• La tua maestra sei tu.  Una quasi recensione a Il sesso magico di Paola Tavella, Sonzogno, 2019

    La tua maestra sei tu. Una quasi recensione a Il sesso magico di Paola Tavella, Sonzogno, 2019

    Di Anna Simone

    Leggendo “Il sesso magico. Perché le donne intelligenti sono stupide in amore?”, il romanzo appena edito da Sonzogno di Paola Tavella, si ride, ci si commuove e ci si appassiona districandosi emotivamente tra un susseguirsi di fatti, descrizioni minuziose di situazioni, persone, relazioni, al punto che persino gli oggetti inanimati, come la “brocca di Mondovì” diventano parte attiva della narrazione, per non parlare di quei meravigliosi “poemetti” una tantum messi lì a ricamare ulteriormente quell’incredibile tessitura di storie o l’interlingua del Maestro Guru Dev, una sorta di lingua inventata che anziché confondere, fa luce tra le nebbie del vivere. Ci sono i luoghi: Genova in primo luogo, San Francisco, Roma che è, al contempo, uno spazio-sfondo nonchè  il luogo del “possibile”, una casa “Bolla”, ma anche Skype da cui proviene sempre la parola veritiera e saggia del Maestro, resort, alberghi con meravigliose vasche idromassaggio, tanto quanto baracche ai bordi delle City e dulcis in fundo l’Universo a cui affidarsi e affidare il proprio singolarissimo desiderio. E poi ci sono i nomi, stupendi: Brenno, Apriliano, Doris, Holly, Tigresse, la Farfalla (l’altra donna) sapientemente ribattezzata come la Mariposa e molti altri. E alcune frasi che, mentre ci si districa tra le fitte vicende della protagonista, rallentano la corsa della lettura, come vere e proprie pietre di inciampo, riportandoci in un vocabolario e in una geografia di parole che, all’improvviso, rimettono tutto a posto dopo il caos del vivere: “La tua maestra sei tu”; “E’ essenziale l’amore di sé”; “Non puoi andare in estasi se non sai fare il bucato”; “Molti uomini pretendono la perfezione fisica dalle donne, ma non si guardano allo specchio”; “Il dolore è una tigre di carta. Basta resistere, e arrivano le endorfine. E’ questa, la libertà”; “Il sesso magico è così: tu e io andiamo a letto insieme, ed entrambi proviamo moltissimo piacere, tu sei molto soddisfatta, io sono molto soddisfatto. Poi, quando abbiamo finito, ti dico ‘sparisci’ e tu ‘sparisci’”; “Gli uomini fanno sesso per rilassarsi, mentre le donne devono essere rilassate per averne voglia”; “La fine delle storie d’amore è anche una liberazione”; “Sapere la verità non cambia nulla di ciò che proviamo per gli altri: è questa la tragedia dei sentimenti”; “Nell’amore le parole non contano, contano solo i fatti”; “L’unico mio obiettivo politico è accrescere l’autorità e la libertà femminile, e con quella delle altre, la mia”.

    Chi conosce Paola sa che questo scoppiettante romanzo ha molto a che fare con la sua vita, ma non è un’autobiografia, né tantomeno uno sfogo contro l’universo maschile, bensì un mettere a disposizione di tutte e tutti, attraverso la letteratura, e dunque anche attraverso la finzione, un susseguirsi di “motti di spirito” dall’alto valore curativo. Una sorta di percorso spirituale e materialissimo, nel senso di fisico, corporeo, che fa del pensiero femminile e del femminismo un al di là della teoria o, peggio, dell’ideologia, per ricondurlo al suo tracciato più consono: tradurre il “sentire” in parola dell’ esperienza al fine di consentire all’altra di trovare punti in comune e guarire. Da cosa? Dalle nefandezze del maschile che ripete all’infinito se stesso e dalla cecità del sogno d’amore femminile, ovvero dalle relazioni in cui l’asimmetria non è un dato di bellezza, bensì di perenne sofferenza che finisce per trasformare tante donne in “vittime”. Anche e soprattutto quelle brillanti, intelligentissime. Un classico, verrebbe da dire, quasi una banalità, eppure quella domanda posta in copertina del perché le donne intelligenti sono stupide in amore appare ancora di grandissima attualità.

     

    Negli anni Settanta era il mantra politico del libero amore a trasformare molti uomini in libertini e accumulatori di donne senza meta (ma solo perché erano già tali, semmai quella era solo una copertura ideologica), oggi sono i siti di incontri, i social e le app a trasformare la seduzione accumulatoria,  seriale e compulsiva, in un game permanente, in un esserci e sparire, in un girare a vuoto a scapito della relazione. Ma se Brenno, l’uomo traditore e seriale del romanzo che racchiude tutte le caratteristiche classiche del maschio “marpione”, un po’ come la sua versione meno hippy che abbiamo detestato ne la saga de L’Amica Geniale, ovvero Nino Serratore, non può che essere com’è, perché la protagonista del romanzo, colta, brillante e intelligentissima, femminista, ci impiega così tanto per vedere tutto e tirarsene fuori? Abdicando dalla tentazione di “spoilerare” il romanzo possiamo dire che alcune risposte si possono rintracciare nel frasario riportato sopra, mentre altre, quelle definitive, le lasciamo al mistero per chi vorrà leggere il libro. L’altro grande protagonista del romanzo è lo Yoga Kundalini che la nostra scrittrice insegna da anni grazie all’insegnamento del Maestro Guru Dev.

     

    Di recente, alla prima presentazione del volume a Roma, una donna dal folto pubblico presente ha chiesto a Paola Tavella come mai una femminista come lei possa essersi scelta un maestro, anziché una maestra. Anche qui, chi ha masticato un po’ di femminismo della differenza sa bene come per molte di noi sia centrale la pratica della relazione, tra donne, ma anche tra donne e uomini che riflettono su di sé aiutandoci a capire dove si annida la selva oscura del maschile. Le parole riportate da Paola nell’interlingua di Guru Dev, infatti, aprono innumerevoli orizzonti di comprensione dell’altro sesso e, contemporaneamente, ci fanno comprendere quanto sarebbe più bella e più semplice la vita se tutti gli uomini fossero in grado di accedere alla loro scatola nera del desiderio, riportandocela attraverso parole chiare e luminose, anziché fingendo di essere quel che non sono attraverso improbabili piroette difensive.

     

    In un mondo sempre più caratterizzato da rapporti senza relazioni e da relazioni senza rapporti, con una gradazione altissima di risentimento che spesso sfocia in  violenza, questo libro scritto a partire dalla pratica del partire da sé è una vera manna dal cielo perché indica soluzioni pratiche, aiuta chi rimane impigliata all’interno di relazioni poco edificanti, rintraccia quell’umana animalità insita in ogni corpo femminile al solo fine di assimilare la libertà, il femminismo e la pratica dello Yoga Kundalini  alla felicità del riuscire ad essere, nel bene e nel male, solo ed esclusivamente se stesse. E Paola, con la sua scoppiettante singolarità, lo ha fatto. Nella vita, come in questo libro illuminante. Tutte e tutti, con modalità diverse, dovremmo esserle grate, grati.

     

     

  • Una finestra aperta su Utrecht

    Una finestra aperta su Utrecht

    di Mariaenrica Giannuzzi

    Conversazione a partire dal libro “Gender, Globalization and Violence: Postcolonial Conflict Zones”, ed. by S. Ponzanesi, Routledge, 2014.

    Table of Contents

    Introduction: New Frames of Gendered Violence  Sandra Ponzanesi  Part I: Conflict Zones: Colonial Haunting and Contested Sovereignties  1. Neoliberal Discourses on Violence: Monstrosity and Rape in Borderland War  Jolle Demmers  2. Thin Ice: Postcoloniality and Sexuality in the Politics of Citizenship and Military Service  Vron Ware  3. American Humanitarian Citizenship: The “Soft” Power of Empire  Inderpal Grewal  4. Female Suicide Bombers and the Politics of Gendered Militancy  Sandra Ponzanesi  Part II: European Frictions: Memories, Migration and Citizenship  5. Uses and Abuses of Gender and Nationality: Torture and the French-Algerian War  Christine Quinan  6. Migrating Sovereignties and Mirror States: From Eritrea to L’Aquila  Marguerite Waller  7. Doing “Integration” in Europe: Postcolonial Frictions in the Making of Citizenship  Marc de Leeuw and Sonja van Wichelen  8. Coffin Exchange Paulo de Medeiros  Part III: Contact Zones: Transitional Justice, Reconciliation and Cosmopolitanism  9. “Invisible Wars”: Gendered Terrorism in the US Military and the Juárez Feminicidio. Alicia Arrizón  10. Political Transitions and the Arts: The Performance of (Post-)Colonial Leadership in Philip Miller’s Cantata REwind and in Wim Botha’s Portrait Busts. Rosemarie Buikema 11. Justice by Any Means Necessary: Vigilantism Among Indian Women  Aaronette White and Shagun Rastogi  12. On Love and Shame: Two Photographs of Female Protesters  Marta Zarzycka  13. Rethinking the “Arab Spring” Through the Postsecular: Gender Entanglements, Social Media and the Religion/Secular Divide  Eva Midden

     

    (https://books.google.it/books?id=ut8ABAAAQBAJ&pg=PT88&dq=ponzanesi&hl=it&sa=X&redir_esc=y#v=onepage&q=ponzanesi&f=false)

     

    “Questo volume sfida il presupposto che vede le donne assenti da guerre e conflitti a causa di una sorta di tradizionale, naturale associazione tra donne e pacifismo, un assunto basato sulle qualità femminilizzate di cura, nutrimento, lutto ed empatia.” (Ponzanesi, 2014).

    Da qui inizia un viaggio multidirezionale a liberamente associativo che svela l’ambivalenza e la molteplicità dell’universo femminile che agisce nelle realtà postcoloniali. Il percorso si dispiega nella narrazione di figure, storie, contesti geopolitici e arti, svelando nuovi ruoli di genere all’intersezione con aree di conflitto, migrazione forzata, traffico umano e deportazione, diritti umani, cittadinanza, giustizia transizionale e cosmopolitismo. Ogni voce coinvolta nel progetto di questo volume non si propone di dipanare l’intero groviglio di questioni, ma di analizzare in termini storici le rappresentazioni discorsive e le pratiche socio-culturali di realtà conflittuali poste sotto la lente della ricerca sociale. Le voci coinvolte da Ponzanesi per questa finestra su temi e metodi che quotidianamente si esplorano al Centro di Gender Studies dell’Università di Utrecht provengono a loro volta da contesti accademici che variano dall’Università della California, passando per Yale, all’India e all’Australia, disegnando un quadro globale di conflitti e pratiche locali, ma anche una rete dei loro analisti. Per questo motivo, leggere “Gender, Globalization and Violence: Postcolonial Conflict Zones” è stata un’utile via per domandarsi: quali appartenenze e identità si costituiscono in una ricerca condotta su scala globale?

    M.G. Questa domanda ha guidato la mia lettura del volume. Le figure analizzate, quelle che voi chiamate “ruoli di genere”, vengono descritti attraverso la lente della ricerca sociale in una rappresentazione che sembra il punto in cui strumenti universali o “globali” della ricerca accademica incontrano modi di esercitare il conflitto che stanno su un altro piano, quello di realtà locali. Allora la domanda che mi sorge spontanea è, si può articolare la ricerca sociale in modo tale che anche la ricercatrice possa rappresentarsi a partire dal proprio piano locale, senza immediatamente abbracciare la posizione del discorso scientifico (universale), di fronte a una materia (particolare) da studiare? Ecco, questo assunto della filosofia differenza, di partire da sé, secondo te può trovare anche spazio negli studi di genere? La maggiore criticità che io vedo in questo libro è proprio il fatto che l’avvincente panoramica di figure femminili in lotta trascende ancora una volta l’esposizione dei desideri e dell’identità di chi scrive e fa ricerca.

    1. D. Non credo che questo volume possa ricadere nello schema che hai criticato. Il motivo è che qui la ricerca sociale mette sempre al centro singole donne, non una materia inerte, e si chiede soprattutto quali rappresentazioni mediatiche sono state costruite proprio sull’agire politico di quella donna singolare, che non è per forza brava e buona. D’altra parte, chi indaga su queste figure singole, sa anche che il proprio linguaggio è un modo tra gli altri di rappresentare il conflitto e quindi lo include tra le rappresentazioni esaminate, senza credere che questo modo sia universale. Gli studi di genere sanno che il discorso scientifico non è un linguaggio universale. Anzi il loro compito è proprio far venire allo scoperto il conflitto d’interpretazioni che c’è dietro ogni sapere scientifico. Insomma diventa scientifica la rappresentazione dominante, noi invece teniamo in sé la molteplicità delle storie singolari, per questo le narrazioni rientrano in un modo post-coloniale di agire e rappresentare i conflitti.

    M.G. Si certo, conosco le intenzioni, ma puoi farmi qualche esempio in cui davvero c’è un rapporto trasversale tra donne che fanno ricerca e donne che ne sono materia? Insomma quand’è che si mette in crisi questa divisione tra chi agisce un linguaggio e chi invece è pura materia di studio, come se non fosse capace di parlare per sé?

    1. D. Il fine complessivo del volume è un intrecciarsi di livelli, storie, figure e parallelismi che sonda realtà geografiche profondamente segnate dal conflitto, cercando di riconoscere il ruolo svolto da donne che sfidano, nel loro agire, le convenzionali immagini della vittima perenne, della generazione e protezione della vita. Sono rappresentazioni scomode. È così che durante il viaggio incontriamo le suicide bombers palestinesi e il basito polverone mediatico da esse innescato; la figura di Djamila Boupacha, la ventiduenne algerina – non nuova alle cultrici di Simone de Beauvoir – violentata e uccisa dai soldati francesi durante la guerra d’Algeria; le attiviste indiane della Gulabi Gang e della Mahila Aghadi; la mostruosità di Lynndie England, la ventunenne militare americana coinvolta nello scandalo delle fotografie degli abusi e dei maltrattamenti di Abu Ghraib; a livello discorsivo le tematiche spaziano poi dalla nozione di cittadinanza alla presenza femminile nel corpo militare, investigando la retorica istituzionale sullo spazio pubblico e privato e su come anche queste celino debolezze e disuguaglianze che però vengono contrastate e sfidate da soggettività femminili che ne manifestano e narrano le criticità. E ancora l’arte e il suo potenziale di riconciliazione, i media, le istituzioni e la relativa retorica che reitera ruoli privando le categorie intese come “minori”, dunque anche quella femminile, di possibilità di enunciazione e pieno riconoscimento. Si tratta di donne ribelli, spie, violente, donne che sfuggono all’ideale e reiterata immagine di sussidiarietà, cura, nutrimento, protezione, che non si fanno proteggere e difendere dal ben più consolidato e osannato eroe maschile, ma che agiscono in loro nome e con i loro corpi. Donne che hanno segnato profondamente la transizione verso il post-colonialismo attraverso la militanza in movimenti di liberazione o terroristici, o che sono state oggetti ma anche soggetti non solo di cambiamenti politici e sociali ma di interi impianti discorsivi sulla formazione degli stati nazionali e la perpetuazione di strutture gerarchiche.

    M.G. Tu hai collaborato come assistente nella curatela del volume. Puoi raccontarci la sua storia?

    F.G. La storia del volume inizia durante la 7° European Feminist Research Conference tenuta a Utrecht nel giugno 2009, con la sessione “Connessioni globali: Migrazione, Consumismo e Politica” coordinata da Sandra Ponzanesi; per quanto molti dei contributi della raccolta portino la firma di accademici e ricercatori presenti alla Conferenza, essa ha successivamente preso vita propria, come sottolinea la stessa Ponzanesi, “sviluppando nuove relazioni intorno alle questioni di genere e relative ad aree di conflitto postcoloniale e prendendo nuove direzioni grazie agli emozionanti interventi dei nuovi collaboratori successivamente saliti a bordo”. Risultato è un insieme interdisciplinare di voci che intervengono sulla complessa questione del genere e dei ruoli nella realtà globale contemporanea e postcoloniale, esplorando le modalità con cui soggettività incarnate, cioè marcate per genere e razza, hanno svolto ruoli cruciali nella transizione verso il post-colonialismo e nei conflitti globali attuali.

    1. G. Secondo te queste figure geograficamente distanti e non allineate con l’immaginario della cura e della conservazione della vita, possono essere modelli anche di un agire politico per noi, che, almeno apparentemente, viviamo in aree geografiche meno conflittuali?
    2. D. Resta da chiedersi se nelle democrazie europee ci troviamo effettivamente di fronte a uno sviluppo (che verrà, forse, seguito dal riconoscimento) del ruolo e della visibilità femminile, in un senso non riproduttivo. Oppure se le realtà geograficamente lontane, prese in esame, non consistano in fin dei conti in una reiterazione di stereotipi e rappresentazioni predefinite, in continuità con la gestione patriarcale e neoliberista dell’essere umano e dello spazio geopolitico. Intanto questo volume offre la possibilità di esplorare un nuovo quadro storico, sociale e politico in cui il genere risulta un’arma, strumento di conflitto o divisione, ridefinendo un contesto che mette in luce le esperienze di partecipazione femminile a guerre e conflitti e il gap tra la storia delle istituzioni convenzionalmente narrata ed effettivi agenti, azioni e responsabilità. Questa pluralità di voci si traduce quindi in una pluralità di contenuti che ben rendono la molteplicità della soggettività che il femminismo in sé difende. Per cui, credo che l’analisi dei ruoli di genere non conformi all’immaginario della cura, attraverso l’analisi transtorica e transdisciplinare, se non un modello immediato di agibilità dei conflitti che noi stesse incontriamo sia almeno il punto di partenza per un’efficace conoscenza della relazione stabilita tra femminile e contemporaneità postcoloniale.
  • A. Putino, I corpi di mezzo, a cura di Tristana Dini, Ombre corte, Verona 2011

    A. Putino, I corpi di mezzo, a cura di Tristana Dini, Ombre corte, Verona 2011

    Il pensiero femminista muove dai corpi, che coniuga al plurale senza cercarne una sintesi. E’ su questa acquisizione che si innestano le riflessioni di Angela Putino. I corpi non sono dunque un mero e indistinto dato biologico, né quell’”essere comune” sul quale si fonda la politica: “sono sessuati oltre la biologia perché toccati dal senso, in lotta”. Questo il punto di rottura del femminismo: aver proposto una politica dei corpi nell’epoca in cui la vera posta in gioco del potere è la governamentalità del vivente.

    Recensione di Nicoletta Stellino 
    L’insieme dei saggi di Angela Putino raccolti in Corpi di mezzo, edito nell’ottobre 2011 a cura di Tristana Dini, si concentra attorno all’analisi del concetto di biopolitica posizionato all’interno di uno schema evolutivo che pone nella nascita il momento in cui il patrimonio genetico di un individuo prende forma, determinando così in maniera decisiva quelle informazioni genetiche con cui non solo egli vive, ma con le quali si inserisce nei processi sociali e politici. Tale prospettiva è una delle tante contaminazioni che l’autrice deriva dal pensiero di Foucault, che rielabora in alcune sue parti fino a ritrovare in questo molti punti di contatto con il pensiero della differenza. Tutte le intersezioni e contaminazioni di pensiero che l’autrice mette in atto vengono fatte vivere in un nuovo insieme di relazioni senza forzature di alcun tipo.

    Nel discorso biopolitico, morale e biologia si intrecciano indissolubilmente, come se l’una fosse il parametro determinante dell’altra e viceversa, per approdare ad una definizione di “sanità”, non solo in campo medico ma anche sul piano sociale, che valga per un’intera specie. La misurazione biologica diviene, infatti, parametro che certifica la competenza o l’incompetenza su tutti i fronti.

    In questo contesto la sessualità acquista una rilevanza come atto del generare, soggetto a condanna come atto moralmente illecito quando con esso si dà luogo ad una generazione che devia da quella che viene intesa come normalità e che porta a ciò che viene abbassato a difetto genetico, patologia e malattia endemica.

    La sessualità, in questo contesto, è sostanzialmente un fenomeno riproduttivo: le operazioni di controllo e di investimento dei dispositivi di potere hanno l’esigenza di individuare la differenza tra i sessi per rispondere ad una domanda di procreazione specifica ed esigenze definite di “salute”. I corpi delle donne diventano materiali su cui applicare tecniche che, sospendendo la sessualità e il desideri di ciascuno di loro, utilizzano il sesso femminile come mero fornitore di prodotti. Per esempio, se tra Ottocento e Novecento la sessualità veniva regolata perché con questa avvieniva la selezione, con Hitler il patrimonio genetico diviene addirittura la ricchezza di una nazione.

    La biologia, in particolare la teoria evolutiva, secondo le interpretazioni foucaultiane, fornisce concetti utili ad una ideologia biopolitica come quello di adattamento: in questa ottica, solo se l’individuo sarà in grado di adattarsi alle variabili dell’ambiente in cui vive sarà possibile l’accesso a mondo degli inclusi. Putino nota come, in una tale prospettiva evolutiva, l’intento non è quello di proporre e individuare una cura, se davvero ce ne fosse bisogno, ma quello di ostacolare un eventuale contagio tra individui di dignità diverse e preservare quella “sanità” che garantisce il miglior sviluppo della specie. Logica conseguenza è la creazione di un sistema di inclusione-esclusione, visto che non a tutti è data la possibilità di essere dei sani portatori, e controllo e disciplina divengono il necessario metodo di governo. La disciplina dei corpi, infatti, viene destinata alla realizzazione di una sana specie umana.

    I corpi di mezzo, dunque, sono proprio quei corpi informi che non trovano collocazione in qualsiasi definizione perché incapaci di adeguarsi, sono i corpi dei folli di cui parla Foucault o i corpi massacrati dall’ideologia nazista: sono corpi senza cittadinanza. La biopolitica diventa, in questo senso, potenziamento di mezzi e metodi di governamentalità, non tanto di repressione, ma tecnologie che incentivano un unico modello di vita.

    Inoltre il linguaggio biologico, in una concezione biopolitica della realtà, si intreccia con quello economico che parla di profitti e che si muove secondo la logica dell’utile.

    L’intento è ora, secondo Putino, quello di svincolarsi da una struttura che definisce a priori le norme che regolano l’inclusione e l’esclusione da una vita ritenuta degna, decostruendo un impianto fatto di forme già date e precondizionate e dando spazio ad aperture che, dirigendosi verso l’esterno, riescano a liberarsi da definizioni e schemi rigidi che posizionano i corpi fuori o dentro di esse per trovare loro un senso.

    In questa direzione si inserisce anche il discorso psicoanalitico in cui, con Foucault, si individua il primo superamento del determinismo evoluzionista.

    Dunque bisogna mettere i corpi in relazione, senza mai definirli: è proprio nelle relazioni che essi prendono vita. Quello che secondo Putino è necessario fare è partire dai propri corpi, dai propri modi per “espellere”, dice l’autrice, la propria interiorità; così che essi possano diventare “corpi fuori”, spazi aperti.

    La realtà di oggi ci offrirebbe la possibilità di uno spazio in cui verrebbe meno il senso del corpo, inteso come unico e definito, attraverso un insieme di interconnessioni in cui i corpi vengono messi in relazione in una rete di rapporti di vicinanza, esposizione, movimento; ma ciò non accade perché vi è una tale velocità e impossibilità di relazioni, tali in quanto di numero sproporzionato, che i corpi si trasformano in una sovrapposizione che confonde tutto. I corpi sono, in questo caso, il “tra”: ciò che sta in mezzo affinché siano “trasmettitori indifferenti”.

    Oggi, inoltre, sulla questione della procreazione il dibattito è caldo: lo scontro con il femminismo in tema di aborto si spiega proprio perché esso insiste sulle singole coscienze, mentre la biopolitica tende a creare un unico sentire condannando le decisioni singolari come fonti di deviazione e offuscamento.

    Aver cura di sé significa ripartire da sé, dai propri corpi senza indossare una forma che ci viene imposta dal potere. Significa resistere vanificando il potere, rendendolo inattivo. É qui che Putino intreccia il pensiero di Foucault con le pratiche delle donne: il femminismo mette in scacco quel progetto politico secondo cui la vera posta in gioco del potere è la governamentalità del vivente.

    Concepire i corpi come uno e considerarlo come “incarnazione del senso globale” significa incastrarli in un’unica definizione che non esiste; significa regolarli e controllarli. I corpi, invece, dice Putino, sono sessuati “oltre la biologia”, perché è nell’esperienza che hanno un loro senso, a prescindere dai loro ruoli e dalle loro identità. I corpi sessuati sono corpi “di esperienza” che non hanno bisogno di localizzazioni o di forme precostituite che diano loro un senso, ma necessitano di spazi aperti.

    Oggi il potere va intercettato non più nelle istituzioni che lo impongono dall’alto, ma deve essere ricercato nei meccanismi che provengono dal basso e si diffondono lasciando credere che siano normali, necessari e qualcosa da cui sia impossibile prescindere.

    Se la biopolitica definisce cos’è il vivente, resistere significa essere in grado di dire la verità della propria vita, partendo da sé, parlando in prima persona: la cura di sé è un atto di resistenza contro l’imposizione.

    I corpi non possono essere qualcosa che ci predetermina, ma essi devono essere lo spazio dei nostri desideri, delle nostre resistenze e dalla nostra esperienza. In questo modo è necessario parlare di una molteplicità di sensi, come è necessario parlare di corpi e non di corpo; parlare di corpi significa partire proprio dall’esperienza di ciascuno di essi, cioè parlare di corpi che siano, in questo senso, sessuati.

  • L. Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011

    L. Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011

    Come un surfista sulla cresta dell’onda

    Recensione di Giuliana Giulietti

    Ci sono gesti che le donne compiono dai primordi della vita umana e che tra mille peripezie e difficoltà  passano, una generazione dopo l’altra, di madre in figlia : spendersi per i viventi, rendere abitabile la terra, ricreare incessantemente le possibilità dell’esistenza contro le forze disgregatrici del caos sempre all’opera per sconvolgere il mondo. Nel suo ultimo libro, il bellissimo Non è da tutti: l’indicibile fortuna di nascere donna, Luisa Muraro rende omaggio alla grandezza femminile; una grandezza che  non ha nulla a che vedere con il prestigio personale, la carriera, il denaro, che non si specchia nelle graduatorie della società, ma che si “gode specialmente nell’intimo di sé”, che assomiglia a “un’avventura segreta” o “ a un abito di tutti i giorni ma disegnato da Valentino”; e nel rendere un tale omaggio lei ripete nella scrittura i medesimi gesti : mettersi dalla parte dei viventi
    e fare ordine, perché lo si possa abitare con agio, in un presente sempre più caotico, buio, disperante.
     Il “privilegio di essere donna” – un privilegio che Luisa Muraro ha accettato e messo in gioco nella sua vita personale e pubblica –  è ciò che le consente di  “accendere una luce” sulla  realtà che non è, nel  suo pensiero, un qualcosa di dato, di toccabile, vedibile, verificabile ( quell’oggetto, quell’idea, quel fatto ), ma relazione tra ciò che è e ciò che non è, tra quello che conosciamo e l’imprevisto che d’un tratto, in una sorta di epifania, diventa visibile e si mostra.
    Come la libertà femminile, inaudita fino alla seconda metà del Novecento e il cui orizzonte si è aperto – oltrepassando l’ordine patriarcale che di certo non la prevedeva  –  quando le donne sono uscite con una schivata ( come gli animali inseguiti dai predatori ) dalla traiettoria del potere e  si sono presentate sulla scena del mondo come soggetti desideranti e parlanti in autonomia. La felicità di esistere e di esserci – qui, sulla terra – è scaturita allora  per Luisa e per le tante altre con le quali ha condiviso l’esperienza del femminismo, dalla sensazione di una vita non più imprigionata in se stessa, ma libera di significarsi per se stessa, con le proprie parole, i propri desideri.
    La scoperta di sé, frutto della relazione tra donne, è stata al tempo stesso la scoperta di quello che lei chiama il privilegio di essere donna anche se, essere donna, è una condizione umana difficile. Per tutte: le belle e le brutte, le giovani e le vecchie, le ricche e le povere, le venerate e le umiliate. Ma essere donna  – ed è questa la fortuna  che ci è toccata in sorte-  significa guadagnare un modo unico e insostituibile di intimità con il genere umano e, dunque, un “di più” rispetto alla condizione maschile. Un “di più” che in società diventa visibile solo a sprazzi, ma che non sfugge agli sguardi ammirati di certi artisti che lo hanno scorto proprio là dove esso si manifesta, “fra le cose ordinarie della vita”, come è appunto il caso del pittore olandese Jan Vermeer.

     

    Le donne di Vermeer versano il latte, ricamano sedute sulla soglia di casa, scrivono o leggono una lettera, pesano gioielli su una bilancia, reggono una brocca, indossano collane di perle davanti a uno specchio. Rappresentate nella loro potenza luminosa (come la Lattaia  che figura sulla copertina del libro), esse sono un mondo a sé, inviolato, riservato, indipendente e del quale il pittore  ha colto, fissandolo sulla tela, l’ineffabile riflesso di quel  “di più” il cui godimento è specialmente interiore e che assomiglia a “un’avventura segreta”.
    Per riconoscere anche nella società la grandezza femminile e farle posto è necessario – scrive Luisa Muraro – sgombrare il campo dalla commedia falsamente femminista della  parità fra sessi, una commedia che mette in circolazione una rappresentazione diminuita e caotica delle donne, che sottovaluta la loro autonomia personale, la loro capacità di muoversi da sole per i loro progetti e che ancora le vuole – nonostante la rivoluzione femminista degli anni 60 e 70 del Novecento e il pensiero della differenza sessuale – uguali all’uomo.
     L’uguaglianza è un bene irrinunciabile, verissimo. Ma è altrettanto vero che la libera realizzazione di sé si gioca – come è stato annunciato e praticato nella seconda metà del Novecento dalle donne in rivolta- su un piano affatto diverso. Un piano dove il desiderio di politica non si confonde con la rincorsa al sempre più potere e dove l’esigenza non è di spartire il potere ( come invece comanda la politica delle quote),  ma di uscire dalla sua logica di contrapposizione e di complicità e dove quel che si guadagna è “ un poter essere e  un far essere” e le capacità ricevute insieme alla vita, “ di godere, soffrire, amare, desiderare e, in caso, amare”.
    Certamente – Luisa Muraro ne è consapevole – ai cambiamenti realizzati dal movimento delle donne sono venuti a mancare negli ultimi due decenni, un contesto e un seguito che li avrebbero dotati di un credito più esteso. Ci sono oggi – lei dice – molti motivi per disperare e che “ si frappongono tra l’umanità e ogni possibile voler bene”: le guerre, per quello che sono le guerre da sempre e per le caratteristiche che hanno assunto oggi;  mai dichiarate, croniche, micidiali per la popolazione civile e il territorio;   la crisi economica e lo sgomento delle persone giovani sradicate sia dal futuro che dal passato. Ma Luisa Muraro non è donna da perdersi d’animo e sa perfettamente che la grandezza femminile – che in lei risplende meravigliosamente –  non sparisce neppure nelle circostanze più difficili, talvolta perfino si accentua. E così, con la stessa pazienza, tenacia  e “ colpo d’occhio”( e forse con un sospiro di sgomento) con i quali una donna affronta, per riportarvi ordine, pulizia e luce, la confusione brutale di una stanza dove è appena entrata, lei ci invita con le sue parole che appunto fanno ordine e luce, a rilanciare la scommessa del femminismo, a uscire ancora una volta, con una schivata, dalla traiettoria del “sempre più potere” e a rimettere in gioco, facendoli uscire dall’invisibilità e dal silenzio, la nostra esperienza, i nostri desideri. La libertà femminile sta oggi sul crinale che emerge tra due alternative mutilanti: la richiesta di una muta dedizione di sé da una parte, e “l’offerta crescente di vie d’uscita verso un’autoaffermazione in termini di parità, cioè ricalcata su modelli ed esigenze maschili dall’altra”. Nonostante i tempi bui e l’assordante e insensato proliferare di discorsi sulle donne ( quote, dignità offesa, veline, salvatrici della nazione ecc. ) Luisa Muraro continua a sentire tra le donne, “ un filo di quell’umore felice del surfista che corre sulla cresta dell’onda”. Sì perché lei, con il suo sguardo profondissimo e limpido come la sua mente, ancora scorge all’orizzonte della sua e delle nostre esistenze, un barlume di felicità. Una felicità che comanda di essere annunciata e condivisa con altre, con altri. Del resto, certe rivoluzioni ( e quella femminista lo è stata) sono scoppiate così –  scrive Luisa – “solo perché la felicità si è mostrata all’orizzonte”.

     

  • L. Melandri, Amore e Violenza. Il fattore molesto della civiltà, Bollati Boringhieri 2011

    L. Melandri, Amore e Violenza. Il fattore molesto della civiltà, Bollati Boringhieri 2011

    Recensione di Federica Castelli in DWF – Questo sesso che non è ilsesso. II – 90, 2 anno 2011

    Amore e Violenza di Lea Melandri si inserisce nel quadro del recente dibattito sulla femminilizzazione del lavoro e della società – problematizzandone sia la questione della complementarietà e della conciliazione, sia l’illusione di una raggiunta armonia e parità di condizioni tra i sessi – radicandosi  in un discorso sull’attualità della scena globale, caratterizzata da nuovi ed inediti conflitti, e proponendo pratiche e approcci che sappiano tener conto delle differenze, dell’importanza strutturale del conflitto, del corpo e della soggettività che in esso si radica.
    Il dibattito sulla femminilizzazione del lavoro vede il delinearsi di una doppia lettura del rapporto tra capitalismo cognitivo e il di più della differenza femminile, come rapporto di inclusione e messa a profitto che genererebbe maggiore oppressione per le donne al lavoro oppure come occasione per la differenza di far saltare i meccanismi contemporanei di produzione e di lavoro. La riflessione di Melandri, seppur segnata dalla mancanza di un’analisi del precariato come condizione lavorativa ed esistenziale, che colpisce e orienta le vite di tutte le nuove generazioni al lavoro (soprattutto nel campo del lavoro cognitivo), si inserisce all’interno di questo dibattito mostrando come la femminilizzazione – che non coinvolge solo il mondo del lavoro, ma abbraccia l’intero sociale – conviva, nonostante si faccia carico di promesse di “parità”, “uguaglianza”, “emancipazione”, con il persistere degli stereotipi di genere e dell’idea della complementarietà dei sessi. La divisione sessuale del lavoro, così come la conflittualità tra uomini e donne, permangono nella loro evidenza, raggiungendo apici critici proprio nel momento in cui il femminile fuoriesce dal luogo dove storicamente è stato relegato, al di fuori dalla polis, nel mondo chiuso della casa e del privato. La chiave di lettura per comprendere questa contraddizione, spiega Melandri, risiede nel fatto che, nonostante il discorso circolante, il conflitto tra sessi permane irrisolto sua problematicità.
    Il femminile stesso che il discorso pubblico sdogana dall’oikos (in un movimento che sembra portare drasticamente ad un dilagare informe del privato nel pubblico) è in realtà ancora l’immagine di donna che la tradizione al maschile storicamente ha costruito. L’idea di una donna al lavoro che curi le relazioni, i contatti e che concili i conflitti riprende in modo esplicito un immaginario costruito sulla base dei compiti e delle cure che l’oikos e la cura della famiglia hanno trasformato in caratteristiche del femminile idealizzato, pensato al maschile nei termini di mancanza e complementarietà. In questo senso è possibile comprendere come nonostante l’apparenza, l’idea di un attuale ammorbidimento del conflitto tra sessi e di un avvicinamento alla realizzazione dell’armonia fra uomini e donne non solo si rivela illusoria, ma portatrice, secondo Melandri, di una più profonda forma di oppressione. Il femminile che finalmente irrompe del discorso pubblico è un femminile che non parla alle donne, perché non nasce dalla loro esperienza, e a cui è possibile conformarsi se non in virtù di un misconoscimento. La donna che abbraccia l’idea della conciliazione di lavoro produttivo e riproduttivo (la cui delega al femminile non viene messa in discussione), conformandosi all’idea della donna multitasking, efficiente sul lavoro, perfetta dentro casa, eccellente nelle relazioni dentro e fuori l’ufficio, in realtà non mette in discussione nulla di un mondo produttivo storicamente al maschile ed ora capace di saper sfruttare e mettere a profitto quelle caratteristiche che l‘oikosrichiede al femminile.
    In posizione critica rispetto al pensiero della differenza sessuale, Melandri sottolinea come l’idea stessa di una differenza maschile e femminile riporti sulla scena una dicotomia e un problema segnati da una logica maschile e all’interno della quale l’oppressione che si cela dietro l’idea di complementarietà si radica nella divisione sessuale del lavoro. Nel dibattito sulla lettura da dare al processo di femminilizzazione del lavoro, spiega Melandri, alcune femministe impugnano l’idea di una “natura femminile”, che produce autorevolezza per le donne anche in ambito lavorativo. In questo modo, commenta aspramente l’autrice, viene messa in ombra la questione del potere (che rimane sempre declinato al maschile) e gli interessi economici che tengono le donne in scacco, prese nel difficile e estenuante equilibrio della conciliazione. Questa armonia, questa conciliazione, sul lavoro e nell’intera società, costringono appunto la donna a guardarsi con occhi ancora maschili e ad incarnare ruoli che ne sfruttano l’immaginario.
    Il libro ha il pregio di segnare il punto del misconoscimento che ha tradito il percorso e il senso delle pratiche e delle riflessioni femministe fino alla banalizzazione a cui assistiamo tutt’ora nella politica italiana del nesso corpo-sesso-politica. Una lettura del presente che problematicizza la società e l’attuale senso di armonia e conciliazione che la femminilizzazione produce, facendo sembrare risolti tutti i conflitti tra sessi, e che smaschera i dover essere che in essa vengono sottesi: dover essere madre, dover essere giovane, dover essere bella, dover essere complementare ad un uomo che a sua volta deve saper rispecchiare i canoni della mascolinità che la tradizione ha costruito. La femminilizzazione è l’estensione alla vita pubblica di quel femminile, così il corpo sulla scena è corpo oggetto, corpo merce, ben lontano da quell’Io incorporato del femminismo.
    Così come il femminile, anche il corpo in questione è quello segnato dal potere sovrano, dall’esclusione dalla polis, dal maschile. Da sempre relegato fuori dal tempo e dallo spazio della politica, il corpo, così come il femminile, irrompe oggi sulla scena sociale, nel doppio movimento di un controllo e di un’azione sempre più sensibile sulle questioni della vita da parte delle istituzioni, e di un contemporaneo dilagare di questioni “private”, tradizionalmente ritenute “non politiche” nelle questioni pubbliche, che scombina e mette in crisi l’agire della sinistra italiana mentre viene raccolta dalla destra. In questo senso, il riferimento dell’autrice ai recenti avvenimenti riguardanti Silvio Berlusconi, diviene l’occasione per una chiara messa a tema della questione.
    I movimenti femminili, in lotta per una politica della vita e non su di essa, hanno riportato sulla scena il rimosso della politica:  il femminile, le relazioni, il corpo come luogo essenziale della soggettività. Tra lo stesso nesso individuato dal femminismo tra sessualità e politica e l’attualità della società italiana si apre un abisso che nasce dal misconoscimento, dal fraintendimento e dalla banalizzazione del senso di questo legame, di fronte alla quale si aprono due possibilità, entrambe misere: la politica come gossip e come personalismo, oppure il ritorno alla separazione dicotomica pubblico/privato, corpo/polis. Ciò a cui si assiste oggi è il trionfo non di una politica della vita ma di una politica dell’antipolitico, sistematica immissione senza resti di quel che era relegato fuori, concepito e segnato dalla logica del discorso di potere che un tempo lo escludeva. Come il femminile, il corpo che ha ottenuto la cittadinanza è quello che si pone come luogo di affermazione degli individui semplicemente attraverso la bellezza, la gioventù, l’allusione erotica.
    Ben lontana dal risolvere le contraddizioni e la conflittualità tra i sessi, la società attuale ne accentua i caratteri oppressivi mascherandoli sotto il nome dell’amore, dell’a-conflittualità.
    In fondo, l’amore – se ne rendeva conto già Freud – è intimamente legato alla violenza, e spesso sfocia nell’aggressività. Che si tratti di una donna, così come di una nazione. Lo stesso movimento di Eros, uno più uno, porta al sogno di una unità chiusa e non discutibile che conduce direttamente a logiche di appropriazione- protezione dell’oggetto amato imparentate con logiche di guerra; tale nesso non può che acuirsi e rendersi più consistente nel momento in cui le fondamenta sicure e rimosse della società fuoriescono dai ruoli tradizionali rivendicando una libertà e una visibilità nello spazio pubblico imprevisti. In quel momento, la libertà maschile, costruita sull’illusione dell’affrancamento dai ruoli e dalle figure del femminile, vacilla portando alle estreme conseguenze la confusione contraddittoria di amore e violenza che determina il rapporto uomo/donna.
    Così come il corpo e il femminile, l’irruzione dell’alterità – culturale, sociale, nazionale- una volta assimilata o dominata scombina e rende fluido e precario il sistema, che esige dunque una nuova e chiara messa a tema. Melandri, sulla base delle riflessioni di Del Rey e Benasayag (Elogio del Conflitto, Feltrinelli 2008) sottolinea l’esigenza di ripensare la società in termini di conflitti, come processo di costruzione al di fuori delle logiche unitarie, universali, macro-partitiche. L’ottica del conflitto riesce a rendere conto delle nuove figure del disagio sociale, del dissenso e della ribellione, portando sulla scena le reti multiformi e inaspettate di cui si compone oggi lo scenario globale. In opposizione alle logiche di militanza, ai movimenti rivoluzionari che mantengono le stesse logiche di appropriazione e contenimento delle differenze, Melandri propone una radicale ridefinizione della politica attraverso la ripresa delle pratiche del femminismo, della soggettività corporea, del partire da sé e la fuoriuscita da ogni tipo di dualismo, anche quello che l’autrice rintraccia nel pensiero della differenza.
    In tutto questo, va segnalata una sostanziale sfiducia dell’autrice nel pensiero e nelle pratiche relazioni delle giovani donne, descritte come imprigionate e divise tra due immagini complementari che risalgono direttamente a quel femminile costruito sulle donne dal pensiero patriarcale. Veline o aspiranti mamme conciliatrici di vita e carriera, divise tra corpo erotico e corpo materno, le giovani generazioni vengono secondo l’autrice a mancare degli strumenti, delle possibilità e soprattutto della volontà di un reale ripensamento dell’idea del femminile, adagiandosi invece in esso come fosse la naturale realizzazione delle proprie soggettività. In questo senso, si domanda Melandri, viene da chiedersi dove il femminismo si sia arrestato nel dialogo tra generazioni, e quale siano le cause di questa mancanza di analisi delle giovani donne. Questione scomoda da affrontare, soprattutto se nel discorso si punta tutto su due poli estremi ed estremizzati di immagini di vite di giovani donne, che non coglie né le sfumature, né quell’altrove che molte di noi realizzano, collocandosi fuori da quello schema. Molte giovani donne,  non si rispecchiano nei due modelli che la società italiana attuale propone, non ci si ritrovano. Vi è poi il caso di chi, come me, ha incontrato nella sua vita il femminismo. Questi casi, particolari ma pur sempre presenti sulla scena, fanno necessariamente saltare il discorso nella sua rigida dicotomia, ma esigono una più ampia messa a tema del rapporto tra giovani donne e femminismo.