• Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività  di Isabella Pinto

    Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività di Isabella Pinto

    Recensione a cura di Vittoria Gravina

    Questo saggio è il risultato della rielaborazione della prima ricerca dottorale in Italia dedicata interamente all’opera di Elena Ferrante.

    In Elena Ferrante. Poetiche e Politiche della soggettività pubblicato per Mimesis (2020) nella collana De Genere, Isabella Pinto, autrice del volume, indaga il rapporto tra soggettività e narrazione usando come strumento la scrittura di Elena Ferrante.

    Il saggio si presenta diviso in tre sezioni. Nella prima parte, denominata Mitopoiesi, l’autrice decide di analizzare come Ferrante, in opere come L’amore molesto, I giorni dell’abbandono, La figlia oscura e La spiaggia di notte, riscriva i miti recuperando e storicizzando il concetto femminista di “genealogia femminile”. Questa operazione ha molto in comune con il femminismo della differenza e il lavoro di Adriana Cavarero sulle riscritture dei miti in chiave femminista. Ferrante a questo aggiunge un lavoro sulle versioni minori dei miti, sapendo bene che «fra le pieghe della Storia esiste sempre un’altra storia, soprattutto se il soggetto è donna» (Norcia 2020, 8), e per questo rielabora, rilegge e scompagina le versioni ufficiali dei miti, riscoprendo, nelle versioni minori, altre forme di vita.
    È in questa prima parte che Pinto rileva come l’autrice arricchisca questo dispositivo mitopoietico con una «sapiente fantasia di memoir» (de Rogatis 2016, 294) ossia con una parziale sovrapposizione tra lei che scrive e le tre narratrici dei romanzi.

    Nella parte centrale del volume, Diaspora, l’autrice si concentra invece sul ciclo de L’amica geniale nel quale Pinto legge il racconto come un’occasione per narrare esperienze fuori dal canone, normalmente taciute, che qui trovano spazio e ascolto. Come nota l’autrice romana è proprio grazie al concetto di “smarginatura femminile” e di quella mancanza di coincidenza alla norma che Ferrante può mettere in scena personalità diasporiche che, per usare l’espressione di Pinto, «abitano, costruiscono e raccontano temporalità postumane».

    Infine, nell’ultima parte, Performatività, l’autrice prende in esame le opere ferrantiane più autobiografiche quali La frantumaglia e L’invenzione occasionale, suggerendo come Ferrante porti all’estremo il rapporto di omonimia tra autore, narratore e personaggio promuovendo un suggestivo continuum tra realtà e finzione che trova le sue radici nella “naturcultura” di Donna Haraway. «Questo tipo di scrittura», spiega Pinto, «diffrange l’autorialità a partire da un’operazione di taglio simbolico della soggettività». Questo proprio perché in Ferrante manca ogni interesse verso una verità assoluta. Ciò che conta, ciò di cui bisogna far tesoro, è quella polifonia di sguardi, quella pluralità di voci che il patriarcato tende a uniformare.

    Come rileva Pinto un espediente usato dall’autrice per compiere questa operazione è il recupero del cosiddetto “tremendo delle donne”, un aspetto centrale nell’immaginario di Ferrante, usato proprio per diffrangere l’eccedenza femminile e per restituire complessità ai personaggi femminili.

    A chiudere il volume la preziosa Postfazione di Federica Giardini, filosofa, docente e direttrice del Master in Studi e Politiche di Genere di Roma Tre, che riflette su come l’opera di Ferrante «apra mondi» e risignifichi parole, esperienze e altre vite possibili contro la tendenza comune a ridurre la bellezza della complessità a uno schema unico e definito e di come altrettanto faccia la scrittura di Pinto in un continuo dialogo con il testo e con il lettore.

    Questo studio offre interessanti sollecitazioni, soprattutto perché esce a poca distanza dall’ultimo romanzo di Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, che Pinto nella parte denominata Bonus Track analizza portando alla luce l’ultima linea di sperimentazione di Ferrante che trova nella magia e nella menzogna suoi assi portanti.

    Visto il successo recente dello sceneggiato tratto dalla tetralogia de L’amica geniale, è apprezzabile, a mio avviso, che non vi sia alcuna spettacolarizzazione della figura che si cela dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante, cosa non facile visto che il saggio della Pinto ha per tema il rapporto tra soggettività e letteratura e dunque prende in esame il concetto di autorialità.

    Forse ha davvero ragione Elena Ferrante quando durante un’intervista spiega che secondo lei i libri non hanno alcun bisogno degli autori una volta scritti, perché «se hanno qualcosa da raccontare, troveranno presto o tardi lettore; se no, no» (Ferrante 2007, 10-11).

    Isabella Pinto, Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività, Mimesis, Milano 2020, pp. 254. Edizione cartacea 22 euro, epub 14,99 euro. http://mimesisedizioni.it/libri/narrativa-linguistica-studi-letterari/degenere/elena-ferrante.html

  • Hannah Arendt – Socrate , Raffaello Cortina Editore, Milano 2015

    Hannah Arendt – Socrate , Raffaello Cortina Editore, Milano 2015

    di Valentina Riolo

    « È giunto ormai il tempo di andare, o giudici, io per morire, voi per continuare a vivere. Chi di noi vada verso una sorte migliore, è oscuro a tutti, tranne che al Dio. »

    Con queste parole si conclude l’ Apologia di Socrate, dialogo in cui Platone tratta del processo e della condanna a morte del suo maestro. Era il 399 a.C. quando Atene, la più democratica delle città greche, mandò a morte il suo uomo più giusto con le accuse di empietà nei confronti degli dèi venerati in città e di corruzione dei giovani attraverso dottrine che causavano disordine sociale.

    Socrate è una figura centrale dell’opera arendtiana e, in questo testo, l’autrice prende le mosse dal momento in cui si crea una profonda spaccatura tra filosofia e politica. La polis, luogo in cui Socrate viveva e operava non in privato e dietro compenso, ma pubblicamente e gratuitamente, lo rinnega, lo processa e lo condanna a morte. La città “non sa cosa farsene” di quest’uomo a cui viene attribuito l’aggettivo “atopos”, colui che non ha luogo, che non può essere rinchiuso in uno schema predefinito, che non vive isolato ma che non ricopre nemmeno una carica istituzionale. Frequenta l’agorà e si ferma a parlare con chiunque incontri, non per dare insegnamenti dogmatici, ma per insegnare a liberarsene: non si deve accettare il già dato come verità assoluta e certa, l’obbiettività sta nel fatto che lo stesso mondo si apre a ciascuno in maniera diversa. La verità si può comprendere solo se conosco “ciò che appare a me” e, d’altra parte, posso conoscere la verità della mia opinione solo se la relaziono con la verità degli altri, solo attraverso quell’ “essere-nel-mondo” che per Arendt corrisponde all’ “essere-nel-mondo con gli altri”.

    Nel testo è presente anche un’analisi del rapporto antitetico che si crea tra Socrate e Platone: il primo visto come iniziatore della pratica filosofica e politica, il secondo come colui che ha aperto alla metafisica come via di fuga dalla scena politica, e, dunque, reo di aver tradito l’insegnamento del maestro. Platone non tenterà si sanare la spaccatura creatasi con la condanna a morte di Socrate, ma anzi, aprirà una prospettiva del tutto nuova. Se per Socrate il filosofo, come un tafano, doveva pungere i cittadini ponendo domande affinché ciascuno fosse in grado di raggiungere la verità attraverso la propria opinione, per Platone il compito del filosofo era quello di governare la città e la verità derivava da criteri assoluti.

    “So di non sapere” significa, quindi, non poter avere una verità che sia valida per tutti e per ciascuno, la sapienza consiste nell’accettare questo limite: ognuno svilupperà un logos personale e soggettivo attraverso un continuo dialogo interiore, infatti, come si legge nel testo di Arendt, “anche se dovessi vivere completamente da solo, vivrei, per tutto l’arco della mia vita, nella condizione della pluralità; dovrei pur sempre stare con me stesso, e non c’è luogo in cui questo “io-con-me-stesso” si mostri così chiaramente come si mostra nel puro pensiero, che è sempre un dialogo tra i due che io sono”. Si mette in evidenza l’importanza cruciale del rapporto del sé con se stesso come condizione necessaria affinché si possa vivere con gli altri. L’ “essere-insieme” si sviluppa, quindi, su un doppio asse: “l’essere-insieme con gli altri uomini e con i propri pari, da cui scaturisce l’azione, e l’essere-insieme con il proprio Sé, cui corrisponde l’attività del pensare”. Tuttavia, proprio da quest’ultima attività deriva un pericolo di scissione dell’io: ognuno, essendo due-in-uno, è destinato a convivere con la propria coscienza, dunque è meglio “essere in contraddizione col mondo intero piuttosto che con se stessi”.

    Proprio per questo, come sottolineano i saggi di Adriana Cavarero e Simona Forti presenti alla fine del volume, è interessante mettere a confronto Socrate con un altro personaggio fortemente presente nelle opere di Arendt: Adolf Eichmann, funzionario tedesco processato a Gerusalemme nel 1961. Due figure opposte, due estremi: da una parte, chi vuole vivere e convivere con la propria coscienza fino al punto di accettare la morte pur di non tradirla e di non tradirsi (Socrate), dall’altra, chi vuole sopravvivere a tutti i costi, non curandosi della voce interiore e di dover passare il resto dei suoi giorni con un assassino (Eichmann). Contro la “banalità del male”, Socrate diventa paradigma di onestà e giustizia. Ma “perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che si cambi in esempio.” Allora è necessario che Socrate muoia affinché le sue idee vivano: condannando un uomo, non si uccide, insieme a lui, l’idea che ha creato e portato in atto.

  • Opere generali in italiano

    Opere generali in italiano

    Copertina

    LE FILOSOFE

    Le donne protagoniste nella storia del pensiero

    Giulio de Martino, Marina Bruzzese
    Liguori Editore, Napoli 1994

    Indice

    La proposta di questo testo è una breve revisione dei luoghi fondamentali del pensiero occidentale, partendo dai tratti salienti della preistoria fino ai giorni nostri. Se il primo intento è puramente didattico e introduttivo, pensato per chi non conosce ancora il pensiero femminile, quel che più lascia il segno è l’intenzione di mostrare come la presenza delle donne sia stata fondamentale e determinante in molti snodi del pensiero, pur rimanendo sotterranea e trascurata. L’operazione di de Martino e Bruzzese è di andare alla riscoperta delle autrici, sottolineando come la loro presenza sia stata primaria nei secoli. Un’opera essenziale perché, operando una raccolta di figure fin’ora sconosciute alle più, è capace di rendere la ricchezza di un panorama inedito per le lettrici alle prime armi. Una nota: la parte che tratta dei salotti delle celebri Femmes Philosophes tralascia (non solo per questioni geografiche) la figura di Rahel Varnaghen: sarà Hannah Arendt a “legittimarne” il nome, con una azione che dona lo statuto di pensatrice a una donna che per prima non si considerava tale (H. Arendt, Rahel Varnaghen, a cura di L. Ritter Santini, Il Saggiatore, Milano 2004).

     

     

    CopertinaFILOSOFIA DONNE FILOSOFIE

    a cura di Marisa Forcina, Angelo Prontera, Pia Itala Vergine
    Edizioni Milella, Lecce 1994

    Indice

    Questo libro è la pubblicazione degli atti di un convegno internazionale che ha avuto luogo a Lecce nel 1992. Lo scopo, niente affatto modesto, è la messa in ordine del già detto sul rapporto tra filosofia e donne e l’apertura di nuovi orizzonti per il futuro, più prossimo e lontano. Il convegno è diviso in 6 aree tematiche (Teorie, Problemi, Simboli e linguaggi, Tracce, Memorie, Testimonianze e prospettive) tali da rendere la vastità del materiale esaminato: reciprocità e differenza, metafisica e nascita, femminile e complessità, riferimento al corpo e immagine della madre. In questa sovrabbondanza di interventi si dà una ricognizione delle ricerche delle pensatrici italiane agli inizi degli anni Novanta.

     

     

    CopertinaLA FILOSOFIA DONNA
    Percorsi di pensiero femminile

    Chiara Zamboni
    Demetra, Verona 1997

    Indice

    Quali sono oggi le condizioni che rendono possibile la verità? Secondo l’autrice, la verità per una donna è frutto della connessione tra la riflessione e il proprio personale coinvolgimento. Per comprendere le possibilità per il pensiero contemporaneo dobbiamo leggere e rintracciare le chiavi del passato: il pensiero di donna è sempre stato un pensiero appassionato, ricco di discussioni, sapere e desideri, pratiche politiche e conflitti. Il libro presenta, a questo scopo, alcune grandi protagoniste dei secoli passati e dei giorni nostri, per rivelare il loro sguardo diverso e come il loro pensiero sia, essenzialmente, un processo.

     

     

    CopertinaLE FILOSOFIE FEMMINISTE

    Adriana Cavarero, Franco Restaino
    Bruno Mondadori, Milano 2002

    Indice

    L’opera ripercorre il pensiero femminista tracciandone un percorso storico-tematico individuandone del pensiero delle donne, riordinandolo e mostrandone le tappe principali. D’altra parte è anche il tentativo di evidenziare i rapporti che intercorrono tra il femminismo e la filosofia. Il suo punto di forza è indubbiamente l’apparato antologico ricchissimo, che tiene in considerazione le varie svolte, interne al movimento, rintracciandole attraverso i testi sia di autrici precedenti, sia di donne formatesi in seno al movimento stesso. Un’originale raccolta di testi capace di render conto di “due secoli di battaglie teoriche e pratiche”.

     

     

    CopertinaIL FILO(SOFARE) DI ARIANNA
    Percorsi del pensiero femminile nel Novecento

    a cura di Angela Ales Bello e Francesca Brezzi
    Mimesis, Milano 2001

    Indice

    In quest’opera, in cui donne scrivono di donne, si fa il punto sul pensiero femminile del Novecento. Gli approcci dominanti sono due, il primo consta di pensatrici che hanno pensato su vari argomenti, senza mai mettere a tema la loro condizione di donne, il secondo è composto di visioni volte più strettamente a rintracciare lo specifico femminile. Da questa lettura si ricava che, seppur in modo molto variegato, il pensiero femminile contemporaneo è riconducibile a una lettura del mondo dettata in primo luogo dalla dimensione sessuata. L’approccio di questa opera, inoltre, vuole dimostrare come il pensiero femminile abbia tentato di rispondere a domande filosofiche fondamentali con risultati originali e nuovi: valori e pratiche etiche originali, significati rivisti e resi attuali, nella consapevolezza che il linguaggio non ci è dato, ma è in continua evoluzione.

     

     

    CopertinaGLOSSARIO
    Lessico della differenza

    a cura di Aida Ribero
    Commissione regionale per la realizzazione delle Pari Opportunità tra uomo e donna, Regione Piemonte 2007

    Indice

    Questo glossario è il tentativo di rendere, in modo semplice e fruibile, la ricchezza e la complessità delle problematiche circa la differenza sessuale e i suoi inevitabili rapporti con il pieno accesso alle Pari Opportunità: argomento molto controverso in Italia, che vede un acceso dibattito tra chi non crede nell’accesso alle pari opportunità “calato dall’alto” e chi teme un’esacerbazione della differenza tra uomo e donna. L’idea di realizzare un glossario nasce dalla constatazione che il lessico contemporaneo fa riferimento a un ordine del linguaggio che si è creato e sedimentato negli ultimi trent’anni: lo scopo è quindi quello di darne delle formulazioni chiare e corrette laddove si possono creare dei fraintendimenti di senso. Un utile strumento per chi ha intenzione di intraprendere tesi di laurea senza dimenticare questioni linguistiche e teoriche ormai irrinunciabili.

     

    Copertina100 TITOLI Guida ragionata al femminismo degli anni Settanta

    (a cura di) Aida Ribero e Ferdinanda Vigliani
    Luciana Tufani Editrice, Ferrara 1998

    Indice

    “Tutto quello che avreste voluto sapere sul femminismo e non avete mai osato chiedere”: una selezione di 100 testi, corredati da schede critiche che aggiungono sempre qualcosa a queste letture, se non altro in termini di attualità, il più delle volte evolvendo in modo creativo idee che già in partenza erano connotate da una forte originalità. Questo libro nasce come una mappa, un vademecum, una bussola, un aiuto indispensabile per permettere alle neofite del femminismo (dalla ricercatrice, alla lettrice appassionata, fino alla curiosa) di orientarsi nell’abbondante produzione di scritti femminili che non sempre sono di facile reperibilità.

     

     

    ALTRE OPERE PER UN PRIMO APPROCCIO:

    CopertinaNON CREDERE DI AVERE DEI DIRITTI
    La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne

    Libreria delle donne di Milano
    Rosemberg & Sellier, Milano 1988

    Indice

    Scritto nel 1987, è un’opera essenziale per conoscere e comprendere come nasce in fieri il sapere della differenza sessuale. La parzialità di vedute affermata è anch’essa una scelta ponderata che vede nella presa di posizione la garanzia di rimanere fedeli al proprio desiderio e alle proprie simili. La questione che muove questo libro è la creazione di una genealogia femminile, dove la relazione tra donne è essenziale e si rivela in un affidarsi che non è mai ricerca di conferma di ciò che si è nell’altra, ma è possibilità di concepire, e di avere, un’esistenza piena dentro il mondo. Quel che è messo fortemente in evidenza è che le donne che hanno partecipato alla stesura di questo libro fanno sistematicamente riferimento alla propria esperienza, a documenti del passato, alla pratica politica che hanno in comune tra loro, così come alle idee e alle pratiche politiche di altri gruppi, di altre donne con le quali hanno in comune l’attenzione all’ordine simbolico e il lavoro per modificarlo.

     

    CopertinaMOVIMENTO A PIÙ VOCI
    Il femminismo degli anni Settanta attraverso il racconto di una protagonista

    Maria Schiavo
    Editore Franco Angeli, Milano 2002

    Indice

    Questa opera, dal taglio storiografico, ha per motivo centrale la necessità di rendere il legame essenziale che intercorre tra il femminismo e gli anni della sua nascita e, allo stesso modo, di slegare il movimento delle donne, e i suoi frutti teorici, da questo legame, costrittivo se esclusivo, con gli anni Settanta. Ma non solo. Le intenzioni vanno ben oltre, lo sguardo è volto anche e sopratutto all’oggi, con la domanda su come si possa fare tesoro di quanto guadagnato. L’autrice si chiede – e cerca una sua personale risposta – cosa le donne possano e debbano dire in un momento storico che vede allo stesso tempo la libertà femminile come un principio acquisito per molti e molte, tale da non dover esser più motivo di riflessione e conflitto, e, d’altra parte, questioni ancora dirimenti come la prostituzione e il mercato sessuale, il controllo della nascita e del corpo femminile, il mancato riconoscimento dei diritti più elementari.

    STORIA DELLE DONNE IN OCCIDENTE, Roma–Bari, Laterza 1990

    Cinque volumi pionieristici pubblicati tra il 1990 e il 1992 dove la storia di genere trova la sua consacrazione ufficiale. Il primo volume, dedicato all’Antichità, è curato da Pauline Schmitt Pantell, qui viene indagato il ruolo delle donne nel sacro, nella politica, nel diritto, nella filosofia, nelle strategie familiari e dal punto di vista sessuale. Il secondo volume, dedicato al medioevo, è curato da Christine Klapisch-Zuber. Qui la ricerca verte sui modelli femminili elaborati da laici ed ecclesiastici, qui si inserisce la riflessione sul ruolo femminile nelle strategie familiari, sulla loro educazione, sulle mode femminili, sulla rappresentazione delle donne nell’iconografia. Il terzo volume abbraccia dal Rinascimento all’età moderna ed è curato da Natalie Zemon Davis e Arlette Farge. Le donne sono considerate nel caleidoscopio delle loro attività: lavoratrici, madri, letterate, teatranti, oggetti delle scienze, streghe e criminali, filosofe e sovversive. Il quarto volume che si occupa dell’Ottocento è curato e introdotto da Geneviève Fraisse e Michelle Perrot. Qui viene descritta l’inizio della crisi dei rapporti tra i sessi nella politica, nella società, nella religione, nel lavoro, nella sessualità. Il quinto volume, sul Novecento, è curato da Françoise Thébaud. Qui l’età del trionfo della differenza sessuale viene analizzata con uno sguardo incrociato: tra l’Europa e gli Stati Uniti, dalla prima alle seconda guerra mondiale, durante i totalitarismi e fino al movimento femminista degli anni Settanta arrivando fino agli enigmi della bioetica che tanto peso hanno nella vita delle donne oggi.

  • O. Guaraldo, L. Bernini (a cura di), Differenza e relazione. L’ontologia dell’umano nel pensiero di Adriana Cavarero e Judith Butler, Ombre Corte 2009

    O. Guaraldo, L. Bernini (a cura di), Differenza e relazione. L’ontologia dell’umano nel pensiero di Adriana Cavarero e Judith Butler, Ombre Corte 2009

    CopertinaDi solito, quando ci si ritrova con in mano una raccolta di saggi di argomento specifico si sa già cosa aspettarsi. Ci si aspetta che ne vengano illustrate a grandi linee i contenuti, che vi siano approfondimenti ben curati dei nodi cruciali e chiarimenti di quei passi più oscuri che da sole non si erano compresi alla perfezione. Insomma, non ci si aspetta altro che una maggiore conoscenza dell’argomento. In effetti, molto spesso non ci si trova altro.
    A volte però si rimane decisamente sorprese.
    Leggendo Differenza e Relazione, a cura di Olivia Guaraldo e Lorenzo Bernini, non si ha la sensazione di star esclusivamente approfondendo in senso accademico i nodi teorici del pensiero di Judith Butler e di Adriana Cavarero, ma vi è effettivamente un di più, un certo qualcosa che rende il testo debordante rispetto alle prospettive solitamente aperte da una raccolta di saggi.
    La prefazione di Olivia Guaraldo – studiosa del pensiero della differenza, lettrice di Butler e Cavarero, esperta di Hannah Arendt, ricercatrice di filosofia politica presso l’Università di Verona – sembra sussurrare a noi lettrici già un qualcosa di questo andare oltre i canoni accademici. Questo libro, suggerisce Guaraldo, non mira esclusivamente a fornire un’introduzione critica e ragionata al pensiero delle due autrici, né intende limitarsi a sottolineare i rimandi e gli intrecci di due pensieri così originali e così fecondi; questo lavoro si propone invece di dare voce a quella salvifica e fertile riflessione del femminile sulla politica che nutre e arricchisce ogni singola pagina dei testi delle due pensatrici, cogliendo in questo modo l’eredità del femminismo, in cui la posta in gioco pratica accompagna sempre ogni ambito della riflessione teorica. Intendendo la differenza sessuale come la prospettiva centrale e fondamentale da cui muoversi per osservare il mondo ed agire in esso, entrambe le autrici, Butler e Cavarero, intraprendono un cammino nel mondo a partire dalla propria posizione sessuata, in un percorso in cui la differenza, lontano da ogni cornice di senso chiusa ed autoreferenziale, irrompe nell’esistente portando in esso il proprio sguardo, elaborando così “ipotesi decostruttive e propositive la cui efficacia si estende ben aldilà della critica al patriarcato o della cosiddetta questione femminile” (O. Guaraldo, p. 94).
    Sullo sfondo di questo approccio comune alla politica e alla differenza, Adriana Cavarero e Judith Butler vengono poste in relazione. I loro testi, le loro idee, diventano le parole di un fecondo dialogo sull’essere umano e sul senso del proprio stare al mondo. Prende avvio un movimento relazionale in cui ad esser messa in comune non è solo la ricchezza del pensiero, ma la passione e il desiderio di entrambe di vivere il proprio mondo e con esso i suoi drastici cambiamenti. Nel contesto di uno scenario politico privato degli equilibri tradizionali, crollati in modo irrevocabile, all’indomani del declino del Soggetto tradizionale della modernità occidentale, prende avvio quella nuova ontologia dell’umano che a partire dal rifiuto della neutralità del soggetto, pone al centro la corporeità, mai esclusivamente ridotta a dato biologico, che consegna il sé “ad una esteriorità/alterità che lo costituisce e da cui dipende” (O. Guaraldo, p. 91). Nella riflessione sul carattere relazionale del sé che viene a delinearsi in entrambe le autrici, l’esposizione corporea all’altro rappresenta non solo un momento costitutivo dell’identità dell’essere umano, ma include anche la consapevolezza della precarietà e della vulnerabilità, fisica e sociale, che il sé acquista in questa relazione. In entrambe quest’esigenza di pensare l’esposizione anche come vulnerabilità nasce a partire dagli eventi recenti degli scenari politici globali, dai quali, come accennato, la riflessione delle due autrici non si disgiunge mai. Sia la riflessione di Precarious Life che l’anatomia politica presentata da Cavarero in Orrorismo, prendono avvio dall’odierno teatro dell’orrore su cui si struttura il conflitto moderno, all’interno del quale la spettacolarizzazione della vulnerabilità del corpo inerme diviene dispositivo politico. Il saggio di Monia Andreani, Anatomia politica dell’orrore, illustra al lettore proprio il mutamento qualitativo che la visione dell’orrore subisce in età contemporanea:Il lato spettacolare della scena orrorista contemporanea fa leva sullo sguardo dello spettatore, ha perso però il suo significato politico di compensazione: non più la dimostrazione del potere sovrano, ma la dimostrazione che questo non può nulla di fronte alla violenza che si fa evento di morte e può colpire ovunque […]” (Andreani, cit. p. 47).

    Tuttavia, nonostante il vi siano evidenti elementi di continuità nelle tematiche, vanno sottolineate quelle differenze e quelle distanze che rendono le riflessioni di Cavarero e Butler non sovrapponibili. La lettura di Cavarero della vulnerabilità, infatti, come sottolinea Andreani nel suo lavoro, si distanzia dalla riflessione butleriana in più di un punto, assumendo caratteri decisamente peculiari. In Cavarero la vulnerabilità viene ad esser pensata a partire dalla condizione ontologica di esposizione propria dell’essere umano e a partire dalla sua corporeità singolare, concretamente presente sulla scena pubblica, avvicinandosi così ad una visione politica arendtiana che allontana da sé ogni tentativo di sussunzione della singolarità, tipico dello schema hegeliano. Da questa centralità attribuita alle unicità incarnate, si distanzia il pensiero di Butler, che accede invece alla prospettiva della sostituibilità e della possibilità di una dimensione collettiva del “noi” di tipo impersonale, in cui la relazione eccede il rapporto concreto tra l’io e il tu. Ne consegue dunque un diverso scenario pubblico: mentre per Butler sarà necessario un lavoro etico che restauri il ‘noi’ attraverso le norme per trovare una risposta alla violenza e alla distruzione, per Cavarero la strada da percorrere è un’altra, quella del chi incarnato in un corpo sempre sessuato, unico mezzo della relazione politica.
    Ciò che prende dunque vita tra le pagine del testo è una relazione viva, fertile, che anziché cadere in un nocivo sussumere i propri termini in un discorso omogeneo, unico ed univoco, in cui ogni differenza tende a sfumare, mantiene distinte le identità e le posizioni delle autrici, conservandone i punti di distacco, le idiosincrasie, le distanze incolmabili; una relazione che è contaminazione e distanza.
    Una messa in dialogo curata da interpreti attenti, consapevoli del valore relazionale di questo mettersi in gioco senza perdersi in una voce tanto omogenea quanto indistinta, e che trova il proprio prolungamento naturale nel dialogo reale tra le due autrici, posto in chiusura del libro, quasi a suggellare il senso di quello scambio creato in ogni testo del volume.
    I modi di questa relazione, dunque, si estendono ad ogni pagina scritta, ad ogni pensiero tracciato. Gli stessi autori e le stesse autrici dei singoli saggi non sfuggono a questo modo di interazione vitale. Le loro parole, le loro letture, non ammutoliscono sullo sfondo di un percorso concettuale altrui. Le identità di ciascuno di loro non dileguano dinnanzi al proprio compito (anche) accademico, ma si fanno vive, restano presenti sulla scena. La singolarità dietro ad ogni studio, dietro ad ogni interpretazione, si staglia fissa davanti agli occhi di chi legge; è in ogni pagina, ineludibile. Non ci si limita a riportare fedelmente pezzi di pensiero come fossero voci in un glossario.

    Convinti che le questioni del nostro presente ci chiamino alla responsabilità nei suoi confronti, ci siamo addentrati nel contemporaneo farsi del pensiero di due donne significative, non per celebrarlo o imbalsamarlo in una “scuola”, ma per interrogarlo, sollecitarlo, criticarlo, nella speranza di riuscire, nonostante l’insensatezza dell’oggi, a produrre senso e comprensione” (O. Guaraldo, p. 14).

    Le autrici e gli autori muovono critiche, pongono problemi, sperimentano nuove letture e nuovi approcci; Lorenzo Bernini, per fare un esempio, nel suo Riconoscersi umani nel vuoto di Dio, non esita a presentare alla lettrice il pensiero di Butler senza sollevarlo dai limiti che egli vi riconosce, proponendo una lettura rinnovata sulla base delle obiezioni proposte. A partire dalla messa in evidenza del debito che, fin dalle prime sue opere, lega Judith Butler alla teoria hegeliana del riconoscimento – in seguito rielaborata alla luce del contributo del pensiero di Cavarero – Bernini avanza la propria lettura della “metaetica” butleriana (cfr. p 33) evidenziandone alcune aporie e i punti – a suo avviso – deboli, situandoli come il punto d’avvio di un nuovo percorso interpretativo. Lorenzo Bernini riconosce nelle argomentazioni dell’autrice un vuoto che non riesce a rendere conto del perché, a partire dalla relazione ek-statica con l’altro e dalla consapevolezza della vulnerabilità propria e altrui implicita in questo rapporto, Butler possa far discendere una scelta morale di non violenza, ingiustificabile a livello teorico, passando – a suo avviso – indebitamente da un piano descrittivo a quello normativo. Sulla base di questa obiezione, e a partire dal riconoscimento di un rifiuto da parte dell’autrice di addentrarsi in un’indagine sui criteri di definizione dell’umano che possa rendere intellegibile il vuoto messo in evidenza, Bernini avanza la sua proposta: accostare il pensiero butleriano a quei pensatori che potrebbero fornirle dei criteri normalizzanti, quali ad esempio Leo Strauss, Hannah Arendt, Kant, i quali, come sottolinea lo stesso Bernini, “in modo differente hanno sostenuto che ciò che conferisce significato all’esistenza umana sia proprio una paradossale relazione con la giustizia” (cit. p. 38).
    Così come, dal canto suo, Il romanziere e la cantastorie, di Alasia Nuti e Irene Borgna, non mostra esitazioni nel proporre uno stimolante percorso di lettura che avvicini la prospettiva di Cavarero ad un più analitico Daniel Dennett, sottolineando gli inaspettati punti di contatto che mettono in relazione due riflessioni apparentemente così lontane circa le proprie impostazioni teoriche. Ad avvicinare la teoria analitica di Dennett – per il quale la nostra mente, coincidente con il cervello, risulta essere un insieme di programmi autonomi e quasi totalmente indipendenti – ad Adriana Cavarero – alla sua Filosofia della narrazione, alla costruzione del sé a partire dalla relazione con l’Altro (e con l’Altra), e alla sua critica ai processi di astrazione dalla particolarità che individuano come superflua la realtà materiale e corporea dell’essere umano – troviamo non solo l’idea di una totale mancanza di trasparenza del Soggetto verso se stesso ma soprattutto il ruolo centrale che l’esposizione relazionale riveste nel processo di costruzione dell’identità. Davanti alla teoria biologicamente necessitata di Dennett – per cui la coscienza non potrebbe mai essersi prodotta in assenza di una preliminare comunicazione della creatura con i propri simili, per cui “occorrono almeno due esseri umani in comunicazione per fare una persona cosciente” (I. Borgna, A. Nuti, p. 77) – non possono infatti non esser colte assonanze con il pensiero di Cavarero, con la sua ontologia relazionale – fondata, anziché su una necessità biologica, sul desiderio – in cui l’unicità del sé narrabile acquista senso solo nel legame ineludibile con l’alterità. Con voci diverse ma complementari, Dennett e Cavarero individuano entrambi nella narrazione la forma specifica dell’identità personale. In quest’ottica, Borgna e Nuti aprono la via ad una prospettiva originale, proponendo una lettura in cui “Cavarero innesta la sfera del senso e del desiderio sulla storia naturale del sé narrativo tracciata da Dennett” (cit. p. 88).
    Per riprendere il filo del discorso, dunque, va sottolineato come in un percorso unitario ma non corale, gli autori e le autrici, alternando le proprie voci, pongono la lettrice in una posizione tutt’altro che passiva. Si è continuamente chiamate a partecipare in modo attivo alla discussione, all’interrogazione, alla valutazione dei nuovi approcci cui si viene sottoposte.
    Un dialogo messo in pratica, tra le due autrici, tra gli autori e le autrici dei singoli saggi, tra la lettrice e il volume.
    È dunque la relazione stessa quel di più che trasuda tra le pagine. Una relazione sulla base della differenza sessuale, che ne tiene conto e che la declina in ogni ambito del reale.

    Recensione di Federica Castelli
    pubblicata in ‘Diversamente occupate’ (DWF, n. 1 del 2010)