• LIBERE DI DECIDERE SUI NOSTRI CORPI. Per un pieno diritto alla salute

    LIBERE DI DECIDERE SUI NOSTRI CORPI. Per un pieno diritto alla salute

    Consideriamo la salute come benessere psichico, fisico, sessuale e sociale e come espressione della libertà di autodeterminazione. La salute non è dunque rappresentata dalla semplice assenza di malattia e infermità. Nell’affrontare il tema della salute a partire da queste premesse, è per noi necessario rimettere al centro i corpi e i desideri, i bisogni e le condizioni materiali d’esistenza. Inoltre vogliamo valorizzare il piacere come cardine della salute sessuale. La salute sessuale deve perciò essere slegata dalla sola dimensione riproduttiva e medica; in quest’ottica riconosciamo la violenza istituzionalizzata che agisce sui corpi e le soggettività considerate “fuori dalla norma”, attraverso processi di patologizzazione e medicalizzazione forzata.
    Denunciamo pertanto la pratica della rettificazione neonatale dei genitali per le persone intersex1 come una violenza e ne esigiamo l’abolizione, anche in un’ottica di superamento del binarismo di genere. La rettificazione neonatale avviene tramite un processo di operazioni chirurgiche e di pratiche mediche e farmacologiche messe in atto sui corpi di neonat@ e bambin@ intersex¹ per modificare i loro organi genitali (interni ed esterni) e renderli conformi alla norma. Queste operazioni avvengono senza il consenso delle persone interessate e hanno conseguenze molto gravi per la loro salute sessuale e riproduttiva, oltre che psicologica.
    Altrettanto, le procedure e il trattamento dei percorsi di transizione devono essere ridefiniti fuori da ogni logica patologizzante: non dovrebbe essere necessario, infatti, sottostare a una diagnosi psichiatrica di disforia di genere per poter accedere ai percorsi di transizione, né doversi sottoporre a operazioni chirurgiche genitali per modificare i propri documenti. Allo stesso tempo, deve essere garantito l’accesso alle terapie ormonali, al sostegno e alle cure per le persone trans in maniera totalmente gratuita.
    Il diritto alla salute, anche sessuale e riproduttiva, deve essere garantito pure in carcere, in luoghi di internamento e in tutte le condizioni di autonomia limitata. Questo significa, inoltre, che vanno garantite condizioni di dignità e l’accesso alle cure ormonali alle persone transessuali in ogni struttura limitativa della libertà personale.
    Rivendichiamo il benessere dei nostri corpi e l’autodeterminazione degli spazi che attraversiamo contro i concetti dominanti di sicurezza e decoro. È necessario cominciare a costruire un territorio in cui le donne e tutte le soggettività possano vivere a partire dai propri desideri e dalla propria libertà.
    Riteniamo inoltre che l’accesso ai servizi sociosanitari debba avere carattere universalistico: in questo senso crediamo che non sia più rimandabile un cambiamento dei servizi stessi, per raggiungere una piena inclusione di tutte le soggettività e non solo quelle bianche, giovani, abili, eterosessuali e native. Vogliamo, perciò, un accesso incondizionato al diritto alla salute e al welfare.
    In particolare, si pone l’urgenza di svincolare l’accesso alla copertura sanitaria dall’obbligo di residenza per le e i migranti senza documenti e di superare il limite dei tre mesi di presenza certificata sul territorio per accedere ai servizi sanitari.
    Pretendiamo che sia garantita la mediazione culturale e la traduzione in tutti i presidi sanitari, nei servizi sociali e nei rapporti con la pubblica amministrazione. Chiediamo l’introduzione in ogni presidio sanitario di figure di mediazione, che provengano da percorsi laici e femministi, volte al riconoscimento della violenza di genere nelle diverse forme in cui si manifesta. La mediazione deve avere il compito di contrastare ogni forma di infantilizzazione dell’utenza dei servizi assistenziali, dando spazio ai diversi modi in cui l’autodeterminazione prende forma e si realizza.
    Inoltre la salute sessuale e riproduttiva deve essere garantita anche per i e le sex workers, a cui devono essere forniti strumenti di informazione, di prevenzione e di cura che sappiano tutelarne l’autodeterminazione e la libertà di scelta.
    Leggiamo il rapporto tra diritto alla salute e autodeterminazione nel quadro di un progressivo smantellamento del sistema del welfare, di aziendalizzazione, privatizzazione e precarizzazione della sanità pubblica. Mettere in luce la relazione tra condizioni di lavoro delle operatrici e degli operatori e il benessere delle persone che accedono ai servizi è un passo necessario per risignificare il rapporto tra i soggetti coinvolti. L’autodeterminazione si afferma attraverso la riappropriazione e la condivisione di saperi e risorse su cui si fondano il potere medico e l’asimmetria tra persone in cura e personale specializzato, con l’intento dunque di abbattere le barriere che dividono queste due figure.
    È necessario aprire terreni di conflitto sul sapere biomedico e sulle sue modalità di trasmissione alla luce dei saperi transfemministi, riconoscendo che ogni persona in cura è portatrice di un sapere, a partire da sé. A partire dal principio di autodeterminazione, contrastiamo il monopolio dei saperi e rompiamo l’asimmetria tra persone che erogano e persone che usufruiscono dei servizi sanitari.

    Molto più di 194
    In Italia su 94 ospedali con un reparto di ostetricia e ginecologia, solo 62 effettuano interruzioni volontarie di gravidanza; cioè solo il 65,5% del totale. L’obiezione di coscienza nel servizio sanitario nazionale è illegittima perché lede il diritto all’autodeterminazione delle donne, per questo vogliamo il pieno accesso a tutte le tecniche abortive (chirurgiche e farmacologiche) per tutte le donne (native e migranti) che ne fanno richiesta. A partire dalla priorità dell’autodeterminazione delle donne, vogliamo promuovere la de-ospedalizzazione dell’aborto attraverso l’incremento della somministrazione delle pillole abortive. Devono essere modificati e armonizzati a livello nazionale i protocolli di somministrazione: deve essere possibile accedere all’aborto farmacologico² fino a 63 giorni, senza ospedalizzazione, e attraverso una somministrazione che venga fatta anche dal personale ostetrico all’interno dei consultori.
    Rivendichiamo l’abolizione delle sanzioni amministrative per le donne che ricorrono ad aborto autoprocurato fuori dai termini di legge, perché costituiscono un deterrente al ricorso a cure mediche in caso di complicazioni, andando dunque a minare la salute e il benessere delle stesse.
    Il diritto all’autodeterminazione va garantito anche in caso di una scelta non riproduttiva irreversibile, come ad esempio la chiusura delle tube o la vasectomia.

    Contro la violenza ostetrica
    Negli ultimi quattordici anni, circa un milione di donne italiane (il 21%) ha dichiarato di aver vissuto esperienze di violenza ostetrica durante il travaglio o il parto.
    Per violenza ostetrica si intende l’espropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del sistema sanitario. Questa violenza si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi fisiologici e mina l’autonomia e la capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita delle donne. Esempi di violenza ostetrica sono la derisione che molte donne subiscono in sala parto o il giudizio in caso di aborto, l’imposizione della posizione supina per partorire, il taglio del perineo anche se non necessario, l’induzione al parto senza consenso. Anche l’insistenza sul parto ‘naturale’, senza epidurale, è da considerarsi una violenza ostetrica.
    La violenza ostetrica deve essere riconosciuta, anche a livello giuridico, come una delle forme di violenza contro le donne che riguarda la salute riproduttiva e sessuale.
    La libertà di scelta delle donne va garantita attraverso la promozione della cultura della fisiologia della gravidanza, del parto, del puerperio e dell’allattamento. Inoltre, i dati statistici su indicatori di violenza ostetrica vanno rilevati e pubblicati. Per garantire una piena autodeterminazione anche durante la gravidanza e il parto, vogliamo l’apertura di case maternità³ pubbliche e gestite dal personale ostetrico, nonché il rimborso per il parto in casa riconosciuto dal Sistema Sanitario Nazionale.

    Contro le logiche securitarie nei presidi sanitari
    Per scongiurare la medicalizzazione e l’istituzionalizzazione degli interventi a favore delle donne che subiscono violenza pretendiamo che nell’elaborazione di qualsiasi iniziativa di contrasto a quest’ultima vengano coinvolti attivamente i CAV laici e femministi. Riteniamo infatti inadeguati e dannosi interventi di stampo esclusivamente assistenziale, emergenziale e repressivo, che non tengono conto dell’analisi femminista della violenza come fenomeno strutturale.
    Per questo esprimiamo contrarietà al cosiddetto “Codice Rosa” (codice di accesso al Pronto Soccorso riservato alle donne che subiscono violenza, coordinato da Procura, Regione e Azienda Sanitaria), e ne chiediamo la totale riorganizzazione al di fuori delle logiche securitarie che impongono percorsi obbligati, lesivi dell’autonomia e della libertà di scelta delle donne.

    Consultori e consultorie
    I consultori vanno risignificati come spazi politici, culturali e sociali oltre che come servizi socio-sanitari, valorizzando la loro storia di luoghi delle donne per le donne. Questa ri-politicizzazione va agita attraverso forme di riappropriazione e autogestione del servizio che ne garantiscano l’apertura all’attraversamento di corpi differenti per età, cultura, provenienza, desideri, abilità e che promuovano il riconoscimento dei saperi transfemministi, prodotti e incarnati dai soggetti.
    Promuoviamo la riqualificazione dei consultori pubblici attraverso l’assunzione di personale stabile con differenti competenze e professionalità, in numero tale da garantire la presenza di équipe multidisciplinari complete in ciascun consultorio. Chiediamo il potenziamento e il rifinanziamento della rete nazionale dei consultori nel rispetto del rapporto tra numero di consultori e numero di abitanti sul territorio urbano ed extraurbano, e che sia garantita l’apertura dei consultori in diverse fasce orarie per permettere l’accesso a più persone possibili.
    I consultori pubblici devono assolvere al compito di garantire l’accesso alla contraccezione gratuita; all’informazione e alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, garantendo test e screening gratuiti e inclusivi per tutte le soggettività; promuovendo una condivisione di saperi anche in relazione alle pratiche non riproduttive. Inoltre i consultori devono garantire servizi per le donne in menopausa, che evitino di patologizzarle e non trascurino il piacere sessuale.
    A tal proposito riteniamo fondamentale che i consultori tornino a svolgere corsi di educazione sessuale ed educazione all’affettività – scomparsi con la riforma Moratti – in tutte le scuole di ogni ordine e grado, per restituire attenzione al corpo sessuato e per contrastare la costruzione di rapporti di potere e discriminazioni eteronormate.
    Crediamo sia importante incoraggiare l’apertura di nuove e sempre più numerose consultorie4 femministe e transfemministe, intese come spazi di sperimentazione, autoinchiesta, mutualismo e ridefinizione del welfare, al fine di ripensare e ricostruire processi di circolarità tra nuove esperienze di autogestione e forme di riappropriazione dei servizi; luoghi in cui elaborare strategie di intervento collettivo rispetto all’autodeterminazione di tutt@, alla violenza di genere e dei generi, alla salute e al piacere sessuale.

    Note:

    1 Termine “ombrello” usato per descrivere persone che hanno caratteristiche sessuali che non rientrano pienamente nelle definizioni di maschile o di femminile. Il sesso biologico delle persone intersex viene considerato incerto a causa di variazioni che possono riguardare i cromosomi, le gonadi, gli ormoni, i genitali o i caratteri sessuali secondari (seno, peli, etc.). Nonostante queste variazioni generalmente non minaccino la salute fisica (solo in certe circostanze ci sono correlati problemi di salute), spesso le persone intersex subiscono, fin dalla nascita o nel corso del tempo, interventi chirurgici e una pesante medicalizzazione finalizzati a rendere i loro corpi conformi ai codici della mascolinità o femminilità e ad assegnare loro a uno dei due sessi. Secondo alcune stime, tra l’1% e il 4% della popolazione nasce con tratti intersessuati.

    2 L’aborto farmacologico si ottiene con la combinazione di due pillole, quella abortiva RU486 che blocca la gravidanza e una seconda pillola che aiuta l’espulsione degli ultimi tessuti che si sviluppano nel corso della gravidanza. L’intero processo dura circa una settimana/nove giorni dopo i quali si torna lentamente alla normalità del ciclo. L’aborto farmacologico funziona con una percentuale tra il 92 e il 99 per cento. In Italia può essere praticato fino al 49esimo giorno di gravidanza (mentre nel resto d’Europa è consentito fino al 63esimo) e la somministrazione avviene in ospedale, solitamente con un ricovero di tre giorni. L’aborto farmacologico non va confuso con le pillole del giorno dopo e dei 5 giorni dopo che sono anticoncezionali di emergenza e non farmaci abortivi.

    3 Strutture extra-ospedaliere per l’assistenza alla gravidanza, al parto e al puerperio fisiologici. Le case maternità hanno la struttura di una casa e sono interamente gestite dalle ostetriche per garantire non solo una continuità assistenziale, ma anche per offrire possibilità di incontro e di formazione, sia alle ostetriche che alle donne e alle famiglie.

    4 Le consultorie sono luoghi dell’autodeterminazione e della scelta libera e consapevole su salute, corpi e sessualità. Nati dalla rielaborazione in chiave transfemminista dell’esperienza dei consultori degli anni Settanta, non vogliono essere un presidio sanitario o un semplice servizio, ma un luogo di autorganizzazione e riappropriazione di sé a partire dalla conoscenza del proprio corpo, dalla condivisione dei saperi. Quindi luoghi in cui socializzare pratiche diffuse sul consenso e sulla condivisione di responsabilità rispetto alla violenza maschile e alle molestie, e dove discutere in modo orizzontale di sesso, di emozioni, delle relazioni fra i generi e praticare il diritto alla trasformazione personale e politica.

  • Materiali dell’incontro nazionale LA VITA SIAMO NOI

    Il 21 gennaio 2012, promosso dall’Assemblea permanente delle donne contro la proposta di legge Tarzia, si è svolto alla Casa Internazionale delle Donne di Roma ‘LA VITA SIAMO NOI‘, un incontro nazionale dedicato a riaprire il discorso pubblico sui corpi e il dibattito su consultori, salute e diritti, partendo dalla ridefinizione del concetto di autodeterminazione. Hanno preso parte alla giornata singole donne, associazioni, operatrici di consultori e ginecologhe. Le organizzatrici dell’incontro a margine dell’incontro hanno dichiarato che il prossimo passo sarà quello di partire “a Roma con la raccolta firme per la pillola del giorno dopo come farmaco da banco e che proporremo a livello nazionale di ripartire con una campagna contro i medici obiettori, è stata questa la proposta praticamente unanime – con delle varianti – che veniva fuori da tutte le realtà”.

    Di seguito riportiamo i tre documenti emersi dalla discussione dei tre gruppi di lavoro che si sono formati nel corso della giornata attorno ai temi: corpo, diritti, servizi.

    Gruppo di lavoro sul CORPO

    Gruppo di lavoro sui DIRITTI

    Gruppo di lavoro sui SERVIZI

     

  • Verso un’altra cultura dei corpi. Contributo al XV Congresso Udi, ottobre 2011

    Contributo al XV Congresso Udi, ottobre 2011

    Angela Lamboglia, Claudia Bruno

    Una premessa

    Muovendoci sul terreno della sessualità e della salute delle donne, ci piacerebbe riuscire a tenere insieme due dimensioni: una è quella dei diritti e dell’autodeterminazione, quindi ciò che riguarda l’informazione sulla contraccezione, l’accesso all’aborto, farmacologico o chirurgico, ma non solo; l’altra è quella della costruzione dell’immaginario, della conoscenza del proprio corpo e della libertà

    del desiderio.
    I due piani non possono essere scollegati. Ci siamo rese conto, lavorando sulla sessualità per gli ultimi due numeri di DWF usciti quest’anno, Questo sesso che non è il sesso 1 e 2, che le conquiste sul piano dei diritti si svuotano di reale libertà se slegate dai percorsi politici che le hanno rese possibili e se non sono rivitalizzate da un lavoro politico nel presente.
    Laura e Ileana stanno già lavorando sul primo fronte, noi ci limitiamo a mettere in comune i dati dell’ultima relazione sullo stato di attuazione della legge 194/1978 elaborata dal Ministero della Salute, da cui ricaviamo alcune indicazioni rispetto alle questioni su cui è più urgente lavorare.
    I dati provvisori relativi al 2010 segnalano una costante diminuzione delle interruzioni di gravidanza, con un decremento del 2.7% rispetto al 2009 e un decremento del 50.9% rispetto al 1982. Si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri Paesi dell’Europa occidentale, mentre è andato crescendo il contributo all’IVG da parte delle donne con cittadinanza estera.

    Questo è un primo punto. Di quali strumenti e di quali conoscenze dispongono le donne immigrate a quali servizi si rivolgono, quali ostacoli incontrano?

    Quante strutture favoriscono l’accesso delle donne migranti, anche quando non in possesso di regolare permesso di soggiorno?

    Quanto siano decisive la sensibilità e la formazione delle operatrici si intuisce bene dal lavoro di Doriana e Lucrezia ed è emerso anche nel primo numero di DWF in relazione all’evoluzione dei consultori.

    A questo proposito, la relazione del ministero ci dice che il ricorso alConsultorio Familiare per la documentazione/certificazione, specialmente al Sud e nelle Isole, risulta sempre basso, anche se in aumento, in gran parte per il maggior ricorso ad esso da parte delle donne straniere.

    E’ un dato che corrisponde a quanto sperimentiamo nelle nostre vite – molte di noi non si rivolgono al consultorio, ma a ginecologhe private – e al racconto delle stesse operatrici che nell’intervento su DWF lamentano la riduzione di queste strutture da percorsi di presa di coscienza a meri servizi e delle donne coinvolte in, rispettivamente, mere esecutrici e mere fruitrici di quei servizi.

    Gerarchie, burocratizzazione, carenza di risorse spiegano in parte questo deperimento della funzione originaria dei consultori. La loro debolezza, però, ha anche a che fare con un processo più ampio di atomizzazione e isolamento per cui i consultori non sono integrati nel tessuto territoriale e sociale e finiscono per essere per le donne luoghi cui ricorrere solo in casi di emergenza. Questo ha un’importanza decisiva rispetto alla questione di come tradurre le esperienze di ciascuna da faccende private in vicende socializzabili con le altre e di come riportare la concretezza dei corpi al centro dei nostri discorsi e delle pratiche sulla e della sessualità.
    Da ultimo, tornando, e concludendo così questa premessa, sui dati del ministero, nel 2009 si registra una stabilizzazione generale dell’obiezione di coscienza tra i ginecologi e gli anestesisti, dopo un notevole aumento negli ultimi anni. Siamo comunque a livello nazionale, per i ginecologi, a oltre il 70.7%; per gli anestesisti al 51.7%. Per il personale non medico si è osservato un ulteriore incremento, fino al 44.4% nel 2009. Percentuali superiori all’80% tra i ginecologi si osservano principalmente al Sud.

    E questo è il terzo punto. Come esigere che l’obiezione di coscienza non ostacoli il rispetto della legge e come vincolare le strutture a garantire le prestazioni?

    L’esperienza con DWF: Questo sesso che non è il sesso 1 e 2

    Al centro dei due numeri sulla sessualità che abbiamo curato abbiamo posto soprattutto gli aspetti relativi alla costruzione dell’immaginario, conoscenza del proprio corpo e trasmissione dei saperi sul corpo, medicalizzazione e libertà del desiderio.

    Ci siamo rese conto di come convivano dinamiche contraddittorie. Da una parte c’è una sensazione di libertà diffusa, accesso relativamente semplice alla contraccezione, rapporti di dialogo con i/le partner; dall’altra donne più o meno giovani rivelano di avere una conoscenza superficiale del proprio corpo, di non avere occasioni di confronto con altre sulle proprie esperienze, tra coetanee ma anche con donne di generazioni precedenti e in famiglia.

    Noi stesse siamo arrivate ad interrogarci sulla sessualità consapevoli del fatto che si tratta di una dimensione che va sotto silenzio nelle nostre vite, nonostante la pratica politica tra donne.

    L’impressione è che ci sia una parola femminile sulla sessualità andata sotto traccia, forse abbandonata troppo presto dal femminismo, un po’ per l’attenzione crescente verso la politica del simbolico, un po’ per uno schiacciamento sui temi di cui sopra, quelli connessi alla salute, alla medicalizzazione, alla maternità e all’aborto.

    Eppure, ci sembra, senza un confronto vivo che passi per conoscenze, esperienze, saperi del corpo, non è solo la possibilità di riconoscere la reale libertà del nostro desiderio che viene a mancare, ma anche la possibilità di un confronto attivo con le tematiche della salute.

    Il nostro desiderio: da corpi medicalizzati a corpi abitati

    La cultura diffusa sui corpi è una cultura altamente tecnicistica e meccanicistica che tende a separare e dividere – corpo e mente, parti del corpo da altre parti del corpo, paziente da medico, dolore da piacere, prevenzione da cura, casa da ospedale, vita da morte, benessere da malattia, saperi autorevoli da tradizioni popolari – e soprattutto che non tiene conto della dimensione sessuata dei corpi.

    Dall’esperienza di quali corpi viene questa cultura? Ci chiediamo.

    Tra noi, Claudia ha lavorato sul concetto di medicalizzazione a partire anche dal confronto con altre sull’esperienza mestruale, rintracciando sotto pratiche date per scontate – in primis il ricorso alla pillola per la regolarizzazione e per sopportare i dolori del ciclo mestruale – il rapporto che ciascuna intrattiene con il proprio corpo, le esperienze di straniamento dal corpo che alcune hanno sperimentato con l’uso prolungato della pillola, i rischi di delega – al farmaco, come ai medici – e di adeguamento ad un modello di disponibilità permanente, al sesso maschile, ma anche al sistema della produttività a tutti i costi.

    Che ne è stato della portata del movimento della salute delle donne? Ci chiediamo poi.

    Dal tempo in cui le donne individuavano una gravidanza in base alla percezione di un “movimento sotto al cuore” a quello dei test e delle ecografie ad ultrasuoni, sono successe un sacco di cose. Ma dopo l’espropriazione dei saperi sul corpo da parte dell’apparato medico-scientifico, c’è stato anche un forte e potente lavoro politico praticato dalle donne per la salute delle donne. Un lavoro che è stato molto proficuo anche in Italia negli anni ‘70, come racconta bene Luciana Percovich, e che è stato complesso e variegato. Dai gruppi di self helpricalcati sul modello americano, ai consultori autogestiti, agli incontri di autocoscienza.

    Quello per la salute delle donne è stato un vero e proprio movimento che ha lavorato sodo per scardinare i capisaldi dell’immaginario promosso dal discorso medico-scientifico patriarcale sui corpi. Dopo però, si è interrotto qualcosa. Il discorso delle donne impegnate sui temi della salute si è spostato dai corpi alla scienza, dalla pratica in presenza all’accademia, con la critica della neutralità e dell’oggettività scientifica e la scoperta della parzialità come valore irrinunciabile, l’esperienza dei corpi in relazione tra donne ha subìto una battuta d’arresto.

    Come ci hanno raccontato in DWF anche le attiviste dell’Assemblea delle Donne Roma Nord, da luoghi di partecipazione e trasmissione di un sapere sui corpi delle donne, i consultori sono diventati parte integrante dell’istituzione medica e della sua cultura gerarchica e neutra, per di più marginalizzati all’interno di questa come luoghi a cui ricorrere solo in casi di “emergenza”. Ci chiediamo in che modo questo sia potuto accadere.

    Più in generale ci sembra che la parola femminista sulla sessualità abbia avuto un andamento carsico.

    L’intermittenza nella trasmissione, affidata a rapporti di prossimità troppo spesso frutto di incontri fortuiti, si traducono in difficoltà di ricavare una consapevolezza piena di quanto le donne hanno compreso e condiviso sulla sessualità, da cui discendono esperienze solitarie – di confronto col corpo, con i suoi fluidi, con la sua fertilità, con la masturbazione, con le aspettative sociali e i modelli normativi – e strade di ritrovamento di sé che non comunicano con quelle delle altre.

    L’urgenza per noi è quindi prima di tutto riprendere parola sulla sessualità, a cominciare dalla materialità delle nostre esperienze, rimettere al centro non solo contraccezione, maternità, aborto, ma i nostri corpi nella loro interezza, la possibilità di saperli abitare e non di subirli come un fardello, restituendo alla sessualità da una parte il senso di “dimensione erotica ed erotizzante” che va oltre il rapporto sessuale perché ci inserisce nello scenario delle relazioni e del nostro stare al mondo; dall’altra lo spazio per la “cura di sé” come nuova e più estesa istanza di autodeterminazione.

    Come si fa allora a tenere fede a quell’impegno di stare a delle pratiche che riaprano la discussione sull’esperienza concreta lasciando anche spazio a nuovi scenari possibili, non più appiattiti su discorsi e modelli normativi, ma ancorati al reale, e insieme a lavorare sul piano dei diritti?

    Proposta: estendere il concetto di autodeterminazione a un’altra cultura dei corpi

    La proposta è di lavorare sulla riappropriazione dei saperi e delle pratiche sui corpi a più livelli, con l’obiettivo di promuovere una cultura dei corpi che non separa ma ‘tiene in relazione’ (le parti del corpo, il piacere e il dolore, la mente e il corpo, la prevenzione e la cura di sé, l’esperienza di una da quella di un’altra, ecc.) consentendo quindi ad ogni donna, e mai da sola, di vivere il proprio corpo come soggetto attivo e non come destino da subire.

    Il primo passo necessario ci sembra quello di ricostruire – attraverso quello che è stato detto, pensato ed esperito dalle donne – una critica al sistema sanitario e medico e alla cultura dei corpi che diffonde e autorizza, a tutti i suoi livelli (visita ginecologica, prevenzione, mestruazioni, contraccezione, aborto, comunicazione dei rischi, gravidanza, parto, cesarei, allattamento artificiale, menopausa).

    C’è un’immagine che forse più di altre incarna il passaggio, nell’immaginario collettivo, alla cultura medicalizzata dei corpi, ed è il ritratto di una donna distesa sul lettino che con la testa girata e protesa verso il monitor apprende l’interno del suo utero dall’esterno. Sdraiata, in posizione passiva, la protagonista dell’immagine in questione mette a tacere, e diventa sorda rispetto a, il suo sapere il corpo. L’unica autorità riconosciuta, e quindi esistente, è quella che fa capo a un sapere situato fuori di sé e mediato dalla tecnica. Da questa immagine di delega vogliamo ripartire per rompere e sovvertire l’ordine delle cose.

    L’esigenza successiva è proprio quella di individuare operatrici e reti di donne interessate a muoversi verso la generazione comune di una cultura dei corpi capace di andare oltre la ipermedicalizzazione e verso una valorizzazione della partecipazione, della ‘relazione’ e dello scambio di pratiche a tutti i livelli per l’elaborazione collettiva di una soggettività incarnata.

    Prendiamo ad esempio l’esperienza mestruale: sono in corso già diversi tentativi di aggirare il modello dominante del tampone ‘usa e getta’ affiancato a pillole che riducono la percezione di ciò che durante il ciclo mestruale accade dentro di noi. È possibile che ogni donna che voglia viversi l’esperienza mestruale in maniera diversa si ritrovi isolata?

    Il fatto che il mercato stia trovando modi per rispondere all’esigenza di cambiamento, come è nel caso della mooncup – la coppetta mestruale che raccoglie e non assorbe, basata sul riuso anziché sulla produzione di rifiuti – non risolve l’assenza di scambio di pratiche.

    Se qualcosa non succede per connettere le esperienze, ogni donna proverà a cambiare il corso della storia del suo corpo in solitudine, chiusa in un bagno privato con un manuale delle istruzioni in mano, senza la possibilità di confrontarsi con altre.

    Ci chiediamo: è possibile, per fare questo, ripassare dai consultori?

     

    Un luogo da cui partire: la sala parto

    Nel nostro percorso di ricerca, abbiamo incontrato un’ostetrica, Gabriella Pacini dell’Associazione onlus romana Vita di Donna, con la quale abbiamo avuto modo di confrontarci e discutere in merito a vari aspetti della sessualità. Uno tra questi ci è sembrato più significativo nell’evidenziare il conflitto tra culture dei corpi: il parto.

    Partorire oggi, per la maggior parte delle donne in Italia significa affidarsi e delegare in modo totalizzante l’esperienza del dare la vita all’istituzione medica, con tutte le storture che questo processo di delega comporta. Il modello medicalizzato di parto ci parla di un percorso passivo che vede il suo apice simbolico nel luogo dove questo evento avviene, la sala parto ospedaliera.

    Qui, una donna, sdraiata sul lettino, in una posizione impostale come l’unica possibile, ginecologi e ostetriche collaborano a un rituale all’interno del quale la partoriente ha un ruolo decisamente passivo e oggettivato, a cui viene letteralmente sottratta forza fisica e psicologica. Il soggetto dell’evento-parto sembra essere piuttosto il medico: lui è più comodo, lui decide tempi e ritmi dell’evento in base alle proprie esigenze e interessi (es. epidurale, induzione del parto e cesarei).

    In questo contesto una donna non può decidere dove partorirà, né in quale posizione. A questo si aggiunge spesso l’induzione della necessità di alcune pratiche evitabili come l’epidurale, il cesareo e l’episiotomia (il taglio del perineo durante il parto, a detta delle ostetriche più una prassi che un’esigenza, e che assume quindi le fattezze di una vera e propria mutilazione genitale), la proibizione dell’allattamento al seno.

    Ci chiediamo: com’è possibile che una donna non abbia diritto a decidere in quale posizione partorire all’interno dell’istituzione ospedaliera? Com’è possibile che la maggior parte delle donne non prenda neanche in considerazione l’opzione del parto domestico credendolo illegale o eccessivamente rischioso?

    Esistono ostetriche che praticano parti in casa e case del parto attivo, anche in Italia, nate per promuovere una cultura del parto che veda la donna come soggetto libero di autodeterminarsi. È possibile mettere in rete queste istanze e renderle accessibili a tutte le donne per costruire insieme un’alternativa al sistema dominante che parta dalla messa in comune di saperi e pratiche, e allo stesso tempo non cedere alla deriva privatista che fa leva sull’equivalenza che il sistema sanitario vigente funziona male perché è pubblico e tende ad atomizzare ed isolare le esperienze?

    Consegniamo con fiducia questi interrogativi all’Udi, che negli anni ha dimostrato di saper condurre importanti campagne sul territorio nazionale, con risultati concreti di cambiamento nella società, auspicando che la messa in parola di queste urgenze sia solo un primo passo verso un lavoro da condurre insieme nei prossimi mesi.

    Dall’incontro con l’Udi abbiamo appreso che si può partire da un aspetto, da una battaglia, da una campagna, per unire le forze, accrescere consapevolezza di ciò che vogliamo e della nostra forza e mettere in discussione più di quanto messo inizialmente a tema.

    Lavorare per liberare il parto dalla medicalizzazione forzata significa infatti, da una parte incidere su un aspetto concreto del nostro stare al mondo, intervenire per cambiare un’esperienza specifica di perdita dei saperi del corpo, per interrompere un’oggettivazione che si ripete, ma significa anche creare un’occasione per riprendere a dire della sessualità in tutti i suoi aspetti, della salute e dei corpi a partire da noi stesse, per recuperare dalla nostra storia ciò che altre donne hanno praticato e insieme individuare nuove esigenze e domande.

  • Questo sesso che non è il sesso. Dwf dedica due numeri alla sessualità

    Nel 2011 la redazione di Dwf ha deciso di riaprire il dibattito sulla sessualità finito sotto traccia negli anni più recenti del femminismo italiano. Alle esperienze che ruotano attorno al nodo della sessualità sono quindi stati dedicati due numeri (intitolati Questo sesso che non è il sesso 1 e 2).

    Di seguito vi proponiamo l’editoriale di Federica Giardini e Patrizia Cacioli al primo numero sulla sessualità. Per ulteriori informazioni rimandiamo al sito della rivista: www.dwf.it

    Editoriale

    Tratto da dwf, Questo sesso che non è il sesso 1, 2011, pp. 4-5

    Come nella Lettera rubata di Edgar A. Poe, i molti mesi di cronaca che hanno fatto del sesso una vera ossessione mediatica, hanno nascosto proprio ciò che si accanivano a mettere in evidenza: l’esperienza, le esperienze, della sessualità. Una rivista femminista come DWF, e le donne di diverse generazioni che vi lavorano, hanno a disposizione pratiche incisive quanto efficaci per cominciare da un’altra parte, partendo da sé e facendo pensiero dell’esperienza. In effetti, da più di un anno, alcune giovani donne della redazione hanno cominciato a lavorare su una ricognizione concreta e materiale di tutti quei momenti della vita che vanno sotto il nome di sessualità. I primi risultati che compongono questo numero – e che proseguiranno nel successivo – fanno emergere degli aspetti niente affatto scontati, quando non sorprendenti.

    A cominciare dai molteplici effetti della rivoluzione femminista degli anni Settanta che, se ha modificato i comportamenti e la gamma delle loro possibilità, sembra anche essere andata “sotto traccia”, sembra non essere arrivata ai tempi presenti come un sapere da assumere consapevolmente. Il dialogo a più voci che apre il numero indica in effetti questa compresenza di forme di libertà sessuali disponibili che si accompagnano a una libertà problematica, che appare più come libertà di scelta che come libertà consapevole e sostanziale. Poter fare tutto somiglierebbe più a un’offerta di mercato che a un reale arricchimento delle vite. Uno dei motivi di questa ombra nell’esperienza di ciascuna è ricondotto alle vicende alterne della parola femminista, ma anche quotidiana, in materia di sessualità. Nei pieni e nei vuoti lasciati dall’andamento carsico – Carla Lonzi e Michi Staderini, le autrici di riferimento – di questa parola, talora hanno ripreso piede le parole più esteriori, quelle delle aspettative “sociali” o dei modelli, talaltra la sessualità si è trovata costretta alle sole esperienze di contraccezione e di prevenzione medica (la cui vicenda è presentata dalla lunga intervista a Daniela Santini e Giuseppina Adorno a cura dell’Assemblea delle Donne Roma Nord).

    Il filo conduttore dei testi qui pubblicati è il ritorno alla materialità dell’esperienza e della realtà, in un gesto di riappropriazione che stabilisce altre priorità, altre urgenze, altri piaceri, rispetto alle retoriche correnti. A cominciare dall’estensione della sessualità all’esperienza di avere un corpo quando si fa politica insieme – una ripresa dei motivi ispiratori del pensiero femminista -, con l’intensità e l’erotizzazione che comporta. Tra le novità c’è che queste riflessioni comportano anche una messa a fuoco delle relazioni con quei giovani uomini con cui questa esperienza è condivisa, cosa che comporta nuove fatiche e nuove scoperte, fino a rivelare un’esperienza maschile della sessualità ben lontana dagli stereotipi patriarcali (Mercandino, Paoletti, Castelli).

    Esistono novità sotto il cielo anche per quanto riguarda l’immaginario sessuale che trova altre strade rispetto alla predominanza delle fantasie sessuali maschili e apre – aldilà delle grammatiche che rendono il corpo cosa, oggetto, tutto separato in parti – quel paesaggio ancora incognito del desiderio femminile, del corpo e dei suoi piaceri, che si costruisce non nel chiuso delle fantasie individuali ma attraverso delle pratiche collettive (Corte). Anche nelle esperienze di adolescenti ritorna la proliferazione di possibilità, fino al “polimorfismo sessuale”, che molto devono alla circolazione sui media, dalla rete, alla  televisione, al cinema, e che pongono ancora, di nuovo e in termini inediti, la questione di come avvenga una reale libertà del desiderio, un desiderio che torna ad essere segnatamente sessuale (Infosex). (fg, pc)