• “Revolution in the making” – Conclusione

    di Irene Poletto

     

    Siamo consapevoli del fatto che il patriarcato sta conducendo una guerra globale contro le donne. Abbiamo lottato contro il patriarcato per migliaia di anni in forme diverse. Questa nuova ondata di guerra globale contro le donne è rivolta contro di noi per via di ciò che abbiamo conquistato e per il fatto che abbiamo fatto crescere strumenti per immaginare e realizzare sempre di più una vita uguale e libera; in tutte le parti del mondo.
    Sappiatelo! Ci prenderemo ciò che ci appartiene: il nostro potere e la nostra libertà. Lo faremo nonostante la brutalità estrema che le forze del patriarcato ci costringono ad affrontare. Ci sono molte diverse facce della guerra globale contro le donne. Razzismo, colonizzazione, capitalismo e patriarcato si alleano in guerre diverse; in tempi che si cristallizzano in figure come Erdoğan, Duterte, Mondi, Putin e Trump, che sono apertamente misogini, così come sono razzisti e che mobilitano il patriarcato per monopolizzare il potere e distruggono l’ambiente per arricchire pochi.
    Ci sono cartelli in luoghi come El Salvador, Guatemala, Honduras e ci sono i signori della guerra in Afghanistan. Ci sono i tribunali di stato dell’Iran che esercitano la pena capitale contro le donne e ci sono le pattuglie di confine in Europa e negli Stati Uniti. C’è tratta sessuale in Europa come in Africa. C’è l’ISIS e altre organizzazioni patriarcali jihadiste nel Medio Oriente e poi ci sono i capitalisti che sfruttano il lavoro delle donne e mercenari che le rapiscono e le stuprano ovunque nel mondo. Ci sono i cosiddetti crimini d’onore e passione, le mutilazioni genitali e il date rape; tutti modi in cui le donne vengono ferite, violate e uccise dalle loro relazioni intime. Poi ci sono gli stati e i tribunali che proteggono gli esecutori e puniscono le donne. Ma la cosa più importante, molto più importante, è che ci sono le donne. Operatrici dei diritti umani, femministe, combattenti, politiche, attiviste…Ci sono donne che nonostante tutte le avversità cercano di tenere in vita i loro bambini in Yemen, che resistono e lottano contro l’estremismo e la dittatura in Egitto, sopravvivono e aiutano altre a sopravvivere nonostante gli stupri e i sequestri nelle comunità ezide, cercano di portare la pace alla loro società e al mondo nei Balcani e donne che si organizzano e si sindacalizzano in Argentina. Ci sono le donne profughe dalla Siria, dalla Libia, dall’America Centrale e dall’Africa Occidentale, che cercano di portare al sicuro se stesse e le loro famiglie. Ci sono anche le donne zapatiste che lottano e costruiscono in ogni avversità, e poi ci sono le donne che fanno una rivoluzione in Rojava e immaginano un mondo differente. In tutti questi modi diversi stiamo tessendo il futuro.
    Ci sono quelle che dicono Black Lives matter e me too , quelle che dicono che non saremo una di meno, no al divieto di abortire e che non sarai sola. Ci sono quelle che dicono potresti essere stata tu. Ora è il tempo di capire, di valorizzare, di sentire e di sostenere tutte le diverse lotte. E soprattutto è importante diventare parte di queste lotte!
    Negli ultimi due giorni, noi, oltre 500 donne da tutto il mondo, ci siamo incontrate a Francoforte e abbiamo discusso di come tesseremo il futuro e contribuiremo alla rivoluzione delle donne in costruzione, e come proposto in questa conferenza da molte, dobbiamo organizzarci e collegare e mettere in rete le nostre organizzazioni, e, come ha proposto un’altra, dobbiamo iniziare la costruzione del Confederalismo Democratico Mondiale delle Donne. Che questa conferenza e questa rete siano il primo passo verso questo.
    Alla fine di questa conferenza dichiariamo che continueremo la nostra lotta insieme per la libertà di ciascuna e di tutte noi. Noi non permetteremo che venga fatto del male ad alcuna donna. Vinceremo la nostra lotta contro il patriarcato. Creeremo le nuove istituzioni di una società nuova e libera. Dichiariamo che una rivoluzione è in costruzione, la recente crisi del capitalismo è un risultato delle nostre lotte e l’ora – il presente – ci da l’opportunità storica di trasformare questo secolo, il 21° secolo, un secolo delle donne e dei popoli.
    Come ha detto una delle oratrici, noi come Jin, vogliamo la nostra vita Jiyan basata su Azadi. Quindi ora alziamo le nostre voci e i nostri pugni e diciamo NI UNA MENOS, ELE NAO, BLACK LIVES MATTER, e JIN JIYAN AZADI!

     

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    Intervento di Claudia Korol

    Intervento di Rita Segato

  • “Revolution in the making” – Intervento di Rita Segato

    Ho cambiato tre volte il testo del mio intervento. Sono molto riconoscente di essere stata invitata a questo evento, che è assolutamente unico. Sono inoltre molto stupita della quantità di cose che abbiamo in comune, molte più di quante mi aspettassi. In questo momento nel nostro mondo, l’America Latina, il grande problema è rappresentato dai femminicidi, forme di attacco mortale al corpo delle donne. Nel triangolo Nord, il gruppo di paesi più violento del mondo, si registrano numeri da morti di guerra. Non c’è una guerra riconosciuta, sono nuove forme di guerra, però il numero di morti è uguale a quello di un paese in guerra. Honduras, Salvador, Guatemala, contano oggi anche con un altissimo numero di sparizioni. Come anche il Messico e la Colombia. In questo discorso non possiamo dimenticarci del Brasile e del momento storico che lì stiamo vivendo. Anche se sono argentina ho vissuto in Brasile e lì ho insegnato. Mi trovo ora con il cuore in mano perché il candidato in testa ai sondaggi delle prossime elezioni si è dichiarato pubblicamente a favore della tortura e dello sterminio degli oppositori politici, dello stupro delle donne (dopo aver detto in diretta, a una deputata nazionale, che non l’avrebbe stuprata perché lei non se lo meritava) e ha affermato in pubblico che preferisce avere un figlio morto a un figlio gay. Tutto ciò sommato alle molte dichiarazioni di disprezzo nei confronti di neri e indigeni. Quando veniamo a conoscenza che in un paese grande come il Brasile il candidato in testa ai sondaggi è una persona del genere, ci spaventiamo. E’ un momento di forte disperazione. Però allo stesso tempo abbiamo avuto la grandissima manifestazione contro i femminicidi in Argentina Ni Una Menos, la grande manifestazione per l’aborto, un problema, quest’ultimo, che ha unito le donne come nessun’altro. Molte donne si sono unite per la decriminalizzazione dell’aborto. E anche in Brasile, la straordinaria marcia Ele Nao ha portato in piazza più persone (soprattutto donne) di tutte le altre manifestazioni della storia di questo paese. Dunque, ho dichiarato a un giornale argentino riguardo Ele Nao, che seppur è molto importante che tante donne siano scese in piazza contro questo candidato presidente, le elezioni saranno sempre un fatto circostanziale. Mentre, il fatto che questo milione di donne si sia incontrato in piazza è un evento tanto grande e magnifico. Significa poter fare una politica delle donne a partire da lì, perché credo, come è stato già detto poco fa, che curiosamente, per il gran fallimento della politica degli uomini la politica è arrivata nelle nostre mani. Ultimamente uno degli slogan utilizzato è Ningún patriarcon hará la revolución. Non la farà perché non ha potuto farla! Perché a tutti i grandi patriarchi barbuti che ci hanno provato, mancava riconoscere una dimensione perversa e fondamentale, che è il patriarcato. Il patriarcato inteso non come cultura, come menzionato da qualcuno, ma come ordine politico, come invece si è detto qui. Come dimensione fondazionale, ossia il più antico ordine politico, che perdura fino ad oggi e che è chiamato la preistoria patriarcale dell’umanità. E continua ad essere preistoria. Abbiamo bisogno di superarla e arrivare a una storia, perché sennò, non solamente continueremo ad avere a che fare con i fascismi, ma rischieremo l’estinzione dell’umanità stessa.
    Dunque, ho deciso di riassumere nella mia presentazione qualcosa in cui credo, che è un “pensare in conversazione”. Ho annotato due o tre cose che sono state dette dalle persone che mi hanno preceduta e con le quali ho incontrato molti punti in comune. Per esempio, il tema del velo: nel breve video che abbiamo visto, vi sono delle donne che gettano il velo. In questo gesto vedo qualcosa di molto simile alla lotta contro la criminalizzazione dell’aborto nei nostri paesi. Ossia, la legge che criminalizza l’aborto è una legge che non è mai stata vigente in forma materiale, perché, nonostante la proibizione, le donne hanno sempre continuato ad abortire. Oggi, in America Latina, le statistiche ci dicono che si pratica quasi un aborto per ogni nascita. Dunque, che cosa rappresenta la lotta per la legge sull’aborto? È una lotta per sapere chi tiene la penna per scrivere le leggi, no? È anche la lotta di uno stato molto debole che vuole controllare il ventre delle donne come oggetto della sua giurisdizione. E’ anche l’enunciato dell’arbitrio, del capriccio discrezionale dei padroni, dei lords. Ed è una violazione, la peggiore di tutte le violazioni fatta dallo stato. In questo senso possiamo dire che la proibizione dell’aborto, cosi come l’obbligazione del velo, è una dittatura patriarcale dello stato. Nel nostro paese per molto tempo abbiamo parlato dello stato autoritario, inteso come la dittatura militare, però in realtà anche questa è una dittatura, che non vediamo, però è una dittatura: è una dittatura contro le donne. Da ciò l’idea che la proibizione dell’aborto per noi latinoamericane ha la stessa struttura statale dell’obbligo di usare un velo.
    Cosi anche l’idea, molto interessante, della donna di Raqqa, che ci dice che ciò che l’ISIS ha fatto con le donne è stato confinarle al loro corpo. Nelle mie analisi sugli stupri, affermo esattamente la stessa cosa: lo stupratore ciò che fa è confinare la donna ai suoi orifizi corporali. La donna non è più persona, ma solo orifizio. Questa è la cosificazione del corpo delle donne, ossia l’obbedienza a un mandato di mascolinità corporativa che esige quella che è chiamata la pedagogia della crudeltà. La pedagogia della crudeltà ci insegna appunto a vedere la vita come una cosa e la principale scuola di questa pedagogia è il nostro corpo, il corpo delle donne. Dunque, anche su questo punto ho trovato una grande affinità fra i temi finora condivisi e quelli dibattuti in America Latina. Ho anche dialogato profondamente con quello che è stato detto durante la sessione anteriore, con l’idea che la teoria è necessaria. La necessità di nominazione, di dare nome alle esperienze che come donne attraversiamo, alle pratiche che stiamo costruendo, ossia la militanza, l’attivismo. Queste due cose, senza lo sforzo di nominazione, finiscono per girare su sé stesse. È necessario dare nome e riflettere sui fatti mediante gli strumenti offerti dalla nominazione. I nomi sono specchi.
    Sono rimasta anche immensamente impressionata dall’idea che i cambiamenti devono avvenire su base comunale. Senza di loro nessuno stato può intraprendere il cammino che desideriamo. E qui ricordo una cosa che è stata già citata. Cioè che gli strumenti dei padroni, master tools, non possono servire a cambiare un mondo governato dai master, dai padroni. Considero che uno di questi strumenti sia lo stato. Lo stato rappresenta l’ultima era della storia degli uomini, della storia della mascolinità. La natura dello stato deriva dalla storia della mascolinità, dunque lo stato è uno strumento costruito dal padrone della società. Dobbiamo domandarci davvero se tutti gli sforzi che abbiamo fatto come movimento femminista per entrare nelle istituzioni, puntando tutte le nostre carte sulla trasformazione del mondo partendo dallo stato, dalle istituzioni, sono serviti a raggiungere i nostri obiettivi. Uno degli slogan degli anni ’60 e ‘70 era Il personale è politico, sono convinta che abbiamo cambiato tutto nel personale (cambiato la nostra sessualità, la nostra personalità, la nostra famiglia, la nostra forma di coniugalità, etc.) ma che ci siamo dimenticate dell’altro lato, di trasformare il politico. La domanda a cui dobbiamo rispondere e su cui dobbiamo dibattere oggi è: quale sarebbe la politicità in chiave femminile? Perché sono convinta che per molto tempo nella storia delle comunità c’è stata una politicità delle donne (l’ho capito anche ascoltando le curde parlare stamattina). C’è stata nel comunale un’altra forma di politica, come la stanno ricostruendo nel Confederalismo democratico. C’è stata però una censura, mediante il colonialismo, nel passaggio al mondo moderno. C’è stata una repressione, un ostacolo alla politicità delle donne del mondo indigeno delle comunità. In questa transizione ho visto perdere il potere politico delle donne. Dunque, credo che dobbiamo guardare indietro, come hanno detto anche le donne del Chiapas, recuperare uno stile di politicità e di gestione che è quello della cucina, che è quello dello spazio domestico, ma che al tempo non riguardava solo quello, non era né intimo né privato. Nel passaggio alla modernità coloniale lo spazio politico delle donne è stato privatizzato, trasformato quindi in “intimo” e in un residuo della politica. Dobbiamo recuperare le nostre forme di politicità che non sono burocratiche e che hanno altre caratteristiche, come la capacità di difendere la vita, la sensibilità, la facilità a vincolarsi e a relazionarsi, che son importanti caratteristiche che stanno sopra a “il burocratico”. Infine, dobbiamo indagare che cosa si è perso nel cammino di depoliticizzazione del mondo delle donne, con il passaggio dal comunale al cittadino, che è qualcosa a cui giammai saremmo dovute arrivare, perché lo stato è un master tools.

     

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    Introduzione “Revolution in the making”

    Intervento di Claudia Korol

    Conclusione

  • “Revolution in the making” – Intervento di Claudia Korol

    Provengo dal sud di Abya Yala. Cosi chiamiamo, con un termine preso dal popolo Kuna –originario di Panama e della Colombia -, il territorio che gli invasori europei denominarono America, in onore a uno dei loro, il commerciante e navigatore fiorentino Amerigo Vespucci. Scoprì che quelle terre, in cui era arrivato Cristoforo Colombo, non erano le Indie, ma un continente sconosciuto agli europei fino a quel momento.
    Abya Yala significa “sangue che scorre libero” o “terra di sangue vitale”. Da Abya Yala – dal nostro sangue che vuole correre libero e senza frontiere – porto l’emozione delle donne che vibra con la rivoluzione delle donne kurde. Porto l’emozione che, attraverso il loro esempio, ci solleva dai nostri dolori. Ci sentiamo ferite quando una bomba cade su Afrin, o quando perdiamo valorose guerriere sotto i colpi da fuoco. Sappiamo in ogni caso che loro sono già sangue che corre libero, non solo in Medio Oriente, ma in tutto il mondo.
    Noi, femministe popolari dell’Abya Yala, celebriamo e ci compromettiamo con ogni vittoria, con ogni bandiera che si alza nei territori vinti dalla lotta rivoluzionaria delle donne kurde. Per questo le nostre prime parole sono di riconoscimento e di amore verso chi rende possibile non solo questo incontro, ma l’incontro quotidiano delle nostre speranze e delle nostre azioni, per rendere reali le nostre speranze. Grazie compagne. Grazie a quelle che ci sono e a quelle che non ci sono. Un saluto alle combattenti sulle montagne, nelle città, nei paesi. Un saluto alle combattenti nelle carceri turche. Un saluto a chi ci accompagna con la memoria ribelle delle donne.
    Vi porto dal sud del mondo le lacrime e l’allegria, il brivido che abbiamo sentito quando durante lo Sciopero Internazionale delle Donne abbiamo ascoltato, in una Plaza de Mayo pienissima di donne, lesbiche, travestite/i e trans, le parole della compagna Bese Eezincan, portavoce del movimento delle donne del Kurdistan. Ha incoraggiato il nostro movimento, Ni Una Menos, e ha rotto con il suo messaggio le frontiere e la distanza. Abbiamo ascoltato ognuna delle sue parole, sostenute dai gesti autonomi di donne libere. Voi, con la vostra diplomazia femminista e popolare, avete teso ponti da continente a continente. Ci avete insegnato che è possibile rivoluzionare tutto, non solo i mezzi di produzione, ma anche i modi di riproduzione della vita, i modi di pensare e sentire il mondo. Il nostro ringraziamento alla vostra lotta, al vostro coraggio, alla capacità di resistenza, alla sfida materiale e spirituale al patriarcato capitalista e coloniale. Avvaloriamo le finestre che avete aperto per ripensare il femminismo e le teorie sociali, a partire dalla prospettiva della Jineoloji, la scienza delle donne. Idee e proposte che ampliano le possibilità di capire e trasformare la realtà.
    Porto la voce delle femministe dell’Abya Yala, una rete di collettive di donne, lesbiche, traveste/i, trans, indigene, nere, campesine, migranti, afrodiscendenti, donne dei quartieri popolari, lavoratrici. Abbiamo assunto collettivamente le esperienze che recuperano e affermano l’idea di comunità, che ricreano il femminismo a partire dal nostro corpo e territorio, dalle nostre esperienze e dai nostri sentimenti, decolonizzando i nostri sguardi sul mondo. Sguardi attraversati dalle logiche occidentali razziste, machiste, mercantiliste, colonizzatrici e colonizzate. Sentiamo la possibilità di ri-conoscerci come donne e come dissidenti del regime etero-patriarcale che sostiene e riproduce la famiglia patriarcale e l’organizzazione sociale capitalista.
    Noi, femministe dell’Abya Yala, facciamo parte di popoli storicamente rasi al suolo, saccheggiati, sterminati dai centri capitalisti che garantiscono la riproduzione ampliata del capitale attraverso politiche di morte. Ci incontriamo davanti alla sfida di rompere –politicamente e culturalmente- le frontiere degli stati nazione imposte dal colonialismo, per sentirci parte di uno stesso continente che invece è stato frammentato dalle logiche patriarcali, dalla conquista e colonizzazione prima europea, poi nordamericana e oggi dalle corporazioni trans-nazionali, di differenti origini.
    Stiamo cospirando insieme per costruire i nostri mondi a partire dal territorio corpo e dal territorio terra, dalle nostre genealogie di ribellioni, dai saperi delle streghe di ogni tempo, dagli sguardi del femminismo popolare. Pensando al corpo come primo territorio e alla comunità come corpo collettivo.
    Noi, femministe dell’Abya Yala, facciamo parte di organizzazioni che pongono limiti all’espansione distruttiva del capitale, alle sue armi, ai suoi mezzi massivi di disinformazione, alla sua cultura consumistica e mercantilizzante di tutte le dimensioni della vita. Siamo della terra dove è nata Alina Legerin, la giovane medica ‘piantata’ nelle terre del Kurdistan, dove si è incontrata con i più puri dei suoi sogni, insieme alle sue sorelle kurde. Siamo parte delle donne che hanno assunto la forma di sentire come proprio territorio, ogni angolo del mondo dove si alzino bandiere di libertà. Ci vediamo nell’esempio di Berta Caceres, di Sakine Cansiz, della comandanta zapatista Ramona, di Rosa Luxemburg, le quali ci invitano a svegliarci, ad alzarci, a trasformare le crisi in opportunità rivoluzionarie e a trasformare le opportunità in azioni.
    Come donne in lotta sentiamo sui nostri corpi il brutale impatto della crisi civilizzatrice. Il sistema patriarcale, capitalista coloniale, per rigenerarsi richiede ogni volta di più violenza contro le donne, le comunità, le dissidenze sessuali, i popoli. Utilizzano intensivamente i progressi delle scienze e la tecnologia per acutizzare le nostre disgrazie, per promuovere la militarizzazione e il controllo, continuando ciò che è stato fatto in più di cinque secoli di devastazione della natura, di genocidi, di femminicidi, di etnocidi, di epistemicidi, di promozione di una cultura di morte. Occupano i territori, privatizzano i fiumi, le lagune, le fonti di acqua dolce, i boschi, i venti, le montagne, i sempi, i nostri corpi, per controllarci, dominarci e subordinarci alla geopolitica della fame.
    L’espansione del regime patriarcale capitalista è basata sul saccheggio dei beni comuni della natura, sullo sfruttamento –fino allo schiavismo- della forza lavoro dei popoli, del lavoro invisibile delle donne, sulla violenza contro le comunità e i popoli, sull’attacco alle identità, ai saperi delle donne, alla cosmovisione dei popoli, sulla distruzione della soggettività di bambini, bambine e adolescenti con la società del consumo e le offerte di morte che si realizzano attraverso le reti del narcotraffico, della tratta e della prostituzione.
    Mercato e armi. Territorio e guerra. Il linguaggio della violenza recupera il centro della politica nel menù attualizzato con il quale l’impero cucina la modernizzazione della sua egemonia. Quando parliamo di militarizzazione, non ci riferiamo solo alle grandi basi militari nordamericane ed europee, non solo alla guerra imperialista, non solo agli eserciti di tanti paesi che ci invadono, con i loro aerei, le bombe, i proiettili. Ci riferiamo anche a tutto il tessuto mafioso delle narcoreti, del traffico di armi, del traffico di donne, giovani, bambine e bambini, del traffico di organi, e alla criminalizzazione della povertà, alla giudizializzazione della protesta. Con quest’ultima distruggono le comunità nella loro essenza più profonda, strutturando una violenza che non si presenta sempre come statale ma che trova però protezione nelle istituzioni statali, che viene esercitata nella forma più impudente e brutale, seminando terrore con l’intenzione di paralizzare qualsiasi rivolta.
    Le molte impunità, accumulate in cinque secoli di colonialismo nel nostro continente, creano la forza immorale della così chiamata “civilizzazione”, del così chiamato “sviluppo”. Con la sua base di razzismo, di machismo e di un estrattivismo vorace, che rapina, rompe, ruba, distrugge, contamina, che disorganizza i metodi di vita ancestrali e incluso le forme di vita create sulla base del lavoro capitalista. La grande maggioranza delle donne non ha possibilità di accesso ai lavori formali, ma ai soli lavori precari e in molti casi invisibili. Molte donne non hanno quindi nemmeno la possibilità di essere sfruttate nei termini classici, ma sono sovra-sfruttate e sottomesse a regimi mostruosi di servitù e schiavitù. Il luogo che ci è assegnato a causa della divisione sessuale dei lavori è quello delle “curatrici della vita”. Ciò diventa una condanna quando le politiche neoliberali tolgono la possibilità di accedere alla salute, all’educazione, alla terra, alla casa, a programmi sociali solidari.
    Nonostante le corporazioni transnazionali abbiano posto le loro basi in Europa, negli Stati Uniti, in Cina e in altri grandi paesi, gli Stati Uniti si presentano progressivamente al mondo come la testa di un continente fortezza, il cui corpo è tutto il continente. Per questo estende le sue basi in tutta Abya Yala, per affrontare il resto del mondo da li. Combinano alcune grandi basi con altre più piccole, travestite da aiuti umanitari, appoggi contro le catastrofi naturali. Basi che in realtà non sono altro che uffici o spazi che hanno bisogno di meno spese e che però assicurano centri operativi per le manovre militari dell’impero. Questa guerra per la spartizione del mondo è parte di una guerra dei potenti più ampia contro le donne e i popoli. Una guerra che cercano di giocare in una tavola di scacchi nella quale i pezzi bianchi sono re, regina, alfieri, cavalli, bombe ad ampio raggio, armi di ultima generazione, sviluppo scientifico e tecnologico, grandi mezzi d’informazione, saperi certificati, e i pezzi neri sono una moltitudine di pedoni disoccupati, disorganizzati e disarmati, che soffrono non per provare alcune giocate, uno scacco all’impero, ma per sopravvivere ogni giorno.
    Noi, le donne del mondo, dobbiamo alzare più forte la nostra voce e moltiplicare le nostre azioni, per denunciare che questa non è la nostra guerra, che costruiremo i nostri territori di pace, che i nostri corpi e le nostre vite non saranno al servizio delle loro guerre patriarcali, ma creeremo nuovi mondi dove, come dicono le zapatiste, entriamo tutte.
    Sappiamo che l’avanzata del controllo delle multinazionali sui territori si produce allargando i campi di concentramento dei e delle senza lavoro, senza educazione, senza terra, senza salute, senza casa, senza alimenti. Collocando fortezze militari al lato di ogni multinazionale, di ogni recinto, di ogni avamposto poliziesco convertito in caserma. Non è possibile uccidere i fiumi e i boschi insieme alle comunità che li vivono, senza uccidere alle Berta Caceres, alle Macarena Valdes, alle Betty Carino, alle Marielle Franco, alle Juana Ramirez, alle donne del popolo che hanno gridato e organizzato le loro genti per resistere all’invasione delle multinazionali e per difendere ogni copro e ogni territorio. I femminicidi territoriali sono una modalità d’intervento delle forze militari statali e dei gruppi paramilitari diretti a disorganizzare il movimento delle donne, specialmente le donne leaders delle comunità in lotta.
    Noi, femministe dell’Abya Yala, diciamo che non abbiamo bisogno e che non ci appartiene il vostro mal chiamato “sviluppo”, la vostra mal chiamata “civiltà”, le vostre mal chiamate “rivoluzione industriale” e “rivoluzione digitale”, che creano disoccupazione e più miseria o i vostri mal chiamati “avanzamenti” scientifici e tecnici, che oggi sono impiegati per distruggerci. Non sono rivoluzioni. Sono dinamiche al servizio della controrivoluzione.
    Sappiamo che la robotica, la nanotecnologia, la biotecnologia, le tecnologie di informazione e comunicazione, l’intelligenza artificiale, potrebbero essere poste al servizio dei popoli. Però fino ad ora sono state utilizzate come armi di questa guerra contro le donne e i popoli. Secondo il Forum Economico Mondiale di Davos, entro il 2020 si perderanno 5 milioni in più di impieghi. Sappiamo che saranno molti di più. Sappiamo anche che a causa loro continueranno ad acutizzarsi il cambiamento climatico, le forme di controllo sulle nostre vite, la perdita di autonomia, e continuerà a crescere la concentrazione e centralizzazione capitalista, con i grandi oligopoli che controllano la produzione e le tecnologie. Sappiamo che le grandi corporazioni dell’agroingegneria alimentare con la biopirateria stanno “patentando” le sementi, privatizzando queste forme originarie di vita, e stanno perdendo grandi quantità di semi, impoverendo il patrimonio dell’umanità. Sappiamo che gli stati sono parte dell’ingranaggio del potere patriarcale capitalista, e che stanno modernizzando le leggi e gli apparati repressivi per agevolare questi processi di distruzione massiva di popoli e territori. Sappiamo che l’infrastruttura digitale e di telecomunicazioni finora installata, è molto diseguale ed è anche al servizio del controllo del mondo, avendo effetti negativi profondi sulla salute e la biodiversità.
    Nel capitalismo, la dimensione finanziera comanda e gestisce tutto il sistema, controllando la vita sociale, specialmente delle donne. Le donne, che quando la povertà aumenta, assumono maggiori compiti di cura, sono più vulnerabili a questo sistema di crediti travolgenti. Per questo nelle nostre lotte abbiamo rifiutato i prestiti da usura del FMI e tutto il sistema di crediti e finanziario che ci lega. Ci vogliamo libere e senza debiti.
    Noi, le femministe dell’Abya Yala, facciamo parte di una marea femminista che ricorre il continente gridando “ora basta!” alle politiche di morte, e realizzando, partendo dai nostri territori, politiche di vita.
    Troviamo nella crisi opportunità. L’opportunità di mostrare che queste politiche ci impoveriscono, ci uccidono e che non possiamo fidarci delle loro promesse. Cresce il discredito ai loro parlamentari, alla loro giustizia, alle loro istituzioni, alle loro leggi, ai loro governi.
    La furia antipatriarcale, ha reso un grido, quello “Ni Una Menos”, che non significa solo affrontare la violenza femminicida e patriarcale. Diciamo “Ni Una Menos” alle politiche capitaliste neoliberali. “Ni Una Menos” alle politiche razziste e fasciste. Diciamo “Ni Una Mujer Menos” nei testi di storia. “Ni Una Menos” per aborto clandestino, nei posti di lavoro, di studio. “Ni Una Menos” per mancanza di terra, di case. “Ni Una Menos” perché morta in vita nelle carceri e nei luoghi di clausura. Il nostro Ni Una Menos nel sud del mondo, si incrocia con il Nunca Mas (Mai Più) genocidi, Nunca Mas dittature, un grido collettivo che ha permesso che più di 200 responsabili di genocidio siano finiti in carcere. Non stiamo cercando risposte che puniscano però si, vogliamo detenere l’impunità della violenza patriarcale e fascista.
    Incontriamo nella crisi opportunità. Non moriremo di fame. Stiamo organizzando pasti popolari, orti e mense comunitarie. Con queste politiche collettive affrontiamo la femminilizzazione della povertà. Affrontiamo la povertà con la femminilizzazione della resistenza, il rafforzamento delle organizzazioni territoriali, la sovranità alimentare, con il recupero delle nozioni di comunità e territorio, rotte dalle logiche cittadiniste occidentali.
    Troviamo nella crisi opportunità. Rifiutiamo il razzismo patriarcale istituzionalizzato, tutti i suoi modi di perseguire le donne originarie che difendono i territori, le donne nere rese invisibili nelle loro esistenze; donne, travestit*, trans, lesbiche, migranti, che pretende espellere o precarizzare fino alla schiavitù. Tutte, in un momento della nostra vita, siamo state obbligate a migrare dalla violenza patriarcale. Tutte possiamo e dobbiamo ricostruire i legami tra di noi, per poter affrontare la cultura del razzismo e la xenofobia, e stabilire i ponti tra i nostri luoghi d’origine e di transito.
    Troviamo nella crisi opportunità. Stiamo recuperando i saperi ancestrali che noi, le donne del popolo, abbiamo saputo conservare e trasmettere come tesori. Con questi possiamo riprendere ad alimentarci senza agrotossici, a sanarci senza i prodotti letali dell’industria farmaceutica e a curarci tra di noi. Dobbiamo difendere quelle donne che hanno potuto esercitare il controllo sui loro territori, che è il modo che ci permette di garantire l’autonomia della vita e la cultura comunitaria. Ci diciamo anche plurinazionali perché sappiamo che gli stati nazione sono stati fondati sul genocidio dei popoli che abitano questi territori.
    Incontriamo nelle crisi opportunità. Moltiplichiamo i dialoghi nelle lingue originarie, sapendo che i linguaggi importati sono serviti per dominarci e colonizzarci. Sapendo anche che nei linguaggi originari ci sono molte delle parole proprie della resistenza. Con chi di noi non ha accesso a questi linguaggi originari, discutiamo con il linguaggio imposto il suo sessismo, il suo razzismo, la sua funzionalità nella naturalizzazione del patriarcato e del colonialismo.
    Troviamo opportunità nella crisi. Difendiamo ogni donna che soffre la violenza patriarcale. Processiamo la giustizia patriarcale. Accompagniamo le denunce di trans, travestit*, lesbiche, assassinate dal regime eterosessuale che sostiene la famiglia patriarcale. Ci uniamo e sosteniamo ad ogni passo le vittime della violenza. Siamo femministe, compagne. L’accompagnarci permette di rompere le logiche dell’individualismo, della rivalità tra donne, della frammentazione e generare esperienze di autodifesa, di cura collettiva, di creazione di comunità.
    Tutto quello che abbiamo fatto e tutto quello che manca da fare, ci riempie di allegria. L’allegria è il combustibile della nostra rivoluzione femminista. Non ci arrendiamo davanti al colpo che cerca di disanimarci. Sappiamo tutto ciò che ci manca. Dobbiamo organizzare e dare base in ogni territorio alla marea femminista, non per incanalarla ma per ampliarla e potenziarla. Dobbiamo affinare le esperienze di base territoriali, attraverso la formazione politica femminista. Dobbiamo dialogare di più con le esperienze storiche di resistenza. Dobbiamo rivoluzionare la nostra vita quotidiana, uscendo dalle comodità che ancora ci offre un sistema che ci invita a negoziare la sopravvivenza di ognuna, in modo individuale, offrendoci briciole. Dobbiamo pensare alle molte forme di controllo alle quali siamo sottomesse: l’amore romantico, il consumismo, il controllo digitale, la manipolazione delle emozioni da parte dei grandi mezzi d’informazione, la creazione della paura.
    Non rinunciamo nelle nostre lotte alla felicità che nasce dall’incontro, dall’amicizia, dall’amore, dalla solidarietà, dal desiderio, da una sessualità non addomesticata, dal nostro essere e stare nella natura, dalla nostra identità e cura verso i fiumi, i boschi non deforestati, le montagne non perforate. Cerchiamo di mettere insieme le nostre energie e le nostre diverse spiritualità, in un’azione rivoluzionaria collettiva, che nasca dai dolori e che però si trasformi in ribellione.
    Trasformiamo la crisi in opportunità. La rivoluzione femminista, delle donne, delle dissidenze di fronte al patriarcato si alza … La marea inonda i cuori delle donne del popolo, e insieme vinceremo. Per noi, per le sorelle cadute in queste rivoluzioni, per quelle che verranno a rivoluzionare queste nostre rivoluzioni.

     

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    Introduzione “Revolution in the making”

    Intervento di Rita Segato

    Conclusione

  • 1° Conferenza Internazionale delle Donne “Revolution in the Making”

    di Irene Poletto

     

    Il 6 e 7 Ottobre 2018 si è svolta a Francoforte la conferenza internazionale delle donne dal titolo “The revolution in the making”. La conferenza è stata organizzata dal Network Women Weaving Future e ha visto la partecipazione di piú di 500 donne proveniente dal mondo intero.
    L’idea della conferenza nasce dall’incontro attraverso seminari, formazioni e azioni di solidarietá degli ultimi 5 anni tra il movimento delle donne kurde e donne di diverse parti del mondo impegnate nella lotta contro l’oppressione patriarcale. Questi incontri sono stati occasioni di trasmissione e condivisione di pratiche di lotta ed esperienze. Nel momento in cui si vuole condividere un programma comune da cui far nascere delle alleanze a lungo termine la condivisione delle lotte e la trasmissione delle esperienze diventa una questione centrale. Con questo obiettivo allora è stata fondata la rete „Women Weaving the Future“ (“donne che tessono il futuro”) nella quale sono rappresentate diverse strutture e organizzazioni del movimento delle donne kurde.
    Con la scelta del titolo della conferenza „revolution in the making“ si è voluto sottolineare l’idea che la rivoluzione delle donne deve essere considerata come un proceso che coinvolge ogni ámbito e sfera della vita.
    È con questi presupposti e da questa prospettiva che si sono svolte le due giornate di Francoforte: due giorni carichi di emozione, forza collettiva, condivisione dei percorsi e risonanza tra le lotte.
    Durante queste due giornate femministe provenienti dal cosiddetto sud del mondo – dall’America Latina al Medio Oriente, dall’India alle donne afrodiscendenti sono state le vere protagoniste della conferenza, condividendo e portando la forza dei loro femminismi, delle loro lotte. La struttura delle due giornate è stata divisa in due momento principali: una parte di interventi dal palco e poi tutto un pomeriggio invece di scambio orizzontale con una sessione intera organizzata in workshop suddivisi in diverse tematiche (ecología, autodifesa, organizzazione della teoría in pratica, media, economie comunitarista, migrazione, colonialismo, antifascismo) in cui è stata possibile uno scambio reciproco e dei ragionamenti di maniera corale. Per provare a rendere conto dell’esperienza vissuta, dei temi trattati all’interno della conferenza, delle alleanze strette tra i diversi movimenti delle donne e le suggestioni arrivate, lasciamo la parola alle protagoniste della conferenza. Riportiamo qui sotto la traduzione di due tra gli interventi della due giorni e la trascrizione della risoluzione finale proposta dal movimento delle donne kurde.
    I due interventi che abbiamo tradotto provengono entrambi dall’America Latina e piú precisamente dall’Argentina: sono le emozionanti parole di Claudia Korol e dell’antropologa Rita Segato, entrambe femministe e attiviste all’interno del movimento Ni Una Menos.

     

    Intervento di Claudia Korol

    Intervento di Rita Segato

    Conclusione

     

     

     

  • Risoluzione finale della Prima Conferenza Internazionale delle Donne “Revolution in the Making”

    Risoluzione finale della Prima Conferenza Internazionale delle Donne “Revolution in the Making”

    Siamo consapevoli del fatto che il patriarcato sta conducendo una guerra globale contro le donne. Abbiamo lottato contro il patriarcato per migliaia di anni in forme diverse. Questa nuova ondata di guerra globale contro le donne è rivolta contro di noi per via di ciò che abbiamo conquistato e per il fatto che abbiamo fatto crescere strumenti per immaginare e realizzare sempre di più una vita uguale e libera; in tutte le parti del mondo.

    Sappiatelo! Ci prenderemo ciò che ci appartiene: il nostro potere e la nostra libertà. Lo faremo nonostante la brutalità estrema che le forze del patriarcato ci costringono ad affrontare. Ci sono molte diverse facce della guerra globale contro le donne. Razzismo, colonizzazione, capitalismo e patriarcato si alleano in guerre diverse; in tempi che si cristallizzano in figure come Erdoğan, Duterte, Mondi, Putin e Trump, che sono apertamente misogini, così come sono razzisti e che mobilitano il patriarcato per monopolizzare il potere e distruggono l’ambiente per arricchire pochi.

    Ci sono cartelli in luoghi come El Salvador, Guatemala, Honduras e ci sono i signori della guerra in Afghanistan. Ci sono i tribunali di stato dell’Iran che esercitano la pena capitale contro le donne e ci sono le pattuglie di confine in Europa e negli Stati Uniti. C’è tratta sessuale in Europa come in Africa. C’è l’ISIS e altre organizzazioni patriarcali jihadiste nel Medio Oriente e poi ci sono i capitalisti che sfruttano il lavoro delle donne e mercenari che le rapiscono e le stuprano ovunque nel mondo. Ci sono i cosiddetti crimini d’onore e passione, le mutilazioni genitali e il date rape; tutti modi in cui le donne vengono ferite, violate e uccise dalle loro relazioni intime. Poi ci sono gli stati e i tribunali che proteggono gli esecutori e puniscono le donne. Ma la cosa più importante, molto più importante, è che ci sono le donne. Operatrici dei diritti umani, femministe, combattenti, politiche, attiviste…Ci sono donne che nonostante tutte le avversità cercano di tenere in vita i loro bambini in Yemen, che resistono e lottano contro l’estremismo e la dittatura in Egitto, sopravvivono e aiutano altre a sopravvivere nonostante gli stupri e i sequestri nelle comunità ezide, cercano di portare la pace alla loro società e al mondo nei Balcani e donne che si organizzano e si sindacalizzano in Argentina. Ci sono le donne profughe dalla Siria, dalla Libia, dall’America Centrale e dall’Africa Occidentale, che cercano di portare al sicuro se stesse e le loro famiglie. Ci sono anche le donne zapatiste che lottano e costruiscono in ogni avversità, e poi ci sono le donne che fanno una rivoluzione in Rojava e immaginano un mondo differente. In tutti questi modi diversi stiamo tessendo il futuro.

    Ci sono quelle che dicono Black Lives matter e me too , quelle che dicono che non saremo una di meno, no al divieto di abortire e che non sarai sola. Ci sono quelle che dicono potresti essere stata tu. Ora è il tempo di capire, di valorizzare, di sentire e di sostenere tutte le diverse lotte. E soprattutto è importante  diventare parte di queste lotte!

    Negli ultimi due giorni, noi, oltre 500 donne da tutto il mondo, ci siamo incontrate a Francoforte e abbiamo discusso di come tesseremo il futuro e contribuiremo alla rivoluzione delle donne in costruzione, e come proposto in questa conferenza da molte, dobbiamo organizzarci e collegare e mettere in rete le nostre organizzazioni, e, come ha proposto un’altra, dobbiamo iniziare la costruzione del Confederalismo Democratico Mondiale delle Donne. Che questa conferenza e questa rete siano il primo passo verso questo.

    Alla fine di questa conferenza dichiariamo che continueremo la nostra lotta insieme per la libertà di ciascuna e di tutte noi. Noi non permetteremo che venga fatto del male ad alcuna donna. Vinceremo la nostra lotta contro il patriarcato. Creeremo le nuove istituzioni di una società nuova e libera. Dichiariamo che una rivoluzione è in costruzione, la recente crisi del capitalismo è un risultato delle nostre lotte e l’ora – il presente – ci da l’opportunità storica di trasformare questo secolo, il 21° secolo, un secolo delle donne e dei popoli.

    Come ha detto una delle oratrici, noi come Jin, vogliamo la nostra vita Jiyan basata su Azadi. Quindi ora alziamo le nostre voci e i nostri pugni e diciamo NI UNA MENOS, ELE NAO, BLACK LIVES MATTER, e JIN JIYAN AZADI!