• ENCYCLOPEDIA OF CONCISE CONCEPTS BY WOMEN PHILOSOPHERS

    ENCYCLOPEDIA OF CONCISE CONCEPTS BY WOMEN PHILOSOPHERS

    The world of philosophy is rapidly expanding. New technological advance gives us quicker, broader, more complete access to new knowledge. We read Hannah Arendt on our phones. We study Edith Stein on our tablets. Voice-activated technology takes notes and posts them to cloud storage while we drive. New historical information about women’s contributions is generating new knowledge, warranting reconsideration of the standard histories of the discipline.

    But one thing about human nature has not changed: our ability to comprehend succinct, but concise philosophical concepts, like “thinking”. And thus was born the idea for this encyclopedia: to create a living, growing work filled with new information from an ancient discipline, adapted to up to date technology.

    We gave this challenge to eminent scholars around the globe: in 100-300 words explain a concept as it was developed by a woman philosopher. Append to each essay a short bibliography of the most relevant articles and books in which that philosopher’s concept is developed or discussed.

    Most encyclopedias are arranged according to philosopher such as Aquinas, Kant, Marx, or by division of philosophy such as aesthetics, or logic. Others are arranged by school of philosophy such as Epicureanism, or Zen. Some are arranged by concepts, ideas and theories such as justice, number or rationalism. But NONE offer a comprehensive list of entries about the ideas women philosophers have developed. The Encyclopedia of Concise Concepts by Women Philosophers  is unique.

    We begin with more than a hundred philosophic concepts as they were developed by women from antiquity through the turn of the 21st century. As we regularly update and expand its contents we will begin to provide links to sources where available. This encyclopedia will be accessible for free online, through university libraries world-wide, through national libraries, and in the online collection of the Paderborn University Library Digital Collection through which it is curated.

    The Encyclopedia of Concise Concepts by Women Philosophers launches its first body of articles in 2018. Our authors are the world’s acknowledged experts in their subject. Every few months we will be adding new articles about concepts developed by women philosophers.

    DO YOU WANT TO CONTRIBUTE?

    The Encyclopedia of Concise Concepts by Women Philosophers is an online open-access platform where precise concepts originating in or significantly advanced by a deceased woman philosopher are given in concisely analytical entries (usually in no more than 300 words), written by recognized experts. The entries pass a blind peer-review in order to be published in the Encyclopedia. Each article will be continuously updated with links to the sources cited by scholars. Those articles, books, etc. will be digitally archived by Paderborn University so that they will not expire or break.

    The Encyclopedia is fully indexed and searchable by keyword and by unique Digital Object Identifier (DOI) obtained by Paderborn University so that each entry counts as a refereed publication for the purposes of authors seeking promotion, tenure, academic appointment or funding.

    You are invited to contribute by submitting your proposal here.

     

  • Simona Forti

    simona.forti[at]uniupo.it

    Simona Forti è nata a Modena nel 1958. Laureatasi in Filosofia presso l’Università di Bologna, consegue il dottorato in Storia del Pensiero Politico all’Università di Torino. Insegna Storia del pensiero politico contemporaneo presso l’Università del Piemonte Orientale, dove presiede inoltre BIOS, centro di ricerca internazionale su biopolitica e bioetica (http://bios.polis.unipmn.it/). È tra i fondatori del programma di dottorato in Filosofia “FINO” coordinato dal Consorzio del Nord-Ovest.

    Ampiamente riconosciuta in Italia e all’estero per i suoi studi di vasta portata sul pensiero di Hannah Arendt e l’idea filosofica del totalitarismo. Negli ultimi anni ha dato importanti contributi al dibattito sulla biopolitica, concentrandosi sulla biopolitica nazista delle anime e sulla biopolitica democratica dei corpi. Ha ricostruito nei suoi studi la struttura filosofica di alcune delle maggiori questioni politiche del Novecento e del nostro presente.

    Dell’esperienza del pensiero della differenza sessuale Simona Forti offre una lettura in stretta continuità, teorica e pratica, con la riflessione politica di Hannah Arendt.

     

    Opere dell’autrice

    – I Nuovi demoni. Pensare oggi male e potere, Feltrinelli, “Campi del sapere”, Milano 2012

    Il testo riflette sul rapporto tra male e potere. In una reinterpretazione del male che affianchi al “paradigma Dostoevskij” «un altro insieme paradigmatico di concetti che ne integri, e al contempo ne sblocchi, la geometria rigidamente fissata sulla separazione tra un soggetto e un oggetto assoluti del dominio».

      – Hannah Arendt tra filosofia e politica, Bruno Mondadori, Milano 2006

    «Pensare la politica al femminile è, per le filosofe femministe continentali – soprattutto italiane e francesi – in primo luogo il modo di nominare la sfida che un pensiero della “situatezza” e della “datità” vuole lanciare contro ogni tipo di procedimento “astraente”. Ciò che infatti rimane impensato anche da buona parte del femminismo – sia quello emancipazionista sia quello identitario – è la questione dell’unicità. L’identità femminile ha sì la sua radice nel dato primo e fattuale della differenza sessuale, ma non vi rimane univocamente legata. […] A ciò sembra aprire la filosofia di Hannah Arendt. La sua ridefinizione della politica si presta a significare, attraverso una pratica performativa e “narrativa”, un’identità non oggettivabile e non omologante».

     – La filosofia di fronte all’estremo. Totalitarismo e riflessione filosofica, Einaudi, Torino 2004

    Raccolta di saggi che l’autrice ha curato sul tema del totalitarismo. Analisi filosofica delle diverse modulazioni che il concetto di totalitarismo ha subito nel tempo che, non limitandosi ad un approccio storico-politico, tenta una rielaborazione di questa categoria concettuale su di un orizzonte che includa antropologia, epistemologia, ontologia.

     – Il totalitarismo, Laterza, Roma-Bari, 2001

    Analisi storico-filosofica del concetto di totalitarismo.

     – Vita della mente e tempo della polis. Hannah Arendt tra filosofia e politica, Franco Angeli, Milano 1994 (Price Angiolini “Miglior Opera Prima”, 1995)

    Il testo ricostruisce il significato complessivo del percorso intellettuale arendtiano e insiste sulla radicale ridiscussione del tradizionale rapporto tra filosofia e politica, tra theoria e praxis.

     

    Saggi in volume

     – Corpi democratici, politicamente corretti, in G. Zagrebelsky (a cura di), “Le ragioni dei molti e il potere dei pochi”, Einaudi, Torino 2011

    – Il Grande Corpo della totalità. Immagini e concetti per pensare il totalitarismo, in M. Recalcati (a cura di), “Forme contemporanee del totalitarismo”, Bollati Boringhieri, Torino 2007

     – Femminismo, in G.Pasquino, N. Matteucci, N. Bobbio, “Dizionario di Politica”, nuova edizione, Torino UTET, 2003

     – Totalitarismo, “Enciclopedia della Scienze Sociali”, Treccani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000

     

    Articoli su rivista

     – La vita e le sue qualità ai tempi del biopotere, “Filosofia politica”, XXIII, n. 3, 2009

     – Rinforzare la specie. Il corpo femminile tra biopolitica e religione materna, (con O. Guaraldo) “Filosofia politica”, A. XX, n. 1, aprile 2006

     

     

  • Hannah Arendt – Socrate , Raffaello Cortina Editore, Milano 2015

    Hannah Arendt – Socrate , Raffaello Cortina Editore, Milano 2015

    di Valentina Riolo

    « È giunto ormai il tempo di andare, o giudici, io per morire, voi per continuare a vivere. Chi di noi vada verso una sorte migliore, è oscuro a tutti, tranne che al Dio. »

    Con queste parole si conclude l’ Apologia di Socrate, dialogo in cui Platone tratta del processo e della condanna a morte del suo maestro. Era il 399 a.C. quando Atene, la più democratica delle città greche, mandò a morte il suo uomo più giusto con le accuse di empietà nei confronti degli dèi venerati in città e di corruzione dei giovani attraverso dottrine che causavano disordine sociale.

    Socrate è una figura centrale dell’opera arendtiana e, in questo testo, l’autrice prende le mosse dal momento in cui si crea una profonda spaccatura tra filosofia e politica. La polis, luogo in cui Socrate viveva e operava non in privato e dietro compenso, ma pubblicamente e gratuitamente, lo rinnega, lo processa e lo condanna a morte. La città “non sa cosa farsene” di quest’uomo a cui viene attribuito l’aggettivo “atopos”, colui che non ha luogo, che non può essere rinchiuso in uno schema predefinito, che non vive isolato ma che non ricopre nemmeno una carica istituzionale. Frequenta l’agorà e si ferma a parlare con chiunque incontri, non per dare insegnamenti dogmatici, ma per insegnare a liberarsene: non si deve accettare il già dato come verità assoluta e certa, l’obbiettività sta nel fatto che lo stesso mondo si apre a ciascuno in maniera diversa. La verità si può comprendere solo se conosco “ciò che appare a me” e, d’altra parte, posso conoscere la verità della mia opinione solo se la relaziono con la verità degli altri, solo attraverso quell’ “essere-nel-mondo” che per Arendt corrisponde all’ “essere-nel-mondo con gli altri”.

    Nel testo è presente anche un’analisi del rapporto antitetico che si crea tra Socrate e Platone: il primo visto come iniziatore della pratica filosofica e politica, il secondo come colui che ha aperto alla metafisica come via di fuga dalla scena politica, e, dunque, reo di aver tradito l’insegnamento del maestro. Platone non tenterà si sanare la spaccatura creatasi con la condanna a morte di Socrate, ma anzi, aprirà una prospettiva del tutto nuova. Se per Socrate il filosofo, come un tafano, doveva pungere i cittadini ponendo domande affinché ciascuno fosse in grado di raggiungere la verità attraverso la propria opinione, per Platone il compito del filosofo era quello di governare la città e la verità derivava da criteri assoluti.

    “So di non sapere” significa, quindi, non poter avere una verità che sia valida per tutti e per ciascuno, la sapienza consiste nell’accettare questo limite: ognuno svilupperà un logos personale e soggettivo attraverso un continuo dialogo interiore, infatti, come si legge nel testo di Arendt, “anche se dovessi vivere completamente da solo, vivrei, per tutto l’arco della mia vita, nella condizione della pluralità; dovrei pur sempre stare con me stesso, e non c’è luogo in cui questo “io-con-me-stesso” si mostri così chiaramente come si mostra nel puro pensiero, che è sempre un dialogo tra i due che io sono”. Si mette in evidenza l’importanza cruciale del rapporto del sé con se stesso come condizione necessaria affinché si possa vivere con gli altri. L’ “essere-insieme” si sviluppa, quindi, su un doppio asse: “l’essere-insieme con gli altri uomini e con i propri pari, da cui scaturisce l’azione, e l’essere-insieme con il proprio Sé, cui corrisponde l’attività del pensare”. Tuttavia, proprio da quest’ultima attività deriva un pericolo di scissione dell’io: ognuno, essendo due-in-uno, è destinato a convivere con la propria coscienza, dunque è meglio “essere in contraddizione col mondo intero piuttosto che con se stessi”.

    Proprio per questo, come sottolineano i saggi di Adriana Cavarero e Simona Forti presenti alla fine del volume, è interessante mettere a confronto Socrate con un altro personaggio fortemente presente nelle opere di Arendt: Adolf Eichmann, funzionario tedesco processato a Gerusalemme nel 1961. Due figure opposte, due estremi: da una parte, chi vuole vivere e convivere con la propria coscienza fino al punto di accettare la morte pur di non tradirla e di non tradirsi (Socrate), dall’altra, chi vuole sopravvivere a tutti i costi, non curandosi della voce interiore e di dover passare il resto dei suoi giorni con un assassino (Eichmann). Contro la “banalità del male”, Socrate diventa paradigma di onestà e giustizia. Ma “perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che si cambi in esempio.” Allora è necessario che Socrate muoia affinché le sue idee vivano: condannando un uomo, non si uccide, insieme a lui, l’idea che ha creato e portato in atto.

  • Quarto incontro – Linguaggio e politica – Audio di Chiara Zamboni

    L’origine iniziatica del linguaggio nel movimento femminista viene indagata attraverso la ricerca collettiva di “parole per dirlo”, parole per pensare il nuovo inizio culturale degli anni ’70. Nell’intervento si affrontano quei bisogni di nominazioni diverse, scaturite da pratiche politiche diverse; la differenza tra narrazione e giudizio politico, in riferimento al lavoro di Giuliana Sgrena e al pensiero di Hannah Arendt, e l’impossibilità di rappresentare altre donne, che significa però anche la possibilità stessa di costruire il giudizio politico, al di là del mimetismo empatico della narrazione.

     

  • Laura Boella

     

    mail: laura.boella(at)unimi.it

    Nata a Cuneo, Laura Boella insegna Filosofia Morale presso l’Università Statale di Milano. Le sue pubblicazioni riguardano innanzitutto il marxismo critico e la filosofia dell’utopia, visti nel contesto della filosofia classica tedesca, dello storicismo e delle scienze della cultura, nonché della fenomenologia e della filosofia dell’esistenza.
    Ha dedicato gran parte delle proprie ricerche allo studio del pensiero femminile del Novecento, diventando un punto di riferimento per l’approfondimento delle riflessioni di studiose come Hannah Arendt, Simone Weil, Maria Zambrano e Edith Stein. In questo ambito, il suo nome viene legato soprattutto al celebre studio del pensiero arendiano: Hannah Arendt. Agire politicamente, pensare politicamente (Feltrinelli, Milano 2005).
    Ha curato l’edizione italiana dei principali scritti di Ernst Bloch degli anni ’30 (Tracce, Garzanti, Milano 1997; Eredità del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano 1992; Geographica, Marietti, Genova 1993) ed è stata curatrice delle edizioni italiane di H. Arendt, Il concetto d’amore in Agostino (SE, Milano 2000) e L’umanità in tempi bui (Raffaello Cortina, Milano 2006).
    Inoltre, ha dedicato particolare attenzione al tema della relazione intersoggettiva e di sentimenti come simpatia, empatia, compassione (Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, Raffaello Cortina, Milano 2006), nonché a temi vicini all’etica (Il coraggio dell’etica. Per una nuova immaginazione morale, Raffaello Cortina, Milano 2012) e alla bioetica.
    È membro del Comitato Etico dell’Università Statale di Milano e fa parte della redazione della rivista “Aut Aut” e del comitato scientifico di “La società degli individui”.

     

    Opere dell’autrice

    Empatie. L’esperienza empatia nella società del conflitto, Milano, Raffaello Cortina, 2018

    L’empatia è caratterizzata dal movimento verso l’altro, verso i nuovi pensieri e desideri generati dall’incontro tra due esseri umani. L’empatia non produce somiglianze o sintonie, ma movimenti imprevisti e diversificati.

    Il libro focalizza pertanto le empatie quali si attuano in differenti contesti caratterizzati da fattori storici e culturali, disparità e asimmetrie. La diversa qualità delle relazioni porta in primo piano modalità dell’esperienza empatica rimaste ai margini della riflessione sia nel passato sia nel presente, come l’empatia senza simpatia e l’empatia negativa.

    Grammatica del sentire. Compassione simpatia empatia, Milano, CUEM, 2017

    Maria Zambrano dalla storia tragica alla storia etica. Autobiografia, confessione, sapere dell’anima, Milano, CUEM, 2016

    Vita morale. Virtù, dovere e amore in Vladimir Jankélévitch, Milano, Raffaello Cortina, 2014

    Contemporaneo riluttante di Lévinas, di Sartre e di Merleau-Ponty, bergsoniano e fenomenologo non di scuola, musicologo ostile alle avanguardie, esistenzialista senza volerlo, Vladimir Jankélévitch è stato un grande maestro della filosofia morale. L’attenzione rivolta alla vita morale offre una ricerca unica nel suo genere sul tema delle virtù, del dovere e dell’amore. Un’etica che prende sul serio le contraddizioni dell’esistenza umana e invita all’esercizio quotidiano dell’opzione netta, della scelta, smentisce una volta per tutte l’equivoco dell’ambiguità e dell’inafferrabilità del pensiero di Jankélévitch.

    Le imperdonabili. Milena Jesenskà, Etty Hillesum, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann, Cristina Campo, Milano, Mimesis, 2013

    Il libro è dedicato a cinque grandi figure femminili del Novecento, che hanno scelto la poesia e la scrittura come mezzo espressivo e modo di vivere il proprio tempo: Milena Jesenská, Etty Hillesum, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann, Cristina Campo. Sono imperdonabili perché non contemporanee rispetto al loro tempo, consumate da passioni assolute, innanzitutto quella della scrittura, indecifrabili e ispirate, perché carne e specchio dell’imperdonabile della nostra epoca. Attraverso le lettere, i quaderni, i saggi, le poesie e le prose, esse offrono un modello di formazione di sé, in cui l’assolutezza non è fuga dalla realtà, ma contrasto con le forze distruttive dell’umano.

    Il coraggio dell’etica. Per una nuova immaginazione morale, Milano, Raffaello Cortina, 2012

    Riflettendo sulle tormentate lezioni morali del Novecento, l’autrice rilancia una visione dell’etica per la quale il bene, la libertà, la giustizia devono accadere in atti, gesti, giudizi, esperienze singolari e concrete: l’amicizia, l’amore, la fedeltà, la sincerità, il piacere, il dolore, la pazienza, il perdono. In questi momenti centrali della vita morale avviene uno scarto rispetto ai comportamenti che si adeguano all’ordine sociale e balzano in primo piano la spontaneità e la responsabilità individuali. L’immaginazione è il fondamentale organo morale che consente di portare alla luce il tesoro di esperienze morali di cui è intessuta la trama nascosta della vita e che permettono di superare i limiti e le incertezze dell’etica contemporanea. Molto più spesso di quanto pensiamo, l’etica presuppone uno sforzo di immaginazione, un investimento di energie creative che rimescolano i confini di emozione e ragione, corpo e mente, senza confonderli.

    – (a cura di), M.L. Knott, Hannah Arendt. Un ritratto controcorrente, Milano, Raffaello Cortina, 2012

    La recente letteratura su Hannah Arendt ha dischiuso nuovi spazi di ricerca, legati principalmente all’interesse per le “irregolarità” presenti nel modo di pensare e di scrivere di questa figura eminente della cultura contemporanea. Marie Luise Knott, in particolare, fa parte di una cerchia di autori impegnati a ricostruire l’intricato tessuto dei riferimenti letterari, poetici e filosofici che formano il “sottotesto” degli scritti arendtiani. Si delineano percorsi affascinanti attraverso un’opera eclettica: i movimenti sotterranei dei concetti, il trapassare di esperienze reali (amicizie, letture, discussioni) nel pensiero e soprattutto il libero gioco con l’inglese, la lingua dell’esilio americano, e il tedesco, la lingua materna, con la filosofia e con la poesia.

    – (prefazione di), Patrizia Caporossi, Il corpo di Diotima: la passione filosofica e la libertà femminile, Macerata, Quodlibet, 2009

    «In questo libro si racconta una storia ricca di immagini, di figure, di pensieri. È la storia di una delle più forti passioni che hanno attraversato la filosofia del ’900, agendo da polo magnetico per tutto quanto le assomigliava nella poesia, nella letteratura, nella spiritualità religiosa, nella scienza: la passione della differenza. Oggi siamo in un momento di ripensamento, forse anche di rinuncia a teorizzazioni generali, si sente dire, di “malinconia del genere”. Ci si può chiedere se le pagine scritte da Patrizia Caporossi siano il racconto di una fase “fondativa” del pensiero della differenza, ormai compiuta. Se così fosse, non dovremmo dimenticare che la fondazione del pensiero della differenza è stata un’invenzione teorica, che ha cercato nuove parole per dirsi e anche nuovi modi essere. La domanda allora cambia: quel “nuovo” si è esaurito oppure la sua scoperta è rimasta incompiuta?»

    Neuroetica. La morale prima della morale, Milano, Raffaello Cortina, 2008

    Il libro analizza il ruolo e la crescente importanza che la neuroetica sta assumendo ai nostri giorni in quanto nuovo ambito della ricerca caratterizzato da rilevanti implicazioni per quanto riguarda le prospettive etiche, la giustizia, la conoscenza della persona.
    L’uso crescente delle tecniche che consentono di osservare le aree cerebrali attivate durante un particolare compito (PET, fMRI) sta cambiando lo studio della fisiologia alla base delle emozioni e dei comportamenti. Una cosa è essere convinti intellettualmente che la tendenza all’altruismo abbia un fondamento neurologico, un’altra è vedere le aree colorate della PET.

    Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, Milano, Raffaello Cortina, 2006

    Il libro approfondisce il tema dell’empatia in quanto strumento privilegiato per la scoperta dell’esistenza dell’altro. Il tema dell’empatia chiama a un confronto con l’esperienza vissuta, a un approfondimento delle emozioni, delle reazioni corporee, degli atti mentali che intervengono nei nostri rapporti con gli altri. Ripensare l’empatia come atto per entrare in relazione con gli altri è un modo per rendere più concreto il nostro vivere insieme agli altri e per rispondere a un bisogno confuso, ma non per questo meno urgente, della nostra epoca.

    Filosofia, ritratti, corrispondenze: Hannah Arendt, Simone Weil, Edith Stein, Maria Zambrano, Mantova, Tre Lune, 2001

    Hanna Arendt, Simone Weil, Edith Steil, Maria Zambrano hanno pensato le questioni cruciali del Novecento e ci hanno consegnato un modo di fare filosofia del tutto originale rispetto alla vecchia tradizione, facendo emergere oltre alle riflessioni l’empatia, l’amicizia, la mistica, l’amore e la politica. Quattro note filosofe di oggi, ne attraversano il pensiero e le opere.

    Le imperdonabili. Etty Hillesum, Cristina Campo, Ingeborg Bachmann, Marina Cvetaeva, Mantova, Tre Lune, 2000

    Altre quattro voci femminili del Novecento, questa volta imperdonabili. Perché l’imperdonabile è assolutezza, purezza e perfezione. Ecco quattro grandi scrittrici e poetesse del Novecento: Etty Hillesum, Cristina Campo, Ingeborg Bachmann e Marina Cvetaeva presentate attraverso lettere e diari. Uno strumento per entrare dentro lo specifico letterario femminile.

    – (con A. Buttarelli), Per amore di altro. L’empatia a partire da Edith Stein, Milano, Raffaello Cortina, 2000

    Il libro parte dall’intuizione di Edith Stein, allieva di Husserl, relativa al ruolo dell’empatia nella costituzione della persona. Fare esperienza dell’altro, rendersi conto della sua gioia, del suo dolore è un atto indispensabile per qualificare il rapporto troppo spesso oggettivante e impersonale con ciò che incontriamo. È indispensabile ripensare l’alterità non come estraneità ma come un rapporto che, partendo dal prossimo, ci costituisce nel profondo di noi stessi. Il testo approfondisce l’importanza per la pratica femminista, per la riflessione filosofica e per l’universo comunicativo delle diverse modalità di esperienza dell’altro, dell’altra, di altro.

    Cuori pensanti: Hannah Arendt, Simone Weil, Edith Stein, Maria Zambrano, Mantova, Tre Lune, 1998

    Quattro voci femminili del Novecento ci parlano del rapporto tra vita emotiva, passioni e desideri come dei grandi eventi storici che spesso sovrastano il singolo e dolorosamente contrastano con il suo bisogno di felicità. Hannah Arendt, Simone Weil, Edith Stein e Maria Zambrano affrontarono esperienze diverse: l’impegno politico e il lavoro in fabbrica, la delicata coltivazione delle amicizie e la meditazione filosofia e religiosa. Pensarono e agirono da sole, senza appigli, spesso controcorrente e con una stupefacente capacità di anticipare le svolte e i bisogni spirituali del nostro secolo.

    – (invito alla lettura di), Simone Weil, La prima radice: preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, Milano, Mondadori, 1996

    – (prefazione di), Simone Weil, Attesa di Dio, Milano, Rusconi, 1996 (5 ed.)

    Hannah Arendt. Agire politicamente, pensare politicamente, Feltrinelli, Milano 1995 (2 ed. 2005)

    Il libro rilegge l’opera arendiana da tre punti di vista: il primo traccia un ritratto di donna contestualizzandolo nello specifico momento storico in cui l’autrice visse; il secondo si concentra sulla sua produzione di giornalista, saggista, biografa in quanto componenti decisive nella strutturazione del suo stile filosofico, narrativo e saggistico; il terzo affronta il pensiero di Hannah Arendt sia dal punto di vista storico-politico che da quello teoretico, per evidenziarne l’impostazione originale e unica nella filosofia del Novecento.

    Parlare di Hannah Arendt: due conversazioni, Brescia, Università delle donne “Simone de Beauvoir”, 1991.

    – (con A. Vigorelli), (introduzione di), Agnes Heller, Morale e rivoluzione, Savelli, Roma 1979, pp. 9-16

    – (a cura di), Ferenc Feher, Agnes Heller, Le forme dell’uguaglianza: contro l’ideologia borghese della società, Milano, Aut Aut, 1978

     

    Traduzioni 

    – (traduzione e cura di), Hannah Arendt, Il concetto di amore in Agostino: saggio di interpretazione filosofica, Milano, SE, 1992

    – (traduzione e introduzione di), Agnes Heller, La filosofia radicale, Il Saggiatore, Milano 1979, pp.VII-XVI

     

    Saggi in volume

    Che cosa resta? Resta Hannah Arendt, in M. Durst, A. Meccariello, Hannah Arendt. Percorsi di ricerca tra passato e futuro 1975-2005, Firenze, Giuntina, 2016, pp. 17-25

    Il valore della differenza e l’esperienza morale, in P. Ricci Sindoni, Di un altro genere. Etica al femminile, Vita e Pensiero, Roma 2008, pp. 3-19

    La differenza che si fa mondo, libertà, giudizio e Il pensiero che nasce all’interno dell’esperienza del vivere, in AA.VV., Femminile plurale. Pensare la differenza, a cura di A. Lazzarini, Mantova, Tre Lune, 2003

    A viva voce. La confessione in Maria Zambrano, in AA.VV. Maria Zambrano. In fedeltà alla parola vivente, Firenze, ALINEA, 2002, pp. 57-66

    Hannah Arendt. Amor mundi, in L. Alici, R. Piccolomini, A. Pieretti, Agostino nella filosofia del Novecento. Esistenza e libertà, vol. I, Roma, Città Nuova, 2001, pp. 125-146

    Morale attraverso le lettere e l’amicizia. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy, in L. Boella, R. De Monticelli, R. Prezzo, A.M. Sala, Filosofia, ritratti, corrispondenze, a cura di F. De Vecchi, Mantova, Tre Lune, 2000

    Diotima. Mettere al mondo il mondo: oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, AA.VV., Milano, La Tartaruga, 1994

     

    Articoli su rivista

    Essere presenti al proprio tempo, in “Animazione sociale”, 47(311)/2017, pp. 15-22

    – (con M. Lenoci, C. Canullo), Il politeismo dei valori e la natura umana, in “Vita e Pensiero”, 2/2016

    Empatia, forza preziosa per una società a rischio, in “Vita e Pensiero”, 4/2011

    Questioni etiche: naturalizzare la morale o renderla concreta?, in “Adultità”, 25/2007, pp. 21-24

    – (con C. Giaccardi, P. Ricci Sindoni), Più donne per migliorare la vita pubblica italiana, in “Vita e Pensiero”, 5/2004

    Casi morali in bioetica, in “aut aut”, 318/2003, pp. 66-71

    Bioetica dal vivo: discussioni con interventi di P. Benedetti; E. Boncinelli; G. Boniolo; G. Giorello; E. Greblo; A.E. Panerai; G.E Rusconi, in “aut aut”, 318/2003, pp. 3-64

    Godimento e desiderio: silenzio! Si Gode, in “aut aut”, 315/2003, pp. 52-56

    Empatia e povertà dell’esperienza, in “La persona e i nomi dell’essere”, in “Vita e Pensiero”, 2002

    Politica e morale dell’amicizia. Il carteggio Arendt-Heidegger, in “Fenomenologia e Società”, n.3/2001, XXIV, pp. 3-22

    Spiegare la filosofia attraverso la scrittura: una lezione su Maria Zambrano, in “aut aut”, 391-302/2001, pp. 67-74

    Le ereditiere, in “Adultità”, 12/2000, pp. 67-71

    Le Antigoni del nostro tempo, in “Sofia. Materiali di filosofia e cultura di donne”, 1998, pp. 49-52

    A viso aperto, in “Adultità”, 8/1998, pp. 22-27

    Inedito carteggio, in DWF, “Bizzarre e Birbone”, Roma, Utopia, 1997, pp. 45-50

    Il senso delle parole. Credere di credere: il credere a distanza di Simone Weil, in “aut aut”, 277-278/1997, pp. 42-46

    – (con R. Prezzo), Una pensatrice in esilio, in “aut aut”, 279/1997, Firenze, pp. 3-4

    Con tutta me stessa, in “Filosofia donne filosofie”, Lecce, Milella, 1994, pp. 389-394

    Una filosofia di guerra sulla vita, in “Via Dogana”, Milano, Liberia delle donne, 1993, pp. 10-11

    Pensare liberamente pensare il mondo, in “Diotima”, Milano, La Tartaruga, 1990, pp. 173-188

    Figure rubate alla filosofia, in “Reti”, Pratiche e saperi delle donne, 6/1990, pp. 27-29

     

    Elenco dei link dove compaiono articoli, testi, interventi dell’autrice

    – Sharing The World. Expo 2015 (Milano).

    https://www.youtube.com/watch?v=OKjhAq8I4DM

    – I tempi della crisi: contemporaneità e non contemporaneità. “Prendila con filosofia – vivere filosoficamente il tempo della crisi” 2015 (Alta Brianza).

    https://www.youtube.com/watch?v=dd0pouJbJPA

    – Attivare l’empatia: conversazione con Laura Boella. Expo 2015 (Milano).

    https://www.youtube.com/watch?v=sY7ESUfjLe8

    – La virtù dell’amore. VIII ciclo di Sentieri per l’infinito, maggio 2014 (Monza).

    https://www.youtube.com/watch?v=KJaQCDhGPBU

    – Le parole per dirlo…Cos’è educare? Giugno 2013 (Mirafiori Onlus)

    https://www.youtube.com/watch?v=8vs_hcwfFrA

    – Empatia e compassione: risorse per un mondo a rischio? Festival della Mente 2013 (Sarzana).

    https://www.youtube.com/watch?v=bGs5fXKPJ28

    – Il perdono: un dono che non dà nulla, ma restituisce tutto (con Gherardo Colombo). III Edizione Dialoghi sull’uomo 2012 (Pistoia).

    https://www.youtube.com/watch?v=8OSBG7OK1aI

    – La scoperta dell’altro: empatia e immaginazione. Festival della Mente 2008 (Sarzana).

    https://www.youtube.com/watch?v=SBrNyzWNLxs

    – La scoperta dell’esistenza dell’altro. Maggio 2006 (Sora).

    – Etica e politica: il lascito di Hannah Arendt (con Luca Savarino)

    https://vimeo.com/2344659

    – La filosofia e le/gli imperdonabili

    http://5×15.it/presentatore/laura-boella/

    – L’etica Richiede Immaginazione. Festivaletteratura 2012 (Mantova).

    https://www.youtube.com/watch?v=5D6UKBLJR0o

    – Jeanne Hersch, Rischiarare l’oscuro – autoritratto a viva voce

    http://www.yumpu.com/it/document/view/874734/laura-boella-jeanne-hersch-rischiarare-loscuro-aardt

    Hannah Arendt a contrappelo, in “B@bel” (page not found)

    http://www.babelonline.net/PDF08/Boella_Arendt_condizione_umana.pdf

    – Intervista con Paolo Perazzolo di Famiglia Cristiana (Il coraggio dell’etica)

    http://www.raffaellocortina.it/news–intervista-a-laura-boella-42.html

    – Intervesta Rai su Le imperdonabili

    http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media.html

     

    Link

    –  Profilo a cura del Centro-studi Luigi Pareyson

    http://sdaff.it/vips/laura.boella

    –  Profilo sul sito dell’Università degli Studi di Milano

    http://dipartimento.filosofia.unimi.it/index.php/laura-boella

    –  Scheda a cura di Festivaletteratura

    http://archivio.festivaletteratura.it/Boella-Laura.html

     

    Iniziative

    – Settembre 2013, Lecce – Scuola Estiva della differenza: Quando la differenza

    fa la politica

    – Settembre 2007, Lecce – Scuola Estiva della differenza: Per amore, per

    forza, per/dono: donne, lavoro e politica

    – Febbraio-Maggio 2007, Roma – La vita segreta delle parole. Alba de

    Cèspedes, Etty Hillesum, Edith Stein, Simone Weil, Maria Zambrano

    – Maggio 2007 – Jeanne Hersch, Rischiarare l’oscuro – autoritratto a viva voce.

    Conferenza tenuta presso l’AARDT

    – Settembre 2005, Lecce – Scuola estiva della differenza: tra invidia e

    gratitudine. La cura e il conflitto

     

    Scheda curata da Federica Castelli, Nicoletta Stellino e Martina Di Pietro

     

  • Hannah Arendt

    Hannah Arendt

    a cura di Valentina Riolo

     

    Hannah Arendt è una delle autrici più influenti del ‘900. Le sue opere hanno fatto discutere, hanno creato sgomento, sono state oggetto di feroce critica e sono costate all’autrice la rottura di diverse amicizie. Ma nulla le ha impedito di esprimere le urgenze del suo tempo attraverso parole appassionate ed appassionanti, che bruciano e fanno riflettere ancora oggi, che ci spingono ad andare oltre la conoscenza superficiale per raggiungere la piena comprensione degli eventi e delle circostanze in cui viviamo perché, in fin dei conti, “siamo contemporanei solo fin dove arriva la nostra comprensione”.

     

    LA BANALITÀ DEL MALE – Eichmann a Gerusalemme (EICHMANN  IN JERUSALEM. A REPORT OF THE BANALITY OF EVIL)

    Feltrinelli, Milano 1964

    A questo testo si deve molto della fortuna (o, forse, sfortuna) dell’autrice. È il risultato degli appunti, delle riflessioni e degli atti del processo contro Adolf Eichmann tenutosi a Gerusalemme nel 1961 a cui Arendt partecipa come inviata del “New Yorker”. I capi di imputazione contro Eichmann sono così terribili che ci si aspetterebbe di trovarsi di fronte ad un mostro. Proprio per questo Arendt resta spiazzata: crimini spaventosi erano stati compiuti da un uomo spaventosamente normale, comune, banale. Chiunque avrebbe potuto essere al suo posto: nessuna mente geniale dietro tanto orrore, solo un burocrate che a suo dire stava solo eseguendo gli ordini che gli erano stati impartiti. E come potrebbe essere reato rispettare gli ordini dello Stato? Viene poi messa in evidenza la collaborazione che alcuni capi ebraici avrebbero prestato ad Eichmann: sapevano e non hanno fatto nulla per evitare ciò che è accaduto.  Questo testo che è costato tante critiche e tante amicizie ad Arendt, rivela la sua profonda capacità di comprensione e critica di avvenimenti che a stento si riusciva a pensare che fossero avvenuti davvero. Ma, come ella stessa ha sostenuto, comprendere non significa perdonare.

     

    VITA ACTIVA – La condizione umana (THE HUMAN CONDITION)

    Bompiani, Milano 1964

    Scritto nel 1958 e tradotto in italiano nel 1964, il testo non ha inizialmente successo perché il nome di Arendt resta sostanzialmente legato al libro su Eichmann uscito in traduzione italiana nello stesso anno. Queste si sono rivelate, invece, tra le pagine più importanti scritte dall’autrice, uno studio della condizione umana che non coincide con la natura umana. Temi principali sono la differenza tra lavoro, opera e azione; l’importanza non solo dell’essere-nel-mondo, ma dell’essere-nel-mondo con gli altri; la pluralità di esseri unici come conditio per quam della vita politica; la manipolazione estrema dell’ambiente naturale; l’agire che rivela il chi, che rende il soggetto responsabile in prima persona e che apre all’imprevedibilità delle conseguenze; il perdono e la promessa come componenti essenziali per garantire la remissione della colpa e la progettualità nell’incertezza degli avvenimenti. In opposizione all’alienazione dell’uomo dal mondo e dagli altri, Arendt propone di recuperare l’amor mundi e di “pensare a ciò che facciamo”.

     

    RAHEL VARNHAGEN – Storia di un’ebrea (RAHEL VARNHAGEN. LEBENSGESCHICHTE EINER DEUTSCHEN JÜDIN AUS DER ROMANTIK)

    Il Saggiatore, Milano 1988

    In questa biografia Arendt racconta la storia di una donna ebrea vissuta tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’ ‘800. Attraverso la narrazione degli amori e gli umori di Rahel, emerge “la grande figura di una donna che trema e sanguina, senza casa e senza patria, senza mondo e senza fondamento” che non vuole perdere se stessa  (così  viene descritta in una delle lettere del carteggio tra l’autrice e Jaspers – presente nell’appendice del libro). Rahel e Hannah: entrambe ebree, entrambe colte, entrambe in contatto con gli intellettuali delle rispettive epoche, entrambe in balìa di relazioni sentimentali tormentate. Entrambe donne. Ecco che le loro vite e le loro esperienze si intrecciano e si sovrappongono fino a confondersi: ecco il testo più autobiografico e intimo di Arendt. Da leggere conoscendo già la vita di Hannah, da leggere per comprendere davvero la vita di Hannah.

     

    SULLA RIVOLUZIONE (ON REVOLUTION)

    Comunità, Milano 1983

    Attraverso il paragone tra la rivoluzione americana, rivoluzione francese e rivoluzione russa, ma senza tralasciare rimandi al mondo antico, in questo testo si sviluppano le riflessioni dell’autrice sui concetti di povertà e ricchezza, felicità, necessità e violenza, forme di governo e costituzioni. Viene posto l’accento, inoltre, sulla differenza tra interesse, valido in quanto appartenente ad un gruppo, e opinione, che proviene sempre da un singolo; autorità delle istituzioni e potere, inteso come “potere su”e quindi esistente solo se esistono gli altri, da cui deriva l’identità tra obbedienza e sostegno quando ci si muove nell’ambito politico. Di grande importanza è l’idea di libertà, quella politica, intesa come “il diritto di essere partecipe del governo”, pena la perdita di ogni significato. Il bilancio delle rivoluzioni sarà, per Arendt, sostanzialmente favorevole agli esiti della prima, a discapito delle altre due.

     

    LA VITA DELLA MENTE (THE LIFE OF THE MIND)

    Il Mulino, Bologna 1987

    Questa è l’ultima opera scritta da Arendt. Riprende e prosegue “Vita activa”, che si era conclusa con un invito alla valorizzazione e alla presa di coscienza dell’importanza della vita contemplativa. Doveva essere strutturata in tre parti, così come “Vita activa”, ma restano solo le prime due parti (Pensiero e Volere), della terza parte (Giudicare) restano solo degli appunti. La prima parte indaga l’importanza e le condizioni di esistenza dell’io pensante, e lo colloca tra il “non più” e il “non ancora”, tra il ricordo del passato e la proiezione verso il futuro: l’attimo presente rappresenta la libertà. La seconda parte tratta proprio del problema della libertà: prima in chiave cristiana durante il periodo medievale, in cui era intesa come libero arbitrio, poi negli autori moderni come volontà di potenza e libertà politica. La terza parte non era ancora stata conclusa al momento della morte dell’autrice. Tuttavia molti dei temi trattati sono presenti in altre opere di Arendt. Nello specifico, ci si può rifare alle lezioni tenute a New York e a Chicago e pubblicate nel testo “Alcune questioni di filosofia morale”.

     

    LE ORIGINI DEL TOTALITARISMO ( THE ORIGINS OF TOTALITARISM)

    Comunità, Milano 1967

    È uno dei testi più conosciuti di Arendt. Terminato nel 1949 e pubblicato nel 1951, è l’occasione per  uscire dal “senso di muta indignazione e orrore impotente” e riflettere sugli eventi da poco trascorsi. Una critica lucida che ricostruisce le origini del totalitarismo e analizza l’ideologia che c’è alla base: una “logica dell’idea” che pretende di costituire la realtà non in base all’esperienza di ciò che effettivamente è, ma secondo un assunto che essa stessa teorizza. Non solo l’aspetto pubblico, ma anche quello privato viene investito dal totalitarismo che pretende di controllare ogni aspetto della vita dei suoi componenti che costituiscono il partito unico di massa assoggettato al volere del capo. Da qui la differenza tra isolamento (che ha a che fare con la sfera pubblica) e l’estraneazione (che mira a rendere superfluo l’individuo nella sua umanità stessa). Descrive, inoltre, l’importanza della polizia e delle strategie di politica estera. Interessante è vedere come Arendt limiti la nozione di regimi totalitari al nazismo e allo stalinismo, ed escluda, ad esempio, il fascismo italiano in quanto ritenuto un totalitarismo imperfetto.

     

    ANTOLOGIA – Pensiero, azione e critica nell’epoca dei totalitarismi (saggi da ESSAYS IN UNDERSTANDING 1930-1954)

    Feltrinelli, Milano 2006

    Il testo è composto da quindici saggi: quattordici che componevano i due volumi dell’ Archivio Arendt, a cui si aggiunge “L’umanità in tempi bui”, un saggio dedicato dall’autrice a Lessing. L’opera si presenta eterogenea negli argomenti di cui tratta, tanto da toccare molti dei temi sviluppati in maniera più approfondita da Arendt negli altri scritti. La complessità del comprendere, difficile ma allo stesso tempo necessario per riconciliarci con la realtà; la differenza con il perdono “che non ne rappresenta né la condizione né la conseguenza”; complicità, colpa e responsabilità di persone che rivendicavano il fatto di aver solo eseguito gli ordini. Vi sono, inoltre, la conversazione del 1964 con Günter Gaus (il quale sottolinea che la Arendt è la prima donna a partecipare alle interviste da lui condotte) interessante per avere un quadro più completo della vita dell’autrice, e saggi in ricordo di altri scrittori (come  la già citata riflessione su Lessing e il tributo in occasione dei ventesimo anniversario della morte di Franz Kafka).

     

    ALCUNE QUESTIONI DI FILOSOFIA MORALE (SOME QUESTIONS OF MORAL PHILOSOPHY)

    Einaudi, Torino 2006

    Il testo riporta il ciclo di lezioni che Arendt tenne tra il 1965 e il 1966 alla New School for Social Research di New York (dal titolo “Some Questions of Moral Philosophy”) ed alla Chicago University (dal titolo “Basic Moral Propositions”). Sono gli anni successivi alla pubblicazione dell’opera “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” che tanto fece scandalo: non si poteva accettare un uomo ritenuto responsabile di milioni di morti venisse definito “banale”. Questo è uno dei temi che l’autrice tenta di chiarire: Eichmann incarna il collasso etico della società, come tutti quelli che sono stati sordi alla voce della propria coscienza. Costoro non si sono confrontati con il “due-in-uno” socratico e hanno preferito obbedire e barattare i propri valori con i nuovi che si venivano formando. Non erano criminali, ma uomini comuni, normali, appunto banali. E da questi bisogna guardarsi forse ancor di più che da quelli che hanno agito secondo la propria volontà e le proprie intenzioni. Ponte tra vita activa e vita contemplativa, in quest’opera si ritrovano anche riflessioni sui concetti di volontà e giudizio, in riferimento soprattutto alle filosofie di Nietzsche e Kant.

     

    HANNAH ARENDT – un film di Margarethe von Trotta con Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer, Julia Jentsch, Ulrich Noethen.  durata 113 min. – Germania, Lussemburgo, Francia 2012

    Segnaliamo, inoltre, il film su Hannah Arendt diretto da Margarethe Von Trotta. Il processo ad Eichmann, il matrimonio con Heinrich Blücher, il rapporto con Martin Heidegger, l’amicizia con Mary McCarthy e Kurt Blumenfeld, le critiche dopo la pubblicazione degli articoli per il “New Yorker” e il riscatto attraverso il discorso finale tenuto all’Università dopo essere stata invitata a dimettersi dall’’insegnamento.

    Qui il trailer.

  • Donne e lavoro

    Donne e lavoro

    I testi di seguito segnalati sono classici, studi, saggi, articoli e riviste che affrontano il rapporto tra donne e lavoro, in particolare a seguito di ciò che negli anni Novanta è stata definita “femminilizzazione del lavoro”. Alla luce dei cambiamenti che negli ultimi trenta anni hanno segnato il rapporto tra donne e lavoro, i testi selezionati sono quelli che più danno il senso degli studi e delle esperienze del lavoro per parte di donne, con un taglio, non casuale, di vicinanza cronologica al presente.

    Arendt, Hannah (1958) Vita activa (The human condition), U.S.A.: The University of Chicago

    Un classico della filosofia del pensiero politico, in cui la Arendt, più di cinquant’anni fa, attua una spregiudicata analisi della società di massa denunciando la condizione dell’uomo contemporaneo condannato alla solitudine. Il pericolo è l “espropriazione del mondo” da parte dell’uomo moderno, che prima corrode lo spazio politico e poi minaccia il cosmo naturale.

    Pateman, Carole (1989) “The Patriarchal Welfare State”, in Carol Pateman, The Disorder of Women, Cambridge: Polity Press, pp. 179-209

    Un classico della lettura per parte di donna dello stato sociale patriarcale, che teoricamente e storicamente ha individuato il criterio della cittadinanza nell’indipendenza, i cui elementi sono basati su qualità e abilità maschili. Infatti gli uomini sono stati visti come possessori delle capacità richieste di “individui”, “lavoratori” e “cittadini”, mentre alle donne, al femminile, è stato associato il significato di “dipendenza”. Da qui i paradossi e le contraddizioni della cittadinanza delle donne.

    Vantaggiato, Iaia (1996) “La femminilizzazione del lavoro”, in AA.VV., Stato e diritti del postfordismo, Roma: Manifestolibri

    Vantaggiato traccia il quadro della femminilizzazione del lavoro all’interno del più grande quadro del postfordismo. Le coordinate del testo sono due: la “crisi della società fordista” con cui entra in crisi anche “il soggetto maschile che di quella società era il principale referente empirico”, e la rottura del patto sociale che affidava alle donne gran parte del lavoro di riproduzione.

    AA.VV. (1997) La rivoluzione inattesa, Milano: Pratiche

    In questa raccolta di saggi le autrici – G. Longobardi, I. Vantaggiato, L. Muraro, A. Buttarelli e W. Tommasi – affrontano il rapporto tra donne e lavoro alla luce di ciò che in quegli anni è stata definita “femminilizzazione del lavoro”, ognuna mettendo a tema un elemento specifico, dal denaro al tempo, dalla dicotomia necessità/libertà al “simbolico vivo”.

    Borderías Cristina (2000) Strategie della libertà. Storie e teorie del lavoro femminile, Roma: Manifestolibri

    Testo pioniere di lettura per parte di donna di ciò che negli anni Novanta è stata definita la femminilizzazione del lavoro. Una raccolta di articoli pubblicati in Spagna, frutto di interviste a donne operaie e di classi popolari, che raccontano delle strategie delle donne per guadagnare spazi di autonomia all’interno di situazioni di costrizione sociale.

    Nannicini, Adriana (a cura di) (2002) Le parole per farlo. Donne al lavoro nel postfordismo, Roma: DeriveApprodi

    Il testo presenta un laboratorio, il Laboratorio Donnelavorincorso di Milano, che è un esempio, uno dei diversi, che negli ultimi anni hanno messo a tema la questione del lavoro attraverso la narrazione, il racconto e il confronto; ma fa anche il punto sulla questione lessicale del lavoro al femminile con l’affermazione del bisogno di inventare un lessico.

    Ehrenreich, Barbara e Russell Hochschild, Arlie (a cura di) (2002) Donne globali. Tate, colf, badanti, Milano: Feltrinelli

    Una raccolta di quattordici studi condotti da studiose di diversa provenienza geografica, che affronta il rapporto tra il lavoro e le donne che da diverse parti del pianeta arrivano nei paesi del “primo mondo” per lavorare, nell’ottica di ciò che è stata definita “esternalizzazione del lavoro di cura”. Queste donne vanno a colmare il “deficit di cura” che l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro occidentale ha creato, con un passaggio di consegne del lavoro di cura da donna (occidentale) a donna (del terzo mondo), che esclude ancora una volta gli uomini.

    Libreria delle donne di Milano (marzo 2006) Tre donne e due uomini parlano del lavoro che cambia, Quaderni di Via Dogana

    Pubblicazione di alcune relazioni presentate alla tavola rotonda “Femminilizzazione del lavoro e postfordismo” nella giornata di dibattito “la f@brica i la societat” al Museo di Arte Contemporanea di Barcellona (MACBA) il 29 aprile 2005. Interventi di Cristina Borderias, Christian Marazzi, Sergio Bologna, Lia Cigarini e Adriana Nannicini.

    Libreria delle donne di Milano (giugno 2008) Il doppio sì. Esperienze e innovazioni, Quaderni di Via Dogana

    Il Quaderno, a cura del Gruppo lavoro della Libreria, nasce dall’ascolto delle esperienze di donne che lavorano part-time, mettendo quindi in pratica il doppio sì – sì al lavoro, sì alla maternità. Ne viene fuori innanzitutto un protagonismo delle donne nel lavoro, sia di produzione che di riproduzione, in secondo luogo la necessità di portare la maternità sulla scena pubblica, riappropriandosene come senso e espressione di libertà femminile, infine uno spostamento del conflitto sulla divisione del lavoro produttivo e riproduttivo dal terreno familiare a quello dell’organizzazione complessiva del lavoro (con il coinvolgimento di molti uomini).

    AA.VV. (2008) “La differenza al lavoro”, in Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Milano: Baldini Castoldi Dalai, pp. 165-206

    “La differenza al lavoro” è la sezione che riporta gli interventi del XII Simposio dell’Associazione Internazionale delle Filosofe (Roma, 2006) sulla questione donne-lavoro. Lia Cigarini Un’altra narrazione, Tiziana Vettor Lavoratrici dadaiste, Luigina Mortari L’esperienza della cura e Birge Krondorfer Un’arringa a favore del volontariato.

    Libreria delle donne di Milano (ottobre 2009) Immagina che il lavoro, Sottosopra

    “Un manifesto del lavoro delle donne e degli uomini scritto da donne e rivolto a tutte e tutti perché il discorso della parità fa acqua da tutte le parti e il femminismo non ci basta più”. Un manifesto in 10 punti: 1. Primum vivere. Anche in tempo di crisi 2. Adesso che il lavoro l’abbiamo conosciuto 3. Il lavoro è molto di più 4. L’arte della “manutenzione” dell’esistenza: matrix del futuro, non archeologia domestica 5. Il doppio sì 6. Il lavoro visto da dentro: un’altra organizzazione è possibile 7. Stanche di parità 8. Dire ascoltare contrattare 9. Immaginare il futuro 10. Guardare oltre e forzare i confini dà vantaggi e fa crescere la libertà.

  • Françoise Collin |ω|

    Françoise Collin (1928-2012), fondatrice della rivista “Les Cahiers du Grif”, è stata una delle maggiori protagoniste del femminismo francese. Da sempre attenta alla tradizione, è stata anche vigile dinnanzi alla riflessione delle giovani generazioni femminili. Ha fatto sua la convinzione secondo cui il femminismo, inteso nel senso più ampio, debba lavorare sull’ordine simbolico poiché altrimenti le conquiste sociali delle donne saranno a rischio in quanto non produrranno nuovi fondamenti per una comprensione condivisa del mondo.

     

    Bibliografia completa: Françoise Collin. L’insurrection permanente d’une pensée discontinue di Mara Montanaro, (2016) http://www.pur-editions.fr/detail.php?idOuv=4119

     

    Bibliografia

    Penser/agir la différence des sexes. Avec et autour de Françoise Collin, Transmission(s) féministe(s), 2011

    La posta articolata dal femminismo negli anni ’70 non appartiene a nessuna istituzione, a nessun gruppo, a nessun individuo né ad alcuna teoria, essendo il suo centro ovunque «e la sua circonferenza da nessuna parte». Il femminismo resta un compito, arduo, ma comunque sempre sorprendente. Collin sottolinea la fecondità del lavoro finora compiuto e la necessità di creare un ponte con quella che è la complessità attuale. In ogni momento è necessario ricercare il dialogo per poter giudicare e decidere, dal momento in cui sia giudizio che decisione non sono mai la semplice conclusione di un sapere, ma anche lo schizzo di un progetto.

     

    Parcours féministe, con Kaufer Irène (Bruxelles, Labor 2005)

    I primi capitoli di Parcours féministe riprendono gli slogan del femminismo degli anni ’70. Molte delle rivendicazioni di quegli anni sono divenute oggetto di legge (è il caso della legge sui salari, o ancora quella sulla violenza domestica) consentendo, inoltre, una più profonda riflessione circa il necessario passaggio dalla rivoluzione al riformismo. Il libro si snoda poi passando attraverso un’attenta analisi teorica che vede protagonista la posizione post-metafisica applicata alla questione della differenza dei sessi. Gli ultimi capitoli del libro trattano l’arte, la ricerca femminista ed un bilancio delle esperienze di trent’anni di «nouveau féminisme».

     

    Repenser le politique. L’apport du féminisme américain, con Pénélope Deutscher, (Campagne première / Les Cahiers du Grif, Paris, 2004)

    Prendendo in considerazione il rapporto che intercorre tra femminismo francese e femminismo americano, l’intento del saggio, lungi dal voler determinare delle gerarchie, è piuttosto quello di ridurre alcune delle incomprensioni rispettive poiché «rien de ce qui est féministe ne nous est étranger».

     

    Les femmes de Platon à Derrida, antologia curata da Françoise Collin, Evelyne Pisier e Eleni Varikas (Plon, 2001), v. materiali – testi di riferimento

    Il problema della differenza sessuale, nella tradizione filosofica, non è affatto assente né tantomeno marginale. A determinare l’assenza della questione sono le scelte della tradizione universitaria. Le autrici di Les femmes de Platon à Derrida sostengono la necessità di portare uno sguardo nuovo su quelle stesse opere per poter far emergere la complessità e la differenziazione all’interno della questione.

     

    L’Homme est-il devenu superflu. Hannah Arendt, (Odile Jacob, Paris, 1999)

    Attraverso questo saggio Collin ci consegna un’eccellente introduzione al pensiero di Hannah Arendt. L’autrice è soprattutto interessata alla capacità harendtiana di preservare l’agire in comune in un mondo contrassegnato dall’esperienza totalitaria e dalla strumentalizzazione dei rapporti umani e sociali. Il titolo fa riferimento a questi due fenomeni della nostra epoca: il genocidio, capace di eliminare dei lembi interi dell’umanità sotto il pretesto di una purificazione, ed i progressi della tecno-scienza.

     

    La differenza dei sessi nella filosofia. Nodi teorici e problemi politici (Milella, 1997)

    La differenza dei sessi nella filosofia prende in considerazione il «soggetto» in quanto incarnato e dunque sessuato. La sessuazione del soggetto è infatti necessaria all’interno dell’analisi di qualsiasi fenomeno, tanto più se si tratta di filosofia, non essendo essa esclusivamente epistemologia, ma anche politica, estetica ed etica. La filosofia, essendo rimasta vicino al sacro, ha fatto sì che i filosofi («guardiani della verità, o della non-verità») abbiano conservato un rapporto con la casta dei chierici, con il loro linguaggio difficile ed i loro privilegi. Una ragione dinamica, diversa da una ragione dialettica (finora via maestra della filosofia) potrebbe essere la chiave per il raggiungimento, e la scoperta, dell’altro attraverso la differenza sessuale.

     

    Maurice Blanchot et la question de l’écriture, (Gallimard, Paris, 1971-1988)

    Maurice Blanchot occupa un posto centrale, nonché eccentrico, nel pensiero francese contemporaneo. Egli ha elaborato un’opera solitaria in cui scrittura e letteratura condividono un legame profondo. L’opera di Collin è una riflessione sul lavoro di Blanchot, definito dall’autrice «frammentario», e dei suoi temi maggiori.

     

    Articoli pubblicati su DWF

    Antigoné. La giovane, la madre, la morte, 2005, n. 1

    La potenza delle tenebre. Donne e creazione, 2005, n. 4

    Dall’insurrezione all’istituzione, 1968-2008, 2005, n. 4

    Politica e poetica, 1996, n. 32, pp. 90-100

    Pluralità Differenza Identità, 1995, n. 26-27, pp. 80-94

    Tempo natale, 1993, n. 20, pp. 33-48

    Pensare / raccontare. Hannah Arendt, 1986, n. 3, pp. 36-44

     

    Link

    Addio a Françoise Collin: https://www.iaphitalia.org/addio-a-francoise-collin-polifonica-e-plurale/

     

    Il profilo politico filosofico e intellettuale di Françoise Collin, di Rosi Braidotti: https://www.iaphitalia.org/rosi-braidotti-thinking-with-an-accent-francoise-collin-les-cahiers-du-grif-and-french-feminism/

     

    Gli articoli dei Cahiers du Grif: http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/revue/grif

     

    L’altra metà della filosofia, intervista di Federica Giardini (Il Manifesto, 8.6.2001)

    https://www.iaphitalia.org/federica-giardini-laltra-meta-della-filosofia-intervista-a-francoise-collin/

     

    Questions à André Gorz (Questions posées par) in Marie-Victoire Louis, Françoise Collin, Nouvelle pauvreté, Nouvelle société (Les Cahiers du Grif, Printemps 1985)

    http://www.persee.fr/issue/grif_0770-6081_1985_num_30_1

  • Marie Louise Knott – Hannah Arendt. Un ritratto controcorrente, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012

    Marie Louise Knott – Hannah Arendt. Un ritratto controcorrente, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012

    Riallacciare di nuovo il legame tra pensiero, linguaggio e vita, riapprendere, re-agire; questo il fine della riflessione arendtiana che Hannah Arendt. Un ritratto controcorrente raccoglie. La serie di saggi di cui si compone il volume di Marie Louise Knott fa propria l’esigenza arendtiana di apprendere ad esperire di nuovo il mondo, aldilà del silenzio del pensiero davanti al quale pone l’esperienza buia del totalitarismo, e rilegge alla luce del presente le pratiche che in Arendt risvegliano la riflessione dalla paralisi, per aprire lo sguardo sul mondo, lasciandosi colpire e sorprendere, anche nello sgomento, dalla vita e dalla realtà. Ci si concentra dunque su quelle esperienze che è fondamentale riapprendere per comprendere il mondo, sui modi di re-agire al buio di esperienza e di pensiero a cui il declino e la svalutazione di ogni discorso radicato sulle esistenze è condannato nei momenti di crisi della politicità dell’esistenza. Tutto questo in un’ottica nuova, insolita, mobile e fluida come il pensiero di Arendt e la stessa contingenza dell’esistenza su cui questo si fonda.
    Innanzi tutto ridere. Ridere davanti al vuoto di pensiero, al non agire, all’alienazione e alla messa in questione della capacità umana di agire e giudicare di esistenze come quella di Eichman. Ridere davanti alla perversione dell’agire come funzionare. Il riso mette in parola quell’orrore, quel vuoto dell’alienazione di cui Eichman ci testimonia, senza cedere al silenzio e al crollo a cui questo costringerebbe il pensiero. L’ironia è il mezzo che Arendt individua come messa a distanza del vissuto, riflettendo su di esso e proteggendo al contempo il pensiero dal panico che impedisce il giudizio. Ridere è dunque momento di libertà e sovranità sull’ineluttabilità dell’esistente, sui paradossi del vivere. È forza liberatrice, capace di oltrepassare la realtà, che mette in movimento le differenze divenendo occasione di legame. Il riso getta un ponte, sospende il pathos, custodendo l’esperienza della diversità, preservando un dialogo con il reale e con l’alterità.
    Tale dialogo può essere mantenuto e custodito anche tramite la pratica del tradurre. Non solo custodito, lo scambio può ricevere da questa esperienza nuovi impulsi, nuova forza. Come esperito dalla stessa autrice nella sua coraggiosa esperienza in America, tradurre non è il semplice gesto di trasferire in una lingua altra e sconosciuta il proprio mondo, dal momento che ad una graduale penetrazione nella lingua corrisponde una graduale penetrazione nella cultura e nella politica di un nuovo paese. Non si tratta dunque di assimilarsi, di integrarsi nel nuovo contesto scomparendo, perdendo la naturalezza e la spontaneità dell’espressione. La lingua, infatti, è luogo di articolazione del pensiero, modo in cui il mondo ci viene dato. Il gesto di oltrepassare, poco a poco, attraverso la pratica del tradurre è gesto liberatorio di un pensiero che non può concepirsi aldilà della lingua ma può fuoriuscire dalla propria cultura, liberando così qualcosa di nuovo. Da pratica necessaria, il limite del tradurre diviene invece un approccio politico, un portare all’esterno la propria lingua, cultura, dimensione di esperienza; un tra-durre.
    Ricomprendere la centralità e il valore politico del perdono è la terza esperienza che la pratica di pensiero arendtiano pone come atto di riappropriazione del reale, della capacità di lasciarsi sconvolgere ancora dall’esistente. L’esperienza del perdono è pilastro della teoria politica arendtiana e si pone come criterio etico inter-soggettivo, attraverso una decisa riattualizzazione del concetto cristiano. Perdono e promessa sono infatti per Arendt azioni che suggellano e garantiscono la stessa libertà della politica. Il gesto del perdono è atto stesso di libertà, di esposizione all’altro e al fallimento: chi chiede perdono, infatti, si espone alla libertà di non esser perdonato. Attraverso questa centralità della libertà propria e altrui, il perdono acquisisce dimensione propriamente politica e si pone come esperienza concreta del riconoscimento dell’umano nell’altro, della sua capacità di cambiamento, azione e parola. Il perdono dunque è un riconoscimento e un patto tra esseri liberi, dalle conseguenze imprevedibili. Esso non prescrive l’oblio («le azioni restano, non vengono dimenticate, ma non devono frapporsi tra gli individui», p. 85) ma sancisce un legame politico tra due esseri liberi di agire nel mondo.
    Infine, drammatizzare. La capacità di agire nel mondo e nella politica corrisponde alle potenzialità di cambiamento di attori sulla scena. Ogni attore politico, con il suo semplice comparire, può cambiare il mondo e il reale. Per farlo, però, l’essere umano ha bisogno di una scena, di colleghi, di spettatori. L’immagine del teatro come metafora dell’agire politico distanzia Arendt dall’accezione heideggeriana di essere-nel-mondo: gli esseri umani, spiega Arendt, non sono infatti gettati nel mondo, bensì sulla terra, e nel mondo si inseriscono tramite l’azione e la parola, che hanno bisogno di pluralità e apparire per essere. Come nel teatro antico, in cui la maschera si pone come modo di apparizione autentico sulla scena, chi agisce politicamente appare sulla scena pubblica attraverso l’azione del personare. La maschera della tragedia antica, infatti, si pone come metafora della differenza che intercorre tra le due dimensioni essenziali della politica, il pensare (azione infinita di dialogo con se stessi) e il parlare (legato all’istantaneità, all’unicità, al cambiamento del mondo). La maschera si pone quindi come metafora del pensiero personificato, che agisce rivelando il vero io dell’umano, che altrimenti la natura nasconderebbe nell’indifferenziato. Agire sulla scena pubblica è dunque gesto di distacco e contatto con il reale e con se stessi, attraverso un agire comune.
    Imparare da Arendt a rileggere il mondo, a riappropriarsi della propria posizione in esso. Questa è l’idea del testo di Marie Louise Knott, che riprende da Arendt quel saper “saltare” oltre le contraddizioni del presente, che ammutoliscono, che bloccano il pensiero, tornando alle pratiche, al mondo, per poterlo guardare aldilà del buio del terrore. I testi di Arendt nascono propria da questa esigenza, dal riappropriarsi di luoghi e pratiche per pensare e vivere il mondo, manifestando la propria singolarità, aldilà della svalutazione di ogni discorso, di ogni riflessione a cui  porta il contesto totalitario (e non solo, diremo noi). Abbracciando e facendo propria tale prospettiva, il testo di Marie Louise Knott trova nelle pratiche individuate da Arendt come luogo per ridar vita al pensiero, non solo un’occasione per interagire con l’autrice, ma strumenti validi per il nostro presente. Un’operazione del genere è estremamente lodevole per la sincerità con cui si lega al pensiero stesso di Hannah Arendt, liberandone la riflessione dai lacci degli studi meramente accademici (che tanto contraddicono le intenzioni della stessa riflessione arendtiana), riconsegnandolo all’agire e al mondo, ma non solo. Tale gesto si rivela infatti di estrema profondità politica in un contesto globale quale quello attuale, in cui l’ideologia neoliberista declinata nel contesto della crisi, del precariato come nuova antropologia umana, porta di nuovo alla paralisi del pensiero, al buio del giudizio. I testi di Arendt mostrano il potere immenso di non esaurirsi nella lettura, né nel contesto loro contemporaneo. Essi sanno arricchirsi ad ogni lettura, divenendo luogo di scambio e relazione politica tra chi legge e chi ha scritto, divenendo così possibile luogo di riflessione sul contemporaneo. E, in questi tempi, riacquisire la capacità di lasciarsi scuotere e turbare dalla realtà, acquista estremo significato politico, ponendosi come strategia di libertà.
  • Lia Giachero, Silvia G. Bersani, Laura Brignoli, Donne, mito e politica. La suggestione classica in Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar e Hannah Arendt, Jacobelli, Roma 2012

    Lia Giachero, Silvia G. Bersani, Laura Brignoli, Donne, mito e politica. La suggestione classica in Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar e Hannah Arendt, Jacobelli, Roma 2012

    Tre studiose italiane di diversa formazione come Lia Giachero, Silvia Giorcelli Bersani, Laura Brignoli si interrogano e fanno emergere, in questo libro, la profonda influenza che la cultura classica ebbe sul processo formativo, emotivo e più in generale sulla vita di tre, tra le più note pensatrici e intellettuali del secolo scorso, come Virginia Woolf, Hannah Arendt e Marguerite Yourcenar.
    Il saggio introduttivo, a cui spetta l’appassionante compito di tenere insieme le diverse voci, è di Barbara Lanati che, immersa nel labirinto di letture e rimandi reciproci, individua il doppio binario temporale, il presente ed un passato remoto, su cui le tre narrazioni viaggiano.
    Un passato remoto della “classicità” dunque, fin da subito rimodulato in un passato prossimo, che viene interrogato non senza difficoltà dalle tre studiose, senza tensioni filologiche e/o romantiche, come ingenuamente è stato visto spesso, né tantomeno tramite la lente, questa si, facile, degli istinti nostalgici, proprio perché consapevoli dell’ influenza esercitata sul nostro presente.
    Arendt, Woolf e Yourcenar studiano e quindi introiettano, i classici greci e latini, perché individuano, in quelle parole, l’eternità di uno spirito portatore di un linguaggio veritiero, si rendono protagoniste di un incontro/scontro con una lingua “altra” e con una cultura solo apparentemente lontana, perduta e non di certo come un esercizio solipsistico che spiana la strada al più classico dei circoli viziosi, l’autoreferenzialità, bensì per instaurare un dialogo, poi rivelatosi proficuo, con testi tanto complessi quanto “altri” rispetto a quelli da cui provenivano.
    Il primo saggio, curato da Lia Giachero, si concentra su V. Woolf, sul rapporto controverso con la cultura classica intrecciata indissolubilmente al rapporto col fratello Thoby, per cui proverà sempre un certo tipo di invidia scaturita dalla consapevolezza che lui, in quanto maschio, ebbe il privilegio di andare a scuola, di seguire lezioni di greco e di latino e incontrare compagni con cui dialogare  e scambiare le proprie impressioni, idee e opinioni.
    Un destino, quello di Thoby, per cui Virginia d’altra parte, nutre un profondo fascino, si lascia ammaliare dai racconti che egli le concede, tornato da scuola, contravvenendo alla regola vigente in casa Woolf: mai parlare delle lezioni seguite al collegio.
    Disobbedisce, instaurando una felice similitudine con Antigone, una legge non scritta, ma contro cui si scaglia, con forza, anche grazie all’alleanza fraterna.
    Per Virginia è facile specchiarsi nell’amore fraterno che lega Antigone a Polinice, perché grazie alla tragedia sofoclea rivive il rapporto con l’amato Thoby, il fratello con cui condivideva i segreti, strappati sulle scale della loro casa, relativi al mondo classico appreso durante le lezioni a lei precluse. Le sofferenze fisiche e morali inflitte ad Antigone dal re, sono le stesse inflitte a Virginia dal “re della sua casa”.
    Va in scena la triste danza di una cultura negata violentemente, una porta sigillata, che solo grazie alle confidenze di Thoby poteva essere aperta e lasciar entrare spiragli di luce.
    Facile di nuovo, stabilire un contatto con il destino di Antigone e Virginia, una murata viva dal re, l’altra costretta in casa da un mondo maschile che detiene, unico, le chiavi del potere e della cultura, una cultura negata tanto quanto desiderata da Virginia, che individuò una via di fuga, al contrario di Antigone, tant’è  che cominciò ad autoistruirsi, organizzò la propria autoformazione sui testi classici, prendendo lezioni di latino e di greco, che la penetrano fin sotto la pelle e a stabilire, dopo la precoce morte del fratello avvenuta in Grecia, un legame indissolubile con la sua patria culturale.
    Certo, una solida cultura accademica non le permise mai di distinguere facilmente un dattilo da un giambo, ma senza dubbi, quel “sapore di Omero” che aveva sulle labbra, le restò per tutta la vita, lo stesso che le permise di empatizzare con il contenuto dei testi, piuttosto che avere quel distacco scientifico che presuppone il rigore universitario.
    Non “sentire” il testo era insopportabile, inconcepibile quasi.
    L’antichità classica era ormai profondamente personale e la follia di Antigone, così la definisce Sofocle, si intreccia con la fragilità di Virginia.
    Un essere puro, la prima, che muore per essere stata insensata per l’amore estremo che la lega al fratello, lei che era troppo forte, troppo orgogliosa per non suicidarsi, si sottrae alle leggi del re, impiccandosi. L’altra, Virginia, che negli ultimi anni della sua vita sarà davvero satura del mondo che la circonda, si affiancherà alla prima sfidante dell’autorità famigliare che conosca, Antigone appunto e di cui fa proprie, nel saggio Le tre ghinee, queste parole “non compagna dell’odio, ma compagna dell’amore io nacqui” sfidando l’establishment maschile, famigliare, accademico e politico che faceva parte della sua formazione classica e grazie alla quale ebbe gli strumenti necessari per contrastarlo.
    Preferirà l’acqua, come Ophelia, per abbandonare la vita, per non essere connivente con le brutture del mondo, che contribuivano ad acuire le sue crisi, rese sempre più frequenti dallo scoppio della seconda guerra.
    Laura Brignoli invece, ci accompagna nella lettura di Fuochi, un’ opera giovanile di Marguerite Yourcenar, scritta nel 1935 durante un viaggio in Grecia, che si presenta come una raccolta di prose liriche, appunti e racconti tratti dal mito e dalla storia.
    Yourcenar rielabora nove vicende del mito classico, ma qui si indaga, attraverso la sola figura di Clitemnestra, il rapporto esistente tra la scrittrice belga e l’antichità classica, disvelando aspetti del mito che indirettamente svelano elementi biografici, sceglie di raccontarsi, di rivelare frammenti della sua anima attraverso storie mitiche che attualizza, senza mai banalizzare. È in realtà un’ operazione di continui corto-circuiti temporali e spaziali, che posizionano le sue narrazioni in una pura dimensione di acronia.
    Iniziamo dal titolo dell’opera: Fuochi. Perché?
    Chiara è l’allusione alla passione, ma sono anche i fuochi del Bosforo, quelli che Agamennone, nella tragedia eschilea, fece accendere per comunicare ad Argo la caduta di Troia e del suo ritorno in patria. La scrittrice accenderà, di volta in volta, le nove vicende mitiche per significare un’altra caduta nell’incendio della passione d’amore.
    La passione, secondo Yourcenar, in cui vive il desiderio di appagarsi e talvolta di tiranneggiare l’altro,  l’amore, in cui al contrario c’è abnegazione e dedizione di sé, convivono e sono evocate insieme attraverso il mito.
    Così  ad una Clitemenstra eschilea, il cui contrasto con Agamennone è il fulcro centrale della scena, si contrappone una Clitemnestra della modernità, madre di Oreste ed Elettra, su cui si concentrano le vendette dei figli, fino ad arrivare  al capitolo di Yourcenar, dove i ruoli della moglie, madre, regina e amante si intrecciano in unico personaggio che si fa apprezzare per i tratti contradditori e primitivi del mito.
    La Clitemenstra di Yourcenar si macchia dell’omicidio del marito perché il ritorno dell’eroe, o meglio, del suo eroe, la pone davanti alla realtà del tradimento. Agamennone infatti, torna in patria, nel palazzo regale, davanti a tutto il popolo, con Cassandra al fianco.
    Yourcenar ci presenta la donna accerchiata dai giudici che devono pronunciarsi sul gesto omicida, attinge ad una versione successiva del mito, visto che in quella tradizionale è Oreste ad uccidere la madre per vendicare l’uccisione del padre.
    Clitemnestra, la cui identità si spiega solo in relazione al suo uomo, si fa interamente carico delle sue responsabilità, minimizza addirittura l’uccisione della figlia, necessaria per la partenza delle navi, comandate dal marito, verso Troia.
    Una Clitemnestra che diventa espressione della labilità dei confini tra maschile e femminile, è una virago, che rivendica il suo diritto ad esistere in quanto sposa-serva.
    Un uso distorto del mito che si capisce solo se teniamo in considerazione la biografia della scrittrice francese, infatti è di quegli anni una passione per un letterato, André Fraingneau, il quale non poteva ricambiare per differenti preferenze sessuali.
    L’amore infelice crea angoscia, una perdita dei punti di riferimento che la conducono direttamente allo sbandamento e alla confusione della sua individualità.
    Il ricorso al mito dunque, fa emergere al contempo il non-detto della scrittrice e della donna, in un’esplosione che erompe come un fiume carsico, che inserisce la sua vicenda personale nella storia dell’umanità e spesso vi ritorna lasciando tracce dentro di sé, diluendo così il dolore personale. Yourcenar intende fissare nell’eternità solenne la propria dolorosa esperienza personale, che assume proporzioni insostenibili, rimane confusa tra l’intimo e l’universale e proprio negli interstizi delle due sfere riesce a trovare sé stessa.
    Infine il saggio di Silvia Giorcelli Bersani, che getta luce sulle influenze esercitate dalla tradizione classica sul pensiero di Hannah Arendt.
    Un punto di partenza imprescindibile per la studiosa che individuava in Socrate e in Cicerone non solo i modelli classici di rigore intellettuale e civile a cui far riferimento per comprendere il pensiero politico e la cultura occidentale, ma anche nelle città di Troia, Atene e Roma le matrici da cui deriva tutto il patrimonio originario dell’esperienza politica.
    È nella polis greca che prende forma il concetto di “politico” e di “pubblico” e l’età imperiale rappresenta un perfetto connubio tra diritto, filosofia, letteratura e politica che mai si sia realizzato, grazie ai continui rimandi e citazioni classiche, le opere di Arendt rimangono il tentativo più lucido di analizzare storicamente le catastrofi del Novecento.
    Il quadro culturale precedente è in sostanza quello di una Germania assuefatta dal mondo classico, spesso letto anche in chiave nostalgica, in cui prendono vita opere sull’antichità ancora oggi capitali, da cui non si può prescindere se si intraprende uno studio universitario della tradizione filologica, letteraria  e storico-geografica sul mondo antico.
    Ma in che misura Hanna Arendt ha assorbito queste suggestioni otto-novecentesche?
    La metafora “se si sale o scende dalle scale si è sempre trattenuti dalla balaustra e quindi non si può cadere. Ma noi abbiamo perso la balaustra” è utilizza da Arendt per spiegare lo smarrimento di noi moderni di fronte alla frattura venutasi a creare  nelle esperienze laceranti del secolo scorso, che hanno fatto perdere le certezze derivate da un solido confronto con l’antichità.
    Compare  inoltre, come sottotitolo di questo ultimo saggio e sta ad indicare non una perdita definitiva dell’antico, ma una lontananza che permette di riattivare un rapporto genuino con il passato, spogliato da ogni peso di autorità e vissuto come ricettacolo dei valori più autentici che possiedono un valore assoluto.
    Grande merito di Arendt fu inoltre quello di svincolarsi dalla storiografia tradizionale che venerava il mondo greco a discapito di quello della Romanitas, in cui riesce a scorgere non solo una degenerazione della civiltà greca classica ed ellenistica, ma anche e soprattutto una civiltà capace di fondare sull’auctoritas, -l’autorevolezza- dunque un passato edificante e prestigioso, il proprio potere e di creare un sistema politico e un progetto comune forte, duraturo e in cui tutti potevano riconoscersi fino ad arrivare ad ammettere il debito del cristianesimo nei confronti della romanitas.
    La riflessione sulla frattura tra filosofia e azione politica è centrale nel pensiero arendtiano ed è per questo che fa riferimento al passato greco e latino dove il linguaggio, il pensiero e la pratica hanno avuto origine ed è anche per questo motivo che individua in Cicerone un intellettuale impegnato ed esposto che si contrappone, rischiando, alle più feroci degenerazioni del potere.
    Un’ammirazione dell’antico, intrisa della concezione che i romani stessi avevano del loro passato remoto e più prossimo, che non deriva certamente da un atteggiamento reazionario e conservatore, bensì da una tensione verso il futuro. Per i Romani infatti, come anche per Arendt, lo studio del passato non aveva nulla di malinconico, ma era immaginato come unico strumento attraverso cui elaborare un percorso verso il futuro.
    È indubbia quindi, la permanenza dei valori e del pensiero classico nella modernità e le tre pensatrici, Hannah Arendt, Virginia Woolf e Marguerite Yourcenar, approcciandosi con estrema umiltà a quel mondo lontano, confermano e ribadiscono con forza.
    Una forza tutta la femminile.
    Recensione di Ilaria Coccia