• Giacomo Marramao

    Giacomo Marramao

     

    Allora, cominciamo partendo dalla sua esperienza personale e dal suo percorso biografico. Volevo chiederle di raccontare il suo personale incontro con il pensiero delle donne e il femminismo. Dove, come e quando è avvenuto.

     

    Guardi, io nel femminismo ci sono quasi nato, nel senso che quando sono arrivato all’università avevo inizialmente una compagna che aveva partecipato giovanissima a Firenze ad un gruppo proto-femminista che si chiamava Rosa.
    Poi ho sposato una compagna di università, un po’ più giovane di me, anche lei da sempre impegnata nella battaglia femminista. Parliamo del periodo quasi ante litteram, siamo alla fine degli anni sessanta. Poi via via la cosa è aumentata, è cresciuta e si è approfondita e ha fatto irruzione il vero e proprio pensiero femminista. Questa comparsa del femminismo sulla scena filosofica a me è capitata di sperimentarla a cavallo tra l’Italia e la Germania, o meglio tra Firenze e Francoforte. Sono andato da Firenze a Francoforte con mia moglie appena sposato, avevo 25 anni. Anzi non avevo ancora 25 anni. Ci sposiamo nel maggio 1971 e subito dopo andiamo a Francoforte dove appunto avevo vinto una borsa di studio. Sarei dovuto restarci un anno e mezzo e ci son rimasto cinque anni!
    A Francoforte c’erano delle femministe molto agguerrite e lì sono entrato in contatto con un gruppo che faceva capo ad una serie di donne le quali erano variamente legate all’area di Revulutionaerer Kampf, il gruppo in cui militavano anche Joshka Fischer e Daniel Cohn-Bendit.
    Loro vivevano in una comune in cui su un piano c’erano le donne e su un altro piano c’erano gli uomini. Però  comunicavano tra di loro, avevano i loro amori, le litigate e anche legami molto solidi. Ecco, in quello stesso periodo veniva tradotto in Germania, Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi. Quindi nel passaggio da Firenze alla Germania, mi trovo trasportato da un proto-femminismo, diciamo “timido”, come era quello italiano, ad un femminismo molto più duro, più combattivo e più radicale che paradossalmente all’inizio valorizzava, più dello stesso femminismo italiano l’opera di Carla Lonzi. In Italia occorrerà aspettare ancora cinque anni perché ci sia il vero boom del femminismo. E però nel 1975, quando sono rientrato in Italia, il femminismo era già diventato una componente fondamentale della soggettività politica. Naturalmente cominciava a circolare oltre al pensiero di Carla Lonzi anche l’opera di Luce Irigaray.
    Per parlare del mio tragitto biografico, per quel poco che possa contare, io volevo restare a Francoforte dove avevo la possibilità di rimanere, ma nel 1972 viene in Germania Lelio Basso. Io non lo conoscevo se non di fama e ci siamo presentati a casa di uno storico marxista, Wolfgang Abendroth. Basso arriva nella stanza durante una discussione e all’inizio non si rende conto che io e mia moglie siamo Italiani perché parlavamo tedesco e solo quando Abendroth gli dice che siamo suoi connazionali, ci dice “ah voi dovete assolutamente venire a lavorare con me alla fondazione”. Lui allora coinvolge mia moglie a curare delle opere di Rosa Luxemburg e le chiede di  lavorare per la fondazione. Io, come dicevo, avevo intenzione di stare in Germania, avendo la possibilità di ricoprire un insegnamento e se decisi di tornare in Italia è soprattutto per seguire mia moglie.
    A quel punto mi si aprono diverse prospettive e alla fine, per ragioni di comodità logistica, ho scelto di trasferirmi in una città che detestavo: Roma.
    Di nuovo nel femminismo dato che al tempo la Fondazione Basso significava anche una particolare tradizione di pensiero delle donne. Intorno ad essa si raccoglievano diverse storiche e intellettuali che formavano una sorta di comunità femminista che pubblicava già negli anni settanta una rivista di storia delle donne: Memoria. Quindi si potrebbe dire che mi son ritrovato in un milieu che era prossimo al femminismo.

     

    E quindi venendo a noi e agli effetti e le novità che il femminismo introduce nell’occidente e nella sua esperienza personale. Mi sembrava interessante sapere come l’incontro con le figure del femminismo e con il loro pensiero abbia influenzato la sua filosofia e il suo pensiero.

     

    Dal punto di vista filosofico l’elaborazione è stata in due fasi. Prima c’è stata la fase “tedesca”, nella quale avevo riflettuto sul tema della soggettività.
    A Francoforte ho avuto rapporti molto stretti con allieve e allievi di Adorno. Ricordo con grande affetto Xenia Rajewsky una compagna non nota ma che ha scritto degli articoli formidabili ed era nel gruppo degli assistenti di Adorno.
    E lì occorre dire che, malgrado la figura di Adorno non fosse un esempio fulgido di simpatia per il femminismo, perché lui era terribile, tuttavia la sua filosofia era stata una filosofia che aveva alimentato il pensiero femminista molto più di quanto non accadesse nell’entourage habermasiano. Diciamo che Habermas ha un’apertura verso le tematiche femminili di tipo democratico. Mentre nella critica del potere adorniana era contenuta la possibilità di un’apertura al pensiero della differenza.
    Se vuole, per fare un parallelo, accadeva al pensiero di Adorno qualcosa di analogo al pensiero di Foucault. Il pensiero di Foucault nella sua critica al potere è un pensiero obiettivamente ospitale al discorso della differenza malgrado la freddezza di Foucault stesso per le tematiche del femminismo. Freddezza per usare un eufemismo. Lo stesso vale per Adorno. Erano soggettivamente e biograficamente molto chiusi però le loro critiche del potere aprivano e potevano essere recuperate dal pensiero delle donne. Quindi quella è stata una prima fase.

     

    Quindi la prima fase, si potrebbe dire, è legata ad un pensiero che provenendo da un ambito adorniano…

     

    … sì, provenendo da quell’ambiente induceva un discorso sulla differenza. Le faccio un esempio: lì a Francoforte si cominciava a riflettere in vari seminari, nei quali le donne, le filosofe giocavano anche un ruolo molto importante, su un dato, cioè che l’illuminismo criticato da Adorno non era l’illuminismo come periodo storico, il pensiero dei lumi del Settecento, ma era piuttosto il pensiero del concetto come una luce, come pura luminosità che non ha alcun tipo di genealogia: una cosa che si dà e sta lì, neutrale. E quindi un’idea maschile della luce. La mitologia della luce, del pensiero come luce è una mitologia maschile, mentre l’idea femminile è quella di un pensiero come gestazione.

     

    E questa connotazione di una genealogia maschile del concetto come luce opposta ad una genealogia femminile incentrata sul tema della gestazione era già data, era già formulata chiaramente?

     

    Sì, certo. All’epoca nei collettivi femministi si discuteva del concetto come qualcosa che viene fuori come una gestazione, come un parto, e non come una luce, un riflettore. Già si rifletteva a Francoforte l’idea di un pensiero come pratica. In questo c’erano sia i primi incroci col femminismo, soprattutto alcune allieve di Adorno, sociologhe e filosofe e anche con il pensiero francese perché Levi-Strauss e Foucault rientravano nelle lezioni in parte di Adorno e in parte di Alfred Schmidt, che era allievo di Adorno.

     

    Come ha vissuto lei questa critica rispetto alla genealogia maschile del concetto?

     

    E’ stata per me indubbiamente molto importante, perché contemporaneamente mia moglie frequentava questi collettivi femministi tedeschi.
    Era molto bello perché questi gruppi maschili e femminili confluivano in queste gigantesche cene e le discussioni si protraevano fino all’alba. Guardi, io dico sempre, chi non ha vissuto la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta a Francoforte non sa cosa significa un cambio d’epoca. Ed era una città dove il conflitto era durissimo, violento, un conflitto con le speculazioni bancarie, c’era la lotta per la casa… era ancora una Germania profondamente intrisa del passato nazista: il nazismo era ancora nella forma mentis della borghesia tedesca. Le lotte che si fecero allora erano lotte che si fecero con una intensità intellettuale che non ho mai più visto da nessun altra parte. Che aveva probabilmente un corrispettivo soltanto a Parigi.

     

    E la seconda fase a cui ha accennato prima invece?

     

    La seconda fase corrisponde al mio rientro in Italia, la ricezione del pensiero femminista è già presente in Potere e secolarizzazione. La critica alla temporalità infuturante, al tempo futuro-centrico e lineare, era in qualche modo una critica che risponde alle esigenze del pensiero della differenza. Collaboravo all’epoca a due riviste, di cui ero co-fondatore, “Laboratorio politico” e del “Centauro”. E lì, sia pure essendo rivista mista di uomini donne, il pensiero della differenza era presente. Collaborava anche Adriana Cavarero insieme con altre donne dell’area padovana e veronese. Già si trattava il tema della critica dell’assetto logocentrico del pensiero occidentale.

     

    In che modo la riflessione sul tempo accoglie quella femminista esattamente?

     

    Perché la critica del tempo lineare era esattamente uno dei motivi dominanti del pensiero della differenza, perché la temporalità lineare è il tempo cumulativo, gerarchico, maschile.
    Il tempo lineare è escatologico. E’ sì il tempo ebraico-cristiano, ma ancora prima zoroastriano. La metafisica della luce è considerata per eccellenza una scena primaria di tipo maschile.
    Certo, io non contrapponevo a quello lineare il tempo ciclico, anche se il femminismo aveva rivalutato il tempo ciclico, ma vi contrapponevo un tempo che fosse in grado di tenere conto dell’intreccio con la spazialità.
    Allora si può dire che anche attraverso il femminismo elaborai la mia critica della filosofia della storia infuturante, rettilinea, dove in realtà non si valorizza quello che è stato sconfitto, quello che non ha avuto modo di testimoniare.
    Le latenze della storia vengono svalutate in questa idea del viaggio dove il senso è semplicemente la direzione.
    La mia critica mostra come questa spinta infuturante del tempo abbia determinato una sindrome opposta una forma di entropia, cioè il “futuro passato”. Il futuro diviene un passato perché nella modernità vi è l’incapacità di vivere il presente e di fare perno su di esso. Tutto ciò chiama in causa la necessità di ri-tematizzare il presente uno dei temi centrali di quegli anni legato anche ai movimenti politici della fine degli anni Settanta.

     

    Quindi visto l’intreccio del tema del tempo con il tema del presente e dei movimenti politici della fine degli anni Settanta e quindi anche l’apertura che questo tema opera sulla riflessione politica. Ecco, riprendendo Passaggio a Occidente, una sua opera più recente, emerge il tema, il suggerimento, di poter ricostruire una azione politica efficace in Occidente attraverso quello che lei chiama “universalismo della differenza”. Ecco, potrebbe spiegare meglio cosa intende con questo concetto e come, nello specifico, la differenza sessuale si collochi nei confronti di questa differenza non definita?

     

    Qui il discorso diventa abbastanza complesso. Allora, io parto dall’idea che la differenza è un vertice ottico, che serve a comprendere la realtà e che ci consente di visualizzare correttamente il presente che io chiamo presente kairologico, del kairos, e non il presente delle filosofie della storia, presente anche della contingenza radicale. Rispetto ad altri che hanno enfatizzato il pensiero della differenza io non ritengo che ci si debba sbarazzare dell’universale. Però con universale cosa si intende? Io dico sempre nei miei lavori: “ad onta del suo etimo”. E’ chiaro che è un termine che sto usando provvisoriamente. Non è l’universum, non è l’uni-direzionato, non è in quel senso. Universale significa un’esigenza di superamento delle logiche puramente locali. La differenza non è locale ma piuttosto è l’unico criterio ricostruttivo di quello che i moderni chiamavano universale e che potremmo chiamare anche “comunità”. Nel mio discorso il comune è coniugato con l’universale, cioè con quello che io chiamo universalismo della differenza, al singolare, non delle differenze. Universalismo delle differenze appunto, rischia di essere il multiculturalismo. Ma ecco, il problema vero è spezzare i vincoli e i limiti concettuali di tipo locale. Nel senso di dare una capacità espansiva. Ribadisco: va ricostruito l’universale solo a partire dalla differenza come vertice ottico.

     

    E il pensiero della differenza sessuale…

     

    Ecco, per me il pensiero della differenza di cui ho parlato parte dal pensiero della differenza sessuale. L’universale è un universale diviso nei due sessi. Ha in sé il maschile e il femminile e la declinazione di questi. Maschile e femminile non vanno però intesi come delle localizzazioni rigide ma come degli smottamenti di ogni identità locale. La differenza sessuale è un fattore di inquietudine e delocalizzazione.
    Io dico che ognuno di noi ha dentro di sé la differenza. Perché anche noi maschi siamo attraversati dalla differenza e il criterio della differenza ci permette di comprendere che superare la logica sessista è l’unica maniera anche di liberarci della nostra illibertà, cioè venire a capo della nostra propria illibertà.
    In un certo modo anche il maschio che esercita il potere deve comprendere che vive un’esperienza di illibertà perché si preclude degli spazi, dei possibili, degli spazi di esperienza. Il potere è chiusura di spazi di libertà.

     

    Ecco, quanto dice mi fa pensare ad una distinzione che lei fa inPassaggio ad Occidente: quella tra pensiero della differenza sessuale forte e pensiero della differenza sessuale debole. La mia domanda non riguarda possibili riferimenti all’elaborazione del “pensiero debole”, ma piuttosto, quello che mi interessava era specificare la relazione tra questi due momenti, tra cui, a me sembra, c’è una relazione anche cronologica. Volevo quindi chiederle se può chiarire il rapporto tra questi due momenti e come lei si rapporta. Quando ha parlato del maschile attraversato dal femminile stesso sembra infatti ammiccare più al pensiero di Judith Butler o Donna Haraway, laddove però nel libro è più cauto su questo punto.

     

    Diciamo che, nel dare le diverse tappe, il pensiero della differenza sessuale forte, è forte tra virgolette. Cioè, lo dico nel senso in cui ne ha parlato anche Mario Tronti, o Toni Negri quando ha scritto La differenza italiana. Il femminismo italiano ha introdotto un pensiero forte, in un’epoca di indebolimenti. Detto questo, a mio parere, le varie tappe vanno conservate. Consideriamo la queer theory, Judith Butler e per certi versi Donna Haraway. Certo che è possibile anche rivalutare esperienze trans o rimodellamenti di sesso o passaggi da un sesso ad un altro,  ma… Ho assistito ad un confronto a Torino tra Rosi Braidotti e Luce Irigaray, dove Irigaray si difendeva dagli attacchi di Braidotti che le diceva “tu irrigidisci il due!”. Io ho pensato che Irigaray non fosse chiara nelle risposte perché il trans, il passaggio, si può dare in quanto esiste il due. Cioè, la condizione è il partire dalla bisezione originaria del genere umano, dell’universale umano e la rottura del neutro nobile kantiano, ma anche del neutro meno nobile della trivialità ideologica dell’Occidente. Solo una volta stabilita la differenza sessuale si possono poi operare tutti i transiti desiderati. Non c’è trans se non c’è due come punto di partenza. La differenza è questo.
    Poi la differenza non può essere un reperto statico (statico e locale per me sono la stessa cosa, un reperto statico è un reperto locale). La differenza non è un sito. E’ concettualmente un criterio, un vertice ottico e dal punto di vista della pratica di pensiero è un operatore che ti permette di cogliere il divenire costante del differenziarsi della differenza, qui Deleuze ha ragione. La cifra della inidentificabilità dell’essere, quella è la differenza.
    Noi attraverso le categorie possiamo dare carta d’identità all’essere, possiamo farlo per ragioni pratiche, ma l’essere non è identificabile, non ha carta d’identità. E questo ce lo dice il pensiero della differenza, che ci libera dalla prigione della logica identitaria e, come lei sa, la radice del potere per me è sempre nella logica identitaria. In questo io rimango marxista e adorniano: Marx non ha mai fatto un discorso di logica identitaria. Quando la classe operaia prende coscienza della propria identità di classe prepara la dissoluzione di se medesima come identità. Perché se rimane e persevera nella propria identità si chiude in una logica locale, corporativa, statica.

     

    Poco fa lei stesso ha parlato di un maschile attraversato dalla differenza. La domanda è: cosa ci guadagna un uomo dal pensiero della differenza sessuale?

     

    Una maggiore sovranità del proprio sé. Cioè nel senso che io mi sento più libero e meno vincolato dalla logica del proprium. Qui devo rimandare alle ultime pagine di Kairos. Il kairos è tutta una critica dell’io come proprium, è una critica dell’identità dell’io come logica delproprium.
    Che poi è in fondo la logica del potere. Questo non può essere compreso senza il pensiero della differenza.

     

    Riflettendo quindi sulla possibilità di pensare una differenza sessuale dal punto di vista maschile, ci si accorge che è un compito difficile. Ci si trova a dover fare i conti con l’ordine patriarcale (in crisi o non in crisi). E io ho l’impressione che l’idea di una differenza sessuale maschile corra forse il rischio di caratterizzare il patriarcato come neutro. Nel senso che, pur dovendomi staccare come maschio dal  patriarcato, come posso negarne la intrinseca maschilità? Come si tiene un doppio passo?

     

    Guardi, io ho dei dubbi sulla strategia. Il mio amico Alberto Leiss aveva tentato di mettere su un gruppo di differenza maschile. Però il rischio è di creare un gruppo edificante e per nulla un gruppo di differenza. Il punto è che la differenza maschile non può essere localizzata nei maschi. Questo è il problema fondamentale, fermo restando che certamente è inevitabile tematizzare se stessi come parti e dunque come una differenza, la differenza maschile non è soltanto parte. La differenza maschile ha in sé la logica che ha prodotto poi il patriarcato. Cioè, se la differenza maschile ha da essere veramente differenza, deve scompaginare completamente i presupposti della identità maschile e lì la questione è molto difficile.

     

    Perché?

     

    Perché deve fare i conti con le difficoltà connesse alla costruzione di un essere-in-comune degno di questa parola, degno di questa definizione. Qui c’è una mia critica a Toni Negri che ripensa la costruzione del comune attraverso una metanoia di tipo religioso, e per un altro verso a Jean-Luc Nancy e Roberto Esposito che sembrano invece intendere il passaggio all’essere-in-comune come il pacifico rovescio della nomenclatura metafisica occidentale. Secondo me invece è importante chiedersi: l’essere in comune può essere realizzato senza passare per una fase inevitabile di conflitto? Senza determinare nuovi schieramenti? Questi non possono essere più gli schieramenti degli uomini contro le donne, ma devono essere quelli della logica della differenza contro la logica del maschile. Anzi del criterio della differenza contro il logos maschile che in qualche modo sopravvive a se stesso.
    Io dico sempre con una battuta: simbolicamente, il maschio in Occidente è morto già con il suicidio di Weininger. Questo è un suicidio veramente emblematico, dà il senso del passaggio culturale. Il maschio muore ma sopravvive come logica della potenza. Noi abbiamo incredibili esempi in Italia di una logica caricaturale del maschile che sopravvive a se stesso. Il Presidente del Consiglio mette in scena una logica talmente caricaturale che lui stesso deve fare la parte del clown.

     

    Infatti, continuando ad indagare le “possibilità” maschili, avevo individuato questa difficoltà da parte maschile di ricostruire un proprio simbolico che non ricada nelle forme classiche e che non si ponga  nemmeno come semplice atteggiamento solidaristico, che non si ponga quindi come differenza.

     

    Usiamo un’altra espressione. E’ una cosa che avevo avuto modo di discutere anni fa con Jacques Derrida. Il rischio, l’insidia maggiore per le donne, è per un verso la permanenza di una logica maschile che può catturare anche molte donne, in politica, nelle istituzioni, nell’economia. Se non vado errato la Confindustria è presieduta da una donna quindi l’organizzazione dei padroni, come si diceva una volta, ha una donna al proprio vertice.
    L’altra insidia è quella della fratriarchia. Cioè il potere fraterno, il potere dei fratelli. Bisogna stare attenti che i maschi che fanno i gruppi di differenza maschile non intrappolino le donne dentro un discorso apparentemente edificante ma in realtà molto insidioso, di fraternità.

     

    Quindi mi sembra che un gruppo di autocoscienza maschile partendo dall’idea di produrre un proprio modo di pensare la differenza sessuale corra il rischio invece di appiattirsi sul discorso femminista e  così annullare la differenza ricercata.

     

    Sì, penso che il maschile debba elaborare fino in fondo la dimensione drammatica della propria crisi e non debba edulcorare gli elementi conflittuali che si danno. Devono venire al pettine i nodi conflittuali, si deve introdurre una dimensione di incontro ad onta del dialogo, deldialegein greco in cui il dialogo era già un polemos. Se è vero che dobbiamo lottare tutti per la creazione di una dimensione comune che sia al di là della logica identitaria e della logica dello Stato come localizzazione, come mera istituzionalizzazione, dobbiamo assolutamente cercare di capire com’è possibile che oggi molte donne siano catturate dentro una logica maschile gerarchica, e com’è possibile che uomini che sono alleati con le donne non riescano ad andare al di là di un discorso edificante. Oggi come oggi i discorsi edificanti sono molto insidiosi. Occorre andare a individuare i nodi in cui si sta verificando la rottura che rende possibile il passaggio ad altro, il che significa andare a vedere i nodi nevralgici, cioè tutte quelle questioni che un tempo erano questioni pre-politiche o impolitiche che adesso sono diventate ingredienti di una super-politica. Tutte quelle questioni che riguardano il rapporto tra i sessi, le questioni bioetiche, le questioni biopolitiche e lì sfidare la capacità dei maschi di collocarsi in un certo modo. Si tratta di discutere il tema di dimensioni private che hanno cessato di esserlo. Maltrattare una donna la sera protetti dalle mura domestiche non è più un evento privato. Ogni azione che ha che fare con effetti e relazioni di potere anche se è esercitata nel privato non ha una rilevanza puramente privata. Ciò che invece nel privato deve rimanere tale è l’intimità dei desideri e delle passioni. Non è possibile un “ministero per l’esattezza dell’anima” come direbbe Musil.
    Ovviamente assumere questo è la cosa più difficile per i maschi perché l’origine del potere è proprio nel privato. E’ una difficoltà maschile e anche mia. Per uscirne fuori mi esercito aggredendo di più i maschi. Tanto più sono soggetti di potere tanto più vanno messi in discussione.
    Questi mutamenti non avvengono con una metanoia, ma solo sul terreno del simbolico e con conflitti anche duri. Il simbolico va inteso non come il piano dell’unificazione, ma come ambito che presuppone la scissione e solo dopo giunge all’unificazione. Una unificazione che comporta quindi ospitalità e accoglienza.

     

    Mi chiedevo se uno degli elementi più utili da recuperare dal pensiero delle donne possa consistere nel porre lo stesso maschile come genere non-unitario. Senza voler imitare il pensiero femminista. Come pensa quindi sia possibile mettere in pratica questa differenziazione del maschile dal ruolo che esso stesso ha avuto storicamente?

     

    Intanto un modo è uscir fuori dalla trappola che consiste nell’ancoraggio della singolarità di ciascuno di noi ad un ruolo non sociale ma simbolico, che è legato ad una presunta staticità della nostra condizione naturale. La sessualità maschile è una sessualità proliferante perché siamo donatori di seme e secondo la logica è chiaro che il maschio deve andare ad inseminare perché così svolgerebbe il programma genetico. Dobbiamo comprendere che questa maniera di comportarsi va esattamente contro la realizzazione della nostra singolarità, è in funzione della nostra serializzazione e il potere e la serializzazione della singolarità sono tutt’uno. Il potere non fa altro che neutralizzare la singolarità e la sua potenza serializzandola, e questo comincia dall’attività sessuale. Le donne in questo hanno un vantaggio rispetto a noi, perché custodiscono il frutto, e questo è un dato. C’è questo elemento della cura che è fondamentale.
    Paradossalmente la donna ha più senso della singolarità di quello che accade, singolarità dell’evento della maternità, mentre noi siamo de-singolarizzati. Il maschio nella sua serializzazione non è altro che lo specchio del potere. Capire questo è capire come forse se ne può uscire.
    Dobbiamo imitare le donne in questo: essere gelosi di noi stessi, esattamente come le donne sanno essere gelose della propria singolarità e unicità.
    E questo fa saltare anche una serie di equivoci sul pensiero di destra e di sinistra. Perché il pensiero di destra interpreta la singolarità come un fatto contrario al comune, perché il comune è stato inteso come l’apologia della serialità, l’apologia del livellamento, mentre se pensiamo un comune che esalti il singolare, che esalti l’esistenza singolare… cioè io non riesco a concepire il comunismo, odio gli ismi, il comune se non come diritto di tutti all’eccellenza, un’eccellenza che non è a somma zero, c’è l’eccellenza di ciascuno a condizione dell’eccellenza di tutti, cioè una crescita esponenziale della potenza dell’umanità, della potenza creativa dell’umanità e questa è in qualche modo l’umanità che vogliamo e rispetto alla quale forse, un domani, se si realizzerà, gli umani che guarderanno indietro diranno “Accidenti com’erano! In che condizioni preistoriche si trovavano loro!”.

     

    Da un punto di vista genealogico forse c’è questo rischio che in una revisione del pensiero tutto venga buttato all’aria. Ci sono degli elementi del pensiero maschile, anche se si è dato come neutro, da rielaborare. Recuperare con riserva il termine “universale”, ha a che fare con un lavoro di rielaborazione, di esame del passato che ci compete?

     

    Io penso il maschile del coraggio, il maschile dell’onestà e della fedeltà, dell’affidamento, questi sono fondamentali.
    Il femminismo per certi versi reclama un maschio pre-borghese.
    Non ricordo in che romanzo l’avevo letto, era un romanzo scozzese dell’ottocento in cui un feudatario diceva davanti ad un incipiente borghese commerciante che pretendeva di entrare in rapporto con le donne attraverso il denaro, diceva un’espressione bellissima: “non osare fare questo perché le donne sono le custodi dell’onore”. Ecco io a questo tipo di nobiltà non vorrei rinunciare. Tutto sommato è una nobiltà che andrebbe universalizzata. Ribadendo che il termine universale non è in opposizione al termine comune o altre forme. Ecco, io non vedo contraddizione perché l’universale è l’esigenza di un comune che rompe qualunque confine locale, di tipo locale. E qualunque localizzazione di tipo statico, qualunque sito. È di nuovo l’esigenza di concepire la differenza non come un sito ma come una dinamica.

     

    Può fare qualche esempio di questo modo di concepire l’universale nel mondo reale?

     

    Per esempio il pensiero della differenza ci spinge a concepire all’interno dell’orbita cosmopolitica delle forme non umane che le donne comprendevano più di noi da sempre, e che appaiono come assolutamente essenziali. L’idea per esempio che non possiamo rendere nostri strumenti gli animali e le piante che sono fondamentali anche per il nostro essere nel mondo. Vandana Shiva, per esempio, ecco non è un esempio di pietismo o di un ecologismo misticheggiante, ma vuol dire che senza la transizione costante con le forme di vita non umane, animali, vegetali allora nemmeno l’umano sarebbe quello che è. E quindi che non soltanto la morte di ciascun altro uomo e ciascuna altra donna impoverisce il mondo, ma che anche la scomparsa di una specie animale o di una vegetale è un impoverimento della stessa nostra possibilità di esistere.
    Nel mondo io guardo con molto interesse ad un paese come il Brasile. Perché lì l’elemento femminile sta sfondando ad alti livelli, e sta prendendo piede il discorso relativo al rapporto con il vivente non umano e si sta modellando una idea di società che sia universalista ma anche della differenza, in modo molto diverso da noi. Il Brasile è una società dinamica che sta transitando in maniera accelerata. Io l’ho notato questo quando insegnavo là dal 1987 al 2000. Le prime volte la violenza repressiva era spaventosa. Le donne erano sottomesse. Oggi invece è un paese in cui le donne hanno, in progressione geometrica, sempre più parola.
    E sono donne che vengono dalle esperienze più dure, dalla lotta armata alla povertà e non esercitano il potere in termini mimetici al maschile. Introducono criteri che non sono o non sembrano tradizionali. Non parlo solo dei luoghi istituzionali, nella società le donne brasiliane hanno un livello di radicalità e consapevolezza superiore spesso a quello delle donne italiane. Lo si vede anche nel cambiamento del linguaggio. Insultare una donna con termini anche più blandi di quelli del nostro presidente del consiglio produce immediatamente un effetto di stigmatizzazione da parte della società e dei media.
    Ad ogni modo più che un luogo determinato dove si realizzi una politica che realizzi l’universalismo della differenza, scorgo una dinamica in corso che attraversa varie realtà, in parte anche quella europea. Però questa dinamica pur attraversando culturalmente l’Europa non ha ancora un precipitato istituzionale.
    Oppure si potrebbe dire che avviene in tanti luoghi/non-luoghi come sono pensabili alcune pratiche che passano attraverso la rete. La mia tesi è che nel mondo del sapere sta avvenendo qualcosa di nuovo, cioè una produzione di conoscenze che vengono poi d’altra parte catturate e valorizzate in forma monetizzabile da un capitalismo.

     

    E per ricondurre di nuovo il discorso al tema storico: che ne pensa del rapporto tra capitalismo e patriarcato in un’epoca che abbiamo appurato essere quella della morte simbolica del maschile?

     

    E’ un rapporto che passa attraverso una rappresentazione, di una finzione, di una maschera. I capi di Stato compaiono accanto alle mogli e ai figli molto più di quanto non accadeva in passato, quando il patriarcato era molto più forte. La famiglia viene esibita quando si sa benissimo che la famiglia è un’istituzione in crisi o comunque una realtà radicalmente rivoluzionata.
    Questo per una semplice ragione, perché il capitalismo sussiste ormai unicamente attraverso un coagulo di forme di potere di tipo neo-corpoativo e neo-feudale. C’è una corporativizzazione del capitalismo cioè esattamente il contrario di quanto sostiene la dottrina neoliberista secondo cui avremmo uno Stato che ingabbia i poteri economici espressione della libertà umana. In realtà i poteri economici sono molto più feudali di quanto non siano gli Stati e quindi sì, il capitalismo ha bisogno di rappresentarsi in una chiave feudale e corporativa.

     

    Tuttavia poi, nei fatti, l’ordine economico oggi si produce attraverso l’incorporazione e modalità di produzione che passano sotto il nome di “femminilizzazione del lavoro”, cioè l’integrazione  di abilità come quelle relazionali che storicamente sono state coltivate soprattutto per parte femminile.

     

    Certo, siamo di fronte ad un tentativo incredibile di assorbire e metabolizzare per un verso le tematiche del femminismo e per un altro verso le tematiche ecologiche.
    Il capitale non è in grado di produrre sapere, è in grado unicamente di rubare e appropriarsi del sapere che viene prodotto altrove e di istituzionalizzarlo, strumentalizzarlo e funzionalizzarlo. E’ chiaro che nel frattempo avremo degli esempi straordinari di camaleontismo del capitale, dovuti al fatto che Marx e Weber avevano sbagliato a pensare che il capitalismo avesse la capacità di rimodellare le forme di vita. Esso invece si adatta alle forme di vita
    Bisogna considerare che il patriarcato è più antico del capitalismo. Marx nei quaderni etnologici riconosce il proprio errore: rivoluzionare i rapporti di produzione non comporta più o meno necessariamente una distruzione degli istituti tradizionali che congelavano le relazioni in generale e quelle tra uomo e donna in particolare. Piuttosto il capitalismo è modellato dentro l’istituto famigliare.
    Quindi, o il processo è modificazione di rapporti di produzione e di rapporti culturali, oppure questi istituti tradizionali sopravviveranno e le nuova relazioni verranno modellate su di essi. I rapporti sociali non sono sovrastrutturali, il sociale non dipende dalla produzione, ma da pluralità di fattori.  Consideriamo per un attimo due esempio, che io considero agli antipodi: Cina e U.S.A.
    Negli Stati Uniti la famiglia è in crisi dal punto di vista dell’espressività simbolica a causa di processi di secolarizzazione cui la società occidentale è andata incontro. Però funziona ancora nell’immaginario dal punto di vista degli effetti rassicuranti che produce. Diviene quindi fattore di stabilità sebbene gli americani siano in realtà dei “monogami seriali”.
    Cioè, si utilizza l’immaginario istituzionale per creare consenso attraverso meccanismi di riconoscimento via rispecchiamento: il capo di Stato come marito e padre di famiglia. Si potrebbe dire che in Occidente la famiglia è usata ex post.
    In Cina invece dove gli istituti familiari sono ancora forti, lo sviluppo viene modellato da essi materialmente.
    Il capitale globale è uno ma poi questo si declina diversamente come capitalismo cinese, europeo, brasiliano, nordamericano, eccetera.

     

    Ma se non basta intervenire sul piano dei rapporti di produzione. Se un cambiamento della realtà economica non è sufficiente a modificare tutti gli elementi culturali che organizzano la società, come si deve fare?

     

    Bisogna innanzi tutto liberarsi della pretesa all’oggettività spostando il fuoco sui soggetti.
    Serve una rivoluzione culturale intesa come  un’azione volta a far emergere i veri punti di conflitto.  Non si trasformano i soggetti rieducandoli, ci si ritrasforma tutti insieme,  in una logica bifocale. E questo è possibile attraverso la produzione di un essere-in-comune che include il conflitto per trasferirlo nei livelli “alti”, non in senso gerarchico, del simbolico. Un simbolico, si badi bene, non inteso come ambito dell’unificazione, ma proprio come ambito che presuppone la scissione.

     

    BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

     

    Passaggio a Occidente, Bollati Boringhieri, Torino 2003-2009

     

    L’intero libro è costruito sul tema della differenza. In particolare due capitoli trattano esplicitamente del pensiero delle donne: il secondo capitolo “identità e contingenza” e l’ottavo capitolo “cifre della differenza”.

     

    Potere e secolarizzazione, Editori Riuniti, Roma 1983
    Kairos, apologia del tempo debito, Laterza, Roma-Bari 1992

     

    Marramao si riferisce a questi due testi nell’intervista: “la ricezione del pensiero femminista è già presente in Potere e secolarizzazione. La critica alla temporalità infuturante, al tempo futuro-centrico e lineare, era in qualche modo una critica che risponde alle esigenze del pensiero della differenza”. Più avanti Marramao precisa “Certo, io non contrapponevo a quello lineare il tempo ciclico, anche se il femminismo aveva rivalutato il tempo ciclico, ma vi contrapponevo un tempo che fosse in grado di tenere conto dell’intreccio con la spazialità.”

     

    Quando invece definisce le opportunità che un pensiero della differenza sessuale offre ad un pensiero maschile rimanda a Kairos: “io mi sento più libero e meno vincolato dalla logica del proprium. Qui devo rimandare alle ultime pagine di Kairos”. Il kairos è tutta una critica dell’io come proprium, è una critica dell’identità dell’io come logica del proprium”

     

    “Cifre della differenza” in L. Cavazzoli (cura) La diversità in età moderna e contemporanea, Name, Genova 2001

     

    Muovendosi tra diverse tendenze del pensiero della differenza sessuale ricostruirlo come risorsa fondamentale per pensare un nuovo modello che vada oltre l’identità per come è stata conosciuta in Occidente.

    Intervista a cura di  Alessandro Grassi

  • Mario Tronti

    Mario Tronti

     

    La prima domanda vuole essere autobiografica. Come ha incontrato il pensiero delle donne e il femminismo e come lo ha accolto?

     

    Ho incontrato il femminismo ormai molti decenni fa, cioè nella sua fase emergente e irruente, dopo gli anni Sessanta, sull’onda appunto delle esperienze dei movimenti che c’erano state nel Paese.
    Allora in prima istanza c’erano dei luoghi di riferimento culturali e teorici e, dato che l’alfabetizzazione su questi argomenti è obbligatoria, perchè questo è un fenomeno che ha anche espresso una certa capacità creativa nel linguaggio, per un periodo è stato necessario assumersi la capacità di capire questa forma di espressione. Inoltre mi ha aiutato molto quella che sarà l’elaborazione di due punti di riferimento, punti di elaborazione molto forte di questa tematica, cioè la Libreria delle Donne di Milano e Diotima di Verona. E la conoscenza personale di alcune delle esponenti del femminismo, posso richiamare Adriana Cavarero, Ida Dominjianni, Maria Luisa Boccia.
    Poi per me c’è stato anche un altro luogo di apertura al tema che oggi non viene richiamato, ma credo fosse importante in quella fase tra gli anni Settanta e primi anni Ottanta. Mi riferisco al fatto che questa tematica entrò anche nella politica, non astrattamente, ma proprio nel luogo della politica dove io ero situato, cioè nel PCI. Dove, parliamo del PCI di Berlinguer, il femminismo ebbe un’irruzione molto significativa, tant’è vero che se ne parlava molto, perché quello era un momento in cui ebbe un grande impatto, anche pubblico. Oggi è più un fenomeno di élite, allora fu un fenomeno di massa perché c’era un coinvolgimento di grandi numeri delle donne. Entrò nel PCI in questo senso, perché diventava un elemento di contatto con qualcosa che era esterno al partito ma si riconosceva come molto significativo. Allora nel PCI c’era Livia Turco che si occupava molto di queste cose. Andava in uso un termine che poi si è perduto che era quello del “popolo delle donne” che è un popolo particolare, che marcava una sua specificità e non era una cosa puramente rivendicativa, come poi è diventata anche all’interno dei partiti. Era una cosa più seria, era un fatto più serio.
    Quindi l’ho presa un po’ da questi due lati, un lato teorico attraverso la conoscenza delle elaborazioni di questi nuclei intellettuali, e un lato politico attraverso un’esperienza e una pratica di partito che mi stimolava a prendere visione del problema e di parteciparvi.
    Allora ebbi una forte apertura, appunto da un lato una curiosità intellettuale per un’elaborazione che era di tutto rispetto, di notevole livello e, da un punto di vista politico, perché mi sembrava un grande tema di presenza del partito nella società, anche di una presenza nuova rispetto al passato. Nel PCI ce n’erano di cose su questo versante da superare. Ripeto, era il partito di Berlinguer, insomma molto aperto a quello che si muoveva nella società, a quelli che allora si chiamavano i movimenti.

     

    E da un punto di vista teorico che effetto ha comportato l’incontro con il pensiero delle donne?

     

    Io mi definisco un pensatore del conflitto e quindi dovunque io veda emergere una contraddizione lì, appunto, pongo l’attenzione per cercare di capire e di introdurmi praticamente nella cosa. Questo del femminile è effettivamente un luogo fortemente conflittuale. Emergeva subito in quegli anni come un elemento che rompeva una tradizione, delle abitudini e proponeva una soglia ulteriore di impegno e di pensiero. Io devo dire che non ho mai avuto un comportamento generico su quello che si dice “il femminismo”. Quello che subito individuai come molto interessante, e lo è tutt’ora, è quella forma di femminismo che si intitolava “pensiero della pratica della differenza”. Non ho mai avuto molta sensibilità per le tematiche emancipazioniste, non era quello che mi interessava. Quando vidi marcare il tema della differenza riconobbi una “cosa seria”, perché la differenza è appunto un conflitto.
    L’emancipazione in fondo è una ricucitura, io l’ho sempre vista come una forma che sì, ha contato molto nelle lotte femminili del Novecento, però fa parte di quelle lotte che possiamo definire “democratico-progressiste”, verso le quali io non ho mai avuto grandi simpatie.
    Il tema della differenza di genere tra uomo e donna, è quello che mi interessava. E devo dire che l’elaborazione di quei tempi era molto seria su questi temi. Guardavo poi alle elaborazioni teoriche maschili della politica che erano allora come oggi, forse oggi ancora un po’ peggio, erano molto povere, mediocri. Invece lì trovavo una brillantezza di pensiero che mi stimolava a capire e a vedere. E questa brillantezza era anche espressa in questa forma di invenzione del linguaggio, che è sempre una grande cosa, perché, quando si rompe, bisogna dire le cose in modo diverso da come si dicevano prima. Non solo cose diverse, ma anche dirle in modo diverso da prima. E qui, nel femminismo della differenza, c’erano queste due cose che si legavano bene.

     

    Però sempre nel Tramonto della politica e in altri scritti lei ha nominato il femminismo come una rivoluzione del dopoguerra e da una parte riconosce questa forza al Movimento delle donne, d’altro canto però afferma anche che è stato una rivoluzione fallita, perché “arrivato tardi”.

     

    Sì, quello fu un passaggio che non fu molto gradito da quell’orizzonte femminile. Io sono convinto che il tema della differenza è un grande tema teorico ed è anche un grande tema politico. Ad un certo punto dissi, ricordo proprio l’espressione, “è mancata l’epoca”. Questo grande movimento è intervenuto in un momento in cui le grandi contraddizioni politiche erano già declinate. Il pensiero della differenza è uno dei grandi pensieri novecenteschi, però è caduto in quel Novecento in cui si declinava già verso il basso. Negli anni Settanta noi abbiamo vissuto un momento di grande effervescenza dei movimenti, che però sono andati ad impattare senza produrre qualcosa di positivo. Per l’esattezza sono andati ad impattare in un periodo seguenete che li ha tutti negati. Dagli anni Ottanta fino ad oggi è stato il tempo della grande reazione. E’ cominciata un’epoca che chiamo restaurativa.
    Il femminismo a suo modo è andato ad impattare in quest’epoca in cui il pensiero potenzialmente rivoluzionario si è svolto in un’età di restaurazione. E questo è il motivo per cui credo non abbia sfondato a livello di massa. E’ dovuto regredire a quel livello di élite come dicevamo prima. Si è persa quella carica che stava nel popolo delle donne e dopo questo popolo non s’è più ritrovato. Anzi, s’è creata una forte frattura tra il popolo delle donne e queste élite intellettuali  molto raffinate. Ma questo non per colpa loro, ma per colpa dell’epoca in cui la cosa si è verificata.

     

    E lei dice che la rivoluzione femminile, usa questi termini, è stata “solo culturale” e “non politica”. Potrebbe spiegare meglio questa distinzione?

     

    Sì, si è ripiegata su un terreno puramente teorico-culturale. Qui veniamo a delle considerazioni che sono, per quanto mi riguarda, anche un po’ diverse da quegli anni che stavamo descrivendo. Perché ho ripensato un po’ anche quel tempo, perché è vero che sono arrivati gli anni Ottanta, gli anni del grande cambio di egemonia, in cui la destra prese in mano l’egemonia culturale, l’egemonia civile che poi sono cose che ci siamo portati fino ad oggi. Però mi sono rimesso a pensare anche il carattere di quelle emergenze, di quelle irruzioni movimentiste degli anni Settanta e dello stesso ’68. Qui cominciano certe differenze di lettura. Mi scontro spesso anche con Ida Donijanni sulla lettura di questo periodo, perché io credo che nei movimenti di quel tempo, nelle culture del ’68, si è aperto un varco che ha indebolito un po’ il Movimento: sono stati sì movimenti che hanno destrutturato il passato, erano evidentemente elementi di forte critica del tempo, però non sono stati capaci di costruire qualcosa d’altro.
    Il limite della cultura del ’68 è stato quello di essere stata un’irruzione un po’ anarchizzante, un po’ nichilistica, poco costruttiva. E questo non ha aiutato il pensiero delle donne, che poi è andato avanti per conto suo, ma non ha avuto quell’impatto sociale che si pensava e che si sperava.
    Oggi sono molto preoccupato della condizione femminile complessiva. Perché vedo una disparità troppo forte. Se guardiamo l’immaginario, una parola molto a cuore del pensiero e della pratica femminista, l’immaginario femminle oggi è devastante, a livello pubblico, mediatico, a livello di pubblicità. Ecco l’insufficienza delle culture degli anni Sessanta, che in qualche modo sono state deboli, si sono mostrate deboli, malgrado avessero allora una grande forza.

     

    Siccome ha nominato la questione dell’immaginario femminile nella nostra società, colgo l’occasione per farle una domanda che volevo porle in seguito. Assumendo che dopo i movimenti femminili degli anni Sessanta e Settanta il patriarcato sia andato incontro, se non ad una crisi, almeno ad una necessità di ridefinirsi o modificarsi, in che modo secondo lei si articola il rapporto patriarcato-capitalismo? E’ poi possibile instaurare una correlazione tra il tramonto della politica moderna e la crisi-mutazione a cui è andato incontro il patriarcato?

     

    La critica del patriarcato è stata una grande formula del pensiero femminista. Credo che esso sia in fondo una forma gerarchica, è una forma di dominio e sia organico all’attuale forma sociale, perché questa è una forma sociale centrata e fondata sul dominio, sull’alto e il basso. Quindi fatalmente, non a caso, questa critica ha conquistato un ruolo politico e non a caso ha trovato espressione nei partiti di sinistra, laddove la destra è stata del tutto ostile. Però, secondo me giustamente, lo stesso femminismo della differenza, che era la forma di femminismo più radicale, non ha mai voluto leggere in termini direttamente e piattamente politico-sociali la propria posizione. Non si è voluto considerare come una parte della lotta di classe, si è reso autonomo e, ripeto, anche giustamente, ha scelto un terreno diverso e forse più produttivo. Dentro la lotta di classe era giusto che ci fosse, e c’è stato, il paradigma emancipazionista, che è il paradigma democratico tradizionale dell’uguaglianza delle persone e quindi anche dei sessi, dell’uguaglianza della lavoratrice rispetto al lavoratore. Il femminismo della differenza si è distinto da questo e ha prodotto non a caso delle cose più specifiche e anche forse più puntuali e secondo me anche più dirompenti del classico emancipazionismo.
    Giustamente si è affermato che probabilmente non basta nemmeno abbattere il capitalismo per risolvere il problema femminile, anzi si sarebbe riproposto anche in una diversa forma sociale, come poi di fatto è stato in altri tentativi avvenuti in alcuni paesi. Ricordo che un benevolo motivo di polemica nei miei confronti che ho sempre negato è stato: “Tronti, dopo aver visto che il conflitto di classe non funziona più, si sposta sul conflitto dei sessi”. Era una critica ingiusta perché non sono convinto che il conflitto di classe sia estinto ma si sia solo trasformato. Piuttosto ho apprezzato quel tipo di specificità del discorso della differenza che spostava il terreno del conflitto su altri piani.
    Poi naturalmente loro hanno fatto e stanno facendo ancora, ma il contributo che hanno dato bisogna prenderlo per quello che è, non trasformarlo in altro.

     

    Ero partito dal patriarcato e dal capitale e lei giustamente ha assunto una posizione più incentrata sul conflitto parlando di differenza sessuale e lotta di classe. Lei sottolinea gli aspetti più produttivi e conflittuali del pensiero della differenza e li riconosce come esterni ad un discorso di lotta di classe che, in qualche modo, quando si è legato ai temi del femminismo, l’ha fatto assumendo una prospettiva emancipazionista, di uguaglianza dei diritti. Tuttavia, mi sembra che nel suo discorso descriva la grandezza della politica moderna connettendola proprio a questo tema del conflitto di classe e, posto che oggi la conflittualità non è più produttiva sul piano del  lavoro, e posto che questo sia un terreno da recuperare, com’è possibile tenere insieme questi due piani della lotta di classe e del femminismo della differenza? Che legame possono stringere senza ricadere in un discorso emancipazionista che è piuttosto riduttivo?

    Oggi porto avanti un discorso che si può definire “il lavoro dopo la classe”. La conflittualità sociale non è estinta, si è estinta solo questa contrapposizione esplicita tra grandi classi, perché si sono estinte le forme soggettive che la esprimevano. Non c’è più il capitalista collettivo di una volta, Gianni Agnelli. Il capitalista collettivo semmai è a livello mondiale, e poi non si esprime più in figure individuali, ma in strutture oggettive, in grandi forme, in grandi concentrazioni finanziarie. Oggi il capitalista collettivo è la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale. Dall’altra parte, non c’è più nessuna espressione soggettiva del mondo del lavoro, ma c’è una stratificazione del lavoro che è molto forte. La Libreria delle Donne, per esempio, Lia Cigarini e altre, hanno una grande attenzione per il tema del lavoro femminile. Questo è molto importante, perché secondo me nella stratificazione orizzontale, nella frammentazione del mondo del lavoro, la femminilizzazione del lavoro è una delle componenti essenziali. C’è anche una femminilizzazione dell’impresa, in Italia abbiamo addirittura la presidente di Confindustria, quindi questa è una presenza da valutare.
    Secondo me queste mutazioni sono destinate a rilanciare forme molto evidenti di conflitto. Non sappiamo se verranno espresse politicamente o meno, su questo sono molto scettico, non vedo forze in grado di assumere politicamente questi temi, però socialmente, quindi oggettivamente, sicuramente ci sarà una conflittualità sociale che non tenderà a scemare, come del resto stiamo vedendo. Oggi non viviamo solo una conseguenza della crisi, ma la conseguenza di una fase di dominio neoliberista che aggrava il disagio sociale. Lì il conflitto si riproporrà e nel conflitto è molto importante vedere questa presenza femminile, che sarà anche elemento soggettivo di spinta e in parte, auspicabilmente, anche di avanguardia. E’ comunque qualche cosa da analizzare. E, ripeto, le analisi ci sono, si stanno facendo. E lì c’è il problema del declino della politica che secondo me nuoce molto anche a queste forme di pensiero, compreso il pensiero della differenza.
    Una mia diversità rispetto al loro percorso riguarda sempre il tema della politica. Lì non riesco a trovare un ponte di accordo, anzi trovo molti elementi di disaccordo. Perché io penso che la politica abbia una sfera autonoma, che vada coltivata per sé, la politica per me è ancora la politica moderna e per loro non lo è più. Una cosa su cui ho molte riserve è il modo in cui parlano di politica, perché è vero che la differenza è stata una forte identità conflittuale, però a volte quando la mettono in politica sembrano volerne attutire l’effetto. Pensare alla politica come uno schema di relazione, invece che come uno schema di conflitto, beh questo è un punto di dissenso. Del resto è una cosa che non ho mai taciuto, né loro lo hanno taciuto e che ripropongo sempre. Io ho un’idea della politica che è quella, molto polarizzata, mi piace molto il criterio dell’amico/nemico, cosa che fa saltare sulla sedia le mie amiche femministe.
    E quindi non è ammesso pensare che il conflitto, la politica che lei ha in mente, possa essere considerata come politica neutra e quindi, da un punto di vista femminista, un neutro che in realtà è pensiero maschile mascherato?

    Sì, una delle cose che mi ha sempre affascinato, fin da principio, era proprio questa critica. Una volta dissi che la mia illuminazione nei confronti del femminismo della differenza è avvenuta leggendo il testo della Libreria delle Donne di Milano, Non credere di avere dei diritti. La penso proprio così, non ho mai coltivato la tematica dei diritti, della cittadinanza. Le ho sempre viste come una forma ideologica di mascheramento dei conflitti reali. Di pari passo, l’altra cosa che mi affascinava era la critica dell’individuo neutro, cioè la critica dei diritti dell’’89. Già lo rivendicavano le femministe della rivoluzione francese: i Diritti dell’Uomo erano solo i diritti dell’uomo, del maschio. Mi piaceva molto, perché era quel che avevo pensato e imparato dal giovane Marx: la critica dell’uguaglianza formale tra gli uomini, che presuppone che l’uomo sia un individuo neutro e che non contempla la differenza. Spezzare in due l’individuo neutro è stata un’operazione teorica di grande impatto, di grande importanza. Però, rimane questa distanza che a volte ci porta un po’ a polemizzare. Con riconoscimento reciproco.
    Volevo però anche dire che, ultimamente, il femminismo è un po’ spento. Non ritrovo più la carica iniziale, ripeto, le difficoltà sono molte, l’ho detto in una formula: “la rivoluzione femminile è una delle rivoluzioni fallite del Novecento”, loro sostengono di no, dicono che è l’unica riuscita. Però questo non mi convince, non vedo dove sia la vittoria. Proprio per quel che dicevamo prima, perché il femminismo ha avuto un po’ lo stesso destino di altre idee rivoluzionarie del Novecento. Non sono riuscite a parlare al popolo, alla grande massa delle persone, nemmeno alle persone più portate ad ascoltare quel discorso, e così si sono chiuse. Come la sinistra si è chiusa nel ghetto dei ceti neoborghesi acculturati – perché questa è la sinistra che abbiamo oggi – i ceti medi riflessivi, e ha consegnato il popolo alle pulsioni della destra. Lo stesso destino ha avuto il femminismo per certi versi. Si è chiuso in luoghi prestigiosi di elaborazione, mentre il popolo delle donne sta lì a guardare le telenovelas di Mediaset o della Rai. Oppure, la parte emancipata è diventata una parte del tutto omologata. Mi chiedo: che ci sia la Marcegaglia invece che Montezemolo alla guida della Confindustria, che cambia? Non c’è stata una rivoluzione. Se metti Rosi Bindi invece che Pierluigi Bersani non è che questo cambia la situazione. E quindi c’è qualche cosa che non mi torna. Non basta il passaggio dall’uno all’altro e tanto meno basta chiedere le quote. Ha vinto il paradigma emancipazionista e ha perso il paradigma della liberazione. La grande differenza che diceva: “adesso l’emancipazione l’abbiamo acquisita e vogliamo la liberazione della donna”, ebbene la liberazione della donna non c’è stata, cosa che loro non vogliono ammettere. Ma secondo me è un blocco. Se lo riconoscessero, potrebbero fare uno scatto ulteriore, anche di pensiero, che sarebbe interessante fare poi anche insieme.

     

    Sempre nella Politica al tramonto lei delinea il maschile come un mondo da esplorare, però non dice nulla di come possa essere una risorsa per ricostruire una politica, ammesso che ci possa essere una ricostruzione. Quindi mi chiedevo, se la critica del neutro comporta anche una critica della politica moderna, come ci si inventa una politica nuova, che non sia più la politica moderna, ma che abbia la stessa forza conflittuale?

     

    Anche qui c’è un punto di dissenso, è un punto culturale più ampio. Secondo me il femminismo alla fin fine si è messo, anche quello della differenza, nel solco del postmoderno. Cosa che rifiuto di fare e rifiuterò fino alla morte. Non solo perché mi sento un uomo del moderno e soprattutto del Novecento. Il punto di distacco è la loro critica e presa di distanza dal Novecento, che per me è il grande secolo, che abbiamo solo perduto senza averlo rimpiazzato. La stessa cosa vale un po’ anche per la Modernità. Sono convinto che stiamo vivendo una tarda Modernità, decadente, ma non decadente nel senso della grande decadenza. Magari fosse una grande epoca come l’ellenismo o il Seicento. No, è proprio un’epoca di deriva in cui non c’è più niente, tutto se ne va per conto proprio. Non è più nemmeno un’epoca, è un tempo. E’ una fase che non ha nemmeno più la dignità di un’epoca. Nessuno si ricorderà degli anni Dieci del Duemila, come tutti ci ricordiamo degli anni Dieci del Novecento. Un grandissimo momento in cui è scoppiato tutto: la cultura, l’arte, la scienza, la politica, la storia, fino alla Grande Guerra.  Negli anni Dieci del Duemila non è successo niente, che è successo? Non mi sono accorto di niente, io.
    Invito dunque a rifare sempre i conti con il Moderno. Siccome penso che siamo in una tarda Modernità, non credo affatto che poi i paradigmi della politica moderna siano conclusi. Sono emarginati. Per me “politica al tramonto” significa proprio questo, che la politica non è com’era abituata ad essere nel Novecento, il che non vuol dire che non ci sia. Piuttosto c’è in forme depravate come oggi e poi in forme possibili di ricostruzione di conflitti ad altro livello, di ulteriore conflittualità, insomma quello che io auspico, o almeno spero, che da qualche parte esploda. E invece loro considerano la questione del tutto chiusa e quindi si mettono nel dopo, una sindrome tipica dei movimenti che mettono in discussione quello che c’è, e poi però si perdono, non si ritrovano, non hanno continuità, non mettono radici e quindi poi non cambiano le cose. Questo è insomma quello che mi preoccupa e non so come uscirne. Secondo me le donne dovrebbero avere uno scatto, prendere altri modi di intervento, forse anche più radicale.
    Io chiedo loro: ma perché quando accendete la televisione e vedete questo femminile esposto e declinato in una sorta di corpo animale che è esposto a tutti, perché non vi ribellate?  Perché quando parla uno Sgarbi, che narra del suo rapporto con le donne e dice “io sono il maestro di Berlusconi”, non lo schiaffeggiate? Dovrebbero in qualche modo esprimere il simbolico che tanto amano. Farlo vedere. Altrimenti piano piano non si vedranno più e ho l’impressione che si estingueranno anche i luoghi di elaborazione alta.
    Un’ultima domanda. Cosa può guadagnare il maschile da un pensiero della differenza sessuale?
    Ci può guadagnare ritrovando il proprio limite, la propria sfera limitata di presenza nel mondo. Perché ha avuto questa idea di onnipotenza, nel senso che era il centro di tutto, il comando di tutto. Oggi vedo che le cose sono già molto rovesciate, anche in modo a volte preoccupante: basta vedere i propri figli, gli amici e le amiche dei figli. Vedo brillantezza nelle giovani donne e depressione nei giovani maschi. Le prime stanno prendendo la guida di tutto, delle professioni, degli studi, e i secondi arrancano un po’. Per un periodo sarà salutare, riequilibrerà un po’ la condizione, ma non vorrei andasse avanti troppo a lungo.

     

    BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

     

    La politica al femminile, il politico al maschile: un problema, in Alisa Del Re (cura) Donne politica utopia, Il Poligrafo, Padova 2011

     

    Politica e destino, Luca Sossella, Roma 2005

    La politica al tramonto, Einaudi, Torino 1998
    Nel descrivere la fine della politica della modernità nella seconda metà del Novecento non mancano i riferimenti espliciti al pensiero della differenza sessuale come una delle note positive del dopoguerra: “C’è stata allora una sola rivoluzione seria: quella femminile”.
    Ma Tronti nemmeno si esime dal riconoscere i limiti e il disaccordo sull’efficacia e la riuscita della rivoluzione femminile, che a suo parere è rimasta solo “una cultura […]. Meglio che niente”.
    Cfr. soprattutto pp. 41-44, 77-78, 134-135.
    Lo spirito che disordina il mondo, pubblicato su Adista n°6 del 20.1.2007 e disponibile online all’indirizzohttp://www.cdbchieri.it/rassegna_stampa_2007/tronti_spiritualita.htm
    Un articolo che tratta i temi di interiorità e esteriorità, spiritualità e mondo in cui Tronti ribadisce, citando il pensiero della differenza sessuale, la divisione tra maschile e femminile, valorizzando il lavoro di critica del neutro svolto dalle pensatrici femministe.
    Tradizione e Rivoluzione. Intervista a Mario Tronti di Anna Simone sul settimanale “Gli Altri” disponibile online all’indirizzo http://filovia.splinder.com/post/22106755
    In questa intervista più recente (gennaio 2010) Tronti non manca di citare il femminismo tra le scoperte della sinistra negli ultimi 50 anni. <<D’altronde la sinistra in questi ultimi anni non si è occupata di questo, ha preferito lavorare sulle nuove “soggettività” emergenti, sull’ambientalismo, sul femminismo >>, tutta l’intervista però verte come sempre sul ruolo svolto dal tema del lavoro per la costruzione di un’opposizione efficace al capitalismo. Il problema è: come coniugare queste nuove soggettività con la tradizione che metteva al centro il lavoro?

    Intervista a cura di  Alessandro Grassi