In stretta risonanza con la figurazione dei “refugia” (Tsing 2015, 2017, 2020; Haraway 2016), la sezione raccoglie i lavori finali dell* iscritt* alla Summer School “Narrazioni dai futuri in rivolta. Nuovi materialismi in tempi postumani” del Master in Studi e Politiche di Genere dell’Università degli Studi di Roma Tre, a.a. 2019-2020.
Srotolando i filamenti vischiosi della gestualità processuale e incarnata della scrittura, questi esercizi sono recensioni “affettive” di luoghi naturculturali riscoperti durante il lockdown, con cui le autric* hanno allenato la propria e la collettiva percezione della transindividualità e della trancorporeità.
Decostruendo le dicotomie patriarcali, le narrazioni autobiografiche e soggettive si concatenano alle storie provenienti dalla materia organica e inorganica, umana e animale, culturale e naturale, prefigurando nuove modalità di relazione collettiva.

Lo spazio “Refugia” dell’Atelier Narrazioni è altresì il luogo in cui proseguire l’indagine sulle forme di vita collettive capaci di costruirsi anche per mezzo di relazioni postegemoniche e postidentitarie.

[Le immagini in evidenza sono di Lina Bo Bardi]

Isabella Pinto

  • Forme impreviste di abitabilità

    Forme impreviste di abitabilità

    di Alessandra Liccardo

    Il concetto di refugia che emerge in Chthulucene consente di rileggere la propria esperienza di sopravvivenza come un collocarsi all’interno di un mondo complesso e interrelato.

    In uno dei capitoli del testo, Il pensiero tentacolare, Donna Haraway fa riferimento alla necessità di tastare il terreno, tentare di modellare nuovi possibili mondi, possibili narrazioni.
    Cogliendo la teoria della «sporta del narratore», trasmessa da Ursula Le Guin, Haraway parla delle tante storie da raccogliere e tramandare come critica al racconto fallico e aggressivo dell’eroe, dell’Uomo nella Storia.
    A differenza delle scintillanti armi dell’eroe, che infliggono morte al suo passaggio, la sporta del narratore, o conchiglia, reticella, umile oggetto utile a contenere e a sostenere, consente al racconto del mondo di non finire, di non compiersi, e al narratore di proseguire la sua ricerca.
    «È con una certa urgenza, dunque, che vado in cerca della natura, del soggetto, delle parole dell’altra storia, quella ancora non narrata, la storia della vita», scrive Le Guin, citata da Haraway.
    La narrazione è una ricerca, un lavoro di raccolta, una composizione senza fine, come lo è la costruzione di un mondo comune a abitabile. Haraway scrive che «un mondo comune e abitabile va composto un pezzetto alla volta, oppure non si compone affatto».

    È possibile pensare i refugia come pezzetti di mondo abitabile, un mondo in composizione e affollato da creature che con-dividono lo spazio e con-divengono, rendendosi capaci di affrontare la crisi a vicenda, trasformandosi, interagendo e intra-agendo.
    I refugia possono essere immaginati anche come sporte, recipienti, vuoti in cui trovare spazio e tenersi insieme, raccogliersi.
    Figurati come pezzetti o come concavità, i refugia assumono un carattere di parzialità, frammentarietà e incompletezza, aperta a nuove possibilità.

    Questi aspetti possono essere messi in relazione con un altro concetto harawayano rintracciabile in Chtulucene, quello di integrità.

    L’integrità terrena a cui fa riferimento Haraway non ha a che fare tanto con la completezza, quanto con l’accettazione della finitezza, della precarietà e dei limiti, con il sommarsi alle altre creature e con la necessità di un ridimensionamento da parte della specie umana, chiamata a coltivare la propria responso-abilità «per il bene di una libertà maggiore e più inclusiva e di una qualità della vita migliore».
    Il rifugio può essere pensato come un luogo in cui ritrovare la propria integrità, un luogo delimitato utile a ripensarsi e ridefinirsi, dove coltivare le relazioni che consentono la sopravvivenza, convivere con le proprie fragilità e sentirsi al sicuro.

    Nel testo Casa, un sito di resistenza, bell hooks parla di un rifugio in cui risanare le proprie ferite per «tornare interi», dell’ householding come possibilità di cura reciproca.
    La casa di bell hooks è un luogo indispensabile per costruirsi, per imparare ad amare e a rispettare sé stesse/i, condividendo una storia di sopravvivenza e resistenza. Tornare interi è possibile attraverso uno «stare con», una convivenza.
    Durante il lockdown, quelle che, riprendendo le parole di Haraway, potrebbero essere chiamate «semantiche dell’invasione» hanno tracciato nette contrapposizioni tra la domesticità, lo spazio chiuso, privato e sicuro, e l’esterno, il territorio nemico e intransitabile, luogo dell’avanzata del virus.
    Trovare spazi di abitabilità ha significato modificare i propri percorsi, rifunzionalizzare ambienti e stringere legami e alleanze inaspettate.

    Nei giorni della quarantena, la ricerca di una condizione abitabile, fuori dalle pareti domestiche, mi ha spinta a percorrere una fuga lunga poche rampe di scale, verso un nuovo perimetro, il terrazzo condominiale.
    Lo spazio naturalculturale del terrazzo racchiude tracce di diversi attraversamenti e forme di vita.
    La rete dei tubi dell’acqua, che corre intorno al vecchio lavatoio, si interseca a una crepa sottile che attraversa la superficie del pavimento.
    Un gruppo di formiche abita la crepa, modificandone l’andamento con la costruzione di un formicaio. Al suo centro, un fondo scuro come un cratere accoglie le formiche che entrano ed escono, seguendo le loro traiettorie.
    La crepa ospita anche una pianta, un alberello di fico, che forse l’ha originata, spaccando gradualmente il cemento e attorcigliandosi ai tubi dell’acqua. Il seme deve aver ricavato il proprio spazio vitale all’interno dell’increspatura, per poi allargarla, insinuando le sue radici.
    Ricorda gli alberi che spuntano fuori dalle case diroccate che si trovano a volte nei campi, le chiome come tetto, alcuni rami che sporgono dalle finestre.
    Il davanzale del terrazzo si affaccia sul groviglio delle strade. È una zona, come le soglie delle case, adatta ad essere occupata dal corpo. Ci si può appoggiare per stabilire un contatto con il fuori, restando dentro, ai margini della casa.
    Sulle altre terrazze altre persone trascorrono il tempo, parlano, si salutano, fanno ginnastica. Un gatto, su un palazzo più alto, percorre un cornicione, esce da una finestra per rientrare in un’altra.

    Si ferma oltre i vetri e cerco di stabilire un contatto visivo.

    In Le promesse dei mostri, Donna Haraway parla dell’inappropriabilità della natura, che non è un luogo fisico in cui recarsi, che preesiste in attesa di essere visitato, scoperto o decifrato. Haraway scrive che è necessario escogitare modi di relazionarsi alla natura che vadano oltre la sua reificazione, perché ci troviamo già, da esseri umani, con i nostri corpi, all’interno di spazi naturalculturali, nodi in una rete di relazioni.
    Nella co-costruzione della natura siamo implicate/i, come nel gioco delle figure di filo e nella trasmissione delle storie che raccogliamo.

  • La casa è un quartiere è un giardino

    La casa è un quartiere è un giardino

    di Lavinia L. Marziale

    Questa recensione è dedicata a una giungla urbana, che è anche un orto condiviso, un luogo di ritrovo e di gioco per bambini e bambine, giovani e meno giovani, nel quartiere dove vivo. Nessuna persona ha potuto interagire con la flora qui presentata tra i mesi di marzo e maggio 2020. Gli animali non umani che invece godevano di questo privilegio avrebbero sicuramente molto da aggiungere a questa narrazione. Qui lavorano fianco a fianco, l’una nell’altra, scienza e poesia.

    N
    el mondo fantastico di Ursula K. Le Guin, ogni cosa ha due nomi. Un nome comune e un nome vero, uno che possa essere conosciuto e usato da chicchessia, uno segreto che contiene tutta la magia della sua verità. La magia consiste proprio nel trovare ”il vero nome delle cose”, per comprenderle, per dominarle. Tutti i personaggi della saga di Terramare hanno un nome vero, che dà potere sulla vita stessa della persona, e che le è assegnato da un altro mago o da un’altra maga. Divulgarlo significherebbe mettersi in grave pericolo, come nella fiaba tedesca di Tremotino, personaggio folkloristico reso celebre dai fratelli Grimm. Simile, terribile importanza davano al veronome anche gli Egizi, e la cultura ebraica – pensiamo agli studi cabalistici, o al divieto di nominare Dio, che ritroviamo in una certa misura nella cristianità contemporanea.

    E se parliamo di piante, quale potrebbe essere il loro veronome? Cosa significa dare un nome a una pianta? Quali sono le differenze tra il nome scientifico e i nomi comuni? Questi si distinguono per l’abbondanza di varianti, come versioni delle leggende e delle fiabe più antiche. E se da un lato la pluralità di nomi volgari associati a una specie è rappresentativa del carattere soggettivo di ogni conoscenza, l’ambizione scientifica tende invece alla ricerca dell’universale, dell’oggettivo, che forse è più relativo di quanto non si pensi… non solo nei nomi vernacolari troviamo varietà, a seconda della specifica cornice locale, ma anche nei diversi ordinamenti tassonomici della scienza botanica una stessa specie può aver cambiato nome più volte. In questa ricerca mi sono imbattuta in esempi di piante d’origine orientale che portavano due tipi di nomi: o traducevano letteralmente (cioè semanticamente oppure foneticamente) il nome scientifico di attribuzione occidentale, oppure conservavano quello nativo, che spesso deriva da una particolare caratteristica della specie in questione. Possiamo pensare a varianti dialettali che si inseriscono nello stesso divario tra nome scientifico, nome/i comune/i – in lingua italiana “ufficiale” – e nomi vernacolari o dialettali. Questi ultimi possono veicolare più facilemente informazioni importanti, per esempio circa la tossicità di una pianta, e sono tramandati oralmente, localmente. L’ordine tassonomico di catalogazione scientifica della Natura però non può ammettere polisemia, ambiguità. Si tratta di caratteristiche fondamentali del linguaggio umano, che creano malintesi nelle comunicazioni anche in seno a una stessa comunità linguistica, e allo stesso tempo ci aprono alla poesia, nutrono i nostri sensi dell’umorismo. Se possiamo trarre molti vantaggi dall’utilizzo di una lingua franca non dobbiamo dimenticare la non-oggettività dei dispositivi scientifici, la non-neutralità di questo sapere. La scienza con la s minuscola non disvela verità, ma partecipa alla sua costruzione.

    Non
    Una rosa canina è una rosa canina è una rosa canina
    ma
    Un carciofo di Gerusalemme è una rapa tedesca è un girasole del Canada è un topinambur

  • Nello spazio interstiziale – virtuale e inaspettato – tra Casa e il campo incolto che la precede

    Nello spazio interstiziale – virtuale e inaspettato – tra Casa e il campo incolto che la precede

    di Teresa Masini

    E poi, d’un tratto, si ferma. Si sistema la giacca, fa un breve inchino. Ricorda, anche in quel momento, dov’è nato. Si stiracchia la pelle, le ossa, le intelaiature di vene che gli ricoprono le braccia e il collo. Saluta – è educato salutare, sempre –, imbraccia lo strumento prediletto e riprende la strada del firmamento (o la strada di un quartiere di periferia, è uguale). Anche lì, riposa soltanto guardando riposare. Non ricorda l’ultima volta che lo ha fatto. I passi sono pesanti forme di circuitazione, sono parametri liquefatti e cimeli da conservare nella tesca del cappotto. Sono, poi, nuvole passeggere, quelle che respirano desideri di piogge, ultimamente di calamità. 

    Non esiste un posto in cui scappare – quello lo lasciamo alle cose tangibili – ma c’è senz’altro una forma possibile di sparizione. Come procedere, dunque? 

    Ad un tratto la strada si ferma. Interruzione per inagibilità. Una frattura, un crampo, un eczema. L’aria si fa pesante. Poggia sul lato migliore lo strumento, fa il giro su se stesso un paio di volte. Prova un poco inedito desiderio di ubiquità. Registra a mente il numero di stelle (lo fa con la mano, per non sbagliarsi). Uno, due, tre, quattro, cinque… Il passo riprende da solo. Non c’è una regola dove le regole sono tante. Ricorda (come solo il tempo permette di fare) il momento in cui morirà. Non esibisce volantini (ce ne sono già troppi), non sporca i vetri di grigio (sono già annebbiatori eletti di riflessi), rileva solo le tracce del suo passaggio, rivela le forme sui pavimenti della Grande Sostituzione. “Rifletti”, si dice. Lui preferisce “Sorprenditi”. Non c’è una linea retta tra una porta e una porta. C’è un lago (o un mare) e qualche connessione complicata per raggiungerli o superarli. C’è, poi, un chiavistello o una buca delle lettere o un’entrata più veloce dal retrobottega. Non serve bussare. Tanto spesso non c’è nessuno ad aspettare. 

    [testo scritto durante la quarantena istituita per la pandemia da COVID-19]

  • Lucertole

    Lucertole

    di Desirée Memme

    «Per le salamandre, dopo una ferita, come per esempio la mutilazione di un arto, c’è una rigenerazione che comporta la ricrescita di una struttura e il recupero di una funzione. […] L’arto ricresciuto può essere mostruoso, doppio, potente. Siamo stati tutti feriti, in profondità. Abbiamo bisogno di rigenerazione, non di rinascita». 
    D. Haraway, Manifesto Cyborg 

    Giorno (?) sul Pianeta infetto. La luna è sempre lì, non è ancora caduta, anche se ultimamente mi sembra più pesante del solito. Io ho già vissuto così, anche se nessuno lo sa. Ci sono già stata in questo torpore pulviscolare, in questo mutismo dello spazio-tempo. Ho già sperimentato il vuoto delle mani, disabituate a sentire, raccogliere, farsi contenitori, gusci di carne che curano e proteggono, oppure mostruosi tentacoli che stringono dissestano feriscono. Ecco, ora sono di nuovo inutili, questi arnesi strani, di nuovo non so che farci. Proprio adesso che cominciavo a riabituarmi a loro, ripiombano nel timore di infilarsi nelle fessure del mondo, di aggrapparsi alla vita come rampicanti. E la paura viene proprio da lì, dalle mani, come se avessero un cervello proprio che ha registrato tutte le volte in cui si sono sentite inutili e quest’ultima sia solo l’ennesima di una lunga serie di mutilazioni, forse quella finale. 

    Ogni sera vengo qui – a 25 passi esatti dalla mia stanza – in questa porzione di cemento sospeso nel vuoto che oggi si fa zattera e ponte di osservazione dell’universo in rovina, il nostro, universo umanissimo e umanizzato, mica quello vero. Quello se ne fotte altamente e sembra ricordarcelo ad ogni suo movimento, ramificazione, spostamento. E meno male. La vita in questo universo vero continua a vivere, con buona pace dei nostri programmi di sopravvivenza funzionali al mantenimento degli stessi sistemi che ci hanno portato alla catastrofe. È una sopravvivenza provvisoria, arrogante e ingenua allo stesso tempo. Da questo ponte nel buio, illuminato da una luna scorpionica, mi sembra di assistere alla disfatta della civiltà umana. Me compresa, non ho l’ipocrisia di non pensarmi invischiata in questa faccenda. 

    Ci siamo voluti credere sempre più forti mentre, in realtà, non abbiamo fatto altro che depotenziarci, abbassando sempre di più la soglia di gioia massima a cui poter ancorare lo scheletro. A questo sto pensando ora, mentre osservo i pipistrelli danzare tra i palazzi schivando sapientemente lo schianto proprio quando sembrerebbe inevitabile. Chissà quando impareremo anche noi a farlo. Quali sensori dobbiamo ancora sviluppare per riuscirci? Quali modi di stare al mondo?  

    Eppure questo luogo non è solo osservatorio della disfatta imminente, ma anche l’ultimo punto di contatto con la realtà – realtà non solo degli esseri umani, ma dell’esistenza, in qualunque forma abbia voluto organizzarsi. In questo momento mi sembra patetico operare distinzioni, discriminare e nominare. Me n’ero scordata. L’essere umano è scomparso dalle strade e dai luoghi che si è dato e che ha reputato importanti: si parla del silenzio che si è preso tutto, del vuoto incolmabile lasciato dai corpi umani. Sicuri? Chiudo gli occhi. Non è il silenzio a precipitarci nel terrore, ma ciò che l’ha riempito, perché ci ricorda che non siamo gli unici abitanti, qui, e che quando scompariamo il mondo continua ad esistere. A muoversi, strisciare, frusciare, rumoreggiare, articolarsi senza il nostro permesso. 

    Da bambina questa cosa la sapevo, ora ricordo. Passavo le giornate a scavare nel terriccio umido, a parlare con gli alberi e osservare le lucertole. Il mio corpo si apriva in pose scomposte e annodate, senza paura di sporcarsi o rovinarsi, ed io avevo la consapevolezza di essere parte di quella fanghiglia che si intrappolava nei capelli e sotto le unghie, degli esseri che popolavano le cortecce i buchi le crepe gli angoli dove nessuno voleva guardare. A volte strisciavo come un bruco, altre carponi ero gatto o iguana, altre ancora, immobile, mi fingevo stelo o corolla, in un gioco d’amore tra me e il mondo. Nelle mie fantasie immaginavo di essere una qualche creatura, metà bambina metà altro. I compagni mi chiamavano strega e mi prendevano in giro, per dispetto mi portavano

    code di lucertola guizzanti, pensando di spaventarmi, e fiori spezzati. Io tra me e me ridevo, che sciocchi, tanto la coda ricrescerà più forte di prima. E andavo a seppellire tutto sotto il mio albero preferito. Così ho imparato il senso della morte e come essa sia trasformazione, decomposizione e rigenerazione in formule nuove. Voglio essere seppellita qui quando sarò vecchia, dicevo a mamma, con le lucertole! Forse in qualche modo speravo di mischiarmi a quelle squame, rinascere con cento code e occhi di cristallo. 

    Riapro gli occhi. La luna è ancora al suo posto e io chissà. Non riesco a pensare ad un futuro, adesso, che non sia come quel giardino in cui trascorrevo i pomeriggi. Lo spazio è diminuito ma in qualche modo sembra essersi allargato a dismisura, guardando fuori da questo balcone. Tutto mi sembra più grande e vero, ma denso, palpitante. Per il vuoto non c’è più spazio perché è una menzogna, come quando non c’erano bambini sotto casa e mamma diceva ma che scendi a fare che non c’è nessuno, ma io ero già corsa via. 

    Forse dovremmo tornare a pensarci esistenze “marginali”, laterali, non necessarie ma sicuramente possibili. Dare nuove forme, meno lineari, a questa possibilità. Tornare a stare accanto e non davanti. Smettere di osservare con gli occhi di un dio, tornare a impastare fango code di lucertole e foglie, perché la vita è sporca e la biografia del mondo filastrocca scomposta, non preghiera. Ricordarci che non sempre gli angoli bui celano pericoli, spesso sono rifugi. O entrambe le cose, dipende da come impariamo a starci. Fare come le ostriche, trasformare in valore il trauma, strato dopo strato. Non limitarci a difenderci, creare qualcosa di nuovo nel processo. Giocare col mondo. 

    Mi guardo le mani, agitandole piano. Qualche appendice mostruosa crescerà da queste ferite, ma sarà più potente. Chiama mia madre dall’ospedale. 

    Nella prossima vita saremo lucertole, le dico.  

  • Taccuino aperto

    Taccuino aperto

    di Vanessa Mignucci

  • [senza titolo]

    [senza titolo]

    di Arianna Porrone

    Aprile 2020. Macerata, ma potrebbe essere un luogo qualunque. Spazio e tempo dilatati.  Nasce Anna, in una camera al secondo piano sulla via dal nome di santo. Quattro mura non  parallele. Dall’altro lato un’altra donna, una coinquilina.  
    Dentro, due piantine che non fioriscono mai. Libri e polvere e mesi che preannunciano una  vita da trascorrere fra il letto e la sedia.  
    Nasce Anna. Lei é me, lei é l’altra me. Anna sperimenta il mondo dentro di sé. Seduta,  immobile, la camera sempre la stessa in ogni luogo. Stessi libri e stessa polvere. Un gatto che  entra dalla porta.  
    Anna passeggia nel proprio ecosistema. Che è il fuori ed è il dentro. Ed è entrambe le cose  allo stesso tempo. Soppesa la vita. Semplicemente sta, in armonia. Fra il letto e la finestra.  Lo specchio sbilenco e il quadro. Questa é la storia di una passeggiata in un ambiente tutto  personale, che è dentro e fuori contemporaneamente. Il fuori che si riversa dentro e diventa  uno spazio pace, tempesta e burrasca. Un refugia frutto dell’immaginazione, assolutamente  reale, delicatamente fittizio. Pensieri semplici in un luogo da sondare. Lo spazio é infinito, é il  mondo intero.  
    Anna se ne appropria e dal confinamento comincia un viaggio. Gli spazi sono abitati, larghi,  vasti, sono tutti suoi. Ma al contempo così difficilmente domabili. Dalla sua stanza Anna  compie un percorso lungo una vita, una camminata in cui tutto le sfugge – radure e foreste – e tutto allo stesso tempo le appartiene. 
    In un racconto in cui alla fine non è più possibile distinguere il corpo umano da quello animale,  la capacità creativa dalla realtà, l’anima dal mondo vegetale. 

    E’ il 13 di aprile. Qualche raggio di sole timido, caldo, finalmente si palesa in città. Entra in camera  attraverso i doppi vetri, disegna strisce di giallo sul tappeto, si adagia sul muro.  Lo aspettavo da giorni, mesi. Forse l’ho aspettato per tutta la vita, quel raggio. Osservo i suoi  contorni, così dritti e sicuri. Mi rigiro nel letto, da un lato all’altro per cercare il calore, con il libro  chiuso in mano. I calzini ai miei piedi fanno un piccolo risvolto sulla caviglia. Di lato le coperte sono  ammucchiate con la solita noncuranza di quando ci si alza di corsa la mattina.  Respiro questo minuto d’ozio. 

    I puntini di polvere volano sparpagliati. Le mie cose accanto. Vedo questo mondo semplice, che mi  riempie la vita, che mi è sufficiente. Sento la stabilità delle solite foto sulla scrivania, quelle che mi  porto dietro ad ogni trasferimento. Il vasetto con la pianta dalle foglie tonde che non fiorisce da  anni. Il sale grosso dell’Etiopia nella sua ciotolina a fiori. Gli orecchini sparpagliati in un piattino  appoggiato al davanzale. La candela di miele che non oso accendere e l’olio di lavanda per le notti  insonni. Respiro di azzurro, come mi ha insegnato Camilla, l’insegnante di yoga durante lo shavasana. Questo raro momento è il mio shavasana. La mente libera, grata, riconosce l’abitudine  così faticosamente cercata. 

    Fuori sogno il Neckar, o uno qualsiasi dei fiumi con i quali ho fatto amicizia in ogni città. I corsi  d’acqua sanno di pace e connessione. In questa città senz’acqua sento i pensieri solidificarsi,  raggrumarsi assieme. Così perdo il flusso, mi perdo in angoli di cemento disperati e sogni che hanno  troppi contorni, troppi dettagli e non funzionano più. Non sanno più scorrere verso mete  sconosciute e luoghi che oltrepassano l’immaginazione. 

    Mi soffermo sul quadro accanto alla finestra. La donna con l’abito di foresta. Cammino dentro ai  suoi sentieri. Sono così: una zingara di gonnellone e calzini a righe, gioielli dorati e anelli di pietre.  Non mi fermo mai in questo cammino di cui ancora non ho mai visto la fine. La foresta è bella,  accogliente.  

    Mi ama.  

    La amo.  

    Conosco solo alcuni alberi e so che ad ogni passo ne troverò altri. Un giorno sono nella foresta nera.  Un altro, in una radura di bassa montagna. E poi ancora, nella foresta amazzonica. Nel giardino della  casa accanto. Nel parco sul lago. Nel vivaio dei nonni. Nel frutteto di mio padre. In un campo di mais  estivo. Una collettanea di scorci che sono tutti casa mia. 

    C’è l’odore intenso della terra bagnata, una sinergia di odori pungenti che danzano nelle narici ad  ogni respiro. Vengono dalle radici e gli spiriti verdi li sparpagliano ovunque. Manciate di cannella,  salvia e corteccia, sandalo, resina e limone. Mi viene voglia di mangiarli. 

    Alcune volte, però, mi perdo. Non trovo conforto. Non ci sono anime intorno, nessuno che colga la  mia fame. Solo buio, impasse. Il corpo carico, pronto a balzare sulla sua preda. Sono lupo: sono sola,  accompagnata dal senso di inadeguatezza e perdita. Rabbiosa, nera, ispida non trovo la via. Sono a  casa, eppure è tutto così estraneo. Non una persona amica, non un fiore, nessun filo d’erba che  tracci il cammino. Il sole non sorge più, come nei lunghi inverni del Nord. Cammino pigra, accecata  dalla fame di qualcosa che non conosco. Eppure desidero quel qualcosa con tutta me stessa. Il cuore  scende in basso, giù giù nelle tenebre uterine. E’ pesante come un sasso, duro e spigoloso. Si insinua  nel centro del ventre e spinge tutto via. Via il fegato, via l’intestino e la cistifellea. Spostatevi di lato,  fatevi lunghi, diventate corpo canino. Non sono più donna. Non sono più in cerca. Sono nero e  ciottoli. Carestia.  

    Ho perso la parola. Come si dice “grazie”? 

    Poi è un ciclo. Sangue e rosso, acque e lacrime.  

    Sale.  

    Non è Cartagine. Ci sarà un nuovo inizio. Una nuova foresta, un nuovo percorso. L’istinto che guida  ogni cosa.  

    La stanza è come sempre. Rivedo le cose al loro posto. E’ entrata la gatta e si è accoccolata sulla  sedia. Anche lei è me, quando ricerco gli spazi del sole, la pace nel silenzio. 

  • [senza titolo]

    [senza titolo]

    di Benedetta Rossi

    Per vivere e morire bene nello Chthulucene è necessario allearsi con le altre creature al fine di ricostruire luoghi di rifugio; solo così sarà possibile ottenere un recupero e una ricostruzione parziale e solida della terra in termini biologici-culturali-politici-tecnologici.1

    Mi sbagliavo.

    Avevo sempre creduto di essere una buona umana per i miei cani, un’umana giusta. Certo, sapevo bene che, nel nostro con-divenire2, i rapporti di forza fossero inevitabilmente sbilanciati: io costringevo Tania e Artù a una vita in cattività, chiusi con me in un appartamento, io sceglievo di condurli al di fuori di questo spazio legati a un guinzaglio e non liberi di andare e tornare, esplorare luoghi a loro piacimento per poi far ritorno alla nostra tana comune. Però, in questo rapporto, mi sono sempre fregiata di non imporre troppo il mio punto di vista, il mio comportamento umano e dunque, per loro, antropomorfizzante. Rifiutavo e rifiuto ancora pratiche educative troppo costrittive e uso di farmaci in nome di un ammansimento funzionale soltanto alla semplificazione del mio vivere umano, sebbene in alcuni momenti mi sia sembrato di non riuscire a gestire i miei compagni cani. 


    I miei compagni cani, la mia piccola famiglia queer

    i cani […] appartengono a una grande “famiglia” queer, non dedita alla riproduzione in senso tradizionale, nella quale i legami di parentela non dipendono da una medesima genealogia, genetica o ematica, ma emergono piuttosto da storie condivise e dai nodi che si concretizzano nel vissuto comune3

    Mi sbagliavo perché, nella costruzione di questo rapporto, non avevo mai lasciato fossero loro, Tania e Artù, a dire davvero qualcosa, a prendere la parola. Finché non è successo. Finché ci siamo trovati dinanzi a una piccola implosione del nostro mondo, a un’emergenza sanitaria di proporzioni globali, finché ci siamo sentiti smarriti e tutto è cambiato o, almeno per un attimo, è sembrato poter cambiare. Mai, come nei giorni del lockdown, ho potuto esperire una nuova dimensione della mia appartenenza a una specie compagna. Mai, come nelle uscite con i miei cani in quei giorni, ho potuto mappare, ridisegnare i confini del mio quartiere, esplorare zone fino allora per me totalmente sconosciute, trovarvi rifugio dalla disperazione, conservare un briciolo di sanità mentale. Ma sono stati i miei cani a condurre me, al contrario di qualunque altro momento della nostra convivenza: ho esplorato coi loro sensi, fiutato con loro, osservato nuove cose grazie ai loro occhi. Il quadrilatero che, vicino alla mia abitazione, si estende per via Sampiero di Bastelica, via Renzo da Ceri, la pista ciclabile di via Prenestina, via Fanfulla da Lodi e le vie afferenti hanno assunto una prospettiva e dimensioni del tutto diverse per me. Molti di questi posti li avevo sempre evitati, correndo ogni giorno a rifugiarmi a casa dopo il lavoro. E, per una sorta di pigrizia, anche durante il lockdown avrei voluto evitarli…ma sono stati Tania e Artù a portarmi, loro a spingermi oltre le mie colonne d’Ercole, per scoprire, conoscere, osservare ciò che in realtà mi era sempre stato accanto. Io, esploratrice umana, in quei giorni ho creato figure di filo facendo il gioco della matassa insieme ai miei cani e agli altri umani, incontrati nelle nostre missioni all’aperto, che sono con-divenuti insieme ai loro cani in questo momento inedito della nostra storia, trasmettendo schemi e possibilità a Terrapolis, nell’ottica di un recupero multispecie, restando a contatto con il problema4, con l’infezione che minacciava di spazzarci via (mi adeguo al gergo guerresco utilizzato dalle nostre autorità).  

    Siamo legati nel raccontare una storia dopo l’altra solo attraverso i fatti. Ci insegniamo reciprocamente modi di comunicare che comprendiamo a malapena. Siamo, fondamentalmente, specie compagne. Ci creiamo le une con le altre, nella carne. Significativamente altr* per ciascuna delle parti in gioco, con differenze specifiche, significhiamo nella carne un’infezione evolutiva oscena chiamata amore. Questo amore rappresenta un’aberrazione storica e un lascito naturalculturale.5

    Sebbene sappia di non aver adempiuto completamente alla contaminazione di cui parla Haraway in questo suo testo – fondamentale per iniziare a capire il rapporto interspecie – sento di aver in parte compiuto un passaggio fondamentale nella mia comprensione del rapporto con le specie insieme alle quali mi trovo a condividere il pianeta. Uno sforzo intellettuale, seppur minimo, ulteriore alla contaminazione di germi e saliva che, spesso per il solo fatto di abitare certi spazi – il Covid ce lo ha dimostrato nella sua brutalità dirompente – mi trovo a performare in maniera più o meno consapevole (consapevolmente lascio che i miei cani lecchino la mia faccia ogni mattina e dunque la loro saliva e la mia diventano un qualcosa di nuovo, plasmano me e loro; meno consapevolmente lascio che un virus faccia lo stesso, ma tant’è). 

    Sforzo nel quale ho lasciato fossero loro, Tania e Artù, a guidarmi, nella scoperta e nella creazione del mio rifugio.

    1D. Haraway, Chthulucene – sopravvivere su un pianeta infetto, NERO, Roma 2019, cit. pag. 146.

    2Ivi, pag. 64.

    3F. Timeto, Bestiario Haraway – Per un femminismo multispecie, Mimesis, Milano, 2020, cit. pag. 132

    4D. Haraway, ivi, cap.1, “Il gioco della matassa con le specie compagne”.

    5D. Haraway, When Species Meet, University of Minnesota Press, Minneapolis, 2008, cit. pag. 16, trad. it. mia.

  • Stanze

    Stanze

    di Giovanna Senatore

    Scrivo di questi giorni trascorsi.

    Scrivo di relazioni, aperture, intrecci.

    Scrivo navigando tra porti sicuri, dove ormeggiano le mie scrittrici; lì, saltando sui loro battelli ondeggianti dolcemente, ho scavato me stessa senza risparmio.

    Scrivo tra insenature agitate da un mare burrascoso che attrae e respinge; un mare dove le onde impetuose sono i racconti, le letture partigiane del mondo, le geografie mentali inattese che, spericolate e appassionate narratrici, in stanze dai confini fluttuanti, hanno costruito con noi/ tra noi,  interrogando/ interrogandosi a giocare a mettere in parola il mondo e provare ad architettare uno spazio insolito, dai tetti capovolti e dalle pareti non squadrate, perché la vecchia casa, quella ormai disabitata da tempo, costruita su parole intense che raccontavano di noi e dei nostri giorni, si è sfaldata a poco a poco.

    Su che cosa era costruita la casa?  

    Scrivo, provando a tessere trame, intrecciando parole sedimentate da lungo tempo con nuovi suoni che la mia gola e la mia testa faticosamente assorbono. Parole porose che si lasciano attraversare, ed attendono imperiose un con -pensare. 

    Ed eccomi cercare un filo con cui annodare le mie serate solitarie immerse nella lettura di testi da scoprire o riscoprire, con le riflessioni tratte dai volti intensi e dalle dense parole condivise su uno schermo/finestra abitato e mosso da noi tutte in un gioco continuo di rimandi.

    Donna Haraway torna e ritorna tentacolarmente nelle mie /nostre analisi, con la sua lingua che inventa parole per cercare nuovi varchi in un mondo non più solo umano: parole che a volte suonano arcaiche, misteriche, gommose, vischiose, per invitarci a svelarle, scavarle per impedirle di solidificarsi, permanere in un significato dato per sempre.

    Le sue parole si snodano allettanti/respingenti: refugia, responso-abilità, simpoiesi, tempospettiva, con–divenire, trouble, humosità … parole per stare insieme, relazionarci.  

    Refugia è la parola nodo che mi allaccia, che mi sceglie, che scelgo; mi invita a cercare luoghi di rifugio… ma quali? Luoghi materiali? Simbolici? Disegnati? Sognati?

    Il sottoscala buio e profondo di Lila ed Elena, la stanza prigione di Elisa, la stanza spoglia di Offred, i luoghi riattraversati con Tiziana de Rogatis, spalancano aperture impreviste. Mi riportano ai luoghi d’incontro dei collettivi femministi degli anni ’70, alla stanza tutta per noi …luoghi della memoria di cui provo a trovare la chiave di accesso: luoghi intrisi di donne con cui cercare uno stare insieme, gelosamente separato dal maschio

    Case, stanze, mura dove accatastare fumo, libri, sciarpe, scarpe, umori, caffè, cibo, risate, pianti. Pareti dove parlare, dicendoci la verità sul calare della sera, per terribile che sia. 

    Interni borghesi, idee, teste e corpi che ribollono parlando di rivoluzione; tutto si muove in uno spazio dove nulla apparentemente confligge. 

    Muovevamo le lunghe gonne al vento disincagliando i corpi da corsetti ed orpelli, tutto ci sembrava ancora possibile. Ma, le pareti del mondo iniziavano a schiacciarci: la storia procedeva veloce verso il baratro inghiottendoci.

    La stanza pian piano si stringeva su spazi aspri ed irti. Le parole cominciavano a raccontare donne che si incontravano, scontravano, si amavano, si detestavano, costruivano, distruggevano pensiero, affettività, progetti. Lo spazio nato per accogliere e rinviare le parole di tutte, si era rivelato di nuovo una cella: alla presa di parola di poche, sempre le stesse, si opponeva il mutismo delle altre. 

    Stavamo scoprendo di non essere tutte uguali, di urtare di continuo con l’esistenza dell’altra, accavallandoci senza tregua, incapaci di ascoltare.

    Orfane delle nostre pratiche politiche, ondeggiavamo  

    La stanza rancorosa, ispessita come le pareti di un utero addormentato, era mossa ormai da donne che si disegnavano totalmente in ordine con loro stesse a patto di tagliare via ogni dimensione di fragilità. 

    Disparità e conflitti cancellati nel silenzio di un totem da adorare.    

    Il mondo si scollava, precipitosamente gli orli si smarginavano. I luoghi dell’affabulazione si restringevano, divenendo altro, contro luoghi, eterotopie.

    La stanza cella si diluiva così come le donne sue abitatrici.

    Disperse in stanze non più mie, sceglievamo l’invisibilità, ritornavamo ad abitare un corpo in cui il pensiero deve essere razionato, per impedire che frammenti di esso possano diventare intollerabili perché il pensiero può nuocere. Impossibile riannodare i fili del gomitolo delle nostre vite, trovare nuove radici.

    Il tempo intanto scivolava via e le domande, tante, si preferiva seppellirle, cancellarle mentre un deserto affettivo avanzava impietosamente. Le gonne non si gonfiavano più al vento dell’utopia, le parole suonavano stanche. 

    Ora, qui, nel silenzio della mia stanza cerco di rammendare, ricucire ciò che è stato distrutto: mi chiedo se il mio lento zigzagare tra e con le parole non sia altro che il sogno di tessere una rete leggera eppure resistente tra la memoria e un qui ed ora tutto da reinventare. 

    Attraverso nodi e maglie, in un gioco di incroci continui, la rete riporta alle stanze, per trovare di nuovo, uno spazio duttile, poroso, condiviso, una stanza carica di fiori e piante da coltivare, di tazze da riempire di caffè, di idee da stendere bene dopo averle impastate con i nostri desideri, con nuove visioni del mondo, di parole cariche di noi, disordini da riordinare, bambole da far riaffiorare dai labirinti  profondi per inerpicarci lungo strade e pendii fra libertà e solitudine densa di un noi;  stanze dove dimorare senza dimenticare che dietro l’idillio della dimora abitata c’è l’oscuro sempre da  affrontare: l’altra identica e diversa, complessa e incompleta.

  • Dopo le branchie

    Dopo le branchie

    di Elisa Tremolada

    L’orrendo Subotnik mi ha ripulito di tutto il cancro. Mi ha levato i polmoni ormai massacrati dalle metastasi ed è intervenuto sul sistema circolatorio: ha deviato, modificato, ricostruito e mi ha salvato.

    Ora vivo in un’enorme vasca, nell’acquario municipale di Berlino. Ho delle bellissime branchie filiformi intorno alla testa che mi permettono di respirare sott’acqua.

    Sono tornato al mio primo amore, i pesci, i migliori amici dell’uomo.

    Condivido la mia vasca con un branco di delfini. La domenica mi esibisco in uno spettacolo per i turisti. Salto, faccio le capriole, gioco con la palla per qualche aringa. Non si sta male, ve lo assicuro.

    Alle volte mi sembra di essere davanti alla televisione, quando vedo i bambini, le mamme, i vecchi che mi guardano da fuori con i loro occhi enormi e distorti, quando poggiano il naso sul vetro. Allora, incerto e turbato mi nascondo nella mia tana, tra gli scogli, a riposare.1

       Certo che mia madre è proprio una gran stronza. Il finale mieloso che ha deciso di sovrapporre alla mia vera storia continua a passarmi nel cervello, senza posa.

       Non che Adele – mia madre, per chi non se la ricordasse – volesse farmi uno sgarbo; come al solito, pensava di aiutarmi, di elevare in qualche modo il mio inesistente status sociale dipingendomi come un sinuoso delfino residente nella capitale della Germania.

       Tutto a posto, se non fosse che quel mucchio di carte, poi scambiato per un romanzo, era il testamento della mia vita umana, brutta e bella copia insieme. Un testamento che adesso mi racconta come un gioioso tursiope che balla per due aringhe. Vaffanculo, ma’.

       – Vedi mamma, i pesci non lo conoscono il concetto di “status”. Sto qua da un po’, ormai te lo posso raccontare. L’unica gerarchia che regge qui è quella tra chi mangia e di chi viene mangiato.

       Come vorrei poterle parlare. Sbiancherebbe, nonostante la pelle abbronzata dalle tante ore passate nell’orto insieme ai monaci del monte Fuji, e le verrebbe la stessa espressione preoccupata e un po’ stupida che aveva stampata in faccia quando le dissi del cancro.

       – Oh Marco! Mi dispiace tanto, non volevo metterti in questa situazione. Chiameremo Djivan e ti faremo inserire in un bel corpo di balena, che così non rischi. Che ne dici?

       A questo punto inizierei a sbellicarmi dalle risate. Internamente, ovvio, avete mai visto un pesce che si sganascia? Ma mi sbellicherei proprio a raccontarle in che situazione mi ha ficcato il suo amato orrendo Subotnik, il pentito.

       A spiegarle che questo corpo l’ho voluto per paura, e la paura ci è rimasta bloccata dentro come aria viziata in una stanza chiusa.

       – Mamma, lo sai che non sono un delfino, vero? Che sono molto più piccolo e brutto? Che non vivo a Berlino e non faccio le capriole? Lo sai o no?

       Mi vedo le vene che si gonfiano sul collo che non ho più, un’eredità genetica del corpo che mi madre ha scelto di cambiarsi.

       – Marco, certo che lo so, – la voce si calma e diventa docile, suadente. – Ma ti pareva che potessi dire in giro tutto quel che ti era successo, rivelare i segreti di Djivan al mondo senza il suo permesso… è stato meglio così.

       Sì mamma, è davvero stato meglio così. Ma tu non saprai mai il perché, e così pure i miei lettori.    

       Più che altro, è uno spreco divulgativo gigantesco. Avrei potuto raccontare a tutti la storia della mia specie, i Caulophryne jordani, della famiglia dei Caulophrinydae, ordine dei pesci lofiformi2. Mi piacevano pure da umano, queste brutte rane pescatrici che passano la vita a duemila metri di profondità. A differenza delle specie animali più studiate, il dimorfismo sessuale nei lofiformi favorisce la femmina, che misura in media 10 volte il maschio. Ma non è questa la cosa più sorprendente. La cosa più sorprendente è che il maschio – cioè io – si fonde, epidermide tessuti e circolazione compresa, con la femmina durante l’accoppiamento. E lì rimane. Per sempre.

       A questo punto mi sto davvero sganasciando dalle risate, anche se è impossibile vederlo. Mi immagino mia madre che discute con me in questa posizione, attaccato, anzi parte ormai del corpo della mia compagna.

       Al punto che oramai non c’è più un’articolazione tra me e lei. Non un punto che non sia condiviso. Probabilmente mi sta ascoltando mentre penso, forse se la ride o forse pensa che se potessi staccarmi sarei proprio un padre sciagurato. E chissenefrega, tanto io sono lei e lei è me e queste preoccupazioni hanno perso di senso.

       A volte quella parte di cervello che ancora mi appartiene s’impone sul cervello della mia compagna. Oggi è una di quelle volte. E quello che vedo da questi occhi che non sono i miei si presta bene agli scopi della mia materia grigia: sabbia, sempre sabbia, un baluginìo di mare nero e vuoto, e poi ancora sabbia, aspettando il pasto. La noia mi trascina inesorabilmente nei ricordi.

       E allora sogno di essere ancora di fronte a Djivan Subotnik, che facendosi improvvisamente piccolo mi confessa il segreto dei suoi trapianti senza rigetto: una proteina che estrae dai pesci lofiformi, come me e lei. Ammazzandone migliaia come ha ammazzato centinaia di indiani innocenti. Sogno di guardarlo in cagnesco, proprio come un cane rabbioso, e di fargli finalmente una richiesta che non può rifiutare.

    – Voglio diventare un Caulophryne jordani. Se non riesci a traslarmi nel corpo di un pesce lofiforme, ti apro un buco nella testa, sono stato chiaro?

    Ah, dimenticavo. L’infame Subotnik non può rifiutare perché gli sto puntando alla testa una calibro 45, acquistata per “sicurezza personale” dopo i rapimenti in India. Acquistata per puntarla sulla faccia da divo di Djivan Subotnik.

       Che infatti non rifiuta. E io mi sottopongo all’operazione consapevole che, dopo un brevissimo periodo d’adattamento, vivrò il resto di questa strana vita riversando sperma dentro una vagina che piano piano diventerà anche la mia.

       Sogno Subotnik nudo, accanto a mia madre, ad Adele sarebbe meglio dire, che la guarda con intensità.

    – Fidati, Adele, è stato meglio così.

    Per una volta l’infame Subotnik e mia madre hanno entrambi ragione. La mia vita non ha alcun senso, sta scomparendo. Tra un po’ di tempo sarò assorbito del tutto e Marco Donati smetterà di esistere.

       Intanto, ha già smesso di avere paura di morire. E scusate se è poco.

    RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

    1  Ilaria Valenti (2012). “N.Ammaniti – Branchie, gli inizi e nascita de Il momento è delicato (Modena – 17/05/12).MP4”. Consultabile al link: https://www.youtube.com/watch?v=0MZ0IQrBdiw&t=11s

    2 Ammaniti, Niccolò (1997). Branchie. Einaudi, 2a edizione. pp. 184-185.  

    3 Wikipedia, Caulophrynidae, https://it.wikipedia.org/wiki/Caulophrynidae ;

      Wikipedia, Lophiiformes, https://it.wikipedia.org/wiki/Lophiiformes

    ALTRI MATERIALI UTILIZZATI

    Haraway, Donna J. (1992). The Promises of Monsters: A Regenerative Politics for Inappropriate/d Others. Routledge: London.

    Ferrari, Gabriele (2020). I pesci abissali che si fondono durante il sesso. Focus.it. Consultabile al link: https://www.focus.it/ambiente/animali/i-pesci-abissali-che-si-fondono-durante-il-sesso#:~:text=I%20lofiformi%20sono%20pesci%20abissali,un%20sistema%20immunitario%20altrettanto%20particolare.&text=I%20lofiformi%20sono%20un%20ordine,esca%20per%20attirare%20

    Il lavoro scaturisce, in particolare, da una riflessione personale sulle lezioni di Anna Maria Crispino e di Federica Timeto all’interno del modulo Narrazioni.