• Bodymetrics. La misura dei corpi | Tre quaderni su eco/nomia/logia transfemminista

    Bodymetrics. La misura dei corpi | Tre quaderni su eco/nomia/logia transfemminista

     L’Atelier EcoPol è felice di annunciare la pubblicazione di Bodymetrics. La misura dei corpi, Tre Quaderni di ecologia ed economia politica transfemminista. Una nuova edizione digitale per i tipi di IAPh-Italia, liberamente scaricabile, che restituisce una parte significativa del percorso di ricercazione e autoformazione che ha coinvolto numeros* studios*, artist* e attivist*

    immagini di Eugenia Loli


    Quaderno Uno
    natura | cultura | artificio
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Birgit Mara Kaiser e Kathrin Thiele, Diffrazione: onto-epistemologia, fisica quantistica e critica delle scienze umane
    Liana Borghi, Percorso per diffrazione
    Donatella Saroli, “If you could see what I’ve seen with your eyes”. Sguardi possibili offerti dalle pratiche artistiche
    Ilenia Caleo, Dentro le turbolenze espressive della materia
    Olivia Fiorilli, Biomedicina. Affari di donne
    Beatrice Busi, Luci e ombre della normalizzazione della critica femminista: il caso della biologia del sesso
    Norma Santi, FREE OUT | Opera Elementale #5
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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    Quaderno Due
    misura | valore | eccedenza
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Federica Giardini, Valore. Topologia e dinamica della misura
    Federica Tomasello, Ecofemminismi. Economia dell’invisibile
    Pier Paolo Poggio, I ritardi della filosofia
    Gea Piccardi, Jiineoloji ed economia politica. Un’introduzione alla rivoluzione delle donne in Kurdistan
    Ilenia Caleo, Dear Data: un archivio affettivo che ridisegna la misura
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

    SCARICA QUADERNO DUE


    Quaderno Tre
    crisi | conflitto | alternativa
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Isabella Pinto, Praticare l’autoformazione
    Mariaenrica Giannuzzi, Appartenenze femministe ed ecologia politica
    Alessia Dro, Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista
    Gea Piccardi intervista Silvia Federici, Neoliberismo, riproduzione e comunità. Un dialogo tra biografia, politica e pensiero
    Alessandra Masala intervista Donatella Saroli, Lettura diffrattiva di un’istituzione culturale. Pratiche di ricerca, curatoriali, relazioni, neomaterialismo
    Jasbir Puar, I would rather be a cyborg than a goddess
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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  • Opere generali in altre lingue

    Opere generali in altre lingue

    ITALIAN FEMINIST THEORY AND PRACTICE

    Graziella Parati, Rebecca J. West

    Fairleigh Dickinson University Press 2002

    In the first section of this volume, the core issues involved in talking about concepts of sexual difference, especially within Italian feminism, are presented. These issues are tied to theories and practices that can be found in French Feminism, but they are shaped by the specific Italian and sociohistorical context. The essays in the second section explore many elements of the theoretical debate on difference, and its role in contemporary feminist thought and elsewhere.

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    LES FEMMES DE PLATON À DERRIDA 

    Anthologie critique

    Copertina

    Françoise Collin, Evelyne Pisier, Eleni Varikas

    Plon, Parigi 2000

    Indice

    Questo testo in lingua francese è un’antologia critica che propone una selezione di grandi testi che affrontano il problema dello statuto della donna. Il progetto vuole dare lo spazio adeguato alla differenza dei sessi in modo da sottolinearne l’imprescindibilità per il pensiero, allo stesso modo dell’importanza resa alla storia delle idee in generale. Lo scopo è esprimere l’urgenza di una riflessione sulla differenza sessuale che sia in grado di illuminare la filosofia a venire per donne e, di conseguenza, anche per gli uomini. Inoltre, si evidenzia l’omissione di alcuni temi in seno alla storia della filosofia ufficiale, così come l’oblio di alcune pensatrici essenziali. La domanda che il testo vuole sollecitare nella lettrice è: “se avessi saputo, fin dalla scuola e dall’università, quel che i filosofi pensavano delle donne, li avrei letti e compresi allo stesso modo?”.

     

     

     

    A COMPANION TO FEMINIST PHILOSOPHY

    Alison M. Jaggar, Iris Marion Young
    Blackwell Publishers LTD, Oxford (UK) 1998, 2000

    Indice

    Un’antologia in lingua inglese che colloca la forza e le potenzialità della teoria femminista in un contesto che non sia solo quello della tradizione occidentale ma anche delle riflessioni di altri paesi. I saggi contenuti in questa raccolta, molti dei quali sottolineano la funzione performativa e normativa del linguaggio, ci invitano a osservare ciò che è accaduto nel passato nella speranza di poter guardare avanti, all’interno di una nuova epoca del pensiero femminista. Chiara ed essenziale nell’obiettivo e ricca di informazioni, quest’opera è la migliore guida per disporre della gamma e la profondità della teoria femminista.

    RE-READING THE CANON SERIES

    Pennsylvania State University Press, Philadelphia

    Collana curata da Nancy Tuana, docente di Filosofia all’Università dell’Oregon

    Visita il sito

    Questo progetto, edito dall’Università Statale della Pennsylvania, si articola in circa trenta volumi, composti da vari saggi scritti da donne, alcuni inediti e altri già precedentemente pubblicati. Ciascun libro è dedicato all’analisi di un’importante figura del panorama filosofico antico e contemporaneo. I saggi presenti in ogni volume propongono un’originale re-interpretazione da un punto di vista squisitamente femminista della tradizione di pensiero occidentale, con l’intento di ri-significare le opere e i personaggi della filosofia che hanno determinato il Canone culturale europeo e nord-americano. L’analisi critica condotta da queste studiose impreziosisce il sapere filosofico, fornendo una lettura coinvolgente e stimolante dei protagonisti del nostro pensiero; non stupirà quindi trovare tra questi anche nomi di donne che, con il loro contributo, hanno non solo accresciuto, ma in parte determinato il nostro modo di agire e pensare.

    Copertina

    FEMINIST INTERPRETATIONS OF BENEDICT SPINOZA

    a cura di Moira Gatens, Pennsylvania State University Press, Philadelphia, 2009.

    Indice

    L’ultimo lavoro pubblicato in questa collana è votato allo studio del pensiero di Spinoza, noto protagonista della filosofia moderna. Scritto da studiose internazionali, questo è il primo libro interamente dedicato alla rilettura del lavoro etico, teologico e politico spinoziano condotto da una prospettiva totalmente femminista.
    Gli argomenti trattati spaziano dal rapporto mente-corpo in relazione alla distinzione sex-gender alla natura dell’amore e dell’amicizia, dal controverso rapporto tra il determinismo e il libero arbitrio all’analisi della politica e della sovranità, passando per le questioni cruciali del corpo, del potere e del confronto/riconoscimento tra i sessi.
    Tra le autrici dei saggi compaiono Luce Irigaray e Paola Grassi.

    FEMINIST INTERPRETATIONS OF AUGUSTINE

    a cura di Judith Chelius Stark, Pennsylvania State University Press,Copertina Philadelphia, 2007.

    Indice ed estratti del testo

    Agostino, Padre della Chiesa e teologo di importanza basilare nella tradizione ecclesiastica, è forse l’intellettuale cristiano più avversato dalle intellettuali femministe, o comunque quello più problematico, con il quale è sempre stato difficile instaurare un dialogo intellettuale.
    Ma se il Cristianesimo si rivela già da subito una religione “sessista”, per via del rapporto privilegiato tra Padre e Figlio da cui Maria è decentrata se non esclusa, Agostino, che pure, sulla scia di tale pensiero, considera le donne esseri inferiori, intrattiene con esse un rapporto ambivalente: l’amata madre Monica, che lo converte al Cristianesimo, sarà nella sua vita un costante punto di riferimento, al punto da influenzare le sue scelte e da fargli abbandonare la donna dalla quale ebbe un figlio; essa infatti, essendo una serva, non poteva più essere al fianco di un uomo che, di lì a poco, sarebbe diventato vescovo.
    I saggi di questo volume raccontano il rapporto intrattenuto dal santo africano con il sesso femminile, esplorando aspetti del suo pensiero – la sessualità, la questione delle donne, il corpo – troppo spesso tralasciati nei dibattiti che lo vedono protagonista.
    Tra le saggiste compare Rosemary Radford Ruether, teologa femminista.

     

    FEMINIST INTERPRETATIONS OF ARISTOTLE

    a cura di Cynthia A. Freeland, Pennsylvania State University Press, CopertinaPhiladelphia, 1998.

    Indice ed estratti del testo

    Il volume è diviso in due parti, volte ad analizzare rispettivamente la scienza teoretica e quella pratica del filosofo greco. Rispetto ad un femminismo radicale, per il quale la filosofia aristotelica è quasi totalmente da rigettare, le autrici di questi saggi si propongono di rivalutarne e riabilitarne alcune parti, poiché, nonostante gli stereotipi e il sessismo da cui è caratterizzata, essa segna, insieme al pensiero di Platone, l’inizio di ogni filosofare occidentale.
    Questo però non significa consegnarsi ciecamente ad un modo di fare filosofia, ma, partendo invece da determinati assunti condivisi, creare un sapere critico in grado di risolvere i nodi lasciati irrisolti da quel sapere antico. È questo l’intento primario delle autrici impegnate in quest’opera: rileggere il canone aristotelico cercando di cogliere ciò che è sfuggito ai suoi interpreti, non ciò che è palese e noto. Così facendo, possiamo imparare una nuova metodologia d’indagine femminista, che guidandoci nella lettura di quelle pagine ci porti a scoprire sorprendentemente qualcosa in più su temi attuali come la presenza delle donne nell’esercito o l’utero in affitto.

     

    FEMINIST INTERPRETATIONS OF G. W. F. HEGEL

    a cura di Patricia Jagentowicz Mills, Pennsylvania State UniversityCopertina Press, Philadelphia, 1996

    Indice ed estratti del testo

    Anche in questo caso, come per Spinoza, si tratta del primo testo critico di matrice prettamente femminista, scritto collettivamente, dedicato al filosofo tedesco. Hegel articola una delle questioni centrali per le teoriche femministe di ogni tempo: la concettualizzazione dell’identità e della differenza. Le autrici qui si “scontrano” sull’efficacia o meno del sistema speculativo hegeliano nel ristabilire la “riconciliazione”, l’ Aufhebung, tra i due termini.
    Superando e mantenendo l’originale appropriazione di Hegel operata da Simone De Beauvoir ne Il secondo sesso, i saggi analizzano le questioni di genere sollevate dalla teoria dialettica, concentrandosi sulla concezione del femmineo, e offrendo un’interessante prospettiva critica e “sessuata” del più famoso esponente dell’idealismo tedesco.
    Non si possono non menzionare tra le autrici, Carla Lonzi, Luce Irigaray e Seyla Benhabib.

     

    FEMINIST INTERPRETATIONS OF SIMONE DE BEAUVOIR

    Copertinaa cura di Margaret A. Simons, Pennsylvania State University Press, Philadelphia, 1995

    Indice ed estratti del testo

    Appartenente al “secondo sesso”, quello femminile, compagna di Jean-Paul Sartre senza matrimonio né convivenza, filosofa, femminista, figura odiata e insieme amata dal panorama internazionale, guida per molte donne in vari decenni di storia del Novecento. Cosa potrebbero dire delle femministe su una femminista come loro? Innanzitutto si propongono di riabilitarla tra i canoni del pensiero, poiché Simone, in quanto donna, non vi era stata inserita; ma si propongono anche di analizzarne il rapporto con Sartre e l’esistenzialismo, che tanto hanno influenzato la sua opera. Come porsi da parte di donna nei riguardi di un sapere – la fenomenologia esistenzialista – che non può essere certo considerato appartenente alla tradizione femminista? E che dire dell’amore, della corporeità e dei rapporti con gli altri che Sartre descrive ne L’essere e il nulla? A questi interrogativi tentano di rispondere le saggiste qui impegnate, cercando di presentare la filosofa francese sotto una nuova luce, soprattutto grazie alle preziose pubblicazioni postume degli anni Novanta, curate dalla figlia Sylvie Le Bon de Beauvoir.

     

     

    HANDBOOK OF GENDER AND WOMEN’S STUDIES

    a cura di Kathy Davis, Mary Evans, Judith Lorber, Sage, London 2006

    Un aggiornamento critico sui temi affrontati dalle studiose nei loro corsi universitari di lingua inglese.

    indice

     

     

     

    A cura di Valeria Mercandino e Valeria Evangelistella

  • María Zambrano. Filosofia, poesia, politica

    María Zambrano. Filosofia, poesia, politica

    a cura di Sara del Bello 

    Voce fondamentale del Novecento, espressione di un pensiero che non si lascia incardinare in nessun sistema filosofico, dà forma ad una riflessione che, nella varietà di tematiche affrontate, lascia emergere il suo tratto principale nella volontà di riscoprire l’umana attitudine ad entrare in relazione con l’altro. È, dunque, un percorso filosofico, che si caratterizza fondamentalmente per un’attenzione costante alla persona, vista da Zambrano quale creatura animata da una costitutiva tensione alla trascendenza e all’apertura all’altro da sé.

    Inoltre, la filosofa spagnola, pur dichiarando di non essere femminista, bensì femminile, anticipa il pensiero della differenza sessuale, laddove rivendica la necessità di elaborare forme di espressione sociale e politica coniugate anche al femminile. Infatti, la contrarietà verso l’omologazione al modello maschile, dominante nell’ambito storico-politico ed il conseguente bisogno di garantire il rispetto della specificità femminile nella sfera pubblica, oltre che l’attenzione a figure femminili emblematiche, tra cui spicca quella di Antigone, sono elementi che affiorano nelle parole di Zambrano a proposito della condizione delle donne.

    Le opere qui presentate toccano alcuni aspetti essenziali dell’universo zambraniano: la prospettiva antropologica, che si sostanzia nei temi della persona, della storia, della relazione tra umano e divino e l’idea di ragione poetica, cui si lega necessariamente il rapporto tra la filosofia e la poesia.

     

    Filosofia e poesia (1939)

    Edizioni Pendragon, Bologna, 2002

    In queste pagine prende corpo la riflessione, centrale nel pensiero zambraniano, relativa al rapporto tra filosofia e poesia. Sviluppando un’analisi che molto risente dell’eco heideggeriana, Zambrano sottolinea la necessità di ricondurre questi due percorsi, filosofico e poetico, verso un punto di contatto da tempo perduto. Il discorso muove da un atteggiamento di critica nei confronti del razionalismo, termine con il quale la pensatrice identifica quel panorama culturale che si sviluppa già con l’eleatismo e che ha rappresentato, secondo la sua prospettiva, la tendenza dell’uomo a voler realizzare un controllo assoluto sulla propria esistenza, mediante la ragione, considerata quale unico metro d’indagine e valutazione della realtà, arrivando così, per riprendere un’espressione orteghiana, a sostituire ciò che è spontaneo con il razionale.Zambrano rileva, in particolare, il differente atteggiamento che il poeta, da un lato, ed il filosofo, dall’altro, assumono nei confronti del mondo. Il secondo, infatti, vi si accosta mosso dalla volontà di comprenderlo ad ogni costo, riducendo le molteplici sfaccettature che lo caratterizzano ad un’unità assoluta. Il primo, invece, aderisce in modo concreto alla realtà, lasciandosi penetrare completamente da essa. Si tratta, secondo Zambrano, di riscoprire l’intimo e profondo legame che unisce poesia e filosofia, dando forma ad un pensiero che sia razionale e poetico al tempo stesso, dove la capacità chiarificatrice della filosofia sia sostenuta dall’attitudine poetica al saper accogliere e accettare ciò che si ha la possibilità di vedere ed ascoltare.

     

    L’agonia dell’Europa (1945)

    Marsilio Editori, Venezia, 2009

    Con questa opera, Zambrano si propone di ricercare le cause, tanto storiche, quanto religiose, che hanno contribuito a rendere l’Europa un corpo malato e decadente. La riflessione nasce e si sviluppa alla luce della tragica esperienza storica rappresentata dalla Seconda Guerra Mondiale e dal fenomeno totalitario.

    La pensatrice analizza il rapporto tra l’uomo europeo e le sue radici cristiane, muovendo dalla figura di Agostino, da lei stessa definito il padre dell’Europa. Lungo queste pagine, Zambrano mette in luce il tramonto di quei valori fondanti l’umanesimo europeo e rileva come l’uomo sia stato mosso fino all’estremo da una volontà creatrice, tale da dominare e possedere la realtà, smarrendo la sua capacità di saper trattare adeguatamente l’altro. È come se l’Europa avesse dimenticato di prendersi cura del proprio cuore e l’uomo europeo si fosse reso un disanimato. Ma di fronte ad un’immagine di violenza che appare priva di confini, spetta all’uomo europeo ritrovare quella speranza che, riprendendo le parole di Zambrano, rappresenta il fondo ultimo della vita umana, riscoprendo il proprio vero volto, quello che ha contribuito a renderlo persona e non un mero personaggio della storia.

     

    L’uomo e il divino (1953)

    Edizioni Lavoro, Roma, 2009

    Nelle pagine de L’uomo e il divino, María Zambrano, con un linguaggio più lineare rispetto ad altre sue opere, sceglie di raccontare l’umano, muovendo dalla relazione di quest’ultimo con quel divino, che si incarna negli dèi dell’Olimpo, nel dio della visione intellettuale della filosofia ed, infine, nel Dio del cristianesimo. In particolare, la pensatrice traccia un percorso in cui vengono a delinearsi tre differenti modalità di esplicazione di tale rapporto. La prima è quella dell’uomo mendico, che si percepisce come essere manchevole, indigente, edipico. La seconda coincide con quella del sapere filosofico in cui l’uomo esige di conoscere la verità, definita diversamente a seconda dei momenti della filosofia. Qui Zambrano sviluppa, inoltre, la sua critica nei confronti del razionalismo e dell’idealismo, incapaci a suo giudizio, di comprendere appieno la vita. L’ultima fase, infine, è quella del superuomo, in cui la cancellazione di ogni vincolo con il divino, ha spinto l’individuo ad auto-divinizzarsi, perdendo di vista, nell’interpretazione della filosofa, quel legame che ci rende tutti egualmente creature dinanzi a Dio. Si tratta, quindi, di un’analisi che, prendendo in considerazione anche altri aspetti, cerca di comprendere la condizione umana, tentando di trovarvi un fondamento che dia ragione del nostro essere parti di questo mondo.

     

    Persona e democrazia. La storia sacrificale (1958)

    Bruno Mondadori, Milano, 2000

    Con questa opera, Zambrano riprende le file di una riflessione nata negli anni dell’impegno politico-sociale, coincidenti con la sua gioventù e poi lasciata sullo sfondo, più o meno a partire dall’inizio dell’esilio. Questo testo, rispetto ai precedenti scritti di carattere più propriamente politico, quali Orizzonte del liberalismo (1930) o Gli intellettuali nel dramma di Spagna (1937), rivela una maggiore maturità. Manca, tuttavia, anche all’interno di questo saggio un’analisi dettagliata che arrivi a sondare gli elementi relativi ai principi ed ai meccanismi alla base delle istituzioni e delle forme di governo.

    Tre sono gli aspetti su cui si concentra l’attenzione della filosofa: la storia, la dimensione sociale ed infine, la persona. L’idea della storicità dell’uomo così come la critica alla massificazione della società lasciano affiorare l’influsso orteghiano, da cui però l’allieva Zambrano si distanzia, elaborando un percorso assolutamente personale ed unico. In modo particolare, uno degli aspetti di maggiore distacco rispetto a Ortega è il tema della persona, legato in maniera indissolubile all’idea di pietà e di trascendenza che, all’interno della riflessione zambraniana, diviene il fulcro attorno a cui ruota il concetto di democrazia.

     

    La tomba di Antigone. Diotima di Mantinea (1967)

    La Tartaruga Edizioni, Milano, 2001

    In questo testo, la filosofa ripropone la tragedia di Antigone, dandone però una versione alternativa rispetto a quella di Sofocle. Il racconto si concentra sul tema del soggetto femminile aperto all’accoglimento del diverso, dell’altro. Qui, infatti, la giovane protagonista non muore poiché deve prima avere il tempo di rendersi conto di se stessa, di prendere consapevolezza della propria vita. È così chiamata a scendere nelle profondità della terra e quindi della propria anima per dar luce alla propria coscienza. Antigone, muovendo dall’incontro con gli altri, con tutti coloro i quali, negli inferi, le si accostano rivolgendole la parola, arriva a poco a poco a scoprire se stessa, dando completezza e senso alla propria nascita, nascendo una seconda volta.

     

    Chiari del bosco (1977)

    Bruno Mondadori, Milano, 2004

    Chiari del bosco è una delle opere in cui prende corpo in modo più compiuto il concetto di razón poética che rappresenta l’elemento centrale del pensiero zambraniano, il quale inizia ad emergere nelle sue riflessioni già dalla metà degli anni trenta. Anche qui, sempre sottolineandone le dovute differenze, è possibile rintracciare un rimando ad Heidegger, in particolare alla riflessione che il filosofo inizia a sviluppare successivamente ad Essere e tempo. Il riferimento è presente già a partire dal titolo stesso dell’opera zambraniana che richiama, infatti, l’idea heideggeriana della radura come luogo, al tempo stesso, di nascondimento e svelamento dell’Essere.

    La ragione poetica e materna, che la filosofa tratteggia, è espressione di quelsapere dell’anima che ha il compito di indirizzare gli uomini nel mondo, al pari di una guida, affinché essi possano sentirsi pienamente parti integranti di quest’ultimo. È una ragione capace di comprendere i chiaroscuri della vita umana, scandagliandoli anche là dove, secondo Zambrano, la ragione modernarazionalista non si è dimostrata tale da accedere e non si è rivelata in grado di penetrare né gli aspetti razionali, né quelli irrazionali del mondo umano.

  • Contro il potere. Filosofia e scrittura di Giacomo Marramao

    Contro il potere. Filosofia e scrittura di Giacomo Marramao

    (Bompiani, Milano 2011 – Estratto)

     

    L’ulteriore questione che qui si apre comporta uno spostamento del fuoco dell’analisi dai meccanismi del potere alla potenza dei soggetti, passando per una radicale ridefinizione dei rapporti interni alla triade reale-immaginario-simbolico e per una riproposta dell’auctoritas non più come fonte verticale di legittimazione della potestas ma come energia orizzontale, donazione-di-senso che si sprigiona — contro i cristalli di potere — dal tessuto relazional-conflittuale dell’esperienza concreta (p. 16).

     

    Auctoritas
    Per evitare di essere frainteso, dichiarerò subito che non è certo mia intenzione proporre un elogio dell’autorità costituita. L’autore di questo libro si è formato sulla critica di quello che, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, veniva chiamato «autoritarismo»  – e al nocciolo razionale di quella critica non intende certo rinunciare. Sta di fatto, però, che oggi come ieri – anzi, oggi, ancor più di ieri – le forme autoritarie procedono in senso diametralmente opposto alla simbolica dell’autorità. Per questo sono convinto che uno dei meriti maggiori del pensiero femminista della differenza sia consistito nella proposta — una proposta coraggiosa e controcorrente rispetto agli stereotipi del “pensiero critico” maschile — di una ridefinizione radicale del concetto di autorità. Una ridefinizione che — come ho tentato di dimostrare nei miei lavori degli ultimi anni, in particolare in Dopo il Leviatano e inPassaggio a Occidente — restituisce al concetto il suo significato etimologico e, insieme, la sua carica simbolica originaria. Derivando — secondo la fondamentale indicazione contenuta nel Vocabolario delle istituzioni indo-europee di Emile Benveniste — dalla radice indoeuropea aug– (da cui il verbo augere), il lemma auctoritas, al pari di augurium e auctor, reca in sé il significato di un “aumento” iperbolico: di un incremento non meramente quantitativo ma simbolico. Ma l’aspetto decisivo innervato in questa dimensione simbolica si manifesta con chiarezza nel momento in cui poniamo in rapporto l’auctoritas con la potestas: con l’ambito della potestà assoluta, originariamente regale. Rispetto alla potenza simbolica, “augurale”, dell’autorità, il potere rappresentato dal rex e istituzionalizzato nel regnum funge da operatore e regolatore geometrico, a un tempo spaziale e normativo. (p. 34)

     

    La potestas regale, in altri termini, traduce l’augmentum, l’incremento di senso (e il conferimento di autorità) implicito nella funzione augurale, in dispositivo di segni. L’etimo di rex — dal tema nominale *reg — rimanda al significato di regere, “segnare”, tracciare in linea retta, dunque delimitare e perimetrare uno spazio. Ma è opportuno a questo punto affidarsi direttamente al testo di Benveniste:
    “Attestato solo in italico, in celtico e in indiano, cioè alle estremità occidentale e orientale del mondo indoeuropeo, rex appartiene a un gruppo molto antico di termini relativi alla religione e al diritto. L’accostamento del lat. rego al gr. orégo ‘stendere in linea retta’ (dove la o– iniziale si spiega con ragioni fonologiche), l’esame dei valori antichi di reg– in latino (per esempio in regere fines, e regione, rectus,rex sacrorum) fanno pensare che il rex, più simile in questo al sacerdote che al re in senso moderno, fosse colui che aveva autorità per tracciare i limiti della città e per determinare le regole del diritto”. L’espressione rex regit regiones sta, pertanto, originariamente a significare: «il segnatore segna i segni».
    La coppia augurium–regnum — con il flesso, ma anche con l’irresolubile tensione, che vi si istituisce viene in tal modo a configurarsi come la costante che sorregge il simbolismo del potere e dello spazio pubblico, pur nelle sue molteplici varianti e metamorfosi storiche. (p. 35)

     

    In sintesi: la dinamica del potere pone perennemente il problema di un’eccedenza di senso che deve di volta in volta tradursi in un (intrinsecamente coerente) sistema di segni. È da questa polarità, dalla sua insolubile tensione, che trae origine la segreta logica che presiede a tutti i miti di fondazione: la mitologia di una fonte unica e “sovrana” del potere. Ed è, conseguentemente, dalla scollatura dei due poli dell’augurium/augmentum/auctoritas e del regnum/regerepotestativo che si produce sempre quella che chiamiamo crisi di legittimità di un ordinamento o di un regime politico. Se è vero che una tale crisi investe oggi la forma democratica — come è attestato dalla ribellione populistico-mediatica contro il “ljberalismo procedurale” — ne consegue che per fronteggiarla vi è un solo modo: interrogarsi ancora una volta sulla sua “essenza” e sul suo “valore” (da cui in ultima analisi dipendono anche le sue “regole” e le sue “tecniche”); verificare se e dove essa rechi ancora in sé una riserva simbolica un’”augurale” ridondanza di senso — che i suoi attuali segni codificati non sono più in grado di trasmettere. Ma è dubbio che una tale verifica possa darsi senza sottoporre i due poli di “individuo” e “comunità” a un approfondimento “ben oltre i termini in cui la loro relazione è stata pensata, tra XIX e XX secolo, dai paradigmi dominanti del liberalismo e del socialismo. (p. 36)
  • W. Tommasi, Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana, Liguori, Napoli 2011

    W. Tommasi, Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana, Liguori, Napoli 2011

    ORA E POI DI NUOVO
     
    Un ago o un piccolo uncino di metallo, vecchi fili da ricamo. Un nodo, dentro-giro-fuori, polso e dita perfettamente sincronizzati in un gesto sapiente. E nel frattempo un paio di commenti sottovoce, una risata, un colpetto di tosse. Un’azione ripetitiva, ora e ancora e poi di nuovo. Un risultato strano e imprevisto. «In una galleria d’arte di Verona, Esposta, che era stata aperta da due amiche di Diotima, era stato organizzato tempo fa un seminario per lavorare creativamente per fare centrini: si trattava di usare stoffe stampate per individuarvi un possibile disegno diverso da quello suggerito dalla stoffa stessa, costruirci sopra una storia, metterci un’invenzione propria. Mia madre era una bravissima ricamatrice; così non ho mai potuto imparare bene a ricamare, perché il confronto con lei era annichilente per me. Sono andata al seminario organizzato da Esposta, con la scatola dei fili da ricamo ereditata da mia madre, e ho ricamato un centrino con una strampalata Pippi Calzelunghe, che tiene in mano un guinzaglio con un animale non ben identificato e uno strano aquilone (o uno scudo, non so bene…)».
    La vita quotidiana, si sa, è consuetudine monotona, azione automatica, economia di concetto, tregua per l’intelligenza. O forse no, suggerisce Wanda Tommasi nel suo libro Oggi è un altro giorno. Pagine di pensiero rigoroso, d’accordo, ma animate da episodi significativi, annotazioni ordinate e poi intuizioni improvvise. Un libro di filosofia che asseconda le cadenze del giorno e della notte, e che proprio per questo si legge con gran disinvoltura, godibile come due chiacchiere con l’autrice davanti a una tazza di the.
    Con intonazione spesso più narrativa che smaccatamente sistematica, Tommasi compone una filosofia della quotidianità prendendo in prestito brani esemplari di Marguerite Duras, Virginia Woolf, Carla Lonzi, Sylvia Plath. E poi ancora Franz Kafka e Luigi Meneghello. Certo, non trascura di affinare gli strumenti teorici analizzando, puntuale e all’occorrenza critica, le concezioni del quotidiano rintracciate in Aristotele e Martin Heidegger, Ludwig Wittgenstein, Sigmund Freud, Simone Weil e Maria Zambrano. Ma preferisce affidarsi alla letteratura più che al saggio filosofico.
    Per delineare i tratti di una filosofia della via di ogni giorno, chiarisce innanzitutto Wanda Tommasi, occorre «conferire legittimità al pensiero che deriva dall’esperienza, quella che facciamo giorno per giorno. E comporta di porsi al di qua di qualsiasi specialismo, eppure anche nel luogo in cui gli specialismi ricadono, nella misura in cui vengono incorporati nella prassi quotidiana». Nel bel mezzo, ma soprattutto al di qua ossia prima, scrive: si tratta di un sapere presupposto, anteriore, radice forte e nerboruta di qualunque altra cognizione e competenza. Un sapere felicemente vincolato alla sostanza corporea: «per un cambiamento simbolico che, a differenza della concezione patriarcale, non faccia dicotomie fra alto e basso, spirito e materia, anima e corpo, occorre mettere al centro la vita, nella sua materialità e spiritualità insieme. Occorre mettere al centro i bisogni – di cibo, di aria, di amore -, bisogni che tutti abbiamo. Niente può avere senso – né arte , né filosofia, né politica – se il semplice fatto di essere vivi non ne ha».
    E per non tradirne la materia e il significato, l’autrice analizza il sapere dell’esperienza quotidiana inserendo qualche dettaglio delle sue giornate, a casa con la penna e il quaderno o all’università con le colleghe. Di fatto «si può benissimo cucinare una minestra e intanto mettersi a scrivere. Anzi, il fatto che una donna sia legata a pratiche quotidiane può aiutarla a dare al suo pensiero una concretezza e un radicamento di cui molti pensatori, per quanto affascinanti nella purezza della loro astrazione, non sono capaci». Sì perché genio creativo e attitudine alla riflessione, specialità dell’intelletto maschile, volteggerebbero fuori dell’angusta vita quotidiana, votata esclusivamente alla riproduzione e alla cura, alla fatica del corpo che è faccenda da donne. Accudire, allevare, sfamare: noiose azioni sempre uguali a se stesse, funzionali ma dell’ordine della contingenza e dell’opinione, del dubbio, dell’opacità. Niente di plausibile nell’azione pratica, senz’altro niente da spartire con la scienza smagliante e universale, svincolata dalla necessità: per evitare confusione, allora, è prudente tenere separati corpo e spirito.
    Funziona per davvero? Certo che no.
    Per necessità e per amore, invece, la sapienza quotidiana tiene tutto insieme. In effetti, la reiterazione dei gesti da effettuare giorno dopo giorno per accudire la vita ci fa patire peso e fragilità dell’esistenza, confermando che siamo implicati in un ritmo biologico che si perpetua sempre uguale a se stesso. Beh, tutto sommato una certa uniformità è rassicurante, eppure abbiamo bisogno di colpi di scena, accadimenti piccoli e fortuiti. Dal momento che «l’esperienza è mia», puntualizza risoluta Wanda Tommasi, non possiamo fare a meno di mettere in discussione doveri e regole, rimuginare, escogitare: un’azione abituale non è mai ripetizione schietta perché variazioni minime inaugurano prospettive nuove e grandi, «un varco per la libertà». Pertanto «anche il gesto ripetitivo di cucinare una zuppa», sminuzza-sciogli-mescola-cuoci-aspetta, «acquista una sorta di sacralità. Un rito, una cerimonia nel silenzio della casa, in uno stato di abbandono meditativo». Come, in un rituale, la ripetizione di determinati atti non produce mai il medesimo effetto ma apre a un’ulteriorità, allo stesso modo ogni giorno ricominciamo da capo, ora e poi di nuovo, ma con un sottile «ritocco sapiente», un’azzeccata rifinitura simbolica. L’invenzione irrompe nella monotonia, il fatto ordinario è un avvenimento incredibile. Ecco perché «la spiritualità dell’esistenza è custodita dai gesti materiali di cura della vita e non è separabile da essi».
    La casa è luogo primissimo del quotidiano, solido punto di partenza. Incombenze del corpo, sollievo del pensiero, custodia del sentimento. Tanto più che «il rapporto di una donna con la casa rimanda al rapporto con la propria madre. La madre ci ha trasmesso, attraverso i gesti quotidiani di cura, un certo atteggiamento nei confronti dell’esistenza, se è stata sopraffatta dal peso del quotidiano o lo ha affrontato con slancio». Per far fronte ai compiti di ogni giorno, nel bene e nel male, facciamo riferimento alla disposizione, al metodo e alle azioni di nostra madre. Il salotto delle preziose, una stanza tutta per sé, un bilocale o un villino sistematicamente connesso al World Wide Web: la casa, spazio riempito di atteggiamenti e traiettorie, si trova «nel centro della vita quotidiana e la madre è nel centro fisico e simbolico della casa».
    Anch’io, che scrivo queste pagine, sono a casa. E mentre batto svelta la tastiera, tengo un occhio puntato sul mio primogenito che termina i compiti e un orecchio alla finestra, aspettando che il pulmino della scuola mi recapiti il piccoletto. E una fiacca lavatrice risciacqua in sottofondo. Ora e poi di nuovo domani.
    La casa e, fuori, la strada e la città.
    Per le donne, tante, che hanno pronunciato il doppio o il triplo sì, anche il lavoro è luogo del quotidiano, necessità e opportunità preziosa insieme. Donne che assumono un piglio manageriale per farsi strada e donne che mettono in gioco competenze relazionali squisitamente femminili come strumenti del mestiere. «Le donne devono fare di se stesse, della propria soggettività e delle proprie relazioni la misura regolativa del rapporto con il lavoro» e «prendere parola a partire da sé, mettendo in gioco la propria esperienza singolare nella sua irripetibilità». Così il lavoro diviene condizione di libertà e di senso. Wanda Tommasi racconta anche qualche dettaglio delle sue giornate: «tendo a fare del mio luogo di lavoro all’università il posto più simile possibile alla mia casa, sia con la presenza di una pianta che lo renda vivo e con la disponibilità dei generi di conforto come il the e un liquore, bene indispensabile nei momenti di sconforto, sia con la qualità delle relazioni». In pratica, «mi porto a casa il lavoro, ma trasporto la mia casa nell’università, nelle relazioni con colleghe e i colleghi, che spesso sono anche degli amici». Nell’ambiente di lavoro le relazioni forniscono una misura vivente per arginare la profusione di burocrazia e direttive, sciolgono obblighi che costringono alla riproduzione delle sole modalità previste. Le relazioni alleggeriscono, accomodano, sbrogliano, trasformano l’esperienza lavorativa quotidiana producendo mutamenti inaspettati. E se il presente è instabile e il futuro una minaccia, se la nostra condotta viene costantemente sorvegliata, se l’invasione di specialismi immiserisce il buon vecchio sapere comune per rimpiazzarlo con la figura dell’esperto, secondo l’autrice conviene «puntare sulle relazioni dirette, faccia a faccia». Una passeggiata con un’amica anziché una seduta dal terapeuta, dunque.
    E intanto scorre il tempo, perentorio e scandito dai rintocchi delle campane. Oppure il tempo simultaneo della comunicazione telematica, o il tempo nevrotico del tragitto casa e lavoro, o quello appagante di un incontro, o quello barboso di una riunione, o il tempo solitario dei luoghi affollati e della fantasticheria, o il tempo scintillante del momento opportuno. Un’occasione imperdibile per riattivare i fili giusti della memoria, l’apertura lieta alla circostanza tutta presente: vale a dire la contingenza, quella di cui il pensiero filosofico ha tentato disperatamente di sbarazzarsi, e che la sapienza quotidiana coglie sempre al volo.
    Giorno dopo giorno apparecchiamo la tavola, posate a destra e piatti e bicchieri, e simbolicamente anche noi stessi, tra conformismo e intime obiezioni, interpretazioni imposte e dissimulazioni ironiche. Fino a quando con fatica e sorpresa urtiamo contro «uno strato di roccia su cui la vanga si piega», dove finzione e convenzione si interrompono, dove sta la vita, ora e poi di nuovo. E dal momento che oggi è un altro giorno, scrupolosamente pianificato ma qualche volta avvincente, perché fatto di materia e cadenza più e meno regolare, intelligenza e volo del pensiero, consistenza e sogno, «è necessario trovare almeno un filo che attraversi diagonalmente le diverse aree e che congiunga i singoli vissuti, puntuali e irrelati, in un disegno che illumini e faccia senso», conclude Wanda Tommasi. Un vecchio filo da ricamo per cucire una Pippi Calzelunghe con un animale al guinzaglio e un aquilone, per esempio.
    Recensione di Chiara Turozzi 
  • G. Borrello, S. Tarantino (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino, Liguori, Napoli 2010

    G. Borrello, S. Tarantino (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino, Liguori, Napoli 2010

    Stefania Tarantino e Giovanna Borrello (a cura di)

    Esercizi di composizione per Angela Putino. Filosofia, differenza sessuale e politica, Liguori, Napoli 2010, pp. 130
    Esercizi di composizione per Angela Putino è un libro musicale nel senso profondo della parola. Il testo fa sua l’idea che l’armonia numerica alla base di una composizione musicale è tale proprio perché composta dalla differenza e dalla discordanza delle voci. L’armonia nasce da una dissonanza che è insieme contrasto e appartenenza, senza la quale non ci sarebbe varietà, movimento, creatività, vita. Alla ricerca di questa armonia la filosofa napoletana Angela Putino, scomparsa prematuramente nel 2006, dedica l’intera esistenza, consapevole che dalla differenza può nascere il seme di un nuovo che dice della continuità della storia e della vita. Quella di Angela è una differenza vissuta in prima persona, incarnata da azioni e parole spesso inattuali che rifuggono l’idea di un “potere” ufficiale, un pensiero unico a cui uniformarsi. Il libro, curato da Stefania Tarantino e Giovanna Borrello, ne traccia il ritratto di donna e di pensatrice attraverso una polifonia di voci amiche legate alla filosofa dalla comune passione per il pensiero della differenza sessuale. Chiara Zamboni, Wanda Tommasi, Rosetta Stella, Nadia Fusini, Tristana Dini, Nadia Nappo solo per citarne alcune. L’intervista ad Enzo Moscato e Tata Barbato ripercorre gli anni della giovinezza e gli esordi come pensatrice. Il ricordo di Angela si trasforma in linea guida nel riflessione sul significato profondo del pensiero della differenza sessuale oggi, nel suo intimo legame con la filosofia e la politica. Filosofia, differenza sessuale e politica sono per la Putino elementi tra loro indisgiungibili, traccia di un abitare il mondo che è insieme passione, azione, relazione. “La filosofia conserva e custodisce, attraverso un suo modo proprio di pensiero, un pensiero che accade altrove. Uno di questi ‘altrove’ è la politica”, commenta la pensatrice in uno dei suoi ultimi scritti inediti che il libro ha il merito di riproporre assieme ad altri. Non si tratta di una politica fatta di saperi oggettivabili, come “le richieste contanti all’interno dell’economia di mercato”, ma di una pratica che parte dall’idea che ci sia un “indimostrabile”, una verità che si fa avanti da sola in quanto esprime “un interesse non oggettivabile”. Questo “impersonale della politica” è una giustizia originaria che non si lascia etichettare sotto effimere parole di democrazia o parità, ma va dritto al cuore di una evidenza originaria. Quella cioè che “ogni donna pensa. Sì, ogni donna pensa, è capace di pensiero e, nel pronunciare ciò, direttamente si coglie che, dalla politica, si è iniziato. Da questo pensiero della politica sono derivate le questioni della sorellanza, e poi della disparità, poi gli studi di donne, poi i motivi teorici”. Il pensiero filosofico diventa così un pensare “sperimentante” in grado di riappropriarsi della sua radice vivente attraverso la pratica della relazione tra donne. Esso dice del bisogno di una politica autentica, di una giustizia in grado di dar conto dell’unicità del soggetto. La filosofia nasce da un rapporto diretto con l’altro/a, dal conflitto proficuo di una relazione in cui non c’è nessuna verità oggettiva che possa guidare il rapporto perché la verità è in gioco nella dialettica della relazione. Si tratta di una “filosofia presa su serio”, commenta Stefania Tarantino, che è, fin dal suo nascere, già politica. Nelle sue comunità politico-filosofiche femminili, come la redazione della rivista Madrigale e quella più recente di Ada Teoria Femminista, Angela sperimenta il senso di un sapere che la espone in prima persona perché la coinvolge come donna oltre che come pensatrice. Il senso della sua pratica non si esaurisce nei luoghi cosiddetti “istituzionali” ma la segue ovunque come uno stile che ne imprime l’esistenza. Non è un caso che nei racconti degli amici compaia spesso il riferimento alla sua piccola casa piena di gatti, lontana dal trambusto della città, in cui accoglieva e condivideva. Un’agorà in cui la filosofa si alimentava della vita alla ricerca di un pensiero della differenza femminile pronto a muoversi ai margini di un “simbolico” maschile, costantemente fuori dall’ordine ufficiale come uno scarto, un rimosso. È nei meandri di una conoscenza ai limiti che Angela sceglie di spingersi, consapevole che questo essere “al di fuori” da ogni logica precostituita rappresenti l’unica condizione per cogliere il senso di una verità sempre e comunque “altrove” dal sapere condiviso. Lo stare fuori dal simbolico è sì sventura di ogni singola donna ma anche possibilità di guardare oltre, di acquisire nuova consapevolezza. Il vuoto non va colmato ma accolto come soglia di un altrove. In questo senso esso è esperienza liberatoria. La sventura femminile diventa tale solo quando chi è esclusa finisce con l’aderire alle logiche di un potere che non le appartiene, abbracciando il punto di vista dei dominatori, la logica del carnefice. Lo sapeva bene la filosofa Simone Weil, di cui la pensatrice napoletana è stata fine ed originale studiosa ed il cui pensiero permea gran parte della sua produzione speculativa. La donna assume le sembianze del weiliano “supplicante muto” fuori dai giochi, nel luogo di un’abiezione accettata che non ha nessuna mira di omologazione al sapere maschile. Nel rischio di questo scarto è la possibilità di un salto, uno scatto verso il futuro.

    Recensione di Antonella Fimiani