• Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto – Intervista

    di Loredana Lipperini e Claudia Durastanti, Festival del Salone del Libro, Torino, 15 maggio 2020. A cura di Giulia Rossini – Collettiva Matsutake

    Lipperini: In che modo il pensiero dello Chthulucene è un pensiero tentacolare e può se non impedire frenare quello che siamo abituati a definire come il pensiero della catastrofe che è quello che attraversiamo? Il pensiero della catastrofe infatti di certo fotografa il contesto in cui viviamo, ma rischia di peggiorare le cose. A me sono venuti in mente due personaggi di un racconto di fantascienza, sono gli Eptapodi di Storia della tua vita di Ted Chiang. Gli eptapodi hanno una scrittura semasografica, che si sviluppa come una ragnatela, che quindi non ha verso, né direzione né punteggiatura, non ha un inizio né una fine. L’eptapode quindi quando lo scrive sa già ciò che vuole dire. Dobbiamo quindi provare a sviluppare un pensiero che ci ponga ai margini e non al centro? Abbiamo bisogno di parole nuove?

    Haraway: È una riflessione molto ricca e stratificata come il compost più che una singola domanda, il che fa assolutamente al caso nostro! Ci penserò insieme a un compagno familiare appollaiato sulla mia spalla che ha a che fare con lo Chthulucene. È un polpo di pezza proveniente dal Monterey Bay Aquarium. A differenza di gran parte dei polpi giocattolo, il suo occhio è biologicamente corretto, non è un occhio umanoide, rotondo e a noi familiare. È come dovrebbe essere l’occhio di un polpo. Quindi se comprate questo giocattolino, non state comprando una proiezione umana, ma vi state in un qualche modo aprendo alla possibilità di incontrare qualcosa che non siete voi. Un essere vivente che vive in mondi che non vi appartengono, ma che forse state imparando ad abitare insieme a questo altro essere vivente in una maniera meno distruttiva. Per me lo Chthulucene, il tempo dei terrestri, il tempospazio ctonico, non è qualcosa di antico e passato e ritrovabile solo nei testi classici, ma è il tempo dell’essere-terrestri-adesso, insieme ad altri esseri terrestri nello sforzo di vivere e morire bene insieme. In un modo che escluda l’eccezionalismo umano dal quadro, anche se le specificità degli esseri umani, fatte di storie situate, di desideri e bisogni situati non sono fuori dal quadro: sono in questa ricca “intra-azione”, come direbbe Karen Barad, con altre macchine, altri organismi, con il mondo costruito, il mondo ereditato, in termini naturalculturali.
    Non ragiono senza una direzionalità, questo non è un pensiero oceanico, una semiotica di non significati: questo orizzonte di pensiero è invece un mondo fatto di pensieri situati, i cui significati non sono mai semplici né univoci. Se penso, ad esempio, ai ragni non penso all’assenza di una direzione ma penso: di quali ragni specifici stiamo parlando? E dove vivono? E in quali mondi io e i ragni diventiamo presenti vicendevolmente? Si tratta di una relazione distruttiva o tesa a una prosperità? I ragni sono predatori – credo che ci sia un solo ragno vegetariano che si sia mai evoluto sul pianeta terra – e sono straordinariamente bravi a percepire, tracciare e mangiare la loro preda. I ragni non sono metafore semiotiche senza una direzione, ma esseri che esistono e hanno un ruolo ecologico per se stessi e anche per noi: ad esempio, i ragni a casa mia sono bravissimi a catturare le mosche e io non tiro mai giù le ragnatele negli angoli della stanza perché sono molto contenta del fatto che intrappoleranno e cattureranno le mosche. Lo Chthulucene mi interessa in quanto tempo di un vivere e morire insieme all’altro, un vivere e morire materiale, semiotico e situato che si snoda attraverso tante scale spaziotemporali; mi interessa per la capacità di risposta, per la nostra “responso-abilità”. Lo Chthulucene non è una sorta di vaga metafora pseudo-deleuziana, ma riguarda invece l’essere parte della Terra in tutte le sue complessità, che per noi esseri umani implica anche complessità linguistiche ed etiche che non sono le stesse che un polpo potrebbe ritrovarsi ad affrontare! Lo Chthulucene è contro l’eccezionalismo umano e si oppone a ogni declinazione apocalittica e alle svariate narrazioni secolari o religiose protese alla tragedia umana o al suo trionfo, narrazioni che sono evidentemente umaniste in ultima istanza. In questo senso è contro questo tipo di umanismo, ma non contro gli esseri umani! Al contrario, lo Chthulucene è contro tutto un apparato di pensiero, di raccontare e vivere all’interno del paradigma (o nei termini) dell’eccezionalismo umano.

    Durastanti: Hai parlato del vivere e morire bene con le altre specie e gran parte del tuo lavoro recente si focalizza sulla solidarietà inter-specie. Ci ho pensato molto in questo periodo anche per via della pandemia: come si fa ad avere questo tipo di conversazione quando si fa tanta fatica a concepire la solidarietà con la propria stessa specie? Nel libro riprendi un bellissimo passaggio di Flight Ways di Von Dooren in cui c’è un invito a riconoscere il fatto che anche alcune specie animali fanno esperienza del lutto e cercano di riparare la vita attraversando la sofferenza. Mi interessa sapere in che modo i tuoi pensieri stanno cambiando per via della pressione di ciò che sta accadendo in questo momento e come ti rapporti al tema della solidarietà tra specie quando si tratta di un momento così critico per la solidarietà della nostra di specie.

    Haraway: Per prima cosa, se quello che ho detto prima pare interessare solo le altre specie allora mi sono espressa male, poiché mi riferisco a diverse solidarietà anche all’interno di una specie, ma sempre insieme agli altri. Con i virus per esempio, che non sono sempre presenze amichevoli e che in questo caso non lo sono affatto. Come i vari modi di vivere e di morire, di nutrire e uccidere diventano parte costitutiva dell’essere una persona immersa nella sua materialità?
    Quindi la solidarietà con gli altri non è mai stata così intensamente necessaria come adesso e per tanti versi non è mai stata così difficile da costruire, sostenere e diffondere.
    In quanto professoressa in pensione che ha una casa e un giardino, mi trovo relativamente a mio agio, con un’entrata fissa e stabile durante le quarantene indette dal governo e la possibilità di stare all’aperto; per me questo momento è molto diverso dalla situazione che sperimentano molte delle persone migranti qui a Santa Cruz, diverso da quello che vive chi deve lavorare da casa con bambin*, in spazi troppo piccoli e senza reddito. Magari si può avere una sospensione degli affitti ma ciò non significa che tra tre o sei mesi quell’affitto non andrà pagato. Magari un membro della famiglia può lavorare, ma ciò contraddice l’ordine di restare a casa, quindi nel caso quella persona lavori all’aperto viene a malapena tollerata o sgridata dai vicini, convinti di essere messi in pericolo dalla sua presenza, anche se si sa che se quella persona non lavora la famiglia non mangia. Che tipo di solidarietà è necessaria?
    Per prima cosa una solidarietà intesa come un lavoro concreto fatto ora con e per gli altri. Tale solidarietà è un dovere, non un’opzione. È un dovere esercitare pressione politica affinché, per esempio, lo Stato della California prenda misure per garantire cibo, affitto e reddito per implementare politiche che non siano una sospensione delle spese per affitto e mutuo ma un condono. È un dovere esercitare pressioni politiche che spingano a prendere decisioni sull’agricoltura non solo nel breve periodo ma anche nel lungo periodo, ad esempio chiudendo per sempre gli stabilimenti industriali, dove viene praticato il massacro degli animali per il mercato alimentare, garantendo un reddito e uno status legale per le persone che lavorano in questo settore. La maggior parte degli stabilimenti dove si lavora la carne animale negli USA sono tra i centri di maggiore contaminazione e diffusione della pandemia e la maggior parte dei lavoratori impiegati non hanno il permesso di stare nel paese, non hanno documenti anche se sono lavoratori essenziali. In tempi di pandemia, la solidarietà verso le persone migranti è diventata più importante, non meno importante.
    C’è poi il tema dell’educazione alla scienza: in tutto il mondo, e di sicuro dove vivo io, c’è un fortissimo anti-intellettualismo e un piglio anti-scientifico, c’è un sospetto verso gli esperti – e a volte questo sospetto ha ben ragione di essere! Ma, in generale, ci troviamo davanti a una profonda e sistematica ignoranza e diffidenza. La solidarietà implica anche un costante e continuo incoraggiamento verso l’educazione scientifica, magari anche tramite giochi, performance online, paper affidabili, pubblicazioni popolari e diffuse che si occupino di domande fondamentali come: “che cos’è un virus”? “tutti i virus sono cattivi?” “e invece i microbi?” “sono tutti cattivi o abbiamo delle socio-ecologie con i virus e con i microbi?”. Dobbiamo pensare a questo: quale tipo di convivenza con i virus proteggerà qualcuno di più rispetto a un altro? Chi viene protetto e chi è in pericolo?
    Quindi queste domande sulla solidarietà non sono antitetiche alla solidarietà multispecie. Essere una creatura terrestre significa vivere di queste solidarietà necessarie, situate e insieme all* altr*, un “insieme all* altr*” che non è mai solo umano, collocandosi sempre all’interno di ecologie socio-naturali.
    Vi faccio un veloce esempio: questo particolare virus probabilmente si lega in maniera abbastanza diretta a un processo di costante distruzione e semplificazione dei sistemi di altri esseri viventi, tra cui i pipistrelli. Gli stili di vita degli esseri umani, nelle nostre pratiche agricole, nella nostra fitta urbanizzazione, nella nostra penetrazione degli ambienti di vita delle altre specie hanno creato un mondo vulnerabile alle pandemie. Un mondo vulnerabile alle pandemie che i ricchi riescono a tenere a bada – non questa volta, questa volta li abbiamo beccati, anche se non allo stesso modo!
    Pensare seriamente ai virus richiede un pensiero critico sulle pratiche dell’agricoltura favorevoli alle pandemie in modo che diventino meno favorevoli alle epidemie, creando così un vivere e morire con l* altr* che non sia solo orientato al disastro per noi e per le altre specie.
    Questo è il tipo di pensiero di cui abbiamo bisogno ora e non è apocalittico, ma prende seriamente in considerazione l’ipotesi di morti di massa.

    Durastanti: Non credi che sia stata un po’ un’opportunità mancata l’abbondanza e la ridondanza delle metafore di guerra che hanno saturato il linguaggio durante la pandemia con retoriche belliche e con un lessico tecnocratico?

    Haraway: Mi ritrovo completamente d’accordo con te. La metafora della guerra è un fardello enorme al momento e ovviamente non si tratta solo di una metafora: ci sono elicotteri militari che sorvolano la città in omaggio alle infermiere – se alle infermiere servisse un tributo di certo non lo necessiterebbero dagli elicotteri militari!
    Non è solo una metafora! Abbiamo un intero approccio orientato al nemico invece di dire “aspettiamo un attimo: questo è un chiaro segno, e probabilmente anche più di un segno, di ecologie socio-naturali completamente sballate. Il nostro modo di stare con la complessità multispecie è sballato. Come facciamo a riparare queste ecologie danneggiate? Che tipo di lavoro riabilitativo e di recupero è necessario?”
    E in questo discorso è fondamentale includere anche il tema della protezione delle persone che stanno vivendo il lockdown in luoghi di accoglienza senza un supporto al reddito o le persone che devono lavorare anche ora. Ci troviamo in questo stato di urgenza per via di ecologie distrutte. Ci sono infinite metafore a cui possiamo attingere e con cui possiamo lavorare, e non sono solo metafore “felici” poiché non si passa dalla guerra a una sorta di felicità estatica: ci sono altri tipi di serietà che non descrivono lo stare in una fortezza tra i nemici, ma parlano di recuperare e riabilitare il mondo l’un* per l’altr*. Questo non riguarda “solo” gli esseri umani, ma “anche” gli esseri umani.
    Il ripensamento del rapporto naturalculturale non vale solo per i femminismi. Apparteniamo a culture che per centinaia di anni si sono rette sulla premessa dell’eccezionalismo umano sia in senso sacro che profano, orientato a una separazione tra natura e cultura. Il sé si è costituito in questa cornice qui. Stiamo veramente combattendo – vedete cosa ho fatto? Sono andata a prendere subito una parola guerresca, aiuto, aiuto! Siamo irretiti dentro a mondi che cerchiamo continuamente di riparare, recuperare, ripensare e rivivere. Perciò non vale solo per i femminismi.
    Ad ogni modo, il Manifesto cyborg risale agli anni Ottanta, non agli anni Novanta, i primi anni Ottanta ad essere precisi: per tanti motivi per me le origini del Manifesto coincidono con gli Stati Uniti di Ronald Reagan e una nuova riflessione a sinistra in Jugoslavia, nello sforzo di ripensare il marxismo. Il Manifesto si inserisce chiaramente nel contesto degli anni Ottanta, non Novanta. Perciò il Manifesto cyborg aveva decisamente a che fare con la tendenza dei femminismi occidentali, non solo occidentali ma soprattutto questi, di accettare il determinismo tecnologico in chiave anti-tecnologica e di potere criticare l’apparato scientifico e medico a ragion veduta, rendendolo il nemico, invece di riappropriarsi di scienza e medicina per nuovi modi più fiorenti di vivere. Io volevo riappropriarmi dei cyborg per permettere al femminismo di prosperare e questo implicava una seria riflessione sul genere e i suoi apparati: il genere come qualcosa che non è mai solo naturale o culturale, ma qualcosa di diverso, per cui non abbiamo parole; per questo motivo ho fatto implodere le parole, arrivando a “naturalculturale”, qualcosa che nessuno sa pronunciare in maniera davvero spedita in quanto concetti che implodono a vicenda.
    Non utilizzerei il termine “ibrido”, che rimanda a due cose prese distintamente e mischiate, perché è più un’implosione, una specie di “emersione” di qualcosa di diverso, ancora possibile in altri mondi, che, a dire il vero, sono qui e che sono sempre stati qui. Viviamo già in mondi profondi e complessi fatti di solidarietà, di cura e con una fame di giustizia e di cura, di capacità concrete per farlo, di modi seri di vivere con altre specie.
    Queste cose sono ovunque se iniziamo a guardarci bene attorno- e non è detto che “guardare” sia la metafora corretta! Una mia amica, Katie King, quando si parlava di tutto ciò di cui abbiamo bisogno, diceva: “C’è già più di quel che pensiamo, e meno di quel che ci serve”. Più di quel che pensiamo e meno di quel che ci dovrebbe essere. Se pensiamo alle pratiche di giustizia, di cura e di solidarietà vitale di cui c’è davvero bisogno adesso, ne abbiamo di più, qui e adesso, di quel che pensavamo e meno di quanto ne avremmo bisogno. È compito nostro prendere i mondi ricchi di queste cose e aprirne i confini così da silenziare i mondi fascisti, punitivi e militaristi e trasformarli da potenti a insignificanti, riducendoli a inezie.
    Ed ecco cosa i cyborg per me rappresentavano, mentre cercavo di ri-significarli: era sicuramente un progetto femminista, ma non solo femminista.
    In Manifesto cyborg mi riferisco all’epoca in cui si è consolidato ed è esploso il neoliberismo con tutti i suoi apparati esponenziali. Credo che gli anni Ottanta siano stati un decennio di sconfitte degli assetti del secondo dopoguerra, includendo eventualmente anche i paesi nordici con i loro apparati sociodemocratici, apparati presenti anche in Italia: penso agli attacchi ai suoi sindacati o alle femministe degli anni Ottanta attive nell’ambito del lavoro che conobbi in Italia al tempo. Penso che gli anni Ottanta siano stati un decennio critico, un decennio di perdita, di grande perdita per la sinistra progressista, una perdita non totale ma significativa. Il Manifesto cyborg nasce da quello e non penso ci sia un “ritardo” nella sua fruizione in Italia perché durante quel periodo ero in contatto con le femministe marxiste della sinistra italiana che erano impegnate nella lotta sul lavoro; ricevevo notizie dalle femministe tedesche in maniera simile nello stesso periodo. Non conosciamo abbastanza dei nostri reciproci movimenti, di certo questo è un punto da considerare. Credo ci siano anche straordinarie differenze: per esempio, molte mie amiche femministe europee nutrivano un disprezzo per l’ecofemminismo, come se fosse un movimento retrogrado, naturalista, fatto di donne che venerano le dee – se fossi una persona religiosa adorerei una dea!
    A ogni modo, l’ecofemminismo veniva interpretato come una cosa semplicistica e non lo è mai stato, è sempre stato un movimento ricco e complesso. Credo che per alcuni femminismi europei è stato difficile comprenderlo, almeno tra le persone nelle mie cerchie.
    Ricordo di aver tenuto una lecture a Firenze e un gruppo di femministe romane prese il treno per venirmi a sentire. Era il periodo in cui stavo lavorando su The Companion Species Manifesto e in cui parlavo di cani; le femministe romane amavano il Manifesto cyborg, quello era un vero marxismo femminista, teoricamente robusto, un pensiero strutturato, che io avevo completamente distrutto buttandomi su un pensiero naturalista tra le nuvole e fissato con i cani: potevo essere considerata ancora una femminista? Non c’era niente nei cani a cui le femministe potessero essere interessate. Erano molto accigliate, molto sofisticate e io mi sono sempre sentita insicura tra le femministe romane perché erano vestite sempre molto meglio di me! Avevano un aspetto molto sofisticato, erano in grado di parlare di teoria in modi in cui non sono mai stata capace. Ero spaventata a morte da queste femministe romane che erano venute apposta a sentirmi ed erano molto, molto irritate da una femminista americana in comunione con la natura che ama le dee e porta a spasso i cani! Sto esagerando, ma sto esagerando solo un po’, perché più che “ritardo” direi che c’era una distanza: vivevamo nello stesso periodo di tempo ma c’erano fortissime differenze di stile, nell’uso di metafore, nei modi di pensare, nell’imparare ad ascoltarsi a vicenda. Penso che in un qualche modo la verità era che avevamo paura l’una delle altre, io so che avevo paura di loro e loro erano sulla difensiva rispetto a me. C’è voluto tempo e un po’ di senso dell’umorismo per imparare i reciproci femminismi senza essere giudicanti.

    Durastanti: Mentre parlavi pensavo anche a questo interscambio tra il dentro e il fuori, penso alla riscoperta del lavoro di Silvia Federici dopo che è stato un po’ in ombra in Italia, anche perché ha operato in gran parte negli Stati Uniti, e i suoi scritti sul lavoro domestico salariato sono spesso stati marginalizzati qui. Ci sono state conversazioni ma anche distanze.
    Un passaggio del libro che mi ha molto colpita, e so che è una domanda un po’ delicata, è legato a uno dei motti del libro “Generate parentele, non bambini!”: qual è il tuo punto di vista sul rapporto tra femminismo e giustizia ambientale? È una questione complessa perché dici che alcune femministe hanno negato la realtà della Grande Accelerazione e il fatto che ci siamo troppi umani sulla Terra. Come si traduce questo punto di vista nella pratica senza scivolare in scenari pericolosi come il controllo biopolitico del corpo o l’imperialismo? È giusto prendere sul serio la giustizia ambientale e abbiamo davvero il bisogno di fare parentele più che bambini.

    Haraway: Prendo questa domanda molto seriamente e forse è stata la domanda più difficile con la quale abbia mai dovuto confrontarmi, motivo per cui non penso ci sia una risposta semplice. Consideriamo un libro – Making Kin. Fare parentele, non popolazioni: è un piccolo libro a cui ho lavorato con altre femministe come Adele Clark, Kim TallBear, Michelle Murphy, Ruha Benjamin, Yu-Ling Huang per cercare di confrontarci con una domanda difficilissima. Non siamo tutte d’accordo qui dentro, ma si tratta di un gruppo di femministe situate che tengono moltissimo al tema della cura e della giustizia nell’ambito dei diritti riproduttivi, che riconoscono la priorità delle donne del femminismo di colore[1] come SisterSong, che ha sviluppato gran parte del pensiero attorno alla giustizia riproduttiva, inclusa la terminologia. C’è un impegno verso la giustizia riproduttiva dal punto di vista femminista verso i diritti delle donne quando si tratta di autonomia riproduttiva e autonomia sessuale. Con questo vogliamo dire che solo una donna può prendere una decisione se avere un bambino o meno, rifiutando tutte le forme di coercizione sociale da parte dei programmi di controllo della popolazione. Riconosciamo lo scandalo procurato da tanti fenomeni di ingiustizia riproduttiva, come l’esistenza di abitazioni non adeguate, di un’istruzione non adeguata, assistenza sanitaria fallimentare, razzismo, il disprezzo verso bambin*, l’uccisione di giovani uomini neri, la separazione forzata dei bambini al confine con il Messico: sono tutte forme di ingiustizia riproduttiva, che rimangono un tema di interesse primario per le femministe, senza dimenticarci, neanche per un secondo, una domanda fondamentale: come possiamo prendere in considerazione allo stesso tempo la contraddizione rispetto al numero sempre crescente di umani, in un senso non-malthusiano? Se non usiamo parametri malthusiani, una femminista come noi si accorge subito del fardello imposto sulla Terra da parte della popolazione che vive nelle regioni ricche del mondo. Gli assalti più gravi alla giustizia riproduttiva avvengono nei contesti benestanti e consumisti: parlo di contesti iper-capitalisti, iper-consumatori in cui nascono meno bambini ma che hanno un impatto molto gravoso sul pianeta e anche sui bambini meno abbienti oltre che sulla biodiversità in generale. Penso per esempio alle attività di estrazione mineraria, volte a produrre le sostanze rare necessarie per produrre un mondo interconnesso tecnologicamente, così come le catene di produzione e distribuzione che hanno date conseguenze sugli esseri umani, così come altre implicazioni sulla biodiversità quando si parla di produzione dell’olio di palma per ottenere vari prodotti, l’industria della carne, per la soddisfazione degli appetiti del mondo benestante e la costruzione di apparati multinazionali commerciali per aumentare il consumo di carne, sia come pratica sia come status di benessere. Lo sviluppo globale della classe media occidentale l’ha portata a essere la classe che consuma sempre di più. Quindi anche se gli indici di natalità si abbassano – e si stanno abbassando pressoché ovunque – le pratiche di distruzione si intensificano. E queste sono tutte domande incentrate sulla riproduzione. Allo stesso tempo, come ho scritto in Making Kin. Fare parentele, non popolazioni quando sono nata, nel 1944, la popolazione globale era di circa 2,4 miliardi di persone e quando morirò da donna bianca ricca e privilegiata – a meno che il Covid non mi prenda prima – la popolazione della Terra sarà attorno agli 8,5 miliardi, forse un po’ di più. E così, nel giro della vita di una ricca donna bianca privilegiata il numero di persone è aumentato così tanto. Questo non va bene. Cosa ha scatenato questi numeri? Per molti versi sono state le stesse forze che hanno scatenato l’iper-sfruttamento chiamato Grande Accelerazione, che è un termine che uso con cautela perché porta con sé tutta una serie di ideologie problematiche. Ma le grandi esplosioni dell’industria agricola, dell’estrazione mineraria, dell’esaurimento genetico e dei grandi numeri, sommate all’esplosione degli ordini socioeconomici del secondo dopoguerra, che hanno preso una svolta netta negli anni Ottanta con il neoliberismo, sono apparati riproduttivi basati sulla crescita illimitata e il prodotto di questa crescita va a vantaggio di alcuni e a discapito di altr*. Parliamo di apparati di crescita, non solo di ideologie e gli esseri umani sono stati nella morsa di questi apparati esplosivi sia in termini di numeri sia rispetto ad altri aspetti: le persone sono state private delle proprie terre, dei metodi interni alle comunità per tenere sotto controllo e auto-regolare i propri numeri; le persone sono state private dell’autonomia in tantissimi modi. Gli esseri umani venuti al mondo nel secondo dopoguerra, coloro che sono “nat*” allora, sono quasi un gruppo uscito dalla fantascienza in quanto nat* in apparati basati sullo sfruttamento e la crescita intensificata.
    Quindi sì, penso che dovremmo essere di meno e credo che in un centinaio di anni lo saremo. Ci sono voluti centinaia di anni per arrivare qui e riusciremo a diminuire grazie alla giustizia riproduttiva multispecie, che include anche gli esseri umani: giustizia e cura riproduttiva devono essere anche mezzi e non solo fini e ciò significa prendersi cura della dimensione abitativa, della salute, dei diritti sessuali, della autodeterminazione riproduttiva. Io voglio vivere in un mondo a favore di bambini, mentre ora vivo in un mondo a favore della natalità e non a favore dei bambini, perciò voglio che le persone, me compresa, generino parentele in modo che i neonati siano sempre meno e preziosi. Gli indici di natalità sono crollati in tutto il mondo e stanno crollando ovunque tranne nelle aree più sfruttate, dove la sofferenza riproduttiva delle donne è ancora intensa. “Fare parentele, non popolazioni!” è uno slogan più corretto ma suona peggio, mentre “fare parentele, non bambini” è un grande slogan ma può essere facilmente strumentalizzato dagli apparati razzisti e classisti che promuovono il controllo della popolazione. D’altro canto, non parlare del fardello dei numeri umani, evitare anche solo una semplice discussione su cosa significano questi numeri non è possibile. Entro la fine del secolo, se saremo fortunati e gli indici di natalità rimarranno bassi, se e solo se queste condizioni verranno soddisfatte, i numeri si assesteranno sugli 11 miliardi. Le femministe come me fanno fatica a parlarne con le altre poiché se lo fai possono dire che sei razzista, ed è questo quello a cui mi oppongo. Dobbiamo combinare le politiche a favore della generazione di parentele con la giustizia riproduttiva come mezzo e non solo come fine.

    Durastanti: Siamo un festival devoto alla fiction e all’immaginazione ed è giusto ricordare che c’è un capitolo nel libro, I bambini del compost, dove tu effettivamente immagini una parentela con le farfalle monarca per rallentare la crescita della popolazione umana della terra. A volte le storie funzionano meglio degli slogan.

    Haraway: Bisogna ricordare che in quelle storie di Camille, ogni creatura ha almeno tre genitori umani a testa. La socialità di Camille in un legame simbionte con le farfalle monarca implicava la solidarietà di alcune popolazioni native, ad esempio delle donne contemporanee zapatiste che lottano per proteggere le risorse idriche in Michoacán e in Messico. La solidarietà in quelle storie multispecie si basa su una parentela che va al di là dell’eccezionalismo umano, ma non al di là dell’umano.


    [1] Traduzione fedele all’originale inglese “of color”. Come Balzano, Ferrante e Timeto scrivono nella postfazione all’edizione italiana di Makin Kin: “ci teniamo a specificare che sappiamo che questo termine è rifiutato da molte persone nere italofone che vedono nell’utilizzo di questa espressione un modo per neutralizzare il peso della razza e rendere trasparente il suprematismo bianco; tuttavia ci sembra più appropriato tenere questa traduzione come calco di quello che abbiamo trovato in inglese e segnalare al contempo l’insufficienza della traduzione” (Makin kin. Fare parentele, non popolazioni, DeriveApprodi, 2022, 188).

  • Maschilità Virilità Maschilismo

    Maschilità Virilità Maschilismo

    Quello che segue è lo “script” della lezione tenuta il giorno 24 Marzo 2018 a Roma Tre, nell’ambito del laboratorio Lineamenti del Master Studi e Politiche di Genere. Mi scuso in anticipo per il tono tipico del “parlato” riportato qui. Il testo vuole essere, oltre che un aiuto per gli studenti, occasioni di ulteriori scambi e approfondimenti sugli argomenti toccati.

    Oggi esploreremo insieme il campo semantico e quello pragmatico di queste tre parole: maschilità, virilità e maschilismo. Cercheremo di capire in che modo, perché, in che senso queste tre parole ineriscono alla storia del pensiero di cui ci occupiamo in filosofia e dei paradigmi di cui ci occupiamo in questo master, in questo laboratorio.

    Guiderò io questa ricerca: Lorenzo Gasparrini, filosofo – precisamente fenomenologo – femminista, cioè un filosofo che lavora con i metodi della fenomenologia e l’approccio femminista alla storia e alla pratica del pensiero occidentale. Questo è un master e un laboratorio: mi è parso molto onesto nei vostri confronti portarvi alla discussione quello che sto facendo, le cose su cui lavoro e che studio, affinché il nostro incontro di oggi sia insieme una esposizione – semmai le due cose si possano separare – di contenuti e di metodi.

    Prima di affrontare le tre parole di cui abbiamo parlato, una premessa è necessaria.

    Il posizionamento – un’altra parola – viene usata nel senso che ci interessa per la prima volta da Adrienne Rich in una conferenza in Olanda. Rich si accorge di cosa viene proiettato sul suo corpo di donna: discorsi costitutivi, identitari, simbolismi, sguardi altri che sussumono in categorie universali declinate in un generico impersonale maschile quello che universale maschile non è: il suo corpo. Che invece è un soggetto situato fonte di un senso proprio.

    Quando mi pongo di fronte a voi come filosofo femminista che fa un’analisi dei fenomeni per come si presentano nella mia esperienza alla coscienza, faccio un lavoro analogo: mi pongo in una esperienza già data e la critico dalla mia situazione, ne cerco i fondamenti trascendentali. Essere-nel-mondo è tutto fuorché una condizione astratta o universale, ha innanzi tutto un genere che ne condiziona la percezione e il linguaggio, esperiti ed espressi, di cui ho coscienza nelle relazioni in quanto soggetto situato. Per esempio – non è certo una novità nella storia del pensiero – si dovrebbe cominciare con l’analisi di una relazione che si tua tutti e tutte per la prima volta: essere nati e nate da una donna.1

    Cominciamo con la prima parola, maschilità. Per definizione essa è l’insieme dei caratteri fisiologici e/o tradizionali propri del maschio, del maschile. L’elemento interessante è la pretesa di tenere insieme un elemento naturale e uno storico: pretesa possibile solo attraverso l’attuazione di particolari poteri. Il potere del “normale”, metaconcetto sovrastorico e categoriale che interviene laddove la vigente caratterizzazione della maschilità è intaccata. Questo metaconcetto esiste anche nella versione opposta e complementare: l’emergenza. Stiamo parlando di eterosessismo: la normale maschilità è eterosessuale, condizionando così anche la femminilità. Lo strumento che attua questo potere è il sessismo, la discriminazione di comportamenti e di pensieri a seconda del genere.

    Storicamente viene costruita una rete di relazioni che veicola poteri (discriminanti e oppressivi) che identificano una vera e propria educazione alla maschilità il cui scopo possiamo riassumere così: fare di ogni differenza una gerarchia, congelando le differenze dei corpi e delle storie di ciascuno/a soggetto/a situato/a in una gerarchia di poteri e valori nei quali il maschile eterosessuale è in cima.

    La frase “la presenza nel mondo implica il porsi di un corpo che sia una cosa del mondo e un punto di vista sul mondo” potrebbe essere stata scritta da tre autori ai quali facciamo continuamente implicito riferimento: Simone De Beauvoir, Maurice Merleau-Ponty e Ludwig Wittgenstein. Quel paradosso del soggetto situato basterebbe da solo a scardinare la gerarchia di potere maschile (e ogni altra, probabilmente, in senso politico) e storicamente questo paradosso ci ricorda due momenti importanti:

    • le interpretazioni storico-sociali della maschilità egemone portano alla creazione di maschilità funzionali ai nuovi ruoli di potere: il romanzo borghese nasce per soppiantare l’epopea omerica, ormai inservibile, con l’epopea del self made man (riconosciuta in anticipo dai romantici tedeschi come Fr. Schlegel che già vede nell’ironia romantica lo smascheramento di quel potere), che legge quei libri che passeranno da Erziehungsroman (romanzo pedagogico) a Bildungsroman (romanzo di formazione).

    • Il corpo dei re dell’ancient regime era sacro e diverso (per molti secoli si è creduto davvero che avessero il sangue di un altro colore, il sangue blu). La ghigliottina rivoluzionaria distrugge quei corpi (e quelli della regina e quello di Olimpe de Gouges che le aveva descritto la sua oppressione) ma non quel potere che passa dal corpo di pochi a una massa, a una classe, alla borghesia del denaro.

    Arriviamo alla definizione di virilità: essa è un tempo, il tempo dell’azione maschile, il tempo della maschilità nel mondo, una dinamica di esercizio del potere maschile. Avendo un inizio e una fine, essa prescrive un simbolismo iniziatico e finale per le sue manifestazioni, l’ordine simbolico fallico di cui hanno parlato tanti femminismi. Spesso ne hanno parlato come di una vera e propria teleologia nascosta ed efficace, un “grande disegno” di dominio che non è un complotto ma è il patriarcato, la forza politica e sociale che persegue il fine di perpetuare il potere con caratteristiche maschili.

    Il simbolismo è quello del “successo” borghese cui sono devoti linguaggi e immaginari della comunicazione moderna, che nascono appunto negli anni di affermazione di quella classe sociale. Da filosofo però non posso non constatare che questa distorta e dispari gerarchia dei generi a vantaggio del maschile e che produce le idee di maschilità e virilità è un vero e proprio canone presente da sempre: da Aristotele a Kant non c’è filosofo occidentale minimamente importante che non abbia scritto almeno un passaggio di esplicita misoginia, di chiara oppressione del genere femminile o di esaltazione di quello maschile come “il” genere vero e proprio, l’unico e il solo in grado di pensare il mondo nel modo corretto.

    Questo non vuol dire che tutta la filosofia occidentale sia da buttare via: come nella migliore tradizione dell’ecologia, dobbiamo imparare a usare gli scarti, le macerie, e non a gettare via. Judith Butler è una grande conoscitrice di Hegel e lo sa usare, pur nella cosapevolezza lonziana che c’è da sputarci sopra.

    Non va mai dimenticato che lo strumento della logica duale è da sempre in azione ed è una ulteriore strumentazione del pensiero in palese contraddizione con il corpo e il soggetto situato. Questo non percepisce né significa mai due soli “stati”, due valori, ma molte più differenze. Come ricorda Merleau-Ponty con una frase finita poi in una canzone dei Tiromancino “sono le sfumature a dare vita ai colori”. E, ci ricorda il Foucault che di Merleau-Ponty aveva studiato ossessivamente ogni appunto reperibile, è il potere a produrre il sapere, e non viceversa.

    Per troppi secoli il discorso filosofico è stato a una voce sola. Sono un filosofo femminista da quando ascolto e provo a mettere in pratica ciò che arriva da quest’altra voce, che mi fa riconoscere tante cose prodotte da quell’unico monologo precedente:

    • l’onnipresenza dei dispositivi sessisti nella lingua, nel linguaggio e nei comportamenti;

    • l’ipocrita “crisi del maschile” con il quale si appella la reazione sociale alla perdita di potere di un genere, educato a non vedere in quella perdita nuove libertà possibili;

    • l’altrettanto ipocrita “ritorno alla natura” (idea storica anch’essa) e a una “selvatichezza” maschile che sarebbe la salvezza di tutti e tutte;

    • il “divide et impera” politico con il quale si cerca di tenere divisi femminismi e femministe/i attraverso l’uso strumentale di divisioni di potere.

    In una parola, quella voce sola è maschilismo.

    Per questo nessuna delle relazioni di potere agite o veicolate dal maschilismo è simmetrica, ma sempre gerarchica; il primo inganno ancora tanto creduto è che il maschilismo sia il contrario del femminismo, ossia la stessa “ideologia” ma agita dagli uomini. Basterebbe l’esperienza biografica di Angela Davis, poco tempo fa ospite qui a Roma Tre, per raccontare come sia possibile che uomini neri, attivisti comunisti negli USA degli anni ‘70 – immaginate quindi a quante e quali forze oppressive dovessero fronteggiare – riuscissero a essere schietti e sinceri maschilisti nei confronti delle compagne di lotta come lei. Neanche la comunanza dei tanti razzismi subiti, delle persecuzioni sociali vissute insieme, era capace di scalfire la gerarchia tra generi instaurata, al di là del colore della pelle e delle sofferenze politiche, dal patriarcato vigente.

    Della paradossale situazione del soggetto situato soffrono anche le discipline di cui stiamo parlando. Abbiamo cioè discipline con un oggetto, e abbiamo questo oggetto che diviene soggetto e pone interrogativi alle altre discipline. In questo senso i femminismi sono antidoti al potere che crea maschilità oppressive, virilità, maschilismo. Gli esempi della letteratura comparata e della filosofia interculturale hanno già dimostrato come funzionano discipline “a più voci” che rendono fecondi quei paradossi dei soggetti incarnati, invece di zittirli o di “astrarli” in concetti universali vuoti e disponibili per i poteri vigenti.

    Se n’è accorta anche la filosofia da quando concede sempre più spazio alla letteratura e alla sua consustanziale ironia: per tutto il ‘900 fior di filosofi lasciano la parola a romanzieri/e, a poeti/esse.2

    Il campo semantico e pragmatico di quelle tre parole va quindi pacificamente permeato di discorsi che ne sgretolino il potere monocratico e monocorde a partire dalle esperienze critiche dei soggetti situati. E’ quello che già fa, da almeno due secoli, tanto femminismo. Tra cui, per una piccolissima frazione, il vostro filosofo femminista che vi ringrazia.

    1 Provenendo da studi di estetica, mi è familiare il paradosso di un soggetto situato che è anche un oggetto situato come accade nello studio della bellezza come fenomeno né oggettivo né soggettivo ma di relazione; un tipico studio fenomenologico che non può porsi senza posizionamento.

    2 Intreccio ben documentato, ad esempio, nell’estetica di Emilio Garroni.

  • LIBERE DALLA VIOLENZA AMBIENTALE. Le violenze sui territori colpiscono anche noi

    Per il benessere dei corpi e degli ecosistemi
    I corpi delle donne non sono scissi dagli spazi che abitano, dai territori che attraversano e che costruiscono, dalle relazioni che intessono con altri corpi, umani e non, in presenza e a distanza, dalle economie (che subiscono e contribuiscono a creare). Vediamo la necessità di inserire nel nostro piano il tema della violenza ambientale sulle donne, su tutti gli esseri viventi e sulla natura stessa, intesa come tessuto bio-relazionale in cui siamo tutte interconnesse, perché riconosciamo nel modello antropocentrico, neutro-maschile, eterosessuale corrente un dispositivo di dominio patriarcale che impone come “naturale” un sistema di oppressione e sfruttamento dei corpi.
    Definiamo “violenza ambientale” quella che si attua contro il benessere dei nostri corpi e gli ecosistemi in cui viviamo attraverso pratiche di sfruttamento biocida, ossia attraverso uno sfruttamento che impiega mezzi e sostanze nocivi per la salute dei microrganismi animali e vegetali; è violenza ambientale quella che disegna spazi urbani e rurali attraverso logiche che non rispondono alle esigenze delle donne e nega accesso agli spazi abitativi e non; quella che nega ai territori, attraverso i concetti dominanti di sicurezza e decoro, la possibilità di autodeterminarsi, la libertà di movimento ed espressione; quella che li militarizza e occupa per sfruttarne le risorse; quella che non riconosce l’interdipendenza tra gli esseri viventi, la coappartenenza tra esseri umani e ambiente avvalendosi di una visione scientifica coloniale e colonizzatrice incentrata sulla definizione e normazione di corpi, etnie, culture e sulle istituzioni di rapporti gerarchici e di dominio tra essi.

    Spazi e pratiche transfemministi contro lo sfruttamento neoliberale
    A partire da una posizione femminista transnazionale e decoloniale¹ bisogna cominciare a ridisegnare i territori come spazi in cui le donne e tutte le soggettività possano vivere a partire dai propri desideri e dalla propria libertà; ridare quindi centralità politica alla riproduzione sociale della vita e alle pratiche di cura collettive, restituendo priorità ai corpi e alle loro sensibilità e rifiutando le logiche patriarcali e neoliberali che vogliono queste attività a esclusivo e naturale appannaggio delle donne. Vogliamo intraprendere un cammino comune a livello transnazionale nell’esercizio e nello scambio di pratiche transfemministe volte alla costruzione di politiche economiche decolonizzate e di pace, alternative a quelle biocide ed estrattiviste del capitalismo neoliberale, che ingaggia guerre, azioni militari e occupazioni di territori, al fine di sfruttare risorse ambientali e umane; azioni comuni, quindi, anche con le donne che lavorano nei territori contro l’inquinamento e le grandi opere e a difesa della salute di tutt@. Riaffermiamo inoltre la connessione tra spazi rurali e città, nella produzione e distribuzione, nell’uso delle risorse e dei territori, nella creazione, gestione e difesa dei beni comuni.

    Oltre il modello antropocentrico
    Vivere e costruire reti tra i movimenti delle donne nel mondo significa assumersi la responsabilità di immaginare collettivamente alternative a questo sistema economico, apprendendo le une dalle altre nelle gestioni partecipate e nella riprogettazione dei territori, nella difesa delle biodiversità, dei beni comuni e delle produzioni agroecologiche, degli spazi urbani decolonizzati e fuori dalle logiche di dominio sulla natura, di una classe su un’altra, di un popolo su un altro, degli uomini sulle donne e sulle altre soggettività, di una specie sull’altra. A partire da qui affermiamo pertanto la necessità del superamento del modello antropocentrico corrente: soggezione, sfruttamento della natura, degli esseri umani e delle altre specie e patriarcato si intrecciano infatti nella concezione delle relazioni come dominio e proprietà proprie di questo modello.
    L’antropocentrismo, intatti, considera l’Uomo (che non è mai un termine neutro) al centro dell’Universo, padrone assoluto di tutto ciò che lo circonda, collocandolo in una posizione maggior rilievo e perciò di predominanza rispetto al resto del vivente e agli equilibri terrestri. Costruire e imporre questa prospettiva come “naturale”, universalmente accettata e condivisa è il modo più efficace con cui l’uomo conserva la sua identità, supremazia e potere. Scegliamo, quindi, una prospettiva ecofemminsta per decostruire l’antropocentrismo a partire dalle esperienze concrete e situate delle donne.

    Note:

    1 I femminismi transnazionali e decoloniali sono movimenti femministi plurali in grado di collegarsi ad altre questioni e ad altri territori grazie al protagonismo di tante donne in tanti luoghi del mondo. Parlare di femminismi transnazionali vuol dire ribaltare/modificare/integrare le narrazioni che rimangono spesso troppo coloniali e non tengono conto delle esperienze di donne non bianche e non borghesi. I femminismi decoloniali riconoscono che le forme di oppressione sono molto diverse tra loro e che le loro caratteristiche dipendono da condizioni contingenti come la collocazione geografica, il periodo storico e la cultura locale patriarcale, le etnie, così come sono molteplici le modalità politiche di resistenza/resilienza/lotta delle donne.

  • Gea  Piccardi – Donne per Expo: note critiche a margine del megaevento 2015

    Gea Piccardi – Donne per Expo: note critiche a margine del megaevento 2015

    Dietro l’icona della vita, le politiche delle multinazionali e della governance attuale

     «WE-Women for Expo parla di nutrimento e lo fa mettendo al centro la cultura femminile. Ogni donna è depositaria di pratiche, conoscenze, tradizioni legate al cibo, alla capacità di nutrire e nutrirsi, di “prendersi cura”. Non solo di se stessi, ma anche degli altri… Le artefici di questo nuovo sguardo e nuovo patto per il futuro [saranno] le donne».
     Così recita la presentazione del progetto che Expo 2015 dedica alle donne come prime protagoniste del grande evento mondiale che avrà sede a Milano tra qualche mese. Donne, quindi, come icona di salvezza, universale mitico che raccoglie in sé i valori della generazione, della cura, del nutrimento, della maternità. Donna come portatrice di un potenziale differente nel lavoro, nell’impresa, nella cultura. Insomma, Expo lancia un grido al mondo: 
    «Nutrire il pianeta, energia per la vita», a cui dovrebbero rispondere tutte le donne «per essere le protagoniste del cambiamento e di uno sviluppo pienamente sostenibile».

                In questo grido, che è un grido d’allarme, leggo il segno violento di una storia millenaria: la Storia del maschio, dell’Uomo come categoria universale e universalmente imposta, scritta da quell’infamia originaria di cui parla Lea Melandri per cui 

    «la donna che entra nella storia ha già perso concretezza e singolarità: è la macchina economica che conserva la specie umana, ed è la Madre, un equivalente più generale della moneta, la misura più astratta che l’ideologia patriarcale abbia inventato».

    Expo, quindi, smette di essere “solo” un cantiere di speculazioni e un banco di prova delle nuove riforme strutturali del lavoro (all’insegna del self-management, della gratuità e della flessibilità), ma si configura anche come spazio di produzione di discorso, di simboli, di miti e di pratiche che vanno ad alimentare un’idea di mondo nata nella notte dei tempi, «un dramma di cui si cominciano a vedere oggi i protagonisti». Uno dei campi discorsivi e simbolici attorno a cui si costruisce l’Esposizione Universale del terzo millennio è appunto quello della femminilità come insieme di attributi salvifici e creativi della donna e quello della vita come terreno di sfida politica ed economica. Il mito trascendente della Dea Madre o della Madre Terra, mito universale che sacrifica l’immanenza e la singolarità composita delle vite in un’astrazione separata dai corpi, è sempre esistito nella cultura maschile e patriarcale. È quell’ideale prodotto dall’Uomo in corrispondenza a un sistema di dualismi che vedono irrimediabilmente separati mente e corpo, materia e forma, produzione e riproduzione e il cui correlato è stata la creazione di un “femminile” tanto negato e oppresso  nello spazio del biologico e del riproduttivo, quanto sacralizzato in veste di principio materno, generativo e vitale. Questo mito non ha smesso di esistere nell’epoca della religione del denaro e anzi, negli ultimi quarantanni, ha avuto un ruolo preminente all’interno di quel passaggio storico in cui un nuovo paradigma economico ha tentato di recuperare la forza dirompente delle lotte femministe degli anni Settanta. Ha stabilito, cioè, quel differenziale femminile da poter valorizzare sul mercato che prende il nome di diversity management: maggior capacità di cura delle relazioni, di creatività e di pragmatismo che richiamerebbero gli attributi tipici del lavoro domestico come luogo – in fondo e sempre – riservato alle donne.

                Expo conferma questa narrazione e ne mostra i paradossi, rilancia la sfida internazionale in difesa della vita e in nome delle donne ma ne svela il nesso indissolubile con le logiche di accumulazione di profitto e con le politiche della morte dell’attuale governance globale.

    Non a caso uno dei primi partner di Expo (insieme a Nestlé, Coca Cola, McDonald’s, Mekorot e Israele, Barilla e tanti altri) è Monsanto, la più grande multinazionale di biotecnologie agrarie e principale produttrice di semi geneticamente modificati del mondo, nonché mostro devastatore di ambiente (attraverso il monopolio delle sementi e dell’imposizione dei brevetti sui semi e l’uso di agro-tossici e agenti chimici che distruggono le proprietà del terreno e che causano cancri mortali alle persone che vivono nelle località limitrofe alle aree contaminate) e principale obiettivo di lotte e contestazioni da parte di numerosissime organizzazioni disseminate su tutto il pianeta. A questo proposito mi viene in mente il caso di Ituzaingó, una località argentina situata nella periferia di Cordoba e circondata da coltivazioni intensive di soia di proprietà di Monsanto. Qui, a partire dal 2001, un gruppo di madri (Las madres de Ituzaingó) cominciò a denunciare la morte dei propri figli nati con disparate malformazioni, gesto che inaugurò l’inizio di una lotta feroce che dura tutt’ora contro la multinazionale e l’uso di agro-tossici. Quando cominciarono le ricerche si scoprì che su una popolazione di circa mille persone 200 soffrivano di cancro, si rilevarono casi di giovani da 18 a 25 anni con tumore al cervello, altri dai 22 ai 23 che già erano morti e più di tredici casi di leucemia in bambini e ragazzi giovani. Lo scorso Luglio a Buenos Aires ho avuto la fortuna di partecipare all’inaugurazione del FINCA (Festival Internacional de Cine Ambiental) che ha dedicato la prima serata ad Andres Carrasco, un biologo molecolare che aveva lottato in piazza a fianco de las madres e che aveva dimostrato scientificamente gli effetti nocivi del Glifosato, ingrediente contenuto nei pesticidi di Monsanto.

    E così penso anche alle centinaia di sgomberi che hanno colpito negli ultimi mesi alcuni quartieri popolari di Milano, in particolare Corvetto, Giambellino e San Siro, e che seguiranno fino all’inaugurazione di Expo, come previsto dalle dichiarazioni del presidente della regione Roberto Maroni. Sebbene non sia esplicitato il nesso che lega il provvedimento repressivo e il mega evento di maggio, è evidente che  dietro il primo ci sia l’intento di riqualificare la città in vista del ruolo-vetrina che le sarà attribuito per tutto il 2015. Così centinaia di persone hanno occupato le strade per fermare un’inaudita violenza poliziesca che obbligava decine e decine di famiglie a lasciare le proprie case, un tetto sotto cui vivere. Senza dimenticare la denuncia di quella donna che ha perso il figlio di cui era incinta durante gli scontri e le manganellate.

                Questo per mostrare, attraverso due esempi tra migliaia, la faccia oscura, necropolitica, di un evento come Expo e del modello di “sviluppo” che ci propone. Accanto alla costruzione di nuovi miti di generazione, di cura e di nutrimento (con tutta una simbologia che riguarda la Donna, la Terra e la Vita) e alla produzione della femminilità come insieme di fattori messi a valore dal mercato, Expo si fa portatore di un sistema economico e politico che fa della riproduzione della vita e dell’ambiente il principale campo di sfruttamento e di espropriazione. E, sebbene si tratti di un modello di mondo che ha radici in un pensiero sessista e patriarcale che ancora oggi vive in tutte le manifestazioni di violenza diffusa e crescente sul corpo delle donne, la sua portata distruttrice riguarda tanto le donne quanto gli uomini e le altre soggettività oltre il genere, ed è per questo che tutti e tutte siamo tenute a rispondere. La sfida che ci pone Expo è a trecentosessanta gradi, è radicale perché interroga alla radice le strategie future delle multinazionali e della governance globale: si tratta di decostruire categorie di genere imposte dal mercato, di stabilire cosa significa per noi vita e biodiversità, di saper ricostruire il cammino della filiera produttiva che connette a filo teso le piantagioni intensive di soia e mais transgenici del Latino America ai nostri acquisti al supermercato e chiederci che risposta diamo noi alla crisi agro-alimentare, e tanto altro.

    Rosi Braidotti scrive che

    «confrontarsi con la storicità della nostra condizione significa spostare il fulcro della riflessione verso l’esterno, nel mondo reale, in modo da assumersi le responsabilità delle condizioni e relazioni di potere che definiscono la nostra collocazione. L’epistemologico e l’etico avanzano in tandem nei complicati orizzonti del terzo millennio. Ci occorrono creatività concettuale e coraggio intellettuale per afferrare quest’occasione, e non si può tornare indietro».
    Credo che questa esortazione bene riassuma la portata epocale della battaglia contro Expo.