• W. Tommasi, Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana, Liguori, Napoli 2011

    W. Tommasi, Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana, Liguori, Napoli 2011

    ORA E POI DI NUOVO
     
    Un ago o un piccolo uncino di metallo, vecchi fili da ricamo. Un nodo, dentro-giro-fuori, polso e dita perfettamente sincronizzati in un gesto sapiente. E nel frattempo un paio di commenti sottovoce, una risata, un colpetto di tosse. Un’azione ripetitiva, ora e ancora e poi di nuovo. Un risultato strano e imprevisto. «In una galleria d’arte di Verona, Esposta, che era stata aperta da due amiche di Diotima, era stato organizzato tempo fa un seminario per lavorare creativamente per fare centrini: si trattava di usare stoffe stampate per individuarvi un possibile disegno diverso da quello suggerito dalla stoffa stessa, costruirci sopra una storia, metterci un’invenzione propria. Mia madre era una bravissima ricamatrice; così non ho mai potuto imparare bene a ricamare, perché il confronto con lei era annichilente per me. Sono andata al seminario organizzato da Esposta, con la scatola dei fili da ricamo ereditata da mia madre, e ho ricamato un centrino con una strampalata Pippi Calzelunghe, che tiene in mano un guinzaglio con un animale non ben identificato e uno strano aquilone (o uno scudo, non so bene…)».
    La vita quotidiana, si sa, è consuetudine monotona, azione automatica, economia di concetto, tregua per l’intelligenza. O forse no, suggerisce Wanda Tommasi nel suo libro Oggi è un altro giorno. Pagine di pensiero rigoroso, d’accordo, ma animate da episodi significativi, annotazioni ordinate e poi intuizioni improvvise. Un libro di filosofia che asseconda le cadenze del giorno e della notte, e che proprio per questo si legge con gran disinvoltura, godibile come due chiacchiere con l’autrice davanti a una tazza di the.
    Con intonazione spesso più narrativa che smaccatamente sistematica, Tommasi compone una filosofia della quotidianità prendendo in prestito brani esemplari di Marguerite Duras, Virginia Woolf, Carla Lonzi, Sylvia Plath. E poi ancora Franz Kafka e Luigi Meneghello. Certo, non trascura di affinare gli strumenti teorici analizzando, puntuale e all’occorrenza critica, le concezioni del quotidiano rintracciate in Aristotele e Martin Heidegger, Ludwig Wittgenstein, Sigmund Freud, Simone Weil e Maria Zambrano. Ma preferisce affidarsi alla letteratura più che al saggio filosofico.
    Per delineare i tratti di una filosofia della via di ogni giorno, chiarisce innanzitutto Wanda Tommasi, occorre «conferire legittimità al pensiero che deriva dall’esperienza, quella che facciamo giorno per giorno. E comporta di porsi al di qua di qualsiasi specialismo, eppure anche nel luogo in cui gli specialismi ricadono, nella misura in cui vengono incorporati nella prassi quotidiana». Nel bel mezzo, ma soprattutto al di qua ossia prima, scrive: si tratta di un sapere presupposto, anteriore, radice forte e nerboruta di qualunque altra cognizione e competenza. Un sapere felicemente vincolato alla sostanza corporea: «per un cambiamento simbolico che, a differenza della concezione patriarcale, non faccia dicotomie fra alto e basso, spirito e materia, anima e corpo, occorre mettere al centro la vita, nella sua materialità e spiritualità insieme. Occorre mettere al centro i bisogni – di cibo, di aria, di amore -, bisogni che tutti abbiamo. Niente può avere senso – né arte , né filosofia, né politica – se il semplice fatto di essere vivi non ne ha».
    E per non tradirne la materia e il significato, l’autrice analizza il sapere dell’esperienza quotidiana inserendo qualche dettaglio delle sue giornate, a casa con la penna e il quaderno o all’università con le colleghe. Di fatto «si può benissimo cucinare una minestra e intanto mettersi a scrivere. Anzi, il fatto che una donna sia legata a pratiche quotidiane può aiutarla a dare al suo pensiero una concretezza e un radicamento di cui molti pensatori, per quanto affascinanti nella purezza della loro astrazione, non sono capaci». Sì perché genio creativo e attitudine alla riflessione, specialità dell’intelletto maschile, volteggerebbero fuori dell’angusta vita quotidiana, votata esclusivamente alla riproduzione e alla cura, alla fatica del corpo che è faccenda da donne. Accudire, allevare, sfamare: noiose azioni sempre uguali a se stesse, funzionali ma dell’ordine della contingenza e dell’opinione, del dubbio, dell’opacità. Niente di plausibile nell’azione pratica, senz’altro niente da spartire con la scienza smagliante e universale, svincolata dalla necessità: per evitare confusione, allora, è prudente tenere separati corpo e spirito.
    Funziona per davvero? Certo che no.
    Per necessità e per amore, invece, la sapienza quotidiana tiene tutto insieme. In effetti, la reiterazione dei gesti da effettuare giorno dopo giorno per accudire la vita ci fa patire peso e fragilità dell’esistenza, confermando che siamo implicati in un ritmo biologico che si perpetua sempre uguale a se stesso. Beh, tutto sommato una certa uniformità è rassicurante, eppure abbiamo bisogno di colpi di scena, accadimenti piccoli e fortuiti. Dal momento che «l’esperienza è mia», puntualizza risoluta Wanda Tommasi, non possiamo fare a meno di mettere in discussione doveri e regole, rimuginare, escogitare: un’azione abituale non è mai ripetizione schietta perché variazioni minime inaugurano prospettive nuove e grandi, «un varco per la libertà». Pertanto «anche il gesto ripetitivo di cucinare una zuppa», sminuzza-sciogli-mescola-cuoci-aspetta, «acquista una sorta di sacralità. Un rito, una cerimonia nel silenzio della casa, in uno stato di abbandono meditativo». Come, in un rituale, la ripetizione di determinati atti non produce mai il medesimo effetto ma apre a un’ulteriorità, allo stesso modo ogni giorno ricominciamo da capo, ora e poi di nuovo, ma con un sottile «ritocco sapiente», un’azzeccata rifinitura simbolica. L’invenzione irrompe nella monotonia, il fatto ordinario è un avvenimento incredibile. Ecco perché «la spiritualità dell’esistenza è custodita dai gesti materiali di cura della vita e non è separabile da essi».
    La casa è luogo primissimo del quotidiano, solido punto di partenza. Incombenze del corpo, sollievo del pensiero, custodia del sentimento. Tanto più che «il rapporto di una donna con la casa rimanda al rapporto con la propria madre. La madre ci ha trasmesso, attraverso i gesti quotidiani di cura, un certo atteggiamento nei confronti dell’esistenza, se è stata sopraffatta dal peso del quotidiano o lo ha affrontato con slancio». Per far fronte ai compiti di ogni giorno, nel bene e nel male, facciamo riferimento alla disposizione, al metodo e alle azioni di nostra madre. Il salotto delle preziose, una stanza tutta per sé, un bilocale o un villino sistematicamente connesso al World Wide Web: la casa, spazio riempito di atteggiamenti e traiettorie, si trova «nel centro della vita quotidiana e la madre è nel centro fisico e simbolico della casa».
    Anch’io, che scrivo queste pagine, sono a casa. E mentre batto svelta la tastiera, tengo un occhio puntato sul mio primogenito che termina i compiti e un orecchio alla finestra, aspettando che il pulmino della scuola mi recapiti il piccoletto. E una fiacca lavatrice risciacqua in sottofondo. Ora e poi di nuovo domani.
    La casa e, fuori, la strada e la città.
    Per le donne, tante, che hanno pronunciato il doppio o il triplo sì, anche il lavoro è luogo del quotidiano, necessità e opportunità preziosa insieme. Donne che assumono un piglio manageriale per farsi strada e donne che mettono in gioco competenze relazionali squisitamente femminili come strumenti del mestiere. «Le donne devono fare di se stesse, della propria soggettività e delle proprie relazioni la misura regolativa del rapporto con il lavoro» e «prendere parola a partire da sé, mettendo in gioco la propria esperienza singolare nella sua irripetibilità». Così il lavoro diviene condizione di libertà e di senso. Wanda Tommasi racconta anche qualche dettaglio delle sue giornate: «tendo a fare del mio luogo di lavoro all’università il posto più simile possibile alla mia casa, sia con la presenza di una pianta che lo renda vivo e con la disponibilità dei generi di conforto come il the e un liquore, bene indispensabile nei momenti di sconforto, sia con la qualità delle relazioni». In pratica, «mi porto a casa il lavoro, ma trasporto la mia casa nell’università, nelle relazioni con colleghe e i colleghi, che spesso sono anche degli amici». Nell’ambiente di lavoro le relazioni forniscono una misura vivente per arginare la profusione di burocrazia e direttive, sciolgono obblighi che costringono alla riproduzione delle sole modalità previste. Le relazioni alleggeriscono, accomodano, sbrogliano, trasformano l’esperienza lavorativa quotidiana producendo mutamenti inaspettati. E se il presente è instabile e il futuro una minaccia, se la nostra condotta viene costantemente sorvegliata, se l’invasione di specialismi immiserisce il buon vecchio sapere comune per rimpiazzarlo con la figura dell’esperto, secondo l’autrice conviene «puntare sulle relazioni dirette, faccia a faccia». Una passeggiata con un’amica anziché una seduta dal terapeuta, dunque.
    E intanto scorre il tempo, perentorio e scandito dai rintocchi delle campane. Oppure il tempo simultaneo della comunicazione telematica, o il tempo nevrotico del tragitto casa e lavoro, o quello appagante di un incontro, o quello barboso di una riunione, o il tempo solitario dei luoghi affollati e della fantasticheria, o il tempo scintillante del momento opportuno. Un’occasione imperdibile per riattivare i fili giusti della memoria, l’apertura lieta alla circostanza tutta presente: vale a dire la contingenza, quella di cui il pensiero filosofico ha tentato disperatamente di sbarazzarsi, e che la sapienza quotidiana coglie sempre al volo.
    Giorno dopo giorno apparecchiamo la tavola, posate a destra e piatti e bicchieri, e simbolicamente anche noi stessi, tra conformismo e intime obiezioni, interpretazioni imposte e dissimulazioni ironiche. Fino a quando con fatica e sorpresa urtiamo contro «uno strato di roccia su cui la vanga si piega», dove finzione e convenzione si interrompono, dove sta la vita, ora e poi di nuovo. E dal momento che oggi è un altro giorno, scrupolosamente pianificato ma qualche volta avvincente, perché fatto di materia e cadenza più e meno regolare, intelligenza e volo del pensiero, consistenza e sogno, «è necessario trovare almeno un filo che attraversi diagonalmente le diverse aree e che congiunga i singoli vissuti, puntuali e irrelati, in un disegno che illumini e faccia senso», conclude Wanda Tommasi. Un vecchio filo da ricamo per cucire una Pippi Calzelunghe con un animale al guinzaglio e un aquilone, per esempio.
    Recensione di Chiara Turozzi 
  • G. Borrello, S. Tarantino (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino, Liguori, Napoli 2010

    G. Borrello, S. Tarantino (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino, Liguori, Napoli 2010

    Stefania Tarantino e Giovanna Borrello (a cura di)

    Esercizi di composizione per Angela Putino. Filosofia, differenza sessuale e politica, Liguori, Napoli 2010, pp. 130
    Esercizi di composizione per Angela Putino è un libro musicale nel senso profondo della parola. Il testo fa sua l’idea che l’armonia numerica alla base di una composizione musicale è tale proprio perché composta dalla differenza e dalla discordanza delle voci. L’armonia nasce da una dissonanza che è insieme contrasto e appartenenza, senza la quale non ci sarebbe varietà, movimento, creatività, vita. Alla ricerca di questa armonia la filosofa napoletana Angela Putino, scomparsa prematuramente nel 2006, dedica l’intera esistenza, consapevole che dalla differenza può nascere il seme di un nuovo che dice della continuità della storia e della vita. Quella di Angela è una differenza vissuta in prima persona, incarnata da azioni e parole spesso inattuali che rifuggono l’idea di un “potere” ufficiale, un pensiero unico a cui uniformarsi. Il libro, curato da Stefania Tarantino e Giovanna Borrello, ne traccia il ritratto di donna e di pensatrice attraverso una polifonia di voci amiche legate alla filosofa dalla comune passione per il pensiero della differenza sessuale. Chiara Zamboni, Wanda Tommasi, Rosetta Stella, Nadia Fusini, Tristana Dini, Nadia Nappo solo per citarne alcune. L’intervista ad Enzo Moscato e Tata Barbato ripercorre gli anni della giovinezza e gli esordi come pensatrice. Il ricordo di Angela si trasforma in linea guida nel riflessione sul significato profondo del pensiero della differenza sessuale oggi, nel suo intimo legame con la filosofia e la politica. Filosofia, differenza sessuale e politica sono per la Putino elementi tra loro indisgiungibili, traccia di un abitare il mondo che è insieme passione, azione, relazione. “La filosofia conserva e custodisce, attraverso un suo modo proprio di pensiero, un pensiero che accade altrove. Uno di questi ‘altrove’ è la politica”, commenta la pensatrice in uno dei suoi ultimi scritti inediti che il libro ha il merito di riproporre assieme ad altri. Non si tratta di una politica fatta di saperi oggettivabili, come “le richieste contanti all’interno dell’economia di mercato”, ma di una pratica che parte dall’idea che ci sia un “indimostrabile”, una verità che si fa avanti da sola in quanto esprime “un interesse non oggettivabile”. Questo “impersonale della politica” è una giustizia originaria che non si lascia etichettare sotto effimere parole di democrazia o parità, ma va dritto al cuore di una evidenza originaria. Quella cioè che “ogni donna pensa. Sì, ogni donna pensa, è capace di pensiero e, nel pronunciare ciò, direttamente si coglie che, dalla politica, si è iniziato. Da questo pensiero della politica sono derivate le questioni della sorellanza, e poi della disparità, poi gli studi di donne, poi i motivi teorici”. Il pensiero filosofico diventa così un pensare “sperimentante” in grado di riappropriarsi della sua radice vivente attraverso la pratica della relazione tra donne. Esso dice del bisogno di una politica autentica, di una giustizia in grado di dar conto dell’unicità del soggetto. La filosofia nasce da un rapporto diretto con l’altro/a, dal conflitto proficuo di una relazione in cui non c’è nessuna verità oggettiva che possa guidare il rapporto perché la verità è in gioco nella dialettica della relazione. Si tratta di una “filosofia presa su serio”, commenta Stefania Tarantino, che è, fin dal suo nascere, già politica. Nelle sue comunità politico-filosofiche femminili, come la redazione della rivista Madrigale e quella più recente di Ada Teoria Femminista, Angela sperimenta il senso di un sapere che la espone in prima persona perché la coinvolge come donna oltre che come pensatrice. Il senso della sua pratica non si esaurisce nei luoghi cosiddetti “istituzionali” ma la segue ovunque come uno stile che ne imprime l’esistenza. Non è un caso che nei racconti degli amici compaia spesso il riferimento alla sua piccola casa piena di gatti, lontana dal trambusto della città, in cui accoglieva e condivideva. Un’agorà in cui la filosofa si alimentava della vita alla ricerca di un pensiero della differenza femminile pronto a muoversi ai margini di un “simbolico” maschile, costantemente fuori dall’ordine ufficiale come uno scarto, un rimosso. È nei meandri di una conoscenza ai limiti che Angela sceglie di spingersi, consapevole che questo essere “al di fuori” da ogni logica precostituita rappresenti l’unica condizione per cogliere il senso di una verità sempre e comunque “altrove” dal sapere condiviso. Lo stare fuori dal simbolico è sì sventura di ogni singola donna ma anche possibilità di guardare oltre, di acquisire nuova consapevolezza. Il vuoto non va colmato ma accolto come soglia di un altrove. In questo senso esso è esperienza liberatoria. La sventura femminile diventa tale solo quando chi è esclusa finisce con l’aderire alle logiche di un potere che non le appartiene, abbracciando il punto di vista dei dominatori, la logica del carnefice. Lo sapeva bene la filosofa Simone Weil, di cui la pensatrice napoletana è stata fine ed originale studiosa ed il cui pensiero permea gran parte della sua produzione speculativa. La donna assume le sembianze del weiliano “supplicante muto” fuori dai giochi, nel luogo di un’abiezione accettata che non ha nessuna mira di omologazione al sapere maschile. Nel rischio di questo scarto è la possibilità di un salto, uno scatto verso il futuro.

    Recensione di Antonella Fimiani

  • C. Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, Liguori , Napoli 2009

    C. Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, Liguori , Napoli 2009

    CopertinaL’ultimo libro di Chiara Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, si interroga sulle forme e le qualità che caratterizzano il pensare oralmente insieme ad altri e su come questa pratica sia in grado di potenziare l’agire politico.
    Il pensare con altre è stata e rimane una pratica fondamentale per le donne, condizione essenziale della rivoluzione femminista e del pensiero della differenza, ma anche in generale della capacità da parte della politica delle donne di introdurre una discontinuità rispetto al simbolico dominante, di mettere in discussione le rappresentazioni fornite dall’esterno, ricorrendo al partire da sé, affidandosi all’esperienza e al sentire propri e delle altre.
    Al pensare in presenza la filosofa riconduce anche la capacità da parte della politica delle donne di diffondersi “per contagio e per contatto” (p. 166), attraverso relazioni e reti informali piuttosto che attraverso strutture istituzionali, grazie al piacere, al godimento del pensiero orale.
    Ma la pratica del pensiero orale è in primo luogo legata ad un desiderio, ad un bisogno, spesso a una vera e propria urgenza: viviamo momenti in cui i nostri vissuti sembrano non trovare alcuna possibilità di esplicitazione nel linguaggio, le parole che conosciamo non sembrano in grado di restituirci il senso della nostra esperienza e, per quanto possiamo sforzarci di ricostruirla, l’essenziale rimane al di fuori della nostra narrazione. Altre volte alcune parole si impongono nella lingua comune eppure non riusciamo a dar loro credito, esse non corrispondono alla nostra esperienza, la loro reiterazione ci allarma.
    Secondo Zamboni l’esigenza del pensiero ha origine da questa esperienza, dalla percezione di una mancata aderenza tra i nostri vissuti ed il linguaggio, uno scollamento che ci chiama “ad una capacità soggettiva nei confronti del pensiero ragionante” (p. 14) e ad entrare in uno scambio guidato dal desiderio di verità, consapevoli del fatto che spesso solo in rapporto all’altro, nel raccontare ad altri o in ciò che altri riescono a cogliere nell’esperienza, l’essenziale che rimaneva nascosto trova spazio.
    Zamboni rintraccia in questa nostra ricerca il desiderio di ritrovare la verità, ma non come un’evidenza pienamente rivelata, momento di assoluta chiarezza, bensì come “punto di tangenza tra linguaggio ed essere” (p. 12), riconciliazione mai definitiva e mai completamente esprimibile e che pure riconosciamo come veritiera.
    Nel discutere con altri noi tendiamo verso una verità che non ci appartiene in maniera distinta e a cui anzi spesso le nostre opinioni fanno ostacolo, impedendoci di rapportarci in maniera creativa alla realtà.
    Secondo Zamboni ci affidiamo allo scambio con altri perché il pensiero orale per sua natura, in quanto attività intellettuale e allo stesso tempo di relazione, ci costringe ad uno spostamento: nel pensiero orale la presenza degli altri, le loro parole quanto i silenzi, il ruminare parole in silenzio, consentono di ampliare i confini della discussione, portando a consapevolezza pensieri altrimenti oscuri, mettendoci di fronte ad una dimensione di imprevisto, perché seguendo il corso spontaneo delle riflessioni è possibile a volte cogliere un senso che appaga il nostro desiderio di verità.
    Secondo Zamboni esistono tuttavia alcune condizioni e forme specifiche in cui si dà uno scambio vitale. Se infatti il pensare in presenza ha la forma di un’improvvisazione, della quale non si può anticipare la direzione e la conclusione perché dipende dal contributo particolare che ciascuno con la propria presenza è in grado di dare al lavoro comune, d’altra parte essa è un’improvvisazione disciplinata, che ha tanto più successo quanto più si rispettano alcune condizioni.
    Prima condizione è che circoli autorità: “è la circolazione di autorità che permette conflitti produttivi e modificatori anziché scontri di potere e contro potere” (p. 2). Questa circolazione di autorità è alla base dei lavori della comunità filosofica di Diotima da cui evidentemente Chiara Zamboni trae molta parte delle sue riflessioni. La scelta di riconoscere autorità alle parole delle donne presenti piuttosto che ai testi dei filosofi e delle filosofe significa autorizzare ciascuna a mettersi in gioco con la propria soggettività, con un’esperienza certamente personale e che tuttavia ha un rapporto essenziale con la realtà, in quanto “ciò che viviamo soggettivamente è l’accesso singolare e contingente dell’essere e all’essere” (p. 164).
    Altra condizione essenziale è il mettere a tacere il bisogno di definire per lasciare spazio ad un’interrogazione aperta a percorsi imprevisti. Questo a volte assume la forma di un dimenticare ciò che riteniamo acquisito per aprirci ad un ascolto dell’altro davvero libero. Altre volte è lo stesso tema iniziale a dover superato, allargato, perché ciò che ci sta veramente a cuore trovi espressione, e il pensiero orale consente questa apertura perché si interloquisce con il pensiero degli altri, “però solo per quello che del suo discorso risuona in noi, e già questo disloca il filo del ragionamento”. (p. 26)
    Zamboni paragona la natura dell’improvvisazione di pensiero a quella realizzata dai musicisti, in particolare nel jazz: i jazzisti dispongono delle note e delle tecniche come competenza iniziale e con queste giocano , avviandosi lungo strade di cui ancora non conoscono il corso, ma affidandosi ad un sentire che consente loro di riconoscere il momento in cui entrare come quello in cui mettersi da parte, il tema da sviluppare e quello ormai esaurito. Allo stesso modo noi pratichiamo il pensiero orale servendoci del linguaggio come strumento essenziale e con le parole componiamo interrogativi, racconti e riflessioni, senza conoscere in anticipo la conclusione verso cui tendiamo, ma affidandoci all’andamento della discussione, raccogliendo e meditando le parole altrui, intuendo corrispondenze e contraddizioni tra i reciproci vissuti.
    In entrambi i casi si parte da un tema e, quando lo scambio riesce, “il processo comincia a snodarsi autonomamente…avviandosi per un percorso di cui non si vede l’andamento né il disegno complessivo”.(p. 8)
    Zamboni evidenzia soprattutto come il pensare con altri ci coinvolga non solo a livello intellettuale, ma anzi il pensiero orale è condizionato dalla presenza concreta, dalla materialità, dal sentimento, dall’atmosfera che respiriamo.
    Anche i luoghi intervengono nel processo del pensiero, rendendolo più agevole o viceversa ostacolandone il corso, e a questo proposito è interessante la riflessione che Zamboni compie sul tema dello spazio. Rispetto ad una visione tradizionale dello spazio come contenitore di oggetti, Zamboni intende infatti lo spazio come ciò che si dà attraverso relazioni qualitative tra le cose e le persone, senza le quali non potrebbe essere. Da Leibniz Zamboni riprende la definizione dello spazio come “ordine delle coesistenze tra loro” (p. 141), per cui è la relazione ad istituire lo spazio, a disporre un luogo, a dare ad esso una qualità specifica.
    Se pensiamo ad alcuni luoghi che ci sono familiari e che sono per noi importanti, si tratta spesso di luoghi che richiamano immediatamente alla mente relazioni significative, esperienze condivise, luoghi che hanno acquisito un posto speciale nell’immaginazione e nella memoria in virtù delle persone che abitualmente vi incontriamo, delle tracce che le loro parole hanno lasciato impresse dentro di noi. Sono luoghi di cui non riusciamo per lo più ad esprimere ad altri che non ne hanno fatto esperienza, ciò che per noi li caratterizza, perché il loro valore ha a che fare con il godimento dello stare con altri e con altre, con un’esperienza per certi versi intraducibile.
    Qualcosa di simile accade quando si partecipa ad una discussione con altre e si tenta di far partecipi di quell’esperienza coloro che non erano presenti. Possiamo riportare le parole dette, riassumere i passaggi più significativi della discussione, ma non ciò che sfuggiva alle parole ed anche in generale alla dimensione del visibile. Si tratta di qualcosa che ha a che fare con l’atmosfera che si respirava, con i sentimenti che nascevano e con il ritmo della discussione, tra urgenza di dire e silenzi, tra la sensazione della rispondenza tra le parole dette da altri e i propri vissuti e lo stupore perché qualcosa che non si riusciva ad esprimere trovava voce.
    In questo senso, come dice Zamboni, il parlare in presenza coinvolge non solo il nostro corpo concreto, ma il suo lato inconscio, invisibile. Nel pensare con altri noi ci mettiamo in gioco non tanto con le nostre opinioni consolidate, con quello che abbiamo potuto pensare o dire in precedenza, ma con quel che abbiamo tentato di elaborare a partire dai nostri vissuti, dalle parole che altri ci hanno detto e dalla presenza degli altri in quel momento che continuamente ci sottrae un punto di vista stabile chiamandoci a seguire uno sforzo di comprensione che non è più solo nostro, ma sta in mezzo, “in between” avrebbe detto Hannah Arendt.
    Per Zamboni quindi affidiamo allo scambio con altre e altri il nostro desiderio di far luce su ciò che appare opaco, di dar voce a ciò che pare senza parole, perché anche se la verità resta per noi innominabile spesso le parole che mettiamo in comune, ricucendo la frattura tra essere e linguaggio, hanno degli effetti sull’agire.
    Soprattutto però vi è un godimento “della presenza reciproca e del piacere del pensiero vivo mentre si va facendo” (p. 14). Questo godimento della presenza non è un semplice piacere intellettuale. Quello che Zamboni ha rintracciato, soprattutto approfondendo la riflessione di Françoise Dolto, è il riconoscimento del fatto che nello scambio in presenza entriamo in relazione agli altri attraverso il lato inconscio del nostro corpo, attraverso quel tessuto di ricordi, parole, materialità che fonda il legame con gli altri. A partire da qui, da questo patire del nostro corpo inconscio e non solo del corpo visibile, entriamo in relazione agli altri in uno scambio che è tanto più vivo quanto più si è disposti a stare al ritmo che il pensare in comune va prendendo. Senza fretta di trovare risposta, senza l’ostinazione a far quadrare possibili conclusioni con ciò che già ritenevamo vero, dando fiducia all’irripetibilità di quello scambio e all’imprevisto che ne può scaturire.

    Recensione di Angela Lamboglia