• The Delusional Faith in Immunological-Skinned Existence: Corpo-Affective Enactments of HIV and Anxiety

    The Delusional Faith in Immunological-Skinned Existence: Corpo-Affective Enactments of HIV and Anxiety

    di Elisa Bosisio e Ludovica D’Alessandro

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    L’articolo è un patchwork di pensieri e riflessioni in eccesso rispetto a riduzioni fondazionaliste e/o teleologiche. Chi scrive, infatti, vuole dirsi e si riconosce come un soggetto spinozianamente multiplo: ovvero irriducibile al sistema di visualizzazione umano e moderno che ci vuole due individue distinte con quattro mani, due cervelli e due corpi. Elisa e Ludovica sono i nomi propri che firmano il lavoro, ma, mentre pensavamo e scrivevamo le pagine che seguono, ci siamo più volte fuse e ri-separate, in un moto costante tra incorporazioni molto difficili da tracciare attraverso quelle linee che partiscono il nostro sguardo e il nostro pensiero di umane. Dove inizia il pensiero di Elisa e finisce quello di Ludovica è difficile a dirsi; eppure le nostre posizioni – pur sempre mutanti – non sono riducibili a una postura unanime in cui l’insieme è un dato omogeneo e senza alcuno moto differenziale. Ci chiediamo se Elisa avrebbe scritto quello che ha scritto senza la presenza incarnata Ludovica, e viceversa? La risposta è fin troppo scontata. Figlie dell’ipercitazionismo femminista, non ci chiudiamo neppure nella nostra sorellanza intellettuale e militante “a due”. A scrivere con noi, attraverso il battere delle dite sulla tastiera del laptop e lo scambio di file rigorosamente scaricati, ci sono tante donne e soggettività-non-conformi che hanno provato a ripensare e rifare il mondo: questo testo è un sabba, in cui ci atteniamo a invocare lu alleat* che contribuiscono a muovere i nostri pensieri, desideri, corpi. È quello che chiamiamo, nell’articolo, intra-dipendenza, proprio mentre diciamo grazie a Karen Barad per averci ispirate in questa direzione.

    La prima parte dello scritto è una introduzione al nostro lavoro, firmata da entrambe queste figure che carte di identità, passaporti e curriculum vitae vogliono distinte. La seconda è firmata da Elisa. La terza da Ludovica. E infine le parti tornano a unirsi per chiudere insieme il testo con una riflessione che – tutta – non è mai stata ascrivibile all’autorialità moderna ed individualista.

    Questo articolo non solo è un groviglio, ossia per dirla con Haraway un entanglement, ma di entanglements, anche, parla. Nell’introduzione dichiariamo l’intento complesso che ci prefiggiamo, ossia quello di ripensare il corpo che – Deleuzianamente – intendiamo irriducibile alla narrazione moderna della skinned existence, che descriveremo come non molto di più di un’illusione ottica determinata dal nostro dispositivo di visualizzazione umano: uno sguardo parziale insieme incarnato e culturale. Vogliamo, per dirla in immagini, figurare il corpo oltre il modello dell’Uomo Vitruviano di Leonardo: un soggetto contenuto in sé stesso e relazionale solo nei limiti di un’inter-azione che con ammette intra-azione.

    Il corpo di cui parliamo è composito, aperto, relazionale; sta nei processi di cui è parte e che contribuisce a creare. Nelle due sezioni monografiche del testo ci sforziamo di declinare questa figurazione corporale attraverso l’esperienza dell’infezione da HIV e quella dell’ansia.

    Virus e ansia ci riportano violentemente su un piano di immanenza, che è un piano disincantato e oltre la dialettica immanenza/trascendenza del pensiero dei padri della filosofia: la nostra esistenza è vulnerabile in quanto relata, oltre bene e male, oltre la morale, oltre i tentativi di negare questa vulnerabilità che è insieme promiscuità e potenza, piacere e dolore. I confini tra sé e altro-da-sé, proprio e non, soggetto e ambiente spariscono nell’esperienza corporea di chi deve convivere con un microrganismo patogeno e/o di chi conosce l’ansia e quella sua declinazione esperienziale corpo-affettiva che è l’attacco di panico.

    Nella prima sezione, a cura di Elisa, si propone una lettura in diffrazione dello stato della ricerca farmacologica dedicata ad HIV (con attenzione alla recente scoperta di antiretrovirali che garantiscono la non-contagiosità di soggetti con viremia undetectable) e del pensiero cyborg, femminista, queer che rilegge il costrutto semiotico-materiale del corpo come un bio-mosaico, in cui l’unicità monolitica leonardesca è smentita dal riconoscimento esperienziale e teorico, politico e biologico, dei numerosi “pezzi” che ci compongono all’intreccio del piano linguistico e quello materiale, culturale e biologico. Di più, queste stesse “parti” sono, in fondo un’ennesima illusione ottica: qui Barad ci torna in aiuto e ci fornisce uno strumento per una visualizzazione nuova di queste parti come relata, ossia costrutti senza confini stabili, che si producono e materializzano nel momento stesso in cui esistono gli insiemi di cui fanno parte. Tutto intra-dipende e le partizioni contingenti in entità distinte sono sempre strategie operative ontologiche, epistemologiche e politiche. Come stare in questa promiscua relazionalità produttiva è, a nostro avviso, quello che siamo chiamatu a discutere.

    Nella seconda sezione, l’esperienza corporea ed affettiva dell’ansia viene letta come ‘già e sempre’ politica, e risultato di una postura non universale, ma situata, del soggetto nel complesso entanglment del sistema: dove il capitalismo produce individualizzazione e patologizzazione dell’esperienza, leggiamo invece il materializzarsi di relazioni di potere in vulnerabilità iniquamente distribuite. Se l’ansia toglie il respiro, ci chiediamo: a chi è concesso respirare? E come possiamo prenderci cura delle sofferenze che il capitalismo neoliberista distribuisce secondo regimi differenziali di precarietà? Come escogitare collettivamente modalità relazionali diverse in questo groviglio di potere, privazioni materiali, precarietà lavorativa, stallo emotivo?

    Sembra quasi paggeria intellettuale riflettere su come sopravvivere a patogeni virali e condizioni economico-material-lavorative stringenti in questa primavera 2020 da mancanza d’ossigeno. Eppure questo dibattito “a due” nasce a Settembre 2019. Non è stato profetico, crediamo: il nostro presente neoliberale, antropocenetico e tecno-mediato, ha sempre chiesto di riflettere sulla nostra vulnerabilità biopolitica di cyborg che globalmente rifiutano di riconoscersi tali e dunque scompostamente intra-relati, e dunque tragicamente respons-abili, dunque irresponsabilmente “fatti a pezzi” e/o “sciolti” rispetto a quell’uomo ideale disegnato a inchiostro tra un cerchio a rappresentare il cielo e un quadrato a rappresentare la terra.

    Chiudiamo il nostro lavoro con un’analisi delle immagini con cui abbiamo scelto di accompagnarlo: non si tratta, speriamo, di una ridondante e forse narcisista ripetizione del pensiero, ma piuttosto di una strategia relazionale altra: se i dispositivi di visualizzazione che impieghiamo sono tanto parziali, fornirsi di una via seconda – in questo caso quella visuale – ci sembra un buon modo per provare a dirci e a dire altrimenti. Questo escamotage desidera, quindi, essere un percorso altro, affinché il nostro pensiero sia veicolato da qualcosa di più delle nostre parole e dei nostri concetti: ogni costrutto verbale è del resto un arbitrio altamente operativo su cui possiamo solo strategicamente decidere di concordare. Perché non provare, allora, con delle immagini, che facciano da sostegno e supporto al nostro vociare, e che, al contempo, siano anche un trampolino per dei pensieri che amplino una genealogia che esplode ed esploderà in miriadi di direzioni?

    LE AUTRICI

    Elisa Bosisio è laureata in Scienze Filosofiche all’Università di Milano, con una tesi riguardante la decostruzione del concetto di ‘umanità’ da una prospettiva queer, anti-specista e neomaterialista. Ha condotto un periodo di ricerca ad Utrecht e ha partecipato in qualità di relatrice alla “11th Beyond Humanism Conference” con un intervento dal titolo “The Ethics of the Bodies in a Post-Natural and Post-Cultural Era” alla Università di Lille.

    Ludovica D’Alessandro è laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Milano e ha ottenuto un Master in Contemporary Art Theory presso Goldsmiths, University of London, laureandosi con una tesi dal titolo “Affectability as a Power: An Ontology of Resistance.” Ha partecipato come co-relatrice dell’intervento “Inventory of Care: Mapping a Journey Towards New Ecologies in the Academic Institution,” alla conferenza “The Reverse Side: Guattari, Deleuze and Institutional Thought” presso Royal Holloway, University of London nel 2019. 

  • Ivg, a che punto siamo con l’applicazione della 194

    di Claudia Bruno (da inGenere.it)

    Il ministero della salute ha presentato la relazione annuale sull’applicazione della legge 194. Per la prima volta le interruzioni volontarie di gravidanza registrate scendono sotto le 100 mila. Ma qual è lo stato dell’accesso ai servizi e del diritto alla salute?

    Per la prima volta in Italia il numero annuale di interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) è inferiore a 100.000. A riportarlo è la relazione del ministero della salute appena presentata in Parlamento e relativa all’attuazione della legge 194 del 1978 nel nostro paese. Nel 2014, si legge nel rapporto, sono state notificate dalle regioni 97.535 IVG (dato provvisorio), con un decremento del 5.1% rispetto al dato definitivo del 2013 (102.760 casi), e un dimezzamento rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto di interruzioni volontarie di gravidanza nel nostro paese. Il tasso di abortività[1], che nel 2013 si registra al 7,6 per 1000 rimane tra i più bassi di quelli osservati nei paesi industrializzati. Dati, questi, che andrebbero però tenuti insieme alla quantificazione degli aborti clandestini. L’Istituto Superiore di Sanità ne ha fatto una stima inclusa tra i 12.000 e i 15.000 casi per il 2012, riscontrando una sostanziale stabilizzazione del fenomeno negli ultimi anni. Si tratta di cifre comunque sempre molto alte se si considera che tra le cause potrebbe esserci proprio la difficoltà nell’accesso ai servizi.

    Lo stato dell’obiezione di coscienza e dell’accesso ai servizi

    I valori di obiezione riscontrati dalla relazione nel 2013 restano elevati soprattutto tra i ginecologi  – a obiettare sono il 70.0%, cioè più di due su tre – un dato che tende a stabilizzarsi dopo il notevole aumento degli ultimi anni. Il rapporto ha osservato poi un ulteriore incremento di obiettori tra il personale non medico, con valori che sono passati dal 38.6% nel 2005 al 46.5% nel 2013. Le maggiori differenze si riscontrano a livello regionale. I picchi sono al centro sud, con percentuali di obiezione tra i ginecologi superiori all’80%: in Molise (93.3%), nella provincia autonoma di Bolzano (92.9%), in Basilicata (90.2%), in Sicilia (87.6%), in Puglia (86.1%), in Campania (81.8%), nel Lazio e in Abruzzo (80.7%). Per il personale non medico i valori impennano in Molise (89.9%) e in Sicilia (85.2%). L’obiezione continua ad essere maggiore all’interno delle strutture ospedaliere rispetto ai consultori, dove pure è presente.

    Cosa significano questi dati in termini di accesso ai servizi e diritto alla salute? La relazione mette in luce che per la prima volta, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi, perché ogni non obiettore in media si ritrova ad effettuare 1,6 interruzioni a settimana, e in ogni caso un non obiettore non arriva mai alle 10 interruzioni a settimana. Dall’analisi del ministero emerge poi che non c’è correlazione fra numero di obiettori e tempi di attesa, e che in media l’aumento degli obiettori in sei anni è coinciso con una diminuzione dei tempi d’attesa.

    Secondo la ministra Beatrice Lorenzin, che ha firmato il documento, le difficoltà nell’accesso ai servizi“sono probabilmente da ricondursi a situazioni ancora più locali di quelle delle singole aziende sanitarie rilevate nella relazione, e probabilmente andrebbero ricondotte a singole strutture“.

    Ma se è vero che a fare la differenza tra buona e cattiva applicazione della legge 194 sono proprio i singoli ospedali, allora va considerato che quattro ospedali pubblici su dieci di fatto non la applicano. Dalla relazione emerge infatti che nel 2013 a livello nazionale il numero totale delle strutture che effettuano le IVG corrisponde solo al 60% del totale delle strutture con reparto di ostetricia e ginecologia (era il 64% nel 2012). A livello regionale, risulta poi che in due casi, relativi a regioni molto piccole, è presente un numero di strutture disponibili inferiore addirittura al 30%.

    La legge però prevede il diritto di obiezione solo per i singoli medici, non per intere strutture, significa che ognuna di queste dovrebbe essere in grado di garantire comunque il servizio.

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  • Interazioni in sala parto. Le parole della medicalizzazione

    di Lia Lombardi (da inGenere.it)

    Come numerosi studi dimostrano, il linguaggio è molto più che uno scambio di informazioni. Esso compie un ‘lavoro’: due persone che parlano, inviano e ricevono messaggi e nello stesso tempo compiono un’azione sociale. Il risultato più importante di questi studi è che nel linguaggio permangono modelli ricorrenti di comportamento. L’analisi delle conversazioni della vita quotidiana ne evidenzia la somiglianza strutturale.

    I contributi che hanno animato la sessione numero sei del convegnoGenere e Linguaggio[1] hanno fatto riferimento a questa nozione, soffermandosi, in particolare, sul potere performativo del linguaggio riferito ai generi[2], sui processi di stigmatizzazione e di costruzione delle identità di genere, sulla costruzione del linguaggio di genere nei media[3] e nell’informazione on-line[4]. Un ulteriore contributo sottolinea gli aspetti linguistici che designano e categorizzano le identità di genere, all’interno dei processi di medicalizzazione.

    Le riflessioni che seguono sintetizzano alcuni dei punti emersi nel dibattito, soffermandosi sul potere perfomativo del linguaggio medico rispetto alla rappresentazione e alla costruzione sociale e culturale dei generi, con riferimento a contesti medico-istituzionali con forte connotazione di genere, come le sale parto.

    Linguaggio, potere e differenze di genere

    Gli studi su genere e linguaggio sono ormai numerosi e diversi tra loro: si estendono dall’analisi dei turni di parola nelle interazioni uomo-donna, a ricerche di tipo etnometodologico in cui si analizza la costruzione sociale del genere femminile. Questo mostra come le differenze di linguaggio siano connesse alla realtà strutturale definita dal dominio maschile e costruita nelle strutture economiche, familiari, politiche e legislative della società.

    All’interno di questi studi un filone di ricerca si è sviluppato nei contesti medico-clinici da parte di studiose femministe che hanno interpretato nella interazione uomo-medico/donna-paziente la rappresentazione del potere e dell’ordine sociale.

    Dietro i giudizi sullo stato di salute dei pazienti e le prescrizioni che i medici danno loro, c’è un sistema di credenze, di valori, di conoscenze più ampio in cui i medici collocano le informazioni sanitarie. Se la paziente è donna questi aspetti sociali giocano nell’interazione almeno a due livelli: da una parte i giudizi del medico sono spesso determinati dalle definizioni dei ruoli ‘appropriati’ per le donne nella società; dall’altra parte le donne, abituate nella vita quotidiana a comportarsi in modo dipendente e subordinato, si trovano spesso a ‘colludere’ con l’autorità medica, assumendo una posizione di ‘doppia subordinazione’ (come donna e come paziente). Questo campo della pratica medica è rivelativo dei meccanismi di potere, impliciti nell’interazione medico-paziente, in cui s’incontrano due direttrici: una determinata dalla potenza simbolica e sociale del controllo della salute e del corpo femminile, l’altra influenzata dalla cultura delle pratiche mediche come insieme oggettivo, asettico e autofondante.

    Pertanto, il contesto ostetrico-ginecologico è quello del potere-sapere entro cui donna e medico si confrontano e che non riguarda solo la loro interazione faccia a faccia, bensì lo sfondo storico e sociale che tale incontro possiede: si tratta di un potere-sapere che permette al medico di definire la situazione in cui avviene l’interazione della visita ostetrico-ginecologica.

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  • Eleonora De Majo – Per una politica materialista dei corpi (post-umani)

    Eleonora De Majo – Per una politica materialista dei corpi (post-umani)

    Si può pensare al corpo attraverso più e più itinerari  diversi e non arrivare mai ad  una definizione sufficiente per la sua materia così pregna  di limiti, di varchi, di storie e restrizioni.  Si può pensare al corpo per fondare e rifondare costantemente una politica del corpo stesso, che sia un modo prepotente di fuggire la proiezione costante di sé nel mondo, nel senso della semplificazione e di ciò che resta di universali senza carne e senza storia. La contemporaneità ci ha consegnato in effetti  un paesaggio inedito, in cui le letture si incrociano, si sovrappongono, spesso senza la necessità partigiana di contraddirsi. Permangono tuttavia convinzioni la cui sostanza era stata sconfitta o indebolita  dai tumulti della storia recente e che però, svuotate dell’apparato ideologico,  si ripropongono come misura disperata del bene e del male. Da sempre, i corpi smentiscono, gridano, si arrotolano e si scompongono per ricostruirsi senza genere, senza razza, senza cittadinanza, in una lotta sferzante col potere. Una lotta senza posa, che se assunta come punto si vista sulla storia stessa, ci riconsegna la fibrillazione inarrestabile di scritture, riscritture, di posizionamenti e contro-condotte [1]. I corpi non osservano mai e non sono mai stati fermi sui marciapiedi della storia. Piuttosto alzano le barricate di una rivolta che può arrivare a mescolare e  modificare tessuti, cellule, cicli e sessualità biologici, con una ricaduta  pesantissima  sui ruoli sociali, sulle molteplici forme di razializzazione e sui «deliri manichei»[2] di stampo coloniale.  Secondo questo crinale, questa lotta inesauribile, che fa continuamente capolino tra  le arterie della storia monumentale, è già sempre una lotta post-umana, dove umano però  si definisce come alterità negativa innanzitutto  perché   intrattiene una relazione assai pericolosa con la neutralizzazione delle soggettività sulla linea del tempo omogeneo.

    Questa specificazione è dirimente per circoscrivere l’interesse della politica dei corpi nei confronti del superamento dell’umanesimo come contenitore delle eccedenze soggettive e come compressore dei possibili. E’ il posizionamento migliore per non cedere ad alcuni rischi futuristici ed eccessivamente tecno-entusiasti delle trasformazioni contemporanee sulla vita.

    A partire dalla  condizione d’esistenza del corpo interrelato e delineando conseguentemente  il problema della forme di produzione del valore e delle immediate modalità di sfruttamento ed estrazione dello stesso, è necessario attribuire al Capitale il posto più consono all’interno di  questa nuova avventura teorica. Taluni e talune narratori e  narratrici delle storie postumane infatti, tendono a nascondere il ruolo portante  che hanno le affascinanti performance di accumulazione di plusvalore della vita biologica nei nuovi cicli di accumulazione, assumendo una postura solo descrittiva delle avveniristiche trasformazioni a cui tutte e tutti andiamo incontro.

    Lungi da chi scrive un atteggiamento tecno-paranoico, tuttavia sembra necessario sottolineare alcune pre-condizioni perché cultura materialista, critica dell’economia politica neoliberale e nuove frontiere post-umane si armonizzino e si sostengano vicendevolmente.

    Della deflagrazione delle pareti dell’umano e dello scarabocchio ribelle sul corpo perfetto dell’uomo vitruviano, assumiamo innanzitutto il potenziale emancipatorio, soprattutto per quelle soggettività tradizionalmente subalterne che la dittatura dell’antropos ha relegato a vari livelli di devianza e alterità. La sconfitta eclatante del determinismo e del destino naturale porta con sé la cancellazione immediata della differenza qualitativa tra le soggettività e pone i corpi nello stesso indiscriminato potere di essere tutto. Non esiste niente di più naturale del feretro della natura umana che sfila nel mezzo dei corpi in trasformazione. Non esiste niente di più interessante per una politica materialista centrata sui corpi, della possibilità di liberare gli stessi dalla costruzione dei cicli biologici e dei ruoli sociali che hanno detrminato secoli di patriarcato. Così come non esiste modo più radicale per sconfessare le identità di genere e razza con cui si confronta la trama della cittadinanza tradizionale e che hanno definito lo spazio discorsivo dell’accettazione e dell’offesa [3].

    I territori urbani si riempiono di forme di vita  che si ibridano, si confondono e che non ambiscono ad alcuna forma si riconoscimento per mano d’una qualunque autorità. Questa ibridazione continua non è però sottrattiva nei confronti dei contesti sociali nei quali queste soggettività post-umane vivono la propria vita. Ecco perché una attenzione particolare deve essere rivolta al rischio, insito e connaturato nella patologia descrittivista già citata, di smarrire su questa cartografia della novità i bacini della sofferenza sociale, che sono pure e sempre i propulsori delle possibilità di sovversione e di rivolta.

    Sinteticamente potremmo dire che, se l’assunzione di un orizzonte post-umano per le soggettività contemporanee si traduce semplicemente  nell’osservazione fideistica dell’esistenza e della trasformazione di un numero sempre maggiore di corpi, nell’emersione di cyborg e forme di vita ibride e nella sperimentazione di relazione tra umani e non umani, allora siamo probabilmente molto più vicini di quello che possiamo immaginare  al modo in cui gli attori del capitale contemporaneo  immaginano il futuro avveniristico di un occidente con altissimi tassi di mortalità, di povertà dilagante, di vite precarissime e di estremo avanzamento tecnologico e scientifico sottopagato a fronte di un’ ulteriore normazione della vita e delle passioni.

    L’algoritmizzazione delle esistenze e delle emozioni, che già all’oggi ha educato le nuove generazioni a posture ancora più individualizzanti e pregne di difficoltà relazionali, potrebbe essere il rischio celato dietro alcuni degli entusiasmi post-umani. Ecco perché le soggettività in grado di avvertire la sofferenza sociale, le contraddizioni delle forme di sfruttamento (anche della vita biologica)  devono restare qualitativamente differenti dall’amalgama indifferenziata che si propone spesso nelle descrizioni del cybermondo.

    Le soggettività che emergono da meticciati trasversali e che sfuggono alla mortificazione della devianza perché la natura si è finalmente disvelata nella sua morfologia irriducibile  devono poter essere connotate sempre per la possibilità di reagire all’oppressione del capitale, che non smette di mettere in campo mille e più micro-guerre e micro-battaglie contro le libertà e l’emancipazione, con armi sempre diverse e sempre più sottili. D’altronde, come scrive Cooper [4], non dobbiamo dimenticare che alcune di queste trasformazioni, soprattutto quelle che hanno direttamente a che fare con i cicli biologici e con  il destino riproduttivo, sono il frutto di grandi investimenti delle multinazionali farmaceutiche e di battaglie ideologiche interne agli stessi poteri conservatori. Battaglie giocate sul terreno dicotomico tra morale e profitto, che però in età neoliberale la spunta quasi sempre, soprattutto perché ha un potere coercitivo molto più efficace di quello pesante della morale religiosa.

    Dunque, provocatoriamente potremmo concludere sostenendo che,  il Capitale, è a tutti gli effetti un’azionista di maggioranza della svolta post-umana, insieme chiaramente a tutti i sommovimenti sociali, individuali e collettivi che ogni giorno contribuiscono a deflagrare le pareti sempre più permeabili dell’umano tradizionalmente inteso. Così come potremmo affermare che buona parte dell’orizzonte così convincente della fine dell’antropocentrismo e del feticcio umanista si è determinato anche e soprattutto perché siamo nell’era dell’antropocene [5], un’era che  si caratterizza proprio per la violenza con cui i meccanismi di estrazione del valore e di accumulazione originaria hanno devastato la natura e l’ambiente, comportando delle trasformazioni drammatiche e conseguenti pure sulle vite e sui copri.

    E’ dunque anche contro questo efferato volto del capitale, che si mostra soprattutto nei territori più poveri e socialmente disperati, che è necessario situare in senso materialista la politica dei corpi post-umani e quindi anche certamente la loro stessa pratica di rivendicazione dei diritti.

    Post-umani sono i corpi non  normati, corpi deflagrati allegramente dalla differenza, corpi sessuati e potenti, corpi che si sperimentano e si confondono e che riconoscono nella loro pratica emancipatrice una lotta incessante contro il biopotere, corpi che rifiutano la neutralità, che si mettono in gioco nei conflitti sfidando la loro piccolezza dinanzi al potere, corpi di un colore che può diventarne un altro, di un sesso che può non essere più quel sesso, corpi che si sommano e  sommandosi diventano un corpo unico che rischia la stessa partita.

    [1]    M. Foucault  Naissance de la biopolitique, Milano, Feltrinelli, 2005

    [2]    F. Fanon, I dannati della terra, Torino, Einaudi, 1961

    [3]    J.Butler, La vita psichica del potere, Milano, Mimesis, 2013

    [4]    M. Cooper, La vita come plusvalore. Biotecnologie e capitale al tempo del neoliberismo, Ombre Corte, Verona, 2013

    [5]    Si definisce antropocene l’era geologica caratterizzata della mano pesante e  mortifera impressa dall’uomo sulla natura, sui territori e sui climi.

  • Pina Galeazzi – Una gravidanza sulla luna: tecniche di fecondazione assistita e vissuti corporei

    di Pina Galeazzi 

    in M. C. Barducci, Paradossi di maternità, Vivarium, Milano 2008

     

    Da 40 anni esiste la possibilità di vivere una sessualità libera da finalità procreative.

    Da 20 è possibile procreare senza che venga coinvolta la sessualità.

    Sessualità senza procreazione. Procreazione senza sessualità.

    Duplice scissione. Duplice potenzialità. Duplice problematica libertà.

    L’accento è oggi sull’aspetto problematico di realtà indubbiamente ricche di potenzialità, impensabili e impensate fino a pochi anni fa.

    Ma la domanda che nasce e che riguarda proprio il tempo è una domanda innanzitutto interna, rivolta cioè verso la dimensione psichica: come e quanto di una duplice rivoluzione che tocca innanzitutto e letteralmente il corpo femminile, come e quanto la psiche femminile può accogliere, se possibile elaborare, fare suo, in un percorso che propone scenari inediti, a volte  anche pericolosi e regressivi (il rischio che il nostro corpo sia di nuovo ridotto a contenitore, reso passivo e muto davanti a tecniche o a ideologie spesso molto invasive). Quali sono i tempi della psiche nel confronto con realtà che la coscienza sembra accogliere con prontezza? Come la psiche femminile registra il passaggio da una dimensione celata nell’interno del corpo, misteriosa, per secoli, ad una dimensione scientifica e oggettivabile, a proposito della procreazione?

    Credo sia necessario riconoscere e dire quanto ad ogni acquisizione  si accompagni una perdita, non per nostalgia del passato, ma perché il confronto col nuovo possa essere accompagnato da una consapevolezza critica da noi donne guadagnata con tanta fatica e ancora così fragile, a volte…

     

    L’esperienza clinica che porto qui oggi è evidentemente molto peculiare e soggettiva, contiene però spunti spero fecondi per questo nostro scambio. Spunti che non riguardano solo Angela e il breve lavoro che abbiamo fatto insieme. Nella singolarità c’è la traccia dell’universale, questo noi donne lo sappiamo molto bene.

     

    Una voce straniera al telefono. Una voce agitata e ansimante che mi chiede con urgenza un incontro, “il prima possibile, per favore”, tentando infine un flebile autocontrollo. Una voce braccata, penso.

    E’ questo il primo contatto con Angela. Avverto una autentica angoscia, come se davvero non ci fosse tempo, come se la pressione da cui nasce la telefonata giungesse senza filtri al mio sentire. Tengo con me una duplice risonanza, l’affanno percepito, sul filo di un panico incipiente, ma anche il tentativo di autocontrollo, di riprendersi in una cortesia un po’ fredda.

    Fissiamo un appuntamento di lì a qualche giorno.

    Quella che incontro è una giovane donna, alta, delicata, molto curata nel vestire e attenta nel muoversi. Si presenta subito raccontandomi del  suo lavoro, che riguarda aree di ricerca intellettuale e la appassiona molto, per poi passare al suo “meraviglioso matrimonio”. Ma non riesce a controllare l’ansia, cambia tono e mi dice: “sono 6 anni che cerchiamo un figlio, con tutte le tecniche possibili. Ora sono incinta e voglio abortire. Mi dicono tutti che sono matta. Ma io non riesco a pensare di tenerlo. Ho pensato subito all’aborto appena i medici me l’hanno detto, pensavo di fare l’aborto e non dirlo a nessuno, nemmeno a mio marito. Ero  così sicura ormai che non ci sarei mai riuscita. Quando mi hanno detto che ero incinta ho pensato che si sbagliassero e subito dopo che io un bambino non lo voglio.”

    Resto in silenzio, per un attimo, mi sento un po’ sopraffatta. Penso “6 anni”. Penso “aborto”. Le chiedo a che settimana sia. “La quarta – mi risponde – l’ho saputo presto perché in ospedale mi tenevano sotto controllo”.

     

    Sento tutta la drammaticità del suo breve racconto, ricordo la percezione al telefono della voce braccata.

     

    Mi trovo a dirle due cose.

    La prima è che è normale sentire un profonda ambivalenza quando si scopre di essere incinta.

    La seconda è che abbiamo tempo, 2 mesi, per ascoltare cosa lei sente e perché lei possa arrivare a decidere, per l’interruzione o la prosecuzione della gravidanza.

     

    Iniziamo così il nostro  percorso insieme.

    Nel rapporto con Angela, anomalo rispetto ai ritmi dell’analisi (ci siamo viste infatti per pochi mesi, con un incontro a settimana), è stato possibile toccare una particolare intensità, non solo per l’urgenza della richiesta, ma anche per il filo che grazie ai numerosi sogni e ad un puntuale lavoro di scrittura di Angela è stato possibile dipanare.

    Non potevo immaginare che una parola da me usata nel nostro primo incontro sarebbe stata la cifra, o meglio il cuore, del percorso che abbiamo compiuto: questa parola è stata “ambivalenza”.

     

    Una breve considerazione su questo primo momento.

    Per molto tempo mi sono detta che il mio “intervento terapeutico” era stato l’espressione e la comunicazione di un pensiero “terra terra”, nato soprattutto dal buon senso. “E’ normale l’ambivalenza in gravidanza”, le avevo infatti detto. Solo dopo qualche tempo ho capito che non è stato proprio così, almeno non solo così.

    Riconsiderando come avevo ascoltato Angela allora, ho ritrovato quanto poco sconcerto realmente io provassi per quel suo no, quanto mi apparisse necessario fin dal primo incontro accogliere profondamente quel no. Dargli spazio e respiro. Contro ogni razionalizzazione e coerenza. E allora il poter dire: “c’è tempo, abbiamo tempo per capire, ascoltiamo le sue emozioni, i suoi sogni” non mi è apparsa più come una risposta “tampone”, ma come un realeprendere tempo, un tempo interno ed emotivo, un tempo per contattare e dire le paure e i desideri.

    D’altra parte mi appariva evidente quanto l’essere stata per sei anni in una dimensione in cui erano totalmente prevalsi la determinazione cosciente, la volontà di sottoporsi a una innumerevole serie di tentativi di inseminazione e controlli medici, aveva collocato Angela in un’area di decisione tutta razionale, in cui ogni ambivalenza era impensabile.

    Ma l’annullamento dell’ambivalenza coincide con l’annullamento di una dimensione corporea viva, con l’identificazione con un corpo sentito come oggetto, tornato alla pura funzione di contenitore, svuotato e  senza soggettività.

    E allora il violento movimento di Angela che vuole – insensatamente per tutti – abortire ha un senso nuovo e particolare: come il risveglio atterrito da un incubo, un terrore che ora la spinge a chiedere.

    Innanzitutto aiuto. Aiuto e ascolto. Aiuto e contenimento. Aiuto e tempo.

    Si è creata, tra noi, una madre che accoglie e aspetta e dice: “non aver paura, succede. Tu sei più importante di tutto”.

    Forse l’assoluta serietà con cui ho contemplato con Angela che il bambino cercato per sei anni potesse anche non nascere, le ha permesso di sentire che lei esisteva, con o senza figlio, che lei era accolta, comunque.

    Le ha permesso di trovare riconoscimento e quindi giungere lei a riconoscere sé, la sua storia e il suo corpo vivo.

     

    Angela ha 36 anni, è sposata da 15. Descrive la sua vita come molto bella, armoniosa e ordinata. Tranquilla. Percepisco un’area di astrazione e di idealizzazione, ma anche tanta solitudine, anche perché suo marito è spesso lontano per lavoro. E’ sempre stata eccellente negli studi e così oggi nel suo lavoro. Spesso, con grande intelligenza, compone un quadro di sé che suona lucido, razionale, composto.

    Cosa c’entra un bambino? Un bambino è un terremoto, un invasore, un intruso e Angela soffre profondamente la contraddizione di averlo accanitamente cercato per tanto tempo, sopportando di tutto. Non capisce perché l’ha fatto, nelle sue prime comunicazioni c’è solo un forte pentimento e sbalordimento di sé.  Parla a lungo della sua paura della vita, vita in movimento, vita appassionata. Mi dice di odiare i cambiamenti. “Ora il mondo è diventato minaccioso e ostile”. Un bambino cambia tutto, altera i ritmi, toglie spazi. “Voglio uccidere la parte di me che vuole la trasformazione”.

    Angela pensava di sapere tutto su di sé, ma ora non si capisce, l’ansia è violenta, la tiene sveglia di notte, atterrita.

    Lentamente emerge il desiderio di essere accolta nella sua incapacità, nella sua immaturità, accolta e lasciata in pace, a dormire, a riposare, forse a crescere, per potersi lentamente aprire.

    Lentamente la questione dell’aborto scivola in secondo piano, al centro è sempre più una domanda su di sé, sulle polarità scisse che Angela ha sempre tenuto separate a costo di grandi idealizzazioni e negazioni. Al centro è una domanda sulla propria capacità di tenere, di tenersi, di tenere insieme le sue contrapposizioni, di sopportare la sua ambivalenza, che all’inizio si esprime soprattutto nei sogni: ci sono forti venti, a volte freddi (e sono pericolosi), a volte caldi; ci sono animali pericolosi e torri altissime; conchiglie aperte e conchiglie chiuse. Tra istinto e ragione, tra tensioni spirituali e richiami corporei, Angela cerca un centro tutto suo. Ma lo rifiuta anche. In un sogno arriva un cinese che la disgusta e vuole a tutti costi darle una palla color rosso sangue, Angela fugge, inorridita. Poi dice: “Quella era la vita, alla fine la dovrò accettare se voglio diventare tutt’una”.

    Sente di essere un recipiente che va spaccato e poi fuso per avere una nuova forma, ora c’è solo il dolore e la perdita per il sentirsi spaccata. Una morte del corpo.

     

    Angela si era sottoposta a tutti gli esami, i controlli, i prelievi e le visite, i tanti tentativi di inseminazione falliti, in modo coscienzioso e determinato, convinta che un figlio non sarebbe mai arrivato, ma decisa a dimostrare di avere provato in ogni modo. Nel suo linguaggio avverto l’eco di altri linguaggi… “Ho fatto solo tre ovuli, invece che venti”, dice un po’ vergognosa. “Mi hanno iniettato l’embrione” (breve accenno all’ICSI).  “Ho fatto l’inseminazione da sola, mio marito non c’era”.  Nelle sue parole colgo quanto le tecniche a cui Angela si è così volonterosamente sottoposta hanno colluso con la rigida impostazione della sua personalità: l’accento è tutto su volontà, decisione, controllo. L’area dell’incertezza, aleatorietà, potenzialità è seccamente ridotta a fallimento o successo.

    Mi sono chiesta più volte ascoltando le fredde ricostruzioni di Angela (la luce al neon il giorno in cui le hanno immesso l’embrione, l’agire tecnico del medico, il restare immobile in attesa dell’impianto), quanto la fecondazione assistita nel suo diventare “insistita” (secondo la felice definizione di una collega, Lidia Tarantini) rischi di colludere con una posizione psichica soggettiva in cui vengono bandite componenti emotive ed inconsce. Se il concepimento si riduce ad un riuscire/non riuscire, privo di piacere, e forse a volte, come è accaduto ad Angela, svuotato anche del desiderio, forse è necessario ri-creare Eros, restituire ambivalenza, verso il movimento di un desiderio in grado di oscillare, di muoversi tra sì e no, tra timore e accoglimento.

     

    Dopo poco più di un mese Angela porta un sogno che, tra i tanti raccolti, mi sembra il più vivido per il nostro discorso di oggi. “Sono con mio marito sulla luna, il paesaggio è roccioso e brullo, c’è una luce rossa, scura. Lui mi mette in una specie di sacco a pelo che mi avvolge tutta, fino alla testa, e poi mi aiuta a posarmi in una crepa o fessura dentro la roccia, dove sto protetta. Poi se ne va in ricognizione. Alla fine torna sulla terra e mi dimentica sulla luna. Da questo punto in poi io sono lui. A casa mi accorgo con spavento che mi sono dimenticata sulla luna e voglio tornare immediatamente a riprendermi. Ma non posso subito, ci sono incontri, cose da fare. Quando alla fine torno sulla luna, ritrovo la parte di me tutta imbacuccata e so che è ancora viva, ma non riprende una funzione attiva, non esce nemmeno dal suo involucro. Mi ricorda una po’ una mummia, ma è viva”.

    Angela si chiede che cos’è questa parte di sé, abbandonata sulla luna rossa e commenta “però non mi sento male lì, piuttosto mi sento protetta”.

    Elvio Fachinelli, nel suo libro Claustrofilia parla della nascita come reinfetazione, come in un passaggio a due sensi, dove l’uscita coincide con l’ingresso. Io ho l’impressione che Angela stia compiendo proprio questo, un percorso all’indietro per poter andare avanti, reinfetata sulla luna, protetta, finalmente passiva. Per potere diventare madre deve essere lei stessa feto…Da questo sogno sgorgano associazioni e ricerche, scopre ad esempio che sua madre non aveva capito di essere incinta, quando la aspettava, pensava ad un’ulcera e beveva degli amari, per vincere la nausea; anche dopo il test di gravidanza aveva continuato a pensare che ci fosse un errore…Angela racconta di non essersi mai sentita voluta da sua madre e illuminandosi dice, “allora la luna è come una mamma che mi tiene… quindi io e il mio bambino ora siamo insieme, tutti e due lì dentro. E’ confortevole che sia stato mio marito a posarmi lì, ora ci starò un po’, è bello quel posto”.

     

    Di sicuro verrebbe da dire che Angela con il suo no imprevisto si è posta in modo un po’ “lunatico”… ma perché proprio la luna in questo sogno? Forse nessun altro simbolo più di quello lunare esprime l’ambivalenza feconda, il rimando ad una ciclicità ritmica che presiede a processi opposti, di nascita e morte, di crescita e declino. Nella luna la duplice natura, luminosa e oscura, parla insieme di fecondità creativa e potenza distruttiva, nell’alternarsi di fasi che segnano il costante rinnovarsi del sorgere della vita e dell’irrompere della morte. La luna rischiara senza separare, illumina senza distinguere. La luna è la madre del ritmo e forse è proprio sulla luna che Angela può recuperare, nel suo sonno protetto, la parte trascurata e occultata di sé, i suoi aspetti emotivi ed intuitivi, la possibilità di accedere ad una trasformazione che possa riunificare i suoi molteplici aspetti.

     

    Sono tanti i livelli problematici del percorso con Angela che si intrecciano e che non possono trovare ora spazio di approfondimento (…). Dal rapporto con i suoi genitori a quello col marito, dalla relazione col medico/fecondatore (vissuto in tanti sogni come il padre del bambino) alle fantasie sul figlio generato in ospedale. Mi sembra però importante riprendere brevemente il filo che i suoi sogni hanno dipanato: in un primo periodo i sogni di Angela ci hanno messo a contatto con Angela bambina, e poi adolescente e poi vecchia, in un confronto serrato con i tanti volti e le tante età del femminile. Poi – con la scoperta di portare in sé un figlio maschio – c’è stata una serie di sogni sull’androginia, parti maschili e femminili a confronto (e Angela arriva a sognarsi con la barba); infine, mentre ci stavamo avvicinando al parto, altri sogni ci hanno portato alla necessità di un ultimo confronto, quello tra Io e non Io, come parti di un sé più ampio. In quest’ultimo periodo il nostro lavoro ha giocato sul confine del riconoscersi/non riconoscersi, fondersi/distinguersi, per poter diventare innanzitutto, come ha detto infine Angela, “madri di se stesse” . (mio ricordo “Sono ancora una volta due”)

     

    Per tutta la durata del nostro rapporto inoltre sono stati proprio i sogni a rappresentare con immagini intense vissuti corporei altrimenti indicibili. Infatti accanto a una serie di sogni in cui mi sembrava di assistere ad una progressiva identificazione col suo bambino (nascondigli sotto terra in cui si nascondeva, tunnel scuri da ripulire con cura, caverne profonde in cui abitare), ce ne sono stati tanti altri a rinarrare il dolore del suo corpo. Iniezioni, biopsie, cannule infilate nell’orecchio, costrizione all’immobilità, escrescenze e laghi di sangue, crateri nella pelle, con profonde voragini interne. Angela raccontando i suoi sogni piange molto, racconta l’impotenza e la paura, si abbandona a dire la fragilità e i timori che hanno accompagnato il suo lungo percorso. Non è più costretta ad essere solo lucida, fredda, razionale. Sogna il suo corpo chiuso in un’armatura da robot,  in testa un elmo quadrato. Sogna le altre donne in ospedale con lei, ma loro hanno tutte un bambino nel cuore, interno ma visibile, solo lei non ce l’ha. Sogna infine acque che salvano e acque che distruggono…

    Grazie ad Angela mi sono trovata a sentire e pensare cose nuove, nuove anche per me, ho partecipato con lei ai tentativi fecondi del suo inconscio di rielaborare le intrusioni, i vissuti di dolorosa impotenza, ad accogliere con lei un corpo ferito e dimenticato.

     

    La storia di Angela è la storia di un percorso che contiene più livelli.

    C’è il livello personale, singolarissimo di una donna nella sua unicità di vicenda storica, familiare, psichica.

    C’è il livello più comune e riconoscibile, l’attraversamento di una disgregazione attraverso le vicende della maternità, una disgregazione che necessita nuove ricomposizioni: “il recipiente spaccato – come dice Angela – viene fuso per prendere nuova forma”.

    C’è poi un livello in cui la specificità di un’esperienza (le vicissitudini della ricerca di un figlio)  si compone in nuove domande che certo attingono alla storia di Angela, ma che insieme la superano, perché riguardano il nuovo orizzonte che ci si prospetta.

    Non possiamo tornare indietro, ma la questione urgente – oggi – mi sembra toccare la domanda del come possiamo stare noi nel confronto con il flusso consistente di acquisizioni scientifiche che hanno spostato, in tempi così rapidi, i confini del nascere (e del morire). Quanto sta accadendo nel campo della fecondazione riguarda innanzitutto il corpo e la psiche delle donne. Credo sia fondamentale non dimenticarlo, per dare ascolto alla nostra realtà interna, per dare voce ad un esserci il più possibile intere e dialoganti con noi stesse e col mondo. Per anni abbiamo detto “riprendiamo il nostro corpo”, forse oggi è necessario aggiungere “riprendiamo il nostro corpo animato, dotato cioè di anima, e vivo”, i suoi colori, la sua molteplicità, la sua preziosa e vitale ambivalenza… riprendiamo cioè la nostra interezza.

     

     

  • Etain Addey: “Riabitare la realtà, verso un recupero della cultura”

    Nota redazionale: nel dicembre 2012 è stato pubblicato dalla casa editrice FioriGialli il libro “Riabitare la Realtà – Verso un recupero della cultura” della filosofa australiana Freya Mathews, tradotto dal gruppo di traduttori volontari di Sentiero Bioregionale. Il libro sarà presentato il 7 giugno alle ore 18.00 alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, presso la sede di ARCHIVIA (Archivi, Biblioteche, Centri Documentazione delle Donne). Interverrà anche Etain Addey, scrittrice e bioregionalista, che nell’articolo che segue ne dà un’anticipazione.

    di Etain Addey

    riabitare realta copertina

    In questo momento, è comune a molte persone delle società moderne la sensazione di essere in un vicolo cieco, circondati da grandi problemi ambientali, sociali ed esistenziali e soprattutto di essere privi di una cultura fertile che ci accomuni nella ricerca della via d´uscita. Non sappiamo più neanche cosa sia la cultura, cosa la nutra, da dove venga: ovunque guardiamo, vediamo riflesso negli altri lo smarrimento e il senso di impotenza.

    Quello che invece comincia a diventare chiaro è che rappezzare il nostro povero abito non basti, bisogna indagare le basi filosofiche della modernità, le sue premesse metafisiche, domandarci con coraggio se non sia proprio il taglio dell’abito a essere sbagliato.

    In “Riabitare la realtà”, Freya Mathews ci rivolge un invito assolutamente radicale per noi moderni: sperimentare, nella nostra personale vita quotidiana, la possibilità che il mondo fisico, il luogo dove viviamo, parli direttamente a noi, parli “con sorprendente, poetica precisione e inventiva”.

    La sua visione filosofica, frutto di quarant’anni di ricerca nel contesto di una vita accademica occidentale, ma istruita anche dal taoismo e dalla cultura degli aborigeni australiani, è a suo dire vòlta a rispondere al quesito posto dall´esistenza del mondo, senza rinunciare al dubbio e all´uso della ragione. La sua versione del “panpsichismo” ipotizza uncosmo fisico presente a se stesso, fonte esso stesso di significato psichico.

    Questa ipotesi non-dualista scardina la metafisica implicita della modernità che separa la materia dalla mente e poi colloca quest’ultima unicamente nell’essere umano. La premessa dualista, che sta alla base del pensiero moderno e quindi della nostra società, viene qui presentata come causa dell’odierna, disastrosa perdita di cultura.

    Come dobbiamo vivere? Possiamo provare, in via sperimentale, a riformulare questa nostra antica domanda all’interno di una visione molto più ampia della realtà. “Questo universo è un’unità, un Uno, un campo di soggettività, che si autodifferenzia anche in una Molteplicità… di singoli soggetti”.

    La realtà sarebbe quindi un ordine comunicativo: il senso della vita sarebbe non l´accumulazione di conoscenze, bensì l´incontro erotico, in senso lato, con le altre parti della molteplicità e il dialogo con l´Uno. In altre parole, Mathews teorizza il cosmo fisico come una vasta soggettività: le apparenze del mondo nascondono un´interiorità proprio come il nostro corpo possiede l´interiorità che sentiamo dentro di noi.

    E come possiamo relazionarci con questà Unità? Quali sono le potenzialità della nostra relazione con una realtà viva? Mathews suggerisce che possiamo imparare a fidarci del mondo, ad assecondarlo invece di manipolarlo, a farci portare nel grande flusso invece di nuotare controcorrente. Il mondo non è materia inerte e noi non siamo gli architetti del Tutto; ognuno di noi è invece contenuto nel proprio luogo che è il viso familiare del cosmo intero. In questo luogo, se ci mettiamo in ascolto, il mondo può aprire con noi un dialogo.  Così il luogo fisico e la nostra relazione di devozione a esso si rivela come la vera fonte della cultura.

    Mathews suggerisce che possiamo imparare a fidarci del mondo, ad assecondarlo invece di manipolarlo

    È molto difficile per noi occidentali immaginare un dialogo del genere, un dialogo abbandonato forse proprio nel momento della nascita della nostra tradizione filosofica, nel momento storico della separazione materia-mente. Mathews non ci invita a una fusione romantica, a una participation mystique, ma offre uno sguardo ragionato su possibilità dimenticate da molti secoli in Occidente  e  racconta alcune sue esperienze personali per indicare possibili interazioni dialogiche. Ci fa osservare che se il mondo ci risponde, nel suo linguaggio di fenomeni fisici, di corpi e situazioni, questa risposta è già “una rivelazione metafisica del più alto livello… un ricco punto di partenza per ulteriori esplorazioni filosofiche”.

    La prima parte del libro introduce alla visione non-dualista e la contrasta con i risultati del dualismo insito nelle premesse della modernità: il capitalismo, il consumismo, la mercificazione, il ‘progresso’ e lo ‘sviluppo’, la nostra profonda solitudine esistenziale, la nostra povertà culturale. Quelle culture indigene che non hanno subito gli effetti della modernità vedono ancora il singolo muoversi in un flusso più grande di lui, accolto dal cosmo in un dialogo costante.

    Mathews esamina la differenza fra l´indigeno che abita il suo luogo con la devozione di chi si sente abbracciato dal mondo e la persona moderna che, sradicata dal terreno e quindi dalla fonte della cultura, è costretta a inventarsi la propria vita in un monologo solitario, fatto di astrattezze invece che dell’abbraccio del mondo.

    Forse, per chi si dibatte fra i disastri ecologici e sociali del nostro tempo, e specialmente per chi ha esplorato il pensiero dell’ecologia profonda e del bioregionalismo, riflettendo a lungo sulla  relazione con il proprio luogo, questo tentativo di ricomporre il dialogo fra il proprio sé e il mondo materiale può rivelarsi il tassello mancante per andare oltre il tradizionale ambientalismo. Non basta avere cura dei suoli, dei mari, della montagna e delle paludi, occuparsi della sopravvivenza delle specie vegetali e animali, ma è necessario comprendere la natura interiore della materialità tutta.

    Questo significa resistere alla tentazione di imporre le proprie idee astratte alla materialità senza riguardo per il ‘dato’, per quello che già esiste nel mondo, per quello che ci troviamo davanti, per i processi già avviati, per quello che, in fondo, il mondo stesso sta mettendo in atto. Noi ambientalisti siamo tentati di escogitare miglioramenti alla stregua di chi propende per il ‘progresso’: a noi piacerebbe rasare al suolo la brutta città industriale e sostituirla con un bel parco ecologico, per ricreare un paesaggio ‘incontaminato’ – ma ecco che finiremmo per cadere nello stesso errore di chi agisce con il pensiero astratto usando il mondo come fosse argilla.

    Possiamo invece assumere un atteggiamento di amorevole cura e rispetto verso tutto quello che troviamo sulla nostra strada, ‘lasciando stare’ il mondo e collocandoci con fiducia nel suo grande flusso. È questa cura, questo atteggiamento di devozione per la materia del mondo che costituisce la vera fonte della cultura umana.

    A chi obietta che molti disastri attuali sembrano richiedere una risposta più agguerrita, Mathews risponde indicando la possibilità di far crollare il materialismo imperante usando con intelligenza le energie del dato, “delle cose come si presentano”, invece di lottare sempre da posizioni di opposizione, cosa che tende a polarizzare le parti in gioco. Il suo ragionamento sembra un segnale del riemergere in questa società della vera energia inclusiva, accogliente, del femminile.

    La seconda parte di “Riabitare la realtà” spazia fra esperienze che illuminano alcuni aspetti della filosofia panpsichista di Mathews. Racconta la vita nella fattoria di Julia per riflettere su come l´antico principio della fertilità sia in verità un filo narrativo che rende possibile la continuazione del mondo. Esplora addirittura la possibilità che l’unità fisica dell’Universo sia di natura poetica, che sia la poesia a reggere le leggi della fisica.

    Siamo in terreni magici, ma Mathews tiene i piedi per terra anche quando fa il resoconto di un colloquio sul senso del luogo tenuto in Australia centrale alla presenza di una trentina di accademici, persone aborigene, artisti, musicisti e  personaggi locali. Dopo alcuni giorni passati insieme, gli avvenimenti di Hamilton Downs portarono i partecipanti alla conclusione che “era il territorio ad avere in mano il copione”. Le risposte ricevute dal mondo furono sorprendenti e assolutamente personali: “Vuoi conoscere la natura della realtà – sembrava dire il luogo – bene, allora, prima che io possa darti delle risposte, dovrai raffinare le tue domande. Guardiamo i segreti nel cuore di chi chiede”.

    Mathews cita un racconto, “L’airone bianco”, dove la narratrice americana Sarah Orne Jewett parla della grazia e del sé nativo, per indagare la natura dell’accoglienza offerta dal mondo all’essere umano, anche quando manca la cura di una famiglia. Quando il bambino costruisce il senso del proprio sé attraverso il legame con la madre, la sua energia primaria subisce inevitabilmente delle distorsioni legate al processo di socializzazione; quando invece deriva il senso del proprio sé da una relazione primaria con il mondo non umano, il suo impulso erotico, in senso lato – quello che potremmo chiamare la sua gioia di vivere – , rimane ampio, vitale, abbraccia il mondo, così come il mondo abbraccia ogni sua parte. Noi moderni sperimentiamo un legame primario con l’umano ma siamo spesso orfani rispetto al mondo perché il dialogo con il nostro luogo di vita è interrotto prima ancora di iniziare.

    Completano il libro due esperienze personali di Freya Mathews, offerte con la generosità di chi non ha timore nel rendersi vulnerabile e non pensa prima di tutto a proteggere la propria reputazione accademica dal pensiero chiuso della modernità. Un viaggio, un pellegrinaggio, alla sorgente del torrente che scorre attraverso il suo quartiere di Melbourne è fonte di riflessioni sul significato psichico del territorio e i suoi diari scritti durante alcuni soggiorni solitari a Barramunga, in una casa in rovina, in una zona remota dell’Australia, ci mostrano quanto siano sottili i messaggi che il mondo ci offre.

    Per chi è disposto ad accettare il patto della vita con i suoi paradossi profondi e a farsi bastare il poco indispensabile, un luogo amato può parlare attraverso due anziani vicini, le pecore, gli eucalipti, l´airone. Il mondo offre compagnia, conforto, delizia, bellezza e un senso di accoglienza.

    Sono pochi i filosofi che osano suggerire una prassi per la vita quotidiana: qui ci troviamo di fronte a una pensatrice seria che recupera la fonte traboccante della cultura nella terra sotto i nostri piedi e ci dice che il sé “parla al suo luogo, il luogo è il suo rifugio, il suo santuario, la sua casa del cuore; mette in comunicazione il suo percorso con la poesia. Il sé appartiene al luogo… il sé è il suo indigeno”.

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  • Angela Balzano – “Obiezione di coscienza e 194: la Laiga contro l’Italia al Consiglio d’Europa”, Server Donne, dicembre 2012

    di Angela Balzano

    Pare che le\i ginecologhe\i dell’ Ass. LAIGA siano davvero combattivi. A scatenare la loro rabbia è l’amara constatazione che in Italia medici e personale sanitario in generale siano sempre meno disposti ad eseguire aborti, nonostante l’esistenza di una legge nazionale, la 194, che ne disciplina la pratica. Come si evince dalle statistiche diffuse dal 2010, infatti, l’obiezione di coscienza in Italia sfiora vette inaudite, quali l’80% nelle regioni del sud, con una media del 69% nelle restanti.

    Questa statistiche si traducono in una realtà fatta di negazione di diritti e di libertà, nella misura in cui è sempre più difficile per una donna accedere all’interruzione volontaria di gravidanza. In molti ospedali italiani vi è una totale assenza di personale non obiettore, e così le donne sono costrette a mettersi alla ricerca di una struttura vicina in grado di offrire il servizio richiesto. Questo determina di fatto un rallentamento dei tempi solitamente previsti per questa operazione, e mina il diritto delle donne alla salute e all’autodeterminazione del corpi.
    Vi è però un altro diritto che l’obiezione di coscienza lede, ed è il diritto delle donne a non essere discriminate in base al sesso. L’obiezione di coscienza assomiglia sempre di più a una discriminazione di genere, se pensiamo che l’interruzione volontaria di gravidanza è un intervento medico che riguarda solo le donne, e che proprio ad esse viene negato. Perchè un uomo ha il diritto ad ogni servizio sanitario pubblico, e una donna se ne vede interdetti alcuni, primi tra tutti i i servizi sanitari connessi alla sua vita riproduttiva?
    In più, vi è un secondo livello di discriminazione tra donne stesse. Si tratta di una discriminazione che viaggia su linee, per così dire, di classe. Una donna abbiente, facoltosa, dotata di mezzi economici e culturali, può permettersi di spostarsi verso l’ospedale con personale non obiettore, addirittura può ricorrere a cliniche private per l’Ivg. Ma che ne è delle donne più giovani, delle precarie che non arrivano a fine mese, che ne è delle migranti o delle homeless?

    Se appellarsi alla Costituzione potesse avere conseguenze pratiche, potremmo azzardare che l’obiezione di coscienza, così come è oggi praticata in ambito medico, è in contraddizione con il suo Art. 3. ,che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche….”
    La legge 194 presenta, infatti, un articolo, il 9, che concede al personale medico-sanitario di esercitare obiezione di coscienza sull’Ivg, ma non ne regolamenta il ricorso. Non vi è alcun indizio per limitare il danno nella legge stessa. Il legislatore non ha fissato alcun tetto, alcun parametro. Si limita a dire che è competenza delle regioni monitorare sulla corretta proporzione tra obiettori e non obiettori. Insomma, l’art 9 della 194 ammette l’obiezione senza chiedere nulla in cambio, per cui medici e personale sanitario possono rifiutarsi di eseguire aborti senza dover prestare alcun servizio supplementare.
    E questa lacuna del testo di legge, si è trasformata in un’opportunità politica per i pro-life, che ora sbandierano l’obiezione di coscienza come strumento per “salvare la vita” e la “tradizione della famiglia”. Molte\i giovani medici neolaureate\i scelgono così di diventare obiettrici\ori: sanno già che non faranno alcun lavoro “sporco” ma verranno pagati proprio come le\i loro colleghe\i che gli aborti, invece, li fanno ancora. In più, sanno di avere la carriera più facile, sottraendo tempo alle donne, infatti, ne hanno molto di più per le loro ricerche e attività private. Senza contare che, spesso, le\i giovani diventano obiettrici\ori per compiacere e accattivarsi il proprio superiore che magari è già obiettore.

    La situazione si presenta come illogica, le conseguenze materiali di tale illogicità possiamo misurarle sui nostri corpi di donne. Qualcosa va fatto, immediatamente.
    La LAIGA sottolinea l’urgenza della situazione e, in un rapporto stilato insieme alla IPPF (www.ippf.org, The International Planned Parenthood Federation), annuncia che tra poco più di 5 anni in Italia la 194 verrà completamente disapplicata a causa del dilagare dell’obiezione di coscienza.
    Per questo il mese scorso questa associazione aveva già scritto una lettera al ministro della Salute Balduzzi, chiedendogli di prendere posizione e di cercare una soluzione a proposito. Cosciente, a dir il vero giustamente, dei limiti culturali di un ministro che è in realtà un becero pro-life al governo, LAIGA non si ferma, e decide di portare il caso Italia all’attenzione del Consiglio d’Europa, nella fattispecie del suo “Comitato Europeo per i diritti sociali”. Quello della LAIGA è un vero e proprio ricorso, presentato insieme a IPPF, contro lo stato italiano, accusato di non garantire il diritto alla salute e all’autonomia delle donne. Dal loro comunicato si legge:

    “Nel regolare l’obiezione di coscienza degli operatori sanitari, l’articolo 9 non indica le misure concrete che gli ospedali e le regioni devono attuare per garantire un’adeguata presenza di personale non obiettore in tutte le strutture sanitarie pubbliche, in modo da assicurare l’accesso alla procedure per l’interruzione di gravidanza. Il numero insufficiente di medici non obiettori, soprattutto in alcune regioni, mina, il diritto delle donne alla salute e discrimina quelle che per motivi finanziari non possono recarsi in un’altra regione o in strutture private”.

    Chiaro che il governo italiano si è un tantino irritato. Ha perfino chiesto al Consiglio d’Europa di dichiarare inammissibile il ricorso dei LAIGA e IPPF.
    Per una volta, però, l’ Europa pare portarci buone notizie. Il ricorso è stato accolto.
    Intanto, non chiedeteci di aspettare. Non siamo mai state convinte che i diritti ce li garantissero i tribunali, neppure quelli europei. Certo che il Consiglio d’ Europa si pronunci contro l’obiezione di coscienza sarebbe sbalorditivo, soprattutto se ricordiamo che nel 2010 l’Europa aveva respinto la proposta della parlamentare MacCaffarty di limitare il ricorso a tale pratica discriminatoria.
    Forse, lo strumento normativo, da solo, non è sufficiente per ripristinare, per ampliare, il nostro diritto alla salute e all’autodeterminazione. Forse, l’azione giudiziaria di Ong come la LAIGA e IPPF andrebbe affiancata da lotte politiche trasversali e radicali.
    La scommessa è aprire il dibattito e cominciare a fare rete. L’augurio è che i collettivi di donne, le femministe, i centri sociali, le ONG, le associazioni, comincino a lottare in sinergia per vincere una battaglia specifica come quella contro l’obiezione di coscienza…ma anche per allargare la lotta in nome dell’autodeterminazione dei corpi!

    Articolo tratto da Server Donne 

  • Angela Balzano – “Così è se vi pare: movimento pro-life e violenza sulle donne”, Server Donne, novembre 2012

    di Angela Balzano

    Il documentario di Irene Dionisio Così è se vi pare verrà proiettato domenica 25 novembre a Radio Sherwood (Padova) e lunedì 26 in Santa Cristina (ore 20, lezione del corso in Etica e Politica negli studi di genere, aula b). Si tratta di un lavoro eccezionale e attualissimo di una giovane regista, realizzato in collaborazione con la consulta di bioetica laica di Torino. Così è se vi pare porta alla nostra attenzione la nuda realtà del movimento per la vita italiano, purtroppo oggi molto forte, su cui è importante dibattere proprio in concomitanza della giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

    Il Movimento per la Vita fu fondato nel 1975 a Firenze con lo scopo di contrastare l’aborto, all’epoca illegale e clandestino, e dare seguito, sul piano politico e sociale, alla dottrina morale della Chiesa Cattolica, così come esposta nell’Humanae Vitae, l’enciclica scritta da Papa Paolo VI nel 1967.

    Nel 1981 il MpV promosse il referendum per l’abrogazione della legge 194 che istituiva e regolamentava la facoltà di ricorrere all’interruzione di gravidanza, che però fu respinto dall’elettorato. Il Movimento per la Vita ha dunque optato per una strategia più accomodante, creando nel 1985 i Centri d’Aiuto alla Vita, che vorrebbero sostituirsi ai consultori, proponendo il ricorso ai soli metodi contraccettivi naturali e cercando di convincere le donne, tramite volantari e psicologi ma anche tramite aiuti materiali, a non abortire.

    Ecco, già da questi rapidi accenni alla sua storia si comprende che l’operato del movimento pro life consiste principalmente nel negare la libertà delle donne in nome del valore astratto-e contraddittorio- della vita in sè.

    Purtroppo, è recente la notizia di una donna morta perchè nel suo paese, l’Irlanda, l’aborto è considerato reato. Ma anche senza pensare a casi così gravi, casi che non dovrebbero mai verificarsi,l’antiabortismo appare sempre più come una forma di violenza. La sola cultura pro-life è violenta in diversi modi: lo è quando diffonde discorsi e abitudini che limitano la nostra autonomia in fatto di scelte riproduttive, quando manifesta fuori dagli ospedali pubblici esponendo croci giganti tempestate di feti, quando promuove referendum per abrogare la legge 194, quando appoggia l’obiezione di coscienza a questa stessa legge.

    Sarebbe forse opportuno definire la cultura pro-life violenta, per arginarla e contenerne i danni, specificando che la violenza che essa esercita è proprio quella sulle donne. Di fatto, la violenza sulle donne ha molti volti, e alcuni di questi volti somigliano proprio a quelli che si vedono durante il documentario.

    Il confine tra violenza psichica e fisica è qui molto labile: se all’inizio quella del movimento per la vita è violenza psicologica, che agisce a livello inconscio orientando le scelte delle donne, in un secondo momento questa violenza si traduce in materialità dei fatti, in gravidanze in realtà non desiderate, o in un allungamento dei tempi di richiesta\attesa dell’ivg etc etc…E ancora pensiamo alla materialità dell’ escalation di bombe e omicidi commessi da gruppi di patrioti pro-life e da fanatici della razza bianca nei passati decenni, dagli Stati Uniti all’Europa. Perchè si dà il caso che spesso gli attivisti pro-life siano veri e propri fondamentalisti, intrisi di cultura machista e sessista. Ora se questa non è violenza, ho perso il senso delle parole.

    O non dovremmo ritenere violento chi cerca di inculcarci le sue idee con ogni mezzo, anche l’imposizione legale o peggio ancora la negligenza medica, anche se il prezzo di queste idee è la nostra stessa salute, o la nostra vita?

    Se poi consideriamo che il mov per la vita non è un’ass. culturale marginale, ma una rete potente e molto finanziata, sia dal pubblico che dal privato, che da anni appoggia l’obiezione di coscienza dei ginecologi alla 194, la situazione peggiora solamente. Ogni qualvolta una donna soffre a causa di un diniego del personale medico obiettore io penso che si tratti di violenza sulle donne. Si dà il caso, infatti, che gli uomini non possano ancora abortire. Che tipo di violenza è allora quella esercitata su una donna che interrompe una gravidanza ma senza anestesia, perchè l’anestetista aderisce al movimento per la vita ed è obiettore? E la cosa peggiore è che a compiere tali violenze sulle donne possono essere anche altre donne, qualora aderiscano al modello del “paternalismo medico”, qualora si ritengano superiori e uniche conoscitrici della verità: la vita è il dono supremo, la vita è il bene, e tu sei solo ovuli e potenziale placenta, perchè d’altronde ogni donna è una mamma.

    Sentirete spesso queste affermazioni durante il documentario. Ogni donna è una mamma, ogni mamma ama il proprio bambino. Non è violenza anche questa? Il tipo di violenza che odia le differenze e si accanisce contro di esse: non esistono lesbiche e omosessuali per il movimento per la vita, esistono solo femmine e maschi in età fertile e riproduttiva_e se sei eterosessuale ma non vuoi partorire allora sei un’arrivista avida di successo e dedita ad ogni vizio di questi tempi corrotti.

    Ma è una forma di violenza anche il cancellarci dalla realtà , il non nominarci nel discorso.

    Che io sappia, ci sono sempre stati moralisti. E per essi, ci sono sempre stati tempi corrotti. Che la causa della corruzione siano donne, omosessuali e lesbiche è evidente no? Certo, come era evidente per quei tristi e ignoranti romani che i costumi dei greci fossero degeneri. Io non credo che la storia si ripeta uguale, perchè per fortuna ci sono ampi spazi per la nostra creatività, libertà. Ma una cosa mi sembra non sia cambiata tra i moralisti di ieri e quelli di oggi: essi non si limitano ad esprimere giudizi, ambiscono al potere, spingono i governi a varare leggi proibitive anche sugli aspetti più privati della vita. E poi certo, essi sono ipocriti. Ieri come oggi. Ipocriti come gli obiettori di coscienza che si rifiutano di applicare la 194 e poi richiedono l’ ivg per la propria compagna alle poche strutture rimaste ad esercitarla. Ipocriti come il mov pro life che vorrebbe tutelare la vita fin dal suo concepimento e poi si allea a governi guerrafondai e razzisti. Ipocriti, che hanno saputo scegliere un campo di battaglia dove l’ipocrisia può tanto, come la sessualità.

    Quello che distingue questo movimento dal cattolicesimo tout court e dalle prime riprese dell’evangelismo è la sua intensa attenzione per l’area delle politiche sessuali e dei valori familiari. Fronteggiando una crescente ondata di nuove richieste politiche provenienti da sinistra, dal femminismo ai diritti dei gay, i pro-life dal 1970 danno voce a una rinvigorita nostalgia – una nostalgia che viene dall’ossessione per il noto declino della famiglia bianca, riproduttiva, eterosessuale e maschilista. Le preoccupazioni del movimento per il diritto alla vita variano dall’opposizione alle pari opportunità e alle norme contro la violenza domestica fino al matrimonio gay. Ma se c’è un punto su cui si sono concentrate le energie del primo movimento questo è sicuramente rappresentato dal corpo delle donne.

    L’ossessione sembra essere quella di una paura atavica: può il corpo di una donna singola essere più potente della vita in sè? Ebbene si, cari pro-life, cari obiettori, moralisti arroganti e ipocriti di tutti i tempi, si la mia singolarità – la materialità della mia carne e dei miei desideri qui ed ora- supera in importanza e in potenza il vostro astratto concetto di vita. L’autoderminazione è l’unico criterio dirimente. Non ci sono giudizi, mezze soluzioni. Siamo noi a decidere se essere lesbiche, madri, single e mai incinte per scelta. In ogni caso, la violenza non bisogna mai subirla in silenzio. Spesso chi ci usa violenza lo fa proprio in virtù della sua arroganza, ci crede deboli, vittime incapaci di reagire. Spesso, trovarsi di fronte una soggettività autonoma, capace di reagire con altrettanto impeto, provoca forti scompensi nel soggetto violento.

    Il movimento per la vita ci crede donne impaurite e sprovviste, magari ignoranti e poco informate. Non è così, e dovrebbe risultarci insopportabile tollerare oltre questa situazione. La verità semmai è che siamo potenti, intelligenti, preparate e consapevoli, ma siamo spesso isolate, abbiamo poco tempo, poche risorse per fare rete. Proviamo a immaginare, però, l’impatto che potrebbe avere una rete pro-choice, le possibiltà che la rete ci dà di far sentire di più la nostra voce, di far valere i nostri diritti. Immaginiamo di mettere all’angolo chi vuole controllare i nostri corpi, immaginiamo di ribaltare lo schema, organizziamoci, tessiamo lotte comuni, ma diciamolo chiaramente:fuori i pro-life dal parlmamento, fuori gli obiettori da ospedali e consultori…In alto la nostra autoderminazione!

    Articolo tratto da Server Donne

  • Oriella Savoldi – “Rio+20: un senso di vertigine”, Diotima, autunno 2012

    di Oriella Savoldi

    I potenti del mondo con i tanti paragrafi da loro condivisi nel documento finale hanno consegnato al mondo una  lunga serie di considerazioni, buoni propositi,  prese d’atto, dichiarazioni di intenti, incoraggiamenti e inviti. Si sono svelati deboli e smascherati e non  “ci hanno salvati”.
    Hanno dichiarato tutta la loro comprensione per i problemi aperti e urgenti; con le loro parole scritte nero su bianco si sono incoraggiati e si sono promessi di prendere decisioni nel prossimo  futuro, entro il 2014,  per attuarle dal 2015.
    Per sostenersi,  hanno rilanciato principi ripresi dalle conclusioni del primo Summit della Terra, di vent’anni fa,  e impegni scaturiti da incontri successivi; principi ed impegni importanti e condivisibili, sebbene il fatto che li hanno riconfermati evidenzi la persistente mancata attuazione.
    E’ per questo che nella lettura dei paragrafi del documento finale si può provare un senso di vertigine.

    L’azzeramento di venti anni e nello stesso tempo un uso del linguaggio che appartiene al senso comune diffuso nel tessuto sociale di come dovrebbero andare le cose nel mondo, ma che, i capi di stato, di Governo e i rappresentanti di alto livello, anche a Rio hanno disatteso, investendo i governi nazionali di decisioni future; ovvero investendo su loro stessi.  Con il tentativo di camuffarsi dietro paragrafi in cui risuonano il sapere e le necessità marcate dalla società civile, la loro debolezza in realtà si è resa più evidente.
    Nel testo licenziato risuonano infatti le esortazioni della comunità scientifica, le riflessioni e le proposte espresse dalla società civile, dalle tante organizzazioni sindacali che in concomitanza con la Conferenza hanno discusso in una Assemblea durata tre giorni, elaborando esperienze e necessità vive e urgenti nel mondo del lavoro, per consegnarle ai negoziatori.

    Tutte queste realtà possono “riconoscersi” nella Dichiarazione finale, salvo constatare che i negoziatori non hanno nemmeno provato ad assumere decisioni e ad adottare azioni conseguenti.
    Molti sono stati i giudizi negativi che hanno accolto quest’esito. Sharan Burrow, segretaria della Confederazione internazionale dei sindacati ha cosi stigmatizzato il documento:

    “Il movimento sindacale mondiale è seriamente contrariato dalla Dichiarazione finale del vertice RIO+20, una dichiarazione che manca delle misure concrete necessarie ora per porre fine all’insensata distruzione dell`ambiente, guidare investimenti nell’economia verde per creare posti di lavoro e ridurre l´allarmante crescita nelle diseguaglianze con la garanzia della protezione sociale per le persone più vulnerabili. Le parole non sono sufficienti. Un processo delle Nazioni Unite senza obiettivi definiti, senza una programmazione dei tempi e senza una reale inclusione dei sindacati e della società civile non fa nulla per alleviare l’ansia delle persone che soffrono per la disoccupazione, la povertà o per le distruzioni ambientali delle loro terre e delle loro possibilità di autosufficienza”.
    Il suo giudizio è abbastanza simile a tanti altri venuti dall’arcipelago della società civile e per molti aspetti risulta quasi “dovuto” per la cronaca. Ha un tono sicuramente diverso da quello da lei usato in conclusione dell’Assemblea sindacale dei giorni precedenti, quando ha espresso soddisfazione per i passi in  avanti raggiunti nel dibattito sindacale. Un dibattito duro, come lo è la realtà del lavoro in tanti Paesi in cui non ci sono o vengono messe in discussione le sue condizioni materiali e simboliche, ed insieme le  libertà sindacali conquistate in precedenza. 

    L’esito negativo di questi negoziati nel processo avviato dall’Onu vent’anni fa, tuttavia era prevedibile al punto tale che il loro andamento non ha mai distolto l’attenzione dei partecipanti della società civile alla Cupùla dos Povos, impegnati nelle molteplici iniziative di confronto e discussione a qualche chilometro di distanza dalla sede della Conferenza.

    Qui, praticamente sulla spiaggia di  Aterro nella splendida cornice di una delle baie di Rio di Janeiro, la Baia di Flamengo, quasi a sfidare le due piattaforme della tanto contestata Petrobrass, compagnia petrolifera brasiliana, le diverse realtà ed esperienze sono emerse dai racconti e accolte da una attenzione palpabile e ordinata.
    Mi ha colpito il silenzio di migliaia di persone sedute sul prato, nell’ultima assemblea plenaria, in ascolto dell’esposizione a più voci delle riflessioni maturate nelle cinque riunioni preparatorie durate più giorni.

    In queste ultime, durante il loro svolgimento,  era naturale osservare file di persone, più donne che uomini, delle più diverse provenienze,  in fila, in paziente attesa a lato delle platee per prendere la parola e dire la loro.
    Nei tanti interventi che ho potuto ascoltare, la realtà delle singole vite, delle situazioni locali era così presente da restituire l’immagine del mondo, quasi fosse stata un enorme puzzle di pezzi prima sparsi e poi abilmente ricomposti.  Molte le voci femminili, appassionate e coinvolgenti, attese e molto ascoltate.
    Come avevo già potuto notare nella tre giorni di assemblea sindacale,  quasi a guidare interventi e partecipazione fosse la  consapevolezza di un destino tutto nelle proprie mani,  non ha prevalso alcun tono rivendicativo. Imperativa è stata la necessità di scambiare esperienze e  informazioni, promuovere incontri e allacciare contatti, costruire alleanze, con l’intento palese di trasformare il sapere e la forza guadagnata in contributi ed iniziative  da giocarsi a livello locale. Solo qui, ognuno, ognuna facendo leva sulla rete di rapporti esistenti, trasversali ai luoghi, agli stessi Paesi, avrebbe potuto modificare la situazione esistente a partire dal rapporto con la propria vita, singola e collettiva.

    Non ai negoziatori si sono rivolti le partecipanti e i partecipanti del Summit dei Popoli; si sono limitati a consegnare le loro riflessioni soltanto l’ultimo giorno al Segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, più per rendere esplicito l’impegno ripromessosi a Rio, a valere per i giorni che sarebbero venuti.
    Sono le politiche sovranazionali delle multinazionali insieme agli accordi di libero scambio fra Paesi, che tanto liberi negli squilibri mondiali non sono, le realtà più contestate. Che la “green economy” sia il nuovo vestito con cui si presentano  le multinazionali è svelato. Dalle aree più povere del mondo è venuta la richiesta di mettere  al bando questa espressione, sostituendola con economia solidale verde, per significare realmente la necessità di una economia a sostegno della vita degli esseri umani e per la salvaguardia dell’ambiente che ci ospita. “Un nuovo mondo -è stato detto a più voci – non è solo possibile; è necessario”! Una convinzione alimentata dall’esplicita ammirazione riservata alla condanna di Stephan Schmidheiny e  Louis De Cartier, titolari dell’ Eternit, multinazionale dell’amianto, emessa da quello che in una città di quindici milioni di abitanti come Rio, è risultato essere un remoto tribunale di una piccola città industriale. Questo fatto insieme all’esito dei Referendum sull’acqua e sul nucleare, fa discutere e capita,  quando riconosciuti di provenienza italiana, appaiano degni di essere interrogati per capire quali politiche hanno reso possibili questi fatti.
    Rio+20 è stato anche questo;  ai capi di Stato, di Governo e ai rappresentanti di alto livello resti in capo la pesante responsabilità  della delusione provocata e dei danni che possono derivare dalle mancate decisioni. Per le tante donne e i tanti uomini, che si sono dati convegno mossi da passione politica,  vale  il guadagno di forza che è venuto nell’incontro,   un bagaglio che ciascuna, ciascuno può spendere in prima persona ovunque si trova, per la vita, per amore della terra.

     

    *Oriella Savoldi è attualmente responsabile del Dipartimento Ambiente e Territorio della CGIL Nazionale.

     

    Articolo comparso su Diotima, autunno 2012

  • UDIcheSIAMO – Corpo fertile e corpo sessuato

    “Generare è un evento complesso anche per le sue molteplici angolazioni: tocca direttamente la salute delle donne, il loro corpo, lo spazio che esse devono fare nella propria vita a chi nasce. Il punto politico oggi è come gestire il passaggio dal soggetto di tutela che siamo state alle donne libere che possiamo essere”.
    Dall’altra parte 
    “la libertà che abbiamo ereditato spesso ci porta a percepire il nostro corpo in modo ambiguo: a volte lo sentiamo potente perché pensiamo di poter scegliere cosa è meglio per noi senza pensare all’orologio biologico, a volte traditore perché violabile, perché diverso e quindi comunque soggetto ad un orologio biologico”.

    Alcuni articoli curati da UDIcheSIAMO su corpo fertile e corpo sessuato.