• Femminismo ed Esperienza Giuridica. Gli abstract dei singoli saggi (Edizioni Efesto, 2017), a cura di Anna Simone e Ilaria Boiano

    Femminismo ed Esperienza Giuridica. Gli abstract dei singoli saggi (Edizioni Efesto, 2017), a cura di Anna Simone e Ilaria Boiano

    Capitolo 1

    Diritto/diritti/giustizia e pensiero femminista: breve storia di un rapporto controverso

    di Anna Simone

     

    Abstract

    In questo articolo delineerò i tratti principali che hanno attraversato il rapporto controverso, complesso e stratificato tra diritto/diritti/giustizia e femminismo sia sotto il profilo più strettamente giuridico sia sotto il profilo più sociologico e filosofico. L’ipotesi di fondo, che caratterizza anche la specificità innovativa di un indispensabile nuovo approccio epistemico al rapporto stesso, si dipanerà provando ad andare oltre la dicotomia dentro/fuori il diritto, per ripensare il femminismo stesso come limite dell’approccio positivista e, al contempo, come matrice rigenerativa, esperenziale della stessa prassi giuridica.

    Parole chiave: Diritto, Diritti, Giustizia, Femminismo, Simbolico, Conflitti, Esperienza.

     

    In this article I will outline the main traits that have gone through the controversial, complex and stratified relationship between law/rights/justice and feminism, both from a strictly legal point of view and from a sociological and philosophical point of view. The basic hypothesis, which also characterizes the innovative specificity of an indispensable new epistemic approach to the relationship itself, will unravel trying to go beyond the dichotomy inside/outside the law, to rethink feminism itself as the limit of the positivist approach and, at the at the same time, as a regenerative, experiential matrix of the same legal practice.

    Key words: Law, Rights, Justice, Feminism, Symbolic, Conflicts, Experience.

     

    Capitolo 2

    Femminismo ed esperienza giuridica. A proposito del ritorno di una antica regula juris [1]

    di Silvia Niccolai

     

    Abstract

    Come mai una antica regula juris come il principio mater semper certa è avvertita come utile e importante dalle femministe italiane di oggi? E che cosa ci dice questo riguardo al rapporto tra femminismo italiano e diritto?  Il saggio si avventura tra queste domande cercando di proporre una via d’uscita dall’alternativa usurata fra formalismo e anti-formalismo, e recuperando il valore dell’esperienza giuridica.

    Parole chiave: Uguaglianza, Diritto, Femminismo

     

    Why is an ancient regula juris as the principle Mater semper certa felt today as an useful and important tool by many feminists in Italy? And what does this tell us about the relationship between Italian Feminism and Law? This essay ventures among these questions trying to propose a way out of the worn alternative between formalism and anti-formalism, and recovering the value of Law as Experience.

    Key words: Equality, Law, Feminism

            

    Capitolo 3

    La pratica femminista del processo penale come strategia di difesa dei diritti delle donne vittime di violenza maschile

    di Teresa Manente

     

    Abstract

    In questo saggio a partire dalla mia esperienza professionale di avvocata penalista specializzata nell’assistenza legale a favore delle donne vittime di violenza maschile, traccio un quadro dell’approccio, degli strumenti e degli obiettivi della pratica femminista del processo, con un approfondimento in tema di reato di maltrattamenti in famiglia e sulla funzione giuridico-politica dell’atto di costituzione di parte civile delle associazioni femministe nei processi penali.

    Parole chiave: Pratica Femminista Del Processo, Violenza Maschile contro le Donne, Violenza Domestica, Affidamento, Sorellanza

     

    In this essay, taking as starting point my professional experience as criminal lawyer specialised in legal assistance of women victims of male violence, I suggest a framework of approaches, tools and goals for a feminist practice of the criminal trial, with a focus on the crime of domestic violence and on the juridico-political function of the participation of feminist associations to the criminal trials as civil part.

    Key words: Feminist Practice of the Trial, Male Violence Against Women, Domestic Violence, Trust, Sisterhood

     

    Capitolo 4

    Femminismo giuridico tra pratica forense e teoria. Caso di studio: la violenza sessuale nei conflitti dinanzi alle corti regionali per i diritti umani

     di Ilaria Boiano

               

    Abstract

    Definita una prima traccia metodologica della critica femminista del diritto, in questo contributo si sondano le potenzialità del femminismo giuridico inteso come limite esterno del diritto positivo e del contenzioso a partire da casi decisi dalle corti regionali di tutela dei diritti umani (Corte EDU e Corte Interamericana) sul tema della violenza sessuale commessa nel corso di conflitti interni e internazionali. In chiusura si offre una prima riflessione sull’approccio femminista alla giustizia invocato dal Tribunale delle donne in Sarajevo, che trova sua fonte e regola a partire dall’esperienza e attraverso la convalidazione di quest’ultima come fonte primaria di sapere.

    Parola chiave: Femminismo Giuridico, Diritto Internazionale, Violenza sessuale in situazioni di conflitto, Esperienza Giuridica, Giustizia Femminista

     

    In this essay I will suggest a first methodological trace of legal feminism and I will explore its potentialities as external limit of the law and litigation through the analysis of cases decided by the regional human rights courts (ECtHR and IACtHR) dealing with the issue of conflict-related sexual violence. In the end, I will offer a first picture of the feminist approach to justice invoked by the Women’s Court in Sarajevo, which identifies its source and rule with experience and through the validation of the latter as the primary source of knowledge.

     

    Key words: Legal feminism, International Law, Conflict-related Sexual Violence, Legal Experience, Feminist Justice

     

    Capitolo 5

    Umanità come percorso individuativo

    Diritto, esperienza, differenza

    di Angela Condello e Benedetta Rinaldi Ferri

     

    Abstract

    Il principio di uguaglianza presuppone i valori della dignità e dell’autonomia. L’autonomia implica che ciascuno sia in grado di determinare la propria esistenza attraverso una serie successiva di scelte tra diverse opzioni. Questo percorso è reso possibile dai diritti fondamentali che, se intesi come spazio di evoluzione, garantiscono spazi di autodeterminazione nei rapporti giuridici privati. A partire dall’analisi di due casi di discriminazione religiosa sul lavoro e delle sentenze della Corte di Giustizia europea, individuiamo un approccio interpretativo coerente con la logica di bilanciamento propria di questi diritti e delineiamo un quadro teorico utile a fare dei diritti universali non un esercizio di definizione, ma una possibilità di individuazione.

    Parole chiave: Autonomia, Diritti Fondamentali, Differenze, Differenza, Individuazione, Esperienza.

     

     

    The principle of equality presupposes the values of dignity and autonomy. Autonomy implies that everyone is able to determine his or her existence through a series of choices among different options. This path is enabled by fundamental rights which guarantee, when understood as a space of evolution, spaces of self-determination in private legal relations. The analysis starts from the exam of two cases of religious discrimination. By discussing the judgments of the European Court of Justice, we outline an interpretive approach consistent with the balancing logic of these rights and we build a theoretical framework that could be useful to transfomr universal rights into a possibility of individuation.

    Keywords: Autonomy, Fundamental Rights, Differences, Difference, Individuation, Experience.

     

    Capitolo 6

    La violenza economica sulle donne come paradigma della violenza conservatrice.

    Un punto di vista sulla sentenza di Cassazione n. 11504 del 10 maggio 2017, in tema di assegno divorzile

    di Chiara Colasurdo

     

    Abstract

    Intercettate le direttrici filosofiche e sociali della configurabilità di una violenza contro le donne anche in termini economici, e disvelato il panorama di una tendenza a conservare la subalternità cui le donne sono state storicamente relegate, il testo procede con una breve analisi del lavoro svolto dalle donne nell’ambito della produzione e della riproduzione sociale. Il contributo critica una recente sentenza di Cassazione che ha inteso mutare i criteri di determinazione del diritto all’assegno divorzile. Ci si interroga sulla conciliabilità di un diritto che trova nell’esperienza la propria fonte con il rendere giustizia attraverso le pronunce giurisdizionali utilizzando l’approccio decostruzionista del femminismo giuridico.

    Parole chiave: Femminismo Giuridico, Solidarietà Economica, Lavoro, Assegno Divorzile, Violenza Conservatrice, Giustizia Sociale, Esperienza Giuridica.

     

    Intercepted the philosophical and social guidelines about the configurability of economic violence against women and unveiled the panorama of a tendency to preserve the subalternity in which women have been historically relegated, the essay proceeds with a brief analysis of the women’s work in the field of production and social reproduction. The contribution criticizes a recent judgement of Italian Cassation Court that intended to change the criteria for determining the right to divorce allowance. Using the deconstructive approach of the legal feminism, it is questioned the compatibility of a right that is rooted in the experience with the possibility of doing justice through judicial pronouncements, using the legal feminism deconstructive approach.

    Key words: Legal Feminism, Economic Solidarity, Work, Divorce Allowance, Conservative Violence, Social Justice, Legal Experience.

     

    Capitolo 7

    Vulnerabilitá, vittime e diritti

    di Chiara Federica Pedace

    Abstract

    Il concetto di vulnerabilità ha progressivamente assunto una rilevanza centrale, tanto nel dibattito filosofico-politico, quanto nel discorso giuridico. L’impulso derivante soprattutto dalla normativa sovranazionale alla tutela delle vittime di reato ha attribuito rilevanza giuridica a tale concetto, e contribuito allo sviluppo di una riflessione criminologica sulla posizione della vittima nello studio della devianza, tanto da determinare la nascita di una nuova disciplina quale la vittimologia. Il contributo si propone di analizzare la centralità assunta dalla vittima nel diritto penale e nel dibattito criminologico. Questa ricostruzione consentirà di illuminare il significato che la vulnerabilità assume nell’ambito della tutela delle vittime fornita dalla normativa e giurisprudenza interna e sovranazionale. Attraverso gli strumenti concettuali offerti dalla criminologia critica e dalla critica femminista al diritto, saranno evidenziate le criticità connesse all’uso di tale concetto sia nell’accezione utilizzata in ambito giurisprudenziale e legislativo che in quella fatta propria dalla vittimologia.

    Parole chiave: Vulnerabilità, Vittima, Vittimologia, Criminologia, Critica Femminista del Diritto

     

    The concept of vulnerability is beginning to take on significance both in philosophical debate and in legal field. The protection of victim of criminal offences provided by European law is giving legal form to this concept. These forms of protection, furthermore, are contributing to the development of criminological studies about the status of the victim. This stimulus has led to the birth of a new branch of criminology called victimology. The paper aims to examine the centrality of the victim in criminal law and in the criminological debate. This reconstruction makes it possible to explore the meaning of vulnerability in the field of the protection of victims provided by European and national law. Through conceptual tools offered by critical criminology and feminist critique, the paper highlights critical issues relating to the use of this concept both in legal framework and in victimology.

    Key words: Vulnerability, Victim, Victimology, Criminology, Feminist Critics of Law

     

    Capitolo 8

    «Non nel mio nome!» Sicurezza, sessismo e autodeterminazione nelle parole dei collettivi femministi contemporanei italiani

    di Caterina Peroni

     

    Abstract

    In questo contributo si analizzano i documenti femministi pubblicati sul sito «Controviolenzadonne.org» in occasione della manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne «Non nel mio nome» del Novembre 2007. Oggetto della critica femminista è la strumentalizzazione politico-mediatica in chiave securitaria della violenza di genere in Italia, avvenuta in seguito all’omicidio di Giovanna Reggiani nell’Ottobre 2007 per mano di un cittadino romeno, all’interno di un frame ancora profondamente sessista, patriarcale ed eteronormativo che, secondo le campagne analizzate, lede la libertà femminile. Dai comunicati proposti si analizzano le forme di autodeterminazione e di autonomia delle donne, proposti da questi collettivi e movimenti come unici strumenti utili per combattere la violenza di genere.

    Parole chiave: Violenza di Genere, Movimenti Femministi, Giovanna Reggiani, Frame Sicuritario, Norma Eterosessuale, Autodeterminazione

     

    This paper analyzes the feminist documents published on the website «Controviolenzadonne.org» for the national demonstration against male violence on women «Not in my name» of November 2007. The target of feminist criticism is the political-media exploitation of gender-based violence in Italy occurred after the murder of Giovanna Reggiani in October 2007 at the hands of a Romanian citizen, within a still deeply sexist, patriarchal and heteronormative frame that undermines women’s freedom. In the press releases, the feminist groups organizing the demonstration claim the self-determination and autonomy of women as the only useful tools to radically combat gender-based violence.

    Key words: Gender-Based Violence, Violence Against Women, Giovanna Reggiani, Security frame, Heterosexual Norm, Self Determination, Italian Feminist Movements.

     

     

     

    [1] Testo scritto a partire dalla Lectio Magistralis tenuta per inaugurare il modulo ‘Diritto/Diritti/Giustizia’ coordinato da Anna Simone, Ilaria Boiano, Angela Condello all’interno del Master in Studi e Politiche di Genere diretto dalla prof.ssa Federica Giardini, Università di Roma 3.

  • Sara Fariello – Madri Assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato, Mimesis 2016

    Sara Fariello – Madri Assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato, Mimesis 2016

    di Anna Simone

    Prima scena: c’è una mamma, una donna, da sola dentro casa con un mucchio di panni da lavare che fissa il vuoto, ossessionata dal pianto del suo bambino e dal telefono che squilla in continuazione. Seconda scena: come fosse diventata all’improvviso un’altra persona quella stessa mamma e donna prima mette tutti i panni in lavatrice e poi ci mette anche il suo bambino. Terza scena: quella stessa madre e donna ora è in cura presso l’unico reparto femminile, tra i sei ospedali psichiatrici giudiziari presenti sul territorio, a Castiglione delle Stiviere. Dopo varie sedute con lo psichiatra prende improvvisamente coscienza del suo gesto rimosso per anni, arriva in cima a delle scale costruite a tornanti circolari, fissa gli stessi tornanti e si butta giù. Sono solo tre scene, tra le tante, di “Maternity Blues”, un film straordinario del 2011 di Fabrizio Cattani, tratto dal dramma teatrale “From Medea” e da una realtà che se guardata in faccia senza paura assomiglia ad un insieme di armi fendenti sempre pronti a colpire.

    Con la stessa nozione  “maternity blues” lo psicoanalista inglese Donald Winnicott ha indicato una sintomatologia composta da tristezza e improvvisa malinconia che colpisce quasi la metà delle donne nella prima settimana dopo il parto, una volta si chiamava “il pianto del latte”, poi anche “sindrome da puerperio”. Per la criminologia positivista, per la sociologia della devianza di superficie, per l’opinione pubblica e per il cinismo che ammanta molte delle inutili parole che affollano i talk show a sfondo giallistico, invece, trattasi solo di “madri assassine” ovvero di “mostri”.

    Sara Fariello, sociologa della devianza presso la seconda Università di Napoli, aveva già lavorato sul figlicidio in un brillante saggio presente in un volume da me curato nel 2012, Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, soffermandosi prevalentemente sulla costruzione, e dunque sulla decostruzione, degli ordini discorsivi sul tema, così come vengono tradotti nei mezzi di comunicazione di massa, nonchè sulla rimozione collettiva che un tale fenomeno porta alla luce sul piano della responsabilità sociale legata all’esperienza della maternità. Dopo qualche anno quel piccolo saggio di Sara è diventato un libro fitto, lucido, interessante anche in virtù del suo doppio posizionamento esperenziale dichiarato fin dall’inizio: la nascita della sua bambina, il parto, il dopo-parto, e il suo mestiere di ricercatrice in sociologia giuridica della devianza.

    Madri assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato è, dunque, in prima battuta l’esito di una ricerca prima inesistente sul fronte sociologico giuridico (l’argomento era stato studiato in prevalenza solo dalla psichiatria e dalla criminologia), nonché uno strumento importante di riflessione per l’approccio legato al femminismo giuridico che cerchiamo di promuovere attraverso queste pagine. Il primo gesto teorico compiuto dallo studio di Sara va nella direzione di costruire una linea di interpretazione sociologica al tema in grado di decostruire la nozione stessa di “madri assassine” perché rispondente più a un tentativo di colpevolizzare l’esperienza della maternità che a inquadrare il fenomeno. Un fenomeno che, a ben guardare, esiste solo sull’eco che alcuni singoli casi evocano attraverso la morbosità della cronaca nera: come dimostra l’autrice del volume il figlicidio, in realtà, oltre ad avere percentuali in calo, resta un atto criminale prevalentemente compiuto dai padri (spesso associato anche all’omicidio della coniuge o della ex).

    La seconda linea, sviluppata assai bene in questo lavoro, concerne il nesso che intercorre tra sintomatologie specifiche legate a questo fatto sociale, per esempio la depressione post-partum, e la “solitudine sociale” di molte madri. I processi di individualizzazione della società contemporanea, infatti, hanno avuto un’eco anche rispetto alla genitorialità, un tempo decisamente più condivisa su scala comunitaria e familiare. I bambini, in altre parole, sono sempre più “solo” nell’alveo della responsabilità dei genitori e sempre meno dell’intera comunità: amici, parenti, vicini ovvero gli attori di una responsabilità sociale allargata e di forme di solidarietà informale che si vanno progressivamente scomponendo soprattutto nelle grandi città.

    La terza linea presente nel volume indaga il ruolo della “madre” e della donna che, come sappiamo, può anche non coincidere, all’interno del pensiero femminista, per decostruirne la “mistica” o per sottolineare quanto, in alcuni casi, giochi un ruolo fondamentale anche l’idea di un desiderio eterodiretto che genera situazioni di difficoltà qualora diventi difficile la gestione del rapporto materiale tra madre e figlio. Si passano pertanto in rassegna i lavori di Gilligan, Rich, Muraro, Lonzi, ma anche De Lauretis, Wittig, Butler arrivando a sostenere la tesi secondo cui madri si diventa, non si nasce.

    La quarta e ultima linea che attraversa il volume si sofferma sulle modalità attraverso cui si è costruita la “devianza femminile”. Qui v’è una storia molto stratificata che va dalla criminologia positivista di fine ottocento sino all’imperialismo culturale delle neuroscienze sulle scienze umane e sociali, basti pensare alla nascita della figura dell’isterica o della “prostituta nata” e via discorrendo. Sara Fariello non ricostruisce questa genealogia, ma si colloca prevalentemente su un presente attraversato da una sorta di involuzione teorico-politica che tende a trasformare ogni “questione sociale” in una “questione criminale” per risolverla sempre con gli strumenti della stigmatizzazione mediatica, psichiatrica, penale, a scapito di una cultura del Welfare che sembra retrocedere di anno in anno. Un libro vivo, insomma. Interessante e molto utile, non solo per il femminismo giuridico-penale e per la sociologia della devianza, ma per chiunque voglia provare a non semplificare, in formule rozze di giudizio senza conoscenza, un fatto sociale così ostico e difficile.

  • Si può vivere senza amore?

    Si può vivere senza amore?

    Note sullo spettacolo di e con Tony Allotta, La vita davanti, andato in scena presso il Teatro Argot Di Roma.

    di Anna Simone

    Se è vero che nella società della prestazione la dimensione performativa del sé risponde più al “dover essere” che al “come” desidereremmo vivere; se è vero che oggi la parola tende a trasformarsi sempre in comunicazione senza significazione; se è vero che la politica urlata, in grado solo di trasformare saperi e conoscenze in mere opinioni non ha più nulla da dirci; se è vero che il femminismo per potersi rigenerare continuamente necessita sempre di nuovi linguaggi, più prossimi ad un corpo che parla, gesticola, traduce e trasmette nuove emozioni affrontando temi cruciali come le relazioni, l’amore, la storia sociale incarnata da uomini e donne che l’hanno materialmente fatta; e se è vero che l’unico pensiero che vale si dà attraverso l’esperienza, allora “La vita davanti”, lo spettacolo bellissimo di e con Tony Allotta -andato in scena nei primi giorni di marzo presso il Teatro Argot Studio, nell’ambito della settimana “Sassolini. Perimetri, partiture, riscritture” a cura del collettivo Isola Teatro di Roma- può anche essere recensito da me, ovvero da una sociologa, anziché da una critica teatrale. E non solo perché Erving Goffman, un classico della sociologia, ci ha insegnato che ogni forma di interazione tra attori sociali si manifesta attraverso la cornice di una “scena”, esattamente come accade in teatro, ma anche e soprattutto perché per ricostruire un senso fondativo e denso in questa nostra società, un po’ malata, i linguaggi dell’arte risultano essere più che mai indispensabili, una sorta di nutrimento da cui partire per rigenerare immaginazione e simbolico. La scena dello spettacolo di Tony si presenta scarna: v’è una scala con uno striscione arrotolato, di fronte –all’altro capo del palcoscenico- v’è una poltrona, per terra tra i due poli una scritta fatta di tanti pannolini appallottolati su cui si legge “Love Mi”.

    Le luci si accendono e l’attore-autore, con gli abiti di un ragazzino, appollaiato sulla scala comincia il suo monologo che si fa subito fittissimo, potente, come il suo corpo che comincia a transitare avanti e indietro tra la scala e la poltrona, toccando con gli occhi e la parola tutti gli spettatori. Corpi che contano e corpi che parlano, direbbe Judith Butler. E così comincia la storia iperbolica e complessa di Mohammed, altrimenti detto Totò, bambino-adolescente-ragazzo-uomo musulmano abbandonato dalla madre prostituta presso l’appartamento-orfanotrofio di Madame Emma (la poltrona è il suo trono). Tony Allotta, completamente solo in scena, non perde mai un colpo, parla perfettamente in un italiano arabizzato fantastico, una sorta di linguaggio senza lingua, districandosi con il suo corpo parlante tra un pezzo di storia e l’altro, al punto da non capire neanche più se sta raccontando pezzi della sua storia personale (“Sono cresciuto con tante donne” –mi ha detto poi-), pezzi della storia di Totò, pezzi della storia della madre biologica, pezzi della storia degli altri bambini che vivevano con lui, pezzi della storia di Madame Emma, pezzi di una storia sociale fatta di povertà e di una vitalità costretta a reinventarsi continuamente per non cedere alla disperazione, nella Parigi degli anni ottanta, pezzi di un mondo complesso, quello delle migrazioni. Pezzi che lui tiene assieme trasformandosi in simbiosi con essi in una vicenda complessa, eppure così semplice. Tra risate e lacrime, il tempo di questo spettacolo passa in fretta, e attraversa profondamente tutti gli spettatori e le spettatrici. Perché? Perchè trattasi, al fondo, di una grande storia d’amore. Una storia d’amore che Tony Allotta mutua, reinterpretandola e facendola sua, dal meraviglioso racconto -che leggerò grazie a lui-, “La vita davanti a sé” di Emil Ajar (Roman Gary). Un testo che parlandogli ha trasformato poi in parola per lui e per noi, direi per la società intera. E così, all’improvviso, nel bel mezzo della storia, si srotola lo striscione sulla scala e la domanda diventa più secca, quasi mozzafiato: “Si può vivere senza amore?”. Sempre all’improvviso, e nel bel mezzo della storia, quel “Love mi” scritto con i pannolini viene distrutto dallo stesso Tony-Totò trasformando gli stessi pannolini appollottolati in una sorta di arma soft, simbolicamente “merda” da lanciare contro gli spettatori, i quali a loro volta rilanciano. E’ la “merda” che c’è sempre, in ogni società che stigmatizza, giudica, riduce a corpi minori i migranti, e in ogni storia d’amore, specie se non canonica, regolare, borghese. Ma è anche la “merda” che inevitabilmente arriva persino nelle storie d’amore più belle, una sorta di significante –direbbero gli psicoanalisti- che attraversa le condizioni materiali di chi racconta e di chi è raccontato, della società, dei rapporti di coppia, dell’amicizia. Però, e qui c’è la vera grandezza di questo spettacolo, quella “merda”, quel significante, in questo spettacolo non diventa mai rancore, vendetta, cinismo, ma solo desiderio e voglia di fare comunque e in ogni caso della propria vita, di qualunque vita, anche di chi vive in uno slum, un’opera d’arte. Il piccolo grande Mohamed, cioè Totò, è un immigrato abbandonato da sua madre e Madame Emma, che lo alleva insieme ad altri bambini è un’anziana prostituta ebrea scampata ai campi di concentramento di Aushswitz. Due storie complesse, figlie del novecento e di tutti i mali del mondo, quantomeno negli effetti che hanno generato. Mentre la madre biologica, quella donna che ha abbandonato suo figlio, è una prostituta. Tecnicamente in sociologia potrebbero essere vite “devianti”, ma nella realtà e nella trama affettiva delle persone che non si incontrano mai per caso, così come Tony Allotta non ha incontrato per caso il racconto da cui ha tratto questo spettacolo, trattasi solo di biografie non conformi in una storia e in una società che esclude, stigmatizza e conforma. E allora torniamo alla domanda: “Si può vivere senza amore?”. Si può vivere d’amore anche se si ha una vita difficile, se si è musulmani a Parigi, se si vive in un orfanotrofio con una prostituta che diventa mamma comunque, anche se non è la madre biologica, si può vivere d’amore incontrando contingentemente personaggi curiosi, da bar, che però insegnano tanto della vita e si può amare anche un ombrello, quando l’umanità sembra sparire all’improvviso perché essa stessa impaurita dall’amore e da corpi non conformi? Sì, si può amare comunque, se non si cede al risentimento. Un racconto che, come si legge nel concept: “Ci pone davanti a scelte e domande universali: la scelta di quale sia la nostra età o se una nostra età esista; la scelta del nostro credo o se non sia meglio nessun credo e la conoscenza dell’altro come credo; la scelta di sapere chi sia veramente la nostra mamma o se serva saperlo; o se si possa rinunciare ad avere anche un’idea di Mamma e poi scegliere magari un ombrello come migliore amico”.

    Uno spettacolo importante, denso, che ogni teatro dovrebbe mettere in calendario e che tante, tantissime persone, dovrebbero vedere per la sua originalità, per la sua forza, per la imponente tenuta scenica di Tony Allotta. Perché le migrazioni, il rapporto madre-figlio, non importa se biologico o no, le relazioni, lo stesso amore sono il nostro mondo. Un mondo che ha bisogno dei linguaggi dell’arte, di questi linguaggi dell’arte, per ritrovare la densità perduta nell’oceano delle narrazioni tossiche e prive di qualsivoglia forma di empatia, con sé e e con l’altro, che attraversano il presente. Dunque grazie a Tony Allotta.

  • Anna Simone (a cura di), Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, Mimesis, Milano 2012

    Anna Simone (a cura di), Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, Mimesis, Milano 2012

    Più che un tema è la proposta di un cambio di paradigma. “Sessismo democratico” è espressione che ricolloca nel contemporaneo la posizione di una donna, i rischi e i conflitti da assumere. Prima ancora dell’evocazione di prime, seconde e terze ondate del femminismo, è in effetti più efficace –e ne abbiamo bisogno– di nuove narrazioni del paesaggio in cui ci troviamo ad abitare.
    Nell’Introduzione Anna Simone offre gli elementi di questo paesaggio e le connessioni tra loro. Si comincia da un primo, non scontato, gesto d’orizzonte: “nell’epoca della frammentazione della sovranità, del lavoro, del diritto, del sapere, le soggettività o gli attori sociali si frammentano a loro volta” (p. 12). Un gesto che indica uno sguardo segnato dal passare delle generazioni nel femminismo. La vita di una donna viene collocata su grande scala, partecipa di questi tempi di metamorfosi violente, con tutti i rischi ma anche le invenzioni che si presentano. Non dunque s/oggetto separato, sprovvedutamente consegnato a condizioni costruite altrove, bensì lucido nell’appropriarsi del senso del proprio tempo.
    Il secondo gesto consiste nel tracciare uno spazio comune ma non indifferenziato in cui si trovano i soggetti che vivono e cercano senso per le loro vite. Attraverso il concetto di “status” – che individua “disabili”, “gay”, “lesbiche”- si arriva a cogliere quelle tante situazioni che parlano sì di donne, ma in un modo che a un orecchio femminista ha un che di stonato. Lo status indica, infatti, quei processi di identificazione forzata, che viene costruita attraverso i media, le sentenze, le misure dell’inclusione. In effetti, finito il patriarcato, con le sue capacità di tracciare confini tra dentro e fuori, tra inclusi ed esclusi, tra pubblico e privato (Straniero, p. 131), il gioco si è fatto più pervasivo. L’espressione con cui nominare la famiglia di nuovi procedimenti che riguardano le donne, e altri soggetti, è quello dell’”inclusione differenziante”, per cui la partecipazione è richiesta, di più, è “l’ultima frontiera del politically correct” (Introduzione, p. 14), ma a condizioni tanto definite quanto poco dichiarate. Il quadro che viene ricostruito trova importanti appoggi nelle analisi femministe sulle nuove grammatiche del neoliberismo, a cominciare da quella che Rosi Braidotti tratteggiava nella nuova Introduzione a Madri, mostri e macchine nel 2005, quando parlava di “prolificazione reificata” della differenza.

     

    Certo che si è prese da un moto di rivolta per l’omicidio di Giovanna Reggiani, eppure – come tante femministe capirono allora e come ricostruisce Caterina Peroni (pp. 112 e ss.) – i media, in alleanza con le retoriche delle istituzioni, utilizzarono quel nuovo senso comune di indignazione per innescare e giustificare politiche securitarie e neorazziste – ricordiamo lo sgombero con ruspe del campo rom che ne seguì. Ecco allora la dignità di una donna, alfine inclusa nel discorso pubblico, ma nel quadro di una ripartizione tra “amici” e “nemici”, tra “buoni cittadini” e “criminali” (Fariello e Mauriello), con tutte le azioni che ne conseguono, alfine legittimate. La mente va subito all’analoga mossa retorica che enumerò, tra le ragioni della guerra in Iraq, – una guerra che stentava a trovare argomenti di legittimità – l’oppressione delle donne islamiche a fronte della libertà di quelle occidentali.
    E’ così che si ottiene l’effetto paradossale di un contemporaneo che coniuga una proliferazione discorsiva sulle donne a una loro de-soggettivazione. Ancora una volta, ma in nuova veste, a fare da misura non è la voce viva di una donna, la sua esperienza, ascoltata e potenziata da altre. Donne, alfine previste sì, incluse nel discorso pubblico, rappresentate nei media (Giomi), ma come partecipanti a un gioco dalle regole già stabilite. Risuona con nuovi e diversi e chi la domanda di Carla Lonzi: “ci piace, dopo millenni, inserirci a questo titolo in un mondo progettato da altri?” (Sputiamo su Hegel, p. 14).
    La regola del “noi/loro” – regola per eccellenza della tradizione maschile e patriarcale – trova un’altra esemplificazione, ulteriormente articolata, nei procedimenti di legge rispetto alle mutilazioni genitali femminili, praticate da migranti che vivono in Italia. Fusaschi mostra come la legge, a fronte di retoriche del rispetto della libertà delle donne italiane, differenzi oculatamente tra chi, maschio o femmina, sia coinvolto in queste pratiche: una condanna per un atto non compiuto da una donna su una bambina, un’assoluzione per un atto compiuto da un uomo su un bambino che non sopravvive (p. 143). Ma la ripartizione “noi/loro” insiste sulle stesse occidentali, le degne e le indegne, le colpevoli e le innocenti, come mostra un cambio di passo che, nel saggio, ricorda quello compiuto da Fatema Mernissi, quando respinge al mittente occidentale le retoriche sul velo: così pronte a sposare lo sdegno per le mutilazioni genitali femminili, eppure così pronte a procedere al “restyling dell’intimo”, adeguamento chirurgico dei genitali a una norma (p. 156).  – appropriata e di nuovo tutta contemporanea suona allora la domanda di Rivolta femminile: normalità stabilita ma “per il piacere di chi?”.
    L’aggiornamento della plurisecolare domesticazione del corpo femminile, trattare il proprio corpo non secondo le misure che produce e conosce, ma secondo misure e regole costruite altrove, avviene anche attraverso le tecniche del parto, che spesso sono le donne stesse a richiedere. Ciò che appare come una auspicata presa in carico della decisione – nel momento in cui le tecniche sono ricevute e non elaborate culturalmente – si rivela essere un tentativo di rifuggire al dominio maschile, sì ma una decisione attraverso cui una “donna si lascia colonizzare per semplificare i processi complessi della biologia femminile” (Ferraro, p. 43).
    Con la ricchezza descrittiva e narrativa delle inchieste sociologiche, arriviamo così a cogliere due spazi simbolici che si contendono conflittualmente il senso del contemporaneo: da una parte, il “postpatriarcato”, quale contesto che è stato radicalmente trasformato dalla libertà femminile, con tutto quel che di cultura e di politica ha prodotto; dall’altra, il “neopatriarcato” dove è la stessa libertà femminile ad essere oggetto del discorso altrui.

     

    Il crinale che permette di districarsi tra gli sconfinamenti di questi due spazi, è quello della “voce” (Peroni, p. 117), delle donne che parlano a partire da pratiche effettive di libertà (Introduzione, p. 12). Il criterio è efficace e fine tanto quanto è severo: non è sufficiente “parlare di” donne, per essere soggetti di quel discorso. Ancora Rivolta femminile: “Più ti occupi della donna e più mi sei estranea” (Secondo manifesto, p. 8) frase che, ridetta nei termini del femminismo delle donne delle ultime generazioni, suona: all’inclusione opponiamo l’autodeterminazione. E’ questo l’aggiornamento necessario per una politica della differenza: ripartire da un lavoro sulle condizioni del senso, a partire dall’esperienza di vita e dalla presa di parola in autonomia.
    Assume qui un valore specifico il contributo di uno sguardo maschile sulla ricollocazione delle donne nelle relazioni organizzate di camorra che, da una parte, assume che “non si può parlare di camorra in maniera impersonale, ma raccontando necessariamente di donne e di uomini e, dall’altra, smonta le retoriche del dilemma non sanno quel che fanno/sono criminali omologati (Sgueglia, pp. 85 e ss.). Un contributo che viene pienamente esplicitato in finale del volume:  “Non è un caso che le donne siano da tempo protagoniste in tutti quei punti di crisi (e nelle) forme contemporanee di resistenza” (Petrillo, p. 203). In effetti, se assumiamo che la distribuzione dei confini tra i sessi è indicatore dello stato dei tempi, della violenza e delle transizioni verso nuove forme di divisione del lavoro e nuove forme di vita, il sapere generato da  una “soggettività sorgiva ed eccedente” (Introduzione) diventa materia di confronto e ricchezza di analisi cui altri soggetti – non solo le donne – possono attingere e che possono sviluppare. Verso un rinnovato senso di comunanza.

     

    Nella raccolta di scritti si trovano alcune indicazioni effettivamente praticate su come dare corpo e slancio generativo a questi saperi. Una prima è l’indicazione che Simone dà in apertura: a fronte dello stato di frammentazione controllata, i saperi devono tornare a rispondere a quella transdisciplinarietà che il femminismo aveva intuito come la forma migliore per rendere conto della vita di una donna, delle relazioni e scambi attraverso cui prende corpo, ma soprattutto del nesso necessario tra pensiero ed esperienza. Contro l’oggettivazione dell’argomento e la sua manipolazione attraverso strumenti di quantificazione, si ritorna infatti alla “centralità dell’esperienza”, del corpo femminile, delle sue forme di vita e della sua singolarità, esperienza che, attenzione, connota i temi di cui si scrive, ma soprattutto la posizione di chi scrive. Non sguardo esterno, dunque, ma pienamente implicato nelle relazioni che fanno il sapere. Questa avvertenza è particolarmente degna di nota nel momento in cui ci viene da una sociologa che ha come contropartita, nella tradizione anglosassone dei gender studies, quel metodo disciplinare che viene messo sotto il titolo della intersectionality, un metodo che costruisce statisticamente i propri oggetti di studio e che riduce la complessità alla risultante di intrecci tra procedure di classificazione: le donne, i disabili, i gay e le lesbiche, i neri, i trans, etc. Una perversa sommatoria di “occuparsi di” e di individuazione dei “soggetti” alla stregua di oggetti predisciplinati dal sapere.
    Una seconda indicazione effettivamente operante si ritrova nel saggio di Rosa Parisi che ci racconta, attraverso la viva voce dell’esperienza, di un episodio in cui alcune donne arabe, non solo non sono oggetto di studio, ma anzi, sono le “protagoniste” dell’occupazione di una scuola elementare nel quartiere di Centocelle a Roma, che ospita circa cinquanta famiglie. Attraverso questo episodio si salta da uno spazio simbolico all’altro, senza dover ricorrere alle infinite mediazioni del pensiero reattivo (pp. 170-176). Non infinite disquisizioni sull’illibertà di donne di altre culture, non sottili distinguo tra i rischi di colonizzazione, neocolonizzazione, e conseguenti rimedi “dialogici”: piuttosto, quel fiuto politico – o orecchio per la libertà femminile vigente –  che permette di non ristare sul problema dell’inclusione, bensì sulla capacità di formulare e attuare condizioni di vita e di giustizia. Quanto cambierebbero i programmi di empowerment della nostra benemerita Unione Europea, se i progetti andassero non a oggetti – individuati come inerti e problematici – ma a soggetti che conflittualmente stanno già procedendo a un senso pieno della loro cittadinanza?
    Una terza indicazione emerge, infine, dalla ricollocazione del problema della rappresentanza femminile nelle istituzioni politiche. Lorella Cedroni, studiosa di lungo corso della questione, in accordo con il nuovo approccio aperto dal volume, salta tutte le opzioni che le analisi e i dibattiti lascerebbero oggi: autoescludersi perché il gioco non vale la pena, accontentarsi di surrogati, di una rappresentanza basata su uno specifico parziale, oppure accettarla alle condizioni previste dalla tradizione maschile, vale a dire omologandosi. Allungando lo sguardo oltre l’inclusione – non è del potere che le donne hanno bisogno e nemmeno del paradosso di “trasformare l’emarginazione in egemonia” – la posizione di una donna, la sua memoria almeno duplice di vinta e di liberata, alza la posta in gioco e sta su un terreno del tutto contemporaneo: “rivitalizzare la dimensione creativa – o creatrice – della politica, che offre la possibilità di “fare” e di “agire”, che ci permette di cambiare il mondo e dare inizio a qualcosa di nuovo” (pp. 186-187). Ritorna così l’apertura iniziale: di fronte a questi nuovi fatti e saperi che riguardano così da vicino le donne, la questione e l’intrapresa è dell’ordine della creazione e non dell’inclusione.

     

    Recensione di Federica Giardini

  • A. Simone, I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio, Mimesis, Milano 2010

    A. Simone, I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio, Mimesis, Milano 2010

    Quali relazioni intercorrono tra normalizzazione del comportamento sessuale, strumentalizzazione della violenza sulle donne, utilizzo delle ordinanze amministrative come strumento ordinario di gestione dei territori e detenzione dei migranti nei Centri di identificazioni ed espulsione?

    Quali dispositivi vengono messi in atto e quali istanze di sorveglianza, disciplinamento e repressione intervengono in questi fenomeni oggi e in che relazione si trovano con altri dispositivi ed istanze che hanno operato storicamente e che continuano spesso ad interferire con le dinamiche presenti?

    Nell’intreccio di questi interrogativi si colloca l’analisi condotta da Anna Simone nel suo ultimo libro “I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio”.
    L’armamentario è quello foucaultiano, proprio perché l’obiettivo è decostruire gli ordini discorsivi per portare ad evidenza gli effetti del potere e del diritto sui corpi che alla norma del potere e del diritto non sono riconducibili. Corpi indocili che si vogliono riportare ad una normalità indiscussa, ma la cui “gestione” è ostacolata dal fatto che i loro comportamenti non danno vita ad alcuna fattispecie di reato e che ad essere in questione non è tanto la condotta, quanto l’essere stesso dei soggetti; un’a-normalità imputata sulla base di principi accettati acriticamente che determinano un regime di esclusione, attraverso il ricorso a dualismi quali normale-anormale, pericoloso-innocuo, decoroso-indecoroso, regolare-irregolare.

    Eppure l’individuazione delle soggettività da normalizzare non deriva da alcuna condizione oggettiva, piuttosto Simone riprende le 4 categorie di Luhmann, selettività, comunicazione, decisione eprevenzione, per mostrare come i processi di gestione dei rischi attribuiscano ad alcune situazioni la caratteristica del pericolo, allarmando la popolazione rispetto ad esse e giustificando in questo modo interventi repressivi e azioni preventive che restringono la libertà dei soggetti, e ne trascurino invece altre.
    Il riferimento all’Italia è piuttosto esplicativo di questo processo: qui infatti “il processo di selettività dei rischi ha avuto come suo rovescio principale la presa in carico solo di alcuni tra gli stessi rischi, prevalentemente quelli legati ai trend della criminalità e della devianza trascurando tutti gli altri; il processo di comunicazione dei rischi ha avuto come suo rovescio principale la costruzione di allarmi sociali legati a fenomeni un tempo considerati normali e fisiologici all’interno di qualsiasi modalità di mutamento sociale; il processo di decisione politica e giuridica ha avuto come rovescio principale l’escalation delle politiche securitarie..; infine l’ideologia della prevenzione dei rischi ha spesso mostrato il suo rovescio attraverso l’acuirsi di nuovi dispositivi dediti al controllo sociale”. (p. 11)

    Potere politico e diritto intervengono quindi nel far emergere alcune categorie e soggetti come oggetto condiviso delle preoccupazioni della cittadinanza “sino a trasformare l’emergere di nuove soggettività in meri corpi del reato. Corpi da gestire e da governare attraverso inediti dispositivi di controllo sociale stigmatizzanti e differenzianti”. ( p. 13)

    Il primo capitolo del libro è dedicato al potere normativo dell’eterosessualità, inteso come principio primo di inclusione o esclusione e modello di riduzione a devianza che funge da presupposto e da “banco di prova” per ogni altro meccanismo di discriminazione, ma anche per un potere che dalla sola repressione passa alla produzione delle soggettività da assoggettare, delle eccedenze e degli scarti, sulla base di una definizione dei ruoli sociali che crea inevitabilmente degli esclusi.

    E’ interessante quello che Anna Simone scrive riprendendo le considerazioni di Foucault sulla perduta serenità di Herculine Alexina Abel Barbin (nata ermafrodita, dichiarata prima femmina, poi maschio, muore suicida “perché non tollerava la violenza morale della diagnostica medica e delle leggi che volevano attribuirgli/le un “vero sesso” e una “vera identità” nonostante la singolarità della sua vita e del suo corpo” (p. 22), che ricorda del passato il limbo felice di una non-identità e la libertà rispetto al desiderio di raggiungere un sesso piuttosto che un altro, libertà da una sessualità normata da interrogare anche rispetto alle più comuni esperienze che ciascuna e ciascuno compie con riferimento all’identità e alla sessualità e in generale al potere performativo dell’ordine del discorso che, normando la sessualità, procede ad una “identificazione coatta” e a disciplinare l’intera condotta.

    Si giunge così alla costruzione di identità schiacciate su ruoli già previsti all’interno di rapporti disciplinati, soggettività definite per mancanza e per difetto “aprioristicamente come bisognose di regolamentazione e tutele particolaristiche” (p. 33), cui il diritto può rispondere solo con nuove norme paternalistiche, che confermano al contempo l’indiscutibilità del principio di esclusione. Un’impasse che Anna Simone propone di superare attraverso la formula “Né uguali, né differenti, ma eccedenti” (p. 36), per tenere presente che l’accesso al diritto non dà la misura, non è sintesi dell’identità, è uno strumento, parte di un percorso più ampio e continuamente oltre quel limite che la norma impone.

    Nel secondo capitolo, Anna Simone indaga invece i rapporti tra violenza sessuale, autorità ed evoluzione del diritto penale e “tra la costruzione degli allarmi sociali e la strumentalizzazione del corpo femminile usato come strumento di legittimazione delle politiche securitarie del presente”. (p. 37)

    Nella sua ricostruzione l’autrice narra come fino all’età contemporanea fosse ordinario trasformare le vittime degli abusi in imputate, colpevoli di avere una condotta immorale che avrebbe giustificato l’atto dell’aggressore o di essere state incapaci di evitarlo, ma evidenzia anche il fatto che le violenze vengono praticate per la maggior parte da familiari o affini e sul posto di lavoro. Un dato a tutti noto, eppure costantemente oscurato per poter procedere ad un processo di “criminalizzazione indistinta degli uomini immigrati in relazione agli stupri” e alla “strumentalizzazione del corpo femminile usato per legittimare la recrudescenza delle politiche securitarie”. (p. 47)

    Qui è da rilevare però il segno di un processo più ampio, dell’affermarsi di una modalità di governance che si basa fondamentalmente, dai decreti alle ordinanze amministrative, sulla generazione e riproduzione di uno stato di allarme che giustifichi azioni repressive e conferimento di poteri straordinari in risposta a presunte o vere emergenze, avulse dai contesti e dalla ragioni che le determinano, azioni punitive che tendono a individuare, isolare e colpire determinate categorie o singoli soggetti utilizzando il più noto dei meccanismi di elusione e mistificazione del conflitto, quello di individuare di volta in volta un nemico, un male, che è causa di tutti gli altri e che di conseguenza assolve ogni altro attore e processo sociale dalla responsabilità di quanto accade.

    Questo ci conduce al tema del terzo capitolo e ad una prima analisi del processo per cui si ha una moltiplicazione delle ordinanze amministrative dirette a colpire alcune categorie, i migranti in primis, intese non più come strumenti di intervento temporanei e straordinari, ma come mezzi per regolamentare “condotte non riconducibili a fattispecie di reato”: “I corpi delle prostitute, dei lavavetri, dei giocolieri, dei presunti spacciatori, dei giovani, ma anche i corpi di semplici cittadini, di venditori ambulanti, diventano oggetti da sottoporre a forme diverse di divieto decise per loro dagli amministratori locali”. (p. 57)

    Decisioni, quelle contenute nelle ordinanze, che pretendono di esprimere, riflettere, le esigenze sentite della cittadinanza, ma che sono in realtà assunte senza alcuna forma di mediazione, bensì sempre in maniera autoritaria ed esaurendosi nella pura repressione, nel solo divieto di fare qualcosa. Ed ha ragione Simone ad affermare che esse sono diventate “una modalità di gestione dei rischi urbani, uno strumento della governance territoriale” (p. 58) che consente l’imposizione di un certo ordine e il perpetuarsi di meccanismi di esclusione/marginalizzazione sulla base di giudizi circa comportamenti o condizioni che che vengono presentati come devianti, di disturbo per l’ordine, sulla base di criteri mai esplicitati.

    Ci si abitua così all’idea “secondo cui i problemi sociali causati da situazioni di difficoltà oggettiva, possano essere risolti attraverso gesti autoritari del tutto incapaci di generare una presa di coscienza collettiva sulle risposte da dare a fasce della popolazione disagiate”. (p. 69)

    Ed ecco infine la soluzione per eccellenza, affrontata nell’ultimo saggio, far sparire i problemi, che in questo caso sarebbero i corpi dei migranti, attraverso la reclusione in spazi extra-territoriali, i Centri di identificazione ed espulsione, in una sorta di limbo dei diritti, in attesa dell’espulsione o di un permesso umanitario o di accedere al diritto d’asilo.

    Una detenzione vera e propria, e di certo non una modalità dell’accoglienza, che Anna Simone si propone di confrontare con altre istituzioni totali come le carceri e i lager, rilevando come mentre il campo si propone come luogo di eccezione, che risponde provvisoriamente ad un’emergenza mettendo al bando il diverso ed esponendone la “nuda vita” all’arbitrio del potere, “i Cie invece normalizzano e regolarizzano l’emergenza andando a generare una vera e propria geografia sistemica, stabile e funzionale della detenzione amministrativa dei clandestini”. (p. 81)

    Vediamo allora come in tutti i casi descritti sia all’opera un’ideologia del rischio, che legittima soluzioni repressive che restringono progressivamente i diritti sulla scorta di uno stato di allarme permanente e non offrono alcuna risposta alle istanze di nuove soggettività politiche o comunque irriducibili al modello normativo che si pretende universale.

    “All’interno e all’esterno di questi rapporti si può vedere la doppia mossa del diritto che da una parte eccede se stesso trasformando i diritti soggettivi in mero strumento di intervento penale e securitario in grado solo di ridurre la libertà del singoli e delle singole; dall’altra si lascia eccedere dagli stessi corpi rivelandosi paradossalmente incapace di rispondere alle aspettative delle nuove soggettività che popolano le società complesse della contemporaneità”. (p. 10)

    (recensione di Angela Lamboglia)

  • Anna Simone, I talenti delle donne, Einaudi, Torino 2014

    Anna Simone, I talenti delle donne, Einaudi, Torino 2014

    Pratiche di libertà nel declino del paternalismo

    di Federico Zappino – pubblicato su ‘il manifesto’, 1 ottobre 2014

     

    E’ ormai chiaro che i libri che par­lano delle donne – così come quelli che par­lano di gay, lesbi­che, trans, per non par­lare di gio­vani, migranti e pre­cari – si divi­dono in due filoni: quelli che con­cor­rono al con­so­li­da­mento degli ordini discor­sivi che pre­sie­dono alle varie forme di sog­get­ti­va­zione main­stream (in un modo o nell’altro fun­zio­nali, cioè, all’ideologia domi­nante); e quelli che fanno ana­lisi cri­tica, e cri­tica sociale. In que­sto secondo filone si col­loca il libro che Anna Simone ha appena pub­bli­cato per Einaudi, I talenti delle donne: una rifles­sione ela­bo­rata a par­tire da ven­tuno inter­vi­ste con donne dalle bio­gra­fie tra loro assai diverse, pro­ve­nienti dalla poli­tica (Bonino, Cati­zone, Cuc­chi, Pup­pato), dalla ricerca (Del Re, Lec­cardi, Napo­leoni, Sara­ceno), dalla cul­tura (Melan­dri, Ran­geri), dal sociale (Camusso, Sen­ti­nelli). E vi si col­loca nono­stante la sfida di pub­bli­care una rifles­sione cri­tica, anche con­tro­cor­rente, con un edi­tore così pre­sti­gioso, non fosse sem­plice: il rischio di non dire nulla di «peri­co­loso», per «par­lare a tutti» è in que­sti casi sem­pre in agguato.
    Al con­tra­rio, appare chiaro fin dall’indice che la rifles­sione con­si­ste in un lavoro deco­strut­tivo nei riguardi del fascino che le reto­ri­che domi­nanti in mate­ria di «donne» con­ti­nuano a sor­tire non solo a livello media­tico, ma pro­prio a livello di poli­ti­che imple­men­tate: dalle apo­rie dell’autodeterminazione agli argo­menti sem­pre­verdi pro o con­tro le quote, dalla più becera vit­ti­miz­za­zione ai reali pro­blemi di wel­fare, dai limiti del for­ma­li­smo alle insi­die del «merito», è tut­ta­via nell’individuazione dello scarto all’interno del quale que­ste deco­stru­zioni devono essere calate che l’analisi di Simone mette a tema un aspetto cru­ciale: il muta­mento di para­digma inter­corso nel pas­sag­gio da una società «patriar­cale» di tipo repres­sivo a una neo­li­be­rale in cui la moda­lità ope­ra­tiva del potere è prin­ci­pal­mente di tipo «pater­na­li­sta».
    Meno acci­den­tata e più sci­vo­losa sarebbe stata resa infatti da que­sto pas­sag­gio la rela­zione tra le strut­ture di potere e l’eccedenza fem­mi­nile, al punto che Simone pro­pone di con­cet­tua­liz­zare l’accresciuta com­ples­sità al di fuori dai bina­ri­smi (eguaglianza/differenza, inclusione/esclusione, ecc.) che ne hanno sto­ri­ca­mente strut­tu­rato l’esperienza. Se il patriar­cato si fonda sull’esclusione delle donne dalla sfera pub­blica, e su una distin­zione tra pub­blico e pri­vato che trae linfa pro­prio dalla misti­fi­ca­zione della dif­fe­renza, il pater­na­li­smo invece scom­bina e a un tempo ricom­bina tutto ciò, poi­ché si esplica nella pro­du­zione delle moda­lità che deter­mi­nano pro­prio l’inclusione dif­fe­ren­ziale delle donne. Si esplica, in fondo, in una pro­du­zione, in senso fou­caul­tiano, delle stesse sog­get­ti­vità fem­mi­nili da inclu­dere: un’inclusione il cui cri­te­rio, lungi dall’essere «poli­tico», ha più a che fare con la messa a valore dei corpi e delle atti­tu­dini fem­mi­nili, testi­mo­niata dalle reto­ri­che sulfat­tore D o sulla wome­no­mics o dal diver­sity mana­ge­ment. E dun­que cosa resta, in que­sto pas­sag­gio, degli spazi di libertà e di desi­de­rio – i quali o sono cate­go­rie poli­ti­che o non sono nulla – che le donne hanno con­qui­stato con le lotte degli ultimi due secoli? Quali forme di resi­stenza arti­co­lare nel momento in cui simu­la­cri di libertà e di desi­de­rio sono pie­gati a quella che, per citare Carla Lonzi, sem­bra essere l’inclusione ricat­ta­to­ria delle donne alla grande scon­fitta dell’Uomo – ben testi­mo­niata dal tra­collo eco­no­mico e dallo sman­tel­la­mento del wel­fare al quale le donne sono chia­mate a met­tere al ser­vi­zio di tutti, in forme varie, la pro­pria fun­zione stru­men­tal­mente «reden­tiva»?

    È in fondo que­sta la domanda che innerva le pagine del libro, alla quale l’autrice risponde par­tendo da sé, così come dalle espe­rienze pro­tei­formi delle inter­vi­state. Ma alla quale risponde soprat­tutto guar­dando a quella genea­lo­gia fem­mi­ni­sta che con intel­li­genza ci ricorda che «se non si cam­biano all’origine le moda­lità attra­verso cui orga­niz­zare la società», se si rinun­cia alla radi­ca­lità, le nostre ben inten­zio­nate parole e azioni si espon­gono alla più pura stru­men­ta­liz­za­zione. Che all’origine di tutto ciò vi sia più un «pro­blema maschile» che uno fem­mi­nile – ossia un pro­blema che parte dalla rela­zione (ete­ro­nor­mata) tra i generi e che sfo­cia nelle dise­gua­glianze strut­tu­rali e vice­versa –, e che que­sto pro­blema si mani­fe­sti nella crisi di tutta un’organizzazione sociale, è forse l’unica cer­tezza che l’autrice sente di affer­mare, in un campo aperto di salu­tari domande. Che il patriar­cato e il pater­na­li­smo, al netto dello scarto, con­di­vi­dano d’altronde la stessa radice eti­mo­lo­gica (pater, padre) non sarà una fatalità.