• Ecofeminism di Maria Mies e Vandana Shiva Critique influence change – Prefazione all’edizione 2014 – traduzione di Elena Pellegrini

    vedi anche Elena Pellegrini – M. Mies e V. Shiva, Introduzione a Ecofeminism. Una traduzione con apparato critico

    Vandana Shiva

    Quando Maria Mies e io scrivemmo Ecofeminism due decadi fa, stavamo affrontando le sfide emergenti del nostro tempo. Ogni minaccia che abbiamo identificato è diventata più profonda e con essa è cresciuta anche la rilevanza di un’alternativa al patriarcato capitalista, se vogliamo che l’umanità e le diverse specie con cui condividiamo il pianeta sopravvivano. Ecofeminism è stato pubblicato per la prima volta un anno dopo l’Earth Summit, in cui sono stati firmati dai governi del mondo due importanti trattati: la Convenzione sulla diversità biologica e la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Non esisteva l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tuttavia, due anni dopo Ecofeminism, è stata istituita l’OMC, che privilegia i diritti delle imprese, il commercio e i profitti, minando ulteriormente i diritti della Terra, i diritti delle donne e i diritti delle generazioni future. Abbiamo scritto di ciò che la globalizzazione implica per la natura e per le donne. Ogni crisi di cui abbiamo parlato è più profonda, ogni espressione di violenza più brutale. Diverse Woman for Diversity è stata creata per rispondere a una globalizzazione aziendale che stava riducendo il mondo a monoculture controllate da multinazionali. Eravamo a Seattle e abbiamo fermato collettivamente la Ministeriale dell’OMC nel 1999. Tuttavia, nuovi accordi di “libero scambio”, come l’accordo di libero scambio UE-India, l’accordo agricolo USA-India, progettato per mettere il cibo e l’agricoltura dell’India nelle mani di Monsanto, Cargill e Walmart, il Partenariato Trans-Pacifico e il Partenariato USA-Europa, vengono spinti in modo antidemocratico per espandere il dominio delle corporazioni, mentre vediamo le rovine che ha lasciato: aziende agricole devastate, sfollati, ecosistemi devastati, scomparsa della diversità, caos climatico, società divise e un’intensificazione della violenza contro le donne.

    L’intensificazione della violenza contro le donne

    La violenza contro le donne è vecchia come il patriarcato. Il patriarcato tradizionale ha strutturato la nostra visione del mondo e la nostra mentalità, il nostro mondo sociale e culturale sulla base del dominio sulle donne e della negazione della loro piena umanità e del loro diritto all’uguaglianza. Ma si è intensificato ed è diventato più pervasivo negli ultimi anni. Si è manifestato in forme più brutali, come l’omicidio della vittima di uno stupro di gruppo a Delhi e il suicidio di una diciassettenne vittima di stupro a Chandigarh. I casi di stupro e i casi di violenza contro le donne sono aumentati nel corso degli anni. Il National Crime Records Bureau (NCRB) (l’Ufficio Nazionale Anticrimine) ha segnalato 10,068 casi di stupro nel 1990, che sono saliti a 16,496 nel 2000. Con 24,206 casi nel 2011, i casi di stupro sono aumentati di un incredibile 873% rispetto al 1971, anno in cui l’NCRB cominciò a registrare statistiche riguardanti gli stupri. Delhi si è distinta come capitale degli stupri dell’India rappresentando il 25% dei casi.

    Il movimento per fermare questa violenza deve essere portato avanti finché non sarà fatta giustizia per ognuna delle nostre figlie e sorelle vittime di abuso. E mentre intensifichiamo il nostro sforzo per fare giustizia per le donne, abbiamo anche bisogno di domandare perché i casi di stupro sono aumentati del 240% dal 1990, quando furono introdotte le nuove norme economiche.

    C’è forse una correlazione tra l’aumento della violenza, ingiuste e inique politiche economiche imposte in maniera non democratica e l’intensificazione della brutalità nei crimini contro le donne? Credo che ci sia. Non sto insinuando che la violenza contro le donne inizi con l’economia neoliberale. Sono profondamente consapevole delle problematiche di genere all’interno delle nostre tradizioni culturali e organizzazioni sociali.  Ho il potere di parlare oggi perché persone prima di me hanno combattuto contro l’esclusione e i pregiudizi verso donne e bambini – mio nonno sacrificò la sua vita per la parità dei sessi e mia madre divenne femminista ancor prima che fosse inventato questo termine.

    La violenza contro le donne ha assunto tante nuove viziose forme così come le strutture del patriarcato tradizionale si sono ibridate con le strutture del patriarcato capitalista. Dobbiamo esaminare le correlazioni tra la violenza dell’ingiusto e non sostenibile sistema economico e la crescita di frequenza e brutalità nella violenza contro le donne. Dobbiamo indagare su come le strutture del patriarcato tradizionale si fondano con le strutture emergenti del patriarcato capitalista per intensificare la violenza contro le donne.

    Cicloni e uragani si sono sempre verificati. Ma come dimostrano il super ciclone Orissa, il ciclone Nargis, il ciclone Aila, l’uragano Katrina e l’uragano Sandy, l’intensificazione e la frequenza dei cicloni sono aumentate con il cambiamento climatico.

    La nostra società ha sempre avuto un pregiudizio verso le bambine. Ma l’epidemia di feticidio femminile e la scomparsa di 30 milioni di bambine non ancora nate ha portato questo pregiudizio a nuove proporzioni e nuovi livelli di violenza. Ed è in questo contesto di dinamiche di violenza più brutale e più violenta contro le donne e di forme multiple e interconnesse di violenza che i processi scatenati dal neoliberismo sono fattori che contribuiscono.

    In primo luogo, il modello economico incentrato miopemente sulla “crescita” inizia con la violenza contro le donne, scontando il loro contributo all’economia. Più il governo parla ad nauseam di “crescita inclusiva” e “inclusione finanziaria”, più esclude il contributo delle donne all’economia e alla società. Secondo i modelli economici patriarcali, la produzione per il sostentamento viene considerata come “non produzione”. La trasformazione del valore in disvalore, del lavoro in non-lavoro e della conoscenza in non-conoscenza avviene attraverso il numero più potente che governa le nostre vite: il costrutto patriarcale del PIL, prodotto interno lordo, che i commentatori hanno iniziato a chiamare “problema interno lordo”.

    I sistemi di contabilità nazionale utilizzati per calcolare la crescita in termini di PIL si basano sul presupposto per cui se i produttori consumano ciò che producono, in realtà non producono affatto, perché si trovano al di fuori del confine della produzione. Il confine della produzione è una creazione politica che, nel suo funzionamento, esclude i cicli di produzione rigenerativi e rinnovabili dall’area della produzione. Di conseguenza, tutte le donne che producono per la famiglia, i figli, la comunità e la società sono trattate come “non produttive” ed “economicamente inattive”. Quando le economie sono confinate al mercato, l’autosufficienza economica viene percepita come una carenza economica. La svalutazione del lavoro delle donne e del lavoro svolto nelle economie di sussistenza del Sud del mondo è il risultato naturale di un confine di produzione costruito dal patriarcato capitalista.

    Limitandosi ai valori dell’economia di mercato, come definiti dal patriarcato capitalista, il confine di produzione ignora il valore economico nelle due economie vitali necessarie alla sopravvivenza ecologica e umana: l’economia della natura e l’economia di sostentamento. In queste economie, il valore economico è una misura del modo in cui la vita della Terra e la vita umana sono protette. La moneta è costituita dai processi vitali, non dal denaro o dal prezzo di mercato.

    In secondo luogo, un modello di patriarcato capitalista che esclude il lavoro delle donne e la creazione di benessere, infonde nella mente la violenza allontanando le donne dai loro mezzi di sussistenza e alienandole dalle risorse naturali su cui si basa il loro sostentamento – la loro terra, le loro foreste, la loro acqua, i loro semi e biodiversità.

    Le riforme economiche basate sull’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato possono essere mantenute solo se i potenti si appropriano delle risorse dei vulnerabili. L’accaparramento delle risorse, essenziale per la crescita, crea una cultura dello stupro: stupro della Terra, delle economie locali e delle donne. L’unico modo in cui questa crescita è inclusiva è l’inclusione di un numero sempre maggiore di persone nel suo cerchio di violenza.

    Ho ripetutamente sottolineato che lo stupro della Terra e lo stupro delle donne sono intimamente legati, sia metaforicamente nel plasmare le visioni del mondo, sia materialmente nel plasmare la vita quotidiana delle donne.

    La crescente vulnerabilità economica delle donne le rende più esposte a tutte le forme di violenza, compresa quella sessuale, come abbiamo scoperto durante una serie di udienze pubbliche sull’impatto delle riforme economiche sul sesso femminile organizzate dalla National Commission on Women e dalla Research Foundation for Science, Technology and Ecology.

    In terzo luogo, le riforme economiche portano alla sovversione della democrazia e alla privatizzazione del governo. I sistemi economici influenzano i sistemi politici; i governi parlano di riforme economiche come se non avessero nulla a che fare con la politica e il potere. Dicono di tenere la politica fuori dalle questioni economiche, perfino mentre impongono un modello economico plasmato da politici di genere e classe specifici. Le riforme neoliberali manovrano contro la democrazia. Lo abbiamo visto di recente con il governo indiano che ha spinto le “riforme” per far entrare Walmart, anche se con gli IDE, nella vendita al dettaglio. Le riforme guidate dalle imprese creano una convergenza del potere economico e politico, un intensificarsi delle disuguaglianze e un crescente distacco della classe politica dalla volontà del popolo che dovrebbe rappresentare. Questo è alla base dello scollamento tra i politici e il pubblico, che abbiamo sperimentato durante le proteste cresciute dopo lo stupro di Delhi.

    Peggio ancora, una classe politica alienata ha paura dei suoi stessi cittadini.

    Questo spiega il crescente uso della polizia per reprimere le proteste non violente dei cittadini, come abbiamo visto a Delhi; la tortura di Soni Sori a Bastar; l’arresto di Dayamani Barla in Jharkhand; le migliaia di cause contro le comunità che lottano contro la centrale nucleare di Kudankulam. Uno Stato aziendale privatizzato deve rapidamente diventare uno Stato di polizia. È per questo che i politici si preoccupano di aumentare sempre di più la sicurezza, distogliendo la polizia dai suoi importanti compiti di protezione delle donne e dei cittadini comuni.

    In quarto luogo, il modello economico plasmato dal patriarcato capitalista si basa sulla mercificazione di tutto, comprese le donne.

    Quando abbiamo fermato la Ministeriale dell’OMC a Seattle, il nostro slogan era “Il nostro mondo non è in vendita”.

    Un’economia della deregolamentazione del commercio e della privatizzazione e mercificazione di semi e cibo, terra e acqua, donne e bambini degrada i valori sociali, fortifica il patriarcato e intensifica la violenza contro le donne. I sistemi economici influenzano la cultura e i valori sociali. Un’economia di mercificazione crea una cultura di mercificazione, dove tutto ha un prezzo e nulla ha valore.

    La crescente cultura dello stupro è una conseguenza sociale delle riforme economiche. Dobbiamo istituzionalizzare le verifiche sociali delle politiche neoliberali, che sono uno strumento centrale del patriarcato dei nostri tempi.

    Se ci fosse stato un audit sociale sull’aziendalizzazione del nostro settore delle sementi, 28.400 agricoltori non sarebbero stati spinti al suicidio in India dall’introduzione delle nuove politiche economiche.  Se ci fosse un audit sociale sulla corporativizzazione del nostro cibo e della nostra agricoltura, non avremmo un indiano su quattro che soffre la fame, una donna su tre che è malnutrita e un bambino su due che è deperito e stentato a causa di una grave malnutrizione. L’India di oggi non sarebbe la Repubblica della fame di cui ha scritto Utsa Patnaik.

    Dobbiamo considerare il continuum delle diverse forme di violenza contro le donne: dal feticidio femminile all’esclusione economica e alla violenza sessuale. Dobbiamo portare avanti il movimento per le riforme sociali necessarie a garantire la sicurezza e l’uguaglianza delle donne, partendo dalle basi gettate durante il nostro movimento per l’indipendenza e portate avanti dal movimento femminista nel corso degli anni.

    E in tutto questo dobbiamo cambiare il paradigma dominante che riduce la società in economia, l’economia in mercato e ci viene imposta come una ‘crescita’, alimentando l’intensità dei crimini verso le donne mentre aumenta la disparità sociale ed economica. Società ed economia non sono indipendenti l’una dall’altra; i processi di riforme economiche e di riforme sociali non possono più considerarsi separati. Abbiamo bisogno di riforme economiche basate sull’istituzione di riforme sociali che correggano l’ineguaglianza di genere nella società, piuttosto che aggravare ogni forma di ingiustizia, disuguaglianza e violenza. Fermare la violenza contro le donne deve includere anche trasformare l’economia violenta plasmata dal capitalismo patriarcale in economie non violente, sostenibili e pacifiche che portino rispetto alle donne e alla Terra.

    L’Era dell’Antropocene: la scelta umana di essere distruttiva o creativa

    Quando scrivemmo Ecofeminism portammo alla luce il problema della scienza riduzionista e meccanicistica e l’atteggiamento di dominio e conquista della natura come espressione del patriarcato capitalista. Oggi il contrasto tra una visione ecologica e femminista del mondo e una visione disegnata dal patriarcato capitalista è più intenso che mai.

    Questa competizione è particolarmente intensa nell’area del cibo.  Gli OGM incarnano la visione del patriarcato capitalista. Essi perpetuano l’idea delle “molecole padrone” e del riduzionismo meccanicistico molto tempo dopo che le scienze della vita sono andate oltre il riduzionismo e i brevetti sulla vita riflettono l’illusione patriarcale capitalista della creazione. Non c’è scienza nel considerare il DNA come una “molecola madre” e l’ingegneria genetica come un gioco di Lego, in cui i geni vengono spostati senza alcun impatto sull’organismo o sull’ambiente.  Si tratta di una nuova pseudoscienza che ha assunto lo status di religione. La scienza non può giustificare i brevetti sulla vita e sul seme. Mischiare i geni non significa creare la vita; gli organismi viventi si creano da soli. Brevettare le sementi significa negare il contributo di milioni di anni di evoluzione e di migliaia di anni di allevamento di agricoltori. Si potrebbe dire che si sta creando una nuova religione, una nuova cosmologia, un nuovo mito della creazione, in cui le corporazioni biotecnologiche come Monsanto sostituiscono la Creazione come “creatori”. OGM significa “God move over” (“Dio si sposti”). Stewart Brand ha detto: “Siamo come dèi e faremmo meglio ad abituarci”.

    Gli scienziati affermano che siamo entrati in una nuova era, l’era dell’Antropocene, l’era in cui la nostra specie, l’uomo, sta diventando la forza più significativa del pianeta. Gli attuali cambiamenti climatici e l’estinzione delle specie sono causati dalle attività umane e dalla grande impronta ecologica della nostra specie.

    Le catastrofi climatiche e gli eventi climatici estremi stanno già mietendo vittime: le alluvioni in Thailandia nel 2011 e in Pakistan e Ladakh nel 2010, gli incendi boschivi in Russia, i cicloni e gli uragani più frequenti e intensi e le gravi siccità sono esempi di come l’uomo abbia destabilizzato il sistema climatico del nostro pianeta autoregolato, che ci ha garantito un clima stabile negli ultimi 10.000 anni. L’uomo ha portato all’estinzione il 75% della biodiversità agricola a causa dell’agricoltura industriale. Ogni giorno si estinguono dalle 3 alle 300 specie.

    Il modo in cui il pianeta e gli esseri umani si evolveranno in futuro dipenderà dalla comprensione dell’impatto umano sul pianeta.

    Se continuiamo a comprendere il nostro ruolo come radicato nel vecchio paradigma del patriarcato capitalista – basato su una visione del mondo meccanicistica, su un’economia industriale e competitiva incentrata sul capitale e su una cultura del dominio, della violenza, della guerra e dell’irresponsabilità ecologica e umana – assisteremo al rapido dispiegarsi di una crescente catastrofe climatica, dell’estinzione delle specie, del collasso economico, dell’ingiustizia e della disuguaglianza umana.

    Questo è l’Antropocene distruttivo, dato dall’arroganza e dalla presunzione umana. Lo dimostra il tentativo degli scienziati di ricorrere alla geoingegneria, all’ingegneria genetica e alla biologia sintetica come soluzioni tecnologiche alla crisi climatica, alla crisi alimentare e alla crisi energetica.

    Tuttavia, non faranno altro che aggravare i vecchi problemi e crearne di nuovi. Lo abbiamo già visto con l’ingegneria genetica: avrebbe dovuto aumentare la produzione alimentare, ma non è riuscita a incrementare i raccolti; avrebbe dovuto ridurre l’uso di sostanze chimiche, ma ha aumentato l’uso di pesticidi ed erbicidi; avrebbe dovuto controllare le erbacce e i parassiti, ma ha invece creato super infestanti e superparassiti.

    Siamo nel pieno di un’epica contesa: quella tra i diritti della Madre Terra e i diritti delle multinazionali e degli Stati militarizzati che utilizzano visioni del mondo e paradigmi obsoleti per accelerare la guerra contro il Pianeta e le persone. Questa gara è tra le leggi di Gaia e le leggi del mercato e della guerra.

    È una gara tra la guerra contro il Pianeta Terra e la pace con esso. La guerra planetaria si sta svolgendo con la geoingegneria – creando vulcani artificiali, fertilizzando gli oceani con limatura di ferro, mettendo riflettori nel cielo per impedire al sole di splendere sulla Terra, spostando il vero problema della violenza dell’uomo contro la Terra e l’arrogante ignoranza nell’affrontarlo.

    Nel 1997, Edward Teller è stato coautore del libro bianco Prospects for Physics-based Modulation of Global Change (“Prospettive per la modulazione del cambiamento globale basata sulla fisica”), in cui sosteneva l’introduzione su larga scala di particolato metallico nell’alta atmosfera per applicare un’efficace “protezione solare”.

    Il Pentagono sta cercando di creare organismi sintetici immortali con l’obiettivo di eliminare “la casualità del progresso evolutivo naturale”. Quello che si sta facendo con il clima è il codice evolutivo dell’universo con totale indifferenza per le conseguenze.

    La biologia sintetica è un’industria che crea “organismi di design che agiscono come fabbriche viventi”. Con la biologia sintetica si spera di poter creare sistemi biologici che funzionino come computer o fabbriche”. L’obiettivo è quello di rendere la biologia più facile da ingegnerizzare utilizzando dei “bio-mattoni”.

    L’uso di parti standardizzate, seguendo un processo di progettazione formalizzato, l’approccio degli ingegneri alla biologia rende la biologia una disciplina ingegneristica, che richiede la riduzione della complessità biologica. Un approccio ingegneristico alla biologia basato sui principi della standardizzazione, della decompilazione e dell’astrazione e su un forte ricorso alle tecnologie informatiche.

    Tuttavia, “ingegnerizzare” le piante e gli ecosistemi ha impatti ecologici indesiderati e imprevedibili. Ad esempio, la Rivoluzione Verde ha distrutto la biodiversità, le risorse idriche, la fertilità del suolo e persino l’atmosfera, con il 40% dei gas serra provenienti dall’agricoltura industrializzata e globalizzata. La seconda Rivoluzione verde ha portato alla comparsa di superparassiti e super infestanti e all’aumento dell’uso di erbicidi e pesticidi.

    La biologia sintetica, come terza rivoluzione verde, si approprierà della biomassa dei poveri, anche vendendo “vita artificiale”.

    C’è un’intensa lotta per le risorse della Terra e per la proprietà della natura. Le grandi compagnie petrolifere, farmaceutiche, alimentari e sementiere si stanno unendo per appropriarsi della biodiversità e della biomassa – il carbonio vivente – per prolungare l’età dei combustibili fossili e del carbonio morto.

    Le multinazionali considerano il 75% della biomassa utilizzata dalla natura e dalle comunità locali come “sprecato”. Vorrebbero appropriarsi della ricchezza vivente del Pianeta per produrre biocarburanti, prodotti chimici e plastici. Questo esproprierà i poveri delle fonti stesse della loro vita e dei loro mezzi di sostentamento. Gli strumenti per la nuova espropriazione sono gli strumenti tecnologici dell’ingegneria genetica e della biologia sintetica e i diritti di proprietà intellettuale.

    Trasformare la ricchezza vivente del pianeta in proprietà delle multinazionali attraverso i brevetti è una ricetta per aggravare la povertà e la crisi ecologica. La biodiversità è il nostro bene comune vivente, la base della vita. Siamo parte della natura, non i suoi padroni e proprietari. Concedere diritti di proprietà intellettuale su forme di vita, risorse e processi viventi è una perversione etica, ecologica ed economica.

    Dobbiamo riconoscere i diritti di Madre Terra e quindi il valore intrinseco di tutte le sue specie e processi viventi.

    L’Antropocene distruttivo non è l’unico futuro. Possiamo subire un cambiamento di paradigma. Un cambiamento di coscienza è già in atto in tutto il mondo. Possiamo guardare all’impatto distruttivo che la nostra specie ha avuto sulla biodiversità, sugli ecosistemi e sui sistemi climatici del pianeta e prevenirlo. La svolta ecologica consiste nel non considerarci al di fuori della rete ecologica della vita, come padroni, conquistatori e proprietari delle risorse della Terra. Significa vedersi come membri della famiglia terrestre, con la responsabilità di prendersi cura delle altre specie e della vita sulla Terra in tutta la sua diversità, dal più piccolo microbo al più grande mammifero. Crea l’imperativo di vivere, produrre e consumare entro i limiti ecologici e all’interno della nostra quota di spazio ecologico, senza invadere i diritti di altre specie e di altre persone. È un cambiamento che riconosce che la scienza ha già operato un cambiamento di paradigma, passando dalla separazione alla non separazione e all’interconnessione, dal meccanicismo e dal riduzionismo alla relazione e all’olismo.

    A livello economico, si tratta di superare le categorie artificiali e persino false della crescita economica perpetua, del cosiddetto libero scambio, del consumismo e della competitività. Significa passare a concentrarsi sul benessere planetario e umano, sulle economie vive, sul vivere bene, sul non avere di più, sul valorizzare la cooperazione piuttosto che la competitività. Sono questi i cambiamenti che stanno compiendo le comunità indigene, i contadini, le donne e i giovani nei nuovi movimenti come gli Indignati in Europa e Occupy Wall Street negli Stati Uniti.

    Si tratta di lavorare come co-creatori e co-produttori con la Terra. Questo richiede di usare la nostra intelligenza per conservare e curare, non per conquistare e ferire. Questo è l’Antropocene creativo e costruttivo della Democrazia della Terra, basato sull’umiltà ecologica al posto dell’arroganza e sulla responsabilità ecologica al posto dell’esercizio incurante e cieco del potere, del controllo e della violenza. Affinché gli esseri umani possano proteggere la vita sulla Terra e il loro stesso futuro, dobbiamo diventare profondamente consapevoli dei diritti della Madre Terra, dei nostri doveri nei suoi confronti e della nostra compassione per tutti i suoi esseri. Il nostro mondo è stato strutturato dal patriarcato capitalista attorno a finzioni e astrazioni come il “capitale”, le “aziende” e la “crescita”, che hanno permesso lo scatenarsi delle forze negative dell’Antropocene distruttivo. O faremo pace con la Terra o affronteremo l’estinzione come esseri umani, anche se spingiamo milioni di altre specie all’estinzione. Continuare la guerra contro la Terra non è un’opzione intelligente.

    Maria Mies

    Quando ho riletto l’introduzione dell’edizione del 1993 di Ecofeminism, mi sono resa conto che oggi – a distanza di vent’anni – difficilmente qualcosa può essere modificato. Tutte le nostre preoccupazioni riguardo l’oppressione delle donne e lo sfruttamento della natura, tutta la nostra rabbia e critica dell’uccisione spietata della nostra comune Madre Terra restano uguali. Perciò mi chiedo: non è cambiato assolutamente niente? O le cose sono cambiate in modo da richiedere una nuova edizione di Ecofeminism? Quali sono questi nuovi problemi? O c’è una continuità tra all’ora e adesso? E c’è una risposta alla scottante domanda: qual è l’alternativa? In questa prefazione, proverò a rispondere a queste domande.

    Cosa è ancora uguale al giorno d’oggi?

    La violenza contro la natura e le donne

    Uno dei problemi che rimane invariato è l’ulteriore costruzione di centrali nucleari in tutto il mondo. Intorno al 1993 ci sono stati ampi movimenti contro le industrie atomiche sia negli Stati Uniti che in Europa. Migliaia di persone di tutti gli strati sociali sono scese in piazza. La gente in Germania capì immediatamente che le centrali nucleari non erano state costruite principalmente per produrre energia per scopi pacifici, ma chiaramente per combattere il Grande Nemico dell’Est, l’Unione Sovietica, il cui regno iniziava dietro il Muro di Berlino. La gente temeva che una nuova guerra mondiale sarebbe stata combattuta dalla Germania.

    Le femministe si unirono a questo movimento fin dall’inizio. Non solo ci siamo unite alle manifestazioni, ai campi di protesta e ai sit-in, ma abbiamo organizzato le nostre azioni antiatomiche. Durante le manifestazioni abbiamo organizzato speciali “blocchi femministi”. Uno dei nostri slogan era: “In pace la guerra contro le donne continua”. Agli uomini questo slogan non piaceva. Era chiaro che i danni causati dal fallout nucleare non potevano essere praticamente rimossi dalla Terra. Per questo vedevamo un legame tra la violenza contro le donne e i bambini e la violenza contro la natura. Abbiamo anche capito che l’invenzione dell’energia nucleare non è stata uguale a quella di qualsiasi altra tecnologia moderna. Gli uomini che lavoravano al Progetto Manhattan a Los Alamos non volevano solo capire la natura. Sapevano cosa stavano facendo. Brian Easley scoprì che loro si concepivano come ‘padri’. La bomba era la loro piccola, la loro figlia. Prima che la bomba fosse sganciata su Hiroshima, questi uomini avevano le parole d’ordine per portare a termine la loro invenzione. Se ci fosse stata una grande esplosione, la parola d’ordine sarebbe stata ‘Fat Man’ (“uomo grasso”). Se ci fosse stata solo una piccola esplosione, la parola d’ordine sarebbe stata ‘Little Boy’ (“ragazzino”). Dopo il ‘successo’ dello sgancio su Hiroshima, si sono congratulati l’un l’altro riguardo la nascita del loro ‘bambino’. Dopo Nagasaki, era un ‘uomo grasso’. Congratulazioni! Pertanto, Easley chiamò gli inventori della bomba atomica ‘i padri della distruzione’.[1]

    Abbiamo capito per la prima volta che la scienza moderna era infatti figlia d’arte dei moderni padri della distruzione.  Per costruire nuove macchine non hanno bisogno di donne umane come madri. Questa intuizione ci ha portate alla critica fondamentale della scienza moderna, una scienza che non conosce sentimenti, né morale o responsabilità: col fine di produrre questa tecnologia, in tutti i suoi avatar, hanno bisogno di violenza. Abbiamo anche capito che tutte le donne del mondo, dall’inizio del patriarcato, sono state considerate come ‘natura’, prive di razionalità, il loro corpo funziona nello stesso modo istintivo degli altri mammiferi. Così come la natura, possono essere oppresse, sfruttate e dominate dagli uomini. Gli strumenti per questo sono la scienza, la tecnologia e la violenza.

    La distruzione della natura, le nuove armi, l’ingegneria genetica, l’agricoltura moderna e le altre invenzioni moderne sono tutte figlie cerebrali di questa scienza riduzionista e presumibilmente priva di valori. Non abbiamo acquisito queste conoscenze seduti alla British Library, dove Marx aveva studiato il capitalismo. Abbiamo imparato la lezione nell’”Università delle strade”, come la chiamo io. Eravamo studiose attiviste. Non ci siamo basate sulla conoscenza dei libri, ma sull’esperienza, sulla lotta e sulla pratica. Attraverso una rete mondiale di donne che la pensavano come noi, abbiamo imparato a conoscere i loro metodi di protesta, i loro successi e i loro fallimenti. Come le donne di Greenham Common, in Inghilterra, abbiamo bloccato le basi missilistiche americane in Germania. Ci siamo unite alle nostre sorelle americane per circondare il Pentagono con un corteo di donne. Dopo questa azione del Pentagono è stata creata una nuova rete globale: Women and Life On Earth (“Donne e Vita sulla Terra”). WLOE esiste ancora oggi.

    Ma i “padri della distruzione” sono incapaci di imparare e hanno la memoria corta. Non hanno imparato nulla dopo Hiroshima e Nagasaki. Non hanno imparato nulla dopo l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl, un incidente che, secondo loro, non sarebbe mai potuto accadere. Hanno continuato a costruire più impianti nucleari in più paesi e hanno promesso che fossero totalmente sicure e più efficienti. Perfino il Giappone non ha imparato niente da Hiroshima e Nagasaki – o Chernobyl. Anche la centrale nucleare di Fukushima avrebbe dovuto avere la tecnologia più sicura. Quando esplose nel 2011, il danno fatto alle persone e all’ambiente fu incredibile e impossibile da ‘riparare’. Eppure, il nuovo governo giapponese promette ancora una volta che costruirà più centrali nucleari e più sicure. Hiroshima, Nagasaki, Chernobyl e Fukushima sono solo nomi di un sistema che promette una vita migliore per tutti ma finisce per uccidere la vita stessa.

    Violenza contro le donne e la biotecnologia

    Prima che capissimo la profonda connessione tra donne e natura, abbiamo iniziato a combattere la violenza degli uomini verso le donne nelle nostre stesse case, nelle città, nei paesi e nel mondo. Anche in questo ambito siamo partite dall’azione, da cui abbiamo tratto le nostre intuizioni teoriche. La violenza contro le donne è stata infatti la prima questione che ha mobilitato le donne di tutto il mondo.

    Negli anni Settanta volevamo fermare questa violenza nelle sue varie forme: stupro, botte alle mogli, mobbing, leggi contro l’aborto, la discriminazione delle donne e i comportamenti sessisti in tutte le loro manifestazioni. A Colonia, dove vivo, io e i miei studenti abbiamo avviato una campagna per la creazione di un rifugio per le donne picchiate dai mariti.

    Abbiamo iniziato nella primavera del 1976 e alla fine dell’anno avevamo la nostra Frauenhaus. Nella Parte I del nostro libro il lettore trova un’ampia descrizione di questa lotta. Per me, le lezioni apprese durante questa lotta sono state fondamentali. Ho imparato per la prima volta quanto fosse diffusa e disumana la violenza contro le donne in Germania, un Paese cosiddetto civile. Ma la lezione più importante è stata: non si può capire una situazione sociale insopportabile se non si cerca di cambiarla. Non abbiamo usato i soliti strumenti metodologici per “studiare” il problema della violenza domestica, cioè, raccogliere statistiche per quantificare la “necessità” di un intervento sociale. Non abbiamo letto libri sulla violenza domestica in Germania. Abbiamo iniziato con azioni di strada e abbiamo chiesto una casa per le donne maltrattate. La risposta alla nostra richiesta di una Frauenhaus è stata enorme e l’abbiamo ottenuta in sette mesi. Questa lotta mi ha insegnato la lezione più importante per la mia vita futura: l’esperienza e la lotta vengono prima dello studio teorico.

    Quando ripenso a questo apprendimento attraverso l’azione sociale, penso spesso alla famosa Tesi 11 delle Tesi su Feuerbach di Marx ed Engels: “I filosofi hanno interpretato il mondo in modi diversi. Il punto, tuttavia, è cambiarlo”. Abbiamo cercato di cambiare il mondo prima di iniziare a filosofare su di esso. Ma non sempre i nostri sforzi hanno avuto successo.

    Nonostante le numerose lotte femministe contro la violenza maschile, questa non è scomparsa. Al contrario, è aumentata. È ancora parte integrante di tutte le istituzioni delle nostre società patriarcali. Fa parte dell’economia, della famiglia, della religione, della politica, dei media, della cultura. Esiste sia nei Paesi cosiddetti “civilizzati” che in quelli “arretrati”. Le forme di questa violenza possono essere diverse, ma il nucleo è lo stesso.

    Nelle nuove guerre iniziate come conseguenza dell’11 settembre, la violenza contro donne e bambini è un “normale” effetto collaterale, un “danno collaterale”. Ciò che è diverso oggi è l’addestramento che i ragazzi ricevono attraverso i giochi violenti per computer. Questi giochi insegnano ai “ragazzi” di tutte le età come fissare un bersaglio e uccidere un nemico. I ragazzi crescono con questa tecnologia informatica per combattere contro nemici virtuali in guerre virtuali. Non c’è da stupirsi che poi pratichino questa violenza nella vita reale. L’industria dei giochi per computer è una delle più in crescita al mondo. I promotori sostengono che i bambini sono in grado di distinguere tra realtà “virtuale” e realtà “reale”. Oggi, le nuove guerre sono in gran parte combattute da questi “ragazzi” che si siedono dietro un computer, cliccano su un pulsante e inviano un razzo o un drone per uccidere “terroristi” in Afghanistan o in Pakistan. Attaccano e uccidono senza provare nulla e senza essere attaccati a loro volta. Queste nuove guerre sono per loro virtuali come i loro giochi al computer. Ma fanno parte dell’addestramento militare che produce uomini che non sanno cosa sia un rapporto d’amore con donne vere e con la natura vera.

    Pertanto, la violenza “reale” contro le donne e le minoranze reali, come i migranti di origine razziale, è aumentata ed è più brutale di prima. Eppure, sempre più persone considerano la violenza maschile contro le donne come geneticamente programmata.

    La violenza e le guerre su Internet sono nuovi sviluppi dei “padri della distruzione”. Un’altra è la tecnologia genetica e riproduttiva. Entrambe hanno cambiato totalmente la nostra visione del mondo e la nostra antropologia. In base a questo sviluppo, la maggior parte dei genetisti considera il comportamento umano come determinato principalmente dai nostri geni. Quindi la violenza maschile è vista come una conseguenza del loro corredo genetico. Lo stesso vale per le guerre. Gli uomini sono considerati “guerrieri” per natura. Se non sono guerrieri, non sono veri uomini. Ma la violenza degli uomini contro le donne e altri “nemici” non è determinata dai nostri geni. Gli uomini non sono stupratori per natura, né sono geneticamente programmati per essere assassini di Madre Natura, l’origine di tutta la vita. Questa violenza è una conseguenza di un paradigma sociale iniziato circa 8.000 anni fa. Il suo nome è patriarcato. Anche se nel nostro libro del 1993 ci siamo occupate del patriarcato, non ne abbiamo parlato in modo specifico. È emerso solo quando ci si è chieste perché il patriarcato non fosse scomparso con l’arrivo del capitalismo, o quando si è dovuto trovare un nome per il paradigma che ha distrutto le donne e la natura. Seguendo Claudia von Werlhof abbiamo chiamato questo paradigma patriarcato capitalista[2].

    La civiltà patriarcale è lo sforzo di risolvere un problema del genere maschile, cioè il fatto che gli uomini non possono produrre vita umana da soli. Non sono l’inizio. Non possono generare bambini, in particolare figli, senza le donne. Le madri sono l’inizio. Questo era ancora evidente per gli Antichi Greci. Le madri sono archè, l’inizio della vita umana. Per questo gli uomini hanno inventato una tecnologia per la quale le madri non sono necessarie. Tecnologie come la bomba atomica o la tecnologia riproduttiva e genetica o Internet sono “figli senza madre”.

    Un’altra forma di violenza contro le donne è ancora la stessa del 1993: l’invenzione della tecnologia riproduttiva e genetica. Con la creazione artificiale del primo bambino in provetta, Louise Brown, fu chiaro che le donne avevano perso il loro antico monopolio sulla nascita. Da quel momento in poi, gli ingegneri riproduttivi maschi hanno potuto produrre un bambino senza le donne. Ora l’ingegneria genetica poteva controllare tutti i processi genetici e biologici con cui la vita umana e animale poteva essere prodotta, riprodotta e manipolata. Sembra che l’uomo sia finalmente diventato il creatore della vita. Non è più necessaria una relazione umana tra un uomo e una donna per creare una nuova vita umana.

    Abbiamo compreso le conseguenze di vasta portata di queste invenzioni. A quel tempo le ecofemministe di tutto il mondo iniziarono una campagna internazionale contro queste nuove tecnologie. Nel 1985 abbiamo fondato la Rete Internazionale Femminista di Resistenza all’Ingegneria Genetica e Riproduttiva (FINRRAGE). Era chiaro che l’invenzione dell’ingegneria riproduttiva e genetica non era solo il risultato dell’innocente curiosità dell’uomo di comprendere la natura, ma, come nel caso dell’energia nucleare, la biotecnologia era stata inventata per superare i limiti che la natura aveva posto all’uomo. E con la liberalizzazione delle leggi sui brevetti, la privatizzazione e la commercializzazione sono diventate un nuovo mercato. Queste nuove merci brevettate erano state proprietà comune; ora potevano essere comprate e vendute. Senza l’ingegneria genetica la Monsanto non sarebbe potuta diventare il gigante che oggi controlla l’agricoltura e l’industria alimentare mondiale.

    Ma la violenza contro le donne non è solo un “effetto collaterale della scienza moderna e della guerra” (che sono interconnesse); è ancora una caratteristica normale della società moderna e civilizzata. Molte persone sono rimaste scioccate dagli ultimi brutali stupri di gruppo in India, ma non si sono scandalizzate quando sono stati prodotti bambini in provetta, grazie a una tecnologia inventata dagli uomini. Non si sono scandalizzati quando è stato introdotto il riso geneticamente manipolato nel corso della Rivoluzione Verde in India e in altri Paesi poveri.

    Vandana Shiva è stata la prima a dimostrare che la Rivoluzione Verde in India non solo stava distruggendo la vasta diversità di varietà di riso conservate per secoli dalle donne, ma ha anche portato a una nuova ondata di violenza diretta contro le donne.

    Un altro esempio di violenza contro la natura, le persone e le generazioni future è la ristrutturazione dell’intera economia mondiale secondo i principi del neoliberismo: globalizzazione, liberalizzazione, privatizzazione e concorrenza universale. Dopo l’apertura di tutti i Paesi al libero commercio, le imprese transnazionali (TNC) hanno spostato parte della loro produzione in “Paesi con manodopera a basso costo”. Il Bangladesh è uno di questi Paesi. Come sappiamo, ovunque la manodopera a basso costo è costituita da giovani donne. Circa il 90% dei lavoratori delle fabbriche tessili del Bangladesh sono giovani donne. I loro salari sono i più bassi del mondo. Le condizioni di lavoro sono disumane: gli incendi scoppiano regolarmente e centinaia di donne sono morte. Non ci sono contratti di lavoro, non c’è sicurezza sul lavoro. Gli edifici delle fabbriche non sono sicuri e le donne devono spesso lavorare più di dodici ore al giorno. Il recente crollo del Rana Plaza a Dhaka, in cui sono morte più di 1.100 persone e molte altre sono rimaste ferite, la maggior parte delle quali donne, è un esempio della brutale violenza contro le donne che questa New Economy ha causato. Senza questa violenza il capitalismo non potrebbe continuare la sua mania di crescita.

    Questi sono solo alcuni dei casi più drammatici del perché abbiamo scritto Ecofeminism vent’anni fa e che sono ancora gli stessi oggi. Anzi, sono ancora peggiori e hanno raggiunto dimensioni più minacciose e gigantesche. Dobbiamo quindi vedere cosa è cambiato dal 1993.

    Cosa è diverso oggi?

    La prima cosa che mi viene in mente quando pongo questa domanda è il crollo del World Trade Center di New York l’11 settembre 2001, l’evento che da allora è stato chiamato solo 11 settembre. Per la prima volta nella sua storia, gli Stati Uniti si resero conto di essere vulnerabili. Il presidente George W. Bush coniò immediatamente un nome per questi criminali che avevano distrutto il WTC, simbolo del capitalismo globale. Erano terroristi. E il terrorismo divenne il nuovo nemico di tutto il “mondo libero”. Bush diede anche un nome al contesto ideologico che aveva ispirato quei terroristi, ovvero l’Islam. Dopo l’11 settembre, tutti i Paesi islamici sono diventati sospetti come possibile terreno di coltura per i terroristi e il terrorismo. Così, il vecchio nemico del mondo libero, il comunismo, è stato sostituito da un nuovo nemico: Terrorismo e Islam. È incredibile la rapidità con cui questo nuovo nemico ha cambiato la vita pubblica e privata negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo. Immediatamente è stata approvata una nuova legge, l’Homeland Security Act, grazie alla quale i cittadini e il Paese sarebbero stati protetti dalla minaccia del terrorismo. Gli Stati della NATO in Europa hanno seguito gli Stati Uniti e hanno adottato leggi di sicurezza simili immediatamente e senza grande opposizione da parte dei loro parlamenti. Hanno introdotto gli stessi controlli di sicurezza aeroportuali degli Stati Uniti. Nel corso del tempo questo sistema di controllo divenne sempre più raffinato e generalizzato, fino a quando i sistemi di sicurezza degli Stati Uniti e di altri Stati della NATO poterono spiare ogni cittadino. Allo stesso tempo sono iniziate nuove guerre contro i Paesi a maggioranza musulmana. La prima di queste è stata l’invasione dell’Afghanistan da parte delle truppe americane. L’obiettivo successivo è stato l’Iraq.

    All’inizio ho pensato che il vero obiettivo di queste nuove guerre fosse quello di ottenere il controllo delle riserve di petrolio di questi Paesi. Ma ciò che mi ha colpito immediatamente, soprattutto per quanto riguarda l’Afghanistan, è che parte della legittimazione di questa guerra, oltre all’eliminazione di Al Qaeda, è stata la liberazione delle donne dalle loro tradizioni islamiche arretrate, come indossare il velo o l’hijab. Non solo gli Stati Uniti, ma anche i partner europei della NATO, Germania, Francia, Paesi Bassi e altri, sono apparsi sulla nuova scena bellica come i grandi liberatori delle donne! Quando e dove sono state combattute guerre per “emancipare” le donne del nemico? Tutti sanno che le donne del nemico sono le prime vittime dei vincitori. Vengono violentate, brutalizzate e umiliate. E ora gli uomini stranieri dovrebbero emanciparle “educandole”? Questa è la più ridicola giustificazione della guerra moderna mai sentita.

    Ciò che è diverso oggi è anche la nuova crisi nei paesi ricchi dell’Occidente, prima negli Stati Uniti e ora in Europa. Nessuno sa quando e come finirà. I politici sono allo stremo, così come gli economisti e i dirigenti delle grandi imprese.

    All’improvviso la povertà è tornata in Occidente. I Paesi dell’Europa meridionale sono più colpiti dalla crisi rispetto a quelli del nord. In effetti, la nuova crisi ha diviso la zona euro in due parti: il Nord più ricco e il Sud più povero. La Grecia, la Spagna, l’Italia e Cipro sono talmente indebitate con banche potenti, come la Deutsche Bank, che sono praticamente diventate mendicanti, dipendenti dai prestiti della Germania e degli altri Paesi più ricchi.

    Ciò che rende la crisi odierna diversa da quelle precedenti è l’esaurimento delle risorse che prima potevano essere utilizzate per la ripresa dell’economia. Petrolio, gas e materie prime come carbone, ferro e altri metalli sono diventati scarsi. Ma ciò che è più pericoloso è l’esaurimento, l’avvelenamento o la distruzione degli elementi vitali da cui dipende tutta la vita sulla Terra: l’acqua, il suolo, l’aria, le foreste e, non ultimo, il clima. Quando questi elementi vitali non ci sono più o sono sostanzialmente danneggiati, la vita sul nostro pianeta Terra non è più possibile.

    Qual è l’alternativa?

    Sempre più persone, soprattutto giovani, sentono di non avere futuro in questo scenario. Cominciano a ribellarsi a questo sistema assassino, al dominio del denaro su tutta la vita, e chiedono un cambiamento fondamentale. Occupy Wall Street ha ispirato una protesta simile a “Blockupy” davanti alla Deutsche Bank di Francoforte. Grandi manifestazioni contro le politiche di austerità in Grecia, Spagna, Portogallo e Italia dimostrano che la gente vuole un cambiamento. Anche in Nord Africa la gente chiede un cambiamento. Quando è iniziata la ribellione, i media occidentali l’hanno chiamata “primavera araba”. La rabbia della gente era diretta contro regimi corrotti e dittatoriali. Chiedevano democrazia e lavoro. Ma cosa intendono per cambiamento? Vogliono solo eliminare un dittatore e la corruzione o vogliono un sistema totalmente nuovo basato su una nuova visione del mondo?

    Quando abbiamo scritto Ecofeminism ci siamo poste le stesse domande dal punto di vista delle donne. Quale potrebbe essere un’alternativa? Quale sarebbe un nuovo paradigma, una nuova visione? Abbiamo chiamato questa nuova visione “prospettiva di sussistenza”. Ancora oggi non so come concettualizzare meglio quello che potrebbe essere un nuovo mondo. Eppure, una cosa mi è chiara: questo “nuovo mondo” non nascerà con un Big Bang o una Grande Rivoluzione. Arriverà quando le persone cominceranno a gettare i nuovi semi di questo “nuovo mondo” mentre stiamo ancora vivendo nel vecchio. Ci vorrà tempo perché questi semi crescano e diano frutti, ma molte persone hanno già iniziato a seminare questi semi. Farida Akhter del Bangladesh parla di questo processo nel suo libro, Seeds of Movements: Women’s Issues in Bangladesh[3], mostra che saranno soprattutto le donne a seminare questi semi, perché loro e i loro figli hanno sofferto di più nel vecchio mondo dei “padri della distruzione”.

    Diversi anni fa sono stata invitata dall’Associazione delle Donne Rurali Cattoliche a una conferenza a Trier. Dovevo tenere una lezione sulla sussistenza. Ero un po’ in difficoltà. Cosa avrei dovuto dire? Come avrei dovuto spiegare la sussistenza alle donne rurali della città in cui Marx è nato? Ma quando entrai nella sala vidi un grande striscione, fissato alla pedana, con la scritta “Il mondo è la nostra casa”. Era ottobre e le donne avevano portato i frutti del loro lavoro di primavera, estate e autunno: cavoli, fagioli, carote, patate, mele, pere, prugne, barbabietole e anche fiori. Avevano messo tutto sulla piattaforma davanti a me. Cos’altro potrei dire sulla sussistenza se non che: Il mondo è la nostra casa! Prendiamocene cura.

    Consideriamo la nuova edizione di questo libro anche come un contributo a questa cura. E ringraziamo Zed Books per averlo inserito nella sua nuova collana.

    Luglio 2013 


    [1] Brian Easley, Fathering the Unthinkable. Masculinity, Scientists and the New Arms Race, Pluto Press, London, 1986.

    [2] Claudia von Werlhof, ‘The Failure of Modern Civilization and the Struggle for a “Deep” Alternative: A Critical Theory of Patriarchy as a New Paradigm’, , in Beiträge zur Dissidenz 26, Peter Lang Verlag, Frankfurt, 2011.

    [3] Farida Akhter, Seeds of Movements: On Womens’s Issues in Bangladesh, Narigrantha Prabartana, Dhaka, 2007.

  • L’ambivalenza delle tecnologie nei nuovi materialismi. Leggendo Roy e Tripaldi

    di Xhejn Xhindi

    Abstract

    All’interno dei quadri teorici condivisi dagli Science and Technology Studies (STS) e dai nuovi materialismi, i quali non si limitano a criticare la scienza dominante, ma tentano di districare il modo in cui produce la cosiddetta verità scientifica, le tecnologie del corpo in generale e le tecnologie riproduttive in particolare portano una specifica ambivalenza. Le tecnologie di controllo delle nascite ne sono un esempio, dove la stessa tecnologia viene descritta portatrice sia di una genealogia oppressiva, sia di un potenziale di liberazione. In ogni caso, diversi approcci nascono da questa ambivalenza. Questo scritto tenta di esplorarne due: uno è quello della scienziata femminista e studiosa STS canadese Deboleena Roy che, nel suo libro Molecular Feminisms. Biology, Becomings and Life in the Lab (2018) suggerisce che un approccio femminista al lavoro al banco di laboratorio crea tecnologie del corpo diverse e migliori, posizionandosi quindi all’interno delle cosiddette politiche ontologiche. L’altro è quello di Laura Tripaldi, ricercatrice transdisciplinare italiana che, nel suo libro Gender tech. Come la tecnologia controlla il corpo delle donne (2023) utilizza la storia della tecnologia come strumento per illuminare meglio l’ambivalenza interna delle tecnologie contracettive, in modo da stimolare un’ampia riflessione politica pubblica. Situandosi entrambe nell’ampio campo dei nuovi materialismi, le due studiose partono dallo stesso problema, ma si rivolgono a pubblici differenti e hanno obiettivi differenti, ingaggiando di conseguenze metodologie diverse. In questo modo, una lettura corale delle due ci aiuta a visualizzare parzialmente la molteplicità di livelli su cui l’ambivalenza delle tecnologie agisce, formulando così uno sfaccettato problema epistemologico, ontologico e politico.

    La produzione di oggetti nelle realtà materiali che viviamo eccede ogni semplice categorizzazione. La proliferazione di ibridi – entità né naturali né artificiali – ha scosso il tessuto ontologico su cui si è formata l’identità moderna come una corsa agli armamenti scuote gli assetti geopolitici attraverso le guerre. Una volta costruite le armi, ovvero, una volta messo in moto un concatenamento di relazioni materiali e virtuali tese verso la guerra, è impossibile – o, meglio, storicamente inedito – un disarmo pacifico. In altre parole, alla produzione di armi segue una loro effettiva scarica sui territori prontamente resi sacrificabili. Allo stesso modo, l’età moderna si è contraddistinta per la produzione senza tregua di oggetti di laboratorio, su cui i moderni credevano di poter mantenere il controllo. Quello che si è dato, invece, è un loro eccesso dai laboratori, così come dai canoni già ristretti della filosofia. Questo eccesso è stato talmente incontrollato da imporsi in ogni luogo sul modo in cui si pensa – quanto del proprio senso comune si forma sui social?; si agisce – su quanti farmaci diversi si regge il sentimento di sicurezza garantito dall’avere una routine?; e si esiste come corpi estesi – misurare le sostanze sintetiche che attraversano (e si fermano) nel nostro organismo basterebbe per decretare l’avvento dell’Antropocene: sfogliare i nostri tessuti molli è molto più facile, del resto, che scomodare gli strati geologici della Terra. Mentre, però, pensare al mondo con le armi sembra poco desiderabile, al contrario, molte voci ingaggiate nel pensare con gli (altri) oggetti di laboratorio – batteri, ormoni, protesi, computer, cellule… – si sono impegnate nel dispiegarne la poliedricità, al di là di ogni facile condanna o entusiasmo. Che questo sia avvenuto a causa di una presa di coscienza della realtà già attuale di tale proliferazione; o di una sorta di fiducia teleologica nel progresso degli artefatti umani e più-che-umani, ovvero della tecnologia, non è semplice dirlo. In ogni caso, l’esercizio di pensare con gli ibridi è stato indicato da più parti come una necessità storica.

    Il concetto di ibrido, così come quello di eccedenza e ambivalenza, risulta particolarmente calzante per le tecnologie riproduttive: come scrive Melinda Cooper, «dove finisce la (ri)produzione e dove inizia l’invenzione tecnica, se la vita è messa al lavoro al livello cellulare o microbiologico?»[1] (Cooper, 2008, p.8). Questa citazione appare nell’introduzione del suo libro Life as Surplus. Biotechnology and Capitalism in the Neoliberal Era dove, non a caso, l’autrice testimonia lo stretto legame tra la proliferazione di ibridi e il progetto neoliberista di investimenti nelle biotecnologie durante gli anni ‘80 di Reagan. Tramite questa contestualizzazione imprescindibile è utile quindi rilevare che la necessità di pensare con gli oggetti di laboratorio si è posta contestualmente ai luoghi dove più venivano prodotti, formulando un tessuto teorico ancora oggi pieno di vita: dai nuovi materialismi agli Science and Technology Studies, passando per le epistemologie femministe e decoloniali, molte delle riflessioni sulla scienza sono maturate nel contesto accademico – e non – degli Stati Uniti e del Nord America. Queste ultime sono nate anche a causa di una evidente ambivalenza che vede, ad esempio, negli stessi anni, tanto lotte femministe contro le nuove biotecnologie, considerate dannose ed oppressive; quanto la profezia ottimistica della liberazione dall’oppressione di genere grazie alle tecnologie del corpo, come testimonia il celebre testo del 1970 La Dialettica dei Sessi di Shulamith Firestone.  Il concetto di ambivalenza, non a caso utilizzato diffusamente nel libro Gender tech. Come la tecnologia controlla il corpo delle donne (2023) dalla sua autrice Laura Tripaldi. Ricercatrice interdisciplinare italiana che scrive nell’ambito dei nuovi materialismi, Tripaldi restituisce una proprietà delle tecnologie che aiuta a comprendere com’è possibile che intorno ad uno stesso oggetto, pur dentro premesse concettuali apparentemente condivise, come nel quadro dei femminismi, si siano prodotte posizioni tanto divergenti. A questo quesito si rifà anche Deboleena Roy, microbiologa canadese con origini bangladesi che nel 2018 pubblica Molecular Feminisms. Biology, becomings, and life in the lab. Qui, utilizzando la nozione di “costruttivismo rischioso” (risky constructivism) di Isabelle Stengers, sottolinea l’importanza di non abbandonare le scienze come campo problematico, ma di «imparare a prendersi rischi nella ricerca scientifica e cercare momenti di perplessità comune con altri (più tradizionali) scienziati» (Roy, 2018, p.83).

    Nel tentativo di evitare la polarizzazione che vede entusiasmo cieco della scienza da una parte, o sua totale critica dall’altra, ma da entrambe le parti nessuna effettiva messa in discussione delle sue specificità, molte pensatrici hanno quindi cominciato a invitare a problematizzare la scienza dall’interno dei suoi laboratori. I nuovi materialismi nascono anche a partire da questo sforzo portato avanti da figure che rompono gli antipodi, mettendo insieme il praticare le scienze e il praticare i femminismi in una nuova posizionalità di ricerca (come testimoniano, ad esempio, Donna Haraway, Evelyn Fox Keller e Karen Barad). Si tratta di un incontro di traiettorie teoriche che partono tanto dalle riflessioni femministe sulla questione del corpo quanto dalle riflessioni femministe materialiste sulla scienza, volte alla messa in discussione del determinismo biologico nelle scienze e dei dualismi di genere nella società. Queste traiettorie hanno preso vita, tra le altre, in una rilettura femminista di Deleuze&Guattari, promossa da autrici come Claire Colebrook, Elizabeth Grosz e Rosi Braidotti, che è risultata fondamentale per pensare alla materialità in quanto processi. È in questo ampio contesto di pensiero che si situano, anche se in modi diversi, sia Roy che Tripaldi, popolando lo spazio multidimensionale della tecnologia con preoccupazioni divergenti, ma strettamente interrelate.

    Mettendo al centro le istanze dei movimenti femministi statunitensi sulla salute riproduttiva, Roy sottolinea la centralità di riportare queste istanze sul piano molecolare della ricerca di laboratorio. Questo obiettivo contribuisce a delineare uno sforzo teorico che si può articolare su due piani principali. Da un lato, si tratterebbe di produrre una scienza più legata agli interessi del femminismo, in grado di migliorare in modo diretto le condizioni in cui versano i corpi minoritari, come nel caso della creazione di tecnologie riproduttive con effetti collaterali meglio studiati e dunque ridotti. Dall’altro lato si tratterebbe invece di valutare l’importanza ontologica della ricerca di laboratorio, laddove l’incontro tra le istanze femministe molari con le politiche molecolari porterebbe alla costruzione, o “scoperta”, di un tessuto ontologico differente. Anche in Gender Tech (Tripaldi, 2023) le tecnologie riproduttive occupano un posto centrale, dove l’autrice propone una ricostruzione storico-genealogica in forma divulgativa di alcune tecnologie del corpo divenute di massa. Questo approccio, che vorrebbe fare uno «studio materialista delle tecnologie di genere» (p.77), permette di ampliare lo sguardo e seguire le tracce che, dal laboratorio, giungono fino a dibattiti pubblici di ampia portata, i quali hanno un’influenza diretta sui corpi e sull’epistemologia collettiva. Scrive Tripaldi:

    Quando parlo di “materializzazione” mi riferisco invece alla collettività di processi storici, culturali, ideologici, biochimici e mediatici che ci permettono di tracciare i contorni di quello che impariamo a riconoscere come “un corpo”. Come le storie delle tecnologie di genere hanno illustrato più e più volte, nessun processo di materializzazione e di per sé buono o cattivo, reazionario o rivoluzionario. Le conseguenze oppressive e violente di queste materializzazioni sono sempre il risultato di un’operazione di occultamento, in cui il risultato di un processo tecnologico viene naturalizzato e privato della sua profondità materiale, storica, culturale e politica (p.112).

    Tramite quindi la relazione tra gli approcci di Roy e Tripaldi vorremmo proporre uno sguardo situato dell’ambivalenza delle tecnologie nei nuovi materialismi, che restituisca la difficoltà, ma anche la potenziale ricchezza, dell’ambiguità del loro ruolo nello snodo tra ontologia, politica ed epistemologia.

    Molecular Feminisms ha innanzitutto il pregio di contestualizzarsi subito in una vasta, ma ben delineata letteratura. Non si tratta solo di un esercizio accademico: i suoi sforzi sono rivolti a fornire un contesto teorico saldo a chi cerca di praticare la scienza in quanto femminista e chi cerca di praticare il femminismo in quanto scienziata (Roy, 2018, p.12). Il campo ontologico e politico della proposta di Roy è dunque il banco di laboratorio: non è sufficiente, infatti, rivedere in chiave femminista le teorie biologiche già consolidate; lo sforzo principale consiste, in questo caso, nel «supportare il rientro delle femministe dentro il laboratorio per la produzione di nuove teorie biologiche» (p.135). Rifacendosi strutturalmente a Deleuze&Guattari, Roy utilizza i concetti di politica molare e molecolare per affermare che la politica molare dei movimenti sociali femministi può e deve condizionare la politica molecolare di laboratorio, ovvero il perché e il come si agisce a livello microbiologico, che cosa si ricerca, gli interessi di chi vengono portati avanti, verso la produzione di quale tipo di conoscenza si sta andando. Questo movimento che attraversa il molare e il molecolare, mettendoli in relazione tramite un continuo cambio di scala, è un approccio non estraneo a Tripaldi, soprattutto quando in Menti parallele (Tripaldi, 2020) ci invita ad immergerci nella struttura molecolare della realtà per imparare dall’intelligenza dei materiali. Con un gesto simile, Roy contestualizza la nascita stessa della biologia molecolare come debitrice dell’intelligenza dei batteri, soprattutto della loro capacità di “scrivere”, ovvero di trascrivere DNA e tradurre RNA, e di “fare sesso” (Roy, 2018, p.125).

    Il movimento che Roy propone, ovvero il passaggio continuo tra molare e molecolare, si inserisce nel quadro concettuale deleuze-guattariano dei divenire. Questo, incontratosi con le istanze del femminismo, si trasforma in un «divenire-con» (Haraway, 2008): per Roy si tratta qui di un movimento che «disturba» l’assetto ontologico prestabilito, mettendo in discussione il paradigma stesso conoscente-conosciuto che abita le scienze “dure” (Roy, 2018, p.79). In questo modo si articola una biofilosofia che tratta la biologia come un evento e la biologia molecolare in termini di processi (p.39). Roy sviluppa il suo concetto di biofilosofia sul doppio filo della formulazione teorica e delle pratiche di laboratorio, servendosi della tecnologia del DNA ricombinante come esempio trainante della sua proposta. Questa tecnologia si basa su «processi di replicazione e ripetizione» in grado di innescare una «proliferazione di differenze» (p.134). Come suggerisce il nome, il DNA ricombinante si ottiene con tecnologie di ricombinazione che, clonando le molecole di DNA (ovvero replicandole fino a creare una popolazione di cellule con DNA identico) di un organismo esterno dentro un organismo ospite, è in grado di formare nuove sequenze non precedentemente presenti nel genoma. Riprendendo il legame deleuziano tra differenza e ripetizione, Roy sostiene dunque la potenzialità insita in questa tecnologia di far emergere nuove «esperienze, affetti ed espressioni». In questo contesto, quindi, la biologia sintetica porta con sé il potenziale del Corpo senza Organi, in quanto ciò che, con la sua stessa esistenza, impedisce ogni possibile categorizzazione trascendente della vita. Il legame tra pratiche scientifiche e quelle immaginative è qui fondamentale, laddove l’utilizzo di figurazioni in grado di suscitare immaginari alternativi è un ingrediente importante nel tentativo di utilizzare le pratiche scientifiche per costruire una conoscenza diversa. La posizione di Roy sulle tecnologie molecolari non riguarda un entusiasmo ingenuo, quanto la convinzione, marcata dalla sua esperienza, del fatto che le tecnologie utilizzate dalle femministe nel laboratorio siano in grado di produrre spazi di alterità e differenza: uno «cyberspazio» (p.156) in grado di produrre nuova conoscenza biologica desiderabile. Roy si rifà ad una esperienza specifica di laboratorio che l’ha coinvolta e da cui è scaturita la sua successiva formulazione teorica.

    La ricerca che Roy riporta in Molecular Feminisms muove dalle preoccupazioni dei movimenti femministi per la salute, i quali sospettavano una certa minimizzazione degli effetti collaterali dei contraccettivi basati sugli estrogeni da parte delle case farmaceutiche – e dalle ricerche scientifiche da loro finanziate. Roy testimonia il lavoro di ricerca che ha svolto in un laboratorio di neuroendocrinologia, utilizzando tecnologie molecolari come la clonazionevolte a riconfigurare la conoscenza sulla relazione tra l’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH) sintetizzato dai neuroni dell’ipotalamo e gli estrogeni. La conoscenza tradizionale sui neuroni del GnRH, che formulava l’assenza di un loro contatto diretto con gli estrogeni, aveva portato, secondo Roy, al design di tecnologie riproduttive che venivano studiate soltanto nel loro effetto di regolazione sull’ovulazione e sulla menopausa, senza considerarne i possibili effetti neurologici. Il legame di Roy con la politica molare delle istanze femministe sulla salute riproduttiva sono state la spinta figurativa e immaginativa nel mettere in discussione un «milieu scientifico dove nuove relazioni tra certe molecole erano diventate inconcepibili, e i desideri volti a creare nuove zone di prossimità venivano messi da parte» (p.8). Portando questa spinta a livello molecolare, ovvero immergendosi nella ricerca di possibili effetti neurologici diretti degli estrogeni, Roy cercava qualcosa che potesse spiegare gli effetti collaterali dei contracettivi basati sugli estrogeni che le femministe denunciavano, ma che gli scienziati non consideravano. La ricerca presentata da Roy si conclude illustrando di fatto l’esistenza di un contatto diretto tra i neuroni del GnRH e gli estrogeni, laddove gli effetti neurologici degli estrogeni hanno finalmente dato la possibilità di giustificare a livello neuroendocrinologico gli effetti collaterali accusati. Secondo Roy, quindi, il legame tra molare e molecolare ha portato in questo caso ad un beneficio diretto per le istanze femministe e, allo stesso tempo, ha dato fiato ad una “rottura ontologica”:

    Sapevo di aver assistito a una sorta di rottura ontologica che aveva spostato la mia concezione della materia da quella della fissità, della stasi e dell’essere a quella della flessibilità, del cambiamento e del divenire. Era come se una sera fossi andata a letto con una materialità in cui i recettori degli estrogeni non potevano essere avvicinati ai neuroni GnRH. La mattina dopo, mi sono svegliata con una materialità alternativa con nuovi siti di gioco e biopossibilità inesplorate per queste questioni biologiche [corsivo aggiunto] (p.10).

    Vediamo qui dispiegarsi una politica ontologica tutta interna al laboratorio che ci permette di visualizzare come in gioco non vi sia solamente una politica molare in senso ampio, né una politica molecolare in senso stretto, ma una politica ontologica (Puig de la Bellacasa, 2017) dove si lavora direttamente per produrre una realtà diversa. In questo senso, l’appello di Roy di costruire «una conoscenza che le femministe desiderano [corsivo aggiunto]» (Roy, 2018, p.159) diventa la partita ontologica per costruire la realtà che le femministe desiderano. Scrive Roy:

    Ancora una volta, questa scoperta dei recettori degli estrogeni di membrana può essere di particolare interesse per le femministe che si battono per la salute e la giustizia riproduttiva, in quanto gli effetti rapidi e diretti degli estrogeni possono contribuire a spiegare gli “effetti collaterali” a lungo osservati che molte donne sperimentano durante l’uso di contraccettivi e terapie a base di estrogeni. La scoperta degli ER nei neuroni GnRH e l’ulteriore scoperta di recettori per gli estrogeni accoppiati a proteine G sia nei neuroni GnRH che in altri tessuti del corpo, offrono alle femministe e ai biologi molecolari l’opportunità di raggiungere non solo uno, ma diversi oggetti di perplessità comuni (p.10).

    Anche Tripaldi si concentra sulle tecnologie basate sugli estrogeni, partendo però dalla sua esperienza nel loro utilizzo, che restituisce un vissuto e una narrazione specifica del contesto italiano bianco etero-cis-normato dove il ruolo politico e sociale della pillola ne diventa infrastruttura. Un’infrastruttura ormai così indistinguibile dal proprio corpo da generare «paura» nel momento in cui ne si immagina l’interruzione dell’assunzione (Tripaldi, 2023, p.34). La paura generata dall’interruzione di una lifestyle drug consiste alternativamente nella sensazione di non poter essere più “in sé”, gettandosi in squilibri primordiali, e nel non poter essere più “produttive” senza un silenziatore artificiale della propria “natura” (pp.36-39). Possiamo in qualche modo leggere, anche in Gender Tech, il duplice problema della produzione ontologica – in che modo l’utilizzo di massa della pillola ha contribuito alla definizione del concetto di donna in quanto squilibrio biologico da curare? (p.34) – e del modo in cui la mancata partecipazione delle donne[2] nella produzione di conoscenza scientifica abbia generato tecnologie obsolete e poco desiderabili:

    La ricerca di nuove tecnologie contraccettive più adeguate alle esigenze delle donne e con minori effetti avversi è stata quasi del tutto arrestata, concentrando gli sforzi sul rebranding di farmaci basati su una scienza vecchia di oltre cinquant’anni (ivi, p.38).

    Questo è lo stesso motivo che spinge Roy a sostenere che le tecnologie molecolari utilizzate in pratiche scientifiche femministe possono contribuire a costruire una conoscenza più desiderabile: «Ho creato un resoconto femminista del cervello, articolandolo attraverso la biologia molecolare. (…) Ho avuto l’opportunità di affrontare le mie preoccupazioni sui problemi della giustizia riproduttiva ad un livello molecolare, che è il motivo per cui ho subclonato[3]» (p.158).  Tuttavia, l’attenzione di Tripaldi si spinge più in là, allargando lo sguardo per visualizzare in che modo le politiche molecolari nel laboratorio e le istanze molari del femminismo si concatenano in modo spesso non prevedibile e non controllabile. La questione, infatti, si complica, se cominciamo a vedere che certo una postura femminista dentro il laboratorio può generare oggetti che le femministe desiderano, ma questo non cancella, per esempio, che «la pillola anticoncezionale (…) agisce come sostituto tecnologico coercitivo alla necessità di un’educazione alla sessualità consapevole e sicura» (p.36). Agire come sostituto di qualcosa è effettivamente uno dei ruoli delle tecnologie: come suggerisce Bruno Latour, una tecnologia non è altro che la concrezione materiale di relazioni sociali spesso invisibili (Latour, 2005). L’approccio materialista di Tripaldi è dunque utile per chiedersi che cosa la tecnologia va a sostituire e in che modo: si tratta di una questione imprescindibile e trasversale, perché pertiene ad ogni possibile processo di posizionamento che non è prerogativa dell’agente trained[4], competente. Ne è un esempio il test di gravidanza domestico, oggetto oggi di uso comune che, con la relazione diretta tra persona incinta e supporto tecnologico, rimpiazza la precedente relazione tra persona incinta, esperto che fa l’analisi in laboratorio, e infrastruttura (tendenzialmente animale) che supporta l’analisi:

    Il design di Margaret Crane, nella sua assoluta semplicità, non era soltanto un’interfaccia intuitiva di auto-diagnosi: il suo aspetto rivoluzionario consisteva nell’idea che le donne, senza avere alcuna formazione scientifica e senza la necessità di rivolgersi a un uomo più esperto, potessero riprodurre nell’ambiente domestico una procedura che, prima di allora, era stata vincolata a svolgersi dentro le mura dei laboratori scientifici. Riconoscere la legittimità del sapere ottenuto da questa procedura significava avere un’importanza tutto sommato limitata rispetto all’intelligenza contenuta all’interno della tecnologia stessa, una tecnologia che stava diventando sempre più autonoma rispetto alle istituzioni che l’avevano prodotta (Tripaldi, 2023, p.74).

    Il quesito diventa, quindi, quali relazioni sociali e quale genealogia incorporate nella tecnologia vanno a costituire la sua propria, autonoma, intelligenza? Mentre lo sguardo di Roy è centrato sull’importanza strategica delle scienziate come produttrici di tecnologie desiderabili, l’esperienza corporea che Tripaldi propone passa dalla molecola all’organismo, dall’organismo al soggetto sociale, per individuare la molteplicità dimensionale su cui è incastonato l’oggetto tecnologico e quindi valutarne l’ambiguità. Il problema che si apre in Tripaldi riguarda quindi anche e soprattutto l’utilizzo di massa delle tecnologie, basato su una coproduzione di chi è competente e progetta le tecnologie, e di chi è incompetente e le utilizza e basta. In questo senso, chiedersi quanto una tecnologia può essere desiderabile è necessario, ma non sufficiente: la sua ambivalenza perdura dal momento in cui la sua presenza nel mondo non richiede che se ne abbia piena coscienza, al contrario: tanto più è invisibile, quanto più si costituisce come infrastruttura politica, ontologica ed epistemologica. Scrive così Tripaldi:

    Se la pillola anticoncezionale è una tecnologia decisamente emancipativa, che ha concesso alle donne un controllo senza precedenti sulla loro fertilità, è stata ed è tuttora anche un dispositivo oppressivo, che evidenzia la criticità di qualsiasi intervento tecnologico che non sia sostenuto da una profonda presa di coscienza, scientifica e politica, delle sue conseguenze (p.39).

    Il dispiegarsi materiale del farsi delle tecnologie che, «come cristalli, si condensano spontaneamente dal loro ambiente quando si realizzano le condizioni opportune» (p.47), permette di vedere nello stesso oggetto l’incarnarsi di traiettorie tra loro non coerenti e spesso teoricamente contraddittorie. Tripaldi riunisce in questo modo nella pillola istanze divergenti che si intrecciano: la prima sperimentazione umana su larga scala della pillola contracettiva, svolta a Portorico tra il 1956 e il 1959 da parte dell’azienda farmaceutica statunitense G.D:Searle; i corpi delle donne dei quartieri più poveri della capitale non messe al corrente della natura sperimentale del farmaco; le teorie neomalthusiane della destra statunitense, che addossava la responsabilità delle brutture del colonialismo alla natalità dei popoli colonizzati; le teorie progressiste statunitensi che, in modo altrettanto coloniale, sostenevano di salvare le donne nere dal loro destino riproduttivo; l’entusiasmo delle organizzazioni femministe portoricane che speravano di poter autogestire i propri corpi grazie alle nuove tecnologie, in opposizione nazionalisti e cattolici; l’attività contraria di questi ultimi, i quali, pur opponendosi alla pillola, erano parenti politici di quegli stessi conservatori statunitensi che invece la promuovevano tra le donne nere, con lo stesso gesto coloniale e patriarcale con cui si rifiutavano di dissacrare i corpi delle donne bianche con strumenti che potessero impedirne la fertilità (pp.41-42). L’ampiezza di sguardo della metodologia che Tripaldi ci propone si può affiancare quindi alla prospettiva di Roy, definendo un campo di indagine complesso e multiscalare. In questo quadro le agency si moltiplicano, in un regime il cui denominatore comune è sì la sistematica accumulazione di valore – strutturale alla produzione di corpi e terre sacrificabili – ma che non dà mostra di un protocollo unico di funzionamento e riproduzione. La proposta di Tripaldi si potrebbe dunque riassumere in un invito a visualizzare le relazioni sociali che la tecnologia va ad incarnare: laddove vi sono relazioni sociali patriarcali, capitaliste, e coloniali, anche la tecnologia che le incarna sarà tale, senza che si possa addossarle un’essenza e un’azione indipendente dal contesto in essa cui emerge. La proposta di Roy, invece, è di ripartire dalle pratiche scientifiche che danno vita alle tecnologie, per rompere quel ciclo che permette al sistema di relazioni sociali di autolegittimarsi grazie alle tecnologie che esso stesso produce, cambiando dunque le relazioni sociali a partire dal cambiamento nella produzione di conoscenza.

    Roy vorrebbe dunque in qualche modo sciogliere l’ambivalenza propria delle tecnologie del corpo rifacendosi alle tradizioni di riappropriazione femministe che a partire dagli anni ‘60 hanno cercato di pensare ai corpi e alla biologia in modo differente, tramite approcci orientati alle pratiche. Ricostruendo l’esperienza delle cliniche delle donne che hanno lavorato per produrre nuove tecnologie di autoginecologia e nuove forme di conoscenza scientifica, l’attenzione viene riportata al campo in cui si afferma la consapevolezza della necessità di imparare a riconoscere che cosa criticare e che cosa invece utilizzare dalla scienza tradizionale (pp.72-73). Di nuovo, lo sforzo di Roy è quello di riportare l’ambivalenza delle tecnologie alle pratiche scientifiche stesse, partendo dalla consapevolezza che ciò che «studiamo in quanto biologhe, per esempio, o che cerchiamo di definire e poi regolare, non preesiste». Con Karen Barad, Roy afferma la «“costituzione reciproca delle agency interrelate”. Ciò che diviene “determinato” o conosciuto è il risultato di interazioni specifiche di un apparato» (p.74). Il problema delle tecnologie non può dunque separarsi dalle modalità del loro venire all’esistenza, modalità su cui si può intervenire attraverso l’azione dentro le pratiche stesse.

    Tuttavia, il problema molare della scala che riguarda la scienza dentro un sistema capitalista globale rimane. “Cciò che le femministe desiderano” è qualche cosa di sempre situato e sempre legato ad un assetto sociale, economico, semiotico ed epistemologico specifico. Posto che anche solo all’interno del contesto dei Nord America sarebbe impossibile definire unitariamente che cosa “le femministe” desiderano, la faccenda si complica ancora di più in contesti dove le femministe desiderano qualche cosa di estremamente diverso dai luoghi dove i laboratori lavorano meglio finanziati ed equipaggiati e quindi in grado di produrre una rete più fitta e competitiva di conoscenze. Oppure, ancora più difficile diventa individuare che cosa desiderano tutte coloro che non verbalizzano i loro desideri all’interno del quadro occidentale dei femminismi[5]. Chiedersi che cosa i territori e le agency desiderano e portare questi desideri dentro le pratiche scientifiche è fondamentale oggi per pensare la scienza e le tecnologie. Allo stesso tempo, però, occorre rimettere al centro il fatto che non a tutte le agency desideranti è concesso di accedere alla produzione delle tecnologie e della conoscenza scientifica. Un approccio più legato alla genesi storica delle tecnologie ci aiuta a dispiegare il problema che concerne i luoghi che non hanno accesso alla produzione ontologica della realtà nei laboratori. Si delinea così una prospettiva differente, che consiste nel tentativo di prendere l’oggetto già prodotto e provare a modificare il modo in cui lo vediamo e ci relazioniamo ad esso, in modo da attivare in conseguenza a questo delle politiche differenti. Si tratta di una modalità diversa di fare mondo con gli ibridi, che emerge da necessità e contesti diversi. Come abbiamo detto, il pubblico a cui si rivolge Roy è quello delle scienziate femministe – e delle femministe scienziate –, dove l’obiettivo esplicito è quello di portare gli interessi del femminismo dentro i laboratori per condizionare la realtà della produzione di conoscenza in biologia. Il pubblico a cui si rivolge Tripaldi, invece, è un pubblico generico, tendenzialmente – ma non esclusivamente – non competente (trained) nelle discipline scientifiche. L’obiettivo di Tripaldi, diversamente da Roy, è quello di scomporre gli oggetti già esistenti per darne un resoconto più complesso, in modo da stimolare una altrettanto complessa e ampia riflessione politica:

    La nascita della pillola fu insomma il risultato di una convergenza di conoscenze scientifiche, rivendicazioni sociali, politiche demografiche e conflitti geopolitici. Quale eco rimane di questo tumulto nelle molecole invisibili che la compongono? Raccontare la storia di un oggetto tecnologico non significa soltanto descrivere la cronologia della sua invenzione; significa provare a tracciare una mappa delle forze, materiali e immateriali, scientifiche e sociali, che hanno contribuito a dargli forma» (Tripaldi, 2023, p.47).

    In Gender Tech, infatti, non è secondario che la genealogia storica delle tecnologie del corpo giunga ad un tentativo di mettere fortemente in discussione il modo in cui queste sono state utilizzate dalle destre italiane, e non solo, in senso oppressivo per i corpi femminilizzati o assegnati femminili alla nascita. Ne è un esempio la descrizione dell’ambivalenza dell’ecografia addominale (cap. 4: Ultrasuoni): da un lato strumento potenzialmente utile per garantire la salute e autogestire la riproduzione, dall’altro strumento utilizzato per sacralizzare la vita del feto, separandolo dal corpo che lo porta in grembo, per concentrare potere semiotico nelle tasche delle lobby anti-scelta. Possiamo quindi vedere all’opera politiche della conoscenza differenti: in Roy la partita si gioca direttamente nella produzione ontologica della realtà, mentre in Tripaldi si svolge invece nella scomposizione e riorganizzazione di una realtà ontologica già prodotta altrove. Questo ci permette di nominare, tramite un approccio situato ai nuovi materialismi, che cosa comporta la concentrazione di risorse e di saperi resa possibile dall’imperialismo politico, culturale ed economico del Nord America in particolare e dei luoghi più avanzati del capitalismo liberale del Nord Globale in generale. Occorre quindi precisare: imperialismo non è solo l’imposizione economica e militare di controllo e supremazia, imperialismo vuol dire anche monopolizzare e centralizzare il potere ontologico di produrre realtà. I laboratori sono centri di produzione ontologica del capitalismo globalizzato, dove oggetti e concetti venuti all’esistenza vengono poi imposti globalmente. In questo senso gli oggetti diventano scatole nere (black box)[6] che annientano la prossimità conoscitiva come zona relazionale tra corpi e territori, imponendo una delega passivizzante come unica modalità di esistenza delle tecnologie. Per questo motivo, per quanto possa essere vantaggioso produrre una conoscenza “che le femministe desiderano” dentro un laboratorio scientifico nordamericano, è importante mettere al centro la consapevolezza della parzialità degli interessi considerati, una consapevolezza che rende difficile anche solo immaginare “ciò che le femministe desiderano” come una realtà riconoscibile unitariamente.

    Per Roy le STS sono un campo di studi che è in grado di rendere conto del portato capitalista e coloniale del sistema dentro cui si sviluppano le pratiche scientifiche, attraverso la produzione congiunta di una conoscenza dei dettagli specifici dei campi scientifici insieme «con un occhio alle strutture organizzative, istituzionali e politiche legate alla circolazione del potere» (p.120). Questo tipo di ricerca corrisponde all’avere consapevolezza ontologica del fatto che una certa tecnologia, come per esempio la scrittura dei batteri, è un evento sempre contestuale a «specifiche tradizioni e pratiche di produzione di conoscenza» (p.124). Attingendo alla letteratura postcoloniale e decoloniale, Roy afferma dunque che considerare le tecnologie come un evento permette di ricondurle ad un inquadramento epistemologico aperto a nuove forme di conoscenza. In ultima analisi, possiamo dire che per Roy il dispiegamento della questione rimane nel quadro di una problematizzazione tutta interna alla produzione di conoscenza, per cui produrre conoscenza decoloniale, ovvero legata ad un’analisi situata e contestuale delle tecnologie, permetterebbe di essere «consapevoli delle nostre responsabilità» riguardo ciò che ereditiamo (p.176). Questo significa anche considerare gli eventi tecnologici in relazione:

    ai processi transnazionali del colonialismo e dell’imperialismo; (2) alle pratiche capitalistiche di produzione, consumo e mercificazione; (3) al lavoro di genere e di razza nella produzione e nella riproduzione e all’astrazione di questo lavoro; (4) alle forme neoliberali dell’individualismo e dell’imperialismo; (5) agli effetti della tecnologia su scala globale e locale (p.124).

    Relazionare l’approccio cauto di Tripaldi, che vorrebbe ricavare uno spazio di rallentamento in cui si dà la possibilità di esercitare il dubbio, con l’attivismo fiducioso di Roy, che individua un potenziale quasi rivoluzionario nell’incontro tra politiche molari e molecolari, ci permette di abbozzare un ritmo di analisi. Intendiamo qui la necessità di stimolare un movimento del pensiero che sappia tenere insieme una forma di pragmatismo che agisce nell’immediatezza della produzione ontologica – una sorta di “abitare la catastrofe”, che impariamo con Haraway, Tsing e Stengers – insieme con un gesto di pausa e rifiuto in grado di dire: non esistono oggetti tecnologici desiderabili frutto di una genesi non desiderabile, laddove una genesi non desiderabile degli oggetti scientifici è la realtà attuale della scienza capitalista. Il dispiegamento materialista della storia delle tecnologie proposto da Tripaldi permette di visualizzare come la sacrificabilità dei corpi delle specie viventi, ovvero la loro sistematica tortura e uccisione, sia stata e sia tuttora l’infrastruttura fondamentale delle scienze[7]. Pensare con le pratiche scientifiche non deve nascondere questa parte, anzi, la sfida è proprio pensare con le pratiche scientifiche riconoscendo nella loro infrastruttura la pervasività dei danni che infliggono. È l’esercizio di vivere tra le rovine: pensare la realtà della coesistenza di eventi contraddittori e ambivalenti senza che questo crei un principio di esclusione epistemologica. Questo movimento di pensiero è in qualche modo presente in Molecular Feminisms, quando Roy racconta di una pausa, una sorta di momento di coscientizzazione che si impone nella sua routine, permettendole di visualizzare su quali meccanismi normalizzati si basava la sua ricerca in laboratorio:

    Lo schema di crescita, divisione e morte volutamente inflitta che si verificava ogni tre o quattro giorni nella linea cellulare di neuroni in vitro con cui lavoravo creava una ciclicità temporale distinta (…) Proprio in quanto ero responsabile della progettazione di esperimenti con queste cellule, gli schemi di crescita e moltiplicazione di questi neuroni, e le loro secrezioni ormonali cicliche, hanno regolato la mia vita per anni. Quel giorno particolare, quando mi sono soffermata nell’aprire la porta dell’incubatrice, questo ritmo è stato interrotto, mentre il peso di diversi intrecci che non potevo continuare a ignorare si è fatto sentire (…) Questi intrecci includevano il riconoscimento della responsabilità per la pratica umana di sviluppare il cancro nei topi e di uccidere animali e cellule a scopo di ricerca (…) Credo sia importante riflettere su questa interruzione e considerare la possibilità che queste vite sintetiche possano non solo essere espressive, ma anche protese verso il mondo circostante (Roy, 2018, p.162).

    Questa esperienza per Roy si trasforma nella consapevolezza di dover imparare dalle forme di vita studiate in laboratorio, le quali ci portano fuori dalle nostre comfort zones per cambiare il modo in cui agiamo e facciamo parentela (kinship, p.172). Come abbiamo visto, le tecnologie non sono separabili dal contesto in cui vengono all’esistenza: l’evento chiamato scrittura batterica, scrive Roy, non è separabile dal contesto politico ed economico di produzione, riproduzione e lavoro, laddove i batteri scrivono in quanto sono obbligati a scrivere da un contesto capitalistico di sfruttamento della loro intelligenza per fini umani e solo umani (p.125). Tuttavia, pur partendo da un presupposto meccanicistico di sfruttamento, è possibile riflettere su ciò di cui sono capaci i batteri in modo da «cambiare la nostra comprensione di alcune relazioni binarie dominanti come sesso/genere, biologia/cultura, e materia/linguaggio» (p.126). Possiamo dunque vedere in Roy una sorta di fiducia nel fatto che la politica ontologica è in grado di modificare l’assetto sistemico stesso su cui si sviluppa la scienza. L’obiettivo si sposta: non è più quello di conoscere e quindi dominare la realtà in senso positivista, ma di «riformulare» il nostro incontro con essa. Questa fiducia richiama un atteggiamento dello scienziato che è centrale in Stengers, quando ci parla della fede che il fisico ha nella possibilità della sua disciplina di avere accesso al mondo là fuori, alla verità (Stengers, 2010). Cambiati i presupposti epistemologici, questa fiducia in qualche modo rimane: in Roy, così come in altre autrici ingaggiate nelle ontological politics, è la fiducia accordata alla scienza di poter trasformare il mondo con la conoscenza. È una tensione virtuale che anima il telos della ricerca scientifica a partire dai suoi primi passi. La questione che si pone in Tripaldi invece è, in qualche modo, di prendere coscienza della realtà materiale attuale della tecnologia per ricavarsi lo spazio necessario per chiedersi se, effettivamente, voler accordare questa fiducia. È un passaggio ancora preliminare, un gesto di riappropriazione di un consenso mai del tutto chiesto e rispettato, una pausa nella naturalizzazione della nostra relazione con le tecnologie che può aprire spazio a forme inedite di riconfigurazione e messa in discussione. Per questo motivo, la questione non è soltanto imparare a pensare dentro o fuori i laboratori, ma problematizzare questa stessa divisione e chiedersi da quali dispositivi viene prodotta. Perché il rischio di parlare a nome d’altrǝ è sempre lì; mentre capire a nome di chi si parla, siano femministe o altre specie, è una faccenda sempre più complicata del previsto.

    Bibliografia

    Cooper, M., 2008. Life as Surplus Biotechnology and Capitalism in the Neoliberal Era. University of Washington Press, Seattle and London.

    Haraway, D.J., 2008. When Species Meet, Posthumanities. ed. University of Minnesota Press, Minneapolis, London.

    Latour, B., 2005. Reassembling the Social. An Introduction to Actor-Network-Theory. Oxford University Press, New York.

    Latour, B., 1999. Pandora’s Hope. Essays on the reality of science studies. Harvard University Press, Cambridge Massachusetts.

    Puig de la Bellacasa, M., 2017. Matters of Care. Speculative Ethics in More Than Human Worlds. University of Minnesota Press, Minneapolis, London.

    Roy, D., 2018. Molecular Feminisms: Biology, Becomings, and Life in the Lab. University of Washington Press, Seattle.

    Stengers, I., 2010. Cosmopolitics I. University of Minnesota Press, Minneapolis.

    Tripaldi, L., 2023. Gender tech. Come la tecnologia controlla il corpo delle donne, Tempi Nuovi. Laterza, Bari-Roma.

    Tripaldi, L., 2020. Menti parallele, Saggi Pop. ed. effequ, Firenze.


    [1] Tutte le traduzioni dall’inglese in questo testo sono di chi scrive.

    [2] Mentre Roy si affida all’utilizzo del termine “femminista” per indicare l’agency politica della sua narrazione, e parla di organismi, batteri e ormoni per indicare invece le agency biologiche, Tripaldi utilizza per lo più genericamente e universalmente il termine “donna”, senza giustificarlo a sufficienza.

    [3] Roy tratta lungamente della possibilità di utilizzare tecnologie che i movimenti femministi hanno tradizionalmente avversato, come nel caso della clonazione, per produrre ricerche che invece rispondono alle necessità politiche delle stesse istanze femministe.

    [4] Faccio qui riferimento ad un termine largamente utilizzato in Roy, ma non solo, per indicare il ruolo specifico dellǝ scienziatǝ in quanto competente.

    [5] Basterebbe chiedersi, per esempio, che relazione c’è tra la Jineoloji curda con la scienza per impostare le stesse questioni in modi completamente diversi e lontani da ciò che, secondo Roy, le femministe desidererebbero.

    [6] Una scatola nera si riferisce, nel contesto della sociologia delle scienze, ad un oggetto di cui sono visibili gli inputs e gli outputs, ma di cui non è chiaro il funzionamento interno. Nella scienza e tecnologia contemporanea, quanto più un oggetto ha successo nell’essere considerato vero per sé, tanto meglio nasconde la sua composizione interna in una scatola nera. Vedi (Latour, 1999).

    [7] Ne è un esempio emblematico ciò che scrive Tripaldi: «L’espressione gergale inglese “the rabbit died”, utilizzata per riferirsi alla scoperta di una nuova gravidanza, nasce proprio dalla pratica di iniettare l’urina delle donne nel corpo dei conigli, che venivano poi sezionati per determinare l’avvenuta ovulazione. Tuttavia l’espressione è piuttosto imprecisa, perché il coniglio, indipendentemente dall’esito positivo o negativo del test, sarebbe comunque morto: davanti all’impossibilità di spalancare i corpi delle donne per osservare direttamente i loro meccanismi nascosti, lo sguardo scientifico si rivolgeva allora su altri corpi più “sacrificabili”» (Tripaldi, 2023, p.67).

  • Conchiglie, pinguini, staminali. Verso futuri transpecie

    Una recensione tradizionale si rivelerebbe un’impresa assai ardua fin da subito, già solo leggendo i nomi – del calibro di Donna Haraway, Melinda Cooper, Zoe Sofia e non solo – che si avvicendano nel susseguirsi dei capitoli del libro preso qui in esame. Quando, poi, scopri che dietro ad ogni singola parola del testo si cela l’agire di altre tre donne insieme a un’intera classe di appassionatǝ; che dietro ogni frase si cela un lavoro collettivo fatto di sguardi, risate, pensieri e passione, la creazione della suddetta recensione si complica ulteriormente. Eppure, un qualsiasi commento o presentazione risulterebbe incompleto se non approfondisse tale operare collettivo, se non apportasse a ciò il dovuto riguardo. Come, allora, potrebbe una mera recensione riuscire a dare il giusto lustro a tutto questo? Come potrebbe raccontare i contenuti del libro e il lavoro di creazione dello stesso? Probabilmente non può, almeno non totalmente. Eppure, quando la recensione in questione pianta le proprie radici in un sito come IAPh Italia, che da sempre è connesso al Master in Studi e Politiche di Genere, la domanda sorge spontanea: se non qui, dove? Il terreno risulta fertile quantomeno per provare a dare spazio al tesoro inestimabile che Conchiglie, pinguini, staminali è.

    Si può, quindi, provare a cambiare prospettiva e provare a leggere quello che segue come la testimonianza di una persona terza che cerca di raccontare il saggio nei suoi vari aspetti. Affinché tale testimonianza potesse prendere corpo, non era sufficiente la lettura dell’opera, per questo serviva il dialogo che la qui presente autrice ha avuto modo di tessere con le curatrici del saggio: Angela Balzano, Elisa Bosisio, Ilaria Santoemma.

    Conchiglie, pinguini, staminali. Verso futuri traspecie, uscito per DeriveApprodi nel 2022, è principalmente una antologia di autrici che – attraverso dei testi prima di oggi non disponibili in lingua italiana – si muovono in vari campi del reale analizzandoli da diverse prospettive. All’interno del volume è possibile leggere nove testi appartenenti a Melinda Cooper, Zoe Sofia, Luciana Parisi, Beth Dempster, Sarah Franklin, Donna Haraway, Noël Sturgeon, Stacy Alaimo, María Puig de la Bellacasa – secondo l’ordine dell’indice. Il libro nasce durante il modulo Scienze del master in Studi e Politiche di genere 2021 di cui le curatrici del volume sono coordinatrici. È durante le “pause caffè e sigaretta” – come scrivono nell’introduzione e ricordano nell’intervista – delle lezioni del modulo che le curatrici del volume maturano l’idea di dar vita a tale raccolta, sostenute e sollecitate dellǝ studentǝ e dalle loro riflessioni. Attraverso, così, uno scambio collettivo si apre uno spazio di traduzione e creazione che culmina con la presenza di un libro che rimedia a un’assenza e apre ad altre nuove possibilità di essere e di azione.

    Gli argomenti trattati spaziano dall’economia alla fisica, alla biologia, alla tecnologia finanche al desiderio, e questo può far pensare che le riflessioni che ne nascano siano continenti isolati, elucubrazioni solipsistiche. In realtà i vari saggi dialogano tra loro in vario modo. Non semplicemente attraverso il richiamo concreto di autrici presenti nel volume col proprio saggio in altri testi dell’antologia – come nel caso di Donna Haraway, presente nel libro col testo Fabulazioni speculative per le generazioni della tecnocoltura, ripresa per altre sue teorie nel testo di María Puig de la Bellacasa – ma anche per lo sguardo con cui i vari campi del reale vengono analizzati: uno sguardo situato, transpecista, transfemminista. Uno sguardo, inoltre, direzionato verso uno specifico argomento, ovvero la messa in discussione del binomio produzione-riproduzione, che altro non è che uno dei principali temi affrontati proprio dal modulo Scienze.

    Mi soffermerei su questo punto per mettere in luce proprio uno dei principali aspetti che questo libro si propone di evidenziare: quanto tale binomio faccia da sfondo ai vari campi del reale, in particolar modo quanto esso sia presente – in maniera più o meno manifesta – nei vari campi di produzione del sapere. Che tipo di sapere produciamo? Che tipo di sapere vogliamo produrre? È la primissima riflessione che – come le curatrici spiegano nell’intervista – anima il loro agire nella scelta dei testi da raccogliere per questa antologia, ma anche per la modalità stessa in cui questa antologia nasce e vive.

    L’analisi del binomio produzione-riproduzione compare in Conchiglie, pinguini, staminali già nel saggio scelto per aprire tale antologia: Stagnazione secolare: la paura di un futuro non-riproduttivo di Melinda Cooper. Interessata all’interazione tra le nuove pratiche di governo conservatrici e quelle neoliberiste, Cooper, in questo testo, si propone di analizzare il nesso tra la stagnazione economica e il rallentamento della crescita popolare, evidenziando il continuo uso che se ne fa all’interno della ricerca economica nonostante l’inconsistenza di tale rapporto. Il paese preso in esame – in particolar modo nella sua struttura economica e sugli studi aventi questa per oggetto – è il Giappone, con alcuni sporadici riferimenti all’America. La produzione di capitale diviene – o, per meglio dire, è – una questione riproduttiva: la riproduzione risulta essere, così, propagandata come la panacea ai mali socio-economici (del Giappone). La confutazione di tale tesi da parte dell’autrice passa attraverso la dimostrazione che, piuttosto che dalla riproduzione, le crisi economiche dipendono dallo spostamento di risorse tra i redditi dei lavoratori e i profitti delle imprese. Come Cooper scrive in conclusione al suo contributo «è questa equazione [tra logica non-riproduttiva del capitale finanziario e il desiderio non riproduttivo della popolazione in eccedenza] a ispirare l’attuale rinascita della teoria della stagnazione secolare, dobbiamo destabilizzarla se vogliamo evitare che il nazionalismo riproduttivo sia l’unica risposta alla crisi economica» (M. Cooper, 2022, p.61). È proprio su questo “dobbiamo” che vorrei soffermarmi.

    In quell’unico verbo troviamo il manifestarsi di altri due nodi di pensiero che permettono un più diretto dialogo tra i vari testi contenuti nell’antologia in esame. Innanzitutto, vi è qui la manifestazione di un soggetto. Come, infatti, tengono a mettere in evidenza le curatrici del testo, nelle riflessioni presenti nel libro – o che da questo possono nascere – è importante comprendere che un soggetto c’è e ci deve essere proprio per far sì che tali teorie non rimangano un puro allenamento intellettuale, ma coinvolgano colei che scrive tanto quanto colei che legge verso un’azione tanto teorica quanto pratica. Il soggetto qui presente non è uno, non c’è un IO, ma sempre e prima di tutto un NOI. “Noi dobbiamo”. Si manifesta qui un altro aspetto comune alle pensatrici del libro, ovvero l’importanza di un impegno concreto, una costante messa in opera delle proprie posizioni: «Il nostro non è un obiettivo postmoderno alla Lyotard in cui non si capisce se c’è un soggetto, se c’è una responsabilità politica: sembra che non ci sia più nessuno, ma la lotta chi la fa se non c’è più nessuno? Può sembrare ci sia sempre una mancanza di una possibilità di azione» [estratto dell’intervista].

    La lotta, la possibilità di azione, la responso-abilità politica del soggetto si concretizza qui nell’esistenza del libro in analisi e si pone come ulteriore nodo di connessione dei brani. La presenza di un soggetto è strettamente connessa alla possibilità di azione e questa possibilità di agire può e deve essere sostenuta dagli strumenti giusti: questo è il nodo che si materializza con l’esistenza di Conchiglie, pinguini, staminali.

    Come sostengono le stesse curatrici del testo durante l’intervista, nel nesso teoria-prassi, che qui viene delineandosi, vi è la risignificazione di uno sguardo inizialmente situato all’interno della tradizionale filosofia politica, ma che è andato oltre i confini di questa, che ha riconosciuto e superato i limiti che tale disciplina si era autoimposta, incasellandosi. Il confine teorico in cui la filosofia politica sembra essersi rinchiusa nel suo trattare questioni come, per esempio, la soggettività, si espande proprio grazie all’importanza che assume il nesso teoria-prassi. Il mito della caverna – presente nella Repubblica, Libro VII – sembra proprio parlare di questo. L’impegno pratico è proprio del filosofo che, rientrato nella caverna dopo aver visto la verità, non si crogiola delle proprie scoperte, ma le apre a un sapere collettivo, condividendole con gli altri e le altre, sollecitando, poi, a un agire comunitario. Questo impegno pratico del filosofo è un impegno etico e politico. Esso sancisce quella che Foucault, in uno scritto apparso in Le Debat del novembre 1983, definisce morale antica, una morale che guarda all’etica come l’espressione della propria libertà, come la realizzazione continua del proprio stile di vita: tale concezione sancisce l’estetica dell’esistenza foucoultiana. Foucault ripropone, così, una soggettività che riconosca sé stessa nella sua stessa possibilità di agire e nel suo stesso agire: «quando ci rifacciamo – spiegano le curatrici durante l’intervista – all’estetica dell’esistenza foucaultiana è a questo che ci riferiamo, a una diretta implicazione nella realtà, non per forza in un senso immanente, ma sicuramente in un senso di possibilità di liberare determinate frontiere dell’agency che sono sicuramente etiche, politiche».

    Il nesso teoria-prassi si riposiziona, così, all’interno di un contesto di lotta transfemminista, transpecista, che guarda tanto all’umano quanto all’alterità. Vi è qui la continua pulsione ad andare oltre, a non lasciarsi incasellare né nella teoria né nella prassi; vi è un continuo superare i confini per poi chiedersi “come e cosa sta nel mezzo?”. Anche Foucault, quindi, appare come trasformato, riposizionato. Il suo pensiero viene collocato in quello spazio occupato dal trattino tra teoria e prassi e ripensato in un senso di diretta implicazione nella realtà in quanto soggettività incarnate, in virtù del nostro essere sia pensiero che azione, sia res congitans che res extensa. Tale implicazione sancisce, prima di tutto, una possibilità di azione e di pensiero che non sia propria ed esclusiva dell’umano. La necessità di tenere conto di questo nuovo modo di pensare e vivere la soggettività risulta fondamentale nella lettura di Conchiglie, pinguini, staminali. «Sturgeon, Cooper [ma anche le altre] vengono da una scuola che mantiene fortissima la presenza di questo soggetto che però è sempre aperto, è sempre relazionale, non sparisce mai, non è mai solipsista», spiegano durante l’interista le curatrici.

    Noël Sturgeon è un’altra delle autrici dell’antologia ed è presente nel volume in esame con un saggio dal titolo Valori familiari tra pinguini. Autrice di saggi quali Environmentalism in Popular Culture: Gender, Race, Sexuality, and the Politics of the Natural e Ecofeminist Natures: Race, Gender, Feminist Theory and Political Action, si propone di situare la propria ricerca nel mezzo della connessione tra i movimenti sociali e la giustizia ambientale con particolare attenzione alle rappresentazioni di questi nella cultura pop. Non è un caso, quindi, se l’analisi che Sturgeon si propone di portare avanti nel saggio qui analizzato si focalizzi sulla narrazione che due film di discreto successo in particolare e i mass media in generale fanno e hanno fatto dei pinguini. I film di riferimento sono La marcia dei pinguini e Happy feet, ma l’esame di questi è solo un momento all’interno di una più ampia analisi della figura del pinguino così come è stata utilizzata tanto dai conservatori tanto dalla comunità LGBTQ+. Ciò che apparentemente può sembrare paradossale è che entrambe le parti hanno assunto la figura del pinguino ad “esempio positivo” per le proprie istanze, o – ancora meglio – entrambe le parti hanno fatto del pinguino una figura legittimante l’uno o l’altro punto di vista. Il pinguino smette di essere, perde la sua possibilità di agency, ripiegandola a favore dell’una o altra posizione. Il fulcro del lavoro di Sturgeon sta proprio nel mettere in evidenza quanto l’ambiente naturale venga ripiegato e condizionato dalle istanze riproduttive umane: «le dinamiche familiari e riproduttive umane agiscono con tutta evidenza un’importante influenza sulle questioni ambientali» (N. Sturgeon, 2022, p.168).

    A questo punto verrebbe da chiedersi dove sia la responsabilità dell’uomo rispetto alla vita di quella stessa alterità che ha preso a modello legittimamente, ma verso il cui habitat non mostra interesse. Le forme di società che costruiamo, le vite che viviamo, le risorse che decidiamo di utilizzare hanno un impatto sull’ambiente, in questo caso specifico hanno un impatto sul modo di vivere e sul luogo in cui vivono i pinguini. Dov’è in questo la nostra responso-abilità politica? D’altronde, come le stesse curatrici tengono a sottolineare, la responsabilità del soggetto è strettamente legata alle pratiche di cura che questo mette in atto. Pensare con (la) cura è proprio il titolo del testo di María Puig de la Bellacasa che chiude il volume.

    Proprio in questo testo il soggetto risulta sempre coinvolto nella sua relazione con l’alterità, nel suo agire tanto quanto nel suo pensare, nel suo produrre sapere. La stessa produzione di saperi è un atto relazionale che richiede cura; la cura stessa è relazionale di per sé: «cura e relazione condividono una risonanza ontologica» (M. Puig de la Bellacasa, 2022, p.239). La nozione di pensare-con di Haraway viene nel testo approfondita in quanto modalità di cura. Non si pensa mai da soli, ma sempre in relazione, in un lavoro di continua manutenzione. Con Puig de la Bellacasa adottiamo una visione triplice della cura: una cura che sia conoscenza di sé, conoscenza dell’alterità e creazione di nuovi possibili. Tale conoscenza non è un mero accumulo di nozioni decontestualizzate, ma di un sapere che tenga conto sempre del punto di vista da cui si parte, un sapere che richiede una certa consapevolezza, potremmo dire. La cura, infatti, come scrive Puig de la Bellacasa, richiede innanzitutto consapevolezza della vulnerabilità che io sono e della vulnerabilità dell’alterità con cui mi interfaccio. Ciò implica che «coloro che sono diventati nostri argomenti di studio, dunque i destinatari della nostra cura, possano ribattere» (M. Puig de la Bellacasa, 2022, p.260).

    Questa relazione con l’alterità, sancita sulla base di un implicarsi della cura, comporta anche un nuovo modo di produrre sapere. Si torna, così, all’interrogativo iniziale: che tipo di sapere produciamo e come? A questo punto potremmo cercare di rispondere che il sapere che ci troviamo a produrre sia un sapere situato, che sia cura, ma soprattutto – e di conseguenza – che sia elaborato insieme.

    Così nasce un libro – quello qui in esame – che va oltre i confini delle pagine, per apportare coinvolgimento nel lettore che si sente, così, libero di com-pensare con chi ha dato vita al libro – autrici, curatrici e studentǝ compresǝ. Si costituisce una relazione che è creazione, stravolgimento e meraviglia. Nel costruirsi del libro, nell’avvicendarsi degli incontri, nell’atto di traduzione collettiva, la visione dei testi si arricchisce, muta e si perfeziona. Il risultato di tale processo non è la mera produzione di un prodotto – come spiegano le curatrici – ma uno scambio che sia «un apporto geniale – nel senso de L’Amica geniale – ovvero che aggiunge qualcosa all’interno della tua visualizzazione di un testo, al tuo immergerti specifico in quel testo» [estratto dell’intervista].

    Ogni parola di Conchiglie, pinguini, staminali suggerisce questo andare oltre, spinge ad andare oltre. Oltre i confini materiali del libro, oltre i confini del sapere accademicamente delineati, oltre i confini del proprio corpo, della propria pelle per dar vita a qualcosa di nuovo. Tale specifico andare oltre non può non evocare un fenomeno caratterizzante proprio la sopracitata celebre saga di Elena Ferrante. In L’amica geniale più di una volta i confini dei corpi si dissolvono, qualsiasi tipo di margine perde la propria forza nell’atto denominato smarginatura. Quest’ultima sembra manifestarsi come una forza che provoca nausea e azzera la fisionomia della persona. Essa, però, ha anche un potere rivelatorio: apre, chi la prova, a una nuova consapevolezza di sé e di ciò che vive. Si perdono i confini individuali per fondersi con l’alterità e raggiungere una nuova consapevolezza. Il fenomeno della smarginatura si manifesta svariate volte nel corso del romanzo e coinvolge più di un singolo personaggio, ma è particolarmente proficuo qui ricordare che una delle due protagoniste della saga, Elena, si trova a vivere tale fenomeno maggiormente nei momenti di scrittura – non a caso durante un atto di creazione. «Lavorammo per giorni. Il testo discese da cielo in terra attraverso il fracasso della stampante, si concretizzò in puntini neri deposti su carta. […] Le nostre teste urtarono l’una contro l’altra, a lungo, e si fusero fino a diventare una sola» (E. Ferrante, 2014, p.294).

    Il momento di creazione di una nuova realtà pare coincidere sempre col perdersi dei confini propri e dell’alterità. Corpi che vanno oltre i propri confini, che sono sempre in relazione e grazie a questa loro ontologica apertura permettono di dar vita a qualcosa di nuovo che coinvolga questo stesso tutto in cui siamo immersi. Quella che abbiamo di fronte è una produzione senza confini che rimanda ai sistemi simpoietici analizzati da Beth Dempster nel testo I sistemi simpoietici e i sistemi autopoietici.

    Questo andare oltre i confini della pelle non sancisce solo il particolare tipo di relazione a cui abbiamo accennato, ma delinea una nuova consapevolezza di sé: non vi è un netto distacco tra il fuori e il dentro. La nostra pelle, come i nostri corpi nella loro totalità, è una frontiera di scambio con alterità non-umane da sempre, con tutto un mondo di microrganismi che la abitano, che ci abitano. «La domanda sui confini della pelle – spiegano le curatrici durante l’intervista – serve a uscire dall’antropocentrismo. Oltre al “fuori/esterno”, c’è un dentro che non ci appartiene in senso stretto e che apre a zone non umane in un corpo-territorio inteso fino a poco fa solo come umano».

    Il volume contiene altri saggi che non saranno approfonditi in questa sede ma che, come quelli qui citati, parlano attraverso l’analisi di dinamiche del presente di un futuro che è già qui ed è transpecie. In Conchiglie, pinguini, staminali si incarna tutto questo e molto di più. Siamo dinanzi a un orizzonte di possibilità sempre prontǝ a darsi, in attesa che qualcunǝ le colga, le renda manifeste; qualcunǝ che lo faccia attraverso questo com-pensare che è sempre una relazione di cura.

  • 2033

    2033 è una fabulazione speculativa creata e assemblata durante la Laboratoria di Scrittura Collettiva della Summer School “Narrazioni dai futuri in rivolta. Nuovi materialismi in tempi postumani”, del Master Studi e Politiche di Genere, Università di Roma Tre (a.a. 2022-2023), coordinata da Isabella Pinto.

    Pensandoci future, e quindi mobili, ci siamo ritrovate viandanti in uno spazio tempo chiamato 2033. Di stringenti narrazioni precarie ne abbiamo, allora ne abbiamo riformulate di nuove, disordinate ed espanse. Le nostre sono narrazioni altre, di parole corporali di soggett* che non vogliono più essere afasic*. Il tempo maturo per una nascente sensibilità di cammini precari, per noi funghi alla fine dei mondi, è arrivato. Più mani si sono unite, tessendo reti relazionali di parole ed immagini, dentro il medesimo cronotopo, per iniziare a riformulare le strade che camminiamo e che ci attraversano. Proprio laddove le macerie ci vorrebbero arid*, noi disorganizziamo gli stessi spazi che normano e silenziano. Lo facciamo affiggendo manifesti, scritti e disegnati, nell’urbano e fuori, nel periferico e nel centrale, legati seppur lontani. Racconteremo di spazi vissuti e di quelli che vorremmo abitare un domani molto prossimo, specchio di relazioni multiforme e caotiche, generatrici di crepe non più abissali, in cui corpi dialogheranno, pronti a fondere linguaggi, intrecciandosi, trascendendo la rigidità di mura confinanti. Navigheremo le nostre città, attraversando quei limbi burrascosi senza più esserne risucchiat*, li cammineremo invece, nutrit* da una spinta al possibile, figlia di una precarietà ora riformulata, che vedrà creazione dove prima vedeva negazione. Un 2033 avverrà, prima del pensato e dopo l’atteso, e noi tesseremo relazioni multispecie, proprio dove ci avevano detto proprio che saremmo state sole.

    Immergiti nell’intera fabulazione >>> clicca qui

    Visualizza e scarica i manifesti >>> clicca qui

  • Reclassing Net Assets in QuickBooks

    It represents the portion of a fund balance that is not subject to any legal or contractual restrictions on its use, making it an important measure of an organization’s financial flexibility. All of the income from restricted funds, including multi-year grants, are expected to be recorded on the nonprofit’s books in the year an irrevocable commitment to the funding was received. Restricted funds are donations given to a nonprofit with specific conditions attached by the donor regarding how the funds should be used. These could be for a particular project, program, or purpose and must be used accordingly.

    The principal remains untouched, while the interest or dividends provide a steady stream of income for the designated cause. Managing these funds involves prudent investment strategies to preserve the principal and generate sufficient returns to meet the donor’s objectives. Navigating the intricacies of financial statements can be a daunting task even for seasoned professionals, bringing us to the puzzle – is restricted cash a current asset? Demystifying this will provide a clearer view of an organization’s financial status. Committed Fund Balances Committed fund balance represents formal constraints that have been placed on resources within fund balance through formal action of the government’s highest decisionmaking authority. For school districts, the highest decisionmaking authority is typically the governing board.

    Restricted Cash Balance Sheet Accounting

    For example, to align spending with the timing of specific programs, or when mapping out multi-year grants and pledges. This compares the amount of funds you allocate to your programs and services with the amount consumed by administrative or fundraising expenses. Having sufficient cash on hand helps a nonprofit avoid cash flow crises, which can disrupt service delivery or lead to financial distress. This enables you to follow expenditures back to each funds using the Customer/Project field on expense transactions, and to view the income from each award individually. In the spending tab of Account & Settings, you must first enable Track expenses and items by customer before using this feature.

    • Likewise a government should establish a policy on the order in which unrestricted resources are to be used when any of these amounts are available for expenditure.
    • Its classification has a direct impact on key financial metrics such as working capital and current ratios, which analysts use to gauge a company’s operational efficiency and short-term financial health.
    • That is, the assets may be used by the organization for general expenses or any legitimate expenditure.
    • While a company’s balance sheet typically displays its total cash holdings, not all of this cash is immediately available for general spending.
    • It is important to note that restricted cash should be clearly distinguished and reported separately from other cash balances on a company’s balance sheet.

    This policy now applies at the fund level for restricted and unrestricted (committed, assigned or unassigned) resources. The accounting of the restricted funds can be done in a few different ways depending on the accounting software your organization uses or the sophistication of your chart of accounts. Although these funds do not need to be held in different bank accounts, it is important that your nonprofit understands exactly how much of the donated cash balance is restricted vs unrestricted. That is where having a well-built chart of accounts and keeping accurate books is important. Nonprofit organizations must maintain a healthy unrestricted fund balance and use their resources to advance their mission effectively.

    Explaining the nonprofit balance sheet

    If the endowment has a permanent endowment classification, the nonprofit records the initial funds in a permanently restricted revenue account. The shape and form of the restrictions are defined in the “gift instrument.” The gift instrument is the document that establishes the use of the donated funds. Examples of gift instruments include award letters from foundations and letters from individual donors.

    The same release of $20,000 will occur in future years two and three of the grant award. To enhance transparency, many organizations also prepare a Statement of Functional Expenses. This document breaks down expenses by both their natural classification (such as salaries, rent, and supplies) and their functional classification (program services, management, and fundraising). By doing so, nonprofits can demonstrate how restricted funds are being utilized in specific areas, thereby providing a more granular view of their financial activities. This level of detail is particularly useful for donors who want to see the direct impact of their contributions. Another critical aspect of accounting for restricted funds is the allocation of indirect costs.

    Business outlook brightens somewhat despite trade, inflation concerns

    It is important that contributions received with restrictions are tracked properly and used according to the donor’s wishes. If funds are set aside internally, most often initiated by the Board, these funds would be Board designated net assets and are classified as net assets without donor restrictions. They should not imply in their fundraising and marketing communications that a donation will be used for a specified purpose if it will be used for general funds. Unrestricted net assets are donations to nonprofit organizations that can be used for general expenses or any other legitimate purpose of the nonprofit.

    • When budgeting, nonprofits should separate restricted and unrestricted funds so that they allocate the money they have to spend correctly.
    • Liquidity constraints may force companies to delay capital investments, reduce dividends, or postpone expansion to preserve cash.
    • It is earmarked for particular obligations, making it different from readily available working capital.
    • This transparency not only reinforces donor trust but also demonstrates the organization’s accountability and commitment to ethical practices.

    Is Restricted Cash a Current Asset?

    Unrestricted net assets are donations to nonprofit organizations that have no strings attached. That is, the assets may be used by the organization for general expenses or any legitimate expenditure. Nonprofits should record investment income from endowments on a regular basis; typically at the end of each month when they receive their investment summary.

    Estimating construction costs accurately is key to keeping your project on track, avoiding unexpected expenses, and staying within budget. Automated features will streamline your data entry, calculations, and report generation, reducing errors and saving you time. For example, they may contribute directly to program beneficiaries, or they may function more as program service expenses supporting the mission. LUNA includes the cash on hand figure plus additional resources, representing a slightly longer-term view than cash alone.

    How does classifying restricted cash as a current asset influence financial ratios?

    These details help investors and creditors evaluate a company’s financial flexibility and its ability to meet obligations. Accounting standards, such as ASC , provide guidance on how changes in restricted cash are presented within the statement of cash flows. Merely presenting restricted cash on the balance sheet often provides insufficient detail for financial statement users to fully understand a company’s liquidity. Companies are typically required to provide comprehensive disclosures in the footnotes to their financial statements. These explanatory notes offer additional context beyond the summarized figures on the balance sheet.

    restricted funds on balance sheet

    Properly handled, restricted assets can significantly enhance an organization’s ability to serve its community and achieve its goals. Restricted accounts come in various forms, each with its own purpose and implications for financial reporting. These accounts hold funds or assets set aside for specific reasons, often due to legal or contractual obligations. Understanding the distinctions among them is essential for accurate financial analysis. Unrestricted net assets, temporarily restricted net assets, and permanently restricted net assets all are listed on this statement.

    How to Track Restricted Funds in Quickbooks

    When they donate to a specific cause or purpose, they want to be able to see that the nonprofit has followed the instructions properly. The proper allocation restricted funds on balance sheet of expenses to designated areas only affects the allocation of expenses, not the allocation of cash from checking accounts. It is extremely cumbersome and difficult to split cash activity by fund, and not necessary in the proper presentation of nonprofit financial statements.

    Net assets represent the difference between your total assets (both current and non-current) and your total liabilities. As a nonprofit, your focus is on sustainability and accountability rather than profit, and the balance sheet provides a straightforward way for you to check that these parameters are being met. Using this workaround, you can use QuickBooks to its best advantage and still be able show net assets balances that are appropriate for your organization. In order to administer the organization and report to the IRS on the yearly 990 filing, you should monitor the natural categories of revenue and cost by using the chart of accounts. Likewise a government should establish a policy on the order in which unrestricted resources are to be used when any of these amounts are available for expenditure.

    They have donor-imposed restrictions that can be satisfied by the passage of a defined period of time (time restriction) or by performing defined activities (purpose restriction). These can be funds from a grant received to operate a specific program or project or individual contributions given with the intent of supporting a particular program or campaign. This entire process promotes clarity, transparency, and trust in nonprofit financial reporting.

  • Arianna Pasquini – Riproduzione sociale e rigenerazione della natura: per una critica femminista dell’ecologia

    Tesi di Dottorato

    Tutor: Luca Scuccimarra

    Anno Accademico 2022/2023 – ‘La Sapienza’ Università di Roma – Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione, Dipartimento di Scienze Politiche

    Identificativo tesi: https://hdl.handle.net/11573/1667220

    Mail: arianna.pasquiniatuniroma1.it / aripasquiniatlibero.it

    Abstract

    Perché donna e natura? Una simile domanda posta oggi, alla luce delle crisi ecologiche e di cura che sconquassano gli equilibri del mondo contemporaneo, è concreta, materiale, tutt’altro che astratta. Tale quesito avoca a sé una serie di corollari che pongono il dilemma se la donna sia parte della natura, se l’essere umano sia parte della natura e come la società (o la cultura) interagisca con la natura. Calando poi questi quesiti in un contesto contemporaneo con uno sguardo globale, in quanto la crisi ecologica riguarda l’intero pianeta Terra, ma differenziato lungo le diagonali spaziali di razza, genere, classe e specie, scopriamo che vi sono molti rapporti possibili tra umano ed extra-umano. Allora bisogna chiedersi quale configurazione relazionale, tra i diversi rapporti possibili, abbia portato all’odierna precarietà rovinosa delle condizioni del ‘vivente’ sulla Terra e perché si sia posta in essere una tale relazione e non altre. Ripercorrere la storia della modernità, in intersezione con quella del patriarcato e del capitalismo come progetto di convergenza di forme di dominio e sfruttamento, per scoprire quale sia il punto di vista marginalizzato da cui sia più utile esplorare il problema, è stata la missione dei femminismi cosiddetti della ‘seconda ondata’ che si sono occupati della sfera della riproduzione sociale dalla seconda metà del Novecento e di molti femminismi ancora oggi. Secondo gli ecofemminismi, descrivere il ruolo della ‘donna’ nelle società moderne significa, in parte, anche descrivere il ruolo della ‘natura’ nelle stesse. L’ecologia politica contemporanea come disciplina multiforme cerca di spiegare il disastro climatico e di immaginare soluzioni di fuoriuscita dal paradigma produttivista di tipo capitalistico e, nel farlo, recupera più o meno esplicitamente, le teorie femministe ed ecofemministe della riproduzione sociale e della cura, rivelando ancora una volta il carattere profondamente significativo della relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).

    Indice

    Introduzione                             

    0. Prologo: dove nascono le idee. Origini diffratte

    0.1. Influenze

    I. La riproduzione sociale: teorie e prassi femministe

    I.1. Alcune note di metodo introduttive, per familiarizzare con un’etica femminista sul concetto di riproduzione

    I.2. Il conflitto tra produzione e riproduzione: introduzione

    I.2.1. Il conflitto originario: ciò che Marx non ha visto (o non poteva vedere?)

    I.2.2. Sul valore

    I.2.3. Critiche interne al femminismo sull’approccio dei gruppi per il salario al lavoro domestico

    I.2.4. Il conflitto con il marxismo e i movimenti operaisti

    I.2.5. Il conflitto interno ai femminismi

    I.2.6. Il movimento transfemminista

    I.3. Tra riproduzione e cura: un tentativo di definizione

    I.4. Femminilizzazione del lavoro

    II. Il rapporto contemporaneo tra umano ed extra-umano: il conflitto tra società e natura

    II.1. Umano, troppo umano

    II.1.1. Ricordo di una conversazione: introduzione al dibattito sul rapporto tra società e natura

    II.2. Il ‘problema’ natura

    II.2.1. Per un approccio critico al rapporto tra ‘crisi della natura’ e capitalismo

    II.2.2. Ecologia: nascita della biologia come relazione

    II.2.3. La dimensione politica dell’ecologia

    II.3. L’accumulazione originaria come atto disgregativo del rapporto umano-natura

    II.4. Il paradigma Antropocene

    III. Riproduzione sociale e rigenerazione della natura: il rapporto uomo – donna – natura

    III.1. Critica femminista dell’ecologia

    III.2. Ecofemminismo: un’introduzione

    III.2.1. Dalle radici dell’ecofemminismo agli scenari futuribili: uno sguardo situato sulla relazione tra ‘donna’ e ‘natura’

    III.3. Sul rapporto tra capitalismo e patriarcato

    Conclusione

    Fonti e riferimenti bibliografici

  • Catherine Malabou

    a cura di Mariangela Madonna

    MAIL: c.malabouatkingston.ac.uk

    Catherine Malabou nasce a Sidi Bel Abbès il 18 giugno del 1959. Studia presso l’École Normale Supérieure Lettres et Sciences Humaines di Fontenay Saint-Cloud e alla Sorbonne Université, nel 1994 discute la tesi di dottorato incentrata su Hegel, pubblicata, poi, con il titolo L’avenir de Hegel. Suo supervisore durante il percorso universitario è Derrida, con il quale scrive, nel 1999, La Contre-Allée. Inizia la propria carriera accademica in qualità di docente all’Università di Paris-Nanterre e vi resta fino al 2011, anno in cui è nominata professoressa ordinaria al Centro per la Filosofia Europea Moderna presso l’Università di Kingston nel Regno Unito nel quale è tutt’ora docente. Contemporaneamente occupa la cattedra al dipartimento di Letteratura Comparata presso l’Università della California Irvine, precedentemente ricoperta da Derrida. Il suo approccio interdisciplinare le permette di spaziare tra la filosofia, la psicoanalisi, le neuroscienze e le teorie femministe. Di indubbia importanza all’interno della filosofia malabouiana sono il concetto di plasticità, declinato in ogni sua possibile forma, e un approccio femminista – che si dirama in ogni opera – incentrato sull’analisi del concetto di femminile.

    BIBLIOGRAFIA ITALIANA  
    consulta anche la Bibliografia ragionata

    • Il piacere rimosso. Clitoride e pensiero, trad. it. L. Valle, Milano, Mimesis 2022

    La clitoride è il grande assente. La sua assenza, a ben guardare, ha i segni di una rimozione per lo più volontaria o indotta. È proprio a partire da ciò, per mostrare la resistenza e la plasticità della clitoride a questa rimozione forzata, che Catherine Malabou scrive questo testo. In quest’opera, la clitoride diviene la bussola per orientarsi nella storia del femminismo, ma anche il luogo del femminile, dove femminile è inteso come negato, rimosso, anche nascosto, sottoposto a violenza e quindi non è termine riservato alle sole donne.

    • Il trauma: ripetizione o distruzione? Un confronto tra psicoanalisi, filosofia e neuroscienze (con S. Žižek), a cura di L. F. Clemente e F. Lolli, Teramo, Galaad 2022

    Dialogo su due diverse concezioni del trauma: la penna di Malabou incontra quella di Žižek. Le posizioni sono antitetiche, ma entrambe concordano sulla necessità di un confronto riguardante una tematica tanto complessa quanto rilevante per una nuova e più approfondita riflessione intorno all’identità soggettiva.

    • Metamorfosi dell’intelligenza. Che fare del nostro Blue Brain?, trad. it. A. Bondi, Milano, Meltemi 2021

    Gli studi sull’intelligenza sono si sono sviluppati fino all’attuale progetto Blue Brain allo scopo di riprodurre e meglio comprendere la struttura di base del funzionamento dell’intelligenza o, meglio, del nostro cervello. In un mondo ipertecnologico, la narrazione dell’intelligenza, e del suo agire, diviene più complessa e solo una riflessione critica può aiutarci a comprendere quanto essa possa ancora giocare un ruolo fondamentale nella realtà.

    • Divenire forma. Epigenesi e razionalità, a cura di S. Tedesco, trad. it. A. F. J. Maciel, Milano, Meltemi 2020

    Il testo è una rilettura del sistema kantiano quale risposta ai posteri che ritengono superate la finitudine, la fenomenicità e la sintesi.

    • Ontologia dell’accidente. Saggio sulla plasticità distruttrice, trad. it. V. Maggiore, Milano, Meltemi 2019

    Partendo dalla domanda “cosa vi è dopo l’avvento dell’accidente?”, Malabou indaga l’operato della plasticità, in quanto distruttrice, e le sue conseguenze. Riflette sulla costruzione dell’identità del soggetto ponendo l’agire della plasticità distruttrice in quanto apertura del possibile. L’essere umano si dispiega in quanto dinamico. Il disegnarsi della dinamicità, o meglio, della plasticità, come attributo fondamentale per la caratterizzazione della persona, si connette con le istanze femministe.

    • Avvenire e dolore trascendentale, a cura di N. Alessandrini, Milano, Mimesis 2019

    Una raccolta di saggi scritti dalla pensatrice francese che ripercorre le sue istanze filosofiche più note come, ad esempio, la riflessione intorno alla filosofia hegeliana e il concetto di plasticità.

    • Che tu sia il mio corpo. Una lettura contemporaneamente della Signoria e della Servitù in Hegel (con Judith Butler), a cura di G. Tusa, Milano, Mimesis 2017

    «Che tu sia il mio corpo» è l’ordine che il padrone rivolge al servo, ma né il primo può liberarsi mai davvero del proprio corpo, né il secondo può mai accogliere altro corpo al di fuori del proprio. In quanto fantasma, in quanto assente apparente che lascia sempre una traccia viene letto e analizzato, in chiave femminista, il corpo all’interno della dialettica hegeliana.

    • Cosa fare del nostro cervello, trad. it. E. Lattavo, Roma, Armando 2007

    La maggior parte delle funzionalità e del potenziale del nostro cervello ci sono ancora nascosti. Accennando alle principali proprietà conosciute del cervello, l’autrice si dedica, poi, alla plasticità. Ne analizza la funzione e si concentra sulla sua intrinseca differenza rispetto alla flessibilità, attributo spesso erroneamente utilizzato come sinonimo della prima. I temi secondo lo sguardo, lo stare al mondo della filosofa che è spiccatamente femminista.

    BIBLIOGRAFIA FRANCESE

    • Au voleur ! Anarchisme et philosophie, Paris, PUF 2022
    • Métamorphoses de l’intelligence, Paris, PUF 2018
    • Avant demain. Épigenèse et rationalité, Paris, PUF 2014
    • con Adrian Johnston, Self and Emotional Life: Merging Philosophy, Psychoanalysis, and Neuroscience, New York, Columbia University Press 2013
    • con Judith Butler, Sois mon corps, Parigi, Bayard 2010
    • La Grande Exclusion, l’urgence sociale, thérapie et symptômes, Parigi, Bayard 2009
    • Changer de différence, le féminin et la question philosophique, Parigi, Galilée 2009

    Testo nel quale si delinea l’approccio femminista dell’autrice che caratterizzerà, poi, tutti i suoi studi. Qui si esaminano il concetto di essenza e se valga ancora la pena parlarne, l’etica femminista e il concetto di differenza; ci si propone di rivisitare ontologia e biologia per meglio esplorare il concetto di féminin e lo si fa anche attraverso la narrazione e l’analisi dell’esperienza di “donna filosofa” vissuta in prima persona dall’autrice.

    • La Chambre du milieu, de Hegel aux neurosciences, Paris, Hermann 2009
    • Ontologie de l’accident: essai sur la plasticité destructrice, Pars, Éditions Léo Scheer 2009
    • Les Nouveaux Blessés: de Freud à la neurologie: penser les traumatismes contemporains, Paris, Bayard 2007
    • La Plasticité au soir de l’écriture, Paris, Éditions Léo Scheer 2004
    • Que faire de notre cerveau?, Paris, Bayard 2004
    • Le Change Heidegger: du fantastique en philosophie, Paris, Éditions Léo Scheer 2004
    • Plasticité, Paris, Éditions Léo Scheer 1999
    • Voyager avec Jacques Derrida – La Contre-allée, con Jacques Derrida, Paris, Quinzaine littéraire-Louis Vuitton 1999
    • L’avenir de Hegel: plasticité, temporalité, dialectique, Paris, Vrin 1996

    Il saggio, di cui non è presente la traduzione in lingua italiana, ha come istanza di base un interrogativo: “vi è un avvenire in Hegel?” che, fin da subito, si declina in “vi è un avvenire per Hegel?”. A fronte di tali domande si articola un’analisi, particolarmente articolata, della filosofia hegeliana. Si delinea quella che sarà la più feconda intuizione dell’autrice: il concetto filosofico di plasticità. Il rapporto tra la filosofa francese e le tesi del filosofo tedesco culminerà in opere di matrice femminista come, ad esempio, Che tu sia il mio corpo, in cui il confronto con Hegel ritorna attingendo al tema qui presentato.

    ELENCO DEI LINK DOVE COMPAIONO ARTICOLI, TESTI, INTERVENTI DELL’AUTRICE:

    Intervento al Festivalfilosofiagiustizia 2021 https://www.youtube.com/watch?v=u8cY366tXu4

    Profilo su academia.edu https://kingston.academia.edu/CatherineMalabou

    Profilo presente sul sito della Kingston University London            https://www.kingston.ac.uk/staff/profile/ms-catherine-malabou-407/

  • I corpi eloquenti di Serenella Iovino

    di Serena Orlando

    Corpi Eloquenti è un saggio di Serenella Iovino, pubblicato nella raccolta ContaminAzioni Ecologiche. Cibi, nature e culture, a cura di Daniela Forgione e Serenella Iovino ed edito da LED Edizioni Universitarie nel 2015. Si tratta di una serie di testi che riflettono sulla potenzialità di un mondo inclusivo dove le dinamiche ecologiche decostruiscono i dualismi propri della tradizione culturale occidentale.

    La nozione di contaminazione è essenziale a un’argomentazione di questo tipo, perché ci permette di rivalutare un modello ambientale inteso come sistema complesso e individuare in esso una sovrapposizione continua di questioni ecologiche e culturali in cui la pluralità è il vero fulcro. Approcciarsi a queste contaminazioni ecologiche significa affrontare temi legati all’ambiente; ci pone davanti a un sistema nodoso, quello delle gerarchie naturali che, paradossalmente, si rivelano essere un prodotto artificioso e sintetico dell’essere umano. Parliamo di corpi, di umano e non umano: questa lettura ha lo scopo di spingerci oltre una visione dicotomica ormai obsoleta.

    Serenella Iovino, studiosa di filosofia dell’ambiente e cultura ecologica, ha introdotto l’ambito dell’ecocritica in Italia. Si tratta di una disciplina nata negli anni Novanta negli Stati Uniti, dedicata al rapporto che intercorre tra umano e non umano nelle opere letterarie. Tramite questo processo di lettura, la critica del testo instaura un legame con l’etica sociale, la cultura, l’educazione – e la cura – ambientale. Porta, insomma, a una comprensione globale della vita umana collocata nell’ambiente e ha come obiettivo di risvegliare in chi legge la coscienza ecologica. All’interno del saggio, Iovino introduce così alcuni concetti specifici della prassi dell’ecocritica.

    E’ interessante partire dalla nozione di eloquenza della natura. Il saggio associa infatti l’aggettivo eloquente all’idea di un corpo e dunque attribuisce a entità naturali una capacità di espressione. L’eloquenza è caratteristica di chi parla con facilità e persuasione. Ma l’eloquio non appartiene solo all’umano, anzi. Esso può essere anche figurativo: è l’atto di esprimersi senza bisogno di ricorrere necessariamente all’articolazione del suono. Come fa il non-umano. Esiste un’eloquenza della natura? Molti risponderebbero di sì. Del resto, tutto è relativo quello che ci aspettiamo di sentire. Vulcani, alberi, pietre, organismi, fossili ci dicono qualcosa della storia geologica o evolutiva della terra. Nuvole, correnti, fenomeni atmosferici, temperature, ci parlano del clima. Anche noi umani siamo natura eloquente; siamo animali che parlano, e il più delle volte — nel bene o nel male — è attraverso di noi, attraverso le nostre rappresentazioni, metafore, simboli, allegorie, che la natura parla. […] C’è il modo di andare oltre le metafore e di riconciliare l’antropomorfismo con le storie della natura? (p.103).
    Generalmente è attraverso rappresentazioni e simboli che la natura viene raccontata e l’ecocritica si occupa di studiare questo immaginario naturale. È tuttavia necessario notare che quando si parla di materia vivente si tenda a considerare solo l’umano escludendo così ciò che lo circonda, vale a dire l’ambiente in cui è inserito, che è dotato in realtà di una sua capacità retorica.

    A proposito di capacità retorica dell’ambiente situata in un quadro narrativo, trovo che alcuni testi si prestino particolarmente bene a un’analisi secondo l’approccio ecocritico presentato da Iovino, tra questi, Jane Eyre, un romanzo di formazione pilastro della letteratura inglese scritto da Charlotte Brontë e pubblicato nel 1847 sotto lo pseudonimo di Currer Bell.
    Nel corso della narrazione la protagonista interagisce con l’ambiente che la circonda suscitando uno scambio comunicativo tra le vicende personali della bambina-ragazza-donna e il setting narrativo. L’ambiente e l’ambientazione non sono elementi silenziosi; non fungono da sfondo passivo per lo svolgimento degli avvenimenti, lo spazio risponde e partecipa ed esiste, fino a una sovrapposizione reciproca dell’umano e del non umano. È così che si assiste all’espressione dell’immaginario della natura menzionato in precedenza: umano e non umano sono agenti e, in quanto tali, interagiscono tra loro. E quando lo fanno, avviene una contaminazione.
    Ne è prova l’ostilità espressa dalla casa dei parenti presso cui Jane viene accolta in seguito alla morte dei genitori, la morte per tifo delle compagne della protagonista causata dalle pessime condizioni della struttura; l’ambiente incontrollato della brughiera notturna e le condizioni metereologiche avverse che la protagonista incontra e su cui non ha alcun controllo. Il non umano non è solo la natura intesa come wilderness, ma anche le strutture, le case, gli edifici.

    Lawrence Buell, pioniere dell’ecocritica, ricorda infatti come sia inesatto credere che quest’ultima riguardi solo la letteratura che narra di luoghi rurali o selvaggi. Al contrario, ogni tipo di ambiente — aree urbane, suburbane, edifici, zone agricole e industriali, terraferma, ambienti marittimi, interni ed esterni — si presta bene all’analisi ecocritica. Per quale motivo? Perché l’oggetto del procedimento ecocritico coinvolge l’intera gamma dei modi in cui la letteratura ha concepito i rapporti tra esseri umani e ambiente fisico. Chi narra dovrà individuare le concause che hanno determinato la realtà esistente: l’opera letteraria dovrebbe essere l’espressione di questa concatenazione, che rivela — tramite la narrazione — la connessione vicendevole tra tutte le entità presenti nell’ambiente. Inoltre, il fine dell’ecocritica è di porre in discussione la relazione tra la concezione di natura e la scissione umano e non umano secondo uno schema gerarchico: dobbiamo ripensare proprio tutto quindi, a partire dalla relazione asimmetrica basata sull’idea di controllo della natura da parte dell’uomo e la distinzione netta tra ciò che è naturale e ciò che è artificio.

    Ritorno così a Corpi eloquenti, a come Serenella Iovino sottolinei che l’ecocritica ci invita a essere caute e cauti nei confronti delle tecniche narrative fondate sulla antropomorfizzazione della natura. Lo scenario di Jane in fuga da Rochester, situato nella natura notturna e avversa, presenta un’azione e interazione di umano e non umano, che si muove prescindendo dalla presenza e controllo solo umani.

    Contaminazione è dunque il secondo concetto presentato nel saggio e su cui è essenziale soffermarsi. Questo termine non si limita a essere un sinonimo di inquinamento, bensì è una delle condizioni di esistenza delle forme viventi, umano compreso. In questa prospettiva, nel corso del saggio viene ripresa la tesi di Donna Haraway, secondo la quale il mondo è una dimensione in cui forze differenti emergono e costruiscono storie in cui la natura è sempre contaminata con la cultura. Quando si riflette sulla possibilità di raccontare storie è necessario tenere a mente come lo scambio sia reciproco e continuo.

    Aprire allora la questione di una ecocritica della materia risulta ancora più utile; si tratta dello studio del modo in cui le forme materiali naturali e non (dai corpi agli oggetti, dalle sostanze ai paesaggi) interagiscono tra loro e con la dimensione dell’umano, producendo in tal modo configurazioni di significati e discorsi interpretabili come storie. Iovino rimanda alle tesi sulla biosemiotica di Charles Sanders Perice e Jacob von Uexkülll, dove la vita, ogni forma vivente si presenta come sistema di produzione semiotica; l’universo è cosparso di segni: tutto ciò che vive, partendo dalle forme di vita unicellulari, è impregnato di segni. Di conseguenza, i processi semiotici non riguardano esclusivamente la cultura umana, ma anche la natura intesa come non umano.

    La ricerca biosemiotica ha messo in luce che, in stretta correlazione con i segni, le «pratiche interpretative» sono una parte essenziale dell’attività degli organismi e delle forme di vita. La stessa sopravvivenza di un organismo dipende anzi da queste pratiche interpretative. […] Vedere i segni come disseminati in tutto l’universo vivente, a prescindere dalle specie che li articolano o da metafore antropomorfiche, è molto importante per il nostro ragionamento, poiché ci aiuta a estendere la zona di produzione semiotica dall’umano al vivente, da un livello culturale antropocentrico a un livello biocentrico in cui la cultura […] è un’emergenza evolutiva della creatività naturale (p. 105).

    Si arriva quindi a comprendere una delle questioni-nucleo del discorso di Serenella Iovino: il significato è il principio organizzatore della natura e i procedimenti semiotici-comunicativi sono una componente fondamentale della natura vivente. Tra gli esempi portati, quello peculiare del DNA, un codice contenente un messaggio specifico; tale messaggio è privo di significato fino a che non viene decodificato dalle proteine contenute nelle cellule: ne consegue che i significati del codice genetico emergono solo quando il DNA subisce una interpretazione. Se si parla di significato, quindi, si dovrà parlare anche di interpretazione: la biosemiotica sottolinea infatti come le pratiche interpretative siano una componente essenziale dell’attività sì degli organismi, ma anche delle forme di vita in generale. Per giunta, “la stessa sopravvivenza di un organismo dipende da queste pratiche interpretative” (p.105): secondo un approccio ecocritico ed ecosemiotico, l’ambiente naturale (inteso come umano, non umano e il loro relazionarsi) potrà essere considerato come un testo da interpretare. Sottolineo la dipendenza tra contaminazione e interpretazione, poiché al fine di essere significante, un segno ha bisogno di essere contaminato da un ambiente interpretativo. La produzione semiotica non è dunque un processo esclusivamente umano. I segni, disseminati in ogni forma di vita, prescindono dalle elaborazioni esclusivamente antropomorfiche. Si tratta di una considerazione fondamentale di Serenella Iovino, che invita a estendere la zona di produzione semiotica all’intero universo vivente, passando così da un panorama culturale antropocentrico a una veduta biocentrica dove la cultura è elemento costitutivo.

    Ci ritroviamo quindi a parlare di ecocritica nella prospettiva filosofica dei new materialisms: così facendo, è possibile osservare i nostri ambienti come una dimensione in cui le diverse entità costruiscono storie in cui natura e cultura sono contaminate l’una dall’altra. L’idea di introdurre la materialità nell’approccio ecocritico è affascinante: si tratta di dotare finalmente di una voce la vitalità intrinseca alla materia, compito non facile se consideriamo che non sempre i nostri mezzi linguistici sono adatti a svolgere una simile impresa. La nozione di vibrant materialism di Jane Bennett, che teorizza una vital materiality che attraversa ogni corpo, umano o non umano è di particolare aiuto in questa prospettiva. Decodificando la trans-corporeità che riguarda tutte le nature corporee si scopre come contengano ed esprimano un groviglio di organismi e discorsi che, come sottolinea Serenella Iovino, diventano manifestazioni del legame tra forme di esistenza e condizioni di vita.

    La scelta di inserire le questioni di biosemiotica nel quadro dell’ecocritica si rivela un mezzo per compiere un percorso interpretativo: il tema dell’eloquenza umana e non umana è spinoso, ma l’invito a osservare i corpi in quanto capaci di esprimere segni in un ambiente dinamico e operoso è un buon supporto per comprendere a fondo la proposta di Iovino.

    Una lunga storia di osservazione scientifica […] ci insegna che la materia (chiamiamola «corpo» o «cose») non è un sostrato passivo cui un certo grado di attività è semplicemente aggiunto dall’esterno. Al contrario, l’attività è inerente alla materia, e la materia è un campo di «forza congregazionale» […]. Gli esseri umani condividono questo campo con innumerevoli attori non umani, la cui attività — sia essa intenzionale o non — costituisce il tessuto degli eventi. La separazione tra attività umana e attività non umana è pertanto molto più incerta di quanto siamo disposti ad ammettere. Nel tessuto materiale e dinamico della realtà, umano e non un umano sono sempre nell’atto di una costante e reciproca ibridazione (p.106).

    È sicuramente curioso come l’essere umano, autore di una gerarchia inventata, si sia posto al di sopra dell’ambiente, rendendolo una sua proprietà silenziosa. L’essere umano ha sviluppato questa convinzione nel corso della storia, un credo scorretto ma semplificato e dunque pratico. L’ecocritica ci riporta all’idea che la materia non è un ente inerte e vuoto, anzi, l’attività è contenuta nella materia e noi, esseri umani, condividiamo un campo di forza con una serie di entità non umane. Iovino sviluppa questa tesi in riferimento al lavoro di Bruno Latour, e in particolare ai concetti di attante e di collettivo. L’attante indica qualcosa che agisce o a cui un altro ente conferisce attività: può trattarsi di un virus, una sostanza, una merce, una rete elettrica; si caratterizza per la sua efficacia cooperativa, in quanto non agisce mai realmente da solo, poiché la sua azione dipende dall’interferenza interattiva di molteplici corpi e forze. Ironicamente, è proprio l’attante non umano a essere l’esempio più adatto di materia che agisce.

    C’è una forte differenza di prospettive tra l’associazione dell’agire collegata al singolo umano e tra quella basata sulle reti di attanti, più affine al ragionamento ecocritico: quest’ultima rende il non umano un attore a pieno titolo; soprattutto, corregge l’errore culturale dell’uomo che agisce da solo smascherando questo processo come una mera astrazione, dato che l’agire umano, che sia sociale, naturale o tecnologico, è sempre il risultato di azioni congiunte.  Il collettivo, dunque, è una entità che attua delle modifiche insieme a un’altra entità coinvolta in un processo. Quando l’essere umano accede a questa rete di contaminazioni si creano dei collettivi e viene in luce come, se un collettivo ha luogo tutte le volte che gli esseri umani sono coordinati con esseri non umani, siamo sempre coinvolti in collettivi e che questi sono dappertutto: nella società, nella tecnologia, all’interno delle esperienze cognitive, nei sistemi finanziari, nelle industrie, nei mercati, nelle produzioni narrative. Ovunque.

    Condivisione. Umano e non umano condividono spazio, tempo e materia. Negli atti dinamici del mondo reale ogni corpo vitale è coinvolto in un unico processo di ibridazione in cui l’umano non ha il controllo che crede di possedere: «l’attività della materia è dunque un dinamico e reciproco sovrapporsi di strati, un origami in cui umani e non umani sono ripiegati insieme, gli uni sugli altri» (p. 107).

    In questa prospettiva il metodo interpretativo dell’ecocritica si rivela di estrema importanza. Porre la letteratura in una prospettiva ecologica diventa una strategia di sopravvivenza. Come ribadito da Serenella Iovino, la cultura quale luogo di conservazione della memoria ci aiuta a progettare la permanenza, ma anche a distanziarci da tradizioni che potenzialmente agiscono contro la sopravvivenza anziché favorirla. Tramite questo processo analitico-letterario si mettono in luce alcune visioni del mondo, avviando un percorso conoscitivo ma anche correttivo: la letteratura è un mezzo per ottenere informazioni sul funzionamento dei sistemi biologici, ci permette di fare un lavoro di selezione e di scarto al fine di preservare l’entità unica costituita da umano e non. Analizzando le realtà tramite il testo letterario — che si fa spazio di intersezione —, si ha la possibilità forte di progettare e ri-progettare la cultura improntandola alla sostenibilità.

  • CATHERINE MALABOU

    di Mariangela Madonna

    Autrice contemporanea – attualmente docente di Filosofia presso il Centre for Research in Modern European Philosophy (CRMEP) della Kingston University di Londra, allieva di Derrida – percorre un itinerario di ricerca che va dalle neuroscienze alla filosofia alla politica alla psicoanalisi. Una ricerca fatta di incontri e connessioni tra discipline diverse che dà vita a un armonioso dialogo a più voci orchestrato, con un taglio sicuro e personale, da una penna dichiaratamente femminista. Esattamente come la propria interdisciplinare ricerca, anche le opere dell’autrice dialogano tra loro proprio grazie a tale approccio femminista; si muovono al suo interno a riprova che il femminismo non sia solo uno tra i tanti campi dell’indagine della filosofa, ma uno sguardo, un modo di stare al mondo che condiziona e interconnette tutto.
    Come dichiarato dall’autrice stessa parliamo di uno sguardo femminista radicale lontano, però, dalle TERF e da coloro che considerano “il binarismo di genere iscritto nel marmo”, ma che non rinnega le fondatrici del femminismo radicale e continua ad indagare all’interno della teoria femminista.
    Anche opere che sembrano trattare temi estrani al femminismo come, ad esempio, l’Avenir de Hegel o Le Change Heidegger, du fantastique en philosophie sono strettamente connesse alle altre opere più dichiaratamente femministe.

    L’AVENIR DE HEGEL. PLASTICITÉ, TEMPORALITÉ, DIALECTIQUE

    Prima opera pubblicata da Catherine Malabou, essa può essere definita come chiave d’accesso all’intero impianto filosofico della pensatrice. L’opera sancisce e contemporaneamente consacra l’approccio interdisciplinare dell’autrice e inaugura la lunga produzione malabouiana che si pone in quanto punto di congiunzione tra la teoria filosofica e le neuroscienze. Il saggio, di cui non è presente la traduzione in lingua italiana, ha come istanza di base un interrogativo: “vi è un avvenire in Hegel?” che, fin da subito, si declina in “vi è un avvenire per Hegel?”. A fronte di tali domande si articola tutta un’analisi, particolarmente oculata, sulla filosofia hegeliana, arricchita da alcune parentesi incentrate su altri filosofi che in più battute avevano riflettuto sulle istanze hegeliane. Ed è attraverso questa analisi attenta che si delinea quello che sarà l’assunto di base, il perno attorno al quale ruoterà l’intero complesso filosofico malabouiano, nonché la sua più feconda intuizione: il concetto di plasticità filosofica. Quest’ultima risulta essere quell’attributo apparentemente trascurabile, ma in realtà fondamentale al passaggio, di matrice hegeliana, dalla natura allo spirito; essa è ciò che, di base, rende possibile la definizione di natura umana come seconda natura. Tale plasticità filosofica non ha con la neuroplasticità solo un’assonanza lessicale, ma anche una connessione più ampia. La prima riesce a com-prendere ogni declinazione del concetto di plasticità cerebrale e ad andare oltre la sua applicazione neurologica, declinandola, attraverso la riflessione filosofica, alla sfera sociale dei soggetti. La dialettica dello spirito hegeliana ne è controprova e, allo stesso tempo, trova in essa i suoi fondamenti e il consolidamento del movimento dialettico stesso. Di conseguenza il rapporto mente-cervello può e deve essere paragonato al rapporto natura-spirito.
    Non è di certo in questo libro, né in quelli immediatamente successivi, che possiamo apertamente incontrare la riflessione femminista dell’autrice, ma certamente quest’ultima è debitrice di questa primaria riflessione. Per cui è come fondamento e radice di tutto l’impianto di pensiero malabouiano che deve essere letto questo primo testo. Qui, infatti, il concetto di plasticità viene delineandosi e acquisendo spessore; si arricchirà poi di nuove riflessioni da parte dell’autrice e tornerà, come vedremo, a più riprese negli altri testi di Malabou. Ma non siamo debitori al suddetto testo esclusivamente di tale concetto. Il rapporto che viene qui ad istaurarsi tra la filosofa francese e le teorie del filosofo tedesco culminerà in opere di matrice femminista come, ad esempio, Che tu sia il mio corpo, in cui il confronto con Hegel ritornerà attingendo a piene mani da quello delineatosi nel titolo qui analizzato, approfondendosi e maturando.

    ONTOLOGIA DELL’ACCIDENTE. SAGGIO SULLA PLASTICITÀ DISTRUTTRICE

    Rintracciato durante la lettura della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, il concetto di plasticità diviene un cardine nel pensiero di Catherine Malabou, un perno che viene sviscerato, analizzato e arricchito di nuove sfumature di significato. Punto di partenza per nuove e importanti riflessioni di carattere politico ed etico, la plasticità è la capacità di trasformazione, di metamorfosi, di riparazione, ma anche di distruzione e quindi di rifacimento, ricominciamento. Molti sono, infatti, i libri a lei dedicati in cui si approfondiscono i vari aspetti che essa può assumere. Ognuno di questi saggi –apparentemente non femministi – sancirà degli assunti che ricompariranno e animeranno le riflessioni sulla questione di genere, confermando, come già scritto, non solo che il femminismo è innanzitutto un modo di stare al mondo, ma anche che ogni libro è perfettamente in grado di dialogare con gli altri grazie a quello che è l’approccio interdisciplinare dell’autrice stessa.
    Non come introduzione né come testo prioritario, ma come semplice tassello, quindi, di un mosaico di pensieri più ampio si presenta Ontologia dell’accidente. Saggio sulla plasticità distruttrice; un saggio, come si evince dal sottotitolo, che si concentra su quello che può venir visto come il lato più turbante della plasticità: ovvero la sua proprietà distruttrice. Non solo, però, in questo testo viene approfondito tale aspetto. Dopo che in Cosa fare del nostro cervello? si è delineata la differenza tra flessibilità e plasticità, facendo leva proprio su quanto la flessibilità sia un adattamento temporaneo, mentre la plasticità sia una trasformazione permanente; tale permanenza prende in questo testo i connotati di irreversibilità. La plasticità viene paragonata all’arte scultoria, per cui un blocco di pietra si trasforma irreversibilmente in una statua: si può dire che il blocco di pietra viene distrutto, ogni creazione nasce da una distruzione, che dir si voglia. Ma tra le righe di tale approfondimento soggiace una domanda: cosa vi è dopo l’accidente, dopo l’avvento del caso, dopo lo stagliarsi della plasticità distruttiva? Che comporta il compiersi della plasticità distruttiva? Se “una psiche traumatizzata resta una psiche”, un uomo che vive determinati tipi di traumi, come, ad esempio, l’amnesia, è sempre il medesimo uomo che era in passato? Si parla, quindi, di ripensare l’identità, non più come statica, impenetrabile, ma come dinamica, mutevole, plastica, appunto, ma si può ripensare l’identità ignorando la questione di genere? Per quanto in questo libro essa non sia presente, le connessioni che tale ripensamento hanno con la differenza sessuale – e quindi la connessione di tale riflessione a contesti più dichiaratamente femministi come, ad esempio, Changer de defférence. Le fèminin et la question philosophique – sono lampanti. Plasticità distruttrice, accidente ed esistenza si legano imprescindibilmente; ognuno chiama in causa l’altro, dispiegando nuove forme a cui fare riferimento: l’essere vivente si presenta in quanto struttura dinamica.

    CHANGER DE DEFFÉRENCE. LE FÉMININ ET LA QUESTION PHILOSOPHIQUE

    Testo più spiccatamente femminista, Changer de difference. Le féminin et la question philosophique è un libro non edito in Italia, diviso in quattro saggi connessi tra loro attraverso l’approfondimento, sotto vari aspetti, di un tema – che in realtà si dirama in più argomenti – assai ampio e complesso: cosa vuol dire essere donna? È possibile parlare di essenza della donna? E se sì, di cosa si sta parlando esattamente?
    E così, una domanda tanto indagata si arricchisce di una nuova risposta che, a sua volta, acquisisce un taglio ben preciso. L’indagine filosofica sull’essenza del femminile, infatti, prende le mosse dall’esperienza che, in quanto donna e filosofa (o donna filosofo), l’autrice vive. Con un obiettivo chiaro e preciso – «Je pars d’une situation concrète, qui est la mienne, celle d’une «femme philosophe», française de surcroît, qui explore ici, en quatre textes qui se répondent, le «sens du féminin» (“Io parto da una situazione concreta, che è la mia, quella di una «donna filosofa», francese peraltro, che qui esplora, in quattro testi che dialogano, il «senso del femminile»”; pp. 10-11 traduzione mia) – l’autrice attraversa teorie, autorə ed epoche diverse: si dà spazio a Derrida, Hegel, Heidegger, Irigaray, Butler; varie voci che vengono ascoltate, accolte, confutate o maggiormente analizzate. Si esaminano il concetto di essenza e se valga ancora la pena parlarne, l’etica femminista e il concetto di differenza; ci si pone di rivisitare ontologia e biologia per meglio esplorare il concetto di féminin (che qui mi permetto di tradurre letteralmente con “femminile”). Si indaga il suo significato e come esso venga declinato. Si evince a quanta violenza tale termine sia collegato, quanta ne sia stata perpetrata anche da parte di tutte quelle teorie che da sempre indagano la condizione femminile rendendola oggetto e succube d’analisi, ma mai soggetto dell’analisi stessa. Il tutto si colora attraverso termini di stampo malabouiano, quali plastico e trasformativo, visti in quanto attributi fondamentali per poter ripensare il femminile nei termini di soggetto possibile. A fronte di ciò, ancor di più il punto di vista spiccatamente personale risulta fruttuoso per tale indagine. Esso, ben presente e manifesto fin dalle prime battute dell’opera, culmina nel saggio finale (oltre che attraverso la descrizione e l’analisi dell’esperienza stessa dell’autrice) e il femminile diviene soggetto possibile e necessario all’indagine filosofica. Quest’ultimo diverrà uno statuto d’essere non applicabile in base al sesso biologico, ma declinabile a tutti quei soggetti che subiscono o hanno subito violenza. Quello che può sembrare un percorso apparentemente tortuoso, risulta invece ben tracciato grazie alla struttura del libro stesso che dà ampio spazio a momenti diversi dell’analisi scandendo un ritmo di lettura piacevole e facile da seguire.

    IL PIACERE RIMOSSO. CLITORIDE E PENSIERO

    Il testo è stato scritto nel 2020, solo un anno dopo alla comparsa nei libri di testo francesi della clitoride. Il percorso che l’autrice decide qui di compiere si figura come via alternativa tra quelli che Malabou definisce come due principali negazioni che animano, ad oggi, le lotte femministe: la negazione della plasticità del genere e la negazione di una nozione non essenzialista della donna. Si guarda così alle lotte femministe, chiedendosi, in particolar modo, durante quella che oggi viene definita come quarta ondata, chi sia il soggetto di tali lotte. È questo il punto di partenza da cui la filosofa inizia a solcare questa nuova via, partendo col ricostruire una breve genealogia dei grandi momenti del femminismo fino ai tempi contemporanei.
    All’interno di tale movimento la clitoride diviene la disamina, la bussola grazie alla quale è più facile orientarsi tra le varie voci a cui la filosofa dà spazio, il perno attorno a cui questo nuovo soggetto delle lotte femministe può destarsi. Malabou, inoltre, non si limita a tracciare i contorni di un nuovo soggetto, ma si interroga anche sulle dinamiche di potere che investono la società e in che termini queste possano venire ricostruite proprio prendendo a modello la clitoride e le sue proprietà.
    Attraverso la storia della clitoride stessa, attraverso i suoi molteplici significati, le motivazioni della sua assenza, le sfumature di cui di volta in volta si arricchisce, tale via alternativa fa la sua comparsa.
    La clitoride prende, in questo testo, l’attributo di plastica poiché si trasforma, si arricchisce di significati sempre diversi: è sempre da scoprire. Essa diviene così il luogo del femminile, dove femminile qui vuol dire negato, rimosso, nascosto, esposto a violenza, che non ha ancora trovato il proprio posto e quindi esula dall’essere un appellativo solo delle donne: la clitoride può impiantarsi dappertutto. In ultima analisi essa risulta essere un organo biologico e simbolico, essa è turgida, resiste, non penetrata, non governa, non obbedisce nemmeno a norme di genere predeterminate.

    CHE TU SIA IL MIO CORPO. UNA LETTURA CONTEMPORANEA DELLA SIGNORIA E DELLA SERVITÙ IN HEGEL – con J. Butler

    Un’interessante caratteristica della produzione malabouiana è la cospicua presenza di scritti a quattro mani, quasi a voler riproporre la pratica femminista dell’autocoscienza (delineata da Carla Lonzi): ci si pone in relazione autentica e dialogica con le altre donne; la propria posizione incontra l’altra e viene messa, così, maggiormente a fuoco, arricchita di nuove sfumature, si trasforma e si consolida. È questo il caso di Sois mon corps, un dialogo a due voci che evoca uno scambio epistolare tra Catherine Malabou e un’altra importante personalità del panorama filosofico contemporaneo, Judith Butler. Le due autrici rileggono la dialettica signore-servo proiettando un occhio di bue sul grande non-detto della Fenomenologia dello Spirito di Hegel. Figlie di un femminismo in cui corpo e mente sono indivisibili, le filosofe mettono in luce quanto il corpo, pur non essendo mai nominato nel testo hegeliano, aleggi in tutto il cammino dello Spirito. Si cerca di metterlo tra parentesi, ma il corpo «lascia sempre la propria traccia» e questa viene individuata maggiormente e facilmente circoscritta in Signoria e Servitù. Da questo assunto in comune la rilettura malabouiana si intreccia con quella butleriana dando vita a un dialogo che non si esaurisce in una posizione comune e netta, ma che continua ad ardere, per cui proficuo e di rilievo nel tempo. Il corpo, nel testo delle due filosofe, viene mostrato come qualcosa che si sdoppia, come il luogo di un altro tipo di relazione. Al fine di conoscere e affermare se stessi, l’altro – più in particolare il corpo dell’altro – risulta necessario, imprescindibile eppure da annientare. Il rapporto con l’altro si dà in un misto di paura e desiderio. Tale contraddizione è alla base, secondo le filosofe, di una corretta autoaffermazione dell’Io: non si deve percorrere un movimento rettilineo e uniforme che vada da un primo sé – ma anche proto-sé –a un sé finito. Il cammino verso l’autocoscienza è un cammino più tortuoso, contraddittorio poiché siamo legati all’altro proprio in virtù del nostro corpo ma allo stesso tempo grazie a questo corpo che noi siamo ne siamo anche slegati.
    “Che tu sia il mio corpo” è ciò che il padrone ordina al servo ma quest’ultimo non può mai davvero prendersene carico e il primo non può mai davvero disfarsene. Il distacco dal proprio corpo risulta impossibile, eppure ve n’è un disperato bisogno, per cui l’unico possibile è l’attaccamento al distacco. Si tratta, specifica in questo testo Malabou, di un movimento plastico, un movimento trasformativo; grazie a questo corpo che io sono mi è possibile compiere questo doppio movimento di distacco e attaccamento. Ma cos’è l’attaccamento e cos’è il distacco? Quando e come si forma il corpo? Domande e risposte che si intersecano tra loro convergendo nella conclusiva affermazione che «figura dell’intersezione, che non è un’immagine stabile o certa; tale sembra essere, se il corpo è «in forma», la forma del corpo».

  • Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto – Intervista

    di Loredana Lipperini e Claudia Durastanti, Festival del Salone del Libro, Torino, 15 maggio 2020. A cura di Giulia Rossini – Collettiva Matsutake

    Lipperini: In che modo il pensiero dello Chthulucene è un pensiero tentacolare e può se non impedire frenare quello che siamo abituati a definire come il pensiero della catastrofe che è quello che attraversiamo? Il pensiero della catastrofe infatti di certo fotografa il contesto in cui viviamo, ma rischia di peggiorare le cose. A me sono venuti in mente due personaggi di un racconto di fantascienza, sono gli Eptapodi di Storia della tua vita di Ted Chiang. Gli eptapodi hanno una scrittura semasografica, che si sviluppa come una ragnatela, che quindi non ha verso, né direzione né punteggiatura, non ha un inizio né una fine. L’eptapode quindi quando lo scrive sa già ciò che vuole dire. Dobbiamo quindi provare a sviluppare un pensiero che ci ponga ai margini e non al centro? Abbiamo bisogno di parole nuove?

    Haraway: È una riflessione molto ricca e stratificata come il compost più che una singola domanda, il che fa assolutamente al caso nostro! Ci penserò insieme a un compagno familiare appollaiato sulla mia spalla che ha a che fare con lo Chthulucene. È un polpo di pezza proveniente dal Monterey Bay Aquarium. A differenza di gran parte dei polpi giocattolo, il suo occhio è biologicamente corretto, non è un occhio umanoide, rotondo e a noi familiare. È come dovrebbe essere l’occhio di un polpo. Quindi se comprate questo giocattolino, non state comprando una proiezione umana, ma vi state in un qualche modo aprendo alla possibilità di incontrare qualcosa che non siete voi. Un essere vivente che vive in mondi che non vi appartengono, ma che forse state imparando ad abitare insieme a questo altro essere vivente in una maniera meno distruttiva. Per me lo Chthulucene, il tempo dei terrestri, il tempospazio ctonico, non è qualcosa di antico e passato e ritrovabile solo nei testi classici, ma è il tempo dell’essere-terrestri-adesso, insieme ad altri esseri terrestri nello sforzo di vivere e morire bene insieme. In un modo che escluda l’eccezionalismo umano dal quadro, anche se le specificità degli esseri umani, fatte di storie situate, di desideri e bisogni situati non sono fuori dal quadro: sono in questa ricca “intra-azione”, come direbbe Karen Barad, con altre macchine, altri organismi, con il mondo costruito, il mondo ereditato, in termini naturalculturali.
    Non ragiono senza una direzionalità, questo non è un pensiero oceanico, una semiotica di non significati: questo orizzonte di pensiero è invece un mondo fatto di pensieri situati, i cui significati non sono mai semplici né univoci. Se penso, ad esempio, ai ragni non penso all’assenza di una direzione ma penso: di quali ragni specifici stiamo parlando? E dove vivono? E in quali mondi io e i ragni diventiamo presenti vicendevolmente? Si tratta di una relazione distruttiva o tesa a una prosperità? I ragni sono predatori – credo che ci sia un solo ragno vegetariano che si sia mai evoluto sul pianeta terra – e sono straordinariamente bravi a percepire, tracciare e mangiare la loro preda. I ragni non sono metafore semiotiche senza una direzione, ma esseri che esistono e hanno un ruolo ecologico per se stessi e anche per noi: ad esempio, i ragni a casa mia sono bravissimi a catturare le mosche e io non tiro mai giù le ragnatele negli angoli della stanza perché sono molto contenta del fatto che intrappoleranno e cattureranno le mosche. Lo Chthulucene mi interessa in quanto tempo di un vivere e morire insieme all’altro, un vivere e morire materiale, semiotico e situato che si snoda attraverso tante scale spaziotemporali; mi interessa per la capacità di risposta, per la nostra “responso-abilità”. Lo Chthulucene non è una sorta di vaga metafora pseudo-deleuziana, ma riguarda invece l’essere parte della Terra in tutte le sue complessità, che per noi esseri umani implica anche complessità linguistiche ed etiche che non sono le stesse che un polpo potrebbe ritrovarsi ad affrontare! Lo Chthulucene è contro l’eccezionalismo umano e si oppone a ogni declinazione apocalittica e alle svariate narrazioni secolari o religiose protese alla tragedia umana o al suo trionfo, narrazioni che sono evidentemente umaniste in ultima istanza. In questo senso è contro questo tipo di umanismo, ma non contro gli esseri umani! Al contrario, lo Chthulucene è contro tutto un apparato di pensiero, di raccontare e vivere all’interno del paradigma (o nei termini) dell’eccezionalismo umano.

    Durastanti: Hai parlato del vivere e morire bene con le altre specie e gran parte del tuo lavoro recente si focalizza sulla solidarietà inter-specie. Ci ho pensato molto in questo periodo anche per via della pandemia: come si fa ad avere questo tipo di conversazione quando si fa tanta fatica a concepire la solidarietà con la propria stessa specie? Nel libro riprendi un bellissimo passaggio di Flight Ways di Von Dooren in cui c’è un invito a riconoscere il fatto che anche alcune specie animali fanno esperienza del lutto e cercano di riparare la vita attraversando la sofferenza. Mi interessa sapere in che modo i tuoi pensieri stanno cambiando per via della pressione di ciò che sta accadendo in questo momento e come ti rapporti al tema della solidarietà tra specie quando si tratta di un momento così critico per la solidarietà della nostra di specie.

    Haraway: Per prima cosa, se quello che ho detto prima pare interessare solo le altre specie allora mi sono espressa male, poiché mi riferisco a diverse solidarietà anche all’interno di una specie, ma sempre insieme agli altri. Con i virus per esempio, che non sono sempre presenze amichevoli e che in questo caso non lo sono affatto. Come i vari modi di vivere e di morire, di nutrire e uccidere diventano parte costitutiva dell’essere una persona immersa nella sua materialità?
    Quindi la solidarietà con gli altri non è mai stata così intensamente necessaria come adesso e per tanti versi non è mai stata così difficile da costruire, sostenere e diffondere.
    In quanto professoressa in pensione che ha una casa e un giardino, mi trovo relativamente a mio agio, con un’entrata fissa e stabile durante le quarantene indette dal governo e la possibilità di stare all’aperto; per me questo momento è molto diverso dalla situazione che sperimentano molte delle persone migranti qui a Santa Cruz, diverso da quello che vive chi deve lavorare da casa con bambin*, in spazi troppo piccoli e senza reddito. Magari si può avere una sospensione degli affitti ma ciò non significa che tra tre o sei mesi quell’affitto non andrà pagato. Magari un membro della famiglia può lavorare, ma ciò contraddice l’ordine di restare a casa, quindi nel caso quella persona lavori all’aperto viene a malapena tollerata o sgridata dai vicini, convinti di essere messi in pericolo dalla sua presenza, anche se si sa che se quella persona non lavora la famiglia non mangia. Che tipo di solidarietà è necessaria?
    Per prima cosa una solidarietà intesa come un lavoro concreto fatto ora con e per gli altri. Tale solidarietà è un dovere, non un’opzione. È un dovere esercitare pressione politica affinché, per esempio, lo Stato della California prenda misure per garantire cibo, affitto e reddito per implementare politiche che non siano una sospensione delle spese per affitto e mutuo ma un condono. È un dovere esercitare pressioni politiche che spingano a prendere decisioni sull’agricoltura non solo nel breve periodo ma anche nel lungo periodo, ad esempio chiudendo per sempre gli stabilimenti industriali, dove viene praticato il massacro degli animali per il mercato alimentare, garantendo un reddito e uno status legale per le persone che lavorano in questo settore. La maggior parte degli stabilimenti dove si lavora la carne animale negli USA sono tra i centri di maggiore contaminazione e diffusione della pandemia e la maggior parte dei lavoratori impiegati non hanno il permesso di stare nel paese, non hanno documenti anche se sono lavoratori essenziali. In tempi di pandemia, la solidarietà verso le persone migranti è diventata più importante, non meno importante.
    C’è poi il tema dell’educazione alla scienza: in tutto il mondo, e di sicuro dove vivo io, c’è un fortissimo anti-intellettualismo e un piglio anti-scientifico, c’è un sospetto verso gli esperti – e a volte questo sospetto ha ben ragione di essere! Ma, in generale, ci troviamo davanti a una profonda e sistematica ignoranza e diffidenza. La solidarietà implica anche un costante e continuo incoraggiamento verso l’educazione scientifica, magari anche tramite giochi, performance online, paper affidabili, pubblicazioni popolari e diffuse che si occupino di domande fondamentali come: “che cos’è un virus”? “tutti i virus sono cattivi?” “e invece i microbi?” “sono tutti cattivi o abbiamo delle socio-ecologie con i virus e con i microbi?”. Dobbiamo pensare a questo: quale tipo di convivenza con i virus proteggerà qualcuno di più rispetto a un altro? Chi viene protetto e chi è in pericolo?
    Quindi queste domande sulla solidarietà non sono antitetiche alla solidarietà multispecie. Essere una creatura terrestre significa vivere di queste solidarietà necessarie, situate e insieme all* altr*, un “insieme all* altr*” che non è mai solo umano, collocandosi sempre all’interno di ecologie socio-naturali.
    Vi faccio un veloce esempio: questo particolare virus probabilmente si lega in maniera abbastanza diretta a un processo di costante distruzione e semplificazione dei sistemi di altri esseri viventi, tra cui i pipistrelli. Gli stili di vita degli esseri umani, nelle nostre pratiche agricole, nella nostra fitta urbanizzazione, nella nostra penetrazione degli ambienti di vita delle altre specie hanno creato un mondo vulnerabile alle pandemie. Un mondo vulnerabile alle pandemie che i ricchi riescono a tenere a bada – non questa volta, questa volta li abbiamo beccati, anche se non allo stesso modo!
    Pensare seriamente ai virus richiede un pensiero critico sulle pratiche dell’agricoltura favorevoli alle pandemie in modo che diventino meno favorevoli alle epidemie, creando così un vivere e morire con l* altr* che non sia solo orientato al disastro per noi e per le altre specie.
    Questo è il tipo di pensiero di cui abbiamo bisogno ora e non è apocalittico, ma prende seriamente in considerazione l’ipotesi di morti di massa.

    Durastanti: Non credi che sia stata un po’ un’opportunità mancata l’abbondanza e la ridondanza delle metafore di guerra che hanno saturato il linguaggio durante la pandemia con retoriche belliche e con un lessico tecnocratico?

    Haraway: Mi ritrovo completamente d’accordo con te. La metafora della guerra è un fardello enorme al momento e ovviamente non si tratta solo di una metafora: ci sono elicotteri militari che sorvolano la città in omaggio alle infermiere – se alle infermiere servisse un tributo di certo non lo necessiterebbero dagli elicotteri militari!
    Non è solo una metafora! Abbiamo un intero approccio orientato al nemico invece di dire “aspettiamo un attimo: questo è un chiaro segno, e probabilmente anche più di un segno, di ecologie socio-naturali completamente sballate. Il nostro modo di stare con la complessità multispecie è sballato. Come facciamo a riparare queste ecologie danneggiate? Che tipo di lavoro riabilitativo e di recupero è necessario?”
    E in questo discorso è fondamentale includere anche il tema della protezione delle persone che stanno vivendo il lockdown in luoghi di accoglienza senza un supporto al reddito o le persone che devono lavorare anche ora. Ci troviamo in questo stato di urgenza per via di ecologie distrutte. Ci sono infinite metafore a cui possiamo attingere e con cui possiamo lavorare, e non sono solo metafore “felici” poiché non si passa dalla guerra a una sorta di felicità estatica: ci sono altri tipi di serietà che non descrivono lo stare in una fortezza tra i nemici, ma parlano di recuperare e riabilitare il mondo l’un* per l’altr*. Questo non riguarda “solo” gli esseri umani, ma “anche” gli esseri umani.
    Il ripensamento del rapporto naturalculturale non vale solo per i femminismi. Apparteniamo a culture che per centinaia di anni si sono rette sulla premessa dell’eccezionalismo umano sia in senso sacro che profano, orientato a una separazione tra natura e cultura. Il sé si è costituito in questa cornice qui. Stiamo veramente combattendo – vedete cosa ho fatto? Sono andata a prendere subito una parola guerresca, aiuto, aiuto! Siamo irretiti dentro a mondi che cerchiamo continuamente di riparare, recuperare, ripensare e rivivere. Perciò non vale solo per i femminismi.
    Ad ogni modo, il Manifesto cyborg risale agli anni Ottanta, non agli anni Novanta, i primi anni Ottanta ad essere precisi: per tanti motivi per me le origini del Manifesto coincidono con gli Stati Uniti di Ronald Reagan e una nuova riflessione a sinistra in Jugoslavia, nello sforzo di ripensare il marxismo. Il Manifesto si inserisce chiaramente nel contesto degli anni Ottanta, non Novanta. Perciò il Manifesto cyborg aveva decisamente a che fare con la tendenza dei femminismi occidentali, non solo occidentali ma soprattutto questi, di accettare il determinismo tecnologico in chiave anti-tecnologica e di potere criticare l’apparato scientifico e medico a ragion veduta, rendendolo il nemico, invece di riappropriarsi di scienza e medicina per nuovi modi più fiorenti di vivere. Io volevo riappropriarmi dei cyborg per permettere al femminismo di prosperare e questo implicava una seria riflessione sul genere e i suoi apparati: il genere come qualcosa che non è mai solo naturale o culturale, ma qualcosa di diverso, per cui non abbiamo parole; per questo motivo ho fatto implodere le parole, arrivando a “naturalculturale”, qualcosa che nessuno sa pronunciare in maniera davvero spedita in quanto concetti che implodono a vicenda.
    Non utilizzerei il termine “ibrido”, che rimanda a due cose prese distintamente e mischiate, perché è più un’implosione, una specie di “emersione” di qualcosa di diverso, ancora possibile in altri mondi, che, a dire il vero, sono qui e che sono sempre stati qui. Viviamo già in mondi profondi e complessi fatti di solidarietà, di cura e con una fame di giustizia e di cura, di capacità concrete per farlo, di modi seri di vivere con altre specie.
    Queste cose sono ovunque se iniziamo a guardarci bene attorno- e non è detto che “guardare” sia la metafora corretta! Una mia amica, Katie King, quando si parlava di tutto ciò di cui abbiamo bisogno, diceva: “C’è già più di quel che pensiamo, e meno di quel che ci serve”. Più di quel che pensiamo e meno di quel che ci dovrebbe essere. Se pensiamo alle pratiche di giustizia, di cura e di solidarietà vitale di cui c’è davvero bisogno adesso, ne abbiamo di più, qui e adesso, di quel che pensavamo e meno di quanto ne avremmo bisogno. È compito nostro prendere i mondi ricchi di queste cose e aprirne i confini così da silenziare i mondi fascisti, punitivi e militaristi e trasformarli da potenti a insignificanti, riducendoli a inezie.
    Ed ecco cosa i cyborg per me rappresentavano, mentre cercavo di ri-significarli: era sicuramente un progetto femminista, ma non solo femminista.
    In Manifesto cyborg mi riferisco all’epoca in cui si è consolidato ed è esploso il neoliberismo con tutti i suoi apparati esponenziali. Credo che gli anni Ottanta siano stati un decennio di sconfitte degli assetti del secondo dopoguerra, includendo eventualmente anche i paesi nordici con i loro apparati sociodemocratici, apparati presenti anche in Italia: penso agli attacchi ai suoi sindacati o alle femministe degli anni Ottanta attive nell’ambito del lavoro che conobbi in Italia al tempo. Penso che gli anni Ottanta siano stati un decennio critico, un decennio di perdita, di grande perdita per la sinistra progressista, una perdita non totale ma significativa. Il Manifesto cyborg nasce da quello e non penso ci sia un “ritardo” nella sua fruizione in Italia perché durante quel periodo ero in contatto con le femministe marxiste della sinistra italiana che erano impegnate nella lotta sul lavoro; ricevevo notizie dalle femministe tedesche in maniera simile nello stesso periodo. Non conosciamo abbastanza dei nostri reciproci movimenti, di certo questo è un punto da considerare. Credo ci siano anche straordinarie differenze: per esempio, molte mie amiche femministe europee nutrivano un disprezzo per l’ecofemminismo, come se fosse un movimento retrogrado, naturalista, fatto di donne che venerano le dee – se fossi una persona religiosa adorerei una dea!
    A ogni modo, l’ecofemminismo veniva interpretato come una cosa semplicistica e non lo è mai stato, è sempre stato un movimento ricco e complesso. Credo che per alcuni femminismi europei è stato difficile comprenderlo, almeno tra le persone nelle mie cerchie.
    Ricordo di aver tenuto una lecture a Firenze e un gruppo di femministe romane prese il treno per venirmi a sentire. Era il periodo in cui stavo lavorando su The Companion Species Manifesto e in cui parlavo di cani; le femministe romane amavano il Manifesto cyborg, quello era un vero marxismo femminista, teoricamente robusto, un pensiero strutturato, che io avevo completamente distrutto buttandomi su un pensiero naturalista tra le nuvole e fissato con i cani: potevo essere considerata ancora una femminista? Non c’era niente nei cani a cui le femministe potessero essere interessate. Erano molto accigliate, molto sofisticate e io mi sono sempre sentita insicura tra le femministe romane perché erano vestite sempre molto meglio di me! Avevano un aspetto molto sofisticato, erano in grado di parlare di teoria in modi in cui non sono mai stata capace. Ero spaventata a morte da queste femministe romane che erano venute apposta a sentirmi ed erano molto, molto irritate da una femminista americana in comunione con la natura che ama le dee e porta a spasso i cani! Sto esagerando, ma sto esagerando solo un po’, perché più che “ritardo” direi che c’era una distanza: vivevamo nello stesso periodo di tempo ma c’erano fortissime differenze di stile, nell’uso di metafore, nei modi di pensare, nell’imparare ad ascoltarsi a vicenda. Penso che in un qualche modo la verità era che avevamo paura l’una delle altre, io so che avevo paura di loro e loro erano sulla difensiva rispetto a me. C’è voluto tempo e un po’ di senso dell’umorismo per imparare i reciproci femminismi senza essere giudicanti.

    Durastanti: Mentre parlavi pensavo anche a questo interscambio tra il dentro e il fuori, penso alla riscoperta del lavoro di Silvia Federici dopo che è stato un po’ in ombra in Italia, anche perché ha operato in gran parte negli Stati Uniti, e i suoi scritti sul lavoro domestico salariato sono spesso stati marginalizzati qui. Ci sono state conversazioni ma anche distanze.
    Un passaggio del libro che mi ha molto colpita, e so che è una domanda un po’ delicata, è legato a uno dei motti del libro “Generate parentele, non bambini!”: qual è il tuo punto di vista sul rapporto tra femminismo e giustizia ambientale? È una questione complessa perché dici che alcune femministe hanno negato la realtà della Grande Accelerazione e il fatto che ci siamo troppi umani sulla Terra. Come si traduce questo punto di vista nella pratica senza scivolare in scenari pericolosi come il controllo biopolitico del corpo o l’imperialismo? È giusto prendere sul serio la giustizia ambientale e abbiamo davvero il bisogno di fare parentele più che bambini.

    Haraway: Prendo questa domanda molto seriamente e forse è stata la domanda più difficile con la quale abbia mai dovuto confrontarmi, motivo per cui non penso ci sia una risposta semplice. Consideriamo un libro – Making Kin. Fare parentele, non popolazioni: è un piccolo libro a cui ho lavorato con altre femministe come Adele Clark, Kim TallBear, Michelle Murphy, Ruha Benjamin, Yu-Ling Huang per cercare di confrontarci con una domanda difficilissima. Non siamo tutte d’accordo qui dentro, ma si tratta di un gruppo di femministe situate che tengono moltissimo al tema della cura e della giustizia nell’ambito dei diritti riproduttivi, che riconoscono la priorità delle donne del femminismo di colore[1] come SisterSong, che ha sviluppato gran parte del pensiero attorno alla giustizia riproduttiva, inclusa la terminologia. C’è un impegno verso la giustizia riproduttiva dal punto di vista femminista verso i diritti delle donne quando si tratta di autonomia riproduttiva e autonomia sessuale. Con questo vogliamo dire che solo una donna può prendere una decisione se avere un bambino o meno, rifiutando tutte le forme di coercizione sociale da parte dei programmi di controllo della popolazione. Riconosciamo lo scandalo procurato da tanti fenomeni di ingiustizia riproduttiva, come l’esistenza di abitazioni non adeguate, di un’istruzione non adeguata, assistenza sanitaria fallimentare, razzismo, il disprezzo verso bambin*, l’uccisione di giovani uomini neri, la separazione forzata dei bambini al confine con il Messico: sono tutte forme di ingiustizia riproduttiva, che rimangono un tema di interesse primario per le femministe, senza dimenticarci, neanche per un secondo, una domanda fondamentale: come possiamo prendere in considerazione allo stesso tempo la contraddizione rispetto al numero sempre crescente di umani, in un senso non-malthusiano? Se non usiamo parametri malthusiani, una femminista come noi si accorge subito del fardello imposto sulla Terra da parte della popolazione che vive nelle regioni ricche del mondo. Gli assalti più gravi alla giustizia riproduttiva avvengono nei contesti benestanti e consumisti: parlo di contesti iper-capitalisti, iper-consumatori in cui nascono meno bambini ma che hanno un impatto molto gravoso sul pianeta e anche sui bambini meno abbienti oltre che sulla biodiversità in generale. Penso per esempio alle attività di estrazione mineraria, volte a produrre le sostanze rare necessarie per produrre un mondo interconnesso tecnologicamente, così come le catene di produzione e distribuzione che hanno date conseguenze sugli esseri umani, così come altre implicazioni sulla biodiversità quando si parla di produzione dell’olio di palma per ottenere vari prodotti, l’industria della carne, per la soddisfazione degli appetiti del mondo benestante e la costruzione di apparati multinazionali commerciali per aumentare il consumo di carne, sia come pratica sia come status di benessere. Lo sviluppo globale della classe media occidentale l’ha portata a essere la classe che consuma sempre di più. Quindi anche se gli indici di natalità si abbassano – e si stanno abbassando pressoché ovunque – le pratiche di distruzione si intensificano. E queste sono tutte domande incentrate sulla riproduzione. Allo stesso tempo, come ho scritto in Making Kin. Fare parentele, non popolazioni quando sono nata, nel 1944, la popolazione globale era di circa 2,4 miliardi di persone e quando morirò da donna bianca ricca e privilegiata – a meno che il Covid non mi prenda prima – la popolazione della Terra sarà attorno agli 8,5 miliardi, forse un po’ di più. E così, nel giro della vita di una ricca donna bianca privilegiata il numero di persone è aumentato così tanto. Questo non va bene. Cosa ha scatenato questi numeri? Per molti versi sono state le stesse forze che hanno scatenato l’iper-sfruttamento chiamato Grande Accelerazione, che è un termine che uso con cautela perché porta con sé tutta una serie di ideologie problematiche. Ma le grandi esplosioni dell’industria agricola, dell’estrazione mineraria, dell’esaurimento genetico e dei grandi numeri, sommate all’esplosione degli ordini socioeconomici del secondo dopoguerra, che hanno preso una svolta netta negli anni Ottanta con il neoliberismo, sono apparati riproduttivi basati sulla crescita illimitata e il prodotto di questa crescita va a vantaggio di alcuni e a discapito di altr*. Parliamo di apparati di crescita, non solo di ideologie e gli esseri umani sono stati nella morsa di questi apparati esplosivi sia in termini di numeri sia rispetto ad altri aspetti: le persone sono state private delle proprie terre, dei metodi interni alle comunità per tenere sotto controllo e auto-regolare i propri numeri; le persone sono state private dell’autonomia in tantissimi modi. Gli esseri umani venuti al mondo nel secondo dopoguerra, coloro che sono “nat*” allora, sono quasi un gruppo uscito dalla fantascienza in quanto nat* in apparati basati sullo sfruttamento e la crescita intensificata.
    Quindi sì, penso che dovremmo essere di meno e credo che in un centinaio di anni lo saremo. Ci sono voluti centinaia di anni per arrivare qui e riusciremo a diminuire grazie alla giustizia riproduttiva multispecie, che include anche gli esseri umani: giustizia e cura riproduttiva devono essere anche mezzi e non solo fini e ciò significa prendersi cura della dimensione abitativa, della salute, dei diritti sessuali, della autodeterminazione riproduttiva. Io voglio vivere in un mondo a favore di bambini, mentre ora vivo in un mondo a favore della natalità e non a favore dei bambini, perciò voglio che le persone, me compresa, generino parentele in modo che i neonati siano sempre meno e preziosi. Gli indici di natalità sono crollati in tutto il mondo e stanno crollando ovunque tranne nelle aree più sfruttate, dove la sofferenza riproduttiva delle donne è ancora intensa. “Fare parentele, non popolazioni!” è uno slogan più corretto ma suona peggio, mentre “fare parentele, non bambini” è un grande slogan ma può essere facilmente strumentalizzato dagli apparati razzisti e classisti che promuovono il controllo della popolazione. D’altro canto, non parlare del fardello dei numeri umani, evitare anche solo una semplice discussione su cosa significano questi numeri non è possibile. Entro la fine del secolo, se saremo fortunati e gli indici di natalità rimarranno bassi, se e solo se queste condizioni verranno soddisfatte, i numeri si assesteranno sugli 11 miliardi. Le femministe come me fanno fatica a parlarne con le altre poiché se lo fai possono dire che sei razzista, ed è questo quello a cui mi oppongo. Dobbiamo combinare le politiche a favore della generazione di parentele con la giustizia riproduttiva come mezzo e non solo come fine.

    Durastanti: Siamo un festival devoto alla fiction e all’immaginazione ed è giusto ricordare che c’è un capitolo nel libro, I bambini del compost, dove tu effettivamente immagini una parentela con le farfalle monarca per rallentare la crescita della popolazione umana della terra. A volte le storie funzionano meglio degli slogan.

    Haraway: Bisogna ricordare che in quelle storie di Camille, ogni creatura ha almeno tre genitori umani a testa. La socialità di Camille in un legame simbionte con le farfalle monarca implicava la solidarietà di alcune popolazioni native, ad esempio delle donne contemporanee zapatiste che lottano per proteggere le risorse idriche in Michoacán e in Messico. La solidarietà in quelle storie multispecie si basa su una parentela che va al di là dell’eccezionalismo umano, ma non al di là dell’umano.


    [1] Traduzione fedele all’originale inglese “of color”. Come Balzano, Ferrante e Timeto scrivono nella postfazione all’edizione italiana di Makin Kin: “ci teniamo a specificare che sappiamo che questo termine è rifiutato da molte persone nere italofone che vedono nell’utilizzo di questa espressione un modo per neutralizzare il peso della razza e rendere trasparente il suprematismo bianco; tuttavia ci sembra più appropriato tenere questa traduzione come calco di quello che abbiamo trovato in inglese e segnalare al contempo l’insufficienza della traduzione” (Makin kin. Fare parentele, non popolazioni, DeriveApprodi, 2022, 188).