• CATHERINE MALABOU

    di Mariangela Madonna

    Autrice contemporanea – attualmente docente di Filosofia presso il Centre for Research in Modern European Philosophy (CRMEP) della Kingston University di Londra, allieva di Derrida – percorre un itinerario di ricerca che va dalle neuroscienze alla filosofia alla politica alla psicoanalisi. Una ricerca fatta di incontri e connessioni tra discipline diverse che dà vita a un armonioso dialogo a più voci orchestrato, con un taglio sicuro e personale, da una penna dichiaratamente femminista. Esattamente come la propria interdisciplinare ricerca, anche le opere dell’autrice dialogano tra loro proprio grazie a tale approccio femminista; si muovono al suo interno a riprova che il femminismo non sia solo uno tra i tanti campi dell’indagine della filosofa, ma uno sguardo, un modo di stare al mondo che condiziona e interconnette tutto.
    Come dichiarato dall’autrice stessa parliamo di uno sguardo femminista radicale lontano, però, dalle TERF e da coloro che considerano “il binarismo di genere iscritto nel marmo”, ma che non rinnega le fondatrici del femminismo radicale e continua ad indagare all’interno della teoria femminista.
    Anche opere che sembrano trattare temi estrani al femminismo come, ad esempio, l’Avenir de Hegel o Le Change Heidegger, du fantastique en philosophie sono strettamente connesse alle altre opere più dichiaratamente femministe.

    L’AVENIR DE HEGEL. PLASTICITÉ, TEMPORALITÉ, DIALECTIQUE

    Prima opera pubblicata da Catherine Malabou, essa può essere definita come chiave d’accesso all’intero impianto filosofico della pensatrice. L’opera sancisce e contemporaneamente consacra l’approccio interdisciplinare dell’autrice e inaugura la lunga produzione malabouiana che si pone in quanto punto di congiunzione tra la teoria filosofica e le neuroscienze. Il saggio, di cui non è presente la traduzione in lingua italiana, ha come istanza di base un interrogativo: “vi è un avvenire in Hegel?” che, fin da subito, si declina in “vi è un avvenire per Hegel?”. A fronte di tali domande si articola tutta un’analisi, particolarmente oculata, sulla filosofia hegeliana, arricchita da alcune parentesi incentrate su altri filosofi che in più battute avevano riflettuto sulle istanze hegeliane. Ed è attraverso questa analisi attenta che si delinea quello che sarà l’assunto di base, il perno attorno al quale ruoterà l’intero complesso filosofico malabouiano, nonché la sua più feconda intuizione: il concetto di plasticità filosofica. Quest’ultima risulta essere quell’attributo apparentemente trascurabile, ma in realtà fondamentale al passaggio, di matrice hegeliana, dalla natura allo spirito; essa è ciò che, di base, rende possibile la definizione di natura umana come seconda natura. Tale plasticità filosofica non ha con la neuroplasticità solo un’assonanza lessicale, ma anche una connessione più ampia. La prima riesce a com-prendere ogni declinazione del concetto di plasticità cerebrale e ad andare oltre la sua applicazione neurologica, declinandola, attraverso la riflessione filosofica, alla sfera sociale dei soggetti. La dialettica dello spirito hegeliana ne è controprova e, allo stesso tempo, trova in essa i suoi fondamenti e il consolidamento del movimento dialettico stesso. Di conseguenza il rapporto mente-cervello può e deve essere paragonato al rapporto natura-spirito.
    Non è di certo in questo libro, né in quelli immediatamente successivi, che possiamo apertamente incontrare la riflessione femminista dell’autrice, ma certamente quest’ultima è debitrice di questa primaria riflessione. Per cui è come fondamento e radice di tutto l’impianto di pensiero malabouiano che deve essere letto questo primo testo. Qui, infatti, il concetto di plasticità viene delineandosi e acquisendo spessore; si arricchirà poi di nuove riflessioni da parte dell’autrice e tornerà, come vedremo, a più riprese negli altri testi di Malabou. Ma non siamo debitori al suddetto testo esclusivamente di tale concetto. Il rapporto che viene qui ad istaurarsi tra la filosofa francese e le teorie del filosofo tedesco culminerà in opere di matrice femminista come, ad esempio, Che tu sia il mio corpo, in cui il confronto con Hegel ritornerà attingendo a piene mani da quello delineatosi nel titolo qui analizzato, approfondendosi e maturando.

    ONTOLOGIA DELL’ACCIDENTE. SAGGIO SULLA PLASTICITÀ DISTRUTTRICE

    Rintracciato durante la lettura della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, il concetto di plasticità diviene un cardine nel pensiero di Catherine Malabou, un perno che viene sviscerato, analizzato e arricchito di nuove sfumature di significato. Punto di partenza per nuove e importanti riflessioni di carattere politico ed etico, la plasticità è la capacità di trasformazione, di metamorfosi, di riparazione, ma anche di distruzione e quindi di rifacimento, ricominciamento. Molti sono, infatti, i libri a lei dedicati in cui si approfondiscono i vari aspetti che essa può assumere. Ognuno di questi saggi –apparentemente non femministi – sancirà degli assunti che ricompariranno e animeranno le riflessioni sulla questione di genere, confermando, come già scritto, non solo che il femminismo è innanzitutto un modo di stare al mondo, ma anche che ogni libro è perfettamente in grado di dialogare con gli altri grazie a quello che è l’approccio interdisciplinare dell’autrice stessa.
    Non come introduzione né come testo prioritario, ma come semplice tassello, quindi, di un mosaico di pensieri più ampio si presenta Ontologia dell’accidente. Saggio sulla plasticità distruttrice; un saggio, come si evince dal sottotitolo, che si concentra su quello che può venir visto come il lato più turbante della plasticità: ovvero la sua proprietà distruttrice. Non solo, però, in questo testo viene approfondito tale aspetto. Dopo che in Cosa fare del nostro cervello? si è delineata la differenza tra flessibilità e plasticità, facendo leva proprio su quanto la flessibilità sia un adattamento temporaneo, mentre la plasticità sia una trasformazione permanente; tale permanenza prende in questo testo i connotati di irreversibilità. La plasticità viene paragonata all’arte scultoria, per cui un blocco di pietra si trasforma irreversibilmente in una statua: si può dire che il blocco di pietra viene distrutto, ogni creazione nasce da una distruzione, che dir si voglia. Ma tra le righe di tale approfondimento soggiace una domanda: cosa vi è dopo l’accidente, dopo l’avvento del caso, dopo lo stagliarsi della plasticità distruttiva? Che comporta il compiersi della plasticità distruttiva? Se “una psiche traumatizzata resta una psiche”, un uomo che vive determinati tipi di traumi, come, ad esempio, l’amnesia, è sempre il medesimo uomo che era in passato? Si parla, quindi, di ripensare l’identità, non più come statica, impenetrabile, ma come dinamica, mutevole, plastica, appunto, ma si può ripensare l’identità ignorando la questione di genere? Per quanto in questo libro essa non sia presente, le connessioni che tale ripensamento hanno con la differenza sessuale – e quindi la connessione di tale riflessione a contesti più dichiaratamente femministi come, ad esempio, Changer de defférence. Le fèminin et la question philosophique – sono lampanti. Plasticità distruttrice, accidente ed esistenza si legano imprescindibilmente; ognuno chiama in causa l’altro, dispiegando nuove forme a cui fare riferimento: l’essere vivente si presenta in quanto struttura dinamica.

    CHANGER DE DEFFÉRENCE. LE FÉMININ ET LA QUESTION PHILOSOPHIQUE

    Testo più spiccatamente femminista, Changer de difference. Le féminin et la question philosophique è un libro non edito in Italia, diviso in quattro saggi connessi tra loro attraverso l’approfondimento, sotto vari aspetti, di un tema – che in realtà si dirama in più argomenti – assai ampio e complesso: cosa vuol dire essere donna? È possibile parlare di essenza della donna? E se sì, di cosa si sta parlando esattamente?
    E così, una domanda tanto indagata si arricchisce di una nuova risposta che, a sua volta, acquisisce un taglio ben preciso. L’indagine filosofica sull’essenza del femminile, infatti, prende le mosse dall’esperienza che, in quanto donna e filosofa (o donna filosofo), l’autrice vive. Con un obiettivo chiaro e preciso – «Je pars d’une situation concrète, qui est la mienne, celle d’une «femme philosophe», française de surcroît, qui explore ici, en quatre textes qui se répondent, le «sens du féminin» (“Io parto da una situazione concreta, che è la mia, quella di una «donna filosofa», francese peraltro, che qui esplora, in quattro testi che dialogano, il «senso del femminile»”; pp. 10-11 traduzione mia) – l’autrice attraversa teorie, autorə ed epoche diverse: si dà spazio a Derrida, Hegel, Heidegger, Irigaray, Butler; varie voci che vengono ascoltate, accolte, confutate o maggiormente analizzate. Si esaminano il concetto di essenza e se valga ancora la pena parlarne, l’etica femminista e il concetto di differenza; ci si pone di rivisitare ontologia e biologia per meglio esplorare il concetto di féminin (che qui mi permetto di tradurre letteralmente con “femminile”). Si indaga il suo significato e come esso venga declinato. Si evince a quanta violenza tale termine sia collegato, quanta ne sia stata perpetrata anche da parte di tutte quelle teorie che da sempre indagano la condizione femminile rendendola oggetto e succube d’analisi, ma mai soggetto dell’analisi stessa. Il tutto si colora attraverso termini di stampo malabouiano, quali plastico e trasformativo, visti in quanto attributi fondamentali per poter ripensare il femminile nei termini di soggetto possibile. A fronte di ciò, ancor di più il punto di vista spiccatamente personale risulta fruttuoso per tale indagine. Esso, ben presente e manifesto fin dalle prime battute dell’opera, culmina nel saggio finale (oltre che attraverso la descrizione e l’analisi dell’esperienza stessa dell’autrice) e il femminile diviene soggetto possibile e necessario all’indagine filosofica. Quest’ultimo diverrà uno statuto d’essere non applicabile in base al sesso biologico, ma declinabile a tutti quei soggetti che subiscono o hanno subito violenza. Quello che può sembrare un percorso apparentemente tortuoso, risulta invece ben tracciato grazie alla struttura del libro stesso che dà ampio spazio a momenti diversi dell’analisi scandendo un ritmo di lettura piacevole e facile da seguire.

    IL PIACERE RIMOSSO. CLITORIDE E PENSIERO

    Il testo è stato scritto nel 2020, solo un anno dopo alla comparsa nei libri di testo francesi della clitoride. Il percorso che l’autrice decide qui di compiere si figura come via alternativa tra quelli che Malabou definisce come due principali negazioni che animano, ad oggi, le lotte femministe: la negazione della plasticità del genere e la negazione di una nozione non essenzialista della donna. Si guarda così alle lotte femministe, chiedendosi, in particolar modo, durante quella che oggi viene definita come quarta ondata, chi sia il soggetto di tali lotte. È questo il punto di partenza da cui la filosofa inizia a solcare questa nuova via, partendo col ricostruire una breve genealogia dei grandi momenti del femminismo fino ai tempi contemporanei.
    All’interno di tale movimento la clitoride diviene la disamina, la bussola grazie alla quale è più facile orientarsi tra le varie voci a cui la filosofa dà spazio, il perno attorno a cui questo nuovo soggetto delle lotte femministe può destarsi. Malabou, inoltre, non si limita a tracciare i contorni di un nuovo soggetto, ma si interroga anche sulle dinamiche di potere che investono la società e in che termini queste possano venire ricostruite proprio prendendo a modello la clitoride e le sue proprietà.
    Attraverso la storia della clitoride stessa, attraverso i suoi molteplici significati, le motivazioni della sua assenza, le sfumature di cui di volta in volta si arricchisce, tale via alternativa fa la sua comparsa.
    La clitoride prende, in questo testo, l’attributo di plastica poiché si trasforma, si arricchisce di significati sempre diversi: è sempre da scoprire. Essa diviene così il luogo del femminile, dove femminile qui vuol dire negato, rimosso, nascosto, esposto a violenza, che non ha ancora trovato il proprio posto e quindi esula dall’essere un appellativo solo delle donne: la clitoride può impiantarsi dappertutto. In ultima analisi essa risulta essere un organo biologico e simbolico, essa è turgida, resiste, non penetrata, non governa, non obbedisce nemmeno a norme di genere predeterminate.

    CHE TU SIA IL MIO CORPO. UNA LETTURA CONTEMPORANEA DELLA SIGNORIA E DELLA SERVITÙ IN HEGEL – con J. Butler

    Un’interessante caratteristica della produzione malabouiana è la cospicua presenza di scritti a quattro mani, quasi a voler riproporre la pratica femminista dell’autocoscienza (delineata da Carla Lonzi): ci si pone in relazione autentica e dialogica con le altre donne; la propria posizione incontra l’altra e viene messa, così, maggiormente a fuoco, arricchita di nuove sfumature, si trasforma e si consolida. È questo il caso di Sois mon corps, un dialogo a due voci che evoca uno scambio epistolare tra Catherine Malabou e un’altra importante personalità del panorama filosofico contemporaneo, Judith Butler. Le due autrici rileggono la dialettica signore-servo proiettando un occhio di bue sul grande non-detto della Fenomenologia dello Spirito di Hegel. Figlie di un femminismo in cui corpo e mente sono indivisibili, le filosofe mettono in luce quanto il corpo, pur non essendo mai nominato nel testo hegeliano, aleggi in tutto il cammino dello Spirito. Si cerca di metterlo tra parentesi, ma il corpo «lascia sempre la propria traccia» e questa viene individuata maggiormente e facilmente circoscritta in Signoria e Servitù. Da questo assunto in comune la rilettura malabouiana si intreccia con quella butleriana dando vita a un dialogo che non si esaurisce in una posizione comune e netta, ma che continua ad ardere, per cui proficuo e di rilievo nel tempo. Il corpo, nel testo delle due filosofe, viene mostrato come qualcosa che si sdoppia, come il luogo di un altro tipo di relazione. Al fine di conoscere e affermare se stessi, l’altro – più in particolare il corpo dell’altro – risulta necessario, imprescindibile eppure da annientare. Il rapporto con l’altro si dà in un misto di paura e desiderio. Tale contraddizione è alla base, secondo le filosofe, di una corretta autoaffermazione dell’Io: non si deve percorrere un movimento rettilineo e uniforme che vada da un primo sé – ma anche proto-sé –a un sé finito. Il cammino verso l’autocoscienza è un cammino più tortuoso, contraddittorio poiché siamo legati all’altro proprio in virtù del nostro corpo ma allo stesso tempo grazie a questo corpo che noi siamo ne siamo anche slegati.
    “Che tu sia il mio corpo” è ciò che il padrone ordina al servo ma quest’ultimo non può mai davvero prendersene carico e il primo non può mai davvero disfarsene. Il distacco dal proprio corpo risulta impossibile, eppure ve n’è un disperato bisogno, per cui l’unico possibile è l’attaccamento al distacco. Si tratta, specifica in questo testo Malabou, di un movimento plastico, un movimento trasformativo; grazie a questo corpo che io sono mi è possibile compiere questo doppio movimento di distacco e attaccamento. Ma cos’è l’attaccamento e cos’è il distacco? Quando e come si forma il corpo? Domande e risposte che si intersecano tra loro convergendo nella conclusiva affermazione che «figura dell’intersezione, che non è un’immagine stabile o certa; tale sembra essere, se il corpo è «in forma», la forma del corpo».

  • Denaturalizzare il pensiero: il femminismo materialista francese

    Una bibliografia ragionata a cura di Vera Sibilio, Federica Peluso, Nicoletta Paci, Cinzia Brunati

    Il progetto di creare questa bibliografia nasce all’interno del Master di Studi e Politiche di Genere dell’Università Roma Tre. Confrontandoci, abbiamo scoperto un interesse e una curiosità condivisa ad approfondire le teorie del femminismo materialista francese. In particolare, il punto comune che costituisce il nostro interesse principale in questo ambito teorico risiede nella contestazione avanzata dalle materialiste all’idea di una natura essenziale e immutabile. Troviamo che la portata teorica del femminismo materialista francese sia di fondamentale importanza per costituire alleanze femministe non essenzialiste e rivoluzionarie. I testi sono stati scelti – considerando alcune limitazioni relative alla reperibilità di alcune autrici meno tradotte in italiano – con l’intento di presentare una panoramica quanto più comprensiva possibile sul pensiero materialista francese.

    Monique Wittig. Il pensiero straight e altri saggi. Collettivo della Lacuna (traduzione e a cura di), 2019. https://pensierostraight.home.blog
    “Il pensiero straight e altri saggi” è una raccolta di saggi scritti da Monique Wittig a partire dal 1976 fino agli anni Novanta. L’operato di Wittig si inserisce nella teoria femminista materialista con la particolarità di adottare un punto di vista lesbico all’interno della sua analisi. Tale approccio è, per Wittig, imprescindibile in quanto, secondo l’autrice, è proprio l’esperienza lesbica a realizzare nella pratica quello che il femminismo materialista ha prodotto nella teoria. Come le altre materialiste, considera il sesso come una classe politica e il femminismo come una lotta per l’abbattimento di tali classi di sesso. In particolare, Wittig chiama “sistema eterosessuale” o “economia eterosessuale” il regime politico all’interno di cui i soggetti sessuati sono prodotti e naturalizzati. E in particolare, spiega Wittig, la donna all’interno di tale sistema è ridotta puramente all’incarnare, nella sua totalità, la sua classe di sesso – “donna” –; le è impossibile, nella società eterosessuale, sfuggire a tale destino.
    Un’altra tematica che emerge all’interno della raccolta è relativa al fattore linguistico; tale questione attraversa con forza i diversi saggi all’interno de “Il pensiero straight” per poi essere ripresa anche in altri testi. Per Wittig, “Il linguaggio proietta fasci di realtà sul corpo sociale, marcandolo e plasmandolo violentemente” (Il marchio del genere, p. 64). Ne consegue, dunque, che anche la lingua è materialità e in quanto tale concorre alla produzione e riproduzione dell’oppressione di determinate soggettività. Nominare e categorizzare, fissare identità nella lingua, significa, appunto, costituire i corpi e assegnarvi un referente fisso e apparentemente reale che ne legittima la sua presunta “naturalità”.
    Le analisi di Wittig contenute in questa raccolta offrono degli spunti che risultano ancora molto attuali e che, in alcuni casi, troviamo ripresi anche in altre tradizioni femministe oltre il materialismo francese. Monique Wittig nella sua produzione teorica ci dà una serie di strumenti con cui noi possiamo interagire, che possiamo riadattare e ricontestualizzare, cercando di fare anche nostra la sua capacità di pensare al di fuori dei parametri prestabiliti dalla società patriarcale.

    Monique Wittig e Sande Zeig. Appunti per un dizionario delle amanti. Editore Meltemi, 2020.
    Nel 1975 la casa editrice Grasset chiese a Wittig di scrivere un dizionario femminista e lei decise di produrlo insieme alla compagna Sande Zeig, capovolgendone il significato, interpretando a modo suo il compito che le era stato assegnato. Infatti, afferma: “A causa di tutti i cambiamenti di senso, slittamenti di senso, perdite di senso che le parole tendono a subire, arriva un momento in cui esse non agiscono più sulla o sulle realtà. È necessario allora riattivarle”.
    Ed è esattamente quello che fa, riscrivendo un testo in cui le parole conosciute assumono nuovo senso; il dizionario di un mondo scomparso, quello delle amazzoni, in cui il linguaggio non veniva usato con l’intento di dominare. Ecco la critica più puntuale alla tradizione patriarcale che usa il linguaggio per dominare altri essere umani, e, pertanto, il tentativo di disgregare tale assetto per costruire una realtà diversa. Le parole diventano quindi elemento vivo con cui forgiare un mondo differente, fornirgli una consuetudine, renderlo autorevole attraverso una bibliografia, con grande ironia e irriverenza verso la filologia.
    Le protagoniste del libro sono le Amanti, volutamente al plurale perché vivono e amano insieme, “spinte da un violento desiderio delle une per le altre”. Al contrario, la figura della donna è descritta come colei che ha deciso di riconoscersi nella sola funzione di generatrice, di madre, rifiutando di identificarsi nelle amazzoni, da cui discendono tutte le amanti.
    Il Dizionario, visto tradizionalmente come raccolta autorevole e sistematica di parole, viene qui invece costruito proprio attraverso le assenze di alcune parole; le mancanze servono ad ottenere una conoscenza differente, quella di un mondo dove l’oppressione esercitata dagli uomini non esiste. Anzi sono proprio questi ultimi a mancare totalmente dal dizionario, a non essere citati, e questa assenza evidenzia il raccontare di un mondo nuovo, al di fuori della dicotomia uomo-donna, atto ad innescare un mutamento politico della realtà. L’eterosessualità è vista come un sistema di oppressione da cui liberarsi attraverso una stretta relazione fra teoria e politica, considerate non come entità separate ma come due ambiti indissolubilmente legati e base di qualsiasi cambiamento.

    Paola Tabet. La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico. Rubettino Editore, 2004.
    Ne “La Grande Beffa”, Paola Tabet riunisce alcuni saggi scritti dagli anni Ottanta in poi in cui vengono poste in esame le diverse forme di scambio sessuo-economico, i modi in cui la sessualità delle donne è fatta oggetto di scambio da parte degli uomini e tra gli uomini. All’interno del testo si dimostra come questo scambio non riguardi esclusivamente quella che viene chiamata comunemente prostituzione. Il concetto di scambio sessuo-economico indica un fenomeno ben più vasto, ossia l’insieme delle relazioni tra uomini e donne che coinvolgono una transazione economica in cui sono le donne a fornire servizi sessuali e gli uomini a dare un compenso più o meno esplicito per questi servizi. Questo compenso può prendere varie forme e avere valori diversi: lo status sociale, il prestigio, regali o il pagamento diretto in denaro. In questo saggio Paola Tabet si domanda come e perché all’interno di questo scambio siano sempre gli uomini a offrire un compenso economico e le donne delle prestazioni sessuali, e non viceversa. Quindi, nel continuum degli scambi sessuo-economici si riuniscono una serie di relazioni che vanno dal matrimonio alla prostituzione e che sono comprese all’interno di questi due estremi. Per Paola Tabet non vi è un’opposizione binaria tra matrimonio e prostituzione, ma piuttosto una serie complessa di relazioni differenti, con tratti in comune e differenze che riguardano la modalità della relazione, la forma di contratto, le persone, la durata, i servizi forniti. Il problema messo in luce all’interno di questo saggio non è se il matrimonio sia da considerare come più oppressivo della prostituzione, né sottolineare un’opposizione tra matrimonio e sex work. Piuttosto si è trattato di mettere in luce l’esistenza di un continuum dai molteplici aspetti.  Non si delinea un’opposizione tra matrimonio a vita e rapporto sessuale rapido di pochi minuti, né l’opposizione tra sposa e prostituta, ma si profilano una serie di relazioni varie, di durata differente e la possibilità che una stessa donna possa passare da una forma di servizio sessuale (compreso quello del matrimonio) a un’altra in una stessa vita, in un continuo passaggio.

    Colette Guillaumin. Sesso, razza e pratica del potere. Ombre Corte ed., 2020.
    Il volume di Colette Guillaumin dal titolo “Sesso, razza e pratica del potere” si inserisce nel filone del femminismo materialista francese, di cui Guillaumin stessa è esponente fondamentale, estendendo l’analisi al concetto di “razza” e mettendolo in relazione con quella di “sesso” (oggi noi diremmo di “genere”). Guillaumin infatti, nell’analizzare entrambe le nozioni da una visuale radicalmente antiessenzialista, ne rifiuta la supposta origine naturale e vi attribuisce invece il carattere – politico – di dispositivi di oppressione.
    In particolare, nel saggio iniziale “Pratica del potere e idea di Natura” che costituisce il fulcro del volume, Guillaumin svela come la natura specifica dell’oppressione delle donne consista nella loro appropriazione come classe ad opera di una classe antagonista – quella degli uomini. I rapporti di potere, quindi, si strutturano sull’asse del sesso (rectius: del genere) in senso meramente unidirezionale. Tale appropriazione non potrebbe però funzionare se non fosse sorretta da un dispositivo ideologico-discorsivo che la giustifichi: tale è appunto, per Guillaumin, l’idea di natura.
    Secondo l’Autrice, infatti, i gruppi oggetto di appropriazione non preesistono a quest’ultima ma, al contrario, è l’appropriazione stessa a farli emergere e a raggruppare alcuni individui in base a caratteristiche del tutto arbitrarie. Tale deliberata arbitrarietà, non potendo trovare concreta legittimazione, viene oscurata e il rapporto di appropriazione ammantato di una naturalità (perciò indiscutibile e immutabile) che invece è prettamente politica e culturale. Tale processo ideologico di “naturalizzazione” vale tanto per la nozione di genere che per quella di “razza”. “Razza” e “sesso” infatti esistono solo e soltanto in quanto funzionali all’esercizio della completa proprietà di un gruppo dominante sugli altri. Proprio a partire da questa argomentazione, con espressione icastica, Guillaumin parla di “sessaggio” per intendere il rapporto di appropriazione tra classi di sesso, così come “schiavitù” e “servaggio” indicano il rapporto di dominio a danno dei gruppi razzizzati. In conclusione, il testo di Guillaumin, partendo da presupposti materialisti e antiessenzialisti, giunge a mettere in discussione l’esistenza stessa delle “donne” e dei “neri” come gruppi naturali e biologici per svelare la natura intrinsecamente politica di tali nozioni. Il volume di Gullaumin ha quindi un enorme portato trasformativo: se non vi è naturalità nel dominio esercitato, i rapporti di forza possono essere sovvertiti.

  • Carole Pateman. Una bibliografia ragionata

    a cura di Isabella Mileti, Camilla Valerio, Nicole Kheiraoui, Adio Terranova

    Carole Pateman, The Disorder of Women, Stanford University Press, 1989
    Il volume “The Disorder of Women” è stato pubblicato tra il 1975 e il 1988. Pateman prende in esame gli aspetti della vita democratica e considera le condizioni sociali che sono necessarie per la democrazia, partendo dalla critica alla divisione della società secondo canoni di classe e genere. Per far ciò, compie lo sforzo di rivedere e rivisitare alcune delle teorie di Rousseau, Freud, Hobbes, Locke, Hegel includendo saggi da una prospettiva femminista e fornendo esempi concreti delle differenze tra questi due approcci alla democrazia, alle questioni del consenso e dell’obbligo politico, e al rapporto tra la sfera privata e quella pubblica:

    Rousseau and Freud offer a remarkably similar diagnosis of why women are incapable of developing a sense of justice. Both agree that for women, anatomy is destiny. The biological (natural) differences between the sexes influence and are reflected in their respective and moral characters.

    Il volume offre vari argomenti di discussione sui problemi non solo della democrazia, ma anche della cittadinanza e dello stato sociale, secondo una prospettiva “femminista” che mette in luce le difficoltà largamente che circondano la partecipazione delle donne. 

    Carole Pateman, Il contratto sessuale. I fondamenti nascosti della società moderna,  Moretti&Vitali, 2015
    Nel libro “Il contratto sessuale” del 1988, Carole Pateman, riprende l’analisi di Hobbes, Locke e Rousseau– quindi le teorie fondanti dello stato moderno – e di altri autori più recenti, allo scopo di evidenziare quello che lei chiama una “autocensura teorica”.  L’origine della libertà nella nostra società, secondo il contrattualismo classico, è da ritrovare nell’azione degli uomini che in quanto liberi ed uguali decidono spontaneamente di uscire da uno stato di natura belligerante sottomettendosi ad un potere superiore attraverso il cosiddetto contratto sociale. Qui Pateman evidenzia una incongruenza nel racconto originario in quanto, alla base di questo patto ci sarebbe il dimenticato contratto sessuale che relega le donne in uno stato di inferiorità. Loro, infatti, non hanno di fatto partecipato al contratto sociale e sono state confinate nella sfera privata. In questo senso quindi, le donne non sono “individui” (in quanto proprietarie del proprio corpo e della propria libertà) ma sottomesse e lo sono in ogni contratto a cui si legano nella vita, come ad esempio il contratto di matrimonio.  Attraverso le fitte pagine di questo libro, Pateman fornisce un’analisi dettagliata e complessa delle conseguenze del contratto sessuale sia sul piano del diritto (in particolare all’interno dell’istituto del matrimonio) ma anche della sua “forza pratica” nel quotidiano che risulta ancora attuale. In modo particolare, quando ci racconta che le donne sono incorporate nella vita pubblica e sociale su basi diverse rispetto agli uomini e che nel mondo del lavoro non sono considerate come lavoratrici a pieno titolo, non possiamo che risentire gli echi di una narrativa che ci permea ancora oggi e che ci racconta di donne, magari con con ruoli politici o pubblici, sempre e solo come “madri”, “figlie” e “mogli di”.

    Carole Pateman, Charles W. Mills, Contract and Domination, Polity, 2007
    L’opera “Contract and Domination”, pubblicata nel 2007, nasce dalla collaborazione di Carole Pateman con Charles W. Mills. Nel testo le teorie del contratto di Pateman e Mills entrano in relazione, tra intersezioni e divergenze. Pateman riflette sulla dottrina della terra nullius, in cui il contratto originale assume la forma del “contratto del colonizzatore”, che è a sua volta un “contratto razziale”. Mills formula il “contratto di dominio”, lo strumento descrittivo di una teoria non-ideale, che permette di tracciare le ingiustizie della società ribaltando il quadro ingannevole presentato dalla tradizionale teoria del contratto. 
    Sia Mills che Pateman concordano sul fatto che le società occidentali siano state fondate sin dalle origini su un contratto che è sia razziale che sessuale, nel senso che è strutturato su una logica di dominio da parte delle persone bianche (uomini in primis) su quelle non-bianche e sulle donne. Pateman storicizza questo fenomeno partendo dagli albori dell’età moderna, mentre Mills delinea una gerarchia delle oppressioni in cui le discriminazioni razziali e quelle di genere si intersecano, restituendo un quadro profondamente critico della società occidentale rispetto al quale tutt3 noi siamo invitat3 a riflettere.

  • Le lotte, assieme. Una bibliografia ragionata sull’intersezionalità

    A cura di Bianca Marzolo, Irene Fermanelli e Silvia Peveri

    Questa bibliografia nasce durante il primo modulo del Master “Studi e politiche di genere” dell’università di RomaTre. L’ordine scelto di presentazione dei volumi è cronologico per l’anno di pubblicazione.
    Per costruire questa bibliografia abbiamo seguito l’urgenza di tracciare una guida, un percorso sull’intersezionalità con lo scopo di sfuggire allo svuotamento di senso e di conflittualità. Attraverso questa lente leggere ciò che ci circonda, proporre una postura ma anche una prospettiva di lotta con l’obiettivo di evidenziare convergenze e possibili alleanze.
    Una cassetta degli attrezzi, una traccia, per guidare e guidarci attraverso la complessità. Riconoscere genealogie e appartenenze, fare luce su autrici e autorx che hanno pensato e costruito una trama di relazioni tra marcatori di oppressione e soggettività dissidenti, senza gerarchie e/o priorità, costruendo la base “teorica” per una lotta collettiva, condivisa, comune.

    Angela Davis, Donne, razza e classe (1981), Edizioni Alegre, 2018.
    Angela Davis, centrale attivista del movimento femminista nero degli anni Settanta. In questo volume, testo pioneristico sul tema dell’intersezionalità, ripercorre storicamente le violenze e le brutalità subite dal popolo Nero durante lo schiavismo, lo sfruttamento lavorativo, il linciaggio e la sterilizzazione forzata eugenetica, mostrandoci l’oppressione specifica vissuta dalle donne Nere. Oppressione caratterizzata dall’intreccio di più fattori: essere donna, Nera e domestica o operaia, sfruttata dallo schiavismo, dal sistema capitalista e discriminata dalla supremazia bianca e dal maschilismo. Oppressione che ha, quindi, influenzato in maniera deterministica le lotte di queste donne e che non è stata riconosciuta e appoggiata dai movimenti femministi americani: a partire dal movimento suffragista di fine ‘800 che guardava alla sola oppressione di genere e che presentava un “razzismo […] così radicato […] che le sue porte non furono mai veramente aperte alle donne Nere” nonostante quest’ultime “in quanto donne che subivano l’oppressione combinata di sesso, classe e razza, possedevano un potente argomento a sostegno del diritto di voto”; al movimento per il controllo delle nascite dei primi decenni del ‘900 il quale “iniziò a sostenere che le donne povere, Nere e immigrate avessero il dovere morale di ridurre la grandezza delle loro famiglie”; fino al movimento per il diritto all’aborto degli anni Settanta che, rivendicando la maternità consapevole per le donne bianche di classe media, “non riuscì a difendere più in generale i diritti riproduttivi, intercettando anche quelle donne (della classe lavoratrice) che dovevano rinunciare al loro diritto alla riproduzione per circostanze economiche”.
    Questo volume offre una grande lezione, rinnovata dai recenti movimenti femministi come Non una di meno: occorre abbandonare l’idea di un soggetto “donna” contraddistinto universalmente da una storia di oppressione condivisa; al contrario, è necessario riconoscere le specificità e le complessità delle rivendicazioni, delle lotte e dei desideri delle diverse soggettività in movimento. Se intersezionale è l’oppressione subita, così devono essere i moti di liberazione.
    Come fu per il movimento abolizionista della schiavitù che riconobbe “l’inseparabilità della lotta per la liberazione dei Neri e quella per la liberazione delle donne”, così oggi diventa necessario sostenere le rivendicazioni di tutti i gruppi oppressi. Per usare le parole di Davis: “senza cadere nel tranello ideologico di sostenere che una (lotta per la liberazione) sia più importante dell’altra, ma riconoscendo il carattere dialettico della relazione tra le due”, tra le tante.

    Colette Guillaumin, Sesso, razza e pratica del potere (2016), ombre corte, Verona, 2020
    Colette Guillamin, sociologa e antropologa francese, un’autrice poco tradotta e conosciuta in Italia. Il volume “Sesso, razza e pratica del potere. L’idea di natura” infatti pubblicato nel 2020 per le edizioni Ombre Corte raccoglie una serie di saggi e articoli scritti tra il 1977 e il 1992. Guillamin si inserisce nella corrente che si definisce femminismo materialista francese, insieme a Christine Delphy, Monique Wittig, Nicole-Claude Mathieu e Paola Tabet. L’intreccio di dialoghi e confronti fra queste si elabora in un insieme di “Conversazioni ininterrotte” in cui si riconosce l’origine collettiva e stratificata del pensiero di Guillamin. Filo rosso tra i vari saggi raccolti nel volume sono le categorie di sesso e razza, che Guillamin adopera in un’attenta operazione di decostruzione e di analisi delle relazioni di potere a esse collegate. Queste categorie sono tutt’altro che naturali, si tratta di fatti sociali. Nel corso della disamina individua “la natura specifica dell’oppressione delle donne nell’appropriazione” (p. 40), cioè la riduzione delle donne allo stato di oggetti materiali. Viene sottolineato anche l’aspetto dirimente dell’appartenenza delle donne alla classe di sesso. Guillamin introduce il concetto di sexage (tradotto come “sessaggio”) per spiegare le caratteristiche del rapporto di appropriazione delle donne da parte degli uomini. Il rimando chiaro è ai termini esclavage e servage per indicare il rapporto tra uomini e donne. All’interno dell’economia domestica moderna il sessaggio rappresenta i rapporti di classe di sesso in cui “a essere accaparrata è la stessa unità materiale che produce forza lavoro, e non la sola forza lavoro” (p. 43). La nozione di sessaggio illumina l’affinità fra la stessa e “l’istituzione schiavista (…) che risiede nell’appropriazione illimitata della forza lavoro” (p. 81).
    “La riduzione allo stato di cosa […] persiste ancora oggi sotto i nostri occhi nelle metropoli industriali, nascosta e sovraesposta, nel caso del matrimonio, rapporto sociale istituzionalizzato come mai nessun altro”, ma l’opera di naturalizzazione a cui sono sottoposte le categorie e i rapporti sociali impedisce – talvolta – anche alla classe asservita di vedere ciò. L’appropriazione è un fatto inconsapevole quanto invisibile e che Guillamin definisce come “il legame dei servi con la terra e quello delle donne con gli
    uomini sono in parte paragonabili” ma non basta lavorare per tracciare analogie, serve decostruire e raccontare i pezzi che compongono questo ordito complesso. Esistono diversi modi di appropriazione della classe delle donne e Guillamin li definisce tutti passo per passo: il mercato del lavoro, il confinamento spaziale, l’uso della forza, l’obbligo di prestazione sessuale, l’arsenale giuridico e il diritto consuetudinario. Nel testo non si rintraccia esplicitamente un riferimento al concetto di intersezionalità ma, l’urgenza e la necessità di inserirlo all’interno di questo insieme di riferimenti bibliografica al tema è dovuto al fatto che, questo volume fornisce strumenti fondamentali e ancora attuali per un’elaborazione che tenga conto degli assi sesso, razza e classe e di come questi operino nella costruzione di rapporti sociali di oppressione e dominio.

    Sara Carnovali, Il corpo delle donne con disabilità. Analisi giuridica intersezionale su violenza, sessualità e diritti riproduttivi, Aracne editrice, 2018.
    Sara Carnovali è dottoressa di Ricerca in Diritto costituzionale autrice di diverse pubblicazioni sul tema dei diritti umani delle persone con disabilità. Il presente volume intreccia e analizza tali diritti con le tematiche di genere nei contesti internazionale, europeo e italiano, ponendo particolare attenzione a ciò che afferisce alla dimensione del corpo delle donne con disabilità indagando i temi della sessualità, della violenza e dei diritti riproduttivi. L’ottica adottata è quella di una discriminazione multipla intersezionale, che risulta essere “particolarmente odiosa perché quasi sempre invisibile e sommersa, instaurandosi in contesti di (presunta) cura e assistenza alla donna o all’interno di ambienti relazionali per cui la donna con disabilità viene ritenuta ‘incapace’ di decidere autonomamente”.
    La varietà delle disabilità esistenti unite agli stereotipi e i pregiudizi che colpiscono le donne con disabilità, come il ‘mito dell’asessualità’ e quello ‘dell’ipersessualità’, determinano discriminazioni e fragilità specifiche quali la difficoltà di accesso ai servizi socio-sanitari legati a sessualità e riproduzione, l’accoglienza in rifugi per vittime violenza, e l’interruzione di gravidanza, la contraccezione e le sterilizzazioni forzate. Così facendo Cornovali ci ricorda la necessità di un mutamento culturale e di una assunzione di responsabilità collettiva nella lotta alla società patriarcale. Le donne con disabilità sono “considerate soggetti nuovi nella riflessione politica […] e a lungo escluse […] dalla riflessione femminista sull’intersezione tra genere e disabilità”, probabilmente perché “le tematiche che il femminismo vede quali “luoghi di oppressione” – ad esempio il paradigma della donna quale madre che si occupa dell’accudimento dei figli – sono ambiti di lotta […] da parte delle donne con disabilità”. Alcuni dei movimenti femministi di oggi, vicini ad una concezione della disabilità come “prodotto culturale del predominio del ‘paradigma abilista’ a lungo rivendicato dalle associazioni per i diritti delle persone con disabilità”, rivendicano i diritti civili, politici e sociali e riconoscono l’intersezionalità delle discriminazioni subite dalle donne con disabilità.
    Questa analisi giuridica intersezionale è un ottimo strumento per gli operatori del diritto e per le istituzioni, le associazioni e i professionisti che incontrano donne e persone con disabilità nel loro lavoro, anche e soprattutto nell’ottica, a più riprese ribadita dall’autrice, della sostanziale necessità di una formazione specifica per queste figure lavorative. Carnovali fornisce un quadro delle normative vigenti e delle lacune esistenti nel trattare, a livello giuridico, l’intersezione tra genere e disabilità e ci ricorda, infine, l’importanza di un Legislatore che sia sensibile alle problematiche sottese alla disabilità e consapevole della complessità di ricercare un equilibrio tra protezione e autonomia, tutela e libertà.

    AA. VV., Introduzione ai femminismi, DeriveApprodi, Roma, 2019
    Sin dalle prime righe della prefazione si evince quale sia l’intento del presente volume, curato da Anna Curcio, quello che si ha tra le mani è infatti un vademecum. Un manuale che racchiude un excursus della critica femminista della cosiddetta seconda ondata. Ogni saggio che lo compone è espressione del sentire e del posizionamento dell’autrice/dell’autorx, da qui la possibilità, leggendoli tutti, di scovare dissonanze e divergenze.
    Il secondo capitolo nella fattispecie risponde all’esigenza di questa bibliografia, tratta infatti il tema del Femminismo Nero con il pensiero e le parole di Marie Moise. Una disamina quella di Moise ricca di riferimenti a figure pioniere, la ribellione delle donne dalla violenza della schiavitù, tra cui Milla Granson nata schiava, imparò a leggere e scrivere dai figli del padrone e che organizzò ‘la scuola di mezzanotte’, un corso clandestino di alfabetizzazione per schiavi e schiave, o ancora Harriet Tubman che dopo essere fuggita riesce a portare in salvo centinaia di schiavi attraverso la rete Underground Railroad; Moise dunque sottolinea come “la lotta per aver salva la vita è la prima forma del progetto femminista Nero di trasformazione e giustizia sociale” (p. 28). L’origine, le radici del femminismo nero stanno nella storia delle donne della diaspora africana. In un’opera di decostruzione di categorie e costruzioni sociali, collegata in parallelo a un’attenta ricostruzione delle genealogie del pensiero femminista Nero, Moise traccia un percorso costellato di voci e collettività dove a emergere è una struttura complessa di oppressioni intercornesse. Moise inserisce anche un paragrafo dedicato al concetto di ‘Intersezionalità’ partendo dalla definizione di chi lo ha coniato, Kimberle Crenshaw nel 1989. Applicare la lente dell’ intersezionalità “non si significa rafforzare le linee di frammentazione sociale, ma renderle visibili, insieme all’eterogeneità degli orizzonti di liberazione”. Efficace e utile ai fini della trattazione, il riferimento al concetto di ‘sbiancamento dell’intersezionalità’ di Sirma Bilge (2014), il processo cioè a cui sovente assistiamo di depoliticizzazione dello strumento, soprattutto in seguito al suo approdo nel mondo accademico, processo impiegato generalmente in un contesto bianco. Un contributo quello di Moise che all’interno del volume a cura di Anna Curcio, apre una faglia, crea uno spazio di riflessione sull’attuale e sull’urgenza e si chiude con le parole di Fanny Lou Harmer “Nessuna persona sarà libera fino a che non lo saranno tutte” (p. 42).


    Laura Corradi, Il femminismo delle Zingare: intersezionalità, alleanze, attivismo di genere e queer (2018), Milano, Mimesis, 2022
    Laura Corradi è ex operaia, traveller, attivista e studiosa, è impegnata nei
    movimenti femministi, queer, antirazzisti ed ecologisti. Attualmente ricercatrice e docente presso l’Università della Calabria, si occupa di studi di genere e metodo intersezionale e di sociologia della salute e dell’ambiente. Nel 2018 pubblica “Il femminismo delle Zingare” che affronta un femminismo poco conosciuto in Europa. Attraverso questo saggio Corradi individua 3 caratteristiche cardine dell’azione femminista Zingara che ne rendono fondamentale il contributo. La prima è la capacità del femminismo delle Zingare di mantenere “la direzione del cambiamento verso il rispetto per le differenze, l’empowerment e la coesione sociale nelle comunità e insieme facilita la comunicazione con il mondo esterno sulle questioni di genere” (p.130). La seconda caratteristica che rende il femminismo delle Zingare così importante “riguarda la consapevolezza culturale della complessità dei processi alla base della formazione dell’identità. […] Le femministe zingare offrono utili strumenti di autoriflessione e forme decisionali partecipative” (p.130). Il terzo fattore che lo rende fondamentale è la consapevolezza che “nessuna comunità può superare un’oppressione secolare conservando forme di assoggettamento interne” (p.131). Il femminismo delle Zingare quindi “offre la possibilità di allargare le prospettive in termini di intersezionalità a coloro che hanno a cuore la lotta contro tutte le disuguaglianze sociali. È fonte di ispirazione per la sua capacità di costruire relazioni. […] Il femminismo delle Zingare trascende i confini, sfida i pregiudizi geografici occidentali e gli atteggiamenti eurocentrici partendo da un punto di vista molteplice e mutevole, quello di un “quarto mondo” recente ma con radici antiche” (p.131). Il lavoro di Corradi riesce a far coincidere rigore scientifico e spirito sovversivo in un’analisi che si espande tanto orizzontalmente quanto in profondità.


    bell hooks, Elogio del margine / Scrivere al buio, Napoli, Tamu Edizioni, 2020 – Trad. Maria Nadotti
    Elogio del margine di bell hooks è una raccolta di saggi sulla resistenza delle
    donne afroamericane all’intersezione violenta tra razzismo e sessismo. È una raccolta curata e tradotta da Maria Nadotti, integrata con un’intervista che Maria Nadotti fece a hooks nel 1997. bell hooks è stata una scrittrice, attivista e femminista statunitense cresciuta nel Kentucky dove vigeva un sistema di apartheid. Figlia delle due origini la scrittura di bell hooks si concentra su: intersezionalità tra razza, capitalismo, e genere. “Gran parte del mio lavoro nell’ambito della teoria femminista ha messo in rilievo quanto siano rilevanti i modi in cui status razziale e di classe determinano sino a che punto si possono affermare il dominio e il privilegio maschili e, ancor più, in che forma razzismo e sessismo sono sistemi interconnessi di dominio che si rafforzano e si sostengono a vicenda” (p.46). Ma la forza di bell hooks sta nella sua lucida capacità di trasferire questa complessa rete di oppressione al grande pubblico, con un linguaggio semplice e chiaro.
    bell hooks analizza quello spazio limite in cui vive chi è oppresso, sfruttato e colonizzato. Elogia “il margine” e lo racconta come “posizione e luogo di resistenza […] cruciale. […] Voglio affermare che questi margini sono stati luoghi di repressione, ma anche di resistenza. Poiché siamo capaci di definire la natura di quella repressione, è evidente che sappiamo che il margine è un luogo di privazione. […] Quando si tratta di parlare del margine come luogo di resistenza, veniamo spesso ridotti al silenzio” (pp.130-131). È proprio in questo margine “eletto a luogo di resistenza” che bell hooks ci porta e ci mostra la capacità trasformativa che ha la “costruzione di uno spazio creativo radicale capace di affermare e sostenere la nostra soggettività, di assegnarci una posizione nuova da cui poter articolare il nostro senso del mondo” (p.134).


    Tiburi Màrcia, Il contrario della solitudine. Manifesto per un femminismo in comune, effequ, Firenze, 2020
    Màrcia Tiburi filosofa, artista, docente universitaria e scrittrice brasiliana è autrice del pamphlet pubblicato in Italia da effequ nella traduzione di Eloisa del Giudice. Durante il corso del libro Tiburi ci accompagna in una riflessione collettiva sul femminismo, partendo dal suo rapporto con il termine e il suo significato, partendo dunque da sé, tracciando una linea scura, di consapevolezza e autodeterminazione, coscienza, affetti e dolori della e nella politica; “Ho l’impressione che […] dobbiamo tutte il nostro femminismo alle nostre madri e alle nostre nonne, anche quando queste non si dicevano, e forse non erano neppure, femministe” (p. 43). La sua riflessione ha il sapore collettivo di una lotta trasversale, che intreccia identità e vissuti, che non determina gerarchie o priorità, una lotta femminista intersezionale. Il femminismo “[…] riunisce in sé i marcatori di oppressione della razza, del genere, della sessualità e della classe sociale” ed “è chiaramente una lotta contro le sofferenze accumulate” (p. 67).
    Tiburi determina un prima e un dopo l’incontro con il femminismo e come
    questa postura e prospettiva abbiano cambiato il suo modo di identificare sé stessa e lx altrx, “nel contesto del patriarcato l’identità è un parametro eterocostruito: nel femminismo l’identità è un elemento di costruzione di sé che passa necessariamente dall’autoriconoscimento” (pag. 33).
    Il femminismo ci accompagna nella lotta dei diritti di tutte, tuttx e tutti,
    “possiamo definirlo come il desiderio di una democrazia radicale rivolta alla lotta per i diritti di chi subisce ingiustizie sistematicamente disposte dal patriarcato […] Includiamo tutti gli esseri i cui corpi sono stati misurati per il loro valore d’uso. Corpi per il mestiere, per la procreazione, la cura, la salvaguardia della vita, per la riproduzione del piacere altrui […]” (pp. 22-23). Utilizzando il termine femminismo al singolare Tiburi non vuole assolutamente alludere a un’unità quanto piuttosto accompagnarci a svelare l’ordito complesso, una trama, una rete, che si riempie di desiderio, di saperi e volta alla costruzione del “comune”. Il titolo del volume ci guida nella scoperta di cosa sia nella teoria e nella pratica l’intersezionalità delle lotte: “ogni lotta è lotta quando è lotta insieme […] Lottare per dei diritti non significa lottare per i propri diritti in senso individuale” (p. 67); si tratta di una risposta collettiva alla solitudine.

  • Porpora Marcasciano

    a cura di Cristina Leo

     

    Porpora Marcasciano è una figura storica del transfemminismo italiano e autentica voce libera della collettività LGBTI+. Attualmente, è Presidente onoraria del MIT (Movimento di Identità  Trans) dopo esserne stata a capo dal 2010 al 2017.
    Il suo impegno nell’attivismo è andato sempre di pari passo con quello culturale.

    Anzi l’uno ha vicendevolmente sostanziato l’altro.

    Porpora Marcasciano ha pubblicato Tra le rose e le viole – La storia e le storie di transessuali e travestiti (Manifestolibri, 2002); Favolose narranti. Storie di transessuali (Manifestolibri, 2008), Antologaia – Vivere sognando e non sognare di vivere: i miei anni Settanta (Alegre, 2015) e L’aurora delle Trans cattive –Storie, sguardi e vissuti della mia generazione (Alegre, 2018).

    Ha partecipato con contributi a svariate altre pubblicazioni, tra cui: Porneia. Voci e sguardi sulle prostituzioni (Il Poligrafo, 2003); Altri femminismi. Corpi culture lavoro (Manifestolibri, 2006); Oltre le monocolture del genere (Mimesis, 2006); Gay. La guida italiana in 150 voci (Mondadori, 2006); Transessualità e scienze sociali (Liguori, 2008). L’amore ai tempi dello tsunami (Ombre corte 2014); Esquimesi in Amazzonia (Mimesis, 2014); Infiniti amori (Ediesse, 2014). Ha curato insieme ad altri Elementi di critica trans.

     

    Tra le rose e le viole – La storia e le storie di transessuali e travestiti

    Tra le rose e le viole è il titolo di una filastrocca di quando andavo all’asilo. Le suore la insegnavano alle bambine, che la cantavano facendo il girotondo. Mi piaceva molto. Essendo un maschietto non potevo entrare nel girotondo delle bambine e quando ci riuscivo ero davvero felice.

    L’incanto veniva rotto dal rimprovero delle suore e dalle urla di scherno degli altri bambini. Quando tornavo a casa, nella mia cameretta giravo in tondo, sognavo e cantavo <<Tre le rose e le viole…!>>”, così Porpora Marcasciano introduce il suo libro, con il quale attraverso il racconto e le testimonianze dirette, ricostruisce l’esperienza delle persone trans in Italia dalla fine degli anni Cinquanta fino alla fine degli anni Novanta.

    I racconti e i ricordi, che riaffiorano, documentano l’identità socioculturale delle persone trans, per trasmetterla come esperienza alle generazioni future.

    La realtà presa in considerazione è solo quella delle donne trans.

    E’ un pezzo di storia vera quello riportato dalle protagoniste, le cui testimonianze appartengono al passato, ma è allo stesso tempo si proiettano verso il futuro.

    Cinquant’anni narrati attraverso il racconto di dieci protagoniste.

    Le storie raccontano l’esperienza di persone diverse fra loro, ma accumunate dalla ricerca della propria identità e dai problemi che questa ricerca comporta.

    A parlare sono dieci donne trans.

    Due di loro, secondo una terminologia degli anni novanta, sono definite “travestiti” perchè indossano abiti femminili, ma non hanno apportato alcun cambiamento al proprio corpo (oggi useremmo il termine ombrello transgender);

    cinque stanno transitando da un genere all’altro, dal maschile al femminile, e sono ricorse a cure ormonali e chirurgiche per adeguare la loro identità fisica alla loro identità psichica;

    altre tre hanno completato il percorso di transizione, attraverso quello che attualmente chiamiamo intervento di conferma di genere, ma che è definito intervento di Riattribuzione Chirurgica di Sesso (RCS) dalla legge 164/82.

    Dieci storie, dieci vissuti, dieci esperienze raccontate restando il più possibile fedeli al linguaggio originale delle protagoniste, che attraverso l’uso di parole, modi di dire, e intercalari, caratterizzano le loro personalità e le loro umanità.

    Nel momento in cui Roberta, Nadia, Gianna, Antonello, Pina, Claudia, Max, Antonia, Erica e Sofia  si raccontano, ci descrivono anche il loro tempo e i loro luoghi.

    Finalmente, narrandosi, possono raccontare e raccontarsi, smettendo di essere creature mitologiche e fantascientifiche, personaggi da cronaca nera o avanspettacolo, ma tutto questo e molto di più.

    Le dieci storie raccontate sono state disposte in ordine cronologico, per permette di comprendere al meglio i cambiamenti e l’evoluzione della realtà trans, in Italia, nel corso degli ultimi cinquant’anni, facendone emergere i risvolti umani, sociali, psicologici, politici e culturali.

     

    Antologaia – Vivere sognando e non sognare di vivere: i miei anni Settanta

    Antologaia” è un inno alla rivoluzione gay del post ’68, un trip di ricordi che conduce il lettore alla scoperta della propria identità storico-culturale.

    Per trip, Porpora Marcasciano intende “il viaggio che comprende tutto il mio percorso, quello che avevo cominciato nel settembre del 1973, quando mi si spalancò davanti un nuovo mondo, quando cominciai a capire tante cose, a prendere coscienza, quando smisi di vergognarmi e compresi che tutto quello che mi era stato detto fino a quel momento era falso”.

    L’autrice partendo da sé, attraverso la sua biografia, ci racconta gli anni Settanta da uno specifico punto di vista. La sua è un’esperienza scandalosa, fatta di manifestazioni, passioni, paure, sogni e sessualità,  in cui incrocia tanti piccoli e grandi personaggi.

    Porpora, attraverso le sue divertenti narrazioni,  cerca di mettere in luce la contraddittoria realtà di quegli anni, composta da immensi e folli progetti rivoluzionari, che ha visto la gaya rivoluzione supportata e sopportata da una sinistra troppo spesso omofoba.

    Nei suoi racconti appaiono personaggi eclettici, come Zanza (Enzo) e Valentina Sanna Cortese (Marco Sanna).

    Zanza arrivava dalle case occupate di Via Morigi a Milano, la prima occupazione gay, dove si sperimentavano autocoscienza, teatro e provocazioni;

    ci si preparava, o meglio, ci si imbellettava, per la rivoluzione.

    Quell’esperienza era il prodotto di una miscela culturale, politica e libertaria molto incandescente. Era supportata da studio, informazione, comunicazione e intelligenza.

    “Eravamo figlie dei tempi, del ‘68, della resistenza, delle lotte… eravamo figlie del secolo breve! Ogni gesto, segno, personaggio era il prodotto di un senso profondo di liberazione”.

     

    L’aurora delle trans cattive – Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender

    Per Porpora Marcasciano “L’Aurora è luce, è l’inizio delle cose e quindi della visibilità. È tutta quella parte di storia trans e non solo, rimasta in penombra, che va restituita alla nostra contemporaneità.

    Aurora è anche il nome dell’incrociatore che bombardò il Palazzo d’Inverno dando avvio alla Rivoluzione d’Ottobre”.

    In L’aurora delle trans cattive, Porpora racconta la rivoluzione che avveniva dentro di sé, nel suo corpo e nei suoi desideri durante il percorso che l’ha portata a diventare la “favolosa creatura” che ha sempre sentito di essere e che ha sempre desiderato essere.

    Descrive il percorso esistenziale e politico che l’ha portata alla costruzione di sé;

    Non ci sono donne intrappolate in corpi di uomini, ma solo “la costruzione di benessere. Stare bene con il proprio corpo. Realizzare, rendere possibile il corpo sognato”.
    L’esperienza di Porpora è politica e rivoluzionaria.

    Nasce da un atto di ribellione oltre che di amore verso se stessa e nasce dal rifiuto di consegnare il proprio corpo a un sistema patriarcale binario, etero e cis-sessista.

    “Il fatto stesso di esistere era un crimine”, il prezzo da pagare era alto: è quello di vivere ai margini.

    “Fare la trans” era sinonimo di prostituirsi.

    La Roma descritta da Porpora è fatta di pensioncine a Castro Pretorio, scantinati di San Lorenzo (a due passi da via dei Volsci, sede di uno dei collettivi storici di Autonomia operaia), locali segreti e sconfinate praterie metropolitane in cui si batteva all’aperto.

    Non c’era quasi comunicazione tra il mondo di giorno (di cui facevano parte anche movimenti e collettivi) e il sottosuolo notturno delle trans.

    Porpora e poche altre avevano accesso a entrambi i mondi e passo dopo passo si sono poste il problema politico, della liberazione dei corpi, dei desideri e delle coscienze.
    Nell’Aurora delle trans cattive si descrive, con tenerezza e partecipazione, la vita di tante storiche trans romane, tra gli anni settanta e ottanta.

    Le trans che si risvegliano sono “cattive”. Sono cattive perché la loro stessa esistenza è un atto sovversivo e bollato come criminale.

    La stessa Porpora finisce a Regina Coeli nel 1981 solo per essere uscita da una lezione universitaria travestita: “Cappottino rosso magenta con i bordi di finto pellicciotto leopardato, scarpette con un tacco leggero intonate al colore del cappotto, foulard, collane (…) un trucco più o meno leggero, non proprio da notte quanto piuttosto da lezione, che oggi risulterebbe invisibile”.

    La polizia la ferma insieme alla sua amica e l’arresta: passerà tre giorni e tre notti in cella a chiedersi quale fosse il suo crimine.

  • Corporeità dissidenti

    a cura di Marian Spaccaforno

     

    Le opere qui presentate mostrano come alcuni dei più recenti approcci transfemministi si pongono rispetto alla costruzione/segmentazione del corpo operato dal sistema cis ed etero normativo, al fine di problematizzare le questioni connesse non soltanto alla costruzione normativa del genere ma anche alla costruzione culturale e normativa del sesso. A partire da questi autoru, e dall’analisi di alcune delle loro opere principali, è possibile compiere una analisi di quelle precise tecniche corporali, di addomesticamento, taglio e assemblaggio, utilizzate dal sistema normativo straight.

     

    Paul B. Preciado(2015), Testo Tossico. Sesso, Droghe e biopolitiche nell’era farmaco pornografica, Fandango, Roma

    Il saggio corporeo dell’autore è elemento imprescindibile per l’analisi di un particolare forma di governo dell’esistente, all’interno di una forma di regime politico definito come regime farmacopornografico. La verità del sesso non è tanto nel disvelamento,è piuttosto sex design e il business farmaco pornografico è l’invenzione del soggetto. All’interno di questa analisi, mascolinità e femminilità, depressione e schizofrenia sono fiction mediche definite in maniera retroattiva, in relazione alla molecola con la quale vengono trattate.

     

    Cossutta, Greco, Mainardi, Voli (2018), Smagliature digitali. Corpi, generi e tecnologie, Agenzia X, Milano

    Gli autori intendono mostrare come il corpo, in quanto spazio, possa divenire luogo di una serie di strategie di resistenza e di rottura delle norme che regolano gli spazi pubblici. Il corpo in questa prospettiva diviene strumento di trasgressione delle norme sociali. Il corpo come luogo biopolitico per eccellenza è spazio che definisce altri spazi e che nell’attraversamento di questi ultimi agisce un possibile cambiamento. All’interno del saggio i margini e i confini vengono indagati in vari aspetti, nel rapporto tra corpie e tecnologie, corpi e spazi urbani, e Stati.

     

    Haraway D. J (2018), Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano

    Il saggio sottolinea quanto l’atto del nominare di per sé esclude. Le identità nella ricerca dell’autrice appaiono contraddittorie, parziali. Genere, razza e classe non possono essere posti alla base di una fede in una unità “essenziale”. L’invito principale che segue tutto il percorso narrativo si esplica nel sostenere la tesi secondo cui  è necessario creare coalizioni basate sulle affinità e non sull’identità. Spunti interessanti di riflessione sono quelli relativi all’analisi dell’oggetto o della persona nei termini di uno smontaggio e riassemblaggio, perché nessuna architettura naturale vincola la progettazione dei sistemi.

  • L’ordine del discorso mediatico sulla violenza di genere e il femminicidio – un primo approccio

    di Valentina Stillo

     

    La presente bibliografia è frutto di un lavoro svolto all’interno del master Studi e politiche di genere dell’Università di Roma 3, A.A. 2018-19. L’elaborato finale consiste nell’analisi critica di una puntata del format Amore Criminale – Stagione 2018. Il criterio dello studio si basa sulla constatazione che il discorso giornalistico-mediale procede ripercorrendo le orme del discorso giuridico e mutuando da esso dei meccanismi di esclusione/selezione/stigmatizzazione già storicizzati.

    Nel riportare i testi di riferimento, mi sembra utile suggerire una specifica consecutio di lettura che accompagni gradualmente il ragionamento fino al nocciolo della questione e faciliti la comprensione delle argomentazioni esposte. A tal fine, declinerò sia l’ordine cronologico che quello alfabetico delle pubblicazioni e seguirò la traccia di un ragionamento che ritengo più conveniente per un primo approccio al tema.

    Concludo questo preambolo aggiungendo che le nozioni a supporto della mia analisi provengono da tre branche di saperi: la sociologia giuridica, la filosofia, la sociologia della comunicazione.

     

    Bibliografia di riferimento:

    1. Simone, La devianza femminile nell’ordine discorsivo criminologico e nella sociologia giuridico-penale. Un approccio critico, in Criminologie critiche contemporanee, a cura di C. Rinaldi e P. Saitta, Giuffrè 2018

    Un excursus ampio e approfondito sulla devianza femminile e sui discorsi che si sono sviluppati attorno ad essa, partendo innanzitutto dalle teorie di Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero. Il testo si sofferma efficacemente sulla critica di Michelle Foucault alla criminologia positivista e costituisce un’introduzione estremamente utile al pensiero del filosofo francese.

    Tra gli stereotipi più diffusi che afferiscono ai discorsi sulla devianza femminile si rintracciano facilmente i modelli de “la madre buona”, “la vittima”, “l’imputata” (p.224 e ss.). Il concetto di imputabilità della donna vittima di violenza è stato un criterio di valutazione ampiamente impiegato nella storia giuridica italiana e internazionale. In questo saggio Anna Simone distingue un nuovo approccio interpretativo utilizzato per i reati contro le donne, un metodo specularmente opposto al criterio accusatorio che si sta via via affermando e istituzionalizzando tanto nell’opinione pubblica quanto nelle aule dei tribunali. La vittimizzazione delle condotte femminili rappresenta la nuova retorica narrativa che descrive i fatti criminali commessi ai danni delle donne. Si tratta di un paradigma esplicativo piuttosto recente che, a dispetto della sua modernità, restituisce una lettura strumentale del fenomeno tanto quanto l’assunto dell’imputabilità della vittima.

     

    1. Simone, La prostituta nata. Lombroso, la sociologia giuridico-penale e la produzione della devianza femminile, in Materiali per una storia della cultura giuridica, Anno XLVII, N.2 Dicembre 2017, Il Mulino, pp. 383-398

    Partendo nuovamente dalla definizione lombrosiana della devianza femminile, questo testo approfondisce la riflessione sulla sociologia giuridico-penale in relazione alla costruzione stereotipata dell’individuo diverso. A pochi anni di distanza dalle teorizzazioni della criminologia positivista italiana, in Francia Emile Durkheim inserisce il concetto di devianza all’interno della dimensione collettiva. La manifestazione criminale, concepita da Lombroso come caratteristica ontologica e patologica dell’individuo, assume in Durkheim una prospettiva comunitaria. L’anormale non è più tale per natura bensì per cultura. Questo passaggio teorico-paradigmatico apre la strada alle successive teorie del Labelling Approach (teorie dell’etichettamento del soggetto deviante) e al contributo fondamentale di Erving Goffman, il sociologo statunitense autore di Stigma. Notes on the management of spoiled identity (1963). Con il termine stigmatizzazione Goffman descrive un fenomeno sociale in cui il soggetto deviante viene spogliato della propria identità tramite un processo di screditamento collettivo. Lo stigma sociale, tanto quanto le classificazioni dell’antropometria criminale lombrosiana, produce personaggi anormali, figure la cui devianza pregiudiziale non viene messa in relazione con l’esperienza reale, il livello di istruzione e le condizioni economiche delle persone.

     

    1. Peroni, Violenza di genere e prostituzione nel discorso pubblico. Norme, controllo, sessualità in Sessismo Democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, a cura di Anna Simone, Mimesis Editore 2012

    L’introduzione di A. Simone al volume Sessismo Democratico mette a fuoco il contesto sociale contemporaneo e il comun denominatore metodologico che sottende le ricerche contenute nei i saggi di autor* var*. Gli studi raccolti in questo libro mirano a decostruire i discorsi funzionali alla produzione di un corpo femminile sganciato dalla vita reale e proiettato in un «gioco retorico» tra «le partiture […] classiche: il femminile (cura, dolcezza, bontà, spirito protettivo); il femminino (spregiudicate femme fatale, sadiche e mangiatrici di uomini); il femminismo (aggressive, esigenti, rompiscatole)».

    Il contributo di Caterina Peroni ripercorre l’ascesa della politica securitaria in Italia messa in relazione con la violenza di genere. Particolarmente interessanti le osservazioni relative ai concetti di vittima buona / vittima cattiva (p. 115), nonché la riflessione sugli uomini che commettono atti di violenza contro le donne. L’attributo dell’alterità viene utilizzato come chiave interpretativa per la violenza di genere tout court, sia essa agita da uomini stranieri che da nostri connazionali. Peroni rileva come gli autori italiani di femminicidi vengano considerati «diversamente altri, strumenti di un esorcismo

    cui le problematicità della sessualità e dell’identità maschile sono giustificate come incontrollabile gelosia, condizioni di marginalità del reo, devianza individuale, depressione o improvvisa follia». Questa sorta di anormalità circoscritta, considerata il movente ineluttabile del femminicidio, confonde la comprensione degli intenti criminali e sminuisce un fenomeno sociale e culturale di portata ben più ampia rispetto alla dimensione eccezionale che gli si vuole attribuire.

     

    1. Simone, I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nelle società del rischio, Mimesis Edizioni 2010

    Questo testo del 2010 pone al centro della questione il rapporto che intercorre tra il diritto, la norma giuridica e i corpi. La matrice culturale della morale occidentale risiede nella riproposizione stratificata della norma eterosessuale. Per ricomporre un’etica giuridica vicina alle reali necessità delle persone e ridurre lo scarto che intercorre tra la legislazione vigente e le effettive condotte dei corpi occorre mettere in discussione tale normatività eterosessuale ed eterodiretta, rintracciare quegli stereotipi secolari che alimentano le azioni di normalizzazione sociale e che nell’ultimo ventennio hanno fomentato l’ondata di securitarismo in Italia.

    Per decenni il diritto penale ha trasformato le vittime di violenza maschile in imputate, in soggetti in cui rintracciare la colpa del delitto commesso da un altro a proprio svantaggio. Oggi la pratica forense ha invertito la tendenza del giudizio riportando le “imputate” oggetto di violenza allo status di vittime, tuttavia di vittime inermi, ossia donne stigmatizzate in una condizione di perenne debolezza e insubordinazione nei confronti del maschio autoritario. Questo ribaltamento di prospettiva nella valutazione dei reati sessuali perpetrati ai danni delle donne ha prodotto effetti reazionari sia a livello di governance territoriale che di politica nazionale. Le ordinanze amministrative e i decreti legge con carattere di urgenza stanno diventando uno strumento di potere e controllo civico piuttosto che una garanzia di diritti civili. Legittimati da istanze di sicurezza e decoro urbano, tali provvedimenti si configurano come veri e propri dispositivi di normalizzazione dei corpi orientati al contenimento di condotte eccedenti – ad esempio la prostituzione – e finalizzati all’incremento dell’allarme sociale – è il caso del decreto legge n. 92, convertito in Legge 24 luglio 2008  n. 125 e facente parte del ‘pacchetto sicurezza’ varato al fine di “contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati all’immigrazione illegale e alla criminalità organizzata”.

     

    1. F. Pedace, Vulnerabilità, vittime e diritti: un percorso attraverso la vittimologia, la criminologia critica e la critica femminista del diritto, in Femminismo ed esperienza giuridica – Pratiche, Argomentazione, Interpretazione, a cura di A. Simone e I. Boiano, 2018, pp. 147-168

    Chiara Federica Pedace riesce a condensare in poche pagine una panoramica molto esaustiva sui concetti di vittima e vulnerabilità nel diritto nazionale e internazionale.

    La vittimologia nasce negli Stati Uniti a metà del Novecento con gli studi dello psicologo Hans von Hentig e approda in Italia intorno agli anni Settanta grazie all’interesse di Augusto Balloni e Guglielmo Gulotta. Questa nuova disciplina imporrà un cambiamento di prospettiva radicale per l’indagine criminologica.

    Nella vittimologia il punto di vista del reo passa in secondo piano e l’analisi dell’azione delittuosa si sviluppa partendo dalla condizione della vittima. L’atto delinquenziale viene parafrasato come il risultato di un interscambio tra il colpevole e la vittima, la quale diventa attivamente partecipe della condotta illecita altrui. In criminologia, la corresponsabilità comportamentale della vittima nella maturazione della condotta criminale viene definita con la locuzione victim precipitation. Si tratta di un paradigma analitico molto accreditato in letteratura giuridica e tuttavia molto dibattuto a causa delle implicazioni ambigue che ne derivano. Prima tra tutte l’implicita deresponsabilizzazione del reo, il quale si risolverebbe a delinquere anche per “causa” della vittima. La teoria della victim precipitation implica una classificazione tassonomica degli elementi di predisposizione vittimogena riscontrabili in taluni soggetti o in determinati settori sociali. La vulnerabilità è il primo attributo assegnato alle vittime di azioni delittuose; una caratteristica parzialmente aleatoria nella quale ravvisare l’inclinazone bio-psico-sociale di un individuo a divenire vittima. Contro questo modello positivistico della devianza criminale, che incede nell’analisi del delitto secondo una logica binaria di causa-effetto (vulnerabilità-crimine), la Criminologia Critica di Alessandro Baratta e gli studi femministi degli anni ’70 e ’80 hanno opposto contestazioni metodologiche di grande rilievo, in particolare nell’osservazione del fenomeno della violenza maschile sulle donne. Di fatto, lo schema di ragionamento causalistico – proprio della vittimologia – trascura riflessioni ben più ampie e contestualizzate all’interno del sistema sociale in cui siamo immersi. La criminologia vittimologica trascura l’implicazione dei governi nella configurazione di alcuni crimini specifici all’interno della collettività e omette la necessità di una due diligence precauzionale volta alla riduzione di tali fenomeni. D’altro canto, le successive riflessioni sul tema delle politiche di protezione hanno evidenziato come l’inserimento della categoria della vulnerabilità all’interno di un discorso sociale più complesso e stratificato non escluda il rischio di de-soggettivazione per la persona vittima di reato. Alcune criticità connesse all’attuazione delle politiche di protezione sono state esaminate da Wendy Brown nel volume States of Injury nel 1995. Dopo di lei altre ricercatrici hanno affrontato questa tematica complessa e il dibattito è ancora aperto. Gli ultimi contributi sull’argomento – S.Doods, C. Mackenzie, W. Rogers – indicano la necessità di una tassonomia della vulnerabilità basata sulle cause determinanti la condizione stessa, distinguendo tra vulnerabilità ontologica (intrinseca alla condizione umana), vulnerabilità ricondotta a condizioni sociali e vulnerabilità determinata da azioni umane (ad esempio il pregiudizio e l’abuso).

     

    1. Foucault, L’ordine del discorso e altri interventi, Piccola Biblioteca Einaudi 2004

    L’opera contiene la prima conferenza tenuta da Michelle Foucault al College de France in occasione del suo incarico di docenza presso il prestigioso istituto di ricerca francese.

    Con L’ordine del discorso il filosofo pone le basi metodologiche per tutti i ragionamenti e le dissertazioni che seguiranno in 14 anni di insegnamento.

    Foucault identifica nel discorso una produzione di senso selezionata e controllata al fine di «scongiurare i poteri e pericoli». Tale macrosistema agisce sui processi storici e conoscitivi attraverso procedure di controllo esterne e interne ai discorsi stessi. Il principale strumento di controllo esterno è la procedura di esclusione, che opera nella costruzione dei discorsi mediante tre sistemi, ovvero l’interdetto, la partizione e la volontà di verità. Le procedure di controllo interne ai discorsi fungono da princìpi di classificazione e distribuzione dei discorsi stessi. Anche in questo caso Foucault ne distingue tre – il commento, l’autore e l’organizzazione delle discipline – e specifica che l’azione di tali sistemi è orientata al controllo dell’evento e del caso, ossia alla prevenzione dell’imprevisto.

    Esistono infine alcuni procedimenti, denominati procedure di restrizione, che rappresentano i tre grandi metodi di assoggettamento del pensiero e dettano i limiti per la produzione di senso all’interno delle «società di discorso»: il rituale, le dottrine, i sistemi di educazione.

    In un ordine discorsivo così orientato e controllato, il grande paradosso della nostra civiltà occidentale è quello di ostacolare il disvelamento dei significati interdetti e impedire la produzione di discorsi innovativi. La nostra società, apparentemente logofila, si rivela dunque profondamente logofobica.

    Prendendo le mosse da tali premesse, Foucalt enuncia le azioni necessarie per sovvertire l’ordine precostituito del discorso: punto primo, rimettere in discussione la nostra volontà di verità (principio di esteriorità); punto secondo, restituire al discorso la sua dimensione casuale e di evento (principio di discontinuità); punto terzo, rovesciare il potere assoluto del significante (principio di rovesciamento). Questi gli intenti dichiarati dal filosofo nella sua breve ma intensa premessa all’attività didattica in fieri presso la scuola parigina.

     

    1. Foucault, Gli anormali – Corso al College de France, 1974-1975, Universale Economica Feltrinelli 2017, Traduzione e cura di V. Marchetti e A. Salomoni

    A partire dal XIX secolo una serie di personaggi considerati atipici nella storia della socialità confluiscono nella grande categoria degli anormali. Il mostro umano, che cavalca l’immaginario collettivo a partire dal Medioevo e ancora per tutti i secoli XVII e XVIII; l’individuo da correggere, figura anomala collegata alla nascita delle tecniche di disciplina nel ‘600 e ‘700; l’onanista, una nuova sagoma eccedente che appare nel XVIII secolo per effetto delle nuove corrispondenze intessute tra sessualità, organizzazione familiare, corpo e salute. Queste tre tipologie di attori sociali vengono confinate dalle istituzioni di controllo nel grande insieme dell’anormalità, campo di indagine prediletto della psicologia criminale, una nuova disciplina emergente tra le dottrine empiriche positiviste. Lo studio della condotta criminale attinge la sua autorevolezza dalla sfera medico-giudiziaria e affianca l’esercizio del potere punitivo nella pratica forense attestandosi ben presto con la definizione di psichiatria penale. Attraverso le lezioni tenute al College de France nel periodo che intercorre tra gennaio e marzo 1975, Michelle Foucault indaga gli archetipi e i processi storico-filosofici di questo percorso; ci dimostra come la psichiatria sia divenuta scienza e tecnica degli anormali e in che modo il concetto di anormalità sia stato affiliato a quello dell’anomalia sessuale.

     

    PUNTO DI VISTA:

    I meccanismi afferenti alla produzione di senso nel pensiero occidentale e le dinamiche di potere messe in atto per il contenimento e la gestione delle anomalie sociali costituiscono un humus indispensabile per le nostre riflessioni sulla violenza di genere. Il pensiero foucaultiano getta luce sugli interdetti e sui mascheramenti propri dei discorsi sul femminicidio. La rappresentazione della violenza maschile contro le donne e la percezione collettiva di tale fenomeno risultano limitate e arbitrarie. Troppo spesso l’opinione pubblica e le funzioni statali di governo escludono dalla sfera cognitiva i significati profondi dell’accanimento sociale, culturale e fisico tutt’ora in atto nei confronti del genere femminile.

     

    1. Giomi, Centralità della fiction, in Televisione ieri e oggiAnalisi e studi del caso italiano, a cura di F. Monteleone, Marsilio Editori 2006, pp.230-272

    Il saggio propone una riflessione fondamentale sulla fiction televisiva italiana, ne analizza le tipologie di prodotto ed evidenzia le connessioni sociologiche che intercorrono tra questi programmi e il pubblico fruitore.

    Lo sviluppo dell’argomento concerne il «debordamento» della fiction e dello story telling in generi televisivi non propriamente connessi a tali pratiche di narrazione – ad esempio l’informazione giornalistica, i reality show e la reality tv in senso più ampio. Qualunque sia il prodotto televisivo contaminato, la fiction introduce inequivocabilmente i temi del privato e del personale, che vengono restituiti allo spettatore attraverso il filtro del pathos esasperato e dell’emotività. Il paragrafo Ambiti familiari e modelli femminili ci illustra la relazione contraddittoria della narrazione televisiva con il vissuto reale del Paese. La fiction domestica da un lato recepisce i cambiamenti di costume proponendo modelli di famiglia atipici e donne emancipate, dall’altro rinsalda formule convenzionali e conservatrici ricorrendo a soluzioni narrative classiche quali il ricongiungimento di coppie separate e la dedizione sacrificale dei personaggi femminili all’esperienza della maternità.

     

    1. Giomi, Margini e frontiere nel discorso giornalistico italiano. Uomini e donne nella cronaca nera, in Voci dal Margine. La letteratura di ghetto, favela, frontiera, a cura di R. Francavilla, Artemide 2012, pp.207-226

    Nella fiction contemporanea il genere crime è uno degli ambiti privilegiati per la riproposizione e la legittimazione degli stereotipi sul maschile e il femminile. La cronaca nera raccontata dai telegiornali italiani è influenzata massivamente dai processi stigmatizzanti delle crimes stories. Attraverso l’analisi delle notizie sui femminicidi riportate dai media nell’anno 2006, Elisa Giomi porta alla luce alcuni dati indispensabili per la comprensione dei meccanismi mediatici fuorvianti ai quali il pubblico italiano viene costantemente sottoposto. I notiziari televisivi di tutte le reti conferiscono maggior risalto ed enfasi agli episodi di femminicidio in cui l’assassino è di nazionalità straniera ed è uno sconosciuto rispetto alla vittima. In tutti i casi di violenza di genere, la vittima è celebrata come portatrice di ruoli sessuali tradizionali e moralizzati – la donna angelica, la madre devota, la bambina, la brava ragazza – oppure colpevolizzata perché deviante rispetto alla femminilità normalizzata – la donna la vamp, la ragazza ribelle, colei che, mettendo in atto comportamenti sprovveduti, se l’è andata a cercare. Leggiamo nel testo: «Rafforzare il modello femminile tradizionale, definito cioè secondo la norma eterosessuale e le convenzioni del decoro borghese, è una funzione tipica della cronaca degli assassini di donne, che prescrivono loro condotte e attività appropriate pena il rischio di divenire vittime di aggressioni sessuali».

     

    1. Giomi, S. Magaraggia, Relazioni brutali. Genere e violenza nella cultura mediale, Il Mulino 2017

    Che cos’è la violenza di genere? Quali sono le sue connessioni con l’Ipv, intimate partner violence? Come avviene l’intersezione tra l’identità sessuale, il ruolo e la dimensione del potere inteso come dominio sull’altro? Il testo si interroga sulle ragioni culturali e sociali della violenza di genere scardinando i cliché più diffusi tanto in ambito mediale che in campo sociologico. La convinzione fallace che gli uomini colpevoli di abusi sulle donne siano momentaneamente disconnessi dalla razionalità e spinti al crimine per un raptus di follia occasionale. L’idea che le donne siano troppo deboli. Viceversa, la contestazione di un eccessivo empowerment femminile, che scatena reazioni maschili spropositate ma giustificate. L’amore romantico – eterosessuale e sacrificale. Questi temi, saldamente ancorati alle radici della nostra cultura occidentale, vengono intelligentemente messi a confronto con l’altra faccia della medaglia: la rappresentazione della violenza agita dalle donne.

    A fronte di una rilevanza sempre crescente all’interno dei prodotti mediali fictional e factual, la criminalità femminile attraversa il panorama televisivo e cinematografico contemporaneo con una carica eversiva dai risvolti marcatamente conservatori e si rivela vessillo foriero di un’alterità mostruosa e anormale che rinsalda stereotipi di genere primitivi e largamente diffusi.

  • Ecofemminismi: letture, proposte, riflessioni

    Ecofemminismi: letture, proposte, riflessioni

     

    Il sistema capitalista, attraverso processi di egemonizzazione culturale fondati su dualismi  e gerarchie – cultura/natura- umano/non umano –  uomo/donna –  eterosessuale/queer – ragione/emozione – mente/corpo – civilizzato/primitivo –– universale/particolare – se stesso/l’altro –  ha relegato nel mondo del non valore tutto ciò che apparentemente non risultava funzionale al suo auto-sostentamento. A partire dalla dicotomia natura/cultura, invisibilità, sfruttamento e sottomissione sono state vissute tanto dalla natura, quanto dalle donne, oltre che da tanti soggetti “altri”, umani e non. Costruire una società economicamente sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale, vorrà dire superare questi dualismi e decostruire i valori che gli stessi portano con sé.
    Le suggestioni ecofemministe possono contribuire alla costruzione di una miriade di relazioni altre, apportando una visione di genere e oltre il genere rispetto al rapporto umano/natura. La soluzione proposta non è quella di dnaturalizzare la donna bensì di rinaturalizzare l’umanità, attraverso la creazione di un sistema di valori basati sulla consapevolezza della nostra ecodipendenza e interdipendenza. Ciò non potrà che avvenire a partire dalla valorizzazione di modelli economici e sociali che pongano al centro la preservazione della vita, il lavoro riproduttivo, i saperi accumulati da secoli da donne e popoli originari, da sistemi che tutelano i beni comuni, promuovono la solidarietà inter e intra-specie e la presa di decisione collettiva.

    Françoise D’Eaubonne, Ecologie et féminisme. Révolution ou mutation? (1978), Libre & Solidaire, Paris,  2018

    Ideatrice negli anni Settanta del termine “ecofemminismo”, D’Eaubonne – che partecipa alla fondazione del Fuori! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) – intreccia critica al patriarcato, al capitalismo e all’eterosessualità. La sua opera viene ripresa oggi anche in riferimento al movimento della decrescita, quale antecedente della critica allo sviluppo illimitato. 

     

    – Carolyn Merchant, La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica. Dalla natura come organismo alla natura come macchina, Garzanti, Milano, 1988

    E’ durante i primi anni Settanta, anni in cui si inizia a discutere sulla questione della produzione dei saperi, che Carolyn Merchant trova gli stimoli culturali e politici che la portano ad occuparsi della storia della scienza. Nel testo l’autrice indaga l’evolversi dei valori che sottendono la scienza occidentale e come questi siano funzionali al mutamento delle norme sociali. Questo testo non si pone di certo l’obiettivo di ristabilire la natura come madre del genere umano né di rivendicare la riassunzione da parte delle donne del ruolo di nutrici dettato dalla loro identità storica. L’obiettivo che l’autrice si pone è quello di esaminare i valori associati all’immagine della donna e a quelli della natura, in relazione alla formazione del mondo moderno e le loro implicazioni per le nostre vite. Un lavoro prezioso, che ha il merito di riuscire a ricostruire il processo attraverso cui si è formata quella visione del mondo che ha fatto sì che si concettualizzasse la realtà come macchina e non come organismo vivente e che sanzionò il dominio dell’uomo/umanità sulla natura. La “morte della natura” quindi, di una natura intesa come essere vivente, e l’inizio dello sfruttamento accelerato delle risorse umane e naturali in nome della cultura e del progresso.

     

    Carol J. Adams, Carne da macello. La politica sessuale della carne. Una teoria critica femminista vegetariana (1990) Vanda epublishing, 2020

    L’autrice esplora le molteplici forme di oppressione, fondate su sesso, razza e specie, che connotano la nostra cultura e determinano le nostre vite, rendendole visibili e connettendole tra loro. Secondo l’autrice, tanto le donne quanto gli animali non umani nelle società occidentali sono posizionati in una scala gerarchica inferiore rispetto all’uomo, e sono spesso rappresentati in maniera simile: come oggetti invece che soggetti. Riconoscere che il consumo di carne è per gli animali non umani ciò che il razzismo è per la popolazione nera, il sessismo per le donne, l’omofobia per gay e lesbiche, la transfobia per le persone trans, serve a comprendere come tutte queste forme di oppressione non agiscano in modo indipendente l’una dall’altra, ma siano l’espressione di un sistema fondato su gerarchie e rapporti di dominazione

     

    Vandana Shiva, Maria Mies, Ecofeminism, Zed Books, Londra, 1993

    Vandana Shiva e Maria Mies propongono un ecofemminismo che parta dalla messa in discussione dei concetti di proprietà, sviluppo, industrializzazione e crescita. Nel testo, mentre si muove una critica al paradigma sviluppista, capitalista e patriarcale, si cerca di formulare e promuovere un’alternativa: “a subsistence alternative”, un’alternativa fatta di pratiche quotidiane, un’alternativa che le autrici presentano come “un’utopia concreta”. Si esprime la necessità di immaginare un altro modello di società a partire dalla valorizzazione delle esperienze e conoscenze delle donne, in particolare delle donne dei Sud del mondo. Il loro è un invito a tornare a percepirci come parte della Madre Terra. Troncando con i falsi miti legati alla crescita economica, al libero commercio, al consumismo e alla competitività, si vuole immaginare e costruire insieme un “antropocene della democrazia della terra”. Quella che queste due autrici presentano è quindi l’esigenza di promuovere una prospettiva ecofemminista che riconosca la liberazione della donna come parte di un processo di lotta più ampio per la preservazione della vita su questo pianeta.

     

    – Val Plumwood, Feminism and the mastery of nature, Routledge, Oxford, 1993

    In Feminism and the mastery of nature Val Plumwood mira a diffondere le potenzialità di un “femminismo ecologico critico”. Un femminismo in grado di estendere l’analisi critica delle categorie di razza, classe e genere, anche a quella di natura. Nel testo l’autrice restituisce con chiarezza i processi attraverso cui la cultura occidentale ha costruito la relazione umano/natura in termini dualistici. L’invito non è quello di abbandonare ogni forma di ragione, scienza e individualità poiché costruite a partire dall’opposizione alla natura non umana, ma quello ridefinire e ricostruire la realtà in termini meno oppositivi e gerarchici. Convinta che la critica della dominazione umana sulla natura renda più completa la nostra critica ad ogni forma di gerarchia, Val Plumwood interpreta il dualismo umano/natura in termini politici: umani e non umani che non hanno potere all’interno del mercato, vengono sopraffatti dallo stesso.

     

    – Ariel Salleh, Ecofeminism as Politics. Nature, Marx and the Postmodern, Zed Books, Londra, 1997

    In Ecofeminism as Politics Ariel Salleh esprime il desiderio e l’urgenza di collegare, attraverso un’analisi critica, le teorie femministe, ecologiste, socialiste e post-coloniali. L’autrice trae spunti dalla sociologia, dalle proposte e dalle pratiche dei movimenti sociali e ne integra i contributi con le suggestioni proveniente dai campi d’indagine della filosofia, della psicoanalisi, dell’economia politica e della biologia. Creando ponti fra il materialismo storico e l’ecosocialismo, Salleh sostiene che le donne, come sottoproletario economico, saranno “sorprendentemente in grado di realizzare i cambiamenti sociali necessari per la rivoluzione ecologica”, non appena le stesse, come maggioranza globale, inizieranno a mettere in discussione le strutture produttive esistenti. Ecofeminism as Politics appunta quindi per un ecofemminismo basato sul “materialismo incarnato”, che mira a sovvertire la visione eurocentrica che pone l’uomo al di sopra della donna e della natura. Le esperienze dei “lavoratori/trici meta-industriali”, i cui lavori riproduttivi sostengono le basi materiali della vita, dovranno essere poste al centro del nostro modo di far politica, se vogliamo sovvertire il sistema capitalista.

     

    – Greta Gaard, Toward a Queer Ecofeminism, in Hypatia, 12, 1, 1997 

    Greta Gaard, attraverso questo breve ma intenso e quanto mai necessario contributo, mira a costruire ponti fra teorie e pratiche ecofemministe e queer. L’autrice nel testo tesse le fila del processo che storicamente, socialmente e culturalmente ha determinato la svalutazione delle donne, della natura e dell’erotismo e la contemporanea valorizzazione dell’uomo, della scienza e della ragione. Così facendo dimostra che, per essere veramente inclusiva, ogni teoria ecofemminista dovrebbe prendere in considerazione le suggestioni provenienti dalla “teoria” queer, così come la “teoria” queer dovrebbe prendere in considerazione le proposte e le analisi ecofemministe. Perché una società libera ed ecologica sarà necessariamente una società che valorizza le diversità sessuali e l’erotismo. Se è vero che il dominio dell’umano sull’umano e dell’uomo sulla donna sono legati al dominio della nostra specie sulle altre e sulla natura, dobbiamo riuscire a decostruire un’immaginario che vede corpi sessualizzati, razzializzati, animalizzati ed eroticizzati come qualcosa di altro, negativo e in virtù del trionfo di una ragione mascolinizzata, cattolicizzata ed eteronormata, resi invisibili se non condannati e repressi.

    – Stacy Alaimo, Exposed: Environmental Politics and Pleasures in Posthuman Times, Minneapolis, Londra, 2016

    Exposed restituisce pratiche “indisciplinate” di corpi umani e non umani disobbedienti, terreno di incontro fra posizioni ambientaliste e femministe. Teorie, prospettive, testi, opere d’arte, performance e modi di essere prodotti da coloro che non sono stati giudicati “adeguatamente umani”, apportano un contributo inestimabile ai critical animal studies, alle riflessioni sull’antropocene, agli environmental humanities, al post-umanesimo, all’In-Umanesimo e al neomaterialismo. Exposed ci racconta di femminismi e ambientalismi che tessono alleanze produttive e creano nuove possibilità, attraverso l’agire di corpi dissidenti che si riappropriano dello spazio circostante. L’invito è quindi quello di prestare attenzione a quei luoghi di ri-significazione che valorizzano la materialità dei corpi, la sostanza. Qui il piacere diventa centrale perché fluisce fra l’umano, il non-umano e crea connessioni trans-corporali fra persone e ambiente.

     

    – Alicia Puleo, Ecofemminismo para otro mundo posible, Ediciones Cátedra, Madrid, 2014

    Alicia Puleo insegna filosofia politica e morale presso l’Università di Valladolid. Promuove un ecofemminismo da lei definito “illuminato”, elaborando una riflessione etico-politica sulle relazioni fra umano e Natura intrisa di suggestioni ed eredità illuministe. Suggerisce un concetto di cittadinanza che abbia a cuore e includa la prospettiva ecologista, animalista e femminista. Per questo propone un ecofemminismo che ponga al centro le rivendicazioni femministe e combatta l’androcentrismo e l’antropocentrismo insiti nella nostra cultura occidentale. In questo lavoro, se da una parte si reinterpretano i paradigmi del pensiero della decrescita alla luce delle rivendicazioni femministe, dall’altra si sottolineano le potenzialità del pensiero ecologico e l’apporto teorico e pratico che questo potrebbe fornire al femminismo. In una prima parte del testo si costruisce una mappatura di quelle che, secondo la filosofa Puleo, sono le principali correnti ecofemministe: essenzialista, costruttivista, materialista e spriritualista Successivamente l’autrice si dedica all’elaborazione di una proposta propria, un ecofeminismo ilustrado, specchio di un pensiero e una prassi che si compromette con una trasformazione sociale.

    Su questi temi vedi anche:

    Stefania Barca, L’antropocene. Una narrazione politica 

    F. Giardini, S. Pierallini, F. Tomasello (a cura di), La natura dell’economia. Femminismi, economia politica, ecologia, Deriveapprodi, Roma, 2020

  • Bibliografia ragionata su economia e ecologia politica femministe

    I testi qui indicati sono suddivisi in tre gruppi di bibliografie, i cui contenuti sono indicati da tre parole chiave scelte con la volontà di spezzare la logica binaria del linguaggio patriarcale. La terza parola ha il ruolo di interrompere l’idea di alternatività e di esclusività offerto dallo schema dicotomico con cui viene strutturato il discorso. Questo metodo di suddivisione segue la proposta del gruppo di ricerca di economia/ecologia femminista (EcoPol) in Val Camonica: Natura| Cultura| Artificio,  Misura| Valore| Eccedenza,  Crisi| Conflitto| Alternativa. (altro…)

  • Opere generali in italiano

    Opere generali in italiano

    Copertina

    LE FILOSOFE

    Le donne protagoniste nella storia del pensiero

    Giulio de Martino, Marina Bruzzese
    Liguori Editore, Napoli 1994

    Indice

    La proposta di questo testo è una breve revisione dei luoghi fondamentali del pensiero occidentale, partendo dai tratti salienti della preistoria fino ai giorni nostri. Se il primo intento è puramente didattico e introduttivo, pensato per chi non conosce ancora il pensiero femminile, quel che più lascia il segno è l’intenzione di mostrare come la presenza delle donne sia stata fondamentale e determinante in molti snodi del pensiero, pur rimanendo sotterranea e trascurata. L’operazione di de Martino e Bruzzese è di andare alla riscoperta delle autrici, sottolineando come la loro presenza sia stata primaria nei secoli. Un’opera essenziale perché, operando una raccolta di figure fin’ora sconosciute alle più, è capace di rendere la ricchezza di un panorama inedito per le lettrici alle prime armi. Una nota: la parte che tratta dei salotti delle celebri Femmes Philosophes tralascia (non solo per questioni geografiche) la figura di Rahel Varnaghen: sarà Hannah Arendt a “legittimarne” il nome, con una azione che dona lo statuto di pensatrice a una donna che per prima non si considerava tale (H. Arendt, Rahel Varnaghen, a cura di L. Ritter Santini, Il Saggiatore, Milano 2004).

     

     

    CopertinaFILOSOFIA DONNE FILOSOFIE

    a cura di Marisa Forcina, Angelo Prontera, Pia Itala Vergine
    Edizioni Milella, Lecce 1994

    Indice

    Questo libro è la pubblicazione degli atti di un convegno internazionale che ha avuto luogo a Lecce nel 1992. Lo scopo, niente affatto modesto, è la messa in ordine del già detto sul rapporto tra filosofia e donne e l’apertura di nuovi orizzonti per il futuro, più prossimo e lontano. Il convegno è diviso in 6 aree tematiche (Teorie, Problemi, Simboli e linguaggi, Tracce, Memorie, Testimonianze e prospettive) tali da rendere la vastità del materiale esaminato: reciprocità e differenza, metafisica e nascita, femminile e complessità, riferimento al corpo e immagine della madre. In questa sovrabbondanza di interventi si dà una ricognizione delle ricerche delle pensatrici italiane agli inizi degli anni Novanta.

     

     

    CopertinaLA FILOSOFIA DONNA
    Percorsi di pensiero femminile

    Chiara Zamboni
    Demetra, Verona 1997

    Indice

    Quali sono oggi le condizioni che rendono possibile la verità? Secondo l’autrice, la verità per una donna è frutto della connessione tra la riflessione e il proprio personale coinvolgimento. Per comprendere le possibilità per il pensiero contemporaneo dobbiamo leggere e rintracciare le chiavi del passato: il pensiero di donna è sempre stato un pensiero appassionato, ricco di discussioni, sapere e desideri, pratiche politiche e conflitti. Il libro presenta, a questo scopo, alcune grandi protagoniste dei secoli passati e dei giorni nostri, per rivelare il loro sguardo diverso e come il loro pensiero sia, essenzialmente, un processo.

     

     

    CopertinaLE FILOSOFIE FEMMINISTE

    Adriana Cavarero, Franco Restaino
    Bruno Mondadori, Milano 2002

    Indice

    L’opera ripercorre il pensiero femminista tracciandone un percorso storico-tematico individuandone del pensiero delle donne, riordinandolo e mostrandone le tappe principali. D’altra parte è anche il tentativo di evidenziare i rapporti che intercorrono tra il femminismo e la filosofia. Il suo punto di forza è indubbiamente l’apparato antologico ricchissimo, che tiene in considerazione le varie svolte, interne al movimento, rintracciandole attraverso i testi sia di autrici precedenti, sia di donne formatesi in seno al movimento stesso. Un’originale raccolta di testi capace di render conto di “due secoli di battaglie teoriche e pratiche”.

     

     

    CopertinaIL FILO(SOFARE) DI ARIANNA
    Percorsi del pensiero femminile nel Novecento

    a cura di Angela Ales Bello e Francesca Brezzi
    Mimesis, Milano 2001

    Indice

    In quest’opera, in cui donne scrivono di donne, si fa il punto sul pensiero femminile del Novecento. Gli approcci dominanti sono due, il primo consta di pensatrici che hanno pensato su vari argomenti, senza mai mettere a tema la loro condizione di donne, il secondo è composto di visioni volte più strettamente a rintracciare lo specifico femminile. Da questa lettura si ricava che, seppur in modo molto variegato, il pensiero femminile contemporaneo è riconducibile a una lettura del mondo dettata in primo luogo dalla dimensione sessuata. L’approccio di questa opera, inoltre, vuole dimostrare come il pensiero femminile abbia tentato di rispondere a domande filosofiche fondamentali con risultati originali e nuovi: valori e pratiche etiche originali, significati rivisti e resi attuali, nella consapevolezza che il linguaggio non ci è dato, ma è in continua evoluzione.

     

     

    CopertinaGLOSSARIO
    Lessico della differenza

    a cura di Aida Ribero
    Commissione regionale per la realizzazione delle Pari Opportunità tra uomo e donna, Regione Piemonte 2007

    Indice

    Questo glossario è il tentativo di rendere, in modo semplice e fruibile, la ricchezza e la complessità delle problematiche circa la differenza sessuale e i suoi inevitabili rapporti con il pieno accesso alle Pari Opportunità: argomento molto controverso in Italia, che vede un acceso dibattito tra chi non crede nell’accesso alle pari opportunità “calato dall’alto” e chi teme un’esacerbazione della differenza tra uomo e donna. L’idea di realizzare un glossario nasce dalla constatazione che il lessico contemporaneo fa riferimento a un ordine del linguaggio che si è creato e sedimentato negli ultimi trent’anni: lo scopo è quindi quello di darne delle formulazioni chiare e corrette laddove si possono creare dei fraintendimenti di senso. Un utile strumento per chi ha intenzione di intraprendere tesi di laurea senza dimenticare questioni linguistiche e teoriche ormai irrinunciabili.

     

    Copertina100 TITOLI Guida ragionata al femminismo degli anni Settanta

    (a cura di) Aida Ribero e Ferdinanda Vigliani
    Luciana Tufani Editrice, Ferrara 1998

    Indice

    “Tutto quello che avreste voluto sapere sul femminismo e non avete mai osato chiedere”: una selezione di 100 testi, corredati da schede critiche che aggiungono sempre qualcosa a queste letture, se non altro in termini di attualità, il più delle volte evolvendo in modo creativo idee che già in partenza erano connotate da una forte originalità. Questo libro nasce come una mappa, un vademecum, una bussola, un aiuto indispensabile per permettere alle neofite del femminismo (dalla ricercatrice, alla lettrice appassionata, fino alla curiosa) di orientarsi nell’abbondante produzione di scritti femminili che non sempre sono di facile reperibilità.

     

     

    ALTRE OPERE PER UN PRIMO APPROCCIO:

    CopertinaNON CREDERE DI AVERE DEI DIRITTI
    La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne

    Libreria delle donne di Milano
    Rosemberg & Sellier, Milano 1988

    Indice

    Scritto nel 1987, è un’opera essenziale per conoscere e comprendere come nasce in fieri il sapere della differenza sessuale. La parzialità di vedute affermata è anch’essa una scelta ponderata che vede nella presa di posizione la garanzia di rimanere fedeli al proprio desiderio e alle proprie simili. La questione che muove questo libro è la creazione di una genealogia femminile, dove la relazione tra donne è essenziale e si rivela in un affidarsi che non è mai ricerca di conferma di ciò che si è nell’altra, ma è possibilità di concepire, e di avere, un’esistenza piena dentro il mondo. Quel che è messo fortemente in evidenza è che le donne che hanno partecipato alla stesura di questo libro fanno sistematicamente riferimento alla propria esperienza, a documenti del passato, alla pratica politica che hanno in comune tra loro, così come alle idee e alle pratiche politiche di altri gruppi, di altre donne con le quali hanno in comune l’attenzione all’ordine simbolico e il lavoro per modificarlo.

     

    CopertinaMOVIMENTO A PIÙ VOCI
    Il femminismo degli anni Settanta attraverso il racconto di una protagonista

    Maria Schiavo
    Editore Franco Angeli, Milano 2002

    Indice

    Questa opera, dal taglio storiografico, ha per motivo centrale la necessità di rendere il legame essenziale che intercorre tra il femminismo e gli anni della sua nascita e, allo stesso modo, di slegare il movimento delle donne, e i suoi frutti teorici, da questo legame, costrittivo se esclusivo, con gli anni Settanta. Ma non solo. Le intenzioni vanno ben oltre, lo sguardo è volto anche e sopratutto all’oggi, con la domanda su come si possa fare tesoro di quanto guadagnato. L’autrice si chiede – e cerca una sua personale risposta – cosa le donne possano e debbano dire in un momento storico che vede allo stesso tempo la libertà femminile come un principio acquisito per molti e molte, tale da non dover esser più motivo di riflessione e conflitto, e, d’altra parte, questioni ancora dirimenti come la prostituzione e il mercato sessuale, il controllo della nascita e del corpo femminile, il mancato riconoscimento dei diritti più elementari.

    STORIA DELLE DONNE IN OCCIDENTE, Roma–Bari, Laterza 1990

    Cinque volumi pionieristici pubblicati tra il 1990 e il 1992 dove la storia di genere trova la sua consacrazione ufficiale. Il primo volume, dedicato all’Antichità, è curato da Pauline Schmitt Pantell, qui viene indagato il ruolo delle donne nel sacro, nella politica, nel diritto, nella filosofia, nelle strategie familiari e dal punto di vista sessuale. Il secondo volume, dedicato al medioevo, è curato da Christine Klapisch-Zuber. Qui la ricerca verte sui modelli femminili elaborati da laici ed ecclesiastici, qui si inserisce la riflessione sul ruolo femminile nelle strategie familiari, sulla loro educazione, sulle mode femminili, sulla rappresentazione delle donne nell’iconografia. Il terzo volume abbraccia dal Rinascimento all’età moderna ed è curato da Natalie Zemon Davis e Arlette Farge. Le donne sono considerate nel caleidoscopio delle loro attività: lavoratrici, madri, letterate, teatranti, oggetti delle scienze, streghe e criminali, filosofe e sovversive. Il quarto volume che si occupa dell’Ottocento è curato e introdotto da Geneviève Fraisse e Michelle Perrot. Qui viene descritta l’inizio della crisi dei rapporti tra i sessi nella politica, nella società, nella religione, nel lavoro, nella sessualità. Il quinto volume, sul Novecento, è curato da Françoise Thébaud. Qui l’età del trionfo della differenza sessuale viene analizzata con uno sguardo incrociato: tra l’Europa e gli Stati Uniti, dalla prima alle seconda guerra mondiale, durante i totalitarismi e fino al movimento femminista degli anni Settanta arrivando fino agli enigmi della bioetica che tanto peso hanno nella vita delle donne oggi.