• Women out of Joint – Dopo Hegel, su cosa sputiamo?  e-book a cura di IAPh-Italia, edizioni La Galleria Nazionale

    Women out of Joint – Dopo Hegel, su cosa sputiamo? e-book a cura di IAPh-Italia, edizioni La Galleria Nazionale

    Nella cornice del Festival WOOJ – Women Out of Joint organizzato dalla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, il gruppo di ricerca nato attorno ai testi di Carla Lonzi e di Rivolta Femminile ha contribuito supportando la call Dopo Hegel, su cosa Sputiamo?”.

    Molte e molti hanno risposto inviando brevi contributi che sono stati selezionati e pubblicati in e-book nella sezione  Appunti per un atlante dei gesti del XXI secolocorredati dai testi e dalla curatela della Redazione di IAPh Italia, Giada Ferraglioni, Sara Pierallini e Isabella Pinto, per le edizioni di “La Galleria Nazionale”.

    Con la collaborazione di Federica Giardini, Ilaria Bussoni, La Galleria Nazionale,  IAPh-Italia, Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, e l’Istituto italo-latinoamericano (IILA), da oggi è possibile scaricare il libro in formato e-book in free download direttamente dalla pagina del festival Women out of Joint: il femminismo è la mia festa.

    con i testi di (in ordine di apparizione): Cecilia Milza, Nadia Rosero, Maria Teresa Sammurgo, Emanuela Gioia, Sara Pierallini, Cecilia Beretta, Rosanna Marcodoppido, Paola Menganti, Melania Mieli (Non una di meno – Roma), Maria Ausilia Binda e Daniela Pietta, Fabio Ranzolin, Valentina Faloni, Flavia Cidonio, Elena Ulivieri, Allison Grimaldi-Donahue, Giada Ferraglioni, Jonida Prifti, Fiona May Laugharn, Giulia Tomasselli, Giuseppe Molica e Claudio Kulesko, Rocio Esquivel, Julieta Obiols, Paper Ester Gonzalez, Maddalena Fragnito (#stregate #macao), Vittoria Gravina, Nicole Trigg, Nicolas Martino, Marco Battaglia, Cristina Leo, Paola Guazzo, Marianna Lunardini, Lucia Concetta Vincelli, Carla Subrizi, Valentina Greco, Elena Ascione, Martina Millefiorini, #luchanonsivende

     

     Se sputare ha significato prendere una posizione di rottura della norma patriarcale, oggi quale senso assume la riproposizione del gesto conflittuale annunciato nel testo Sputiamo su Hegel?
    Un gesto ancora contro, ma forte di un antagonismo creativo che agisce a favore di collettività che lottano per rovesciare le norme dell’ inibizione singolare. Se rivolta rimane sinonimo di liberazione, disobbedire è un atto d’amore che va ripreso e proseguito.

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    Dopo Hegel, su cosa sputiamo?

    Sommario

    Dopo Hegel, su cosa sputiamo?
    Introduzione

    Quel che resta di un gesto
    Redazione IAPh – Giada Ferraglioni, Sara Pierallini, Isabella Pinto

    • Disertare la norma patriarcale
      Redazione IAPh
    • Conflitto e creazione. Su un altro piano
      Federica Giardini
    • Al crocevia
      Giada Ferraglioni
    • Le veneri in gabbia
      Emanuela Gioia
    • Fuori dal binarismo di genere
      Sara Pierallini
    • Ossessionata, vivo
      Isabella Pinto

    Appunti per un atlante dei gesti del XXI secolo
    Testi call

     

     

  • Dopo Hegel, su cosa sputiamo? – open call

    Dopo Hegel, su cosa sputiamo? – open call

    Diffusione Open Call for Papers – Dopo Hegel, su cosa sputiamo?

    nell’ambito di – WOOJ  – Women Out of Joint

    Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (Roma, 28-29-30 settembre 2018)

     

    Se sputare ha significato prendere una posizione di rottura della norma patriarcale, oggi quale senso assume la riproposizione di quel gesto conflittuale annunciato nel testo Sputiamo su Hegel?  


    Come nelle migliori tradizioni femministe, iniziamo partendo da noi.
    L’interesse per il pensiero di Carla Lonzi e per gli scritti di Rivolta Femminile ha accompagnato il percorso della redazione di IAPh-Italia  per un anno intero, fornendoci ogni volta innumerevoli e imprevisti spunti di riflessione. Abbiamo reinterrogato i testi La donna clitoridea e la donna vaginale, Sputiamo su Hegel, Sessualità femminile e aborto, Manifesto di Rivolta Femminile da una differente temporalità e da diverse posizioni. Posizionarci ha significato rimettere in campo il sapere femminista dell’esperienza.

    Gli incontri redazionali su Carla Lonzi hanno contribuito a dare vita a uno spazio di relazioni trasversali, formulando di volta in volta nuove occasioni  di discussione e di collaborazione tra coloro che, impegnate nell’insegnamento e nella ricerca in ambiti non solo accademici, coltivano la passione per la filosofia a partire dal pensiero di donne. IAPh conferma la propria natura di zona posta ai margini dell’accademia, capace di promuovere molteplici attraversamenti, scambi, pensieri e esperienze.

    Da questo seminario di autoformazione sono emerse numerose e diverse questioni.

    Tra queste, un primo nodo si focalizza sull’autorialità, che segna il rapporto tra Carla Lonzi e Rivolta Femminile con un’eccedenza rispetto alla dicotomia classica tra autore individuale e autore collettivo.

    Un secondo interrogativo ruota attorno alla portata dei mille altri piani aperti dai femminismi radicali, che parlano alla molteplicità di quei “soggetti imprevisti” che abitano, in modi diversi, la scena politica attuale.

    Un altro punto sul quale abbiamo deciso di lavorare è stata la sessualità, reinterrogandoci sui desideri e le possibilità che ruotano intorno non solo al sesso, ma anche al genere e al queer. Cosa significa oggi liberazione sessuale? Quali soggetti la agiscono? Rimettere al centro corpi desideranti diventa importante quanto riscoprire alcune parti erogene del corpo, che l’univocità di un rapporto sessuale finalizzato alla procreazione aveva assoggettato, limitandone la creatività. Ci riferiamo, su tutte, alla clitoride; ma anche all’ano, questione nevralgica per l’uscita dalla cornice etero-patriarcale che impone una pratica e un pensiero per disciplinare i nostri corpi.

    Infine, grazie alla lettura e la discussione attorno ai testi di Carla Lonzi e di Rivolta Femminile, ci siamo rese conto dell’urgenza di problematizzare nuovamente il sistema di privilegi, riformulandone la portata singolare e collettiva,  sia per riconoscerli sia per rimetterne in circolo le potenzialità per altre/i .

     

    La natura aperta del seminario di autoformazione e della redazione di IAPh ha fatto in modo che si generassero relazioni con differenti percorsi tra cui, inevitabilmente per quanto riguarda il pensiero di Carla Lonzi e Rivolta Femminile, quello artistico. Con grande entusiasmo abbiamo quindi deciso di co-promuovere, insieme alla Galleria Nazionale di Roma di Arte Moderna,  all’Istituto italo-sudamericano e al Master Studi e Politiche di Genere di Roma Tre, la call for papers Dopo Hegel, su cosa sputiamo? , che è stata lanciata nel quadro del festival Women out of Joint: il femminismo è la mia festa e che si svolgerà durante i giorni 28-29-30 settembre a Roma, presso la stessa Galleria Nazionale di Arte Moderna.
    Una call aperta alla scrittura di testi, in qualunque lingua e di qualunque genere, volti a restituire una posizione di rilievo a quelle urgenze che avevano animato il pensiero di Carla Lonzi durante gli anni dell’esperienza di Rivolta Femminile.

     

    I testi, di massimo 2000 battute, dovranno essere inviati al seguente indirizzo mail wooj@lagallerianazionale.com, entro e non oltre il 16 settembre 2018, corredato dal form scaricabile qui (compilato in ogni sua parte).

     

    Open Call for papers – ita

    Open Call for papers – eng

    Open Call for papers – esp

  • Le parole per Silvia. Una quasi-recensione a MDLSX  Di Anna Simone

    Le parole per Silvia. Una quasi-recensione a MDLSX Di Anna Simone

    Quando parla l’esperienza accade sempre qualcosa di autentico e potente, qualcosa che resta. Sapevo bene a cosa andavo incontro quando sono andata a vedere MDLSX all’Angelo Mai, lo spettacolo di Silvia Calderoni – una produzione Motus – e in parte sapeva anche lei cosa avrei potuto dire e pensare. Eravamo emozionate, io perché finalmente potevo vederla in scena, lei perché desiderava e temeva assieme a me.

    “Sono preoccupata, lo so che non ti piace Preciado” e io “no, non capisco perché pensi che non mi piaccia, semplicemente non è la mia esperienza”. Ecco, l’esperienza. MDLSX è una narrazione esperienziale ed è questo che rende unico tutto lo spettacolo o forse solo tutta quella voglia di mettere in scena una vita, come atto terapeutico e ironico allo stesso tempo. Potremmo scrivere lunghe prolusioni sul senso e sul portato degli scritti di Preciado, di Judith Butler, di Foucault e della traduzione scenica della massa emotiva presente nel romanzo Middlesex di Eugenides, poi trasposti in questo spettacolo, ma andremmo fuori traccia. La potenza scenica di Silvia è quella di un corpo che parla, ma non nega l’esistenza di tutto quel che complica rispetto alle parole che impariamo leggendo e studiando perché lei non fa dell’ideologia queer una bandiera dietro cui trincerarsi, ma solo un modo per trovare le parole per dirlo, per dire la vita, la propria esperienza, quell’entrare e uscire dal corpo che tutte e tutti abbiamo vissuto a vario titolo tra infanzia e adolescenza, etero e no (corpi grassi, acne, brufoli, eccesso di magrezza…).

    Silvia non nega di venire da un paese di provincia, non nega di doversi misurare con dei genitori che possono anche non capire, ma non per questo vanno messi al bando, non nega di misurarsi con suo fratello, non nega niente della sua storia. Ci sta dentro, tutta, e la attraversa come si fa stando in una barchetta nell’oceano, con la stessa forza che ogni tanto cede alla disperazione. MDLSX è una storia di amore complicata, persino divertente ed esilarante in alcuni momenti, come d’altronde lo sono tutti “i disastri”. Il suo corpo sta lì, sulla scena, come in una lunga seduta psicoanalitica dai toni pop che lavora a metà tra la parola fendente e l’alleggerimento, lì a dirci ciò che lei è stata ed è, spogliandosi di tutti quei “dover essere” che bloccano, limitano il desiderio sino a non sentirlo più. “E quindi? Dimmi!”. “E quindi sei stata fantastica Silvia, mi hai emozionata e provo a dire perché”.

    Da giorni, forse mesi, chi viene dagli studi sulla norma eterosessuale e dalla differenza, come nel mio caso, fa fatica a trovare le parole per dire cosa e come nominare tutto quello che sta accadendo attorno ai dibattiti contemporanei sulle unioni civili, sul gender-no gender e sulla famosa questione degli “uteri in affitto”. La fatica viene da almeno due o tre elementi complessi, ma non per questo intraducibili: è davvero possibile collocarsi nei dibattiti polarizzati che, in quanto tali, mettono a tacere l’esperienza favorendo la parola astratta su sesso e genere? E’ davvero possibile stabilire una linea di demarcazione netta tra femminismo e queer? Se la mia esperienza di genere corrisponde con il mio sesso e l’esperienza di un’altra/o no perché devo negarmi di dire la mia verità per paura di essere tacciata di “essenzialismo” o “omofobia” e perché l’esperienza di Silvia o di Preciado vengono usate per collocarsi in questo o in quell’altro femminismo se alla fine tutto ciò che conta è solo far parlare il corpo contro ogni tentazione di scindersi?

    Lo spettacolo di Silvia è potente, oltre che per le ragioni sopra descritte, perché rompe tutti i canoni narrativi, non solo quelli dell’eteronormatività, della creazione del “mostro” – come ci ha insegnato Foucault ne Gli Anormali– , ma anche e soprattutto perché scompone luoghi comuni non cedendo mai fino in fondo alla parola astratta e ideologica. Le parole si usano ma solo per riportare la narrazione di una vita nell’unico luogo, tempo e sapere che ci rende potenti: il dirci e farci singolarità al di là dei cartelli identitari, perché è solo ed esclusivamente questo a renderci differenti e non conformi, eccedenti dicevamo una volta. Spostarsi sulla nostra singolarità, infatti, è gesto intelligente proprio perché ci toglie da ogni forma di cristallizzazione che talvolta attraversa le parole del femminismo. Il punto, infatti, non è e non può essere la traduzione volgare della differenza in corpo biologico etero-normato, ma al contrario è quel fare la differenza a partire dalle parole che la nostra esperienza ci indica a determinare lo scarto. La rivoluzione vera avviene quando le parole, così come l’afasia, coincidono con il sentire del corpo e dell’esperienza sino a farsi pensiero.

    Silvia, in un punto preciso del suo spettacolo, verso la fine, dice: “Io sono questo, sono sempre stata questo”, ma quel “questo”, proprio perché è un divenire, non approda mai ad una identità ideologicamente costruita, è il “questo” della sua singolarità e della sua esperienza, quasi innominabile, potente perché vero, forte perché incarnato, emozionante perché lontano anni luce dalla parola astratta. Quella parola astratta e scollegata dal corpo e dall’esperienza che in Carla Lonzi e nel suo gruppo costituì il primo passo per riappropriarsi di sé e del proprio desiderio sputando su Hegel e sulla dialettica servo-padrone, cioè su quel gesto nefasto di trasformare la propria differenza, la propria eccedenza in un processo di normalizzazione, per diventare come il padrone, per prendere il suo posto, come molto emancipazionismo spesso fa e non solo tra le donne, anche nei movimenti LGBTQ. Il corpo e la grana della voce di Silvia Calderoni la seguono incessantemente in tutto lo spettacolo arrivando fin dentro le viscere di ciascuno perché non altro da lei e si mostrano attraverso una piccola telecamera che sembra assumere il ruolo della cosiddetta funzione specchio, cioè quell’atto del guardare, del guardarsi, che spesso diventa difforme rispetto alla stessa narrazione performante. Talmente difforme da impressionarci, impaurirci. Esattamente come accade quando ci dicono cose che poi non combaciano con quello che vediamo, sentiamo, esperiamo. Il linguaggio performativo, infatti, può darsi sia come gesto che si scollega dal sé andando ad assumere tonalità prestazionali, sia come gesto che rompe ogni canone narrativo proprio perché traduce il sé. Jacques Lacan diceva che la donna non esiste. È vero, la donna come costruzione sociale non esiste, così come non esiste il gender e il no gender perché già frutto di un ordine discorsivo prodotto dialetticamente. Il salto, e Silvia con MDSLX salta, è un altro. E’ quel coraggio di essere se stessi, più o meno sempre, cioè quel coraggio che ha sempre reso l’esperienza femminista, nelle sue forme molteplici, un sapere che andava a minare le fondamenta di ogni infingimento linguistico. “Fare della propria vita un’opera d’arte” insegnava Lonzi e Silvia in MDLSX lo fa benissimo. Anzi, potremmo dire che Silvia è un’opera d’arte.

  • L’Origine du monde secondo Gioni

    di Manuela Gandini

    Pubblicato in Alfabeta2

    Sembra una notte senza alba il percorso della mostra “La Grande Madre”, curata da Massimilano Gioni e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi, a Palazzo Reale a Milano. I fantasmi infestano il tragitto. Eterei come sempre ti guardano sogghignando. In realtà sono le tre del pomeriggio di una giornata di sole, ma questa è una notte dell’anima che si manifesta in un percorso tortuoso: sublime miserrimo violento. Si tratta di una mostra generativa. Una mostra di intelletto e di carne che propone una pluralità di opere e documenti. Dalle foto delle suffragette alimentate a forza durante i loro scioperi della fame alle mostruose anatomie di Louise Bourgeois; dai puppets di plastilina sessuati e deformi del film di Nathalie Djurberg It’s the mother (2008) alla Phallic Girl (1967) di una Yajoi Kusama perennemente ossessionata dal pene; dalle sequenze di Psycho di Alfred Hitchcock, all’orinatoio di Duchamp e all’orinatoio d’oro di Sherrie Levine intitolato Fountain (Madonna) (1991). Falli e vagine, stilizzazioni del femminile e del maschile, si alternano in un’impossibilità dialettica. Presto si ha la sensazione di essere in un labirinto nel quale tutto diventa liquido, come gli umori corporali. L’idea edulcorata di maternità è sconvolta, perché, attraverso la causticità dell’arte, è confermata la reale complessità che gli è propria. Il curatore, con la sua propensione all’enciclopedia e alla “vertigine della lista”, ricostruisce con 139 artisti e 400 opere, passaggi novecenteschi sulla percezione del femminile sfidando l’archetipo più potente. Tutto verte sulla relazione con l’immaginifico, il sociale, il politico. Le opere si legano alla celebrazione e al rifiuto della maternità, all’incarnazione e al delitto, alla divinizzazione e alla scomparsa della madre. Come afferma Barbara Casavecchia descrivendo i Body Mask di Sherrie Levine: “Svuotata del proprio contesto e contenuto, colonizzata, appropriata, moltiplicata, serializzata, placcata in oro come un orologio di marca, la maschera della maternità è ormai solo un feticcio del consumo”. C’è un piccolo acquarello di Meret Oppenheim, intitolatoAngelo strangolatore (1931), che rappresenta una creatura angelica con in braccio un neonato sgozzato. L’artista, che rifiutava radicalmente la maternità, lo ha realizzato come anticoncezionale per scongiurare un’eventuale gravidanza non voluta.

    “La Grande Madre” si è aperta il giorno stesso nel quale il curatore – direttore del New Museum di New York – è diventato padre. Se il personale è ancora politico allora tutto coincide. La vita di chi ha partorito la mostra è in sintonia con tutti i passaggi che intelligentemente vengono proposti secondo una visione sia aulica che critica e disagevole del mito della maternità. La mostra non inizia con la fotografia di Sigmund Freud che lo ritrae, con la barba già bianca, a braccetto dell’anziana madre, ma comincia da un film muto,La fata dei cavoli (1896) di Alice Guy Blanché, nel quale la prima regista donna della storia ritrae una leggiadra fanciulla che estrae neonati da sotto le piante di cavolo.

    Nella sala successiva incontriamo le immagini storiche e preistoriche della dea madre. E le tavole esoteriche della spiritualista teosofa Olga Froebe Kapteyn che, analizzando le dee creatrici – dalle azteche alle minoiche alle babilonesi – ha fondato, negli anni Trenta del secolo scorso, un’imponente archivio iconografico. Installazioni, documenti, spezzoni di film, manifesti, testimonianze, proclami, costituiscono il panorama psichico della mostra. Ana Mendieta con la perenne Silueta, scavata nella terra, fatta di sangue, di acqua e di fuoco è accanto all’uovo rosa di Lucio Fontana, un Concetto spaziale, la fine di Dio con un fortissimo impatto aulico e drammatico. Accostamenti stridenti, opere in collisione, visioni estreme intrecciano la narrazione di Gioni che, suddividendo il percorso in argomenti, illustra le azioni delle donne futuriste nel loro scontento dinamismo, come Valentine de Saint-Point che contesta il marinettiano “disprezzo della donna”, scrivendo il Manifesto della Donna Futurista (1912) e il Manifesto Futurista della Lussuria (1913). Poi la mostra individua l’istanza femminista surrealista in figure come Valentine Penrose, Dora Maar, Maria “Nusch” Eluard. Dalla visione teosofica del femminile ai movimenti di liberazione, la mostra sconfina – passando attraverso due versioni de L’Origine du monde di Rosmarie Trokel e di Lee Lozano – nella brutale fisicità del contemporaneo. Esseri invisibili sovrastano fabbriche e tribunali nelle tavole di Max Ernst, o vegliano il sonno androgino della figura dipinta da Leonor Fini o ancora fluttuano come energie sui fogli disegnati da Benedetta. La storia che si dipana lungo le 29 sale parla di una costante tensione delle donne a disarcionarsi dal limite del proprio ruolo biologico e culturale. Come in ogni mostra di Gioni i riferimenti spaziano nelle differenti aree del sapere e della vita, dal manifesto fascista sulle “mamme d’Italia” allaTorture machine, la macchina da tortura del racconto di Kafka “La colonia penale” ricostruita nel 1975 per la mostra “Le macchine celibi” di Harald Szeemann. Il curatore – che dedica una sezione alle lotte femministe degli anni Settanta con manifestazioni di piazza, collage di Ketty La Rocca, il Manifesto di “Rivolta femminile” e i cortei delle Madres della Plaza de Mayo – ha tratto ispirazione dal saggio di Adrienne Rich “Nato di donna”. Partendo dall’assunto di Simone de Beauvoir che dice: “Donna non si nasce, lo si diventa”, Gioni scrive: “E’ di questa trasformazione che la mostra vuole rendere conto: di questo passaggio dalla descrizione della donna come creatura mono-dimensionale, appiattita sulla sua condizione biologica, a una concezione della donna come soggetto polimorfo, molteplice e complesso; da oggetto passivo a soggetto attivo della propria rappresentazione”.

    La notte non è ancora finita, ti rimane dentro anche in pieno sole. La mostra è invasiva, assoluta, entra con prepotenza nel nostro vissuto e stacca, sala dopo sala, alcuni pezzi del nostro inconscio portatore di tenerezze, potere, adorazione, collera, violenza, bellezza. Gioni tratta il bene e il male con gli stessi guanti, non giudica, osserva e ritrae. La culla sbilenca di Robert Gober e il grande deposito di passeggini rotti, dismessi e abbandonati di Nari Ward (1993), sono un’allucinazione collettiva. Una promessa o una discarica dell’infanzia?

    La Grande Madre. Donne, maternità e potere nell’arte e nella cultura visiva, 1900-2015.

    Palazzo Reale, Milano, sino al 15 novembre. Catalogo Skira .

  • Tra arte e femminismo

    di Katia Ricci

    già pubblicato in Le città vicine

    (Introduzione al catalogo della mostra FIGURIAMOCI, visioni oltre il mito, inaugurata nella sala delle metope del Museo Archeologico Nazionale di Paestum sabato 8 marzo 2014, con Morena Luciani Russo, Pina Nuzzo Cristina Lucchi Vuolo, Francesca Thiery.)

    Il desiderio delle donne che fanno parte del gruppo Artemide di Paestum di organizzare una mostra dedicata ad Artemide, Hera, Afrodite e Atena, con quattro artiste, tante quante le dee, con l’esplicita consegna che fossero femministe, merita una riflessione su l’arte e la politica, o meglio su arte e femminismo. Le questioni sono naturalmente aperte: che cosa significa arte femminista? L’arte che esplora la differenza sessuale può essere definita femminista? E ancora dove si inscrive la differenza sessuale in arte? C’è una differenza femminile specifica in arte? Negli ultimi anni in realtà si sono moltiplicate ricerche e saggi su queste questioni anche in Italia, dove ricordiamo che nel 1970 dal sodalizio della critica d’arte femminista dello spessore di Carla Lonzi e di una grande artista come Carla Accardi è nata Rivolta femminile. Recenti pubblicazioni hanno sfatato l’idea che nel nostro paese ci sia stata una scarsa presenza femminile in arte e che sia mancato il rapporto tra arte e femminismo. Numerose, infatti, furono le artiste, molte delle quali militanti nel movimento femminista. L’arte contemporanea, poi, deve molto alle pratiche artistiche nate dal movimento femminista degli anni ’70, quando anche un uomo, storico dell’arte, Lawrence Alloway dichiarava nell’articolo Women’s Art in the 70s: “Il movimento femminista nell’arte può essere considerato un’avanguardia perché coloro che vi parteciparono erano uniti dal desiderio di cambiare le forme sociali esistenti nel mondo dell’arte”.

    “Il movimento delle donne si è espresso fin dagli inizi – scrive Donatella Franchi in Matrice Pensiero delle donne e pratiche artistiche (Quaderni di Via Dogana, 2004) – come una pratica creativa che attraversa e mette insieme vari tipi di linguaggi, dalla scrittura al linguaggio visivo, dall’uso del corpo alla invenzione di nuovi spazi, in una sperimentazione collettiva a tutto campo”.

    Ma in che cosa si riconosce la differenza sessuale in arte? E soprattutto esiste? Se esiste, come penso, non è certo nei contenuti né nelle forme né nei colori o nei materiali e tecniche usate, ma è in un atteggiamento per cui le artiste tendono a evitare di riproporre i canoni della tradizione maschile, seguendo il proprio desiderio che le ha portate, per esempio, a dar valore a tutto ciò che non era stato considerato arte per rifiutare il mito dell’artista genio e per creare un proprio spazio allo scopo di significarsi e ripensare all’immagine di sé, dell’essere donna da un punto di vista sessuato, femminile.

    In questa mostra il riferimento alle dee è dunque una dichiarazione che le donne, le artiste cercano una misura propria, alta, che va oltre l’immaginario maschile con un percorso che le porta all’origine del principio femminile che regolava il mondo. In questo senso il territorio campano del Cilento offre una traccia preziosa, perché qui, come in altre parti del mondo il culto originario era dedicato alla dea madre e alle dee che da essa derivarono, prima che l’ordine patriarcale sostituisse al culto delle dee quello per gli dei. Anche il tempio detto di Poseidon a Paestum in realtà era un secondo tempio dedicato ad Era.

    Nel 2007 la mostra Wack! Art and feminist Revolution sugli inizi del movimento artistico femminista, era presentato come il movimento che aveva avuto maggiore influenza dal dopoguerra. Insomma, a detta di storici e storiche dell’arte, si trattò di una vera e propria avanguardia, l’Avanguardia femminista, definizione che rimarca la radicalità di quel movimento. In questo senso è esplicita la mostra Donna:Avanguardia Femminista degli anni ’70 dalla Sammlung Verbund di Vienna, che segna una tappa importante nella ricerca storica sull’avanguardia femminista. Da allora la ricerca delle artiste riguardava da una parte lo svelamento della pretesa universalità e naturalità del maschile, dall’altra la riflessione su una nuova identità femminile libera di significarsi nelle forme e modi più vari, sul corpo e la sessualità. Da allora molte cose sono cambiate e anche nel campo dell’arte è emersa e si è affermata numerosa la presenza femminile, come in tutti i campi. Nel 2005, per esempio per la prima volta dalla creazione della Biennale di Venezia due donne sono state commissarie generali, le spagnole Maria de Corral e Rosa Martinez, che presentarono un nutrito gruppo di artiste e all’ingresso dell’Arsenale, la cui esposizione curata dalla Martinez era intitolata “Sempre un po’ più lontano” le Guerrilla Girls, collettivo di artiste femministe nato nel 1985 a New York, realizzarono cinque grandi pannelli su cui in modo ironico esponevano il loro discorso femminista sull’arte. In quella stessa mostra Joana Vasconcelos presentò un gigantesco lampadario, La novia, fatto di tampax incelofanato, che evocava il sangue mestruale, il rapporto con il corpo, la sessualità, la verginità, la riflessione su ciò che è puro e su ciò che non lo è, portando alla luce letteralmente ciò che si nasconde, che è tabù. Alle artiste, e gli esempi sono tanti, si deve riconoscere una maggiore capacità di esprimere la propria soggettività senza veli ed eccessive mediazioni. Insomma una libertà di parlare di sé, del corpo e della sessualità, come avviene in tanti altri ambiti dei saperi.

    A questa tendenza si riallaccia Cristina Vuolo, aggiungendoci note ironiche che l’ urgenza del desiderio e della necessità di dirsi allora forse limitavano. Cristina racconta il suo percorso di donna, fotografa e femminista, che coincide anche con fasi diverse della politica delle donne. Nella rappresentazione di Artemide sullo sfondo c’è una città al buio, segno di un passato che ha oscurato le donne come soggetto storico e politico, relegandolo alla dimensione domestica. In primo piano a destra emerge in piena luce un ritratto di donna con un cigarillo nella mano sinistra, simbolo di emancipazione, a destra nel cartellone pubblicitario una donna è fotografata con le braccia tese nell’atto di tendere un arco, cosa che la connota come Artemide, la dea cacciatrice. Sullo stesso cartellone appare alla sua sinistra la scrittaSputiamo su Hegel, riferimento al libro di Carla Lonzi. I simboli, l’atteggiamento e il riferimento al noto saggio delineano una figura di donna combattente, come negli anni Settanta. Artemide si è sempre sottratta al volere degli uomini, punendo severamente Atteone, facendolo sbranare dai cani perché aveva profanato la sua sacralità.

    La fotografia sulla dea Atena ha la stessa impostazione e struttura della precedente, con la differenza che sul cartellone è scritto il titolo del famoso saggio Non credere di avere dei diritti. Atena la dea della sapienza e dell’intelletto qui rappresenta il pensiero della differenza sessuale, che rimanda storicamente agli inizi degli anni ’80. Nella terza fotografia Hera è di spalle luminosa con le ali, è Cristina stessa in una fase del suo percorso spirituale. La dea che nella mitologia è protettrice del matrimonio e dei parti, qui, simbolo della fedeltà a sé, sottratta all’immaginario maschile degli dei dell’Olimpo, diventa simbolo dell’agio del rapporto con il proprio corpo. Gender Trouble di Judith Butler segna questo “momento rivoluzionario nel pensarsi nel corpo, nella rappresentazione di sé ed ecco la scelta dell’angelo”, come motiva Cristina. Infine le due foto dedicate ad Afrodite rappresentano l’amore per le donne e tra donne, che ironicamente e con giocosità si scambiano la mela o giacciono su un letto di mele. Anche qui un libro di riferimento Post-porn di Annie Sprikle

    “L’aspetto più forte che il tema delle dee mi portava a pensare per il mio percorso femminista – scrive Cristina Vuolo- era la relazione: la relazione con le donne, la relazione con sé, la relazione con un’altra donna. Negli anni ‘70 una relazione più viscerale, negli anni ‘80 una relazione più intellettuale, negli anni ‘90 più intimista e spirituale con me, e negli anni 2000 una relazione più ironica, aperta e sessuale col mondo delle donne”.

    Nel suo percorso artistico Pina Nuzzo ha progressivamente abbandonato la pittura ad olio e la figurazione per sperimentare tecniche e materiali più comuni come la carta riciclata, plexiglass e plastica. Nell’interpretazione di Artemide, di cui è raffigurato il torso, come per le altre dee, usa colori notturni, l’abito è grigio argenteo, azzurro lo sfondo su cui si staglia una luna piena. Dalla scollatura della veste appaiono le curve del seno,come era abitudine della dea di cacciare a seno nudo per essere libera nei movimenti.

    Per Atena Pina Nuzzo si ispira alla rappresentazione classica di Atena Nike con le braccia che si immaginano alzate e le ali che circondano le spalle. Sul petto gli occhi della civetta, animale sacro alla dea.

    Per delineare la figura di Hera, usa fotocopie del disegno dell’anfora da lei stessa decorata, che è stata il “testimone” della staffetta portata e consegnata di volta in volta da due donne in segno di relazione e solidarietà , un evento dell’UDI di cui Pina è stata responsabile a livello nazionale, contro la violenza sulle donne, che ha iniziato il suo percorso il 25.11.2009 da Niscemi dove è stata uccisa Lorena Cultaro e terminata un anno dopo a Brescia dove è stata uccisa Hiina Saleem.

    “Quando ho “fatto” Hera non ho pensato a tutto questo, ma quelle fotocopie si sono trasformate nel corpo della dea evocando il corpo dell’anfora e l’amore delle donne che l’ha accompagnata per un intero anno”. Afrodite la dea femminile per eccellenza, dea dell’amore, è rappresentata con colori chiari e luminosi, delineata da linee morbide, il triangolo del pube in evidenza, e circondata da fiori e simboli del femminismo. L’increspatura dei fogli di plastica leggera che ricopre il corpo ricorda l’onda del mare da cui la dea nacque e da cui probabilmente deriva il nome, afros, in greco spuma.

    Morena Luciani, artista e antropologa, studiosa delle antiche culture matrifocali, dello sciamanesimo femminile e del rapporto tra sciamanesimo e creazione artistica, nel suo inconfondibile stile grafico offre un’interpretazione molto originale delle dee. Morena va all’origine dei simboli e del significato delle figure divine. Nell’area egea il culto di Atena risale ad epoche più arcaiche di quella greca, anzi, secondo Maria Gimbutas, deriva dalla dea uccello neolitica. Per questo, infatti, è rappresentata con la testa di uccello. Nel III libro dell’Odissea Omero così ne parla: “ Detto così, se ne andò Atena occhio azzurro, / simile ad un’aquila;”. Inoltre in greco occhio azzurro significa occhio di civetta. Afrodite è la più femminilizzata, come si vede dall’acconciatura, che riprende quella delle raffigurazioni della dea dell’età ellenistica.

    Hera è una dea doppia dalle due teste e dai due seni. La spirale è un simbolo della dea madre da cui deriva il culto di Hera, che è una figura sopravvissuta di antichi culti minoici. E’ doppia perché, come scrive Morena Luciani, “ sono state ritrovate statuine delle “Due Hera”, che secondo Vicki Noble la rappresentavano nella sua veste di Regina Amazzone a capo del lignaggio femminile delle donne che reclamavano giustizia durante l’assalto al patriarcato.” La dea doppia rappresenta l’idea della sovranità femminile in epoche pre – patriarcali, caratterizzate da principi e pratiche femminili, che permeavano di sé la struttura stessa della società. Simboli della dea madre, la spirale e i teschi che ornano la collana alludono all’intero ciclo vitale, dalla nascita alla morte. Una delle due dee ha le corna di vacca, uno degli epiteti di Hera. L’epiteto con cui Omero si riferisce ad Hera è boopis, in greco occhio di bue, per la regalità dello sguardo.

    Infine Artemide è rappresentata con un serpente che le cinge il ventre e il sangue mestruale che gocciola e feconda la terra. Nelle epoche arcaiche Infatti al sangue mestruale venivano attribuite qualità magiche. Uno degli attributi della dea è la luna, il cui mese ha la stessa durata del ciclo mestruale e comprende una fase crescente e una calante, infatti in molte opere dedicate ad Artemide appare la mezza luna o la luna piena; è legata al tempo ciclico della dea madre, che presiede i ritmi della natura e della fecondazione e, quindi del risveglio della natura dopo il sonno invernale. Nelle società contadine ancora oggi i lavori nei campi, semina, raccolto e conservazione sono scanditi dalle fasi lunari. L’invito di Morena non è quello di rimpiangere il passato ma di ritrovare dentro di sé il divino femminile e di porsi con sovranità nel mondo, recuperando e ridando valore alla parte emotiva e intuitiva, bollata dalla cultura patriarcale come irrazionale.

    “Giocando col nero in un angolo della giornata” è il titolo che Francesca Thieryha dato alla serie delle quattro dee. Illustratrice e grafica, Francesca ne dà una versione del tutto moderna, togliendo ad esse qualsiasi connotato divino e giocando con masse grafiche di nero. Non ci sono attributi e simboli che possano ricondurre ad una visione nota e tradizionale: sono volti di donne mascherate, deformate, tutte con il capo coperto, con i lineamenti a volte delineati da brevi tratti bianchi sul fondo nero.

    Ha rivisitato i miti adattandoli al suo lavoro di grafica, all’uso del nero di cui spesso si serve, e calandoli in una qualsiasi giornata di una donna.

    “Ci può essere anche fatica e dolore nella giornata di una donna, – dice Francesca -ma sempre vi colgo uno spirito vitale, un temperamento di combattente. Ho scelto di non vestire le dee di simbologie tradizionali (lance, serpenti, cervi ecc) ma di lasciarle libere di giocare all’interno della gabbia quadrata e di usare il tratto grafico e l’atteggiamento del corpo per definire i caratteri e raccontare una storia.

    I titoli raccontano il rapporto di queste donne ( o questa donna?) col nero: Era di Nero, Afrodite nel Nero, Artemide dal Nero, Atena sotto al Nero. Tutte in un angolo della giornata.
    La storia che sto raccontando è quella di una donna che nei piccoli momenti di passaggio di una giornata si veste e si sveste di continuo di tutti gli archetipi e i caratteri che porta su di sé.”

    La forma triangolare connota Atena, Afrodite è rappresentata in una forma ovale, a mandorla. Hera ha l’andamento più squadrato. Guarda dall’alto regale, come una madre giudicante. Atena porta una specie di elmo, la sua mano è nell’atto di afferrare la lancia, ma, in realtà gioca con i capelli, gli occhi ingranditi alludono al suo epiteto “occhi di civetta”.