• 2033

    2033 è una fabulazione speculativa creata e assemblata durante la Laboratoria di Scrittura Collettiva della Summer School “Narrazioni dai futuri in rivolta. Nuovi materialismi in tempi postumani”, del Master Studi e Politiche di Genere, Università di Roma Tre (a.a. 2022-2023), coordinata da Isabella Pinto.

    Pensandoci future, e quindi mobili, ci siamo ritrovate viandanti in uno spazio tempo chiamato 2033. Di stringenti narrazioni precarie ne abbiamo, allora ne abbiamo riformulate di nuove, disordinate ed espanse. Le nostre sono narrazioni altre, di parole corporali di soggett* che non vogliono più essere afasic*. Il tempo maturo per una nascente sensibilità di cammini precari, per noi funghi alla fine dei mondi, è arrivato. Più mani si sono unite, tessendo reti relazionali di parole ed immagini, dentro il medesimo cronotopo, per iniziare a riformulare le strade che camminiamo e che ci attraversano. Proprio laddove le macerie ci vorrebbero arid*, noi disorganizziamo gli stessi spazi che normano e silenziano. Lo facciamo affiggendo manifesti, scritti e disegnati, nell’urbano e fuori, nel periferico e nel centrale, legati seppur lontani. Racconteremo di spazi vissuti e di quelli che vorremmo abitare un domani molto prossimo, specchio di relazioni multiforme e caotiche, generatrici di crepe non più abissali, in cui corpi dialogheranno, pronti a fondere linguaggi, intrecciandosi, trascendendo la rigidità di mura confinanti. Navigheremo le nostre città, attraversando quei limbi burrascosi senza più esserne risucchiat*, li cammineremo invece, nutrit* da una spinta al possibile, figlia di una precarietà ora riformulata, che vedrà creazione dove prima vedeva negazione. Un 2033 avverrà, prima del pensato e dopo l’atteso, e noi tesseremo relazioni multispecie, proprio dove ci avevano detto proprio che saremmo state sole.

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  • La resilienza delle comunità impreviste

    La resilienza delle comunità impreviste

    di Daria Kozhanova

    La nostra missione è quella di restare qui e cercare di imparare a vivere diversamente sulle rovine del nostro povero pianeta
    Chiara Mezzalama, Dopo la pioggia, E/O edizioni, Roma 2021

    Se qualche anno fa mi avessero detto che mi sarei dedicata allo studio dell’(eco)femminismo, postumanesimo femminista, maternità e letteratura delle donne (per giunta, quella italiana), non ci avrei creduto. D’altronde, non c’è niente da meravigliarsi, perché sono nata e cresciuta nel paese — all’epoca il centro dell’impero sovietico — dove ancora oggi la parola “femminismo” viene etichettata come qualcosa di terrificante e nell’ambiente accademico è praticamente impossibile occuparsi della prospettiva di genere, considerata una moda passeggera di stampo occidentale, quindi, pericolosa. Tuttavia, per me tutto è cambiato, quando ho iniziato a leggere le opere delle scrittrici e ho visto che dietro queste pagine, spesso ritenute “romanzetti” e snobbate dal canone patriarcale, è nascosto un mondo profondo che desideravo esplorare sia come lettrice che come ricercatrice.    

    Il dono più prezioso, che ho ricevuto da questo percorso aggrovigliato, è la liberta di pensare. Rompere gli schemi normativi, creare i collegamenti imprevisti, addentrarsi negli ambiti diversi. Proprio questa libertà senza limiti ispira gli scritti di Donna Haraway, che mescola in una maniera non-convenzionale metafore e termini scientifici, fabula speculativa e saggio, concetti e discipline. Per seguire il gioco della matassa harawayano ho deciso di leggere attraverso il suo pensiero il romanzo Dopo la pioggia di Chiara Mezzalama.

    A prima vista, il plot è ormai famigliare: la protagonista Elena, madre di due figli, scopre che suo marito Ettore la tradisce e decide di fuggire per qualche giorno nella vecchia casa materna in Umbria, il marito con i ragazzi partono da Roma per raggiungerla. Ci sono, però, due dettagli imprevisti. Primo, Elena sta traducendo il saggio di Anna Tsing The Mushroom at the End of the World, che diventa un sottotesto del romanzo. Secondo, la storia viene iscritta nello scenario della catastrofe ecologica, oscillante tra realismo e distopia. Poco dopo la partenza dei personaggi, in zona inizia il diluvio incessante, che distrugge città e villaggi. In prospettiva ecofemminista, lo sfruttamento della donna dal sistema patriarcale viene associato allo sfruttamento della natura nell’Antropocene — quindi, sia la protagonista che la Terra si ribellano contro il dominio del maschio/Homo/colonizzatore. 

    Affrontando questa emergenza ambientale in miniatura, i protagonisti entrano in relazione con una comunità tra Lazio e Umbria, unita dalla critica consapevole dell’antropocentrismo ed eccezionalismo umano, i cui membri imparano a sopravvivere su pianeta infetto. È una vera e propria comunità compost, simpoietica, imprevista, basata sulla diversità di genere, classe, età, etnia e razza, come le comunità multispecie harawayane. Una dottoressa in pensione Ada, ora astrologa, una strega, capace di percepire le forze paranormali della natura. Un ragazzo norvegese Ove, che durante le vacanze in Italia ha scoperto il mestiere del contadino. Un frequentatore di boschi Guido, che ammira l’equilibrio del funzionamento della foresta. Una giapponese Iroko, un’altra abitante del bosco e amante dei matsutake (il fungo di Tsing). Il centro di questa comunità utopica emersa nello scenario della distopia reale è il monastero di Vitorchiano, la casa delle giovani suore-scienziate da tutto il mondo, che costudiscono i semi rari e antichi e applicano il concetto di permacultura alla coltivazione. 

    Si espande un movimento di resistenza contro il comportamento umano irresponsabile e si propagano le connessioni invisibili e parentele imprevedibili,non vincolate dai legami tradizionali. “La famiglia non è ecologicamente sostenibile. I legami vanno cercati altrove, in progetti di vita comune. Sono gli incontri che fanno la famiglia, non il sangue. Anche questo dobbiamo imparare, se vogliamo sopravvivere sulla Terra”, dice Iroko echeggiando lo slogan harawayano “making kin non population”.

    Come le comunità compost di Haraway, anch’essa è nata attraverso le Migrazioni. Iroko e suo marito sono venuti in Italia, dopo aver scampato la tragedia di Fukushima. Successivamente grazie all’aiuto delle suore i coniughi sono riusciti a far arrivare dal Giappone le famiglie degli sfollati di Fukushima, acquistano per loro i terreni abbandonati nel Centro-Sud Italia. Uno può pensare: che cosa hanno in comune contadini giapponesi e laziali, boschi Satoyama e foreste umbre? E invece, vi è formata una rete imprevista di agricoltori giapponesi e locali, che si scambiano sapere e tradizione. In questo piccolo universo, quindi, è avvenuto quello di cui ha parlato Tsing, come ricorda le sue parole Elena: “dalle rovine del capitalismo nasceranno nuovi sistemi di produzione e conseguentemente nuovi modelli di vita, più precari ma anche più sostenibili”.

    Dall’intreccio di relazioni e pratiche responso-abili, si è creata una comunità accogliente di umani e non-umani in cui, parafrasando Haraway, i rifugiati ricostruiscono i luoghi di rifugio nello Chthulucene. 

    Installazione Reservoir di John Grade a Borgo Valsugana (Trentino)
  • Corso 3 – Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto

    Corso 3 – Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto

    Vista la grande partecipazione alla prima e seconda edizione del Corso dedicato al pensiero di Donna Haraway, l’Atelier Narrazioni propone una terza edizione, tra febbraio e marzo 2021.

    Scarica la scheda d’iscrizione

    Adottando una metodologia che unisce “close reading”, lettura diffrattiva e ricerca postqualitativa, Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto è un corso dedicato allo studio del volume della filosofa e biologa californiana. Il corso mira a rendere accessibili gli strumenti lessicali, narrativi e teorici del pensiero più recente di Donna Haraway, utili per figurare la particolare congiuntura storica attuale. 

    Con la pandemia globale da COVID-19, infatti, si è reso ancora più urgente decostruire i punti di vista tradizionali che raccontano la vita sul pianeta Terra, troppo spesso patriarcali e occidentali. Il corso propone dunque di sviluppare un approccio critico alla visione romantica che separa e oppone Natura e Cultura, privilegiando le visioni alternative provenienti dalle epistemologie femministe, transfemministe e queer, utili per pensare altrimenti l’Antropocene, il cambiamento climatico e le New Ecologies.

    Il corso, a cura di Isabella Pinto, si snoda attraverso 5 incontri da tre ore ciascuno che avranno luogo online, sulla piattaforma Zoom. 
    Gli incontri avverranno la domenica mattina, a partire da domenica 21 febbraio 2021. 

    Ciascuna lezione sarà dedicata a un capitolo del volume in questione, che andrà letto in precedenza, individualmente.
    Le lezioni saranno articolate in due parti:
    – la prima parte sarà dedicata a un lavoro frontale che mira a estrapolare le domande di ricerca, le parole chiave e degli snodi principali del capitolo in questione; 
    – la seconda parte sarà dedicata a un lavoro seminariale a cui ciascuna/o è chiamato a partecipare attivamente.

    1. Domenica 21 febbraio 2021, h. 10-13 
    a cura di Isabella Pinto
    Il gioco della matassa con le specie compagne

    2. Domenica 28 febbraio 2021, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Il pensiero tentacolare

    3. Domenica 14 marzo 2021, h. 10-13 
    a cura di Isabella Pinto
    Simpoiesi. La simpoiesi e l’arte di restare a contatto con il problema

    4. Domenica 21 marzo 2021, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Generare Parentele: Antropocene,Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene

    5. Domenica 28 marzo 2021, h. 10-13 
    a cura di Isabella Pinto
    I bambini del Compost

    Il testo di riferimento è Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (2016), Nero Editions, Roma 2019 (durante lo svolgimento delle lezioni sarà necessario averlo sottomano).

    Alle iscritte/i verrà inoltre fornita una bibliografia e una filmografia ad hoc per ciascuna lezione.

    Il corso è rivolto a student*, studios*, scrittric* artist*, copywriter, attivist*, cineast*, e chiunque sia interessato ad approfondire il pensiero di Donna Haraway.

    La quota associativa per partecipare al corso è di €100.

    Le iscrizioni si chiuderanno mercoledì 17 febbraio 2021.

    Scarica la scheda d’iscrizione

    Per maggiori informazioni scrivere a ateliernarrazioni@gmail.com

  • Corso 2 – Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto

    Corso 2 – Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto

    Vista la grande partecipazione alla prima edizione del Corso dedicato al pensiero di Donna Haraway, l’Atelier Narrazioni propone una seconda edizione, tra gennaio e marzo 2021.

    Scarica la scheda di iscrizione

    Adottando una metodologia che unisce “close reading”, lettura diffrattiva e ricerca postqualitativa, Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto è un corso dedicato allo studio del volume della filosofa e biologa californiana. Il corso mira a rendere accessibili gli strumenti lessicali, narrativi e teorici del pensiero più recente di Donna Haraway, utili per figurare la particolare congiuntura storica attuale. 

    Con la pandemia globale da COVID-19, infatti, si è reso ancora più urgente decostruire i punti di vista tradizionali che raccontano la vita sul pianeta Terra, troppo spesso patriarcali e occidentali. Il corso propone dunque di sviluppare un approccio critico alla visione romantica che separa e oppone Natura e Cultura, privilegiando le visioni alternative provenienti dalle epistemologie femministe, transfemministe e queer, utili per pensare altrimenti l’Antropocene, il cambiamento climatico e le New Ecologies.

    Il corso, a cura di Isabella Pinto, si snoda attraverso 5 incontri da tre ore ciascuno che avranno luogo online, sulla piattaforma Zoom.
    Gli incontri avverranno la domenica mattina, a partire da domenica 17 gennaio 2021. 

    Ciascuna lezione sarà dedicata a un capitolo del volume in questione, che andrà letto in precedenza, individualmente.
    Le lezioni saranno articolate in due parti:
    – la prima parte sarà dedicata a un lavoro frontale che mira a estrapolare le domande di ricerca, le parole chiave e degli snodi principali del capitolo in questione; 
    – la seconda parte sarà dedicata a un lavoro seminariale a cui ciascuna/o è chiamato a partecipare attivamente.

    1. Domenica 17 gennaio 2021, h. 10-13 
    a cura di Isabella Pinto
    Il gioco della matassa con le specie compagne

    2. Domenica 31 gennaio 2021, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Il pensiero tentacolare

    3. Domenica 7 febbraio 2021, h. 10-13 
    a cura di Isabella Pinto
    Simpoiesi. La simpoiesi e l’arte di restare a contatto con il problema

    4. Domenica 14 febbraio 2021, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Generare Parentele: Antropocene,Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene

    5. Domenica 7 marzo 2021, h. 10-13 
    a cura di Isabella Pinto
    I bambini del Compost – con restituzione finale
    (L’ultima lezione comporterà l’analisi partecipata di I bambini del Compost – ultimo capitolo di Chthutlucene. Sopravvivere su un pianeta infetto -, prevedendo altresì la scrittura di testi SF come restituzione finale da parte delle iscritte/i e la loro pubblicazione all’interno dell’Atelier Narrazioni).

    Il testo di riferimento è Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (2016), Nero Editions, Roma 2019 (durante lo svolgimento delle lezioni sarà necessario averlo sottomano). Alle iscritte/i verrà inoltre fornita una bibliografia e una filmografia ad hoc per ciascuna lezione.

    Il corso è rivolto a student*, studios*, scrittric* artist*, copywriter, attivist*, cineast*, e chiunque sia interessato ad approfondire il pensiero di Donna Haraway.

    La quota associativa per partecipare al corso è di €100.

    Le iscrizioni si chiuderanno mercoledì 13 gennaio 2021.

    Scarica la scheda di iscrizione

    Per maggiori informazioni scrivere a ateliernarrazioni@gmail.com

  • Corso 1 – Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto

    Corso 1 – Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto

    Cinque incontri dedicati al pensiero di Donna Haraway

    Scarica la scheda di iscrizione

    Adottando una metodologia che unisce “close reading”, lettura diffrattiva e ricerca postqualitativa, Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto è un corso dedicato allo studio del volume della filosofa e biologa californiana. Il corso mira a rendere accessibili gli strumenti lessicali, narrativi e teorici del pensiero più recente di Donna Haraway, utili per figurare la particolare congiuntura storica attuale.

    Con la pandemia globale da COVID-19, infatti, si è reso ancora più urgente decostruire i punti di vista tradizionali che raccontano la vita sul pianeta Terra, troppo spesso patriarcali e occidentali. Il corso propone dunque di sviluppare un approccio critico alla visione romantica che separa e oppone Natura e Cultura, privilegiando le visioni alternative provenienti dalle epistemologie femministe, transfemministe e queer, utili per pensare altrimenti l’Antropocene, il cambiamento climatico e le New Ecologies.

    Il corso, a cura di Isabella Pinto, si snoda attraverso 5 incontri da tre ore ciascuno che avranno luogo online, sulla piattaforma Zoom.
    Gli incontri avverranno la domenica mattina, a partire dal 29 novembre 2020.

    Ciascuna lezione sarà dedicata a un capitolo del volume in questione, che andrà letto in precedenza, individualmente.
    Le lezioni saranno articolate in due parti:
    – la prima parte sarà dedicata a un lavoro frontale che mira a estrapolare le domande di ricerca, le parole chiave e degli snodi principali del capitolo in questione;
    – la seconda parte sarà dedicata a un lavoro seminariale a cui ciascuna/o è chiamato a partecipare attivamente.

    1. Domenica 29 novembre 2020, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Il gioco della matassa con le specie compagne

    2. Domenica 6 dicembre 2020, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Il pensiero tentacolare

    3. Domenica 13 dicembre 2020, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Simpoiesi. La simpoiesi e l’arte di restare a contatto con il problema

    4. Domenica 20 dicembre 2020, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    Generare Parentele: Antropocene,Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene

    5. Domenica 24 gennaio 2021, h. 10-13
    a cura di Isabella Pinto
    I bambini del Compost – con restituzione finale
    (L’ultima lezione comporterà l’analisi partecipata di I bambini del Compost – ultimo capitolo di Chthutlucene. Sopravvivere su un pianeta infetto -, prevedendo altresì – durante la pausa natalizia – la scrittura di testi SF come restituzione finale da parte delle iscritte/i e la loro pubblicazione all’interno dell’Atelier Narrazioni).

    Il testo di riferimento è Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (2016), Nero Editions, Roma 2019 (durante lo svolgimento delle lezioni sarà necessario averlo sottomano). Alle iscritte/i verrà inoltre fornita una bibliografia e una filmografia ad hoc per ciascuna lezione.

    Il corso è rivolto a student*, studios*, scrittric* artist*, copywriter, attivist*, cineast*, e chiunque sia interessato ad approfondire il pensiero di Donna Haraway.

    La quota associativa per partecipare al corso è di €100.

    Le iscrizioni si chiuderanno mercoledì 25 novembre.

    Scarica la scheda di iscrizione

    Per maggiori informazioni scrivere a ateliernarrazioni@gmail.com

  • Album

    Album

    di Rosa M. Arcuri

  • luogo

    luogo

    di Elena Bastogi

    Ci sono due figure nella stanza. Anzi tre, ma la terza non è una persona, è un rettile-dinosauro dagli occhi rosa e le orecchie di lepre. Non è dato conoscere i nomi e le identità dei nostri personaggi a priori perché cambiano a seconda delle necessità narrative, dunque, per una ragione di scorrevolezza, ci riferiremo a loro come F1, F2 e RDOROL ove non sarà possibile o conveniente specificare oltre.


    Per adesso ci basti sapere che la stanza ha una finestra, alla quale è affacciata F1, o io bambina. Fuori sfila instancabile il paesaggio. Una geometria richiama il suo sguardo, forse un ramo secco, un cartello stradale o un’insegna pubblicitaria, una pecora o la silhouette di un palazzo in contrasto col cielo… l’immagine le si imprime negli occhi, non la sceglie, si presenta; è questione di un attimo perché la finestra prosegue la sua corsa. Con gli occhi aperti e lo sguardo rivolto verso l’interno, io prende a disegnare nell’aria il contorno di quella figura con un indice, muovendo solo quello e senza guardarlo. È un gesto piccolo a cui gli altri personaggi non partecipano: F1 dà loro le spalle, il suo corpo copre le sue mani appoggiate al davanzale alla loro vista. La punta del dito è virtualmente collegata al perimetro che va seguendo nella mente, non può mai interrompere la linea che sta creando. Se passa due volte per uno stesso tratto quello s’ingrossa. Il circuito chiuso che ha proiettato dentro gli occhi deve avere lo stesso spessore in ogni suo punto.
    L’immagine individuata all’inizio comincia a sbiadire sempre più, finché sparisce completamente, per lasciare spazio alla sua linea che si inspessisce a ogni passaggio. È di un blu intenso che tende al cangiante sui bordi, come una luce al neon o del metallo liquido. Cerca di domare per un po’ quella linea ingrassata che simultaneamente la affascina come fosse qualcosa di estraneo, invece che una proiezione della sua mente, e la infastidisce perché dilegua l’ordine e l’equilibrio compositivo. Ora un’altra immagine le invade gli occhi e io ricomincia da zero. Ci gioca per un lasso di tempo indefinito – potrebbe essere un minuto come un’ora, F1 non saprebbe dirlo – finché RDOROL, che è alle prese con i fornelli, la interpella esclamando: «Questo scrutare il foglio bianco mi risulta familiare!».
    C’è una pausa, giusto un momento che F1 impiega per dimenticare quello che stava facendo e per girarsi verso il centro della stanza, poi con una voce che sembra arrivare da un paese lontano dice che non riesce a pensare alle cose senza pensare a sé che pensa alle cose.
    F2, seduta pesantemente su una sedia, pare si stia sciogliendo dalla noia diventando un tutt’uno con il tavolo circolare, eppure le fa eco, con leggera variazione e un tono tra il mesto e il romantico: «Non riesco a pensare senza pensare a me che penso».
    Sarà per dare spago al gioco di ripetizioni, sarà per il tentativo di instaurare una conversazione, giacché mentre cucina ha voglia di fare le chiacchiere, RDOROL riafferma, questa volta con un tono ilare: «Questo scrutare il foglio bianco mi risulta familiare».
    Forse F1 non è ancora tornata completamente presente alla sua compagnia, ma la sua voce adesso sembra un po’ più vicina: «Dipingevo mia madre davanti alla finestra ma i colori non si staccavano dal pennello. La tela restava bianca. Provavo a mettere il colore sulla tela ma la tela rimaneva bianca e pulita. La odiavo bianca e pulita. La colpivo con il pennello. Il colore schizzava sulle pareti e sul pavimento. Ma la tela restava bianca e pulita».
    A questo punto F2 si drizza sulla sedia come si fosse svegliata improvvisamente da un sonno profondo cadendo dal letto. Evidentemente l’argomento la interessa molto.
    Enuncia: «Il foglio bianco in attesa dei segni. Non c’è un disegno che si sovrappone alla superficie, ma un bisogno, un impulso a imprimere il segno».
    RDOROL sta mettendo il peperoncino nella padella sfrigolante, forse gliene è andato un po’ negli occhi e questo fastidio lo spinge inevitabilmente a dare una direzione piccante anche alla discussione: «ESPRESSIONE ESPRESSIONE! Maledetta necessità di questa libertà egoica figlia di un consumismo competitivo. Dammi una gomitata che per passare ti tiro un calcio sugli stinchi e tu inciampi sulla tua eiaculazione felice solo per quei pochi secondi prima di prendere d’aceto!». F2 mantiene la calma, sa bene quanto l’animo del rettile-dinosauro sia facilmente suscettibile e quanto spesso i suoi occhi dal rosa lattiginoso che hanno di solito prendano una sfumatura incandescente. Prende carta e due matite, usando entrambe le mani produce linee che rispecchiano le sue parole: «Segni o forme possibili, proiettate fuori sulla carta. Una diagonale che parte da qui e porta al margine laggiù. Una linea qui, oppure che scende fino a questo punto».
    RDOROL con voce nasale come a voler fare il verso a qualcuno borbotta: «Proprio questo. QUESTO punto e non un altro perché l’ho deciso io». Comunque ha già abbassato il fuoco ai suoi bollori, l’argomento lo coinvolge. F2 continua senza curarsi troppo di lui, tutta presa dal filo dei suoi pensieri: «La forma la troveremo solo quando inizieremo a disegnare…». «E a sognare», aggiunge RDOROL, la cui voce adesso porta qualcosa che si avvicina alla tenerezza.
    F2: «Un misto di fare e guardare… e io cercherò di fare in modo che il mio parlare resti aperto quanto un foglio bianco e liscio in attesa di deformarsi. Come se parlare potesse essere come disegnare…».
    RDOROL: «…e come sognare…»
    F2: «sì, e ci traghettasse da ciò che conosciamo verso un’immagine, un luogo, un’idea che non sapevamo di conoscere. Fare spazio all’incertezza. Aprire uno spazio sicuro per l’incertezza».
    F1 è ancora alla finestra, in parte vi si appoggia. Adesso è più adulta.
    «Per inaugurare uno spazio, bisogna inaugurare una cornice».
    Non è una conclusione la sua, ma qui c’è del silenzio. I tre, senza deciderlo, si fermano per pensare, ognuno con la propria solitudine ma insieme, perché adesso stanno entrando in un luogo concettuale condiviso dove potersi incontrare.

    La cena è pronta. RDOROL ha spento i fuochi e messo i coperchi a pentola e padella per poi sedersi al tavolo accanto a F2. F1 si muove verso gli altri, si ferma in piedi al lato della sedia dell’amico. Ora sei occhi puntano il rettangolo bianco abitato dai segni.
    F2 fa scorrere sulla tavola il foglio disegnato poco prima per avvicinarlo alla vista di RDOROL. Gli chiede: «Cosa vedi?».

  • [senza titolo]

    [senza titolo]

    di Elisabetta Codutti

    Era una mattina primaverile. 
    Una di quelle mattine in cui la pelle del tuo corpo è accarezzata da una leggera brezza che ti solletica i capelli, riscaldato dal calore dei primi raggi solari. 
    Intorno a me il silenzio. 
    Un silenzio assordante, incomprensibile ai più abituati al frastuono della frenetica vita metropolitana.  
    Un silenzio pauroso come può esserlo la solitudine involontaria.  
    Un silenzio che era stato sottratto alla specie umana per secoli, da generazione a generazione. 
    L’infinito rumore meccanico dello sfruttamento capitalistico aveva incredibilmente cessato di muoversi. Ogni macchina produttiva e riproduttiva giaceva inerme. 
    E quel silenzio aveva finito per ingoiare perfino il vociferare umano, ora non più percepibile. 
    Così, contro ogni aspettativa, il nostro pianeta era stato immerso da un velo di calma e tranquillità. Quel silenzio era stato preceduto da un urlo. 
    Un urlo straziante e atroce. 
    Un urlo pieno di rabbia e dolore. 
    Un urlo potente. 
    Un urlo di resistenza. 
    All’inizio era stato percepito come un bisbiglio, appena distinguibile oltre il frastuono meccanico dell’attività umana. 
    Ma quel sussurro che sembrava potesse essere sottomesso e controllato dalla ratio dell’uomo finì per predominare. 
    Quell’urlo all’improvviso sopraffece l’artificioso sistema di produzione e di accumulazione. 
    La Terra per troppo tempo aveva sopportato l’incessante sfruttamento dell’essere umano che seguiva ciecamente un profitto che riteneva infinito. 
    Un urlo viscerale di Colei che troppo a lungo era stata sfruttata, usata senza scrupoli, calpestata, bruciata, trivellata, riscaldata, derisa, distrutta, privata delle sue ricchezze organiche e inorganiche, e che ora aveva deciso di opporsi.  
    Ora da quel dolore si sollevava, urlando la sua ribellione. 
    La Terra insieme alle specie vegetali e animali, agli esseri organici e inorganici, alla natura tutta, aveva urlato la sua rivoluzione. 
    La Natura si stava ribellando contro il suo oppressore, il suo sfruttatore, il suo colonizzatore, contro colui che aveva creduto di poterla controllare e dominare. 
    Un urlo espresso attraverso uno degli organismi più piccoli, all’apparenza innocuo, ma che in realtà era risultato mortale. 
    L’essere umano si trovava quindi costretto alla reclusione e all’isolamento per sopravvivere. 
    La natura aveva privato gli uomini occidentali, neoliberisti e colonizzatori del bene che ritenevano più prezioso: la loro libertà. 
    Ora, quella libertà veniva restituita ad altre specie, a specie non umane, che riconquistavano il ‘privilegio’ di essere libere, di muoversi liberamente, senza confini. 
    Il potere del capitale si trovava plasmato dalla potenza organica. 
    Il mio corpo, avvolto dal calore solare, poggiava sul terreno umido, bagnato dalla rugiada, giacendo spoglio e indifeso, abbandonato al suolo terrestre. 
    I nostri corpi non sono stati creati per essere soli. 
    Non so per quanto tempo rimase fermo, immobile, fino a quando percepii qualcosa che cambiava. 
    Il mio corpo iniziò lentamente a mutare, a trasformarsi sotto la spinta di forze a me estranee, che non potevo influenzare poiché sfuggivano al mio controllo. 
    Iniziai a percepire l’eco di quell’urlo che giungeva a me, circondandomi e sopraffacendomi. 
    Un urlo che mi chiedeva di unirmi a quella resistenza. 
    Una resistenza di opposizione per non lasciarmi invadere, occupare, assalire e distruggere da quel sistema. 
    In quell’urlo percepii il bisogno di un corpo diverso, mutante, un corpo che sarebbe stato il mio luogo di resistenza. 
    Un corpo che doveva essere guarito da sé stesso per poter recuperare la sua integrità e poter imparare a vedere con chiarezza altri luoghi di opposizione. 
    Iniziai a sentire i polmoni riempirsi di un’aria nuova, rigenerata, non più tossica e pesante, ma fresca e leggera. 
    Sotto il peso del corpo i miei piedi premevano contro il terreno sottostante. 
    Un dolore appuntito spingeva contro le dita, fino a quando da esse fuoriuscirono radici che iniziarono a intrecciarsi con il suolo, trovando spazio fertile per dare al corpo fondamento e nutrimento. 
    Dalle punte dei piedi il mio corpo cominciò a trasformarsi per tornare humus, rifarsi compost, linfa vitale per esseri vegetali. 
    Il corpo premeva per ricongiungersi alla natura, a quello che doveva essere il suo habitat originario. La pelle delle gambe si tramutò in corteccia da cui sbocciarono Lecanthemum vulgari, Primule, Matricaria chamomilla, Trifolium, Taraxacum, Campanule officinale, Muscari neglectum e ancora altre specie a me sconosciute. 
    Presto si aggiunsero anche specie animali attratte dal loro profumo che si irradiava nell’aria limitrofa, come un’essenza preziosa e stregata. 
    Dalla testa, la quale era ormai abituata a rispecchiarsi solo nello schermo di un computer, imprigionata in un monitor, corpo estraneo al mio, si irradiò un’altra forza, un’energia differente ma con uguale potenza trascinandomi in una trasformazione nella trasformazione
    Iniziai quindi a percepirmi cyborg. 
    Al molle muscolo del cervello si sostituirono complesse ramificazioni di ingranaggi meccanici. 
    Alla cornea e al cristallino si sostituirono lenti artificiali che mi permettevano di vedere ciò che prima mi era oscuro. 
    Le mie mani si stavano trasformando in lunghi artigli perfettamente disposti, capaci di creare coreografie attraverso una successione di movimenti armonici ed eleganti. 
    Incastri e ingranaggi tenevano uniti i miei artigli a braccia robotiche, capaci di coordinare gesta e movimenti per sedurre altre tecnologie per la produzione di resistenza. 
    Ciò che all’inizio percepivo come forze opposte, al loro incontro iniziarono a intrecciarsi fino a fondersi sul mio petto con un moto circolare. 
    Il mio corpo umano di donna veniva lentamente soppiantato da un corpo bio-cyborg (o cyborg-naturale). 
    Il mio corpo si era trasformato nel luogo sicuro che a lungo avevo cercato, il luogo che mi permette di guarire le mie ferite e di recuperare l’integrità, dove i confini dicotomici su cui si è strutturata la cultura dominate Occidentale che a lungo ha strutturato quel corpo di donna scompaiono, dove le sottili linee che reggevano i dualismi si offuscano, permettendo di fondersi creando nuovi spazi e realtà. 
    Il mio refugia è stato quel corpo. 
    Un corpo cyborg, un corpo trans, un corpo mostruoso, un corpo erotico, un corpo naturale, un corpo queer, un corpo fertile, un corpo mortifero, un copro tossico, un corpo vulnerabile, un corpo disomogeneo, un corpo mobile, un corpo freddo, un corpo ferito, un corpo virale, un corpo sieropositivo, un corpo post-umano, un corpo oltre-canone, un corpo poetico, un corpo ribelle, un corpo rivoluzionario. 
    Un corpo imperfetto, in disequilibrio, ma quel corpo era tutto ciò che possedevo e tutto ciò di cui avevo bisogno in quel momento. 

  • Nel tempo nascosto

    Nel tempo nascosto

    di Rossella Caleca

    Sono tornata nella casa al mare, la casa della mia infanzia. Sola, e non in estate ma quando non è ancora primavera, per fuggire il contagio di un male imprevisto. Per un soggetto a rischio come me venire qui è sembrata la soluzione migliore, qui sarò al sicuro. Avrò molto tempo per leggere, per pensare. Quando invece la mia vita quotidiana solitamente scorre come un film muto dai movimenti accelerati, in giornate debordanti di impegni e contatti. Resisterò al fermo immagine? Eppure non mi dispiace del tutto, stare in un tempo sospeso. E se fosse il tempo il vero rifugio?

    Ho esplorato la casa e il giardino. Fatico a riconoscere gli oggetti legati alle vacanze, recano l’impronta di giorni affollati, sembra che mi tendano agguati. Ci sono tanti vecchi libri che non aprivo da tanto, li sfoglio, in quelli sì, mi riconosco. Il giardino è diventato una selva. Introvabile un giardiniere, ho cominciato a curarlo io, ma non strapperò nulla, guardo il trifoglio invadente tra palme nane e strelitzie e mi piace così; ritrovo l’odore di terra e di foglie, dove è più umido immergo le mani. La sera parlo coi miei via  computer, le relazioni diventano un verbo senza carne; dei corpi si avverte un’acuta necessità, ma sembra che tra i volti disincarnati passi un’essenzialità necessaria, una nuova più autentica comunicazione. E se è divenuta pericolosa la vicinanza di altri corpi umani, la distanza sta cambiando il modo in cui percepisco il mio corpo, lo spazio in cui si muove, i suoi  confini. Come se andasse oltre l’epidermide.

    Il bel tempo mi minaccia: cielo sereno, mare vicino. E’ proibitissimo uscire per ragioni non legate alla sopravvivenza, ma ho deciso di trasgredire; così aspetto l’ora, dopo pranzo, in cui anche i rari passanti scompaiono, per ritrovare la scorciatoia che dalle case vuote porta all’estremità della spiaggia, tagliata dall’ultimo tratto di un fiume smagrito che forma là un piccolo estuario. I miei piedi ritrovano una sabbia soffice, montata in piccole dune ai limiti del canneto che segue le sponde. Mi piaceva questo posto, dove le acque dolci si mischiano con le salate, quando gli scarichi selvaggi non l’avevano ancora inquinato, assieme al passaggio di campeggiatori e vari frequentatori crepuscolari. Ora però l’acqua tra le dune è tornata limpida. Possibile siano bastate poche settimane di assenza umana per cancellare il danno? Adesso sembra un luogo in trasformazione, pronto ad   accogliere un mondo diverso.

    Arriva  aprile, e non voglio perdere questa primavera. Scendo in spiaggia ogni pomeriggio, resto fino a sera, indisturbata. La sabbia pullula di vita vegetale e animale che  sembra volersi riprendere tutto lo spazio negato, intrecciandosi in nuove trame, e di questo tessuto anch’io sono parte. Con le gambe immerse nell’acqua verde pallido, la schiena appoggiata a una duna, sento il calore planare su di me e osservo: una mantide prega sotto un ciuffo d’erba, una gazza si alza in volo dalle canne, coleotteri metallici seguono dritti la loro via. La mantide mi guarda, mi affiora alle labbra il suo nome in dialetto: “signa”; che significa anche scimmia. Perché? L’altro nome della gazza invece ha un’origine chiara: “carcarazza”; basta sentirla ridere. Un esserino lucido metà lucertola e metà serpente mi fa saltare in aria sgusciando tra i sassi per scomparire rapido: un “tiraciatu”! Mi torna alla mente il nome antico del piccolo rettile, temuto dalle madri che credevano si avvicinasse alle culle dei neonati per bere il latte dalle loro labbra. E le “scuzzarìe”, tartarughe d’acqua: viste da ragazzina, poi mai più. Sono tornate, due, orgogliose coi piccoli puntini gialli sul guscio scuro, più vivi sulle zampe. Chissà se hanno deposto le uova. Intorno, spuntano dalla sabbia ciuffi di foglie eleganti con lunghi steli al centro, conclusi in boccioli grandi, quasi baccelli. Ma di questa pianta non ricordo il nome. Perchè ricordo ora questi nomi, queste storie? Una possibile risposta: è come se quest’espansione biologica trascinasse con sé dal fondo del tempo rapporti dimenticati tra le specie, e li rimettesse al mondo, in nuove articolazioni che mi coinvolgono.  

    Oggi una sorpresa: un ramarro si è fermato a guardarmi, a lungo, di tra i cespugli. Ha la gola di uno smagliante azzurro, in contrasto col verde smeraldo del corpo; incarna il suo nome dimenticato: “guardalòmo”. Poi, fulmineo, sguscia via: penso che sia il suo tempo dell’amore. Sono amore i corpi che si trasformano anziché separarsi e dissolversi, che divengono insieme in un farsi comune, in un abbraccio libero, un abbraccio che si sceglie.  E questo luogo di contatto, di nuove connessioni  è un arazzo che anch’io sto tessendo, di tanti colori quante le specie che si annodano.   

    Ho scoperto, cercando al computer e nei vecchi libri in casa, che le piante dai grandi boccioli si chiamano gigli di mare:  ho un ricordo vago delle  fioriture bianche, li credevo anch’essi sterminati. Invece ora sbucano dappertutto con la forza del loro nome antico, “pancrazio”. Un mito greco li vuole nati da alcune gocce del latte della dea  Hera, cadute sulla sabbia;  sembra che siano loro le bibliche rose di Sharon, citate nel  Cantico dei Cantici. Per tutti i popoli del Mediterraneo erano piante magiche, dalle molte proprietà curative; sono capaci di diffondersi affidando i semi alle onde del mare. Chi sa quando sbocceranno.

    Maggio. Dicono che tra poco si tornerà a circolare liberamente. Invece di esserne contenta, ho paura. Il mio mondo-rifugio tra le dune, comparso dal nulla, sarà facilmente distrutto, potrebbe sparire in un giorno. Insetti e  animali saranno messi in fuga o calpestati, i gigli macinati dalla macchina per pulire la spiaggia, nel vuoto di due linee parallele. Proprio ora che, in anticipo, alcuni fiori bianchi e delicati avevano cominciato ad aprirsi, distendendo sei lunghe dita intorno al calice interno. E ho anche scoperto una pianta più folta delle altre, sul margine del fiume, in un punto in cui sembra essersi concentrato il brulichìo animale, con baccelli grandi e traslucidi come uova.  Almeno questa, la vorrei salvare.

    Ho trovato un altro rifugio per il giglio più grande, in fondo al mio giardino-selva, tra un hibiscus in piena esplosione rossa e alti ciuffi di papiri: un angolo umido, nascosto. Lì preparo il terreno mischiandolo con sabbia.  Se potessi ristabilire qui un riparo  per tutto il groviglio di vite cresciute in questo tempo! All’imbrunire, munita di tutto l’occorrente, come una ladra  mi avvio verso le dune. Con grande cautela, scalzo il terreno sabbioso, scopro i bulbi, li sollevo con delicatezza badando a non fargli male. Lo porto via con me.

    Due giorni al “liberi tutti”. Il giglio si è acclimatato. I baccelli traslucidi splendono sotto la luna. Ho preso l’abitudine  di venire qui la sera e restare fino a notte fonda. Mi raggomitolo e immergo le dita nell’humus, ferma a godermi i profumi e cercare di discernere  i suoni che attraversano la terra, gli schiocchi, i fruscii, i passaggi leggeri dei viventi, il richiamo tenue delle lucciole femmine che ho scoperte in attesa. Stanotte anche dal giglio viene, appena percettibile, un ticchiettìo a intervalli.

    I baccelli sembrano pulsare in lievi movimenti regolari. 

    All’alba il primo si schiude: tra le dita bianche compare una membrana mobile, opalina; a poco a poco si apre su una pupilla stretta in un’iride verde.  

  • [senza titolo]

    [senza titolo]

    di Elisa Camodeca

    [Ascolta il brano]

    “Questo brano è figlio del periodo paradossale che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo ancora oggi.
    Ho scelto di usare la musica in questo progetto a tema Refugia, poiché non rappresenta solo un metodo narrativo, ma è un filo che ci unisce, un collegamento tra tuttu noi, capace di abbattere ogni muro e barriera. Nella composizione ho voluto evidenziare il Tempo, usando la ripetizione di note. Il mio intento era quello di rievocare il suono delle gocce d’acqua che cadono al suolo, in un connubio tra natura e senso di impotenza.”