• Bodymetrics. La misura dei corpi | Tre quaderni su eco/nomia/logia transfemminista

    Bodymetrics. La misura dei corpi | Tre quaderni su eco/nomia/logia transfemminista

     L’Atelier EcoPol è felice di annunciare la pubblicazione di Bodymetrics. La misura dei corpi, Tre Quaderni di ecologia ed economia politica transfemminista. Una nuova edizione digitale per i tipi di IAPh-Italia, liberamente scaricabile, che restituisce una parte significativa del percorso di ricercazione e autoformazione che ha coinvolto numeros* studios*, artist* e attivist*

    immagini di Eugenia Loli


    Quaderno Uno
    natura | cultura | artificio
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Birgit Mara Kaiser e Kathrin Thiele, Diffrazione: onto-epistemologia, fisica quantistica e critica delle scienze umane
    Liana Borghi, Percorso per diffrazione
    Donatella Saroli, “If you could see what I’ve seen with your eyes”. Sguardi possibili offerti dalle pratiche artistiche
    Ilenia Caleo, Dentro le turbolenze espressive della materia
    Olivia Fiorilli, Biomedicina. Affari di donne
    Beatrice Busi, Luci e ombre della normalizzazione della critica femminista: il caso della biologia del sesso
    Norma Santi, FREE OUT | Opera Elementale #5
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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    Quaderno Due
    misura | valore | eccedenza
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Federica Giardini, Valore. Topologia e dinamica della misura
    Federica Tomasello, Ecofemminismi. Economia dell’invisibile
    Pier Paolo Poggio, I ritardi della filosofia
    Gea Piccardi, Jiineoloji ed economia politica. Un’introduzione alla rivoluzione delle donne in Kurdistan
    Ilenia Caleo, Dear Data: un archivio affettivo che ridisegna la misura
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

    SCARICA QUADERNO DUE


    Quaderno Tre
    crisi | conflitto | alternativa
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Isabella Pinto, Praticare l’autoformazione
    Mariaenrica Giannuzzi, Appartenenze femministe ed ecologia politica
    Alessia Dro, Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista
    Gea Piccardi intervista Silvia Federici, Neoliberismo, riproduzione e comunità. Un dialogo tra biografia, politica e pensiero
    Alessandra Masala intervista Donatella Saroli, Lettura diffrattiva di un’istituzione culturale. Pratiche di ricerca, curatoriali, relazioni, neomaterialismo
    Jasbir Puar, I would rather be a cyborg than a goddess
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

    SCARICA QUADERNO TRE


     

  • La teoria non è un ombrello. Dieci anni di AdATeoriaFemminista, 2006-2016, a cura di S. Tarantino, T. Dini, N. Nappo, L. Cascella, Orthotes, Salerno 2017.

    La teoria non è un ombrello. Dieci anni di AdATeoriaFemminista, 2006-2016, a cura di S. Tarantino, T. Dini, N. Nappo, L. Cascella, Orthotes, Salerno 2017.

    Recensione di Sara Fariello

    “Ogni teoria è una questione di velocità di accelerazione. Mette in gioco la percorribilità in sensi inversi. C’è un’attinenza tra teoria e stradari, mappe, estensioni, particelle. Questa è una rivista che cerca di precisare punti di avvistamento nelle teorie femministe”. AdaTeoriaFemminista è stata fondata da Angela Putino e Lucia Mastrodomenico, entrambe prematuramente scomparse nel 2007, ad un anno dalla fondazione. Due filosofe e femministe, Stefania Tarantino e Tristana Dini, che facevano già parte del nucleo originario del collettivo di redazione insieme a Nadia Nappo e altre, hanno provato a raccogliere l’eredità di quella esperienza, di quella relazione, di quel desiderio. Il testo presenta il lavoro dei primi dieci anni della rivista che è anche un omaggio alla figura di Ada Lovelace la quale elaborò nell’Ottocento il primo programma informatico della storia, molto prima che fossero inventati i computer. Esso si inserisce nel solco del pensiero della differenza, un pensiero che però si emancipa dalla riflessione sulla relazione materna che aveva costituito un punto focale di osservazione a partire dagli anni Ottanta. Proprio Angela Putino, nel libro dal titolo fortemente provocatorio “Amiche mie isteriche”, aveva, infatti, osservato come il femminismo italiano si fosse incancrenito su posizioni troppo rigide arrivando ad affermare che “la differenza sessuale è libertà possibile di un divenire molteplice che non scaturisce da un’interiorità – germe – ma da una diversificazione attivata: differenza come scambio prodotto in una zona di movimento tra esterno interno”.

    Sembra che oggi un “piccolo gruppetto di idee omogenee” abbia perso il significato originario e non riesca più a cogliere ed interpretare la realtà. Sembra che la pratica della relazione si sia ancorata ad una serie di indicazioni ormai prive di senso che rischiano di generare errori, ambiguità e confusione. Il risultato è che la libertà femminile risulta ingabbiata, insabbiata nelle maglie di un neoliberismo che ha imparato a mettere a frutto anche la relazione tra donne attraverso meccanismi che oggi potremmo definire di “inclusione differenziante”. Il rischio, non solo potenziale ma reale, è che il pensiero delle donne diventi un brand economico o politico da utilizzare quando serva o piaccia, neutralizzando il potenziale anche rivoluzionario rappresentato dalla differenza sessuale. Storicamente, il femminismo della seconda ondata ha introdotto due variabili fondamentali che hanno reso possibile un “sguardo e vero pensiero sulla realtà”: il linguaggio, ovvero il modo in cui esso costruisce la soggettività femminile, ed il rapporto con la madre. Oggi, però, si fa strada una nuova variabile sulla quale occorre riflettere, che riguarda il rapporto di ogni donna con la vita ed il potere che mette a valore la sua capacità di cura del vivente e di riproduzione dello stesso.

    Il punto di partenza, esplicitato nel primo editoriale del 2006 è, dunque, chiaro: la teoria non è un ombrello sotto cui proteggersi e ripararsi dagli imprevisti della vita, dalla complessità delle relazioni tra donne e non solo. L’obiettivo, dunque, è quello di far rivivere la potenza di quelle relazioni per rilanciare il “pensiero come rischio”. In questo modo la teoria diventa un “variatore di accelerazione”, un moltiplicatore di idee perché agisce “convocando altre idee che le si allacciano, la contrastano, vanno di lato o si mettono a saltare in avanti o indietro”; una teoria che diventa bussola per chi naviga a vista, mai sganciata dalla vita materiale dal momento che la proposta politica è di “far teoria ed agganciarvi le pratiche”. Pratiche che hanno sempre a che fare con la capacità di sottrarsi alla fascinazione del potere e alla tentazione di confondere la libertà femminile con la presenza delle donne nella rappresentanza, nel mercato, nella biopolitica. Perché oggi si delinea un quadro diverso nel quale il (neo)patriarcato si trasforma, diventa moderno, multiforme e soft, e agisce in maniera più subdola producendo nuove forme di addomesticamento del “femminile”. In una società dove “tutto cade”, dove crolla il tetto della biblioteca così come tutto il sistema democratico, dove si sgretola anche l’architettura dell’umano, “mantenersi in bilico nella contemporaneità” è davvero difficile. In nostro soccorso può, quindi, arrivare il pensiero critico e attivo che nasce dai resti e dagli scarti, poiché un crollo apre sempre ad un cambiamento radicale, a spazi nuovi e nuove relazioni.

    “Essere-sante oggi” significa, infatti, agire mettendo in atto “azioni prive di interesse personale, quasi solitarie sebbene tutt’altro che solipsistiche, piuttosto radicalmente aperte al versante relazionale”. Un processo nel quale è necessario “sottrarre ego e far posto al vuoto” per accogliere l’altro/l’altra e farlo vivere liberamente. Come le madri di Plaza de Majo che sono capaci di trasformare il loro privatissimo lavoro di cura materno in agire politico. La “de-creazione”, , lascia spazio ai fatti su cui riflettere o consente l’apparizione di “qualcosa di inaudito ma di essenziale”. I fatti che accadono, appunto. Come la violenza, gli agguati di camorra, la “munnezza”…è evidente come un’altra caratterizzazione importante della rivista sia proprio il suo legame politico con Napoli, città amata ed anche odiata in quel perenne conflitto che molte di noi conoscono e sperimentano giorno per giorno. Una città che esalta e, al tempo stesso, illude. Una città che si trasforma continuamente per non cambiare mai. Ecco che i fenomeni sociali locali possono essere letti in una dimensione globale grazie alla lente che la teoria femminista ci offre. In questa prospettiva, una sezione è dedicata al tema del “ò sistema” che, a partire dalle considerazioni di Angela Putino sulla connessione tra camorra e neoliberismo, si snoda attraverso una serie di interventi volti a mettere in luce che la camorra non è più una forma arcaica di gestione economica che pesca nella marginalità e nella arretratezza delle periferie-ghetto napoletane, ma è un fenomeno che si fa sistema: sistema di impresa, pilastro dell’economia, interpretando al meglio gli imperativi del neoliberismo e cioè la libertà di mercato e, soprattutto, l’idea della imprenditorialità a partire da sé (self-made man).

    Questo ne fa uno dei più grandi gruppi di affari internazionale, con la sua capacità di penetrare nella cultura e negli stili di vita delle persone, di quei soggetti che non siano affiliati in modo diretto. Nel passaggio dal modello liberale a quello neo-liberista, il piano oggettivo del mercato, inteso come struttura di scambio, viene sostituito dalla dimensione soggettiva dell’impresa: una logica che viene interiorizzata dagli individui affinché siano disposti a mettere a disposizione il proprio capitale umano (spesso anche biologico) e che diventa anche parametro per la misurazione delle nostre prestazioni. Il sistema diventa quindi la “cartina di tornasole del capitalismo contemporaneo” che chiede alle donne di offrire il massimo in tutti i settori della vita pubblica e privata: di essere lavoratrici flessibili e buone madri, procreatrici in salute, compagne attrattive e all’occorrenza trasgressive, attente a valorizzare il proprio corpo e la propria femminilità. La fatica scandisce le loro esistenze dal momento che le regole della divisione sociale del lavoro non sono cambiate ed esiste un “implicito contratto sessuale” che individua e gerarchizza lavori di tipo produttivo e riproduttivo, come affermato anche da Carole Pateman in The sexual contract.

    Ecco che le donne risultano intrappolate nello schema della “doppia presenza”: da un lato l’impegno nella vita lavorativa e professionale, dall’altro quello verso la propria famiglia alla quale si offre lavoro oblativo non retribuito. Le cause dell’attuale divario retributivo, di cui in qualche modo oggi si inizia a parlare, risiedono spesso e volentieri nella diseguale ripartizione dei carichi di lavoro domestico e familiare, che impedisce alle donne di accedere al mercato del lavoro alle stesse condizioni degli uomini, nonché di progredire nella carriera. La “fatica” è il risultato di una falsa ed ingiusta struttura sociale dove è impossibile conciliare i ritmi della vita lavorativa, familiare e personale.

    Viviamo, dunque, in una fase storica e sociale nella quale le donne sono sotto pressione perché diventano bacino strategico per un sistema che mette a valore le loro attitudini comunicative e relazionali, nonché la funzione riproduttiva: ecco che anche la nascita diventa un luogo toccato dalla biopolitica, un luogo di controllo sulla vita reso possibile dal progresso scientifico e tecnologico. Il corpo delle donne è sempre stato un luogo di conflitto e di subordinazione, persino di sfruttamento, ma oggi il corpo generante diventa un “luogo dove si gioca una partita decisiva per il potere che tenta di sottrarre al materno la sua funzione primaria, pretende di governare le dinamiche e dettarne il senso”. E allora, la nostra resistenza risiede nella nostra capacità di riappropriarci del senso delle cose e delle relazioni a partire da quelle che possiamo avere con i bambini/e, figli e figlie reali o solo immaginate, che guardano alla città e al mondo con i loro occhi e attraverso la lente rappresentata dalla loro infanzia. Perché l’infanzia “è il nuovo inizio, la possibilità della trasformazione, l’unicità che ogni vota rimette al mondo”. E forse così potremmo arrivare a pensare che il mondo sarà salvato proprio dalle ragazzine.

  • Angela Putino

    Angela Putino (1946-2006), filosofa e femminista della differenza sessuale, si è laureata in filosofia morale presso l’università degli studi di Napoli. Nel 1981 ha vinto il concorso di ricercatrice presso l’università di Salerno, dove è diventata in seguito professoressa associata di bioetica e di filosofia del linguaggio e della scienza. Ha collaborato con la rivista trimestrale di politica e cultura femminile Madrigale, ideata da Lucia Mastrodomenico e ha curato una rubrica di filosofia per la rivista DWF. Angela Putino è stata attivista politica e filosofa sia dentro i luoghi ordinari del sapere che fuori dalle mura e dalle restrizioni accademiche. (altro…)

  • Tristana Dini

    tristana.dini[at]libero.it

    Dottoressa di ricerca in Filosofia, Tristana Dini ha studiato presso le Università di Napoli, Berlino, Bochum e Messina. La sua attività di ricerca viene a concentrarsi sul dibattito filosofico attorno ai temi della biopolitica, ambito su cui per anni ha svolto attività di ricerca guidata da Angela Putino. Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze politiche, sociali e della comunicazione Università degli studi di Salerno, lavora al progetto “Donne, democrazia e crisi della politica”. Fa parte del collettivo di redazione di “Adateoriafemminista”, rivista online che si occupa di filosofia, psicanalisi e comunicazione, fondata da Angela Putino e Lucia Mastrodomenico.

     

    Opere dell’autrice

     – La materiale vita. Biopolitica, vita sacra, differenza sessuale, Mimesis, Roma 2016

    «Le teorie e le pratiche femministe offrono un punto di avvistamento privilegiato sull’orizzonte biopolitico che viviamo. Da due secoli al centro dell’area di attrito tra biopolitica e democrazia, il femminismo – nelle sue numerose varianti – ha messo a nudo il carattere contraddittorio di categorie della teoria politica classica come uguaglianza, democrazia, individuo, diritto, cittadinanza. […] Nel momento in cui le nuove tecnologie portano il capitalismo al cuore della vita, della sessualità, della riproduzione e i corpi delle donne risultano frammentati, oggettivati, investiti dal biopotere, si fa urgente una “politica della vita materiale” in grado di disegnare nuovi modi di abitare la contraddizione tra bíos e zoé».

    – (con S. Tarantino), (a cura di), Femminismo e neoliberismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, Mimesis, Roma 2014

    Ci vuole del coraggio ad affiancare due parole potenti come  femminismo e neoliberismo , con l’intento di ottenere uno schizzo della soggettività femminile scritta e riscritta dell’avvento di quella immensa forma di governo delle vite, che va appunto sotto il nome di neoliberismo. Dalla recensione di Eleonora De Majo su Iaph Italia.

     – La rosa di nessuno/ La rose de personne – Le rivolte metropolitane. Potere destituente/Les Révoltes métropolitaines. Pouvoir desituant, Mimesis, Milano 2008

    Terzo numero della rivista «La rosa di nessuno» che raccoglie i contributi di alcuni dei più significativi filosofi della politica francesi ed italiani attorno al concetto di “potere destituente”. Momento di avvio delle riflessioni è la rilettura delle rivolte delle banlieues francesi del 2005 «come l’apice dell’emersione metropolitana (Los Angeles, Seattle, Genova) di un potere di rifiuto che sembra svincolarsi dal confronto dialettico tra un potere costituente e un potere costituito».

     – Il «filo storico» della verità. La storia della filosofia secondo Friedrich Heinrich Jacobi, Rubbettino, Cosenza 2005

    Riflessione sull’importanza che Jacobi restituisce al “filo storico” dei problemi filosofici e come esso risulti tratto essenziale della critica jacobiana alla filosofia speculativa.

     

    Saggi in volume

     – Per una politica della vita materiale. Il femminismo alla prova del neoliberalismo, in Femminismo e neoliberalismo (a cura di T. Dini e S. Tarantino), Natan Edizioni, Roma 2014, pp. 22-35

     – Fili-azioni. La politica tra eredità e nascita, in M. Forcina (a cura di), Diamo corpo al futuro, Milella, Lecce 2013, pp. 63-73

     – Dispotismo e libertà. Religione e politica negli scritti di F. H. Jacobi, in T.Dini e S. Principe (a cura di), Jacobi in discussione, Franco Angeli, Milano 2012, pp. 15-30

     – Desiderio di teoria, desiderio di vita, in M. Forcina (a cura di), La vita, il limite e le leggi: tutela, controllo, fiducia, Milella, Lecce 2010, pp. 225-229

     – Femminismo e biopolitica. Note sul pensiero di Angela Putino, in S. Tarantino e G. Borrello (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino. Filosofia, differenza sessuale e politica, Liguori, Napoli 2010, pp. 31-36

     – From self-preservation of the individual to regulation of the species. Biopolitics and teleology, in F. Michelini, L. Illetterati (a cura di), Teleology between Mind and Nature, Ontos Verlag Frankfurt, pp. 113-134

     – «L’Altro nel cuore di una totalità». Alterità, corpo e differenza sessuale nel pensiero di Simone de Beauvoir, in N. Pirillo (a cura di), Sartre e la filosofia del suo tempo, Università degli Studi di Trento, pp. 229-242

     – È già politica. Democrazia, biopolitica e singolarità sessuata, in A. Vinale (a cura di), Biopolitica e democrazia, Mimesis, Milano 2007

     – «E’ già politica». Democrazia, biopolitica e singolarità sessuate, in A. Vinale (a cura di) Biopolitica e democrazia, Mimesis, Milano 2006, pp. 169-198

     

    Articoli su rivista

     – «Cercare la forma della ragione in quella universale delle cose». Jacobi contra Kant, in «Il Cannocchiale», XXXVIII, 1, 2013, pp. 97-113

     – L’ambiguità del sacro nell’epoca della biopolitica, in «Fenomenologia e società», 1 (2009), pp. 99-112

     – Eine Stimme im italienischen Feminismus, in «Feministische Studien», 2 (2008), pp. 239-247

     – Estasi metropolitane, in «La rosa di nessuno/La rose de personne», 3 (2008), Mimesis, pp. 113-124

     – Ist das Persönliche (bio-)politisch?, in «Feministische Studien», 1 (2007), pp. 8-24

     – Adateoriafemminista, in «DWF», 1(73), 2007, pp. 4-5

     – Sistema e fine del patriarcato, in «Adateoriafemminista», n. 2, gennaio 2007

     – Tra “bíos” e “zoé”: teorie femministe della biopolitica, in «Annali di Studi religiosi», 7 (2006), pp. 29-52

     – Religione e politica negli scritti di F. H. Jacobi (1773-1796), in «Annali di studi religiosi», 5 (2004), pp. 193-227

     – Croce interprete di Jacobi, in «Croce filosofo. Atti del Convegno Internazionale di studi in occasione del 50° anniversario della morte», Rubbettino, Cosenza 2003, vol. II, pp. 320-331

     – In dialogo col fantasma. Il confronto di Jacobi con la filosofia di Spinoza, in «Archivio di storia della cultura», Anno XV – 2002, pp. 195-231

     

    Link dove compaiono articoli, testi, interventi dell’autrice

    L’evoluzionismo che visse due volte, in “Qt”, n. 6, 25 marzo 2006

    Sensata o sessuata esperienza? Epistemologia femminista e biopolitica, XII IAph Symposium

    Santità versus salute, in “Adateoriafemminista”, n. 31, gennaio 2008

     

    Link

    Collegamento alla pagina personale sul sito dell’Università degli studi di Salerno

     

    Iniziative

    Maggio 2009 – Pensiero e giustizia in Simone Weil. Giornate di studio per il centenario della nascita di Simone Weil;

    Agosto – Settembre 2006, Roma – XII IAph Symposium.

    Gennaio 2006-2009 – progetto: il futuro della natura umana, con P. Costa e F. Michelino.

     

     

  • Opere di autrici – Angela Putino

    Opere di autrici – Angela Putino

    CopertinaTROMPE-L’ŒIL
    Il mito di Narciso in Hermann Hesse

    Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1977

    La prima monografia di Angela Putino propone una lettura del mito di Narciso in Hermann Hesse. Vi appare la struttura di una società che desidera cogliere l’alterità, ma risulta incapace di viverla se non attraverso un identico travestito. Il soggetto e il suo riflesso formano una totalità monolitica, il gioco delle differenze è differito, esse vengono ricoperte dalla verosimiglianza. Pure, nell’oscillazione perpetua intorno ad un asse simmetrico si crea una nuova scena in cui sembra circolare un «possibile impossibile e non-visibile altro».

     

    SIMONE WEIL. LA PASSIONE DI DIO.Copertina

    Il ritmo divino nell’uomo

    Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 1997

    È il frutto dei primi studi weiliani di Angela Putino, nati all’interno dell’esperienza femminista, precisata in una lunga attività di seminari al Centro Virginia Woolf di Roma. La storia della creazione interessa a Simone Weil in quanto storia del mondo che risponde alla domanda della sventura: storia del contatto di Dio col mondo. S’intrecciano in queste pagine riflessioni dense e precise sulla «funzione guerriera», sull’azione non agente, sull’amore impersonale, irrimediabilmente esteriore rispetto alla forza: l’amore si presenta nel vuoto, come ciò che è presente senza presentarsi, senza colmare, l’amore è de-creazione.

    CopertinaAMICHE MIE ISTERICHE

    Cronopio, Napoli 1998

    Il testo è ispirato da una forte ed appassionata critica (mossa dall’interno: di qui il titolo “amiche mie…”) nei confronti del pensiero della differenza sessuale italiano degli anni Novanta che, ricondotto alla modalità isterica della relazione tra madre e figlia, finisce col produrre rigidità e immunizzazione dall’alterità. La differenza sessuale è invece, per Angela, «libertà possibile di un divenire molteplice che non scaturisce da un’interiorità – germe – ma da una diversificazione attivata». La lacerazione con sé e con l’altra va letta come un dono, il divenire e la differenza sono legate alla separazione e alla partizione, a quel movimento impossibile verso l’altro che gli permette di assumere il «volto estremo dell’estraneità». L’ordine materno rischia invece di condurre il femminismo nelle maglie di una biopolitica che ha già saputo negli ultimi due secoli impiegarne le istanze di cura in una logica di governo del vivente.

    CopertinaSIMONE WEIL. UN’INTIMA ESTRANIETÀ

    Città aperta edizioni, Troina 2006

    Si trovano condensate in queste pagine le appassionate ricerche di Angela Putino sul pensiero di Simone Weil. Ma questo libro non è una semplice monografia sulla pensatrice francese: si tratta di una lettura filosofica originale che attraversa il mondo frammentato dei Cahiers weiliani seguendo il filo rosso della teoria matematica dei transfiniti cantoriani, della psicanalisi lacaniana e del pensiero della differenza sessuale per andare con Weil, oltre Weil. L’abietto, la sventura di una donna è il posto che occupa nel registro del simbolico, quello di un resto, di un fuori, da cui passa, però, un infinito, a partire da cui il simbolico si fora e lascia vedere il reale. Le donne, come gli infiniti molteplici, saltano il conto per uno: «per tale motivo ogni volta che, senza perdersi nell’empiria, un qualcosa di singolare insiste e si presenta come estaticità della storia umana, ogni volta che un universale – un infinito – passa fuor di definizione e pure sta al mondo, materiale e “incarnato”, si fa strada nelle donne un particolare attaccamento a tali comparizioni». E’ la potenza del “fuori” che resiste ad ogni interiorizzazione, la separazione che rivela il reale intimo estraneo.

    DWF – Per Angela, 2007, n. 1 (73)

    pdfindice e abstracts 

    La notizia della morte di Angela Putino ci è arrivata addosso d’improvviso a metà gennaio, mentre già stavamo lavorando al primo numero del 2007; lasciando da parte e rimandando al numero successivo i ragionamenti già avviati, abbiamo subito deciso di dedicarlo a lei, per onorare e rilanciare il suo pensiero fino all’ultimo “guerriero”. Angela era una donna a tutte noi molto vicina, singolarmente e nel suo rapporto con DWF, che pur prendendo negli anni forme diverse non si era mai interrotto, e si stava anzi rinsaldando in vista di una nuova e più stretta collaborazione. Sappiamo che ci mancheranno la sua intensità, le provocazioni mai gratuite del suo lucido sguardo sul mondo, l’instancabile tessitura di idee e progetti che metteva in atto. L’ultimo progetto, da poco avviato, era il sito “adateoriafemminista”, aperto insieme a Lucia Mastrodomenico, anche lei scomparsa all’inizio di quest’anno, e a Nadia Nappo, Stefania Tarantino, Marilù Parisi, Marina Bruzzese, Maria Vittoria Montemurro, Amalia Mele, Stefano Perna e Tristana Dini. A quest’ultima abbiamo chiesto dunque di presentare brevemente il sito, dopo le poche dense parole di Rosetta Stella, che in un rapido schizzo fa rivivere agli occhi del cuore e della mente la piccola grande figura di Angela – “uno scricciolo di donna, tutta mente, parole e passioni. Tutta vento” – e i luoghi e le relazioni della sua vita.
    Ripubblichiamo poi, come peraltro Angela ci aveva chiesto – per il permanere nel tempo che la materialità di una rivista stampata offre rispetto alla volatile comunicazione della rete – il suo ultimo scritto, “Cultura del Sistema”, atto di amore e di rabbia verso la sua città, già apparso appunto nel sito. Segue la riflessione di Paola Masi e Patrizia Cacioli sul momento di passaggio di DWF che vide Angela, che già aveva scritto per noi, iniziare un periodo di regolare collaborazione con la rubrica “Themis”, di cui si ricordano impostazione e tematiche. Infine, sempre a partire da “Themis” ma più in profondità, Federica Giardini ripercorre il contributo originale di Angela al pensiero femminista italiano. Non per “atto di giustizia, né ricordo” ma perché sia – come vorremmo fosse tutto questo numero, “spazio e occasione per scoprire e pensare lo stato delle cose al presente”.

    CopertinaEsercizi di composizione per Angela Putino. Filosofia, differenza sessuale e politica

    a cura di Stefania Tarantino e Giovanna Borrello
    Liguori, 2010

    pdf indice pag. 1 / pag. 2

    Con questo libro si propone una prima e originale monografia sul pensiero di Angela Putino. Il suo modo di fare filosofia è sempre andato di pari passo con l’affettività e il senso dello stare in relazione. L’idea è stata subito quella di costruirlo come una composizione musicale, composizione di relazioni a tutt’oggi vive, che trovano in alcune note, preludi, variazioni e intermezzi il modo di restituire tutta la libertà e la vastità del suo sapere. Angela Putino è stata anche e soprattutto una fine filosofa della differenza sessuale e del femminismo italiano. I testi proposti in appendice testimoniano questa sua passione politica, una passione che richiede amore delle relazioni ma anche una necessaria corrispondenza nei gesti, nelle parole, nelle azioni.

  • A. Putino, I corpi di mezzo, a cura di Tristana Dini, Ombre corte, Verona 2011

    A. Putino, I corpi di mezzo, a cura di Tristana Dini, Ombre corte, Verona 2011

    Il pensiero femminista muove dai corpi, che coniuga al plurale senza cercarne una sintesi. E’ su questa acquisizione che si innestano le riflessioni di Angela Putino. I corpi non sono dunque un mero e indistinto dato biologico, né quell’”essere comune” sul quale si fonda la politica: “sono sessuati oltre la biologia perché toccati dal senso, in lotta”. Questo il punto di rottura del femminismo: aver proposto una politica dei corpi nell’epoca in cui la vera posta in gioco del potere è la governamentalità del vivente.

    Recensione di Nicoletta Stellino 
    L’insieme dei saggi di Angela Putino raccolti in Corpi di mezzo, edito nell’ottobre 2011 a cura di Tristana Dini, si concentra attorno all’analisi del concetto di biopolitica posizionato all’interno di uno schema evolutivo che pone nella nascita il momento in cui il patrimonio genetico di un individuo prende forma, determinando così in maniera decisiva quelle informazioni genetiche con cui non solo egli vive, ma con le quali si inserisce nei processi sociali e politici. Tale prospettiva è una delle tante contaminazioni che l’autrice deriva dal pensiero di Foucault, che rielabora in alcune sue parti fino a ritrovare in questo molti punti di contatto con il pensiero della differenza. Tutte le intersezioni e contaminazioni di pensiero che l’autrice mette in atto vengono fatte vivere in un nuovo insieme di relazioni senza forzature di alcun tipo.

    Nel discorso biopolitico, morale e biologia si intrecciano indissolubilmente, come se l’una fosse il parametro determinante dell’altra e viceversa, per approdare ad una definizione di “sanità”, non solo in campo medico ma anche sul piano sociale, che valga per un’intera specie. La misurazione biologica diviene, infatti, parametro che certifica la competenza o l’incompetenza su tutti i fronti.

    In questo contesto la sessualità acquista una rilevanza come atto del generare, soggetto a condanna come atto moralmente illecito quando con esso si dà luogo ad una generazione che devia da quella che viene intesa come normalità e che porta a ciò che viene abbassato a difetto genetico, patologia e malattia endemica.

    La sessualità, in questo contesto, è sostanzialmente un fenomeno riproduttivo: le operazioni di controllo e di investimento dei dispositivi di potere hanno l’esigenza di individuare la differenza tra i sessi per rispondere ad una domanda di procreazione specifica ed esigenze definite di “salute”. I corpi delle donne diventano materiali su cui applicare tecniche che, sospendendo la sessualità e il desideri di ciascuno di loro, utilizzano il sesso femminile come mero fornitore di prodotti. Per esempio, se tra Ottocento e Novecento la sessualità veniva regolata perché con questa avvieniva la selezione, con Hitler il patrimonio genetico diviene addirittura la ricchezza di una nazione.

    La biologia, in particolare la teoria evolutiva, secondo le interpretazioni foucaultiane, fornisce concetti utili ad una ideologia biopolitica come quello di adattamento: in questa ottica, solo se l’individuo sarà in grado di adattarsi alle variabili dell’ambiente in cui vive sarà possibile l’accesso a mondo degli inclusi. Putino nota come, in una tale prospettiva evolutiva, l’intento non è quello di proporre e individuare una cura, se davvero ce ne fosse bisogno, ma quello di ostacolare un eventuale contagio tra individui di dignità diverse e preservare quella “sanità” che garantisce il miglior sviluppo della specie. Logica conseguenza è la creazione di un sistema di inclusione-esclusione, visto che non a tutti è data la possibilità di essere dei sani portatori, e controllo e disciplina divengono il necessario metodo di governo. La disciplina dei corpi, infatti, viene destinata alla realizzazione di una sana specie umana.

    I corpi di mezzo, dunque, sono proprio quei corpi informi che non trovano collocazione in qualsiasi definizione perché incapaci di adeguarsi, sono i corpi dei folli di cui parla Foucault o i corpi massacrati dall’ideologia nazista: sono corpi senza cittadinanza. La biopolitica diventa, in questo senso, potenziamento di mezzi e metodi di governamentalità, non tanto di repressione, ma tecnologie che incentivano un unico modello di vita.

    Inoltre il linguaggio biologico, in una concezione biopolitica della realtà, si intreccia con quello economico che parla di profitti e che si muove secondo la logica dell’utile.

    L’intento è ora, secondo Putino, quello di svincolarsi da una struttura che definisce a priori le norme che regolano l’inclusione e l’esclusione da una vita ritenuta degna, decostruendo un impianto fatto di forme già date e precondizionate e dando spazio ad aperture che, dirigendosi verso l’esterno, riescano a liberarsi da definizioni e schemi rigidi che posizionano i corpi fuori o dentro di esse per trovare loro un senso.

    In questa direzione si inserisce anche il discorso psicoanalitico in cui, con Foucault, si individua il primo superamento del determinismo evoluzionista.

    Dunque bisogna mettere i corpi in relazione, senza mai definirli: è proprio nelle relazioni che essi prendono vita. Quello che secondo Putino è necessario fare è partire dai propri corpi, dai propri modi per “espellere”, dice l’autrice, la propria interiorità; così che essi possano diventare “corpi fuori”, spazi aperti.

    La realtà di oggi ci offrirebbe la possibilità di uno spazio in cui verrebbe meno il senso del corpo, inteso come unico e definito, attraverso un insieme di interconnessioni in cui i corpi vengono messi in relazione in una rete di rapporti di vicinanza, esposizione, movimento; ma ciò non accade perché vi è una tale velocità e impossibilità di relazioni, tali in quanto di numero sproporzionato, che i corpi si trasformano in una sovrapposizione che confonde tutto. I corpi sono, in questo caso, il “tra”: ciò che sta in mezzo affinché siano “trasmettitori indifferenti”.

    Oggi, inoltre, sulla questione della procreazione il dibattito è caldo: lo scontro con il femminismo in tema di aborto si spiega proprio perché esso insiste sulle singole coscienze, mentre la biopolitica tende a creare un unico sentire condannando le decisioni singolari come fonti di deviazione e offuscamento.

    Aver cura di sé significa ripartire da sé, dai propri corpi senza indossare una forma che ci viene imposta dal potere. Significa resistere vanificando il potere, rendendolo inattivo. É qui che Putino intreccia il pensiero di Foucault con le pratiche delle donne: il femminismo mette in scacco quel progetto politico secondo cui la vera posta in gioco del potere è la governamentalità del vivente.

    Concepire i corpi come uno e considerarlo come “incarnazione del senso globale” significa incastrarli in un’unica definizione che non esiste; significa regolarli e controllarli. I corpi, invece, dice Putino, sono sessuati “oltre la biologia”, perché è nell’esperienza che hanno un loro senso, a prescindere dai loro ruoli e dalle loro identità. I corpi sessuati sono corpi “di esperienza” che non hanno bisogno di localizzazioni o di forme precostituite che diano loro un senso, ma necessitano di spazi aperti.

    Oggi il potere va intercettato non più nelle istituzioni che lo impongono dall’alto, ma deve essere ricercato nei meccanismi che provengono dal basso e si diffondono lasciando credere che siano normali, necessari e qualcosa da cui sia impossibile prescindere.

    Se la biopolitica definisce cos’è il vivente, resistere significa essere in grado di dire la verità della propria vita, partendo da sé, parlando in prima persona: la cura di sé è un atto di resistenza contro l’imposizione.

    I corpi non possono essere qualcosa che ci predetermina, ma essi devono essere lo spazio dei nostri desideri, delle nostre resistenze e dalla nostra esperienza. In questo modo è necessario parlare di una molteplicità di sensi, come è necessario parlare di corpi e non di corpo; parlare di corpi significa partire proprio dall’esperienza di ciascuno di essi, cioè parlare di corpi che siano, in questo senso, sessuati.

  • G. Borrello, S. Tarantino (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino, Liguori, Napoli 2010

    G. Borrello, S. Tarantino (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino, Liguori, Napoli 2010

    Stefania Tarantino e Giovanna Borrello (a cura di)

    Esercizi di composizione per Angela Putino. Filosofia, differenza sessuale e politica, Liguori, Napoli 2010, pp. 130
    Esercizi di composizione per Angela Putino è un libro musicale nel senso profondo della parola. Il testo fa sua l’idea che l’armonia numerica alla base di una composizione musicale è tale proprio perché composta dalla differenza e dalla discordanza delle voci. L’armonia nasce da una dissonanza che è insieme contrasto e appartenenza, senza la quale non ci sarebbe varietà, movimento, creatività, vita. Alla ricerca di questa armonia la filosofa napoletana Angela Putino, scomparsa prematuramente nel 2006, dedica l’intera esistenza, consapevole che dalla differenza può nascere il seme di un nuovo che dice della continuità della storia e della vita. Quella di Angela è una differenza vissuta in prima persona, incarnata da azioni e parole spesso inattuali che rifuggono l’idea di un “potere” ufficiale, un pensiero unico a cui uniformarsi. Il libro, curato da Stefania Tarantino e Giovanna Borrello, ne traccia il ritratto di donna e di pensatrice attraverso una polifonia di voci amiche legate alla filosofa dalla comune passione per il pensiero della differenza sessuale. Chiara Zamboni, Wanda Tommasi, Rosetta Stella, Nadia Fusini, Tristana Dini, Nadia Nappo solo per citarne alcune. L’intervista ad Enzo Moscato e Tata Barbato ripercorre gli anni della giovinezza e gli esordi come pensatrice. Il ricordo di Angela si trasforma in linea guida nel riflessione sul significato profondo del pensiero della differenza sessuale oggi, nel suo intimo legame con la filosofia e la politica. Filosofia, differenza sessuale e politica sono per la Putino elementi tra loro indisgiungibili, traccia di un abitare il mondo che è insieme passione, azione, relazione. “La filosofia conserva e custodisce, attraverso un suo modo proprio di pensiero, un pensiero che accade altrove. Uno di questi ‘altrove’ è la politica”, commenta la pensatrice in uno dei suoi ultimi scritti inediti che il libro ha il merito di riproporre assieme ad altri. Non si tratta di una politica fatta di saperi oggettivabili, come “le richieste contanti all’interno dell’economia di mercato”, ma di una pratica che parte dall’idea che ci sia un “indimostrabile”, una verità che si fa avanti da sola in quanto esprime “un interesse non oggettivabile”. Questo “impersonale della politica” è una giustizia originaria che non si lascia etichettare sotto effimere parole di democrazia o parità, ma va dritto al cuore di una evidenza originaria. Quella cioè che “ogni donna pensa. Sì, ogni donna pensa, è capace di pensiero e, nel pronunciare ciò, direttamente si coglie che, dalla politica, si è iniziato. Da questo pensiero della politica sono derivate le questioni della sorellanza, e poi della disparità, poi gli studi di donne, poi i motivi teorici”. Il pensiero filosofico diventa così un pensare “sperimentante” in grado di riappropriarsi della sua radice vivente attraverso la pratica della relazione tra donne. Esso dice del bisogno di una politica autentica, di una giustizia in grado di dar conto dell’unicità del soggetto. La filosofia nasce da un rapporto diretto con l’altro/a, dal conflitto proficuo di una relazione in cui non c’è nessuna verità oggettiva che possa guidare il rapporto perché la verità è in gioco nella dialettica della relazione. Si tratta di una “filosofia presa su serio”, commenta Stefania Tarantino, che è, fin dal suo nascere, già politica. Nelle sue comunità politico-filosofiche femminili, come la redazione della rivista Madrigale e quella più recente di Ada Teoria Femminista, Angela sperimenta il senso di un sapere che la espone in prima persona perché la coinvolge come donna oltre che come pensatrice. Il senso della sua pratica non si esaurisce nei luoghi cosiddetti “istituzionali” ma la segue ovunque come uno stile che ne imprime l’esistenza. Non è un caso che nei racconti degli amici compaia spesso il riferimento alla sua piccola casa piena di gatti, lontana dal trambusto della città, in cui accoglieva e condivideva. Un’agorà in cui la filosofa si alimentava della vita alla ricerca di un pensiero della differenza femminile pronto a muoversi ai margini di un “simbolico” maschile, costantemente fuori dall’ordine ufficiale come uno scarto, un rimosso. È nei meandri di una conoscenza ai limiti che Angela sceglie di spingersi, consapevole che questo essere “al di fuori” da ogni logica precostituita rappresenti l’unica condizione per cogliere il senso di una verità sempre e comunque “altrove” dal sapere condiviso. Lo stare fuori dal simbolico è sì sventura di ogni singola donna ma anche possibilità di guardare oltre, di acquisire nuova consapevolezza. Il vuoto non va colmato ma accolto come soglia di un altrove. In questo senso esso è esperienza liberatoria. La sventura femminile diventa tale solo quando chi è esclusa finisce con l’aderire alle logiche di un potere che non le appartiene, abbracciando il punto di vista dei dominatori, la logica del carnefice. Lo sapeva bene la filosofa Simone Weil, di cui la pensatrice napoletana è stata fine ed originale studiosa ed il cui pensiero permea gran parte della sua produzione speculativa. La donna assume le sembianze del weiliano “supplicante muto” fuori dai giochi, nel luogo di un’abiezione accettata che non ha nessuna mira di omologazione al sapere maschile. Nel rischio di questo scarto è la possibilità di un salto, uno scatto verso il futuro.

    Recensione di Antonella Fimiani