• Federica Giardini – Psicoanalisi e politica tra Francia e Italia

    “Genesis”, Attraversare i confini, X/2, 2011, pp. 59-76

     

    1. Una geopolitica femminista

    L’incontro tra psicoanalisi e politica è innanzitutto un incontro tra femministe italiane e francesi, dunque una questione non posta a tavolino ma nelle relazioni tra donne in carne e ossa e i saperi che portano, che stanno mettendo in discussione. È un incontro consistente di luoghi, di cose fatte insieme, un incontro a vero titolo, perché comporta lo scioglimento di itinerari che precedono tale incontro.
    La questione è interessante sotto diversi aspetti, si assiste infatti a un’innovazione sul triplice piano delle pratiche, della teoria e di una “geopolitica del femminismo”. Da una parte, l’intersezione tra psicoanalisi e femminismo permette di individuare alcuni nodi che orienteranno la politica femminista nei decenni successivi, dai nodi delle pratiche, delle forme della politica, al rapporto tra sapere e politica, con la rottura epistemologica che comporta. D’altra parte, le fonti mostrano come questa apertura riguardi in particolare donne francesi e italiane, e così si spiegherebbe perché tra Italia e Francia si sviluppi il cosiddetto pensiero della differenza sessuale. Due delle autrici, Antonella Nappi e Luisa Passerini, registrano come 1972 e 1973 siano anni in cui, tra Francia e Italia, si passa da un riferimento più cogente al femminismo statunitense – attraverso testi come Noi e il nostro corpo del collettivo di Boston, o il saggio di Kathie Sarachild sulla Feminist consciousness raising preparato nel novembre 1968 e già circolante prima della pubblicazione nel 1971 o ancora The Myth of vaginal orgasm (1971 e tradotto nello stesso anno in italiano)1 – a quello di una riflessione più “europea”, che mette a fuoco la «specificità del Movimento in Europa
    (rispetto all’America)».2

    A riprova di questa ricollocazione si può anche citare il testo di Carolyn Burke, che nel 1978 scrive un Report from Paris 3, dove registra l’incontro tra italiane e francesi – diverso da quelli presi qui in esame – a cui una donna americana vuole assistere per cogliere novità e innovazioni: si è aperto un flusso al contrario, rispetto
    agli anni ’60, che dagli Stati uniti va verso l’Europa. L’anno è il 1972, il luogo è la Francia, con tre incontri che si svolgono nell’arco di quell’anno: il primo a La Tranche sur Mer in Vandea per una settimana (24 giugno-2 luglio), un secondo, in autunno, a Vieux Villez in Normandia per cinque giorni (27 ottobre-1 novembre), e un terzo nell’estate del 1973 a Chateau Coupigny nelle Ardenne. Si tratta di incontri in senso intenso: momenti di discussione e convivenza totale, che coinvolgono innanzitutto il corpo. In effetti, come accade nel femminismo di quegli anni, la relazione di scambio – fisica, intellettuale ed emotiva – è la posta in gioco del pensiero politico. Le fonti e le testimonianze di cui disponiamo coinvolgono esponenti
    di rilievo del femminismo successivo – da Lea Melandri e Maria Schiavo a Luisa Muraro e Lia Cigarini, a Luisa Passerini e, a fianco e in dissonanza, Carla Lonzi. Le città di provenienza sono dunque Milano, Torino, Firenze e Roma – Melandri parla di una ventina di italiane,4 su un totale di duecento presenze circa.Per parte francese sono presenti alcune esponenti del MLF, Mouvement de Libération des Femmes, in particolare Antoinette Fouque, fondatrice dello stesso Movimento insieme a Monique Wittig e Josiane Chanel nel 1968.6 La presenza di Fouque all’incontro – ne è l’organizzatrice come punto di riferimento del gruppo Psychanalyse et politique – è di estrema rilevanza. L’esperienza farà storia. A ritroso, infatti, è possibile individuare in quello spazio-tempo l’inizio di un nuovo percorso – un evento, un momento in cui il già fatto e pensato non può più porsi in continuità con il momento successivo – i cui effetti abbiamo sperimentato nei decenni successivi.

    2. I testi raccontano

    L’incontro di La Tranche, in particolare, ricorre, raccontato o commentato, in alcuni testi composti in momenti diversi e che proprio per questo, pur sottolineando aspetti comuni, ne commentano e accentuano
    alcuni tratti anziché altri.7 Nei due scritti – La Tranche: un incontro internazionale, una vacanza al mare e Nudità8 la presa diretta è più evidente. Il senso che qualcosa di inedito sia accaduto appare sin dalle prime righe: forse scelto per altre esigenze, il nome del paesino di La Tranche rimanda, secondo alcuni, al mare che taglia la costa, che la interrompe e, insieme al titolo Nudità, trasmette la sensazione di una scoperta che cambia a mai più il già noto e il familiare, interruzione che spoglia dai costumi e dalle abitudini, che denuda e apre a una terra incognita, tutta da esplorare. Su cosa si esercita questa opera gioiosa di scoperta di nuovi spazi e di comportamenti e parole appropriate?

    2.1 Forme della convivenza tra donne

    Antonella Nappi dichiara di arrivare a La Tranche munita di «aspettative congressuali di lavoro produttivo, ordinato e tradotto» che vengono «sgominate» nel giro di soli due giorni: («ma che casino! Non c’è neanche un ordine del giorno, ci hanno fatto venire fin qui per stare poi a parlottare come capita»), la sera del secondo giorno mi ero rassegnata a una vacanza […] il terzo giorno ho cominciato ad ascoltare.9

    Il passaggio dalla forma congresso ad altre e nuove forme di convivenza apre la sospensione dell’ordine delle relazioni che si danno nel quotidiano: «eravamo in duecento, con una trentina di bambini… è stato come ritrovare i bei tempi dei campeggi da ragazzina […] una delle situazioni più nuove per una donna, sempre aggregata com’è a questo o quell’uomo».10 Una vacanza – un vuoto di forme già familiari alle politiche di movimento. In effetti nel secondo testo, Nudità, Nappi sottolinea che «il gruppo [Psychanalyse et politique] che aveva promosso il convegno non voleva arrogarsi la gestione della settimana».11 Si tratta di una disorganizzazione non casuale ma voluta: è un rischio voler negare anche solo per sette giorni la secolare divisione quotidiana che esiste tra le donne, la sfiducia, la concorrenza che ci mettono così spesso l’una contro l’altra; ed è ancora difficile non ridesiderare la tutela maschile quando sembra che “l’isterismo tipico delle donne” abbia il sopravvento.12 Questa esplorazione senza confini porterà a mutare la forma dell’incontro successivo, a Vieux-Villez, «interamente gestito da Politique et psychanalyse».13 Come registra Maria Schiavo, che partecipa a questo secondo incontro – spinta dai commenti su La Tranche di Lia Cigarini e di Sisa Arrighi – esiste un pensiero politico dietro l’allentamento delle forme organizzative consuete: si vedeva che le compagne francesi erano abituate a vivere insieme, oltre che a parlare. Strutturavano e destrutturavano (con un rigore che aveva un che di ossessivo) anche le minime situazioni del vivere quotidiano. Potevano anche interrogarsi a lungo sul perché alcune persone si mettevano a sedere insieme, piuttosto che altre, e spesso sulla scelta dei posti, in macchina come altrove, erano capaci di soffermarsi a discutere, ad analizzare con estrema attenzione la combinazione proposta, dietro cui trapelava, nascosto o manifesto, il desiderio.14 Nelle sue parole emerge la tensione primigenia in questa aurora del femminismo radicale: la libertà dello stare insieme è anche, nel suo farsi materia da pensare e analizzare, momento in cui la vigilanza si fa estrema. E in effetti la tabula rasa delle forme organizzative consuete non è un caos illeggibile. Luisa Passerini parla di «una sfida che promette di dare molto», riprende una frase pronunciata da Antoinette Fouque – «la perdita della testa per salvare il corpo» – e commenta: un corpo assai diverso da quello in cui si innestava […] il rapporto tra il femminismo italiano e quello statunitense; questo è un corpo che prende atto del conflitto e del potere, che accetta le sfide del caos e del “capo”.15
    La destrutturazione della forma congressuale destruttura soprattutto la forma del leader – nel «Sottosopra» troviamo anche un testo di Rivolta femminile che esordisce con «Rivolta femminile non ha un leader e non l’ha mai avuto»16 – ma mostra la possibilità di una sorta di messa a tema pratica, critica e laterale, di questa tradizione. La figura che incarna questo spostamento, nei metodi e nel pensiero, è proprio Antoinette Fouque:

    Apparve dunque Antoinette, sono tentata di dire, “à l’heure du cercle” che, come si sa, era il momento in cui nel Seicento la regina riceveva. Non dico questo per sottolineare negativamente il potere che questa donna aveva, ma per far comprendere quanto fosse autorevole all’interno del suo gruppo. In realtà, Antoinette aveva un’aria quasi dimessa. Era piccola, quasi claudicante. […] Sotto una permanente un po’ goffa, occhiali cerchiati di nero, a mascherina, aveva degli occhi molto belli, vivissimi, cui non sfuggiva niente – mi accorsi in seguito – di ciò che accadeva nel gruppo. Pur non essendo sempre presente, sembrava dar vita senza sforzo, animare liberamente ogni parola, ogni atto di ciascuna […] con le sue apparizioni e i suoi interventi persuasivi, discreti, simili a pacifici blitz. Il suo potere, in realtà, era tutto nella parola.17

    La sfida, che nasce proprio dall’esperienza diretta e praticata nella sua radicalità, riguarda la constatazione che un’orizzontalità tra donne non è ovvia e, forse, non è nemmeno la forma che più rende giustizia all’esperienza delle relazioni tra donne: Una donna francese, di Politique et Psychanalyse, riconosce che nel gruppo c’è una leader, Antoinette Fouque – che «è il nostro capo» – ma che questa stessa contraddizione è oggetto di analisi.18

    2.2 Eros e linguaggio

    La convivenza tra donne, oltre che un assunto politico, è una passione, una situazione in cui si esprime il “desiderio”.

    Mi sono convinta nel profondo che le donne, io, non siamo solo una casta oppressa che si ribella […] non siamo solo compagne di una lotta di liberazione […] questo c’è tutto; ma per così dire lievitato, reso felice e potente dall’evidenza, che ho vissuto, che le donne per le donne possono essere creature di cui ci si può
    fidare, a cui ci si può affidare, con cui si sta bene insieme.19

    Da una parte, il linguaggio, la comunicazione avviene proprio attraverso l’esperienza di un’intelligenza che si potenzia per trasporto erotico, per passione. La comunicazione tra parlanti lingue diverse è resa sorprendentemente rapida dall’erotizzazione dei rapporti. Dice Nappi:

    ho scoperto, in qualche modo, che si può, c’è bisogno di “innamorarsi” delle donne [e aggiunge a piè di pagina] lo scrivo tra virgolette perché è un termine troppo abusato, ma ciononostante non ne ho di più significativi […] L’intensità della relazione subentra alla pianificazione dei problemi e delle soluzioni pratiche […] il terzo giorno […] (grazie alla mancanza di traduzione ho quasi imparato il francese!).20

    Il testo Nudità può essere letto come una declinazione ulteriore di questa erotizzazione: una sorta di restituzione di senso, di misura, o almeno il presagio di una possibilità, nel condividere di qualcosa che si espone per la prima volta. In aperta polemica con i movimenti di liberazione sessuale – «ciò che può sembrare liberatorio per gli uomini è certo molto differente per le donne», dato che tale liberazione non trova «corrispondenza in mutati rapporti sociali tra la popolazione»21– l’esperienza dell’esposizione del corpo tra sole donne fa segno alla possibilità di una relazione segnata dalla fiducia e dalla gioia, in una sorta di ritrovamento. All’«unico corpo visto dallo sguardo maschile, si contrappone un corpo collettivo capace tuttavia di individuazione», sottolinea Luisa Passerini,22 che sarà anche «pratica della vita in comune».23 L’intensità di questa presenza fisica e passionale apre a tutto ciò che può andare sotto il nome di sessualità: dalla revisione del caos femminile per mancanza di una conoscenza delle relazioni tra donne alla omosessualità femminile, dalla relazione con la madre, che è alla radice dell’oscillazione tra euforia e conflittualità nei rapporti tra simili,24 al riattraversamento dell’isteria stessa: “Le donne sono tutte isteriche”: per uscire da
    questa definizione […] non serve tapparsi le orecchie e fingere che non sia; occorre invece passarci attraverso,25 fino al lavoro per liberare il corpo da scelte obbligate quali il parto, la contraccezione e l’aborto.26

    3. In Francia. Antoinette Fouque et Psychanalyse et politique

    Maria Schiavo, come abbiamo visto, dedica una buona parte della sua testimonianza alla qualità della presenza di Antoinette Fouque, fondatrice del gruppo Psychanalyse et politique, che si caratterizza all’interno del MLF per la presa di distanza dalle posizioni di Simone de Beauvoir27 – la cui opera viene letta come elaborazione teorica e politica dell’uguaglianza, ovvero la necessità di eliminare la differenza, la disuguaglianza tra donne e uomini, eliminandone le condizioni materiali e immaginarie. Di contro, afferma Fouque, l’indipendenza economica, l’uguaglianza professionale, la competenza intellettuale di una donna non comportavano una stima reale […] A ogni istante scoprivo l’inganno dell’uguaglianza, della simmetria, della reciprocità, che gli studi universitari avevano mantenuto per lungo tempo.28 In questa divaricazione si apre lo spazio per rivolgere l’attenzione alla psicoanalisi, verso la quale peraltro Beauvoir nutriva una nota diffidenza. Se non sono le condizioni materiali “oggettive” a determinare la disuguaglianza, qualcosa di profondo, di strutturale, va portato alla luce.

    In quegli anni Fouque è in analisi con Jacques Lacan, il celebre e seguitissimo rifondatore della psicoanalisi freudiana, e – con una mossa che non è prevista dal setting analitico – gli dichiara di averne iniziata un’altra con Luce Irigaray.29 La stessa Fouque afferma che Lacan non avrebbe tenuto il suo seminario sul godimento femminile, Ancora,30 se non avesse avuto rapporti con il MLF.31 E in effetti i passaggi testuali
    del seminario confermano questa influenza: dal riferimento a una certa «educazione sessuale» nel «discorso universitario» che dovrebbe avere «un miglioramento dei rapporti tra i sessi»32 alla polemica, in occasione
    di un suo intervento a Milano, con «una signora dell’MLF locale» sulla sua affermazione che le donne non esistono;33 dal riferimento alle ricerche femministe sul «godimento clitorideo»34 alla trovata che formula
    l’indirezione nel rapporto d’amore con un «amo a voi»,35 fino al godimento non fallico che viene riportato a figure della mistica, come Hadewijch di Anversa.36

    3.1. Sovvertire la teoria con la politica, passando per le pratiche

    Il gruppo di Psychanalyse et Politique, nato come gruppo di autocoscienza, dice Fouque, non ignora dunque la dimensione dell’inconscio, che si manifesta nella psicopatologia della vita quotidiana, nei lapsus, negli atti mancati. L’invenzione è di accostarla alla dimensione politica.37 Come possono andare insieme psicoanalisi e politica? Se la questione non è la lettura critica di quel che Freud ha potuto dire della femminilità,38 se la questione è la sovversione – e dunque un certo uso – del paradigma psicoanalitico per la politica femminista? Quali sono, con che tipo di questioni e contenuti si identificano?
    Psych et po era la mia preoccupazione sia di capire cosa c’era di inconscio negli impegni politici di allora, sia di stanare il potere della psicoanalisi, non solo nelle istituzioni e nelle scuole, ma anche nella scoperta dell’inconscio e nella sua teorizzazione. Ritenevo vitale che l’una interrogasse e conoscesse l’altra e viceversa. In breve, c’era dell’inconscio nella politica e della politica nell’inconscio.39

    Il primo elemento di questo peculiare e inventivo rapporto tra due saperi si trova nell’attenzione che viene prestata alla presa di parola: il punto di partenza è sì la forma dei gruppi di autocoscienza, ma la parola non viene separata dallo sfondo su cui si staglia, tutto ciò che non è volontario e che pure si manifesta: una presa di parola su fondo di inconscio. Questa assunzione è politica per due motivi almeno. Da una parte, fa attenzione alle condizioni e agli effetti materiali e contestuali – come mi sento a prendere parola, dove, con quali ricadute e ascolto, con quali asservimenti o rivolte rispetto al codice discorsivo dominante; dall’altra, questo sfondo rimanda a un ordine disciplinare, il sapere psicoanalitico che si sta costruendo in quegli anni, non solo come disciplina specialistica ma anche come strumento di analisi politica del movimento del maggio Sessantotto che, ancora una volta, non accusa il colpo di una parola pubblica femminile. L’esperienza della Sorbona [va ricordato che le prime uscite pubbliche di Fouque e Wittig si tengono durante le assemblee del Sessantotto] ha insegnato assai rapidamente, a Monique e a me, che se non ponevamo le nostre domande, in territorio libero, saremmo state asservite o escluse […] Volevamo lanciarci alla scoperta di ciascuna, a cominciare da noi stesse. Ci eravamo imbarcate nella causa marxistaleninista- maoista ma andavamo controcorrente.40
    Insomma la psicoanalisi è uno dei discorsi della rivoluzione in corso e, al contempo, offre gli strumenti per “destrutturare” quel che lì poteva avvenire alla parola di una donna. Si tratta di un uso politico di quel che potremmo definire un “conflitto di interpretazioni”? Niente affatto. Proprio per la centralità del sapere acquisito attraverso le pratiche, attraverso cioè il sapere che risulta, soltanto, da comportamenti effettivi – la teoria che si produce incessantemente con l’azione41 –, la psicoanalisi diventa utilizzabile, in parte, attraverso una effettiva e concreta presa di posizione, quella femminista. Quando Fouque entra in analisi, con Lacan e Irigaray contemporaneamente, esprime la specificità del suo rapporto con il sapere analitico, la presa in prestito delle sue risorse, attraverso un gesto che ne sovverte l’ordine: la relazione con una analista segnala la priorità, l’ineliminabilità, della relazione tra donne. A rigore di testimonianza, la psicoanalisi non è uno strumento che viene meramente adottato, con il rischio di piegare contenuti e urgenze del femminismo a quelli della psicoanalisi (come invece denuncerà Carla Lonzi).42 È a partire da questa priorità
    che si delineano le linee di intervento e discussione degli anni successivi.

    La critica all’ugualitarismo, se da una parte si radica nell’esperienza dell’«inganno dell’uguaglianza» di condizioni materiali – condizione necessaria ma non sufficiente –, dall’altra si esercita su un’esperienza già politica: la pretesa uguaglianza della presa di parola nelle assemblee del Sessantotto. Come descrive Schiavo, l’uso della parola tra donne reinventa il legame necessario con il corpo, con il contesto delle parlanti, con i ritmi dell’ascolto e della parola profferta. A partire dall’esperienza delle relazioni tra donne – «territorio libero» da esplorare e risignificare – emerge poi il nodo della relazione tra madre e figlia, relazione che la psicoanalisi freudiana e lacaniana utilizza, sotto il termine di isteria, ma di cui non si sa al di fuori degli effetti dello stesso discorso analitico. È questa esperienza, che ha l’audacia di rischiare il caos fusionale previsto dalla psicoanalisi, che rende possibile risalire alle condizioni strutturali che determinano la gerarchia tra i sessi, ovvero l’analisi delle strutture e dei blocchi delle relazioni tra donne, che le irretiscono in una parola mai pienamente pubblica e politica.

    Infine, si apre anche la vicenda dell’omosessualità femminile, non solo erotizzazione dei rapporti tra donne, non solo sfida all’omosessualità maschile che informa qualsiasi ordine della convivenza, fin nelle stesse relazioni eterosessuali, non solo “omosocialità” delle donne tra loro. Si pone qui un nodo che avrà risvolti conflittuali.43

    4. In Italia

    L’attenzione alla materialità del linguaggio, all’ancoraggio nel corpo, alle manifestazioni dell’inconscio, riserva irriducibile di smentite agli ordini discorsivi e relazionali, il rimosso della relazione tra madre e figlia, si sviluppano in modo vario, differenziato e talora drasticamente conflittuale nelle pratiche e teorie del femminismo italiano.

    4.1 La Libreria delle donne di Milano. Sovversione epistemologica e politica del desiderio

    Per alcune donne provenienti da Milano, l’esperienza che si sviluppa a contatto con Psychanalise et politique, apre a nuove vie di analisi e di azione. Se il gruppo francese dichiarava «non si fanno invenzioni a partire dal nulla, non esiste la generazione spontanea»,44autorizzandosi così al rapporto con il sapere psicoanalitico, in Italia risuonava forte l’affermazione del gruppo Rivolta femminile: «Non vogliamo d’ora in poi tra noi e il mondo nessuno schermo […] dietro ogni ideologia intravediamo la gerarchia dei sessi».45
    La prima risposta a questo dilemma si traduce nell’abbandono della pratica dell’autocoscienza. Primo luogo sociale, dotato di un’intenzione politica, in cui le donne possono parlare apertamente della loro esperienza, l’autocoscienza è una pratica dominante fino al 1974. Il testo Donne è bello del gruppo Anabasi la racconta come quel percorso che permette di passare dalla percezione di una menomazione personale al senso che si tratti di un fatto sociale e politico.46 Tale pratica è caratterizzata da elementi ben identificati: il piccolo gruppo, l’assunzione dell’autenticità del racconto personale, l’identificazione reciproca e l’efficacia liberatrice della parola scambiata.47
    Dopo gli incontri con le francesi, si comincia a registrare la contraddizione implicata dalla pratica del piccolo gruppo, che sembra isolare il femminismo dalle questioni politiche che coinvolgono un numero più ampio di donne, da una dimensione sociale o collettiva. La decisione dell’abbandono dell’autocoscienza è espresso dalle donne della Libreria di Milano attraverso una passione: la noia. Noioso, cioè incapace di mantenere la tensione, il desiderio di scambio, è l’effetto dell’accostamento della presa di parola di tutte e ciascuna. L’apertura che si dà è un nuovo rapporto con la cultura, o meglio con l’uso di saperi già costituiti.
    Entrando in risonanza con le tesi di Politique et psychanalyse, i saperi possono diventare una riserva di elementi teorici da decostruire e riutilizzare per dare voce alla costruzione ed espressione della singolarità femminile, ovvero «usare gli strumenti teorici che la cultura offriva ed escogitare una pratica politica che li convertisse al significarsi della differenza umana originaria di essere donne».48
    Tornano così i temi della genealogia tra madre e figlia, del godimento femminile, come ricerca di una misura diversa da quella offerta dai codici sociali esistenti, che si addensano nella proposta di una politica del desiderio e di un ordine simbolico della madre,49 e che si connotano per la particolare forza attribuita alle pratiche: dalle genealogie femminili all’affidamento, dal rifiuto della rappresentanza all’autorità
    femminile. Per quanto riguarda il nodo emerso agli incontri francesi, la tensione tra omosocialità femminile e lesbismo, tra le esponenti di un femminismo della differenza – che dicono di La Tranche «lì circolava un
    intenso erotismo. Non era lesbismo, ma sessualità non più imprigionata dal desiderio maschile»50 e che lo connettono alla relazione di desiderio per la madre51 – si trova traccia di un’elaborazione più definita nello
    scambio di alcuni anni dopo tra Teresa de Lauretis e Luisa Muraro.52

    Nella lettera privata che mi ha scritto il 12 settembre 1989, in risposta a una versione manoscritta di questa introduzione, che le avevo inviato […] Muraro scrive:

    «è sbagliato (s’intende, per me, per noi) che il non dire la scelta (etero o omosessuale) sarebbe una major cause of opacity nel dibattito in corso. Perché?
    1) per la ragione, abbastanza ovvia ma non da trascurare, che molte diversità tra donne e anche questa, sono indotte o sono sovradeterminate da un ordine sociale non autonomo 2) per la ragione che noi lavoriamo esclusivamente per la libertà femminile, che è l’unica cosa che può costituire uno scopo comune a tutte le donne, […] e questo ci rende relativamente indifferenti alle possibili conseguenze e possibili usi della libertà. Che una donna liberamente ami nessuno o l’intera umanità, che faccia l’amore con le sue simili, con gli uomini, con nessuno, con i bambini o gli animali… sono conseguenze, ciascuna degna di attenzione e rispetto, ciascuna essendo fonte di esperienze e conoscenze preziose per il potenziamento della libertà femminile. Come parli tu del lesbismo, sembra quasi che fai di questa scelta sessuale un principio o una causa o un fondamento della libertà. Se così tu pensassi, ti direi: no, il principio della libertà femminile è di natura simbolica. Non è un comportamento reale, per quanto valido e prezioso per il rafforzamento delle donne nella società. Sono riuscita a spiegarmi?».53

    La risposta di de Lauretis è «ci penserò».54

    4.2 Lea Melandri e la pratica dell’inconscio

    In Non credere di avere dei diritti si menziona anche la nascita della pratica dell’inconscio.55 Intrapresa da alcune presenti agli incontri francesi, tra le quali Lia Cigarini, è a Lea Melandri che si deve la raccolta dei documenti e il lavoro di pensiero che sviluppano e tratteggiano questa pratica. Anche Melandri parla dell’incontro con il gruppo di Fouque e subito mette in evidenza la necessità di «riportare all’interno dei rapporti fra donne la pratica analitica».56 La declinazione del rapporto tra femminismo e psicoanalisi si formula con ulteriore precisione:

    È una scelta politica la cui ragione è facile da indicare: nella lotta per la nostra liberazione troviamo un nodo problematico, la sessualità, il corpo. Se si decide di non passare oltre con trovate ideologiche, è inevitabile fare i conti con la psicoanalisi […] L’unica innovazione portata in partenza è questa: il rapporto analitico
    non farà riferimento né esplicito né implicito all’istituzione psicanalitica, si situa invece nel movimento delle donne, cioè in un contesto di rapporti tra donne, che è la nostra politica.57

    Non dunque una reciproca interrogazione tra politica e psicoanalisi, come intendeva Fouque, e neanche, per certi versi, una rielaborazione attraverso pratiche femministe, bensì più esplicitamente una priorità della politica delle donne. Una priorità che deve essere tanto più forte, quanto più forte è la frequentazione della pratica psicoanalitica vera e propria. Si tratta dunque di una pratica di parola che accentua quanto rilevato da Schiavo a La Tranche: scavare dentro il racconto delle vite per vedere ciò che trapela ma che non viene detto, la necessità di approfondire il rapporto inconscio-coscienza, di analizzare la conflittualità ma anche le fantasie, i desideri, le paure che emergono dalla frequentazione di donne tra loro.58
    L’iniziativa parte da due gruppi milanesi: il gruppo di analisi – che diventerà il gruppo n. 4, autore di Più donne che uomini, il «Sottosopra» del 1983, manifesto che porta a compimento il pensiero della differenza sessuale in Italia – e il gruppo di pratica dell’inconscio che si evolverà in un gruppo su sessualità e scrittura, quale precedente per la Libera Università delle donne e la rivista «Lapis».59Melandri racconta come le iniziatrici dei due gruppi siano Lia Cigarini e lei stessa e riporta la discussione di avvio sul metodo con cui affrontare l’intreccio tra psicoanalisi e politica.60 Per entrambe, la pratica dell’inconscio si presenta come un’istanza antisistematica, più attenta ai gesti che alle formulazioni esaustive: si inaugura un’idea di politica che potremmo definire oggi una politica della singolarità e dell’esperienza, distinta da una politica collettiva su grandi temi esteriorizzati.
    I punti che emergono dalle trascrizioni degli incontri di lavoro ci rimandano agli sviluppi del loro lavoro politico. In particolare, infatti, Cigarini mette l’accento sulla dimensione duale della relazione e sollecita una riflessione sull’autorità dell’analista, che è fatta di silenzio più che di interpretazioni, e di come questa “speciale” relazione si svolga comunque all’interno del gruppo, che può riappropriarsi del senso di questa disparità discutendo dei risultati emersi dall’analisi. Melandri, per parte sua, sottolinea i rischi implicati dall’accentuazione del rapporto duale rispetto a quello di gruppo, che suggerisce di tenere separati, e registra la difficoltà di tradurre i vissuti personali più profondi in una comunicazione allargata.61 In effetti, mentre Cigarini sarà autrice, insieme ad altre, dell’idea di un ordine simbolico femminile, basato sulla relazione e sulla scoperta di una dimensione generativa e non mortificante della disparità; Melandri svilupperà la sua ricerca su due assi principali: l’inassimilabilità delle passioni profonde da parte della politica e il rapporto
    tra storia individuale e dimensioni collettive.62

    4.3 Carla Lonzi e Rivolta femminile. Dalla cultura agli interlocutori, passando per una tabula rasa

    Sebbene Carla Lonzi e il gruppo Rivolta femminile siano coinvolti nella temperie d’esperienza di questi primi anni ’70, come emerge dai loro scritti, rimane fermo il rifiuto della psicoanalisi come strumento politico – «Facciamo atto di incredulità verso il dogma psicoanalitico che attribuisce alla donna in tenera età il senso di partire in perdita per una angoscia metafisica della sua differenza»63 – e il mantenimento della pratica dell’autocoscienza. L’autocoscienza, in Rivolta femminile, accentua il riferimento, non tanto al gruppo, ma alle relazioni duali e al momento di riconoscimento e restituzione che lì può avvenire – «Non parlare con me se hai “fatto autocoscienza”. L’autocoscienza è l’altra»64 –, valorizza la dimensione di autenticità che viene ricercata e tuttavia viene tenuta ben distinta da altre forme di espressione dell’intimo. È piuttosto, come afferma il secondo Manifesto di Rivolta femminile, avventura: «Avventura e ideologia sono incompatibili. La mia avventura sono io»,65 un io che si confronta con il mondo da una posizione critica incarnata, praticata –
    un logorare i legami inconsci con i canoni culturali e i relativi valori. Attraverso le tracce scritte, che permettono di collocare in modo più ravvicinato gli intrecci tra partecipazioni diverse a questo periodo di volta, è possibile valutare le ragioni di questa dissonanza. Il primo testo è l’intervista di Michèle Causse a Carla Lonzi nel 1976. Causse è parte del progetto delle Editions des femmes, create da Antoinette Fouque, ed è tra le partecipanti all’incontro che si svolge a Parigi nel 1977 al centro culturale italiano – con Dacia Maraini e Maria Antonietta Macciocchi, Julia Kristeva, Luce Irigaray e Hélène Cixous.66 L’intervista a Lonzi mostra una certa lettura della pratica dell’autocoscienza che è insieme distruzione e costruzione di un nuovo punto di partenza.

    Le femministe che si affannano a dimostrare l’utilità della psicoanalisi per la liberazione delle donne […] traggono questa preoccupazione da un’identificazione culturale […] Il mio primo bisogno come femminista è stato quello di fare tabula rasa delle idee ricevute, una tabula rasa dentro di me per privarmi delle garanzie
    offerte dalla cultura, convinta che le certezze acquisite nascondono un veleno paralizzante […] strada all’autocoscienza, al discorso in prima persona. L’autenticità di questi testi è che riposano su un vissuto […] e dunque ho affermato tutto sul vuoto […] su questo vuoto, che era me stessa, potevo finalmente ascoltare la mia voce interiore […] È soltanto dopo aver ascoltato la propria voce interiore che si possono avere tutti gli interlocutori possibili […] qualcuno che puoi ascoltare senza lasciarti determinare […] avendo appiglio in te stessa […] non è più “cultura”, sono interlocutori.67 Autocoscienza dunque come tabula rasa dei miti – il mito essendo il valore «che viene attribuito a una cosa da chi non la fa»68 – che ciascuna porta dentro di sé. Nel testo, che verte per l’appunto sul Mito della proposta culturale,69 Lonzi, in un dialogo serrato con alcuni scritti di Lea Melandri e il suo lavoro sulla psicoanalisi, conclude:

    Secondo la mia esperienza si sta male fra donne quando questa scelta di autonomia è ambigua, quando l’uomo è presente, ma nascosto da una connivenza ideologica. Si comincia a stare bene fra donne quando il problema è ammesso, segno che il bisogno di autonomia non si presenta più come un dover essere, un dover dimostrare, ma come ricerca di sé e della coscienza di sé.70

    Figura di questa autonomia è, in risonanza con i percorsi sulla sessualità femminile del periodo, «la donna clitoridea», che Rivolta femminile puntualizza con grande realismo:

    La donna clitoridea non è la donna liberata, né la donna che non ha subito il mito maschile – poiché queste donne non esistono nella civiltà in cui ci troviamo – ma quella che ha fronteggiato momento per momento l’invadenza di questo mito e non ne è rimasta presa.71

    Non è infine un caso che il percorso di liberazione nominato con la figura della donna clitoridea rimandi anche all’esperienza della sessualità tra donne: sviluppo di una sessualità non specificamente procreativa, ma polimorfa […] con ogni prevedibile e imprevedibile fluttuazione nell’assetto eterosessuale dell’umanità.72

    5. In breve

    Un incontro che si presenta come un evento, un momento spartiacque nella politica degli anni ’70, con le sue promesse di sviluppi e di conflitti. Nella messa a confronto tra il sapere psicoanalitico e la politica del femminismo emergono alcuni precisi punti. Si può lavorare politicamente utilizzando se stesse come materia prima – è il notissimo «il personale è politico».73 Non si tratta però di un’impresa individuale, che avviene piuttosto e necessariamente in relazione. La presa di parola in relazione è pratica per eccellenza, che tiene conto del legame, non pacificato, tra corpo e parola, e dunque esercita l’attenzione non solo sul detto, sull’esplicito, ma anche su quel che si mostra pur non passando attraverso l’espressione verbale. Nel rifiutare l’assunzione di istanze politiche già costruite, le donne partono dall’esperienza singolare di ciascuna, con la pretesa però che questa esperienza sia lo strumento per intervenire, non sulle condizioni, bensì sulle strutture stesse di un ordine che produce la subalternità femminile. Alla radice di questi effetti si trova la (im)possibilità della relazione tra donne, a partire da quella tra madre e figlia. Una relazione che si genera e si esprime attraverso il corpo e, in particolare, nella sua intensità passionale, il desiderio. Si apre dunque il lavoro sulle tante esperienze del corpo e del desiderio femminile, dalle forme coatte della sessualità fondate sul primato maschile – piacere vaginale, parto-aborto – alla liberazione dell’amore di una donna per un’altra. Il godimento, o meglio, il “desiderio femminile” diventa così l’esperienza che è al contempo la più corporea e la più carica di politica, là dove porta a mettere in questione le “misure” dei saperi e degli ordini di convivenza, i valori che pretendono di organizzare la vita comune. Ultimo tratto, conseguente e di particolare interesse, oggi che torna l’idea di un sapere “oggettivo” e quantificabile, è la pratica che inverte o riconnette in modo inedito il rapporto tra teoria e politica: non il mito di una maggiore cogenza della prima, non uno scambio tra due piani ugualmente legittimi, bensì l’esperienza condivisa che cerca risorse per poter esprimere con sempre maggiore ricchezza e precisione le proprie urgenze.

    1. Kathie Sarachild, Feminist Consciousness Raising and “organizing” e Ann Koedt, The
    Myth of vaginal orgasm, entrambi in Voices from Women’s Liberation, a cura di Leslie Barbara
    Tanner, New York, Signet, 1971, pp. 154-157 e 157-166; Antonella Nappi, Movimento a più vociIl movimento degli anni Settanta attraverso il racconto di una protagonista, Milano, Fondazione
    Badaracco-Franco Angeli, 2002; Luisa Passerini, Corpi e corpo collettivo. Rapporti internazionali
    del primo femminismo radicale italiano, in Il femminismo degli anni Settanta, a cura di Teresa
    Bertilotti e Anna Scattigno, Roma, Viella, 2005, pp. 181-197, p. 185.
    2. Una compagna di Milano, La Tranche un incontro internazionale, una vacanza al mare,
    in Libreria delle donne di Milano, Esperienze dei gruppi femministi in Italia, in «Sottosopra»,
    Milano, Libreria delle donne di Milano, 1973, pp. 18-19, p. 18. Maria Schiavo attribuisce questo
    testo e il successivo, Nudità, ad Antonella Nappi, nel suo Movimento a più voci, p. 59.
    3. Carolyn Greenstein Burke, Report from Paris. Women’s Writing and Women’s Movement,
    in «Signs», 3 (1978), pp. 843-855.
    4. Lea Melandri, Una visceralità indicibile. La pratica dell’inconscio nel movimento delle
    donne degli anni Settanta, Milano, Fondazione Badaracco-Franco Angeli, 2000, p. 63.
    5. Schiavo, Movimento a più voci, p. 59.
    6. Fouque fonderà nel 1973 le Editions des Femmes a Parigi, luogo politico che rappresenta
    anche una figura di passaggio nella storia interna dello stesso MLF. Cfr. Maité Albistur, Daniel
    Armogathe, Histoire du féminisme français. Du moyen age à nos jours, Paris, Editions des
    femmes, 1977.
    7. Schiavo, Movimento a più voci; Libreria delle donne di Milano,Esperienze dei gruppi
    femministi in Italia; Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Torino, Rosenberg
    & Sellier, 1987; Melandri, Una visceralità indicibile; Passerini, Corpi e corpo collettivo;
    Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni ‘60 agli
    anni ‘80, a cura di Anna Rita Calabrò, Laura Grasso, Milano, Fondazione Badaracco-Franco Angeli,
    2004 (seconda ed.).
    8. Libreria delle donne di Milano, Esperienze dei gruppi femministi in Italia.
    9. Una compagna di Milano, La Tranche, p. 18.
    10. Ibidem.
    11. Una compagna di Milano, Nudità, in Libreria delle donne di Milano, Esperienze dei
    gruppi femministi in Italia, pp. 19-20, p. 19.
    12. Una compagna di Milano, La Tranche, p. 18.
    13. Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, p. 42.
    14. Schiavo, Movimento a più voci, p. 60.
    15. Passerini, Corpi e corpo collettivo, p. 191.
    16. Rivolta femminile, Per l’identificazione di Rivolta femminile, in Libreria delle donne di
    Milano, Esperienze dei gruppi femministi in Italia, pp. 24-25, p. 24.
    17. Schiavo, Movimento a più voci, pp. 61 e 65.
    18. Melandri, Una visceralità indicibile, p. 60.
    19. Una compagna di Milano, La Tranche, p. 19.
    20. Ivi, p. 18.
    21. Una compagna di Milano, Nudità, p. 19.
    22. Passerini, Corpi e corpo collettivo, p. 190.
    23. Ivi, p. 191.
    24. Calabrò, Grasso, Dal movimento femminista al femminismo diffuso, p. 72.
    25. Una compagna di Milano, La Tranche, p. 18.
    26. Passerini, Corpi e corpo collettivo, p. 191.
    27. Françoise Picq, Libérations des femmes. Les années mouvement, Paris, Seuil, 1993.
    28. Antoinette Fouque, I sessi sono due, Parma, Pratiche, 1999, Introduzione di Lia Cigarini,
    p. 29.
    29. Schiavo, Movimento a più voci, p. 62.
    30. Jacques Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora. 1972-1973, Torino, Einaudi, 2011, nuova
    edizione a cura di Antonio Di Ciaccia.
    31. Fouque, I sessi sono due, p. 40.
    32. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora. 1972-1973, p. 46.
    33. Ivi, p. 55.
    34. Ivi, p. 70. La donna clitoridea e la donna vaginale è il titolo del celebre testo di Rivolta
    femminile, in Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, pp. 61-113.
    35. Ivi, p. 99. Amo a te è il titolo di un’opera di Luce Irigaray. Allieva di Jacques Lacan, poi
    allontanata dall’École freudienne da lui diretta, Irigaray utilizza la psicoanalisi in particolare nel
    suo Speculum. Dell’altra donna. Così commenta Antoinette Fouque: «Mi ricordo della fascetta
    editoriale su ogni esemplare di Speculum di Luce Irigaray: “il MLF riceve le sue prime giustificazioni
    teoriche”. Che umiliazione, che offesa! Che bisogno avevamo di giustificazione? Quanto alla
    teoria non avevamo cessato di produrla contemporaneamente all’azione, per sei anni», Fouque, I
    sessi sono due, p. 156.
    36. Ivi, p. 71. Questo filo di ricerca si trova in particolare nell’opera di Luisa Muraro: v.
    ad esempio, Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista, Milano, La Tartaruga, 2003;
    Lingua materna e scienza divina. La filosofia mistica di Margherita Porete, Napoli, M. D’Auria,
    1995; Le amiche di Dio. Scritti di mistica femminile, Napoli, M. D’Auria, 2001.
    37. Fouque, I sessi sono due, p. 35.
    38. Cfr. Tilde Giani Gallino, Psicanalisi e femminismo in Glossario. Lessico politico della
    differenza, a cura di Aida Ribero, Torino, Centro Documentazione pensiero femminile, 2007, pp.
    209-215.
    39. Ivi, p. 35.
    40. Fouque, I sessi sono due, pp. 34-35.
    41. Ivi, p. 156.
    42. Cfr. infra e Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, Milano, et.al edizioni, 2010
    (edizione originale, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1971-1974).
    43. Cfr. infra e il testo fondativo di Monique Wittig, Il corpo lesbico, Roma, Edizioni delle
    donne, 1976.
    44. A proposito di una tendenza, in Libreria delle donne di Milano,Esperienze dei gruppi
    femministi in Italia, p. 86.
    45. Rivolta femminile, Manifesto, in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, pp. 5-11,
    p. 8.
    46. Anabasi, Donne è bello, Milano, 1972.
    47. Maria Gabriella Frabotta, Pratica dell’autocoscienza, in Lessico politico delle donne,
    vol. 3, Teorie del femminismo, a cura di Manuela Fraire, Milano, Gulliver, 1978 (nuova edizione,
    Fondazione Badaracco-Franco Angeli, Milano, 2002); si veda anche Calabrò, Grasso, Dal movimento
    femminista al femminismo diffuso.
    48. Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, p. 41.
    49. Lia Cigarini, La politica del desiderio, Parma, Pratiche editrice, 1995; Luisa Muraro,
    L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1991.
    50. Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, p. 43.
    51. Così Lia Cigarini nella trascrizione riportata in Melandri, Una visceralità indicibile, p.
    60.
    52. De Lauretis, La pratica della differenza sessuale e il pensiero femminista in Italia, in
    «dwf», 15 (1991), pp. 37-56; si veda anche Simonetta Spinelli, Il silenzio è perdita, in «dwf», 4
    (1986), pp. 49-53, citato da de Lauretis.
    53. De Lauretis, La pratica della differenza sessuale e il pensiero femminista in Italia, p.
    53.
    54. Ibidem.
    55. Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, pp. 47-50.
    56. Melandri, Una visceralità indicibile, p. 63; in particolare i paragrafiLa pratica analitica:
    incontro con Politique et psychanalyse; La pratica dell’inconscio: “critiche e commenti”; La
    pratica avviata: Il “gruppo analisi” e il “gruppo dell’incosncio”, ivi, pp. 57-94.
    57. Alcune femministe milanesi, Pratica dell’inconscio e movimento delle donne, in «erbavoglio
    », 18/19 (1975), riportato in Melandri, Una visceralità indicibile, pp. 186-197.
    58. Melandri, Una visceralità indicibile, p. 71.
    59. Cfr. Laura Grasso, Uno “sguardo” nel femminismo milanese, in Calabrò, Grasso, Dal
    movimento femminista al femminismo diffuso, pp. 63-126.
    60. Melandri, Una visceralità indicibile, p. 71.
    61. Ivi, pp. 60-62.
    62. Altra raccolta a cui fare riferimento per la pratica dell’inconscio è Melandri, L’infamia
    originaria. Facciamola finita con il cuore e la politica, Roma, Manifestolibri, 1997 (edizione originale Milano, Erba voglio, 1977).
    63. Rivolta femminile, Sputiamo su Hegel, in Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, p. 35.
    Cfr. anche “Il femminismo, per la donna, prende il posto della psicoanalisi per l’uomo”, in Rivolta
    femminile, La donna clitoridea e la donna vaginale, ivi, p. 72.
    64. Rivolta femminile, Secondo manifesto di Rivolta femminile. Io dico io, in Marta Lonzi,
    Anna Jaquinta, Carla Lonzi, La presenza dell’uomo nel femminismo, Roma, Scritti di Rivolta
    femminile, 1978, p. 9.
    65. Ivi, p. 7.
    66. Cfr. Burke, Report from Paris, p. 848.
    67. Lonzi, Perché si sappia, in Rivolta femminile, È già politica, Roma, Scritti di Rivolta
    femminile, 1977, pp. 104-105.
    68. Ivi, p. 107.
    69. Lonzi, Mito della proposta culturale, in Lonzi, Jaquinta, Lonzi, La presenza dell’uomo
    nel femminismo, pp. 137-141.
    70. Ivi, p. 143.
    71. Rivolta femminile, La donna clitoridea e la donna vaginale, p. 92. Mio il corsivo.
    72. Rivolta femminile, Sessualità femminile e aborto, in Lonzi,Sputiamo su Hegel, p. 59.
    73. Fraire, Il personale è politico, in Lessico politico delle donne, a cura di Manuela Fraire;
    Materiali del movimento femminista, Il personale è politico, in «quaderni di lotta femminista», 2,
    Torino, Musolini, 1973.

  • Carla Lonzi su Beauvoir, in Itinerario di riflessioni, in E’ gia politica, Milano, Scritti di Rivolta femminile, 1977, pp. 32-35

    Caso eccezionale tra le donne di cultura, Simone De Beauvoir in una recente intervista ha ammesso il suo debito verso le femministe, anche se con la consueta aria stanca di chi obbedisce alla Verità: « Hanno radicalizzato parecchie mie convinzioni, lo sono più o meno abituata a vivere in questa società dove gli uomini sono quello che sono, cioè degli oppressori. Personalmente non ne ho troppo sofferto. Sono sfuggita alla maggior parte delle servitù femminili: la maternità, la vita casalinga. D’altra parte ai miei tempi c’erano meno donne che portavano a termine gli studi. Conseguire una laurea in filosofia voleva dire collocarsi come una privilegiata tra le donne, Il riconoscimento maschile fu immediato: ero la donna eccezionale. L’ho accettato. Oggi le femministe si rifiutano di essere le donne-alibi come sono stata io. Hanno ragione ». Ma, appunto, la strada della Verità fa mancare la « piccola via proprio nuova »: Teresa Martin la sapeva lunga su questo. Tuttavia la De Beauvoir si espone e io la rispetto, anche se non empatizzo. Chi delle nostre privilegiate ha osato entrare in argomento, prestare il fianco?

    Quando la De Beauvoir confessa di avere «rapporti personali con singole donne, non con gruppi o correnti del femminismo » e di lavorare « insieme a loro su questioni specifiche », ci fa capire cosa è mancato nella sua esperienza per passare dall’ammettere il privilegio al vederne la servitù. Il punto è tutto lì: restare convintedi essere meglio delle altre, di quelle che non hanno preso la via dell’inserimento, di quelle rimaste nell’c immanenza ». Questo concetto, che è uno dei temi portanti del « Secondo Sesso », mi fece soffrire quando lessi il libro per la prima volta, poco dopo che era uscito in Francia. Dentro di me ho preso posizione fin da allora: questa è stata una delle molle lontane che hanno fatto scattare « Sputiamo su Hegel ». Il femminismo non è un’idea, è una pratica, e proprio la pratica del gruppo di autocoscienza, il contatto vero, mai avuto prima con donne non identificate nella cultura, che però sono alla ricerca di una loro cultura, svela l’inganno di un riconoscimento pagato al prezzo di costruirsi sull’unica immagine che l’uomo è in grado di riconoscere: quella offerta da lui. Questo è il punto che la De Beauvoir non accetta e su cui costruisce teorie difensive: secondo lei la donna può scoprire solo quello che l’uomo ha scoperto, gli stessi valori. La De Beauvoir non riesce a cogliere modalità femminili sia perché non ammette un’accezione femminile dell’esistenza, sia perché la trova comunque formulata e elevata a valore nella mente onnivora di Sartre. Ma quando nel ‘71 le abbiamo mandato la traduzione francese di « Sessualità femminile e aborto » non ci ha risposto. Qualche mese dopo è uscita su « Le Nouvel Observateur » una sua intervista dove trovava « irritante e noiosa la mistica della clitoride » (*) portata avanti dalle omosessuali.

    Nel giro di pochi anni, di pochi mesi, si sono ricreate attorno e dentro il femminismo le tensioni mascherate tipiche degli ambienti culturali. Cos’è cambiato? Certo qualcosa è cambiato, ma la tensione fra donne rimane poiché l’uomo rimane. Poiché è ancora l’interlocutoreambito, semina rivalità. E non ci sarebbe niente di cui meravigliarsi se, appunto, questo effetto fosse rilevato, ammesso, come un problema da affrontare. La cultura femminile da cos’altro può nascere se non da questo?

    Il femminismo è riapparso all’improvviso dopo un lungo silenzio (le cause di questo silenzio, che sono le cause di una sconfitta, mi stanno a cuore, ma non potrei «studiarle» perché sono interessanti, importanti per noi : qualcosa deve avvenire nella mia vita che crei una concomitanza, un motivo personale) e con una messe di intuizioni straripante. Tutte avremmo voluto che si rispondesse alle intuizioni con nuove intuizioni (…)

    (*) Ricordo de « I Mandarini », tipica lettura del dopoguerra, una sola frase (cito a memoria): « Qualcosa là in basso si esaltava, si sfogliava, ma io, io mi annoiavo ». Mi sono meravigliata quando ho saputo che Alice Schwarzer, sostenitrice pubblicizzata delle teorie contro il coito, è una sua seguace.

  • Alice Jardine intervista Simone de Beauvoir

    Alice Jardine intervista Simone de Beauvoir

    “Signs”, 5, 2, 1979

    Sintesi a cura di Giada Stamenkovic

    Siamo alla fine degli anni ’70. Negli Stati Uniti inizia a farsi sentire l’eco dei nuovi femminismi francesi, tra cui appaiono teoriche come Hélène Cixous, Luce Irigaray e Julia Kristeva. Simone de Beauvoir continua invece a dichiararsi a favore di un femminismo attivista e di stampo marxista, che si oppone alle teorie filo – lacaniane e derridiane. In America Il Secondo Sesso (1949) viene considerato ancora uno tra i più importanti studi sulle donne, e la femminista statunitense Alice Jardinee si trova d’accordo con l’enfasi che Beauvoir pone sul linguaggio come comunicazione e con la possibilità di una rivoluzione dell’ordine sociale. Le francesi invece tendono a porre l’accento sull’inconscio, sul linguaggio come forza ordinatrice di percezioni, e sulla “donna” come qualcos’altro, da qualche altra parte, rispetto all’”uomo”.

    Così Alice Jardine, da grande ammiratrice di Beauvoir qual è, decide di testare le reazioni della filosofa rispetto ad argomenti delicati, che marcano i nuovi femminismi francesi, per mezzo di un’intervista. Dopo un primo incontro nel 1973, in cui Jardinee non aveva notato sostanziali cambiamenti di posizione in Beauvoiur rispetto a Il Secondo Sesso, l’americana torna ad intervistarla, per conoscere meglio il suo atteggiamento nei confronti di chi pone la donna “da un’altra parte”. È il 2 giugno del 1977 e siamo nell’appartamento di Simone de Beauvoir a Parigi.

    1 – FEMMINISMO FRANCESE ANNI ’70

    La prima domanda riguarda la posizione di B. in merito all’ MLF (Mouvement de libération des femmes) e le sue profonde spaccature. Tale movimento contiene vari gruppi femministi in Francia, ai quali Beauvoir sostiene di non essere particolarmente legata. Principalmente contribuisce con testimonianze, dichiarazioni, articoli, senza partecipazioni dirette. I gruppi secondo Beauvoir più importanti sono quelli che si occupano di questioni quali la violenza sessuale e domestica, che organizzano gruppi di sostegno e protezione, e che si trovano alla continua ricerca di un proprio spazio d’azione. Beauvoir sostiene di non essere legata nemmeno a Choisir, il gruppo che naque dall’impegno per la legge sull’aborto in Francia, al momento vittima di lotte intestine. Nemmeno a livello politico Beauvoir ha deciso di prendersi responsabilità o compiti particolari.

    2 – DENTRO O FUORI IL SISTEMA?

    Si passa alla questione della radicalità. Jardine chiede a Beauvoir se secondo lei bisognerebbe agire all’interno  del sistema (costruito mediante ordine maschile), oppure al di fuori dello stesso, considerando che tale sistema è proprio ciò che il femminismo si pone di smantellare. Secondo Beauvoir, non si può solo voler “essere come gli uomini”: è necessario un cambiamento della società stessa, una sovversione dell’ideologia dominante. Purtroppo, da una parte se non si segue il sistema l’operato rischia di risultare vano, ma dall’altra, se lo si fa si rischia di porre il proprio femminismo a servizio di un sistema che si è deciso di smantellare. Per Beauvoir e le sue amiche il femminismo dev’essere un’arma contro la società, un movimento rivoluzionario diverso dal movimento di classe, ma sempre di sinistra e sempre volto ad attaccare la società. B pone come esempio lampante il problema del lavoro domestico non retribuito, mestiere costituito da milioni di ore di lavoro non salariato su cui si basa la società maschile capitalistica. Porre fine ad esso significherebbe capovolgere la società, ma è un lavoro che non può fare il solo femminismo. Servono alleanze e attacchi di diverso tipo, anche quelli maschili, il che fa sorgere appunto un ulteriore problema:  come sanno bene le femministe che hanno partecipato ai movimenti di sinistra del ’68, le donne venivano comunque tenute “al loro posto”: preparavano il caffè mentre gli uomini discutevano. Trovare alleati senza perdere la propria specificità femminista è un problema di particolare rilevanza. Talvolta si crede di aver fatto passi in avanti perché la Signora X ha raggiunto questa o quella posizione, e allora si pensa che le donne siano uguali agli uomini. Ciò è falso poiché le eccezioni ci sono sempre. L’importante secondo Beauvoir è accettare solo cariche che permettano di aiutare davvero le donne. Spesso però le femministe decidono di non immischiarsi in cariche marcate dai valori maschili, rimanendo fuori dal sistema, mentre quelle che occupano cariche importanti, decidendo di agire dall’interno del sistema stesso, finiscono per comportarsi come gli uomini, tagliandosi così fuori dalle altre donne. C’è una dialettica tra l’accettare il potere e rifiutarlo, entrare nel sistema o rimanerne ai margini, accettare certi valori maschili e la volontà di trasformarli.

    3 – DONNE E PSICOANALISI

    Jardine chiede a Beauvoir un parere sulla psicoanalisi femminile fin ora studiata. B. considera disastrosa la psicoanalisi femminile di Freud e Lacan. Il suo desiderio è quello di vedere una donna che prenda sul serio la psicoanalisi e che la ricostruisca da una prospettiva tutta femminile. C’è ad esempio Luce Irigaray, che secondo Beauvoir sta tentando di fare qualcosa senza però essere andata molto lontano. Ritiene che la sua opera, Speculum de l’autre femme, sia difficile da leggere, e riporti un vocabolario accademico. Tuttavia, nonostante la mancanza di audacia che trova nel suo lavoro, ne apprezza il tentativo e lo trova interessante. La difficoltà nel trattare la psicoanalisi da una prospettiva femminile è ancor più evidente quando si tratta di pazzia, sostiene B. Date le norme maschili, è evidente che le donne abbiano maggiori possibilità di essere definite pazze: quando una donna non si dimostra completamente appagata e felice nel vivere di faccende domestiche, la società sostiene di doverle fare una lobotomia. La società lobotomizza le donne di oggi, perché esse sono i soggetti più idonei per tale procedura: agiscono in una routine quotidiana, per cui è possibile rubar loro l’animo, lo spirito critico e ribelle lasciandole tuttavia completamente in grado di continuare ad eseguire la loro routine (preparare lo stufato o stendere i panni) senza tali capacità. La società considera pericolose le donne, tutte, e a ragione. Difatti anche le donne non femministe sono pericolose, sostiene B, solo che si sono sempre ribellate autonomamente, senza allearsi, e diventavano bisbetiche (domate). Se il femminismo entra in gioco, permette loro di parlare di loro stesse, invece che nutrire sempre inconcludenti lamentele e drammi personali, che causano loro solo depressione. La pazzia, secondo Beauvoir, è dunque condizionata, in larga parte, dalla società, dalla famiglia in particolar modo, affliggendo dunque le donne per prime. Beauvoir cita anche un’altra femminista che sta tentando di entrare nel mondo della psichiatria, Hélène Cixous, ma sostiene si rivolga alle donne in un linguaggio che la maggior parte di esse non capirà mai, un linguaggio che rivela un’eterna ricerca di una scrittura femminile.

    4 – RAPPORTO TRA DONNE E LINGUAGGIO

    Secondo B la ricerca di una scrittura femminile sarebbe un errore, poiché questa rientra nel sistema dei pregiudizi maschili. Bisognerebbe invece liberare il linguaggio da tutto ciò. Esso può essere arricchito, è possibile inventare parole nuove, nuove tecniche comunicative, uno slang;  le femministe possono scrivere da una prospettiva femminista, con una sensibilità femminile, dando al testo qualcosa che non avrebbe se fosse stato scritto da un uomo, ma rimarrebbe comunque linguaggio così come lo conosciamo. Quello che le donne devono fare per B è rubare lo strumento (il linguaggio) senza romperlo, e usarlo a proprio vantaggio.  Jardine vuole sapere se secondo Beauvoir le donne abbiano un rapporto diverso con linguaggio rispetto agli uomini. Secondo B una differenza c’è, e dipende dal contesto sociale: la donna si esprime in modo diverso rispetto all’uomo, parla maggiormente del proprio corpo perché fondamentalmente non riesce a staccarsene. Il linguaggio è uno strumento molto influenzato dal sesso del parlante, soprattutto a seconda dell’argomento: esistono argomenti comuni a uomini e donne (l’oppressione, la miseria), ma argomenti in cui le donne sono coinvolte in prima persona. Ogni donna è sia donna che universale (e ogni uomo è sia uomo che universale). Beauvoir continua a credere nell’universalità della condizione umana, in domini comuni, e non in un femminismo separatista.

    5 – DONNE E LETTERATURA

    Jardine chiede a Beauvoir se la causa della repressione della letteratura femminile sia da ricercare nell’ideologia dominante. Per Beauvoir questo è ovvio: la letteratura, come del resto quasi ogni cosa, è dettata dall’ideologia dominante. Le donne hanno trovato molti ostacoli nel diventare scrittrici per molte ragioni, ragioni che Virginia Woolf  delinea in maniera esemplare nell’opera Una stanza tutta per sé. Però, una volta che un’opera scritta da una donna riusciva ad essere pubblicata, questa veniva riconosciuta. La letteratura è infatti l’arte nella quale le donne hanno trovato meno problemi ad emergere. Tuttavia, l’ideologia dominante è impressa a fuoco nella letteratura; anche nella letteratura proletaria, o in quella femminista. Non c’è una letteratura, un modo di scrivere, femminista, e se ci fosse, Beauvoir lo riterrebbe un ulteriore modo di ghettizzare le donne, mentre invece desidera che esse siano singolari e universali al tempo stesso. B cita l’esempio di Virginia Woolf, che, nonostante non ricerchi femminilità stilistica, la sua scrittura, secondo B, risulta sempre molto femminile. Ovvero mostra una spiccata sensibilità contemplativa nei confronti della natura, qualità propria delle donne. Talvolta è addirittura l’argomento stesso o il soggetto del testo, a richiedere che lo scrittore metta tutto se stesso nell’opera, e ciò implica includere anche il proprio sesso, il quale, proprio come caratteri quali la nazionalità, è imprescindibile e innegabile. Ad esempio nei romanzi: nel romanzo lo scrittore è parte del proprio lavoro. È la situazione stessa (stesura di un romanzo) che richiede allo scrittore/ice il suo totale impegno in quanto individuo. Come in politica. Un uomo di destra non scriverà mai come un uomo di sinistra. Beauvoir afferma che i suoi libri non li avrebbe potuti scrivere un uomo, poiché hanno il marchio femminile: l’eroina, rigorosamente donna, nella quale B ha inserito molti tratti di se stessa (cosa che un uomo non avrebbe mai saputo fare: un uomo non può comprendere la sensibilità femminile, il sentirsi donna nel mondo). Le donne per B, Possono essere descritte esteticamente molto bene da un uomo, ma solo una donna può scrivere cosa si prova a sentirsi donna, ad essere donna, nel mondo.

    6 – DONNE E AUTOBIOGRAFIA

    Jardine, notando un aumento di autobiografie femminili, chiede a B. perchè questo tipo di testo risulti così importante per le donne. Beauvoir sostiene che tra le donne ci sia proprio questa tendenza all’autobiografia: quando hanno avuto la possibilità di emanciparsi, hanno iniziato a sentire il bisogno di scrivere delle proprie vite. B trova particolarmente bella l’autobiografia di Kate Millett. Alcune sono molto ben scritte, come fossero romanzi. La tendenza del momento è proprio quella di scrivere di storie reali, poiché la gente sembra stanca della finzione, sembra aver bisogno di sentire storie vere.

    7 – CONTENUTO O ESPRESSIONE?

    Una domanda stilistica: Jardine chiede a B se ritiene ci sia differenza tra contenuto ed espressione, e B risponde che secondo lei non può esistere tale differenza, una differenza tra stile e narrazione. Ci deve essere relazione tra gli avvenimenti narrati e lo stile narrativo, cosa comunque complessa. Ad esempio ha adorato la biografia di Emma Goldman, scritta con uno stile non particolarmente impressionante, ma pieno di passione e di avvenimenti avvincenti, mentre invece quella di Anais Nin è scritta con grande grazia e talento stilistici ma manca di giudizio: vuole essere femminile ma non riesce ad essere femminista.

    8- DONNE E AVANGUARDIA

    Jardine chiede a Beauvoir qual è la sua posizione nei confronti dell’avanguardia. B sostiene che dal momento in cui una corrente si ritiene di essere all’avanguardia o ha la pretesa di esserlo, cade in errore. Beauvoir non si è mai sentita tale, nonostante fosse considerata all’avanguardia dai suoi contemporanei: comunicava solo ciò che aveva da dire. Sovvertire le idee comunemente accettate non basta per essere definiti avanguardia, né serve essere sempre alla ricerca di un modo per farlo.Bisogna invece pensare al modo in cui ognuno di noi può esprimere il mondo.

    9- DONNE E FASCISMO

    Jardine chiede a Beauvoir se il fascismo, essendo stato definito l’istituzionalizzazione dell’inconscio, abbia maggiori capacità di influenzare le donne. Secondo B questo non è vero, nonostante le donne siano in generale più servili: gli uomini creano dei personali, e ne comprendono l’artificialità, mentre le donne, essendo oppresse dagli uomini, li prendono sulla parola e credono negli dei da loro creati. Le donne in generale diventano più fanatiche per tale ragione, sia che si tratti di fascismo sia di totalitarismo. Ma non è una proprietà intrinseca del fascismo.

    10 – SPUNTI PER IL FUTURO

    Jardine a questo punto è desiderosa di sapere se B, dalla pubblicazione della sua opera Il Secondo Sesso ad oggi, abbia in qualche modo cambiato opinione sugli argomenti da lei trattati. La risposta di Beauvoir è chiara: come ha già spiegato in All Said and Done , ha scoperto il femminismo agli inizi del decennio quando si diffuse in francia. Al momento della stesura della sua opera il femminismo propriamente inteso non esisteva, mentre invece si sosteneva che l’emancipazione femminile sarebbe avvenuta solo grazie al trionfo del proletariato e al progresso sociale. In realtà, nei paesi sedicendi socialisti, la condizione femminile era addirittura  peggiore rispetto ai paesi capitalistici. Quello che B sostiene di aver compreso durante gli anni che la separano dalla sua pubblicazione, è che l’emancipazione delle donne è qualcosa che solo le donne hanno il potere di conquistare, pur tuttavia contemporaneamente alla lotta di classe, e in alleanza con questa e con gli uomini se la situazione lo richiede. Ma il tutto senza mai abbandonare la propria specificità femminista.

    11 – IL FUTURO DE IL SECONDO SESSO

    Alla domanda “Come immagini l’effetto dei tuoi lavori sulle future generazioni?” B risponde che non ha modo di immaginarlo; spera solo che Il Secondo Sesso, pur risultando un libro vecchio e datato, darà il proprio contributo anche alle generazioni future.

  • Alice Jardine – Interview with Simone de Beauvoir

    Signs, Vol. 5, No. 2 (Winter, 1979), pp. 224-236

     

    Alice Jardine We have begun to hear echoes of certain “new French feminisms” on this side of the Atlantic:1 Translations and studies of the works of such theorists as Helene Cixous, Luce Irigaray, and Julia Kristeva are appearing with increasing frequency. In the midst of these new, diverse, and complex voices, Simone de Beauvoir continues to speak out for an activist, Marxian feminism that opposes various “theories of the feminine” developed by French women in the wake of Lacanian and Derridian epistemologies.2 For the American feminist, The Second Sex (1949) remains one of the single most important studies on women. In spite of caveats concerning Beauvoir’s affiliation with Sartre and her adherence to existentialism, for example, American feminists are in basic agreement with her analysis of the female condition, her emphasis on language as social communication, and her belief in the possibilities of a revolution in the existing order. In France, however, linguistic, psychoanalytic, and philosophical interrogations during the last two decades have placed the emphasis elsewhere: on the decentered subject, the unconscious, and on language as the essential force which orders our perceptions of “history” and “reality.” “Woman” is no longer that biological being opposed to “man,” but something else-“she is elsewhere.” In a sense, “woman” has become a metaphor for everything that escapes and defies Western monological thought. These new emphases might well seem incompatible with

    1.See Elaine Marks and Isabelle de Courtivron, eds., New French Feminisms(Amherst: University of Massachusetts Press, 1979).
    2. Simone de Beauvoir and other feminists (including Christine Delphy and Monique Wittig) have started a journal, Questions féministes, designed to speak directly to these issues. An English language edition, Feminist Issues, will appear soon in the United States.

     

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    feminism as defined by Beauvoir and other feminists in both France and the United States. As an American feminist working in contemporary French theory -a problematic position further complicated by my personal admiration for Beauvoir – I felt it increasingly important to elicit her reactions to some of the issues which mark the new feminisms in France. From our first conversation in 1973, it became clear that Beauvoir had not essentially changed her position since The Second Sex. Although I sensed a certain hesitation or ambivalence in her conception of women’s relationship to language and literature, her attitude to those who posit woman as “elsewhere” remains strong and unflinching. The interview which follows took place at Simone de Beauvoir’s apartment on June 2, 1977.

    A.J.: To begin with, what is your present relationship to the women’s movement in France? Are there any groups which you consider particularly important? How effective is the Mouvement de libération des femmes [MLF] today?4

    S.B.: That’s a very difficult question, because there are major rifts, great debates within the MLF. There is a group called Psychanalyse et politique, which is involved at present in a libel suit against the women whom they published, women who weren’t happy with the conditions of publication.5 I am absolutely on the side of those women, the ones who have been called revolutionary or radical, and most decidedly opposed to Psych et po, which has turned out to be a very capitalist group. The group uses its own money to do something which is useful-to publish women’s books and to try to have a women’s newspaper. Nonetheless, because it is rich, it is also exploitative. Unfortunately, the other side is divided. But I would say that right now the most important groups are those working on the issues of rape and battered wives. You know, despite the enormous effort that was made for abortion, very little was gained. So, given the everyday concrete resistance which always exists, the attempt to get to women who have been raped, to help them not to feel humiliated, to help them see that it’s necessary to talk about it, and

    3.This interview is part of a larger project funded by the National Endowment for the Humanities. Ellen Evans translated from the French.
    4. For two overviews of the women’s movement(s) in France, see Elaine Marks, “Women and Literature in France,” Signs: Journal of Women in Culture and Society 4, no. 2 (Summer 1978): 832-42; Carolyn Burke, “Report from Paris: Women’s Writing and the Women’s Movement,” ibid., pp. 843-55.
    5. See Burke for a discussion of the group, Psychoanalysis and Politics.

     

    interview with Beauvoir then to attack the rapists, and so forth … this is all extremely important. Perhaps the battered wives are even more important. We are trying to provide a shelter for them, but it’s been very difficult because we still haven’t found appropriate space. I work a great deal with these groups; I’m the director of the League for Women’s Rights, which is essentially concerned with battered wives. There are a lot of committed militants who are working on this problem. I haven’t done most of the work; my work is either at the level of testimony, a declaration, an article, or something like that, but I’m not associated with any particular group.

    A.J.: And Choisir?6

    S.B.: I left Choisir a long time ago, for a number of reasons. I think Choisir is in trouble. It may be breaking up, because of problems of authoritarianism. In any event, the last news I had was that there was major dissent at the heart of the group.

    A.J.: And politically? Are you actively involved in protests against the government, for example?

    S.B.: Not much, because not much is possible-of course, there are always petitions, signatures, conversations with people, with the opposition. Things like that. But, at the moment, there essentially is no left-I mean the extreme left, not the socialists or the communists. In any case, there’s nothing very organized. I am in contact with them, but I don’t have responsibilities there either, or any particular duties.

    A.J.: To come back to the feminist movement…. As we said, there are great divisions. Proper strategy, marginality, Marxism-there’s a whole gamut of controversies. And there is always a certain feminism which is quite easily co-opted, as your interview with Betty Friedan has shown.7

    S.B.: Yes, that “we want to be just like men,” that is, men as they are today, when in truth we need to change the society itself, men as well as women, to change everything. It is very striking in Betty Friedan: What she wants is for women to have as much power as men do. Obviously, if you are truly on the left, if you reject ideas of power and hierarchy, what you want is equality. Otherwise, it won’t work at all.

    A.J.: On the other hand, there are women who work on the margins of the society – as Marxists or not – who work toward a subversion, an explosion of the dominant ideology. How do you see the function of marginality in the movement?

    S.B.: That again is a difficult point. But I wouldn’t call it that…. I reject the word marginality. I would rather say revolutionary, radical, whatever.

    A.J.: All right, then, do you believe that one must remain “radical” or that one must work with women who are, if you like, in the system?

    6. The group Choisir grew out of the effort for an abortion law in France. 7. Betty Friedan, “A Dialogue with Simone de Beauvoir,” It Changed My Life: Writings on the Women’s Movement (New York: Random House, 1976), pp. 304-16.

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    S.B.: I wouldn’t put the question exactly that way, but it’s true that this is one of the problems which often arises among my radical, revolutionary feminist friends: Do you have to join the system or not? On the one hand, if you don’t, you risk being ineffectual. But if you do, from that moment on, you place your feminism at the service of a system which you want to take apart; because for me and my friends at least, feminism is one way of attacking society as it now exists. Therefore, it’s a revolutionary movement . . . which is different from the class struggle movement, the proletarian movement, but which is a movement which must be leftist. By that I mean at the extreme left, a movement working to overthrow the whole society. Besides, if women really did have complete equality with men, society would be completely overturned. For instance, there is the problem of unpaid labor, such as housework, which represents millions and millions of unsalaried work hours and on which masculine society is firmly based. To put an end to this would be to send the present-day capitalist system flying in a single blow. Only we can’t do it by ourselves; there have to be other kinds of attacks on the system. So a certain alliance with revolutionary systems is necessary, even masculine ones. But this is very hard, because most feminists in France came to feminism after ’68 as a result of the hypocrisy they experienced in leftist movements. In these movements, where everyone believed there was going to be true equality, fraternity between men and women, and that together they were going to struggle against this rotten society, even there they noticed that the leftists, the militants, kept them “in their place.” Women made the coffee while the others did the talking; they were the ones who typed the letters. So this is certainly a very tricky point: How to ally yourself to other leftist forces without losing your feminist specificity. For example, there are women who work for leftist newspapers, like Liberation, a newspaper for which I have a certain sympathy, despite some reservations. Anyway, these women felt crushed, as women, whatever other good work they were doing, so about two years ago they were successful in shifting the newspaper to a much more feminist perspective. And about accepting positions? Well, if you accept certain situations, you become a token. “Ah, you see there is a Miss So-and-so who was first in her class at the Ecole polytechnique; Madam X has such and such a position; therefore, women are the equals of men.” This is obviously completely false, because there are always some exceptions, some women who make it for one reason or another. That doesn’t mean that, on the whole, women’s position is equal to that of men. So it all depends on the particular case. Sometimes you can accept an important post, on condition that it really puts you in a position to help women. Unfortunately, women who have important posts very often adopt masculine standards-power, ambition, personal success- and cut themselves off from other women. On the other hand, to refuse everything, to say, even when there is something which really should be interview with Beauvoir done, “Ah, that’s no longer feminist,” is a pessimistic, even masochistic tendency in women, the result of having been habituated to inertia, to pessimism. To be feminist doesn’t mean simply to do nothing, to reduce yourself to total impotence under the pretext of refusing masculine values. There is a problematic, a very difficult dialectic between accepting power and refusing it, accepting certain masculine values, and wanting to transform them. I think it’s worth a try.

    A.J.: Does the same problem exist with systems of thought? For example, women who reject Marx or Freud because they were men?

    S.B.: I think that Freud understood absolutely nothing about women-as he himself said. I admire Freud a great deal as a person and thinker. Despite everything, I find his work very, very rich, but I think that for women he has been absolutely disastrous. And even more so, everyone who came after him.

    A.J.: Including Lacan?8

    S.B.: Yes, Lacan. All of that stuff still minimizes women. I would certainly like to see some young women take up psychoanalysis seriously and reconstruct it from an absolutely new viewpoint. There is a woman in France named …

    A.J.: Luce Irigaray?9

    S.B.: That’s it, Irigaray … she is trying to do something. She hasn’t gone quite far enough, in my opinion. But she is trying to construct a psychoanalysis which would be feminist.

    A.J.: What do you think of her book, Speculum de l’autre femme?

    S.B.: I found it laborious to read because of the Lacanian style, which persists in spite of everything … but I read her second book with far greater pleasure, Ce sexe qui n’en est pas un. It’s written in a much simpler style, much more direct, without a “scholastic” vocabulary- psychoanalysts have fallen into a kind of horrifying, almost Aristotelian, scholasticism. On the whole, however, I am interested in the kind of work she is doing and I found her book very interesting. Still, she seems to lack audacity, which is necessary to demolish the ideas of Freud on feminine psychoanalysis.

    A.J.: Along the same line, what do you think of the people involved in the antipsychiatry movement? Deleuze, Guattari, R. D. Laing?10

    S.B.: At bottom, antipsychiatry is still psychiatry. And it doesn’t really address itself to women’s problems. But then, there have been

    8. Jacques Lacan-French psychoanalyst, interrogator of Freud, and founder of the Freudian School in Paris-is now a somewhat legendary figure whose work is fundamental to debates among French feminists. For a recent discussion of Lacanian theory and women see Jane Gallop, “Psychoanalysis in France,” Women and Literature 7, no. 1 (Winter 1979): 57-63. For a survey of the contemporary French psychoanalytic movement, see Sherry Turkel, Psychoanalytic Politics (New York: Basic Books, 1976).
    9. See Marks; Burke. Irigaray’s two principal books on women have not yet been translated: Luce Irigaray, Speculum de l’autrefemme (Paris: Editions de Minuit, 1974), and Ce Sexe qui n’en est pas un (Paris: Editions de Minuit, 1977).
    10. Gilles Deleuze and Felix Guattari, Anti-Oedipus (New York: Viking Press, 1976).

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    some interesting books on women and madness, in America as well. Given masculine norms, it is clear that women are more likely to be considered crazy-I’m not saying to be crazy. As soon as a woman re- fuses to be perfectly happy doing housework eight hours a day, society has a tendency to want to do a lobotomy on her. I have seen such things, perfectly horrible things. The renewed use of lobotomy today is particularly applicable to women: Because they do routine things, it is possible to take away their spirit of revolt, of debate, of criticism, and still leave them perfectly capable of making stews or washing dishes. It’s terrible, this tendency to consider women something dangerous to society .. . but, truthfully speaking, they are dangerous, even those who aren’t feminists, because there has always been a women’s revolt. Only it has usually translated itself into solitary, individualist, disagreeable manifestations-the whole history of the taming of the shrew, the woman-shrew. They weren’t shrews without cause. But I think that feminism permits women to speak among themselves, instead of simply being resentful, having personal complaints, which get them nowhere and which make them sick and ill-tempered, depressive … and poison the lives of their husbands and children. It’s much better to arrive at a collective consciousness of this problem, which is both a kind of therapy and the basis for a struggle.

    A.J.: So, you have to work first of all in the world as it is, before dreaming up a scenario a la Deleuze or Guattari where there would no longer be a division between the sexes.

    S.B.: Absolutely. In fact, that’s utopian and useless. You have to start from where you are today and from what can be done.

    A.J.: Do you know the work of Laing with Mary Barnes? What do you think of it?

    S.B.: I find it an interesting revolt against classical psychiatry. And yet, the denouement has been bizarre, for Laing went to India and fell into Zen … but on the whole I agree with his position. I also like Cooper a great deal-I liked Family Life-I like everyone who tries to show that madness is, in large part, conditioned by society and particularly by the family, and therefore, strongly affects women.

    A.J.: We’ve spoken a little of Irigaray, the antipsychiatrists, and so forth. Do you know the work of Helene Cixous?”

    S.B.: Yes, but I’m of an older generation; I can’t read her, under- stand her. And I think it’s wrong to write in a totally esoteric language when you want to talk about things which interest a multitude of women. You can’t address yourself to women by speaking a language which no average woman will understand. In my opinion, it’s wrong. There is something false in this search for a purely feminine writing style. Language, such as it is, is inherited from a masculine society, and it contains

    11. See Marks; Burke; and Helene Cixous, “The Laugh of the Medusa,” Signs:Journal of Women in Culture and Society 1, no. 4 (Summer 1976): 875-94.

     

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    many male prejudices. We must rid language of all that. Still, a language is not something created artificially; the proletariat can’t use a different language from the bourgeoisie, even if they use it differently, even if from time to time they invent something, technical words or even a kind of worker’s slang, which can be very beautiful and very rich. Women can do that as well, enrich their language, clean it up. But to create a language all of a piece which would be a women’s language, that I find quite insane. There does not exist a mathematics which is only a women’s mathematics, or a feminine science. .. . We can reorient science-for example, a kind of medicine much more directed toward the enormous number of women’s health problems which are neglected now. But the original givens of this science are the same for men and for women. Women simply have to steal the instrument;12 they don’t have to break it, or try, a priori, to make of it something totally different. Steal it and use it for their own good.

    A.J.: Yes, but in La Jeune nee, for example, the text that Helene Cixous and Catherine Clement have written together, they insist on the notion of the “voice”‘3. Do you see language only as a social practice, as communication, or is there possibly something else? For instance, how do you see the role of the unconscious in the production of language?

    S.B.: Well, the writer can’t stop her unconscious from showing up, that’s certain. But it’s not something you do … you do not deliberately try to rummage in your unconscious. It doesn’t even make sense, since it is precisely unconscious. I believe that we must use language. If it is used in a feminist perspective, with a feminist sensibility, language will find itself changed in a feminist manner. It will nonetheless be the language. You can’t not use this universal instrument; you can’t create an artificial language, in my opinion. But naturally, each writer must use it in his/her own way. If the writer is a woman, feminist or not, it will give the language something that it would not have if it had been used by a man.

    A.J.: Yes, but I wonder if women don’t have a different relation to language than men do at the level of enunciation; is it simply a function of their social situation, or is it more complicated than that?

    S.B.: For me, it comes from the social situation. I consider it almost antifeminist to say that there is a feminine nature which expresses itself differently, that a woman speaks her body more than a man, because after all, men also speak their bodies when they write. Everything is implicated in the work of a writer.

    A.J.: Then, if we changed the social situation would everyone have an unconscious which would work in the same way?

    S.B.: No, I don’t believe that, because each person has his or her own very particular history . . . and after all, the unconscious is the most

    12. In French, “to steal” is the verb voler, which also means “to fly.” Ironically, this verb is used extensively in its double meaning by H6elne Cixous to designate the gesture of the woman writer.
    13. Catherine Clement and Hélèe Cixous, La Jeune née (Paris: 10/18, 1975).

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    secret part of ourselves. In any case, if the unconscious must express itself it will do so through the work that you do consciously … or subconsciously, with words, with what you have to say.

    A.J.: So at our present historical moment there should be a difference between feminine and masculine discourse?

    S.B.: That depends on what it’s about. Because there are topics which are common to men and women. I think that if a woman speaks of oppression, of misery, she will speak of it in exactly the same way as a man. But if she speaks of her own personal problems as a woman, she will obviously speak in another way. It depends a great deal on what is being treated, because I think that a woman is at the same time universal and a woman, just as a man is universal and a male. There is a kind of universality in the human condition, masculine or feminine. That’s one thing I continue to believe. I am not at all for a feminism which is entirely separatist, which would say, “this domain is purely for women.” I don’t believe that at all.

    A.J.: Do you think that literature consists only of what has been defined as literature by the dominant ideology? Is this one of the reasons for the repression of women’s writing?

    S.B.: Obviously, everything has always been defined by the dominant ideology. But the dominant ideology has been able to accept women’s literature as well as men’s literature. I would say that women have been hindered from creating for a variety of reasons, as Virginia Woolf so admirably explained in A Room of One’s Own. When they have created, on the whole they have been recognized. In literature it hasn’t been nearly as oppressive as in, say, painting, where even the existence of so many women painters has always been denied. Of course, literature is always what the dominant ideology recognizes as literature. But as for what there is outside of that. .. what is very troubling is that people who have tried to write literature, even, for example, proletarian writers, seem to write within the norms of the dominant class. So, can one say that there is a way of crying out, of speaking, which is properly feminine? Personally, I don’t think so. In the end, I find this is another way of putting women in a kind of… singularity, a ghetto, which is not what I want. I want them to be singular and universal at the same time. A.J.: So that means that you don’t agree with Cixous when she says…

    S.B.: No, not at all.

    A.J.: What is your position on the avant-garde? For example, the avant-garde has been defined as a way of speaking to the future.

    S.B.: It’s so easy to be mistaken about the future. Sometimes there are avant-gardes which believe themselves to be the avant-garde and which later find themselves to be absolutely dated … a bit Alexandrian, in fact. … you can’t define the future. And in my opinion, you can’t define the avant-garde.

    A.J.: Twenty years ago, more than a few people would have placed you among the avant-garde.

    S.B.: I never thought of myself as being in the avant-garde. I said what I had to say, as I was able to say it. A.J.: But, isn’t the idea of the avant-garde worth something in itself? Can’t it signify the unexpected, the striking … whatever overthrows accepted ideas?

    S.B.: Yes, but that’s not necessarily avant-garde. That’s being original, personal, having something to say. If you try consciously to be avant-garde, it’s a little dangerous, like the present state of modern painting, where dealers try to be avant-garde, and under this pretext, painters take some old scraps and call it avant-garde. Picasso never thought of himself as avant-garde. I just find it a bad way to think of yourself. It’s important that you think of your relationship with the world and the way you can express that world and that you not be stopped if it scandalizes or embarrasses; but you must not look for scan- dal or for the avant-garde as a thing in itself.

    A.J.: What do you think of Tel Quel’s work on the avant-garde, particularly, of Julia Kristeva, who focuses on women as she works on the avant-garde?’4

    S.B.: I don’t approve of their notion of the avant-garde. Besides, the avant-garde is what led them to Tel Quel, from being Stalinist and then Maoist, and it finally pushed them, or let them fall, to the right. That’s not authentic, that’s no way to act. … But I should also say that I don’t know Kristeva’s work very well.

    A.J.: Do you think that the work of women like Kristeva and Irigaray on the unconscious undermines the notion of existential choice?

    S.B.: It doesn’t inevitably eliminate the notion of choice, because choice springs from the totality of the person. Thus, to study, to analyze what a person is, does not eliminate the idea of freedom.

    A.J.: Fascism has been defined as the institutionalization of the un- conscious. Do you think that women are more easily swayed by fascism than men, because of this institutionalization?

    S.B.: No. But in any case, I don’t believe in a notion which leaves out historical and social circumstances, and these are so important in defining fascism. Women aren’t more easily swayed than men, but I believe that their situation makes them in effect more slavish than men, as I said in the discussion of masculine ideology in The Second Sex. Men create their own gods and thus have some slight understanding that they are self-fabricated. Women are much more susceptible, because they are

    14. The Tel Quel collective was founded in 1960 with the aim of constituting a general theory of writing. Its political, cultural, and theoretical history is integral to the Parisian intellectual environment in which the French feminisms were born. For an excellent in- troduction to Kristeva’s own work, see Philip Lewis, “Revolutionary Semiotics,” Diacritics 4, no. 3 (Fall 1974): 28-32. See also Julia Kristeva, “On the Women of China,” Signs:Journal of Women in Culture and Society 1, no. 1 (Autumn 1975): 57-81, a translation of a chapter of Des Chinoises; Marks; Burke.

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    completely oppressed by men; they take men at their word and believe in the gods that men have made up. The situation of women, their culture, makes them kneel more often before the gods that have been created by men than men themselves do, who know what they’ve done. To this extent, women will be more fanatical, whether it is for fascism or for totalitarianism.

    A.J.: To return for a moment to the question of women and writing: Virginia Woolf has said that it is fatal for anyone who writes to think of their sex.

    S.B.: Nonetheless, Virginia Woolf thought a lot about her own sex when she wrote. In the best sense of the word, her writing is very feminine, and by that I mean that women are supposed to be very sensitive to … I don’t know … to all the sensations of nature, much more so than men, much more contemplative …. It’s this quality that marks her best works. Colette is another case in point. Even if they had not wanted to make their writing feminine, it is nonetheless very feminine. I think that you have to think of a whole being, in its entirety. It also depends somewhat on the subject being treated. There are moments when you have to write certain things and you don’t have to think of your sex. If you are writing about the population of the thirteenth district in Paris, even if you are writing on the women in the thirteenth district, there’s no need to consider your sex. I mean that there are jobs that can be done equally well by men or by women and that finally you can’t see a difference. But from the moment that you involve yourself fully in writing a novel, for example, or an essay, then you are involved as a woman, in the same way that you can’t deny your nationality-you are French, you are a man, you are a woman … all this passes into the writing. If you are writing something in which you are really involved, you don’t even need to think about it any longer. The situation itself demands your total commitment as an individual, just as in your political commitments. A man of the right doesn’t write in the same way as a man of the left … you can see that right away … or a woman of the right or a woman of the left.

    A.J.: Do you think that your books could have been written by a man?

    S.B.: No, certainly not.

    A.J.: How are they marked?

    S.B.: I’m not sure. Perhaps by the fact that the hero is a woman in whom I put a great deal of myself, as in She Came to Stay or in The Mandarins. A man couldn’t invent that feminine sensibility, that feminine situation in the world. I have never read a really good novel written by a man where women are portrayed as they truly are. They can be portrayed externally very well-Stendhal’s Madame de Renal, for example-but only as seen from the outside. But from within … only a woman can write what it is to feel as a woman, to be a woman.

    A.J.: Do you think autobiography is especially important for women?

    S.B.: Yes, I think there is a great tendency toward autobiography among women today. It is perhaps facile-and I say that even though I have written one myself. I receive a large number of manuscripts which are only autobiographies. Of course, they can be remarkable. At the moment of their emancipation, women have a need to write their own histories. This certainly occurred in China around 1936; there were a number of incredible Chinese biographies. And today I find Kate Millett’s work, for example, very beautiful. Some autobiographies are as well written as novels. In fact, people seem to be tired of fiction now. There are so many other ways of exploring humanity-by ethnology, psychoanalysis, and so on…. It’s a little boring to make up stories. So many people think that it’s better to be very close to reality and to recount one’s life as it is rather than … to fictionalize, as they say, that is to transpose, and therefore to cheat.

    A.J.: Do you see a difference in autobiographies between “expression” and “content”? Between style and what is narrated?

    S.B.: No, for me they are really the same thing.

    A.J.: So the life must be interesting if the autobiography is to be good.

    S.B.: There has to be a certain relationship between the life and the writing style, and that is really … a problem. For example, take the biography of Emma Goldman, the American anarchist. You can’t say that she wrote in a striking manner, but it’s so passionate; her life, the conferences, the meetings in the USSR and then with Lenin, the whole problem of anarchism at that particular moment-you read it very passionately even if it doesn’t have a remarkable stylistic or literary value.

    A.J.: Do you like the autobiography of Anais Nin?15

    S.B.: No, I don’t like it at all … naturally I recognize that she has some talent, and that from time to time she evokes some powerful things. She shows an occasional grace in writing, but her work is quite foreign to me, precisely because she wants so much to be feminine and not feminist. And then she is so gaga before so many men. She talks about men I know in France, men who were less than nothing, and she considers them kings, extraordinary people. A.J.: Henry Miller? S.B.: Henry Miller, well, at least he was someone; but I knew others whom she talks about with enormous respect and admiration, and who were really less than nothing. An absence of judgment, a terrible narcissism, on top of which I find her novels extremely bad.

    A.J.: Do you think that there are certain themes-defined by the

    15. Anais Nin, The Diary of Anais Nin, 6 vols. (1931-66) (New York: Swallow Press, 1966-74).

     

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    situation of the writer, of course-but which are particular to women? I’ve noticed, for example, that women writers seem to have a different relationship to property. S.B.: Maybe, because this reflects the thematics of their situation. Obviously, there was a time, in the nineteenth century, for example, when women spoke mostly about the house, children, birth, and so forth, because it was their domain. That’s changing a little, now. A.J.: Are there any young women writers who interest you? S.B.: Not too many, but there aren’t too many men either. Literature in France seems to be undergoing a crisis now, and nothing comes immediately to mind. AJ.: Do you find that there have been essential shifts in your thinking since 1949?

    S.B.: Well, I already explained it in All Said and Done, and I don’t have much to add. I discovered feminism around 1970-72-precisely the time when feminism began to exist in France. Before that, there was no feminism. In 1949, I believed that social progress, the triumph of the proletariat … socialism would lead to the emancipation of women. But I saw that nothing came of it: first of all, that socialism was not achieved anywhere, and that in certain countries which called themselves socialist, the situation of women was no better than it was in so-called capitalist countries. Thus, I finally understood that the emancipation of women must be the work of women themselves, independent of the class struggle. That is the major change in my position between 1949 and today.

    A.J.: Do you think that women’s emancipation must precede the social revolution?

    S.B.: I don’t know. But they should occur simultaneously.

    A.J.: What goal should women work for today?

    S.B.: Essentially, for the women’s revolution. Because if it were accomplished, it would, at the same time, shake society. That said, women should continue to be involved in other questions, and sometimes, in collaboration with men. There are so many problems. Women can go to work on these as well without giving up their feminism. But I think that feminism can be very important, as we can see right now in Italy, where the movement is strong and revolutionary.16 A.J.: For example, should we strive to destroy the mythology of the family? S.B.: Yes, certainly. But, of course, socialism has its own mythology of the family.

    A.J.: Two last questions. Are you writing anything, right now?

     16. At the time of this interview, the Italian women’s movement was mobilizing large numbers of women to fight for an abortion law. Since the passage of that law in March 1978, there has been a lull in activity. See Domna C. Stanton, “Activism and the Academy: A Report from Europe,” Signs: Journal of Women in Culture and Society 5, no. 1 (Autumn 1979): 179-86.

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    S.B.: No. I’ve been keeping pretty busy with the film and television adaptions of my works: They’ve just finished shooting La Femme rompue. 17 A.J.: How do you envision the effect of your work on future genera- tions? S.B.: I don’t envision it at all. It’s something you can’t see. A.J.: Well, what do you hope for? S.B.: I think that The Second Sex will seem an old, dated book, after a while. But nonetheless … a book which will have made its contribution. At least, I hope so.

    17. La Femme rompue appeared on French television in 1978. The novel was translated into English as The Woman Destroyed (New York: G. P. Putnam’s Sons, 1969).
  • Monique Wittig – On ne naît pas femme

    in Nouvelles Questions Féministes, 8, 1980, pp. 75-84

     

    ABSTRACT

    Attraverso un approccio materialista, che tiene conto della realtà concretamente vissuta da esseri incarnati allontanandosi perciò dal materialismo storico marxista (accusato di negare le soggettività individuali e l’oppressione specifica vissuta storicamente dalle donne), Wittig, critica la “donna” come categoria politica con l’obiettivo militante di oltrepassare, attraverso il lesbismo, la divisione sessuale binaria che è all’origine dell’oppressione femminile. Per Wittig, la “donna” e l’“uomo” non sono categorie naturali ma vere e proprie classi storicamente costituite l’una come dominata e l’altra come dominante in un movimento perpetuo di riaffermazione e naturalizzazione che si basa sulla pregnanza del mito della “donna” (e dell’”uomo”). Secondo l’autrice, l’esistenza di gruppi o comunità di lesbiche completamente autonomi rispetto alle istituzioni eterosessuali dimostra il fatto che la “donna” non è una categoria metastorica o metaculturale, così come la razza: “Essi/esse sono viste/i come nere/i, di conseguenza sono nere/i; loro sono viste come donne, di conseguenza sono donne. Ma prima di essere viste/i in questo modo, bisogna che esse/i siano fatte/i nere/i, donne). Avere una coscienza lesbica significa non dimenticare mai quanto essere “donne” sia stato per noi “contro natura”, limitante, totalmente oppressivo e distruttivo nei bei vecchi tempi prima del movimento di liberazione delle donne.” Wittig sostiene perciò che solo le lesbiche sono state in grado di intraprendere una vera “lotta di classe” contro il dominio maschile che è all’origine del sistema di potere che ha istituito e perpetua il binarismo dei generi come forma di oppressione di una parte dell’umanità. Per “lesbiche”, la scrittrice intende tutte quelle persone (anche “maschi”, infatti, in un articolo intitolato Paradigmes, nella raccolta La pensée straight, Wittig definisce Baudelaire un “poeta lesbico”) che rifiutano di identificarsi con una delle due classi e di relazionarsi con “uomini” o “donne” in quanto “uomini” o “donne” riconducendo delle semplici categorie fisiche a delle essenze immutabili e determinanti. Una vera lotta di classe per Wittig non può infatti avere l’obiettivo di sostituire il  dominio di una classe con quello di un’altra (da cui la critica ad un eventuale “matriarcato” come variante del patriarcato in cui cambia solo il sesso dell’oppressore) bensì deve proporsi l’eliminazione di entrambe le classi “donna” e “uomo” per liberare la sessualità dallo storico dominio maschile ed eterosessuale. L’articolo si conclude affermando la condizione lesbica come condizione di ribellione transfuga : “Siamo transfughe rispetto alla nostra classe come gli schiavi “marron” americani lo erano quando fuggivano dallo schiavismo per rendersi uomini e donne liberi, si tratta perciò per noi di una necessità assoluta, e come per loro, la nostra sopravvivenza esige di contribuire con tutte le nostre forze alla distruzione della classe – le donne – che permette che gli uomini si approprino delle donne e ciò non può che implicare la distruzione dell’eterosessualità come sistema sociale basato sull’oppressione e sull’appropriazione delle donne da parte degli uomini e che giustifica questa oppressione con tutto un corpo di dottrine sulla differenza tra i sessi”. Da questo pensiero scaturirà la famosa e controversa sentenza “le lesbiche non sono donne” (si veda il saggio La pensée straight). Per Wittig, infatti,  le lesbiche sono estranee al mito della “donna” perché sono esseri umani liberi della norma del femminile costruito come oggetto del fantasma maschile, come complemento del maschile eterosessuale ed eterosessista.

    (Una traduzione parziale del saggio si può trovare in Cavarero, Restaino, Le filosofie femministe, Bruno Mondadori, Milano 2002)

    A cura di Silvia Nugara

     

    Quand on analyse l’oppression des femmes avec des concepts matéria- listes et féministes1, on détruit ce faisant l’idée que les femmes sont un groupe naturel, c’est-à-dire « un groupe social d’un type spécial : un groupe perçu comme naturel, un groupe d’hommes considéré corne maté- riellement spécifique dans son corps »2. Ce que l’analyse accomplit dans l’ordre des idées, la pratique le rend effectif dans l’ordre des faits : par sa seule existence une société lesbienne3 détruit le fait artificiel (social) qui constitue les femmes en un « groupe naturel »; une société lesbienne démontre pragmatiquement que la division à part des hommes dont les femmes ont été l’objet est politique et que nous avons été re-construites idéologiquement en un « groupe naturel ». Dans le cas des femmes l’idéo- logie va loin puisque nos corps aussi bien que notre pensée sont le produit de cette manipulation. Nous avons été forcées dans nos corps et dans notre pensée de correspondre, trait pour trait, avec l’idée de nature qui a été éta- blie pour nous. Contrefaites à un tel point que notre corps déformé est ce qu’ils appellent « naturel », est ce qui est supposé exister comme tel avant l’oppression. Contrefaites à un tel point qu’à la fin l’oppression semble être une conséquence de cette « nature » en nous, une nature qui n’est qu’une idée. Ce qu’une analyse matérialiste accomplit par le raisonne- ment, une société lesbienne l’effectue en fait : non seulement il n’y a pas de groupe naturel « femmes » (nous lesbiennes en sommes une preuve vivante, physique) mais en tant qu’individus aussi nous remettons en ques- tion « la femme » laquelle n’est pour nous qu’un mythe, de même que pour Simone de Beauvoir il y a trente ans. « On ne naît pas femme, on le devient. Aucun destin biologique, psychique, économique ne définit la figure que revêt au sein de la société la femelle humaine; c’est l’ensemble de la civilisation qui élabore ce produit intermédiaire entre le mâle et le cas- trat qu’on qualifie de féminin »4. Cependant la plupart des féministes et des lesbiennes/féministes ici et ailleurs continuent de penser que la base de l’oppression des femmes est biologique autant çw’historique. Certaines d’entre elles prétendent même trouver leurs sources chez Simone de Beauvoir5. La référence au droit maternel et en une « préhistoire » où les femmes auraient créé la civilisa- tion (à cause d’une prédisposition biologique) tandis que l’homme brutal et grossier se serait contenté d’aller à la chasse (à cause d’une prédisposi- tion biologique) est le symétrique de l’interprétation biologisante de l’his- toire que la classe des hommes a produite jusqu’ici. Elle relève de la méthode même qui consiste à chercher dans les femmes et les hommes une raison biologique pour expliquer leur division, en dehors des faits sociaux. Du fait que cette façon de voir présuppose que le commencement ou la base de la société humaine repose sur l’hétérosexualité, elle ne saurait pour moi être au départ d’une analyse lesbienne/féministe de l’oppression des femmes. Le matriarcat n’est pas moins hétérosexuel que le patriarcat : seul le sexe de l’oppresseur change. Cette conception, outre qu’elle reste prison- nière des catégories de sexe (femme et homme) maintient de plus l’idée que ce qui définit une femme c’est sa capacité de faire un enfant (biologie). Et bien que dans une société lesbienne les faits et les façons de vivre contredi- sent cette théorie, il y a des lesbiennes qui affirment que « les femmes et les hommes appartiennent à des espèces ou races (les deux mots sont utilisés de façon interchangeable) différentes; que les hommes sont inférieurs aux femmes sur le plan biologique; que la violence masculine est un phéno- mène biologique inévitable »6… Ce faisant, en admettant qu’il y a une division « naturelle » entre les femmes et les hommes, nous naturalisons Phistoire, nous faisons comme si les hommes et les femmes avaient toujours existé et existeront pour toujours. Et non seulement nous natura- lisons l’histoire, mais aussi par conséquent nous naturalisons les phénomè- nes sociaux qui manifestent notre oppression, ce qui revient à rendre tout changement impossible. Au lieu de considérer par exemple que le fait de faire un enfant relève d’une production forcée, nous le regardons comme un processus « naturel », « biologique », oubliant que dans nos sociétés les naissances sont planifiées (démographie), oubliant que nous-mêmes nous sommes programmées pour produire des enfants, alors que c’est la seule activité sociale « excepté la guerre » qui présente un tel danger de mort7. Ainsi, tant que nous serons « incapables de nous dégager volontaire- ment ou spontanément de l’obligation séculaire de la procréation à laquelle les femmes se vouent à vie comme à /’acte créateur femelle »8, le contrôle de la production d’enfants ira beaucoup plus loin que le simple contrôle des moyens matériels de cette production. Pour y arriver les femmes devront d’abord s’abstraire de la définition « femme » qui leur est imposée. Ce que montre une analyse féministe matérialiste c’est que ce que nous prenons pour la cause ou pour l’origine de l’oppression n’est en fait que la « marque »9 que l’oppresseur impose sur les opprimés : le « mythe de la femme »10 en ce qui nous concerne, plus ses effets et ses manifesta- tions matérielles dans les consciences et les corps appropriés des femmes. La marque ne préexiste pas à l’oppression : Colette Guillaumin a montré que le concept de race n’existait pas avant la réalité socio-économique de l’esclavage, en tout cas pas dans son acception moderne puisqu’il désignait alors le lignage des familles (en ce temps-là d’ailleurs on ne pouvait être que de (la) « bonne race », si on en était). Aujourd’hui cependant race et sexe sont appréhendés comme une donnée immédiate, une donnée sensi- ble, un ensemble de « traits physiques ». Ils nous apparaissent tout consti- tués comme s’ils existaient avant tout raisonnement, appartenaient à un. ordre naturel. Mais ce que nous croyons être une perception directe et physique n’est qu’une construction mythique et sophistiquée, une « for- mation imaginaire »n qui réinterprète des traits physiques (en soi aussi indifférents que n’importe quels autres mais marqués par le système social) à travers le réseau de relations dans lequel ils sont perçus. (Ils/elles sont vus noirs, par conséquent ils sont noirs; elles sont vues femmes, par conséquent elles sont femmes. Mais avant d’être vu(e)s de cette façon, il a bien fallu qu’ils/elles soient fait(e)s noir(e)s, femmes.) Avoir une cons- cience lesbienne c’est ne jamais oublier à quel point être « femme » était pour nous « contre nature », contraignant, totalement opprimant et des- tructeur dans le bon vieux temps d’avant le mouvement de libération des femmes. C’était une contrainte politique et celles qui y résistaient étaient accusées de ne pas être des « vraies » femmes. Mais dans ce temps-là nous en étions fières puisque dans l’accusation il y avait déjà comme une ombre de victoire : l’aveu par l’oppresseur qu’être « femme » n’est pas quelque chose qui va de soi, puisque pour en être une, il faut en être une « vraie » (et les autres donc ?). On nous accusait dans le même mouvement de vou- loir être des hommes. Aujourd’hui cette double accusation a été reprise haut la main dans le contexte du mouvement de libération des femmes par certaines féministes et aussi hélas certaines lesbiennes qui se sont donné pour tâche politique de devenir de plus en plus « féminines ». Pourtant refuser d’être une femme ne veut pas dire que ce soit pour devenir un homme. Et d’ailleurs si on prend pour exemple la « jules » la plus réussie, l’exemple classique de ce qui soulève le plus d’horreur, celle que Proust appelait une femme/homme, en quoi son aliénation est-elle différente de l’aliénation de celle qui veut devenir une femme ? Bonnet blanc, blanc bonnet. Au moins pour une femme, vouloir devenir un homme prouve qu’elle a échappé à sa programmation initiale. Mais même si elle le voulait de toutes ses forces, elle ne pourrait pas devenir un homme. Car devenir un homme exigerait d’une femme qu’elle ait non seulement l’apparence exté- rieure d’un homme, ce qui est aisé, mais aussi sa conscience, c’est-à-dire la conscience de quelqu’un qui dispose par droit d’au moins deux esclaves « naturelles » durant son temps de vie. C’est impossible et précisément un des aspects de l’oppression subie par les lesbiennes consiste à mettre les femmes hors d’atteinte pour nous puisque les femmes appartiennent aux hommes. Une lesbienne donc doit être quelque chose d’autre, une non- femme, une non-homme, un produit de la société et non pas un produit de la « nature », car il n’y a pas de « nature » en société. Refuser de devenir hétérosexuel (ou de le rester) a toujours voulu dire refuser, consciemment ou non, de vouloir devenir une femme ou un homme. Cela la plupart des lesbiennes et même d’autres qui ne l’étaient pas le savaient même avant le commencement du mouvement lesbien et féministe. Pourtant comme Andrea Dworkin le souligne, depuis quelque temps de nombreuses lesbiennes « ont essayé de plus en plus massivement de transformer l’idéologie même qui nous avait esclavagisées en une célé- bration dynamique, religieuse, psychologiquement contraignante du pou- voir biologique femelle »12. Ainsi quelques avenues du mouvement lesbien et féministe nous ramènent au mythe de la femme qui avait été créé spécia- lement pour nous par la classe qui nous domine, grâce à quoi nous retom- bons dans un groupe naturel. Il y a trente ans Simone de Beauvoir détrui- sait le mythe de la femme. Il y a dix ans nous nous mettions debout pour nous battre pour une société sans sexes13. Aujourd’hui nous revoilà prises au piège dans l’impasse familière du « c’est merveilleux d’être femme ». Il y a trente ans Simone de Beauvoir mettait précisément en évidence la fausse conscience qui consiste à choisir parmi les aspects du mythe (que les femmes sont différentes… des hommes) ceux qui ont bon air et à les utili- ser pour définir les femmes. Mettre à l’oeuvre le « c’est merveilleux d’être femme », c’est retenir pour définir les femmes les meilleurs traits dont l’oppression nous a gratifiées (encore que…), c’est ne pas remettre en ques- tion radicalement les catégories « homme » et « femme » qui sont des catégories politiques (pas des données de nature). Cela nous met dans la situation de lutter à l’intérieur de la classe « femmes », non pas comme les autres classes le font, pour la disparition de notre classe, mais pour la défense de la « femme » et son réenforcement. Cela nous mène à dévelop- per avec complaisance de « nouvelles » théories sur notre spécificité, c’est ainsi que nous appelons notre passivité « non violence », alors que l’essen- tiel de notre combat politique doit consister à combattre notre passivité (notre peur en fait qui est justifiée). L’ambiguïté du terme « féministe » résume toute la situation. Que veut dire « féministe » ? Féministe est formé avec le mot « femme » et veut dire « quelqu’un qui lutte pour les femmes ». Pour beaucoup d’entre nous cela veut dire « quelqu’un qui lutte pour les femmes en tant que classe et pour la disparition de cette classe ». Pour de nombreuses autres cela veut dire « quelqu’un qui lutte pour la femme et pour sa défense » – pour le mythe donc et son réenfor- cement. Pourquoi a-t-on choisi le mot « féministe » s’il recèle la moindre ambiguïté ? Nous avons choisi de nous appeler « féministes », il y a dix ans, non pas pour défendre le mythe de la femme ou le réenforcer ni pour nous identifier avec la définition que l’oppresseur fait de nous, mais pour affirmer que notre mouvement a une histoire et pour souligner le lien poli- tique avec le premier mouvement féministe. C’est ce mouvement donc qu’il faut questionner pour le sens qu’il a donné au mot « féminisme ». Le féminisme au siècle dernier n’a jamais pu résoudre ses contradictions en ce qui concerne les sujets de nature/culture, femme/société. Les femmes ont commencé à se battre pour elles-mêmes en tant que groupe et ont considéré avec raison que toutes les femmes avaient des traits d’oppression en commun. Mais c’était pour elles des caractéristiques biologiques plutôt que des traits sociaux. Elles sont allées jusqu’à faire leur la théorie de l’évolution de Darwin. Cependant elles ne pensaient pas comme Darwin que « les femmes sont moins évoluées que les hommes »,. mais elles pensaient que la nature des hommes et des femmes avait divergé aux cours du processus d’évolution et que la société dans son ensemble reflétait cette dichotomie… L’échec du premier féminisme vient du fait qu’il n’attaquait chez Darwin que l’idée de l’infériorité des femmes tout en acceptant les fondements de cette affirmation – en particulier l’idée de la femme en tant qu’« unique »14. Ce furent finalement des universitaires femmes et non pas des féministes qui détruisirent cette théorie. Les premiè- res féministes n’ont pas réussi à considérer l’histoire comme un processus dynamique qui se développe à partir de conflits d’intérêts. Plus même, elles continuaient de penser comme les hommes que la cause (l’origine) de leur oppression se trouvait en elles (parmi les Noirs, seuls les oncles Tom s’accrochaient à cette idée). Et les féministes de ce premier front après quelques victoires éclatantes se sont trouvées dans une impasse et ont man- qué de raisons pour continuer à se battre. Elles soutenaient le principe illo- gique de « l’égalité dans la différence », une idée qui est en train de renaî- tre en ce moment même. Elles sont retombées dans le piège qui nous menace une fois de plus : le mythe de la femme. C’est à nous historiquement donc à définir en termes matérialistes ce que nous appelons l’oppression, à analyser les femmes en tant que classe, ce qui revient à dire que la catégorie « femme », aussi bien que la catégorie « homme » sont des catégories politiques et que par conséquent elles ne sont pas éternelles. Notre combat vise à supprimer les hommes en tant que classe, au cours d’une lutte de classe politique – non un génocide. Une fois que la classe des hommes aura disparu, les temmes en tant que classe disparaîtront à leur tour, car il n’y a pas d’esclaves sans maîtres. Notre pre- mière tâche est donc, semble-t-il, de toujours dissocier soigneusement « les femmes » (la classe à l’intérieur de laquelle nous combattons) et « la femme », le mythe. Car « la femme » n’existe pas pour nous, elle n’est autre qu’une formation imaginaire, alors que « les femmes » sont le pro- duit d’une relation sociale. Il nous faut de plus détruire le mythe à l’inté- rieur et à l’extérieur de nous-mêmes. « La femme » n’est pas chacune de nous mais une construction politique et idéologique qui nie « les femmes » (le produit d’une relation d’exploitation). « La femme » n’est là que pour rendre les choses confuses et pour dissimuler la réalité « femmes ». Pour devenir une classe, pour avoir une conscience de classe, il nous faut d’abord tuer le mythe de « la femme », y compris dans ses aspects les plus séducteurs (cf. Virginia Woolf quand elle disait que le premier devoir d’une femme écrivain c’est de tuer l’ange du foyer). Mais se constituer en classe ne veut pas dire que nous devions nous supprimer en tant qu’indivi- dus. Et comme « il n’y a pas d’individu qui puisse se réduire à son oppres- sion » nous sommes aussi confrontées avec la nécessité historique de nous constituer en tant que sujets individuels de notre histoire. C’est ce qui explique, je crois, pourquoi toutes ces tentatives de « nouvelles » défini- tions de « la femme » se multiplient aujourd’hui. Ce qui est en jeu c’est une définition de l’individu en même temps qu’une définition de classe (et pas seulement pour les femmes évidemment). Car une fois qu’on a pris connaissance de l’oppression, on a besoin de savoir et d’expérimenter qu’on peut se constituer comme sujet (en tant qu’opposé à objet d’oppres- sion), qu’on peut devenir quelqu’un en dépit de l’oppression, qu’on a une identité propre. Il n’y a pas de combat possible pour qui est privé(e) d’identité, pas de motivation pour se battre, puisque quoique je ne puisse combattre qu’avec des autres, tout d’abord je me bats pour moi-même. La question du sujet et de l’individu est historiquement une question difficile pour tout le monde. Le marxisme, dernier avatar en date du maté- rialisme, la science qui nous a formé(e)s politiquement ne veut rien savoir de ce qui touche au « sujet ». Le marxisme a rejeté le sujet transcendental, la conscience « pure », le sujet « en soi » constitutif de connaissance. Tout ce qui pense « en soi » avant toute expérience a fini dans la poubelle de l’his- toire, tout ce qui prétendait exister en dehors de la matière, avant la matière, tout ce qui avait besoin de Dieu, d’une âme ou d’un esprit pour exister. C’est ce qu’on appelle l’idéalisme. Quant aux individus puisqu’ils ne sont que le produit de relations sociales, ils ne peuvent être qu’aliénés dans leur conscience (Marx précise dans Y Idéologie allemande que les individus de la classe dominante sont eux aussi aliénés quoiqu’ils soient les producteurs directs des idées qui aliènent les classes qu’ils oppriment. Mais comme ils tirent des avantages évidents de leur propre aliénation, elle ne les fait pas trop souffrir). Il existe aussi une conscience de classe, mais en tant que telle, cette conscience ne peut pas se référer à un sujet particulier, sauf comme participant des conditions générales de l’exploitation, en même temps que les autres individus de cette classe, qui partagent tous la même conscience. Quant aux problèmes pratiques de classe avec lesquels – en dehors des pro- blèmes traditionnellement définis comme de classe – on pouvait s’affronter même avec une conscience de classe, par exemple les problèmes dits sexuels, ils étaient considérés comme des problèmes « bourgeois » qui devaient dis- paraître avec la victoire finale de la lutte des classes. « Individualiste », « petit-bourgeois », « subjectiviste », telles étaient les étiquettes attribuées à toute personne ayant fait preuve de problèmes qui ne pouvaient pas se réduire à être condensés dans ceux de la « lutte des classes » proprement dite. C’est ainsi que le marxisme a refusé aux membres des classes opprimées la qualité de sujet. Ce faisant, le marxisme, à cause du pouvoir politique et idéologique que cette « science révolutionnaire » a exercé immédiatement sur le mouvement ouvrier et les autres groupes politiques, a empêché toutes les caté- gories d’opprimé(e)s de se constituer comme sujets (par exemple comme sujets de leurs luttes). Cela veut dire que les « masses » n’ont pas combattu pour elles- mêmes mais pour le parti et ses organisations. Et quand une transformation éco- nomique a eu lieu (fin de la propriété privée, constitution de Pétat socialiste), il n’y a pas eu de changement révolutionnaire dans la nouvelle société. Pour les femmes, le marxisme a eu deux conséquences : il les a empê- chées de se penser et par conséquent de se constituer comme une classe pendant très longtemps, en faisant échapper au social la relation femmes/hommes, en en faisant une relation « naturelle », sans doute la seule qui le soit avec celle des mères et des enfants, en cachant le conflit de classe des hommes et des femmes derrière une division « naturelle » du tra- vail (voir Y Idéologie allemande). Cela pour le niveau théorique (idéologi- que). Dans la pratique, Lénine, le parti, tous les partis communistes jusqu’à ce jour et toutes les organisations communistes gauchistes ont tou- jours réagi à toute tentative de réflexion ou de regroupement des femmes à partir de leur propre problème de classe par l’accusation de divisionisme. En nous unissant, nous femmes, nous divisons les forces du peuple. C’est que pour les marxistes les femmes « appartiennent » soit à la classe bour- geoise, soit à la classe prolétarienne, c’est-à-dire aux hommes de ces clas- ses. De plus la théorie marxiste ne permet pas plus aux femmes qu’aux autres catégories d’opprimés de se constituer comme des sujets historiques parce que le marxisme ne prend pas en compte le fait qu’une classe, ce sont aussi des individus un par un. Une conscience de classe ne suffit pas. Il nous faut comprendre philosophiquement (politiquement) les concepts de « sujet » « conscience de classe » et comment ils fonctionnent en relation avec notre histoire. Quand nous découvrons que les femmes sont les objets d’une oppression, d’une appropriation, dans le moment même où nous pouvons le concevoir, nous devenons des sujets dans le sens de sujets cognitifs, à travers une opération d’abstraction. La conscience de l’oppres- sion n’est pas seulement une réaction (une lutte) contre l’oppression. C’est aussi une totale réévaluation conceptuelle du monde social, sa totale réor- ganisation conceptuelle à partir de nouveaux concepts développés du point de vue de l’oppression. C’est ce que j’appellerais la science de l’oppression, la science par les opprimé(e)s. Cette opération de compréhension de la réa- lité doit être entreprise par chacune de nous : on peut l’appeler une prati- que subjective, cognitive. Cette pratique s’accomplit à travers le langage, de même que le mouvement de va et vient entre deux niveaux de la réalité sociale (la réalité conceptuelle et la réalité matérielle de l’oppression). Christine Delphy montre que c’est à nous qu’il incombe historiquement d’entreprendre de définir ce que c’est qu’un sujet individuel en termes matérialistes. A coup sûr cela semble une impossibilité puisque subjectivité et matérialisme ont toujours été mutuellement exclusifs. N’est-ce pas ainsi pourtant qu’il faut comprendre l’abandonnement par de nombreuses d’entre nous au mythe de la femme : il s’explique par la nécessité réelle pour nous toutes d’atteindre à la subjectivité (le mythe de la femme n’étant que le miroir aux alouettes qui égare notre démarche), c’est-à-dire par la nécessité pour chaque être humain d’exister en tant qu’individu en même temps que comme membre d’une classe. C’est peut-être la première condi- tion pour l’accomplissement de la révolution que nous voulons, sans laquelle il ne peut y avoir de combat réel ou de transformation. Mais pareillement sans conscience de classe il n’y a pas de réels sujets, seulement des individus aliénés. Gela veut dire qu’en ce qui concerne les femmes, répondre à la question du sujet individuel en termes matérialistes c’est d’abord montrer, comme les lesbiennes et les féministes l’ont fait, que des problèmes soi-disant subjectifs, « individuels », « privés » sont en fait des problèmes sociaux, des problèmes de classe, que la « sexualité » n’est pas pour les femmes une expression individuelle, subjective, mais une institu- tion sociale de violence. Mais une fois que nous avons montré que tous les problèmes soi-disant personnels sont en fait des problèmes de classe, il nous reste encore le problème du sujet de chaque femme, prise isolément, non pas le mythe, mais chacune de nous. A ce point disons qu’une nouvelle définition de la personne et du sujet pour toute l’humanité ne peut être trouvée qu’au-delà des catégories de sexe (femme et homme) et que l’avè- nement de sujets individuels exige d’abord la destruction des catégories de sexe, la cessation de leur emploi et le rejet de toutes les sciences qui les utili- sent comme leurs fondements (pratiquement toutes les sciences humaines). Mais détruire « la femme », sauf à nous détruire physiquement, ne veut pas dire que nous visions à détruire le lesbianisme (dans la même fou- lée que les catégories de sexe) parce que le lesbianisme pour le moment nous fournit la seule forme sociale dans laquelle nous puissions vivre libres. De plus « lesbienne » est le seul concept que je connaisse qui soit au-delà des catégories de sexe (femme et homme) parce que le sujet désigné (lesbienne) n’est pas une femme, ni économiquement, ni politiquement, ni idéologiquement. Car en effet ce qui fait une femme c’est une relation sociale particulière à un homme, relation que nous avons autrefois appelée de servage15, relation qui implique des obligations personnelles et physi- ques aussi bien que des obligations économiques (« assignation à rési- dence »16, corvée domestique, devoir conjugal, production d’enfants illi- mitée, etc.), relation à laquelle les lesbiennes échappent en refusant de devenir ou de rester hétérosexuelles. Nous sommes transfuges à notre classe de la même façon que les esclaves « marron » américains Tétaient en échappant à l’esclavage et en devenant des hommes et des femmes libres, c’est-à-dire que c’est pour nous une nécessité absolue et comme pour eux et pour elles, notre survie exige de contribuer de toutes nos forces à la des- truction de la classe – les femmes – dans laquelle les hommes s’appro- prient les femmes et cela ne peut s’accomplir que par la destruction de l’hétérosexualité comme système social basé sur l’oppression et l’appro- priation des femmes par les hommes et qui produit le corps de doctrines sur la différence entre les sexes pour justifier cette oppression. Résumé Abstract Monique Wittig : « On ne naît pas femme » Réfutation des définitions culturelles-fémi- nistes et néo-darwiniennes de ce que sont les femmes et les hommes. Considérer l’origine de l’oppression comme biologique présuppose que la base de la société humaine repose sur l’hétéro- sexualité; l’histoire et le politique sont ainsi naturalisés. Le marxisme a de son côté renvoyé le rapport des classes de sexe à la division « natu- relle » du travail, il a ainsi empêché l’analyse et la conquête de la subjectivité par les opprimées. Le matérialisme féministe vise à la conquête du statut de sujet. Le lesbianisme est une mise en oeuvre pratique de ce processus. Refuser d’être une « femme » ne veut en rien dire devenir un homme mais tendre à la destruction des catégo- ries politiques « hommes » et « femmes ». Monique Wittig : « One is not born a woman » Monique Wittig here takes issue with the cultural feminist and neo-darwinian definitions of women and men. To see the ultimate cause of women ‘s oppression as rooted in biology implies that human society is founded on heterosexua- lity; history and politics are thus naturalized. Marxism on the other hand sees the relations between sex-classes as derived from the « natu- ral » division of labour, and in so doing stands in the way of – among other things – analysis and conquest by the oppressed of the realm of subjectivity. Materialist feminism aims at con- quering the status of subject. Lesbianism is a way of acting out this outlook. To refuse to be a « woman » does not in any way mean that one wants to become a « man » but on the contrary is an attempt to destroy the political categories of « women » and « men ».
    1. Christine Delphy, « Pour un féminisme matérialiste », L’Arc, 61, 1975.
    2. Colette Guillaumin, « Race et Nature : Système des marques, idée de groupe naturel et rapports sociaux », Pluriel, 11, 1977.
    3. J’utilise le mot « société » dans une acception anthropologique étendue car s’il ne s’agit pas à stric- tement parler de « sociétés » en ce sens qu’il n’existe pas de sociétés lesbiennes complètement autono- mes des systèmes sociaux hétérosexuels, il s’agit néanmoins de plus que de simples « communautés ». Questions féministes – n°8 – mai 19807
    4. Simone de Beauvoir, Le Deuxième Sexe, Gallimard, Paris, 1949, t. II, p. 15.
    5. Redstockings, Feminist Revolution, 1975, p. 18.
    6. Andrea Dworkin, « Biological superiority, the world’s most dangerous and deadly idea »,Here- sies, 6, 1979.
    7. Ti Grâce Atkinson, Amazon Odyssey, Links Books, New York, 1974, p. 15.
    8. Andrea Dworkin, op. cit.
    9. Colette Guillaumin, op. cit.
    10. Simone de Beauvoir, op. cit. in Colette Guillaumin, op. cit.
    12. Andrea Dworkin, op. cit.
    13.Ti Grâce Atkinson, op. cit., p. 6 « Si le féminisme veut être logique, il doit travailler pour obtenir une société sans sexes.»
    14. Rosalind Rosenberg, « In Search of Woman’s Nature », Feminist Studies, fall 1975.
    15. Dans un article publié par L’Idiot International (mai 1970) dont le titre original était : « Pour un mouvement de libération des femmes ».
    16. Christiane Rochefort, Les Stances à Sophie, Grasset, Paris, 1963.