• Luce Irigaray e la differenza sessuale

    Luce Irigaray e la differenza sessuale

    Luce Irigaray ha dedicato tutta la sua ricerca all’elaborazione e creazione di un pensiero della differenza sessuale. Ciò che la distingue dalle altre femministe è che la differenza sessuale è per lei la forza della nostra società, che è costituita da una molteplicità di differenze: linguistiche, religione, culturali. Tutte si basano sulla differenza sessuale, la differenza basilare da considerare cioè, per poi poter considerare tutte le altre, è la differenza tra uomo e donna. Solo rispettando questa base tutte le altre differenze, soprattutto in una cultura come quella di oggi in cui le differenze sono l’identità degli individui, potranno essere rispettate a loro volta. Per Luce Irigaray la differenza sessuale è il conoscersi, l’appropriarsi delle proprie caratteristiche e nel rispetto di esse, delle nostre e di quelle degli altri. Rispettare la propria differenza e le differenze altrui è la chiave per una convivenza pacifica e rispettosa.

    Speculum. L’altro in quanto donna
    Feltrinelli, Milano 1975
    È il suo primo testo in cui critica la teoria freudiana e quella lacaniana sul tema della donna, in particolare sulla sessualità femminile. In questo testo inizia a rivisitare la filosofia classica (in particolare è famosa la rivisitazione del mito della caverna di Platone) leggendola da un punto di vista propriamente femminile. È il testo più famoso dell’autrice belga, che le valse l’espulsione dalla scuola freudienne a causa delle sue idee in contrasto con quelle psicoanalitiche dominanti di Lacan che era il direttore.

    Questo sesso che non è un sesso
    Feltrinelli, Milano 1977
    Questo testo è ancora legato al primo periodo, quello di critica alle tematiche psicoanalitiche della donna. Potrebbe essere considerato la continuazione di Speculum, e dell’analisi di Freud e di Lacan. Secondo l’autrice la psicoanalisi e la filosofia occidentali hanno portato a una cultura apparentemente valida per tutti, ma in realtà portatrice di valori maschili. Questo testo, insieme a Speculum, propone una rifondazione della teoria della differenza sessuale attraverso una rivisitazione della psicoanalisi e della filosofia occidentali.

    Amante marina di Friedrich Nietzsche
    Luca Sossella editore, Roma 1980
    I grandi temi del pensiero di Nietzsche vengono rivisitati attraverso un labirinto di un altro linguaggio, in un modo a metà tra la poesia e la filosofia, e riascoltati senza la maschera dell’abitudine, a partire da un altro punto di vista, quello femminile.

    Passioni elementari
    Feltrinelli, Milano 1983
    È un testo scritto in aforismi usando un linguaggio poetico. Numerose saranno le sue opere in poesia in quanto è la parola che può maggiormente accedere all’essere profondo, in particolare quello della donna. Luce Irigaray cerca di spiegare il dolore e le difficoltà delle donne nel loro rapporto con gli uomini, in un mondo maschile, le cui leggi sono maschili, inscritte in un mondo maschile.

    L’oblio dell’aria in Martin Heidegger
    Bollati Boringhieri, Torino 1983
    Questo libro è un dialogo con la filosofia di Martin Heidegger. È un omaggio che fa al maestro. Inizia a scrivere qualche giorno dopo la morte del filosofo, e ne affronta le tematiche che l’hanno più influenzata. È un modo per ringraziarlo di averle insegnato a pensare, per averle aperto un percorso. Trattando dell’essere, Irigaray ha scoperto che l’essere non è uno, ma è due, è uomo e donna. Se Heidegger è il filosofo dell’uomo, Irigaray sarà la filosofa della donna?

    Etica della differenza sessuale
    Feltrinelli, Milano 1984
    È il manifesto del suo pensiero. Un’etica e una politica nuove che prendono principio dalla differenza sessuale. Qui inizia maggiormente la sua riflessione sul soggetto donna, i cui singoli argomenti affronterà uno alla volta nei suoi testi successivi. La risposta alla differenza sessuale di Luce Irigaray è affermativa: i sessi sono per natura diversi, e lo sono ontologicamente. Secondo la Irigaray nella filosofia occidentale il pensiero maschile si è imposto come soggetto universale e neutro, che costruisce il mondo a partire da sé e ha sottratto all’essere sessuato femminile l’accesso al simbolico, la capacità di autosignificarsi. È necessario per le donne colmare la mancanza di un pensiero proprio su sé stesse e sul mondo, dotandosi di uno strumento conoscitivo che riconsegni loro questa capacità fondativa. Il punto di partenza, questo strumento conoscitivo, non può che essere il corpo, sede di origine fisica e simbolica: “per le donne -scrive la Irigaray- l’essere sessuate nella differenza è qualche cosa di imprescindibile, è, per ciascuna donna che si trova a nascere donna, un dato inalterabile che si radica nel suo essere non come un che di superfluo o un di più ma come ciò che essa necessariamente è: appunto donna”.

    Sessi e genealogie
    La Tartaruga, Milano 1987
    Luce Irigaray analizza due concetti che non possono essere omessi nel concepire un nuovo modo di pensare: la differenza sessuale e la genealogia. Questi concetti sono correlati tra loro. Il primo è la base della società, delle relazione e di ogni rapporto sociale. Il secondo è il punto di riferimento di ogni persona che deriva da due famiglie e da due storie, una è quella dei propri genitori e progenitori, l’altra è quella del proprio sesso.

    Il tempo della differenza. Diritti e doveri civili per i due sessi. Per una rivoluzione pacifica
    Editori Riuniti, Roma 1989
    È un testo politico. In cui per la prima volta affronta l’argomento della differenza sessuale, e dell’importanza del suo riconoscimento a livello europeo. Infatti proprio in questo testo vi è l’abbozzo del tentativo di una costituzione europea fatta dalla filosofa a quattro mani con il deputato europeo Renzo Imbeni. In essa viene trattata la necessità e l’urgenza di riconoscere attraverso leggi le caratteristiche proprie di ogni sesso, e di identificare il prima possibile un concetto di cittadinanza adottabile in Europa.

    Parlare non è mai neutro
    Editori Riuniti, Roma 1991
    È uno studio che Luce Irigaray ha fatto nel linguaggio. La diversità linguistica, sia nella costruzione delle frasi e nella scelta delle parole, che nei contenuti, secondo due punti di vista: maschile e femminile e psicoanalitico. Sostiene che, se il dialogo è alla base del confronto, è allora importante cambiare il nostro modo di parlare: la parola è necessaria per arrivare all’altro, ed entrare in dialogo. La differenza sessuale ha bisogno di un linguaggio che la determini, attraverso il quale se ne possa parlare, discutere e anche distruggere se è il caso. Le donne hanno bisogno di parole, di un simbolico conforme all’esperienza femminile. Una donna deve poter parlare di sé senza passare necessariamente attraverso l’immaginario maschile.

    Io tu noi. Per una cultura della differenza
    Bollati Boringhieri, Torino1992
    È una raccolta di saggi e articoli che aiutano a comprendere meglio il significato e il ruolo della differenza sessuale.

    Amo a te. Verso una felicità nella storia
    Bollati Boringhieri, Torino, 1993
    Amo a te è un libro incentrato su questo “a”. Esso è un luogo di pensiero, di pensare a te, a me, a noi a ciò che ci unisce e a ciò che ci allontana, alla distanza che allo stesso tempo ci permette di essere singoli e uniti. Rappresenta un tempo e un luogo nuovi, da scoprire. Questo “a te” si deve scoprire attraverso una pratica nuova del respiro che cerca di tradursi in parole.

    Essere due
    Bollati Boringhieri, Torino 1994
    In questo testo si analizza l’”altro”. L’altro è l’altro della differenza sessuale. La nostra cultura ha nascosto e sottratto questo altro, diverso, ma esso è fatto di linguaggio e carne. Pensare questo altro, pensare cioè la differenza e l’alterità sono le possibilità per il pensare stesso, per il vivere e l’amare. Luce Irigaray dialoga in questo testo con Sartre, Merleau-Ponty, Lévinas, Hegel e Heidegger, con l’obiettivo di far emergere nella storia della filosofia occidentale una dialettica dell’intersoggettività fondata sulla differenza sessuale. Da alcuni studi che la Irigaray compie sul linguaggio di ragazzi e ragazze emerge che la nostra società parla sempre di un soggetto unico (che di fatto è maschile) che costruisce una filosofia verticale e supera la natura; se si entra invece nell’ottica dei due soggetti (differenti ma in continua relazione fra loro) questo rapporto cambia e ciascun soggetto è in relazione con la natura, con tutti gli individui e con la cultura. “L’umanità è a due e bisogna divinizzare questa condizione, coltivare il nostro essere in relazione con il prossimo”.

    La democrazia comincia a due
    Bollati Boringhieri, Torino 1994
    È una raccolta di saggi e articoli dal tema decisamente più politico e in particolare sulla democrazia intesa come espressione della cittadinanza, che è a due voci: maschile e femminile.

    Tra Oriente e Occidente. Dalla singolarità alla comunità
    Manifestolibri, Roma1997
    Per costruire una comunità che sia però basata su principi diversi, occorre prendere ispirazione al mondo e al pensiero orientale. È proprio dall’Estremo Oriente che possono giungere a noi insegnamenti per ripensare un’identità singolare più in armonia con il cosmo, meno scissa fra corpo e spirito. In questo testo Luce Irigaray mette in evidenza l’importanza che hanno avuto per lei l’esperienza dello yoga e una pratica conscia del respiro, che possono portarci a ripensare in modo diverso la sessualità e la relazione amorosa, ma anche la relazione con se stessi e con gli altri.

    Il respiro delle donne. Credo al femminile
    Il Saggiatore, Milano 1997
    È un tentativo di formulare un nuovo modo di pensare delle donne, e un nuovo modo di vivere. Esso deve partire dal respiro che non è altro che l’essenza della vita. Questo testo affronta la tematica delicata del simbolico femminile, la sua carenza e la sua dimenticanza e insieme la necessità di fondare un pensiero a partire dalle figure mitologiche e dalle caratteristiche femminili in cui ogni donna può riconoscersi.

    La via dell’amore
    Bollati Boringhieri, Torino 2002
    È l’opera forse più concreta di Luce Irigaray, in cui l’autrice si incammina su una “via dell’amore”, un modo nuovo cioè di pensare e di vivere, che coinvolge il rapporto tra arte, religione e filosofia. Alla base di questo nuovo modo di pensare stanno uomini e donne considerati nella loro globalità e nelle loro differenze. L’attenzione è concentrata sull’intersoggettività e sull’elaborazione di un discorso volto al saper vivere e al condividere la vita, sul dialogo.

    Preghiere quotidiane
    Heimat edizioni, Salerno 2006
    È una raccolta di poesie. Esse dimostrano il differente linguaggio tra la poesia maschile e la poesia femminile. Se la prima tende a  esaltare un sentimento di morte e di staticità, la seconda è un elogio alla vita e alla natura. Il linguaggio poetico è di fondamentale importanza per poter riscoprire un rapporto con la natura e con se stessi che oltrepassi le convenzioni sociali e culturali.

    In tutto il mondo siamo sempre in due. Chiavi per una convivenza universale
    Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006
    La questione dell’essere in due si pone in tutte le culture: corrisponde alla struttura del dialogo. Come rendere possibile relazioni tra un io e un tu rispettati in modo equivalente nella loro dignità e diritto alla parola? Questo, più che una semplice uguaglianza economica, aprirebbe la via per tessere una comunità democratica a livello mondiale. La differenza sessuale qui ha un’importanza decisiva perché è il paradigma universale e basilare della relazione nella differenza. Deve dunque diventare il modello mondiale di dialogo democratico. In tutto il mondo, ci sono soltanto uomini e donne di diverse età, razze, culture, appartenenze socio-economiche ecc. Riuscire a trasformare la relazione uomo-donna in un dialogo fra soggetti che rispettano le mutue differenze conduce alla convivenza con altre differenze che, invece, ostacolano la costituzione di una comunità universale se la relazione uomo-donna non è vissuta in modo colto e democratico. La differenza fra culture comincia con la differenza di identità fra uomo e donna.

    Oltre i propri confini
    Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007
    È un libro sul dialogo. Dialogare in ogni momento e in ogni luogo con ogni persona che incontriamo. Così impariamo a uscire dal nostro proprio orizzonte per costruire, a poco a poco, un mondo nuovo che tenga conto delle differenze fra tutte e tutti. La nostra appartenenza sessuata delinea i primi confini che dobbiamo allo stesso tempo rispettare e aprire per incontrare l’altro. Essa corrisponde al più basilare passaporto per andare oltre tutti gli altri confini. Luce Irigaray ha incontrato sia donne sia uomini la cui formazione e il cui impegno erano diversi  e si è confrontata con loro.

    Condividere il mondo
    Bollati Boringhieri, Torino 2008
    Lo sforzo di affrontare le sfide emergenti con il linguaggio del logos, ci chiama a un impegno sempre più operoso sia sul versante della mediazione culturale, sia sul versante della partecipazione pubblica alla vita del territorio e del mondo. Abitare da cristiani questo nostro mondo, infatti, significa impegnarsi per una realtà in cui si inverano i diritti inalienabili della persona e in cui il Bene di tutti è la buona vita dei popoli.

    Il mistero di Maria
    Paoline editoriale, Milano 2010
    È un testo che analizza la figura di Maria, madre di Gesù. Non è un opera rivolta esclusivamente ai credenti, anzi, è un’opera che serve a credenti e non credenti a riscoprire la figura madre di tutte le figure femminili. A essa derivano le concezioni delle donne date nella cultura occidentale. Ma non è solo un insieme di analisi, ma è anche un insieme di riflessioni e di interrogazioni sulla donna, su Maria, e sul simbolico femminile.

    Scheda curata da Anna Munaretto

  • Differenza maschile, differenza sessuale di Lorenzo Coccoli

    Differenza maschile, differenza sessuale di Lorenzo Coccoli

    “Cos’è un uomo?”: domanda ricorrente, forse centrale, nel discorso dell’antropologia, e in generale delle scienze umane. Sennonché, essa nasconde un equivoco linguistico che vizia ab origine quel discorso: perché il termine uomo non designa solamente l’esemplare neutro e universale dell’umanità, ma anche il rappresentante sessuato di un genere, quello maschile, che è semplice parzialità all’interno della specie umana. Alcuni vocabolari conservano lo scarto tra i due significati: in greco antico, anthropos è l’essere umano generico, mentre anér indica il maschio in opposizione a gyné, la donna, la femmina; allo stesso modo, il latino distingue tra homo e vir, e il tedesco tra mensch e mann. Ma nella grande maggioranza delle lingue moderne, il secondo significato tende ad essere messo da parte o assimilato al primo: l’uomo è prima di tutto l’Uomo. Non è un caso: il punto è che il maschile si è imposto come cifra e norma dell’umanità, pensandosi come universale e astratto. Ciò ovviamente ha comportato per gli uomini diversi vantaggi in termini di supremazia e potere: la storia del (morente?) ordine patriarcale può essere letta come la storia di una singolarità che si è fatta legge (supposta) valida per tutti, donne comprese. Tuttavia, questo movimento dal particolare all’universale richiedeva un sacrificio originario: per poter aspirare ad essere l’Uomo, l’uomo doveva prima rimuovere la propria peculiare differenza, il proprio corpo, le tracce evidenti del proprio genere. Ma in questa maniera il pensiero tradizionale sull’uomo (o meglio sull’Uomo), considerato come criterio di misura dell’umanità intera, ha escluso di fatto dalle sue analisi ciò che apparteneva strettamente agli uomini in quanto tali, cioè in quanto soggetti sessuati. Ciò ha fatto sì che il maschile venisse avvolto da una sorta di invisibilità: e se questo da un lato ha contribuito alla sua identificazione con l’umano, dall’altro lo ha sottratto (almeno fino ad oggi) ad un’esplicita messa a tema.
    Di conseguenza, a seconda del livello a cui ci poniamo, e seguendo l’uno o l’altro corno di quella duplicità semantica cui accennavo, possiamo considerare il problema come molto antico o al contrario come piuttosto recente. Antico: perché esso, almeno nella sua veste di domanda sull’Uomo, è sempre stato al centro dalla stragrande maggioranza dei discorsi e dei racconti culturali, scientifici e filosofici che si sono venuti a intrecciare in una storia ormai millenaria. E tuttavia, a ben vedere, quell’iniziale maiuscola cela al contempo un invisibile interrogarsi sulla maschilità, sull’uomo con la minuscola: pur con estrema cautela critica e con i necessari distinguo storici e filologici, possiamo leggerne la traccia nascosta tanto nelle prime produzioni culturali dell’Occidente greco quanto nei testi della rivoluzione scientifica del diciassettesimo secolo, fino ad arrivare alle contemporanee narrazioni pubblicitarie del mercato globale. Tanto più che i soggetti legittimati a narrare sono stati, almeno fino a poco tempo fa, quasi esclusivamente gli uomini. Eppure, dicevo, si tratta di una questione recente: perché, se è vero che la domanda sull’uomo ha attraversato in maniera sotterranea tutta la tradizione occidentale ricevendo le più svariate risposte, solo da trenta o quaranta anni essa ha raggiunto una certa luce e visibilità. In altre parole, è unicamente con la fine degli anni Sessanta che, nell’ambito delle vivaci lotte sociali e politiche di quell’intenso periodo, e proseguendo sulla strada maestra aperta dal femminismo e dal movimento di liberazione omosessuale, alcuni (pochi) uomini hanno cominciato a interrogarsi esplicitamente su loro stessi in quanto uomini e sulla loro identità di genere. In precedenza, gli uomini avevano narrato numerose storie che prendevano ad oggetto le donne, ma se ne erano tirati fuori come uomini: erano stati autori e non personaggi di quelle storie, godendo così della posizione di potere che ne derivava. Ora invece, quello che era rimasto così a lungo un problema invisibile veniva finalmente messo in gioco e sottratto all’oscurità dell’implicito: si creavano così i presupposti e gli spazi di discussione per un possibile pensiero della differenza maschile.
    Non che mancassero degli antecedenti: lungi dall’essere un luogo neutrale, il discorso sulla maschilità (come d’altronde ogni altra produzione di sapere) è sempre stato un campo in cui si sono dati battaglia sistemi di conoscenza rivali e differenti logiche di potere. Limitandoci al solo ventesimo secolo, ed escludendo quindi le per altro notevolissime e tuttora influenti narrazioni dei secoli precedenti¹, possiamo identificare un certo numero di progetti per la costruzione di una conoscenza del maschile: dalla psicoanalisi (freudiana e post-freudiana) all’antropologia, dalla sociologia alla ricerca storica (con l’attuale sviluppo della storia di genere)². Il fatto però è che molte delle più interessanti interpretazioni su genere e relazioni tra i sessi si sono venute formando nel vivo delle pratiche di lotta sociale e politica che dalla fine degli anni Sessanta hanno segnato un netto discrimine rispetto al vecchio mondo patriarcale: quegli anni videro la presa di coscienza e di parola delle donne contro il potere che gli uomini esercitavano su di loro da secoli e che le aveva ridotte così a lungo al silenzio. Reclamando la liberazione della donna in quanto donna, le militanti femministe cominciarono ad illuminare i meccanismi del potere e dell’oppressione maschile, a contestare l’ideologia patriarcale che le relegava nel privato e la distinzione stessa tra sfera pubblica e privata, a smascherare la pretesa neutralità delle narrazioni liberali sull’individuo possidente e la falsa universalità dei discorsi filosofici degli uomini che pretendevano di parlare per ambo i sessi, rifiutando la logica del soggetto unico ma senza accettare di farsi esse stesse soggetto alla pari. Il femminismo venne dunque profilandosi come linea critica in un duplice senso: se da una parte sottoponeva ad un attacco radicale teorie e prassi inveterate e avvertite ormai come naturali, esso al contempo ne segnalava anche la crisi, il punto di rottura.
    A questa crisi, gli uomini risposero in diversi modi. Alcuni, sentendosi minacciati dalla sfida femminista, reagirono schierandosi a difesa dell’ortodossia tradizionalista, in un disperato tentativo di conservazione dell’ordine patriarcale e fratriarcale che passava anche per l’esercizio della violenza contro donne ed omosessuali. Altri, avvertendo un forte senso di colpa per la propria storia secolare di oppressori, assunsero atteggiamenti ausiliari rispetto al movimento delle donne o tentarono di abbandonare l’idea stessa di mascolinità giudicandola ormai irrimediabilmente compromessa, come se questa operazione potesse essere il frutto di un semplice atto di volontà. Ma la reazione forse più significativa fu la nascita di un movimento di uomini che cominciò ad interrogarsi sulla propria appartenenza di genere e a cercare i modi di distaccarsi dal sessismo implicito nell’ideale dominante di maschilità, prendendo a prestito materiali e metodi elaborati dal femminismo e dalla politica di liberazione omosessuale (affermatasi in quegli stessi anni). Già nel 1970 venne fondato a Berkeley il primo Men’s Center, seguito a distanza ravvicinata dalla nascita di diversi gruppi maschili di autocoscienza nel continente europeo, Italia compresa. Sempre negli Stati Uniti si assiste allo sforzo più duraturo di organizzazione anti-sessista: si tratta della National Organization for Man Against Sexism (NOMAS), fondata agli inizi degli anni Ottanta col nome di National Organization for Changing Men e schierata a sostegno delle rivendicazioni femministe. In questo contesto nacquero anche le prime riviste che ospitavano dibattiti teorici e pratici sul tema della mascolinità: verso la fine degli anni Settanta Achilles Heel veniva pubblicata in Gran Bretagna, mentre gli anni Novanta vedevano la creazione in Australia del giornale nazionale XY: Men, Sex, Politics e negli Stati Uniti le prime uscite di Masculinities, attorno a cui fiorirono le analisi di quelli che saranno poi chiamati Men’s studies, sul calco dei più noti Women’s studies. Si tratta di un campo accademico di ricerca interdisciplinare tuttora attivo in area anglosassone e derivato dall’esperienza conoscitiva degli studi delle donne, dedicato ai temi del genere, della politica sessuale e in particolare della mascolinità, trattati secondo un approccio analitico. Negli ultimi anni si sono moltiplicati nelle università, americane ma non solo, i corsi incentrati su questo tipo di indagini. Il termine “maschilità” comincia ormai ad essere declinato al plurale.
    Tuttavia, pur avendo il merito di aver posto esplicitamente a tema l’uomo come parzialità dell’umano, i Men’s studies si limitano generalmente ad un orientamento sociologico o antropologico, lasciando invece inesplorate le implicazioni più prettamente filosofiche della questione. Soprattutto, si avverte la mancanza di un dialogo serrato con le autrici italiane e francesi del pensiero della differenza sessuale, troppo spesso assimilate alle posizioni essenzialiste: ricucire questo strappo, colmare questo vuoto di parola diventa allora un compito necessario per cominciare ad abbozzare un nuovo pensiero della differenza maschile. Inoltre, altri scambi, altre contaminazioni sono ancora da esplorare: in effetti, non si può non ricordare come, accanto a questa tematizzazione esplicita della maschilità, altri uomini si siano interrogati sulle possibilità di un recupero teorico e pratico dell’idea di alterità. Da Deleuze a Derrida, da Foucault a Lévinas, per strade diverse, la differenza (la différance derridiana) si fa principio sovversivo e destabilizzante, simbolo della negazione di qualsiasi centralizzazione e unità e risorsa teorica in grado di segnalare e agire la crisi dei modelli tradizionali di soggettività, razionalità, potere. Il problema però è che questa differenza non è differenza sessuale, meno che mai maschile: il discorso post-strutturalista è un discorso de-sessualizzato. Quel che abbiamo in realtà è una metaforizzazione dell’altro, in particolare dell’altro sessuato³. In tal senso, far interagire questa linea di tendenza della filosofia contemporanea con un’esplicita messa a tema della differenza sessuale maschile può rivelarsi movimento in grado di aprire prospettive feconde in entrambe le direzioni: perché, se da un lato può aiutare la pratica filosofica ad evitare il pericolo di ricaduta nel paradigma mortifero del neutro, dall’altro può offrire alla riflessione degli uomini sugli uomini un respiro teorico più ampio in estensione e profondità.
    Di seguito vorrei allora prendere brevemente in considerazione, senza pretesa di esaustività, alcuni punti ineludibili per l’impostazione di un pensiero della differenza maschile, mettendo in relazione dialettica le posizioni emerse in merito nell’ambito dei Men’s studies con l’orizzonte concettuale e gli strumenti interpretativi che le filosofe femministe (soprattutto italiane e francesi) sono venute elaborando nel corso della loro produzione pratica e teorica.

     

    Uomini e identità di genere
    Cosa vuol dire essere uomo? Cosa dobbiamo intendere quando parliamo di sesso e genere, di differenza sessuale, di femminile e, nel nostro caso, di maschile? Dare un contenuto a queste espressioni è un compito preliminare per intavolare ogni successiva discussione. La linea interpretativa prescelta infatti si riflette sulle teorie e sulle pratiche di relazione tra i sessi che decideremo di sviluppare, contribuendo a diversificarle in modo talvolta radicale. Considerate inoltre non solo le esplosive potenzialità epistemologiche che il genere ha dimostrato nei vari campi del sapere, ma soprattutto le possibilità che un suo ripensamento può offrire nella prospettiva di una messa in discussione dell’ordine simbolico fallogocentrico, intraprendere una riflessione in questa direzione acquista un significato eminentemente politico. Certo, è fondamentale tenere conto della sostanziale asimmetria che nel compito dell’elaborazione della propria appartenenza al genere divide il femminile dal maschile; infatti, se per le donne si tratta di riempire il vuoto che corrisponde alla loro secolare assenza dalla scena storico-simbolica, noi uomini ci troviamo invece a partire da un tutto pieno: il tutto di senso, di linguaggio, di valore con cui ci siamo tradizionalmente identificati. Rompere questa identificazione, fare un passo indietro rispetto alla totalità, vuol dire cominciare a pensarci come semplice parzialità dell’umano, rinunciando all’astrattezza normativa che abbiamo indebitamente attribuito al maschile, per riscoprirne però la concretezza sessuata: significa decostruire l’Uomo per lasciar apparire l’uomo.
    Ora, all’interno delle riflessioni e delle pratiche degli uomini in area anglosassone, e tranne alcune eccezioni, il dibattito sembra ricalcare in maniera piuttosto pedissequa la tradizionale (e forse ormai superata) divisione tra sex e gender, tra essenzialismo e costruttivismo. Sul primo versante si situa ad esempio il progetto curioso, ma per certi versi emblematico, di Robert Bly e discepoli, i quali hanno acquisito un discreto seguito negli Stati Uniti propugnando la riscoperta di un presunto Uomo Primigenio celato in ogni maschio umano4. Basato su concetti della vulgata junghiana e pratiche bizzarre che sembrano l’imitazione farsesca del separatismo femminista (raduni nei boschi, tamburi, vita selvaggia), il cosiddetto “movimento dell’uomo mitopoietico” nasconde presupposti essenzialisti: se dobbiamo riscoprirlo, questa sorta di “eterno mascolino” deve pur esistere. Su un piano diverso, ma non meno teoreticamente grossolano, si pone il discorso della sociobiologia, fondata negli anni Settanta da Edward Wilson con lo scopo di studiare i fondamenti biologici dei comportamenti sociali5. Essa ha il (dubbio) merito di definire meglio il contenuto delle tesi essenzialiste, radicando il bagaglio di caratteristiche proprio di ciascun genere direttamente nell’eredità genetica e nel circuito neuronale e spiegando i diversi atteggiamenti degli uomini in termini di evoluzione e adattamento. Così, l’aggressività, la competitività, la propensione alla guerra, tratti stereotipati solitamente associati alla mascolinità, sarebbero causati deterministicamente da un alto livello di testosterone o da una specifica strategia riproduttiva: non serve sottolineare come questa mossa nasconda un tentativo di “naturalizzazione” dell’egemonia maschile. È facile vedere che se il genere fosse davvero qualcosa come un’essenza immutabile e universale, noi dovremmo supporre che tutti gli uomini (e tutte le donne) condividano sempre e ovunque le stesse caratteristiche. Ma così non è: vi sono ad esempio società (poche a dire il vero) e situazioni storiche in cui gli uomini rifuggono da aggressività e competitività, in cui la violenza sessuale è estremamente rara, o in cui sono soprattutto i padri a occuparsi dei figli, a dispetto di un eguale livello di produzione ormonale e di una stessa storia evolutiva rispetto a società e situazioni in cui si verifica invece l’esatto opposto. Tuttavia, l’apparente semplicità con cui queste tesi possono essere demolite deve spingerci a cercare altrove i reali motivi del successo di cui hanno goduto (e di cui in parte continuano a godere), piuttosto che ad accantonarle come intellettualmente insignificanti; si tratta cioè di ascoltare il loro non detto per individuare l’orizzonte ideologico che sottendono. Il discorso essenzialista assolve infatti ad una triplice funzione di sostegno al persistente privilegio maschile. Innanzitutto esso gli fornisce una base di diritto naturale cui appoggiarsi: il dominio degli uomini sulle donne viene descritto come conseguenza inevitabile della stessa natura umana, sottraendolo così all’azione di un’eventuale teoria critica. In secondo luogo, l’idea che la mascolinità e la femminilità siano definibili e definite da un determinato corredo di qualità giudicate essenziali, e quindi naturali, risulta essere intrinsecamente prescrittiva: il possedere o meno quelle qualità diventa il criterio su cui giudicare la devianza rispetto alla norma. Infine, fare dell’appartenenza al genere un dato immutabile serve a precludere qualsiasi possibilità, e di conseguenza qualsiasi desiderio di cambiamento in direzione di relazioni più eque: in questo orizzonte una trasformazione non è nemmeno immaginabile, cosa che assicura alle strutture dominanti di potere una relativa stabilità.
    Nel tentativo di evitare i pericoli dell’essenzialismo, è il costruttivismo a restare preponderante in seno ai Men’s studies, dove nella maggior parte dei casi si tende a distinguere tra nascere “maschio” (male) e diventare “uomo” (man). I vantaggi teorici rispetto all’essenzialismo sono molteplici, a partire dal fatto che le tesi costruttiviste rendono conto delle variazioni riscontrate tra epoche e culture diverse, lasciando aperto al contempo lo spazio per il mutamento; poiché infatti in questo modo il genere viene concepito alla stregua di un costrutto sociale, esso può essere modificato dall’azione politica. Tuttavia, anche l’approccio costruttivista presenta dei limiti. In effetti, poiché in questa ottica gli schemi concettuali che danno forma al nostro vissuto si producono all’interno di discorsi che nascondono tecnologie di potere, la differenza sessuale non ha nulla di fondativo, perché non preesiste ad una sua interpretazione sociale. Dal momento che il nostro modo di esperire noi stessi e il mondo è costituito e plasmato attraverso quei discorsi, ogni appello ad una realtà oggettiva precedente ed esterna al linguaggio risulta sospetto o addirittura assurdo. Il problema di queste posizioni è che esse dissolvono l’esperienza sessuata dei soggetti, annullando al contempo la tensione che esiste tra tale esperienza e le ideologie che pretenderebbero di irreggimentarla: ciò significa ignorare le contraddizioni in cui ci muoviamo in quanto uomini e che invece definiscono il senso dell’appartenenza al nostro genere.
    Comunque sia, il dibattito che oppone in modo netto il sesso al genere mette in scena troppo fedelmente la schisi moderna di natura e cultura per non essere sospettato di perpetuare quel dualismo ontologico su cui la nostra tradizione occidentale si è in gran parte mossa a partire da Cartesio. Ma come uscire da questa impasse? Anche le soluzioni di compromesso sembrano imboccare un vicolo cieco. Risultano allora evidenti i limiti di una riflessione maschile sul maschile che rimanga chiusa nei confini del solo dibattito angloamericano. Al contempo però, queste difficoltà rendono attuale l’urgenza del dialogo col pensiero della differenza sessuale. Se consideriamo ad esempio l’attenzione che una Irigaray pone nel definire l’appartenenza al genere come articolazione reciproca di natura e cultura, nella salvaguardia tanto dell’una quanto dell’altra istanza, un tale dialogo non può che risultare auspicabile. Insistere sul lavoro del negativo, sulla trascendenza orizzontale tra i sessi, sul pensarsi a partire da sé, può allora risultare anche per noi uomini un modo fecondo per risolvere i problemi relativi alla teoria e alla pratica dell’identità di genere. Certo, ancora molto resta da fare in questa direzione.

     

    Uomini e madri
    L’unica esperienza realmente universale e necessaria, al di qua e al di là di ogni contingenza storica e sociale, l’unica che forse accomuni tutti gli esseri umani senza esclusioni è quella di nascere, figlia o figlio, da una donna. Per noi uomini, inoltre, ciò significa venire alla luce da qualcuno di un genere diverso dal proprio: “la prima situazione relazionale è dunque molto diversa per il maschio e per la femmina. E costruiscono la loro relazione con l’altro in modo molto differente”6. La nostra differenza maschile si annuncia e si situa già alla nascita nella differenza da nostra madre. Eppure, cosa resta di questa imprescindibile origine materna all’interno della cultura in cui viviamo? Ben poco, forse nulla. La nostra identità civile sembra anzi costruita sulla sua negazione: il cognome è un contrassegno esclusivamente paterno, memoria della genealogia maschile ma rimozione di quella femminile, mentre il calcolo dell’età anagrafica dimentica i mesi trascorsi nel grembo della madre. è significativo che questo oblio materno non risparmi neppure le analisi di quegli uomini che, almeno a livello consapevole, contestano l’egemonia maschile. Così, ad esempio, Jonathan Rutherford lamenta che “scorrendo i libri, gli articoli e le riviste del Men Against Sexism (MAS) pubblicati dal 1973, si ritrova un grande interesse per i padri. […] Gli uomini hanno scritto a proposito delle loro relazioni con i loro padri, dei loro propri figli, degli sforzi per allevarli in modo diverso, condividendo e scambiando i ruoli parentali. Ma è rimasta una sorprendente dimenticanza. Gli uomini hanno passato sotto silenzio le loro madri”7. È innegabile allora come questa dimenticanza – tanto più eloquente se riflettiamo sul ruolo fondamentale di quell’origine materna nell’economia dell’articolazione dell’identità maschile – costituisca per noi uomini un nodo psichico e simbolico da interrogare e, possibilmente, sciogliere.
    In questa direzione, la psicoanalisi può rivelarsi d’aiuto. Tanto più che, grazie agli studi di alcune e alcuni dei successori di Freud, da Melanie Klein a Nancy Chodorow, fino ai cosiddetti post-freudiani di area anglosassone, l’attenzione è stata progressivamente spostata dal complesso edipico, il cui personaggio centrale è sicuramente il padre, ad una fase preedipica ruotante attorno alla figura della madre. In altre parole, pur rimanendo uno snodo fondamentale nello sviluppo psicosessuale maschile e nella perpetuazione dell’ordine patriarcale8, il complesso edipico non ne costituisce l’unico fattore. L’idea è che il figlio maschio, il quale nei primi nove mesi forma un tutt’uno col corpo materno che lo ospita, al momento della nascita e della conseguente separazione fisica dalla madre non riuscirebbe ad operare una separazione psicologica altrettanto netta e risolutiva. Solo in uno stadio successivo del suo sviluppo il bambino, anche grazie ad una crescente indipendenza motoria e ad una serie di diverse pressioni sociali, riuscirebbe a spezzare quella fusione indifferenziata: a queste condizioni gli sarebbe allora possibile percepire il corpo materno come oggetto separato di desiderio e accedere dunque alla fase edipica, anche se la strada che porta a tale separazione psichica e ad un autonomo senso del sé è costellata di rimpianti e impulsi regressivi.
    Anche Lacan, in uno dei suoi primi scritti, e sulla scorta dalle ricerche della Klein, inserisce questa fase primigenia all’interno del suo schema teorico. Ne Les complexes familiaux dans la formation de l’individu9, egli descrive il “complesso di svezzamento” come conseguenza del distacco dal corpo materno al momento della nascita: in questo periodo iniziale, il bambino, che non è ancora dotato di un proprio Io, è soggetto ad un’angoscia di frammentazione organica (l’angoscia del “corpo-in-frammenti”) che gli deriva dalla rottura dell’unità intrauterina. Egli permane in questa situazione per i primi sei mesi di vita, sperimentando una fusione totale con la madre, progressivamente incrinata da ogni evento che riproduca il trauma originario della nascita (come ad esempio una crescente abilità motoria). In questo modo, Lacan può reinterpretare l’idea freudiana di una “pulsione di morte” mai sopita negli esseri umani, individuandone la radice e il significato ultimo non in un istinto biologico, ma nel desiderio di annullarsi in quella simbiosi primitiva. Anche gli impulsi incestuosi del bambino non vanno più letti come istinti di natura sessuale, ma come espressione del desiderio di riassorbimento nel corpo materno e di restaurazione della simbiosi primitiva. Solo in un secondo momento, nello “stadio dello specchio”, il bambino perviene alla costituzione del proprio Io singolo attraverso la ricomposizione dell’unità perduta di sé stesso, unità offertagli intuitivamente dalla sua immagine speculare, la quale però viene presto sostituita dall’identificazione con altre figure (come quella di un fratello o di una sorella più piccoli che vengono ad “intromettersi” nel nucleo familiare) che rimandano in forma idealizzata all’arcaico senso di armonia con la madre. Tuttavia, tale processo di identificazione rimane sostanzialmente instabile, oscillando di continuo tra l’angoscia del corpo-in-frammenti e l’immedesimazione mai completa con una serie potenzialmente infinita di immagini speculari successive. Il complesso edipico rappresenta allora una via d’uscita da queste prime formazioni dell’Io di stampo paranoico. In virtù del divieto dell’incesto, il padre impone al figlio la separazione dalla madre con la minaccia dell’evirazione, il che però non fa che risvegliare i desideri regressivi del figlio che erano stati momentaneamente attenuati dal ciclo delle identificazioni consecutive. Ma quando il bambino giunge a identificarsi con l’imago paterna (secondo la dinamica già descritta da Freud), questa non rappresenta più solo un’altra qualsiasi immagine di un Io ideale, ma racchiude in sé un’intera cultura: questa identificazione culturale permette allora al soggetto di stabilizzare la serie delle infinite identificazioni speculari (solo più tardi Lacan parlerà di identificazione simbolica). Il modello lacaniano può essere utile allora per interpretare le dinamiche generali di costituzione dell’identità maschile e per illuminare il primo movimento di articolazione della mascolinità: essa sarebbe il frutto mai definitivo di un processo dialettico di differenziazione (dalla madre) e di successiva identificazione (con il padre).
    Quel che però Lacan non dice, è che questa traiettoria ideale non avviene in uno spazio vuoto, ma è già in origine inficiata dai rapporti di forza che vengono ad inscriversi e ad influire sullo sviluppo psicosessuale infantile. Quando cioè il bambino comincia a rappresentarsi l’avvenuta separazione dal mondo femminile materno e il conseguente ingresso in quello maschile paterno, egli si trova costretto a farlo all’interno di un contesto culturale che ha già assegnato una serie di significati valutativi tanto all’uno quanto all’altro polo. In questo retaggio patriarcale, la fusione arcaica con la madre viene associata dal figlio maschio esclusivamente ad un sentimento di debolezza e negatività. Di conseguenza, il distacco dall’orizzonte materno, pur necessario per lo sviluppo di un’autonoma capacità di simbolizzazione, viene ad assumere i tratti violenti di un matricidio metaforico, che si riflette nell’interdizione della figura materna all’interno dell’assetto sociale e culturale maschile. Tuttavia, in questo modo l’originario legame con la madre non è realmente superato, ma semplicemente rimosso nell’inconscio, da dove continua ad esercitare il suo potente influsso come fonte costante di attrazione. Ossessionati dall’idea di dovere la vita ad una donna, tentati da impulsi regressivi e nostalgici ai quali però non permettiamo di manifestarsi nella coscienza, noi uomini siamo dominati dalla ripugnanza per questi desideri, dal momento che essi ci vengono presentati unicamente come pulsioni di annullamento e di morte, e cerchiamo perciò di combatterli opponendogli tendenze aggressive e ostili. Nella dialettica tra dinamiche psichiche individuali e ordine simbolico fallocentrico, la rinuncia alla simbiosi materna si traduce inevitabilmente in un0 evento tragico e delittuoso: il che non ci permette di liberarci definitivamente dall’influenza di quel legame arcaico, perché esso sopravvive nel senso di colpa inconscio per l’assassinio di colei che per prima ci ha ospitato e accudito10. Questo conflitto non risolto tra separazione violenta e nostalgia dell’unità prenatale rischia allora di incancrenirsi in modalità patologiche strutturali, che vengono a costruire l’architettura stessa della soggettività maschile.
    Ma non c’è nessuna necessità che la differenziazione dal femminile-materno avvenga nella modalità del matricidio. Ed è giunto il momento di svincolarci dal senso di colpa. Finché tuttavia quel primo legame resta nella notte dell’impensato, negli inferi della cultura, non è possibile tagliare il cordone ombelicale senza ricorrere alla violenza: ma allora, lungi dall’essere occasione festosa di differenza, la separazione dalla madre continuerà a perseguitarci con le sue Erinni. Il punto però è che la tradizione patriarcale non ci fornisce gli strumenti concettuali e pratici adatti a risignificare e agire in modo pacifico quella separazione: per farlo ci mancano le risorse, perché quelle che abbiamo sono distorte da nostalgia, misoginia, paura. Quelle risorse vanno cercate altrove. Risulta ancora una volta evidente la necessità per noi uomini di fare un passo indietro e aprirci al dialogo col femminismo: perché, da quando le donne hanno cominciato a pensarsi a partire da loro stesse, da quando hanno liberato l’universo materno dal segno negativo assegnatogli dalla tradizione maschile, nuove parole sono disponibili. Per un pensiero della differenza maschile, mettere a frutto quelle parole senza però appropriarsene, può allora significare l’elaborazione di un discorso finalmente sereno sulla nostra origine materna, capace forse di lasciarsi alle spalle la follia di Oreste.

     

    Noli me tangere. Uomini e corpi
    C’è un tratto singolare che emerge piuttosto insistentemente dalle riflessioni di coloro che hanno cominciato a ripensare l’esperienza della propria mascolinità: ed è una sorta di ripulsa per il contatto fisico e relazionale in genere, in particolare tra uomini. Così Victor Seidler: “È in questo contesto che maturiamo una profonda paura del contatto sia con noi stessi sia nelle nostre relazioni intime con gli altri. […] Non cerchiamo affatto il contatto, al contrario ne siamo spesso tacitamente terrorizzati e possiamo continuare a muoverci in modo da evitarlo”11. Nel mondo maschile, questo timore di un contatto troppo stretto e di una vicinanza troppo prossima affiora in modo abbastanza chiaro all’interno del rapporto padre-figlio. Quella paterna è spesso una figura distante, fredda, poco incline alla tenerezza fisica, all’abbraccio, alla carezza. Per il bambino è la madre a rappresentare la dimensione corporale dell’affetto, mentre i rapporti tattili col padre sono impediti a causa di un imbarazzo diffuso. Una certa distanza di sicurezza deve essere mantenuta anche nei rapporti di amicizia, quasi come fosse stabilita da una legge non scritta: ai corpi degli uomini è vietato toccarsi, incrociarsi, approssimarsi. Si tratta di un divieto che rischia di impoverire non poco la nostra vita affettiva, deprivandoci di un aspetto importante delle nostre pratiche di incontro dell’altro: la carne che noi siamo deve cedere il passo ad una espressività dis-incarnata. Un discorso astratto sbarra la possibilità di un’articolazione fisica dell’amore tra uomini: anche nelle situazioni di maggiore familiarità, il tra-uomini si situa all’insegna del distacco.
    Ma se ora allarghiamo il raggio della nostra analisi, l’angoscia maschile per il contatto, piuttosto comune almeno in Occidente, sembra rivelarsi epifenomeno di un quadro simbolico e culturale più ampio (ma sempre sessuato al maschile), nel quale il senso del tatto viene interdetto o svilito a vantaggio degli altri sensi, in particolare della vista. Ciò che viene sottoposto a restrizione, se non addirittura a riprovazione, non è tanto l’oggetto del toccare, ma il toccare stesso. Così, Aristotele colloca il tatto fuori dall’orizzonte propriamente umano. Se infatti nel De anima egli gli assegna il primato sui sensi, è solo perché lo considera la condizione necessaria e sufficiente a definire l’essere animale. Per questo invece nell’Etica Nicomachea può affermare che il tatto (e il gusto) sono piaceri “degni di schiavi e di bestie”12. Il vero primato, quello gnoseologico, spetta alla vista: “preferiamo la vista a tutto, si può dire, non soltanto ai fini dell’azione, ma anche quando non dobbiamo far nulla. La causa di ciò consiste nel fatto che la vista ci dà conoscenza più di tutti gli altri sensi, e ci rivela molte differenze”13. La centralità della facoltà visiva era già stata stabilita da Platone, che anzi ne faceva il medium per elevarsi al mondo delle Idee. E anche quando la vista era accomunata agli altri sensi nella generale condanna del sensibile, il discorso sulla contemplazione del Bene utilizzava metafore attinte sempre dal campo semantico della percezione visiva. Tutto il mito della caverna si gioca sulla portata epistemologica dello sguardo: le catene impediscono ai prigionieri di muovere il collo e li costringono a fissare solamente le ombre che gli si muovono davanti. Se però qualcuno riesce a liberarsi, egli potrà “riuscire a vedere le cose che sono al di sopra. E dapprima, potrà vedere più facilmente le ombre e […] dopo di ciò potrà vedere più facilmente quelle realtà che sono nel cielo […]. Per ultimo, credo, potrebbe vedere il sole e non le sue immagini nelle acque o in un luogo esterno ad esso, ma esso stesso di per sé nella sede che gli è propria, e considerarlo così come esso è”14. Qui la libertà di vedere si identifica con la possibilità stessa di accesso alla verità, mentre eventuali limitazioni imposte alla vista si traducono per gli uomini in oscurità-ignoranza. Questa assoluta preminenza conferita allo sguardo si inscrive forse all’interno di un paradigma che potremmo definire “scopico” e che costituisce uno dei fondamenti simbolici del pensiero (maschile) occidentale. Ma c’è un elemento singolare del mito platonico che mi pare non sia stato sufficientemente considerato; infatti, oltre ai ceppi che li trattengono dal voltare il capo, nessun altro vincolo ostacola i prigionieri della caverna: le loro mani ad esempio possono muoversi a piacimento. Il problema però è che per Platone il tatto non sembra essere fonte di conoscenza: non è toccando che si può giungere al cospetto delle Idee. Esse non hanno corpo, non hanno carne, non hanno volume: tastarle, sentirle, sfiorarle sarebbe inutile, oltre che impossibile. Il primato del vedere, etico e teoretico ad un tempo, rappresenta perciò solo un lato della medaglia: il suo rovescio porta incisa la corrispondente subordinazione del toccare.
    Si può allora individuare la coppia di valori contrapposti che interviene a strutturare la gerarchia dei sensi: l’astratto prevale sul concreto, l’assenza prevale sulla presenza del corpo, della carne. Questa sorta di fort\da sensoriale è piuttosto evidente, assieme ai suoi risvolti pratici, nella preminenza delle moderne tecnologie di comunicazione a distanza sulle forme di comunicazione in presenza. Il dialogo oggi è veicolato da immagini senza volume, da suoni senza spessore: la vista è l’unica protagonista dello spettacolo televisivo, l’udito della conversazione telefonica. Ma in questo modo il con-tatto con l’altro è impedito da uno schermo. Niente più sensazione della profondità, della dimensione, della materia; niente più mani che si stringono o dita che si sfiorano: una tele-logica si costruisce sulla nostra pelle. E questo vuoto di carne rischia di essere colonizzato dalle dinamiche del potere: perché quando nello scambio si perde la contiguità diviene sempre più difficile distinguere la verità dalla falsità seduttrice di una parola ideologica. Un gesto, una palpitazione, un lapsus, un battito di ciglia spesso possono tradire una menzogna: ma un messaggio elettronico ci arriva senza questo corredo fisico, cosicché è quasi impossibile capire chi si nasconde dietro quelle maschere senza corpo.
    Ma cosa si cela dietro questo svilimento simbolico del tattile? Prima ho parlato di forme patologiche costitutive della soggettività maschile. Poiché la produzione di messaggi non è mai neutra, ma sessuata, dovremmo allora riscontrare tracce di quella patologia strutturale anche nei discorsi articolati dagli uomini. In effetti, dalle analisi linguistiche di Irigaray traspare chiaramente la tendenza maschile a produrre messaggi auto-referenziali a contenuto astratto e totalmente incentrati su un soggetto-uomo: tratti simili a quelli da lei enucleati a proposito della grammatica dell’enunciazione dell’ossessivo, anche se in una prospettiva non individuale ma di genere. Si può così definire “«isterica» il corpus femminile, ossessivo il corpus maschile. Questo non significa ridurre le donne all’isteria né gli uomini alla nevrosi ossessiva. Ciò non toglie che attualmente la nostra cultura metta le une e gli altri di preferenza in tali modalità enunciative, il che spiega d’altronde le difficoltà dei loro incontri”15. È allora legittimo chiedersi se sia possibile riscontrare altre analogie tra articolazione della mascolinità e formazioni psichiche patologiche. Se a questo punto ricordiamo quanto precedentemente affermato a proposito del disagio maschile per l’intimità fisica e della parallela marginalizzazione simbolica del senso del tatto, possiamo in effetti scoprire una concordanza con ciò che la psicoanalisi individua come segno di riconoscimento fondamentale della costellazione ossessiva: “il divieto principale, che costituisce il nocciolo della nevrosi come anche del tabù, è quello del contatto, da cui il nome: angoscia del contatto, délire de toucher. […] Tutto ciò che dirige i pensieri sul proibito, che provoca un contatto mentale, è proibito proprio come il contatto corporeo diretto”16. Freud ricostruisce anche la storia clinica di questa paura ossessiva: esso nasce da un’intensa voglia di toccare manifesta nella primissima infanzia, alla quale però si oppone dall’esterno (in particolar modo dal padre) un divieto in senso contrario. Tale divieto, che si impone alla coscienza, tuttavia non elimina l’impulso originario, ma semplicemente lo rimuove nell’inconscio, creando così un’ambivalenza tra desiderio e timore di toccare. Se ora ci spostiamo sul piano della mascolinità e leggiamo l’angoscia maschile per il con-tatto in analogia con lo schema freudiano, possiamo reinterpretare la brama primitiva di toccare come aspirazione al ricongiungimento con la madre, alla quale si contrappone l’interdetto paterno del “noli tangere matrem” che precede l’identificazione edipica. Le parole di Cristo a Maria di Màgdala sono emblematiche a tal proposito : “Non mi toccare, perché non sono ancora asceso al Padre”17.
    Rivalutare il contatto e la presenza, liberarci dalla paura dell’intimità, riscoprire la fecondità della carezza anche tra uomini diventa allora una priorità per un pensiero della differenza maschile: quel che dobbiamo capire è che l’esclusione del tattile dal campo delle nostre esperienze ci priva di una dimensione feconda del nostro vissuto. Rinunciare al tatto, alla carezza, alla prossimità come risorse relazionali significa inevitabilmente limitare le possibilità di un rapporto più ricco con gli altri e con noi stessi. Anche in questo caso, l’insistenza delle filosofe della differenza sul tema del desiderio è una lezione che dobbiamo imparare: infatti, anche se il maschile si è sempre rappresentato come unico soggetto desiderante, ciò che emerge in realtà è quanto “fatichi a pensarsi desiderabile, oggetto di un desiderio forte e vero da parte delle donne”18. Il desiderio ci apre al contatto, all’incontro dell’altro, in particolare dell’altro: donna; il suo movimento è in grado di infrangere il muro di intangibilità di cui ci siamo circondati. Ripensare il desiderio maschile in termini di reciprocità può allora essere la via da percorrere per trasformare i nostri corpi di uomini in luoghi di accoglienza per l’altro, pronti ad ospitarlo anche nella dimensione tattile della carezza.

     

    In conclusione
    Ma la strada è ancora lunga. I temi che ho qui brevemente affrontati non sono che un abbozzo, un suggerimento senza pretesa di verità. Tanto più che ci sono molti altri nodi al pettine della maschilità. Fondamentale sarebbe ad esempio analizzare le relazioni che legano gli uomini al potere: ricercare le radici dell’egemonia patriarcale, prendere coscienza delle nostre quotidiane complicità e assumercene la responsabilità diventa condizione indispensabile per tentare di articolare in modo più equo la nostra appartenenza al genere. Ma cosa resta del patriarcato se le grandi narrazioni legittimanti hanno perso la loro credibilità? Qual è la condizione dell’egemonia maschile in una situazione di post-modernità e post-sovranità?
    Rispondere significa tra l’altro rimeditare la categoria di “crisi della maschilità”, spesso gridata come una chiamata alle armi dai difensori del tradizionalismo maschilista. Tale crisi è probabilmente una realtà: il punto è che dobbiamo leggerla come un’occasione di festa e non di lutto. È l’erosione progressiva dell’ideologia e delle strutture di potere patriarcali che ha preparato le condizioni stesse di pensabilità del tentativo di de-generazione e ri-generazione della maschilità. Se è vero che il passaggio dal patriarcato tradizionale al fratriarcato moderno è coinciso con la nascita dello Stato-Leviatano e con la sua teorizzazione da parte dei contrattualisti classici19, l’attuale ordine post-leviatanico, che sembra restituire “secondo un ordine logico-storico rovesciato (quasi come in un film proiettato all’indietro) le modalità e i fattori della sua nascita e costruzione”20, ci permette anche di enucleare gli elementi costitutivi e genetici della compagine del potere maschile, dandoci, si spera, gli strumenti per s-compaginarla.
    Quello che però mi preme più di tutto sottolineare è la necessità, per un pensiero della differenza maschile, di dialogare costantemente con le pratiche e le acquisizioni teoriche del femminismo: e non solo del femminismo di area anglosassone – con il quale già i Men’s studies hanno allacciato una relazione feconda – ma anche di quello per così dire “continentale”. È perciò “necessario riconoscere una sorta di debito culturale e sociale nei confronti del femminismo da parte di uomini che hanno trovato in esso non solo le parole per avviare una propria autonoma riflessione, ma anche lo spazio sociale per svilupparla”, riconoscendo anche come ciò abbia rappresentato “l’occasione di sperimentare una nuova ‛autorevolezza femminile’ e di avvertire un sospetto d’inattualità del predominio maschile”21. La rivoluzione femminista, avviando la fine di quel predominio, ha indirettamente dischiuso anche per noi uomini nuovi orizzonti di libertà. Si tratta ora di vedere come occuparli per non lasciarli vuoti, o meglio per sottrarli a tutt’altro tipo di interessi e di discorsi.

     

    Bibliografia
    Qui di seguito vorrei indicare alcuni testi, reperibili in italiano, utili per un primo approccio al tema della maschilità.

     

    Badinter, élisabeth, XY. L’identità maschile, Longanesi & Co., Milano 1993 (ed. orig. 1992).
    Bellassai, Sandro – Malatesta, Maria (a cura di), Genere e mascolinità. Uno sguardo storico,   Bulzoni, Roma 2000.
    Buchbinder, David, Sii uomo! Studio sulle identità maschili, Mimesis, Milano 2004 (ed. orig. 1994).
    Connell, Robert W., Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale, Feltrinelli, Milano 1996 (ed. orig. 1995).
    Gilmore, David D., La genesi del maschile. Modelli culturali della virilità, La Nuova Italia, Scandicci 1993 (ed. orig. 1990).
    Seidler, Victor J., Riscoprire la mascolinità. Sessualità ragione linguaggio, Editori Riuniti, Roma 1992 (ed. orig. 1989).

     

    Vorrei inoltre segnalare due siti internet che ospitano interessanti riflessioni di uomini sulla differenza maschile.

     

    www.maschileplurale.it
    www.achillesheel.freeuk.com

     

    LORENZO COCCOLI

     

    1 Penso soprattutto alle narrazioni della medicina (classica e moderna) e del contrattualismo
    2 Per una bibliografia approfondita cfr. R. W. Connell, Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale, Feltrinelli, Milano 1996.
    3Si pensi ad esempio al “divenire donna” di Deleuze, che nella sua prospettiva è genericamente il divenire altro, segno di trasformazioni in atto più che indice di un rapporto diretto con le lotte, l’esperienza e la parola di donne reali. Cfr. R. Braidotti, Dissonanze. Le donne e la filosofia contemporanea. Verso una lettura filosofica delle idee femministe, La Tartaruga, Milano 1994.
    4Il libro di Robert Bly, Iron John: a book about men, pubblicato nel 1990, rimase negli USA al primo posto della classifica dei bestseller fino al 1991.
    5Cfr. E. O. Wilson, On human nature, Harvard University Press, Cambridge 1978.
    6L. Irigaray, Avvicinarsi all’altro come altro, in In tutto il mondo siamo sempre in due. Chiavi per una convivenza universale, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006, pag. 67.
    7J. Rutherford, Missing mothers, in Men & Mothers, “Achilles Heel”, n. 12, autunno 1991.
    8A tal proposito vedi l’intervento di Francesco Ragazzi.
    9Ora nella raccolta postuma di Autres écrits, Seuil, Parigi 2001.
    10Cfr. L. Irigaray, Il corpo a corpo con la madre, in Sessi e genealogie, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007.
    11V. J. Seidler, Riscoprire la mascolinità. Sessualità ragione linguaggio, Editori Riuniti, Roma 1AristoAristotele, Metafisica, 980a 25-29.tele, Etica Nicomachea, 1118a 25-26.992, pag. 78.
    12Platone, Repubblica, 516 A-B, trad. it. R. Radice, Tutti gli scritti, cit. C
    13corsivo mio. È interessante osservare che termini come “evidenza” e “teoria” derivano da verbi che denotano il vedere.

     

    14L. Irigaray e gruppo di ricerca, Sexes et genres à travers les langues. Eléments de communication sexuée, Grasset, Parigi 1990, pag. 408, cit. in L. Irigaray, Approccio a una grammatica dell’enunciazione dell’isterica e dell’ossessivo, in In tutto il mondo, cit., pag. 91n; cfr. anche Eadem, Amo a te. Verso una felicità nella storia, Bollati Boringhieri, Torino 1993.
    15S. Freud, Totem e tabù, Mondadori, Milano 1997, pag. 36. 
    16Giovanni, 20, 17. Ovviamente utilizzo questo passo del Vangelo solo come suggestione, senza alcuna pretesa di rigore filologico o ermeneutico.
    17S. Ciccone e C. Vedovati, Liberiamo il corpo maschile, in R. Gallelli (a cura di), Corpo e identità. Educare alle differenze, Progedit, Bari 1999, pag. 80.
    18Cfr. C. Pateman, Il contratto sessuale, Editori Riuniti, Roma 1997.
    19È la suggestiva tesi interpretativa di Giacomo Marramao. Cfr. G. Marramao, P
    20Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pag. 110.
    21 S. Ciccone, Maschile, in “Iter”, anno IV, n. 12, luglio-agosto 2001, pag. 20.
  • Françoise Collin |ω|

    Françoise Collin (1928-2012), fondatrice della rivista “Les Cahiers du Grif”, è stata una delle maggiori protagoniste del femminismo francese. Da sempre attenta alla tradizione, è stata anche vigile dinnanzi alla riflessione delle giovani generazioni femminili. Ha fatto sua la convinzione secondo cui il femminismo, inteso nel senso più ampio, debba lavorare sull’ordine simbolico poiché altrimenti le conquiste sociali delle donne saranno a rischio in quanto non produrranno nuovi fondamenti per una comprensione condivisa del mondo.

     

    Bibliografia completa: Françoise Collin. L’insurrection permanente d’une pensée discontinue di Mara Montanaro, (2016) http://www.pur-editions.fr/detail.php?idOuv=4119

     

    Bibliografia

    Penser/agir la différence des sexes. Avec et autour de Françoise Collin, Transmission(s) féministe(s), 2011

    La posta articolata dal femminismo negli anni ’70 non appartiene a nessuna istituzione, a nessun gruppo, a nessun individuo né ad alcuna teoria, essendo il suo centro ovunque «e la sua circonferenza da nessuna parte». Il femminismo resta un compito, arduo, ma comunque sempre sorprendente. Collin sottolinea la fecondità del lavoro finora compiuto e la necessità di creare un ponte con quella che è la complessità attuale. In ogni momento è necessario ricercare il dialogo per poter giudicare e decidere, dal momento in cui sia giudizio che decisione non sono mai la semplice conclusione di un sapere, ma anche lo schizzo di un progetto.

     

    Parcours féministe, con Kaufer Irène (Bruxelles, Labor 2005)

    I primi capitoli di Parcours féministe riprendono gli slogan del femminismo degli anni ’70. Molte delle rivendicazioni di quegli anni sono divenute oggetto di legge (è il caso della legge sui salari, o ancora quella sulla violenza domestica) consentendo, inoltre, una più profonda riflessione circa il necessario passaggio dalla rivoluzione al riformismo. Il libro si snoda poi passando attraverso un’attenta analisi teorica che vede protagonista la posizione post-metafisica applicata alla questione della differenza dei sessi. Gli ultimi capitoli del libro trattano l’arte, la ricerca femminista ed un bilancio delle esperienze di trent’anni di «nouveau féminisme».

     

    Repenser le politique. L’apport du féminisme américain, con Pénélope Deutscher, (Campagne première / Les Cahiers du Grif, Paris, 2004)

    Prendendo in considerazione il rapporto che intercorre tra femminismo francese e femminismo americano, l’intento del saggio, lungi dal voler determinare delle gerarchie, è piuttosto quello di ridurre alcune delle incomprensioni rispettive poiché «rien de ce qui est féministe ne nous est étranger».

     

    Les femmes de Platon à Derrida, antologia curata da Françoise Collin, Evelyne Pisier e Eleni Varikas (Plon, 2001), v. materiali – testi di riferimento

    Il problema della differenza sessuale, nella tradizione filosofica, non è affatto assente né tantomeno marginale. A determinare l’assenza della questione sono le scelte della tradizione universitaria. Le autrici di Les femmes de Platon à Derrida sostengono la necessità di portare uno sguardo nuovo su quelle stesse opere per poter far emergere la complessità e la differenziazione all’interno della questione.

     

    L’Homme est-il devenu superflu. Hannah Arendt, (Odile Jacob, Paris, 1999)

    Attraverso questo saggio Collin ci consegna un’eccellente introduzione al pensiero di Hannah Arendt. L’autrice è soprattutto interessata alla capacità harendtiana di preservare l’agire in comune in un mondo contrassegnato dall’esperienza totalitaria e dalla strumentalizzazione dei rapporti umani e sociali. Il titolo fa riferimento a questi due fenomeni della nostra epoca: il genocidio, capace di eliminare dei lembi interi dell’umanità sotto il pretesto di una purificazione, ed i progressi della tecno-scienza.

     

    La differenza dei sessi nella filosofia. Nodi teorici e problemi politici (Milella, 1997)

    La differenza dei sessi nella filosofia prende in considerazione il «soggetto» in quanto incarnato e dunque sessuato. La sessuazione del soggetto è infatti necessaria all’interno dell’analisi di qualsiasi fenomeno, tanto più se si tratta di filosofia, non essendo essa esclusivamente epistemologia, ma anche politica, estetica ed etica. La filosofia, essendo rimasta vicino al sacro, ha fatto sì che i filosofi («guardiani della verità, o della non-verità») abbiano conservato un rapporto con la casta dei chierici, con il loro linguaggio difficile ed i loro privilegi. Una ragione dinamica, diversa da una ragione dialettica (finora via maestra della filosofia) potrebbe essere la chiave per il raggiungimento, e la scoperta, dell’altro attraverso la differenza sessuale.

     

    Maurice Blanchot et la question de l’écriture, (Gallimard, Paris, 1971-1988)

    Maurice Blanchot occupa un posto centrale, nonché eccentrico, nel pensiero francese contemporaneo. Egli ha elaborato un’opera solitaria in cui scrittura e letteratura condividono un legame profondo. L’opera di Collin è una riflessione sul lavoro di Blanchot, definito dall’autrice «frammentario», e dei suoi temi maggiori.

     

    Articoli pubblicati su DWF

    Antigoné. La giovane, la madre, la morte, 2005, n. 1

    La potenza delle tenebre. Donne e creazione, 2005, n. 4

    Dall’insurrezione all’istituzione, 1968-2008, 2005, n. 4

    Politica e poetica, 1996, n. 32, pp. 90-100

    Pluralità Differenza Identità, 1995, n. 26-27, pp. 80-94

    Tempo natale, 1993, n. 20, pp. 33-48

    Pensare / raccontare. Hannah Arendt, 1986, n. 3, pp. 36-44

     

    Link

    Addio a Françoise Collin: https://www.iaphitalia.org/addio-a-francoise-collin-polifonica-e-plurale/

     

    Il profilo politico filosofico e intellettuale di Françoise Collin, di Rosi Braidotti: https://www.iaphitalia.org/rosi-braidotti-thinking-with-an-accent-francoise-collin-les-cahiers-du-grif-and-french-feminism/

     

    Gli articoli dei Cahiers du Grif: http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/revue/grif

     

    L’altra metà della filosofia, intervista di Federica Giardini (Il Manifesto, 8.6.2001)

    https://www.iaphitalia.org/federica-giardini-laltra-meta-della-filosofia-intervista-a-francoise-collin/

     

    Questions à André Gorz (Questions posées par) in Marie-Victoire Louis, Françoise Collin, Nouvelle pauvreté, Nouvelle société (Les Cahiers du Grif, Printemps 1985)

    http://www.persee.fr/issue/grif_0770-6081_1985_num_30_1

  • L. Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011

    L. Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011

    Come un surfista sulla cresta dell’onda

    Recensione di Giuliana Giulietti

    Ci sono gesti che le donne compiono dai primordi della vita umana e che tra mille peripezie e difficoltà  passano, una generazione dopo l’altra, di madre in figlia : spendersi per i viventi, rendere abitabile la terra, ricreare incessantemente le possibilità dell’esistenza contro le forze disgregatrici del caos sempre all’opera per sconvolgere il mondo. Nel suo ultimo libro, il bellissimo Non è da tutti: l’indicibile fortuna di nascere donna, Luisa Muraro rende omaggio alla grandezza femminile; una grandezza che  non ha nulla a che vedere con il prestigio personale, la carriera, il denaro, che non si specchia nelle graduatorie della società, ma che si “gode specialmente nell’intimo di sé”, che assomiglia a “un’avventura segreta” o “ a un abito di tutti i giorni ma disegnato da Valentino”; e nel rendere un tale omaggio lei ripete nella scrittura i medesimi gesti : mettersi dalla parte dei viventi
    e fare ordine, perché lo si possa abitare con agio, in un presente sempre più caotico, buio, disperante.
     Il “privilegio di essere donna” – un privilegio che Luisa Muraro ha accettato e messo in gioco nella sua vita personale e pubblica –  è ciò che le consente di  “accendere una luce” sulla  realtà che non è, nel  suo pensiero, un qualcosa di dato, di toccabile, vedibile, verificabile ( quell’oggetto, quell’idea, quel fatto ), ma relazione tra ciò che è e ciò che non è, tra quello che conosciamo e l’imprevisto che d’un tratto, in una sorta di epifania, diventa visibile e si mostra.
    Come la libertà femminile, inaudita fino alla seconda metà del Novecento e il cui orizzonte si è aperto – oltrepassando l’ordine patriarcale che di certo non la prevedeva  –  quando le donne sono uscite con una schivata ( come gli animali inseguiti dai predatori ) dalla traiettoria del potere e  si sono presentate sulla scena del mondo come soggetti desideranti e parlanti in autonomia. La felicità di esistere e di esserci – qui, sulla terra – è scaturita allora  per Luisa e per le tante altre con le quali ha condiviso l’esperienza del femminismo, dalla sensazione di una vita non più imprigionata in se stessa, ma libera di significarsi per se stessa, con le proprie parole, i propri desideri.
    La scoperta di sé, frutto della relazione tra donne, è stata al tempo stesso la scoperta di quello che lei chiama il privilegio di essere donna anche se, essere donna, è una condizione umana difficile. Per tutte: le belle e le brutte, le giovani e le vecchie, le ricche e le povere, le venerate e le umiliate. Ma essere donna  – ed è questa la fortuna  che ci è toccata in sorte-  significa guadagnare un modo unico e insostituibile di intimità con il genere umano e, dunque, un “di più” rispetto alla condizione maschile. Un “di più” che in società diventa visibile solo a sprazzi, ma che non sfugge agli sguardi ammirati di certi artisti che lo hanno scorto proprio là dove esso si manifesta, “fra le cose ordinarie della vita”, come è appunto il caso del pittore olandese Jan Vermeer.

     

    Le donne di Vermeer versano il latte, ricamano sedute sulla soglia di casa, scrivono o leggono una lettera, pesano gioielli su una bilancia, reggono una brocca, indossano collane di perle davanti a uno specchio. Rappresentate nella loro potenza luminosa (come la Lattaia  che figura sulla copertina del libro), esse sono un mondo a sé, inviolato, riservato, indipendente e del quale il pittore  ha colto, fissandolo sulla tela, l’ineffabile riflesso di quel  “di più” il cui godimento è specialmente interiore e che assomiglia a “un’avventura segreta”.
    Per riconoscere anche nella società la grandezza femminile e farle posto è necessario – scrive Luisa Muraro – sgombrare il campo dalla commedia falsamente femminista della  parità fra sessi, una commedia che mette in circolazione una rappresentazione diminuita e caotica delle donne, che sottovaluta la loro autonomia personale, la loro capacità di muoversi da sole per i loro progetti e che ancora le vuole – nonostante la rivoluzione femminista degli anni 60 e 70 del Novecento e il pensiero della differenza sessuale – uguali all’uomo.
     L’uguaglianza è un bene irrinunciabile, verissimo. Ma è altrettanto vero che la libera realizzazione di sé si gioca – come è stato annunciato e praticato nella seconda metà del Novecento dalle donne in rivolta- su un piano affatto diverso. Un piano dove il desiderio di politica non si confonde con la rincorsa al sempre più potere e dove l’esigenza non è di spartire il potere ( come invece comanda la politica delle quote),  ma di uscire dalla sua logica di contrapposizione e di complicità e dove quel che si guadagna è “ un poter essere e  un far essere” e le capacità ricevute insieme alla vita, “ di godere, soffrire, amare, desiderare e, in caso, amare”.
    Certamente – Luisa Muraro ne è consapevole – ai cambiamenti realizzati dal movimento delle donne sono venuti a mancare negli ultimi due decenni, un contesto e un seguito che li avrebbero dotati di un credito più esteso. Ci sono oggi – lei dice – molti motivi per disperare e che “ si frappongono tra l’umanità e ogni possibile voler bene”: le guerre, per quello che sono le guerre da sempre e per le caratteristiche che hanno assunto oggi;  mai dichiarate, croniche, micidiali per la popolazione civile e il territorio;   la crisi economica e lo sgomento delle persone giovani sradicate sia dal futuro che dal passato. Ma Luisa Muraro non è donna da perdersi d’animo e sa perfettamente che la grandezza femminile – che in lei risplende meravigliosamente –  non sparisce neppure nelle circostanze più difficili, talvolta perfino si accentua. E così, con la stessa pazienza, tenacia  e “ colpo d’occhio”( e forse con un sospiro di sgomento) con i quali una donna affronta, per riportarvi ordine, pulizia e luce, la confusione brutale di una stanza dove è appena entrata, lei ci invita con le sue parole che appunto fanno ordine e luce, a rilanciare la scommessa del femminismo, a uscire ancora una volta, con una schivata, dalla traiettoria del “sempre più potere” e a rimettere in gioco, facendoli uscire dall’invisibilità e dal silenzio, la nostra esperienza, i nostri desideri. La libertà femminile sta oggi sul crinale che emerge tra due alternative mutilanti: la richiesta di una muta dedizione di sé da una parte, e “l’offerta crescente di vie d’uscita verso un’autoaffermazione in termini di parità, cioè ricalcata su modelli ed esigenze maschili dall’altra”. Nonostante i tempi bui e l’assordante e insensato proliferare di discorsi sulle donne ( quote, dignità offesa, veline, salvatrici della nazione ecc. ) Luisa Muraro continua a sentire tra le donne, “ un filo di quell’umore felice del surfista che corre sulla cresta dell’onda”. Sì perché lei, con il suo sguardo profondissimo e limpido come la sua mente, ancora scorge all’orizzonte della sua e delle nostre esistenze, un barlume di felicità. Una felicità che comanda di essere annunciata e condivisa con altre, con altri. Del resto, certe rivoluzioni ( e quella femminista lo è stata) sono scoppiate così –  scrive Luisa – “solo perché la felicità si è mostrata all’orizzonte”.

     

  • G. Borrello, S. Tarantino (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino, Liguori, Napoli 2010

    G. Borrello, S. Tarantino (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino, Liguori, Napoli 2010

    Stefania Tarantino e Giovanna Borrello (a cura di)

    Esercizi di composizione per Angela Putino. Filosofia, differenza sessuale e politica, Liguori, Napoli 2010, pp. 130
    Esercizi di composizione per Angela Putino è un libro musicale nel senso profondo della parola. Il testo fa sua l’idea che l’armonia numerica alla base di una composizione musicale è tale proprio perché composta dalla differenza e dalla discordanza delle voci. L’armonia nasce da una dissonanza che è insieme contrasto e appartenenza, senza la quale non ci sarebbe varietà, movimento, creatività, vita. Alla ricerca di questa armonia la filosofa napoletana Angela Putino, scomparsa prematuramente nel 2006, dedica l’intera esistenza, consapevole che dalla differenza può nascere il seme di un nuovo che dice della continuità della storia e della vita. Quella di Angela è una differenza vissuta in prima persona, incarnata da azioni e parole spesso inattuali che rifuggono l’idea di un “potere” ufficiale, un pensiero unico a cui uniformarsi. Il libro, curato da Stefania Tarantino e Giovanna Borrello, ne traccia il ritratto di donna e di pensatrice attraverso una polifonia di voci amiche legate alla filosofa dalla comune passione per il pensiero della differenza sessuale. Chiara Zamboni, Wanda Tommasi, Rosetta Stella, Nadia Fusini, Tristana Dini, Nadia Nappo solo per citarne alcune. L’intervista ad Enzo Moscato e Tata Barbato ripercorre gli anni della giovinezza e gli esordi come pensatrice. Il ricordo di Angela si trasforma in linea guida nel riflessione sul significato profondo del pensiero della differenza sessuale oggi, nel suo intimo legame con la filosofia e la politica. Filosofia, differenza sessuale e politica sono per la Putino elementi tra loro indisgiungibili, traccia di un abitare il mondo che è insieme passione, azione, relazione. “La filosofia conserva e custodisce, attraverso un suo modo proprio di pensiero, un pensiero che accade altrove. Uno di questi ‘altrove’ è la politica”, commenta la pensatrice in uno dei suoi ultimi scritti inediti che il libro ha il merito di riproporre assieme ad altri. Non si tratta di una politica fatta di saperi oggettivabili, come “le richieste contanti all’interno dell’economia di mercato”, ma di una pratica che parte dall’idea che ci sia un “indimostrabile”, una verità che si fa avanti da sola in quanto esprime “un interesse non oggettivabile”. Questo “impersonale della politica” è una giustizia originaria che non si lascia etichettare sotto effimere parole di democrazia o parità, ma va dritto al cuore di una evidenza originaria. Quella cioè che “ogni donna pensa. Sì, ogni donna pensa, è capace di pensiero e, nel pronunciare ciò, direttamente si coglie che, dalla politica, si è iniziato. Da questo pensiero della politica sono derivate le questioni della sorellanza, e poi della disparità, poi gli studi di donne, poi i motivi teorici”. Il pensiero filosofico diventa così un pensare “sperimentante” in grado di riappropriarsi della sua radice vivente attraverso la pratica della relazione tra donne. Esso dice del bisogno di una politica autentica, di una giustizia in grado di dar conto dell’unicità del soggetto. La filosofia nasce da un rapporto diretto con l’altro/a, dal conflitto proficuo di una relazione in cui non c’è nessuna verità oggettiva che possa guidare il rapporto perché la verità è in gioco nella dialettica della relazione. Si tratta di una “filosofia presa su serio”, commenta Stefania Tarantino, che è, fin dal suo nascere, già politica. Nelle sue comunità politico-filosofiche femminili, come la redazione della rivista Madrigale e quella più recente di Ada Teoria Femminista, Angela sperimenta il senso di un sapere che la espone in prima persona perché la coinvolge come donna oltre che come pensatrice. Il senso della sua pratica non si esaurisce nei luoghi cosiddetti “istituzionali” ma la segue ovunque come uno stile che ne imprime l’esistenza. Non è un caso che nei racconti degli amici compaia spesso il riferimento alla sua piccola casa piena di gatti, lontana dal trambusto della città, in cui accoglieva e condivideva. Un’agorà in cui la filosofa si alimentava della vita alla ricerca di un pensiero della differenza femminile pronto a muoversi ai margini di un “simbolico” maschile, costantemente fuori dall’ordine ufficiale come uno scarto, un rimosso. È nei meandri di una conoscenza ai limiti che Angela sceglie di spingersi, consapevole che questo essere “al di fuori” da ogni logica precostituita rappresenti l’unica condizione per cogliere il senso di una verità sempre e comunque “altrove” dal sapere condiviso. Lo stare fuori dal simbolico è sì sventura di ogni singola donna ma anche possibilità di guardare oltre, di acquisire nuova consapevolezza. Il vuoto non va colmato ma accolto come soglia di un altrove. In questo senso esso è esperienza liberatoria. La sventura femminile diventa tale solo quando chi è esclusa finisce con l’aderire alle logiche di un potere che non le appartiene, abbracciando il punto di vista dei dominatori, la logica del carnefice. Lo sapeva bene la filosofa Simone Weil, di cui la pensatrice napoletana è stata fine ed originale studiosa ed il cui pensiero permea gran parte della sua produzione speculativa. La donna assume le sembianze del weiliano “supplicante muto” fuori dai giochi, nel luogo di un’abiezione accettata che non ha nessuna mira di omologazione al sapere maschile. Nel rischio di questo scarto è la possibilità di un salto, uno scatto verso il futuro.

    Recensione di Antonella Fimiani