• Ilaria Boiano, Femminismo e processo penale. Come può cambiare il discorso giuridico sulla violenza maschile contro le donne, Ediesse, Roma 2015

    Ilaria Boiano, Femminismo e processo penale. Come può cambiare il discorso giuridico sulla violenza maschile contro le donne, Ediesse, Roma 2015

    Di Anna Simone

    La letteratura giuridica, socio-giuridica, femminista e pamphlettistica che si è andata diffondendo negli ultimi anni attorno al tema, di grande attualità, della violenza maschile contro le donne, è spesso stata ed è ancora molto poco attenta agli innesti complessi che la lettura e l’interpretazione del fenomeno dovrebbe suscitare. Si passa da un’impostazione interamente basata sulla vulnerabilità femminile e sulla “vittimologia” ad una impostazione solo di ordine legislativo, da un bisogno linguistico di coniare nuovi termini ad una messa a tema solo gridata o di stampo “opinionista”. Il volume di Ilaria Boiano, invece, (Femminismo e processo penale. Come può cambiare il discorso giuridico sulla violenza maschile contro le donne, Ediesse 2015), oltre ad essere il testo più completo sotto il profilo teorico, esperenziale e giuridico che finora sia mai stato scritto sull’argomento, ha il pregio straordinario di innestare teoria femminista e cultura giuridica interna ed esterna senza mai cedere alla banalità o a letture unidirezionali. Nonostante all’interno del volume, frutto di una lunga ricerca di dottorato, si possa accedere alla comprensione della genealogia dei termini femicidio/femminicidio, ormai talmente abusati dalla doxa da essere diventati quasi indifferenti all’opinione pubblica, tranne qualche processo di “notiziabilità” di un caso specifico tra altri, Ilaria Boiano mette subito le cose in chiaro: meglio usare l’espressione “violenza maschile contro le donne” per individuare meglio il chi e il cosa di cui si parla che, appunto, femminicidio. Così come colpisce in positivo il bisogno di specificare il posizionamento esperenziale dell’autrice: avvocata, studiosa di diritto penale e femminista. Una ricerca legata alla postura del “femminismo giuridico”, così come articolato e coniugato su questo sito, che tesse senso tra esperienza, discorso critico sul diritto, sulla ricerca, ma anche tentativo riuscito – con innumerevoli esempi – di torcere dall’interno la stessa articolazione solo formalista e procedurale del giuspositivismo giuridico. Citando Lia Cigarini, l’autrice del volume ci dice che aveva bisogno di rendere giustizia a “quella parte muta” di sé che spesso ci rende scisse nei luoghi dominati da una certa organizzazione del potere: “Nello studio delle varie materie giuridiche, infatti, mi mancava la parola, così come mi mancava nelle situazioni collettive di tentativi, ancora immaturi, di partecipazione politica”. Il nodo principale che si tesse in questo libro è legato, nella prima parte, a come pensare -da parola femminista- il rapporto con il diritto. Eppure la posizione critica del pensiero femminista della differenza rispetto alle leggi e al diritto non viene qui giocata come una rinuncia aprioristica ad occuparsi del discorso giuridico, dall’interno e dall’esterno. Si ingegna, invece, in una nuova articolazione di parole per tentare di rifondare lo stesso diritto, sia nell’approccio che nel metodo, lavorando più sulla sua ri-valorizzazione in un’ottica interpretativa, esperenziale -nel senso di recupero del valore della controversia-, che nell’ottica della sua interpretazione. Riflessioni già assai presenti nel filone feminist legal theory (Stati uniti, Canada, Australia), nei lavori di Drucilla Cornell e nella già consistente giurisprudenza femminista. Anche qui Boiano si assume tutta la complessità del caso. Non si affida solo alla letteratura d’oltre oceano, ma la fa dialogare con il pensiero della differenza italiano, tenendo fermo il punto comune: le donne non come “oggetto” del diritto, ma come parte in causa. Il gesto fecondo è appunto quello di “riappropriarsi” delle discipline per rovesciarle a proprio vantaggio rigenerandole. Tante, tantissime le studiose prese in esame, oltre quelle già citate: da Catherine MacKinnon e le sue tesi sul diritto come mera emanazione di una cultura solo maschile a Carole Gilligan e alle sue tesi su un’etica della giustizia basata sulla relazione, sulla comprensione, sulla cura. Così come non risparmia un suo approccio critico nei confronti della logica delle Pari opportunità, intesa come riproposizione di un neutro fondato sulla mimesi, da parte femminile, del modello maschile dell’universalismo. Da penalista Boiano attraversa anche parte della letteratura criminologica, dagli studi sulla donna come Infirmitas Sexus, agli studi lombrosiani. In ambito criminologico, ad esempio, la cultura dell’antropometria e del positivismo registra un ritorno a partire dalle nuove tecnologie usate per le indagini, così come –in parallelo- si va sempre più diffondendo la branca di criminologia soft denominata “vittimologia”. Un sapere, in altre parole, che in entrambi i casi mira a de-soggettivare i corpi e l’azione sociale. Anche qui Boiano riesce a non essere banale e a non andare con l’accetta. Distingue la “vittima” dal “vittimismo” sostenendo a giusto titolo la tesi secondo cui trattasi solo di persone offese da un reato compiuto contro di loro, riaffermando un lessico penale formatosi anche sulla cultura del garantismo. Ma il volume non si ferma qui. Esso è una miniera inesauribile di informazioni giuridiche: dati, Rapporti delle Nazioni Unite, Rapporti effettuati da commissioni UE, analisi dettagliate di come funziona il diritto internazionale e gli obblighi in materia di violenza maschile contro le donne, di come vengono usati a tal proposito i diritti umani, la violenza nei confronti delle donne usata come arma di guerra nei conflitti internazionali, la responsabilità degli Stati, il sistema di giustizia penale, la Convenzione di Istanbul, l’ordinamento giuridico italiano (la legge sulla violenza sessuale, la Legge del 4 aprile 2001 recante misure contro la violenza nelle relazioni familiari, il disegno di legge 2007 in cui si usava per la prima volta la nozione “violenza di genere”) e decreti vari -cosiddetti pacchetti sicurezza-, atti processuali interessantissimi relativi a processi sulla violenza. Insomma, un libro ricco, interessante, mai scontato, che potrebbe essere usato anche come manuale per educare alla differenza penalisti e sociologi del diritto. Oppure come libro da leggere per chiunque voglia uscire dai luoghi comuni che attraversano gli ordini discorsivi legati alla violenza maschile contro le donne.

     

     

  • Maria Luisa Boccia, Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, Ediesse, Roma 2014

    Maria Luisa Boccia, Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, Ediesse, Roma 2014

    di Valeria Mercandino
     

    Esce nel 2014 Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, di Maria Luisa Boccia. Non è il primo libro che l’autrice scrive a partire dal pensiero e dal lavoro teorico di Lonzi. Già nel 1990, esce L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi: il primo testo che tenta uno sguardo ampio e trasversale di tutte le sue opere – dal periodo di critica d’arte al diario autocoscienziale, passando anche per le poesie più giovanili – per ricostruire quel filo stretto, annodato a volte, che per Lonzi c’è tra vita e pensiero.

    In questo suo secondo libro, Boccia è animata dallo stesso obiettivo, ma lo persegue ponendo l’attenzione su degli elementi specifici del pensiero di Lonzi che la interessano maggiormente. Il che rende il testo più agevole, snello e chiaro, sia nella struttura che nella prosa, rispetto al precedente.

    È evidente come con il trascorrere degli anni, Boccia sia entrata sempre più in sintonia con il pensiero lonziano. Ma questa non è affatto questione di una studiosa divenuta esperta sulla produzione di una intellettuale. Già dall’introduzione Boccia tiene a ribadire che non ha assolutamente l’intenzione di divenire “l’esperta lonziana”, perché questo significherebbe astrarre il pensiero fino a farlo divenire teoria staccata dal vissuto, dall’esperienza che lo ha generato.

    Ancora meno, l’autrice ha intenzione di tradire quell’aspirazione, che proprio Lonzi le ha ispirato, di intessere una relazione con una donna solo grazie il tramite della scrittura (15). L’opera scritta – sin dalManifesto di Rivolta femminile fino al diario di autocoscienza – era il canale che Lonzi aveva scelto per comunicare con le altre donne, e Boccia, anche se inizia questo rapporto dopo la morte di Lonzi, è testimone della possibilità di continuare un dialogo iniziato da un’altra tempo prima e di proseguirlo ancora con altre, altre a cui trasmettere quel che Lonzi ha ancora da dire oggi.

    L’oggi. Negli anni Novanta, la prima intenzione di Boccia era di riportare l’attenzione sulla “primogenita” del femminismo italiano che, dopo quasi dieci anni dalla sua scomparsa, se non dimenticata, era rimasta molto liminale tra i riferimenti della produzione teorica femminista italiana. Oggi le cose certamente sono cambiate: «Carla Lonzi è tornata» (10), ci dice Boccia. E per farlo, usa le parole di Vinzia Fiorino, una delle curatrici di un interessante testo del 2011, Carla Lonzi: la duplice radicalità, che per primo lavora non sulla rottura tra il periodo di critica d’arte e dell’inizio del femminismo per Lonzi, ma sulla valorizzazione dei legami esistenziali e teorici tra questi due momenti. L’attenzione su Lonzi ora c’è, lo dimostra questo libro ricco di saggi di giovani studiose e studiosi, ma anche molte altre pubblicazioni e convegni che stanno prendendo vita negli ultimi anni. E Boccia non perde il passo, anzi rilegge e rideclina le parole lonziane come a voler stare al gioco, raccogliendo in pieno le parole di Lonzi, che pone nel finale della sua introduzione: «mi incuriosisce immaginare cosa penseranno (…) le femministe del futuro, o le donne, semplicemente, che verranno» (tratto da Itinerario di riflessioni, p. 38).

    Boccia ci vuole mostrare come Carla Lonzi sia ancora presente, e necessaria, per il pensiero e la politica di oggi: passati quarant’anni, il suo stile vibrante e la sua radicalità spiazzante ci stimolano di fronte al conflitto tra l’emancipazione, i diritti e la libertà, tra la politica e la tensione alla concentrazione su di sé, tra lo stare nel mondo, la relazione e l’autenticità della propria espressione.

    Carla Lonzi, nel diario Taci anzi parla, scrive: «sono nata donna, non ho da pensare ad altro» (p. 463). Ciò non ha significato per lei essere fuori dal mondo, fuori dai dibattiti, fuori dalla politica: al contrario, ha significato essere in quelle contraddizioni mettendo al centro la sua presenza in quanto donna, marcando il discorso con la sua differenza. La sua parola incarnata – totalmente impegnata nell’aderire all’esperienza da cui scaturisce, pregna di quel conflitto che perennemente si muove da un corpo di donna – è una parola così radicale e autentica che può parlare oggi a tutte e tutti. E questo punto è ben presente a Boccia, che analizzando il momento politico contemporaneo scrive: «si conferma attuale “la ricerca di un proprio senso dell’esistenza”». E prosegue: «in nuovi modi, con nuovi percorsi, su altri contenuti e altre forme di vita» (11). Il femminismo ha aperto le porte a pratiche di resistenza e di significazione dell’esistenza nuove e rivoluzionarie. Quelle porte sono state varcate da quante e quanti ne hanno colto l’originalità e l’impellenza. Il libro di Boccia sembra consapevole e proiettato verso questa apertura, e verso un rinnovamento del contributo lonziano in questo senso.

    E proprio in questa direzione, chiarisce ampiamente il controverso tema dell’autenticità nella ricerca esistenziale della pensatrice, per fugare una volta per tutte l’accusa di essenzialismo. La ricerca di sé per una donna non attiene ad «alcun nocciolo originario e integro dell’identità». L’identità femminile, così per Lonzi come per Boccia che la interpreta, è frutto della costruzione patriarcale ed è il capestro che intrappola le donne. La ricerca del senso di sé segue quindi la modalità di uno scavo, o meglio un «logorare continuamente i legami inconsci col mondo maschile, vivendoli e prendendone coscienza» (Itinerario di riflessioni, p. 36). In questo modo, l’autenticità, lungi dall’essere il tratto essenziale di ogni donna, «poggia su un vuoto» (25), e sulla consapevolezza che parole certe su cosa e chi sia una donna sono solo quelle di matrice maschile. Questa è la base per comprendere fino in fondo la condivisione di una condizione che è comune a tutte in quanto storica e determinata; ed è, tutte insieme, da debellare. Dalla condivisione della condizione, in Lonzi, si passa immediatamente alla condivisione della via per trarre libertà: la relazione tra donne e l’autocoscienza come pratica per elaborare.

    Il nodo su cui si gioca la partita è quello della sessualità e del sesso agito: è qui che le donne hanno da sempre e più vischiosamente preso parte alla dominazione maschile, ed è qui che devono prendere parola con più forza. E proprio sull’attenzione di Boccia per questa declinazione, decisa e ferma, della formula del personale è politico in Lonzi troviamo il secondo punto di interesse dell’autrice: la relazione con gli uomini. Sin dal principio dell’opera, Boccia non nasconde affatto che questa è la questione centrale da affrontare; su di essa ruota gran parte della sua argomentazione e su di essa termina. È elemento che, anche se trattato da vicino solo nell’ultimo capitolo e nell’appendice, costituisce uno dei fili che sorregge il discorso in tutto il testo. Lo spazio della sessualità è fortemente implicato in questo senso: lì dove Lonzi elabora una differenziazione tra clitoridea e vaginale, non lo fa né per dire una parola definitiva su un’identità libera dai dettami maschili, né tantomeno per decidere quale tipo di donna abbia trovato una soluzione al conflitto con il maschile. La vaginale è colei la quale è rimasta irretita nelle scelte dell’uomo fatte per lei, e vi aderisce senza opporre un proprio principio di libertà; la clitoridea, in compenso, «non è la donna liberata, né la donna che non ha subìto il mito maschile –poiché queste donne non esistono nella civiltà in cui ci troviamo – ma quella che ha fronteggiato momento per momento l’invadenza di questo mito e non è rimasta presa. La sua operazione non è stata ideologica ma vissuta» (Taci, anzi parla, p. 92, il corsivo è di Boccia). Le due figure non sono in contrasto, ma esprimono, polarizzandole, delle posizioni che possono trovare una via di liberazione solo nella collaborazione. Se la clitoridea, infatti, rifiuta il diktat maschile e sa cosa sia lottare contro di esso, la vaginale ha dalla sua la conoscenza della relazione con l’uomo, che può agevolare la presa del conflitto con esso. Ad ogni modo, «non vi può (…) essere una soluzione personale, stabile e certa, per una dipendenza comune» (p. 33): un’alleanza tra donne con obiettivi e sentire differenti è possibile quanto necessaria.

    La questione essenziale per Boccia consiste nel prendere di petto tutte le forme in cui si concretizza il potere di ogni uomo su ogni donna: senza ciò, non è data nessuna forma di libertà per nessuna. Pena anche la possibilità stessa di dirsi soggetto per ognuna (p. 88). Quando scrive l’autrice, la questione femminicidio ha preso con forza le prime pagine di giornali, tv, siti e blog di informazione: lei, come altre, affermano con forza che, spedire agli uomini il fardello delle proprie responsabilità per quanto riguarda la violenza sulle donne non è sufficiente; le donne devono contribuire al cambiamento che la società necessita quanto prima.

    Il testo termina con un’interessante appendice, dal titolo Le donne e i giovani, che Boccia dedica a una sua analisi della situazione politica degli anni Settanta. Boccia affronta questa lettura partendo dalla lente della mancata alleanza tra movimento femminista e movimento studentesco. Qui riprende unthopos lonziano, che Boccia ha già sviluppato in differenti sedi, quello della donna, il giovane e il patriarca (dialettica con cui Lonzi riprende, analizza e sovverte quella hegeliana). In questa appendice, e grazie a questa figura a tre punte, Boccia può entrare nel merito del suo personale modo di pensare e agire il femminismo. Perché se Lonzi è stata la donna con cui lei ha elaborato il suo pensiero sessuato, la pratica femminista Boccia l’ha sempre agita nel Partito Comunista, in prima linea nel conflitto con gli uomini del partito e a tu per tu con i pro e i contro dell’emancipazione (e in chiusura di libro, quindi, si afferma esaustivamente la convinzione di Boccia che «scrivere con Lonzi è il modo che ho scelto di parlare del mio femminismo» (14). Diversamente dal rapporto tra uomini e donne, che continua a darsi e continua a essere luogo in cui agire la propria posizione sessuata, Boccia riconosce un divario tra la politica partitica e di movimento e il femminismo che, se negli anni Settanta e Ottanta si dava nel conflitto, negli ultimi vent’anni è soggetto a una biforcazione sempre più acuta che rimette costantemente in questione il senso e il significato della politica stessa. Questa divaricazione vede da una parte una risposta iperpoliticista alla crisi politica a partire dagli anni Novanta, con una netta esasperazione della delega e della rappresentanza in sede della partecipazione attiva; dall’altra una definizione sempre più stretta dei confini di azione di una politica fatta di contingenza e di presenza. E qui, Boccia conclude sulla lezione del femminismo più passata all’esterno ma forse meno compresa nella sua radicalità: il personale è politico.

    Questo testo inizia identificando la potenza del linguaggio e del messaggio lonziano nella forte stretta tra il vissuto e il pensiero: un personale che si fa politico in maniera saturante, il cui tentativo è non lasciare fuori da questo processo assolutamente niente. Con l’obiettivo di fare della propria vita la propria opera più impegnativa e più grande. E il testo termina sulla necessità di ribadire questa ricerca continua, esasperata, di tenere insieme quel che la politica, da sempre, ha innaturalmente tenuto separati: il personale e il politico. Le parole di Lea Melandri citate in conclusione, mostrano appieno qual è, secondo Boccia, la cosa da pensare per noi adesso: «la ricerca di circolarità tra personale e politico, artificiosamente tenuti separati, sembra l’ultima sponda oltre la quale o nasce un modo nuovo di esistere politicamente, o muore la politica stessa come progetto collettivo di liberazione (Melandri, 1977).

  • Maria Luisa Boccia. Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, Ediesse, Roma 2014

    Maria Luisa Boccia. Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, Ediesse, Roma 2014

    di Gaia Leiss

     

    L’ultima cosa che Maria Luisa Boccia desidera, si legge nell’introduzione di questo testo, è essere considerata una “specialista lonziana”: perché allora scrivere ancora su Carla Lonzi? Nel 1990 Boccia ha già pubblicato una monografia sul vissuto e sul pensiero di Lonzi, L’io in rivolta (1) ne era il titolo. Per quanto anche allora – come viene raccontato nelle prime pagine – l’interesse per quella donna ormai scomparsa originasse da accadimenti di vita personale,  all’epoca si era trattato di un testo pensato per gli altri, per riportare Lonzi a un’attenzione più ampia: l’intento insomma era divulgativo. Con Carla Lonzi nasce invece da una necessità più interiore, un lavoro – ho sentito l’autrice affermare recentemente – compiuto in primo luogo per sé. Si potrebbe dire per focalizzare l’attenzione su alcuni punti centrali, da lei vivamente sentiti e la cui elaborazione si è compiuta nel dialogo serrato con il testo dell’altra donna. L’augurio è che questa operazione possa funzionare come “tramite per il riconoscimento tra pratiche di donne differenti” (p.11), nella convinzione che le donne del presente vivano “la stessa sfida” di Lonzi. Una speranza che si radica in primo luogo nel convincimento che  sia “possibile trovarsi coinvolta in un rapporto tra donne, serrato e fecondo, affidandosi solo alla parola scritta. E ritrovare nel pensiero di una donna una fonte da cui far sgorgare il proprio pensiero.” (p.7) Ed è proprio la peculiarità stessa del testo di Lonzi a presentarsi come prova di quella possibilità: nella sua capacità di non separare mai pensiero ed esperienza, di mostrare nella scrittura quella non separazione che è sempre così difficile da nominare; cosicché chi legge è sollecitato a “intraprendere la stessa strada”, e tutto ciò senza che mai si attivi un dispositivo di esemplarità. Questo della scrittura, e in particolar modo della scrittura autocoscienziale di Lonzi come modo altro di trascendere il vissuto, capace di dare vita a un pensiero per tutti che però sfugga alle trappole di un universalismo neutro, è uno dei punti molto insistiti nel testo. Lo è insieme ad altri due, fra loro connessi: uno riguarda l’idea che il fulcro stesso del pensiero della differenza sia l’aver posto una trascendenza femminile autonoma, l’altro riguarda il rapporto con l’uomo.

    In un memorabile passo di Sputiamo su Hegel Lonzi afferma: “La donna deve solo porre la sua trascendenza. I filosofi hanno davvero parlato troppo: su quale base hanno riconosciuto la trascendenza maschile, su quale base l’hanno negata alla donna? È di fronte all’efficacia dei fatti che si risale a una trascendenza e la si considera come atto d’origine, mentre la si nega ove non ne esista la conferma nel costituirsi di un potere.” (2)  La civiltà patriarcale secondo Lonzi non ha voluto (o forse saputo?) riconoscere nell’atteggiamento esistenziale della donna un diverso tipo di trascendenza, e ha affermato invece il proprio attraverso una dinamica prevaricatoria. La donna deve quindi “solo porre la sua trascendenza”. Come sottolinea Boccia il “solo” non è ovviamente messo lì a sminuire l’impresa, ma a sottolineare che quello “e non altro, è il mutamento da produrre se si vuole davvero risolvere la gerarchia tra i sessi” (p.87). Il punto di vista dell’autrice, più volte ripreso nel testo, è che questa diversa trascendenza possa ricondursi principalmente all’affermazione di “un differente principio di piacere e di realtà” (p.15), il cui risvolto cruciale sta nel rifiutare che questi due principi siano condannati a un conflitto eterno e irrimediabile. Scrive Boccia: “Per Lonzi, qui la radicalità, non c’è principio di realtà senza principio di piacere. Detto altrimenti, se per avere presa sulla realtà una donna deve rinunciare al proprio piacere, al proprio desiderio, una donna avrà un’esistenza non libera, non compensata da alcuna realizzazione.” (p.67) Tanto è cruciale questo punto per l’autrice che di esso si sostanzia la risposta soggettiva alla domanda “perché Lonzi oggi?”: perché in lei si trovano “uno stimolo e una promessa”. Stimolo a essere esigenti con sé stesse tanto nella vita pubblica che in quella privata, promessa che questo impegno venga premiato trovando il modo di coniugare principio di piacere e principio di realtà (p.70).
    Ma è proprio la questione del principio di piacere che ci riporta a quella della relazione con l’uomo. Fare il femminismo come Lonzi lo ha inteso ha significato affermare un principio di piacere in proprio, separato da quello maschile: spezzare tanto la gabbia della complementarietà quanto quella dell’opposizione lineare. E’ il venir meno della “necessità di affermarsi con o contro l’altro, comunque in costante riferimento all’uomo.” (p.89) Questo passaggio, necessario al porsi della donna come soggetto, non rappresenta tuttavia l’esclusione dell’uomo dagli orizzonti dell’esperienza femminile. Secondo la visione di Boccia, se Lonzi nel separatismo ha scoperto e inventato le relazioni di riconoscimento fra donne come fondamento della libera soggettivazione femminile, come modo “per trovare una mediazione appropriata fra sé e il mondo”, ella tuttavia non ha mai rinunciato all’aspirazione “ad ottenere riconoscimento anche dagli uomini” (p.90). Testimonianza incontestabile di questo atteggiamento è Vai Pure, testo a due voci in cui Lonzi si confronta con il compagno Pietro Consagra proprio sul punto della “duplicazione della coscienza sul mondo”. Ed è appunto, nota Boccia, anche e soprattutto dopo aver detto “Vai pure..” che si può aprire lo spazio della libera relazione fra coscienze basata sul riconoscimento della reciproca differenza; e ancora, è proprio su questo punto che il femminismo continua a correre il rischio di arenarsi. Secondo l’autrice infatti  la mancanza di una parola autentica sulle relazioni – di qualunque natura esse siano – che intratteniamo con gli uomini può rappresentare un serio ostacolo al pieno dispiegarsi della libertà femminile nel mondo: la messa in guardia rispetto a questo pericolo è un elemento presente nel pensiero di Lonzi che non ha ricevuto l’ascolto meritato.
    Ma perché il pensiero di questa femminista delle origini non  ha avuto mai più di tanto successo? L’ipotesi che questo testo ci propone suona così: quello di Lonzi è un pensiero che richiede troppo. “E’ infatti incredibilmente faticoso – scrive Boccia – corrispondere alla sua pretesa costante di smantellare ogni acquisizione in nome dell’autenticità. Non potersi mai acquietare, mai poggiare su una verità conquistata.” (p.80) Io non so se sia questo il motivo della diffusione in fondo limitata del pensiero di Lonzi, sicuramente però è uno degli elementi che suscitano la passione per lei in chi è disposto a lasciarsi coinvolgere. La grande libertà che il testo di Lonzi mostra, più che teorizzare, fa sì che valga ancora la pena scrivere e pensare con lei come l’autrice fa. E credo anche che questo scrivere e pensare possa essere davvero occasione di incontro fra donne che hanno presenti esperienze differenti. Forse il testo di Lonzi, che mostra con vividezza e racconta con precisione l’esperienza di una donna che aveva presente l’essenziale, che è così fertile e vivo, ma che tuttavia rimane un testo – fatto quindi di mediazioni scelte e ragionate –, può essere a sua volta mediazione nelle relazioni che abbiamo con altre donne in carne e ossa. Relazioni nelle quali, esattamente per la loro natura incarnata, non mancano mai elementi di opacità. Può cioè forse aiutare a porci reciprocamente le domande giuste, a rispondervi con autenticità, ad ascoltare le risposte della altre con mente sufficientemente sgombra. Rileggendo Lonzi insieme a Boccia, di domande me ne sono venute in mente almeno due. Per certi versi sono ovvie, ma le risposte, anche nel circolo delle mie relazioni più strette, improvvisamente mi sono apparse più sottointese che esplicite. Lonzi ci ha dato conto di cosa è stato per lei il riconoscimento fra coscienze femminili e che ruolo ha avuto nel suo nascere a soggetto: che cosa è per noi oggi il riconoscimento fra coscienze femminili? E che ruolo ha nel nostro essere soggetti? Lonzi ci ha dato conto della sua relazione con un uomo che amava, e del riconoscimento che da essa si aspettava: come sono oggi le nostre relazioni con gli uomini? E che tipo di riconoscimento ci aspettiamo?

     

    1). Maria Luisa Boccia, L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi, La tartaruga Edizioni, Milano, 1990
    2). Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1974, p. 59.
  • Claudia Carabini, Dina De Rosa, Cristina Zaremba (a cura di) – Voci di donne migranti. Storie di vita e di maternità, Ediesse, Roma 2011

    Claudia Carabini, Dina De Rosa, Cristina Zaremba (a cura di) – Voci di donne migranti. Storie di vita e di maternità, Ediesse, Roma 2011

    ”]Lasciamoci educare da loro, dai bambini,  che non si turbano affatto del colore di pelle differente,  dei nomi con suoni diversi, del plurilinguismo, degli abiti differenti,  ma sanno trovare i loro linguaggi comuni. Guardandoli giocare nei corridoi una cosa appare certa:  non nasciamo razzisti, questo è il loro mondo, lasciamoli in pace.”[Cecilia
    Voci di donne migranti si inserisce all’interno di una collana che prende il nome di Sessismoerazzismo, nome scelto per sottolineare l’intreccio che da sempre l’ideologia delle razze, imposta per creare gerarchie sociali apparentemente naturali, intrattiene con il sessismo. Tale legame emerge in maniera emblematica attraverso le esperienze di alcune donne che in Voci di donne migranti vengono raccontate.
    Il libro è composto da un insieme di narrazioni in forma autobiografica raccolte tra il marzo 2006 e il marzo 2007, in cui ci vengono raccontate le storie di alcune donne che hanno intrapreso un viaggio lontano dalla propria terra d’origine, a volte per necessità o altre volte per un desiderio di cambiamento.
    Si tratta, in ogni caso, di donne la cui voglia di conoscere, di viaggiare, di mettersi alla prova, le spinge fuori dai confini del proprio paese per mettersi in viaggio verso una meta lontana, spesso sconosciuta, straniera.
    I loro destini, mai facili e irti di difficoltà, specialmente se affrontati in solitudine, prendono forme mai immaginate, rivelandosi certamente una crescita personale, ma spesso troppo violenta.
    Sono forti le esperienze di vita che ci vengono raccontate in queste pagine: alcune al limite dell’umano, come quella di Sahra che è costretta a lasciare la Somalia in guerra e che si trova a dover affrontare da sola, senza cibo e senza acqua, un parto nel deserto, o altre ancora in cui la rinuncia ad una vita trascorsa accanto ai propri figli diventa motivo di vuoti e di mancanze incolmabili.
    Le difficoltà che ogni migrazione comporta sono enormi: la ricerca di una casa, convivenze difficili, lontananza dagli affetti, la ricerca di un lavoro, la lingua. Inoltre, in molti casi, l’impossibilità di migliorare la propria posizione di migrante, sia da un punto di vista lavorativo che sociale o linguistico (anche a causa di una mancanza di tempo che costringe a dedicare la propria giornata interamente al lavoro, o alla sua ricerca, per riuscire a pagare bollette e affitti sempre troppo cari) contribuisce ad acuire differenze sociali che portano i migranti e le migranti a rimanere ai margini della società e soprattutto ai margini delle proprie aspirazioni di vita.
    In Italia le possibilità per i migranti, specialmente se provenienti da determinate parti del mondo, sembrano essere davvero scarse: dalle pagine di Voci di donne migranti viene fuori l’immagine di un paese spesso razzista, pieno di pregiudizi e di stereotipi, dove l’emarginazione sociale dei migranti è ancora molto forte.
    Tuttavia non mancano incontri positivi e relazioni piene di solidarietà vissuti dalle protagoniste di queste storie, come anche momenti in cui, il nostro, appare un paese libero, almeno per alcune di loro.
    Le donne di cui si racconta nel libro si stabiliscono a Roma non sempre per una scelta volontaria, ma anche in seguito a circostanze casuali o dettate da necessità contingenti che le costringono a mutare i propri stili di vita, nonché, talvolta, all’abbandono definitivo dell’idea di un ritorno nella terra natia, spesso per questioni economiche e burocratiche (il costo oneroso del viaggio e la mancanza di documenti diventano grandi ostacoli) o, ancora, per l’arrivo di un figlio.
    Il libro ci racconta di donne che hanno studiato, che sono laureate o che hanno già lavorato nel loro paese d’origine, dove sono state insegnanti, infermiere, impiegate negli uffici, ma a cui, in Italia, vengono spesso riservati i lavori più denigrati.
    Sono donne giudicate per il lavoro che sono costrette a svolgere, lavoro che spesso non ha niente a che fare con gli studi da loro compiuti.
    Fare la colf per alcune di loro si rivela, da un lato, il lavoro più redditizio perché «pagato bene» e perché evita molti dei problemi legati all’alloggio, ma dall’altro esso comporta troppa sofferenza a causa degli stereotipi sociali. La colf, di frequente, viene recepita socialmente come una serva, la cui vita sacrificata al lavoro quasi mai le riconosce sentimenti e necessità sociali; i lavori che spesso vengono riservati ai migranti e alle migranti, a volte, sembrano avere il gusto di una concessione che implica una contropartita troppo alta.
    Tante sono le speranze di queste donne e tanti i sogni per il futuro viaggio verso la terra straniera che, una volta raggiunta, svela invece un mondo pieno di incertezze e di difficoltà che mandano in frantumi desideri e aspettative. Le capacità e le aspirazioni lavorative delle protagoniste vengono sacrificate alla necessità della sopravvivenza, che è ancora più dura quando ci si ritrova ad essere nello stesso tempo donne e migranti, spesso senza documenti, senza lavoro o, quando se ne ha uno, pagato in nero senza nessun diritto. Alle difficoltà che la condizione di immigrate comporta, si aggiungono quelle legate alla condizione di donne e di madri in una società che ancora oggi penalizza queste figure.
    Le avversità con cui ognuna di loro deve faticosamente misurarsi aumentano, infatti, quando diventano madri. Continuare a lavorare, senza nessun tipo di sostegno e senza garanzie, anche quando si ha un figlio a cui badare, è quello che la maggior parte di loro è costretta a fare: vivere in una società che non riconosce il loro diritto ad essere madri rende più violento l’impatto con una realtà già dura, che riserva molti momenti di sconforto e di solitudine, e a cui si aggiungono non rari episodi di razzismo.
    Molte volte anche i rapporti con i servizi sanitari sono complicati: in tante delle esperienze di gravidanza raccontate, la diversità di lingua, di abitudini e di colori diventano, da un lato, la causa di un forte senso di solitudine e di incomprensione da parte di chi subisce un’ingiustizia e, dall’altro, motivo di una diversa scala di urgenze e priorità, anche quando cura e attenzione, specialmente negli ospedali, dovrebbero avere stessa validità per tutte e per tutti.
    La maternità è uno degli eventi, forse il più importante, che segna profondamente tutte le esperienze che in questo libro vengono raccontate; questo non solo perché costringe alla ridefinizione del progetto di vita per tutte le protagoniste, ma perché una maternità vissuta lontana dagli affetti e dalle tradizioni culturali d’appartenenza comporta necessariamente un continuo confronto con le proprie abitudini d’origine. La conservazione della propria identità culturale attraverso il mantenimento di alcune pratiche e usanze di origine, specialmente nel periodo di prima maternità, diventa per queste donne unico filo diretto con le proprie origini che con cura viene preservato proprio in risposta alla mancanza degli affetti della propria terra.
    Il confronto con le proprie usanze non avviene solo in relazione a pratiche e costumi culturali differenti, ma anche riguardo a relazioni con figure istituzionali e sociali, come medici, insegnanti, servizi sanitari e scolastici, madri di altri bambini, che in qualche modo influenzano l’esperienza di vita di donna e di madre.
    Il paragone con una cultura diversa dalla propria, inoltre, acuisce la sensazione del “sentirsi straniera” per molte delle donne che attraverso il libro si raccontano; questo accade in particolar modo quando solitudine e sofferenza, che non di rado accompagnano la loro gravidanza e il parto, vissuti talvolta anche come esperienze traumatiche, vengono intensificate dallo scontro con una realtà (quella italiana) che, puntando sulla medicalizzazione della gravidanza, rende quelle donne ansiose e poco tranquille, contrariamente a quello che accadrebbe nei loro paesi di origine dove il parto avviene per la maggior parte dei casi in casa e dove la gravidanza  verrebbe affrontata tra gli affetti e le comodità familiari.
    Si capisce così come il sentirsi straniere nel paese ospitante diventa motivo costante di ogni storia che il libro ci racconta.
    Con il passare del tempo anche la terra di origine diventa troppo lontana; e non solo spazialmente. Per molte di queste donne, si fa sempre più reale la sensazione di non aver più patria,  sensazione che è conseguenza di una vita in bilico tra una cultura (la propria) ed un’altra (quella del paese ospitante), soprattutto quando l’arrivo di un figlio determina un legame indissolubile con la terra d’arrivo, generando una sorta di doppia identità che si riflette in ogni aspetto della quotidianità delle loro vite.
    Quelle qui raccolte sono narrazioni di vite differenti a cui spesso fanno da sfondo abitudini che vengono accettate come normali, giuste e tradizionali, che però non impediscono a ciascuna donna di reclamare i propri diritti di cittadina e di donna, di madre e di migrante, nel rispetto della propria identità culturale.
    Ai racconti seguono alcuni saggi e interventi scritti da altre donne che si sono lasciate toccare e modificare dalla realtà di quelle donne che hanno incontrato nella loro esperienza di donne e di lavoratrici.
    Trovare un nuovo modo di relazionarsi con gli altri e le altre è l’auspicio con cui si chiude il libro: Voci di donne migranti vuole dare voce e parola a tutte quelle donne che ne sono state private o che non vengono ascoltate perché ammutolite da una società che emargina chi non risponde a determinate caratteristiche sociali, facilitando l’inserirsi nell’opinione pubblica di stereotipi sociali e pregiudizi culturali.
    Le donne che si raccontano attraverso il libro hanno preso parola per dare un senso a se stesse nel mondo, insieme agli altri e alle altre. E in questo la politica assume un ruolo fondamentale: per alcune di loro la politica diventa parte integrante della propria vita, si trasforma nel veicolo attraverso cui prendere parola a favore di quei diritti che troppo spesso vengono negati ingiustamente.
    ”]“…se fossimo nel nostro paese avremmo voce, urleremmo…””