• 2033

    2033 è una fabulazione speculativa creata e assemblata durante la Laboratoria di Scrittura Collettiva della Summer School “Narrazioni dai futuri in rivolta. Nuovi materialismi in tempi postumani”, del Master Studi e Politiche di Genere, Università di Roma Tre (a.a. 2022-2023), coordinata da Isabella Pinto.

    Pensandoci future, e quindi mobili, ci siamo ritrovate viandanti in uno spazio tempo chiamato 2033. Di stringenti narrazioni precarie ne abbiamo, allora ne abbiamo riformulate di nuove, disordinate ed espanse. Le nostre sono narrazioni altre, di parole corporali di soggett* che non vogliono più essere afasic*. Il tempo maturo per una nascente sensibilità di cammini precari, per noi funghi alla fine dei mondi, è arrivato. Più mani si sono unite, tessendo reti relazionali di parole ed immagini, dentro il medesimo cronotopo, per iniziare a riformulare le strade che camminiamo e che ci attraversano. Proprio laddove le macerie ci vorrebbero arid*, noi disorganizziamo gli stessi spazi che normano e silenziano. Lo facciamo affiggendo manifesti, scritti e disegnati, nell’urbano e fuori, nel periferico e nel centrale, legati seppur lontani. Racconteremo di spazi vissuti e di quelli che vorremmo abitare un domani molto prossimo, specchio di relazioni multiforme e caotiche, generatrici di crepe non più abissali, in cui corpi dialogheranno, pronti a fondere linguaggi, intrecciandosi, trascendendo la rigidità di mura confinanti. Navigheremo le nostre città, attraversando quei limbi burrascosi senza più esserne risucchiat*, li cammineremo invece, nutrit* da una spinta al possibile, figlia di una precarietà ora riformulata, che vedrà creazione dove prima vedeva negazione. Un 2033 avverrà, prima del pensato e dopo l’atteso, e noi tesseremo relazioni multispecie, proprio dove ci avevano detto proprio che saremmo state sole.

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  • Stridori modali

    Stridori modali

    di Francesca Scapinello

    Seguono riecheggi, disfunzionali e tutti sospesi, ctoni di compost regalati e scartati, delle Nora tarantolate, della coralità dialogica tra Donna Haraway, Ludwig Wittgenstein, Stanley Cavell e Toril Moi, di scarti visivi, di gomitoli con asole, di interrogazioni timide e impaurite, di sollievi nell’essere ragno, cavalla, quercia e affluente:

    rantoliamo e ci rovesciamo dalle pieghe di tessuti soffocanti, lasciatə esprimerci solo per espellere una morsa che si compiace guardandoci contorcere;
    rianimiamo relazioni perennemente – e sbadatamente – rotte da sguardi oggettivanti che bollano – e creano – l’isteria e l’esagerazione;
    il telaio è nostro per noi e i fili che intrecciamo sono corde vocali, le cui radici però diffrangono e vociamo – agendo – di concerto;

    esistiamo perché aggrovigliatə in intrecci ariosi – e quindi sfumati – dove sappiamo di doverci muovere rispondendoci e lasciandoci spazi;
    la cassetta degli attrezzi ha
    Arti per raggiungerci – e per essere raggiuntə;
    occhi retrospettivi e prospettivi;
    rasoi per gli assoluti;
    aghi per la misura;
    limo per le vesti;
    intercapedini disposizionali in costellazioni fluttuanti di libere variazioni fantastiche che non giungono al centro perché corrono e camminano ovunque;

    non siamo più specchi di narcisismi simmetrici, sappiamo di rifrangerci, infrangerci e di danzare su cartoline di parentela e di archi-tracce;
    i sentieri originari sono disparati e abbiamo risacche – ereditate – piene di tutto che ce li ricordano;
    non abbiamo ancora deciso – e/o capito [e capito/deciso se si debba prima decidere/capire] – come portarle, trascinarle, lanciarle, assimilarle con noi;
    ascoltiamo i nodi tesi sulle nostre schiene e li interroghiamo a proposito di quali domande ci servano;
    componiamo compost compositi di rifiuti (agiti e subiti) che urlano in voragini intestinali fameliche; 
    a volte mosto, a volte vino, dondoliamo barcollanti tra noi con-locate e connesse e tra le semi-noi e le non-noi, alle quali non diamo subito nomi perché ci accorpiamo nel tempo;
    ci è offuscata l’immagine di noi mentre impegniamo radici nella sterilità e per poi portarci, per mano, verso boschi diversi, di neve e sole, ma solo quando ci piace;

    germiniamo in tantə a latere della roccia di rottura di vanga
    e feriamo proli che rimandano alle buone intenzioni non immaginando la violenza delle conseguenze;
    non neghiamo la nostra fine, ma la ricamiamo insieme a quella di tuttə e non rinunciamo a costanti parentesi che rinnovano, ricolorando, il nostro sguardo;
    siamo le mani e il respiro che soccorrono l’inquietudine del dubbio, non offriamo però permanenze, lasciamo che la difficoltà sia modulata sulla capacità di ascolto di ciascunə;
    lavoriamo per la meraviglia della resilienza, ma solo accostando le parzialità che si consumano man mano in uno sfondo di libere possibilità rappresentative da tradurre in pratiche;

    questo è metodo, manca(no) molto(ə) altr(ə)

    * immagine in evidenza: La culla di Gustav Klimt

  • Gli aerostati di Amélie Nothomb

    Gli aerostati di Amélie Nothomb

    di Alessandra Liccardo

    Gli aerostati è il ventinovesimo libro di Amélie Nothomb, pubblicato dalla casa editrice Voland, nella collana Amazzoni, e tradotto da Federica Di Lella.
    È il racconto in prima persona di Ange, diciannovenne appena trasferitasi a Bruxelles per studiare filologia all’università, protagonista del romanzo e parte del gioco tra realtà e letteratura che l’autrice intesse attraverso le pagine del libro.

    Ange compare, all’inizio della storia, alle prese con la sua nuova coinquilina Donate, ventiduenne intransigente e maniaca del controllo dello spazio domestico. Tra le rigide istruzioni dettate da Donate su come non ripiegare la tendina della doccia o usare la lavatrice, Ange, in preda a uno stupore divertito, agli interrogativi sulla salute mentale della sua coinquilina e allo sforzo di attenersi alle regole della casa, tenta di ambientarsi e ritaglia per sé luoghi dischiusi all’immaginazione e alla possibilità.

    Tornavo in camera mia. Più che un rifugio in cui ritirarsi, la mia camera era il luogo dove tutto è possibile. Dava sull’angolo del boulevard: sentivo i tram affrontare rapidamente la curva con uno stridio che mi estasiava. Stesa sul letto immaginavo di essere un tram, non tanto per chiamarmi desiderio, quanto per non conoscere la mia destinazione. Mi piaceva l’idea di non sapere dove stessi andando (Nothomb 2021, 11).

    Spaziando tra i romanzi di Amélie Nothomb, si scopre che la stanza può essere un luogo buio e senza spiragli, una tana dal soffitto pesante che come un coperchio grava sulla mente e impedisce lo sguardo, spaventosa e accattivante allo stesso tempo, come la solitudine (Nothomb 2002, 37). La camera di Ange, al contrario, non è il punto di arrivo rispetto a una fuga dal mondo, un ritirarsi e rintanarsi, ma un accesso alla realtà e al piacere di perdervisi. È una condizione vitale e abitabile, spazio in cui sopravvivere ed espandere la portata della propria immaginazione verso l’ignoto. Può richiamare i refugia harawayani, luoghi della rigenerazione dove pensare e imparare a pensare con le altre creature, rendendosi capaci di stare al mondo (Haraway 2019, 63).

    Ad accogliere Ange è una stanza che, come altre costruite precedentemente da Nothomb, raggruppa meraviglie che provocano “insonnie affascinanti”, nella luce fioca e nel fruscio della notte che filtra da una finestra aperta (Nothomb 2002, 57).  Le cose alle quali la protagonista connette le sue sensazioni sono in movimento. Il transito rapido esperito da Ange, dietro al suono degli ingranaggi dei veicoli in strada, che la sottrae a un ambiente domestico ostile, evoca un altro viaggio e un altro approdo, quello compiuto da bell hooks che, da bambina, raggiungeva la casa della nonna materna. 

    Il “sito di resistenza” narrato da bell hooks in Elogio del margine è dove la cura reciproca, il focolare domestico e lo spazio privato, intimo e sicuro, si rivelano rivoluzionari e sovversivi. Nella “casa”, come luogo accomunante e dei legami affettivi, si riesce a “tenere qualcosa per sé”, rintracciare e coltivare il proprio potere personale e la possibilità di dar vita a nuovi significati (bell hooks 1998, 35). 

    Possibilità analoga alla scelta che l’autrice e la sua protagonista si riservano con la pratica della fantasia e della scrittura. Nella scrittura di Nothomb, infatti, i confini tra umano e non umano spesso si smarginano, e le esperienze di persone e oggetti si confondono. Grazie al concetto e al termine “smarginatura”, coniato da Elena Ferrante e colto da Isabella Pinto, è possibile figurarsi la condizione in cui i contorni delle cose si spezzano (Pinto 2020, 79) e la separatezza tra le individualità tende a dissolversi.
    La camera, il rumore del ferro sulle rotaie, Ange e il tram sembrano essere coinvolti in uno stesso turbinio di vita emozionale e materiale, in un’immersione non dissimile da quella provata calandosi nel piacere della lettura.  

    La storia prosegue con Ange che pubblica un annuncio per offrire lezioni private di letteratura e grammatica francese agli studenti delle superiori, fin quando non riceve una telefonata. “La signora Daulnoy? Ho letto il suo annuncio. Ho un figlio dislessico di sedici anni. Potrebbe occuparsi di lui?” (Nothomb 2021, 13). Il pomeriggio seguente Ange si ritrova in una bella casa, “come a Bruxelles se ne trovano solo nei quartieri ricchi”, di fronte al signor Roussaire, un uomo sui quarantacinque anni e con “l’aria di chi ha sulle spalle grandi responsabilità” (14). Tra queste, la valutazione della giovane filologa, giudicata, dopo un breve interrogatorio, una ragazza seria e perfetta per il compito di porre rimedio alle lacune dello svogliato studente. 

    Pie aspetta la sua insegnante “seduto in terra a gambe incrociate”, si dimostra ossequiosamente cortese con Ange. Ha frequentato le scuole alle isole Cayman, è affascinato dalle “belle armi” che guarda su Internet e non ha mai letto un libro. Tuttavia, nello spazio lasciato vuoto dall’inesperienza di Pie si instaura presto un’alleanza. Ange vuole rivelare a Pie i segreti per imparare a usare quelli che per lei sono “oggetti magici” fin dall’età di tre anni, quando la madre le leggeva le Fiabe di Perrault (22).
    Ma Pie le oppone risposte dal sarcasmo tagliente e le ragioni del proprio disinteresse, che sembra coincidere con la sua incapacità di leggere.

    Non passa troppo tempo, anzi, solo i due giorni richiesti dall’insegnante all’allievo per concludere Il Rosso e il Nero di Stendhal, e le lezioni si trasformano in un avvincente gioco tra Ange e Pie, passaggio di battute in grado di rianimare i classici, dai racconti di Omero a quelli di Raymond Radiguet, da Kafka a Madame de La Fayette. Pie e Ange mettono in scena qualcosa che Amélie Nothomb, in conversazione con Daria Galateria e la sua editrice Daniela Di Sora, ha definito “critica selvaggia”, sorprendente abilità interpretativa di cui è capace il pubblico adolescente con il quale l’autrice si intrattiene in un’intensa corrispondenza, fitta di suggerimenti di lettura.

    Negli Aerostati, Ange e Pie, attraverso i loro dialoghi, manipolano gli oggetti magici del passato, i libri e le storie, e ne subiscono l’influenza, tra immedesimazioni e fughe rispetto al testo che si intrecciano alla composizione di una relazione interpersonale complicata, che sempre più incuriosisce Ange e diventa necessaria per Pie. Ma se, nel racconto, i libri riescono ad essere oggetti allo stesso tempo magici e reali, apprendiamo dalla voce della protagonista che ciò che manca in casa Roussaire è proprio un contatto con il reale. Pie e suo padre soffrono di un chiaro “deficit di realtà”, nel caso dell’adulto aggravato dalla sua convinzione di esserne in pieno possesso (48). La madre di Pie, la signora Roussaire, colleziona oggetti che compra e ammira su Internet e che, come le armi nel caso di suo figlio, non ha mai tenuto in mano. Sono gli oggetti immaginari, come le storie contenute nei libri e gli aerostati, amati da Pie ma scomparsi dai cieli da molti anni, a essere investiti dagli affetti più reali. Descrivendo ad Ange le macchine volanti, fragili e immense, Pie si lascia trasportare in un’altra dimensione.

    Forse, proprio per questo motivo, la critica letteraria messa in scena da insegnante e allievo presto richiede nuovi spazi di azione calati nella realtà: in città, nel bosco, nel tram che sfreccia,  fuori dal controllo esercitato dal signor Roussaire. Ed è proprio in questo modo che Ange e Pie entrano ed escono dal canone letterario come dalla stanza sorvegliata dai genitori, rendendo i confini degli spazi e dei ruoli instabili. Nel corso degli Aerostati si fa sempre più evidente quanto il desiderio di immersione nel groviglio della realtà possa spingere oltre le consuetudini della propria solitudine.
    Ce lo racconta Amélie Nothomb, con tutta l’ironia di cui è capace una seria filologa diciannovenne.

  • Le figlie dell’acqua

    Le figlie dell’acqua

    di Eleonora Diamanti

    Ho appena ricevuto un messaggio che non avrei voluto leggere. “È morta Cuca”

    Fisso lo schermo per un po’. Cuca era una di quelle persone che pensavo immortali. Il nostro incontro era ancora vivido nella mia memoria, e ogni volta che tornavo a Cuba la andavo a trovare. Con l’arrivo dell’epidemia non ho potuto più viaggiare, e lei se n’è andata così, via messaggio.

    Cuca mi ha letto l’anima, con delle conchiglie. Si narra che le conchiglie contengano misteri al loro interno. La prima cosa che mi ha detto: “tu sei accompagnata da Ochún.” Aveva ragione. 

    Ci sono voluti degli anni di maturazione perché io prendessi veramente consapevolezza della mia parte simanimogenica e della potenza acquosa e torrenziale che mi accompagnava. Per anni l’ho ricacciata in un angolo, finché non ha cominciato a spingere, espandersi e prendere sempre più spazio in me. Non sono ancora arrivata a maturazione, ci vorrà tempo e chissà se ci arriverò mai.

    Ochún fa parte del mondo delle divinità che a Cuba vengono chiamate Orishas. Figlie della colonizzazione e della contaminazione. Di quello che Paul Gilroy chiama the Black Atlantic. Gli Orishas hanno viaggiato attraverso corpi neri schiavizzati e sono arrivati a Cuba dalle coste occidentali dell’Africa. Si sono trovati bene sull’isola e hanno prosperato.

    Vestita di giallo, sensuale, prorompente, Ochún è l’acqua torrenziale del fiume. Trasporta energia, amore, sensualità, fertilità e potenziale di relazione. Quando era giovane mia madre ascoltava sempre le canzoni di una cantante americana famosa. Vestita di giallo, nel mezzo di un fiume di acqua corrente e reminiscente delle sue radici africane e creole, cantava la sua tormentata storia d’amore romantico. Il marito la tradiva con altre donne e lei si sentiva messa da parte, sminuita, tradita nel corpo e nell’anima. Come se non ci fosse altra possibilità al di fuori di quella relazione. Perdonava e restava. Vestita da Ochún cantava: what’s worst, looking jealous or crazy?

    La mia generazione ha molto discusso di amore romantico e le donne si sono liberate da alcune briglie patriarcali. Il matrimonio etero-monogamo è diventato illegale. Più le donne si dimenavano e si liberavano dai limiti del patriarcato, più l’acqua aumentava. Quando ho compiuto 25 anni i fumi, i laghi, i mari e gli oceani prosperavano. Il mio legame con l’acqua si rafforzava. Mi incuriosivano le mutazioni bizzarre di alcuni esseri viventi acquatici.

    La remora per esempio. Curioso pesce dalla testa piatta che fa una vita simbiotica. Ha sviluppato una ventosa attraverso cui si attacca ad animali più grandi. Si fa trasportare e nutrire. Non fa né male né bene al suo animale ospite. Quando lo squalo o la tartaruga mangia, lei raccoglie le briciole del loro pasto. Quando nuota, lei li accompagna e viaggia.

    ***

    “Pensa se sviluppassimo una modalità di vita simbiotica!” Dissi ad Alice. 

    “Del tipo?” mi chiese lei corrugando la fronte. 

    “Immagina, entriamo in simbiosi con delle nuove modalità di vita. Se imparassimo dalla remora?” Alice era un’entusiasta di natura, come me. Del resto ci eravamo trovate a lavorare a progetti di ricerca proprio grazie a questa similarità. Sentivo che anche lei era accompagnata dall’acqua. Un’acqua più accogliente e nutriente che prorompente come la mia. Vestita di blu, era Yemayá, l’Orisha di mare, oceani, acqua salata, protettrice di tutti gli esseri acquatici. Volubile come l’acqua del mare piatto o in tempesta, protegge e distrugge. Alice sorrise.

    Mesi dopo questa conversazione eravamo in laboratorio con il prototipo di primo robot-simbionte che avevamo chiamato la Remoroide. L’idea era che il robot imparasse dalla remora le sue abitudini simbiotiche e di commensalismo. Di vita in connessione con altri esseri. La sperimentazione prevedeva che la Remoroide vivesse prima in simbiosi con i suoi ospiti acquatici. Dopo questa prima fase, la Remoroide avrebbe vissuto in simbiosi con me. Se l’acqua avesse continuato ad aumentare prima o poi avremmo dovuto adattarci a nuove modalità di vita, e questa era un’occasione imperdibile. Lei avrebbe imparato da loro, ed io da lei, in simbiosi.

    La Remoriode è attaccata al mio braccio da oramai venti mesi e dodici giorni. Si nutre di quello che la mia pelle lascia andare, è cresciuta di cinque centimetri.

    Chiamo Alice. “Sono agitata.” “Perché?” “La notte dormo male. Di giorno sento delle vibrazioni strane quando mi avvicino a determinate persone. Non mi era mai successo prima.”

    Nelle notti sempre più insonni leggo tutto ciò che trovo sulla remora. Scopro che “avere una remora” veniva usato come metafora dalle generazioni passate per indicare un ostacolo, spesso futile, verso il progresso, l’efficacia, il successo, l’azione. La remora era insomma una figura anti-progresso, per futili motivi.

    Leggo i diari di colonizzazione di Cristoforo Colombo e scopro che incontra la remora proprio a Cuba. Tutte queste connessioni mi esaltano. Giunto a Cuba, sulle coste della provincia orientale di Holguín, Colombo osserva delle tecniche di pesca locali a lui sconosciute. I pescatori utilizzano il potere simbiotico delle remore per catturare i loro ospiti. Attaccate a delle lenze, le remore si dirigono verso i loro ospiti preferiti: tartarughe, squali, pesci luna. Una volta che la loro ventosa fa presa sul loro corpo i pescatori tirano a sé la lenza, e con essa la remora e l’ospite. Quando l’ospite viene tirato fuori dall’acqua la remora lascia la presa per istinto di sopravvivenza, ricadendo nel mare. L’ospite viene catturato dai pescatori. Essi fanno esattamente ciò che la remora suggerisce loro di non fare e ne sfruttano le sue potenzialità simbiotiche. Sono spregiudicati, non hanno remore. Regalano a Colombo delle tartarughe marine.

    Tra le letture notturne sulla remora, mi imbatto nel poeta e scrittore inglese John Milton e il suo breve trattato La Dottrina e Disciplina del Divorzio scritto 500 anni fa, nel 1644. Vi difende il diritto al divorzio etero-monogamo per entrambi i sessi. Milton scrive: Quale potente e invisibile Remora è cosi attaccata al matrimonio per opporsi strenuamente a tutte le possibilità di divorzio?

    Il giorno dopo questa lettura stacchiamo la ventosa dal mio braccio. Il protocollo di sperimentazione prevedeva di dividere la Remoroide da me una volta compiuti i 24 mesi. Le sensazioni sono molteplici. Lei si è nutrita, ha viaggiato con me ed è cresciuta. Io sento dei cambiamenti. Non ci sono squame o ventose sulla mia pelle, ma un senso di attrazione verso determinati esseri animali che non so descrivere. È un’attrazione magnetica e chimica.

  • La valle

    La valle

    di Chiara Cremaschi

    La casa dove vive Camilla appartiene alla sua famiglia dal 1954. Sono trascorsi più di due secoli umani. Camilla si è immaginata tante volte quell’uomo, un suo antenato, mentre sceglie la casa e il terreno, o percorre la strada nel bosco con il suo cane dal pelo lungo e arrotolato. Il cane si chiamava Esaù. Lei lo sa perché da allora tutti i cani della famiglia si sono sempre chiamati così. Anche il suo si chiama così, il cane che è suo compagno e fratello dalla nascita.
    È un nome antichissimo, che significa peloso e ruvido.
    Proprio come sono stati tutti gli Esaù.

    Nella casa, sono conservati antichi oggetti, come le fotografie. Ma Camilla non ha bisogno di quelle immagini per ricordare le storie di chi è vissuto lì, perché lei sa che tutti loro ci sono ancora. Sa che sono lì e si proteggono, gli uni e gli altri, tanto quanto lei e Esaù e i ragni nelle stanze e le talpe nel prato intorno e i merli e i tordi che si appoggiano al pino di fronte alla sua finestra.
    Sa che chi vive nella casa conosce tutte le storie del passato e del presente. Tutte le storie della Valle.

    La Valle ne ha tante, di storie, antiche e nuove. A Camilla piace la storia della montagna più alta, la Presolana, e le piace la storia di un’altra antenata, che nella Valle si era nascosta per sfuggire a delle leggi che la dichiaravano diversa e, a causa di questo, da imprigionare e uccidere con il gas. Le piacciono le storie delle donne che tessevano nei villaggi più in alto nella montagna, ma anche di quelle che sono scese a fondo valle per lavorare nelle fabbriche e continuare a tessere.

    Le piacciono le storie dei boschi, di chi si è perso e di chi è tornato, e con l’aiuto di chi.
    Le piacciono i racconti delle stagioni, perché ora non è più così, ora un giorno nevica forte e dopo pochi giorni già il sole è caldo.

    Ci sono dei racconti però, che vengono celebrati ogni anno. Sono quelli che ricordano l’inizio della Grande Malattia che ha cambiato la Valle.
    Nei giorni di fine febbraio e inizio marzo, la Valle intera si mette in ascolto e in racconto, perché in quei giorni, nel lontano 2020, tutto è cambiato.

    Chi ricomincia a raccontare, racconta la paura degli altri umani, i vivi, chiusi nelle case, i corpi distanti anche nelle stanze comuni.

    Il racconto della Valle nasce allora dalla paura ma va più lontano, perché è in quei giorni che si sono poste la basi del cambiamento: la Valle non era più controllata dai soliti umani, che erano rinchiusi, spaventati, ammalati. E così, altri viventi avevano preso respiro e spazi.
    Qualche umano aveva deciso di uscire. Erano stati quelli che facevano i lavori considerati inutili: cantastorie, saltimbanchi, giullari. Erano usciti dalle loro case e avevano portato cibo, medicine, parole a chi non voleva o non poteva aprire la porta.

    Qualche cane, che aveva sempre fatto il pastore, aveva scelto di stare davanti alle case: da lì, poteva sentire i respiri degli umani all’interno, avvisare gli altri se qualcuno peggiorava o era triste. Qualche pianta si era avventurata dove da tempo non le era più concesso.
    Qualcun altro si era avventurato più vicino al villaggio: camosci, stambecchi, l’aquila reale …
    Il racconto è lungo giorni e giorni perché non ha fine, perché non è finito.
    Camilla si siede sotto il suo pino e ascolta e racconta. Tutti gli anni, nei giorni di fine febbraio e inizio marzo.

    Dorga, frazione di Castione della Presolana, 2 marzo 2021.

  • La bambina dalle dita di rosa

    La bambina dalle dita di rosa

    di Rossella Caleca

    Alice stava allattando la sua bambina, accoccolata sotto un pesco da cui già pendevano piccoli frutti. La bimba aveva gli occhi chiusi, le guance rosee, una manina circondava l’altro seno ornandolo di un delicato ricamo tono su tono; l’altra poggiava a terra, stringendo una zolla. Greta, avanzando nel frutteto, non ebbe difficoltà a trovarle. Si sorrisero.
    “Stai bene, vedo” disse Greta, sedendosi accanto.
    “Così. Hai visto com’è cresciuta?”
    “È florida. Ben sviluppata, direi, come bambina di due anni e mezzo.”“Gattona velocissima. E cammina spedita, ma solo quando non può farne a meno. Ma non parla.”
    “Dalle tempo. E’ perfettamente in grado di farlo, te l’ho detto.”
    “Greta” le sopracciglia di Alice si strinsero “Lei fa cose. Cose strane.”
    “Tipo cosa?”
    “Tocca. Tocca tutto, ma gli oggetti non le interessano. Impazzisce per le piante, per gli animali.”
    “Non mi sembra strano. Sta crescendo in una fattoria.”
    “Ma lei…distende quelle sue dita, afferra…e ride come se avesse trovato un tesoro. Le piace toccare contemporaneamente persone e animali, animali e piante. Allora ha l’espressione soddisfatta di una bimba che va a spasso tenuta per mano da mamma e papà.”
    “Quelle sue dita…”Cosa ti ho detto quando è nata? Se cominci tu a svalutarla, figuriamoci gli altri.”
    Alice tacque, ricordando il suo terrore alla vista della figlia appena partorita. Gli occhi di Greta sulla piccola urlante, mentre la sollevava. Come riuscirono a nascondere l’anomalia al personale del poliambulatorio, già sopraffatto da altre urgenze. Come entrambe avessero pensato che, in altri tempi, non avrebbero potuto sottrarre la bambina all’assalto dei media; che sarebbe diventata un clamoroso caso di studio. Ma ora quei tempi non c’erano più.
    Alice sospirò.
    “Come vorrei mia madre accanto, ora.”
    “Tutte lo vorremmo.”
    “Tu quando hai perso la tua?”
    “Tra la prima e la seconda pandemia. Ai primi sospetti che tutto stava per ricominciare, e  che sarebbe stato peggio, i miei aveva deciso di partire, anticipando il nuovo lockdown. Ma lo avevano deciso anche molti altri. Morirono entrambi in un incidente.” Greta  guardò l’orizzonte. “Io non ero con loro. Stavo facendo il tirocinio in ospedale, in un’altra città.”
    “La mia è morta durante la seconda. Subito dopo mio padre. Io ancora studiavo.”
    “Che studiavi? Non te l’ho mai chiesto.”
    “Filosofia.”
    “Una Umanista! Ma dovresti essere al Dipartimento Rinascita Culturale. Oppure insegnare. Ci sono sempre più Centri Pluriclasse, anche qui vicino…”
    “No, no. Ero solo al secondo anno. Sto bene qui, e poi al Dipartimento preferiscono i quarantenni. Dicono che ci sia perfino una di cinquant’anni.”
    “Ah, si dicono tante cose. Anche che in India hanno trovato una sopravvissuta di cinquantasei anni. Ma la verità” Greta corrugò la fronte “è che i nostri genitori li abbiamo persi. Tutti. E anche molti nostri amici. Questo mondo, lo stiamo ricostruendo a tentoni.”
    La piccola aprì gli occhi, si staccò, soddisfatta. Greta si avvicinò per farle una carezza, una manina si sollevò, le dita lunghe e  sottili si avvitarono dolcemente al suo pollice.
    “Sembrano viticci” disse Alice.
    “Forse lo sono.”
    “E’ molto attratta dall’acqua. L’altro giorno stava cascando dentro l’abbeveratoio. Si sporgeva dal muretto basso per immergere le mani.”
    “Che dicono gli altri, qui?”
    “Pensano che sia una malformazione. Le vogliono bene. Poi, hanno tutti troppo da fare per farsi domande.”
    Si guardarono, senza dirsi la parola che avevano pensato entrambe: “finora”.
    La bambina teneva con delicatezza un gattino piccolissimo, che emetteva a intervalli deboli versi simili a vagiti. Era seduta tra due filari, nell’orto, mentre Alice raccoglieva pomodori. Un ragazzo si avvicinò portando altre ceste, si mise anche lui a raccogliere.
    “Ciao, sono Alessandro.”
    “Ciao. Sei arrivato ieri, vero?”
    “Sì. Appena assunto dalla cooperativa.” 
    “Sono Alice. Lei è mia figlia, si chiama Aurora.”
    “Bel nome. “Quando mattutina apparve…”
    Alice lo interruppe bruscamente. “Non sei agronomo, tu?”
    Lui sorrise. “Ho studiato biologia. Ho anche fatto il liceo classico. Come molti agronomi, magari.” Osservò la piccola. “Cosa sta facendo?”
    “Abbiamo trovato un gattino abbandonato dalla madre. Le gatte a volte lo fanno. Sembra che stia cercando di tenerlo al caldo. Io gli ho dato un po’ di latte con un contagocce, ma… ” Notò lo sguardo sulle manine. “Forse ti hanno già detto del suo problema.”
    “No. E, qualsiasi cosa sia, non è un problema.”
    Chiacchierarono un po’, raccontandosi da dove venivano, cosa facevano prima. Mentre portavano le ceste sotto la tettoia, Alice pensò che in questo nuovo mondo per indicare il passato, tranne il più recente, si diceva solo “prima”. Anche il futuro si immaginava pieno di “prima”: tutti cercavano di tirare fuori dal “prima” ogni cosa che avesse un senso, per legarla al “dopo”, come Robinson dalle casse recuperate dal relitto della nave naufragata. 
    “Anche il padre di Aurora lavora qui?” Chiese Alessandro, mentre ritornavano nell’orto.
    “No” Alice fissò il suolo. “Lui non ce l’ha fatta. Nella seconda, proprio alla fine.”
    “Mi dispiace.”
    “Aurora nacque sette mesi dopo. Era già ammalato, non lo sapevamo. Io, nessun sintomo. A volte mi chiedo…”
    “Non te lo chiedere. Non c’è risposta.”
    Alice si chiese, stizzita, perché gli avesse fatto quella confidenza.
    Salirono sulla motoape ferma sul vialetto, stringendosi nell’abitacolo. La piccola si sporse a salutare il gattino che zampettava, ancora incerto, nel cortile; le dita si mossero come un piccolo ventaglio senza stoffa.
    “Guido io, eh.” Disse Alice. “Sei sicuro che ci possiamo fermare un po’ alla spiaggia, prima di arrivare al mercato?”
    “Certo. Ci aspettano verso mezzogiorno. La deviazione è breve, non staremo più di due ore.”
    Sulla spiaggia Aurora, munita di cappellino, saltava e rideva, per nulla infastidita dalla sabbia calda. Era ancora presto, ma il calore del sole già riempiva l’aria; il mare era liscio, invitante.
    “Ho paura che si scotti, è così chiara” disse Alice “non sopporta la crema solare che sono riuscita a trovare. Anche i vestiti, a volte cerca di toglierseli. E sai la fatica che facciamo a procurarci le cose. Quello che produciamo in fattoria, invece, la va sempre bene.”
    “Ho notato che ha precise preferenze.”
    Aurora si diresse verso il bagnasciuga.
    “Guarda com’è decisa!”
    La bambina entrò in acqua, continuando ad avanzare in linea retta, con le braccia aperte. In pochi secondi l’acqua le giunse al petto. Alessandro e Alice scattarono in piedi nello stesso momento. Giunse primo Alessandro, sollevò Aurora nel momento in la testa stava per sparire sott’acqua. La bimba sputacchio’, tossì, poi si sporse ancora verso l’acqua, con gridolini di disappunto.
    Alice recuperò un asciugamano, vi avvolse la piccola, sorda alle sue proteste. “Sembrava che non si volesse più fermare. Che volesse abbracciare il mare. Ma che ci ha trovato?”
    “Nel mare? Tu che pensi?”
    Alessandro smise di parlare. Fermo in piedi, osservava la bambina con un sorriso bloccato a metà, come congelato. La bocca continuava a sorridere, gli occhi erano diventati seri.
    “Che ti succede? Sembri lo Stregatto.” 
    “Non so come spiegarlo, Alice. Ma Aurora sente la vita.”
    “Cosa vuoi dire?”
    “Non lo so. E’ come se…cogliesse con le dita i viventi. Sembra che percepisca, in un altro modo, in un modo diverso che non so spiegare, gli organismi, il loro pulsare, il loro divenire. Ed è come se…fosse capace di connetterli. Di legare insieme ciò che vive. Di prendere e dare energia. Creare simbiosi…”
    “Tu sei pazzo.”
    “Non so come, ma lo fa. Riflettici.”
    Alice guardò sua figlia. Le  si chiuse la gola. Ne venne fuori una voce rauca, incerta.
    “Non lo capisco. E’ una cosa enorme, non… una malformazione.”
    “No. Una mutazione. Un nuovo adattamento evolutivo.”
    “Ho paura.”
    Tornarono sulla motoape traballante. Alice e Aurora si erano sistemate sul cassone, tra le cassette di frutta e ortaggi. Alice rifletteva. “E’ una benedizione” pensò. “Una benedizione sconosciuta.” Sentiva  la paura sciogliersi, e trascinare via con sé anche il grumo duro che si teneva dentro da anni. L’incomprensione non dava angoscia, l’oscurità era luminosa.
    “Mamma.”
    La vocetta la fece sobbalzare. Il visetto accaldato di sua figlia era levato verso di lei.
    “Mamma, voglio acqua.”
    “Sì, amore.” Facendo finta di non esultare, Alice versò l’acqua in una tazza, gliela porse. 
    “E ora” aggiunse “assaggiamo un…” allungò un braccio tra le cassette. Ne trasse a caso un frutto.“…Una melagrana.”

    * Immagine in evidenza: Calida Garcia Rawles, The Space in which We Travel, (2019), acrylic on canvas, 84” X 144”


  • Pratiche connettive di oddkins: The Critters Room

    Pratiche connettive di oddkins: The Critters Room

    di Virginia Ferrarini

    Queste riflessioni sono divenute-con quelle riportate in “Pratiche connettive di oddkins: tracciamenti instabili”. Non c’è parte prima o seconda:si tratta di intrecci che oltrepassano anche la gerarchia temporale perchè ciò che è importante è il qui e ora della storia che si crea insieme. 
    Cerchiamo refugia in tempi rischiosi, anche facendoci coinvolgere nel corso su Donna Haraway, interrogandoci con quali pensieri pensare i pensieri per seguire un filo verso mondi sensati. Questo filo con ogni probabilità non sarà per l’Eroe. La nostra storia non è una sintesi eroica onnicomprensiva, piuttosto è una storia abbastanza grande ma non troppo grande.
    Non siamo interessate solamente ad usare la nostra borsa di rete come una fionda per colpire dritto il bersaglio: vorremmo piuttosto riempirla “di cose più piccole di un seme e di reti intricate che, quando vengono laboriosamente sciolte, contengono un ciottolo azzurro, un cronometro preciso che indica l’ora su un altro pianeta e un cranio di topo; una borsa leggera, piena di inizi ma con poche conclusioni, carica di iniziazioni, di perdite, di trasformazioni e dislocazioni, che contiene molti più stratagemmi e trucchi che guerre ed attacchi e che racchiude più delusioni che trionfi; una tracolla piena di astronavi che restano bloccate, missioni che falliscono e persone che si fanno delle domande”
    L’eroe potrebbe non gradire, non essendo l’unico protagonista sfolgorante in correnti ascensionali; però – volendo –  anche lui lo potrebbe percorrere questa strada di Terra, insieme alle specie compagne (cum-panis) nei rifugia, che sono emergenti al mondo in aree disturbate, grazie alla cura reciproca di esistenze interconnesse, con esiti terraformativi sempre aperti e a grande rischio.
    Ci mettiamo in gioco tramite contatti affettivi (che comportano effetti): in questo modo abbiamo incontrato un’installazione artistica che fa vibrare i nostri sensori, una Critters Room per scambiare dei fili con tanti giocatori. 

    The Critters Room (CR) è un progetto di installazione interattiva multimediale firmata creata dal duo artistico Jan Voxel (Cinzia Pietribiasi e Lorenzo Belardinelli). E’ anche il centro creativo di una tesi di laurea**
    I “critters” del titolo sono le creature viventi e inorganiche presenti nell’aria della pianura padana. Questa aria contiene il particolato combusto di antiche microfaune e microflore: gli  “araldi dei morti”, nodi materiali tra i vivi ed i morti; in essa fluttuano anche le microscopiche creature del presente – critters misteriosi – a raccontarci il con-divenire del farsi mondo. Il preoccupante mix arioso materializza la temporalità con cui il “burning man”provoca  estinzioni accelerate dalla sua anthropos-hubris.
    Potranno ancora esistere dei refugia per la rigenerazione di processi ecologici, mentali e sociali?  L’arte che incontra la scienza coltiva una vigorosa response-ability verso esseri e luoghi minacciati per creare rifugia: qui viene messo in scena uno scambio di fili per restare nella simpoiesi multispecie del tempo Chthulucene di modesta risorgenza e possibile guarigione.
    CR produce la narrazione che raggiunge il pensiero e la percezione spaziale che raggiunge il corpo.  E’ dei corpi che in questo anno di pandemia non si è parlato. I corpi in relazione simpoietica con il resto del vivente e non vivente: il fallimento della percezione autopoietica dell’uomo è ciò che si è palesato in questo ultimo anno di pandemia.
    Camminando fisicamente nello spazio CR, il visitatore-player vede pianeti rotanti e rumorosi di critter, ossia proiezioni elaborate informaticamente di vetrini contenenti particelle ed organismi microscopici, messi sotto al microscopio elettronico.  Il visitatore-player può scegliere uno dei vetrini a disposizione e visualizzare mondi diversi. Ogni vetrino è frutto della cattura ed archiviazione quotidiana delle polveri sottili, a partire dall’8 marzo 2020, data di inizio del primo lockdown per la pandemia di Covid-19.

    Sotto la CR vista dall’alto:

    The Critters Room, Cinzia Pietribiasi, Lorenzo Balardinelli, 2020

    Il player-fruitore vede appese alla CR stampe composte dalle immagini dei vetrini come in un mosaico: le immagini rappresentano luoghi in cui sono installate le centraline di rilevamento delle polveri sottili auto-costruite dai membri di varie comunità, nell’ambito del progetto “Centraline dal basso”. Sotto un esempio (via Ugo bassi, Reggio Emilia):

    The Critters Room, Cinzia Pietribiasi, Lorenzo Balardinelli, 2020

    Marco Cervino, ricercatore del CNR video-intervistato sull’inquinamento atmosferico, accompagna il fruitore-player nella sua esperienza materiale nella CR.
    La CR si configura così come un olobioma di artisti, IT engineer, scienziati, attivisti, membri di varie comunità e esseri diversi dagli umani, che mescolano le loro vite in modi che importano e generano delle conseguenze: vuole offrire un’esperienza per stringere alleanze e parentele trans-specie in luoghi danneggiati chiaramente situati, come la pianura padana e Reggio Emilia, tramite un intreccio di scienza, informatica, arte e attivismo politico: “attraverso il momento involutivo si persuadono a vicenda a pensare/fare simpoiesi per quei mondi più vivibili che io chiamo Chthulucene.”

    ** Cinzia Pietribiasi, The Critters room. L’arte di stare a contatto con l’Antropocene, Tesi di laurea all’Accademia di Brera Milano, Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate Biennio di Nuove Tecnologie dell’Arte, Corso di Arti Multimediali Interattive e Performative. Relatore Tesi: Valerio Ambiveri. Relatore Progetto: Daniele Suffritti. Anno Accademico 2019/2020.

  • Pratiche connettive di oddkins: Tracciamenti instabili

    di Giulia Manzini

    Io e Virginia abbiamo suddiviso l’elaborato del corso su Donna Hararway in due parti per rispettare la brevità del testo. Non c’è una parte da leggere prima perchè si tratta di intrecci che oltrepassano anche la gerarchia temporale; ciò che è importante è il qui e ora della storia che si crea.
    “Creare relazioni che importano e hanno conseguenze tramite fili intrecciati di connessioni creative; immaginare pratiche per imparare a vivere e morire insieme e bene nel presente opaco di questioni dolorose e soluzioni limitate per la fioritura multispecie del qui ed ora.”
    Queste parole di Donna Haraway contengono universi di desideri e di vite particolari, tra cui le nostre. 
    A volte l’attivismo è infestato da protagonismi eroici, dove tutto il resto è sfondo, piedistallo, preda dell’eroe-cacciatore, condottiero in battaglia: è la storia ipnotica dell’Antropos con le sue metafore guerreggianti; è la storia solo sua, his-story, tutte le altre esistenze non contano: subiscono, servono o sono invisibili.
    A volte la nostra militanza è caratterizzata da denunce che non perseverano a contatto con il problema: denunce forse necessariamente sceneggiate sui media – d’accordo – ma per quale prospettiva o per quali pratiche dentro zone problematiche? Per quali semantiche materiali di con-divenire oltre l’antropocene o il capitalocene ?
    Forse, oltre a un dovuto atto di denuncia, si potrebbe continuare a scambiare saperi per costruire refugia in zone rovinate e immaginare commons contro il capitalismo imperante o giocare con fili in figure cangianti di cat’s cradle.
    Le umane recanti altre storie non si sono estinte ai tempi della caccia ai mammut, sono piuttosto vissute in zone ctonie, mentre il prick eroico continuava – e continua – ad imperversare. 
    Portando le loro storie diverse in “una foglia, una zucca, una conchiglia… un pezzo di corteccia arrotolata o una rete intrecciata con i propri capelli”  queste umane hanno trovato i loro refugia mescolandosi; si sono radunate a volte in assemblaggi multispecie.
    Esse hanno creato ospitali Comunità del Compost, coltivando Oddkin aperte e kinship situate, nel wordling-farsi comune del mondo. 
    Per praticare l’arte di sopravvivere in un pianeta danneggiato si deve fare con quello che si può qui ed ora: c’è tanto da imparare dai funghi matsutake! 
    Si possono ramificare dei collegamenti che nascono nei nostri luoghi di vita, in nuove divisioni ed unioni e creare un gruppo di studio ai tempi della prima pandemia globale mediatica: i Tracciamenti Instabili. 

    Tracciamenti instabili

    “Tracciamenti instabili” è un gruppo che sfrutta l’evoluzione tecnologica e a volte enologica per rimanere in contatto; i tempi della pandemia infatti hanno quasi azzerato l’incidenza della presenza fisica delle persone, con revisione così radicale dell’esistenza umana sulla terra. Abbiamo accolto, prima ancora che cogliere, (la lettura di  “Staying with the trouble” è infatti tuttora in corso) il compito che D.H suggerisce: “dobbiamo rendere l’Antropocene il più interstiziale e insignificante possibile: dobbiamo unire le forze e condividere tutte le idee che ci vengono in mente per coltivare le epoche a venire in modo da ristabilire luoghi di rifugio … e …“allearsi con le altre creature” per fare questo”;  un’ alleanza tra donne per ricomporre saperi e “storie” e recuperare modi di con-divenire. 
    Le parole e i concetti dei nostri incontri a volte rimbalzano nella mente alla ricerca di senso, poi sedimentano non sappiamo bene dove e con quale procedimento; e allora esperienze, relazioni, episodi riemergono in modo non lineare per partecipare alla riscrittura di una storia altra: ecco, anche qui, il materializzarsi di cosa significa pensare quali pensieri pensano altri pensieri. 
    La collettiva “I tracciamenti Instabili” è formata da Tony, Mirella, Virginia, Giulia. Ci siamo fin da subito considerate abbastanza eterogenee e ora possiamo continuare in questo incessante divenire di ciò che siamo dentro questo processo relazionale e creativo. 
    Ci esercitiamo nel tenere a mente i problemi: quelli planetari ma soprattutto quelli quotidiani per restarci bene a contatto; ci aiutiamo a lasciare fuori il cinismo e ci sforziamo di escogitare strategie di sopravvivenza
    Abbiamo tracciato percorsi che hanno seguito gli intrecci delle nostre curiosità e dei nostri saperi, leggiamo e poi ci confrontiamo sui contenuti, sui dubbi, sulle scoperte e sugli ulteriori intrecci che le parole o i concetti ci suscitano. Come nel gioco della matassa le dita che intrecciano i fili si sono moltiplicate insieme con la partecipazione di alcune di noi al corso su Donna Haraway creando così in entrambi gli spazi nuove figure. Attraverso questo gioco di matassa procediamo per connessioni senza un ordine pre-definito e soprattutto non gerarchico per rendere possibile il renderci capaci l’un l’altra. L’essere specie cum-pagne, sedute alla stessa tavola, si traduce nella franchezza e sincerità in assenza di giudizio.
    Nella nostra collettiva l’eroe finisce dentro alla sporta e diventa un coniglio; si cercano la natura, il soggetto e le parole dell’altra storia, quella non raccontata, la storia della cosa in cui mettere cose, pensieri, le parole e conservarli per quando piove.

  • morte-compost

    morte-compost

    di Ilaria Nassa

    La pandemia da Covid-19 mi ha portata, più che a rimettere in discussione legami e l’affettività con le persone a me consanguinee e non, a riflettere sulla morte e sul modo che abbiamo di celebrarla. 

    Nella nostra tradizione cattolica e cristiana è previsto che il corpo della persona morta venga riposta in una bara di legno dopo aver provveduto a effettuare la veglia notturna. Il corpo nella bara viene portato in una chiesa per la celebrazione del prete e infine il corteo, adornato di fiori recisi, si sposta verso il cimitero. È qui che la bara viene riposta in una nicchia di cemento, dove si trovano i componenti della famiglia del padre. Si viene riposti dove giace il nostro cognome. Essendo le nostre famiglie patriarcali e patrilineari, veniamo ripost* seguendo questo principio.

    I fiori recisi verranno poi buttati e ne verranno tagliati altri per adornare la tomba della persona morta. Il corpo si decomporrà all’interno del cemento e col tempo verranno lavate le ossa e riposte dentro una cricca con altre ossa. Si andrà a trovare la persona morta nel cimitero dove giace con costanza o almeno una volta l’anno, il 1 Novembre. Quando ci si reca al cimitero, si dice che si “va a trovare” i parenti o i cari morti, come se effettivamente questi potessero essere capaci di accoglierci nelle loro nuove case. 

    Questa conservazione ostinata del corpo, mi disgusta e mi spaventa allo stesso tempo. Sento come se non accettassimo la caducità della vita e il nostro essere mera parte organica del pianeta, che si biodegrada nell’ambiente, seguendo il ciclo della Natura, della Vita.

    A prescindere dal credo religioso, oggi è quasi impossibile sottrarsi a questo rito della morte. La cremazione, oltretutto, non è l’alternativa in tal senso: il corpo bruciato risiederebbe comunque all’interno delle pareti di ceramica dell’urna e non avrebbe modo di toccare direttamente alcun terreno.

    Mi pare che ci sia una tendenza a non voler pensare alla vita umana come materia organica, a dare lo stesso valore agli esseri viventi di questo Pianeta. Sento che sarà necessario in futuro ripensare ai riti della morte in una mentalità di nutrimento degli esseri viventi della Terra e di trasformazione del corpo umano in qualcosa di nuovo. Sento che è necessario pensare al nostro corpo morto, come un contenitore utile per concimare la terra. Sento che il modo migliore per onorare la morte sia non di conservare a tutti i costi il corpo nell’atto di volerlo far rimanere immortale (usanza che serve più a chi rimane in vita che a chi ne è privo), ma sia di accettarsi come esseri mortali che vivono perché in connessione con altri esseri mortali non-umani.

    Vorrei che il corpo venisse visto come compost della terra. Vorrei che il mio corpo-compost diventasse nutrimento per un albero. I testamenti dovrebbero allora contenere l’albero che si sceglie di diventare una volta diventati compost: e i riti di morte diverrebbero dei riti di compostaggio della terra, di cura dell’albero, in senso comunitario.

    Credo che questo sia anche l’unico modo per sfuggire a questo rito della morte che ci costringe a tornare alla “casa del padre” a causa del nostro cognome. Diventare compost, diventare un albero, romperebbe tutti i vincoli patriarcali e patrilineari della morte.

    Questa immagine mi rimanda al mito di Apollo e Dafne. Apollo voleva stuprare Dafne, una ninfa. Questa scappò da lui e pregò gli dei e le dee di salvarla. Gli dei e le dee dell’Olimpo, avendo pietà di lei, accolsero le sue preghiere di sfuggire ad Apollo, dio della luce, e la trasformarono in un albero d’alloro. 

    Essere compost e diventare un albero porterebbe alla consapevolezza di essere mortali, di avere un certo tempo su questo Pianeta, a ragionare sulla nostra impronta, a sfuggire alle dinamiche patriarcali anche dopo la morte. 

    Se dovessi scegliere un albero che si nutra del mio compost, sceglierei il fico sicomoro, un albero particolare, che cresce nelle regioni mediorientali.

    Merlin Stone ne fa accenno nel suo Quando Dio era una Donna, ipotizzando che molto prima dell’avvento del patriarcato, ci fossero delle società matriarcali e matrilineari che adoravano una Dea, il cui animale sacro fosse il serpente e il cui albero sacro fosse il fico sicomoro. Il fico ha frutti tondi a grappoli e molto rossi. Merlin Stone ipotizza nel suo saggio che il frutto proibito dell’albero della conoscenza, che nella Genesi Dio ammonì Adamo ed Eva di non mangiare, fosse proprio il fico di quell’albero.

    Ho realizzato questa immagine ricalcando la mia mano e disegnando man mano i rami e i frutti del fico sicomoro, cercando di rimanere il più fedele possibile ai colori e alle forme dell’albero effettivo. Mi sono ispirata al gruppo scultoreo Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini.


  • Un tunnel di terra per sensazioni disperse

    Un tunnel di terra per sensazioni disperse

    di Anna Maria Civico

    Continua a scendere… Si scivola?…Cos’è stato?…lo strofinio dei capelli sul colletto della giacca sintetica…C’è un odore…di minerali, di fresco… L’aria è tranquilla. Mite…Continua a scendere…Qualcosa mi ha sfiorato la testa. Non mi segue. Sono gli ultimi filamenti delle radici. Granelli di terra vengono rilasciati al mio passaggio. Sulla schiena formicolii diffusi nel lato sinistro sottoscapolare. Come essere toccata da impulsi di corrente. Ad ogni impulso corrispondeva un granello di sabbia. La sabbia era intrappolata in alghe di lago, che avevo appeso sul leggìo, dietro la mia sedia. Il lago era quello di Bolsena. Avevo sistemato fogli di carta, a terra, in corrispondenza delle alghe, perché la sabbia non si disperdesse sul pavimento.

    Le alghe erano secche e bianche e a intervalli irregolari rilasciavano sabbia vulcanica che cadeva a mucchietti, per meno di un secondo. Poi niente per dieci o venti minuti. Finché mi dimenticavo della loro esistenza. All’improvviso di nuovo. Il contatto con la carta, provocava onde che riverberavano sulla pelle della mia schiena, pur avendo addosso maglioni pesanti. C’era anche un effetto acustico di frequenze medio-alte rilasciate dalla carta amplificatrice. E’ stato un godimento tattile sottile e sensazionale per le orecchie e per la pelle. In modo differente, locale, specifico. C’era motivo per essere seduta sulla sedia, nella casa, e nel borgo dei pescatori, a Marta. Immersa nel silenzio. C’era la pandemia in corso. Molte, molti di noi stavamo in casa, uscendo solo per urgenze e approvvigionamenti. Erano mesi di isolamento.

    Avevo iniziato a frequentare un seminario di studi su di un libro che amplificava le turbolenze in cui ci trovavamo, aprendo possibilità e visioni per costruire nuove parentele con umani e non-umani. Il Pianeta stava cadendo. Ci guidava una cosmonauta di realismo stregato. Noi, un equipaggio con missioni speciali ovunque. Intraprendere nuove relazioni era vitale. In forma digitale, in presenza, tra gli spettri. Il pensiero aveva iniziato a viaggiare così come viaggiano gli animali e le piante…Le piante non sono mai da sole. Invece qui mi sembra di allontanarmi da tutto. Non ci sono eventi esterni. Fluttuazioni mi allontanano dagli oggetti con cui ho avuto a che fare…Continuo a scendere. Non sono scale, non è un sentiero.

    Ho l’impressione che il mio corpo sia pieno di sfere di vapore acqueo. Scivolo con una direzione e intensità costanti. Sono immersa in un colore marrone-nero, compatto quel tanto da non disgregarsi…Perché avevo raccolto le alghe? Sapevo che mi avrebbero guardato le spalle? Invece me le hanno toccate. Solo dopo avevo saputo che mi avrebbero ricordato della presenza situata, dato che, in un anno di relazioni sociali digitali stavo perdendo il senso e i margini della mia corporeità. Le alghe hanno iniziato a parlarmi. L’ultima cosa che presi prima di rientrare per il coprifuoco. Il web ci stava allontanando, ad una velocità impensabile prima, dalla percezione corporea di essere parte del Pianeta. La gente era narcotizzata e io mi attrezzavo per tenermi sveglia. Cercavo alleanze in un tunnel di terra per sensazioni disperse. Guardo dalla finestra. E’ inverno.

    La pioggia scorre ghiacciata, il freddo inizia ad entrare in casa come una spessa sostanza invisibile. Ognuno in un appartamento. A piccoli gruppi. Singolarmente. La stanza si allontana sempre di più da chiunque e da ogni luogo. Il freddo creava una coltre dove nessuno osava avventurarsi per chiedere aiuto o qualsiasi altra cosa. Non eravamo più abituati al freddo. All’effetto anestetizzante sulla psiche. Alla sensazione di isolamento ambientale all’interno di un isolamento sociale per pandemia. Passavo le giornate davanti alla scrivania sotto la finestra che dava sul cortile. Il cielo era bianco e speravo nella neve. Intanto scrivevo, leggevo, studiavo. Pensavo suoni. Pensavo alle amiche e agli amici. Mi sentivo connessa a loro. Nello stesso momento avvertivo l’inquietudine rosicchiare ciò che poteva. La mia percezione del tempo e dello spazio iniziava a sgretolarsi.

    Fiumando nei ricordi. Scivolando le cose cambiavano continuamente posizione, angolazione, profondità. Qualche volta questo accadeva collettivamente, in piccoli gruppi. Io ero a capo della fila. Sembravamo avere una meta. Camminare era la meta. Le immagini cadono silenziose, come fiocchi di neve, striate di luce di lichene. Ora come spore di muffe bianche si spargono intorno, non per dissolversi ma per essere assorbite…Continuo a scendere, un balugine bianco-oro prende il posto del marrone-nero e di quello che sembrava terriccio. Mi trovo avvolta di polvere di luce. C’è odore di pulito e di ossigeno fresco. Le particelle luminose si infittiscono ma stranamente non abbagliano. Sul fondo un oggetto più denso. Un cespuglio di luce bianco-dorata o filamenti di carta aggrovigliata. Eccole. Ancora lì. Le alghe bianche e secche.