• 1° Conferenza Internazionale delle Donne “Revolution in the Making”

    di Irene Poletto

     

    Il 6 e 7 Ottobre 2018 si è svolta a Francoforte la conferenza internazionale delle donne dal titolo “The revolution in the making”. La conferenza è stata organizzata dal Network Women Weaving Future e ha visto la partecipazione di piú di 500 donne proveniente dal mondo intero.
    L’idea della conferenza nasce dall’incontro attraverso seminari, formazioni e azioni di solidarietá degli ultimi 5 anni tra il movimento delle donne kurde e donne di diverse parti del mondo impegnate nella lotta contro l’oppressione patriarcale. Questi incontri sono stati occasioni di trasmissione e condivisione di pratiche di lotta ed esperienze. Nel momento in cui si vuole condividere un programma comune da cui far nascere delle alleanze a lungo termine la condivisione delle lotte e la trasmissione delle esperienze diventa una questione centrale. Con questo obiettivo allora è stata fondata la rete „Women Weaving the Future“ (“donne che tessono il futuro”) nella quale sono rappresentate diverse strutture e organizzazioni del movimento delle donne kurde.
    Con la scelta del titolo della conferenza „revolution in the making“ si è voluto sottolineare l’idea che la rivoluzione delle donne deve essere considerata come un proceso che coinvolge ogni ámbito e sfera della vita.
    È con questi presupposti e da questa prospettiva che si sono svolte le due giornate di Francoforte: due giorni carichi di emozione, forza collettiva, condivisione dei percorsi e risonanza tra le lotte.
    Durante queste due giornate femministe provenienti dal cosiddetto sud del mondo – dall’America Latina al Medio Oriente, dall’India alle donne afrodiscendenti sono state le vere protagoniste della conferenza, condividendo e portando la forza dei loro femminismi, delle loro lotte. La struttura delle due giornate è stata divisa in due momento principali: una parte di interventi dal palco e poi tutto un pomeriggio invece di scambio orizzontale con una sessione intera organizzata in workshop suddivisi in diverse tematiche (ecología, autodifesa, organizzazione della teoría in pratica, media, economie comunitarista, migrazione, colonialismo, antifascismo) in cui è stata possibile uno scambio reciproco e dei ragionamenti di maniera corale. Per provare a rendere conto dell’esperienza vissuta, dei temi trattati all’interno della conferenza, delle alleanze strette tra i diversi movimenti delle donne e le suggestioni arrivate, lasciamo la parola alle protagoniste della conferenza. Riportiamo qui sotto la traduzione di due tra gli interventi della due giorni e la trascrizione della risoluzione finale proposta dal movimento delle donne kurde.
    I due interventi che abbiamo tradotto provengono entrambi dall’America Latina e piú precisamente dall’Argentina: sono le emozionanti parole di Claudia Korol e dell’antropologa Rita Segato, entrambe femministe e attiviste all’interno del movimento Ni Una Menos.

     

    Intervento di Claudia Korol

    Intervento di Rita Segato

    Conclusione

     

     

     

  • Report della presentazione del libro di Lorenzo Bernini, Le teorie queer. Un’introduzione, Mimesis ed, Sesto San Giovanni (MI) 2017

    Vorrei iniziare questo breve report parlando del luogo dove si è tenuta la presentazione perché luogo di attraversamento di saperi situati, saperi che non vogliono essere né innocenti, né neutrali. Lo stesso autore ha voluto prendere questa iniziativa, perché il suo libro, una mappatura delle teorie queer passate e attuali, è stato presentato in uno di quei luoghi dove la performatività di genere è considerata libera di esprimersi in ogni sua forma. Tuba Bazar lo ha ospitato e ha aperto un dialogo con le molteplici differenze degli spazi e dei corpi presenti in quella libreria/bazar erotico, che andavano dall’accademia ai movimenti, passando dalle singole soggettività. (altro…)

  • Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista

     

    All’Università di Amburgo, in Germania, più di un migliaio di persone tra attivisti, studenti, gruppi di femministe e intellettuali provenienti da tutto il mondo, hanno partecipato in questi giorni, dal 3 al 5 Aprile 2015, alla conferenza internazionale “Challenging Capitalist Modernity II” per discutere delle prospettive aperte dai movimenti di liberazione curdi e da altre realtà in lotta.

    Nel nesso inscindibile tra la libertà delle donne nella lotta della liberazione curda e la costruzione di un sistema di democrazia radicale antimonopolistico e senza stato, il femminismo ricopre un ruolo di fondamento. Il “confederalismo democratico”, per mezzo di un’accurata analisi politica dei sistemi capitalisti, mette in discussione il modello centralista della conservazione del potere maschile. Si propone di trasformare le strutture tradizionali delle gerarchie alimentate dal sessismo, rese possibili attraverso ideologie coloniali di oppressione con ruolizzazioni e rapporti di dominio codificati. Il modello elaborato da Öcalan è oggi assunto dalle organizzazioni autonome delle lotte femministe curde. Nell’intendere l’ambito dell’economico, del sociale e del politico come luoghi di risignificazione collettiva, nei continui richiami internazionali allo scambio attraverso la volontà di confronto tra le produzioni di saperi e di pratiche alternative, le donne curde indicano un cammino disposto oltre l’idea individualistica della libertà, capace di aprire nuovi interrogativi e nuove sfide comuni per il presente.

     

    La Conferenza dopo la liberazione di Kobânê

    Era il 3 Febbraio del 2012 quando all’Università di Amburgo associazioni di studenti curde e tedesche strettamente imparentate e connesse ai movimenti per la libertà in Kurdistan decisero di realizzare la prima giornata di una conferenza dal titolo “Challenging Capitalist Modernity. Alternative Concepts and the Kurdish Quest”.

    Organizzata dalla rete “Network for an Alternative Quest”, la conferenza creò le condizioni perché intellettuali, studenti e attivisti di differenti provenienze e ambienti potessero dar luogo a un’analisi critica dei sistemi capitalistici.

    Quegli incontri, che conosciamo grazie alla documentazione completa degli interventi (su http:// networkaq.net) furono un successo.

    La seconda conferenza “Challenging Capitalist Modernity II” svoltasi quest’anno dal 3 al 5 Aprile, si è data grazie alla grande organizzazione e accoglienza che ha permesso un altissimo livello di scambio e confronto.

    Ha influito il fatto che a tre anni di distanza dal primo evento, il 26 Gennaio di questo stesso anno, il cantone di  Kobânê è stato liberato dall’Isis, contro l’avanzata dei jihadisti in Siria.

    A partire da questa data si sono riattivati canali di solidarietà internazionali alla battaglia del Rojava con il sostegno di delegazioni provenienti da tutto il mondo.

    Ma la lotta per la libertà in Kurdistan, attiva da più di trent’anni, non inizia e non finisce con la liberazione della città di Kobânê.

    Una conferenza di tale portata richiama a riservare grande importanza e responsabilità rivolte al presente, al passato e al futuro, nei confronti dei metodi di traduzione, spesso incastrati in logiche eurocentriche e acontestuali, altre volte catturati da confusa idealizzazione.

    Una tra le traduzioni che più difficilmente trovano luogo nella riflessione attuale e che parlano dell’esigenza di nuovi campi d’interrogazione, è il fondamentale ruolo del femminismo nella lotta di liberazione curda. Cosa si puo’ imparare in occidente da questa esperienza?

    In un’analisi storica e generale degli apporti del movimento curdo, Reimar Heider, portavoce della Iniziativa Internazionale “Freedom for Abdullah Öca­lan – Peace in Kurdistan”, ha raccontato come soprattutto a partire dagli anni ’90  la popo­la­zione curda abbia dato vita ad una nuova proposta e pra­tica poli­tica che mette al centro, come primaria e prioritaria nella liberazione nazionale, la liberazione delle donne. È lo stesso Öca­lan a scrivere che dalle relazioni di potere tra uomo e donna derivano tutte le forme di relazione capitalistiche che alimentano schiavitù, dispotismo, fascismo e militarismo. (Liberare la vita. La Rivoluzione delle donne, Edizioni Iniziativa Internazionale 2013, p.10)

    Durante la conferenza del 2012 è stata denunciata l’assenza di approfondimento di specifiche interlocutrici sull’esperienza dei movimenti delle donne curde: quest’anno nella seconda giornata della conferenza un’intera sessione è stata dedicata ad interventi di attiviste e di intellettuali direttamente implicate nei movimenti di liberazione in quei territori.

    In simultanea traduzione sei lingue (turco, tedesco, curdo, spagnolo, italiano, inglese), scandivano le giornate per persone provenienti da diverse città della Germania, dell’Inghilterra, della Danimarca, della Norvegia, e provenienti dal Belgio, dal Kurdistan, dall’India, dall’Italia, dal Sud Africa, dagli Stati Uniti, dalla Turchia, dall’Olanda, dai Paesi Baschi, dalla Catalogna, infine poi dalla Svizzera, dall’Iraq e dalla Svezia.

    I temi si sono sviluppati in modo comparativo muovendosi tra la teoria e la pratica, con uno sguardo sia alle esperienze di lotta reali, che all’analisi di nuovi concetti possibili, anche con riferimento alle teorie del potere, (per esempio quelle elaborate da Gramsci e da Foucault), in relazione ai prin­cipi del con­fe­de­ra­li­smo demo­cra­tico pro­mossi dal lea­der del PKK Abdul­lah Öca­lan, dal 1999 dete­nuto in isolamento nella pri­gione di İmralı.

     

    Modernità capitalista e autonomia democratica

    È rilevante notare che alla prima conferenza del 2012 attraverso la lettura di un suo messaggio, Öca­lan abbia denunciato esplicitamente un fatto spesso omesso: «Se all’apparenza, come è stato detto al mondo intero, il mio arrivo a İmralı è dato da un’operazione di successo dei Servizi Segreti Turchi, la mia permanenza qui è in realtà stata resa possibile da un sistema elaborato dalla modernità capitalista, guidato dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, più specificatamente, l’enorme operazione che mi ha portato qui, è stata guidata da forze speciali e illegali della Nato».

    Nella prima sessione del 3 Aprile, è stata rintracciata, oltre l’esistenza di un fondamentalismo religioso, un più profondo fondamentalismo ideologico da parte delle potenze mondiali, che agisce attraverso alleanze per il controllo politico di aree geologiche di grande interesse e maggiore profitto per l’estrazione di risorse petrolifere nel Medio Oriente.

    Questo è il fondamentalismo che permette, spiega il professore tedesco Elmar Alvater, «che attorno a ciò che oggi chiamiamo Rojava ci siano oltre 9 milioni di curdi in diaspora».

    Le soluzione proposta, è chiaro da subito, deve necessariamente essere a livello internazionale e partire da una prospettiva ecologica precipuamente post-coloniale. E continua: «Il sistema di estrazione di energie fossili si sta esaurendo così come i confini del concetto di Stato-Nazione, che sembrano troppo stretti per dare spazio a vite che sentono l’esigenza di elaborare un’ecologia sociale configurata non solo con nuove forme energetiche ma con nuove forme di relazione tra i generi, di comunanza, di produzione, di consumo».

    Il capitalismo non è infatti leggibile solo come un modello economico, perché si sviluppa attraverso una cultura ideologica che fa riferimento ad un modello politico statale basato su valori egemoni che agiscono sull’ambiente e sui fondamenti antropologici dell’umano. Così, l’attivista curdo Kenan Ayaz, nell’intervento “Capitalism- Acumualtion of Value or Power?” spiega che non bisogna avere un approccio riduzionista al capitalismo, come quello delle prassi del socialismo reale basato sulle filosofie tedesche: «Noi, con Öca­lan, siamo tornati indietro di 5000 anni in un’indagine storica, per capire quali valori fossero stati sotterrati dall’arrivo del capitalismo, che non è eterno, che è nato e si è sviluppato nel contesto specifico dell’Europa».

     

    Critica al valore e nuove misure

    L’analisi del contesto capitalista è il tema principale della prima giornata ma i modi di affrontarlo  sono molto differenti: David Harvey, nel suo intervento intitolato Nation-State. God on earth?  riconosce come il problema principale per un movimento anticapitalista sia «lo scambio dei valori», ritenendolo centrale nell’idea dello spazio autonomo dei comuni di Kobânê. Tuttavia ritiene allo stesso tempo che «se per gli scambi non si mette in questione il ruolo del valore del dollaro, non si è veramente autonomi».

    David Harvey sembra soffermarsi, per capire, «quale sia la natura del capitalismo», su una discussione che verte specificatamente sull’analisi dell’economico inteso come dispiegamento della forma valore monetaria in un approccio analitico marxista che dia conto dei movimenti diretti delle banche alla sussunzione continua nel sociale per parte dell’economico.

    La sua relazione, conclusasi nel delineare la contraddizione a suo avviso fondamentale per Kobânê, cioè «quella tra valori e moneta», lascia spazio alla forte voce dell’attivista indiana Radha D’Souza. Illustrando come non sia mai nominato il legame che sussiste tra capitalismo e colonialismo, Radha D’Souza evidenzia la necessità di mettere in luce su più livelli gli effetti di dominio e potere, riportabili non solo sulla base del controllo monetario.

    Il controllo operato dalla Legge e dalla Scienza, imposte come forme uniche di conoscenza al servizio dei sistemi neocolonialisti e capitalisti hanno avuto infatti effetti precisi di dominio presenti tuttora in India.

    Da una prospettiva postcoloniale, Souza sembra proporre, lontana da un livello di analisi basato su un approccio esclusivamente economicista in seno ad una macropolitica globale, un approccio femminista e situato, ereditato dalla filosofia tamil: «Dobbiamo iniziare a costruire in piccolo per vivere in grande, e questo è il contrario dell’industrialismo che ci dice di costruire in grande per rendere però sempre più piccole e insignificanti le nostre vite. Parliamo a partire dai luoghi in cui siamo».

    Raccontando del metodo di “Rigenerazione nella Resistenza”, Souza ha riportato l’esperienza politica di alcuni villaggi indiani, che si sono riappropriati delle tecniche di irrigazione per la difesa della biodiversità e che producono oggi energia in modo autosufficiente, al di là del monopolio statale indiano e lontani dalle tecniche distruttive vincolate a processi di estrazione imposta.

    Nell’esigenza di una critica serrata all’uso del concetto di valore, la seconda giornata è rilevante per l’intervento di David Graeber, che ha risignificato i termini di produzione e riproduzione sottolineando che «quando si parla di produzione, si parla sempre di produzione di cose, come nel paradigma del lavoro industriale trionfante nel XIX secolo, mentre il lavoro, produce persone, esseri umani» (si veda su questo punto il suo libro “Toward an Anthropological Theory of Value”). Quando Graeber  parla della produzione di persone, legge Marx «da una prospettiva femminista, e mi riferisco per esempio alle riflessioni di Mariarosa dalla Costa. Quando mi riferisco al lavoro, riconosco che il lavorare è un simbolo che nella pratica lascia essere ciò che simbolizza».

    Nel parlare del valore, Graeber parla di «una misura che non si può comparare con un’altra misura, non si può cioè a sua volta misurare. I marxisti a volte dimenticano di usare i termini degli economisti di un altro tempo». Graeber descrive efficacemente il paradosso per cui oggi si arriva a considerare il lavoro un valore in sé al di là del fatto che si sia sfruttati o no, e invita a riflettere sulle linee di svalorizzazione, discorsive e monetarie, quindi simboliche, che oggi per esempio si riversano su lavori che potrebbero invece risultare “socialmente importanti”, come quello dell’educazione: l’esigenza avvertita è allora di riformulare le idee base sul valore a partire da un approccio femminista, trasformando radicalmente il senso delle nostre vite e attività quotidiane.

    Ma cosa questo possa significare, lo ha forse spiegato meglio, prima dell’intervento di David Graeber, Saniye Varli, della cooperativa Bağlar in collegamento diretto da Dyarbakir: il progetto di cui lei e altre donne fanno parte, nato nei suburbi di Amed inizialmente come organizzazione contro la violenza sulle donne, si sviluppa come un modello alternativo di economia, a livello ecologico e nelle pratiche quotidiane. Cominciando da zero, la cooperativa ha creato una catena di autoproduzione e di distribuzione diretta di cibo e altre necessità, in rete con i villaggi vicini, in un lavoro che «mette in gioco la costruzione di una democrazia dal basso contro gli interessi strategici e politici che qui si riversano». «Per noi – spiega Saniye – è importante pensare al valore di ogni cosa del vivente, perché il capitalismo attacca la mentalità delle persone, e dice che solo se pensi secondo i suoi valori puoi avere successo». A partire dalla creazione di tessuti sociali che legano comunità nate dal basso, senza profitto, con il sostegno del comitato dell’economia del KJA, (il Congresso delle donne libere curde nato nel 2003 dal lavoro dei comitati di quartiere e dalle assemblee locali) le donne qui «vivono una vita libera». «Per noi è importante praticare nella vita sociale, la condivisione. Forse questo per voi non ha significato, ma per noi la condivisione è importante perché si può praticare ovunque anche in mezzo alle differenze e alle diversità».

    L’augurio di Saniye è la speranza di rivedersi presto nella ricostruzione di un Kurdistan libero.

     

    Istanze femministe per il cambiamento

    Un altro augurio, inaspettato, è stato mandato in diretta, in collegamento video da Kobânê, anche da una comandante delle unità di autodifesa delle donne, delle YPJ. «Le donne vivono in libertà» è stato urlato da tutte le persone presenti: «Jin Jiyan Azadî»; un coro improvviso nell’auditorio gremito è risuonato continuo come l’espressione di un desiderio condiviso e rafforzato dalle parole sentite dalla diretta: «Gli argomenti che oggi state discutendo sono fondamentali per dare vita nuova a tutti i popoli del Medio Oriente e del mondo. Il sistema basato su un’ideologia che monopolizza, rende necessario organizzarsi in quanto persone umane e queste cose spero siano trattate in questa conferenza. Voglio ringraziarvi dai territori che hanno condotto questa resistenza».

    Dalla comandante delle YPJ, arriva chiara l’importanza delle istanze femministe nel processo di cambio sociale. Tra le attiviste chiamate a parlare dopo di lei, Fidan Yildirim, sin dagli anni ‘80 parte del movimento di liberazione delle donne in Kurdistan, ha ricordato l’importanza dell’educazione, dell’autorganizzazione e dell’autodifesa.

    In particolare quest’ultima parola non può essere compresa se non la si colloca nel contesto, di guerra, in cui viene elaborata, e se la si racchiude, in modo incongruo, in un senso militare statalista o nel senso guevarista del  foquismo.

    L’autodifesa, non ha niente a che vedere con qualsiasi forma di potere e di monopolio della violenza: «ogni comune e assemblea provvede a farla funzionare, sapendo che la libertà della donna è al centro della società intera».

    Sara Aktaş, imprigionata undici anni per essersi unita al movimento di liberazione curda e dopo la scarcerazione, altri cinque anni per aver fatto parte al DOKH (Democratic Free Women’s Movement), ha riflettuto su come «la liberazione della donna secondo il socialismo non sia centrale tanto quanto la lotta di classe» e su come le YPJ, nate nel 2004 e riconosciute ufficialmente nel 2011, siano un’esperienza radicalmente differente, perché nata da una critica allo Stato e ai modelli di socialismo reale che hanno fornito esempi chiari di oppressione per le donne.

    Ciò che stupisce è che l’esperienza delle YPJ non è vista in termini trionfalistici ma riconosciuta nella sue forme di sperimentazione: l’autodifesa, che va sempre di pari passo con l’autoformazione e l’apprendimento continuo, non è rappresentata da Sara Aktaş solo come una forma di liberazione anticoloniale, ma come una forza che a partire dalla conoscenza delle contraddizioni e delle difficoltà, agisce in termini di consapevolezza e contemporaneamente nella ricostruzione delle relazioni e della società intera. Il concetto di autodifesa, sembra generare una’esperienza di forza che ha efficacia nel proprio agire e che a partire dai corpi incarnati si esplica come una risignificazione continua delle norme sociali dominanti, che non può essere leggibile solo nei termini “di una questione femminile”.

    Gli scritti di Öca­lan vengono letti così considerando «lo sfruttamento sessuale ad un livello sociale e politico più profondo, connesso al sistema statale e ad un positivistico riduzionismo biologico, e, le forme patriarcali, impediscono la liberazione degli uomini tanto quanto quella delle donne e della società intera: lo sfruttamento di genere va messo in relazione con gli altri tipi di sfruttamento».

     

    Traduzione e trasformazione

    La libertà femminile qui non si può intendere sotto la forma di una libertà singolare o individuale ma prevede il cambiamento dell’intero sistema in cui viviamo.

    L’istituzione della jinologia, come forma altra di sapere, nasce dall’esigenza, per usare le parole di Dilar Dirik, che su questo tema sta scrivendo una tesi di dottorato, di elaborare «una sociologia della libertà, in cui la produzione di saperi per parte di donne si pone come modello critico allo scientismo imperante nelle scienze umane, anche con una rilettura e riscrittura continua della storia contro la conoscenza del già dato come perpetrato dallo status quo».

    La liberazione qui non è un obiettivo, ma un metodo, una pratica continua.

    Lo specifico del movimento delle donne curde, nella lotta contro lo stato colonialista, segue richiami precisi a percorsi suggeriti e tracciati altrove dal femminismo anarchico e postcoloniale.

    La posta in gioco è ben delineata nell’intervento intitolato Relazioni di potere: Stato e Famiglia di Nazan Ustündağ, docente di sociologia ad Istanbul e parte del Women for Peace and Academics for peace.

    Le strategie di lotta in Kurdistan «stanno concretamente cambiando le relazioni di genere all’interno della famiglia». Assunta da subito come un micro-stato del dominio maschile e dello sfruttamento del lavoro femminile e come il fulcro di normalizzazione dell’oppressione nella società, Nazan Ustündağ invita a riflettere sull’importanza delle pratiche di trasformazione nell’istituzione della famiglia per parte dalle donne curde, mentre, sottolinea, «Erdogan sviluppa scuole private per il controllo delle condotte, richiamando le madri ad esser buone educatrici per i propri figli».

    Pratiche ancora da sperimentare, spiega Ustündağ, ma che sono attivate attraverso reti di amicizie e forme di relazionalità alternative, che prendono piede grazie all’impulso delle istituzioni autorganizzate delle Case delle donne, nei partiti politici, sfidando i ruoli tradizionali di genere con altre forme di intimità possibili famiglia nucleare tradizionalmente intesa.

    La domanda: “cosa possono imparare le femministe occidentali dall’esperienza delle donne curde?”, posta all’inizio, troverà probabilmente più di una risposta se ci saranno momenti riflessione collettivi che implichino degli spostamenti, in un apprendimento continuo, in spazi di traduzione oltre procedimenti binari.

    L’esperienza della conferenza all’Università di Amburgo, fuori da un qualsiasi tipo di accademicismo asfittico, si è posta, nella consapevolezza di abitare in un mondo abitato da più mondi, come uno spazio aperto di socialità e condivisione,  stimolando la creazione di nuove alleanze e l’espansione di reti politiche già esistenti, incoraggiando l’incontro diretto nell’ambito di una solidarietà piena e autodeterminata.

    Nel momento in cui il neoliberismo occulta sempre di più la dimensione necessaria della relazione, della interdipendenza della cooperazione, mette in questione la libertà delle nostre vite.

    Altre pratiche sembrano interrogarci richiamandoci ad elaborare collettivamente nuove soluzioni per riformulare il nodo centrale del legame sociale. «In Rojava stiamo cercando di rinnovare quello che per noi vuol dire società. Venite a vedere quello che stiamo facendo, ad imparare e a scambiare le vostre conoscenze», è l’esortazione di una delle attiviste curde, durante la conferenza.

    Nuovi paradigmi e nuove visioni emergenti dalle lotte in Medio Oriente, possono permetterci di decostruire le nostre categorie, in vista di una riappropriazione degli assi di valorizzazione delle nostre attività a partire da un processo relazionale e creativo. Fuori dall’apparato amministrativo della messa a tutela e quello gestionale del rischio, potremmo iniziare a chiederci: perchè stanno lottando oggi le donne in Rojava?


    Bibliografia

     

    AA.VV. Kurdistan, Rojava. Viaggio nella rivoluzione delle donne, I quaderni di radio onda rossa 2015.

    AA.VV. Challenging Capitalist Modernity. Alternative Concepts and the Kurdish Quest,  International Initiative Edition 2012.

    Abdullah Ocalan, Liberare la vita. La Rivoluzione delle Donne, Edizioni Iniziativa Internazionale 2013.

    Abdullah Ocalan, Confederalismo democratico, Edizioni Iniziativa Internazionale 2013.

    Sara Sakine Cansiz, Tutta la mia vita è stata una lotta, Vol. I, Uiki-Onlus 2015.

    Janet Biehl (a cura di), The Murray Bookchin Reader, Black Rose Books, Montréal 1999.

  • Monica Lanfranco – Appunti dal seminario di Altradimora: nonviolenza e femminismo, 5/6/7settembre 2014

    Non è rituale premettere che è impossibile dar conto di tutto quello che è stato detto e condiviso nelle tre giornate di lavoro del seminario annuale di Officine del pensiero femminista ad Altradimora, quest’anno focalizzato sull’intreccio tra nonviolenza e femminismo, quindi sulla trama che unisce due visioni e due pratiche tra le più significative nella storia umana.
    Grazie a Thomas Guarino avremo la possibilità, su radiodelledonne.org di ascoltare gli interventi di facilitazione, e spero che oltre a me e a Laura Cima, che ne ha già scritto sul suo blog, altre e altri vogliano mettere insieme suggestioni e pensieri da collettivizzare.
    Comincio rimandando al post che ho scritto prima del seminario, che trovate qui.
    A ciò aggiungo che la scelta del tema rappresentava un rischi
    o, dato che nei movimenti politici, (compreso quello femminista), la questione della nonviolenza non è mai stata al top delle priorità nelle discussioni. In parte perché è evidente il rischio di ricadere nello stereotipo patriarcale secondo il quale le donne sarebbero naturalmente nonviolente o comunque meno violente degli uomini per motivi fisici e psicologici, e in secondo luogo perché grande è la confusione tra violenza, forza e aggressività, un mix che spesso giustifica reazioni e atteggiamenti che vengono relativizzati a seconda che questi siano agiti da chi sta dalla parte della (presunta) ragione o del (presunto)torto, in una manichea riproposizione del motto il fine giustifica i mezzi.
    Al seminario ho raccontato che molte donne, saputo dell’appuntamento, mi espressero il rammarico per non potervi partecipare pensando che fosse un’occasione per parlare di violenza di genere, e un gruppo di giovani pensatrici, quando proposi loro di scrivere un contributo per Marea sull’argomento, chiarendo che non si trattava di ragionare sulla violenza sessuale, ma appunto di intreccio tra pensiero femminista e nonviolenza, rinunciaronodicendo che ‘non avrebbero saputo che dire’.
    Un vuoto di conoscenza interessante da prendere in considerazione.
    Ho scelto di cominciare, per la mia facilitazione, con due minuti del bellissimo film di Filippo Vendemmiati dedicato alla storia di Pietro Ingrao, dal titolo Non mi avete convinto, nei quali l’anziano leader comunista eretico dice che la politica, che tanta parte è stata della sua vita, non può rispondere alla profonda domanda umana sul chi siamo: la politica, dice Ingrao, ci parla di cosa e di come consumiamo, ma non offre risposte sul sé.
    Mi sono chiesta se il femminismo lo possa invece fare, o se quantomeno offra la possibilità di tratteggiare un orizzonte nel quale trovare modo di farsi questa domanda e la risposta è sì, a partire proprio dall’affermazione che il privato è politico.
    Femminismo e nonviolenza come visioni e come pratiche di relazione, perché al centro c’è il quotidiano, la sua cura e la scelta responsabile delle pratiche da attuare,sono strumenti che possono, se messi al centro dell’agire politico, creare nuove modalità di vivere e dare anche risposte alla nostra domanda di senso.Per me così è stato.
    L’utilità di questa discussione, e il fatto di scegliere di dare parola anche ad alcuni uomini che in vario modo in questi anni hanno lavorato per il cambiamento di paradigma rispetto alle regole patriarcaliè stata subito chiara a partire dalla riflessione di Alberto Zoratti, ambientalista ed esperto di commercio equo.
    Il suo contributo, dal titolo Il coraggio di dire noha messo al centro una visione laterale e creativa del diniego, nella quale l’opporsi è anche fare in modo, collettivamente, di dare più spazio ai sì, di attivarsi costruendo invece che distruggendo. Alberto ha raccontato come un no (rischioso e coraggioso in tempi di crisi) rispetto a una commessa lavorativa, pronunciato per motivi etici, si è trasformato in una crescita collettiva per i lavoratori che hanno rinunciato alla commessa, e contemporaneamente ha fatto sì che la loro scelta diventasse un volano per altri lavori, arrivati da aziende che hanno apprezzato la loro decisione. Umanizzare ogni scelta, adottando quindi pratiche di inclusione e di nonviolenza, è possibile anche con chi sta dall’altra parte, nella visione della politica come barricata. Zoratti ha condiviso il percorso dell’occupazione di una struttura dismessa a Pisa, nella quale legalità, illegalità e legittimità sono state considerate dal punto di vista del guadagno globale, nel rispetto e nell’attuazione del dettato costituzionale, fino a creare relazioni feconde anche con chi, la polizia, storicamente viene vista dai movimenti come una nemica.
    Un’attenta ricostruzione del valore centrale della pratica nonviolenta sindacale dello sciopero è stata portata al seminario da Alessandro Bongarzone, sindacalista della Cisl, uno degli oltre 70 uomini coinvolti, da un anno e mezzo, nel laboratorio di teatro sociale per uomini di Manutenzioni – Uomini a nudo, la piece tratta dal libro Uomini che odiano amano le donne.
    La visione del sindacato e delle pratiche di lotta Alessandro la comincia con la narrazione di come sia stato difficile far passare, dentro al mondo del lavoro,l’affermazione che il mondo è biverso, non universo, (quindi maschile) perché fatto da donne e da uomini: è stato nel momento in cui si cominciò a parlare di riproduzione, non più solo di produzione, che il sindacato ha preso finalmente atto che non solo di uguaglianza, ma anche di differenza bisognava occuparsi, in un intreccio tra privato e politico che ha visto il sindacato crescere a partire dalla questione della riduzione degli orari di lavoro e del lavoro notturno.
    “Usare gli strumenti del padrone per smantellargli la casa’, ha sostenuto Bongarzone, non ha portato da nessuna parte. Quando abbiamo ottenuto il massimo dei risultati lo abbiamo fatto mettendo a frutto le nostre idee, producendo contro cultura e contro informazione, organizzando speranze collettive e mettendo al centro le persone. Ma, soprattutto, lo abbiamo fatto con le sole armi che don Milani mi consente: lo sciopero e il voto.”
    Anche Giancarla Codrignani, storica figura del femminismo e della nonviolenza italiana, ha parlato di mondo multiverso, esortando le generazione più giovani a non avere paura di guardare avanti, usando sì la storia ereditata ma  sperimentando nuove forme e linguaggi, prevenendo la guerra affrontando i conflitti, dando loro nome e spessore, per trasformare quello che può diventare distruttivo in creatività e condivisione.“Noi come donne siamo chiamate il sesso debole, ma in questo momento, nel corso del tempo e della storia che ha visto nascere la fionda e oggi arrivare aldrone, ci possiamo rendere ben conto che siamo tutti deboli e tutti umani. Per avere maggiore uguaglianza dobbiamo andare oltre il neutro che è una gabbia, provando di più a usare le istituzioni, popolandole e cambiandole. Se non lo faremo resteremo,come donne, maggioranza elettorale ma minoranza nel potere.
    Rosetta Bertini, del centro Medea di Alessandria ha condiviso la difficoltà di non cedere al rancore verso chi fa violenza alle donne, e quindi di esercitare la difficile e necessaria arte nonviolenta di separare e governare la reattività dalla pratica dell’ascolto, per aiutare l’uscita dalla violenza anche di chi l’ha fatta: i maltrattanti e i violenti.
    Cristina Obber, autrice di Non lo faccio più, la prima inchiesta italiana sulla violenza di gruppo dei giovanissimi, si è detta convinta che è sulla responsabilità individuale che si gioca tutto, perché non c’è mai scelta dentro alle azioni del branco: i giovani violenti non riconoscono la loro responsabilità nella violenza di gruppo. Se avremo un mondo meno violento questo sarà solo se, dalla famiglia in poi, si comincerà a insegnare la nonviolenza e l’etica della responsabilità fin dai primi anni di vita, ammettendo che la famiglia non è il nido romantico e protettivo che ci si ostina a dipingere, ma è addirittura il luogo più pericoloso e mortale per donne e minori.
    Laura Guidettidi Marea e attiva anche nella Rete di donne per la politica riprende quanto riportato qui, per segnalare la necessità di ridare senso alla politica, che ormai il più delle volte è solo un guscio vuoto. Al binomio femminismo e nonviolenza Laura aggiunge la parola bilanci (tema al quale anche Marea  ha dedicato un numero): senza fare il bilancio delle proprie azioni non siamo in grado di tesaurizzare e fare memoria della nostra azione politica, dissipando così energie, pratiche e ricchezze collettive.
    A lei si è ricollegata Laura Cima,  che con Paola Lanzon, presidente del Consiglio Comunale di Imola, ha denunciato come il femminismo il Italia sia in larga parte mancante di una coraggiosa assunzione di responsabilità dentro e fuori l’ambito istituzionale per modificare alla radice significato e pratica del potere: è ancora troppo diffusa la convinzione che sia legittimo che una ingiustizia possa essere ripagata dalla violenza. Lanzon ha proposto di aggiungere a femminismo e nonviolenza anche la parola potere,perché oggi per le femministe la questione del potere è fondamentale. La violenza spesso è agita per contrastare il potere, combatterlo e cambiarlo, e solo pratiche nonviolente quotidiane estese e pervasive anche dentro le istituzioni possono scongiurare guerra e violenza.
    Giovanni Fontanieri, ispettore di polizia che si occupa di violenza domestica e anche lui ‘attore’ in Manutenzioni – Uomini a nudo ha lanciato l’allarme sulla forte sottovalutazione del fenomeno della violenza e quindi l’assenza di cultura nonviolenta, dalla famiglia alla scuola alle istituzioni.
    ”Tocco con mano che di violenza si parla tanto solo in superfice ma non di quella in famiglia: quella ci scivola addosso, la sentiamo nei tg e ne leggiamo sulla stampa, ma non entra dentro, non scalfisce l’indifferenza. I femminicidi in Italia sono attestati a 120/140 all’anno, e inumeri non calano”.
    Rosangela Pesenti ricorda che nel film In my country(visto assieme alla sera di venerdì come spunto al dibattito) la narrazione della storia individuale fatta dai protagonistipassa attraverso la sola nominazione dei padri, e che questa violenta cancellazione e rimozione del femminile sta alla base della violenza e del processo di incapacitazione e vanificazione delle donne, e quindi del femminile del mondo. Il femminismo legato alla nonviolenza è la pratica che può modificare alla radice il nostro modo di stare insieme, uomini e donne sul pianeta.
    A tutte le persone che hanno partecipato alle giornate seminariali non è sfuggito che la realtà nella quale viviamo è lo specchio di un paradosso: a dispetto della finzione culturale non è l’amore a unire, ma l’odio: ed è questo, su piccola come su vasta scala su cui si deve agire.
    Se infatti è giusto sostenere, con Christa Wolf che ‘tra uccidere e morire c’è una terza via: è vivere’ dobbiamo interrogarci sullo spazio vitale, nel quale, specialmente tra le giovani generazioni, la tendenza è quella di essere affascinati dalla violenza, se manca l’educazione all’affettività, al rispetto e alla nonviolenza. La violenza affascina ed eccita per il suo aspetto pulsionale ed erotico, la nonviolenza è pazienza, collaborazione e protezione, e va quindi erotizzata per diventare seduttiva: connetterla con il femminismo significa lavorare sullo stereotipo della femminilità e offrire anche al maschile la possibilità di identificarsi e di trovare uno spazio trasformativo.
    Uno spazio di gioia e di fatica, che tra le altre Maria Dalmeida del gruppo Archinaute ricorda essere prezioso, ma non infinito e sempre disponibile.
    Nella sua esperienza di femminista ci sono state anche le occasioni mancate, quando si è pagato caro, tra donne, il non aver subito detto quei ‘no’ relazionali che avrebbero, generando un conflitto ancora dipanabile, permesso se non la trasformazione positiva e la crescita, almeno di non distruggere, soffrire e far soffrire.
    Mentre la violenza è sempre efficace, veloce, offre un risultato immediato, la nonviolenza è un percorso continuo di scelta, responsabilità e cura, così nel privato come nel collettivo.
    Per me aver messo al centro del mio percorso, e di quello di molte e molti, le pratiche nonviolente ha significato mutare l’orizzonte dell’agire sin dal primo momento: significa smettere di difendere e cominciare a proteggere. Significa non attestarsi sulla difesa di ciò che può essere minacciato ma agire, per tempo, con creatività, la protezione di quel tanto che, ricevuto dalle madri e dalle sorelle maggiori, abbiamo avuto come libertà e opportunità, visioni e orizzonti da vivere e allargare, popolandoli con i desideri e disegnando nuovi modi di essere felici.

     

  • P. Meneganti – Due incontri curati dall’Ass. Evelina de Magistris, Livorno

    L’associazione Evelina De Magistris ha recentemente organizzato, a Livorno, due incontri su temi apparentemente non omogenei. Il primo, il 16 gennaio, con la costituzionalista Silvia Niccolai, dal titolo “Non abbiamo bisogno di una Costituzione migliore”, e poi la presentazione, il 29 gennaio, del libro Quella difficile identità. Ebraismo e rappresentazioni letterarie della Shoah, di Stefania Lucamante, con Anna Maria Crispino, direttora di Leggendaria.

    Nel rielaborare gli appunti e le note prese durante i due incontri, li ho rivissuti come due tappe di un percorso unitario, sul tema della memoria. Una memoria non monumentalizzata, non fissata in schema e rituale;  una memoria interrogante, segno di contraddizione piuttosto che di pacificazione. Una memoria che si ponga come ponte tra passato e futuro e che interroghi in profondità il nostro presente, troppo spesso vissuto come un presente continuo, né radicato né proiettato.

    Un altro elemento fondante nelle due riflessioni è la domanda di etica, un’etica che si radichi, come insegna Hannah Arendt, nella responsabilità individuale, nella scelta individuale, nella capacità di dire: “è giusto, non è giusto”, impegnate e impegnati “in quel dialogo con se stessi che … siamo soliti chiamare pensiero”.

     

    “Non abbiamo bisogno di una Costituzione migliore”: incontro con Silvia Niccolai – Livorno, 16 gennaio 2014

    Il titolo dell’incontro di oggi allude a molte cose. Proverò, in modo episodico e frammentario, a dirne alcune,  sulle quali il lavoro di Evelina si è confrontato.

    Innanzitutto, non abbiamo bisogno di una Costituzione migliore, perché il linguaggio, le parole che vi sono contenute – libertà, diritti, dignità, lavoro, solidarietà, progresso – sono talmente polisemiche e simboliche, che (cito da un testo di Silvia, “Lavoro, welfare e democrazia deliberativa”) “non si lasciano racchiudere in formule troppo strette, dai confini tecnicamente definibili, perché fanno appello ad esigenze di equità e di giustizia nei rapporti umani che non sono riconducibili a un sistema chiuso di concetti normativi” e “il significato di ciascuna di quelle parole suggestive è debitore dell’apporto di senso che gli stessi esseri umani, nella loro vicenda, svolgono”. Le parole della Costituzione, insomma, possono essere declinate in senso a seconda del punto di vista, delle relazioni umane, della pratica dell’ascolto che si agisce, e consentono la loro problematizzazione continua. Altro che fissità, rigidità o altre sciocchezze che si sono ascoltate.

    Sul tema del lavoro, molto caro a noi Eveline, Silvia ha svolto diversi interventi, anche a seguito delle cosiddette riforme Fornero. La cito ancora: “Le nuove norme sui licenziamenti paiono orientate dalla aspirazione a consegnare al lavoro il potere di seguire proprie logiche autoreferenziali, non interrogate dal senso e dal bisogno di giustizia che anima gli individui e la società, non permeabili da esso, e, pertanto, consacrate come più importanti di esso. Con questo, il progetto dell’Esecutivo non sembra guardare con amicizia al contributo di incivilimento, cultura e socializzazione che il diritto e la giurisdizione offrono alla convivenza: da questo credo che, come giuristi e come costituzionalisti, dovremmo sentirci coinvolti e interrogati”.

    Un’altra cosa di cui ci piacerebbe parlare è la domanda di giustizia presente nella Costituzione. Qui raccolgo alcuni spunti da un saggio di Silvia che trovo bellissimo, “Repubblica con ‘altro’ al potere. Una pagina di Vittorini riletta attraverso Hannah Arendt, a proposito del referendum costituzionale e di un male chiamato asimbolia”.

    È pericoloso, dice Hannah Arendt, ricondurre il presente ed il passato ad uno stato di potenzialità rispetto al futuro. Tra le altre cose, io credo che questo atteggiamento stia alla base di tanta mitologia del rinnovamento, cui assistiamo oggi.

    Subordinare il passato ed il presente al futuro significa provare l’ambito politico del punto di partenza dal quale cambiare, cominciare qualcosa di nuovo. È un’operazione sterile, perché il presente “non ci pone una domanda di regole migliori o di più efficiente organizzazione, ma una domanda di etica e di responsabilità, che riporti la politica, se mai sarà possibile, alla sua dimensione di lavoro – parola, dice Silvia, non a caso in disuso – non a quella di autoreferenziale processo produttivo di regole.

    È un tempo difficile, in cui vogliamo stare in atteggiamento di ascolto e di responsabilità, assumendolo, attraversandolo, come dice ancora Silvia. E, un po’ confusamente, sentiamo che una delle questioni del nostro tempo sia la questione della verità. La verità non come una dogmatica, ma come radicamento, come ascolto delle voci e presa di coscienza dei corpi e delle parole, non travestendole, ma cercandone il senso e gli intrecci, i legami, le relazioni. Questo è il senso del nostro desiderio.

     

    Silvia Niccolai

    La Costituzione è un argomento che ho in testa ogni giorno. Ho proposto di parlarne partendo da un romanzo di Elena Ferrante, “L’amica geniale”, per il “clima”che c’è in questa opera, che ci dice molto sull’argomento che trattiamo. Costituzione, diritti, giustizia: ecco i temi, che non voglio ridurre a “questione tecnica”. Ferrante descrive una società impastata, violenta, collusa. Emerge il problema del potere, nei cui confronti  le due ragazze protagoniste, Lila e Elena, impostano le proprie esistenze: col potere ci si misura ogni giorno, fin da piccoli, così come con gli usi sociali, le convenzioni eccetera che impostano le nostre esistenze. Siamo a Napoli negli anni ’50 del Novecento: dopo la guerra, al cuore delle contraddizioni che hanno contraddistinto la storia repubblicana. Napoli simboleggia, inoltre, una memoria più lunga: voglio solo accennare al grave costo subito dalla nostra vita civile per la rimozione operata nei confronti del Regno delle due Sicilie.

    Napoli significa un regno di risorse della memoria e delle tradizioni, e sottolineo l’importanza della memoria, della storia del passato. Lila, ad un certo punto, parla con Elena e pone il tema: “Ritornò così il tema del ‘prima’ […] Disse che non sapevamo niente, né da piccole né adesso, che perciò non eravamo nella condizione di capire niente, che ogni cosa del rione, ogni pietra o pezzo di legno, qualsiasi cosa, c’era già prima di noi, ma noi eravamo cresciute senza rendercene conto, senza mai nemmeno pensarci […] Non sapevano niente, non volevano parlare di niente. Niente fascismo, niente re. Niente soprusi, niente angherie, niente sfruttamento […]”.

    Non voler sapere niente è una sorta di patto di connivenza con il potere. Un patto di rimozione: per questo, la cura della memoria è importante.

    Alla fine, Lila e il ragazzo che, a modo suo, vuole libertà di scelta, si sposano. E, al matrimonio, c’è una scena terribile: le scarpe immaginate e create da lei, frutto del suo lavoro e della sua inventiva, vengono indossate dal suo pretendente mafioso.  Lila prova atterrimento: ha pensato di sottrarsi al cappio della sottomissione, della subordinazione, ma, invece, è tutto intrecciato.

    Io interpreto così: non si può trarre la propria libertà usando strumentalmente le cose per come sono, venendo a patti a metà.

    Le due ragazze costruiscono la loro libertà dandosi reciprocamente forza. Si autorizzano a vicenda. Si può trovare la libertà in un contesto molto oppressivo, trovando leve rivoluzionarie, spostando l’ordine delle cose e la loro importanza.

    Nel romanzo leggiamo l’intreccio tra potere-libertà-autorità. Voglio ricordare il tema di Didone. “[Lila] Mi parlò dettagliatamente di Didone […]. e un pomeriggio buttò lì un’osservazione che mi colpì molto. Disse : <<Se non c’è amore, non solo inaridisce la vita delle persone, ma anche quella delle città>>. Non mi ricordo come si espresse di preciso, ma il concetto era quello, e io lo associai alle nostre strade sporche, ai giardinetti polverosi, alla campagna scempiata dai palazzi nuovi, alla violenza in ogni casa, in ogni famiglia”. Amore come scambio, come relazione orientata a dirsi il vero: la città senza amore significa un popolo privato della felicità. È la componente politica, in senso vichiano, aristotelico, della società: la filìa.

    Ricordo un romanzo di Elio Vittorini, “Il garofano rosso”: romanzo di formazione, che narra la presa di coscienza di un adolescente negli anni dello squadrismo fascista, del delitto Matteotti.  Ad un certo punto, uno dei personaggi dice: ci vorrebbe un codice dei sentimenti. È un romanzo in cui si dice il tramortimento: cosa accade quando si instaura una dittatura? Come la si vive, giorno dopo giorno? Come ce ne accorgiamo? Con il decadimento di benessere sociale. È qui che accade qualcosa, nella perdita di trasparenza, di semplicità.

    Nel 1975, Pier Paolo Pasolini scrive sul Corriere della sera un articolo, diventato famoso: Il processo. Pasolini accusa i politici, primo di mentire, quindi di educare alla menzogna; secondo,  di farci pensare che la politica si possa buttare via.

    Venendo al tema della Costituzione, penso davvero che la nostra sia la migliore. Ma dire questo non basta. Sono contraria a modificare la Costituzione non tanto perché, come dicono alcuni, questa abbia un progetto chiaro di società, ancora da attuare.  Sono contraria al tema delle riforme perché è usato in modo abusivo per attribuire alla Costituzione difetti ed errori che sono propri delle donne e degli uomini che hanno gestito il processo costituente e la sua messa in opera  negli anni successivi.

    Fin dagli anni ’80 si parla della necessità di riforme, di avere governi forti eccetera, e si dice che questi argomenti, a noi cittadini, dovrebbero interessarci. Invece interessano chi ha il potere. Ci sono certamente disfunzioni nella nostra democrazia. La maggiore si chiama mancanza di responsabilità. È un grande problema proprio della disciplina dei partiti italiani, che mancano di onore. Non c’è un rapporto a dir poco corretto tra la maggioranza ed il governo che esprime. Un esempio chiaro è stato, lo scorso dicembre, il ritiro, da parte del Governo, di un disegno di legge di conversione di un decreto, già approvato dal Senato! È un vulnus, non si può fare. Il presidente del Senato ha accettato, il presidente della repubblica Napolitano, invece del ruolo imparziale, maieutico, ad alterum che dovrebbe rivestire partecipa e avalla queste operazioni.

    Se pensiamo a questo e leggiamo l’art. 72 della Costituzione, quello secondo cui la funzione legislativa spetta alle Camere, non possiamo che dire che il Parlamento italiano sia indifendibile. Troppo spesso ha rinunciato al suo ruolo di legislatore e di controllore delle attività del Governo.

    Sicuramente, la situazione sta peggiorando, e il ventennio berlusconiano ha fatto molto male a questo Paese. Peraltro, Alberto Asor Rosa, su il manifesto di oggi, parla di Renzi come di un “nuovo” inquietante.

    Però non è utile, secondo me, coltivare la convinzione che in passato esistesse una centralità parlamentare. Fino agli anni ’70, la Democrazia Cristiana, che era un partito correntizio, interclassista, un “polipo correntizio”, presentava una grande articolazione, che rendeva obbligato il confronto con il Partito Comunista. La centralità del Parlamento non ha mai risposto ad una convinzione profonda dei partiti italiani, che si sono mossi secondo un uso strumentale delle istituzioni.

    Penso che in Italia i partiti abbiano spesso “utilizzato” la società civile: da una parte, sollecitando la partecipazione, dall’altra, usando strumentalmente le istanze sociali. Anche il PCI non ha coltivato la questione dei diritti civili, muovendosi poi di conseguenza quando nella società c’erano sollecitazioni troppo forti. Le femministe hanno dichiarato l’estraneità rispetto ai meccanismi istituzionali, io credo, anche come reazione alle strumentalizzazioni partitiche. I partiti hanno recepito le istanze dei movimenti recepibili, compatibili.

    Oggi, ci sono proposte di riforma in cui, per esempio, si sostiene che il Parlamento debba esaminare ancora più in fretta in disegni di legge. Ma allora, chi li studierebbe, chi li approfondirebbe?

    Io penso che siamo un Paese sostanzialmente autoritario e non abituato ad avere amore per la città. Siamo senz’altro e ci sentiamo debitori e debitrici nei confronti del passato, ma dobbiamo fare uno sforzo oltre la mitologia. Ecco, se dovessi modificare la Costituzione, forse rivedrei solo il ruolo dei partiti come unici strumenti lì indicati per esprimere la volontà politica dei cittadini.

    L’idea di “esecutivo forte” comporta un potere pericoloso. Io penso che, in continuità con il nostro passato, pur nella consapevolezza che non ci siano passati mitici da incensare, dobbiamo fare con quello che abbiamo a disposizione.

    Scrisse il grande giurista Costantino Mortati, nel 1975: in Italia, c‘è ancora il fascismo. Parole che ci fanno pensare ancora oggi. Ascoltiamo discorsi che non hanno umanità, spesso tutto il contrario di ciò che il buon senso dice. Oggi dominano la razionalità tecnicizzata, totalmente strumentale, preoccupante, che fa male al vivere. Il pensiero politico è visto come pensiero manageriale. Occorre far nascere dall’esperienza linee comuni di azione, che affermino i valori del pluralismo, della persona, della relazione.

     

    Presentazione del libro “Quella difficile identità. Ebraismo e rappresemntaziiobni letterarie della Shoah”, di Stefania Lucamante, con Anna Maria Crispino – Livorno, 29 gennaio 2014

     

    Il giorno della memoria è stato istituito con legge del 2000, allo scopo di “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte” e quanti “si sono opposti al progetto di sterminio” (come i cittadini di Nonantola, la cui storia conosceremo nel video di Eleonora Giordano).

    La memoria non si comanda per legge, ed è vero che c’è il rischio di confinare manifestazioni  e iniziative in questi giorni, affastellando un po’ gli eventi. La nostra associazione, da anni, cerca di aprire un varco nuovo, una riflessione non consueta, un punto di vista non particolarmente utilizzato, a partire proprio da quella parola “memoria”.

    Sotto questa luce abbiamo invitato oggi Anna Maria Crispino a parlarci di un libro molto bello, molto denso, “Quella difficile identità. Ebraismo e rappresentazioni letterarie della Shoah”, di Stefania Lucamante, che vive e insegna negli Stati Uniti.

    Perché è importante questo libro? Ne cito il brano iniziale: “Nel complesso panorama di studi critici e teorici sulla letteratura della Shoah molte sono le categorie che vengono periodicamente analizzate a partire dall’immediato dopoguerra. La difficoltà tuttora esistente di trarre conclusioni rispetto all’entità di tale evento da un punto di vista etico si rispecchia nell’immutata e non meno intensa problematicità di una sua rappresentazione estetica e letteraria […] Oltre alla difficoltà del come dire Auschwitz, ormai divenuto un topos vero e proprio, altro problema fondamentale degli studi concentrazionari in campo letterario rimane la responsabilità dell’arte, vale a dire la sua zona etica nei confronti di tale evento” (pag. 12).

    Mi pare fondamentale la sottolineatura dell’aspetto etico, dell’aspetto della responsabilità individuale e collettiva, quando si parla di Shoah. Il recente,  bellissimo film di Von Trotta su Hannah Arendt si chiude sulla domanda rispetto al male e alla responsabilità del pensare.

    Un altro tema è come non sia indifferente, per la scrittura e la modalità di fare memoria, il fatto che si parli di “autrici”, che pongono ”ulteriori quesiti sulla discriminazione e sull’intolleranza da prospettive diverse”.

    Lucamante ha indagato come, nei testi di alcune donne (alcune deportate, altre no, una non ebrea, Rosetta Loy) si sia affrontato il problema  del trasmettere memoria e conoscenza. Le tavolette degli scribi che contengono i numeri della contabilità del palazzo non parlano di amore e di dolore, ci dice Christa Wolf; non contengono i volti. Allora, “l’intervento di queste donne recupera il volto, levisianamente perso nella tempesta del razzismo, di tante altre vittime che non sopravvissero al razzismo. La loro scrittura concede e ridona fisionomia al volto dell’Altra, al volto della donna offesa dalla Shoah entro il recinto terribile dei campi come anche nella sua casa violata in patria […]” (pag. 13).

    Tra le autrici citate nel libro, che sono molte (Lidia Beccaria Rolfi, Liana Millu, Giuliana Tedeschi, Edith Bruck, Lia Levi, Rosetta Loy, Giacoma Limentani, Helena Janeczek, e Elsa Morante) compare anche il nome di Frida Misul, livornese, con la sua opera “Fra gli artigli del mostro nazista”, pubblicato nel 1946. Scriveva Frida: “Se una persona nella cui sincerità avessi nutrito la più assoluta fiducia mi avesse descritto gli orrori che sono passati davanti ai miei occhi nei tristi campi nazisti della morte, io avrei stentato a credere il suo racconto tanto questo avrebbe potuto considerarsi irreale […]”.

    Emergono già qui due elementi, che poi troveranno grande spazio in chi ha scritto sulla propria esperienza di deportata o di deportato: il bisogno di narrare, la consapevolezza del rischio di non essere creduti.

    Termino con un accenno al tema delle leggi razziali, delitto tutto italiano, rispetto al quale, con parole direi definitive, scrivono Anna Bravo e Daniele Jalla, in un volume bellissimo, fondamentale di diversi anni fa, “La vita offesa”: “Se è vero che in Italia l’antisemitismo  del regime non trova radicamento e consensi di massa, e anzi la normativa del 1938 ha l’effetto di risvegliare alcune coscienze, non si può dimenticare che uno scandalo morale e una rottura legislativa di questa portata  non incontrano alcuna vera opposizione: che prevale il silenzio. Sarà così anche negli anni successivi: la deportazione degli ebrei è contrastata da molti gesti coraggiosi di aiuto e solidarietà, ma è consentita anche da complicità che non incontrano condanne ferme ed esplicite”.

     

    Anna Maria Crispino.

    Occuparmi del libro di Lucamante è stata una bellissima avventura: il volume è importante sotto molti punti di vista.

    La persecuzione e la deportazione degli ebrei italiani hanno ancora un posto limitato nella storia della Shoah, e questo a causa di una insufficiente valorizzazione della memoria storica, compresa quella delle donne. È successo anche per la storiografia della Resistenza: il contributo femminile, che era stato molto rilevante, non solo in prima linea, ma  nei rifornimenti, nei collegamenti, nell’aiuto quotidiano, nel nascondere e salvare, fu sottovalutato.  Nel libro di Anna Bravo, “La conta dei salvati”, c’è un meraviglioso capitolo dedicato al salvataggio degli ebrei danesi (i resistenti civili riuscirono a farli fuggire quasi tutti) e si parla diffusamente del “maternage di massa” operato dalle donne italiane dopo l’8 settembre del ’43, per nascondere e far fuggire i militari sbandati. È prevalsa, nella storiografia della Resistenza, la retorica del guerriero, maschio, giovane, libero. Il prevalere di questo discorso oscurò e mise in secondo piano il lavoro di resilienza delle donne. È certo che nella categoria delle vittime mal si sono sopportate le differenze, in primis quella tra donne e uomini.

    Il libro di Lucamante è un contributo che colma una lacuna, e non è un’”aggiunta”. Non dobbiamo, infatti, parlare della Shoah al femminile, ma del femminile della Shoah.

    Dal film di von Trotta su Hannah Arendt, emerge una sintonia tra il pensiero di Lucamante e quello di Arendt: la dimensione etica, il giudizio politico in quanto assunzione di responsabilità singolare, che è uno dei pilastri più fecondi del lavoro di Arendt.

    Nel capitolo del libro su Elsa Morante si mette in luce il fondamento etico forte che la spinge a scrivere La Storia, andando anche contro le tendenze letterarie del suo tempo. Leggiamo a pag. 331: “Il totalitarismo descritto da Arendt è la forma più vicina al male assoluto di Morante”.

    Morante, in più punti de La Storia, parla della “parentesi del fascismo”, rintracciando in alcune direttive della cultura italiana profonda l’humus, il clima culturale in cui il fascismo si affermò: l’intolleranza, il nazionalismo, il rifiuto delle differenze.

    Di grande valore è anche aver sottolineato che cosa accadde ai sopravvissuti: il carico di dolore, il non essere ascoltati.  La ricostruzione si appoggiò sulla retorica della Resistenza. Il peso del silenzio è stato un elemento molto presente, e il dato emerge anche negli scrittori e nelle scrittrici contemporanee israeliane, come Savyon Liebrecht, in cui viene vissuto anche come segnalazione della rottura genealogica. Si è molto lavorato, su questo piano, in Israele e nella diaspora: fare i conti con il senso di colpa (ricordiamo cosa dice Primo Levi ne I sommersi e i salvati), con un’esperienza indicibile, con l’indisponibilità all’ascolto, il rischio/timore di non essere creduti.

    Scrive infatti Elsa Morante: “[…] i racconti dei giudii non somigliavano a quelli dei capitani di nave, o di Ulisse l’eroe di ritorno alla sua reggia. Erano figure spettrali come i numeri negativi, al di sotto di ogni veduta naturale, e impossibili perfino alla comune simpatia. La gente voleva rimuoverli dalle proprie giornate come dalle famiglie normali si rimuove la presenza dei pazzi […]”.

    Se questo è un uomo fu rifiutato per ben due volte da Einaudi e venne pubblicato nel 1947 da una piccola casa editrice, la De Silva diretta da Franco Antonicelli, in 2.500 copie, di cui ne furono vendute 1.500.

    La vicenda del silenzio peserà molto sulla seconda e sulla terza generazione. Nell’ultimo capitolo del libro di Lucamante si parla del ’68: un conflitto generazionale tra figli e genitori. Il conflitto fu del tutto particolare nelle famiglie ebree, proprio a causa di quel silenzio, di quel “buco nero”.

    Nelle proprie radici, oggi, essere ebreo significa essere erede di una tradizione che ha prodotto cose meravigliose prima della Shoah, ma anche cose meravigliose, straordinariamente vitali anche dopo. L’esperienza della “candele della memoria”, donne e uomini di generazioni successive alla Shoah, che hanno vissuto i silenzi e le reticenze dei genitori, potendo solo immaginarne l’indicibile sofferenza, permette di vivere questa vicenda non come una eredità di morte, ma come una proiezione nel futuro. A questo proposito sono molto importanti le pagine che Lucamante dedica a Helena Janeczek, alla possibilità di unire “i lembi della ferita, del prima e del dopo Shoah” (pagg. 388-389).

    La questione della rappresentazione, in particolare della rappresentazione letteraria della Shoah, affonda le proprie radici nella cultura ebraica, in cui ogni singola vita ha un proprio specifico valore e quindi deve essere narrata.

    Come raccontare, cosa raccontare? Per Lucamante, si tratta di accogliere la lezione di Primo Levi e passare dalla verità “oggettiva” (i registri, i documenti, le immagini) alla verità del ricordo, che consente di trovare la forma.

    Per questo, Lucamante inserisce nel suo libro anche i memoriali scritti “a caldo”, come quello di Frida Misul: una mossa critica che ha un valore etico e politico. Lo fa perché è una donna, e l’esperienza ha un grande valore nella vita delle donne. Abbiamo memorie spesso riscritte, e si può misurare la differenza tra le diverse scritture.

    Abbiamo le “scrittrici per necessità”, come Edith Bruck: la dimensione letteraria ogni volta rideclina quella esperienza e testimonia la trasformazione in lei accaduta.

    Abbiamo “le bambine di Roma”: Giacoma Limentani, Lia Levi e una non ebrea, Rosetta Loy, che si interroga sulla cultura ebraica non come un fatto che riguarda gli ebrei, ma come cittadina di un Paese in cui ci sono ebrei e non ebrei.

    I libri di Giacoma Limentani hanno una scrittura complessa, circolare. Lei bambina, figlia di un ebreo che era antifascista e faceva parte della Resistenza. È una di quelle scrittrici assai riconoscibili nella sua ebraicità, ma che apre anche un varco, come le candele della memoria: andare oltre la persecuzione, parlare di quello che c’era prima (le fecondissime relazioni tra gli ebrei d’Europa: voglio ricordare un libro splendido, le memorie di Bella Chagall, “Come fiamma che brucia”), parlare di quel che c’è ora: l’ebraismo da riscattare dal senso di morte della memoria della Shoah.

    Tornando a La Storia di Elsa Morante, ci fu  un vero e proprio accanimento della critica nei confronti del romanzo. Nella sinistra italiana degli anni ’70, la questione della persecuzione degli ebrei e della Shoah non era stata assorbita, rispetto alla narrazione stereotipata della Resistenza e della ricostruzione.

    La Storia è un romanzo sulla Shoah.  Pensiamo a Iduzza, figlia di Nora, quest’ultima vissuta con l’ossessione della propria differenza ebraica e della persecuzione, che impazzisce e muore cercando di raggiungere a nuoto la Palestina. Iduzza  è una vittima inerme. La Storia  è la storia dell’essere inerme. Sono indimenticabili i capitoli sulla deportazione e sulla partenza: La Storia  è il romanzo delle vittime. Chiudo con una citazione da Lucamante (pag. 292): 

    “Fantocci del Potere, poveri soldatucci diciassettenni, maestrine inermi, sono questi i personaggi di Elsa. Facili prede della mediocritas, che consente negli anni Trenta il dispiegamento dell’antisemitismo italiano così come dell’apoteosi della basilare incapacità di discorso fra le genti e di rivendicazione dei diritti umani, la narratrice ce li presenta come inermi di fronte all’orrore quotidiano”.

    Paola Meneganti

  • “Ci prendiamo la città”, rete delle Città Vicine. Roma, 22-23 marzo 2013, Casa internazionale delle donne

    Catania, 26 marzo 2013

    Breve resoconto del convegno “Ci prendiamo la città” organizzato dalla rete delle Città Vicine e tenutosi a Roma il 22-23 marzo 2013 alla Casa internazionale delle donne
    di Anna Di Salvo

    Numerosa e articolata la presenza di donne e qualche uomo al convegno delle Città Vicine “Ci prendiamo la città” che ha visto incontrarsi e condividere pensieri, analisi ed esperienze, oltre 120 tra donne e uomini venute/i da ogni parte d’Italia e non solo.
    In apertura è stata narrata e significata la novità politica delle Città Vicine che da oltre 13 anni agiscono per dare senso alle relazioni politiche e alle pratiche di donne che mettono al centro dei loro desideri l’amore per le città viste, indagate e pensate nel loro complesso col taglio della differenza sessuale.
    Per l’intero giorno sono state molte e appassionate le elaborazioni e le narrazioni giunte da luoghi “di frontiera”, che patiscono le emergenze dei disastri ambientali, infiltrazioni mafiose, occupazioni militari USA, dando atto, come indicato dal documento d’invito al convegno, dei processi di trasformazione di luoghi, spazi, saperi e città per mano di donne e uomini che hanno assunto a partire da sé la responsabilità del presente e del divenire dei contesti in cui vivono e operano. Hanno avuto particolare rilievo le esperienze di donne del teatro Valle occupato e cinema Palazzo di Roma, donne di Femminile Plurale – No dal Molin di Vicenza che hanno proiettato immagini di grande intensità sul sito della nuova base militare prima e dopo la sua costruzione, donne di Capo Pecora a Cagliari che si oppongono così come le madri No Muos di Niscemi a Catania all’installazione delle mortifere antenne che irradiano potenti onde magnetiche per favorire il lancio dei “droni”.
    È stata letta la lettera di una donna del movimento No Tav in Val di Susa dove si è svolta in concomitanza al nostro convegno un’imponente manifestazione, sono intervenute donne delle Terre-Mutate de l’Aquila, amministratrici dei comuni terremotati in Emilia e Lombardia e si è parlato dell’isola di Lampedusa, dell’arte pubblica che le Città Vicine lì vogliono continuare a svolgere e dell’agire autorevole della sua sindaca.
    Hanno preso la parola sull’arte della pratica politica della cura in città, donne del Gruppo del Mercoledì di Roma e urbaniste, architette/i del Politecnico di Milano e della facoltà di architettura di Roma e Verona, che intra-vedono la città, gli spazi da riqualificare e le forme che la animano, alla luce di una nuova visione della con-vivenza di donne e uomini, di un nuovo patto sociale costruito sulla prossimità tra spazio pubblico e privato e su nuovi tempi della città, dal lavoro ai tempi per vivere, nell’ascolto dei bisogni e dei desideri delle e degli abitanti…
    Si è preso atto di un interessante progetto in corso promosso dalla Mag di Verona e che vedrà come atto finale la pubblicazione di un libro, che renderà conto delle pratiche e delle soluzioni intelligenti che al presente donne e uomini stanno adottando in Grecia per far fronte alla drammatica crisi economica alla luce di una nuova assunzione dei rapporti umani, degli scambi di competenze e dei nuovi sensi di un’economia legata al senso della vita e non solo al profitto e alle fredde speculazioni economiche. E altri due significativi progetti: uno del gruppo “Ipazia-Giardino dei Ciliegi” di Firenze su un’esperienza viennese di destinazione di spazi da adibire ad abitazioni “Co-housing” e l’altro a cura di architette e sociologhe della facoltà di Architettura di Bologna sulla riqualificazione dello storico giardino “Del Guasto” di Bologna.
    Presente in moltissimi interventi una città letta, indagata e pensata da donne e uomini che si scommettono con modalità originali di pensiero, di gestione e di governo, che non circoscrivono i singoli luoghi ma interconnettono la città al suo territorio circostante e ai suoi dintorni, la città alla campagna e ai piccoli paesi, approfondendo e mettendo insieme questioni come il nutrimento e la salute legati alla genuinità degli alimenti, la storia con la verità e il rispetto dei rispettivi contesti e collegando tutto questo al mantenimento del senso originario dei singoli luoghi e al desiderio di scambio d’esperienze e saperi.
    Ancora, è stata esplicitata la necessità di smontare alcuni luoghi comuni frutto di attribuzioni giornalistiche che oscurano il fare politico di donne intraprendenti come per le cosiddette “sindache anti ’ndrangheta” nella necessità di guardare gli accadimenti da altri punti di osservazione, attraverso contenuti, verità e analisi che rendano visibili le buone pratiche politiche e la sincerità degli intenti.
    Di grande portata politica la riflessione che ha reso conto della disciplina e del faticoso lavorio interiore che ha permesso alle donne di Femminile Plurale di Vicenza e delle Terre Mutate de l’Aquila, di “elaborare la perdita” per mantenere salda e coesa la loro forza attraverso il senso delle loro pratiche di donne civili e aperte per non far decadere e depotenziare il desiderio che continua a muoverle malgrado l’arroganza e le azioni dissennate messe in atto dai poteri forti e non sentirsi impotenti davanti a quello che non si può impedire che accada.
    Propositi, progetti e appuntamenti a “Ci prendiamo la città” e tanta voglia di esserci, di dire e di fare. Consigli su come migliorare il piano dello scambio e della comunicazione, come intrecciare altre relazioni e scambi con realtà interessanti, non del tutto prossime alla politica delle donne della differenza, come connotare con elaborazioni profonde, maggiore originalità e radicalità, il percorso delle Città Vicine inserendolo in un orizzonte più vasto e continuare anche con l’aiuto del linguaggio dell’arte, a mettere insieme pratiche, competenze e azioni incisive in direzione della città che vogliamo, la città del desiderio.

  • La festa è qui. Grande Seminario di Diotima – Verona, ottobre-novembre 2011

    LA FESTA È QUI E ORA, E OVUNQUE SIANO LE DONNE
    Uno scambio di battute tra le protagoniste del Grande Seminario di Diotima 2011

    Così sono arrivata al femminismo,
    che è stata la mia festa.
    Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista

    Quello della festa è un tempo eccezionale, addirittura divino. Niente a che vedere con la monotonia della vita quotidiana: un giorno uguale all’altro, ancora e ancora. Ecco perché le donne, tenacemente ancorate alle cose materiali, per molto tempo non sono state invitate. Oppure venivano accolte, qualche volta, ma come addobbi e oggetti di scambio. La festa era sempre altrove.
    Invece no, sostengono le protagoniste del Seminario di Diotima: la festa è precisamente qui e ora, e ovunque siano le donne. Per esempio, la redazione di una rivista, luogo di appuntamento per un gruppo di studentesse. O un teatro occupato da donne e uomini che hanno deciso di prendersene cura e di riscrivere lo statuto del bene comune o, ancora, la stanza in cui alcune studiose lavorano insieme per riscrivere la Bibbia assecondando un criterio differente. O la Plaza del Sol a Madrid, dove lo scoraggiamento cede il passo alle risate del movimento del 15 maggio, o le strade in cui il popolo boliviano manifesta la propria gioia per una costituzione nuova, più fedele al codice della vita.
    E, naturalmente, il Seminario stesso. Là, ospiti e organizzatrici scambiano battute tra loro. Sono, in ordine alfabetico, Elisabetta Cibelli, Federica Giardini, Stefania Ferrando, Valeria Mercandino, Luisa Muraro, Gemma del Olmo Campillo, Antonietta Potente, Tania Rodríguez Manglan, Diana Sartori, Antje Schrupp, Chiara Zamboni.
    Diana lancia un’idea: «La rivoluzione femminista è stata una grande festa: dopo una lunga, snervante attesa, le luci hanno iniziato a scintillare». Una festa grande, quella del femminismo, durante la quale è accaduto qualcosa di inedito: «la rivoluzione femminista», secondo Diana, «è un’ontofania creativa, interrompe il tempo lineare, scavalca i parametri della prevedibilità».
    «La festa è occasione di relazione nutrita di affetto e intelligenza, specialmente in queste circostanze», precisa Chiara. Non a caso dice intelligenza, che è inter-legere, ossia cogliere, comprendere tra, nel bel mezzo delle cose e insieme alle altre e agli altri. L’intelligenza funziona nella necessità, l’intelligenza riguarda la pratica. «A causa della crisi economica», prosegue Chiara, «accade che nella logica dominante vita e desiderio siano divenuti insignificanti». Marginali, senz’altro trascurabili. «Se quello che noi facciamo non viene preso in considerazione dal mondo, c’è qualcosa che non va tra noi e il mondo», sostiene.
    Allora bisogna tagliare corto con le faccende inutili e guardare alle questioni essenziali: «le relazioni sono più importanti che mai perché su di esse poggia il senso della vita, materiale e simbolica», riepiloga Chiara. Al punto che, ribatte Federica, «posso rinunciare alle parole che conosco quando vedo che chi ho davanti si mette in gioco con intensità». Luisa raccomanda pertanto di «alimentare questa potente corrente di relazioni, vera effettiva alternativa alla corrente del potere e del denaro». Le relazioni prima di ogni altra cosa.
    Per questo la festa non è più occasione eccezionale da salotto buono e abiti luccicanti, ma di ogni giorno e in qualunque luogo ci sia piena presenza femminile. Ormai, ovunque. «Eppure è sempre un po’ meno di quello che vorremmo», commenta Chiara. Sì, perché sempre si insinua un persistente e «fiero antagonismo tra desiderio e lamento, che risulta dal considerare lo scarto costitutivo tra noi e la realtà come un fallimento, come una ferita personale». Una ferita, una piccola lacerazione, poi un lamento, per l’appunto. Elisabetta Cibelli suggerisce, a questo proposito, di «rimanere nel presente della ferita e schiudere una feritoia in cui mettere in gioco la differenza per aprire varchi di inaudito, senza eludere il presente». Trasformare la ferita in feritoia consente di prendere coscienza del fatto che, riprende Chiara, «lo scarto è la realtà che viviamo. E dalla lettura dei limiti della realtà nasce il desiderio d’altro». In pratica, considerare fino in fondo lo scarto condurrebbe al desiderio: dal lamento al desiderio, con un salto repentino, immediato, senza pensarci su. Esattamente qui, proprio ora.
    Una parola familiare, senz’altro storica, e ancora molto efficace: desiderio. Stefania racconta che quando era studentessa di filosofia era triste perché sapeva bene di avere acquisito strumenti validi, ma non aveva la più pallida idea di cosa farsene: «come di un vestito troppo largo o troppo stretto». Vale a dire, fuori misura. Ma sentiva anche il desiderio di fare qualcosa di grande, «grandezza ma anche paura insieme», ammette. Paura che il desiderio non si realizzasse, o meglio non si facesse reale, non trovasse una forma per accedere alla realtà. Una questione di simbolico, allora. Stefania assicura tuttavia che il desiderio somministra la «forza di rapportarsi alla realtà cambiando qualcosa, perché il desiderio passa in noi e vibra della nostra singolarità, ma non si esaurisce lì: continua a circolare intorno a noi». Per questo, conclude, è importante «mettere in circolo i desideri in modo che sappiano fare mondo e diventino promettenti». Un desiderio più grande di noi, come una promessa di felicità.
    Le donne, secondo Antje, «hanno un gran desiderio di politica, ma occorre che la misura del loro successo non sia quella maschile, altrimenti vivono un’esperienza frustrante»: rassegnandosi a rinunciare al loro desiderio autentico, rimangono all’interno della politica, certo, ma con modalità prescritte, estranee. Assecondando quelle modalità, offuscano la presenza delle donne. «In Germania, attualmente, è facile trovare una donna in posizione di potere, ma questo non significa che ci sia parità», puntualizza Antje. E chiarisce: «per assumere una misura davvero efficace, le donne non devono essere confrontate con gli uomini ma con le altre donne». Il fatto è che «se il loro obiettivo è il potere tacciono il fatto di essere donne, se invece hanno intenzione di cambiare le cose lo rendono visibile». La differenza va illuminata, rinvigorita in ogni contesto. Antje chiama questa pratica «mediazione della differenza».
    Si percepisce «il brivido di aver intuito qualcosa di profondo: la necessità di vincolare la mia stessa differenza femminile al tempo presente, confrontarmi con altre e altri, con gioia», conferma Elisabetta.
    La differenza femminile, il presente. Di nuovo: ora, qui. L’immediatezza.
    La crisi è «perdita della misura, quando le mediazioni che prima funzionavano non funzionano più, e questo è disorientante», ammette Federica. D’altro canto il disorientamento è la nostra prova. Infatti, «se la fine della funzione della legge del padre per un ragazzo è lutto da elaborare, per una ragazza non lo è affatto. Ecco perché le donne sanno stare nell’urgenza del presente disorientante». Le donne sono vere specialiste dell’immanenza.
    Detto per inciso, alla radice della parola crisi (in greco khrìsis) si rintraccia il significato di separazione, lotta, evento, decisione ma anche, sorprendentemente, forza distintiva. Forza di rapportarsi alla realtà cambiando qualcosa, «forza di partire da sé, di conservare la propria parzialità e irrobustirla», dice Valeria, «di lavorare per acqua, sapere e territorio, beni comuni che smontano la differenza tra materiale e immateriale». Allora «chi ha a cuore le cose deve averne cura», afferma Federica, perché «politica è passione della contingenza». Vuol dire che prima accade un incontro e poi si inventano le parole per nominarlo e per significare la differenza sessuale. Disidentificazione? Per niente, dato che le parole non cambiano i corpi e le cose. In tal modo si trova una misura valida sempre e ovunque: la misura della differenza. Federica la spiega in questi termini: «quando la partecipazione della differenza lavora per sottolineare la differenza».
    E la differenza femminile lavora perché le donne ci sono, eccome. Sono dappertutto e sono punto di riferimento imprescindibile. Senza sensi di colpa, hanno smesso i panni simbolici e inefficaci della vittima, hanno iniziato a parlare tra loro, tanto, e hanno modificato il patto sessuale. E gli uomini che riconoscono loro autorità guadagnano pensiero. «Quello che era impossibile è già accaduto, è stato fatto e quindi era possibile», garantisce Diana.
    In un momento come questo in cui, illustra Federica, si ha l’impressione di «saltare in aria senza avere la più pallida idea di dove si atterrerà, perché di sotto la terra si muove», le donne si rivelano grandi saltatrici, come indica Diana in una sorta di spassosa metafisica del salto: specialiste fin da bambine nel salto alla corda in due e poi, nella vita di tutti i giorni, nel salto all’ostacolo, storicamente hanno effettuato salti nel vuoto, salti mortali e salti di qualità. Hanno chiuso gli occhi e rischiato, risolute, senza previsione, verso il nuovo.
    «Spesso si accorgono di aver saltato quando il salto è già stato fatto», commenta Diana. Proprio come la libertà femminile: c’è sempre stata, ma dopo il salto del femminismo vediamo quanta libertà c’era già. Il salto cambia le condizioni della nostra libertà, dimostra che non c’era alcuna costrizione, alcun vincolo inscindibile. Il salto non è andare altrove, ma è trascendenza e immanenza insieme. È a questo punto che si accendono le cose concrete e comincia la festa.
    Dunque non c’è posto più opportuno per saltare del qui e ora: «coordinate anarchiche», le chiama Antonietta. Senza ordine? No, in un ordine differente, una sorta di mappa che fornisca coordinate valide alle sollecitazioni della vita sociale, senza mettere da parte la passione per il presente, per la contingenza: non logica scrupolosa e formule al posto delle cose, ma toccare, guardare, annusare, immaginare.
    In quest’ordine, che stiamo costruendo, una donna che si occupa di beni comuni, come l’acqua, ottiene il premio nobel per l’economia. E la perdita di fiducia lascia spazio alla creatività di un movimento grande.
    La festa è davvero qui, allora. Una festa per tutti e per tutte, una festa spassosa ma anche solenne. Per questo, non possono mancare le invocazioni. Antonietta, infatti, suggerisce di ripetere nomi di cose concrete proprio come fossero litanie. Eccone alcune: contingenza, presente, relazioni, desiderio, differenza, forza e salto. Di gioia.

    Report di Chiara Turozzi
  • Scuola politica UDI – Roma, 16-18 settembre 2011

    La scuola politica UDI è ormai una consuetudine per l’associazione. Si tiene normalmente nella prima quindicina di settembre ed ha un carattere itinerante: cambia il luogo, cambia il gruppo UDI che la organizza, cambiano le donne che via via vengono invitate a parlare, cambiano le facce e gli umori, cambiano i governi, cambiano le congiunture economiche. Ciò che non cambia, da sei anni a questa parte – quando l’esperienza iniziò alle Costantine in territorio leccese – è il desiderio di ritrovarsi a parlare.
    Parlare di cosa? Negli anni: di corpo fertile che si riproduce (Genova 2010), dei nostri vent’anni di storia dall’epocale XI Congresso (Lecce, 2006), oppure, come quest’anno, di femminismo fra mitologia e realtà (Roma, 2011).
    Un percorso, quello delle scuole, che ha innestato un cerchio virtuoso di riflessione sul nostro presente e sulla storia più contemporanea dell’UDI, nell’intento di stringere legami, creare alleanze di pensiero ed azione che, a partire dalle nostre relazioni ci consentano con forza di ribadire il “chi siamo” e di prendere parola sui temi che avvertiamo più cogenti per le donne oggi in Italia. La Scuola si è dimostrata inoltre il terreno “magico” dove riscoprire alleanze ed esprimere al massimo il contributo di pensiero e di speculazione intellettuale che le donne dell’UDI, stimolate da esperienze di condivisione culturale, stanno sperimentando da alcuni anni. La politica di inclusione e condivisione delle iniziative altrui, ha permesso all’associazione di crescere enormemente a livello di apporto teorico e di sostegno anche al pensiero delle singole e delle associazioni che hanno trovato nell’UDI un luogo da abitare nella diversità, ma con obiettivi comuni. L’impronta decisa che Pina Nuzzo ha dato in questo senso all’UDI ha permesso a tutte di crescere significativamente, sia nel rispetto della nostra tradizione, sia nella consapevolezza che solo una visione d’insieme che rispetti l’altra anche nel confronto può portare a quella sinergia d’intenti in grado di muovere e spostare il mondo.
    La scelta di ospitare la tre giorni a Roma, nella sede nazionale UDI in via Arco di Parma, non è stata casuale. La sede nazionale UDI aveva già fatto da cornice alla scuola 2009 incentrata sull’ambizione politica delle donne. Riproporre nel 2011, a poco più di un mese dal XV Congresso UDI, una scuola a Roma significa per noi risottolineare il valore simbolico che la sede ha per tutte le donne dell’UDI. E’ ricentrare la nostra politica a partire dal nazionale per declinarla quindi sui territori che danno respiro e vigore alle campagne e all’azione politica che abbiamo finora promosso. Un ripartire quindi da qui, integrando la nostra esperienza UDI con le parole, i modi e i contenuti anche delle donne che hanno fiducia, e danno valore, al nostro modo di fare e di vivere il femminismo.
    Quest’anno si è così riproposto anche lo stimolante incontro con il pensiero di Federica Giardini e delle filosofe che con lei hanno lavorato al volume Sensibili guerriere.
    Abbiamo iniziato, venerdì mattina, con una narrazione intensa e significativa di Simonetta Spinelli e Vania Chiurlotto. La loro militanza femminista è stata alla base di un racconto che ci ha consentito di ricollocare dati e nozioni, di fare spazio e luce sulla partecipazione femminile fra il Sessanta e il Settanta.
    Spinelli e Chiurlotto. Due donne che partivano da militanze completamente diverse: la prima è stata attivista del Collettivo Pompeo Magno di Roma, la seconda è stata
    invece da subito una donna del’UDI. Visioni e modalità differenti hanno infatti caratterizzato l’azione politica di queste due veterane della politica delle donne per le donne.
    Un bel Quaderno UDI, Dirsi femminista tra mitologia e realtà, curato da Ilaria Scalmani con immagini e dati dell’archivio centrale UDI, raccoglie le testimonianze di queste protagoniste del movimento femminista su cosa ha significato per loro essere e dirsi femministe e sulla peculiarità della loro esperienza. Una finestra socchiusa su uno stare ed un essere che ha fornito il “la” per una tre giorni di dibattito intensissimo. A fare da corredo, in un movimento continuo fra lo ieri e l’oggi vissuto e parlato, l’intervento delle autrici di Sensibili guerriereAngela Lamboglia, con Eleonora Mineo, Claudia Bruno e Teresa Di Martino, si sono mosse nel territorio da loro già esplorato dell’interpretazione e dell’uso della forza. Alcune parole chiave, da loro suggerite e riprese nella restituzione introduttiva del sabato mattina, hanno quindi sostenuto e perfezionato il dibattito della seconda giornata. A questo si è aggiunto il contributo di Ilaria Scalmani sulla piazza virtuale e sui bisogni di coniugare il nostro fare politica sia fisicamente, sia virtualmente. L’esperienza del blog fareilpunto.it è infatti da mesi al centro di un dibattito interno alla redazione sulla modalità di rendere più fluido, leggero, leggibile e fruibile questo strumento che sta accompagnando l’azione politica UDI fra le donne.
    La partecipazione e il contributo di tutte, donne dell’UDI e non solo, ha creato una sinergia e una poliedricità di pensiero inattesa che ha consentito, fra l’altro, a Teresa Di Martino di formulare e perfezionare la proposta di una “maternità universale” quale tentativo di nuovo approccio al sistema produttivo/economico attuale. In vista del prossimo XV Congresso UDI – che si celebrerà a Bologna dal 20 al 22 ottobre – le sollecitazioni di queste giornate hanno fornito ulteriore materiale di scambio e di dibattito, sostenendoci nella direzione intrapresa basata su di una azione politica che privilegia il femminile nelle relazioni (viste come terreno di apertura di conflitti espliciti e come strumento di approfondimento delle problematiche che riguardano le donne).
    La domenica mattina Federica Giardini ha chiuso il percorso della scuola. Riannodando i fili dei discorsi aperti, la filosofa ha proposto di lavorare su buone pratiche e sentiri comuni, al fine di delineare un pensiero che raccolga il nostro modo di essere e dirsi femminista nell’attualità a partire anche dal come viviamo le nostre relazioni.
    Report a cura di Valentina Sonzini
  • Feminist Theology: Listening, Understanding and Giving Answer in a Secular and Plural World – Salamanca, 24-28 agosto 2011

    14° convegno AFERT/ESWTR, Salamanca, 24-28 agosto 2011

     

    Di cosa parlano un centinaio di donne interessate alla teologia e femministe? Ma di politica, ovviamente. Delle immigrate del quartiere lavapies di Madrid e della situazione in Palestina, dei femminicidi a Ciudad Juarez (Messico), delle pratiche di riappropriazione delle donne musulmane e dell’ecofemminismo. Forse potrebbe non essere quello che ci si aspetta da un convegno di teologhe femministe (anche se, in realtà, la teologia femminista è in parte legata alla teologia della liberazione, nella quale a sua volta la componente politica è preponderante). Di fatto il 14° convegno della ESWTR ha in parte confermato in parte completamente stravolto le attese, non saprei dire se più l’una o l’altra.

    Sicuramente è stato interessante, già a partire dalla sua organizzazione. La cura con cui sono stati pensati alcuni dettagli è già di per sé un segno della sapienza di queste donne. Per fare qualche esempio: erano previsti più gruppi e momenti di discussione a seconda dei propri interessi di ricerca e del gruppo di origine, così da facilitare al massimo l’incontro e lo scambio in più direzioni. Ciascuna di noi ha ricevuto, inoltre, un “big book” con le schede personali di tutte le partecipanti, così da poter allacciare e mantenere i contatti al di là del convegno, anche con chi non si è avuto occasione di conoscere lì per lì. E altro ci sarebbe da aggiungere sulle cene, l’arte, i rituali…

    Ma oltre gli aspetti tecnici, che pur hanno una loro rilevanza, il convegno si annunciava interessante a partire dal titolo scelto per quest’anno Teologia femminista: ascoltare, comprendere e rispondere in un mondo secolare e plurale. Che l’europa sia plurale è emerso in maniera evidente già dalla varietà di approcci presentati, ed è qui, a mio avviso, il punto davvero vivo e vitale di questo incontro: la teologia è fortemente determinata dalla filosofia di riferimento – e in un certo senso anche il femminismo lo è – ed entrambi hanno a che fare in maniera più o meno diretta con la politica, sia come vivere comune che come politica istituzionalmente intesa.

    Più e oltre i contenuti dei singoli interventi, che nella loro specificità interessano soprattutto le addette ai lavori, quello che si pone a confronto sono gli esiti delle vicende personali e politiche nelle aree di provenienza (si può immaginare la distanza tra paesi con forte tradizione cattolica come Italia e Spagna e paesi come l’Inghilterra o la Germania), le potenzialità e i limiti dei femminismi e non solo (la teoria queer si è confermata come una delle più interessanti, e come sempre, delle più destabilizzanti), le possibilità di immaginare un mondo comune a partire dalle proprie radicalità.

     

    Il convegno è stata anche l’occasione per festeggiare il 25° compleanno dell’ESWTR e, curiosamente, anche dell’associazione MUJERES y TEOLOGIA, del Col-lectiu de Dones en l’Esglesia di Barcellona e del FEM (Foro de Estudios sobre la Mujer) di Madrid: un elemento di ricchezza in più che ha permesso di ripercorre il cammino percorso in questi anni, tirare le fila di tanto lavoro fatto e continuare ad entusiasmarsi, con un pensiero a tutte quelle donne che hanno aperto la strada quando sembrava sovversivo anche solo pensarlo.

    report di Sigridur Gudmarsdottir, Pastor and researcher Gudridarkirkja, Grafarholt, Reykjavík (in inglese) http://www.eswtr.org/uploads/report-gudmarsdottir-conference-in-salamanca.pdf

     

    report di Esperanza Bautista Parejo, riferimento ESWTR per la Spagna. Socia ESWTR, EFETA, ATE (Madrid) (in spagnolo)

    http://www.efeta.org/ES/gpermanente.php  (Texto publicado en Adital.com)

     

    articoli e commenti al congresso (in spagnolo):

    http://www.mujeresyteologia.com/2011/08/el-congreso-de-mujeres-esuropeas-teólogas-ha-sido-un-éxito.html

    http://www.mujeresyteologia.com/2011/08/eswtr-congreso-salamanca-2011-espacios-de-diálogo-y-encuentro.html

     

     

    Report a cura di Eleonora Mineo

     

  • Archivi dei sentimenti e culture pubbliche – Duino, 25 giugno-1 luglio 2011

    Archivi dei sentimenti e culture pubbliche

    di Pamela Marelli

    Si è tenuta a Duino, presso Il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico, dal 25 giugno al 1 luglio 2011, una scuola estiva dal titolo “Archivi dei sentimenti e culture pubbliche”
    sostenuta, tra gli altri, dalla Società Italiana delle Letterate e dall’associazione  il Giardino  dei Ciliegi. (per tutti i dettagli http://www.interculturadigenere.org)
    La scuola è il frutto di un nuova progettualità, nata dai semi diffusi dal laboratorio interculturale Raccontar/si (http://xoomer.virgilio.it/raccontarsi/), e intreccia le energie di diverse studiose  appassionate dagli archivi della memoria e dalle scritture del sentire.
    Quella che segue è una delle possibili restituzioni pubbliche, un personale archivio dei sentimenti delle giornate di Duino.
    L’intervento che ha aperto la scuola e segnato chiaramente il suo approccio politico è stato “Gli archivi dal mare salato”di Clotilde Barbarulli, intervento che mi ha molto colpita e che stimola riflessioni continue. Il tema è quello delle persone migranti morte in mare, dei naufragi nel Mediterraneo, delle politiche neoliberiste che portano a tali stragi. Le acque del Mediterraneo sono diventate archivi delle emozioni, archivi del dolore che ci invitano a “ripartire dalla materialità delle singole esperienze di corpi dal desiderio negato”. Nei telegiornali scorrono immagini di barconi che approdano sulle rive italiane, variano le cifre delle persone morte e di quelle salvate; i volti inquadrati, “volti di donne e uomini che hanno progetti e speranze, soggettività non solo vittime”- ci ricorda Clotilde- sono volti che disvelano il volto sociopolitico del liberismo odierno”. Dai frammenti dei resoconti giornalistici si può trarre “una nebulosa di contro-narrazioni, scenari inquietanti che pongono domande alle rappresentazioni e retoriche g-locali della politica ufficiale”.
    Di fronte ad un potere politico che tende a governare il fenomeno migratorio espellendo, respingendo, deportando, che “si serve solo di una scrittura “segnaletica”, in sintonia con il proprio compito di vigilanza globale sino a decretare la fine dell’archivio nella registrazione delle morti,  rispondono storie non archiviabili che si ribellano alla impossibilità di una Storia tradizionale, e che richiedono una storia di fratture e discontinuità, attimi di racconto captati e ascoltati in altre lingue”. Si tratteggia così un possibile archivio salato del mare, che contiene le storie di chi in quel mare si è perso, di chi al viaggio è sopravvissut*, dei familiari rimasti là. “E noi che ascoltiamo, che leggiamo, che vediamo, in disaccordo col potere, -ci sollecita Clotilde- quale archivio abbiamo per i nostri sentimenti verso  tali eventi?”.
    Di fronte a questi corpi rifiutati, questi corpi immondi, esclusi socialmente, di fronte alla realtà lavata con  parole menzognere, violente, guerreggianti, come ci poniamo, che culture pubbliche agiamo?
    Come ricreiamo un “mare nostrum”, una società dove sia possibile convivere tra differenti?
    L’intento della scuola di Duino era quello di indagare l’archeologia degli affetti, le modalità con cui le strutture politiche utilizzano sentimenti ed emozioni al fine di creare culture pubbliche e comunità; di come sia possibile attivare gli affetti per creare forme di resistenza. “Quali cartografie rappresentano uno spazio culturale tanto complesso come quello odierno? Quali contro narrazioni, quale intercultura e ascolto dei sentimenti nell’attuale cultura egemone che cerca di occultare diversità e diseguaglianze sociali?”.
    Liana Borghi nel suo intervento “Dagli archivi della diaspora” ha analizzato i legami affettivi e le produzioni di culture pubbliche nello spazio diasporico delineato da alcune scrittrici come Dionne Brand e Saidiya Hartman. Si è parlato di schiavitù, di perdite, traumi, ferite, rifiuti umani, recupero delle origini, senso di appartenenza, della vergogna e del tabù di dirsi pubblicamente discendenti degli schiavi. “Ogni fenomeno storico genera i propri legami affettivi, trappole o possibilità che siano” ci ricorda Liana. Il corpo è un archivio, una produzione di percorsi storici diversi. “Ma i corpi – scrive la Hartman- dove li hanno messi i segni della schiavitù?”.                                                                                                                Come vengono rappresentati oggi le storie ed i luoghi della schiavitù?
    Nelle diaspore, le storie intime ci confrontano con i limiti ed i vuoti degli archivi materiali, di fonti che non esistono più, che sono irrintracciabili.
    Le storie di spossessioni –secondo Liana- possono aprire modi di immaginare la collettività oltre l’orizzonte della decolonizzazione e dei diritti civili, possono creare contro- pubblico, una sfera resistente alla cultura pubblica dominante, che propone ad esempio viaggi in Africa nelle zone segnate dalla schiavitù come fossero attraenti forme di turismo etnico ed esotico.
    Nella settimana della scuola estiva, i numerosi complessi temi toccati negli interventi introduttivi sono tornati più volte intrecciandosi. Si è discusso di come uscire dalle passioni tristi, di come resistere agli stereotipi neocoloniali della società italiana, di come creare immaginari e scenari politici altri, storicizzando e rivitalizzando il legame tra pubblico e privato.
    Si è affrontato da più punti di vista il tema della casa, la necessità di contestualizzare e risignificare il ruolo avuto dallo spazio domestico nelle diverse fasi storiche: la casa può essere spazio di resistenza e sovversione, come narra bell hooks rendendo omaggio alle donne nere.  La casa è un possibile spazio creativo dove si apprende,  secondo Sandra Burchi, l’arte di non coincidere col posto e col ruolo che ci viene assegnato.
    Abbiamo spaziato dal Sudafrica alla Jugoslavia, dal variegato mondo arabo ai mari caraibici ragionando di identità, guerre fratricide, senso di appartenenza, straniamento, creolizzazione, costruzione di nazioni. Si è ripercorsa la storia di Trieste, come luogo simbolo di confini ed attraversamenti, di storie dolorose di frontiera. A ciò è legata la necessità di un terzo spazio, estraneo alla logica identitaria di appartenenze rigide ed aperto allo scambio, alla contaminazione, alla creazione di luoghi condivisibili, uno spazio di appartenenze plurime.
    Alla fine della settimana le partecipanti sono state chiamate a raccontare di sé, dei temi della scuola, attraverso un oggetto. Chi ha parlato di una poesia, chi di una penna, di un abito della madre, di vecchie fotografie, di un racconto sui collettivi femministi frequentati negli anni ‘70, del foulard della nonna, chi di un paesaggio, chi di un libro annotato a più mani, chi di un collage, di uno scrigno, di una poesia, chi di un quaderno. Ciò ha creato un clima di intimità e condivisone, sentimenti ed affetti hanno trovato un accogliente luogo di ascolto ed empatia. Gli oggetti sono pregni delle nostre storie personali, intime ed allo stesso tempo globali, dicono di noi, come null’altro potrebbe. Gli oggetti racchiudono mondi, testimoniano relazioni, dicono delle culture materiali che ci abitano; gli oggetti ci sopravvivono.
    Grazie alle narrazioni gli oggetti affettivi sono diventati il nostro condiviso archivio dei sentimenti e delle culture pubbliche.