• Le lotte, assieme. Una bibliografia ragionata sull’intersezionalità

    A cura di Bianca Marzolo, Irene Fermanelli e Silvia Peveri

    Questa bibliografia nasce durante il primo modulo del Master “Studi e politiche di genere” dell’università di RomaTre. L’ordine scelto di presentazione dei volumi è cronologico per l’anno di pubblicazione.
    Per costruire questa bibliografia abbiamo seguito l’urgenza di tracciare una guida, un percorso sull’intersezionalità con lo scopo di sfuggire allo svuotamento di senso e di conflittualità. Attraverso questa lente leggere ciò che ci circonda, proporre una postura ma anche una prospettiva di lotta con l’obiettivo di evidenziare convergenze e possibili alleanze.
    Una cassetta degli attrezzi, una traccia, per guidare e guidarci attraverso la complessità. Riconoscere genealogie e appartenenze, fare luce su autrici e autorx che hanno pensato e costruito una trama di relazioni tra marcatori di oppressione e soggettività dissidenti, senza gerarchie e/o priorità, costruendo la base “teorica” per una lotta collettiva, condivisa, comune.

    Angela Davis, Donne, razza e classe (1981), Edizioni Alegre, 2018.
    Angela Davis, centrale attivista del movimento femminista nero degli anni Settanta. In questo volume, testo pioneristico sul tema dell’intersezionalità, ripercorre storicamente le violenze e le brutalità subite dal popolo Nero durante lo schiavismo, lo sfruttamento lavorativo, il linciaggio e la sterilizzazione forzata eugenetica, mostrandoci l’oppressione specifica vissuta dalle donne Nere. Oppressione caratterizzata dall’intreccio di più fattori: essere donna, Nera e domestica o operaia, sfruttata dallo schiavismo, dal sistema capitalista e discriminata dalla supremazia bianca e dal maschilismo. Oppressione che ha, quindi, influenzato in maniera deterministica le lotte di queste donne e che non è stata riconosciuta e appoggiata dai movimenti femministi americani: a partire dal movimento suffragista di fine ‘800 che guardava alla sola oppressione di genere e che presentava un “razzismo […] così radicato […] che le sue porte non furono mai veramente aperte alle donne Nere” nonostante quest’ultime “in quanto donne che subivano l’oppressione combinata di sesso, classe e razza, possedevano un potente argomento a sostegno del diritto di voto”; al movimento per il controllo delle nascite dei primi decenni del ‘900 il quale “iniziò a sostenere che le donne povere, Nere e immigrate avessero il dovere morale di ridurre la grandezza delle loro famiglie”; fino al movimento per il diritto all’aborto degli anni Settanta che, rivendicando la maternità consapevole per le donne bianche di classe media, “non riuscì a difendere più in generale i diritti riproduttivi, intercettando anche quelle donne (della classe lavoratrice) che dovevano rinunciare al loro diritto alla riproduzione per circostanze economiche”.
    Questo volume offre una grande lezione, rinnovata dai recenti movimenti femministi come Non una di meno: occorre abbandonare l’idea di un soggetto “donna” contraddistinto universalmente da una storia di oppressione condivisa; al contrario, è necessario riconoscere le specificità e le complessità delle rivendicazioni, delle lotte e dei desideri delle diverse soggettività in movimento. Se intersezionale è l’oppressione subita, così devono essere i moti di liberazione.
    Come fu per il movimento abolizionista della schiavitù che riconobbe “l’inseparabilità della lotta per la liberazione dei Neri e quella per la liberazione delle donne”, così oggi diventa necessario sostenere le rivendicazioni di tutti i gruppi oppressi. Per usare le parole di Davis: “senza cadere nel tranello ideologico di sostenere che una (lotta per la liberazione) sia più importante dell’altra, ma riconoscendo il carattere dialettico della relazione tra le due”, tra le tante.

    Colette Guillaumin, Sesso, razza e pratica del potere (2016), ombre corte, Verona, 2020
    Colette Guillamin, sociologa e antropologa francese, un’autrice poco tradotta e conosciuta in Italia. Il volume “Sesso, razza e pratica del potere. L’idea di natura” infatti pubblicato nel 2020 per le edizioni Ombre Corte raccoglie una serie di saggi e articoli scritti tra il 1977 e il 1992. Guillamin si inserisce nella corrente che si definisce femminismo materialista francese, insieme a Christine Delphy, Monique Wittig, Nicole-Claude Mathieu e Paola Tabet. L’intreccio di dialoghi e confronti fra queste si elabora in un insieme di “Conversazioni ininterrotte” in cui si riconosce l’origine collettiva e stratificata del pensiero di Guillamin. Filo rosso tra i vari saggi raccolti nel volume sono le categorie di sesso e razza, che Guillamin adopera in un’attenta operazione di decostruzione e di analisi delle relazioni di potere a esse collegate. Queste categorie sono tutt’altro che naturali, si tratta di fatti sociali. Nel corso della disamina individua “la natura specifica dell’oppressione delle donne nell’appropriazione” (p. 40), cioè la riduzione delle donne allo stato di oggetti materiali. Viene sottolineato anche l’aspetto dirimente dell’appartenenza delle donne alla classe di sesso. Guillamin introduce il concetto di sexage (tradotto come “sessaggio”) per spiegare le caratteristiche del rapporto di appropriazione delle donne da parte degli uomini. Il rimando chiaro è ai termini esclavage e servage per indicare il rapporto tra uomini e donne. All’interno dell’economia domestica moderna il sessaggio rappresenta i rapporti di classe di sesso in cui “a essere accaparrata è la stessa unità materiale che produce forza lavoro, e non la sola forza lavoro” (p. 43). La nozione di sessaggio illumina l’affinità fra la stessa e “l’istituzione schiavista (…) che risiede nell’appropriazione illimitata della forza lavoro” (p. 81).
    “La riduzione allo stato di cosa […] persiste ancora oggi sotto i nostri occhi nelle metropoli industriali, nascosta e sovraesposta, nel caso del matrimonio, rapporto sociale istituzionalizzato come mai nessun altro”, ma l’opera di naturalizzazione a cui sono sottoposte le categorie e i rapporti sociali impedisce – talvolta – anche alla classe asservita di vedere ciò. L’appropriazione è un fatto inconsapevole quanto invisibile e che Guillamin definisce come “il legame dei servi con la terra e quello delle donne con gli
    uomini sono in parte paragonabili” ma non basta lavorare per tracciare analogie, serve decostruire e raccontare i pezzi che compongono questo ordito complesso. Esistono diversi modi di appropriazione della classe delle donne e Guillamin li definisce tutti passo per passo: il mercato del lavoro, il confinamento spaziale, l’uso della forza, l’obbligo di prestazione sessuale, l’arsenale giuridico e il diritto consuetudinario. Nel testo non si rintraccia esplicitamente un riferimento al concetto di intersezionalità ma, l’urgenza e la necessità di inserirlo all’interno di questo insieme di riferimenti bibliografica al tema è dovuto al fatto che, questo volume fornisce strumenti fondamentali e ancora attuali per un’elaborazione che tenga conto degli assi sesso, razza e classe e di come questi operino nella costruzione di rapporti sociali di oppressione e dominio.

    Sara Carnovali, Il corpo delle donne con disabilità. Analisi giuridica intersezionale su violenza, sessualità e diritti riproduttivi, Aracne editrice, 2018.
    Sara Carnovali è dottoressa di Ricerca in Diritto costituzionale autrice di diverse pubblicazioni sul tema dei diritti umani delle persone con disabilità. Il presente volume intreccia e analizza tali diritti con le tematiche di genere nei contesti internazionale, europeo e italiano, ponendo particolare attenzione a ciò che afferisce alla dimensione del corpo delle donne con disabilità indagando i temi della sessualità, della violenza e dei diritti riproduttivi. L’ottica adottata è quella di una discriminazione multipla intersezionale, che risulta essere “particolarmente odiosa perché quasi sempre invisibile e sommersa, instaurandosi in contesti di (presunta) cura e assistenza alla donna o all’interno di ambienti relazionali per cui la donna con disabilità viene ritenuta ‘incapace’ di decidere autonomamente”.
    La varietà delle disabilità esistenti unite agli stereotipi e i pregiudizi che colpiscono le donne con disabilità, come il ‘mito dell’asessualità’ e quello ‘dell’ipersessualità’, determinano discriminazioni e fragilità specifiche quali la difficoltà di accesso ai servizi socio-sanitari legati a sessualità e riproduzione, l’accoglienza in rifugi per vittime violenza, e l’interruzione di gravidanza, la contraccezione e le sterilizzazioni forzate. Così facendo Cornovali ci ricorda la necessità di un mutamento culturale e di una assunzione di responsabilità collettiva nella lotta alla società patriarcale. Le donne con disabilità sono “considerate soggetti nuovi nella riflessione politica […] e a lungo escluse […] dalla riflessione femminista sull’intersezione tra genere e disabilità”, probabilmente perché “le tematiche che il femminismo vede quali “luoghi di oppressione” – ad esempio il paradigma della donna quale madre che si occupa dell’accudimento dei figli – sono ambiti di lotta […] da parte delle donne con disabilità”. Alcuni dei movimenti femministi di oggi, vicini ad una concezione della disabilità come “prodotto culturale del predominio del ‘paradigma abilista’ a lungo rivendicato dalle associazioni per i diritti delle persone con disabilità”, rivendicano i diritti civili, politici e sociali e riconoscono l’intersezionalità delle discriminazioni subite dalle donne con disabilità.
    Questa analisi giuridica intersezionale è un ottimo strumento per gli operatori del diritto e per le istituzioni, le associazioni e i professionisti che incontrano donne e persone con disabilità nel loro lavoro, anche e soprattutto nell’ottica, a più riprese ribadita dall’autrice, della sostanziale necessità di una formazione specifica per queste figure lavorative. Carnovali fornisce un quadro delle normative vigenti e delle lacune esistenti nel trattare, a livello giuridico, l’intersezione tra genere e disabilità e ci ricorda, infine, l’importanza di un Legislatore che sia sensibile alle problematiche sottese alla disabilità e consapevole della complessità di ricercare un equilibrio tra protezione e autonomia, tutela e libertà.

    AA. VV., Introduzione ai femminismi, DeriveApprodi, Roma, 2019
    Sin dalle prime righe della prefazione si evince quale sia l’intento del presente volume, curato da Anna Curcio, quello che si ha tra le mani è infatti un vademecum. Un manuale che racchiude un excursus della critica femminista della cosiddetta seconda ondata. Ogni saggio che lo compone è espressione del sentire e del posizionamento dell’autrice/dell’autorx, da qui la possibilità, leggendoli tutti, di scovare dissonanze e divergenze.
    Il secondo capitolo nella fattispecie risponde all’esigenza di questa bibliografia, tratta infatti il tema del Femminismo Nero con il pensiero e le parole di Marie Moise. Una disamina quella di Moise ricca di riferimenti a figure pioniere, la ribellione delle donne dalla violenza della schiavitù, tra cui Milla Granson nata schiava, imparò a leggere e scrivere dai figli del padrone e che organizzò ‘la scuola di mezzanotte’, un corso clandestino di alfabetizzazione per schiavi e schiave, o ancora Harriet Tubman che dopo essere fuggita riesce a portare in salvo centinaia di schiavi attraverso la rete Underground Railroad; Moise dunque sottolinea come “la lotta per aver salva la vita è la prima forma del progetto femminista Nero di trasformazione e giustizia sociale” (p. 28). L’origine, le radici del femminismo nero stanno nella storia delle donne della diaspora africana. In un’opera di decostruzione di categorie e costruzioni sociali, collegata in parallelo a un’attenta ricostruzione delle genealogie del pensiero femminista Nero, Moise traccia un percorso costellato di voci e collettività dove a emergere è una struttura complessa di oppressioni intercornesse. Moise inserisce anche un paragrafo dedicato al concetto di ‘Intersezionalità’ partendo dalla definizione di chi lo ha coniato, Kimberle Crenshaw nel 1989. Applicare la lente dell’ intersezionalità “non si significa rafforzare le linee di frammentazione sociale, ma renderle visibili, insieme all’eterogeneità degli orizzonti di liberazione”. Efficace e utile ai fini della trattazione, il riferimento al concetto di ‘sbiancamento dell’intersezionalità’ di Sirma Bilge (2014), il processo cioè a cui sovente assistiamo di depoliticizzazione dello strumento, soprattutto in seguito al suo approdo nel mondo accademico, processo impiegato generalmente in un contesto bianco. Un contributo quello di Moise che all’interno del volume a cura di Anna Curcio, apre una faglia, crea uno spazio di riflessione sull’attuale e sull’urgenza e si chiude con le parole di Fanny Lou Harmer “Nessuna persona sarà libera fino a che non lo saranno tutte” (p. 42).


    Laura Corradi, Il femminismo delle Zingare: intersezionalità, alleanze, attivismo di genere e queer (2018), Milano, Mimesis, 2022
    Laura Corradi è ex operaia, traveller, attivista e studiosa, è impegnata nei
    movimenti femministi, queer, antirazzisti ed ecologisti. Attualmente ricercatrice e docente presso l’Università della Calabria, si occupa di studi di genere e metodo intersezionale e di sociologia della salute e dell’ambiente. Nel 2018 pubblica “Il femminismo delle Zingare” che affronta un femminismo poco conosciuto in Europa. Attraverso questo saggio Corradi individua 3 caratteristiche cardine dell’azione femminista Zingara che ne rendono fondamentale il contributo. La prima è la capacità del femminismo delle Zingare di mantenere “la direzione del cambiamento verso il rispetto per le differenze, l’empowerment e la coesione sociale nelle comunità e insieme facilita la comunicazione con il mondo esterno sulle questioni di genere” (p.130). La seconda caratteristica che rende il femminismo delle Zingare così importante “riguarda la consapevolezza culturale della complessità dei processi alla base della formazione dell’identità. […] Le femministe zingare offrono utili strumenti di autoriflessione e forme decisionali partecipative” (p.130). Il terzo fattore che lo rende fondamentale è la consapevolezza che “nessuna comunità può superare un’oppressione secolare conservando forme di assoggettamento interne” (p.131). Il femminismo delle Zingare quindi “offre la possibilità di allargare le prospettive in termini di intersezionalità a coloro che hanno a cuore la lotta contro tutte le disuguaglianze sociali. È fonte di ispirazione per la sua capacità di costruire relazioni. […] Il femminismo delle Zingare trascende i confini, sfida i pregiudizi geografici occidentali e gli atteggiamenti eurocentrici partendo da un punto di vista molteplice e mutevole, quello di un “quarto mondo” recente ma con radici antiche” (p.131). Il lavoro di Corradi riesce a far coincidere rigore scientifico e spirito sovversivo in un’analisi che si espande tanto orizzontalmente quanto in profondità.


    bell hooks, Elogio del margine / Scrivere al buio, Napoli, Tamu Edizioni, 2020 – Trad. Maria Nadotti
    Elogio del margine di bell hooks è una raccolta di saggi sulla resistenza delle
    donne afroamericane all’intersezione violenta tra razzismo e sessismo. È una raccolta curata e tradotta da Maria Nadotti, integrata con un’intervista che Maria Nadotti fece a hooks nel 1997. bell hooks è stata una scrittrice, attivista e femminista statunitense cresciuta nel Kentucky dove vigeva un sistema di apartheid. Figlia delle due origini la scrittura di bell hooks si concentra su: intersezionalità tra razza, capitalismo, e genere. “Gran parte del mio lavoro nell’ambito della teoria femminista ha messo in rilievo quanto siano rilevanti i modi in cui status razziale e di classe determinano sino a che punto si possono affermare il dominio e il privilegio maschili e, ancor più, in che forma razzismo e sessismo sono sistemi interconnessi di dominio che si rafforzano e si sostengono a vicenda” (p.46). Ma la forza di bell hooks sta nella sua lucida capacità di trasferire questa complessa rete di oppressione al grande pubblico, con un linguaggio semplice e chiaro.
    bell hooks analizza quello spazio limite in cui vive chi è oppresso, sfruttato e colonizzato. Elogia “il margine” e lo racconta come “posizione e luogo di resistenza […] cruciale. […] Voglio affermare che questi margini sono stati luoghi di repressione, ma anche di resistenza. Poiché siamo capaci di definire la natura di quella repressione, è evidente che sappiamo che il margine è un luogo di privazione. […] Quando si tratta di parlare del margine come luogo di resistenza, veniamo spesso ridotti al silenzio” (pp.130-131). È proprio in questo margine “eletto a luogo di resistenza” che bell hooks ci porta e ci mostra la capacità trasformativa che ha la “costruzione di uno spazio creativo radicale capace di affermare e sostenere la nostra soggettività, di assegnarci una posizione nuova da cui poter articolare il nostro senso del mondo” (p.134).


    Tiburi Màrcia, Il contrario della solitudine. Manifesto per un femminismo in comune, effequ, Firenze, 2020
    Màrcia Tiburi filosofa, artista, docente universitaria e scrittrice brasiliana è autrice del pamphlet pubblicato in Italia da effequ nella traduzione di Eloisa del Giudice. Durante il corso del libro Tiburi ci accompagna in una riflessione collettiva sul femminismo, partendo dal suo rapporto con il termine e il suo significato, partendo dunque da sé, tracciando una linea scura, di consapevolezza e autodeterminazione, coscienza, affetti e dolori della e nella politica; “Ho l’impressione che […] dobbiamo tutte il nostro femminismo alle nostre madri e alle nostre nonne, anche quando queste non si dicevano, e forse non erano neppure, femministe” (p. 43). La sua riflessione ha il sapore collettivo di una lotta trasversale, che intreccia identità e vissuti, che non determina gerarchie o priorità, una lotta femminista intersezionale. Il femminismo “[…] riunisce in sé i marcatori di oppressione della razza, del genere, della sessualità e della classe sociale” ed “è chiaramente una lotta contro le sofferenze accumulate” (p. 67).
    Tiburi determina un prima e un dopo l’incontro con il femminismo e come
    questa postura e prospettiva abbiano cambiato il suo modo di identificare sé stessa e lx altrx, “nel contesto del patriarcato l’identità è un parametro eterocostruito: nel femminismo l’identità è un elemento di costruzione di sé che passa necessariamente dall’autoriconoscimento” (pag. 33).
    Il femminismo ci accompagna nella lotta dei diritti di tutte, tuttx e tutti,
    “possiamo definirlo come il desiderio di una democrazia radicale rivolta alla lotta per i diritti di chi subisce ingiustizie sistematicamente disposte dal patriarcato […] Includiamo tutti gli esseri i cui corpi sono stati misurati per il loro valore d’uso. Corpi per il mestiere, per la procreazione, la cura, la salvaguardia della vita, per la riproduzione del piacere altrui […]” (pp. 22-23). Utilizzando il termine femminismo al singolare Tiburi non vuole assolutamente alludere a un’unità quanto piuttosto accompagnarci a svelare l’ordito complesso, una trama, una rete, che si riempie di desiderio, di saperi e volta alla costruzione del “comune”. Il titolo del volume ci guida nella scoperta di cosa sia nella teoria e nella pratica l’intersezionalità delle lotte: “ogni lotta è lotta quando è lotta insieme […] Lottare per dei diritti non significa lottare per i propri diritti in senso individuale” (p. 67); si tratta di una risposta collettiva alla solitudine.

  • LIBERE DI MUOVERCI, LIBERE DI RESTARE. Contro il razzismo e la violenza istituzionali

    LIBERE DI MUOVERCI, LIBERE DI RESTARE. Contro il razzismo e la violenza istituzionali

    Per un femminismo intersezionale
    Il razzismo, istituzionale e sociale, i limiti imposti alla mobilità umana e le specifiche condizioni di violenza che vivono le donne migranti, in quanto migranti e in quanto donne o soggettività LGBT*QIA+, sono questioni centrali e trasversali a tutto il movimento femminista di Non Una Di Meno. Siamo partite dalle nostre vite, consapevoli delle differenze di posizionamento che attraversano ognuna di noi secondo la provenienza, la classe, l’età, l’orientamento sessuale, l’identità di genere e l’abilità. Vogliamo combattere ogni forma di sessismo nei suoi intrecci con gli altri sistemi di dominio quali il razzismo e il capitalismo, su cui si strutturano quelle stesse gerarchie che pretendono di distinguerci in migranti e cittadin@. A fronte della retorica sull’integrazione che pone un binarismo gerarchico tra “noi” e “loro”, costruiamo alleanze tra forme diverse di oppressione come abbiamo fatto per lo sciopero globale dell’8 marzo.
    Pratichiamo pertanto un femminismo intersezionale che, pur riconoscendo le differenze che caratterizzano le condizioni di ognun@, sceglie di lottare insieme contro la violenza del patriarcato, del razzismo, delle classi, dei confini. Muovere da questo posizionamento significa innanzitutto riconoscere che le donne migranti, con le loro azioni di resistenza e di rifiuto della violenza razzista, mettono in questione l’ordine patriarcale ogni giorno, alle frontiere (esterne e interne), nei Centri di Permanenza e Rimpatrio (CPR), nei centri di accoglienza, nei luoghi di lavoro, nelle case. Lottare insieme significa anche sottrarsi e rifiutare i discorsi securitari e razzisti che strumentalizzano la violenza sui corpi delle donne e dei soggetti LGBTQIA+. Esigiamo perciò un approccio non settoriale – ma intersezionale, appunto – alle questioni poste dalle migrazioni, consapevoli che la libertà di migrare e la lotta al razzismo istituzionale e sociale riguardano la vita di tutte le soggettività.
    Contro il regime dei confini e il sistema istituzionale di accoglienza: libertà di movimento e autodeterminazione
    Costruiamo le nostre rivendicazioni nel quadro della critica e dell’opposizione al regime globale dei confini e a partire dalle lotte e dalle pratiche di resistenza delle persone migranti. Rivendichiamo la libertà di movimento e il soggiorno incondizionato dentro e fuori l’Europa. Per questa ragione critichiamo il sistema istituzionale dell’accoglienza e rifiutiamo la logica emergenziale applicata alle migrazioni, che produce l’invisibilizzazione delle donne migranti in nome del decoro urbano e la militarizzazione delle vite di tutt@. Rifiutiamo la vittimizzazione delle donne migranti, perché riconosciamo le loro lotte quotidiane dentro e fuori i confini.
    Ci opponiamo alle espulsioni, alla detenzione, al ricatto del permesso di soggiorno, al razzismo delle istituzioni che precarizza la vita di tutt@, alle politiche repressive ed escludenti nei confronti delle soggettività trans e non conformi.
    È nostro obiettivo abolire le leggi italiane e europee che limitano e governano la mobilità delle migranti, a partire dalle leggi Minniti-Orlando e Bossi-Fini, fino agli accordi internazionali di esternalizzazione delle frontiere, inclusi quelli del sistema di Dublino e dei “migration compact” e gli accordi bilaterali, come quello con la Libia e con la Turchia. Altrettanto è nostro obiettivo abolire la detenzione amministrativa in Europa e nei paesi in cui viene esternalizzata, chiudendo i CPR così come ogni struttura limitativa della libertà di circolazione e del diritto di autodeterminazione rispetto alla propria vita. Vogliamo pertanto che sia abrogata ogni norma che criminalizza la libertà di movimento e la solidarietà tra le reti di migranti, a partire dal reato di ingresso e permanenza illegale e dalle norme sul favoreggiamento degli stessi.

    Permesso di soggiorno incondizionato e ius soli
    Vogliamo un permesso di soggiorno europeo incondizionato e illimitato, svincolato dalla famiglia, dallo studio, dal lavoro e dal reddito. Pretendiamo intanto l’applicazione di procedure semplificate, accelerate e requisiti ridotti per l’ottenimento della cittadinanza per le donne migranti; e ci opponiamo al lavoro gratuito e coatto per doversi “meritare” il diritto di restare, a ogni forma di sfruttamento, alle gerarchie volte a frammentarci e dividerci. Vogliamo la cittadinanza per tutt@, lo ius soli per le bambine e i bambini che nascono in Italia o che qui sono cresciut@ pur non essendovi nat@, e il diritto al ricongiungimento con le figlie e i figli già presenti sul territorio.
    Esigiamo, inoltre, che il permesso di soggiorno per sfruttamento lavorativo (art. 22 TUIMM) sia svincolato dall’accertamento di reati in sede penale: deve essere garantito a tutt@ coloro che ne facciano richiesta in base al lavoro prestato anche al di fuori delle regole di soggiorno, così come devono essere predisposti meccanismi adeguati per il recupero delle retribuzioni e di ogni indennità non corrisposta.
    Contro la strumentalizzazione razzista e securitaria della violenza di genere: spazi politici condivisi e femministi
    È necessario scardinare la strumentalizzazione politica dei corpi delle donne native a fini razzisti e dei corpi delle donne migranti a fini securitari, liberare gli spazi urbani dai processi di ghettizzazione coatta e di gentrificazione, costruendo spazi politici condivisi e femministi. Contro la strumentalizzazione della violenza di genere in chiave razzista, securitaria e nazionalista, contro la violenza delle istituzioni, della polizia, dei tribunali, dei CIE e dei CPR, delle frontiere e di tutti quei dispositivi che reprimono la nostra autodeterminazione e presa di parola, contro tutto questo apriamo, costruiamo e ci riprendiamo luoghi fisici, ridefinendoli in termini politici e antisessisti, per elaborare strategie di resistenza e autogestione. Adottiamo strumenti linguistici e di lotta volti a favorire la partecipazione delle donne migranti, organizziamo con loro mobilitazioni capaci di dare visibilità ed espressione alle nostre rivendicazioni, progettiamo percorsi politici femministi.

  • Dilar Dirik – L’esperienza di liberazione delle donne curde

    Dilar Dirik – L’esperienza di liberazione delle donne curde

    Introduzione

     

    Il saggio che qui presentiamo offre una riflessione sull’esperienza di liberazione delle donne curde. L’intervento è di Dilar Dirik, dottoranda del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Cambridge, attualmente impegnata in una tesi che tenta di comparare il sistema dello Stato-nazione con il paradigma del confederalismo democratico da un punto di vista dei movimenti di liberazione delle donne curde. La sua relazione, che riportiamo per intero, è stata presentata il 4 Aprile ad Amburgo alla Conferenza “Challenging Capitalist Modernity II” ed evidenzia sin dalle prime righe il tentativo di andare oltre l’idea di un femminismo occidentale inteso come monolitico nell’universalità astratta di alcuni suoi canoni, richiamando ad uno sguardo contestuale sui femminismi che muovono verso l’esigenza di una trasformazione sistemica radicale, anche a partire da una prospettiva intersezionale e postcoloniale. Dalle pratiche comunaliste delle donne curde, spiega Dilar Dirik, non emerge una visione essenzialista della femminilità e il tentativo continuo è quello di non creare un’assegnazione normativa di ruoli sociali codificati. Accanto all’estesa auto-organizzazione autonoma delle donne nelle comunità e in tutti gli aspetti della vita, i cantoni in Rojava applicano ad ogni livello il concetto di co-presidenza e la dualità si staglia come elemento preponderante nel processo decisionale comunalista. L’organizzazione autonoma delle donne, nota Dilar Dirik, è emersa simultaneamente allo spostamento generale dello scopo politico dallo Stato-nazione in direzione della mobilitazione di base democratica locale. Ponendosi al di là della ricerca di giustizia entro l’ambito statuale della rivendicazione di diritti, la liberazione delle donne curde chiama in causa tutta la società nella ricerca di soluzioni alternative, anche attraverso la creazione di nuovi istituti, alcuni dei quali rivolti ad uno scambio continuo di saperi nelle relazioni e nell’ambiente in cui vivono e operano.

     

    Alessia Drò

     

    Il femminismo e il movimento di liberazione curdo

     

    di Dilar Dirik

     

     

    La Marcia Mondiale delle Donne di quest’anno è partita al confine tra il nord e l’ovest del Kurdistan, la linea artificiale che separa le due città gemelle di Qamislo e Nisêbin. La commissione ha preso questa decisione al fine di rendere omaggio alla resistenza delle donne delle Forze di Difesa YPJ in Kobane contro lo Stato islamico. Questo fatto, tra molti altri esempi, illustra l’improvviso interesse delle femministe di tutto il mondo per il movimento delle donne curde.

    In questo periodo cruciale in cui le donne curde hanno contribuito ad una riarticolazione della liberazione delle donne, rifiutando di seguire le premesse dell’ordine globale patriarcale basato sullo stato-nazione, rompendo il tabù della militanza femminile, recuperando il concetto di legittima difesa, dissociandosi dal monopolio del potere da parte dello Stato, e combattendo una forza brutale (non per conto di forze imperialiste, ma al fine di stabilire i propri termini di liberazione, non solo dalle organizzazioni statali o fasciste, ma anche la propria comunità), che cosa può imparare il movimento femminista dall’esperienza delle donne curde?

    Naturalmente, non c’è un unico femminismo, ma diversi filoni a volte molto diversi tra loro. Le specifiche caratteristiche dell’esperienza delle donne curde, che ha creato la coscienza vissuta e diretta del fatto che le diverse forme di oppressione sono collegate tra loro, così come la critica del movimento di liberazione curdo del colonialismo e dello stato, forse suggeriscono ai movimenti femministi anarchici e post-coloniali di essere più vicini all’esperienza delle donne curde.
    Eppure, pur rivendicando il femminismo come parte importante della società storica e la sua eredità come patrimonio, le discussioni all’interno del movimento delle donne curde oggi mirano a indagare i limiti del femminismo e andare oltre lo stesso. Questo non significa rifiutare il femminismo – entrambi i concetti sono visti come complementari. Andare oltre significa sistematizzare un’alternativa al sistema dominante attraverso una critica sistemica e radicale; significa la communalizazione della lotta, soprattutto politicizzando la base e trasformando o metaforicamente uccidendo il maschile cosi come mettere in discussione l’intero ordine mondiale.

    Abdullah Öcalan afferma esplicitamente che il patriarcato, insieme al capitalismo e la menzogna di stato sono alle radici di oppressione, dominio, potere. Egli rende chiara la connessione tra di loro : “Tutte le ideologie di potere e statali derivano da atteggiamenti e comportamenti sessisti […] . Senza la schiavitù delle donne nessuno degli altri tipi di schiavitù può esistere tanto meno svilupparsi. Il capitalismo e lo stato-nazione denotano la forma più istituzionalizzata di maschio dominante. Più coraggiosamente e apertamente parlando: il capitalismo e lo stato-nazione sono il monopolismo del maschio dispotico sfruttatore”.(Öcalan, Abdullah, 2011, Democratic Confederalism- Cologne: International Initiative Edition).

    La visione del movimento di liberazione curdo sulla liberazione delle donne è di esplicita natura communalista. Piuttosto che rifiutare gli uomini o decostruire i ruoli di genere all’infinito, essa tratta le condizioni alla base di concetti attuali di femminilità come fenomeni sociologici e mira a ridefinire tali concetti formulando un nuovo contratto sociale. Essa critica l’analisi mainstream da parte del femminismo del sessismo in termini di solo genere, così come il suo fallimento nel raggiungimento di un più ampio cambiamento sociale, limitando la lotta nel quadro dell’ordine persistente. Una delle principali tragedie del femminismo è il suo cadere nella trappola del liberalismo. Sotto la bandiera della liberazione, l’individualismo estremo e il consumismo vengono propagandati come emancipazione, ponendo ostacoli evidenti a qualsiasi azione collettiva. Naturalmente le libertà individuali sono fondamentali per la democrazia, ma il fallimento nel mobilitare di base richiede una fondamentale autocritica del femminismo.

    Il termine femminista “intersezionalità” naturalmente sottolinea che le forme di oppressione sono interconnessi e che il femminismo ha bisogno di adottare un approccio olistico per affrontarle. Ma molto spesso, i movimenti femministi che si dedicano a questi dibattiti non riescono a entrare in contatto con la vite reali di milioni di donne oppresse, generando l’ennesima discussione vuota sul radicalismo, inaccessibile ai più. Perché la lotta radicale o intersezionale non riesce a diffondersi?
    Questi atteggiamenti, secondo il movimento delle donne curde, sono spesso legati alla adesione alla scienza positivista e al rapporto tra sapere e potere, che sfoca i collegamenti espliciti tra le forme di dominazione, eliminando così la credenza in un mondo diverso, raffigurando il sistema globale come l’ordine naturale delle cose. Ma il fatto che le donne curde abbiano ormai sconfitto una versione concentrata del sistema globale in Kobane dimostra che un’alternativa è davvero possibile e che questa alternativa deve essere incentrato sulla liberazione delle donne. Grazie alle sue particolari condizioni socio-politiche ed economiche, il movimento delle donne curde è stato in grado di mobilitare un movimento di massa per arrivare a certe conclusioni, non solo attraverso dibattiti teorici, ma attraverso esperienze reali e pratiche vissute, che non solo hanno creato una coscienza politica diretta, ma anche un attaccamento al trovare collettivamente soluzioni.

    Così, incoraggiato dal suggerimento di Ocalan di sviluppare un metodo scientifico che sfidi la comprensione egemonica delle scienze, in particolare le scienze sociali, -un metodo che non si limiti a catalogare i fenomeni intorno all’uomo e che divide le aree della vita tra loro, creando una miriade di rami scientifici, ma che cerchi praticamente di fornire soluzioni ai problemi sociali, una “sociologia della libertà”, incentrata intorno alle voci e le esperienze degli oppressi- il movimento delle donne si è impegnata nei dibattiti teorici e ha proposto il concetto di “jineology”. Domande come “Come rileggere e riscrivere la storia delle donne? Come si ottiene la conoscenza? Quali metodi possono essere utilizzati in una ricerca liberazionista della verità, quando l’odierna produzione scientifica e della servono a mantenere lo status quo?” sorgono in un intenso dibattito. La decostruzione del patriarcato e di altre forme di sottomissione, dominio e violenza sono accompagnate da discussioni sulla costruzione di alternative basate su valori liberazionisti e soluzioni ai problemi della libertà.
    Definendosi come scienza delle donne o come ricerca delle donne della conoscenza stessa, un’altra obiezione che jineology pone al femminismo è che esso spesso si occupa di analizzare le questioni sociali soltanto attraverso le lenti di genere. Mentre decostruire i ruoli di genere e il patriarcato ha contribuito alla nostra comprensione del sessismo e altre forme di violenza e di oppressione, il femminismo tuttavia non è stato sempre capace di proporre con successo che tipo di alternativa possiamo creare. Realisticamente parlando, se concetti come uomo e donna, non importa quanto socialmente costruiti possano essere, sembrano destinati a persistere per un po ‘, dovremmo forse cercare di stabilire nuovi termini di esistenza, fornire loro una essenza liberazionista? Se è possibile re-immaginare concetti di identità come quello di nazione dissociandolo da implicazioni etniche e mirando a formare un’unità basata su principi, in altre parole, una unità di pensiero, costituito da soggetti politici piuttosto che oggetti che servono lo stato (che è l’idea che è sostenuta nella multiculturale Rojava, la “nazione democratica”, come articolato da Ocalan), possiamo anche creare una nuova identità delle donne libere basata sull’autonomia e la libertà di formare un nuovo senso di comunità, senza gerarchia e dominio? Jineology non è considerato come un fornitore di risposte, ma come un metodo per esplorare queste domande.

    Ciò non significa perpetuare un concetto essenzialista della femminilità, l’assegnazione di un nuovo ruolo sociale, con spazio limitato di movimento. Invece, attraverso la ricerca storica e storiografica, jineology cerca di imparare dalle rotture di mitologie e religioni, comprendere le forme comunaliste di organizzazione in età neolitica, stabilire la relazione tra mezzi di produzione e di organizzazione sociale, e tra l’ascesa del patriarcato con l’emergenza di accumulo e di proprietà.

    E tuttavia, pur criticando la fissazione del femminismo sul genere, il movimento delle donne curde riconosce allo stesso tempo l’urgente necessità di prestare attenzione alle specifiche forme di oppressione. A differenza di altri leader di movimenti, Ocalan sottolinea la necessità di una lotta femminista autonoma e consapevole: “la libertà della donna non può essere assunta una volta che la società ha ottenuto la libertà in generale e l’uguaglianza”. In realtà, l’elemento centrale della struttura organizzativa di questo movimento è l’auto-organizzazione autonoma dei gruppi e delle comunità, al fine di rafforzare la democrazia radicale.

    Oggi, il movimento si divide il potere in parti uguali tra una donna e un uomo dalle presidenze di partito fino a consigli di quartiere, attraverso il principio della co-presidenza. Oltre a fornire le donne e gli uomini con pari potere decisionale, il concetto di co-presidenza propone di decentrare il potere, prevenire il monopolismo, e promuovere il raggiungimento del consenso. Questo dimostra ancora una volta la connessione tra il processo di liberazione e il processo decisionale communalista. Il movimento delle donne è autonomamente organizzato, socialmente, politicamente, militarmente. Mentre questi principi organizzativi cercano di garantire la rappresentanza delle donne, la grande mobilitazione sociale e politica aumenta la coscienza nella società: la rivoluzione deve prima avvenire nel pensiero.

    Ispirati da questi principi, i Cantoni Rojava applicano il concetto di co-presidenza e quote, e creano le unità di difesa femminili, le comuni delle donne, accademie, tribunali, e le cooperative in mezzo alla guerra e sotto il peso di un embargo. Il movimento delle donne è autonomamente organizzato in tutti gli aspetti della vita, dalla difesa all’economia all’educazione alla salute. Esistono consigli delle donne paralleli ai consigli popolari che possono porre il veto sulle decisioni di quest’ultimi. Gli uomini che commettono violenza contro le donne non possono essere parte dell’amministrazione. La discriminazione di genere, i matrimoni forzati, la violenza domestica, i delitti d’onore, la poligamia, i matrimoni precoci, e la vendita delle spose sono criminalizzati. Molte donne non-curde, soprattutto arabe e assire, entrano nelle file armate e nell’amministrazione di Rojava e sono anche incoraggiate ad organizzarsi autonomamente. In tutti i settori, comprese le forze interne di sicurezza (Asayish) e la YPJ / YPG, la parità di genere è una parte centrale dell’istruzione e della formazione. Come un attivista del movimento delle donne in Rojava ha detto: “Noi non bussiamo alle porte delle persone per dire loro che si sbagliano. Invece, cerchiamo di spiegare loro che possono organizzarsi da soli e diamo loro i mezzi per determinare le proprie vite”. (Öcalan, Abdullah, 2013, Liberating Life: Woman’s Revolution (Cologne: International Initiative Edition).

    È interessante notare che, anche se la liberazione delle donne è sempre stata parte dell’ideologia del PKK, l’organizzazione autonoma delle donne è emersa simultaneamente allo spostamento generale dello scopo politico dallo Stato-nazione in direzione della mobilitazione di base democratica locale. Non appena è stato identificato il rapporto tra le diverse forme di oppressione, non appena sono state smascherate le assunzioni e i meccanismi oppressivi del sistema statalista, sono state cercate soluzioni alternative, con la conseguente articolazione della liberazione delle donne come principio senza compromessi.

    Piuttosto che aspirare alla ricerca di giustizia all’interno di concetti concessi dallo stato come i diritti legali, che è una delle pre-occupazioni del femminismo mainstream, il movimento delle donne curde è giunto alla conclusione che la strada verso la liberazione richiede una critica fondamentale del sistema. Invece di essere un onere per le donne, la liberazione delle donne diventa una questione di responsabilità di tutta la società, perché diventa una misura per l’etica della società e della libertà. Per una lotta per la libertà significativa, la liberazione delle donne deve essere non solo un obiettivo, ma anche un metodo attivo nel processo di liberazione. Difatti, aspettarsi qualsiasi cambiamento sociale significativo dai meccanismi stessi che perpetuano la cultura dello stupro e la violenza contro le donne, come lo stato, significherebbe ricorrere al liberalismo, con le sue pretese femministe e democratici.

    Il movimento delle donne produce indipendentemente teorie sofisticate e critiche, ma è sorprendente che un leader maschio di un movimento mediorientale ponga la liberazione delle donne come provvedimento critica al fine della libertà. Ciò ha portato molte femministe a criticare che il movimento delle donne curde è incentrata intorno a un uomo in una posizione di leadership. Ma se analizziamo il problema della libertà delle donne al di là di questa comprensione limitata nel quadro di genere, e lo trattiamo come problema di libertà della società, fondamentalmente legato alla riproduzione nei secoli di potere e di gerarchie, quando ri-articoliamo la nostra comprensione della liberazione al di fuori dei parametri del sistema dominante con le sue ipotesi e comportamenti patriarcali, cercando di rappresentare un’alternativa radicale ad esso, se fermiamo così di considerare la liberazione delle donne come un effetto collaterale di una rivoluzione generale percepita o di una liberazione che non potrà mai venire, ma invece riconosciamo che la lotta radicale per la libertà e la autorganizzazione autonoma delle donne devono essere un metodo centrale e il meccanismo del processo verso la libertà, qui e ora, se colleghiamo la critica radicale dei metodi che usiamo per dare un senso al mondo al processo di progettazione di una vita più giusta , in breve – se allarghiamo e quindi sistematizziamo la nostra lotta per la liberazione, e riconosciamo che la strada verso la libertà richiede auto-riflessione e l’interiorizzazione dei valori liberazionisti democratici, forse non sarebbe sorprendente, dopo tutto, che una delle femministe più esplicite può in infatti essere un uomo. Piuttosto che preoccuparci con il sesso o il genere di Ocalan, dovremmo forse cercare di capire che cosa significa per un uomo parte di una società estremamente feudale e patriarcale prendere una tale posizione per quanto riguarda la riduzione in schiavitù delle donne.

    Quelli che chiedeva se il movimento delle donne curde “è in realtà femminista o no” dovrebbero comprendere la radicalità che vibra tra le due dita alzate nel segno di vittoria dalle donne anziane in abiti colorati con i tatuaggi tradizionali sui loro volti in Rojava oggi.

    Il fatto che queste donne partecipino ora a programmi televisivi,ai consigli popolari, all’economia, che imparino a leggere e scrivere nella loro lingua, il fatto che, una volta a settimana, una donna di 70 anni, reciti racconti popolari tradizionali presso la nuova Accademia Mesopotamica delle Scienze Sociali per contestare la storiografia di poteri egemonici e della scienza positivista, è un atto radicale di sfida contro l’ex regime monistico, perché invece di sostituire la persona al vertice, rifiuta i parametri del sistema tutto e costruisce i propri standard. E questa rivoluzione è un retaggio di decenni di lotta delle donne nel PKK e della filosofia di Ocalan.

    Le donne che lottano in Kobanê sono diventate una fonte di ispirazione per le donne di tutto il mondo, perché si sono organizzate socialmente e militarmente analizzando le similitudini tra la violenza di stato liberale, le atrocità dell’ISIS e i delitti d’onore nelle loro comunità. In questo senso, se vogliamo sfidare l’odine sistemico e il suo patriarcato globale, statismo-nazionalismo, militarismo, neocolonialismo e capitalismo, dobbiamo chiedere quali tipi di femminismo questo sistema è in grado di accettare e quali non può. Un “femminismo” imperialista può giustificare guerre in Medio Oriente per “salvare le donne dalla barbarie”, mentre le stesse forze che alimentano questo cosiddetta barbarie con le loro politiche estere o il mercato delle armi etichettano le donne che si difendono come terrorista.

    Il sistema dominante considera uno dei più attivi e emancipatori movimenti delle donne come una minaccia inerente al suo status quo. Così, diventa chiaro che il movimento di liberazione kurdo non rappresenta una minaccia per l’ordine internazionale a causa di qualsiasi possibilità di un nuovo stato, ma a causa della sua alternativa radicale ad esso, una alternativa di vita esplicitamente incentrata sull’abolizione di 5000 anni di sistematica schiavitù mentale e fisica.

    La marcia mondiale delle donne lanciata nel Nisebin ha celebrato l’8 marzo di quest’anno a Diyarbakir. Mentre le foto di donne martiri militanti sventolavano al vento, un gruppo di persone che cantavano ha formato un cerchio di danze tradizionali curde. Una donna stava suonando il daf su cui aveva disegnato l’A di anarchismo, mentre una donna anziana velata in abiti tradizionali con le dita che formano il segno della vittoria stava ballando al suo ritmo accanto a un giovane uomo che accompagna la sua gioia agitando una grande bandiera LGBT. Uno spettacolo a dir poco insolito, ma che intanto racconta il carattere del movimento delle donne curde.

    *Dilar Dirik è nata nel 1991 in Antakya. Ha ricevuto una laurea in Storia e Scienze Politiche con una laurea secondaria in Filosofia e ha scritto la sua tesi di Master in Studi Internazionali sugli aspetti di liberazione delle donne nella ideologia e organizzazione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nel 2012. Al momento, sta lavorando al suo dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia presso l’Università di Cambridge. La sua tesi di dottorato cerca di confrontare il sistema dello stato-nazione e il paradigma di confederalismo democratica dal punto di vista della liberazione delle donne, con uno sguardo comparativo a diverse linee politiche in tutto il Kurdistan e monitorando attentamente la rivoluzione Rojava.