Questo saggio è il risultato della rielaborazione della prima ricerca dottorale in Italia dedicata interamente all’opera di Elena Ferrante.
In Elena Ferrante.
Poetiche e Politiche della soggettività pubblicato per Mimesis (2020) nella
collana De Genere, Isabella Pinto,
autrice del volume, indaga il rapporto tra soggettività e narrazione usando
come strumento la scrittura di Elena Ferrante.
Il saggio si presenta diviso in tre sezioni. Nella prima parte, denominata Mitopoiesi, l’autrice decide di analizzare come Ferrante, in opere come L’amore molesto, I giorni dell’abbandono, La figlia oscura e La spiaggia di notte, riscriva i miti recuperando e storicizzando il concetto femminista di “genealogia femminile”. Questa operazione ha molto in comune con il femminismo della differenza e il lavoro di Adriana Cavarero sulle riscritture dei miti in chiave femminista. Ferrante a questo aggiunge un lavoro sulle versioni minori dei miti, sapendo bene che «fra le pieghe della Storia esiste sempre un’altra storia, soprattutto se il soggetto è donna» (Norcia 2020, 8), e per questo rielabora, rilegge e scompagina le versioni ufficiali dei miti, riscoprendo, nelle versioni minori, altre forme di vita. È in questa prima parte che Pinto rileva come l’autrice arricchisca questo dispositivo mitopoietico con una «sapiente fantasia di memoir» (de Rogatis 2016, 294) ossia con una parziale sovrapposizione tra lei che scrive e le tre narratrici dei romanzi.
Nella parte centrale del volume, Diaspora, l’autrice si concentra invece sul ciclo de L’amica geniale nel quale Pinto legge il
racconto come un’occasione per narrare esperienze fuori dal canone, normalmente
taciute, che qui trovano spazio e ascolto. Come nota l’autrice romana è proprio
grazie al concetto di “smarginatura femminile” e di quella mancanza di
coincidenza alla norma che Ferrante può mettere in scena personalità
diasporiche che, per usare l’espressione di Pinto, «abitano, costruiscono e
raccontano temporalità postumane».
Infine, nell’ultima parte, Performatività, l’autrice prende in esame le opere ferrantiane più
autobiografiche quali La frantumaglia
e L’invenzione occasionale,
suggerendo come Ferrante porti all’estremo il rapporto di omonimia tra autore,
narratore e personaggio promuovendo un suggestivo continuum tra realtà e
finzione che trova le sue radici nella “naturcultura” di Donna Haraway. «Questo
tipo di scrittura», spiega Pinto, «diffrange l’autorialità a partire da
un’operazione di taglio simbolico della soggettività». Questo proprio perché in
Ferrante manca ogni interesse verso una verità assoluta. Ciò che conta, ciò di
cui bisogna far tesoro, è quella polifonia di sguardi, quella pluralità di voci
che il patriarcato tende a uniformare.
Come rileva Pinto un espediente usato dall’autrice per
compiere questa operazione è il recupero del cosiddetto “tremendo delle donne”,
un aspetto centrale nell’immaginario di Ferrante, usato proprio per diffrangere
l’eccedenza femminile e per restituire complessità ai personaggi femminili.
A chiudere il volume la preziosa Postfazione di Federica Giardini, filosofa, docente e direttrice
del Master in Studi e Politiche di Genere di Roma Tre, che riflette su come
l’opera di Ferrante «apra mondi» e risignifichi parole, esperienze e altre vite
possibili contro la tendenza comune a ridurre la bellezza della complessità a
uno schema unico e definito e di come altrettanto faccia la scrittura di Pinto
in un continuo dialogo con il testo e con il lettore.
Questo studio offre interessanti sollecitazioni, soprattutto
perché esce a poca distanza dall’ultimo romanzo di Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, che Pinto
nella parte denominata Bonus Track
analizza portando alla luce l’ultima linea di sperimentazione di Ferrante che
trova nella magia e nella menzogna suoi assi portanti.
Visto il successo recente dello sceneggiato tratto dalla
tetralogia de L’amica geniale, è
apprezzabile, a mio avviso, che non vi sia alcuna spettacolarizzazione della
figura che si cela dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante, cosa non facile
visto che il saggio della Pinto ha per tema il rapporto tra soggettività e
letteratura e dunque prende in esame il concetto di autorialità.
Forse ha davvero ragione Elena Ferrante quando durante
un’intervista spiega che secondo lei i libri non hanno alcun bisogno degli
autori una volta scritti, perché «se hanno qualcosa da raccontare, troveranno
presto o tardi lettore; se no, no» (Ferrante 2007, 10-11).
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L’articolo è un patchwork di pensieri e riflessioni in eccesso rispetto a riduzioni fondazionaliste e/o teleologiche. Chi scrive, infatti, vuole dirsi e si riconosce come un soggetto spinozianamente multiplo: ovvero irriducibile al sistema di visualizzazione umano e moderno che ci vuole due individue distinte con quattro mani, due cervelli e due corpi. Elisa e Ludovica sono i nomi propri che firmano il lavoro, ma, mentre pensavamo e scrivevamo le pagine che seguono, ci siamo più volte fuse e ri-separate, in un moto costante tra incorporazioni molto difficili da tracciare attraverso quelle linee che partiscono il nostro sguardo e il nostro pensiero di umane. Dove inizia il pensiero di Elisa e finisce quello di Ludovica è difficile a dirsi; eppure le nostre posizioni – pur sempre mutanti – non sono riducibili a una postura unanime in cui l’insieme è un dato omogeneo e senza alcuno moto differenziale. Ci chiediamo se Elisa avrebbe scritto quello che ha scritto senza la presenza incarnata Ludovica, e viceversa? La risposta è fin troppo scontata. Figlie dell’ipercitazionismo femminista, non ci chiudiamo neppure nella nostra sorellanza intellettuale e militante “a due”. A scrivere con noi, attraverso il battere delle dite sulla tastiera del laptop e lo scambio di file rigorosamente scaricati, ci sono tante donne e soggettività-non-conformi che hanno provato a ripensare e rifare il mondo: questo testo è un sabba, in cui ci atteniamo a invocare lu alleat* che contribuiscono a muovere i nostri pensieri, desideri, corpi. È quello che chiamiamo, nell’articolo, intra-dipendenza, proprio mentre diciamo grazie a Karen Barad per averci ispirate in questa direzione.
La prima parte dello scritto è una
introduzione al nostro lavoro, firmata da entrambe queste figure che carte di
identità, passaporti e curriculum vitae vogliono distinte. La seconda è firmata
da Elisa. La terza da Ludovica. E infine le parti tornano a unirsi per chiudere
insieme il testo con una riflessione che – tutta – non è mai stata ascrivibile
all’autorialità moderna ed individualista.
Questo articolo non solo è un
groviglio, ossia per dirla con Haraway un entanglement, ma di entanglements, anche,
parla. Nell’introduzione dichiariamo l’intento complesso che ci prefiggiamo,
ossia quello di ripensare il corpo che – Deleuzianamente – intendiamo irriducibile
alla narrazione moderna della skinned existence, che descriveremo come
non molto di più di un’illusione ottica determinata dal nostro dispositivo di
visualizzazione umano: uno sguardo parziale insieme incarnato e culturale.
Vogliamo, per dirla in immagini, figurare il corpo oltre il modello dell’Uomo
Vitruviano di Leonardo: un soggetto contenuto in sé stesso e relazionale solo
nei limiti di un’inter-azione che con ammette intra-azione.
Il corpo di cui parliamo è composito,
aperto, relazionale; sta nei processi di cui è parte e che contribuisce a
creare. Nelle due sezioni monografiche del testo ci sforziamo di declinare
questa figurazione corporale attraverso l’esperienza dell’infezione da HIV e
quella dell’ansia.
Virus e ansia ci riportano
violentemente su un piano di immanenza, che è un piano disincantato e oltre la
dialettica immanenza/trascendenza del pensiero dei padri della filosofia: la
nostra esistenza è vulnerabile in quanto relata, oltre bene e male, oltre la
morale, oltre i tentativi di negare questa vulnerabilità che è insieme
promiscuità e potenza, piacere e dolore. I confini tra sé e altro-da-sé,
proprio e non, soggetto e ambiente spariscono nell’esperienza corporea di chi
deve convivere con un microrganismo patogeno e/o di chi conosce l’ansia e
quella sua declinazione esperienziale corpo-affettiva che è l’attacco di
panico.
Nella prima sezione, a cura di Elisa,
si propone una lettura in diffrazione dello stato della ricerca farmacologica
dedicata ad HIV (con attenzione alla recente scoperta di antiretrovirali che
garantiscono la non-contagiosità di soggetti con viremia undetectable) e
del pensiero cyborg, femminista, queer che rilegge il costrutto
semiotico-materiale del corpo come un bio-mosaico, in cui l’unicità monolitica
leonardesca è smentita dal riconoscimento esperienziale e teorico, politico e
biologico, dei numerosi “pezzi” che ci compongono all’intreccio del piano
linguistico e quello materiale, culturale e biologico. Di più, queste stesse
“parti” sono, in fondo un’ennesima illusione ottica: qui Barad ci torna in
aiuto e ci fornisce uno strumento per una visualizzazione nuova di queste parti
come relata, ossia costrutti senza confini stabili, che si producono e
materializzano nel momento stesso in cui esistono gli insiemi di cui fanno
parte. Tutto intra-dipende e le partizioni contingenti in entità distinte sono
sempre strategie operative ontologiche, epistemologiche e politiche. Come stare
in questa promiscua relazionalità produttiva è, a nostro avviso, quello che
siamo chiamatu a discutere.
Nella seconda sezione, l’esperienza
corporea ed affettiva dell’ansia viene letta come ‘già e sempre’ politica, e
risultato di una postura non universale, ma situata, del soggetto nel complesso
entanglment del sistema: dove il capitalismo produce individualizzazione e
patologizzazione dell’esperienza, leggiamo invece il materializzarsi di
relazioni di potere in vulnerabilità iniquamente distribuite. Se l’ansia toglie
il respiro, ci chiediamo: a chi è concesso respirare? E come possiamo prenderci
cura delle sofferenze che il capitalismo neoliberista distribuisce secondo
regimi differenziali di precarietà? Come escogitare collettivamente modalità
relazionali diverse in questo groviglio di potere, privazioni materiali,
precarietà lavorativa, stallo emotivo?
Sembra quasi paggeria intellettuale
riflettere su come sopravvivere a patogeni virali e condizioni
economico-material-lavorative stringenti in questa primavera 2020 da mancanza
d’ossigeno. Eppure questo dibattito “a due” nasce a Settembre 2019. Non è stato
profetico, crediamo: il nostro presente neoliberale, antropocenetico e
tecno-mediato, ha sempre chiesto di riflettere sulla nostra vulnerabilità
biopolitica di cyborg che globalmente rifiutano di riconoscersi tali e dunque
scompostamente intra-relati, e dunque tragicamente respons-abili, dunque
irresponsabilmente “fatti a pezzi” e/o “sciolti” rispetto a quell’uomo ideale
disegnato a inchiostro tra un cerchio a rappresentare il cielo e un quadrato a
rappresentare la terra.
Chiudiamo il nostro lavoro con un’analisi delle immagini con cui abbiamo scelto di accompagnarlo: non si tratta, speriamo, di una ridondante e forse narcisista ripetizione del pensiero, ma piuttosto di una strategia relazionale altra: se i dispositivi di visualizzazione che impieghiamo sono tanto parziali, fornirsi di una via seconda – in questo caso quella visuale – ci sembra un buon modo per provare a dirci e a dire altrimenti. Questo escamotage desidera, quindi, essere un percorso altro, affinché il nostro pensiero sia veicolato da qualcosa di più delle nostre parole e dei nostri concetti: ogni costrutto verbale è del resto un arbitrio altamente operativo su cui possiamo solo strategicamente decidere di concordare. Perché non provare, allora, con delle immagini, che facciano da sostegno e supporto al nostro vociare, e che, al contempo, siano anche un trampolino per dei pensieri che amplino una genealogia che esplode ed esploderà in miriadi di direzioni?
LE AUTRICI
Elisa Bosisio è laureata in Scienze Filosofiche all’Università di Milano, con una tesi riguardante la decostruzione del concetto di ‘umanità’ da una prospettiva queer, anti-specista e neomaterialista. Ha condotto un periodo di ricerca ad Utrecht e ha partecipato in qualità di relatrice alla “11th Beyond Humanism Conference” con un intervento dal titolo “The Ethics of the Bodies in a Post-Natural and Post-Cultural Era” alla Università di Lille.
Ludovica D’Alessandro è laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Milano e ha ottenuto un Master in Contemporary Art Theory presso Goldsmiths, University of London, laureandosi con una tesi dal titolo “Affectability as a Power: An Ontology of Resistance.” Ha partecipato come co-relatrice dell’intervento “Inventory of Care: Mapping a Journey Towards New Ecologies in the Academic Institution,” alla conferenza “The Reverse Side: Guattari, Deleuze and Institutional Thought” presso Royal Holloway, University of London nel 2019.
a cura di Federica Giardini, Sara Pierallini, Federica Tomasello
Dalle mobilitazioni per il salario al lavoro domestico degli anni Settanta alla ripresa della questione della riproduzione sociale su scala planetaria, la critica femminista dell’economia politica, attingendo alle prospettive aperte dalle mobilitazioni e dalle pratiche dei movimenti delle donne, aiuta a comprendere la «natura» attuale dell’economia, tanto nei suoi aspetti ideologici che strutturali. L’analisi della natura dell’economia mostra, infatti, come i processi di valorizzazione capitalistica sottopongano le attività umane e le risorse naturali a un regime di visibilità e invisibilità strumentale: dalla disponibilità incondizionata della cura assegnata alle donne al consumo illimitato di quel che rende possibile la vita, fino alle falsificazioni del capitalismo green. I contributi presenti nel volume non si limitano a ricostruire la parte delle donne in questi processi, ma concorrono a una ridefinizione del campo economico e delle sue intersezioni con l’ecologia.
Uno degli effetti della pandemia Covid19 che ha riscosso maggiore
attenzione mediatica e politica, è quello delle
ricadute economiche – in particolare del regime di quarantena. Ne sono nate
proposte governative (decreto ‘Cura Italia’) e non (reddito di quarantena,
estensione del reddito di cittadinanza) che si confrontano nella sfera pubblica
plasmando il campo delle possibilità e della lotta sociale e politica nel
nostro paese. Nel frattempo, tuttavia, il movimento femminista anti-capitalista
internazionale sta lavorando per ridefinire il terreno della lotta in una
direzione che permetta di dare risposte più inclusive e strutturalmente
trasformative. Ne è nata la proposta dell’istituzione di un Reddito di Cura –
appena lanciata attraverso un webinar internazionale e una lettera
aperta ai governi
di tutti i paesi. Questo intervento riassume i punti cardine della proposta del
Reddito di Cura, e della sua articolazione all’interno del Green New Deal for
Europe, nell’intento di aprire un dibattito sull’utilità strategica di tali
proposte nell’attuale congiuntura politica in Italia.
La campagna internazionale per il Reddito di Cura
La proposta consiste nel riconoscere il lavoro di cura non retribuito (o
mal-retribuito e senza diritti), prevalentemente attribuito alle donne e a
soggetti marginalizzati, come una funzione sociale necessaria e ineliminabile,
ma al tempo stesso invisibile e ignorata dalle misure anti-crisi – persino nel
momento in cui pandemia e quarantena si traducono in un aggravio senza
precedenti di tale lavoro. La lettera osserva come il Covid19 sia andato a
sommarsi a tutte le pandemie invisibili (povertà, guerra, violenza domestica,
austerità) che da decenni ormai affliggono i settori più vulnerabili della popolazione
– tra cui le famiglie monoparentali, le persone malate, disabili e anziane. E
nota come la pandemia stia indebolendo la nostra capacità di resistere e
sopravvivere fisicamente e finanziariamente (da sistemi
immunitari già compromessi da povertà, discriminazione, inquinamento, guerra,
occupazione, sfollamenti e altre violenze, a cure sanitarie e redditi
inadeguati, specialmente nel Sud globale, nelle comunità razializzate al Nord e
tra i rifugiati di tutto il mondo).
In risposta al virus, continua il documento, sono stati chiusi luoghi di
lavoro, scuole e trasporti, – e si stanno discutendo delle proposte per
sostituire i salari persi. Queste misure drastiche mostrano che i governi
possono agire rapidamente e trovare denaro per affrontare le “emergenze”,
se lo desiderano. In questo momento critico, diventa dunque fondamentale
organizzarsi e lottare per ridefinire collettivamente ciò di cui abbiamo
bisogno.
La campagna per il reddito di cura è promossa dallo storico movimento di
lotta per il salario domestico attraverso la partecipazione del movimento
transnazionale Global
Women Strike (GWS).
Nata nei primi anni ’70, la campagna per il salario al lavoro domestico (Wages
for Housework) ha profondamente segnato il movimento femminista internazionale,
ed è confluita nello sciopero dell’8 marzo. Una delle richieste cardine del GWS
consiste nel ridurre drasticamente le spese militari, destinando almeno il 10%
delle risorse così ricavate, ai servizi sociali
e al sostegno del lavoro di cura – non soltanto per via salariale ma anche
attraverso la fornitura di servizi pubblici gratuiti. Tra questi, un posto
centrale occupa il sostegno alle vittime di violenza domestica e la prevenzione
della stessa attraverso il supporto all’indipendenza economica delle donne –
linee guida adottate anche in Italia dal movimento Non Una Di Meno.
Negli anni ’80, la petizione Women Count – Count Women’s Work diede
voce a un movimento di massa per il riconoscimento di questo lavoro; firmata da
1.200 organizzazioni che rappresentavano milioni di donne in tutto il mondo,
ottenne una risoluzione delle Nazioni Unite (nel 1995) che invitava i governi a
misurare e valorizzare il lavoro non retribuito nei rendiconti del PIL. Sebbene
il valore di questo lavoro sia stato stimato in 10,8 trilioni di dollari,
nessun meccanismo di mercato o di policy garantisce che questo valore sia
sistematicamente tradotto in reddito per le donne ed i soggetti che svolgono il
lavoro di cura non retribuito. È diventato assolutamente necessario invece,
continua la lettera, sostenere le/i prestatrici/ori di cura attraverso un
reddito che ne riconosca la funzione pubblica e le/i aiuti a svolgerla nel modo
migliore possibile.
In Europa, conclude la lettera, questa richiesta è ora incorporata in una
nuova proposta politico-economica, il Green New Deal for Europe, che ne fa un punto cardine del suo programma per
la giustizia climatica. Finalmente la protezione delle persone e la protezione
della Terra possono essere equiparate e rese prioritarie rispetto ad un mercato
chenon se ne fa carico. Il GNDE prevede dunque l’istituzione di un
reddito per tutte/i coloro che si prendono cura delle persone, dell’ambiente
urbano e rurale, e del mondo naturale.
Un altro Green New Deal è possibile – ed è femminista.
Com’è noto, ai primi di gennaio di quest’anno,
la Commissione Europea ha approvato il Green Deal, un piano di investimenti per
ridurre le emissioni climalteranti. Elaborato in risposta alle recenti
iniziative dei Dem statunitensi, e in particolare al Green New Deal lanciato
dalla deputata Alexandria Ocasio Cortez con l’appoggio di Bernie Sanders, il
piano della Commissione adotta un approccio neoliberista alla crisi climatica,
che consiste nell’usare le esigenze della riconversione per scopi di crescita
economica all’interno di politiche
di rigore fiscale
che non consentono l’espansione della spesa pubblica. Il piano si basa dunque
sulla logica perversa del trickle down: solo se l’economia di mercato cresce si
rendono disponibili fondi per compensare i danni provocati dalla stessa, tra
cui cambiamenti climatici, disuguaglianze e calo dell’occupazione.
Questo però non è l’unico piano disponibile. Negli stessi mesi in cui il GD
era in preparazione, una rete di ricercator*, intellettuali e attivist* da
tutta Europa – sollecitata dal movimento Diem 25 – si stava impegnando alla
compilazione di un piano alternativo, da inserire nell’ambito di una grande
campagna di mobilitazione per la democratizzazione dell’economia europea e
delle politiche anti-crisi. Ne è risultato il Green New Deal for Europe (GNDE),
centrato su un documento dal titolo A Blueprint for Europe’s Just Transition,
che può essere consultato sulla piattaforma online www.gndforeurope.com. La differenza è radicale. Il GNDE è basato su
criteri di finanza pubblica redistributiva che dà priorità alla lotta alle
disuguaglianze e all’ingiustizia ambientale e la democrazia economica, in
un’ottica di post-crescita. Mentre quello della Commissione è un programma
top-down, indirizzato ai governi dei paesi afferenti all’UE perché adottino
incentivi di mercato a vantaggio delle imprese, il GNDE è una piattaforma
politica, un progetto strategico teso a sollecitare ampie mobilitazioni dal
basso.
Il GNDE rappresenta un’opportunità storica per una rivoluzione
eco/femminista dell’economia. Per garantire una transizione equa verso un’economia
‘post-carbonio’, il piano ambisce infatti a spostare il fulcro della creazione
di reddito e benessere collettivo dalla produzione industriale alla
riproduzione sociale e ambientale, ossia alle attività di mantenimento,
riciclo, riparazione e restauro delle risorse ambientali, infrastrutturali e
sociali, insomma alla cura – tanto delle persone quanto dell’ambiente. In
questo spirito di articolazione strutturale tra riproduzione sociale e
riproduzione ecologica, il GNDE propone di istituire un Reddito di Cura (Care
Income) da rendere disponibile per tutt* coloro che – non essendo
formalmente salariat* – sono impegnat* nella cura delle persone e/o degli
ambienti urbani e rurali (attraverso la difesa organizzata contro estrattivismo
e degrado, ma anche le attività di riabilitazione e cura degli spazi comuni,
del suolo, delle acque, del verde, della biodiversità), nell’ambito domestico tanto
quanto in quello comunitario ed ecosistemico.
Una proposta come questa, di ristrutturazione dell’economia fondata su
principi ecofemministi, non nasce evidentemente dal nulla; essa incorpora
decenni di lotte, attivismo, e ricerca femminista. Il concetto di Reddito di
Cura è infatti il frutto di una collaborazione nata nell’ambito del gruppo di
estensor* del documento sopra citato A Blueprint for Europe’s Just
Transition, in particolare tra Selma James e Nina López (GWS), Giacomo
D’Alisa (Research & Degrowth) e chi scrive. Si tratta di una concezione
estesa, ossia socio-ecologica, della ‘cura’, derivante dall’intreccio tra
l’economia politica femminista, l’ecofemminismo (attraverso il concetto di
earthcare – cura della terra) e la prospettiva della decrescita.
La campagna per il GNDE, che incorpora il Reddito di Cura all’interno di un
vasto programma di riconversione finanziaria e produttiva a livello europeo,
costituisce un’occasione storica e una risorsa di enorme importanza per
elaborare una politica femminista all’altezza della sfida climatica del nostro
tempo. La campagna tuttavia non prescrive nel dettaglio le modalità di attribuzione
del reddito di cura: queste ultime dovranno essere elaborate autonomamente da
ciascun movimento di lotta e soggetto politico che vorrà farlo proprio, in base
alle esigenze e condizioni specifiche. Più che un programma compiuto di
policies, il GNDE si propone come piattaforma di lotta aperta al contributo di
tutti quei movimenti che ne condividano le linee guida, nello spirito della
democratizzazione e decentralizzazione delle politiche economiche e climatiche
europee attraverso la partecipazione di soggetti collettivi e realtà in lotta
per la giustizia ambientale. Quest’ultima, come ormai è noto, si basa sul
principio che la crisi ecologica è radicata nelle profonde disuguaglianze
sociali e globali generate dal modello capitalista, coloniale e patriarcale.
Questo principio base consente oggi – forse per la prima volta in decenni – di
pensare un femminismo che sia davvero la chiave di volta di un cambiamento
radicale.
Una versione di queste note, letta come introduzione al convegno del 27-29 settembre 2019 del Giardino dei Ciliegi, è postata sul sito www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it dove si trovano anche le osservazioni di Clotilde Barbarulli e mie sul percorso che ci ha portate a riproporre il tema del Dominio. Poiché alcuni temi condivisi in autunno con le partecipanti al Master sulle Politiche di Genere di Roma Tre diretto da Federica Giardini, e con le organizzatrici del Modulo Arti – Ilenia Caleo e Isabella Pinto -, e del Modulo Scienze (Bologna) – Angela Balzano – sono confluiti in questo testo, lo condivido ringraziando.
Power is what I like best in the world. The struggle is everyday not to use it [1] Caryl Churchill, A Mouthful of Birds, 3.
Questo convegno ha preso forma, per così dire, dalla necessità di tradurre la parola inglese “mastery” nel saggio Unthinking Mastery. Dehumanism and Decolonial Entanglements (Duke 2017) — un concetto che l’autrice canadese Julietta Singh situa su una soglia material-semiotica, tra materia e narrazione, analizzando il rapporto tra potere e dominio in espressioni quali violenza, violenza epistemica condivisa, l’assenso/dissenso al potere, il rapporto tra etica morale e dover essere. Singh si chiede come contrastare potere e dominio, come resistere, come sottrarsi – anche attraverso il fallimento, l‘insuccesso, la disfatta, la rinuncia, il dissenso, o whatever: cioè attraverso qualsiasi altra performance possibile o immaginabile che indaghi disaffezioni, sottrazioni, dis-identificazioni, de-oggettivazioni utili a resistere e contrastare il dominio dell’umano – temi spesso affrontati al Giardino, che ogni volta si ripresentano.
Così, per un riconoscimento genealogico nostro, oltre che linguistico – perché mastery deriva dal francese maitrise, traducibile con dominio, controllo, padronanza, maestria, maestranza, competenza, ambiti del fare e del sapere – “dominio” è rimasto nel titolo del convegno includendo ogni forma di dominazione. Nel cerchio vuoto/pieno usato come immagine del nostro convegno, i progetti strategici di classi dominanti emergono insieme ad altre possibili definizioni di situazioni, nodi, emergenze in un tempo-spazio che non è solo la nostra esperienza di vita e di realtà. Dato che in matematica il dominio “è l’insieme su cui è definita la funzione, ossia l’insieme di partenza sui cui elementi ha senso valutare la funzione”,[2] ci sembra che la funzione di questo convegno possa essere quella di condividere la proposizione di creare un campo di forze potenzialmente avventurose e speculative per produrre (e non solo ri-produrre) domande (e non solo risposte).
E perché performatività? Come sappiamo, il concetto di performatività è parte della teoria degli atti di locuzione di J.L. Austin (le parole posso fare cose; la comunicazione è un’azione), teoria rivista da Jacques Derrida (1972/1988; come qualità del linguaggio) ed applicata al genere da Judith Butler dal 1990 (in quanto apparato che produce attraverso l’iterazione la differenza sessuale all’interno del sistema eteronormativo). Possiamo definire la performatività sia una qualità del linguaggio che viene messo in atto dal corpo, sia uno stile non verbale della carne; una pratica discorsiva che si trasforma in un fare con complesse applicazioni e concatenazioni materiali non ristrette all’ambito sociale: una pratica corporea e socioculturale.[3] Rispetto al dominio, la performatività definisce un processo attivo, dialettico e continuo di dominazione che costruisce discorsivamente individui, società, beni e natura. Nell’ottica transdiscipinare della performatività, il dominio può essere considerato la citazione coatta di norme che si replicano nella reiterazione a largo raggio, individualmente, socio-culturalmente, e politicamente, attraverso tecniche di interpellazione, riconoscimento e identificazione.
Inoltre, nella riflessione di Ilenia Caleo su come non ridurre la categoria di performance e di performativo entro un’agibilità solo linguistica o epistemologica, le diverse figurazioni attive nel pensiero materialista femminista offrono una possibile revisione generativa della performatività, “una potente contro-teoria della rappresentazione” capace di attraversare simultaneamente l’estetico e il politico[4]. Nella rielaborazione materialista e post-umana della filosofa Karen Barad (2007-2018), la performatività riguarda la struttura profonda del mondo; il modo in cui si performa l’intra-attività agenziale di tutta la materia. Barad la usa come “reticolo di diffrazione per leggere in modo incrociato alcuni importanti concetti provenienti dagli studi femministi, queer e scientifici”; la usa come tecnica per destabilizzare i confini tra discorso e materia, tra umano e nonumano; la usa per interrogare il carattere discorsivo e descrittivo di certe entità — come può essere il caso della parola “dominio”, figura di un processo multidirezionale che opera attraverso pratiche material-discorsive, come anche affettività, disciplina e controllo.
In quest’ottica quindi anche il dominio partecipa alla riconfigurazione
materiale del mondo attraverso pratiche materiali e discorsive, apparati di
produzione corporea e fenomeni. La performatività riguarda il modo in cui il dominio consiste
nelle pratiche che lo creano e nelle soggettività incarnate che produce, il
modo in cui si manifesta, rivela, performa, applica, dispensa, trasmette,
riproduce, archivia e perpetua i meccanismi e i dispositivi di potere; riguarda
la sua mobilità e ubiquità: in luoghi, pratiche corporee, confini, limiti,
occupazioni, parole, tecnologie digitali e informatiche; riguarda l’ambito
degli affetti: la definizione e istituzionalizzazione dei rapporti tra umani e
non; sesso e genere; comportamenti
sociali; violenza, razzismo, maschilità e femminilità; riguarda le
teorizzazioni del dominio di ogni genere e tempo, che condizionano il
dis/pensare e il de/costruire la nostra
implicazione nei dispositivi egemonici che ci riguardano, situano, controllano,
ingenerano e ri/producono. Evidenza della performatività di un cattivo uso del
dominio è l’antropocene.
Nel linguaggio politico anarchico, il termine ‘dominio’ indica il paradigma che governa rapporti micro e macro-politici e serve come concetto generico per vari aspetti coercitivi del sistema sociale — che controllano, sfruttano, umiliano, discriminano, ecc., persone e gruppi – le cui dinamiche gli anarchici cercano di scoprire, sfidare ed erodere, associandole sempre al discorso della resistenza.[5] Nell’analitica di Foucault (1982), sebbene il potere non coincida con il dominio, “il biopotere costruisce corpi, desideri e modalità della vita… attraverso un’organizzazione reticolare, un campo relazionale molteplice ed eterogeneo” dove il sapere è un modo per sorvegliare, assoggettare e controllare.[6] Lavorando sulla scia delle società disciplinari di Foucault, Deleuze definisce un nuovo regime di dominazione chiamato società del controllo che “non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti”: una società rizomatica e anti-struttura che ormai conosciamo intimamente, un liberismo super-produttivo dove vigono molteplicità e non-organizzazione, e dove la sorveglianza telematica invade ogni realtà, raccogliendo informazioni che trasforma in algoritmi:[7] una prevista “informatica del dominio”.
Il concetto di habitus nel saggio sul Dominio maschile di Bourdieu riguarda la generale ottemperanza volontaria che regge lo status quo (per noi “eteropatriarcale”) e si costruisce imponendo con violenza epistemica e simbolica disposizioni sociali arbitrarie ma legittimate, che somatizzano i rapporti sociali del dominio maschile sotto forma di schemi di percezione e di disposizioni che strutturano il consenso. “Inscritto nelle cose, l’ordine maschile si inscrive anche nei corpi attraverso le ingiunzioni tacite che la routine delle divisioni del lavoro o dei riti, collettivi o privati, comportano”, scrive.[8]
Lo scrittore attivista uruguaiano Raúl Zibechi condivide l’analisi del
dominio maschile sulle donne con l’antropologa e femminista argentina Rita
Segato. Si tratta di un “mandato di mascolinità” che consiste nell’obbligo, per gli uomini, di dover
provare di essere maschi, di possedere forza e potere fisico,
intellettuale, economico, bellico. Il mandato di mascolinità si traduce così in
mandato di violenza, parte costitutiva del dominio che si estende
alla guerra contro i popoli:
una guerra coloniale per appropriarsi dei beni comuni, il che presuppone l’azzeramento di quelle parti di umanità che si oppongono al furto di quei beni, sia perché ci vivono sopra, sia perché oppongono resistenza alla spoliazione, o semplicemente perché ‘avanzano’, nel senso che non sono necessari all’accumulazione di ricchezza[9].
Ma nel
“Manifesto in quattro temi”, Segato pone l’ordine patriarcale basato sul genere
come “fondamento e
centro di gravità di ogni forma di potere, cemento e pedagogia di violenza …, e
misoginia omofobica e transfobica della tarda modernità”. Sintomo della
sfrenata espansione del patriarcato nella sua nuova forma di dominio e controllo
sulla vita è la ‘pedagogia
della crudeltà’ a cui accennava Clotilde
Barbarulli nell’intervento al nostro convegno sul DE (2018), usata da
Segato per descrivere le modalità di rifeudalizzazione degli spazi comuni in
Sud America, tra cui il “femigenocidio” e lo stupro.
Studi femministi hanno molto
discusso sul patriarcato come causa prima o come concausa dell’oppressione
delle donne [Valerie Solanas, Monique Wittig, Schulamith Firestone, Audre Lorde,
tra tante…], spesso criticandone la presunta universalità e ubiquità (per
Butler si tratta piuttosto di un insieme di poteri disciplinari e regolatori). Il
femminismo radicale ha analizzato soprattutto l’obbligatorietà
dell’eterosessualità nei sistemi patriarcali. Per Monique Wittig l’eterosessualità obbligata è un
regime politico, e nel queer di Eve Sedgwick l’omofobia è un divieto
strutturale del regime eteropatriarcale (3). Anche Federico Zappino, nel suo libro più recente, ci
invita a lottare compatt* contro il regime sociale eterosessuale fondato sul
dominio, “un modo di produzione” di
disuguaglianze, di uomini e donne (26, 29).
Julietta Singh, cerca rimedi sia al fatto che il dominio è ovunque, sia
alla tentazione di smantellarlo attraverso facili inversioni binarie che
purtroppo producono altre forme di
dominio — anticoloniale rispetto al coloniale, per esempio — e ricorda
che sebbene per Frantz Fanon la violenza contro il potere
sia necessaria, mentre per Gandhi è essenziale la nonviolenza per fare
emergere un soggetto veramente libero, la
loro critica al dominio coloniale non ha evitato di produrre nuovi
soggetti dominatori; ha solo invertito il binarismo dominante-dominato (Singh:
24).
Ma l’habitus sovranista va contrastato, magari attraverso una lettura vulnerabile dell’umanità, nell’ottica di quelli che vengono esclusi dall’appartenenza, usando una metodologia erede di formulazioni decostruttive cruciali, come l’epistemologia della liberazione della filosofa giamaicana Sylvia Wynter, con la sua distinzione tra umano e Uomo, e con il concetto di “solidarietà deumanista”. Il deumanismo secondo Singh, si propone di togliere all’umano il suo primato usando “una pratica di recupero per strappare via le fondamenta violente (sempre strutturali e ideologiche) del dominio coloniale e neocoloniale che continua a rendere alcuni più umani degli altri” (Singh: 17). Per poter leggere altrimenti l’umanismo e “portare il postumano in conversazione critica con il decoloniale”, Singh si affida – e non è sola — all’utopico deumanesimo queer di José Esteban Muñoz, al suo desiderio di “toccare l’inumanità” (209) dove un soggetto non Umano, deumanizzato, sottratto al fare-mondo imperiale, può decostruire l’Uomo, immaginare altrimenti, e produrre a sua volta nuove agentività con altre modalità di spossessare l’umano che è in noi. [10]
Anche la ricerca post-qualitativa del neomaterialismo e del post-umanesimo contesta il dominio antropocentrico, il cui progetto di controllare e mercificare ogni forma di vita – persino il codice genetico è un capitale – sta avendo gli effetti nefasti che conosciamo. Il privilegio umano del sapere criticato da Bourdieu – e situato, soggiogato, limitato al punto di vista anche da scienziate femministe – deve essere drasticamente riconsiderato: è necessario tornare a un realismo critico e speculativo, materiale, interdisciplinare, correlazionista in ascolto di oggetti non-umani, macchine, materia. La ricerca non rappresentazionale[11] lavora non sul primato dominante del soggetto umano sull’oggetto, ma sulla corrispondenza con ogni forma di materia, analizzando i dati in base a differenze non gerarchiche, usando metodi performativi che intra-agiscono con il mondo; cercando risposte a domande, problemi, interventi anche individuali.
Per Donna Haraway è necessario riconoscere una giustizia multispecie e
la necessità del pensiero tentacolare (Chthulucene) che oltrepassa il letale
discorso antropocentrico.
La terra… contiene una miriade di temporalità, spazialità e miriadi di entità-assemblaggi intra-attive — incluso l’oltre-umano, altr-umano, inumano e umano-come-humus. Un modo per vivere e morire bene come esseri mortali nello Chthulucene è unire le forze per ricostruire rifugi, rendere possibile il recupero e la ricomposizione parziale e solida, biologico-culturale-politico-tecnologica, che contenga il lutto per perdite irrecuperabili.[12]
Ma “l’imperialismo umano non riconosce il nostro incapsulamento in un assemblaggio natural-cultural-tecnologico” – non riconosce, come dice Jane Bennett,[13] i nostri raggruppamenti fatti di elementi diversi e di materia vibrante, né riconosce – come hanno spiegato Donna Haraway e Karen Barad – che l’efficacia vitale della nostra agentività dipende dal potere di fare differenze che creano differenza. Eppure è ovvio che siamo parte di un massiccio e complesso assemblaggio di materia viva e interconnessa, sorgente di un vitalismo fatto di energia materiale e del “potere delle cose” (matter-energy, thing-power). L’agentività è sempre un assemblaggio, le parole sono attanti, le cose esercitano il loro potere su di noi, e in un assemblaggio la componente individuale non possiede sovranità. Dato che l’imperialismo umano col suo motto “asso piglia tutto” provoca la distruzione ecologica, è necessario rifiutare il primato antropologico, afferma Bruno Latour; dobbiamo rendere le persone responsabili dei loro effetti letali sulle infrastrutture ambientali.
Non lontana da questa posizione, la politologa femminista Françoise
Vergès, originaria dell’isola di Riunione nell’Oceano Indiano, che ora vive in
Francia occupandosi attivamente del Femminismo Nero, osserva però che le teorie
dell’Antropocene non tengono conto di come la distribuzione della catastrofe
climatica si colleghi a razzismo e imperialismo. “Dobbiamo rinnovare i modi di raccontare
l’alienazione e la violenza inscritte nelle relazioni strategiche del potere e
della produzione dalla modernità”, dice, e si chiede:
Quale metodologia è necessaria per scrivere una storia dell’ambiente che includa la schiavitù, l’imperialismo e il capitalismo razziale dal punto di vista di quelli che sono stati resi oggetti di commercio “a basso costo”, i loro corpi oggetti rinnovabili attraverso guerre, cattura, schiavitù, fabbricati come gente usa-e-getta, la cui vita non importa?[14]
Il Femminismo Nero, sia quello Nord-Americano sia quello europeo,[15] ritorna sempre a quell’apparato coloniale di violenza totale che è il dominio schiavista dove, secondo la critica afroamericana Hortense Spillers, il corpo nero non aveva genere. Al grado zero di concettualizzazione sociale, prima del “corpo” viene la “carne”, oggetto di scambio e mercato, e quindi la carne di una femmina nera non ha genere (66). Poiché nel mandato egemonico del dominio l’ordine simbolico è impegnato a mantenere la supremazia della razza e la legalità dell’ordine famigliare bianco, nel sanzionato traffico di corpi femminili “nudi e crudi” non c’è posto per la significazione e rappresentazione del genere – così come nelle narrative delle navi negriere non c’è posto per la contro-narrativa della domesticità socialmente collegata alla donna bianca del colonialismo. Ma c’è anche una forma di dominio epistemico a cui bisogna resistere, scrivono Akwugo Emejulu e Francesca Sobande dai punti di vista di immigrate inglesi:
Le
donne Nere in Europa devono lottare per la nostra umanità e simultaneamente
negoziare i discorsi delle politiche intersezionali di razza e genere del
dominante femminismo Nero nord-americano che rendono difficile nominare e agire
in base alle nostre particolari esperienze di razza, genere e classe in un contesto
europeo (4-5).
In uno degli eventi organizzati tra New York e Parigi dal collettivo americano Sojourner,[16] che ha il progetto di teorizzare su circostanze e pericoli della Nerezza e sulla vulnerabilità dei corpi Neri, alcune studiose — tra cui cito solo Françoise Vergès, Rizvana Bradlley, Gayatri Spivak, Tina Campt, Saidiya Hartman, Christina Sharpe e Denise Da Silva — si confrontano sul nuovo soggetto decoloniale del Futurismo Nero: su come confrontare l’anti-Nerezza/l’anti-Blackness; ripensare il mondo a partire dal Nero per fomentare una controrivoluzione globale che non chieda emancipazione ma che dia libertà. Intrecciano cronologie per mostrare come la razza continui a essere l’apparato etico-giuridico congegnato per garantire all’impero libero accesso a risorse, corpi e terre; la colonialità continua a essere presente in ogni aspetto del capitalismo.
La storica dell’arte Rizvana Bradley confronta il disagio che anche lei sente verso la bianchezza e verso un ordine sociale dominante dove si usano precarietà e violenza per screditare la soggettività dei non bianchi rendendoli illeggibili e invisibili. Alla ricerca di registri affettivi capaci di cogliere la temporalità della Nerezza, Bradley e le altre si ricollegano al saggio del 2016 di un’altra studiosa presente, la canadese Christina Sharpe, In the Wake. On Blackness and Being, [Nella scia: sulla Nerezza e l’essere]. Wake in inglese indica sia la scia della nave sia la veglia funebre. La nave, cronotopo dell’Atlantico Nero nello studio canonico di Paul Gilroy, è il loro oggetto paradigmatico: un simbolo di salvezza e pericolo, mezzo di trasporto per i passaggi transnazionali, gli attraversamenti mediterranei e oceanici, per migrazioni ed esilio, accumulazione di capitale, e commercio di schiavi che costituiscono ciascuno un capitale industriale. Il saggio di Sharpe è dedicato all’ “ortografia”, alla teoria e metodo di lettura della scia funesta lasciata dal trasporto in schiavitù, e al trauma continuamente sofferto dai sopravvissuti. Attraverso la “semiotica della nave negriera” Sharpe evoca le imbarcazioni storiche e contemporanee che hanno partecipato alla soggiogazione, allo sfruttamento e all’assassinio di persone Nere. Il passaggio in mare nelle imbarcazioni è un evento che per la sua ricorrenza dimostra la non linearità del tempo, scandisce una storia stratificata nel cumulo dei secoli, una storia dove la speranza di un nuovo comunismo comunitario si riduce al trasporto del capitale globale e alla morte.[17]
Anche per la filosofa
afrobrasiliana Denise Ferreira Da Silva l’elemento paradigmatico fondamentale
del nostro tempo sono i corpi persi in mare, il passato di schiavi e i genocidi
che in un omogeneo entanglement temporale collegano i nostri migranti mediterranei
con gli schiavi trasportati sull’Atlantico nero. Da Silva cita la mostra di un artista inglese
molto noto, Hew Locke — figlio di uno scultore guyanese e di una pittrice
inglese, nato in Scozia e cresciuto in Guyana – la cui installazione del 2016 a
New York, titolata The Wine Dark Sea [Il mare colore del vino] mostra 34
barche e navi sospese per creare una flottiglia a livello degli
spettatori. Prendendo il titolo
dall’Odissea di Omero, il lavoro di Locke coinvolge imbarcazioni storiche e
contemporanee come simbolo sia di speranza e prosperità che di oppressione e
povertà. La sua istallazione si rivolge
a visitatori per i quali migrazione e dislocamento hanno radici profonde nella
storia di famiglia.
Hew Loche, The Wine Dark Sea, 2016
Per Denise Da Silva,[18] la razza è “il più importante concetto etico-giuridico del presente globale” (2016) attraverso il quale la logica del dominio costruisce le interfacce multiple di corpi, istituzioni, ambiente, natura. Muovendosi nell’ambito del neo-materialismo, e attingendo alla meccanica quantistica, Da Silva esamina quelli che considera i tre presupposti lineari del dominio coloniale: presupposti fondamentali della grammatica razziale moderna — separazione, determinazione e sequenzialità che si traducono in identità, nazione, etnia, genere. A questo “mondo ordinato” della colonizzazione neoliberista globale, Da Silva contrappone la visione di un “mondo correlato” animato dal pensiero posizionale, frattalico e poetico del futurismo Nero – dove il termine “poethico” riassume l’entanglement di poetica, etica e politica; mentre il termine “frattalico” sta per immanente, scalare, abbondante, indeterminato: una composizione contingente e complessa di singolarità intrecciate. Sta per una poethica femminista Nera che si occupa della materia grezza, cruda, quella materia che è stata appropriata (estratta, violata) ma non del tutto obliterata, … simile alla “carne” di Hortense Spillers. Questa Cosa, cruda e grezza in quanto referente dell’indeterminazione quantica (∞ − ∞), oppure in quanto materia prima, afferma la capacità della Nerezza di liberare l’immaginazione dal pugno del soggetto bianco e delle sue forme. Ma si tratta solo di un inizio per un pensiero capace di contemplare insieme virtualità e attualità.
Un altro testo di Da Silva mi
ha fatto ripensare al discorso, ricorrente e condiviso nel Futurismo Nero,
sulla costruzione di corpi, ambiente e natura da parte dei poteri dominanti.
In un saggio intitolato “Corpus infinitum”, Da
Silva commenta una mostra e un film di Carlos Motta, artista di New York con
origini colombiane, che si occupa di comunità e identità marginali. In
Portogallo, facendo ricerca in resoconti ufficiali, Motta scopre
negli archivi dell’Inquisizione, il processo del 1731 a uno schiavo nero
sodomita. Questo soggetto imprevisto scompagina il filo dei discorsi
dell’architettura giuridica ecclesiastica che produce soggetti razziali,
coloniali, religiosi, ma non un’analisi intrecciata di sessualità e razza che
definisca il corpo di un subalterno sessuale.
José Francisco Pereira disturba la continuità storica e discorsiva della
costruzione coerente di chi la Santa Inquisizione prevede possa essere
condannato a morte, quindi Pereira non morirà come schiavo nero sodomita, ma infine
morirà come eretico, perché possiede un sacchetto di amuleti (bolsas de
mandinga), considerati non reperti antropologici, ma strumenti diabolici.
Le riflessioni di Motta e Da Silva sulla costruzione dei corpi nella storia mi ricollegano alla mostra 3x3x6, allestita per la biennale di Venezia di quest’anno al Palazzo delle Prigioni (dove Casanova fu rinchiuso nel 1755—il processo a Pereira è del 1731). L’istallazione su quattro stanze è stata creata dall’artista multimediale Shu Lea Cheang — originaria di Taiwan che vive a Parigi — in collaborazione con il filosofo spagnolo Paul B. Preciado. Si tratta di una installazione a interfacce multiple; di una narrativa trans-cronologica sulla costruzione e normalizzazione della soggettività sessuale da parte di regimi che hanno usato e usano tecnologie di confinamento e controllo, in transizione da una società organica e industriale a una società informatica e polimorfa con nuovi sistemi di dominio e con architetture disciplinari che qui vanno dal Panopticon, carcere progettato dai fratelli Bentham nel 1786, fino agli onnipresenti sistemi di sorveglianza high tech della società contemporanea — nei casi di prigionia per non conformità di genere, sesso e razza tra cui Casanova (ai Piombi nel 1755), de Sade (32 anni in carcere ma alla Bastiglia nel 1785), e Foucault (incarcerato in Polonia nel 1959).[19]
Shu Lea Cheang, 3x3x6, Venice Biennale 2019
Questa scansione temporale dell’identità di genere mi
riporta a chiudere con la domanda di Gayatri Spivak al discorso inaugurale
dell’Academy of Unlearning (Vienna 2017): “Che ore sono all’orologio del mondo?”
La visione del tempo sovrapposto delle migrazioni ricorrente nel Futurismo Nero, richiama le osservazioni di Karen Barad sull’etica dell’ entanglement e i nostri obblighi verso il passato-futuro considerando la natura unilineare del tempo (251/265)[20], un dominio spettrale dove vita e morte convivono e si manifestano entangled, inseparabili – dove il “golden spike”, il chiodo d’oro che congiunge il mondo nel 1492 convive con tutte le storie intrecciate del colonialismo, dentro l’apocalisse nucleare e le condizioni climatiche del capitalocene collegate al progresso tecnologico e alla globalizzazione neoliberista. Nella scala della materia e nella scala del tempo, passato e presente non si possono separare. Per Barad il mondo funziona sotto il dominio dell’orologio atomico, “il suo tempo è sincronizzato a un futuro Senza Futuro” – quello della dissoluzione. L’imperialismo è un progetto primo-mondista totalizzante e universalista, eppure una pratica materiale collegata al complesso industriale-materiale — la fisica quantistica — potrebbe offrire speranze di cambiamento dentro i sistemi egemonici di dominio, inquietando la totalità e la chiusura attraverso l’indeterminazione. Potrebbe—
Barad,
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[1] Trad: Il potere è cosa mi piace di più al mondo/la lotta per non usarlo ogni giorno.
[2] https://www.youmath.it/…funzioni…
[3] Douglas Robinson, Performative Linguistics: Speaking and Translating as Doing Things with Words. Routledge, London 2003.
[4] Ilenia Caleo, “Dentro le turbolenze espressive della materia”, Bodymetrics. La misura dei corpi. Quaderno1, Natura/cultura/ artificio, a cura di EcoPol/Ilenia Caleo, IAPh Italia, Roma 2018, on line.
[5] Uri Gordon, Anarchy Alive! Pluto Press, London 2008: 32.
[6] Cito la lettura di Foucault di Filippo Domenicali, “Come si esercita il potere?” alla conferenza tenuta a Genova il 19/12/12. Vedi http// www.ladeleuziana.org › 2014/05/29.
[7] Gilles Deleuze, “La società del controllo”, L’autre journal 1, maggio 1990; Diletta Huyskes, “Oggi viviamo nella società del controllo. Deleuze l’aveva previsto vent’anni fa” https://thevision.com/cultura/deleuze-societa-del-controllo/
[8] Pierre Bourdieu, Il dominio maschile (1998), trad. it. Alessandro Serra, Milano, Feltrinelli, 2009: 45-46; Antonio Di Stefano, Una micro-teoria del potere: Pierre Bourdieu tra etnografia, cultura e relazionalità, Rubbettino, 2013.
[9] Raúl Zibechi, “Demolire il mandato di mascolinità” 19 Giugno 2019. Vedi lo scambio con Rita Segato, antropologa e femminista argentina, la quale sostiene che il “mandato di mascolinità” consiste nell’obbligo, per gli uomini, di dover provare di essere maschi, dimostrando forza e potere: fisico, intellettuale, economico, bellico. Il mandato di mascolinità si traduce così in mandato di violenza (ndt). Di Rita Laura Segato vedi “A Manifesto in Four Thenes”, trad. Ramsey McGlazer, Critical Times 1/1, 2018 <eronomade.info>.
[10] Denise Ferreira da Silva, “Before Man: Sylvia Wynter’s Rewriting of the Modern Episteme” in Sylvia Wynter: On Being Human as Praxis, a cura di Katherine McKittrick, Duke UP, 2015.
[11] Le geografie non-rappresentazionali descrivono quello che avviene, gli aspetti pre-cognitivi della vita corporea, gli affetti e l’efficacia performativa dei nostri rapporti concreti con il mondo. Vedi Federica Timeto, “Diffracting the rays of technoscience: a situated critique of representation”, Poiesis & Praxis, 8(2-3) dicembre 2011: 151–167.
[12] Donna Haraway “Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin”, Environmental Humanities, vol. 6, 2015, pp. 159-165; trad. it. di Antonia Anna Ferrante, “Antropocene, Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene: Fare Parenti”, su <www.globalproject.info> il 10/5/18.
[13] Jane Bennett, “There force of Things” (2004): 361; v. Blogs. Cornell.edu; vedi Eurozine: Bennett e Klaus Loenhart; vedi Vibrant Matter: a political ecology of things, Duke UP, Durham and London 2010. Vedi anche Guoyu Sun, “theagency-of-assemblagesvibrant-matter-by-janebennett <blogs.cornell.edu>.
[15] Vedi To Exist is To Resist. Black Feminism in Europe, a cura di Akwugo Emejulu e Francesca Sobande, Pluto Press, London 2019.
[16] Il collettivo “Praticare il rifiuto” (The Practicing Refusal Collective) viene creato nell’ottobre 2015 da Tina Campt e Saidiya Hartman per iniziare un dialogo sull’anti-nerezza nel ventunesimo secolo. Ora è un Gruppo di lavoro sponsorizzato dal Barnard Center for Research on Women. Esploriamo i nostri presupposti critico-teorici dei tre anni scorsi riflettendo sul rifiuto come pratica critica utile a trattare la precarietà, la fungibilità (intercambiabilità), e il futuro della nerezza. Il nostro tema è l’anti-blackness globale.
[17] Visualizing Refusal: A Conversation with Tina Campt and Rizvana Bradley. The Sojourner Project: Dialogues on Black Precarity, Fungibility, andFuturity a Parigi, 30-31/10, 2018 (Ultimo aggiornamento in data 22/12/2018).
[18] Denise Ferreira Da Silva insegna alla University of British Columbia, Vancouver dove dirige l’Institute for Gender, Race, Sexuality and Social Justice,. Per le sue pubblicazioni vedi la bibliografia.
[19] Shu Lea Cheang e Paul B. Preciado, Costruzione della soggettività sessuale e tecnologie di controllo, 28 luglio 2019 di REDAZIONE <alfabeta2.it>
[20] Karen Barad, “Troubling time/s and ecologies of nothingness: re-turning, re-membering, and facing the incalculable” new formations: a journal of culture/theory/ politics, 92.05.2017: 56-86.
In preparazione dell’evento di Giovedi 12 Aprile all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, condividiamo la traduzione di questo saggio che precedeva di poco la pubblicazione del testo Staying With the Trouble e che ne contiene in nuce contenuti e brevi estratti. La traduzione è di Antonia Anna Ferrante. Qui, invece, è possibile consultare il testo originale.
Non c’è dubbio che i processi antropogenici abbiano avuto effetti sul pianeta, anche in inter/intra- azione con altri processi e specie, sin da quando le nostre specie possano essere identificate (poche decine di migliaia di anni); e tra questi processi l’agricoltura ha avuto effetti enormi (per poche migliaia di anni). Di sicuro, sin dal principio, i più grandi terraformers (terraformatori, ndt) e trasformatori del pianeta sono stati e sono tutt’ora i batteri e le loro parentele[1], anche in miriadi di tipi di inter/intra-azione (comprese le persone e loro pratiche, tecnologiche o di altro tipo).[2] La diffusione di piante che disperdono, semi milioni di anni prima dell’agricoltura umana, comportò una trasformazione planetaria, e così avvenne per numerosi altri eventi storici rivoluzionari nell’evoluzione dello sviluppo ecologico.
Le persone, presuntuosamente, si buttarono nella mischia perfino prima che loro/noi esseri fossimo definiti Homo sapiens. Penso che la questione della definizione rispetto all’Antropocene, Piantagionocene o Capitalocene dipenda da misure, tassi di velocità, sincronicità, e complessità. La domanda costante nel riflettere tali fenomeni sistemici dovrebbe essere, a che punto i cambiamenti di grado divennero cambiamenti di tipo, e quali sono gli effetti delle persone (non dell’Uomo) situate bioculturalmente, biotecnicamente, biopoliticamente, storicamente, rispetto a, e in combinazione con, gli effetti di altri assemblaggi di specie e altre forze biotiche/abiotiche? Nessuna specie agisce da sola, nemmeno la nostra, che è così arrogante da fingersi brava gente nella cosiddetta tradizione moderna occidentale; assemblaggi di specie organiche e attori abiotici scrivono la storia, sia dell’evoluzione di altri tipi.
Ma esiste un punto di svolta che cambia il nome del “gioco” della vita sulla terra per tutti e tutto? È più dei cambiamenti climatici; è anche un’ enorme quantità di rifiuti tossici, estrazioni, prosciugamento di laghi e fiumi sotterranei e non, semplificazione dell’ecosistema, vasti genocidi di persone e altri tipi di esseri, ecc, ecc, sistematicamente collegati ad altri schemi che minacciano il collasso di sistemi più grandi dopo il collasso di sistemi maggiori, dopo il collasso di sistemi maggiori. La ripetizione può essere una seccatura.
Anna Tsing in un recente saggio chiamato “Feral Biologies” suggerisce che il punto di svolta tra l’Olocene e l’Antropocene possa essere stato la distruzione della maggior parte dei rifugi dai quali diversi assemblaggi di specie (con o senza le persone) possono essere stati ricostruiti dopo eventi catastrofici (come desertificazione, disboscamento, oppure, oppure…).[3] Questo fa parte delle riflessioni del coordinatore del World-Ecology Research Network, Jason Moore, per il quale la natura a basso costo ormai è giunta alla fine; non si può svalutare la natura ancora a lungo per sostenere l’estrazione e la produzione all’interno e del mondo contemporaneo stesso, perché la maggior parte delle riserve della terra sono state prosciugate, bruciate, esaurite, avvelenate, sterminate, drenate in qualunque modo.[4] Grandi investimenti, immensa creatività e una tecnologia destituente possono bilanciare i conti, ma la natura a basso costo è veramente finita. Anna Tsing sostiene che l’Olocene era il lungo periodo in cui i rifugi esistevano ancora, addirittura abbondavano, per sostenere il ripopolamento diversificato culturalmente e biologicamente. Forse l’indecenza che merita un nome come Antropocene è proprio l’aver distrutto spazi e tempi di altre persone e altri esseri. Io, insieme ad altri, penso che l’Antropocene sia più un evento limite piuttosto che un’epoca, come il K-Pg tra il Cretaceo e il Paleogene.[5] L’Antropocene è caratterizzato da momenti di forte discontinuità; ciò che viene dopo non sarà mai come quello che già c’era. Credo che il nostro compito sia rendere L’Antropocene il più breve/sottile possibile e di coltivare reciprocamente in qualunque modo la prossima epoca affinché possano riprodursi i rifugi.
Proprio adesso, la terra è piena di rifugiati, umani e non umani, che non hanno rifugio.
Per questo, credo che un nuovo nome importante, in realtà più di uno, è giustificato: per questo, Antropocene, Piantagionocene, [6] e Capitalocene (un termine utilizzato da Andreas Malm e Jason Moore prima di me)[7]. Insisto sulla necessità di avere un nome per le forze e i poteri sin-chthonici e dinamici attualmente in corso di cui le persone sono parte, all’interno dei quali la processualità è centrale. Forse, ma solo forse, e con un grande impegno, lavoro e azione di collaborazione con altri terrestri, sarà possibile il fiorire di altri assemblaggi multispecie, incluse le persone. Sto chiamando tutto ciò Chthulucene – per il passato, presente e quel che sarà.[8] Questi tempo spazio reali e possibili non prendono il nome dal mostro misogino e razzista dello scrittore di SF H.P. Lovecraft, Cthulhu (notare il differente spelling), piuttosto prende il nome da diverse potenze tentacolari grandi quanto la terra, forze e collettività che si chiamano Naga, Gaia, Tangaroa (esplosa dalle acque di Papa), Terra, Aniyasu-hime, Spider Woman, Pachamama, Oya, Gorgo, Raven, A’akuluujjusi, e moltissime altre. Il “mio” Chtulucene, anche se con le problematiche radici grecizzanti, contiene una miriade di temporalità, spazialità e miriadi di entità-assemblaggi intra-attive – incluso l’oltre-umano, altr-umano, inumano e umano-come-humus. Anche reso in un testo in Inglese americano come questo, Naga, Gaia, Tangaroa, Medusa, Spider Woman e tutte le loro parentele sono solo alcuni dei migliaia di nomi appropriati alla SF che Lovercraft non avrebbe potuto immaginare e cogliere – ovvero, le reti prodotte in narrazioni speculative, femminismo speculativo, fantascienza, e fatti scientifici.[9] È importante quali storie raccontino storie, quali concetti pensino concetti. Matematicamente, visualmente, e narrativamente, è importante quali figure figurino figure, quali sistemi sistematizzino sistemi.
Tutti i migliaia di nomi sono troppo grandi o troppo piccoli; tutte le storie sono troppo grandi o troppo piccole. Come Jim Clifford mi ha insegnato, abbiamo bisogno di storie (e teorie) che siano grandi abbastanza per contenere le complessità e che restino aperte e assetate di sorprendenti connessioni vecchie e nuove.[10]
Un modo per vivere e morire bene come esserini mortali nello Chthulucene è unire le forze per ricostruire rifugi, rendere possibile il recupero e la ricomposizione parziale e solida, biologico-culturale-politico-tecnologica, che tenga dentro il lutto per le perdite irrecuperabili. Questo l’ho imparato da Thom van Dooren e Vinciane Despret.[11] Abbiamo già subito molte perdite, e ne subiremo ancora molte altre. Una nuova rigenerazione non può venire dai miti di immortalità o fallimento per esser gravida di morte e estinzione.[12] C’è tanto lavoro per Speaker for the Dead di Orson Scott Card. E ancora di più sul fare mondo di Ursula LeGuin in Always Coming Home.
Io sono una compost-ista, non una postuman-ista; siamo tutt* compost, non postuman*. Il limite rappresentato dall’ Antropocene/Capitalocene significa molte cose, incluso che le distruzioni irreversibili e immense sono veramente in corso, non solo per gli 11 miliardi di persone che saranno sulla terra intorno alla fine del 21esimo secolo, ma anche per miriadi di altri esseri. (L’incommensurabile ma ragionevole numero di 11 miliardi di persone circa sarà contenibile solo se i tassi di natalità di bambini umani rimangono bassi; se aumentano ancora, va tutto a monte.) La soglia dell’estinzione non è una metafora; il collasso del sistema non è un thriller. Chiedete a qualunque rifugiato di qualunque specie.
Lo Chthulucene necessita almeno di uno slogan (certo, molti di più); mentre gridiamo “Cyborg per la sopravvivenza terrestre”, “Corri veloce, mordi duro” e “Taci e Allenati”, io propongo anche “Fate parenti non fate bebé!”. Fare parenti è forse la parte più difficile ed è anche la più urgente. Le femministe dei tempi nostri sono state leader nello svelare l’ipotetico legame tra sesso e genere, razza e sesso, razza e nazione, classe e razza, genere e morfologia, sesso e riproduzione e riproduzione e comporre persone (qui siamo in debito con le Melanesi, in alleanza con Marilyn Strathern e la sua parentela etnografica).[13] Se ci deve essere un’ ecogiustizia multispecie, che possa accogliere diverse persone umane, è assolutamente il momento che le femministe esercitino la leadership sull’immaginazione, sulla teoria e sull’azione per svelare i legami sia tra genealogia e parentela, sia tra parentela e specie.
I batteri e i funghi sono ricchi nel darci metafore; ma, a parte le metafore (buona fortuna per quelle!), noi abbiamo un lavoro da mammifer* da espletare, insieme ai nostri collaboratori e co-lavoratori sim-poietici, biotici e abiotici. Dobbiamo fare parenti sim-poieticamente e sim-chthonicamente. Chiunque e qualunque cosa siamo, abbiamo bisogno di fare insieme, di divenire insieme, comporre insieme – i legami terrestri (grazie per questo termine, Bruno Latour).[14]
Noi, persone umane di ogni dove, dobbiamo affrontare urgenze fondamentali e sistemiche; inoltre, fin qui, come sostiene Kim Stanley Robinson in 2312, stiamo vivendo nell’epoca de “l’esitazione” uno “stato di agitazione inconcludente” (che, in questo racconto SF, dura dal 2005 al 2060 – troppo ottimista?).[15] Forse l’esitazione è un nome più calzante sia di Antropocene che Capitalocene! L’esitazione sarà iscritta negli strati di roccia della terra, sicuramente è già scritta negli strati minerari della terra. Gli strati sim-chthonici non esitano; essi compongono e decompongono, due pratiche che sono minacciose e promettenti. In conclusione, l’egemonia umana non è una questione sim-chthonica. Come dicono Beth Stephens e Annie Sprinkle, artiste ecosessuali, fare compost è così eccitante!
Il mio obiettivo e di rendere il termine “parentela” qualcosa di altro e ulteriore rispetto alle entità collegate dalla stirpe e dalla genealogia. Distaccarci un attimo dalla famiglia potrebbe sembrare per un attimo un errore, ma dopo sembra essere corretto nello svolgimento del discorso (speriamo!). Fare-parentela è fare persone, non necessariamente intesi come individui o umani. Fui commossa al college dal gioco di parole di Shakespeare su kin/kind (parentela/gentilezza ndt.) – i più gentili non erano necessariamente parenti; praticare parentela praticando gentilezza (come categoria, cura, parenti senza legami di nascita, parentele acquisite, e molti altri eco) allarga l’immaginazione e può cambiare il corso del racconto. Marilyn Strathern mi ha insegnato che il termine “parenti” (in inglese relatives ndt) in Inglese britannico erano originariamente “relazioni logiche” e divennero “membri di famiglia” solo nel 17esimo secolo – questo è sicuramente tra gli aneddoti che più amo.[16] Uscite dall’Inglese, e le cose straordinarie si moltiplicheranno.
Penso che l’ampliamento e la ricomposizione della parentela sono concesse dal fatto che tutti i terresti sono imparentati nel significato più profondo, e ed è ormai tempo di praticare una migliore cura di diversi tipi di specie in assemblaggio (non le singole specie una alla volta). Parente è una di quelle parole che producono assemblaggi. Tutte gli esseri sono “carne”, acquisita, semioticamente e genealogicamente. Viene fuori che gli avi sono stranieri molto interessanti; le parentele sono sconosciute (all’infuori di quello che pensavamo fosse una famiglia o una gens), destabilizzanti, inquietanti, attivanti.[17]
Troppo per un piccolo slogan, lo so, eppure proviamoci! Tra un paio di centinaia di anni, forse le persone umane di questo pianeta potranno essere di nuovo stimate intorno ai due tre miliardi, e allo stesso tempo saranno parte dell’incremento di benessere per i diversi esseri umani e altri esserini come mezzo e non solo come fini.
Quindi, fate parenti, non fate bebé! È importante come la parentela generi parentela.[18]
[1] Qui traduciamo come parente, ma dobbiamo pensare questo legame non solo tra consaguinei o acquisiti, quanto piuttosto in termini radicali di relazioni di cura e affetto reciproco all’interno di reti di altre intimità (ndt.)[2] Intra-azione è un concetto da Karen Barad, Meeting the Universe Halfway (Durham, NC Duke University Press, 2007). Io continuo ad utilizzare anche inter-azione affinché possa restare leggibile per coloro che ancora non hanno compreso il cambiamento radicale che richiede l’analisi di Barad, ma probabilmente anche per le mie abitudini linguisticamente promiscue. [3] Anna Tsing, “Feral Biologies” (paper for or Anthropological Visions of Sustainable Futures, University College London, February 2015). [4] Jason Moore, Capitalism in the Web of Life (NY: Verso, 2015). [5] E’ stato Scott Gilbert ad avermi fatto notare, durante il dibattito Ethnos e altri confronti all’Università di Aarhus nell’Ottobre del 2014, che l’Antropocene e il Piantagionocene dovrebbero esser considerati eventi limite come il K.Pg, non un epoca. Guardare la nota 6, sotto. [6] In un dibattito per Ethos all’Università di Aarhus nell’Ottobre 2014, i partecipanti produssero collettivamente il nome Piantagionocene per le trasformazioni devastanti di diversi tipi di fattorie (di tipo umano), pastorizia, e foreste in piantagioni intensive e proprietarie, che funzionavano grazie al lavoro schiavistico e altre forme di lavoro sfruttato, alienato e solitamente spazialmente trasportato. Il dibattito trascritto sarà pubblicato come “Anthropologists Are Talking About the Anthropocene, ” in Ethnos. Guarda il website AURA. Gli studiosi hanno da molto compreso che il sistema delle piantagioni di schiavi era il modello e il motore per il sistema fondato su fabbriche di macchine avide di carbone che spesso è stato considerato un punto di svolta per l’Antropocene. Allevati nelle circostanze più dure, i giardini degli schiavi non solo provvedevano al fondamentale cibo a uso umano, ma anche al rifugio per piante, animali, funghi e suoli biodiversi. I giardini degli schiavi sono un mondo non esplorato, soprattutto se paragonati agli orti botanici imperiali, per il viaggio e la propagazione di miriadi di esseri. La generatività semiotica di materiale in movimento intorno al mondo per l’accumulazione di capitale e profitto – il rapido spostamento e riformulazione di plasma germinale, genoma, germogli, e tutti gli altri nomi e forme di parti di organismi, piante sradicate, animali e persone – è un’operazione definitiva del Plantationcene, del Capitalocene e dell’Antropocene presi insieme. Il Piantagionocene continua con ancor maggior ferocia nelle industrie globalizzate di produzione di carne, nel business delle monoculture, e nelle immense sostituzioni di coltivazioni di olio di palma al posto di foreste multispecie e dei loro prodotti che sostengono allo stesso modo esseri umani e non umani. Tra i partecipanti di Ethos ci sono Noboru Ishikawa, Anthropology, Center for South East Asian Studies, Kyoto University; Anna Tsing, Anthropology, University of California at Santa Cruz; Donna Haraway, History of Consciousness, University of California a Santa Cruz; Scott F. Gilbert, Biology, Swarthmore; Nils Bubandt, Department of Culture and Society, Aarhus University; and Kenneth Olwig, Landscape Architecture, Swedish University of Agricultural Sciences. Gilbert ha adottato il termine Piantagionocene come parola chiave per le sue riflessioni in Coda alla seconda edizione del suo popolare manuale, Scott F. Gilbert and David Epel, Ecological Developmental Biology (USA: Sinauer Associates, in corso di pubblicazione). [7] Attraverso uno scambio di mail personali con Jason Moore e Alf Hornborg alla fine del 2014, sono venuta a sapere che Malm aveva proposto il termine Capitalocene in un seminario a Lund, Svezia, nel 2009, quando ancora era uno studente universitario. Inizialmente ho utilizzato il termine indipendentemente in seminari pubblici a partire dal 2012. Moore sta curando un libro intitolato Capitalocene (Oakland CA: PM Press, in pubblicazione 2016) che avrà saggi di Moore, Malm, io stessa e Elmar Altvater. Le nostre reti di collaborazione si rinsaldano. [8] Il suffisso “-cene” prolifera! Rischio di sovrabbondare nell’uso, ma siamo in ostaggio del significato profondo del –cene/kainos, letteralmente, la temporalità del viscoso, fibroso, grumoso “adesso”, che è passato, ma anche no. [9]Os Mil Nomes de Gaia/I mille nomi di Gaia era la conferenza internazionale generativa organizzata da Eduardo Viveiros, de Castro, Déborah Danowski, e i loro collaboratori nel Settembre 2014 a Rio de Janeiro. Molte delle discussioni della conferenza, alcune in Portoghese altre in Inglese, possono essere viste qui. Il mio contributo fu condiviso attraverso skype ed è disponibile qui. [10] James Clifford, Returns: Becoming Indigenous in the Twenty-first Century (Cambridge MA: Harvard University Press, 2013). [11] Thom van Dooren, Flight Ways: Life and Loss at the Edge of Extinction (New York: Columbia University Press, 2014). Vinciane Despret, “Ceux qui insistent,” in Faire Art comme on fait societé, ed. Didier Debaise, et al. (Paris: Réel, 2013). Per la ricchezza di saggi a cura di Vinciane Despret, tradotti in inglese, guarda Angelaki 20, no. 2, fine pubblicazione 2015, Ethology II: Vinciane Despret, a cura di Brett Buchanan, Jeffrey Bussolini, and Matthew Chrulew, prefazione a cura di Donna Haraway, “A Curious Practice.” [12] Orson Scott Card, Speaker for the Dead (NY: Tor Books, 1986). [13] Marilyn Strathern, The Gender of the Gift: Problems with Women and Problems with Society in Melanesia (Oakland CA: University of California Press, 1990). [14] Bruno Latour, “Facing Gaïa: Six Lectures on the Political Theology of Nature,” Gifford Lectures, 18-28 February, 2013. [15] Kim Stanley Robinson, 2312 (London: Orbit, 2012). Questo straordinario racconto SF ha vinto il premio Nebula. [16] Marilyn Strathern, “Shifting Relations” (paper per Emerging Worlds Workshop, University of California at Santa Cruz, 8 February, 2013). Fare parentela è una pratica che sta crescendo in popolarità, e cominciano a diffondersi nuovi nomi. Guarda Lizzie Skurnick, That Should Be a Word (NY: Workman Publishing, 2015) per “kinnovator,” (parentinnovatore ndt.) una persona che mette su famiglia in modalità non convenzionali, alla quale io aggiungo “kinnovation”. Skurnick propone anche “clanarchico.” Queste non sono solo parole; sono indizi e spinte a fare un terremoto nel produrre parentele che non siano limitate agli apparati della famiglia occidentale, eteronormativa o non. Penso che i/le bebé dovrebbero essere rari, allevati, e preziosi; e la parentela dovrebbe essere abbondante, imprevista, durevole e preziosa. [17] “Gens” è un’altra parola, di origine patriarcale, con la quale le femministe si scontrano. Le origini e le conclusioni non si determinano reciprocamente. La parentela e la gens provengono dallo stesso ceppo della storia delle lingue Indo europee. In momenti di interazione fiduciosa e comunitaria, si può leggere Gens. A feminist manifesto for the study of Capitalism, di Laura Bear, Karen Ho, Anna Tsing, and Sylvia Yanagisako. La scrittura è forse troppo arida (sebbene le pallottole dei post aiutino), e non ci sono esempi preganti per rendere questo Manifesto seducente per i lettori più esigenti; ma i riferimenti danno enormi risorse riflettere su tutto ciò, la maggior parte dei quali frutto di lunghe etnografie, intimamente impegnate e profondamente teorizzate. Più nel dettaglio leggere Anna Tsing, The Mushroom at the End of the World: on the Possibility of Life in Capitalist Ruins (Princeton NJ: Princeton University Press, 2015). La precisione dell’approccio metodologico in Gens; a feminist Manifesto for the Study of Capitalism è rivolto a quei sedicenti marxisti o altri teorici che osteggiano il femminismo, e che inoltre non affrontano l’eterogeneità dei mondi della vita reale ma che si ostinano in categorie come i Mercati, l’Economia, o la Finanziarizzazione (o, aggiungerei, Riproduzione, Produzione e Popolazione – in breve, le categorie considerate adeguate agli standard liberali e alla politica socialista non-femminista). Andate voi e i vostri parenti a fare la rivoluzione sui libri ad Honolulu! [18] La mia esperienza è che coloro che io ho a cuore come “la nostra gente”, a sinistra o qualunque altro termine possiamo usare senza che gli venga un colpo, sentono neo-imperialismo, neo-liberismo, misoginia e razzismo nella parte “non bebé” del “fate parenti non fate bebé” (chi può biasimarli?). Immaginiamo che la parte “fare parenti” sia la più facile ed eticamente e politicamente più solida. Non è vero! “fate parenti” e “non bebè” sono entrambe difficili; entrambe richiedono la nostra migliore creatività emotiva, intellettuale, artistica, e politica, individualmente e collettivamente, attraverso differenze ideologiche e territoriali, tra le altre differenze. Quello che intendo è che “la nostra gente” in parte, possano essere paragonati ad alcuni cristiani che negano i cambiamenti climatici: credenze e dedizione sono troppo radicate per permettere di ripensare e riprovare. Per la nostra gente rivisitare ciò che era patrimonio della destra e dei professionisti dello sviluppo come l’”esplosione di popolazione” può sembrare come avventurarsi nel lato oscuro.Ma la negazione non ci aiuterà. So che “popolazione” è una categoria che produce lo Stato, il tipo di “astrazione” e di “discorso” che riproduce la realtà per tutti, ma non fa bene a tutti. Penso anche che studi di ogni tipo, epistemologicamente e affettivamente comparabili ai diversi studi per il rapido cambiamento climatico, mostrino che 7-11 miliardi di esseri umani hanno richieste che non possono essere soddisfatte senza un immenso danno a tutti gli essere umani e non umani sulla terra. Questa non è solo una questione causale; l’ecogiustizia non ha un approccio univoco preferenziale per la cascata di stermini, immiserimento ed estinzioni sulla terra oggi. Ma attribuire la colpa al Capitalismo, all’imperialismo, al Neoliberismo, alla Modernizzazione o qualunque cosa “all’infuori di noi”, per l’attuale catastrofe dovuta alla pressione umana, neanche funzionerà. Queste questioni richiedono un lavoro difficile, inesorabile; ma richiedono anche gioia, gioco, e respons-abilità per affrontare gli altri imprevisti. Tutte le parti di queste questioni sono troppo importanti per la Terra per consegnarle nelle mani della destra o i professionisti dello sviluppo o chiunque altro nei campi del business-come-al-solito. Ecco qui la necessità di una parentela stramba – non natalista e fuori categoria!Dobbiamo trovare modi di celebrare i bassi tassi di nascita e decisioni intime e personali per rigenerare vite generose (incluse parentele innovative e durevoli – kinnovating) senza fare altri bambini – urgentemente e specialmente, ma non esclusivamente, in regioni, nazioni, comunità, famiglie e classi sociali, ricche, consumiste e che esportano miseria. Abbiamo bisogno di incoraggiare la popolazione e altre politiche che affrontino questioni demografiche spaventose attraverso la diffusione di parentele altre da quelle natali – incluse politiche di immigrazione non razziste, ambientali, e di supporto sociale per nuovi arrivat* e nativ* allo stesso modo (educazione, abitazioni, salute, creatività di genere e sessuale, agricoltura, pedagogie per allevare creature altrimenti umane, tecnologie e innovazioni sociali per mantenere i più anziani in salute e produttivi, ecc..)L’inalienabile diritto (che parola per una questione così delicata! – in inglese right è il termine utilizzato per la destra ndt.) al far nascere o meno un bebé non è in questione per me; la coercizione è sbagliata ad ogni livello su questa questione, e tende a ritorcersi contro in ogni caso, questo vale anche per coloro che sono inclini a supportare leggi e abitudini coercitive (e io non sono tra queste). D’altro canto, cosa accadrebbe se il nuovo normale divenisse l’aspettativa culturale per la quale ogni bebé avesse tre genitori impegnati per tutta la vita (che non siano necessariamente amanti tra loro e che non mettessero al mondo altri bambini oltre a quello, sebbene loro possano vivere in case con più bambini e più generazioni)? Cosa accadrebbe se pratiche serie di adozione per i più anziani divenissero comuni? Cosa accadrebbe se le nazioni preoccupate per il basso tasso di nascite (Danimarca, Germania, Giappone, Russia e l’America bianca) riconoscessero che la paura degli immigrati è un grande problema, e che i progetti e le fantasie di purezza razziale spingano ad un risorgente pronatalismo? Cosa accadrebbe se ovunque le persone cercassero kinnovazioni non nataliste per gli individui e i collettivi nei mondi queer, decoloniali, indigeni invece che nei paesi ricchi e che espropriano ricchezza Europei, Euro-Americani, Cinesi e Indiani?Come promemoria che attualmente le fantasie di purezza razziale e il rifiuto ad accettare immigrati come pieni cittadini produce politiche nel mondo “progressista” e “sviluppato”, guarda Danny Hakim, “Sex Education in Europe Turns to Urging More Births”. Rusten Hogness ha scritto in un post di Facebook del 9 Aprile, 2015, “Cosa c’è di sbagliato nelle nostre immaginazioni e nella nostra capacità di prenderci cura l’un l’altro (allo stesso modo di umani e non umani) se non troviamo modi di rispondere alle questioni sollevate dai cambiamenti di distribuzione di età senza fare ancora altri bambini umani? Dobbiamo trovare modi di celebrare giovani persone che decidono di non avere bebé, non aggiungere nazionalismo sul già potente mix di pressioni pro-nataliste”. Il pronatalismo in tutte le sue forme deve essere messo in discussione quasi ovunque. Mantengo il “quasi” come un ricordo delle conseguenze del genocidio e dell’ esilio per le molte e persone – una tragedia tutt’ora in corsa. Il “quasi” è anche un colpetto per ricordare contemporaneamente l’abuso di sterilizzazione, mezzi di contraccezione, inappropriati shockanti e inimmaginabili, e alte pratiche misogine, patriarcali, e razziste/etniciste fondate sul solito business in giro per il mondo. Per esempio, guarda Kalpana Wilson, “The ‘New’ Global Population Control Policies: Fueling India’s Sterilization Atrocities,” Different Takes Winter 2015. Nel rischio, ci dobbiamo sostenere reciprocamente alla grande, proprio per farcela a rischiare.
Carmen Guarino, laureata in filosofia. Nei suoi studi si è occupata del pensiero di Walter Benjamin e delle problematiche connesse con i nuovi scenari tecnologici, in particolare dei temi dell’attenzione e della distrazione.
Il
17 Dicembre del 1706 nasceva a Parigi la marchesa Gabrielle Émilie le Tonnelier
de Breteuil du Châtelet-Lomont, filosofa, fisica e matematica, un’importante e
indipendente pensatrice illuminista. La sua traduzione, nonché il commento,
della Philosophiae naturalis principia
mathematica di Newton rimasero a lungo gli unici disponibili in Francia e
contribuirono a rendere il paradigma newtoniano parte integrante
dell’Illuminismo francese (Waithe 1991:135). Du Châtelet lavorò ad una
fondazione metafisica della scienza che giocasse insieme le scoperte newtoniane
e la filosofia di Leibniz; difese la necessità di indagare i principi e le
leggi che possono essere compresi come fondamenti a priori della scienza, però
concepì sempre la scienza come un processo anche e soprattutto sperimentale
(Hagengruber 2012:53). Il suo nome, insieme a quello di tante altre donne
filosofe, non compare mai nei manuali tradizionali di storia della filosofia.
Scrivere di lei significa quindi affrontare, a partire da un caso specifico,
questa sistematica cancellazione delle donne nel Canone della filosofia
occidentale. Se ci è possibile scrivere di lei è grazie al lavoro di tante
studiose che l’hanno strappata all’oblio, e in particolare è grazie al lavoro
appassionato del Center for History of Women Philosophers and Scientists di
Paderborn che io ho avuto modo di conoscere e rimanere affascita dalla figura
di Émilie du Châtelet.
La
marchesa era una nobile esponente dell’aristocrazia francese illuminata. Figlia
del Baron de Breteuil e poi moglie del Marchese e leader militare
Florent-Claude du Châtelet-Lomont, passò dall’essere vicina alla corte di
Versailles all’età di sedici anni ad uno status sociale anche più elevato ai
19, grazie al suo matrimonio (Musielak 2014: 2). In quanto ospite abituale alla
corte di Versailles, nel 1730 fu coinvolta in una storia d’amore con il duca de
Richelieu, pronipote del Cardinale Richelieu. Tramite il duca incontrò, alcuni
anni dopo, il famoso e controverso Francois-Marie Arouet, meglio conosciuto col
suo nom de plume: Voltaire. Tra i due iniziò un’appassionata amicizia.
All’epoca Voltaire aveva appena fatto ritorno dall’esilio in Inghilterra
(1726-29) e le sue Lettres anglaises
erano proibite in Francia. Émilie du
Châtelet lo invitò a prendere residenza presso lo chateau di
Châtelet-Lomont a Cirey, dove lei lo avrebbe raggiunto in poco tempo, e cioè
tra il 1733 e il 1734, dopo aver dato alla luce il suo terzo bambino; con
quest’ultima gravidanza la marchesa poté considerare concluse le sue
responsabilità matrimoniali. Lo chateau a Cirey aveva una libreria molto ampia,
un teatro, laboratori scientifici. Diventò un famoso centro studi, destinazione
di spicco per matematici, scrittori e filosofi da tutta Europa (Waithe
1991:127).
Émilie
du Châtelet ebbe un’eccellente istruzione primaria, comparabile a quella a cui
avevano accesso gli uomini del suo rango. Lesse i classici dal latino e dal
greco, parlava inglese, italiano, spagnolo e tedesco dall’età di 12 anni, già a
17 il suo interesse per la filosofia la portò a familiarizzare con l’empirismo
di John Locke. Tracce delle sue critiche al rifiuto di Locke delle idee e
innate e dei principi a priori si possono trovare infatti sin dalla sua
traduzione e commento della Favola delle
api di Mandeville (1735). Le sue critiche sono mosse anche contro la difesa
di Locke da parte di Voltaire. Il suo approccio alla filosofia è ancorato
infatti fin dall’inizio alla questione della metafisica, mostrando in ciò
un’ampiezza di vedute differente, a volte inconciliabile, con quella di
Voltaire (Hagengruber 2012:8-10). La differenza intellettuale cruciale tra i
due stava però nella propensione di du Châtelet alla fisica e alla matematica.
Il suo tutorage iniziò proprio in quegli anni, dopo essersi interessata al
dibattito accademico suscitato dalle memorie del matematico svizzero Johann
Bernoulli, pubblicazione che infiammò l’Académie intorno al 1724-26-. Il suo
primo tutor, Maupertuis, fu discepolo proprio di Johann Bernoulli ed era uno
dei più riconosciuti scienziati newtoniani a Parigi, naturalmente era vicino
anche a Voltaire. Terrall (1995) descrive l’accordo che du Châtelet fece con
Maupertuis – a che replicherà poi con Samuel König- come un patronage,
letteralmente una forma di legame sociale aristocratico che nel 1730.non
prescriveva però più nessuno status specifico. Era stato molto comune fino a
quel momento, consistendo in un “accordo domestico tra un’aristocratica e un
tutor, il cui posto nell’ambiente domestico poteva portare a ulteriori e più
vantaggiose posizioni”. Le relazioni di potere non erano però più così stabili,
“gli esperti che avrebbero potuto esserle utili non avevano più bisogno del
patronage aristocratico” perché vivevano in un contesto accademico vivido, le
loro posizioni entro l’Académie des Sciences erano già stabili (Terrall
1995:286-287). Dalle loro lettere si può perciò più oltre dedurre che la
Marchesa avesse una relazione molto stretta con Maupertuis, che non intendeva
come per nulla limitata alla stima intellettuale.
Riscrivere
la storia dell’importanza di du Châtelet nel XVIII secolo ha significato per
secoli leggere i suoi contributi solo in relazione agli amici di Cirey e in
particolare a Voltaire, alcuni schiacciando la sua influenza sul suo pensiero
altri enfatizzando la dipendenza del suo ritratto sul suo punto di vista. ‘Madame Pompon-Newton’ era infatti il
nomignolo che Voltaire le diede per mettere insieme il suo interesse giovanile per
le frivolezze, quelle relative alla bellezza e alla vita pubblica come
salonnière a Parigi, e il suo studio di argomenti tradizionalmente maschili
come la fisica e la matematica. Non sorprende che fosse considerata
anticonvenzionale dai suoi contemporanei perché consapevolmente oltrepassava i
confini del ruolo di spettatrice dei dibattiti accademici sistematicamente
riservato alle donne; al massimo le si accettava infatti come mediatrici o
autrici di secondaria importanza e solo di letteratura o poesia. Lei sfruttò a
pieno le sue possibilità come femme savante, intervenendo in molte controversie
del suo tempo: sfidò non solo i ruoli di genere ma anche le avversioni
nazionali e lo status della filosofia nei riguardi della scienza, i confini tra
queste non erano infatti fino al 1740 così netti o dati per acquisiti come oggi
essi si pongono. Era promotrice di un punto di vista originale e le sue analisi
si spingono molto vicino alle premesse da cui partirà poi Kant: cercò cioè una
fondazione filosofica per l’universalità della fisica newtoniana e sospettò che
essa potesse essere trovata nella metafisica di Leibniz e nella riformulazione
del metodo cartesiano, tutto ciò però senza mai abbandonare le questioni etiche
e teologiche come il libero arbitrio (Waithe 1991:136). Nel rimettere in fila
questi elementi noi non possiamo però non interrogarci su cosa comporti questo
nostro stesso lavoro di riscrittura. Quali elementi chiamiamo in causa? Quali
problemi comporta strappare una storia dall’oblio? Hagengruber (2015)
suggerisce che la sfida di riscrittura della storia della filosofia si pone di
fronte ad un doppio paradosso:
“How
can there be women philosophers with their own philosophical standing, when the
interpretational claim allows them only to come to the fore as excluded and
marginalized? And the second: How can we, as feminists historians of
philosophy, claim that the gender-aware (feminist) philosophy has the right to
be regarded as of universal validity, when we criticize the (male) philosophy
within the canon as being merely the expression of a specifically male concern?
(…) these two paradoxes – the ‘inclusion of the excluded’ and the ‘gendering
of the
universal’
– (…) I see at the heart of contemporary philosophical self-reflection.” (Hagengruber 2015:36)
Significativamente
l’epiteto di femme savante fu usato per Du Châtelet dal Journal Universel dopo
la sua elezione all’Accademia di Bologna, che era un contesto piuttosto
liberale in cui i suoi testi furono usati da Laura Bassi per istruire le sue
letture di Newton, sicché lì l’insegnamento non era proibito alle donne. Voltaire invece lodò la marchesa, il suo
amore di una vita, come una grande mente, sostenendo, dopo la sua morte
prematura, che la sua sola colpa fosse stata ‘essere una donna’. Lungo questa
linea descrittiva, un aneddoto riferisce della sua strategia di “draggarsi” con
abiti maschili per essere ammessa al Café Grandot a Parigi e incontrare i suoi
amici come Maupertuis (Waithe 1991:128). Sembrava consapevole che la sua
posizione come donna fosse debole e negativa per influenzare il dibattito
accademico, ma è fuorviante credere che le sue strategie per superare questi
ostacoli fossero singolari o straordinari. La Marchesa percepiva sé stessa come
parte di una tradizione di donne che avevano dedicato le loro vite allo studio,
in particolare a quello della filosofia e della scienza, donne come Elisabetta
di Boemia e Cristina di Svezia. Tracce di ciò possono essere lette nelle sue
lettere e nelle Institutions (Hagengruber 2012:2). Zinsser (2009:12)
evidenza invece come lei non si identificasse come una donna non solo perché
non voleva che i suoi lavori fossero ignorati o respinti semplicemente a causa
del sesso dell’autore, ma anche perché credeva che le ‘verità’ che presentava
erano più importanti. Tuttavia, nella sua Prefazione del traduttore
della Favola delle api, scrive:
“I
feel the full weight of prejudice that excludes us [women] so universally from
the sciences, this being one of the contradictions of this world which has
always astonished me, as there are great countries whose laws allow us to
decide their destiny, but none where we are brought up to think. (…) Let us
reflect briefly on why for so many centuries, not one good tragedy, one good
poem, one esteemed history, one beautiful painting, one good book of physics,
has come from the hands of women. Why do these creatures whose understanding
appears in all things equal to that of men, seem, for all that, to be stopped
by an invincible force on this side of a barrier; let
someone
give me some explanation, if there is one. I leave it to naturalists to find a
physical explanation, but until that happens, women will be entitled to protest
against their education.” (du Châtelet in
Zinsser 2009:48)
Come
concepiva sé stessa e il suo lavoro Mme du Châtelet? Ella concepì i suoi testi,
incluse le traduzioni, sempre come interpretazioni filosofiche, giacché
intendevano sollevare questioni filosofiche; significativamente articolava la
cosiddetta Querelle des femmes combinandola con la legge di non-contraddizione,
che sarebbe stata la base della sua filosofia della scienza nelle Institutions
(Hagengruber 2012:10). E cioè du Châtelet sosteneva: non c’è ragione
sufficiente per l’esclusione delle donne dal piacere e dalla gioia dello studio
e dalla conoscenza a cui questi portano. Al netto del richiamo al diritto
universale delle donne nell’accesso ai saperi, è bene chiarire, a scanso di
equivoci, che non ci sono pretesti però per dipingerla come una femminista ante
litteram.
Le
Institutions de Physique di du Châtelet possono essere considerati il
nucleo della crescita della sua reputazione accademica. Pubblicato nel 1740,
apparve in seconda edizione nel 1742 e fu tradotto in tedesco e in italiano.
Ciò indica che il testo[1] fu letto non solo in Francia ma anzi esso ebbe un ruolo
cruciale nella diffusione della fisica newtoniana tra gli intellettuali
dell’Illuminismo Europeo. Questa influenza culminerà nella pubblicazione
postuma dei suoi Principia di Newton. Du Châtelet considerava le sue Institutions
come un testo innovativo per la fisica, nonostante infatti ci fossero numerosi
libri di fisica in francese essa li considerava come carenti in sistematicità,
a meno di non considerare lavori più vecchi di autori interamente cartesiani
(Hath 1992: 200). Era quindi orgogliosa del suo lavoro e consapevole dei rischi
e delle responsabilità che comportava. Inviò copie delle Institutions ai
più famosi studiosi dell’epoca, come de Mairan, e a uomini potenti come
Federico II Re di Prussia, la cui corte era frequentata da alcuni dei suoi
amici più vicini come Maupertuis, Voltaire e Algarotti. Federico II la
ridicolizzò. In una delle lettere a Federico II troviamo però anche la
testimonianza forse più interessante della consapevolezza di du Châtelet di sé
stessa e del suo valore filosofico, anche se minimizzato da un ripetuto tono di
modestia usato nei confronti dei suoi amici maschi:
“There
may be metaphysicians, and philosophers whose knowledge is greater than mine. I haven’t met them yet” (Hagengruber 2015:37)
Qual
era però il modello di caricatura di femme savante che Federico II usò per
ridicolizzare il suo lavoro? La matrice si può rintracciare forse proprio nel
sopra citato Francesco Algarotti (1712-1764), uno scrittore italiano
cosmopolita che visitò du Châtelet e Voltaire a Cirey mentre scriveva il suo Il Newtonianismo per le dame. Egli
modellò infatti la sua nobildonna di finzione, quella a cui cioè il testo era
indirizzato, sulla Marchesa du Châtelet. La Marchesa di Algarotti tuttavia era
una caricatura di du Châtelet e anche se a Cirey “newtonizzarono” insieme, du
Châtelet non è mai stata convertita al partito del Newtonianesimo nè da lui, nè
da Voltaire. È più probabile che fosse stata lei ad influenzare Voltaire e ad
istruirlo sulla fisica newtoniano, come egli esplicitamente ammise, almeno
nella prima edizione dei suoi Éléments De La Philosophie De
Newton. “Minerva dettava, e io scrivevo” è il famoso epiteto che
Voltaire infatti usò dedicandolo a du Châtelet. Lui riconosceva così in qualche
modo il suo contributo ma mettendo la Marchesa su un piedistallo come una musa
(Waithe 1991:133). La caricatura di Algarotti fa la stessa operazione ma con
una torsione diversa, essa investe le sue stesse lettrici, che si aspetta siano
spettatrici incapaci di raggiungere le verità profonde riservate alle élite
maschile. Madame du Châtelet ridicolizzò quindi a sua volta questo approccio di
Algarotti attraverso almeno due strategie. In primis, bollò il suo libro come
‘frivolo’ in virtù della povertà di argomenti e calcoli, un testo che può
piacere ma non istruire; ironicamente poi lei fa a pezzi il libro come un
rappresentante proprio di quell’audience femminile stereotipata a cui
pretendeva di rivolgersi e lo fa con gli aggettivi comunemente usati per
delegittimare le donne. In secondo luogo, du Châtelet impostò anche le sue Istitutions come un lavoro pedagogico,
indirizzandolo direttamente ad uno studente-lettore, come inizialmente lo fu
suo figlio, poi estendendo l’ottica alla “materna preoccupazione della
rieducazione dei seguaci dogmatici sia di Descartes che di Newton” (Terrall
1995:293).
Du
Châtelet iniziò ad interessarsi della filosofia naturale leggendo dalla
geometria analitica di Descartes all’astronomia di Galileo, ai testi di Newton.
Sin dal 1736 iniziò a essere più familiare con le idee di Lebiniz, studiando la
traduzione francese che proprio Federico II di Prussia inviò loro. Sin dal 1717
era disponibile grazia a Carolina di Ansback, principessa del Galles, il
dibattito Leibniz-Clarke, che può essere considerato anche in realtà come un
dibattito Leibniz-Newton. Samuel Clarke era infatti un importante filosofo
inglese vicino ai circoli newtoniani. Du Châtelet considerava la filosofia di
Leibniz come uno strumento valido ed era critica nei confronti
dell’applicazione di Clarke del newtonianesimo alla filosofia di Descartes, ciò
al netto della mancanza di riferimenti diretti al dibattito Leibniz-Clarke
nelle sue Institutions. Dopo tutto, le Institutions esplicitamente
intendono evitare, come specificato nella Prefazione, ogni abbondanza di
riferimenti esterni per rendersi quanto più accessibile possibile per coloro i
quali non fossero a conoscenza dei dibattiti dell’Accademia. Inoltre, lei si
schierò contro il principio di autorità, una critica destinata a diventare il simbolo
cruciale dell’Illuminismo europeo:
This
is one of the reasons why I have not filled this book with citations, I did not
want to seduce you with authorities; and more, there would have been too many.
I am very far from believing myself capable of writing a book of physics
without consulting any book (…) The greatest philosopher may well add new
discoveries to those of others, but once a truth has been found, he has to
follow it; for example, M. Newton had to begin by establishing Kepler’s two
analogies when he wanted to explain the course of the planets, without which he
would never have arrived at the beautiful discovery of the gravitation of the
celestial bodies. Physics is an immense building that surpasses the powers of a
single man. (Du Châtelet in Zensser 2009:122)
E sulla stessa
linea metaforica:
“We
rise to the knowledge of the truth, like those giants who climbed up to the
skies by standing on the shoulders of one another. (…) Today the systems of
Descartes and Newton divide the thinking world (…) Guard yourself, my son,
whichever side you take in this dispute among the philosophers, against the
inevitable obstinacy to which the spirit of partisanship carries one: this
frame of mind is dangerous on all occasions of life; but it is ridiculous in
physics. The search for truth is the only thing in which the love of your
country must not prevail, and it is surely very unfortunate that the opinions
of Newton and of Descartes have become a sort of national affair.” (Du Châtelet in Zinsser 2009:119)
Lei
intendeva aprire un dialogo tra il razionalismo cartesiano e la metafisica di
Leibniz e le scoperte di Newton. Quale ruolo concepisce per la metafisica di
Leibniz, tenendo conto della disputa tra Descartes e Newton? Per comprendere il
suo punto di vista che vuole mettere insieme fisica e metafisica, è necessario
esaminare il contesto dei primi decenni del XVIII secolo come uno scenario mobile
e non già fisso: la metafisica cartesiana e la sua meccanica avevano dominato
l’Accademia e gli intellettuali stavano piano piano abbandonando questo partito
in favore della fisica sperimentale newtoniana. Tuttavia, stabilire una stretta
divisione tra Descartes, Leibniz e Newton, come se essi potessero essere
considerati a quel tempo come paradigmi filosofici opposti alle evidenze
scientifiche, significa misconoscere sia il peso della filosofia naturale come
campo di studio, sia l’importanza di du Châtelet in essa solo in virtù del suo
oblio. “Du
Châtelet sought to bring together Descartes Leibniz and Newton into a
systematic whole, investigating whether, through drawing from each, a viable
philosophical approach to physical science could be found” (Brading 2015:23) Non
possiamo guardare alla ricerca
di una fondazione metafisica della scienza di du Châtelet come ad un approccio
irrilevante. Lei criticava l’uso scorretto dei
cartesiani dei principi e delle ipotesi così come il rifiuto dei newtoniani di
queste e la loro volontà di fermarsi alla descrizione matematica dei fenomeni
(Hagengruber 2012:17). La sua mossa filosofica evitava entrambi questi estremi,
perciò non cambia mai semplicemente partito. Spiega il suo uso filosofico di
Leibniz nella Prefazione alle Institutions, basandola sull’elaborazione
di Wolff, cosa che la rese molto apprezzata e finanche influente negli ambienti
tedeschi dell’illuminismo:
“it
seems to me that with the principle of sufficient reason, he [Leibniz] has
provided a compass capable of leading us in the moving sands of this science.
The obscurities in which some parts of metaphysics are still shrouded serve as
pretext for the laziness of the majority of men not to study it. They persuade
themselves that because not everything is known, nothing can be. Yet, there
certainly are points of metaphysics susceptible to demonstrations as rigorous
as geometric demonstrations, although they are of another type. We lack a
system of calculation for metaphysics similar to that which has been found for
mathematics, by means of which, with the aid of certain givens, one arrives at
knowledge of unknowns.” (du Châtelet in
Zinsser 2009:123).
Il
suo sistema unitario può essere esemplificato dalla già citata metafora
dell’edificio in costruzione. La fondazione deve essere metafisica perché solo
la metafisica può assumere il problema che la nostra conoscenza del mondo è
limitata, e così sarà sempre.
Physics
is an immense building that surpasses the powers of a single person. Some lay a
stone there, while others build whole wings, but all must work on the solid
foundations that have been laid for this edifice in the last century, by means
of geometry and observations; still other survey the plan of the building, and
I am among them.” (du Châtelet in
Zinsser 1995:122).
Tripodi
(2015) sostiene che per disarticolare l’androcentrismo che colpisco anche
oggigiorno la scienza, ogni approccio femminista deve considerare il criterio
della responsabilità come obbligatorio per la scienza. È utile fare richiamo a
questi spunti in conclusione per far interagire l’approccio di du Châtelet con i problemi attuali della
filosofia della scienza. Parafrasando le sue parole: la pratica scientifica non
dovrebbe sfruttare, opprimere o umiliare nessuno. Piuttosto, esso dovrebbe contrastare
ogni forma gerarchica di potere (anche quella che rende la scienza una pratica
dominante) e promuovere più che possibile la partecipazione e l’emancipazione
di ognuno nella produzione della conoscenza (Tripodi 2015:34).
(1740) Emilie Du Châtelet:
Selected Philosophical and Scientific Writings.
Selected and edited by Judith P. Zinsser. Translated by Isabelle Bour and
Judith P. Zinsser. Chicago: University
of Press. (2009)
(1743) Instituzioni di fisica di madama la marchesa Du
Chastellet indiritte a suo figliuolo. Traduzione dal linguaggio francese nel
toscano, accresciuta con la Dissertazione sopra le forze motrici di M. de
Mairan. Source online link:
(2012)
Émilie du Châtelet between Leibniz and Newton. Published in Émilie du
Châtelet between Leibniz and Newton,157-172. Archives Internationales
d’Histoire des idées, Springer Science, Dordrecht
(2015)
Cutting through the Veil of Ignorance: Rewriting the History of Philosophy. Published
in The Monist, Volume 98, Issue 1, 1 January 2015, Pages 34–42
Harth, E. (1992) Cartesian
Women: Versions and Subversions of Rational Discourse in the Old Regime. Cornell
University Press.
Hutton, S. (2012) Between
Newton and Leibniz: Émilie du Châtelet and Samuel Clarke. Published in Émilie
du Châtelet between Leibniz and Newton, 77-96. Archives Internationales
d’Histoire des idées, Springer Science, Dordrecht.
Musielak, D. E.
(2014) The Marquise du Châtelet: A Controversial Woman of Science.
Cornell University Library
Reichenberger, A.
(2012) Leibniz’s Quantity of Force: a “Heresy”? Émilie du Châtelet’s
Institutions in the Context of the Vis Viva Controversy. Published in
Émilie du Châtelet between Leibniz and Newton, 157-172. Archives
Internationales d’Histoire des idées, Springer Science, Dordrecht
Terrall, M. (1995) Émilie du Châtelet and
the gendering of Science. Published in History
of Science Vol 33, Issue 3, pp. 283 – 310.
Tripodi,
V.(2014) Filosofie di genere. Differenza sessuale e ingiustizie sociali.
Carocci Editore, Studi
Superiori, Roma.
Waithe, M. E.
(1991) A history of women Philosophers, Kluwer Academic Publishers.
Winter, U. (2012) From
Translation to Philosophical Discourse. Émilie du Châtelet’s Commentaries on
Newton and Leibniz. Published in Émilie du Châtelet between Leibniz and
Newton, 157-172. Archives Internationales d’Histoire des idées,
Springer Science, Dordrecht
[1] Ci basiamo sulla prima edizione
come riportata da Zinsser (2009), e sulla traduzione in italiano della seconda edizione
intitolata Istituzioni di fisica di madama la marchesa Du Chastellet
indiritte a suo figliuolo. Traduzione dal linguaggio francese nel toscano,
accresciuta con la Dissertazione sopra le forze motrici di M. de Mairan (1743).
30 nuances de noir(es) – Compagnie Sandra Sainte Rose
Introduzione
Decolonizzare i saperi, la filosofia, la scienza… L’arte. Perché arte e arte africana non potrebbero essere sinonimi? Perchè non «arte europea», dunque? Perchè “europea” risulterebbe una connotazione ridondante, mentre “africana” una connotazione necessaria ? Può rientrare all’interno dell’aureo tempio dell’arte ciò che sfugge alle nostre categorie, o il canone di Policleto e le tre unità aristoteliche costituiscono la conditio sine qua non affinchè un’opera possa essere considerata Arte? Sembrerebbe che all’infuori di quelle categorie che designano l’eccellenza artistica, ossia l’arte in senso universale, sia necessario aggiungere un «marcatore» che distingua la “vera” arte da quella che – come l’arte popolare – è espressione di una cultura particolare. Produzione artistica di serie B frutto non della genialità di un singolo, ma espressione collettiva di una comunità: ETNICA! Quale posto è riservato all’interno degli ambienti artistici e culturali occidentali alla «genialità etnica»?
Le statistiche sono scoraggianti: in Francia, questi milieux restano esclusiva di un’èlite bianca; gli “altri”, ridotti a rappresentanti della propria cultura di appartenenza, sono per lo più confinati all’interno di ruoli subalterni decodificati in termini razziali. Dinnanzi alla persistenza di meccanismi fortemente legati alla storia coloniale e schiavista, alcuni artisti e intellettuali strappano il velo di Maya, svelando l’esistenza di un razzismo ignorato, se non anche demonizzato, eppure tangibilmente presente.
Décolonisons les arts!: la persistenza di un mito.
Pubblicato nel 2018 in Francia per la casa editrice L’Arche, Décolonisons les arts! è il libro-manifesto dell’associazione «Decoloniser les arts» (DLA) creata nel 2015 da artiste/i e professioniste/i del settore operanti in Francia. Il collettivo si propone «di aprire ulteriormente il dibattito sul razzismo all’interno del mondo culturale e artistico» al fine di «identificare le cause delle assenze, dei rifiuti, delle omissioni, e dei punti ciechi nella rappresentazione dei racisé.e.s […] all’interno delle istituzioni artistiche e culturali, nel cinema, nel teatro, nella danza, nella musica, nelle arti dello spettacolo e nei musei» (p.7). Il libro raccoglie le testimonianze di quindici artisti tra attori, attrici, registi/e, scenografe/i, una cantante lirica e un rapper, chiamate/i a descrivere la loro pratica artistica all’interno di una dimensione decoloniale, sebbene – per loro stessa ammissione – questa non sia sufficiente a denazionalizzare/deoccidentalizzare la versione francese dell’universale.
A seguire sono proposti i saggi delle tre curatrici Françoise Vergès, Gerty Dambury e Leïla Cukierman che, tramite un’analisi storica e socio-culturale, svelano il perpetuarsi di un mito che grava sulla società francese: il razzismo non esisterebbe nè all’interno delle istituzioni pubbliche nè tantomeno all’interno dei «milieu» culturali. Infatti, la condanna morale del razzismo all’indomani della Seconda Guerra mondiale ha visto l’imporsi di una finction secondo cui il razzismo non sarebbe nient’altro che un’opinione mossa da una falsa etica. Décoloniser les arts! mira a sfatare questo mito: «il razzismo […] è un sistema che struttura lo Stato e le istituzioni ed è profondamente penetrato nella società. Chi potrebbe credere che più di cinque secoli di colonialismo non abbiano inciso sulla società francese? […] Il razzismo contamina la società, perfino gli ambienti più progressisti come il mondo culturale e artistico» (p.8).
Kader Attia & Jean-Jacques Lebel, One and Other | Palais de Tokyo | 2018
Dare valore a ciò che è differente
L’esigua rappresentazione dei «M.A.N.A» (magrebini, asiatici, neri e altre identità), utilizzando l’originale formulazione della poeta e drammaturga Gerty Dambury, rivela l’esistenza di un substrato culturale che esclude il diverso e riproduce una gerarchia politico-culturale che pone al vertice l’uomo bianco. In sintesi tale gerarchia trae la sua origine da un passato coloniale di cui non ci si è liberati del tutto. Il colonialismo si esercita ancora in un «razzismo senza razza», dove ‘razza’, lungi dal denotare una differenza biologica, indica piuttosto una cultura, un’origine estranea all’universalismo occidentale. Sebbene nel tentativo di essere più politically correct, si esia più inclini ad utilizzare il termine etnia – perché apparentemente più neutrale – la definizione «gruppo che condivide un insieme di elementi culturali», cela sempre una connotazione valutativa e discriminatoria: etnico è sempre l’altro, ossia colui che si discosta, che non appartiene alla cultura dominante, quella occidentale.
L’aspetto messo in luce e che ripercorre quasi interamente le pagine del libro è l’impossibilità per gli artisti «MANA» di vedere riconosciuta la propria arte. Decolonizzare l’arte prevede infatti l’adozione di codici e di strutture che non si identificano con i canoni dell’eccellenza artistica previsti dal culturalismo occidentale, il cui monopolio si esercita anche nello stabilire i parametri estetici di ogni qualsivoglia forma artistica. Decolonizzare l’arte significa aderire a dei paradigmi differenti, significa proporre nuovi modelli, nuovi modi di pensare l’arte e l’espressione artistica. Significa anche trovare nuovi modi di vivere lo spazio – come suggerisce la regista Eva Doumbia –, il rapporto tra palcoscenico e platea e quindi il rapporto tra attore e pubblico: «Il rapporto frontale mi sta stretto, lo trovo gerarchizzante: ci sono delle persone che parlano, che sanno, altre che ascoltano. Nei quartieri popolari e nell’Africa subsariana, le persone rispondono agli attori, e questi salutano i loro amici spettatori quando arrivano in ritardo. […] Ci si siede in cerchio, dispositivo che permette una circolazione più democratica. […] Ho capito che la scenografia frontale è legata ad una cultura della dominazione e ad una concezione elitaria dell’arte» (p.33).
Eva Doumbia in Moi et mon cheveu
Decolonizzare l’arte si traduce nell’idea di fare arte in «façon indigènes» – riportando una citazione del regista cambogiano Rithy Panh (p.18) –, un modo di operare cioè in grado di decentrare il punto di vista valorizzandolo. Occorre dunque procedere verso una riappropriazione del proprio punto di vista particolare e differente. La decolonizzazione è infatti un processo che investe anche lo sguardo che si ha su di sè, uno sguardo inautentico da cui questi artisti tentano di disfarsi: «la sindrome della colonizzazione non abita soltanto l’animo dei Bianchi […] ma anche lo spirito di una intelligentsia razzializzata». La decolonizzazione infatti non è un acquisizione bensì «un processo esigente […] di decostruzione tanto interiore, quanto esteriore» (p.38). L’affermazione di un proprio canone estetico, l’audacia formale, la scelta dei soggetti non è – per queste/i artiste/i – solo mero sperimentalismo ma un vero e proprio atto politico. Le loro opere tuttavia stentano a varcare la soglia delle grandi Scènes Nationales, ossia quei luoghi simbolo dell’«eccellenza occidentale» in cui è racchiusa la “vera” arte. L’accusa è quella di un eccessivo particolarismo, di un eccessivo senso comunitario, dell’eccessivo richiamo a tematiche «scomode» che contraddicono, se non anche offendono, il dictum repubblicano di liberté, egalité, fraternité. Il riferimento ad origini, storie, culture diverse – spiega Hassane Kassi Kouyaté, regista, attore e cantastorie – viene loro continuamente contestato perchè non raggiunge una forma che sia paradigma dell’universale condizione umana.
Le difficoltà incontrate dai «MANA» nel riconoscimento del loro lavoro artistico è il riflesso di un modello d’integrazione per lo meno problematico. L’assimilazionismo francese col suo universalismo intransigente si rivela incapace di riconoscere e valorizzare le differenze e i particolarismi culturali con cui, intanto, non può non fare i conti (la Francia è infatti il paese europeo con la più antica e consolidata esperienza d’immigrazione). Il secolarismo, sotto una veste di presunta neutralità, che si traduce nell’adesione (obbligata) ai valori repubblicani, non costituisce un assunto universale, ma è il prodotto particolare del percorso storico intrapreso dalle società liberali occidentali. Come constata la filosofa franco-algerina Seloua Luste Boulbina nel suo libro Les Miroirs vagabonds ou la Décolonisation des savoirs vi è un «ostacolo sull’articolazione dell’universale e del particolare; come se l’albero fosse l’opposto del faggio, della betulla e soprattutto del baobab e l’universale l’antidoto al particolare». Ostacolo che attesta un colonialismo non ancora estirpato, sintomo del rapporto di potere tra una maggioranza sicura di difendere un presunto universale antropologico e una minoranza la cui singolarità viene tacciata di comunitarismo essenzializzante.
Kader Attia, Ghosts
«On ne nait pas noir, on le devient»
Riportando questa citazione mutuata dalla celebre massima di Simone de Beauvoir, mi sembra di cogliere un’assonanza con uno dei punti più pregnanti dell’analisi fornita da Frantz Fanon in Pelle nera, maschere bianche, ossia l’articolazione di una visione della realtà sociale in cui neri e bianchi esistono nella relazione che li definisce come tali, e non in sé. Infatti, come le autrici/autori di Décolonisons les arts! scrivono nell’introduzione: «La “razza” non esiste, ma dei gruppi di individui sono oggetto di “racisation”, una costruzione sociale vicina ad una definizione storica ed evolutiva della “razza”. I processi di racisation sono i differenti dispositivi – giuridici, culturali, sociali, politici – per cui delle persone e dei gruppi acquisiscono delle qualità (i Bianchi), o degli stigma (gli “altri”)» (p.8). La racisation è un processo che si apprende subendo lo sguardo dell’altro sul proprio corpo. Ma cosa significa essere “racisé.é”? Cosa denota, cosa racconta questo termine? Perchè scegliere questo termine per descrivere sè stessi? «Nel contesto francese, la mia assegnazione razziale ha un senso particolare per coloro che appartengono alla norma e dunque alla storia della dominazione […]. Come identificare e nominare – in questo contesto – la mia esperienza di vita che è diversa da quella di una persona bianca se non si ricorre al concetto di “razializzazione”?» (p. 51). L’uso di questo termine dunque non è puramente descrittivo, ma riesce a concettualizzare, a rendere visibile l’esperienza delle minoranze all’interno del contesto occidentale. Eppure, sebbene si scopra di essere «racisé.é» scrutando lo sguardo altrui sul proprio corpo, è necessario assumere di esserlo e «affermarlo non significa vittimizzarsi, ma far mostra di un’energia che appare spesso […] un’insolenza» (p.58).
Décolonisons les art! non si limita solo a difendere un pluralismo intellettuale minacciato dal più cieco dei particolarismi, ma si addentra nelle cause di questo misconoscimento radicate in un razzismo di Stato che può essere estirpato solo nello sforzo collettivo di imparare a vedere ciò che è nascosto sviluppando una curiosità ormai sopita. «Unadecolonizzazione delle arti passa prima di tutto dalla comprensione dei fenomeni e dei processi di eliminazione che sono all’opera e che possono insinuarsi celatamente. La decolonizzazione esige un enorme sforzo poichè è necessario disapprendere per apprendere, è necessario sviluppare una forma di curiosità che chieda sempre, come, perchè e per chi. L’educazione ci insegna a non essere curiosi/e ma a disconnetterci dal nostro mondo e dal mondo» (p.123).