una specie di modo di universalizzare il femminismo che deriva dalla sua storia italiana e dal modo in cui ci si concepisce come italiane ed europee. Qui la sfida si pone in termini di voci e di critiche che vengano non solo dal fuori, ma che necessitano, dal di dentro, di dare precisa attenzione alla vita delle donne nelle comunità marginali, nelle periferie, che stanno teorizzando le loro prese di posizione, le loro pratiche, in relazione ad una cornice più ampia. Se no quello che fai, teorizzando, corre il rischio di colonizzare le esperienze delle donne che vivono altrove, in India, in America Latina. Allora io mi chiedo: come si sta affrontando lo scenario della razzializzazione qui in Italia e cosa significherebbe per voi teorizzare le lotte femministe a partire dai luoghi di quelle persone marginalizzate? E’ questo un progetto che il femminismo italiano dovrebbe intraprendere e iniziare? Perché, se non lo iniziasse, allora significherebbe, oggi, essere dalla parte sbagliata della storia. Significa essere dalla parte sbagliata della storia se non si fa attenzione a cosa succede in Italia e in Europa rispetto alla questione delle migrazioni. Perché la questione delle migrazioni riguarda anche il genere: i migranti non sono solo “ i migranti”.

    La domanda da porre sarebbe: in questo contesto, da quali luoghi possiamo far partire un’analisi anticapitalista femminista antirazzista? Da quali luoghi e contesti? Tu stai pensando a spazi o a comunità, alle relazioni di vicinato a Roma? Posso fare un esempio concreto: a Roma son stata nel quartiere dell’Esquilino, uno spazio visibile sotto una prospettiva di genere. C’erano molti uomini, poche donne. Ci son quindi molti spazi dove potremmo chiederci, in primo luogo, dove siano le donne. E poi anche potremmo chiederci: quali sono i problemi importanti per le donne in quelle comunità? Cosa affrontano quotidianamente? E le femministe italiane come stanno in queste situazioni? Sono utili a queste donne? E, se non lo sono, questo è un problema. Quindi, ancora, la questione è: il femminismo è una politica che è solo di chi ha potuto teorizzare sul femminismo o è una politica radicale che ha bisogno di essere rilevante e polivoca, perché il mondo non è univoco? E’ una politica che deve fare attenzione alla storia coloniale e ai panorami di razzializzazione che esistono, oggi, in Italia?
    Penso che questa sarebbe una domanda da porsi. Mentre, per parlare proprio di femminismo transnazionale, per dire come funziona, come possa creare una rete di connessioni oltre il concetto di “sorellanza”, ti posso raccontare subito il progetto collaborativo messo in piedi con la mia collega-sorella femminista Linda Carty.

    Il nostro progetto ha fatto nascere una genealogia materialista e collettiva di pratiche femministe transnazionali che vanno oltre le nozioni romantiche di sorellanza. Si tratta di un progetto che si basa sui dialoghi intrapresi con studentesse-attiviste femministe di tutto il mondo che riflettono nel loro specifico sui contatti esistenti tra istanze di giustizia sociale riguardanti l’economia, l’antirazzismo, l’anticapitalismo oltre e attraverso i confini nazionali.
    E c’è un capitolo iniziale contenuto nel libro The Oxford Handbook of Transnational Feminist Movements, 2015 che si concentra su un filo conduttore che attraversa tutti i nostri dialoghi: le anatomie dello spossessamento e della violenza nell’era del neoliberismo, e in particolar modo, le sfide connesse che questa pone alle femministe situate in vari luoghi e contesti geopolitici del mondo. Noi crediamo che sia questo particolare contesto contemporaneo a permettere di vedere più chiaramente, attraverso analisi sociopolitiche, la produzione di conoscenza femminista riflessa in differenti angoli del mondo. Questo ci permette di creare una cartografia, una mappa dei contatti e delle lotte femministe transnazionali e ottenere così la possibilità per una reale solidarietà attraversando i confini, basata sulla giustizia e sull’attenzione al potere nelle specificità e differenze storiche. Molta della produzione di conoscenza femminista transnazionale organizzata sul campo da donne di colore ha criticato il femminismo e altri movimenti sociali: queste critiche hanno avuto un impatto forte e hanno cambiato tanto il più ampio panorama socio-politico quanto i contesti intellettuali, trasformando così il movimento femminista in sé.

    Certamente, le questioni che ci chiediamo oggi riflettono un modo di teorizzare femminista transnazionale che è direttamente legato alle, e spesso emerge proprio dalle lotte reali, e dall’impegno politico nelle battaglie portate avanti da diverse comunità.
    Sto pensando poi che il nostro progetto in corso sviluppa anche un archivio video digitale, chiamato Femminist Freedom Warriors. Questo archivio digitale, primo nel suo genere, consiste in una serie di interviste con donne ispiranti, chiamate, appunto, guerriere per la libertà, le cui lotte sono profondamente interconnesse, anche se i loro contesti e luoghi geografici di riferimento potrebbero sembrare non connessi. Usando la storia orale per documentare le vite e l’impegno politico delle attiviste femministe del XX secolo e del presente, Feminist Freedom Warriors cerca di portare l’archivio video femminista dentro il contemporaneo contesto digitale; queste donne, da noi chiamate Freedom Warriors, sono state filmate nelle conversazioni con noi, loro contemporanee. Le sorelle che hanno lottato e lavorato insieme per più di 4 decadi. Tutti questi elementi si combinano per creare un progetto diverso, d’enorme importanza, ad ora l’unico archivio digitale femminista con questo scopo. Feminist Freedom Warriors si vuol dedicare in primo luogo a pratiche pedagogiche contemporanee per le femministe del futuro, ma ha anche lo scopo di ospitare storie attraverso un dialogo con femministe il cui lavoro è profondamente ancorato al passato. Questo progetto incorpora, secondo me, una prassi femminista transnazionale e promuove una visione collaborativa a livello teoretico e metodologico che stimola il pensiero e l’organizzazione attraverso diversi contesti e paesaggi geopolitici.

    In ogni caso, per rispondere alla domanda che ci interroga su come può la critica all’eurocentrismo essere applicata al femminismo, penso che questo dipenda da a chi vuoi indirizzarti, che tipo di politica femminista vuoi portare avanti, perché c’è una cornice coloniale che crea fraintendimenti ed equivoci: in ciò che significa essere europeo, in ciò che significa essere italiana. C’è un modo di intendere esclusiva quell’identità, in un accesso esclusivo. Pensiamo al sistema della cittadinanza: c’è chiaramente una connessione con il potere in questo. Ma lascerò da parte le questioni molto teoriche, perché ora sono interessata a capire che esempi possono essere usati per intendere una prospettiva postcoloniale femminista e transnazionale, sulla quale ho lavorato.
    Io penso che non si possa avviare una politica radicale femminista se non si fa attenzione a sistemi multipli e intersezionali di oppressione, perché sono questi i sistemi che hanno a che vedere con persone di differenti nazionalità, classe, provenienza, situazione, etnia, con diversi vissuti: esperienze differenti, specialmente vissute da donne.
    E quello che posso dire è che se non troviamo modi di capire come le persone possano fare teoria critica dai margini, per come funziona il potere, ci saranno problemi che non verranno mai visti e capiti.

    A Roma, nella zona di Piazza Vittorio, ho visto un sacco di persone provenienti dal Bangladesh e dall’Africa. Capisco che sia difficile entrare in contatto con queste comunità, ma mi chiedo comunque se ci siano persone di lì che vanno, per esempio, all’università a Roma, ma che hanno radici in quelle comunità, e che, magari, stando all’università, possono essere approcciate come tutte le altre persone, non parlo di incursioni nelle comunità, ma mi riferisco al guardare alle zone liminali. Immagino sempre che non siano intoccabili queste comunità, immagino che ci siano persone in queste comunità che hanno fatto un passo fuori, e che forse pure son state punite, chissà, per questo, voi anche lo sapete bene, che ci sono persone che lasciano casa.
    Per vedere certe cose circa la tua casa, la devi lasciare: non le vedi se stai là dentro tutto il tempo. Tu per esempio, Alessia, sei andata a vivere e fare ricerca politica in Argentina e hai visto situazioni totalmente differenti rispetto a quelle che avresti visto se avessi continuato gli studi qui. Quindi se tu fossi rimasta qua, certamente, non sarebbe stato lo stesso.

    E in un nuovo contesto, direi che è importante non pensare mai come scontato che le persone portino avanti vite normalizzate o, come molte pensano, che le donne siano sempre controllate e segregate. Io cercherei sempre di tentare di capire: cosa significherebbe per voi partecipare a degli incontri politici in quegli spazi che ho elencato prima? Per esempio, andare in quelle loro organizzazioni politiche, anche solo come partecipanti.
    Faccio questo esempio perché questo ha a che fare con lo stare in situazioni che ti mettono a disagio, nelle quali non riusciresti ad esprimerti inizialmente e in cui tu sei un’ outsider e marginale.

    Provare questa importante sensazione di marginalità, che va ricercata di continuo, fa sì che si inizi un processo in relazione per cui tu cominci a comprendere gli altri, le altre, e loro comprendono certe cose su di te. Credo che il modo in cui si possa veramente costruire la solidarietà non sia in astratto, ma che si dia nei termini di rischio di sé e nel mettersi in situazioni dove emerge un’autentica voglia di capire che cosa succeda, senza pensare che le persone lì non siano coscienti della situazione e che io debba insegnare loro qualcosa.
    Bisogna partire dall’ammettere che non sappiamo cosa stia succedendo e che il modo per capirlo è sicuramente il mettersi in profondo ascolto, per tutto il tempo che è necessario. Penso che se noi non abbiamo conversazioni con le persone che non sono come noi, e che specialmente stanno in differenti relazioni di potere, allora ci saranno sempre parti del mondo sociale che non capiremo mai. Questo ha delle conseguenze sul nostro modo di pensare al cambiamento di cui abbiamo bisogno oggi, e influisce sul modo di arrivare alle teorie che elaboriamo. Quindi, nell’analizzare un passaggio generazionale in chiave postcoloniale nel femminismo italiano, non possiamo dire che è problematico il fatto che si stia portando avanti un’ottica colonialista: il modo in cui la politica femminista si è articolata nel passato è stato utile. Ha portato ad un modo attraverso cui comprendere il mondo, e a liberarsi da particolari situazioni patriarcali, quindi non è che ci sia qualcosa di sbagliato in questo. Le persone vivono delle loro categorie. È sbagliato pensare che queste categorie di pensiero debbano essere valide e funzionare per tutte. Così facendo, non ci si accorge per esempio di quelle donne marginali e delle loro resistenze anche quotidiane. Donne che proprio in base ai preconcetti categorici non sarebbero definite “femministe”, perché non si comportano nei modi che son stati considerati “liberati”, e che per questo sarebbero considerate erroneamente, di fatto, completamente oppresse. In questo senso funziona una struttura coloniale eurocentrica. Perché questa sia interrotta, però, c’è bisogno di interventi dall’esterno di questa struttura.

    Talvolta, nel panorama italiano, si rimane anche focalizzati su categorie secondo un ordine gerarchico, come quella di razza, che verrebbe prima del genere. In questo modo non ci si sta neanche minimamente avvicinando a un’ottica e ad un approccio intersezionali.
    Questo, in certi casi, è qualcosa di simile a ciò che è storicamente capitato negli Stati Uniti.
    I movimenti delle donne non entravano in contatto con i movimenti antirazzisti, con le donne razzializzate e di colore.  Il movimento nero dei diritti civili non aveva un assetto antipatriarcale. Questo d’altronde è comune a molti movimenti del Sud globale.
    Per esempio, quando parlavo a L’Asilo di alcuni movimenti antirazzisti che stanno prendendo piede ora negli Stati Uniti, lì è davvero possibile vedere il risultato di decenni di pensiero e organizzazione. Ci sono ora grandissimi movimenti sociali che parlano di come la vita delle donne nere conti e sia importante, perché i risultati ottenuti delle donne nere sono un punto focale d’entrata in uno spazio epistemologico e di esperienza. Un punto importantissimo di entrata che dovrebbe essere preso in considerazione da molti movimenti sociali, per rendere visibile il modo in cui si manifesta lo Stato e la violenza di Stato nelle sue multiple forme.

    Per iniziativa della Casa Bianca, dopo l’elezione di Obama, hanno preso piede attività che si stanno focalizzando sugli uomini neri e sulla loro criminalizzazione e detenzione in carcere. Ma anche questo focus antirazzista ha cancellato la condizione delle donne. La situazione delle donne è totalmente trascurata. Per render conto di come le vite nere contino[2], bisogna analizzare come la vita delle donne nere sia importante da capire in ogni aspetto, in modalità diverse, perché le loro esperienze di vita sono totalmente differenti, in molti modi: l’accesso che le donne hanno ad un certo tipo di risorse, per esempio. Rispetto alla condizione nelle carceri, spesso vengono rinchiuse madri single con figli. Un gran numero di donne è messo in prigione per crimini di droga, e, nella maggior parte dei casi, la ragione è che nascondono droga per i loro compagni o mariti. Penso a quando la polizia entra nelle case: se la donna è sola, lì, lei si trova a proteggere tutta la famiglia.

    Ci sono diverse esperienze che le donne vivono e che hanno a che fare con il sistema su più livelli, e che non hanno niente a che fare con l’esperienza individuale.

    Molti temi da te posti su un piano di analisi ed esperienza mi portano a pensare ad un’ interlocuzione che stiamo portando avanti con l’esperienza del Rojava. C’è stata una Conferenza ad Amburgo il 3 Aprile, che ci chiamava a riflettere da un posizionamento anticapitalista e femminista; là le donne curde ci hanno raccontato la loro lotta per la costruzione del confederalismo democratico, una pratica di democrazia diretta e un paradigma basato sull’autodifesa, sull’ecologia e sulla liberazione delle donne, sull’autogoverno, sulle comuni, sul municipalismo assembleare e sulla co-presidenza. Ci hanno parlato di come stiano costruendo giorno per giorno le basi dell’autodifesa, e, con questa, nuove forme di produzione di sapere. Il punto è che l’incontro con l’esperienza di lotta delle donne curde sta facendo saltare le nostre categorie “occidentali” di pensiero. Il loro modo di produrre conoscenza ci fa forse capire come dovremmo riniziare a fare i conti, in nuove modalità, con la nostra storia. Quando le compagne curde parlano della necessità di un cambiamento della società tutta, credo che noi in Europa dobbiamo fare i conti con un femminismo che si è basato su un individualismo capitalistico forte e che evidenzia una frase che tu hai scritto: “si è passati dal personale è politico, al politico è personale.” E noi, infatti, collettivamente ci stiamo chiedendo, guardando alla nostra storia: che è successo in questo passaggio? Poi tutto questo ci fa pensare anche in un’ottica anticapitalista, come il concetto di Stato-Nazione sia ormai troppo stretto…le compagne curde ci invitano a riflettere su questo punto e a vedere quello che stanno costruendo oggi, a promuovere l’incontro e la diffusione delle loro pratiche.

    Mi torna tutto quello che dici e davvero attira moltissimo la mia attenzione.
    Mi viene da pensare che quello che succede nei vari collettivi di donne di cui racconti ha anche a che vedere con quello che ha fatto il movimento zapatista in Messico, dove ci sono collettivi di donne indigene, che si nominino o no come femministe, che portano avanti una mirata posizione anticapitalista e anti-statale. Ora, il movimento zapatista ha scelto di essere un movimento autonomo e di andare contro l’idea che loro siano messicani come tutti gli altri messicani. In altre parole, hanno scelto di dire che la sovranità statale in Messico non può funzionare senza che non venga data attenzione alle comunità indigene zapatiste. Hanno smosso il discorso sullo Stato-Nazione per denunciare che il modo in cui il concetto di nazione è costruito nella sua storia è un problema in sé e c’è bisogno di cambiarlo completamente sotto un’ottica anticapitalista. Però, questo che mi dici sulle donne curde, è ancora diverso. Ci mostra quanto malleabile sia il concetto di Stato-Nazione. Lo Stato e i confini sono gli unici modi attraverso cui le persone riconoscono la sovranità? La mia risposta è no. C’è una densissima storia di conoscenze indigene dal Latinoamerica, dagli Stati Uniti, e da luoghi come l’India, dove ci sono tribù indigene e comunità che hanno differenti modi di vita e hanno differenti modi di pensare alle relazioni tra loro stessi, con l’esterno, con l’ambiente. Sono visioni diverse su cosa significhi costruire una struttura di governo o cosa significhi realizzare relazioni tra persone nella società che siano umane e inclusive. Spesso queste idee non trovano luogo nel concetto di Stato-Nazione. Lo Stato-Nazione ha una storia corta, recente. Non ha una lunga vita, per molti aspetti.

    Nelle mie ricerche di oggi trovo importante parlare delle comunità, ad esempio, che vivono negli Stati Uniti e al confine, come quelle delle riserve indigene: loro considerano però loro stesse “nazioni sovrane”. Usano il linguaggio dello Stato-Nazione, perché è oggi l’unico disponibile. Però quello che loro intendono dire, e che mettono in pratica, è più corretto nominarlo “popolo sovrano”, e cioè: “vogliamo vivere come desideriamo in relazione al territorio che abitiamo, alle nostre terre. Non vogliamo essere messicani o americani”.
    Le comunità curde non hanno questi confini, naturalmente, quindi non usano gli argomenti del nazionalismo e non provvedono in senso statalista all’organizzazione di quei territori. Perché sarebbe una struttura oppressiva, perché riconoscono lo stretto legame tra Stato-Nazione e capitale globale. Oggi è in uso dire che il capitalismo contemporaneo è multinazionale, transnazionale. In realtà il capitalismo agisce attraverso gli Stati e quindi gli Stati-Nazione sono la chiave centrale per il funzionamento del capitale globale. Alla luce di queste considerazioni, alla tua domanda se io pensi che dovremmo smantellare lo Stato-Nazione, la mia risposta è: sì.
    Possiamo farlo ora? Probabilmente no. Ma in termini di teorie, penso che sia importante metterlo in questione.

    Perché andare oltre il concetto di Stato-Nazione, specialmente per come letto nel contesto della lotta delle donne curde e ragionare, a partire da un diverso punto di vista, sulla migrazione e sulle dinamiche interculturali, costringe studentesse, accademiche, attiviste femministe a decentrare le questioni delle pratiche dello Stato maschilista, delle identità nazionali, patriarcali. Porta ad immaginare alleanze al di là dei confini e a forme di solidarietà femminista tra donne.
    Se lo Stato-Nazione non è più l’arbitro della cittadinanza e se i confini geopolitici non sono più circoscritte identità politiche e culturali, le questioni della giustizia economica e sociale devono essere teorizzate come contestuali e, allo stesso tempo, attraverso i confini.
    Così, i movimenti che attraversano tali confini (come avviene nelle migrazioni) possono diventare, un tropo femminista. Questo è totalmente diverso da un’assegnazione basata sui termini di identità nazionale, come fa la maggior parte della teoria femminista decoloniale e postcoloniale. Io penso che questo paradigma ponga alcune nuove ed interessanti questioni teoretiche femministe intorno alla connettività del locale/globale. Suggerisce modi di pensiero che sono specificatamente situati, ma non localmente confinati.

    Sto pensando che questa messa in discussione dello Stato-Nazione è centrale anche in Latinoamerica, nel momento in cui si sono denunciati i governi progressisti legati alle multinazionali che finanziano politiche estrattiviste. Qui, come suggerisce anche l’antropologa femminista brasiliana Rita Segato, bisogna rendersi conto che il capitalismo nella sua finanziarizzazione globale, passa proprio dalla centralità oppressiva e violenta di direzione dello Stato-Nazione. In luoghi come l’Argentina, per esempio, lo Stato maschera la rendita derivata dalle politiche estrattive – che uccidono persone e devastano territori- in redistribuzioni pacificatorie attraverso specifici “piani sociali”: assegnano sussidi economici per le fasce più povere e marginalizzate della popolazione, creando una nuova governamentalità del debito e del controllo nelle semiperiferie urbane. Di fronte a questa consapevolezza, le lotte femministe, specialmente nelle villas, producono alternative concrete attraverso pratiche radicali di democrazia diretta, nell’organizzazione del lavoro e in ogni aspetto della vita. E penso anche ad altre lotte latinoamericane e di come, contro le politiche di privatizzazione dell’acqua del governo della Bolivia, si siano autorganizzate le comunità, come quelle in Cochabamba.

    Le battaglie dell’acqua in Bolivia sono qualcosa che conosco molto bene. Oscar Olivera è una parte importante di quella battaglia. E’ incredibile parlare con coloro che hanno fatto parte di queste lotte, perché la loro visione di giustizia economica  e sociale è completamente differente dalle concezioni ereditate dal femminismo che abbiamo nelle varie parti del mondo. E’ basata sul comprendere le relazioni tra le persone attraverso il genere, l’età, rigettando la  nozione di proprietà privata e di appartenenza di terre e territori. Questo per me è profondamente anticapitalista.
    Le conoscenze indigene, le epistemologie indigene, rifiutano l’idea di proprietà e parlano di un modo comune di vivere: con la terra, non sulla terra, non sfruttandola. Si autorganizzano in collettivi, in unione con l’ambiente, e senza intendere l’essere umano come una creatura monadica o atomizzata. Il neoliberalismo, le governamentalità neoliberali devono invece addomesticare tutto questo.
    Perciò, anche le politiche di redistribuzione, certo, diventano una forma di appropriazione o di addomesticamento e controllo. Credo sia di grande interesse guardare alle comunità in tutto il mondo che vivono oltre i confini dello Stato-Nazione o che rigettano  completamente questa definizione. E quello che trovo più radicale è mettersi al di fuori delle strettoie, fuori dai confini posti dalle definizioni e dalle concezioni di cosa significa essere un cittadino, cosa significa realizzarsi nella vita. E’ importante capire come calcoliamo questi valori, senza lasciarli misurare a chi detiene il potere in modo che le persone si limitino a scegliere tra una serie di opzioni e portare avanti una routine. Il che significa che non si può più sottostare alla narrazione che ti garantisce “è questo il modo migliore per fare le cose” perché ci son persone che non lo fanno, e stanno bene, e sono capaci di mostrarlo ad altre persone.

    A partire dal tuo discorso sui valori, mi vien da pensare alla nozione di “qualità della vita”, da te giustamente criticata come categoria astratta normante e coloniale, quando usata come indice statistico omologante. E sto pensando all’esempio boliviano, alla questione di rivalutare profondamente nuove misure della vita. Penso al Buen Vivir indigeno e ai valori che pone nella sua concezione di buona vita: il Buen Vivir è stato riconosciuto formalmente nella Costituzione della Bolivia ma è ben lontano oggi dall’essere effettivamente praticato. Come intendere l’uso che si è fatto e si fa della categoria di “qualità della vita”? Quali nuove misure di fronte ad attuali indicatori?

    Capisco a che ti riferisci. Ma sai, io penso alla categoria di “qualità della vita” come indice di misura. Credo che l’indicizzazione della qualità della vita utilizzata da molte organizzazioni mondiali (un tetto, cibo, libertà dalla violenza) sia un modo molto ristretto di intendere la qualità della vita, in una mera divisione tra ricche e povere. Perché la qualità della vita ha a che fare con la capacità di determinare le proprie vite e di fare delle scelte sulla propria vita. Ha a che fare con relazioni differenti tra le persone e una relazione differente con l’ambiente. Non vorrei che la qualità della vita divenisse una categoria teoretica, perché sarebbe allora una categoria che includerebbe solo, pensandoli al di là dei contesti geografici, in una forma globalmente accettata, i valori di qualità della vita di chi ha certi privilegi. Per certi versi, vivere a Mumbai è tanto difficile quanto vivere a New York. Il valore della moneta, certo, è diverso in questi luoghi, ma l’1% di Mumbai è paragonabile all’1% denunciato dal movimento 99%, a New York. Probabilmente è così anche a Roma. Ci sono nuove classi, create dal movimento del capitale e dallo Stato-Nazione che lo supporta. Ci sono eredità coloniali tra la crescita del capitalismo e lo sviluppo della modernità, un certo tipo di modernità europea. Pensiamo a tutte le persone coinvolte in lotte su diversi terreni: il femminismo dovrebbe lavorare a partire dalla coscienza che il genere conta e che è parte di una struttura più generale. Il contributo in questo senso è chiedersi cosa significa organizzare relazioni che siano eque e giuste, erotiche, ma non erotiche nel senso classico.

    Cosa significa allora pensare ad uno spazio democratico femminista?
    Sicuramente non è uno spazio in cui le persone prendono il tempo di quindici minuti per parlare senza dare parola alle persone più giovani.
    Nelle nostre lezioni abbiamo sviluppato una cultura che ti permette di dire: “Puoi tacere almeno per 2 secondi ora? Qualcun altro, qualcun’altra, oltre te, vorrebbe parlare!”.
    Piuttosto, questa è una domanda per voi: quanto il femminismo rimane ad un livello teoretico? Ci sono altri modi in cui il femminismo arriva alle vite quotidiane delle persone? E ha intaccato nel profondo pratiche culturali?

    Per esempio, in India, non credo che ci sia un livello teoretico del femminismo, ma ci sono moltissimi movimenti femministi nei territori, specialmente contro la violenza sulle donne, movimenti enormi. Penso ci sia molto lavoro da fare in termini di street culture, di cultura di strada. Qualcosa è cambiato nella vita domestica delle donne indiane, ma c’è una struttura dominante patriarcale molto forte ed è questo che deve esser trasformato, dalle persone coinvolte, non da quelle esterne. Ma è in termini di cultura di strada che c’è bisogno di cambiamento. In India ci sono posti in cui puoi sentirti tranquilla e altri posti in cui non lo sei. Quando vivevo in Delhi, dove son cresciuta, nei bus, veramente affollati, gli uomini cercavano sempre di tirarti, spingerti, e tu ti trovavi a stare in uno spazio ristretto o a esser pronta a dare ceffoni alla gente: puoi dare un ceffone ad un tipo, ma dico, queste situazioni devono cambiare non solo per un gruppo di donne che son educate o privilegiate.
    Per me questo è il lavoro che può fare il femminismo, non credo esistano altri movimenti che abbiano queste pratiche, queste politiche. Questa è una domanda. Ci sono altri movimenti che hanno messo al centro relazioni eque e non gerarchiche e autoritarie come centrali per quello per cui combattevano? Io non penso.

    Non so che tipo di livello di discorso ci sia in Italia su diritti civili o sulla nonviolenza. Per me, quando si pensa al movimento dei diritti civili o alle lotte anticoloniali in India, si tratta di un addestramento alla nonviolenza, alla non risposta: questa è una forma di allenamento.
    Solitamente gli uomini stavano davanti, durante le manifestazioni, ma nei movimenti dei diritti civili ci sono donne, neri, nere, studentesse bianche, che utilizzano lo stesso metodo per affrontare la polizia. Credo sia un esercizio e un allenamento per le donne mettersi nelle prime linee.

    Sto pensando alle donne Chipko, in una famosa protesta: in un parco, queste donne hanno abbracciato degli alberi rifiutandosi di spostarsi. Le ruspe non sarebbero mai andate contro di loro, ci sono certe azioni per parte di donne che fanno un uso diverso del corpo.
    Sto pensando alle donne di alcuni villaggi indiani, che hanno fondato la pratica di circondare un uomo che ha commesso violenza, per esempio. Lo circondano e lo insultano, non permettendogli di muoversi. Vanno lì con il loro corpo, oggi è una pratica ormai diffusa al di là dell’appartenenza ad una classe sociale, ma, all’inizio, le donne di classe media, a Mumbai, per autodifendersi, hanno imparato da quelle dei villaggi.

    Ho sentito alla Conferenza di Amburgo “Challenging Capitalist Modernity II” [3]l’attivista indiana Radha D’Souza raccontare dell’esperienza politica di alcuni villaggi indiani e della loro pratica di “Rigenerazione nella resistenza”. Una lotta portata avanti a favore della biodiversità e dell’autorganizzazione dei territori attraverso l’autogestione dell’acqua, contro le privatizzazioni statali delle reti idriche. Mi ha colpito una sua frase: “L’industrialismo ci dice che dobbiamo costruire in grande, e rende così sempre più insignificanti le nostre vite; mentre, per costruire in grande, bisogna partire dal piccolo.” Radha D’Souza si è posta in contrasto con il lì presente David Harvey, che nella sua relazione sottolineava la necessità di un approccio marxista economicista, basato sull’analisi del valore inteso come monetario. Lei parlava di altri valori, che non possono essere riferiti solo al macrolivello finanziario e che non possono essere sganciati da una critica all’attuale potere coloniale. Sarebbe banalizzante ravvisare nell’esempio riportato da Radha ‘D Souza una forma di localismo. Il problema sarebbe mal posto. Ci interessa molto il modo in cui tu invece usi il rapporto tra locale e globale, particolare e universale, fuori da polarizzazioni e binarismi. Il globale non si può pensare slegato dal locale.

    A proposito di questo, non so se conosci i lavori delle due geografe femministe Julie Graham e Katherine Gibson: quello che hanno fatto è aver mostrato alternative economiche al capitalismo in differenti comunità. Ne parlano nei termini di “Postcapitalist Politics”, di pratiche politiche postcapitaliste. E’interessante sapere che ci sono persone che stanno ripensando sistemi economici e politici, che stanno inventando altri modi al di là del capitalismo. Su queste esperienze portano avanti analisi in diverse parti del mondo.
    Ritengo che questo sia un modo valido di pensare, più che solo vedere, un sistema globale finanziario che è davvero difficile cambiare ad un macro livello: bisogna allora guardare ad altre comunità che stanno mettendo in piedi altri sistemi che oltrepassino il valore monetario. Possono essere sistemi come comunità agricole. Per esempio, dove io vivo, a Ithaca, abbiamo inventato un sistema chiamato “Ithaca money”: è un sistema di baratto, ma il modo in cui funziona è che se tu sei un’insegnante e devi dare un’ora del tuo tempo e hai bisogno di un martello per aggiustare qualcosa, puoi fare questo genere di scambio.
    Vivere in comunità che non hanno valori di sfruttamento, proprietà, cambia le strutture valoriali. Perché il capitalismo è una struttura valoriale.

    Penso sia importante riuscire a nominare processi ampi e strutture ampie, senza però dimenticare che queste sono sostenute dal modo in cui le persone vivono le loro vite in diverse comunità. Dobbiamo sempre dare attenzione alle lotte nei loro contesti.
    Dunque, per tornare al tema dell’universale e del particolare, come è possibile che il locale e il particolare incapsulino il globale?
    Il punto è che non capisco come si possa parlare delle caratteristiche del mondo sociale senza riferimenti alle vite concrete delle persone, che sono connotate storicamente, geopoliticamente, situate culturalmente. Non possiamo fare teoria senza questi riferimenti.
    E anche su questo consiglio un libro: è interessante da un punto di vista metodologico e politico.
    Si chiama Playing with fire di Richa Nagar, e racconta di sette donne che lavorano per delle organizzazioni non governative e che riflettono sulla loro vita e teorizzano sui metodi di produzione di conoscenza. Dà interessanti spunti per pensare nuove domande femministe.

    Proprio a proposito di metodi di produzione della conoscenza, nei tuoi lavori ti sei occupata di pedagogie del dissenso, che danno speciale importanza alle pratiche e alle metodologie di trasmissione del sapere, in termini di apprendimento esistenziale continuo. Abbiamo pensato che dai bachilleratos populares dell’America Latina, sino alla Escuelita Zapatista in Messico, un esempio è anche offerto dalla Jinologia, una forma di conoscenza prodotta nelle Akademie in Kurdistan. Come è possibile, secondo te, replicare la radicalità di queste esperienze in altri posti, come negli Stati Uniti o in Europa, dove il sapere è perlopiù e soprattutto trasmesso nei luoghi più istituzionalizzati, come le scuole e le università?

    Qui stiamo parlando della possibilità di conoscenze insorgenti o di pedagogie del dissenso all’interno di strutture formali e istituzionalizzate dell’alta educazione. Il sapere radicale prodotto attraverso strutture alternative, in America Latina come in Messico e nel contesto curdo che descrivi, ha infatti avuto successo in grande parte a causa, in primo luogo, dell’assunzione di un punto di osservazione privilegiato per parte delle comunità marginalizzate nella produzione di conoscenza. In secondo luogo, per la connessione creata tra le questioni riguardanti il potere, l’oppressione e l’ingiustizia e le questioni d’alfabetizzazione e formazione. Infine, per il fatto che le pratiche e le metodologie dell’educazione popolare resistono alle gerarchie di valutazioni e imposizioni di status e esperiscono come queste siano invece naturalizzate nell’alta educazione istituzionalizzata in Europa e negli Stati Uniti.

    Penso che i saperi radicali prodotti dentro l’educazione popolare non possano, infatti, essere replicati facilmente all’interno delle strutture normative istituzionalizzate dell’alta educazione. Ma quello che reputo possibile è la creazione attiva di comunità di educatori e educatrici radicali dentro questo tipo di istituzioni, che di fatto organizzino e insegnino secondo i principi che abbiamo elencato. E l’unico modo per cui questo possa funzionare è che la critica all’istituzione e all’università sia in sé una parte costitutiva dei saperi e del tipo di conoscenza prodotti. Così ogni forma di conoscenza insorgente dentro l’alta educazione formalizzata avrebbe bisogno di tracciare, in primo luogo, etnografie istituzionali che mappino il modo in cui il potere riempia e influenzi le pratiche, i curricula e le metodologie di queste istituzioni, ed è necessario poi connettere questo primo inquadramento a questioni sull’ etica, sull’ineguaglianza, e sulla giustizia sociale, perché siano ritenute fondamentali per la missione che l’università si prefigge. Questa è un’ardua impresa, ma conosco molte persone che stanno lavorando con questi metodi per decolonizzare l’università.

    E attualmente quali sono i temi della tua ricerca che senti urgenti e su cui ti stai soffermando di recente?

    Attualmente mi sto impegnando in numerosi progetti condivisi e collaborativi, come quello dell’Archivio digitale Feminist Freedom Warriors. Un altro importante progetto di produzione inter-istituzionale e condiviso si chiama: Democratizing Knowledge: Developing Literacies, Building Communities, Seeding Change. ( http://democratizingknowledge.syr.edu ).
    Il mio attuale progetto editoriale si intitola: Just Feminisms: Radical Knowledges, Insurgent Practices, e riguarda temi simili a quelli di cui abbiamo parlato oggi: neoliberalismo e critica radicale, decolonizzazione delle pedagogie e la politica dei saperi, prassi femministe transnazionali antimperialiste e anticapitaliste, militarizzazione, incarcerazione, le epistemologie delle femministe di colore, femminismo transnazionale, privatizzazioni e politiche di solidarietà.


    [2] Traduzione letterale di #Black Lives Matter. Mohanty fa riferimento alla campagna contro la violenza razzista verso le persone nere fondata negli Stati Uniti nel 2013 e iniziata da tre donne nere, due delle quali queer e una afroamericana. Il movimento internazionale #BlackLivesMatter si è diffuso in tutto il mondo in concomitanza agli omicidi di Ferguson e in seguito alle proteste per l’inaccettabile ingiustizia razzista commessa dalla polizia. Per ulteriori informazioni, il sito: http://blacklivesmatter.com/

    [3] La Conferenza “Challenging Capitalist modernity II” si è tenuta ad Amburgo, in Germania dal 3 al 5 Aprile 2015. Tutti gli interventi sono pubblicati sul sito: www.uikionlus.com. Per ulteriori informazioni sull’evento http://networkaq.net/

  • Chandra Talpade Mohanty –  Pensare e agire la solidarietà femminista transnazionale: nuove connessioni tra lotte di liberazione al di là dei confini dello Stato-Nazione

    Chandra Talpade Mohanty – Pensare e agire la solidarietà femminista transnazionale: nuove connessioni tra lotte di liberazione al di là dei confini dello Stato-Nazione

    Introduzione

    Il mio intervento di oggi* vuole porre al centro i metodi di una critica femminista postcoloniale e antimperialista che connetta le lotte di liberazione di diverse geografie e che dischiuda orizzonti per pensare pratiche femministe di solidarietà transnazionale.

    Ho sempre creduto che questi siano i temi del femminismo, quantomeno di un femminismo ancorato all’antirazzismo e all’impegno anticapitalista transnazionale, che mi tiene viva e mi dà speranza.

    Questa è la ragione per cui voglio iniziare raccontandovi brevemente il mio trascorso politico e personale come femminista, poiché credo profondamente che la creazione di alleanze e di solidarietà attraverso il genere, la razza e la classe, nonché lo smascheramento dei dispositivi nazionali e sessuali, possa mostrare il cammino da intraprendere.

    Essendo cresciuta a Mumbai, in India, e facendo parte della generazione post-indipendenza, è stato impossibile non essere consapevole sia dei vincoli e degli spazi coloniali (anche istituzionali), sia delle pratiche dei movimenti decoloniali, delle lotte globali e nazionali di liberazione, degli stimoli generati da una visione postcoloniale socialista e democratica. Sono arrivata a credere all’idea dei mandati generazionali.

    Per la mia generazione post-indipendenza questo mandato consisteva nel prendere in considerazione molto seriamente i problemi teoretici come problematiche di decolonizzazione, attraverso l’acquisizione di una consapevolezza forte: decolonizzare coscientemente gli spazi e vedere gli effetti che questa pratica dava.
    Quindi, per esempio, rivedere la programmazione ufficiale delle scuole superiori che raccontava solo la storia del Regno Britannico e praticamente niente sulla nostra storia locale, sull’origine della nostra comunità, mi ha portata ad analizzare gli strumenti di funzionamento del potere. Cosa lo rende visibile, naturale e normativo.

    La decolonizzazione non può mai essere un processo formale che consiste solamente nel rovesciare i governi e sostituirli con le elite locali. Deve essere un più profondo processo insurrezionale che trasforma le strutture del sé, delle comunità, delle forme di governo, a tutti i livelli. Si tratta di ridisegnare attivamente il consenso, in modo corrispondente alle pratiche di resistenza e ai processi di dominazione psichica e sociale.
    La decolonizzazione deve essere un processo collettivo ancorato nella storia indigena delle lotte, non si può immaginare di recarsi da un terapista e così decolonizzarsi. Non può essere un processo individuale, deve avvenire dentro spazi collettivi in cui si pensa e riflette sulle medesime cose e in cui ci si pone domande comuni.

    In India, gli studenti medi e gli insegnanti delle superiori, a partire dagli anni ‘60 hanno iniziato a inserire, anche nei corsi di dottorato, le letture di Fanon, Margaret Cezair-Thompson e poi Marcuse, Althusser e Said per avere altre prospettive e capire le pratiche di decolonizzazione. Il mio impegno nel movimento studentesco, contro lo stato fascista dell’emergenza imposto da Indira Gandhi, all’inizio degli anni ’70, e nei movimenti di sinistra e anticapitalisti, ha smascherato il ruolo chiave della classe, della casta e dei fondamentalismi religiosi nell’esercizio del potere statale in India.

    Il mio lavoro in Nigeria ha poi mostrato su diversi livelli le linee tracciate dal potere, attraverso il colore e la razza, fino a quando, trasferitami in Illinois negli Stati Uniti nel 1977, ho iniziato veramente a capire le politiche interconnesse ai concetti di razza, colore, classe, nazionalità, specialmente in relazione al genere e alla sessualità.
    È stato in quel momento che sono diventata totalmente una donna immigrata di colore con radici nel Sud globale, e lo dico con grande consapevolezza e chiaramente, perché queste non sono solo etichette, sono modi importantissimi di collocarsi e di intendere se stesse.

    La mia esperienza, alla fine degli anni ‘70 e nei primi anni ’80, è stata quella di una donna di colore, migrante trapiantata, che viveva negli Stati Uniti.
    Dal 1998, sono anche una cittadina statunitense e l’identificazione mi sembra sempre più fragile tanto più che oggi ci si aspetta di essere cittadini senza mai riceverne il permesso, in un mondo post-11 settembre.

    Dopo 3 decadi di vita negli Stati Uniti sono una pensatrice politica ed un’attivista che ha messo in conto i significati mutevoli di cittadinanza, identità e dissenso. Chiaramente, questi significati intaccano l’essere femminista e l’essere una cittadina statunitense, e sono multipli, con affiliazioni affettive in India e negli Stati Uniti e alla storia postcoloniale del mio paese, laddove esistono reti di solidarietà e amicizia in entrambi gli spazi, come esistono nella diaspora. L’11 Settembre ha rappresentato un “arretramento” nei confronti del sud dell’Asia, del Medio Oriente, dei musulmani.
    I miei primi incontri nelle diverse comunità degli Stati Uniti sono stati con gente di ogni etnia, specialmente con persone che condividono la mia visione politica e della giustizia.
    Ho imparato molto presto nel mio percorso intellettuale che il miglior modo di pensare e trovare strategie emerge attraverso la collaborazione con diverse comunità di persone con impegni simili e simili visioni della giustizia. Ho lavorato per creare questo “vicinato intellettuale”, ovvero vicinanze radicali al servizio della giustizia sociale. Questa definizione di “vicinato intellettuale” (intellectual neighborhood), è stata coniata da Toni Morrison, quando parla della necessità di costruire delle vicinanze intellettuali nelle quali vogliamo vivere, perché spesso non si ereditano. Specialmente se fai un certo tipo di ricerca politica.

    Ho iniziato a riflettere sui regimi securitari e sulla violenza soprattutto in seguito alla costruzione da parte degli Stati Uniti del Mega Security Wall, il grande muro di sicurezza tra il Texas del sud e il confine messicano e dopo aver sentito delle lotte degli attivisti migranti e dell’organizzazione di difesa delle donne apache, la Law Defense Organization.

    Un’organizzazione di donne indigene che vuole contenere un specifico progetto imperialista di partenariato con le multinazionali sul loro territorio. Le pratiche di militarizzazione in tale contesto, lasciano emergere similitudini con le pratiche usate presso i muri costruiti in  Iraq o Afghanistan, dove viene usato il pretesto delle guerre mondiali per mobilitare discorsi simultanei sull’islamofobia e sul nativismo.  Le lotte di questa organizzazione di donne, e la stessa costruzione del muro securitario in Texas, sono stati argomenti totalmente assenti dalla discussione pubblica, nei media e nei circuiti femministi. Ma i progetti imperialisti degli Stati Uniti non sono nuovi, le formazioni  e le operazioni globali post 11 Settembre lavorano sul protezionismo e sul terrore della guerra e sono accompagnati da militarizzazioni e ambizioni neoliberali di cooperazione: è un fenomeno che merita l’attenzione del femminismo critico.

    Regimi securitari a confronto

    Quindi in questa  relazione esaminerò tre esempi di regimi securitari: Stati Uniti, Israele e India, attraverso tre specifici sguardi geopolitici su tali luoghi d’interesse, in particolare:

    – il confine tra Stati Uniti e Messico, e le connesse lotte sulla migrazione e i diritti indigeni

    – il controllo israeliano sui cosiddetti territori occupati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza

    – il controllo militare dello Stato indiano e l’occupazione della Valle del Kashmir, come una zona di violenza normalizzata.

    In questa prospettiva, le pratiche imperialiste e statali neoliberali e militarizzate sono spesso sostenute dallo sviluppo di progetti umanitari e di peace keeping.
    Il nuovo controllo dello stato securitario funziona proprio come le democrazie imperialiste. Ogni esempio preso in esame ha collegamenti diretti con il colonialismo, spartizioni di territorio e frammentazione, nonché violenza durante il processo di costruzione della nazione.

    Quello che la scrittrice pakistana Bapsi Sidhwa chiama the demand for blood, ci fa capire come
    nei territori di confine nazionale i civili sono soggetti ad una violenza militarizzata legata alla produzione di identità e di genere, sono forze, quelle messe in campo, reazionarie e spesso razzializzate, rappresentanti di una mascolinità dominante.

    Questi tre luoghi costituiscono tutti esempi di dispute su territori occupati: hanno cruente storie coloniali e insieme illustrano un nuovo e un vecchio ordine mondiale di violenza militarizzata e di genere che dà priorità all’economia neoliberista.
    Per certi versi quello che vi presento oggi è un contributo metodologico, argomentando e trattando dei temi e spiegando come si possa guardare a tre luoghi diversi per elaborare modi di comprensione adatti ad analizzare diverse situazioni. Questo ci permetterà di capire come il potere statale e le priorità dei governi neoliberali dirigano la loro attenzione verso particolari gruppi di persone che vengono così razzializzate, marginalizzate e impoverite.

    Sin dall’inizio degli anni ‘90, con il passaggio all’economia neoliberale e alle conseguenti strategie politiche, i legami tra Sati Uniti, Israele e India, sono stati forgiati dalla visione comune di chi deteneva il potere a quel tempo nei rispettivi luoghi, quindi, negli Stati Uniti c’era Bush e i conservatori, in Israele Sharon e in India il governo hindu.

    Questi tre paesi hanno in comune una strategia geopolitica e una visione del commercio e della sicurezza che vedono nell’Islam e nei musulmani un nemico comune, una strategia inoltre garantita da alleanze economiche e militari. Ad ogni modo, in nome della protezione di cittadini, l’ideologia dello stato-nazione giustifica guerre, difesa dei confini  e regimi di incarcerazione. La connessione tra le analisi, la visione comune di giustizia transnazionale che femministe e pensatrici antipatriarcali condividono, è il punto d’ispirazione per le mie riflessioni. Non sono solo preoccupata di capire come funzionano il potere e la violenza in questi posti, sono molto più interessata a comprendere come gli attivisti e le attiviste stanno realizzando connessioni aiutandosi reciprocamente nell’analisi della situazione e nel portare avanti le rispettive lotte. Questo tipo di ricerca motiva il mio lavoro.

    Le analisi comparative sui muri e sul muro, materiale e simbolico, mostrano la costituzione del regime securitario e definiscono le avventure imperiali degli Stati Uniti. In India e in Israele riguardano l’operazione ideologica del discorso sulla democrazia.

    Ognuno di questi Paesi infatti afferma e rivendica in modo deciso un discorso democratico.
    Israele guarda a sé come al paese più democratico nel Medio Oriente e l’India, allo stesso modo, considera se stessa la più grande democrazia dell’area, per via della sua enorme popolazione, e perché dall’Indipendenza vanta il succedersi di governi democratici. Infine, gli Sati Uniti, allo stesso modo, sarebbero il Paese più democratico tra tutti.

    Questa operazione ideologica di discorso sulla democrazia suggerisce che la militarizzazione delle culture è profondamente legata ai valori capitalisti del neoliberismo e alla normalizzazione, a ciò che Arunhdati Roy ha chiamato “democrazia imperiale”.
    Se usiamo l’aggettivo imperiale con il sostantivo democrazia, abbiamo in mente già qualcos’altro riguardo a ciò che succede. La militarizzazione coinvolge sempre la mascolinizzazione e l’eterosessualizzazione come processi legati allo Stato: ecco perché un’analisi femminista è la chiave imprescindibile per qualsiasi analisi. Le disposizioni di un sistema economico neoliberista si basano sulle divisioni di genere e razza e sulla costruzione di soggettività funzionali.

    Il sistema securitario dello Stato-nazione, o regime securitario, è vincolato a strategie di connessione tra la militarizzazione dei territori, criminalizzazione e incarcerazione, per esercitare il controllo su specifiche popolazioni, rimodellando le soggettività individuali e le culture.

    Come femminista riconosco che lo stato securitario mette in moto una particolare logica di protezione legata al genere, ovvero da parte maschile rivolta su donne e minori. Una logica che sottolinea e fa appello alla protezione e alla sicurezza della nazione e che si aspetta obbedienza e lealtà nello spazio domestico secondo una dimensione patriarcale. Allo stesso tempo le guerre dello Stato contro nemici interni ed esterni, nel contesto negli Stati Uniti ad esempio, legittimano – secondo la stessa logica che riconosce il potere autoritario nell’arena domestica – le aggressioni al di fuori dello spazio familiare. L’implementazione dell’incarcerazione è vincolata anche alla prigionia presente nel campo domestico.

    In tutti questi Paesi è palese come i confini siano zone di violenza molto esplicita ma che hanno anche bisogno, per sussistere come tali, di misure di incarcerazione e addomesticamento dentro i confini dello stato-nazione stesso.

    Gli Stati Uniti investono, all’interno del proprio territorio, in un grande complesso industriale privatizzato di prigioni, mentre consolidano allo stesso tempo un regime d’invasione, tortura e punizione collettiva In Iraq e in Afghanistan. Ma questioni simili si devono porre, dopo l’11 settembre, in relazione alle cosiddette democrazie di Israele e India: nei tre contesti geopolitici lo stato ha mobilitato un’ideologia mascolinizzata e securitaria basata non solo sulla difesa della nazione, ma sulla coesione, richiedendo partecipazione e consenso alla cittadinanza.

    Questa ideologia genderizzata è ancorata alla mascolinità autoritaria o, come alcuni l’hanno definito al muscular militarism e alla ideologia patriarcale della protezione che richiede obbedienza.

    Nelle terre di confine tra Texas e Messico, a Gaza e in Cisgiordania e nel Kashmir, la presenza di particolari soggetti quali donne, indigeni, poveri, mussulmani, migranti, nonché il fenomeno della prostituzione, coinvolgono da un lato il controllo sociale e dall’altro lo spossessamento legalizzato e la morte sociale, per giustificare forme di violenza su più livelli. Potrebbe essere interessante per voi pensare a quello che sta succedendo in Europa con le migrazioni. L’economia politica degli stati securitari si focalizza fondamentalmente sul permanente abbandono di certe popolazioni asservite, che messe in cattività, sotto controllo, son poste come funzionali all’ordine neoliberale. Qui il capitalismo militarizzato è custode dello stato securitario e entrambi lavorano insieme ad accrescere i fondamentalismi, da quello mulsumano, a quello indiano, ebraico e cristiano, e si creano allo stesso tempo movimenti sociali che reagiscono alla creazione di identità neoliberali e genderizzate.

    Quindi il capitalismo è militarizzato (è importante chiamarlo così, e non solo intenderlo come un sistema economico, ma come un sistema di valori sempre connesso ad altri sistemi di regolamentazione).

    Parlando dell’Argentina nel XX secolo, Rita Arditti si riferisce all’esercizio della violenza di Stato all’interno di una cultura d’impunità. Una cultura dell’impunità si ha quando lo Stato opera senza timore e l’impunità è normalizzata attraverso domini politici illegali producendo una specie di ordine nell’ordine, una specie di stato d’eccezione, nei termini di Agamben, necessari al processo di dominazione. Questa è una forma di governamentalità dove lo Stato implementa il regime di sorveglianza e criminalizzazione e commette l’illegale sospensione di diritti nel nome della protezione della nazione da forme di insorgenza, nella totale impunità. Pensiamo quindi in Argentina ai desaparecidos e alle desaparecidas, alla loro prigionia, al diniego di diritti civili basilari e al diniego di quelli economici di particolari comunità marginalizzate.

    Vi voglio dare una breve illustrazione delle operazioni dei regimi securitari in ciascuno dei tre luoghi presi in esame .

    Stati Uniti: lotte migranti al confine. Nel 2010 il National Network for Immigrants and Refugees’ Rights ha realizzato un report chiamato “The Rise of the U.S. Immigration Policing Regime”. Il report, elaborato dalla rete delle comunità civili per i diritti umani, dimostra come il regime di polizia usi lo status di migrante per segregare le persone, definendo le persone di colore in nuovi modi. Il report spiega come vengano eliminati i finanziamenti pubblici e come vengano create delle prigioni private come luoghi in cui incarcerare le persone per questioni di migrazione. Lo status di migrante è usato anche per negare l’esistenza di persone indigene e il loro diritto all’identità, alla terra e alla loro comunità. Nel 2003 il dipartimento degli Stati Uniti per la sicurezza dei territori ha fatto un’operazione che consiste in un piano lungo dieci anni per rimuovere tutte le aree removibili: è a questo punto che i servizi per le migrazioni e per le “naturalizzazioni”, così come vengono chiamati, son stati assunti sotto il dipartimento delle sicurezza dei territori. Lì ci sono espliciti legami con le questioni di sicurezza nazionale e le questioni della migrazione.

    Ci sono quindi più di 11 milioni di migranti senza documenti. Così si è creato un nuovo regime di polizia che connette le questioni della migrazione, della cittadinanza, del terrore della guerra mondiale, il controllo dei confini, la sicurezza nazionale, il crimine, il rafforzamento della legge e l’economia. Tutto sotto l’idea guida di protezione della propria home-land, o difesa della patria.
    Quindi,  nel momento in cui si ha questa tipologia di narrazione, per forza di cose si mobilitano tutte le componenti appena elencate. Il report elaborato mostra come con le crisi economiche il regime neoliberista securitario abbia criminalizzato sempre più, militarizzandosi, i/le migranti, collegando retoricamente la migrazione alla sicurezza nazionale. L’approvazione, nel 2010, di una legge chiamata sb1070, una legge razziale e anti-migrazione, richiamava l’intervento della polizia per combattere chi fosse sospettato di clandestinità. In altre parole, ogni poliziotto può fermare chiunque sia sospettato di non avere documenti, e se non identificabile, portarlo in prigione. Mi chiedo e vi chiedo di riflettere su che tipo di strategie sono usate in Europa.

    In America, per esempio, chiunque sia arrestato in Arizona non può essere rilasciato sino a che la polizia non verifica lo stato di cittadinanza, così gli agenti delle forze dell’ordine possono arrestare chiunque. I migranti sono soprattutto donne, e la detenzione femminile ha specifiche connotazioni e impatti sulle famiglie. Inizia fortemente tra il 2009 e il 2011 in Arizona la criminalizzazione dei migranti e solo nel 2014 poliziotti di confine ne hanno arrestato più di 78 mila, che viaggiavano con le loro famiglie lungo il confine messicano.

    Tra le strategie previste c’è l’uso di un bracciale gps, da mettere alle caviglie delle persone identificate, in particolare per controllare i capi famiglia che attraversano illegalmente i confini, e questo anche per ridurre i costi di detenzione dei migranti nei centri privati lungo il confine. Quando dico capofamiglia, generalmente si tratta di un uomo, e la questione funziona così: si può arrestare la persona o in alternativa, molto più facile, mettergli un bracciale alla caviglia, risparmiando così il costo del centro di detenzione.

    Il secondo punto è la questione democrazia e sicurezza in Israele e Palestina. All’interno delle analisi sulla violenza di genere nell’occupazione di Gaza, Anouar Abdel-Malek sosteneva che la cornice entro cui lavora Israele è quella della sicurezza. Per alcuni gruppi questo significa l’insicurezza di altri, laddove la sicurezza di Israele dai palestinesi garantisce la democrazia. Lo stato di Israele basa infatti la sua democrazia interamente su nozioni etniche di cittadinanza con diritto di ritorno solo per gli ebrei. Quello di Israele è uno stato securitario con una divisione di classe molto forte che esclude i non ebrei e, coloro che non hanno la cittadinanza hanno pochissimi diritti e nessuna possibilità di parola. Dal 1948 la spartizione dei territori palestinesi ha significato l’establishment dello Stato d’Israele e il simultaneo allontanamento dei palestinesi dalle proprie terre.

    Pertanto tale data rappresenta la nascita di una nazione per gli israeliani ma è anche la nakba, “catastrofe”, per i palestinesi, ovvero la sconfitta, lo spossessamento, i traumi delle violenze subite e l’inizio del movimento di liberazione. Abdel-Malek suggerisce che l’attuale discorso sul terrore porta alla distinzione tra civili e soldati nella sicurezza dello stato nazionale e le azioni umanitarie diventano così accessori della violenza di stato contro i palestinesi. Sostiene che il discorso umanitario israeliano rientra nella logica del terrore e della sicurezza. Infatti Israele, in nome di azioni umanitarie controlla l’accesso a Gaza. Il muro che divide i territori, serve a proteggere le terre dei grandi proprietari terrieri e anche in Texas imprigiona le terre indigene che sono al confine tra Messico e Stati Uniti.

    Passiamo al regime militare nella Valle del Kashmir, una delle più grandi zone militarizzate del mondo. Il governo indiano ha creato lì oltre 600.000 confini di sicurezza e ha dispiegato più di un milione di forze paramilitari, per una popolazione di solo 20 milioni di persone. Questa è una delle più alte stime di soldati rispetto ad una popolazione civile.

    Al di là di come, dopo il 1946, si siano date le ripartizioni di confine tra India e Kashmir sono più interessata al funzionamento dell’apparato militare dello Stato indiano nella zona e al modo in cui controlla e definisce identità, comunità e soggettività. Il Kashmir è noto come sede di tre guerre, noto per il rischio di armi nucleari, con guerre nucleari tra India e Pakistan. Questo territorio è stato in disputa dal 1947. C’è stato un incremento del movimento islamico in Pakistan e anche la crescita del fondamentalismo hindu in India. Le politiche portate avanti dall’India nella Valle del Kashmir rispondono alla logica dello stato d’emergenza dal 1947.  Ma dal 1960 c’è stato un movimento crescente contro l’occupazione indiana che ha portato alla formazione del Fronte di Liberazione del Kashmir e il sotterraneo movimento secessionista che sta portando avanti dure battaglie per l’autodeterminazione. La natura della ribellione nei primi anni ‘90 è cambiata con l’emergere di diverse organizzazioni separatiste, alcune religiose, che erano specialmente a favore delle politiche pakistane. Per rispondere a questo l’India ha fatto passare The Armed Forces Special Powers Act nel 1990. Sostanzialmente si tratta di un provvedimento di accrescimento di militarizzazione dello Stato, accompagnato da un sistema di impunità per rafforzare il regime di sorveglianza e incarcerazione in Kashmir. Quest’atto, ci porta a considerare la cornice ideologica della Valle del Kashmir in termini di paura, tra le fila dell’insurrezione e della contro-insurrezione, con la sospensione dei diritti costituzionali e le libertà. L’atto AFSPA anche qui autorizza legalmente la sospensione della distinzione tra legalità e illegalità. Gli agenti di Stato che commettono omicidi, detenzioni e torture, stupri, tratta, traffico umano di bambini, sono protetti da quest’atto. Qui anche vediamo che c’è la creazione di quello che alcuni hanno chiamato una “costituzione di free zone” che penso sia un termine molto importante: indica un posto dove la costituzione statale non funziona anche se siamo all’interno dei confini dello Stato-Nazione.

    Free zone tra Stati Uniti-Messico e Israele-Gaza

    Oltre le differenze delle diverse storie di imperialismo e colonialismo, ci sono delle notevoli somiglianze nelle forme in cui la governamentalità neoliberale si esplica a partire dalla formazione di Stati securitari in India in Israele e negli Stati Uniti e penso che queste forme di governamentalità siano più visibili nella normalizzazione della violenza statale nelle terre di confine tra Messico e Texas e nella Valle del Kashmir  e nella striscia di Gaza. Quindi, comparare luoghi geopolitici ci permette di capire il terrore imposto dalla guerra e la violenza statale e la trasformazione dei civili in insorgenti e illegali attraverso la legale sospensione dei diritti civili, che, in questi tempi, è un atto sintomatico della democrazia imperialista.

    In ogni contesto la sovranità dello Stato è basata sull’operazione della costituzione di free zone ai confini della nazione. La violenza normalizzata su particolari corpi, musulmani, donne, nativi, migranti, arabi ha a che fare con il discorso sulla protezione e sulla cittadinanza in ogni paese. In ogni caso possiamo identificare stati d’eccezione dove la sospensione della legge è richiesta per l’operato imperialista. In ogni contesto la cittadinanza rimane allusiva, e l’identità sono sempre in questione dando vita a checkpoint e carte d’identità. In questi posti i documenti diventano forme di controllo e governo per l’apparato statale e di sorveglianza.

    Il processo di verifica dell’identità produce quello che Tobias Kelly chiama documented lifes, cioè forme particolari di soggettività che sono tenute sotto controllo e che sono connotate da ansietà, incertezza e paura. Kelly lavora sulla Palestina ma simili argomenti penso possano essere allargati ad altri contesti.

    Un progetto bio-militarizzato è evidente in questi posti e qui le donne sono colpite in modo particolare perché la violenza è parte della vita quotidiana, con la presenza dei paramilitari e delle forze di polizia. Nella Valle del Kashmir le donne sono vittime di violenza sessuale e domestica, di stupro e soffrono di depressione, aborti continui, molte perdono i loro compagni e sono vedove.

    Nel 1947 le milizie di donne erano parte integrante del Movimento di Liberazione del Kashmir mentre molte donne negli ultimi anni si sono organizzate come associazione dei genitori per le persone scomparse e in organizzazioni per la pace e il disarmo. L’impatto invece dell’occupazione israeliana sulle donne palestinesi è profonda: la mancanza di differenza tra casa e campo di guerra, l’indistinzione tra civile e soldato, significa che il vicinato e la casa diventano, a Gaza, il campo perenne di battaglia. Gli uomini son contati come morti civili, le donne e i bambini come danno collettivo. L’occupazione rimodella lo spazio pubblico e domestico, con una conseguente forte disoccupazione maschile. Questo si traduce anche nella trasformazione delle dinamiche famigliari e spesso però si risolve in aumento di violenza domestica. È quando la violenza sessuale e politica diventa normativa, che è possibile notare che proprio lì riposa la struttura della democrazia imperialista. Infatti le pratiche governative dei regimi securitari si legano ai processi di soggettivazione e cittadinanza. Mentre il progetto dello Stato è quello di produrre cittadini nazionali, nei regimi securitari quello che si fa è l’opposto: il disfacimento della possibilità della cittadinanza per delle precise popolazioni. Queste terre di confine sono abitate da comunità-ombra ai margini sociali e territoriali dello Stato e sono luoghi che esistono formalmente come parte dello Stato, ma in realtà sono escluse.

    La realtà violenta e la rete di legami legali e illegali che la supportano sono tenute nell’invisibilità.
    Quindi questa logica di violenza, di contenimento ed espulsione produce forme diverse di abbandono sociale e morte con conseguenze per entrambe le comunità prese di mira come nemici e outsider e con conseguenze per tutto il corpo politico di diritti civili perché ci ridisegna dentro i confini della violenza statale.
    La capacità di queste pratiche non è solo quella di marginalizzare le persone. Infatti questa marginalizzazione è dipendente dal consenso di quelle persone che di fatto sono sicure dentro i confini dello Stato-Nazione. Quindi anche noi dentro il confini della violenza statale siamo disegnati secondo le forme di soggettività molto marcate dagli scenari di sicurezza globale.

    Muri, confini, connessioni e solidarietà attiva

    Per affrontare l’ultima questione inizio con una citazione della poeta e scrittrice femminista Therese Saliba

    “La prima colonizzazione delle Americhe da parte dell’Europa ha smembrato le terre e ha messo in moto processi che hanno spossessato le persone indigene  e la loro civilizzazione. Anche la colonizzazione israeliana della Palestina ha smembrato le terre cercando di sradicare l’identità culturale dei popoli che lì vivevano e ogni segno della loro precedente presenza in quelle terre. Oltre 400 villaggi palestinesi sono stati spossessati e trasformati in rifugi nelle terre di esiliati e stranieri nella loro terra. A Sud Ovest siamo soggetti invece ad un altro modo di colonizzazione dall’America. Questo atto di imperialismo ha diviso le popolazioni messicane in due confini artificiali col Texas: gli Stati Uniti con l’atto di difesa del 2006 hanno dato al dipartimento di sicurezza del territorio poteri unilaterali per varare 36 leggi federali nei confini internazionali tra Texas e Messico in collaborazione con le multinazionali del petrolio, iniziando così a costruire un muro di sicurezza. Queste leggi lasciano la regione intera alla piena militarizzazione. Annullando i diritti delle persone indigene alla propria cultura, all’ambiente, alla biodiversità e distruggendo i posti sacri.”

    Questo quindi è un chiaro esempio della politica degli Stai Uniti vista come completamente razionale attraverso la cornice del terrore, della guerra e attraverso regimi che hanno di mira i migranti. La sospensione delle leggi è un’arma per far scomparire le comunità. Law Defense, la organizzazione apache di cui parlavo prima, fondate dalla madre e dalla figlia Lucia Tamez e Margo Tamez nel 2007 si focalizza sulle organizzazioni delle comunità e sulla loro documentazione, sulla ricerca e sull’ educazione rafforzando così le lotte indigene contro la violenza coloniale anche in relazione a battaglie legali a livello internazionale (https://lipancommunitydefense.wordpress.com/)
    Infatti coloro che vogliono creare profitto sostenuti dalle multinazionali petrolifere statunitensi per interessi di produzione mineraria sono i proprietari terrieri ricchi, ben protetti dalla costruzione del muro, mentre fanno sì che le comunità indigene abbiano muri costruiti nelle loro terre.

    Questo di base è quello che gli attivisti hanno chiamato costituzione di free zone, per le comunità indigene. Quindi le persone indigene e i e le migranti illegali, che son per la maggior parte persone messicane che abitano quelle terre, sono definiti come terroristi, come narcotrafficanti, e come pericolosi insorgenti.  Migranti e indigeni sono due categorie create sotto gli stessi processi e non sono separate. La continua invenzione dell’indigeno e del migrante e il modo in cui la legge impatta su questo è un nuovo fenomeno.   Ci sono quindi nazioni indigene che stanno in entrambi i lati del confine del tra Stati Uniti Messico e gli abitanti non si considerano messicani e americani e in ogni caso non riconoscono né la sovranità degli Stati Uniti né quella del Messico.

    Il Messico ora richiede il passaporto statunitense per le persone che viaggiano oltre 12 miglia dentro il territorio messicano, ma la validità del passaporto viene messa in questione in ritorno negli Stati Uniti. La legge dell’Arizona, che ho menzionato prima, protegge e giustifica la presenza di petrolio là nel confine. Abbiamo checkpoint e riserve di petrolio lungo il confine in maniera simile alla Palestina. Sono esattamente gli stessi checkpoint. Infatti le stesse compagnie che hanno costruito il muro in Palestina  sono impegnate anche tra Messico e Stati Uniti nella costruzione del muro.

    La legge dell’Arizona è stata ideata per proteggere questo complesso industriale estrattivo attraverso il rinforzo dei confini.  La vita è ogni giorno sorvegliata dai soldati e la militarizzazione è funzionale alla costruzione delle identità; si tratta di una forma specifica di produzione di soggettività “documentate”.
    Dal 2013 ci sono state due importanti progetti attraverso il confine messicano: un grandissimo sistema ferroviario di trasporto e la costruzione di un corridoio attraverso il Texas che connette Albota Canada al sud del Texas al Messico per un progetto transemisferico chiamato  “Security and Prosperity Partnership” per essere trasportati in treni che scorrono su ponti giganti sopra i territori apache. Questo mi pare un esempio chiaro ed esplicito delle connessioni esistenti tra privatizzazione, militarizzazione, sorveglianza, regime securitario, e la completa incarcerazione e criminalizzazione di particolari comunità.

    Come Therese Saliba spiega, ci sono chiare confluenze tra l’impatto del progetto coloniale imperialista degli Stati Uniti e l’occupazione colonialista israeliana nell’occupazione delle terre di Gaza. Il lavoro organizzato dal Centro Esperanza mostra evidenti connessioni, in termini di impatto, tra i muri, confini e spossessamenti e le vite delle donne in Palestina e nelle terre di confine del sud del Texas, offrendo uno sguardo illuminante in una prospettiva femminista e transnazionale. Organizzate nella costruzione di comunità son le stesse persone delle comunità a scegliere le loro forme di resistenza contro la violenza normalizzata in Israele. Ambiente, giustizia sociale e lotte sono temi su cui ci focalizziamo in entrambe le zone. Al confine tra Texas e Messico, la militarizzazione ha distrutto l’ambiente e l’agricoltura, come in Palestina. È allora qui possibile tracciare alleanze e solidarietà tra un luogo e l’altro.

    Quello che conta, con grande interesse, è vedere come le comunità si organizzano nella resistenza.

    Negli Usa al confine ci sono nuove formazioni politiche e alleanze tra organizzazioni di lavoratori migranti, collettivi radicali di studenti medi e universitari, migranti messicani queer e transgender, persone indigene, artisti. C’è un’organizzazione di anarchici nativi, associazioni antirazziste, comitati di vicinato e di quartiere che cercano di lavorare in modo forse più conservatore, ma si son uniti e lavorano insieme a organizzazioni contro la privatizzazione dei centri di detenzione, organizzazioni abolizioniste delle prigioni. Le donne di colore, questo è importante, sono la maggioranza, e sotterraneamente si occupano dell’organizzazione nella maggior parte di tutti questi gruppi. Cosa mi interessa è che nei movimenti sociali ci sono prospettive femministe, e ci sono attivisti che stanno portando avanti analisi su come tenere insieme più piani, attivisti che hanno reso possibile che le persone vedessero cosa realmente stesse accadendo, rendendo evidenti le connessioni in tutti i livelli, includendo anche che tipo di conoscenza si produce in questi casi, in che modo si controllano fisicamente le persone attraverso regimi di sorveglianza.

    Il lavoro di organizzazione politica è stato quindi di connettere e mostrare le connessioni tra diversi tipi di violenza alle quali sono soggette le comunità. Non sono le persone sedute dentro le università che hanno reso questo possibile. Le analisi si sono generate tra i movimenti sociali e le loro organizzazioni. Quindi,  si tratta di una teoria che è irrimediabilmente ancorata al terreno di cui si occupa, non sarebbe mai potuto succedere se le persone avessero tentato di effettuare queste connessioni in una maniera puramente intellettuale, in astratto. Perché è importante fare il lavoro di decolonizzazione in maniera collettiva, e lavorare insieme per capire, altrimenti il rischio è anche di non sapere che succede fuori di noi e dei vincoli intrattenuti e riprodotti tramite saperi egemonici.
    Simili connessioni transnazionali sono evidenti anche nel caso delle lotte femministe in Palestina e Israele  e in India e in Pakistan e in Kashmir per alcune donne che si stanno organizzando contro ogni forma di violenza statale e nelle comunità nelle regioni ma al di là dei confini nazionali.

    E ci sono un sacco di importanti organizzazioni di solidarietà tra donne e femministe indiane, pakistane e del Kashmir che hanno lavorato insieme in queste battaglie e su queste questioni.
    Il tipo di conoscenze insorgenti generate da queste forme di attivismo consegna una prospettiva femminista a nuove soggettività politiche e crea nuove visioni di cittadinanza necessarie per affrontare le democrazie imperialiste.

    Conclusioni

    Per concludere: ho argomentato che dopo l’11 settembre il consolidamento della democrazia imperiale e dei regimi securitari negli Stati Uniti in Israele e in India hanno mobilitato dispositivi di violenza ancorati ai vincoli coloniali e al profitto capitalista. Questo regime usa ideologie e pratiche di genere e di razza specifiche e connesse tra loro. Le democrazie imperialiste militarizzano ogni aspetto della vita sociale e non solo nelle comunità criminalizzate, ma nei confronti di tutti e tutte.

    Cosa si potrebbe allora fare nello smascherare il sistema neoliberale che guarda a sé come ad una democrazia?
    Una visione alternativa di interconnessione tra lotte e solidarietà richiede la costruzione di una solidarietà etica femminista transnazionale che affronti la militarizzazione neoliberale a livello globale. Questo significa puntare a strategie di resistenza che fondamentalmente trasformino le ineguaglianze sociali ed economiche dal basso, portando alla creazione di nuove forme e nuove visioni di solidarietà. Sono le esperienze delle comunità marginalizzate e specialmente sono le donne che sostengono il lavoro di connessione e di rete nella vita di tutti i giorni, quel lavoro che informa processi per la creazione di sguardi transnazionali radicali per la giustizia sociale, per la giustizia economica e di genere.

    Un altro mondo è sempre possibile, specialmente se le persone iniziano a costruire solidarietà transnazionale, che ci permette di vederlo e crearlo.

    Allora, finirò con una delle mie citazioni preferite di Arundhat Roy, che, nel suo discorso pronunciato durante il World Social Forum del 2002 disse: “Le nostre strategie non dovrebbero consistere nel confrontare tra loro gli imperi, ma di privarli dell’ossigeno, di infamarli, di renderli evidenti, con la nostra arte, la nostra musica, la nostra letteratura, la nostra ostinazione, la nostra gioia, la nostra intelligenza e dovrebbero rendere possibile il racconto delle nostre storie. Storie che sono differenti da quelle che ci hanno convinto a credere alla rivoluzione delle corporation. Questa collasserà se ci rifiutiamo di comprare quello che ci vendono, le loro idee, la loro visione, i loro muri, le loro armi, la loro nozione di ineluttabilità. Ricordate questo: noi saremo tanti, e loro saranno pochi. Loro hanno bisogno di noi molto più di quanto noi abbiamo bisogno di loro. Un altro mondo non solo è possibile, lei è sulla via. In un giorno silenzioso, posso sentirla respirare.”

    *Lezione di dottorato nell’ambito del ciclo di seminari intitolato “Gli studi postcoloniali e la questione della soggettività politica nella teoria radicale” organizzato dalla rete Deco[k]now presso l’Università L’ Orientale di Napoli, 21 Maggio 2015

    Trascrizione e traduzione a cura di Alessia Drò
    revisione a cura di Serena Fiorletta

  • La potenza di rimanere senza parole. Intervista alla filosofa argentina María Lugones

    La potenza di rimanere senza parole. Intervista alla filosofa argentina María Lugones

    Introduzione

    di Alessia Drò

    La filosofa argentina María Lugones, docente in Women’s Studies alla Binghamton University di New York, radicata da tempo negli Stati Uniti, ha partecipato a Buenos Aires con Walter Mignolo alla Conferenza sull’Estetica e sul Pensiero decoloniale. Famosa per le sua tesi sulla “colonialità del genere” l’opera di María Lugones è diffusa in lingua inglese, e in castigliano in tutto il Latinoamerica, ma i suoi lavori sono poco conosciuti e non sono ancora stati tradotti in Italia. Proponiamo questa intervista, uscita per il quotidiano argentino Pagina12, da cui emerge chiara la  critica al cosiddetto femminismo egemonico. ll problema che la filosofa argentina affronta rispetto al femminismo egemonico risiede nell’incapacità di quest’ultimo di prendere seriamente in considerazione le differenze in modo non eurocentrico e auto-referenziale, mancando così nell’acquisire la consapevolezza di un posizionamento antirazzista e anticapitalista non-egemonico. María Lugones, ci spiega come altri posizionamenti, nei femminismi provenienti da diversi contesti – come quello latinoamericano-  possano dar luogo a pratiche politiche e di vita comunali, in cui sentire e pensare non siano scissi e in cui ciascuna persona non si colloca come un’identità statica, ma riesce sempre esprimersi in modo relazionale e creativo dando così espressione non all’individualismo, ma a quello che viene definito dalla filosofa argentina l”io comunale”. María Lugones ci parla, con la figura positiva e inaddomesticata del “mostro”, fuori dai limiti imposti ai corpi dalla normalizzazione e dai confini dello Stato-Nazione. Affida ad un pensiero decoloniale l’unica possibilità per vivere fuori dalle oppressioni, formulando domande che segnano il cammino verso pratiche di lotta femministe situate che vedano nell’interstizio del margine la possibilità di sovvertire le proprie categorie, non solo per mezzo della produzione discorsiva, ma anche per mezzo della trasformazione dei propri modi di vita nell’incontro e nel rispetto delle differenze in dis-apprendimento continuo dalla modernità capitalista e coloniale.


    María Lugones cerca le parole tra le sue mani. Dubita, ritorna, riprende un’idea precedente per costruire quello che cerca di spiegarmi. Questa femminista argentina, lesbica e meticcia, -come si autonomina- radicata da anni negli Stati Uniti sa che le parole non sempre sono capaci di dare conto di coloro che abitano mostruosamente il mondo e che questa ansietà del silenzio ha bisogno di una comunità di appartenenza nella quale sia possibile cominciare a fare esperienza, sentire e pensare. E’ stata a Buenos Aires all’inizio di Maggio per partecipare alla Conferenza su Estetica e Pensiero decoloniale, realizzata nell’Università di Avellaneda, dove ha partecipato alla Conferenza su “Aisthesis e femminismo decoloniale”, insieme a Walter Mignolo.

    Mi ha interessato molto quello che è stato detto alla Conferenza, soprattutto rispetto alla relazione tra il pensare dal margine e il pensare dall’interstizio. Qual è la particolarità di entrambi?

    C’è differenza tra abitare il margine e l’interstizio. Anzaldùa dice che il margine ci spinge all’interno come spine di metallo, ci divide e ci disfa. L’interstizio invece è quello spazio liminale che si trova in questo margine, che da fuori appare molto piccolo, fino a quando una persona lo abita, rendendosi allora conto che in realtà è enorme. È in questo spazio di questo margine che abitano tutti quei soggetti che vanno oltre il normale. Abitare l’ interstizio permette di comprendere il margine.

    Abbiamo cercato di capire come creare comunità e socialità. Hai parlato di attiviste che sono alla ricerca di una pratica politica comunale e non di una comunità. Puoi spiegare meglio questo concetto?

    Tutte le persone possiedono un io comunale, però siccome viviamo nelle società in cui viviamo, questo io comunale è atrofizzato, e questo ci impedisce di andare al di là dell’individuale. È come una tortura il fatto che il mio io comunale non possa esprimersi. Perché possa farlo, la intenzione di ogni persona deve essere un’altra. Per stare meglio tra noi abbiamo bisogno di uno spazio la cui caratteristica sia poter trovare negli altri ciò che ci risuona, ciò che a noi risulta piacevole, ciò che desideriamo. Ho avuto solo poche volte questa esperienza, negli spazi dell’educazione popolare o di organizzazioni comunitarie dove si crea una vita comunale, dove una persona percepisce che abbiamo più di un io, che siamo più di una persona e dove è possibile vedere il nostro essere diminuiti, ridotti, frammentati, nel momento in cui non si può fuggire da ciò che mi  è imposto in quanto donna, e in quanto donna di colore e lesbica. La sensazione in questi casi è quella di essere sfocata, e  questo provoca quella preoccupazione di avere un’intenzione comunale: questa intenzione non può consistere in altro se non nel fatto di far saltare la colonialità. La colonialità abbraccia un insieme di atrocità che corrodono dissolvono e assorbono l’io comunale. Allora non ci resta che avere nessun’altra intenzione se non quella individuale, che impedisce l’espressione di questa comunalità che ci permette di fare qualcosa che di ci tolga dalla logica dell’oppressione. Molti spazi si autodefiniscono “comunità”, però non mostrano nessuna relazione, tra chi ne è parte, che dimostri la creazione di un’intenzione comunale, di un sentire-pensare insieme.  Questi spazi possono essere dispersi, essere, chiaramente, impuri, ma devono avere a che fare con una tendenza a pensare e a creare insieme. Si tratta di spazi con una logica distinta da quella dell’ oppressione, che permettono così che l’intenzione dell’io sia un’altra, che sia comunale. Questi spazi convivono sovrapposti a logiche di oppressione.

    Questa ricerca di un’intenzione diversa propria dell’io comunale, come si relaziona con la socialità permeabile?

    Si, i luoghi coloniali sono concettualizzati come impermeabili. Pensiamo per esempio alla parola “meticcia”. In America Latina io mi autonomino meticcia e non eurocentrata. Questa affermazione è necessaria perché qui il meticcio si è mischiato con la elite europea. Negli Stati Uniti non ho bisogno di dire niente più di meticcia, perché quando hanno iniziato a invadere il Messico, hanno preso solo la parte della California, del Texas, dell’Arizona, e del New Mexico, e c’erano centinaia di migliaia di persone che venivano denominate come mongole, cioè come esseri che non erano puri perché “non erano di una sola razza”, perché nella logica della colonialità l’unica cosa che vale è la purezza della razza bianca. Una goccia di sangue nero ci rende neri, però una goccia di sangue bianca, non ci rende bianchi. Le persona mongola non è un mostro perché il mostro ha la capacità di incutere paura mentre il mongolo è disprezzato. I mostri si autocsotituiscono. Esseri che per qualche motivo sono eliminabili perché, dal punto di vista della purezza, sono patologici, non vendibili al sistema, e non vogliono essere normalizzati o essere accettati e per questo motivo sono permeabili. La purezza, invece, è impermeabile. In questo senso, il comunale è permeabile e decoloniale, perché non si basa sulla ricerca di una separazione e della purezza, ma al contrario si basa su quest’esperienza di conoscerci in quanto altri e di sentire il mondo a partire dall’alterità

    Tutto questo si relaziona con la necessità di sovvertire la colonialità e con il dis-apprendimento critico dalla modernità?

    Potremmo definire questo passaggio in tre concatenamenti: la permeabilità, lo spezzare la colonialità e infine il meccanismo di questo dis-apprendimento critico. Se pensiamo solo dentro questa aisthesis, in questo sentire, il mio corpo, il corpo delle donne, è ristretto. Tutto quello che è, si limita alla differenza sessuale, che, a sua volta, ci riduce ad un apparato riproduttivo. Qui è dove si radica il problema dell’uso del concetto di genere che suppone la differenza sessuale socializzata, ma solo in quanto possibilità ristretta delle persone bianche: questo è quello che lascia fuori chi incarna invece un passato di schiavitù o di colonialismo o di chi rifiuta il colonialismo.

    In questo senso, quali altre costruzioni discorsive sono possibili per ripensare il senso, quando parliamo di genere, rispetto a soggetti che non occupano una centralità e per i quali non risulterebbe idoneo questo concetto?

    Mi sembra importante che una persona rimanga senza parole. Dobbiamo sempre avere una parola o ci sono luoghi che possiamo abitare con la preoccupazione di non averla? L’ansietà e la preoccupazione nascono perché ci hanno messo nel corpo l’idea che è una combinazione di razzismo e sessismo che ci dice “tu vali solo per il sesso e per la sessualità alla stregua di una bestia”, riferendosi ad una persona che in quanto sessuata è una bestia e in quanto bestia è aggressiva. Preferisco molto più questa visione a quella che proclama di essere una differenza sessuale socializzata, un mostro nel quale il desiderio non tiene restrizioni. Il mostro può invece essere meticcio, può avere capacità scientifica e di parola ponendo il suo corpo e instaurando intenzioni comunali. E in questa ultima caratteristica si radica la sua pericolosità e potenza. Possiamo relazionarlo alle cosmogonie indigene, ma non solo a quelle. La sfida è cominciare a autocostituirci attraverso la soggettività la personalità e le possibilità dell’altra che ti attraversa, e che tu attraversi,  tutto questo perché entrambe permeabili. Perché non solo i limiti nazionali, ma anche i limiti del copro hanno in sé questa permeabilità. E’ infinitamente piena di piacere l’idea di stare insieme, di stare nude in questo desiderio senza la necessità di chiedere il permesso alle norme della normalità e della concettualizzazione. La permeabilità permette di stare in un ambiente e habitat di connessione, corpo a corpo con quello che esiste, senza dover obbedire alle norme che riducono l’io alla individualità.

    L’umano, non ha corpo. Alla donna vien fatto scomparire, riducendola ai suoi organi.  Anche l’uomo è tutto mente e non vuole avere un corpo. Il fallo non è di carne, ma simbolico. Quelli che hanno un corpo sono i non-umani, i mostri.

    Possiamo creare i femminismi con questi esseri incarnati a partire da un sentir-pensando, un pensare incarnato che sta in una stretta relazione con l’ambiente. In questo habitat esistono tutte le cose, tutti i tipi di specie in connessione e questo sentir-pensando ha senso perché ci permette di pensarci in relazione. Per esempio, dal posizionamento di meticcia, posso connettermi con l’esser meticcia delle altre persone. In un viaggio a Trelew ho visitato  alcune anziane donne mapuche che erano molto contente di vedere un’altra mapuche, tanto che una di loro mi ha detto: “Perché  sei andata così lontano, sorella?”.

    E’ bello che, essendo mostro, possa connettermi con lei da un posizionamento fondamentale, in cui mi vien detto: “la nostra cultura è anche tua”  e non come direbbero invece i nazionalismi impermeabili: “la nostra cultura è nostra”. In questo spazio sfocato l’io comunale incomincia ad esprimersi e questo sentir-pensando comunale non è estraneo ai differenti meticciati del Latinoamerica. Da questi luoghi credo sia possibile pensare altri femminismi.

    intervista realizzata da Andrea Lacombe, apparsa su “Pagina 12”, il 27 Maggio 2016*.

    *traduzione di Alessia Drò

  • Rojava: la rivoluzione delle donne nella federazione democratica della Siria del Nord

    a cura di Alessia Drò

    Ripartiamo da alcuni articoli già pubblicati su Iaph Italia, per aprire una nuova rassegna su quanto in elaborazione come pratiche politiche e portato teorico nell’esperienza del Rojava. Un’esperienza di democrazia senza stato e convivenza interculturale tra popoli all’avanguardia del XXI secolo, che interroga fortemente la storia dei processi di civilizzazione occidentali e che richiama  i femminismi e le lotte delle donne di tutto il mondo a rivedere le proprie categorie politiche, a pensare e agire nuove pratiche. In un momento storico come quello che viviamo oggi, diviene importante riflettere sullo scenario attuale della guerra mondiale in corso in Medio Oriente, a partire dai possibili sviluppi insurrezionali e confederali in Iran, dopo il grave esito dittatoriale delle elezioni in Turchia e dei suoi attacchi genocidi al movimento di liberazione curdo –oggi in una fase di strenua resistenza nel cantone di Afrin. In questa pagina troverete una raccolta organica di materiali e articoli tradotti e scelti per approfondire la conoscenza della sperimentazione politica della lotta del movimento di liberazione delle donne in Kurdistan con riferimento particolare al Rojava e a quell’esperienza sociale e politica oggi sotto attacco della Federazione Democratica della Siria del Nord, nata e cresciuta all’interno del nuovo paradigma politico del confederalismo democratico, basato sull’autogoverno, sull’ecologia, sull’autodifesa e sulla liberazione delle donne e la Gineologia, la scienza delle donne. Questa sezione è pensata dalla redazione Iaph Italia non solo come  raccordo di materiali, ma  anche come punto d’incontro per nuove relazioni e contributi: per qualsiasi proposta di ulteriore condivisione, per segnalare articoli o richieste specifiche di approfondimento sul tema, dubbi e domande. Articoli, saggi, notizie, iniziative si trovano aggiornati quotidianamente sul sito www.uikionlus.com a cui si fa riferimento, insieme ai Comitati della Jineoloji in Europa, rispetto ad ogni approfondimento e incontro sui temi che proponiamo.


    ***ULTIMI AGGIORNAMENTI:

     

    Irene Anais Poletto (a cura) The Revolution in the making: la conferenza delle donne a Francoforte

    Il 6 e 7 Ottobre 2018 si è svolta a Francoforte la conferenza internazionale delle donne dal titolo “The revolution in the making”. La conferenza è stata organizzata dal Network Women Weaving Future e ha visto la partecipazione di piú di 500 donne proveniente dal mondo intero.
    L’idea della conferenza nasce dall’incontro attraverso seminari, formazioni e azioni di solidarietá degli ultimi 5 anni tra il movimento delle donne kurde e donne di diverse parti del mondo impegnate nella lotta contro l’oppressione patriarcale (continua)

    1. Claudia Korol, Pañuelos en Rebeldia, Argentina – Il collasso del XXI secolo: sfide e opportunità delle donne
      Provengo dal sud di Abya Yala.  Cosi chiamiamo, con un termine preso dal popolo Kuna –originario di Panama e della Colombia -, il territorio che gli invasori europei denominarono America, in onore a uno dei loro, il commerciante e navigatore fiorentino Amerigo Vespucci. Scoprì che quelle terre, in cui era arrivato Cristoforo Colombo, non erano le Indie, ma un continente sconosciuto agli europei fino a quel momento.
      Abya Yala significa “sangue che scorre libero” o “terra di sangue vitale”. Da Abya Yala – dal nostro sangue che vuole correre libero e senza frontiere (continua)
    2. Rita Segato, Brasile – Pensando in conversazione
      Ho cambiato tre volte il testo del mio intervento. Sono molto riconoscente di essere stata invitata a questo evento, che è assolutamente unico. Sono inoltre molto stupita della quantità di cose che abbiamo in comune, molte più di quante mi aspettassi (continua)

    3. Risoluzione finale della Prima Conferenza Internazionale delle Donne “Revolution in the Making”
      Siamo consapevoli del fatto che il patriarcato sta conducendo una guerra globale contro le donne. Abbiamo lottato contro il patriarcato per migliaia di anni in forme diverse. Questa nuova ondata di guerra globale contro le donne è rivolta contro di noi per via di ciò che abbiamo conquistato e per il fatto che abbiamo fatto crescere strumenti per immaginare e realizzare sempre di più una vita uguale e libera; in tutte le parti del mondo (continua).

     

    CALL:

    Tribunale Permanente dei Popoli 15-16 Marzo 2018:   Sotto richiesta di diffusione dalla Rappresentanza  Internazionale del Movimento delle donne curde e da UIKI-Onlus condividiamo la chiamata rivolta anche a organizzazioni femministe, collettivi e associazioni di donne, giuriste, avvocate, accademiche, giornaliste per la partecipazione il 15 e 16 Marzo 2018 alla Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli,  a Parigi. 

    vedi l’articolo 

    Da Parigi al mondo intero: la lotta in cammino di Sakine Cansiz Fidan Dogan e Leyla Saylemez. 6 Gennaio, Parigi. Oltre ventimila persone. Provengono da ogni parte dell’Europa e del mondo. Si incontrano dal mattino presto, nello spiazzo così pieno da togliere il fiato a Gare du Nord (continua)

    CONFLITTI GLOBALI E MOVIMENTI

    Appello: dall’ Ufficio Relazioni Donne Kurde, Rise up for Afrin! Let’s defend the Women’s Revolution in Rojava!

    vedi l’articolo: 

    Dilar Dirik- Una chiamata alla solidarietà: difendere Afrin è difendere l’umanità

     

     

    ARTICOLI

    Silvia Federici – Contributi femministi alle scienze sociali. La tesi che voglio presentare in questo scritto è che il femminismo, a partire dai primi anni ’70, ha completamente rivoluzionato il campo delle scienze sociali in un modo che ha pochi precedenti nella storia (continua)

    Rahila Gupta – Come i consigli delle donne del Rojava hanno dato ispirazione diffondendosi in Europa. Potrebbe questo sistema poco conosciuto dei consigli delle donne offrire un metodo… (continua)

    Dilar DirikL’esperienza di liberazione delle donne curde. La Marcia Mondiale delle Donne di quest’anno è partita al confine tra il nord e… (continua)

    Franscesca La Bella – Le radici del movimento delle donne curde. «Le donne curde, da un lato, sono state meno soggette alle politiche di assimilazione degli Stati… (continua)

    Dilar Dirik – La rivoluzione delle donne in Rojava. Sconfiggere il fascismo costruendo una società alternativa. La resistenza a Kobanê contro lo Stato islamico ha aperto gli occhi al mondo...(continua)

    Dilar Dirik- L’autodifesa radicale delle donne curde, armata e politica. La resistenza delle donne curde opera senza gerarchia né dominazione ed è parte della più ampia trasformazione…(continua)

    ANFWorkshop Donne e Difesa nel Rojava. Il workshop su Donne e Difesa con il motto “La vera forza delle donne è la sicurezza in una società libera” è iniziato a Kobanê…(continua)

    Dilar Dirik- Pacifismo femminista o “passiv-ismo”? L’autodifesa femminista alternativa del Rojava.  L’8 marzo è la Giornata internazionale della donna. Di fronte all’aumento di femminicidi… (continua)

    JINHA- Rojava, le donne che tessevano la rivoluzione. Un’analisi oltre la censura. Il Rojava si prepara a celebrare quattro anni di rivoluzione identificata come la rivoluzione delle donne… (continua)

    Dilar Dirik- Sfidare il privilegio: solidarietà e autoriflessione. La solidarietà non è carità a senso unico praticata da attivisti privilegiati … (continua)

    Dilar Dirk- Turchia: la guerra di Erdoğan contro le donne “Resisteremo e resisteremo fino a quando vinceremo!” grida Sebahat Tuncel prima che la sua bocca venga chiusa con la forza…(continua)

     

     

    JINEOLOJI

    Gonul Kaya- Gineologia, un paradigma postvittimista per la liberazione Perché la Gineologia? Ricostruire le scienze per una vita libera e comunitaria… (continua)

    UIKI ONLUS- Gineologia e confederalismo democratico. Gineologia, letteralmente significa scienza delle donne, o meglio conoscenza… (continua)

    Dilar Dirik -Immaginare un mondo nuovo con l’esempio della Gineologia. Ci sono molte donne nel nord del Kurdistan, così come in Rojava… (continua)

    InStereotype– Gineologia, la nuova scienza che libera le donne Gineologia? Mai sentita. Cos’è, un refuso? Perché anche a cercare su internet… (continua)

     

    INTERVISTE

    Sakine Cansiz- Resistenza e utopie vissute. Dialogo con Sakine Cansiz sulle montagne di Qandil L’inizio è stata l’organizzazione come unione delle donne YAJK… (continua)

    Dilar Dirik- Quando parliamo di tentare di destabilizzare un sistema. La Gineologia come alternativa Quando parliamo di tentare di destabilizzare un sistema, cosa che sarebbe… (continua)

    Quaderni Gialli Radio Onda Rossa-  All’accademia del diritto in Rojava: nuovi modelli di giustizia oltre lo Stato-Nazione. Nell’accademia lavorano sei persone come amministratrici, poi ci sono 26 componenti… (continua)

    Radio Onda d’Urto- Intervista alle compagne del Rojava. Tutto il mondo trae ispirazione, ormai da due anni… (continua)

     

    REPORT/APPROFONDIMENTI

    Alessia Drò – Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista. Nel nesso inscindibile tra la libertà delle donne nella lotta della liberazione curda e la costruzione di un sistema di democrazia radicale antimonopolistico e senza stato… (continua)

    Alessia Drò – Sulla questione curda tra genocidio diaspora e resistenza Un report della Conferenza “L’Unione Europea, la Turchia, il Medio Oriente : vecchie crisi, nuove soluzioni” Alcune importanti coordinate interpretative di una questione decisiva per gli assetti democratici dell’area (continua)

    Alessia Drò – Cosa sta succedendo in Turchia? Genealogia di un fascismo. Tra governamentalità, nazionalismo e colonialità del potere In pericolose visioni normalizzanti rispetto alla guerra mondiale in corso in Siria, il punto d’inizio delle analisi che vengono diffuse sul Medio Oriente è spesso mediaticamente rappresentato in ambito occidentale da una linea…(continua)

    Alessia Drò – Da Parigi al mondo intero: la lotta in cammino di Sakine Cansiz, Fidan Dogan, Leyla Saylemez 6 Gennaio, Parigi. Oltre ventimila persone. Provengono da ogni parte dell’Europa e del mondo. Si incontrano dal mattino presto, nello spiazzo così pieno da togliere il fiato a Gare du Nord… (continua)

    Alessia Drò – Dwf- Europa, Ragioni e Sentimenti – C0nversazione con le donne di Kobane  La lotta delle donne qui a Kobane non è una lotta separata dalle altre lotte politiche delle donne del mondo… (continua)

    UIKI – Kairos moti contemporanei-  Etica ed Estetica nel confederalismo democratico -L’etica e l’estetica non sono per noi dei campi separati dalla politica e dalla società in cui viviamo. Per noi è importante far vivere questi concetti, concretamente…(continua)

    INTERVENTI- CONFERENZE

    David Graeber- Nuove misure dall’economia politica del Rojava: l’eccezione di un approccio femminista. All’inizio di dicembre ho fatto parte di una delegazione in visita a un centro di riabilitazione per i combattenti feriti… (continua)

    Janet Biehl – Sulle assemblee cittadine: dalla Nuova Inghilterra al Rojava. E’ da qualche centinaio di anni che le assemblee cittadine hanno avuto la funzione di governi locali nel Nord del New England, incluso il Vermont, dove io vivo… (continua)

    Radha D’Souza – Per una politica alternativa. Analisi su Industrialismo, Legge, Scienza e Imperialismo. Propongo di porre tre domande che ritengo essere la chiave per una nuova politica alternativa che chiamerò “resistenza con rigenerazione”… (continua)

    Nazan Üstündağ – Relazioni di Potere, Stato e Famiglia. Nuovi modelli di intimità e amicizia nella liberazione Uno degli elementi chiave del dibattito di Öcalan sulla modernità capitalistica e la civiltà è la sua analisi critica sulla famiglia moderna e…(continua)

    Meral Çiçek – Analizzare il genocidio contro il popolo curdo dal punto di vista delle donne. Il 20° secolo in Kurdistan è caratterizzato da attacchi genocidi, assimilazione e resistenza per l‘autodeterminazione… (continua)

    Ozlem Tanrikulu, Silvia Baraldini, Ebru Gunay – SAKINE CANSIZ, “Tutta la mia vita è stata una lotta”. INTERVENTI sul libro  Questa iniziativa che abbiamo lanciato come prima presentazione del libro di Sakine… (ascolta l’audio)

     

    MATERIALI

    Carta del Contratto Sociale del Rojava: Il testo e gli aggiornamenti   (leggi per intero)

    La legislazione sulla parità di genere in Rojava: Introduzione e testo (leggi per intero)

    APPELLO delle donne in sostegno al Rojava contro l’invasione della Turchia in Siria L’esperienza democratica di successo che donne e uomini stanno da tre anni costruendo in Rojava è oggi a rischio (continua)

    APPELLO per la democrazia femminista in Rojava In sostegno delle donne curde e dell’esperienza politica della Rojava, avanguardia della democrazia, e delle docenti turche arrestate per aver firmato un appello a loro favore: Care Accademiche e Scenziate Italiane, Cari Accademici e Scenziati Italiani…(continua)

     

    BIBLIOGRAFIA 

    Bibliografia essenziale

     

    RECENSIONI

    Emanuela Irace – Sakine, che ha lottato tutta la vita. Per la libertà. Esce il secondo volume dell’autobiografia di Sakine Cansiz: “Tutta la mia vita è stata una lotta”, fondatrice del Pkk, imprigionata e torturata per dieci anni, morta in un attentato il 9 Gennaio del 2013 nel cuore di Parigi… (continua)

     

     

    SITI WEB

    www.uikionlus.com

    EN:

    https://cooperativeeconomy.info/

    The Evolution and Mechanics of Slot Machines

    http://www.networkaq.net/

    komnews.org

    ESP:

    http://kurdistanamericalatina.org/category/jineoloji/

    IT blog:

    https://dakobaneanoi.noblogs.org/

  • Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista

     

    All’Università di Amburgo, in Germania, più di un migliaio di persone tra attivisti, studenti, gruppi di femministe e intellettuali provenienti da tutto il mondo, hanno partecipato in questi giorni, dal 3 al 5 Aprile 2015, alla conferenza internazionale “Challenging Capitalist Modernity II” per discutere delle prospettive aperte dai movimenti di liberazione curdi e da altre realtà in lotta.

    Nel nesso inscindibile tra la libertà delle donne nella lotta della liberazione curda e la costruzione di un sistema di democrazia radicale antimonopolistico e senza stato, il femminismo ricopre un ruolo di fondamento. Il “confederalismo democratico”, per mezzo di un’accurata analisi politica dei sistemi capitalisti, mette in discussione il modello centralista della conservazione del potere maschile. Si propone di trasformare le strutture tradizionali delle gerarchie alimentate dal sessismo, rese possibili attraverso ideologie coloniali di oppressione con ruolizzazioni e rapporti di dominio codificati. Il modello elaborato da Öcalan è oggi assunto dalle organizzazioni autonome delle lotte femministe curde. Nell’intendere l’ambito dell’economico, del sociale e del politico come luoghi di risignificazione collettiva, nei continui richiami internazionali allo scambio attraverso la volontà di confronto tra le produzioni di saperi e di pratiche alternative, le donne curde indicano un cammino disposto oltre l’idea individualistica della libertà, capace di aprire nuovi interrogativi e nuove sfide comuni per il presente.

     

    La Conferenza dopo la liberazione di Kobânê

    Era il 3 Febbraio del 2012 quando all’Università di Amburgo associazioni di studenti curde e tedesche strettamente imparentate e connesse ai movimenti per la libertà in Kurdistan decisero di realizzare la prima giornata di una conferenza dal titolo “Challenging Capitalist Modernity. Alternative Concepts and the Kurdish Quest”.

    Organizzata dalla rete “Network for an Alternative Quest”, la conferenza creò le condizioni perché intellettuali, studenti e attivisti di differenti provenienze e ambienti potessero dar luogo a un’analisi critica dei sistemi capitalistici.

    Quegli incontri, che conosciamo grazie alla documentazione completa degli interventi (su http:// networkaq.net) furono un successo.

    La seconda conferenza “Challenging Capitalist Modernity II” svoltasi quest’anno dal 3 al 5 Aprile, si è data grazie alla grande organizzazione e accoglienza che ha permesso un altissimo livello di scambio e confronto.

    Ha influito il fatto che a tre anni di distanza dal primo evento, il 26 Gennaio di questo stesso anno, il cantone di  Kobânê è stato liberato dall’Isis, contro l’avanzata dei jihadisti in Siria.

    A partire da questa data si sono riattivati canali di solidarietà internazionali alla battaglia del Rojava con il sostegno di delegazioni provenienti da tutto il mondo.

    Ma la lotta per la libertà in Kurdistan, attiva da più di trent’anni, non inizia e non finisce con la liberazione della città di Kobânê.

    Una conferenza di tale portata richiama a riservare grande importanza e responsabilità rivolte al presente, al passato e al futuro, nei confronti dei metodi di traduzione, spesso incastrati in logiche eurocentriche e acontestuali, altre volte catturati da confusa idealizzazione.

    Una tra le traduzioni che più difficilmente trovano luogo nella riflessione attuale e che parlano dell’esigenza di nuovi campi d’interrogazione, è il fondamentale ruolo del femminismo nella lotta di liberazione curda. Cosa si puo’ imparare in occidente da questa esperienza?

    In un’analisi storica e generale degli apporti del movimento curdo, Reimar Heider, portavoce della Iniziativa Internazionale “Freedom for Abdullah Öca­lan – Peace in Kurdistan”, ha raccontato come soprattutto a partire dagli anni ’90  la popo­la­zione curda abbia dato vita ad una nuova proposta e pra­tica poli­tica che mette al centro, come primaria e prioritaria nella liberazione nazionale, la liberazione delle donne. È lo stesso Öca­lan a scrivere che dalle relazioni di potere tra uomo e donna derivano tutte le forme di relazione capitalistiche che alimentano schiavitù, dispotismo, fascismo e militarismo. (Liberare la vita. La Rivoluzione delle donne, Edizioni Iniziativa Internazionale 2013, p.10)

    Durante la conferenza del 2012 è stata denunciata l’assenza di approfondimento di specifiche interlocutrici sull’esperienza dei movimenti delle donne curde: quest’anno nella seconda giornata della conferenza un’intera sessione è stata dedicata ad interventi di attiviste e di intellettuali direttamente implicate nei movimenti di liberazione in quei territori.

    In simultanea traduzione sei lingue (turco, tedesco, curdo, spagnolo, italiano, inglese), scandivano le giornate per persone provenienti da diverse città della Germania, dell’Inghilterra, della Danimarca, della Norvegia, e provenienti dal Belgio, dal Kurdistan, dall’India, dall’Italia, dal Sud Africa, dagli Stati Uniti, dalla Turchia, dall’Olanda, dai Paesi Baschi, dalla Catalogna, infine poi dalla Svizzera, dall’Iraq e dalla Svezia.

    I temi si sono sviluppati in modo comparativo muovendosi tra la teoria e la pratica, con uno sguardo sia alle esperienze di lotta reali, che all’analisi di nuovi concetti possibili, anche con riferimento alle teorie del potere, (per esempio quelle elaborate da Gramsci e da Foucault), in relazione ai prin­cipi del con­fe­de­ra­li­smo demo­cra­tico pro­mossi dal lea­der del PKK Abdul­lah Öca­lan, dal 1999 dete­nuto in isolamento nella pri­gione di İmralı.

     

    Modernità capitalista e autonomia democratica

    È rilevante notare che alla prima conferenza del 2012 attraverso la lettura di un suo messaggio, Öca­lan abbia denunciato esplicitamente un fatto spesso omesso: «Se all’apparenza, come è stato detto al mondo intero, il mio arrivo a İmralı è dato da un’operazione di successo dei Servizi Segreti Turchi, la mia permanenza qui è in realtà stata resa possibile da un sistema elaborato dalla modernità capitalista, guidato dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, più specificatamente, l’enorme operazione che mi ha portato qui, è stata guidata da forze speciali e illegali della Nato».

    Nella prima sessione del 3 Aprile, è stata rintracciata, oltre l’esistenza di un fondamentalismo religioso, un più profondo fondamentalismo ideologico da parte delle potenze mondiali, che agisce attraverso alleanze per il controllo politico di aree geologiche di grande interesse e maggiore profitto per l’estrazione di risorse petrolifere nel Medio Oriente.

    Questo è il fondamentalismo che permette, spiega il professore tedesco Elmar Alvater, «che attorno a ciò che oggi chiamiamo Rojava ci siano oltre 9 milioni di curdi in diaspora».

    Le soluzione proposta, è chiaro da subito, deve necessariamente essere a livello internazionale e partire da una prospettiva ecologica precipuamente post-coloniale. E continua: «Il sistema di estrazione di energie fossili si sta esaurendo così come i confini del concetto di Stato-Nazione, che sembrano troppo stretti per dare spazio a vite che sentono l’esigenza di elaborare un’ecologia sociale configurata non solo con nuove forme energetiche ma con nuove forme di relazione tra i generi, di comunanza, di produzione, di consumo».

    Il capitalismo non è infatti leggibile solo come un modello economico, perché si sviluppa attraverso una cultura ideologica che fa riferimento ad un modello politico statale basato su valori egemoni che agiscono sull’ambiente e sui fondamenti antropologici dell’umano. Così, l’attivista curdo Kenan Ayaz, nell’intervento “Capitalism- Acumualtion of Value or Power?” spiega che non bisogna avere un approccio riduzionista al capitalismo, come quello delle prassi del socialismo reale basato sulle filosofie tedesche: «Noi, con Öca­lan, siamo tornati indietro di 5000 anni in un’indagine storica, per capire quali valori fossero stati sotterrati dall’arrivo del capitalismo, che non è eterno, che è nato e si è sviluppato nel contesto specifico dell’Europa».

     

    Critica al valore e nuove misure

    L’analisi del contesto capitalista è il tema principale della prima giornata ma i modi di affrontarlo  sono molto differenti: David Harvey, nel suo intervento intitolato Nation-State. God on earth?  riconosce come il problema principale per un movimento anticapitalista sia «lo scambio dei valori», ritenendolo centrale nell’idea dello spazio autonomo dei comuni di Kobânê. Tuttavia ritiene allo stesso tempo che «se per gli scambi non si mette in questione il ruolo del valore del dollaro, non si è veramente autonomi».

    David Harvey sembra soffermarsi, per capire, «quale sia la natura del capitalismo», su una discussione che verte specificatamente sull’analisi dell’economico inteso come dispiegamento della forma valore monetaria in un approccio analitico marxista che dia conto dei movimenti diretti delle banche alla sussunzione continua nel sociale per parte dell’economico.

    La sua relazione, conclusasi nel delineare la contraddizione a suo avviso fondamentale per Kobânê, cioè «quella tra valori e moneta», lascia spazio alla forte voce dell’attivista indiana Radha D’Souza. Illustrando come non sia mai nominato il legame che sussiste tra capitalismo e colonialismo, Radha D’Souza evidenzia la necessità di mettere in luce su più livelli gli effetti di dominio e potere, riportabili non solo sulla base del controllo monetario.

    Il controllo operato dalla Legge e dalla Scienza, imposte come forme uniche di conoscenza al servizio dei sistemi neocolonialisti e capitalisti hanno avuto infatti effetti precisi di dominio presenti tuttora in India.

    Da una prospettiva postcoloniale, Souza sembra proporre, lontana da un livello di analisi basato su un approccio esclusivamente economicista in seno ad una macropolitica globale, un approccio femminista e situato, ereditato dalla filosofia tamil: «Dobbiamo iniziare a costruire in piccolo per vivere in grande, e questo è il contrario dell’industrialismo che ci dice di costruire in grande per rendere però sempre più piccole e insignificanti le nostre vite. Parliamo a partire dai luoghi in cui siamo».

    Raccontando del metodo di “Rigenerazione nella Resistenza”, Souza ha riportato l’esperienza politica di alcuni villaggi indiani, che si sono riappropriati delle tecniche di irrigazione per la difesa della biodiversità e che producono oggi energia in modo autosufficiente, al di là del monopolio statale indiano e lontani dalle tecniche distruttive vincolate a processi di estrazione imposta.

    Nell’esigenza di una critica serrata all’uso del concetto di valore, la seconda giornata è rilevante per l’intervento di David Graeber, che ha risignificato i termini di produzione e riproduzione sottolineando che «quando si parla di produzione, si parla sempre di produzione di cose, come nel paradigma del lavoro industriale trionfante nel XIX secolo, mentre il lavoro, produce persone, esseri umani» (si veda su questo punto il suo libro “Toward an Anthropological Theory of Value”). Quando Graeber  parla della produzione di persone, legge Marx «da una prospettiva femminista, e mi riferisco per esempio alle riflessioni di Mariarosa dalla Costa. Quando mi riferisco al lavoro, riconosco che il lavorare è un simbolo che nella pratica lascia essere ciò che simbolizza».

    Nel parlare del valore, Graeber parla di «una misura che non si può comparare con un’altra misura, non si può cioè a sua volta misurare. I marxisti a volte dimenticano di usare i termini degli economisti di un altro tempo». Graeber descrive efficacemente il paradosso per cui oggi si arriva a considerare il lavoro un valore in sé al di là del fatto che si sia sfruttati o no, e invita a riflettere sulle linee di svalorizzazione, discorsive e monetarie, quindi simboliche, che oggi per esempio si riversano su lavori che potrebbero invece risultare “socialmente importanti”, come quello dell’educazione: l’esigenza avvertita è allora di riformulare le idee base sul valore a partire da un approccio femminista, trasformando radicalmente il senso delle nostre vite e attività quotidiane.

    Ma cosa questo possa significare, lo ha forse spiegato meglio, prima dell’intervento di David Graeber, Saniye Varli, della cooperativa Bağlar in collegamento diretto da Dyarbakir: il progetto di cui lei e altre donne fanno parte, nato nei suburbi di Amed inizialmente come organizzazione contro la violenza sulle donne, si sviluppa come un modello alternativo di economia, a livello ecologico e nelle pratiche quotidiane. Cominciando da zero, la cooperativa ha creato una catena di autoproduzione e di distribuzione diretta di cibo e altre necessità, in rete con i villaggi vicini, in un lavoro che «mette in gioco la costruzione di una democrazia dal basso contro gli interessi strategici e politici che qui si riversano». «Per noi – spiega Saniye – è importante pensare al valore di ogni cosa del vivente, perché il capitalismo attacca la mentalità delle persone, e dice che solo se pensi secondo i suoi valori puoi avere successo». A partire dalla creazione di tessuti sociali che legano comunità nate dal basso, senza profitto, con il sostegno del comitato dell’economia del KJA, (il Congresso delle donne libere curde nato nel 2003 dal lavoro dei comitati di quartiere e dalle assemblee locali) le donne qui «vivono una vita libera». «Per noi è importante praticare nella vita sociale, la condivisione. Forse questo per voi non ha significato, ma per noi la condivisione è importante perché si può praticare ovunque anche in mezzo alle differenze e alle diversità».

    L’augurio di Saniye è la speranza di rivedersi presto nella ricostruzione di un Kurdistan libero.

     

    Istanze femministe per il cambiamento

    Un altro augurio, inaspettato, è stato mandato in diretta, in collegamento video da Kobânê, anche da una comandante delle unità di autodifesa delle donne, delle YPJ. «Le donne vivono in libertà» è stato urlato da tutte le persone presenti: «Jin Jiyan Azadî»; un coro improvviso nell’auditorio gremito è risuonato continuo come l’espressione di un desiderio condiviso e rafforzato dalle parole sentite dalla diretta: «Gli argomenti che oggi state discutendo sono fondamentali per dare vita nuova a tutti i popoli del Medio Oriente e del mondo. Il sistema basato su un’ideologia che monopolizza, rende necessario organizzarsi in quanto persone umane e queste cose spero siano trattate in questa conferenza. Voglio ringraziarvi dai territori che hanno condotto questa resistenza».

    Dalla comandante delle YPJ, arriva chiara l’importanza delle istanze femministe nel processo di cambio sociale. Tra le attiviste chiamate a parlare dopo di lei, Fidan Yildirim, sin dagli anni ‘80 parte del movimento di liberazione delle donne in Kurdistan, ha ricordato l’importanza dell’educazione, dell’autorganizzazione e dell’autodifesa.

    In particolare quest’ultima parola non può essere compresa se non la si colloca nel contesto, di guerra, in cui viene elaborata, e se la si racchiude, in modo incongruo, in un senso militare statalista o nel senso guevarista del  foquismo.

    L’autodifesa, non ha niente a che vedere con qualsiasi forma di potere e di monopolio della violenza: «ogni comune e assemblea provvede a farla funzionare, sapendo che la libertà della donna è al centro della società intera».

    Sara Aktaş, imprigionata undici anni per essersi unita al movimento di liberazione curda e dopo la scarcerazione, altri cinque anni per aver fatto parte al DOKH (Democratic Free Women’s Movement), ha riflettuto su come «la liberazione della donna secondo il socialismo non sia centrale tanto quanto la lotta di classe» e su come le YPJ, nate nel 2004 e riconosciute ufficialmente nel 2011, siano un’esperienza radicalmente differente, perché nata da una critica allo Stato e ai modelli di socialismo reale che hanno fornito esempi chiari di oppressione per le donne.

    Ciò che stupisce è che l’esperienza delle YPJ non è vista in termini trionfalistici ma riconosciuta nella sue forme di sperimentazione: l’autodifesa, che va sempre di pari passo con l’autoformazione e l’apprendimento continuo, non è rappresentata da Sara Aktaş solo come una forma di liberazione anticoloniale, ma come una forza che a partire dalla conoscenza delle contraddizioni e delle difficoltà, agisce in termini di consapevolezza e contemporaneamente nella ricostruzione delle relazioni e della società intera. Il concetto di autodifesa, sembra generare una’esperienza di forza che ha efficacia nel proprio agire e che a partire dai corpi incarnati si esplica come una risignificazione continua delle norme sociali dominanti, che non può essere leggibile solo nei termini “di una questione femminile”.

    Gli scritti di Öca­lan vengono letti così considerando «lo sfruttamento sessuale ad un livello sociale e politico più profondo, connesso al sistema statale e ad un positivistico riduzionismo biologico, e, le forme patriarcali, impediscono la liberazione degli uomini tanto quanto quella delle donne e della società intera: lo sfruttamento di genere va messo in relazione con gli altri tipi di sfruttamento».

     

    Traduzione e trasformazione

    La libertà femminile qui non si può intendere sotto la forma di una libertà singolare o individuale ma prevede il cambiamento dell’intero sistema in cui viviamo.

    L’istituzione della jinologia, come forma altra di sapere, nasce dall’esigenza, per usare le parole di Dilar Dirik, che su questo tema sta scrivendo una tesi di dottorato, di elaborare «una sociologia della libertà, in cui la produzione di saperi per parte di donne si pone come modello critico allo scientismo imperante nelle scienze umane, anche con una rilettura e riscrittura continua della storia contro la conoscenza del già dato come perpetrato dallo status quo».

    La liberazione qui non è un obiettivo, ma un metodo, una pratica continua.

    Lo specifico del movimento delle donne curde, nella lotta contro lo stato colonialista, segue richiami precisi a percorsi suggeriti e tracciati altrove dal femminismo anarchico e postcoloniale.

    La posta in gioco è ben delineata nell’intervento intitolato Relazioni di potere: Stato e Famiglia di Nazan Ustündağ, docente di sociologia ad Istanbul e parte del Women for Peace and Academics for peace.

    Le strategie di lotta in Kurdistan «stanno concretamente cambiando le relazioni di genere all’interno della famiglia». Assunta da subito come un micro-stato del dominio maschile e dello sfruttamento del lavoro femminile e come il fulcro di normalizzazione dell’oppressione nella società, Nazan Ustündağ invita a riflettere sull’importanza delle pratiche di trasformazione nell’istituzione della famiglia per parte dalle donne curde, mentre, sottolinea, «Erdogan sviluppa scuole private per il controllo delle condotte, richiamando le madri ad esser buone educatrici per i propri figli».

    Pratiche ancora da sperimentare, spiega Ustündağ, ma che sono attivate attraverso reti di amicizie e forme di relazionalità alternative, che prendono piede grazie all’impulso delle istituzioni autorganizzate delle Case delle donne, nei partiti politici, sfidando i ruoli tradizionali di genere con altre forme di intimità possibili famiglia nucleare tradizionalmente intesa.

    La domanda: “cosa possono imparare le femministe occidentali dall’esperienza delle donne curde?”, posta all’inizio, troverà probabilmente più di una risposta se ci saranno momenti riflessione collettivi che implichino degli spostamenti, in un apprendimento continuo, in spazi di traduzione oltre procedimenti binari.

    L’esperienza della conferenza all’Università di Amburgo, fuori da un qualsiasi tipo di accademicismo asfittico, si è posta, nella consapevolezza di abitare in un mondo abitato da più mondi, come uno spazio aperto di socialità e condivisione,  stimolando la creazione di nuove alleanze e l’espansione di reti politiche già esistenti, incoraggiando l’incontro diretto nell’ambito di una solidarietà piena e autodeterminata.

    Nel momento in cui il neoliberismo occulta sempre di più la dimensione necessaria della relazione, della interdipendenza della cooperazione, mette in questione la libertà delle nostre vite.

    Altre pratiche sembrano interrogarci richiamandoci ad elaborare collettivamente nuove soluzioni per riformulare il nodo centrale del legame sociale. «In Rojava stiamo cercando di rinnovare quello che per noi vuol dire società. Venite a vedere quello che stiamo facendo, ad imparare e a scambiare le vostre conoscenze», è l’esortazione di una delle attiviste curde, durante la conferenza.

    Nuovi paradigmi e nuove visioni emergenti dalle lotte in Medio Oriente, possono permetterci di decostruire le nostre categorie, in vista di una riappropriazione degli assi di valorizzazione delle nostre attività a partire da un processo relazionale e creativo. Fuori dall’apparato amministrativo della messa a tutela e quello gestionale del rischio, potremmo iniziare a chiederci: perchè stanno lottando oggi le donne in Rojava?


    Bibliografia

     

    AA.VV. Kurdistan, Rojava. Viaggio nella rivoluzione delle donne, I quaderni di radio onda rossa 2015.

    AA.VV. Challenging Capitalist Modernity. Alternative Concepts and the Kurdish Quest,  International Initiative Edition 2012.

    Abdullah Ocalan, Liberare la vita. La Rivoluzione delle Donne, Edizioni Iniziativa Internazionale 2013.

    Abdullah Ocalan, Confederalismo democratico, Edizioni Iniziativa Internazionale 2013.

    Sara Sakine Cansiz, Tutta la mia vita è stata una lotta, Vol. I, Uiki-Onlus 2015.

    Janet Biehl (a cura di), The Murray Bookchin Reader, Black Rose Books, Montréal 1999.

  • Dilar Dirik – L’esperienza di liberazione delle donne curde

    Dilar Dirik – L’esperienza di liberazione delle donne curde

    Introduzione

     

    Il saggio che qui presentiamo offre una riflessione sull’esperienza di liberazione delle donne curde. L’intervento è di Dilar Dirik, dottoranda del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Cambridge, attualmente impegnata in una tesi che tenta di comparare il sistema dello Stato-nazione con il paradigma del confederalismo democratico da un punto di vista dei movimenti di liberazione delle donne curde. La sua relazione, che riportiamo per intero, è stata presentata il 4 Aprile ad Amburgo alla Conferenza “Challenging Capitalist Modernity II” ed evidenzia sin dalle prime righe il tentativo di andare oltre l’idea di un femminismo occidentale inteso come monolitico nell’universalità astratta di alcuni suoi canoni, richiamando ad uno sguardo contestuale sui femminismi che muovono verso l’esigenza di una trasformazione sistemica radicale, anche a partire da una prospettiva intersezionale e postcoloniale. Dalle pratiche comunaliste delle donne curde, spiega Dilar Dirik, non emerge una visione essenzialista della femminilità e il tentativo continuo è quello di non creare un’assegnazione normativa di ruoli sociali codificati. Accanto all’estesa auto-organizzazione autonoma delle donne nelle comunità e in tutti gli aspetti della vita, i cantoni in Rojava applicano ad ogni livello il concetto di co-presidenza e la dualità si staglia come elemento preponderante nel processo decisionale comunalista. L’organizzazione autonoma delle donne, nota Dilar Dirik, è emersa simultaneamente allo spostamento generale dello scopo politico dallo Stato-nazione in direzione della mobilitazione di base democratica locale. Ponendosi al di là della ricerca di giustizia entro l’ambito statuale della rivendicazione di diritti, la liberazione delle donne curde chiama in causa tutta la società nella ricerca di soluzioni alternative, anche attraverso la creazione di nuovi istituti, alcuni dei quali rivolti ad uno scambio continuo di saperi nelle relazioni e nell’ambiente in cui vivono e operano.

     

    Alessia Drò

     

    Il femminismo e il movimento di liberazione curdo

     

    di Dilar Dirik

     

     

    La Marcia Mondiale delle Donne di quest’anno è partita al confine tra il nord e l’ovest del Kurdistan, la linea artificiale che separa le due città gemelle di Qamislo e Nisêbin. La commissione ha preso questa decisione al fine di rendere omaggio alla resistenza delle donne delle Forze di Difesa YPJ in Kobane contro lo Stato islamico. Questo fatto, tra molti altri esempi, illustra l’improvviso interesse delle femministe di tutto il mondo per il movimento delle donne curde.

    In questo periodo cruciale in cui le donne curde hanno contribuito ad una riarticolazione della liberazione delle donne, rifiutando di seguire le premesse dell’ordine globale patriarcale basato sullo stato-nazione, rompendo il tabù della militanza femminile, recuperando il concetto di legittima difesa, dissociandosi dal monopolio del potere da parte dello Stato, e combattendo una forza brutale (non per conto di forze imperialiste, ma al fine di stabilire i propri termini di liberazione, non solo dalle organizzazioni statali o fasciste, ma anche la propria comunità), che cosa può imparare il movimento femminista dall’esperienza delle donne curde?

    Naturalmente, non c’è un unico femminismo, ma diversi filoni a volte molto diversi tra loro. Le specifiche caratteristiche dell’esperienza delle donne curde, che ha creato la coscienza vissuta e diretta del fatto che le diverse forme di oppressione sono collegate tra loro, così come la critica del movimento di liberazione curdo del colonialismo e dello stato, forse suggeriscono ai movimenti femministi anarchici e post-coloniali di essere più vicini all’esperienza delle donne curde.
    Eppure, pur rivendicando il femminismo come parte importante della società storica e la sua eredità come patrimonio, le discussioni all’interno del movimento delle donne curde oggi mirano a indagare i limiti del femminismo e andare oltre lo stesso. Questo non significa rifiutare il femminismo – entrambi i concetti sono visti come complementari. Andare oltre significa sistematizzare un’alternativa al sistema dominante attraverso una critica sistemica e radicale; significa la communalizazione della lotta, soprattutto politicizzando la base e trasformando o metaforicamente uccidendo il maschile cosi come mettere in discussione l’intero ordine mondiale.

    Abdullah Öcalan afferma esplicitamente che il patriarcato, insieme al capitalismo e la menzogna di stato sono alle radici di oppressione, dominio, potere. Egli rende chiara la connessione tra di loro : “Tutte le ideologie di potere e statali derivano da atteggiamenti e comportamenti sessisti […] . Senza la schiavitù delle donne nessuno degli altri tipi di schiavitù può esistere tanto meno svilupparsi. Il capitalismo e lo stato-nazione denotano la forma più istituzionalizzata di maschio dominante. Più coraggiosamente e apertamente parlando: il capitalismo e lo stato-nazione sono il monopolismo del maschio dispotico sfruttatore”.(Öcalan, Abdullah, 2011, Democratic Confederalism- Cologne: International Initiative Edition).

    La visione del movimento di liberazione curdo sulla liberazione delle donne è di esplicita natura communalista. Piuttosto che rifiutare gli uomini o decostruire i ruoli di genere all’infinito, essa tratta le condizioni alla base di concetti attuali di femminilità come fenomeni sociologici e mira a ridefinire tali concetti formulando un nuovo contratto sociale. Essa critica l’analisi mainstream da parte del femminismo del sessismo in termini di solo genere, così come il suo fallimento nel raggiungimento di un più ampio cambiamento sociale, limitando la lotta nel quadro dell’ordine persistente. Una delle principali tragedie del femminismo è il suo cadere nella trappola del liberalismo. Sotto la bandiera della liberazione, l’individualismo estremo e il consumismo vengono propagandati come emancipazione, ponendo ostacoli evidenti a qualsiasi azione collettiva. Naturalmente le libertà individuali sono fondamentali per la democrazia, ma il fallimento nel mobilitare di base richiede una fondamentale autocritica del femminismo.

    Il termine femminista “intersezionalità” naturalmente sottolinea che le forme di oppressione sono interconnessi e che il femminismo ha bisogno di adottare un approccio olistico per affrontarle. Ma molto spesso, i movimenti femministi che si dedicano a questi dibattiti non riescono a entrare in contatto con la vite reali di milioni di donne oppresse, generando l’ennesima discussione vuota sul radicalismo, inaccessibile ai più. Perché la lotta radicale o intersezionale non riesce a diffondersi?
    Questi atteggiamenti, secondo il movimento delle donne curde, sono spesso legati alla adesione alla scienza positivista e al rapporto tra sapere e potere, che sfoca i collegamenti espliciti tra le forme di dominazione, eliminando così la credenza in un mondo diverso, raffigurando il sistema globale come l’ordine naturale delle cose. Ma il fatto che le donne curde abbiano ormai sconfitto una versione concentrata del sistema globale in Kobane dimostra che un’alternativa è davvero possibile e che questa alternativa deve essere incentrato sulla liberazione delle donne. Grazie alle sue particolari condizioni socio-politiche ed economiche, il movimento delle donne curde è stato in grado di mobilitare un movimento di massa per arrivare a certe conclusioni, non solo attraverso dibattiti teorici, ma attraverso esperienze reali e pratiche vissute, che non solo hanno creato una coscienza politica diretta, ma anche un attaccamento al trovare collettivamente soluzioni.

    Così, incoraggiato dal suggerimento di Ocalan di sviluppare un metodo scientifico che sfidi la comprensione egemonica delle scienze, in particolare le scienze sociali, -un metodo che non si limiti a catalogare i fenomeni intorno all’uomo e che divide le aree della vita tra loro, creando una miriade di rami scientifici, ma che cerchi praticamente di fornire soluzioni ai problemi sociali, una “sociologia della libertà”, incentrata intorno alle voci e le esperienze degli oppressi- il movimento delle donne si è impegnata nei dibattiti teorici e ha proposto il concetto di “jineology”. Domande come “Come rileggere e riscrivere la storia delle donne? Come si ottiene la conoscenza? Quali metodi possono essere utilizzati in una ricerca liberazionista della verità, quando l’odierna produzione scientifica e della servono a mantenere lo status quo?” sorgono in un intenso dibattito. La decostruzione del patriarcato e di altre forme di sottomissione, dominio e violenza sono accompagnate da discussioni sulla costruzione di alternative basate su valori liberazionisti e soluzioni ai problemi della libertà.
    Definendosi come scienza delle donne o come ricerca delle donne della conoscenza stessa, un’altra obiezione che jineology pone al femminismo è che esso spesso si occupa di analizzare le questioni sociali soltanto attraverso le lenti di genere. Mentre decostruire i ruoli di genere e il patriarcato ha contribuito alla nostra comprensione del sessismo e altre forme di violenza e di oppressione, il femminismo tuttavia non è stato sempre capace di proporre con successo che tipo di alternativa possiamo creare. Realisticamente parlando, se concetti come uomo e donna, non importa quanto socialmente costruiti possano essere, sembrano destinati a persistere per un po ‘, dovremmo forse cercare di stabilire nuovi termini di esistenza, fornire loro una essenza liberazionista? Se è possibile re-immaginare concetti di identità come quello di nazione dissociandolo da implicazioni etniche e mirando a formare un’unità basata su principi, in altre parole, una unità di pensiero, costituito da soggetti politici piuttosto che oggetti che servono lo stato (che è l’idea che è sostenuta nella multiculturale Rojava, la “nazione democratica”, come articolato da Ocalan), possiamo anche creare una nuova identità delle donne libere basata sull’autonomia e la libertà di formare un nuovo senso di comunità, senza gerarchia e dominio? Jineology non è considerato come un fornitore di risposte, ma come un metodo per esplorare queste domande.

    Ciò non significa perpetuare un concetto essenzialista della femminilità, l’assegnazione di un nuovo ruolo sociale, con spazio limitato di movimento. Invece, attraverso la ricerca storica e storiografica, jineology cerca di imparare dalle rotture di mitologie e religioni, comprendere le forme comunaliste di organizzazione in età neolitica, stabilire la relazione tra mezzi di produzione e di organizzazione sociale, e tra l’ascesa del patriarcato con l’emergenza di accumulo e di proprietà.

    E tuttavia, pur criticando la fissazione del femminismo sul genere, il movimento delle donne curde riconosce allo stesso tempo l’urgente necessità di prestare attenzione alle specifiche forme di oppressione. A differenza di altri leader di movimenti, Ocalan sottolinea la necessità di una lotta femminista autonoma e consapevole: “la libertà della donna non può essere assunta una volta che la società ha ottenuto la libertà in generale e l’uguaglianza”. In realtà, l’elemento centrale della struttura organizzativa di questo movimento è l’auto-organizzazione autonoma dei gruppi e delle comunità, al fine di rafforzare la democrazia radicale.

    Oggi, il movimento si divide il potere in parti uguali tra una donna e un uomo dalle presidenze di partito fino a consigli di quartiere, attraverso il principio della co-presidenza. Oltre a fornire le donne e gli uomini con pari potere decisionale, il concetto di co-presidenza propone di decentrare il potere, prevenire il monopolismo, e promuovere il raggiungimento del consenso. Questo dimostra ancora una volta la connessione tra il processo di liberazione e il processo decisionale communalista. Il movimento delle donne è autonomamente organizzato, socialmente, politicamente, militarmente. Mentre questi principi organizzativi cercano di garantire la rappresentanza delle donne, la grande mobilitazione sociale e politica aumenta la coscienza nella società: la rivoluzione deve prima avvenire nel pensiero.

    Ispirati da questi principi, i Cantoni Rojava applicano il concetto di co-presidenza e quote, e creano le unità di difesa femminili, le comuni delle donne, accademie, tribunali, e le cooperative in mezzo alla guerra e sotto il peso di un embargo. Il movimento delle donne è autonomamente organizzato in tutti gli aspetti della vita, dalla difesa all’economia all’educazione alla salute. Esistono consigli delle donne paralleli ai consigli popolari che possono porre il veto sulle decisioni di quest’ultimi. Gli uomini che commettono violenza contro le donne non possono essere parte dell’amministrazione. La discriminazione di genere, i matrimoni forzati, la violenza domestica, i delitti d’onore, la poligamia, i matrimoni precoci, e la vendita delle spose sono criminalizzati. Molte donne non-curde, soprattutto arabe e assire, entrano nelle file armate e nell’amministrazione di Rojava e sono anche incoraggiate ad organizzarsi autonomamente. In tutti i settori, comprese le forze interne di sicurezza (Asayish) e la YPJ / YPG, la parità di genere è una parte centrale dell’istruzione e della formazione. Come un attivista del movimento delle donne in Rojava ha detto: “Noi non bussiamo alle porte delle persone per dire loro che si sbagliano. Invece, cerchiamo di spiegare loro che possono organizzarsi da soli e diamo loro i mezzi per determinare le proprie vite”. (Öcalan, Abdullah, 2013, Liberating Life: Woman’s Revolution (Cologne: International Initiative Edition).

    È interessante notare che, anche se la liberazione delle donne è sempre stata parte dell’ideologia del PKK, l’organizzazione autonoma delle donne è emersa simultaneamente allo spostamento generale dello scopo politico dallo Stato-nazione in direzione della mobilitazione di base democratica locale. Non appena è stato identificato il rapporto tra le diverse forme di oppressione, non appena sono state smascherate le assunzioni e i meccanismi oppressivi del sistema statalista, sono state cercate soluzioni alternative, con la conseguente articolazione della liberazione delle donne come principio senza compromessi.

    Piuttosto che aspirare alla ricerca di giustizia all’interno di concetti concessi dallo stato come i diritti legali, che è una delle pre-occupazioni del femminismo mainstream, il movimento delle donne curde è giunto alla conclusione che la strada verso la liberazione richiede una critica fondamentale del sistema. Invece di essere un onere per le donne, la liberazione delle donne diventa una questione di responsabilità di tutta la società, perché diventa una misura per l’etica della società e della libertà. Per una lotta per la libertà significativa, la liberazione delle donne deve essere non solo un obiettivo, ma anche un metodo attivo nel processo di liberazione. Difatti, aspettarsi qualsiasi cambiamento sociale significativo dai meccanismi stessi che perpetuano la cultura dello stupro e la violenza contro le donne, come lo stato, significherebbe ricorrere al liberalismo, con le sue pretese femministe e democratici.

    Il movimento delle donne produce indipendentemente teorie sofisticate e critiche, ma è sorprendente che un leader maschio di un movimento mediorientale ponga la liberazione delle donne come provvedimento critica al fine della libertà. Ciò ha portato molte femministe a criticare che il movimento delle donne curde è incentrata intorno a un uomo in una posizione di leadership. Ma se analizziamo il problema della libertà delle donne al di là di questa comprensione limitata nel quadro di genere, e lo trattiamo come problema di libertà della società, fondamentalmente legato alla riproduzione nei secoli di potere e di gerarchie, quando ri-articoliamo la nostra comprensione della liberazione al di fuori dei parametri del sistema dominante con le sue ipotesi e comportamenti patriarcali, cercando di rappresentare un’alternativa radicale ad esso, se fermiamo così di considerare la liberazione delle donne come un effetto collaterale di una rivoluzione generale percepita o di una liberazione che non potrà mai venire, ma invece riconosciamo che la lotta radicale per la libertà e la autorganizzazione autonoma delle donne devono essere un metodo centrale e il meccanismo del processo verso la libertà, qui e ora, se colleghiamo la critica radicale dei metodi che usiamo per dare un senso al mondo al processo di progettazione di una vita più giusta , in breve – se allarghiamo e quindi sistematizziamo la nostra lotta per la liberazione, e riconosciamo che la strada verso la libertà richiede auto-riflessione e l’interiorizzazione dei valori liberazionisti democratici, forse non sarebbe sorprendente, dopo tutto, che una delle femministe più esplicite può in infatti essere un uomo. Piuttosto che preoccuparci con il sesso o il genere di Ocalan, dovremmo forse cercare di capire che cosa significa per un uomo parte di una società estremamente feudale e patriarcale prendere una tale posizione per quanto riguarda la riduzione in schiavitù delle donne.

    Quelli che chiedeva se il movimento delle donne curde “è in realtà femminista o no” dovrebbero comprendere la radicalità che vibra tra le due dita alzate nel segno di vittoria dalle donne anziane in abiti colorati con i tatuaggi tradizionali sui loro volti in Rojava oggi.

    Il fatto che queste donne partecipino ora a programmi televisivi,ai consigli popolari, all’economia, che imparino a leggere e scrivere nella loro lingua, il fatto che, una volta a settimana, una donna di 70 anni, reciti racconti popolari tradizionali presso la nuova Accademia Mesopotamica delle Scienze Sociali per contestare la storiografia di poteri egemonici e della scienza positivista, è un atto radicale di sfida contro l’ex regime monistico, perché invece di sostituire la persona al vertice, rifiuta i parametri del sistema tutto e costruisce i propri standard. E questa rivoluzione è un retaggio di decenni di lotta delle donne nel PKK e della filosofia di Ocalan.

    Le donne che lottano in Kobanê sono diventate una fonte di ispirazione per le donne di tutto il mondo, perché si sono organizzate socialmente e militarmente analizzando le similitudini tra la violenza di stato liberale, le atrocità dell’ISIS e i delitti d’onore nelle loro comunità. In questo senso, se vogliamo sfidare l’odine sistemico e il suo patriarcato globale, statismo-nazionalismo, militarismo, neocolonialismo e capitalismo, dobbiamo chiedere quali tipi di femminismo questo sistema è in grado di accettare e quali non può. Un “femminismo” imperialista può giustificare guerre in Medio Oriente per “salvare le donne dalla barbarie”, mentre le stesse forze che alimentano questo cosiddetta barbarie con le loro politiche estere o il mercato delle armi etichettano le donne che si difendono come terrorista.

    Il sistema dominante considera uno dei più attivi e emancipatori movimenti delle donne come una minaccia inerente al suo status quo. Così, diventa chiaro che il movimento di liberazione kurdo non rappresenta una minaccia per l’ordine internazionale a causa di qualsiasi possibilità di un nuovo stato, ma a causa della sua alternativa radicale ad esso, una alternativa di vita esplicitamente incentrata sull’abolizione di 5000 anni di sistematica schiavitù mentale e fisica.

    La marcia mondiale delle donne lanciata nel Nisebin ha celebrato l’8 marzo di quest’anno a Diyarbakir. Mentre le foto di donne martiri militanti sventolavano al vento, un gruppo di persone che cantavano ha formato un cerchio di danze tradizionali curde. Una donna stava suonando il daf su cui aveva disegnato l’A di anarchismo, mentre una donna anziana velata in abiti tradizionali con le dita che formano il segno della vittoria stava ballando al suo ritmo accanto a un giovane uomo che accompagna la sua gioia agitando una grande bandiera LGBT. Uno spettacolo a dir poco insolito, ma che intanto racconta il carattere del movimento delle donne curde.

    *Dilar Dirik è nata nel 1991 in Antakya. Ha ricevuto una laurea in Storia e Scienze Politiche con una laurea secondaria in Filosofia e ha scritto la sua tesi di Master in Studi Internazionali sugli aspetti di liberazione delle donne nella ideologia e organizzazione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nel 2012. Al momento, sta lavorando al suo dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia presso l’Università di Cambridge. La sua tesi di dottorato cerca di confrontare il sistema dello stato-nazione e il paradigma di confederalismo democratica dal punto di vista della liberazione delle donne, con uno sguardo comparativo a diverse linee politiche in tutto il Kurdistan e monitorando attentamente la rivoluzione Rojava.

     

  • Femminismo Postcoloniale

    Femminismo Postcoloniale

    I testi qui segnalati rappresentano dei momenti cardine nello sviluppo del cosiddetto post colonial feminism. Tale declinazione del pensiero femminile sorge tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta “ai margini” delle teorizzazioni dei cosiddetti femminismi mainstreaming statunitense ed europeo, ad opera di pensatrici provenienti da paesi altri. La critica di fondo è che le femministe “occidentali” pretendano di dar voce alle istanze delle diverse realtà femminili mondiali, contribuendo, invece, ad una reificazione e stereotipizzazione della “donna del terzomondo” che rafforza dinamiche neocoloniali. Le prime autrici ad affrontare tale questione lo fanno nelle lingue dell’accademia e dell’impero, in primis in inglese. Tuttavia, le più recenti e interessanti trattazioni andrebbero ritrovate nelle diverse lingue del mondo, recedendo da un atteggiamento di etnocentrismo linguistico che purtroppo ancora caratterizza la maggior parte dei dibattiti contemporanei.

     

    Gayatri Spivak (1988), “Can the Subaltern Speak?” in C.Nelson, L. Grossberg (eds.), Marxism and the Interpretation of Culture, Basingstoke, MacMillan, pp. 271-313

    Il saggio rappresenta una pietra miliare nella questione post coloniale negli studi di genere. Basandosi sulle critiche mosse al femminismo statunitense ed europeo dalle women of color, ribadisce l’etnocentrismo degli women studies nelle accademie e nei dibattiti, evidenziando il ruolo attivo che anche queste teorie rivestono nel mantenimento di prospettive neocoloniali riguardo alle donne nei paesi cosiddetti “altri”.

    Trinh Thi Minh Ha (1989), Woman, Native, Other: Writing on Postcoloniality and Feminism Bloomington, Indiana University Press

    E’ un testo che si situa al confine tra diverse discipline ed ambiti, come i women’s studies, l’antropologia, gli studi di cultura critica, la filosofia e le teorie sul femminismo. Analizza il processo del displacement, come ibridazione culturale, manifestazione della pluralità delle identità, voci marginali e linguaggi di rottura. La questione del linguaggio e della scrittura è letta in realzione alle nozioni di etnicità e femmininità.

    Chandra Talpade Mohanty (2003), Feminism Without Borders. Decolonizing Theory, Practicing Solidarity. Durham-London, Duke University Press

    Il testo si apre con una delle più forti critiche al femminismo mainstreaming – (1984), Under Western Eyes: Feminist Scholarship and Colonial Discourses – e si chiude con una rivisitazione del medesimo testo alla luce delle sue ultime riflessioni su come il gender influenzi le questioni di etnicità, di classe e degli sviluppi nazionali della globalizzazione. Affronta in maniera critica alcune delle questioni più complesse e pressanti del femminismo contemporaneo: le politiche della differenza e della solidarietà, la questione della decolonizzazione e della democratizzazione delle pratiche femministe, troppo spesso dettate dall’occidente e comprese solo negli schemi concettuali da esso creati, lo sconfinamento e la relazione del sapere femminista con l’organizzazione di movimenti sociali. La critica della globalizzazione contemporanea procede di pari passo con la necessità di riorientare le pratiche di femminismo transnazionale come lotta anticapitalista.

    R. Lewis, S. Mills (eds.) (2003), Feminist Postcolonial Theory: a Reader, Edinburgh, Edinburgh University Press

    Un’ottima antologia sugli aspetti storici, metodologici e filosofici delle teorie postcoloniali sul femminismo.

    Uma Narayan, (1997) Dislocating Cultures: Identities, Traditions and Third World Feminism. New York – London, Routledge

    In quest’opera Narayan contesta la nozione secondo la quale il femminismo sia esclusivamente un prodotto della cultura occidentale. Nel suo saggio analizza le peculiarità dell’essere femminista nel suo paese di origine, l’India Inoltre, Narayan sostiene che la nozione stessa di “occidentalizzazione” ha bisogno di essere riesaminata.

    Kwok Pui-lan (eds) (2001), Postcolonialism, Feminism and Religious Discourse , London- New York, Routledge

    In questo testo viene difesa la teoria in base alla quale genere, religione e conquista coloniale costituiscono tre aspetti inseparabili nell’analisi della situazione femminile. L’appropriazione indebita da parte della teologia bianca femminista delle donne Native nord americane viene severamente criticata, così come la fasciatura dei piedi cinese e il velo islamico. Viene ribadita l’importanza della riscrittura della “storia canonica” da parte delle voci delle donne protagoniste di tali dinamiche.

    Ann Laura Stoler (2002), Carnal Knowledge and Imperial Power. Race and the Intimate in Colonial Rule, University of California Press, Berkeley

    La classificazione sociale non è un atto culturale neutrale, bensì, secondo una prospettiva foucaultiana, politico. In questo testo Stoler mostra come il controllo della sfera intima è stato assolutamente centrale per la politica imperiale e coloniale. La supremazia europea è stata stabilita e descritta in termini di virilità razziale e nazionalistica. Attraverso un’acuta analisi della società coloniale Indonesiana nel XIX e XX secolo, Stoler evidenzia il ruolo del “razzismo culturale” e il suo effetto in particolare sulle donne in una prospettiva comparativa.

    Anzaldua, Gloria E. e Moraga, Cherrie (eds) (2008) This Bridge Called My Back: Writings by Radical Women of Color, Third Woman Press

    Antologia tra le più citate nelle teorizzazioni dei women studies, getta le basi per la cosiddetta Terza Ondata Femminista. Incentrato sulle esperienze delle donne di colore, offre una serie di sfide alle femministe bianche che invocano una solidarietà basata sulla sorellanza. Le autrici invocano una maggiore preminenza all’interno del femminismo, per l’espressione di soggettività connesse alle diverse etnicità e contestualizzazioni storico-culturali.

    Anzaldua, Gloria E. (eds) (1990) Making Face, Making Soul. Haciendo Caras, San Francisco, Aunt Lute Books

    Un’antologia di brani creativi e scritti teorici ad opera di donne di colore. Le autrici esplorano un ampio ed esaustivo spettro di questioni e preoccupazioni da parte delle donne “marginali”, presentando posizioni di autrici affermate – quali Audre Lorde, Joy Harjo, Norma Alarcón and Trinh Thi Minh-ha – e nuovi talenti.

    Kumari Jayaardena (1986). Feminism and Nationalism in the Third World. Zed Books, London and New Jersey

    Attraverso la ricostruzione delle a noi quasi sconosciute lotte politiche stimolate dalle donne in Asia dalla fine del XIX secolo alla contemporaneità, l’autrice sfida la visione del femminismo come ideologia importata dal cosiddetto occidente. La partecipazione femminile ai movimenti di liberazione coloniale e rivoluzionari in Egitto, Turchia, Iran e poi India, Sri Lanka, Cina, Indonesia, Vietnam, Giappone, Corea e Filippine è vista come prova della non riducibilità delle donne di questi paesi allo stereotipo di passività a cui il mondo occidentale spesso le associa.

  • ALESSIA DRO – La prospettiva interculturale nel pensiero dell’ultima Luce Irigaray

    Tesi di laurea triennale in: Filosofia interculturale contemporanea
    Relatore: professor Giuseppe Cognetti
    Università degli Studi di Siena – Facoltà di Filosofia A.A. 2011-2012

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    ABSTRACT

    “Non abbiamo ancora iniziato ad accogliere l’altro, a corrispondere al suo appello. Al massimo, rinviamo l’appello in un altro mondo, trascurando così di curarci della nostra dimensione più umana: la relazione all’altro in quanto altro, ossia nel rispetto delle nostre differenze.”

    Con queste parole è in via di conclusione il capitolo di un libro di Luce Irigaray significativamente chiamato Condividere il mondo.

    Si può già intuire dunque il tentativo sotteso di problematizzazione dell’alterità e di nominazione della differenza e delle differenze in un netto richiamo alla possibilità di coesistenza pacifica nel mondo che la produzione intellettuale dell’ultima Luce Irigaray pone come una sfida filosofica quanto mai necessaria e radicale.

    E’ proprio questa sfida affascinante che ha permesso in questa dissertazione di rintracciare le linee del nucleo centrale del pensiero della differenza sessuale, conducenti poi all’analisi dei termini e delle modalità di un’apertura interculturale proclamata dall’autrice, che, in un nuovo ed inedito esperimento, mette alla luce metodologie comparative dalle quali emergono però dei limiti notevoli di cui si è voluto dar conto attraverso gli insegnamenti e gli autorevoli studiosi della filosofia interculturale contemporanea, tenendo in considerazione principalmente le visioni di Raimon Panikkar e le osservazioni di Giangiorgio Pasqualotto.

    L’espressione della volontà di rifondazione della singolarità e della comunità umana con la ripartenza dal respiro, primo e allo stesso tempo ultimo gesto della vita, ha permesso  la focalizzazione, oltre che sugli insegnamenti e le suggestioni della tradizione yogica orientale, anche sulla critica della marcata ed indiscussa prospettiva monosessuale del pensiero occidentale, dovuta, secondo l’autrice, all’oblio del materno (avvento ancora più arcaico del famoso parricidio platonico nei confronti di Parmenide), elemento alla base delle compensazioni di un rimosso maschile e alla base dell’esclusione del femminile dalla storia del pensiero. La dimenticanza del binomio materno-matrice ed il suo disconoscimento implica la mancata percezione di un’originaria differenziazione collegata a quello che l’uomo non ha, in ambito occidentale, imparato a pensare e di cui la tradizione orientale può raccontarci in modo arricchente, cioè il corpo. E’ sul tema del corpo e sulle precomprensioni occidentali in merito ad esso che si svolge nel terzo capitolo il confronto con la filosofia di Schopenhauer e con i malintesi  di cui egli si  fa portavoce nell’utilizzare, decontestualizzandole, nozioni d’origine orientale.

    Dopo aver esaminato sotto un aspetto generale il problema filosofico dell’altro in quanto altro, collegandolo al rapporto dell’ Uno con il Molteplice si è arrivati a definire nello specifico il problema dell’alterità e del pluralismo come il vero interrogativo pratico e non teoretico della coesistenza umana su questo pianeta, indicando le motivazioni della volontà di apertura ad un orizzonte interculturale. Compiuta infatti una decostruzione in modo intraculturale, il movimento del pensiero irigariano si sente pronto ad oltrepassare i confini della sua stessa cultura per approdare a luoghi di pensiero orientali. Si è ritenuto necessario, tuttavia, prima dell’analisi delle tematiche provenienti dall’Oriente, analizzare gli esiti della più recente ricerca metodologica interculturale  per scorgere i limiti della comparazione per cui opta la pensatrice della differenza.

    La filosofia come comparazione coincide infatti, secondo Pasqualotto, con la modalità stessa della filosofia, con l’attività comparativa del pensiero, che non pretende di costruire una panoramica oggettiva, in quanto sa che il soggetto è sempre coinvolto e mai neutrale rispetto alla comparazione e ha il compito di oltrepassare, tra i due poli comparati, i pericoli della reductio ad unum e del relativismo apatico. Allo stesso modo si è riscontrato che il medium generalizzato della differenza sessuale posto da Luce Irigaray diviene la chiave di lettura necessaria per poter comprendere come entrare in relazione con l’altro pur rimanendo due, senza dominio o sottomissione, senza fusione e annichilimento di uno dei due. Giangiorgio Pasqualotto evidenzia, inoltre, in merito al soggetto della comparazione, l’esigenza che esso si assicuri di evitare tre rischi: un primo riduzionismo nella forma dell’eurocentrismo, un secondo riduzionismo nella forma dell’alienazione esotica, ed un terzo rischio nel mero e superficiale relativismo, che può condurre all’appiattimento di ogni forma di civiltà fino all’indifferenza più assoluta nei confronti della diversità.

    Si è spiegato come, nei riguardi della spiritualità yogica, l’intellettuale belga abbia voluto intendere il gesto di autonomia del respiro come un processo di soggettivazione autodeterminata secondo il consolidato principio irigariano dell’autoaffezione. Successivamente a questo argomento, una breve digressione personale che ha come caratteristica un approfondimento sul tema della cura di sé con l’inserimento di riferimenti all’appassionante lettura de L’Ermeneutica del soggetto di Foucault, si propone di delineare una nozione di soggetto che, lungi dall’essere inteso come una monade incomunicante, investa in modo importante nella formazione e nella ricerca di sé ai fini del sostenimento di una metanoia non solo individuale o individualistica, attraverso la costruzione di un’etica del sé in cui si possa trovare un punto, originario e finale, di resistenza omnipervasiva al potere politico. L’interpretazione irigariana del respiro, lungi da derive autonomistiche di soggettivazione monadica, può essere intesa come nodo centrale per la presa di consapevolezza dell’impermanenza e della relazionalità al di là di un dualismo che contrapponga esterno/interno, spirito/materia. Viene  infatti denunciata dalla filosofa psicanalista la tendenza spiccatamente occidentale al distaccarsi dal sensibile a favore di una cultura più astratta e speculativa: in un’altra concezione del corpo, quella orientale, lontano da gli esiti dicotomizzanti del pensiero occidentale, che separa lo spiritus dalla materia, si mette in luce come invece la disciplina yogica preveda la trasformazione del proprio corpo in unione con l’insieme dell’universo: esso allora non sarà più un veicolo, ma il luogo stesso in cui risiede lo spirito da coltivare. Nel tentativo ascetico di Schopenhauer, mirante alla castrazione della volontà attraverso la frustrazione corporea, non si può dunque non scorgere un grande fraintendimento della spiritualità orientale.

    Il raffronto tra modo di pensare indico e modalità del pensiero occidentale proposto successivamente nella dissertazione secondo le coordinate tracciate da Raimon Panikkar nel libro L’esperienza filosofica dell’India fornisce poi al lettore ulteriori spunti di riflessione su differenze gnoseologiche strutturali: lo scarto tra pensiero rappresentativo occidentale e pensiero presentativo orientale pone le basi per andare oltre un’epistemologia appropriativa che fonda le sue basi nell’uso del concetto come principio di presa di possesso e comprensione, e la separazione del soggetto dall’oggetto come tentativo del primo di  appropriazione del secondo. In ultima analisi uno dei risultati fondamentali che emergono da questa trattazione è il ripensamento del rapporto che sussiste tra teoria e prassi: il termine jñāna della cultura indiana, che ordinariamente si può tradurre con conoscenza, o meglio, con il processo del conoscere, non separa la conoscenza teoretica dalla conoscenza più pratica e non separa l’apprendimento intellettuale dall’assimilazione esistenziale; la conoscenza jñāna denota una  trasformazione nel conosciuto, sia tramite creazione sia tramite una sottomissione ad esso. Pretende di assumere la realtà e di creare le condizioni di possibilità di trasformazione all’interno di essa. Si scorge allora il limite, causato dalla finitudine intrinseca che caratterizza l’essere umano, che nessun problema umano può essere adeguatamente trattato se ci si accosta esclusivamente attraverso ciò che la tradizione occidentale ha chiamato il logos, la razionalità ed il razionalismo: ogni situazione umana dipende infatti dal posto e dalla funzione del mythos.

    Il pensiero propugnato da Luce Irigaray, nel suo collocarsi Tra Oriente e Occidente, è un forte richiamo ad un processo di radicale trasformazione simbolica che può modificare sostanzialmente le modalità dell’essere in relazione tra noi nel mondo. La differenza, infatti, stando in un assetto tra la sfera fisica e quella simbolica, ovvero tra quella denominata naturale e quella culturale, diventa una sfida per un pensiero che, mitopoieticamente diverso, scardini le preoccupazioni di un’immaginazione supina ad un ordine dominante banalmente oppositivo, maggiori condizioni di libertà e autodeterminazione all’interno di una sfera intrinsecamente relazionale. L’esercizio del raffronto rispettoso delle differenze, nell’imprescindibile presenza corporea è un preciso richiamo per andare oltre la schizofrenia separativa, inconcepibile secondo la tradizione orientale, di teoria e prassi, condizione imprescindibile per una volontà di trasformazione del presente che renda tutti quanti e tutte quante degni e degne di partecipare ad un’avventura di radicale cambiamento secondo gesti esperienziali creativi non costretti dall’impossibilità di svincolate e nuove figurazioni, ma al contrario, in una compartecipata volontà di trasformazione che possa portare a riconfigurazioni più libere e profonde della dimensione condivisa dell’esistenza umana.

     

     

    INDICE

     

    Ringraziamenti
    Premessa
    Introduzione
    Capitolo 1 La ricerca delle cause ultime
    1.1 Ripartire dal rimosso
    1.2 Il problema dell’altro in quanto altro
    Capitolo 2 Aprire un nuovo orizzonte
    2.1 Decostruire non basta
    2.2 I metodi dell’interculturalità
    Capitolo 3 Gli apporti dell’Oriente
    3.1 Il respiro come principio di autoaffezione
    3.2 Il corpo in un’altra concezione
    3.3 Il confronto con Schopenhauer
    Capitolo 4 Al di là di un’epistemologia appropriativa
    4.1 La risignificazione simbolica
    4.2 Il due sputato su Hegel
    Conclusioni