• [senza titolo]

    [senza titolo]

    di Elisabetta Codutti

    Era una mattina primaverile. 
    Una di quelle mattine in cui la pelle del tuo corpo è accarezzata da una leggera brezza che ti solletica i capelli, riscaldato dal calore dei primi raggi solari. 
    Intorno a me il silenzio. 
    Un silenzio assordante, incomprensibile ai più abituati al frastuono della frenetica vita metropolitana.  
    Un silenzio pauroso come può esserlo la solitudine involontaria.  
    Un silenzio che era stato sottratto alla specie umana per secoli, da generazione a generazione. 
    L’infinito rumore meccanico dello sfruttamento capitalistico aveva incredibilmente cessato di muoversi. Ogni macchina produttiva e riproduttiva giaceva inerme. 
    E quel silenzio aveva finito per ingoiare perfino il vociferare umano, ora non più percepibile. 
    Così, contro ogni aspettativa, il nostro pianeta era stato immerso da un velo di calma e tranquillità. Quel silenzio era stato preceduto da un urlo. 
    Un urlo straziante e atroce. 
    Un urlo pieno di rabbia e dolore. 
    Un urlo potente. 
    Un urlo di resistenza. 
    All’inizio era stato percepito come un bisbiglio, appena distinguibile oltre il frastuono meccanico dell’attività umana. 
    Ma quel sussurro che sembrava potesse essere sottomesso e controllato dalla ratio dell’uomo finì per predominare. 
    Quell’urlo all’improvviso sopraffece l’artificioso sistema di produzione e di accumulazione. 
    La Terra per troppo tempo aveva sopportato l’incessante sfruttamento dell’essere umano che seguiva ciecamente un profitto che riteneva infinito. 
    Un urlo viscerale di Colei che troppo a lungo era stata sfruttata, usata senza scrupoli, calpestata, bruciata, trivellata, riscaldata, derisa, distrutta, privata delle sue ricchezze organiche e inorganiche, e che ora aveva deciso di opporsi.  
    Ora da quel dolore si sollevava, urlando la sua ribellione. 
    La Terra insieme alle specie vegetali e animali, agli esseri organici e inorganici, alla natura tutta, aveva urlato la sua rivoluzione. 
    La Natura si stava ribellando contro il suo oppressore, il suo sfruttatore, il suo colonizzatore, contro colui che aveva creduto di poterla controllare e dominare. 
    Un urlo espresso attraverso uno degli organismi più piccoli, all’apparenza innocuo, ma che in realtà era risultato mortale. 
    L’essere umano si trovava quindi costretto alla reclusione e all’isolamento per sopravvivere. 
    La natura aveva privato gli uomini occidentali, neoliberisti e colonizzatori del bene che ritenevano più prezioso: la loro libertà. 
    Ora, quella libertà veniva restituita ad altre specie, a specie non umane, che riconquistavano il ‘privilegio’ di essere libere, di muoversi liberamente, senza confini. 
    Il potere del capitale si trovava plasmato dalla potenza organica. 
    Il mio corpo, avvolto dal calore solare, poggiava sul terreno umido, bagnato dalla rugiada, giacendo spoglio e indifeso, abbandonato al suolo terrestre. 
    I nostri corpi non sono stati creati per essere soli. 
    Non so per quanto tempo rimase fermo, immobile, fino a quando percepii qualcosa che cambiava. 
    Il mio corpo iniziò lentamente a mutare, a trasformarsi sotto la spinta di forze a me estranee, che non potevo influenzare poiché sfuggivano al mio controllo. 
    Iniziai a percepire l’eco di quell’urlo che giungeva a me, circondandomi e sopraffacendomi. 
    Un urlo che mi chiedeva di unirmi a quella resistenza. 
    Una resistenza di opposizione per non lasciarmi invadere, occupare, assalire e distruggere da quel sistema. 
    In quell’urlo percepii il bisogno di un corpo diverso, mutante, un corpo che sarebbe stato il mio luogo di resistenza. 
    Un corpo che doveva essere guarito da sé stesso per poter recuperare la sua integrità e poter imparare a vedere con chiarezza altri luoghi di opposizione. 
    Iniziai a sentire i polmoni riempirsi di un’aria nuova, rigenerata, non più tossica e pesante, ma fresca e leggera. 
    Sotto il peso del corpo i miei piedi premevano contro il terreno sottostante. 
    Un dolore appuntito spingeva contro le dita, fino a quando da esse fuoriuscirono radici che iniziarono a intrecciarsi con il suolo, trovando spazio fertile per dare al corpo fondamento e nutrimento. 
    Dalle punte dei piedi il mio corpo cominciò a trasformarsi per tornare humus, rifarsi compost, linfa vitale per esseri vegetali. 
    Il corpo premeva per ricongiungersi alla natura, a quello che doveva essere il suo habitat originario. La pelle delle gambe si tramutò in corteccia da cui sbocciarono Lecanthemum vulgari, Primule, Matricaria chamomilla, Trifolium, Taraxacum, Campanule officinale, Muscari neglectum e ancora altre specie a me sconosciute. 
    Presto si aggiunsero anche specie animali attratte dal loro profumo che si irradiava nell’aria limitrofa, come un’essenza preziosa e stregata. 
    Dalla testa, la quale era ormai abituata a rispecchiarsi solo nello schermo di un computer, imprigionata in un monitor, corpo estraneo al mio, si irradiò un’altra forza, un’energia differente ma con uguale potenza trascinandomi in una trasformazione nella trasformazione. 
    Iniziai quindi a percepirmi cyborg. 
    Al molle muscolo del cervello si sostituirono complesse ramificazioni di ingranaggi meccanici. 
    Alla cornea e al cristallino si sostituirono lenti artificiali che mi permettevano di vedere ciò che prima mi era oscuro. 
    Le mie mani si stavano trasformando in lunghi artigli perfettamente disposti, capaci di creare coreografie attraverso una successione di movimenti armonici ed eleganti. 
    Incastri e ingranaggi tenevano uniti i miei artigli a braccia robotiche, capaci di coordinare gesta e movimenti per sedurre altre tecnologie per la produzione di resistenza. 
    Ciò che all’inizio percepivo come forze opposte, al loro incontro iniziarono a intrecciarsi fino a fondersi sul mio petto con un moto circolare. 
    Il mio corpo umano di donna veniva lentamente soppiantato da un corpo bio-cyborg (o cyborg-naturale). 
    Il mio corpo si era trasformato nel luogo sicuro che a lungo avevo cercato, il luogo che mi permette di guarire le mie ferite e di recuperare l’integrità, dove i confini dicotomici su cui si è strutturata la cultura dominate Occidentale che a lungo ha strutturato quel corpo di donna scompaiono, dove le sottili linee che reggevano i dualismi si offuscano, permettendo di fondersi creando nuovi spazi e realtà. 
    Il mio refugia è stato quel corpo. 
    Un corpo cyborg, un corpo trans, un corpo mostruoso, un corpo erotico, un corpo naturale, un corpo queer, un corpo fertile, un corpo mortifero, un copro tossico, un corpo vulnerabile, un corpo disomogeneo, un corpo mobile, un corpo freddo, un corpo ferito, un corpo virale, un corpo sieropositivo, un corpo post-umano, un corpo oltre-canone, un corpo poetico, un corpo ribelle, un corpo rivoluzionario. 
    Un corpo imperfetto, in disequilibrio, ma quel corpo era tutto ciò che possedevo e tutto ciò di cui avevo bisogno in quel momento. 

  • (per un) paesaggio tiroideo

    (per un) paesaggio tiroideo

    di Giorgia Frisardi

    [guarda il video]

    (per un) paesaggio tiroideo 
    in sickness and study 

    si possono impiegare 
    molti anni terrestri 
    per fare una muta 

    radicare zampe perpetue 
    ventose sensazionali 
    che poggino a bacio su cose storte 
    e camminino solo a forza di leva amorosa.

    Mediando continuo assalto e normata prossemica. 

    in sickness and study 

    Io malata mi adoro e mi aberro. 
    Io mostro incarnato 
    dolente, maculato. 
    Ho teso uno specchio di verdi ferite
    mi riflettono aliena 
    ma a un salto dal mondo 

    in sickness and study 

    Il tempo in cui la catastrofe è già avvenuta in cui ho girato capriola malferma 
    su gambe fragole mature e muffa 

    fine del corpo del ballo 
    fine del corpo del senso 
    fine del corpo che avevo scelto. 

    in sickness and study

    Poi un groviglio, un inciampo a scompiglio di virale ascesa nella città impietrita fine dei corpi possibili 
    fine di respiri accessibili 
    un incanto di Stato 
    ha investito e adornato 
    di carogne deviate 
    l’intero apparato. 

    in sickness and study 

    scrivo vorace, spezzata al torace
    scrivo cagna fremente 
    scavata stracciando magre tane 
    rifugi pneumatici che solo per svista figurano cose 
    Scrivo di netto 
    e chirurga all’abietto 

    tengo un sospiro 
    sulla punta del pube 
    in equilibrio precario 
    divaricato oblivio. 

    È un tormento di specie 
    disorientarsi sempre 
    rimedio donna e pesce
     
    e sangue e plasma 
    e clorofilla e luce 
    e un solo, piccolissimo appiglio in legno, 
    per restare a galla. 
    Ho scovato un rifugio 
    che è fuga, 
    finalmente.

  • L’altra sera mi sono svegliata con i fiori tra i piedi

    L’altra sera mi sono svegliata con i fiori tra i piedi

    di Maria Lucia Guglielmi

    Situata, tra le mura di una casa che non conosco, in una città grande, lontana dalle vedute degli ultimi anni di folli domande dis-organizzate sul futuro.

    La paura dell’insicurezza, dell’incertezza, della fissità, della noia, della paranoia.

    Mi manca l’aria. 

    Non scrivo da troppo tempo e l’ultima volta che ho scritto ero in una biblioteca incredibilmente luminosa, con i soffitti dipinti nella città dei portici. Oggi sono in questa casa, tra queste mura che ho imparato a conoscere, dove ho appeso i quadri delle illustratrici che preferisco, in una città grande che attraverso da un capo all’altro su mezzi di trasporto con gli ammortizzatori consumati, che sfrecciano su strade sfondate. Sono tra i corpi, con i corpi metallici delle cuffie che porto nelle orecchie e i vagoni dei tram. 

    Mentre attraverso la città dopo mesi di isolamento domestico, sono circondata da alti e robusti alberi, le cui radici fanno breccia tra l’asfalto. Faccio un balzo, scivolo sul sedile, cambio canzone. Gli alberi sono tantissimi, diventano fitti e ci sono strade in cui mi sembra di stare sotto portici verdi, che cantano con il vento, mi fanno da corona. Mi hanno detto a lavoro che questa è la zona dei parchi, ma anche dell’immondizia, infatti mi domando quanto ci sia di vero in quelle colline che osservo dal finestrino. Ogni giorno nell’autobus c’è una vespa che ha perso la sua rotta e si scontra, sempre, ripetutamente, sul vetro. Oggi una signora, con fare lesto, l’ha presa e l’ha scaraventata per terra. La vedo muoversi, forse è morta. La signora sorride, io la guardo e mi chiedo, perché abbiamo paura degli insetti? Quando ero piccola anche io avevo paura, forse anche ora. Poi, una volta, a Diyarbakır un ragno grosso e peloso ha camminato sul mio petto senza che me ne accorgessi, ha anche ascoltato il pessimo inglese che parlavo. È corso via. La paura è arrivata dopo, ma il ragno già non c’era più. Però ho sentito le sue zampe correre sulla pelle.

    Ho cambiato di nuovo canzone. 

    Non so più se c’è il distanziamento sociale, però indosso la mascherina come se fosse facile con il caldo afoso e caotico di Roma. Sono passati mesi, Marzo sembra lontano, ma nella mia mente il trasferimento da Bologna a Roma è vicino.

    A Gennaio ho portato la mia roba in una casa, tra quattro mura, in cui vive mia sorella da anni. A Febbraio ho avuto una violenta febbre, sono stata sola per una settimana, ho pianto, sono dimagrita, ho sentito le ossa sui fianchi farsi spazio. A Marzo mi hanno detto che non potevo più andare a lavoro, “hanno chiuso le scuole, allora anche gli spazi educativi sono chiusi.” Sono rimasta a casa, senza lavoro, senza persone, tra quattro mura che non erano le mie, in un corpo che non sentivo più, che si trasformava e si ammalava seguendo le notizie che andavano veloci al telegiornale. 

    Scollegata, sconnessa, non situata, vagante. Ovunque e in nessun luogo, ma in una casa che è diventato il luogo della riluttanza, in questa casa che mi aveva accolto e che non riconoscevo. 

    Presto, molte voci che arrivavano dall’altra parte dello schermo, hanno cominciato, lentamente e sinuosamente, a farsi spazio in questo non-luogo, che è diventato il luogo di una personale battaglia contro mille mostri che hanno preso la forma di un unico virus chiamato Covid-19. bell hooks, in un’altra storia, lo definirebbe un sito di resistenza. 

    E io r-esisto? 

    R-esisto con il lavoro telematico, con le lezioni online, con la panificazione sfrenata e le serie tv. R-esisto, in un corpo che si fa tecnologico, ma r-esisto nel mondo là fuori? Tutto, fuori da queste quattro mura, è fermo, lento, tace. Le macchine, i treni, gli aerei non riempiono più le strade, i binari, il cielo. C’è silenzio, ed è terribilmente bello.

    Tutto è fermo e la primavera arriva, non aspetta mica la fine del confinamento. Sento il profumo della florescenza che pervade tutto intorno a questo blocco di cemento. Ogni tanto esco, duecento metri non di più, o forse sì. Qualche volta ne ho fatti più di duecento, perché il quartiere che abito è sito di resistenza storica e io voglio scoprirlo. Allora vado alla ricerca di storie passate, che corrono i passi del presente, dove i papaveri crescono forti tra le crepe del muro di casette rovinate e delicate. Tutto intorno pare fatto di cristallo. Scopro le strade del quartiere, belle e mai viste, con graffiti e murales incredibili e pareti di fiori rosa mai visti prima d’ora: sembrano piccole campane, il vento le muove. Sono bellissime, vogliono prendermene cura. Gli alberi stanno ramificando ovunque, si allungano sotto l’asfalto e creano onde sinuose che mi fanno inciampare quando non sono attenta. Il profumo è denso, lo vedo quasi, è fatto di spirali, le stesse che seguono le api: ma quante sono, quest’anno le api sono tantissime. Una ha persino scelto di venire a vivere a casa con me.

    Ci torno spesso, quasi tutti i giorni.

    Anna ed io ci sentiamo bene quando ci andiamo, ci siamo scattate anche delle foto e, come sempre, addosso abbiamo la stessa felpa consumata. Mi sento aggrovigliata: questa sensazione la riconosco, l’ho sempre sentita addosso, cucita con punti fermi sulla pelle. Essa si dipana e si attorciglia. É la stessa che sento appena penso al mare, ai pesci, alle onde e alla schiuma, al movimento vorticoso di un tuffo sott’acqua con la testa che va giù e poi a spirale tutto il corpo segue la cima dei capelli. Sento che l’unica cosa che può salvarmi è il mare o passeggiare tra quei fiori che, in un giorno solo, la pioggia ha fatto cadere e ha colorato l’asfalto grigio topo.

    L’altra sera mi sono svegliata con i fiori tra i piedi e il mare negli occhi.

    Sono tra i corpi tutti diversi, figurazioni di linee, contorni, sostanze non-umane che mi accompagnano sempre, anche quando mancano le persone.

    Maldestramente, mi sono lasciata guidare dalle parole di Donna J. Haraway, in un flusso di coscienza di un periodo poco semplice di questa esistenza. La filosofia mi è sempre stata di supporto, la sua sta già lasciando impronte importanti. 

  • Taccuino aperto

    Taccuino aperto

    di Vanessa Mignucci

  • Dopo le branchie

    Dopo le branchie

    di Elisa Tremolada

    L’orrendo Subotnik mi ha ripulito di tutto il cancro. Mi ha levato i polmoni ormai massacrati dalle metastasi ed è intervenuto sul sistema circolatorio: ha deviato, modificato, ricostruito e mi ha salvato.

    Ora vivo in un’enorme vasca, nell’acquario municipale di Berlino. Ho delle bellissime branchie filiformi intorno alla testa che mi permettono di respirare sott’acqua.

    Sono tornato al mio primo amore, i pesci, i migliori amici dell’uomo.

    Condivido la mia vasca con un branco di delfini. La domenica mi esibisco in uno spettacolo per i turisti. Salto, faccio le capriole, gioco con la palla per qualche aringa. Non si sta male, ve lo assicuro.

    Alle volte mi sembra di essere davanti alla televisione, quando vedo i bambini, le mamme, i vecchi che mi guardano da fuori con i loro occhi enormi e distorti, quando poggiano il naso sul vetro. Allora, incerto e turbato mi nascondo nella mia tana, tra gli scogli, a riposare.1

       Certo che mia madre è proprio una gran stronza. Il finale mieloso che ha deciso di sovrapporre alla mia vera storia continua a passarmi nel cervello, senza posa.

       Non che Adele – mia madre, per chi non se la ricordasse – volesse farmi uno sgarbo; come al solito, pensava di aiutarmi, di elevare in qualche modo il mio inesistente status sociale dipingendomi come un sinuoso delfino residente nella capitale della Germania.

       Tutto a posto, se non fosse che quel mucchio di carte, poi scambiato per un romanzo, era il testamento della mia vita umana, brutta e bella copia insieme. Un testamento che adesso mi racconta come un gioioso tursiope che balla per due aringhe. Vaffanculo, ma’.

       – Vedi mamma, i pesci non lo conoscono il concetto di “status”. Sto qua da un po’, ormai te lo posso raccontare. L’unica gerarchia che regge qui è quella tra chi mangia e di chi viene mangiato.

       Come vorrei poterle parlare. Sbiancherebbe, nonostante la pelle abbronzata dalle tante ore passate nell’orto insieme ai monaci del monte Fuji, e le verrebbe la stessa espressione preoccupata e un po’ stupida che aveva stampata in faccia quando le dissi del cancro.

       – Oh Marco! Mi dispiace tanto, non volevo metterti in questa situazione. Chiameremo Djivan e ti faremo inserire in un bel corpo di balena, che così non rischi. Che ne dici?

       A questo punto inizierei a sbellicarmi dalle risate. Internamente, ovvio, avete mai visto un pesce che si sganascia? Ma mi sbellicherei proprio a raccontarle in che situazione mi ha ficcato il suo amato orrendo Subotnik, il pentito.

       A spiegarle che questo corpo l’ho voluto per paura, e la paura ci è rimasta bloccata dentro come aria viziata in una stanza chiusa.

       – Mamma, lo sai che non sono un delfino, vero? Che sono molto più piccolo e brutto? Che non vivo a Berlino e non faccio le capriole? Lo sai o no?

       Mi vedo le vene che si gonfiano sul collo che non ho più, un’eredità genetica del corpo che mi madre ha scelto di cambiarsi.

       – Marco, certo che lo so, – la voce si calma e diventa docile, suadente. – Ma ti pareva che potessi dire in giro tutto quel che ti era successo, rivelare i segreti di Djivan al mondo senza il suo permesso… è stato meglio così.

       Sì mamma, è davvero stato meglio così. Ma tu non saprai mai il perché, e così pure i miei lettori.    

       Più che altro, è uno spreco divulgativo gigantesco. Avrei potuto raccontare a tutti la storia della mia specie, i Caulophryne jordani, della famiglia dei Caulophrinydae, ordine dei pesci lofiformi2. Mi piacevano pure da umano, queste brutte rane pescatrici che passano la vita a duemila metri di profondità. A differenza delle specie animali più studiate, il dimorfismo sessuale nei lofiformi favorisce la femmina, che misura in media 10 volte il maschio. Ma non è questa la cosa più sorprendente. La cosa più sorprendente è che il maschio – cioè io – si fonde, epidermide tessuti e circolazione compresa, con la femmina durante l’accoppiamento. E lì rimane. Per sempre.

       A questo punto mi sto davvero sganasciando dalle risate, anche se è impossibile vederlo. Mi immagino mia madre che discute con me in questa posizione, attaccato, anzi parte ormai del corpo della mia compagna.

       Al punto che oramai non c’è più un’articolazione tra me e lei. Non un punto che non sia condiviso. Probabilmente mi sta ascoltando mentre penso, forse se la ride o forse pensa che se potessi staccarmi sarei proprio un padre sciagurato. E chissenefrega, tanto io sono lei e lei è me e queste preoccupazioni hanno perso di senso.

       A volte quella parte di cervello che ancora mi appartiene s’impone sul cervello della mia compagna. Oggi è una di quelle volte. E quello che vedo da questi occhi che non sono i miei si presta bene agli scopi della mia materia grigia: sabbia, sempre sabbia, un baluginìo di mare nero e vuoto, e poi ancora sabbia, aspettando il pasto. La noia mi trascina inesorabilmente nei ricordi.

       E allora sogno di essere ancora di fronte a Djivan Subotnik, che facendosi improvvisamente piccolo mi confessa il segreto dei suoi trapianti senza rigetto: una proteina che estrae dai pesci lofiformi, come me e lei. Ammazzandone migliaia come ha ammazzato centinaia di indiani innocenti. Sogno di guardarlo in cagnesco, proprio come un cane rabbioso, e di fargli finalmente una richiesta che non può rifiutare.

    – Voglio diventare un Caulophryne jordani. Se non riesci a traslarmi nel corpo di un pesce lofiforme, ti apro un buco nella testa, sono stato chiaro?

    Ah, dimenticavo. L’infame Subotnik non può rifiutare perché gli sto puntando alla testa una calibro 45, acquistata per “sicurezza personale” dopo i rapimenti in India. Acquistata per puntarla sulla faccia da divo di Djivan Subotnik.

       Che infatti non rifiuta. E io mi sottopongo all’operazione consapevole che, dopo un brevissimo periodo d’adattamento, vivrò il resto di questa strana vita riversando sperma dentro una vagina che piano piano diventerà anche la mia.

       Sogno Subotnik nudo, accanto a mia madre, ad Adele sarebbe meglio dire, che la guarda con intensità.

    – Fidati, Adele, è stato meglio così.

    Per una volta l’infame Subotnik e mia madre hanno entrambi ragione. La mia vita non ha alcun senso, sta scomparendo. Tra un po’ di tempo sarò assorbito del tutto e Marco Donati smetterà di esistere.

       Intanto, ha già smesso di avere paura di morire. E scusate se è poco.

    RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

    1  Ilaria Valenti (2012). “N.Ammaniti – Branchie, gli inizi e nascita de Il momento è delicato (Modena – 17/05/12).MP4”. Consultabile al link: https://www.youtube.com/watch?v=0MZ0IQrBdiw&t=11s

    2 Ammaniti, Niccolò (1997). Branchie. Einaudi, 2a edizione. pp. 184-185.  

    3 Wikipedia, Caulophrynidae, https://it.wikipedia.org/wiki/Caulophrynidae ;

      Wikipedia, Lophiiformes, https://it.wikipedia.org/wiki/Lophiiformes

    ALTRI MATERIALI UTILIZZATI

    Haraway, Donna J. (1992). The Promises of Monsters: A Regenerative Politics for Inappropriate/d Others. Routledge: London.

    Ferrari, Gabriele (2020). I pesci abissali che si fondono durante il sesso. Focus.it. Consultabile al link: https://www.focus.it/ambiente/animali/i-pesci-abissali-che-si-fondono-durante-il-sesso#:~:text=I%20lofiformi%20sono%20pesci%20abissali,un%20sistema%20immunitario%20altrettanto%20particolare.&text=I%20lofiformi%20sono%20un%20ordine,esca%20per%20attirare%20

    Il lavoro scaturisce, in particolare, da una riflessione personale sulle lezioni di Anna Maria Crispino e di Federica Timeto all’interno del modulo Narrazioni.

  • The Delusional Faith in Immunological-Skinned Existence: Corpo-Affective Enactments of HIV and Anxiety

    The Delusional Faith in Immunological-Skinned Existence: Corpo-Affective Enactments of HIV and Anxiety

    di Elisa Bosisio e Ludovica D’Alessandro

    Cliccare qui per scaricare l’articolo completo in inglese (versione .pdf)

    L’articolo è un patchwork di pensieri e riflessioni in eccesso rispetto a riduzioni fondazionaliste e/o teleologiche. Chi scrive, infatti, vuole dirsi e si riconosce come un soggetto spinozianamente multiplo: ovvero irriducibile al sistema di visualizzazione umano e moderno che ci vuole due individue distinte con quattro mani, due cervelli e due corpi. Elisa e Ludovica sono i nomi propri che firmano il lavoro, ma, mentre pensavamo e scrivevamo le pagine che seguono, ci siamo più volte fuse e ri-separate, in un moto costante tra incorporazioni molto difficili da tracciare attraverso quelle linee che partiscono il nostro sguardo e il nostro pensiero di umane. Dove inizia il pensiero di Elisa e finisce quello di Ludovica è difficile a dirsi; eppure le nostre posizioni – pur sempre mutanti – non sono riducibili a una postura unanime in cui l’insieme è un dato omogeneo e senza alcuno moto differenziale. Ci chiediamo se Elisa avrebbe scritto quello che ha scritto senza la presenza incarnata Ludovica, e viceversa? La risposta è fin troppo scontata. Figlie dell’ipercitazionismo femminista, non ci chiudiamo neppure nella nostra sorellanza intellettuale e militante “a due”. A scrivere con noi, attraverso il battere delle dite sulla tastiera del laptop e lo scambio di file rigorosamente scaricati, ci sono tante donne e soggettività-non-conformi che hanno provato a ripensare e rifare il mondo: questo testo è un sabba, in cui ci atteniamo a invocare lu alleat* che contribuiscono a muovere i nostri pensieri, desideri, corpi. È quello che chiamiamo, nell’articolo, intra-dipendenza, proprio mentre diciamo grazie a Karen Barad per averci ispirate in questa direzione.

    La prima parte dello scritto è una introduzione al nostro lavoro, firmata da entrambe queste figure che carte di identità, passaporti e curriculum vitae vogliono distinte. La seconda è firmata da Elisa. La terza da Ludovica. E infine le parti tornano a unirsi per chiudere insieme il testo con una riflessione che – tutta – non è mai stata ascrivibile all’autorialità moderna ed individualista.

    Questo articolo non solo è un groviglio, ossia per dirla con Haraway un entanglement, ma di entanglements, anche, parla. Nell’introduzione dichiariamo l’intento complesso che ci prefiggiamo, ossia quello di ripensare il corpo che – Deleuzianamente – intendiamo irriducibile alla narrazione moderna della skinned existence, che descriveremo come non molto di più di un’illusione ottica determinata dal nostro dispositivo di visualizzazione umano: uno sguardo parziale insieme incarnato e culturale. Vogliamo, per dirla in immagini, figurare il corpo oltre il modello dell’Uomo Vitruviano di Leonardo: un soggetto contenuto in sé stesso e relazionale solo nei limiti di un’inter-azione che con ammette intra-azione.

    Il corpo di cui parliamo è composito, aperto, relazionale; sta nei processi di cui è parte e che contribuisce a creare. Nelle due sezioni monografiche del testo ci sforziamo di declinare questa figurazione corporale attraverso l’esperienza dell’infezione da HIV e quella dell’ansia.

    Virus e ansia ci riportano violentemente su un piano di immanenza, che è un piano disincantato e oltre la dialettica immanenza/trascendenza del pensiero dei padri della filosofia: la nostra esistenza è vulnerabile in quanto relata, oltre bene e male, oltre la morale, oltre i tentativi di negare questa vulnerabilità che è insieme promiscuità e potenza, piacere e dolore. I confini tra sé e altro-da-sé, proprio e non, soggetto e ambiente spariscono nell’esperienza corporea di chi deve convivere con un microrganismo patogeno e/o di chi conosce l’ansia e quella sua declinazione esperienziale corpo-affettiva che è l’attacco di panico.

    Nella prima sezione, a cura di Elisa, si propone una lettura in diffrazione dello stato della ricerca farmacologica dedicata ad HIV (con attenzione alla recente scoperta di antiretrovirali che garantiscono la non-contagiosità di soggetti con viremia undetectable) e del pensiero cyborg, femminista, queer che rilegge il costrutto semiotico-materiale del corpo come un bio-mosaico, in cui l’unicità monolitica leonardesca è smentita dal riconoscimento esperienziale e teorico, politico e biologico, dei numerosi “pezzi” che ci compongono all’intreccio del piano linguistico e quello materiale, culturale e biologico. Di più, queste stesse “parti” sono, in fondo un’ennesima illusione ottica: qui Barad ci torna in aiuto e ci fornisce uno strumento per una visualizzazione nuova di queste parti come relata, ossia costrutti senza confini stabili, che si producono e materializzano nel momento stesso in cui esistono gli insiemi di cui fanno parte. Tutto intra-dipende e le partizioni contingenti in entità distinte sono sempre strategie operative ontologiche, epistemologiche e politiche. Come stare in questa promiscua relazionalità produttiva è, a nostro avviso, quello che siamo chiamatu a discutere.

    Nella seconda sezione, l’esperienza corporea ed affettiva dell’ansia viene letta come ‘già e sempre’ politica, e risultato di una postura non universale, ma situata, del soggetto nel complesso entanglment del sistema: dove il capitalismo produce individualizzazione e patologizzazione dell’esperienza, leggiamo invece il materializzarsi di relazioni di potere in vulnerabilità iniquamente distribuite. Se l’ansia toglie il respiro, ci chiediamo: a chi è concesso respirare? E come possiamo prenderci cura delle sofferenze che il capitalismo neoliberista distribuisce secondo regimi differenziali di precarietà? Come escogitare collettivamente modalità relazionali diverse in questo groviglio di potere, privazioni materiali, precarietà lavorativa, stallo emotivo?

    Sembra quasi paggeria intellettuale riflettere su come sopravvivere a patogeni virali e condizioni economico-material-lavorative stringenti in questa primavera 2020 da mancanza d’ossigeno. Eppure questo dibattito “a due” nasce a Settembre 2019. Non è stato profetico, crediamo: il nostro presente neoliberale, antropocenetico e tecno-mediato, ha sempre chiesto di riflettere sulla nostra vulnerabilità biopolitica di cyborg che globalmente rifiutano di riconoscersi tali e dunque scompostamente intra-relati, e dunque tragicamente respons-abili, dunque irresponsabilmente “fatti a pezzi” e/o “sciolti” rispetto a quell’uomo ideale disegnato a inchiostro tra un cerchio a rappresentare il cielo e un quadrato a rappresentare la terra.

    Chiudiamo il nostro lavoro con un’analisi delle immagini con cui abbiamo scelto di accompagnarlo: non si tratta, speriamo, di una ridondante e forse narcisista ripetizione del pensiero, ma piuttosto di una strategia relazionale altra: se i dispositivi di visualizzazione che impieghiamo sono tanto parziali, fornirsi di una via seconda – in questo caso quella visuale – ci sembra un buon modo per provare a dirci e a dire altrimenti. Questo escamotage desidera, quindi, essere un percorso altro, affinché il nostro pensiero sia veicolato da qualcosa di più delle nostre parole e dei nostri concetti: ogni costrutto verbale è del resto un arbitrio altamente operativo su cui possiamo solo strategicamente decidere di concordare. Perché non provare, allora, con delle immagini, che facciano da sostegno e supporto al nostro vociare, e che, al contempo, siano anche un trampolino per dei pensieri che amplino una genealogia che esplode ed esploderà in miriadi di direzioni?

    LE AUTRICI

    Elisa Bosisio è laureata in Scienze Filosofiche all’Università di Milano, con una tesi riguardante la decostruzione del concetto di ‘umanità’ da una prospettiva queer, anti-specista e neomaterialista. Ha condotto un periodo di ricerca ad Utrecht e ha partecipato in qualità di relatrice alla “11th Beyond Humanism Conference” con un intervento dal titolo “The Ethics of the Bodies in a Post-Natural and Post-Cultural Era” alla Università di Lille.

    Ludovica D’Alessandro è laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Milano e ha ottenuto un Master in Contemporary Art Theory presso Goldsmiths, University of London, laureandosi con una tesi dal titolo “Affectability as a Power: An Ontology of Resistance.” Ha partecipato come co-relatrice dell’intervento “Inventory of Care: Mapping a Journey Towards New Ecologies in the Academic Institution,” alla conferenza “The Reverse Side: Guattari, Deleuze and Institutional Thought” presso Royal Holloway, University of London nel 2019. 

  • Bodymetrics. La misura dei corpi | Tre quaderni su eco/nomia/logia transfemminista

    Bodymetrics. La misura dei corpi | Tre quaderni su eco/nomia/logia transfemminista

     L’Atelier EcoPol è felice di annunciare la pubblicazione di Bodymetrics. La misura dei corpi, Tre Quaderni di ecologia ed economia politica transfemminista. Una nuova edizione digitale per i tipi di IAPh-Italia, liberamente scaricabile, che restituisce una parte significativa del percorso di ricercazione e autoformazione che ha coinvolto numeros* studios*, artist* e attivist*

    immagini di Eugenia Loli


    Quaderno Uno
    natura | cultura | artificio
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Birgit Mara Kaiser e Kathrin Thiele, Diffrazione: onto-epistemologia, fisica quantistica e critica delle scienze umane
    Liana Borghi, Percorso per diffrazione
    Donatella Saroli, “If you could see what I’ve seen with your eyes”. Sguardi possibili offerti dalle pratiche artistiche
    Ilenia Caleo, Dentro le turbolenze espressive della materia
    Olivia Fiorilli, Biomedicina. Affari di donne
    Beatrice Busi, Luci e ombre della normalizzazione della critica femminista: il caso della biologia del sesso
    Norma Santi, FREE OUT | Opera Elementale #5
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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    Quaderno Due
    misura | valore | eccedenza
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Federica Giardini, Valore. Topologia e dinamica della misura
    Federica Tomasello, Ecofemminismi. Economia dell’invisibile
    Pier Paolo Poggio, I ritardi della filosofia
    Gea Piccardi, Jiineoloji ed economia politica. Un’introduzione alla rivoluzione delle donne in Kurdistan
    Ilenia Caleo, Dear Data: un archivio affettivo che ridisegna la misura
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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    Quaderno Tre
    crisi | conflitto | alternativa
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Isabella Pinto, Praticare l’autoformazione
    Mariaenrica Giannuzzi, Appartenenze femministe ed ecologia politica
    Alessia Dro, Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista
    Gea Piccardi intervista Silvia Federici, Neoliberismo, riproduzione e comunità. Un dialogo tra biografia, politica e pensiero
    Alessandra Masala intervista Donatella Saroli, Lettura diffrattiva di un’istituzione culturale. Pratiche di ricerca, curatoriali, relazioni, neomaterialismo
    Jasbir Puar, I would rather be a cyborg than a goddess
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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  • Maschilità Virilità Maschilismo

    Maschilità Virilità Maschilismo

    Quello che segue è lo “script” della lezione tenuta il giorno 24 Marzo 2018 a Roma Tre, nell’ambito del laboratorio Lineamenti del Master Studi e Politiche di Genere. Mi scuso in anticipo per il tono tipico del “parlato” riportato qui. Il testo vuole essere, oltre che un aiuto per gli studenti, occasioni di ulteriori scambi e approfondimenti sugli argomenti toccati.

    Oggi esploreremo insieme il campo semantico e quello pragmatico di queste tre parole: maschilità, virilità e maschilismo. Cercheremo di capire in che modo, perché, in che senso queste tre parole ineriscono alla storia del pensiero di cui ci occupiamo in filosofia e dei paradigmi di cui ci occupiamo in questo master, in questo laboratorio.

    Guiderò io questa ricerca: Lorenzo Gasparrini, filosofo – precisamente fenomenologo – femminista, cioè un filosofo che lavora con i metodi della fenomenologia e l’approccio femminista alla storia e alla pratica del pensiero occidentale. Questo è un master e un laboratorio: mi è parso molto onesto nei vostri confronti portarvi alla discussione quello che sto facendo, le cose su cui lavoro e che studio, affinché il nostro incontro di oggi sia insieme una esposizione – semmai le due cose si possano separare – di contenuti e di metodi.

    Prima di affrontare le tre parole di cui abbiamo parlato, una premessa è necessaria.

    Il posizionamento – un’altra parola – viene usata nel senso che ci interessa per la prima volta da Adrienne Rich in una conferenza in Olanda. Rich si accorge di cosa viene proiettato sul suo corpo di donna: discorsi costitutivi, identitari, simbolismi, sguardi altri che sussumono in categorie universali declinate in un generico impersonale maschile quello che universale maschile non è: il suo corpo. Che invece è un soggetto situato fonte di un senso proprio.

    Quando mi pongo di fronte a voi come filosofo femminista che fa un’analisi dei fenomeni per come si presentano nella mia esperienza alla coscienza, faccio un lavoro analogo: mi pongo in una esperienza già data e la critico dalla mia situazione, ne cerco i fondamenti trascendentali. Essere-nel-mondo è tutto fuorché una condizione astratta o universale, ha innanzi tutto un genere che ne condiziona la percezione e il linguaggio, esperiti ed espressi, di cui ho coscienza nelle relazioni in quanto soggetto situato. Per esempio – non è certo una novità nella storia del pensiero – si dovrebbe cominciare con l’analisi di una relazione che si tua tutti e tutte per la prima volta: essere nati e nate da una donna.1

    Cominciamo con la prima parola, maschilità. Per definizione essa è l’insieme dei caratteri fisiologici e/o tradizionali propri del maschio, del maschile. L’elemento interessante è la pretesa di tenere insieme un elemento naturale e uno storico: pretesa possibile solo attraverso l’attuazione di particolari poteri. Il potere del “normale”, metaconcetto sovrastorico e categoriale che interviene laddove la vigente caratterizzazione della maschilità è intaccata. Questo metaconcetto esiste anche nella versione opposta e complementare: l’emergenza. Stiamo parlando di eterosessismo: la normale maschilità è eterosessuale, condizionando così anche la femminilità. Lo strumento che attua questo potere è il sessismo, la discriminazione di comportamenti e di pensieri a seconda del genere.

    Storicamente viene costruita una rete di relazioni che veicola poteri (discriminanti e oppressivi) che identificano una vera e propria educazione alla maschilità il cui scopo possiamo riassumere così: fare di ogni differenza una gerarchia, congelando le differenze dei corpi e delle storie di ciascuno/a soggetto/a situato/a in una gerarchia di poteri e valori nei quali il maschile eterosessuale è in cima.

    La frase “la presenza nel mondo implica il porsi di un corpo che sia una cosa del mondo e un punto di vista sul mondo” potrebbe essere stata scritta da tre autori ai quali facciamo continuamente implicito riferimento: Simone De Beauvoir, Maurice Merleau-Ponty e Ludwig Wittgenstein. Quel paradosso del soggetto situato basterebbe da solo a scardinare la gerarchia di potere maschile (e ogni altra, probabilmente, in senso politico) e storicamente questo paradosso ci ricorda due momenti importanti:

    • le interpretazioni storico-sociali della maschilità egemone portano alla creazione di maschilità funzionali ai nuovi ruoli di potere: il romanzo borghese nasce per soppiantare l’epopea omerica, ormai inservibile, con l’epopea del self made man (riconosciuta in anticipo dai romantici tedeschi come Fr. Schlegel che già vede nell’ironia romantica lo smascheramento di quel potere), che legge quei libri che passeranno da Erziehungsroman (romanzo pedagogico) a Bildungsroman (romanzo di formazione).

    • Il corpo dei re dell’ancient regime era sacro e diverso (per molti secoli si è creduto davvero che avessero il sangue di un altro colore, il sangue blu). La ghigliottina rivoluzionaria distrugge quei corpi (e quelli della regina e quello di Olimpe de Gouges che le aveva descritto la sua oppressione) ma non quel potere che passa dal corpo di pochi a una massa, a una classe, alla borghesia del denaro.

    Arriviamo alla definizione di virilità: essa è un tempo, il tempo dell’azione maschile, il tempo della maschilità nel mondo, una dinamica di esercizio del potere maschile. Avendo un inizio e una fine, essa prescrive un simbolismo iniziatico e finale per le sue manifestazioni, l’ordine simbolico fallico di cui hanno parlato tanti femminismi. Spesso ne hanno parlato come di una vera e propria teleologia nascosta ed efficace, un “grande disegno” di dominio che non è un complotto ma è il patriarcato, la forza politica e sociale che persegue il fine di perpetuare il potere con caratteristiche maschili.

    Il simbolismo è quello del “successo” borghese cui sono devoti linguaggi e immaginari della comunicazione moderna, che nascono appunto negli anni di affermazione di quella classe sociale. Da filosofo però non posso non constatare che questa distorta e dispari gerarchia dei generi a vantaggio del maschile e che produce le idee di maschilità e virilità è un vero e proprio canone presente da sempre: da Aristotele a Kant non c’è filosofo occidentale minimamente importante che non abbia scritto almeno un passaggio di esplicita misoginia, di chiara oppressione del genere femminile o di esaltazione di quello maschile come “il” genere vero e proprio, l’unico e il solo in grado di pensare il mondo nel modo corretto.

    Questo non vuol dire che tutta la filosofia occidentale sia da buttare via: come nella migliore tradizione dell’ecologia, dobbiamo imparare a usare gli scarti, le macerie, e non a gettare via. Judith Butler è una grande conoscitrice di Hegel e lo sa usare, pur nella cosapevolezza lonziana che c’è da sputarci sopra.

    Non va mai dimenticato che lo strumento della logica duale è da sempre in azione ed è una ulteriore strumentazione del pensiero in palese contraddizione con il corpo e il soggetto situato. Questo non percepisce né significa mai due soli “stati”, due valori, ma molte più differenze. Come ricorda Merleau-Ponty con una frase finita poi in una canzone dei Tiromancino “sono le sfumature a dare vita ai colori”. E, ci ricorda il Foucault che di Merleau-Ponty aveva studiato ossessivamente ogni appunto reperibile, è il potere a produrre il sapere, e non viceversa.

    Per troppi secoli il discorso filosofico è stato a una voce sola. Sono un filosofo femminista da quando ascolto e provo a mettere in pratica ciò che arriva da quest’altra voce, che mi fa riconoscere tante cose prodotte da quell’unico monologo precedente:

    • l’onnipresenza dei dispositivi sessisti nella lingua, nel linguaggio e nei comportamenti;

    • l’ipocrita “crisi del maschile” con il quale si appella la reazione sociale alla perdita di potere di un genere, educato a non vedere in quella perdita nuove libertà possibili;

    • l’altrettanto ipocrita “ritorno alla natura” (idea storica anch’essa) e a una “selvatichezza” maschile che sarebbe la salvezza di tutti e tutte;

    • il “divide et impera” politico con il quale si cerca di tenere divisi femminismi e femministe/i attraverso l’uso strumentale di divisioni di potere.

    In una parola, quella voce sola è maschilismo.

    Per questo nessuna delle relazioni di potere agite o veicolate dal maschilismo è simmetrica, ma sempre gerarchica; il primo inganno ancora tanto creduto è che il maschilismo sia il contrario del femminismo, ossia la stessa “ideologia” ma agita dagli uomini. Basterebbe l’esperienza biografica di Angela Davis, poco tempo fa ospite qui a Roma Tre, per raccontare come sia possibile che uomini neri, attivisti comunisti negli USA degli anni ‘70 – immaginate quindi a quante e quali forze oppressive dovessero fronteggiare – riuscissero a essere schietti e sinceri maschilisti nei confronti delle compagne di lotta come lei. Neanche la comunanza dei tanti razzismi subiti, delle persecuzioni sociali vissute insieme, era capace di scalfire la gerarchia tra generi instaurata, al di là del colore della pelle e delle sofferenze politiche, dal patriarcato vigente.

    Della paradossale situazione del soggetto situato soffrono anche le discipline di cui stiamo parlando. Abbiamo cioè discipline con un oggetto, e abbiamo questo oggetto che diviene soggetto e pone interrogativi alle altre discipline. In questo senso i femminismi sono antidoti al potere che crea maschilità oppressive, virilità, maschilismo. Gli esempi della letteratura comparata e della filosofia interculturale hanno già dimostrato come funzionano discipline “a più voci” che rendono fecondi quei paradossi dei soggetti incarnati, invece di zittirli o di “astrarli” in concetti universali vuoti e disponibili per i poteri vigenti.

    Se n’è accorta anche la filosofia da quando concede sempre più spazio alla letteratura e alla sua consustanziale ironia: per tutto il ‘900 fior di filosofi lasciano la parola a romanzieri/e, a poeti/esse.2

    Il campo semantico e pragmatico di quelle tre parole va quindi pacificamente permeato di discorsi che ne sgretolino il potere monocratico e monocorde a partire dalle esperienze critiche dei soggetti situati. E’ quello che già fa, da almeno due secoli, tanto femminismo. Tra cui, per una piccolissima frazione, il vostro filosofo femminista che vi ringrazia.

    1 Provenendo da studi di estetica, mi è familiare il paradosso di un soggetto situato che è anche un oggetto situato come accade nello studio della bellezza come fenomeno né oggettivo né soggettivo ma di relazione; un tipico studio fenomenologico che non può porsi senza posizionamento.

    2 Intreccio ben documentato, ad esempio, nell’estetica di Emilio Garroni.

  • Sesto incontro – Corpo – Audio di Laura Storti

    La psicanalista e attivista Laura Storti introduce una riflessione sul corpo, ripercorrendo la propria formazione e chiedendo: perchè la famiglia è la base del capitalismo? come trasgredire collettivamente la legge? Un intervento sul rapporto tra la psicanalisi di Lacan, Klein, Fouque e il femminismo come uso “eversivo” del corpo.

  • Barbara Duden

    emailButton (1) Mail: b.duden(chiocciola)ish.uni-hannover.de

    Nata nel 1942 in Germania, si è formata a Vienna e a Berlino. Nel 1986 si è laureata presso l’Istituto di Storia Moderna presso l’Università Tecnica di Berlino. Tra il 1985 e il 1990 ha insegnato Storia delle donne e Storia della scienza e della tecnologia presso l’Università della California e l’Università della Pensylvania. Attualmente è docente presso il Dipartimento di Sociologia e Psicologia sociale e professoressa emerita all’Università di Hannover. Ha collaborato con Ivan Illich negli ultimi anni della sua vita. Specializzata in storia della scienza, sociologia e psicologia, si definisce, e di fatto è, una storica dei corpi delle donne. Il suo è un pensiero originale all’interno del discorso scientifico, un pensiero che parte dalla percezione e dall’esperienza dei corpi come fatto culturale e non neutrale. Da sempre attenta al cambiamento dell’immaginario sui corpi con l’avanzare della tecnica e della medicina, negli ultimi anni ha preso posizione anche all’interno del dibattito sulla genetica e la biomedicina.

     

    Bibliografia in italiano 

    • I geni in testa e il feto nel grembo. Sguardo storico sul corpo delle donne, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

     

    • Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, Bollati Boringhieri, Torino 1994.

     

    Bibliografia

    • con Samerski, S. e Vogeler K. (2014), Die gesichtslose Patientin. Wie Menschen hinter Daten verschwinden. Mabuse Verlag, Frankfurt am Main.
    • (2002) Die Gene im Kopf-der Fotus im Bauch. Historisches zum Frauenkorper, Offizin-Verlag, Hannover,  ed.it (2002) Il gene in testa e il feto nel grembo, Bollati Boringhieri, Torino.

    Questo libro intende parlare delle questioni politiche del presente attraverso uno sguardo storico-critico, che studia gli universi di senso del passato: la gravidanza prima dello stetoscopio, prima dell’ecografia, prima dell’embrione. Risalendo indietro fino a guardare ai geni, liberandoli dalle sovrastrutture ideologiche che si sono depositate su di essi dopo la loro scoperta. Oggi ci si trova in presenza di ciò che la Duden chiama “feto pubblico”, un fenomeno, fino a tre decenni fa, estraneo all’esperienza delle donne in stato interessante, in quanto il “conflitto morale” tra la donna e l’embrione si origina solo con la medicalizzazione e il controllo della gravidanza.

    • (2003) Anatomie der guten Hoffnung. Zur Bildgeschichte des Ungeborenen, Campus

     

    • (2002) Zur Erfahrungs- und Wisseschaftsgeschichte der Schwangerschaft (xvii-xx Jahrhundert), con Jürgen Schlumbohm e Patrice Veit Geschichte, Vandenhoeck & Ruprecht,

     

    • (2001) Auf den Spuren des Körpers in einer technogenen Welt, Ha curato con Dorothee Noeres, Leske+Budrich,

     

    • (1991) Der Frauenleib als öffentlicher Ort: Vom Mißbrauch des Begriffs Leben, Luchterhand, Hamburg/Zürich,  ed.it. (1994) Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, Bollati Boringhieri, Torino.

    Storica delle donne, con alle spalle ricerche sul vissuto del corpo femminile nel sec. XVIII, l’autrice in questo libro sostiene la tesi, elaborata anche nel corso di una conversazione con Ivan Illich, secondo cui il feto intrauterino non è una creatura di Dio o della natura, ma della società moderna.

     

    • (1990) Body History. A Repertory/Körpergeschichte. Ein Repertorium, Tandem.

     

    •  (1987) Geschichte unter der Haut. Ein Eisenacher Arzt und seine Patientinnenum 1730, Klett-Cotta, Stuttgart.

     

    Saggi e articoli

    • L’epoca della schizo-percezione, in Buttarelli Annalisa, Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, pp. 125-140, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2008

     

    Link dove compaiono saggi e interventi dell’autrice

    Il corpo delle donne come luogo pubblico (video), Lectio Magistralis tenuta in occasione del quinto incontro del “Seminario sulle Violenze contro le Donne”, Università Roma Tre, 16 aprile 2009

     

    Sotto controllo. Anna Maria Crispino intervista Barbara Duden, in n. 07 Corpo, A cura di Marco Breschi e Anna Maria Crispino, Multiversoweb, 2008

     

    Gravidanze “senza tempo”, per una storia dell´autopercezione del corpo femminile di Paola Polizzotti, Mondo-doula, 14/12/2008

     

    Barbara Duden: Così le donne hanno perso la maternità, Il Giornale 20 febbraio 2007.

     

    Registrazione video del dibattito dal titolo I confini della vita e l’eutanasia. Una prospettiva etica e scientifica, registrato a Roma sabato 12 maggio 2007 alle ore 15:37

     

    Perché l’embrione è diventato persona? Ce lo spiega Barbara Duden di Maddalena Gasparini, Lihttp://www.youtube.com/watch?v=qxRmninsPYEberazione, 2 giugno 2006.

     

     

    Il corpo della donna come luogo pubblico, in Tracce Fresche

     

     

     

     

    Ivan Illich – Jenseits von Medical Nemesis (1976) – auf der Suche nach den Weisen, in denen die Moderne das ‘Ich’ und das ‘Du’ entkörpert, Simposio su Ivan Illich, Università di Bremen, 7-8 febbraio 2003

     

    Sammlung I : Ausgewählte Schriften und Vorträge, 1991-1998

     

    Die Verkrebsung. Die Historikerin des erlebten Körpers vor dem zeitgeschichtlichen Phänomen der Krebsprävention, contributo alla Conferenza Internazionale della German Cancer Society “Donne e cancro: opportunità per la prevenzione”, Francoforte, 29-30 ottobre 1997

     

    Link

    Pagina personale sul sito internet del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Hannover

     

    Scheda curata da Claudia Bruno e Valeria Mercandino