• Quando vita, lavoro e politica “giocano” insieme. Intervista a Loredana Rotondo.

    Quando vita, lavoro e politica “giocano” insieme. Intervista a Loredana Rotondo.

    Loredana Rotondo, è autrice di docufilm e programmi radio e tv, militante femminista e sperimentatrice appassionata. Entra nel 1968 alla Rai per concorso come sceneggiatrice e programmista. Viene assegnata ai programmi radiofonici (1969-1972) dove è responsabile del primo programma con telefonate in diretta (Chiamate Roma 3131). Con la riforma Rai del 1975, negli anni in cui si passa da una modalità monoculturale a un modello pluralistico e di sperimentazione, Loredana è a Rai 2, diretta in quel momento da Massimo Fichera. Di quegli anni fanno parte alcuni dei programmi che hanno segnato la storia della televisione: Fatua, incongrua e scucita (1976); Riprendiamoci la vita (1977); Processo per stupro (1978): film-documentario d’inchiesta, diffusosi in tutto il mondo, realizzato in modo collettivo, riprende un processo durato diversi giorni, mostrando quanto succedeva nei tantissimi processi per stupro che si svolgevano in Italia. Segue AAA Offresi (1981): docufilm sulla prostituzione, realizzato dalle stesse autrici di Processo per stupro. Il programma non andrà mai in onda, bloccato dalla censura. Loredana, assieme a Massimo Fichera e alle cinque donne che con lei avevano realizzato il programma, è accusata di violazione della privacy e rinviata a giudizio per sfruttamento della prostituzione. Saranno assolte con formula piena nel 1994.

    Tra il 1999 e il 2004 realizza tre serie particolarmente innovative de La Storia siamo noi, costruendo un gruppo di registe/i che introducono nella formula già consolidata della serie spunti incisivi di innovazione linguistica. Nel 2002 nasce la serie Vuoti di Memoria, che si concluderà nel 2007. Si tratta di venti docufilm dedicati a figure luminose e misconosciute della nostra cultura, scomparse da poco. La serie rappresenta l’approdo di una ricerca costante, portata avanti dall’inizio dell’esperienza di Loredana.

    Sono passati quindici anni dalla prima messa in onda di Vuoti di Memoria alla Rai. Descriveva figure di donne e di uomini da non dimenticare, che hanno attraversato il loro tempo senza mai smettere di lottare, con forza e autenticità. Ricordarle riempie ancor oggi le nostre vite. Sapere del nesso tra passato e presente, riconoscere che la memoria è sempre processo sociale condiviso, è la motivazione che ci ha spinte a incontrare Loredana Rotondo.

    Le abbiamo chiesto, in un dialogo ininterrotto durato due ore, di svolgere e riavvolgere insieme a noi i nastri e i fili della sua vita che l’hanno portata a creare enormi spostamenti nei linguaggi e nella realtà.

    La nostra conversazione comincia così, all’improvviso, mentre osserviamo il tavolo al centro della stanza. Un tavolo basso, e quasi invisibile: è infatti ricoperto di libri, moltissimi libri. Saranno un centinaio, in ordine sparso l’uno sopra l’altro e disposti in modo concentrico. Autori diversi, generi diversi e stili diversi. Veniamo attirate da un’edizione particolare de L’arte della Gioia. Da Goliardia Sapienza a Vuoti di Memoria il passo è breve.

    Alessia: Prima di incontrarti abbiamo visionato molto del tuo lavoro. In particolare, rispetto all’operazione fatta con Vuoti di Memoria, ci sono sorte molte domande.

    Loredana: Il nomero 0 della serie Vuoti di Memoria è dedicato a Goliardia Sapienza, grande scrittrice e a mio parere anche grande attrice, non a caso ha insegnato recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Dopo la morte di Goliardia, avvenuta nel 1996, suo marito Angelo Pellegrino mi aveva fatto leggere L’ Arte della Gioia, pubblicata senza fortuna alcuna credo nel 1999. Avevo subito capito che si trattava di un’opera importante, che ho letto d’un fiato, senza riuscire a smettere. A Rai Educational, prima di salutarci per l’estate, avevamo fatto una riunione organizzativo-editoriale in cui era spuntata l’idea di lavorare su figure importanti, morte da poco. L’idea non mi piaceva, mi rimandava alla tristezza dei necrologi dei giornali. Nel corso dell’estate, però, dopo la lettura de L’arte della gioia, la figura di Goliardia si era conficcata al centro dei miei pensieri, me la sognavo persino di notte. Così, dopo le vacanze, alla fine di Settembre con Massimo Fichera ho proposto di fare riferimento a figure della nostra cultura non riconosciute sufficientemente in vita piuttosto che ai “soliti noti”. Nasce così l’idea di Vuoti di Memoria, il format di Rai educational in onda dal 2002, dedicato a figure luminose della nostra cultura: si tratta di 11 uomini e 9 donne, assolutamente misconosciuti. Tanto misconosciuti che alcuni dirigenti Rai non sapevano neppure chi fossero. Ad esempio, di Goliardia Sapienza e Carla Lonzi mi chiedevano «Chi sono queste “carneadi”?».

    Federica: Una domanda che volevamo farti era proprio come è stato il tuo rapporto con l’istituzione della Rai, come sia stato possibile starci tutta intera. Perché tu ci sei stata tutta intera e i risultati si vedono. Però come è stato, cosa ha comportato? Che ambiente era?

    Loredana: Per rispondere a questa prima domanda sull’istituzione Rai e il mio essere donna, posso raccontarvi sistemando la mia esperienza “storicamente”. Devo premettere che ho imparato a tenere un filo dentro le mie esperienze in modo da poterle accumulare, tenendo tesi il senso e gli esiti e la cifra professionale e politica. Ho cercato di non disperdere mai tutto questo bolo che ho continuato a masticare nel tempo, nel lavoro, nell’esperienza e che è anche il frutto di un esercizio di lettura critica di quello che si fa. Adesso ve ne posso parlare proprio rintracciando questo filo, questo senso della continuità e questa economia della non dispersione dell’esperienza. Questa possibilità di accumulare credo sia preziosa, per chi la fa, ma anche per la condivide con te, soprattutto se dentro un’ipotesi politica che è proprio quella della relazione, del lavorare insieme. Vi è dunque la necessità di cercare di non disperdere tutto questo, di tentare strade nuove poggiandosi però sui risultati consolidati, anche buttando via esperienze meno riuscite o rimaste meno capaci di produrre chiarezza o consapevolezza.

    Per venire ai fatti, io sono entrata in Rai tra il ’69 e il ’70, periodo del ’68, della politica, del femminismo. Ero stata in America durante il movimento pacifista contro la guerra in Vietnam, “Blowing in the wind”, i primi movimenti femministi, Woodstock e molto altro, e questo mi aveva già dato il senso di qualcosa che stava profondamente cambiando nel modo di vedersi e di essere donne, affermando cose che rispetto alle donne in Italia erano veramente esplosive. Quindi io avevo già sentito questo sapore di grande novità. Dopo aver fatto un concorso, in Italia, alla Rai ho fatto la programmista; ho cominciato dalla radio perché non avevo una grande esperienza visiva e perché la radio era un mezzo estremamente stimolante: è infatti molto più capace di promuovere il pensiero astratto, di suscitare e stimolare figure che lo spettatore costruisce in qualche misura in modo autonomo; per me è stata una esperienza formativa estremamente importante e propedeutica per quanto riguarda il senso e la qualità della programmazione radio-televisiva. In America all’epoca si faceva la radio anche nelle università e già usando il telefono. Mi sono trovata quindi a proporre un programma con il telefono insieme a Luciano Rispoli, in quel momento dirigente del settore al quale ero stata assegnata, il varietà. Rispoli aveva sentito parlare di una radio europea che faceva i programmi con il telefono: ci presentammo a una riunione con tutta la dirigenza di quel momento e proponemmo di aprire i microfoni della radio alla voce pubblica, alle persone, alla gente comune. Considerate che all’epoca tutto quello che passava per radio era molto impostato – per la dizione, l’ufficialità – in modo che ci fosse questa sensazione di una voce autorevole, dall’alto, prestigiosa. Era proprio l’Ipse dixit la radio. Ricordatevi che viene dall’esperienza del fascismo. Ed erano per lo più le donne a chiamare: perché erano a casa, la mattina. Il programma fu subito molto connotato da un linguaggio di genere o comunque, come diremmo oggi, sessuato, anche per le problematiche affrontate. Noi invitavamo le donne a raccontare i loro problemi e cercavamo di trovare in qualche modo delle risposte. Tutto questo far venir fuori dalla radio i dialetti, le emozioni, le storie di vita, fuori dall’ufficialità del linguaggio, fece uno scalpore impressionante e mostrò che era necessario aprire occasioni di espressione a un pubblico differenziato sul piano delle classi, dell’età, del genere.

    Quando è nata la proposta di Chiamate Roma3131 ero molto giovane e i colleghi più anziani della radio di Torino, in tono un po’ irridente, mi hanno chiesto con un accento piemontese: “Ma chi vuole che le telefoni, dottoressa Rotondo?”.

    Invece, da un milione di ascoltatori del mattino, dopo sei mesi arrivammo a sei milioni, avevamo sestuplicato l’ascolto. Non è che la quantità di ascoltatori faccia la qualità, la cosa è più complicata di così, però sicuramente fu una grossa sorpresa e l’occasione per grandi riflessioni e novità. Poi però per me, che ero la curatrice di questa trasmissione, Chiamate Roma 3131 cominciò a diventare un rovello, un’occasione per pormi dei problemi che mi procuravano un malessere piuttosto acuto anche se non ben definito. Perché tutto questo dire, parlare, in forma quasi di almanacco, aveva in sé la potenza e la freschezza della rottura degli schemi linguistici. Però era anche la manifestazione di quante difficoltà e quanti problemi – concentrati e specifici – fossero connessi alla vita delle donne.

    Mi resi conto che questo bisogno di parlare, e questa difficoltà nel trovare risposte soddisfacenti o idonee diventava quasi uno spettacolo fine a se stesso. Cercai di trovare delle soluzioni, risposte più competenti. A quel punto ho detto: chiamiamo ancora più esperti! Mi son guardata in giro e mi sono detta: se c’è un problema psicologico chiameremo lo psicologo; se c’è un problema religioso, il sacerdote; se di salute, il medico. Ma mi rendevo conto piano piano che le risposte erano tutte dentro quello che oggi chiameremmo l’ordine simbolico maschile. Ancora oggi è forte, ma immaginate all’epoca! Per me fu motivo di sconcerto. Mi resi conto infatti che, a fronte di tutta quella voglia di dire e di trovare delle risposte, c’era come un riflesso, un intento normalizzante e io in qualche modo ne ero tramite. Questa per me fu forse una delle prime illuminazioni femministe. Forse una donna, mi dissi, risponderebbe diversamente. Allora cominciai a cercare donne competenti ed esperte, ma appunto di nuovo con mio grande sgomento mi accorsi che ce n’erano pochissime in grado di avere credibilità; cercai di trovarne alcune che potessero dare risposte in parte alternative a quelle che venivano mediamente dalle professioni gestite con un’ottica maschile ma, insomma, ne ho trovate pochissime. Quando sono andata a proporle mi hanno detto: “eh, ma sa…ma chi sono queste? Lei ci deve portare nomi di chiara fama!”.

    Ci furono anche altre questioni. Questo modo di fare, di parlare, il dare questi spazi che all’improvviso permettevano alle donne di tirare fuori tutto il loro disagio, cominciò a dare fastidio. Mi si disse: “Questo programma non facciamolo in diretta, registriamolo. Lo differiamo di qualche minuto, almeno così si può controllare meglio, perché magari qualcuno può dire qualche parolaccia”. In dieci mesi non era mai venuta fuori un’espressione che non fosse più che consona. Tutte queste preoccupazioni mi fecero via via sentire estranea a quel lavoro. E mi dimisi perchè sentivo che c’era qualcosa di essenziale che mi sfuggiva, o almeno non mi era chiaro. Mi sono accorta che il meccanismo finiva per essere censorio, sia sul versante – diciamo – della pura comunicazione, sia per come i problemi delle donne venivano visti, trattati e spettacolarizzati. Per cui andai a lavorare a Radio 3 dove, per dire, si potevano incontrare Elsa Morante, Moravia, Alfonso Gatto, Pasolini. Insomma, c’erano trasmissioni importanti, culturali. Lavorai persino con Vittorio Sermonti a un’edizione radiofonica del Decamerone. Ma lavorare ai cosiddetti “programmi culturali”, prestigiosi ma fermi nella chiave maschile, mi faceva comunque sentire in una sorta di limbo.

    In estrema sintesi, diciamo che anche nei momenti peggiori ho tentato di fare esperienze non troppo in contraddizione con il mio essere donna. L’istituzione non è sempre in grado di accogliere il bisogno di una donna di rimanere aderente a se stessa. Però può succedere: bisogna provare, soprattutto quando sono in atto movimenti storici importanti, e sicuramente se c’è una rivoluzione culturale in corso. Non si può dire a priori che l’istituzione non lo permetta per definizione. In certe condizioni bisogna forzare l’istituzione a tenerne conto, soprattutto se si tratta di un servizio pubblico come la Rai. Il discorso sui diritti certo non è sufficiente, ma talvolta necessario. Lo stesso discorso, a mio avviso, vale per l’emancipazione: non basta, ma ha prodotto i suoi effetti e non è sempre in tensione oppositiva rispetto alla liberazione.

    Approdare alla differenza sessuale è stato molto liberatorio e molto bello, perchè ha costituito un punto di svolta che dava risposta a tutta una serie di problemi rimasti come arenati, sospesi. È servito anche per vivere in chiave non personale ma politica la complessità di quel tempo. Non ho mai accettato l’idea che se lavori in un’istituzione allora non sei utile al femminismo o non puoi essere femminista lì dove stai. Allora da dove puoi esserlo, da dove agisci? Sei esule, sei un’estranea, sei priva di un contesto? Personalmente non ho potuto che essere femminista nell’istituzione.

    Federica: Questo è stato evidente nella realizzazione di Processo per stupro

    Loredana: Penso di si. Processo per stupro è stata una grande fatica, perchè si è trattato di far collaborare due istituzioni “granitiche” come la Rai e un Tribunale su un tema così delicato e mai prima affrontato. Lo sforzo è stato premiato da un grande successo di pubblico e di critica1. Il pubblico televisivo ha rintracciato in quel racconto, in quella narrazione, un linguaggio differente. La diversità del messaggio, prodotto da un gruppo di donne, in quel contesto, con uno sguardo autonomo, fu molto ben accolta dagli spettatori non solo a livello quantitativo. Processo per stupro ha circolato per il mondo, con feedback sempre positivi. Si era prodotto evidentemente qualcosa.

    Loredana Rotondo con Grazia Volo e Tina Lagostena Bassi, avvocate, dopo la trasmissione di Processo per stupro (foto di Gabriella Mercadini)
    Loredana Rotondo con Grazia Volo e Tina Lagostena Bassi, avvocate, dopo la trasmissione di Processo per stupro (foto di Gabriella Mercadini)

    Non era stato facile produrlo, né riuscire a metterlo in onda. Fu essenziale il rapporto con il direttore di Rai 2 di quel momento, Massimo Fichera. Un uomo di cultura, entrato alla Olivetti giovanissimo, che aveva una serie di posizioni politiche e professionali che lo portavano a coniugare il rapporto tra servizio pubblico televisivo e società e a capire il ruolo storico dei movimenti. Sono andata da lui a dirgli: “Mi devi firmare questa lettera di richiesta di permesso per andare a filmare un processo per stupro al Tribunale di Latina”. “Ah – sorride – mi vuoi inguaiare così”?, dice, e io gli rispondo: “Tu sei il direttore, se vuoi me lo firmo io.” C’era una dimensione di rispetto nella differenza. Si era reso conto della provocatorietà di questa scelta, di andare in quel luogo per documentare esattamente quello che nelle nostre riunioni femministe si diceva, ossia che durante i processi per stupro è la vittima a diventare imputata e deve essere lei a rendere conto dei suoi comportamenti. Ecco un uomo che si rende conto di star facendo un’operazione che può metterlo in difficoltà rispetto al suo genere, ma che per una questione di onestà intellettuale e acutezza politica ci mette la firma. E che poi, a sua volta imputato, si viene a sedere vicino a te nel Tribunale quando tu sei accusata, insieme ad altre cinque donne di aver violato la privacy dei clienti di una prostituta, di aver fatto la tratta delle bianche e di aver sfruttato tu la prostituzione2.

    Non è detto che nell’istituzione non si rivelino luoghi o incontri in cui si possono produrre certe alchimie. Dunque l’istituzione non è totalmente impermeabile al cambiamento. Queste opportunità noi le abbiamo cercate. C’era un forte movimento in piazza, certo.

    Alessia: Hai parlato dello stare dentro l’istituzione Rai come dimensione non esclusivamente personale – avendo inoltre responsabilità verso il pubblico – e hai detto anche che c’è qualcosa che permette di non disperdere l’esperienza, uno stare a contatto con i processi di consapevolezza e con i movimenti. Mi chiedo allora quali sono le relazioni che hanno accompagnato e attraversato questo percorso. C’erano forme di forza che si davano nelle relazioni, con altri e con altre, dentro la Rai?

    Loredana: Per me frequentare i luoghi delle donne e partecipare in modo costante alle attività del movimento è stato fondamentale. Non mi sono mai fatta mancare libri, incontri collettivi, relazioni, riviste, convegni. Proprio da un convegno internazionale sulla violenza contro le donne (che si è svolto al “Governo Vecchio” nel ’77) è nata l’idea di Processo per stupro.

    Non meno importante però è l’aver vissuto il contesto della Rai assieme a colleghe, compagne di lavoro, donne che sentivo affini, e poi con quelle che sapevo essere dichiaratamente femministe, per esempio Laura Valle, Lucia Luconi, Tilde Capomazza… Tra di noi facevamo delle riunioni, c’erano dei gruppi anche dentro la Rai. Lucia Luconi, che ha lavorato tanti anni dopo con me a Vuoti di Memoria, è anche il filo delle relazioni.

    Lei per me è la figura di una donna capace di una libertà misteriosamente e meravigliosamente necessaria. Serena, allegra, limpida. Due giorni dopo Processo per stupro Lucia Luconi fu seguita da un gruppo di gentiluomini, otto, fino a casa. Uscita dalla Rai, è stata violentata da questi otto signori sulla porta di casa, nella zona di Monte Mario. Anni dopo, quando è riuscita ad elaborare questa esperienza, ha scritto un libro che la racconta quasi in forma di sceneggiatura e di film (Venticinque minuti una notte. Autopsia di una violenza, Serarcangeli 2008). Lucia reagì bene, ebbe il coraggio di denunciare, venne in Rai, facemmo un’assemblea molto partecipata, da uomini e donne. Mi raccontò che era tornata dai suoi familiari a Carrara, dove aveva avuto un rapporto particolarmente importante con suo padre. Non lo ha vissuto come vittima: ha restituito questa esperienza in maniera estremamente forte. In qualche modo Lucia Luconi è stata violentata al posto mio e delle altre cinque donne: è difficile non pensarlo. C’è sempre questa sorta di imbarazzo, questo peso, questa responsabilità; forse il senso di colpa che noi sempre ci portiamo dentro. Tra noi, tra lacrime e sguardi di grande rispetto e affetto e di sorellanza vera, abbiamo ripercorso tutta quella vicenda, anche alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, in occasione della presentazione del suo libro. La nostra relazione ha contato. A lei non è mai venuto in testa di pensare che sarebbe dovuto toccare a qualche altra, e a me non è mai venuto di sottrarmi al fatto che questa cosa è accaduta e che io vi avevo avuto parte.

    Successivamente abbiamo lavorato insieme per anni a Rai Educational. È stata la cura e la regia di alcune puntate di Vuoti di Memoria.

    Lucia mi ha scritto dei messaggi prima di morire di SLA, qualche tempo dopo. Lei è una delle donne centrali della mia esperienza: perché neanche un attimo ha avuto un tentennamento, non mi ha mai dato l’impressione di non essere assolutamente salda nella sua soggettività, nel suo buon diritto e sicura del fatto che quello che ci è successo era esperienza storica. Avendo questi riferimenti è più facile gestire la relazione anche nei momenti più drammatici.

    Alessia: Ci sono stati casi di censura?

    Loredana: Si, ma siamo state molto sostenute, io e il mio gruppo di lavoro, quello con cui abbiamo fatto Processo per stupro e poi AAA offresi che come sapete è stato censurato la sera stessa in cui sarebbe dovuto andare in onda. Una cosa molto pesante: c’è dentro tutta una retorica della prostituzione (pensate, ad esempio a Fellini, a La città delle donne). Non avete idea di che quadro distorto e patetico sia, e comunque mantenuto nell’invisibilità. Noi non solo volevamo portare alla luce il fenomeno ma anche mettere sotto osservazione il cliente, quando di solito ci si concentra sulla prostituta. Ma la prostituta è una e i clienti sono qualcosa come quaranta al giorno. Complessivamente, per il numero di prostitute – 80mila in Italia, se non ricordo male – si calcolavano 8-9 milioni di “utenti”3. Presumo ci sia una certa piega del comportamento maschile che io attribuisco a una sorta di miseria sessuale, che sicuramente incide anche nel loro modo di vivere la sessualità, anche nelle coppie, in cui è in gioco quello che si chiama amore ma in cui all’uomo viene richiesto il protagonismo, la gestione dell’atto sessuale. Guai se una donna è titolare del suo desiderio. Finchè anche gli uomini non saranno contenti del fatto che le donne abbiano un desiderio sessuale autonomo – che niente toglie, anzi semmai si pone in un confronto fruttuoso e piacevole e divertente – non credo che sarà possibile una forma di amore che non risenta di certe storture. Per carità, non ero e non sono una sessuologa; mi limito ad esprimere opinioni maturate nel tempo, dentro questo magma oscuro che si accende – a tratti e a pezzi – sulla prostituzione.

    Malgrado, come credo, si siano fatti passi avanti giganteschi da allora, ancor oggi sul tema della prostituzione scatta ancora una sorta di autodifesa generale e noi facciamo ragionamenti che sono in parte iperliberisti – “Ma si, ognuna fa quel che vuole” – e banalizzanti. Non abbiamo raggiunto il cuore della questione. Meno che mai a quell’epoca. Per questo ti trovavi di fronte donne che ti chiedevano “Ma perché sei andata proprio a vedere la scena della prostituzione?”. Perché? Per il fatto che quando parti dal discorso sulla violenza, è quasi automatico che si vada a vedere chi è il violentatore, che tipo di esperienza sessuale ha, perché vede la donna come un oggetto, perché la usa a questo modo, perché riesce a spezzarla fino a reificarla e a vivere il suo corpo come scisso.

    La censura di AAA Offresi è stata fortemente emblematica. Nel momento in cui però viene riconosciuta, anche da chi non è d’accordo con te, la tua onestà intellettuale, il fatto che non ci vuoi speculare, che non ne fai una questione di scandalismo spicciolo per l’audience, che non hai neppure violato il codice penale, in qualche modo vai a mettere in difficoltà l’immaginario sessuale maschile corrente. Anche gli uomini in fondo, forse, oggi sanno che così non va bene, quindi qui si tocca anche la loro contraddizione. Non si possono più coprire e rassicurare l’uno con l’altro. Ho come l’impressione che oggi alcune di queste maglie si siano allargate perché il movimento, o meglio i movimenti delle donne qualche contraddizione l’hanno aperta. Nè va sottovalutato che alcuni gruppi di uomini da qualche tempo riflettono molto seriamente su questi argomenti.

    Federica: Abbiamo visto il documentario del 2004 su di te, Quasi ineffabile. Una femminista alla Rai. Mi ha colpito la tua affermazione circa l’uso delle tecnologie, che apre dei varchi laddove il potere crea staticità.

    Alessia: Infatti su questo, una domanda molto concreta. Nel documentario hai sottolineato il passaggio all’uso del videotape: certi passaggi nell’uso delle tecnologie a cosa hanno portato materialmente? Sto pensando a quanto oggi la digitalizzazione sia un altro momento con cui fare i conti. Ma mi interrogo sul modo in cui venivano creati e ideati i format, e su questo nuovo uso dello strumento. La domanda è: cosa significa maneggiare uno strumento piuttosto che un altro? Che consapevolezza prevede, come cambia lo sguardo?

    Loredana: Tante domande, tutte interessanti. Potrei rispondere in sintesi che significa poter affrontare nuovi contenuti, nuove relazioni, nuove forme di organizzazione del lavoro e quindi più ampia possibilità di produrre nuovo linguaggio. Qualche esempio: Chiamate Roma 3131 ha arricchito la specificità del mezzo radiofonico ma, come già detto, ha presentato diversi inconvenienti; con Processo per stupro il videotape, nel lontanto ’78 e per la prima volta in Italia, ha consentito di entrare in modo non intrusivo in un’aula di Tribunale, mostrando come una vittima di violenza sessuale veniva trasformata in imputata. Un altro esempio potrebbe riferirsi a Riprendiamoci la vita, una rubrica televisiva (TV2) del ’76, prodotta internamente alla Rai con i tradizionali mezzi cinematografici. Durante la lavorazione, mi resi conto che l’organizzazione del lavoro condizionava la qualità dei contenuti. Per superare questi limiti abbiamo cercato di trovare e di mettere via via a punto un modo di lavorare diverso e particolare.

    Alessia: Il passaggio al videotape è dunque avvenuto dalla radio, questo è interessante!

    Loredana: In effetti è stato un continuo passare ad altri linguaggi. Durante l’esperienza della produzione di Riprendiamoci la Vita (un titolo che parla da solo, e che devo molto al pensiero femminista), Loredana Dordi ed io abbiamo aperto un discorso sulla salute delle donne. Loredana, la regista, era passata per Rivolta Femminile, aveva conosciuto Lonzi. In quel periodo avevamo tutte un po’ “il morbillo”, ci si contagiava! Questo progetto, girato – come detto – in pellicola, fu da noi presentato nelle riunioni di programmazione come molto interessante per il pubblico, soprattutto femminile (facendo riferimento a Chiamate Roma 3131, in cui le donne spesso parlavano delle proprie patologie). Ma qui partivamo dall’idea che per salute si deve intendere il benessere psico-fisico delle donne collocato nel complesso della sua realtà sociale, anche ambientale. Questo ci permise di raccontare la condizione delle donne in una pluralità di situazioni. Volevamo cominciare dalle campagne, per poi muoverci verso le industrie e la città. Insomma, la prima edizione (ce ne furono due) fu girata in Emilia Romagna, in Puglia e in Campania, dove, ad esempio, erano molto visibili le differenze nel modo di portare a lavoro le donne. Chi sceglieva e selezionava queste donne? Per esempio, in Puglia era il caporale. Il caporalato c’è ancora, e noi fin da allora ne avevamo chiaramente messo in rilievo gli aspetti deteriori e violenti. Avevamo sottolineato in modo iperrealistico quali erano le brutture di questo modo di rapportarsi al lavoro di migliaia e migliaia di braccianti.

    Devo molto alla regista Loredana Dordi, che aveva fatto il Centro Sperimentale di Cinematografia. Io non mi rendevo neanche del tutto conto di quanto fosse importante la sua competenza per me, perchè venendo dalla radio ne sapevo poco; è allora – durante la realizzazione di Riprendiamoci la vita – che ho cominciato a capire come si poteva usare l’immagine, un linguaggio forte e pieno di simboli, e a capire quanto i simboli siano scottanti, perchè non hanno un’efficacia limitata – il simbolo ti esplode in testa, può andare in tutte le direzioni – e ho scoperto la bellezza del linguaggio visivo. Non è stata una mia scelta intenzionale, ma per mia forma mentis ho sempre lavorato sull’esperienza acquisita e sulla continuità. Intanto perchè trovavo soddisfacenti gli esiti e poi perchè evidentemente ho proprio io un’attitudine, una tensione, una passione alla sperimentazione del linguaggio. Perchè sono un’esteta a cui piace frequentare – come peraltro facevo – il FilmStudio, piuttosto che altri luoghi? No, onestamente no. Ma perchè ho scoperto, facendo, che se tu, assieme ad altre, sei portatrice di una soggettività che buca la storia, e se tu ti sei salvata da una prima esperienza come quella di Chiamate Roma 3131 proprio perchè hai trovato gli agganci con tutta una serie di altre donne che hanno i tuoi stessi problemi in altri contesti, e te le trovi nel piccolo gruppo, te le trovi nel collettivo, nel pensiero diffuso, esteso, nelle cose che leggi, negli incontri con le donne, etc., ti dici “allora non sono io che c’ho il difetto! Vuoi vedere che tutto questo è il prodotto di un certo ordine simbolico?”. Questo ti consente di rilanciare le sfide con più forza, con più convinzione, e con il sostegno di questa sensazione di essere come dentro a una ragnatela, a una rete che ti sostiene, in uno di questi soffioni che se ne vanno in giro, ma la singola spora non va da sola. A quel punto ti senti sostenuta dal fatto di essere una nuova soggettività che emerge, che cambia il senso di tante cose perchè le vede a modo suo e non può fare a meno di farlo. Perchè è una necessità che mi ha spinto, io non posso negarlo. Non avrei potuto vivere diversamente questa esperienza, anche nei momenti peggiori. La mia fortuna è stata che in quel momento c’erano tante donne coinvolte, tante donne appassionate e pensanti. Pensiero che circola, elaborazione incessante, ricchezza da spendere qui ed ora.

    Durante il processo per AAA offresi, in cui noi autrici eravamo imputate d’aver sfruttato la prostituzione, la Casa delle donne di Via del Governo Vecchio ci ha sostenute molto e costantemente. Ho avuto il sostegno di Franca Ongaro Basaglia, di Dacia Maraini, che sono venute a testimoniare. Ma anche di uomini: su tutti, Cesare Musatti, un uomo di 95 anni4, e anche Alberto Moravia, che hanno ritenuto di venire al processo e prendere posizione. Certo, è anche fortuna trovarsi ad emergere in un certo momento e riuscire a galleggiare perchè intorno ci sono delle condizioni favorevoli. Nel movimento, la tua soggettività è così desiderosa di affermarsi perchè è tutto nuovo, tutto da scoprire, tutto da inventare! È il tuo rapporto con la conoscenza che cambia. Sputiamo su Hegel. Sapete, quando c’è questo, quando leggi Irigaray che ti dice delle cose che cinque anni prima non avresti immaginato, ti rendi conto che c’è un pensiero che cresce, un’onda montante che arriva direttamente fin dentro alle meningi, e anche nel cuore.

    Questo da una parte. Dall’altra, c’è anche il fatto che poi ti arrangi con quello che hai, nel senso che dentro la Rai, stabilito che per fare una produzione interna devi passare attraverso 100 pezzi di carta, e 80 persone ti devono dare l’autorizzazione, e poi c’è la troupe che a una certa ora ti dice “No basta” – “Ma sta partorendo una donna, non le posso dire di aspettare!” “Eh ma noi dobbiamo andare a mangiare!”… capisci che bisogna trovare un’altra organizzazione del lavoro. Esistono dei mezzi che te lo possono consentire?

    Ancora una volta la fortuna vuole che io incontri qualcuno che già se ne serve: un mio collega, tuttora caro amico, il regista Sergio Rossi. Sergio fa una cosa che si chiama Fatua, incongrua, scucita, su una donna in un ospedale psichiatrico, e usa il videotape. Mi fa vedere il lavoro fatto, che nasce ad uso interno per gli psichiatri democratici dell’epoca con cui collabora: povero di mezzi, ricco di emozioni, in cui forma e contenuto si fondono con sorprendente novità. Effetti speciali? No, l’esatto contrario. Insomma, ecco quando qualcosa ti dà da pensare. E penso “Ma io sto dentro la Rai, ma perché non provo a mandarlo in onda?”. Va in onda, ma non solo: viene pure invitato a Parigi in un convegno internazionale di professionisti della comunicazione visiva sul linguaggio sperimentale (Input).

    Che cosa significa questo? Questo: io sono un nuovo soggetto? C’è una nuova tecnologia? Come funziona? Come si produce in questo modo? Si fa un appalto esterno, quindi io non devo più passare per la mediazione tecnico-strutturale della Rai; il videotape lo teniamo noi in mano, non un operatore con un ruolo puramente tecnico. Era un altro modo di lavorare, un altro modo di stare addosso alle cose che si espresse compiutamente l’anno dopo nel programma Storie di vita sull’emigrazione, realizzato nel 1977 con Sergio Rossi ed altri. In conclusione, il passaggio dalla pellicola al nastro magnetico ha consentito di ridurre fortemente i costi. Mentre quello che si girava in pellicola doveva essere molto pensato prima, e realizzato in un tempo limitato e a costi molto alti, il videotape dà la possibilità di girare in modo quasi infinito, consente di andare in una realtà senza grandi luci; permette di stare in un luogo a lungo e di creare una relazione nel contesto in cui si va. Quindi tanto tempo, un fattore che permette di creare anche relazioni di fiducia. Ti vedono lì, vedono che hai un interesse che è voglia di sapere, senza un’idea già precostituita. Se vai a girare e hai pochi minuti a disposizione e devi dire molte cose in uno spazio limitato, per forza quasi sempre non puoi non avere già un’idea preconcetta: vai lì, sei un paracadutista che arriva, si prende quello che gli serve per dimostrare la sua tesi e torna a casa. Invece se ci vai disposta a farti cambiare da quello che succede, è tutto un altro modo di stare nella realtà. Una realtà che non parla da sola, quindi comunque ti assumi la responsabilità del tuo punto di vista, delle cose che dici, di quelle che non dici. Perchè tu hai un vantaggio, ma non devi abusarne. Alle volte non sai ancora che ne stai abusando. Vi sono stati alcuni casi, uno in particolare: io sono stata male ma… una donna mi aveva raccontato di aver abortito in campagna. Mi ricordo, lo raccontava in un modo incredibile: “Sai, stu criatur’, io l’agg’ tirat’ fuor’, l’agg’ pulizzat’”. Io l’ho mandato in onda, perchè era bello, era poetico, ma il marito si è infuriato quando l’ha vista, e l’ha tenuta in casa 40 giorni! La quarantena, come se io l’avessi contagiata con una malattia! Le avevo promesso che sarei tornata, anche se normalmente noi siamo come i marinai o i soldati di ventura, non torna mai nessuno. Io sono tornata a ringraziarla in un paesino vicino Napoli. Lei non ce l’aveva con me. Abbiamo avuto uno scambio in cui io ho sentito che l’avevo in qualche modo danneggiata, ma non me ne ero resa conto. Forse potevamo presentare quel fatto in un modo meno diretto. Forse non ci avevo pensato abbastanza. Sono cose che facendo questo mestiere bisogna sapere. Nel momento in cui presenti una donna violentata, o una serie di altre cose che non sono facilmente vivibili e compatibili con la loro diffusione, una cosa è fare discorsi teorici, un’altra è viverli nella realtà. Sono tutte cose di cui si dovrebbe tanto discutere, anche tra colleghe, fare proprio dei seminari su questo. Ci sono delle virtù che bisogna avere per fare questi mestieri che non sono solo tecniche o estetiche ma anche etiche e politiche. Forse è vero che servirebbe una patente per fare questi mestieri, come mi pare dica Popper.

    Ma torniamo al nostro discorso. Una formula: NS, nuova soggettività, + NT, nuove tecnologie, con tutte le opportunità che esse offrono. Per esempio: devi tagliare e cucire, il montaggio diviene molto più complesso, più ricco di spunti. E cosa produce questa formula?

    NS + NT = NL. Nuovo linguaggio.

    Se tu, partendo dal tuo essere già differente, portatrice di differenza, usi queste tecniche che a loro volta comportano delle differenze (nel modo di procedere, di produrre, di girare), la somma di tutto questo è probabilmente la possibilità di produrre nuovo linguaggio.

    Alessia: l’impressione, dopo aver visto diversi format, è quella di veder emergere da alcune donne una tensione politica dello strumento espressivo utilizzato. Per esempio, nel lavoro su Amelia Rosselli, c’è il mezzo espressivo della poesia come visionarietà, che è poi nient’altro che visione del mondo. E Amelia dice: “Ha senso rinnovare la visione del mondo”. Anche Marisa Fabbri parla del suo essere attrice con una consapevolezza fortemente politica del suo tempo: parla del teatro come il luogo in cui attraverso l’espressione dell’umanità si danno modelli di comportamento e come il luogo in cui si rinnovano, attraverso la messa in scena e la sperimentazione di altri gesti o abitudini sedimentate, in un processo di consapevolizzazione politica forte, in un percorso che non è solo crescita tecnica. Guardando alle storie di Fabbri e Rosselli abbiamo pensato che Vuoti di memoria condivide con le figure di cui parla il loro scopo politico, e questo è anche per il lavoro fatto sulla forza dell’immagine in Vuoti di memoria, che aveva una tensione alla visionarietà.

    Ci hai dato questa formula, che è frutto di una ricostruzione di quella sperimentazione, del suo senso. Però, quel che mi sembra di percepire, è che anche nella sperimentazione c’era comunque una enorme consapevolezza di ciò che si stava facendo, uno stare appieno in un processo storico. Nel vedere Vuoti di memoria, quest’idea di consapevolezza si ha molto chiara. Mi ha impressionato molto quando nel lavoro su Amelia Rosselli durante la lettura di una sua poesia, con voce molto profonda, si staglia una serie di immagini che raccontano quello che la voce sta cercando di dire.

    Loredana: …anche quella è sperimentazione. Ed è proprio l’esito ultimo di un processo. Tu dici “consapevolezza”: è giusto. Forse succede quando vita, lavoro e politica giocano insieme; e poi c’era la convinzione che operando secondo un desiderio di narrare fuori dai meccanismi rassicuranti di alcune forme stilistiche standard, si potevano trovare nuovi modi. Il fatto che accadesse, ti confortava, ti portava a dire “voglio riprovare”. E poi non lo fai da sola, ma ragionando in redazione. Io non avrei mai potuto fare la giornalista, rincorrendo sempre l’ultima novità, saltando di palo in frasca. Non ho quella prontezza. Per ogni argomento, ogni tema che mettevo in piazza durante le riunioni di definizione della linea editoriale, ero stata a studiare, ero stata in campagna a riflettere, a pensare a come poter fare per realizzare quel che volevo. Certo è un continuo lavorìo, però se tu porti avanti una ricerca, non ti lascia mai quel pensiero. Una continuità c’è e io rintraccio in Vuoti di memoria il momento compiuto di un percorso. Perché lì c’è la telecamera che racconta la storia con una certa linearità, segue l’evento; poi c’è il videotape che sfrutta i momenti emotivi, li coglie e li integra poi nella fase del montaggio. Già l’immagine nasce in parte sdoppiata, perché un uso del videotape consente degli interventi parziali, frammentari, emozionali, emozionanti.

    Federica: mentre vedevo Vuoti di memoria su Paola Levi Montalcini5, qualcuno tra coloro che raccontavano di lei aveva gli occhi lucidi. Questa cosa mi ha colpita. Ho rintracciato una differenza abissale rispetto al tipo di documentario a cui ero abituata in cui non ci si emoziona, semmai si è indotte (quasi con forza) all’emozione dal registro narrativo. Invece stavolta mi stavo emozionando assieme a qualcuno che si stava emozionando. Riusciva a essere un’esperienza sì, che descriveva una vita, ed era anche un momento in cui stavo imparando qualcosa, ma oltre a quello mi sentivo emotivamente coinvolta, davvero. Davvero lì ho sentito il “quasi ineffabile” di cui si parla nel documentario su di te6.

    Loredana: …e forse anche un pochino ti rappresenta. Come donna senti quel discorso e quelle immagini come congeniali. Quella è la cartina di tornasole, la controprova che non c’è malessere, disagio, sghembità rispetto a quello che ti viene proposto, ma senti che c’è un’aderenza al tuo essere. Vuoti di Memoria è vero che cerca di ricostruire vite, più che opere.

    Federica: una cosa totalmente imprevista, travolgente.

    Loredana: Produrre imprevisto, essere imprevisto è quel che Carla Lonzi ci dice che dobbiamo fare. È bello quando succede. Perché non puoi programmare di fare una cosa imprevista. Puoi creare le condizioni e un po’ fare come i rabdomanti. Quando accade è il massimo. Non solo: il montaggio, la struttura linguistica di Vuoti di memoria, ha una sua complessità e una sua originalità. Innanzitutto per la qualità delle sue registe. Prima fra tutte Gianna Mazzini (che aveva lavorato con me anche alla costruzione alla Rai del Progetto Donna). Gianna ha portato un sacco di novità, costruito uno stile. Lei per prima usa un doppio registro di racconto realizzato con due telecamere di formati diversi. Lei sostiene che, quando si racconta la vita di qualcuno c’è sempre un sacco di roba che rimane fuori, inespressa, invisibile. Per superare questo senso di insufficienza, Gianna ha introdotto nel linguaggio di questi documentari l’uso di due telecamere con caratteristiche ed effetti d’immagine diversi. Una telecamera ad alta definizione e una piccola macchina digitale, una “telecamerina”. Alla prima ha dato la responsabilità del racconto ufficiale, alla seconda ha affidato la parte emotiva del racconto, quella che spesso rimane fuori.

    Volevamo che ci fossero non solo le parole dei testimoni e la loro emozione, ma anche la nostra emozione. Oggi sono parecchi a girare così. Ma Gianna è stata la prima. Mi ricordo con quanta difficoltà la Rai ha recepito questa novità. Non era prevista. La ragione del noleggio di una camera in più, e per di più con quelle caratteristiche, non veniva proprio capita. Era il contraltare tecnico della difficoltà di capire perché parlare di persone molte delle quali sconosciute. Nel gruppo di regia c’era anche un uomo. Lavorando con noi in redazione ha dovuto prendere atto e fare i conti con la percezione che esista e agisca una differenza. Mauro Morbidelli (regista di alcuni Vuoti di Memoria, ad esempio quello dedicato ad Anna Maria Ortese) ha svolto un lavoro in cui si è confrontato con i risultati, non solo formali, che avevamo raggiunto e che, dice lui stesso, ha provato talvolta a imitare.

    Alla fine, tornando allo schema linguistico di Vuoti di memoria, fateci caso: è come se ci fosse una fettuccia su cui alcune cose sono messe in maniera lineare; però poi ci sono degli insert, che possono evidenziare, in certi momenti, o rendere prevalenti un suono, un’immagine, una modalità della ripresa; una zoomata dentro una fotografia: non è una fotografia morta, ma un rimettere in vita una fotografia, attraverso questo “entrare”.

    Il nostro montaggio riesce a costruire un intreccio di suoni: perchè la musica c’è, e conta, e in certi momenti prevale, e dà degli stimoli; e poi c’è la fotografia; e poi c’è la pittura; la telecamerina che aggiunge quella cosa che ti sposta, e quindi ti spiazza. Dal terreno della narrazione lineare all’uscita emotiva. Le alterazioni: noi ne abbiamo fatto un uso relativo, ma nel montaggio puoi alterare l’immagine. Puoi scurire una sequenza, farla diventare color seppia; puoi modificare i tempi della ripresa. È un modo per suggerire qualche cosa, che diventa contenuto attraverso il fatto che tu hai elaborato quell’immagine già nel corso della ripresa: hai cioè già pensato che ti serve alterata, è un filtro tecnico-emotivo contestuale alla ripresa, che talvolta può persino riuscire a trasfigurare la realtà.

    Non è dunque un procedere lineare. Non c’è la voce fuori campo che fa la cucitura, che riempie i vuoti che tu non sei stata capace di riempire. Tutto questo complesso di stimoli e di elementi del discorso realizzano un testo complesso che credo che sia poi la cifra che caratterizza Vuoti di memoria. Abbiamo lavorato tanto in redazione, discussioni e riflessioni sul cosa e il come e il perchè del format scelto. Non posso non ricordare a questo proposito l’ottimo contributo di Daniela Ughetta. In realtà tutti noi della redazione per più di tre anni ci siamo scambiati il frutto di questo lavorio. È diventato un modo di raccontare specifico, nostro, che è nato da quel momento, da quel preciso stare insieme, da quell’impostazione. Da cosa nasce cosa, da relazione nasce relazione. E i contenuti e le relazioni si contaminano e questo modo riesce a rendere non uniforme, ma condiviso, il modo di fare. Ciascuna ci mette il suo: la sua sensibilità, la sua capacità. Però si sente che Vuoti di memoria è percorso da una unitarietà, che nasce da tutto quel che vi ho detto, che viene e avviene prima, durante e dopo.

    1 Ricerca Mesomark n.6795, luglio 1980; Prix Italia 1979; Processo per stupro venne inoltre mostrato al Moma, che lo ha acquisito nei suoi archivi.

    2 Loredana fa riferimento alla denuncia che ha fatto seguito al programma, mai mandato in onda, AAA Offresi. Il documentario, censurato dalla Rai in seguito all’intervento della ommissione parlamentare di vigilanza, raccontava l’attività di una prostituta francese, Veronique, osservando la prostituzione da un posizionamento inedito, centrandosi sulla figura del cliente. Era il 1981. Vi furono aspri dibattiti, un processo durato tredici anni e il sequestro della pellicola, per anni nelle mani del Tribunale di Roma perchè “corpo del reato”, restituito infine alla Rai dopo la definitiva assoluzione. Tuttora non è mai andato in onda.

    3 Cfr. G. Blumir, A. Sauvage, Donne di vita – Vita di donne, Mondadori 1980, libro da cui erano partiti Loredana e le sue colleghe.

    4 Studioso, psicologo e psicanalista, è il fondatore della psicanalisi italiana.

    5 Pittrice, sorella gemella di Rita.

    6 Quasi ineffabile. Una femminista alla Rai, documentario del 2004 realizzato da PorticoTV. Visibile on line sul sito www.women.it.

  • Quarto incontro – Linguaggio e politica – Audio di Roberta Paoletti

    L’intervento esplora la dimensione estetico-linguistica del corpo attraverso un percorso originale che dispiega una genealogia da Johann Gottfried Herder al collettivo femminista spagnolo Uter, a partire da un’idea della parola come risultato dell’interazione tra corpo e ambiente. L’intervento introduce una rassegna di opere visuali e illustrazioni, dove si mostra un uso delle immagini non normalizzato, che rende giustizia alle esitenze singolari.

  • Interazioni in sala parto. Le parole della medicalizzazione

    di Lia Lombardi (da inGenere.it)

    Come numerosi studi dimostrano, il linguaggio è molto più che uno scambio di informazioni. Esso compie un ‘lavoro’: due persone che parlano, inviano e ricevono messaggi e nello stesso tempo compiono un’azione sociale. Il risultato più importante di questi studi è che nel linguaggio permangono modelli ricorrenti di comportamento. L’analisi delle conversazioni della vita quotidiana ne evidenzia la somiglianza strutturale.

    I contributi che hanno animato la sessione numero sei del convegnoGenere e Linguaggio[1] hanno fatto riferimento a questa nozione, soffermandosi, in particolare, sul potere performativo del linguaggio riferito ai generi[2], sui processi di stigmatizzazione e di costruzione delle identità di genere, sulla costruzione del linguaggio di genere nei media[3] e nell’informazione on-line[4]. Un ulteriore contributo sottolinea gli aspetti linguistici che designano e categorizzano le identità di genere, all’interno dei processi di medicalizzazione.

    Le riflessioni che seguono sintetizzano alcuni dei punti emersi nel dibattito, soffermandosi sul potere perfomativo del linguaggio medico rispetto alla rappresentazione e alla costruzione sociale e culturale dei generi, con riferimento a contesti medico-istituzionali con forte connotazione di genere, come le sale parto.

    Linguaggio, potere e differenze di genere

    Gli studi su genere e linguaggio sono ormai numerosi e diversi tra loro: si estendono dall’analisi dei turni di parola nelle interazioni uomo-donna, a ricerche di tipo etnometodologico in cui si analizza la costruzione sociale del genere femminile. Questo mostra come le differenze di linguaggio siano connesse alla realtà strutturale definita dal dominio maschile e costruita nelle strutture economiche, familiari, politiche e legislative della società.

    All’interno di questi studi un filone di ricerca si è sviluppato nei contesti medico-clinici da parte di studiose femministe che hanno interpretato nella interazione uomo-medico/donna-paziente la rappresentazione del potere e dell’ordine sociale.

    Dietro i giudizi sullo stato di salute dei pazienti e le prescrizioni che i medici danno loro, c’è un sistema di credenze, di valori, di conoscenze più ampio in cui i medici collocano le informazioni sanitarie. Se la paziente è donna questi aspetti sociali giocano nell’interazione almeno a due livelli: da una parte i giudizi del medico sono spesso determinati dalle definizioni dei ruoli ‘appropriati’ per le donne nella società; dall’altra parte le donne, abituate nella vita quotidiana a comportarsi in modo dipendente e subordinato, si trovano spesso a ‘colludere’ con l’autorità medica, assumendo una posizione di ‘doppia subordinazione’ (come donna e come paziente). Questo campo della pratica medica è rivelativo dei meccanismi di potere, impliciti nell’interazione medico-paziente, in cui s’incontrano due direttrici: una determinata dalla potenza simbolica e sociale del controllo della salute e del corpo femminile, l’altra influenzata dalla cultura delle pratiche mediche come insieme oggettivo, asettico e autofondante.

    Pertanto, il contesto ostetrico-ginecologico è quello del potere-sapere entro cui donna e medico si confrontano e che non riguarda solo la loro interazione faccia a faccia, bensì lo sfondo storico e sociale che tale incontro possiede: si tratta di un potere-sapere che permette al medico di definire la situazione in cui avviene l’interazione della visita ostetrico-ginecologica.

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  • Chiara Zamboni

    chiara.zamboni[at]univr.it

    Docente di Filosofia del Linguaggio presso l’Università degli Studi di Verona, insegna nel Master di Filosofia di Trasformazione presso la stessa università. È tra le fondatrici della comunità filosofica di Diotima, che nasce nel 1984, e di di cui ha curato numerosi volumi collettanei. Si dedica alla ricerca e alla sperimentazione nel linguaggio. In questo momento il suo studio si snoda intorno al tema della presenza, indagando la sua incidenza nel fare filosofia in forma orale, pensando con altre e altri.

     

    Opere dell’autrice 

     – Il male in Simone Weil e Hannah Arendt, Una città società cooperativa, 2017

    Il saggio tratta di come Simone Weil e Hannah Arendt abbiano affrontato la questione del male senza mai ontologizzarlo e sempre legate ad una prospettiva di apertura all’interno della storia drammatica del Novecento. Da un punto di vista ermeneutico il saggio critica quelle posizioni che interpretano le concezioni di Weil e Arendt sul male inserite in una concezione gnostica.

     – Una filosofia femminista. In dialogo con Françoise Collin (a cura di), Manni, Lecce 2015

    Si tratta di un libro che raccoglie diversi contributi per delineare il pensiero filosofico di Francoise Collin. Un pensiero molto importante per il contributo dato ai temi stringenti della filosofia femminista europea della seconda metà del Novecento e degli inizi del nostro secolo.

     – L’inconscio può pensare? Tra filosofia e psicoanalisi (a cura di), Moretti&Vitali, Bergamo 2013

    Libro corale dove voci provenienti da aree di pensiero differenti incrociano filosofia e psicanalisi. Fulcro del libro è una riflessione sull’inconscio: quali forme creative e quali intenzioni esso assuma e quali forme di ragione possano accompagnare le sue trasformazioni. Tener saldo un legame del pensiero con i movimenti dell’inconscio significa arrivare ad un’altra forma di ragione che accolga finalmente il sentire.

     – Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, Liguori, Napoli 2009

    L’ultimo libro di Chiara Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, si interroga sulle forme e le qualità che caratterizzano il pensare oralmente insieme ad altri e su come questa pratica sia in grado di potenziare l’agire politico. Il pensare con altre è stata e rimane una pratica fondamentale per le donne, condizione essenziale della rivoluzione femminista e del pensiero della differenza, ma anche in generale della capacità da parte della politica delle donne di introdurre una discontinuità rispetto al simbolico dominante, di mettere in discussione le rappresentazioni fornite dall’esterno, ricorrendo al partire da sé, affidandosi all’esperienza e al sentire propri e delle altre. Dalla recensione di Angela Lamboglia su Iaph Italia.

     – Il cuore sacro della lingua, Il Poligrafo, Padova 2006

    Una riflessione profonda sul valore della lingua materna. “Tessuto carnale” che, nei primi anni della nostra vita, ci dischiude i nomi e i segreti del mondo e che resta, per tutta la sua durata, come sfondo inesauribile di creatività quando desideriamo significare le esperienze che viviamo. E questo proprio in virtù del suo legame originario con la dimensione simbolica della nostra esistenza.

     – Maria Zambrano. In fedeltà alla parola vivente, Alinea, Firenze 2002

    «Come Agostino ha saputo inventare un linguaggio e una cultura nuovi, rivelando a sé e agli altri la verità della sua esistenza, così Zambrano invita noi a dire la verità di ciò che viviamo. […] È questo il solo modo per sottrarci a una deportazione in linguaggi oggettivi fuori di noi, oggi sempre più burocratici, o pseudoscientifici, o più semplicemente finti. Si tratta di una cura e di una attenzione per le parole nella loro verità, che, proprio per il mondo culturale e simbolico in cui viviamo, direi che ha l’importanza di una vera e propria pratica politica».

     – Parole non consumate. Donne e uomini nel linguaggio, Liguori, Napoli 2001

    «Di fronte alla necessità detta esplicitamente, il desiderio, che era rimasto imbrigliato dalle illusioni e dai mezzi aggiustamenti che si fanno tra sé e sé, si rimette in movimento andando oltre il guscio di piacere monotono e protetto nel quale si era perduto. Uno spirito di avventura ci trascina con sé con leggerezza. Non si tratta dunque tanto di momenti di equilibrio nello squilibrio, quanto di una necessità detta, nominata, e ciò fa iniziare un movimento nuovo verso luoghi d’esperienza che non si conoscono. E’ allora che le parole non si consumano. Le parole si logorano quando se ne adoperano troppe, perché si cerca e si accumula sapere, si va a tentoni. Qualcosa ci sfugge. Là dove però le parole accompagnano la necessità, il frastuono tace».

     – L’azione perfetta, Edizioni Centro Culturale Virginia Woolf – Gruppo B, Roma 1994

    Con sempre presente il riferimento a Virginia Woolf, l’autrice affronta nel libro il tema dell’azione. Nello specifico quell’azione – fondamentale nel pensiero della differenza e nelle pratiche di autocoscienza – che non trova il suo significato nello scopo strumentale per il quale è messa in movimento, bensì lo scopre con e nell’azione stessa; con esiti imprevisti e non predeterminati al modo di una strategia.

     – Interrogando la cosa. Riflessioni a partire da Martin Heidegger e Simone Weil, I.P.L., Milano 1993

    Saggio dedicato a un confronto tra Weil e Heidegger, fondato sul constatare come entrambi partano da un niente di rappresentabile che ha però effetti di azione e pensiero, sul modo di porsi nell’agire e nel linguaggio. Pur con le loro indiscutibili differenze – nell’affrontare la storia politica del proprio tempo e nella diversa centralità riconosciuta al corpo – riconosce in entrami la sperimentazione di forme simboliche quando ci si pone fuori dal dispositivo soggetto/oggetto.

     

    Saggi in volume

     – Pensare in rapporto alla natura, in M. Forcina (a cura di), Quando la differenza fa la politica, Milella, Lecce 2014, pp. 157-165

     – Soggetto femminile e natura, in D. Di Leo (a cura di), Pensare il senso. Perché la filosofia, Mimesis, Milano 2014, pp. 439-451

     – Il lato inconscio del presente, in M. Forcina (a cura di), Diamo corpo al futuro, Milella, Lecce 2013, pp. 181-187

     – Connessioni, differenze, slittamenti tra politica e potere, in M. Forcina (a cura di), Nelle controriforme del potere: generazioni al lavoro, Milella, Lecce 2012, pp. 127-136

     – Corpo, linguaggio e differenza sessuale in Luce Irigaray, in M. Folci, P. Rosa (a cura di), E manu capere. Sedici lezioni strane a Brera, Scalpendi, Milano 2012 , pp. 93-101

     – Introduzione e Nel cuore del presente, in Diotima, La festa è qui, Liquori, Napoli 2012

     – Quando il reale si crepa, in Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005

     – Il tempo vivo del vangelo e Momenti radianti, in Diotima, Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Liquori, Napoli 2002

     – Adelina eccelli: l’università è il mio paese e Sentimenti che fanno luce, in Diotima, Il profumo della maestra. Nei laboratori della vita quotidiana, Liquori, Napoli 1999

     – Prefazione e Il materialismo dell’anima, in Diotima, La sapienza di partire da sé, Liquori, Napoli 1996

     – Ordine simbolico e ordine sociale, in Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liquori, Napoli 1995

     – Le vie del simbolico, in Diotima, Il cielo stellato dentro di noi. L’ordine simbolico della madre, La tartaruga, Milano 1992

     – L’inaudito e Appendice – Diotima comunità, Diotima politica, Diotima maestra, (con Luisa Muraro) in Diotima, Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1990

     – Il pensiero della differenza sessuale (collettivo) e Appendice – Cronaca dei fatti principali di Diotima (con Luisa Muraro), in Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987

     

    Articoli su rivista

     – Le maestre di Lacan per una psicoanalisi come arte, in Attualità lacaniana, n. 19, 2014, pp. 75-82

     – Maria Zambrano et la mystique iranienne, in Europe, n. 1027-1028, 2014, pp. 187-194

     – Il materialismo di Maria Zambrano e la politica delle donne, in Humanitas, anno LXVIII. n. 1-2, 2013, pp. 100-108

     – Subjectividad feminina e inconsciente. En diálogo con Lou Andreas-Salomé, in Duoda, n. 45, 2013, pp. 14-21

     – Edith Stein: una donna, in Religioni e società, Gennaio-Aprile, Firenze 2005, pp. 8-14

     – Edith Stein, la Germania e lo Stato totalitario, in Koinonia,12, 2003, pp. 15-17

     

    Link dove compaiono articoli, testi, interventi dell’autrice

    Linguaggio e politica

    https://www.iaphitalia.org/quarto-incontro-linguaggio-e-politica-intervento-di-chiara-zamboni/

    La passione della differenza sessuale

    https://www.iaphitalia.org/chiara-zamboni-l…ferenza-sessuale/

    Lo splendore di avere un linguaggio

    http://www.associazionelaima.it/intervento-di-chiara-zamboni/

    Derrida, tra lingua materna e lingua dell’altro

    http://www.didaweb.net/mediatori/articolo.php?id_vol=951

    La libera voce di cassandra

    http://personagge.wordpress.com/2011/12/03/la-libera-voce-di-cassandra-di-chiara-zamboni/

    La filosofia è femminile

    http://www.giudiziouniversale.it/articolo/Politica/la-filosofia-%C3%A8-femminile

    Parole vive e coraggio di uscire dalle identità

    http://www.pensierinpiazza.it/pensieri-e-pensatori/142-zamboni-chiara.html

    Quando lo spirito soffia dove vuole. Le donne che si astengono dal cibo.

    http://www.diotimafilosofe.it/down.php?t=3&id=244

    Il desiderio di politica

    http://www.youtube.com/watch?v=B8rFMFY1xew

    Gendering the academy, un altro genere di università

    http://genderingtheacademy.jimdo.com/relatrici-speakers/chiara-zamboni/

    Intervista su Mammablog

    http://nuke.mammablog.it/_linguamaterna/_Zamboni/tabid/71/Default.aspx

     

    Link

    Link istituzionale

    http://www.dfpp.univr.it/?ent=persona&id=711&lang=it

    La comunità di Diotima

    www.diotimafilosofe.it

    Pagina sul sito di Diotima

    http://www.diotimafilosofe.it/bio_chiazam.htlm

     

  • Luisa Muraro

    Mail: info[at]libreriadelledonne.it

    Incontra il femminismo dopo la collaborazione con Elvio Fachinelli in un progetto di scuola antiautoritaria, da cui nasce la rivista Erba voglio. Nel 1975 è tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e della rivista di pratica politica Via Dogana. Nel 1984 fonda insieme ad altre la comunità filosofica di Diotima di Verona, città nella cui università ha insegnato filosofia teoretica dal 1976 al 2006. Collabora con il Centro di ricerca delle donne dell’Università di Barcellona Duoda e con la rivista Giudizio Universale. Il suo approccio – nella politica come nell’elaborazione teorica – è sempre volto alla questione della libertà femminile e ad una sua elaborazione nei termini della differenza sessuale. Tra i suoi temi privilegiati, la ricostruzione di figure femminili della mistica cristiana, nella prospettiva della rilevanza del pensiero mistico per la filosofia contemporanea.

    Bibliografia minima*

    *La bibliografia completa (1963-2021) degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan, si può richiedere a info@libreriadelledonne.it. Verrà inviata gratuitamente in un documento pdf. 

    Le amiche di Dio. Scritti di mistica femminile, D’Auria, Napoli 2001. Seconda edizione Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes, Napoli 2014

    I testi della mistica possono essere letti e studiati da più punti di vista ma non c’è comprensione adeguata della mistica femminile se non si prende in considerazione quello che le donne, identificate con il nome di «amiche di Dio», sono riuscite a fare a partire dalla relazione con il divino in modo da realizzare la loro personale risorsa di libertà. La mistica conserva la peculiarità di scienza divina ma il suo percorso prende impulso dalle necessità di un’avventura amorosa in relazione con un altro da sé. È in questi termini che vanno interpretati gli scritti delle mistiche, come una filosofia pratica dell’amore libero e intelligente?

    Autorità, Rosemberg & Sellier, Torino 2013

    Si tratta di uno fra i temi più controversi dei tempi moderni, oggi che il principio d’autorità è stato minato dalle verità scientifiche e dalla valorizzazione delle competenze. Intorno all’autorità ruotano timori e malintesi, ma anche appelli e nostalgie. Secondo l’autrice si tratta di conseguenza della tenace confusione esistente tra autorità e potere, che è necessario superare per trovare una chiave di lettura più autentica. La ricerca avviene attraverso la lingua, l’arte, la scienza, le istituzioni, i costumi e i legami familiari, a partire dal sapere del movimento femminista italiano.

    Il lavoro della creatura piccola. Continuare l’opera della madre, Mimesis, Milano 2013

    Un dialogo denso e serrato con Luisa Muraro sui temi più profondi della maternità. Questo libro nasce in viva voce dal confronto tra una figura di riferimento per il pensiero femminile e le educatrici di nidi famiglia. Tra pratica, teoria e poesia del materno si snodano gli interrogativi più inquieti del mestiere di mamma. Un lavoro difficile che corrisponde con la vita. Un lavoro enorme, ma che si fa in due: genitore e figlio. Per diventare madri ci vuole un lavoro simbolico. «Il grosso di questo lavoro simbolico, che è un lavoro creativo, lo fa la creatura piccola, lo fa il bambino, la bambina. La donna che diventa madre lo diventa in rispondenza a qualcosa che fa la creatura già nel ventre materno con la sua semplice presenza. La donna che diventa madre lo diventa per questa potente domanda della sua creatura».

    Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli, con F. Cardini, Lindau, Torino 2012

    Nessuna strategia politica, nessuna battaglia sociale è riuscita finora a realizzare la giustizia su questa terra. Ovunque nel mondo uomini e donne patiscono l’iniquità e vengono perseguitati se lottano contro di essa. Della giustizia, nella sua dimensione alta, non nell’accezione banalizzante di «legalità» oggi di moda, si occupano lo storico Franco Cardini e la filosofa Luisa Muraro in questo volume dedicato all’ottava Beatitudine. Cardini ne considera soprattutto le varie declinazioni valoriali espresse nella tradizione biblica e cristiana dell’Antico e del Nuovo Testamento, e nel pensiero occidentale non solo cristiano (da Aristotele a sant’Agostino), nonché il suo tormentato percorso storico; Luisa Muraro ne prende in esame, in particolare, i riflessi, per così dire «intimi», nelle scelte esistenziali delle persone. Il discorso sviluppato dai due studiosi, al tempo stesso teologico, filosofico e storico-sociale, mette in evidenza il carattere rivoluzionario del tipo di giustizia predicato da Gesù, per il quale i «giusti» non sono quelli che si limitano a osservare esteriormente la legge, ma quanti dimostrano il loro amore per Dio attraverso quello nei confronti del loro prossimo. Per questo sono perseguitati. Profonda meditazione a due voci, questo libro è anche un invito alla speranza.

    Dio è violent, Nottetempo, Roma 2012

    «Un’analisi sull’uso della violenza in una società in cui è venuta meno la narrazione salvifica del contratto sociale. E un invito a finirla con la politica inefficace davanti ai problemi e impotente davanti ai prepotenti. Ci accusano di antipolitica: nossignori. La libera disponibilità di tutta la propria forza è il principio di un sapere necessario a vivere e ad agire oggi in vista di domani. Andare fino in fondo alla propria forza di resistenza e di opposizione, fa bene alle persone e all’umanità. Un pamphlet incendiario sul perché e sul come si può combattere senza odiare, disfare senza distruggere, lottare senza farsi distruggere».

    Seconda edizione Il dio delle donne, Il Margine, Trento 2012

    Otto anni dopo la prima pubblicazione, ritorna – con un’appassionata prefazione di Grazia Villa, presidente della Rosa bianca – un testo fondamentale del femminismo filosofico e teologico. Un libro che «scandalizza» i custodi dei sacri poteri maschili attraverso la radicale differenza di genere e di sguardo delle donne che pensano e amano Dio. Forse solo le mistiche sanno vibrare del vento rivoluzionario del Dio che ama gli uomini e le donne. Un testo che disfa ad ogni rilettura tutte le immagini di Dio, anzi dello «Sgrammaticato» come lo definisce Muraro, senza mai distruggerne il Volto Santo, l’Assoluto, l’Immanente, proprio perché il Dio delle donne, è Colui/Colei che è raccontato in lingua materna, è l’indicibile delle mistiche, è il non pensato della teologia favolosa delle donne, quella teologia fondata proprio sulla loro relazione unica, libera e personale con il loro Dio. Da Margherita Porete a Simone Weil, da Angela da Foligno a Etty Hillesum, da Giuliana di Norwich a Cristina Campo. Il Dio di queste donne era un Dio che conoscevano con l’esperienza diretta dell’incontro, ma anche attraverso l’accesso libero alla Scrittura Sacra (almeno finché la gerarchia ecclesiastica non intervenne a proibire questa «scuola divina» non autorizzata). Con sferzante ironia l’autrice commenta: «Ben prima della borghesia progressista fu Dio, dunque, che s’incaricò di alfabetizzare le donne, o almeno le sue amiche preferite!».

    Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011

    «Peggio di voi non potremmo fare», fu la replica sferzante di Angela Cingolani, democristiana eletta nella Costituente italiana (1946), ai commenti maschilisti che accolsero l’entrata in aula dello sparuto gruppo delle donne. Ci sono momenti nella storia, come nella vita di tutti i giorni, in cui donne e uomini si dividono fra loro e si confrontano. Il confronto è inesauribile e parrebbe senza senso, eppure quelli sono momenti significativi. Da un momento così è nato questo libro, ultimo di un filone di pensiero politico che percorre l’Europa moderna, a cominciare da Cristina de Pizan. In passato, si trattava di testi che mettevano sottosopra l’ordinata gerarchia dei sessi, primo e secondo. Ai nostri giorni, la parola d’ordine è «parità», che significa, nei rapporti fra i sessi, un confronto unilaterale di lei con lui, senza scintille né sorprese. Anche questo un ordine da disfare, un orizzonte da aprire, sostiene Luisa Muraro, così da sconfiggere la miseria di un protagonismo maschile a tutti i costi. Come? Affermando l’eccellenza femminile, da mettere in gioco nella vita pubblica e personale. Con quale risultato? Amare le nostre differenze, maschile e femminile, entrare in relazione con gli altri, imparare a confliggere. Chi sa confliggere non fa guerre e non compra l’amore con i soldi. Il titolo di questo libro si ispira al grido di battaglia di Irina, cittadina d’Europa immigrata.

    Tre lezioni sulla differenza sessuale e altri scritti, Orthotes, Napoli 2011

    «L’uomo non esiste», scrive Luisa Muraro, «esistono uomini e donne». Questo, tra l’altro, significa che prescindere da tale differenza non è così facile come spesso si crede quando si accetta di guardare gli altri o se stessi solo come individui o solo come cittadini. Una delle idee di questo libro è che non si riesce ad essere fedeli a se stessi e anche alla realtà a cui, per vivere, si deve rispondere, se non si offre un giusto posto simbolico al proprio essere donna o uomo in un mondo di donne e uomini. La crisi dell’interpretazione tradizionale del significato e del ruolo della differenza sessuale non porta da sola con sé la libertà agli uomini e alle donne: occorre la tessitura di un nuovo ordine simbolico. Molte donne hanno pensato e lavorato in questo senso e Muraro mostra la forza e la ricchezza dei loro guadagni: la mostra anche agli uomini disponendosi in attesa di quella ricerca da parte loro che oggi, da alcuni, è stata cominciata.

    Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano 2009

    Narra un antico testo persiano che quando Giuseppe fu messo in vendita dai suoi fratelli si presentarono molti compratori, tra cui una vecchia che stringeva alcuni gomitoli di lana. «Anima semplice» le disse il sensale «come puoi comprare un simile gioiello di schiavo con i tuoi gomitoli?»  «Lo so che non potrò comprarlo» rispose la vecchia «mi sono messa in fila perché amici e nemici possano dire: anche lei ci ha provato». La vecchia, spiega Luisa Muraro nelle prime pagine del suo libro, è un esempio dell’anelito di chi cerca e, pur sapendo che non potrà mai raggiungere lo scopo, non rinuncia ad avvicinarsi. Cosa sarebbe, infatti, la vita senza grandi desideri? Nella cultura che cambia senza andare avanti, in un’economia che si espande ma non fa crescere né la gioia né il senso di sicurezza, nella vita che sembra tutta un mercato, con l’umanità stretta fra il troppo ed il troppo poco, traspare l’intuizione che il reale non è indifferente al desiderio e non assiste indifferente alla passione del desiderare, nonostante ci capiti spesso di fare l’esperienza di una loro apparente, reciproca estraneità. Come per la vecchia della lana, ci sono tanti modi di «andare al mercato», scrive Luisa Muraro, contro la parzialità della ragione e a difesa delle «illusioni» che la poesia e la religione ci aiutano ad intrattenere oltrepassando il livello del conformismo, forti nella certezza di essere destinati a qualcosa di grande.

    Il posto vuoto di Dio, a cura di Luisa Muraro e Adriana Sbrogiò, Marietti, Genova 2006

    A partire dall’idea lanciata da Muraro riguardo al «posto vuoto» da lasciare libero, da non occupare con altro quando la parola-pensiero quando «Dio» non ha più circolazione, nasce il dibattito che risulta centrale in questo saggio.

    Sia nel corso del dibattito sia nelle lettere e negli interventi individuali raccolti nella seconda parte del libro, i partecipanti all’associazione Identità e differenza di Spinea raccontano la propria esperienza religiosa, le eventuali crisi ed i conflitti con la Chiesa istituzionale. Emergono presto differenze tra il pensiero delle donne e quello degli uomini. Negli interventi delle donne, Dio è strettamente associato all’amore, quando non è addirittura un suo sinonimo.

    L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1991, Nuova edizione 2006 (tradotto in tedesco, in spagnolo e in francese)

    La storia della filosofia contribuisce a rianimare la rivalità con l’autorità della madre. È il caso del racconto simbolico di Platone, metafora palese di una seconda nascita, che servirà al filosofo ateniese per sovvertire ciò che egli chiama «il regno della generazione», ingiusto ed ingannevole. L’operazione della seconda nascita, concezione tipicamente politica del giusto e del vero, sarà ripetuta talmente tante volte che arriverà a confondersi con la più comune delle figure retoriche: la metafora. Si trasferiscono in essa gli attributi della potenza e dell’opera della madre alla produzione culturale (per esempio la scienza, il diritto, la religione), riducendo la genitrice ad una figura da dominare. Si attua un vero e proprio matricidio che è all’origine della nostra cultura. Attraverso il riconoscimento dell’autorità materna sarà possibile, per le donne, la creazione di un nuovo ordine simbolico.

    La signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime, Milano, La Tartaruga, 2006. Prima edizione: La signora del gioco, episodi di caccia alle streghe, Feltrinelli, Milano 1976

    La caccia alle streghe continua a essere un capitolo difficile della storia europea e questo libro è un nuovo tentativo di leggerla, dando ascolto a quello che le vittime tentano di dirci. Molti storici pensano che non sia possibile conoscere il punto di vista delle vittime, che si tratti della caccia alle streghe o di altre persecuzioni. Posizione discutibile. C’è un legame che non si può rompere tra il persecutore e la vittima, e quando il primo afferma il proprio punto di vista, tira dentro anche la seconda.
    Basta avere la pazienza di seguire il filo esile e intermittente di questa presenza seconda. Seguendolo, indietro nel tempo, di processo in processo, il libro ci fa incontrare le donne accusate di essere streghe, in realtà spesso donne dedite alla medicina e alla divinazione, tutte diverse tra loro. Perdenti in partenza, per l’enorme disparità di potere, le vittime si difesero con tutti i mezzi che avevano a loro disposizione, con la fuga, con la sincerità, con la fantasia, con la ragione, con la religione, con il silenzio, con la malattia mentale, con la morte.

    Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista, Milano, La Tartaruga, 1985, 2003 (tradotto in tedesco e in spagnolo)

    Saggio scritto con un linguaggio che non fa pensare al rigore della ricerca scientifica, «Guglielma e Maifreda» racconta la nascita di una comunità religiosa di uomini e donne, popolani, borghesi, mercanti e aristocratici, riuniti attorno alla figura di Guglielma, attiva a Milano nella seconda metà del duecento e sepolta a Chiaravalle come una santa. La comunità prosperò poi sotto la guida di Maifreda da Pirovano, ma terminò con un processo dell’Inquisizione e roghi accesi in Piazza della Vetra.

    Il Dio delle donne, Milano, Mondadori, Milano 2003 (tradotto in francese, spagnolo e tedesco)

    Alla fine del Medioevo, all’alba dell’Europa moderna, prese avvio un pensiero che arriva fino ai nostri giorni per vie solo in parte conosciute, pensiero di donne che avevano (e hanno) con Dio un rapporto di confidenza e grande libertà. Si chiama mistica femminile, o meglio teologia in lingua materna.

    Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia, Milano, Feltrinelli, 1981. Seconda edizione Roma, Manifestolibri, 1998

    L’autrice analizza in questo testo- che è stato un punto di riferimento teorico decisivo per il pensiero della differenza- il rapporto tra corpo e linguaggio, nonché il conflitto fra le figure retoriche della metafora e della metonimia, riconsiderando, da un punto di vista radicalmente nuovo autori come Saussurre, Lacan, Nietzsche, Jacobson.

    Lingua e verità in Emily Dickinson, Teresa di Lisieux, Ivy Compton-Burnett, Luisa Muraro e le/gli studenti del corso dell’Università di Verona, 1995

    Il titolo Lingua e verità viene dal corso di ermeneutica filosofica che Luisa Muraro ha tenuto nel 1994-1995 all’Università di Verona. Il Quaderno, nato dall’ «l’entrata in filosofia» delle circa venticinque tra studentesse e studenti che l’hanno seguito, è dedicato a Emily Dickinson, Teresa di Lisieux, Ivy Compton-Burnett.

    Si tratta di tre maestre del «lavoro linguistico per la dicibilità dell’essere», in cui consiste, per Luisa Muraro, l’impegno filosofico. Colpisce, in questo lavoro, che la santa venga accostata a una miscredente come Ivy Compton-Burnett. Non ci sono più appartenenze alle grandi formazioni storiche della cultura italiana, a causa dell’unica differenza che non si intende annullare, la differenza femminile. Lingua e verità invita a farsi giocatrici più che commentatrici della realtà e del mondo in cui viviamo, dando significato innanzitutto a ciò che siamo.

    Lingua materna, scienza divina. Scritti sulla filosofia mistica di Margherita Porete, Napoli, D’Auria, 1995

    Luisa Muraro racconta lo stupore provato di fronte alla lettura dello Specchio delle anime semplici di Margherite Porete. Stupore dovuto al riconoscimento di una lingua scritta che incarna quella materna.

    Porete fu accusata di aver scritto e propagandato un libro eretico. Per questo fu condannata al rogo nel 1310. La peculiarità del suo libro si trova nell’uso diffuso e deliberato del femminile e nell’esposizione umile al giudizio di altre donne, riconoscendo così un’autorità femminile.

    Per raggiungere il suo obiettivo, quello di realizzare il ritratto dell’amore divino affinché gli altri trovino Dio, l’autrice non si appella direttamente a Dio o alle Sacre Scritture, ma espone l’essere e l’usage (pratica di vita) delle anime annientate: quelle persone che, avendo raggiunto la perfezione in questa vita, rappresentano Dio.

    La posizione isterica e la necessità della mediazione, a cura di M. Ferrante, Donne Acqua Liquida e Udi, Palermo 1993

    Nella nostra cultura l’attaccamento femminile alla madre senza sostituti possibili, non avendo traduzione simbolica, mette molte in un rapporto difficile tra il loro corpo e quello della madre. L’isteria, prima ancora di essere sofferenza e disordine, è un attaccamento intero alla figura materna. L’accettazione della sostituzione della madre, e di conseguenza il riconoscimento che in realtà si tratta di una restituzione, rende possibile l’accesso all’ordine simbolico). La lingua, probabilmente, è la sola possibile sostituta per l’isterica, così come il parlare è l’attività che meglio di ogni altra sembra render conto della relazione tipicamente femminile con la madre. A sostegno di questa tesi, la «talking cure» di Anna O., di cui hanno trattato Breuer e Freud, e la politica dell’autocoscienza del movimento politico femminile.

    Seconda edizione in Italia per un lavoro che ora ha perso: “Siamo donne, non è da tutti!”.

    Amare le differenze è alla base di questo saggio di Muraro. A parlare è una giovane cittadina europea, Irina, che in Italia ha perso il lavoro. Le donne esistono per se stesse, non essendo né seconde né tantomeno complementari agli uomini. A partire da questa presa di coscienza è avvenuto un doppio cambiamento nell’autrice e nel mondo. Il mondo ha cominciato a popolarsi di donne. Luisa Muraro riprende così le vicende di alcune donne memorabili, oscurate dalla storia poiché donne (da Paolina Leopardi a Cristina de Pizan).

     

    Pubblicazioni in opere collettanee

    Introduzione di una idea, in Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, Liguori, Napoli 2009.

    La schivata, in Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori, Napoli 2009.

    Introduzione, in Iris Murdoch, Esistenzialisti e mistici. Scritti di filosofia e letteratura, a cura di P. Conradi, Il Saggiatore, Milano 2006.

    Introduzione, in Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005.

    La differenza sessuale da scoprire e da produrre, con altre, in Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, Nuova edizione 2003.

    La maestra di Socrate e mia, in Diotima, Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Liguori, Napoli 2002.

    Fare compagnia alla mente inferma. All’incrocio di altro, in Diotima, Il profumo della maestra. Nei laboratori della vita quotidiana, Liguori, Napoli 1999.

    Lettere dall’università, a cura di L. Muraro e P. A. Rovatti, Filema, Napoli 1996.

    Partire da sé e non farsi trovare…, in Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori, Napoli 1996.

    Oltre l’uguaglianza, in Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori, Napoli 1994.

    L’orientamento della riconoscenza, in Diotima, Il cielo stellato dentro di noi. L’ordine simbolico della madre, La Tartaruga, Milano 1992.

    La nostra comune capacità d’infinito, in Diotima, Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1990.

    Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne, firma collettiva Libreria delle donne di Milano, Rosenberg & Sellier, Torino 1987.

    L’erba voglio. Pratica non autoritaria nella scuola, a cura di E. Fachinelli, L. Muraro e G. Sartori, Einaudi, Torino 1971.

    Articoli e varie

    Ha pubblicato articoli su diversi quotidiani e riviste, tra cui Via Dogana, DWF, Duoda, Micromega, Il manifesto, L’Unità, Bailamme, Critica marxista, aut aut, Rinascita, Quaderni piacentini, L’erba voglio, Rivista di filosofia neo-scolastica, Giudizio universale.

    Al limite, la violenza, Via dogana, n. 100, marzo 2012

    L’accusa di razzismo scorciatoia mentale, esonero morale, errore politico, Via Dogana, n. 92, marzo 2010

    Le donne c’entrano, Via Dogana, n. 88, marzo 2009

    È venuto il momento ed è questo, Via Dogana, n. 90, settembre 2009

    Vivere in un mondo che sembra all’oscuro della nostra libertà, Via Dogana, n. 86, settembre 2008

    Preti e femministe, Via Dogana, n. 83, dicembre 2007

    Con Debora Spadaccini, Scrittura politica e scrittura mistica in Carla Lonzi, DWF, 1999, n. 42-43, pp. 56-75

    Con Antonia De Vita, Margherita Porete “beguine moult suffisant” e il movimento beghino del XIII secolo, DWF, 1997, n. 33, pp. 51-78

    Una speciale contraddizione, DWF, 1997, n. 34-35, pp. 69-73

    Con Francesca Doria, Percorsi d’amore nel pensiero di Luce Irigaray, DWF, 1995, n. 28, pp. 61-70

    Commento alla “Passione secondo G.H”, DWF, 1987, n. 5-6, pp. 65-78

    Link dove compaiono interventi dell’autrice

    Intervista per la Repubblica on-line
    http://www.repubblica.it/cultura/2014/05/12/news/luisa_muraro_ho_lottato_con_amore_per_le_donne_ma_l_egoismo_la_mia_vera_forza-85907256/

    Ciclo di lezioni sul tema della violenza tenuti nel 2013 presso la Libreria delle donne di Milano su stimolo di Ida Farè, Rossella Bertolozzi e Sandra Bonfiglioli.

    Tiratevi su, si torna a combattere. Prima lezione
    http://www.youtube.com/watch?v=U3pXUFk9tC8

    Con il piede in due staffe. Seconda lezione
    http://www.youtube.com/watch?v=snophSOfqB0

    Possiamo veramente evitare di tagliar teste e bruciare castelli?
    http://www.youtube.com/watch?v=tNZGzRCK5ZQ

    Luisa Muraro su Dio è violent
    http://www.filosofia.rai.it/articoli/luisa-muraro-dio-%C3%A8-violent/16197/default.aspx

    Interventi dell’autrice trasmessi dall’emittente radiofonica Radio Radicale
    http://www.radioradicale.it/soggetti/luisa-muraro

    Intervento dell’autrice sulla politica secondo Margherita Porete
    http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticacristiana/piume.htm

    La verità in democrazia (con Massimo Adinolfi)
    http://www.nazioneindiana.com/2006/03/28/la-verita-in-democrazia/

    Intervento su Jeanne Hersch
    http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/03/luisa-muraro-jeanne-hersch/

    Intervista di Ida Dominijanni a Luisa Muraro
    http://www.libreriadelledonne.it/_oldsite/news/articoli/contrib120709_muraro.htm

    Intervista di Bia Sarasini a Luisa Muraro
    http://www.libreriadelledonne.it/news/articoli/contrib190304.htm

    Intervista di Simonetta Robiony a Luisa Muraro

    http://www.libreriadelledonne.it/luisa-muraro-tra-uomo-e-donna-manca-il-senso-libero-della-differenza/

    Link

    Sito della Comunità filosofica Diotima
    http://www.diotimafilosofe.it

    Sito della Libreria delle donne di Milano
    http://www.libreriadelledonne.it/

    Sito del Centro di Ricerca delle donne Duoda dell’Università di Barcellona
    http://www.ub.edu/duoda

    Sito della rivista Giudizio Universale
    http://www.giudiziouniversale.it/d/

    Iniziative

    Master “Studi della libertà femminile” presso il Centro di ricerca Duoda di Barcellona
    http://www.ub.edu/duoda/web/es/cursos/6/

  • F. Giardini, L’alleanza inquieta. Dimensioni politiche del linguaggio, Le Lettere, 2010, pp. 205

    F. Giardini, L’alleanza inquieta. Dimensioni politiche del linguaggio, Le Lettere, 2010, pp. 205

    La riflessione di Federica Giardini sull’alleanza inquieta tra politica e linguaggio ha la natura appassionante di una storia, anzi di molte storie, di conflitto e riappacificazione, di fallimento e di nuovi inizi, e deve forse la sua potenza al fatto che ogni momento di questa lunga vicenda ci chiama in causa, perché nell’intrecciarsi mai compiuto tra parola, ricerca della verità e aspirazione alla giustizia ci siamo noi, ogni essere singolare che tenta l’impresa di prendere parola.

    Presa di parola che si configura sin da subito come atto politico non scontato, non conseguente automaticamente dall’essere dotati di voce e che, già dal pensiero aristotelico, rappresenta il discrimine per accedere allo spazio pubblico. “Non basta emettere suoni con l’intento di significare e comunicare per vivere insieme” (p. 46), perché ogni organizzazione è giustificata da una narrazione che stabilisce chi, in possesso di una serie di requisiti – cittadinanza, lavoro, libertà personale, sesso – gode del logos e chi ne è escluso a priori, e quindi non è pienamente cittadino della polis.

    Così l’autrice segnala che “la ripartizione tra voce e giudizio è quella che determina l’organizzazione della convivenza e le posizioni dei diversi esseri che vi si trovano” (p. 51), ma anche che la possibilità di accedere alla presa di parola rimanda sempre a rapporti di forza, che agiscono innanzitutto come potere di rendere legittimi, attraverso la narrazione, alcuni principi che determinano un regime di inclusione e di esclusione.

    Le narrazioni quindi non restano “confinate nell’ambito delle discipline storiche, ma intrattengono un rapporto stretto con le nostre vite” (p. 13), attribuiscono un fine al corso della storia, che è anche chiave di interpretazione degli eventi e del tempo; costruiscono l’identità del Soggetto e, per difetto e sottrazione, dell’Altro, e ne irrigidiscono l’agire in opzioni e ruoli dati, rispetto ai quali ogni differenza è degradata a inferiorità, a devianza, ad anormalità.

    Cosa succede però nel momento in cui queste narrazioni entrano in crisi e tra queste in particolare l’idea che l’Occidente possa “continuare ad organizzare la folla degli eventi che ci vengono dal mondo, umano e non umano, ordinandoli secondo l’idea di una storia universale dell’umanità” (p. 24, da J. F. Lyotard, 1986)?

    Per Lyotard l’interrogativo sulla validità della narrazione onnicomprensiva dell’Occidente si impone nel momento in cui la Shoah smentisce l’equivalenza tra razionale e reale postulata da Hegel, ma Giardini recupera nell’analisi arendtiana delle ideologie il lato oscuro del logos, che non si esaurisce nell’esperienza storica dei totalitarismi, ma si rinnova nel continuo scollamento dall’esperienza di un pensiero che procede logicamente assorbendo ogni contraddizione come momento temporaneo verso una successiva sintesi, senza lasciare spazio ad alcuna sovversione dell’ordine dato. Un logos quindi che non cerca verità, né giustizia e che disprezza i fatti, mirando semplicemente a realizzare quanto i rapporti di forza hanno già previsto, attraverso un discorso che contempla solo la possibilità di essere confermato e mai smentito. “Una volta stabilita la disparità di forza su quella scena, il discorso può svolgersi pretendendo per sé il rigore delle deduzioni logiche, che travolge l’esperienza dei singoli quali illusioni se non errori da sanzionare” (p. 81).

    Questo conflitto esistente tra parola, verità e giustizia è quanto Giardini rintraccia nella vicenda dei Meli, narrata da Tucidide nella Guerra del Peloponneso, perché nel dialogo con gli Ateniesi che vogliono violarne la neutralità, costringendoli ad allearsi o ad arrendersi, “è già decisa una disparità di peso tra le parole che verranno dette” (p. 77), dimostrando che “la parola può diventare inutile se la fonte del suo peso o influenza è stabilita altrove” (p. 78).

    La via per recuperare l’accesso all’esperienza e ad un parola che sia realmente in rapporto con essa è ardita. Giardini propone, infatti, un passaggio di un testo di Arendt del 1972, La menzogna in politica, in cui la pensatrice tedesca riconosce nel mentire una forma di negazione della realtà che contiene un inatteso potenziale liberatorio. Ciò che Giardini ha in mente, nel valorizzare questa posizione di Arendt, è che “negare la realtà, là dove è un atto che apre uno spazio di libertà e azione, non significa negare la sua esistenza, ma negarne la necessità” (p. 84) e quindi negare che le cose non possano darsi altrimenti, soprattutto quando questo negare la necessità della realtà viene agito da coloro che dalla narrazione dominante sono definiti resti, residuali rispetto all’universale.

    Negare la necessità della realtà è allora fare spazio all’esperienza che non vi era compresa, che non era dicibile, e quindi in fondo non propriamente negarla, ma costringerla alla prova della presa di parola da parte di un altro soggetto, il cui discorso non è previsto, rivelare che il vero e il falso in questione non hanno a che fare tanto con l’esperienza, quanto con intenzioni e argomentazioni già assunte in una scena precedente.

    L’irruzione del soggetto imprevisto e di un pensiero radicato all’esperienza “interrompe il falso ragionamento basato su false premesse, che ci inganna per la sua coerenza interna” (p. 91).

    Così dall’ingiunzione a tacere, che accompagna la prima parte del libro, ricalcando il titolo di un testo di Carla Lonzi Taci, anzi parla, si ricreano le condizioni per la presa di parola, purché si riesca a “togliersi dalla posizione prevista dalla tradizione” (p. 142), a rinunciare a quel sostegno, alla sensazione di definitezza, di collocazione, che un ordine simbolico, anche repressivo, comunque ci assicura, e a trovare un nuovo radicamento.

    Nella politica delle donne, che Giardini ha come riferimento nel pensare l’irruzione nella storia del soggetto imprevisto, le parole non sono più misurate in base ai valori di una tradizione, ma “sono significative perché si pronunciano nell’incontro con un’altra” (p. 151), a partire dalla propria esperienza “per andare altrove, per leggere la propria implicazione nel mondo” (p. 152). Parole consapevoli dei legami con la realtà e responsabili di quella adesione, per quanto mai definitiva.

    La pretesa di racchiudere in narrazioni universalistiche la molteplicità dei mondi e delle soggettività non è comunque andata perduta, come si rinnova l’emergere di costruzioni identitarie che contrappongono dei Noi e degli Altri, omogenei al loro interno e impermeabili al cambiamento.
    Perfino chi pronuncia la fine delle Grandi Narrazioni, osserva Gayatry Spivak, ripete l’ambizione di “parlare per l’umanità intera” (p. 175) e dimentica la posizione di altri soggetti, “le donne, che non possono essere incluse nella fine, e nella parola che dice la fine delle grandi narrazioni occidentali” (p. 176), perché non hanno esercitato quella pretesa di parlare per l’umanità intera.

    Insieme alle donne, esistono altri soggetti imprevisti che non hanno preteso di parlare per altri e che rilanciano l’impresa che le donne hanno iniziato, perché “si impegnano a disfare l’ordine basato sul potere producendo altro” (F. Giardini, intervento al Convegno Carla Lonzi e l’arte del femminismo, Roma, 6 marzo 2010).

    a cura di Angela Lamboglia

  • C. Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, Liguori , Napoli 2009

    C. Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, Liguori , Napoli 2009

    CopertinaL’ultimo libro di Chiara Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, si interroga sulle forme e le qualità che caratterizzano il pensare oralmente insieme ad altri e su come questa pratica sia in grado di potenziare l’agire politico.
    Il pensare con altre è stata e rimane una pratica fondamentale per le donne, condizione essenziale della rivoluzione femminista e del pensiero della differenza, ma anche in generale della capacità da parte della politica delle donne di introdurre una discontinuità rispetto al simbolico dominante, di mettere in discussione le rappresentazioni fornite dall’esterno, ricorrendo al partire da sé, affidandosi all’esperienza e al sentire propri e delle altre.
    Al pensare in presenza la filosofa riconduce anche la capacità da parte della politica delle donne di diffondersi “per contagio e per contatto” (p. 166), attraverso relazioni e reti informali piuttosto che attraverso strutture istituzionali, grazie al piacere, al godimento del pensiero orale.
    Ma la pratica del pensiero orale è in primo luogo legata ad un desiderio, ad un bisogno, spesso a una vera e propria urgenza: viviamo momenti in cui i nostri vissuti sembrano non trovare alcuna possibilità di esplicitazione nel linguaggio, le parole che conosciamo non sembrano in grado di restituirci il senso della nostra esperienza e, per quanto possiamo sforzarci di ricostruirla, l’essenziale rimane al di fuori della nostra narrazione. Altre volte alcune parole si impongono nella lingua comune eppure non riusciamo a dar loro credito, esse non corrispondono alla nostra esperienza, la loro reiterazione ci allarma.
    Secondo Zamboni l’esigenza del pensiero ha origine da questa esperienza, dalla percezione di una mancata aderenza tra i nostri vissuti ed il linguaggio, uno scollamento che ci chiama “ad una capacità soggettiva nei confronti del pensiero ragionante” (p. 14) e ad entrare in uno scambio guidato dal desiderio di verità, consapevoli del fatto che spesso solo in rapporto all’altro, nel raccontare ad altri o in ciò che altri riescono a cogliere nell’esperienza, l’essenziale che rimaneva nascosto trova spazio.
    Zamboni rintraccia in questa nostra ricerca il desiderio di ritrovare la verità, ma non come un’evidenza pienamente rivelata, momento di assoluta chiarezza, bensì come “punto di tangenza tra linguaggio ed essere” (p. 12), riconciliazione mai definitiva e mai completamente esprimibile e che pure riconosciamo come veritiera.
    Nel discutere con altri noi tendiamo verso una verità che non ci appartiene in maniera distinta e a cui anzi spesso le nostre opinioni fanno ostacolo, impedendoci di rapportarci in maniera creativa alla realtà.
    Secondo Zamboni ci affidiamo allo scambio con altri perché il pensiero orale per sua natura, in quanto attività intellettuale e allo stesso tempo di relazione, ci costringe ad uno spostamento: nel pensiero orale la presenza degli altri, le loro parole quanto i silenzi, il ruminare parole in silenzio, consentono di ampliare i confini della discussione, portando a consapevolezza pensieri altrimenti oscuri, mettendoci di fronte ad una dimensione di imprevisto, perché seguendo il corso spontaneo delle riflessioni è possibile a volte cogliere un senso che appaga il nostro desiderio di verità.
    Secondo Zamboni esistono tuttavia alcune condizioni e forme specifiche in cui si dà uno scambio vitale. Se infatti il pensare in presenza ha la forma di un’improvvisazione, della quale non si può anticipare la direzione e la conclusione perché dipende dal contributo particolare che ciascuno con la propria presenza è in grado di dare al lavoro comune, d’altra parte essa è un’improvvisazione disciplinata, che ha tanto più successo quanto più si rispettano alcune condizioni.
    Prima condizione è che circoli autorità: “è la circolazione di autorità che permette conflitti produttivi e modificatori anziché scontri di potere e contro potere” (p. 2). Questa circolazione di autorità è alla base dei lavori della comunità filosofica di Diotima da cui evidentemente Chiara Zamboni trae molta parte delle sue riflessioni. La scelta di riconoscere autorità alle parole delle donne presenti piuttosto che ai testi dei filosofi e delle filosofe significa autorizzare ciascuna a mettersi in gioco con la propria soggettività, con un’esperienza certamente personale e che tuttavia ha un rapporto essenziale con la realtà, in quanto “ciò che viviamo soggettivamente è l’accesso singolare e contingente dell’essere e all’essere” (p. 164).
    Altra condizione essenziale è il mettere a tacere il bisogno di definire per lasciare spazio ad un’interrogazione aperta a percorsi imprevisti. Questo a volte assume la forma di un dimenticare ciò che riteniamo acquisito per aprirci ad un ascolto dell’altro davvero libero. Altre volte è lo stesso tema iniziale a dover superato, allargato, perché ciò che ci sta veramente a cuore trovi espressione, e il pensiero orale consente questa apertura perché si interloquisce con il pensiero degli altri, “però solo per quello che del suo discorso risuona in noi, e già questo disloca il filo del ragionamento”. (p. 26)
    Zamboni paragona la natura dell’improvvisazione di pensiero a quella realizzata dai musicisti, in particolare nel jazz: i jazzisti dispongono delle note e delle tecniche come competenza iniziale e con queste giocano , avviandosi lungo strade di cui ancora non conoscono il corso, ma affidandosi ad un sentire che consente loro di riconoscere il momento in cui entrare come quello in cui mettersi da parte, il tema da sviluppare e quello ormai esaurito. Allo stesso modo noi pratichiamo il pensiero orale servendoci del linguaggio come strumento essenziale e con le parole componiamo interrogativi, racconti e riflessioni, senza conoscere in anticipo la conclusione verso cui tendiamo, ma affidandoci all’andamento della discussione, raccogliendo e meditando le parole altrui, intuendo corrispondenze e contraddizioni tra i reciproci vissuti.
    In entrambi i casi si parte da un tema e, quando lo scambio riesce, “il processo comincia a snodarsi autonomamente…avviandosi per un percorso di cui non si vede l’andamento né il disegno complessivo”.(p. 8)
    Zamboni evidenzia soprattutto come il pensare con altri ci coinvolga non solo a livello intellettuale, ma anzi il pensiero orale è condizionato dalla presenza concreta, dalla materialità, dal sentimento, dall’atmosfera che respiriamo.
    Anche i luoghi intervengono nel processo del pensiero, rendendolo più agevole o viceversa ostacolandone il corso, e a questo proposito è interessante la riflessione che Zamboni compie sul tema dello spazio. Rispetto ad una visione tradizionale dello spazio come contenitore di oggetti, Zamboni intende infatti lo spazio come ciò che si dà attraverso relazioni qualitative tra le cose e le persone, senza le quali non potrebbe essere. Da Leibniz Zamboni riprende la definizione dello spazio come “ordine delle coesistenze tra loro” (p. 141), per cui è la relazione ad istituire lo spazio, a disporre un luogo, a dare ad esso una qualità specifica.
    Se pensiamo ad alcuni luoghi che ci sono familiari e che sono per noi importanti, si tratta spesso di luoghi che richiamano immediatamente alla mente relazioni significative, esperienze condivise, luoghi che hanno acquisito un posto speciale nell’immaginazione e nella memoria in virtù delle persone che abitualmente vi incontriamo, delle tracce che le loro parole hanno lasciato impresse dentro di noi. Sono luoghi di cui non riusciamo per lo più ad esprimere ad altri che non ne hanno fatto esperienza, ciò che per noi li caratterizza, perché il loro valore ha a che fare con il godimento dello stare con altri e con altre, con un’esperienza per certi versi intraducibile.
    Qualcosa di simile accade quando si partecipa ad una discussione con altre e si tenta di far partecipi di quell’esperienza coloro che non erano presenti. Possiamo riportare le parole dette, riassumere i passaggi più significativi della discussione, ma non ciò che sfuggiva alle parole ed anche in generale alla dimensione del visibile. Si tratta di qualcosa che ha a che fare con l’atmosfera che si respirava, con i sentimenti che nascevano e con il ritmo della discussione, tra urgenza di dire e silenzi, tra la sensazione della rispondenza tra le parole dette da altri e i propri vissuti e lo stupore perché qualcosa che non si riusciva ad esprimere trovava voce.
    In questo senso, come dice Zamboni, il parlare in presenza coinvolge non solo il nostro corpo concreto, ma il suo lato inconscio, invisibile. Nel pensare con altri noi ci mettiamo in gioco non tanto con le nostre opinioni consolidate, con quello che abbiamo potuto pensare o dire in precedenza, ma con quel che abbiamo tentato di elaborare a partire dai nostri vissuti, dalle parole che altri ci hanno detto e dalla presenza degli altri in quel momento che continuamente ci sottrae un punto di vista stabile chiamandoci a seguire uno sforzo di comprensione che non è più solo nostro, ma sta in mezzo, “in between” avrebbe detto Hannah Arendt.
    Per Zamboni quindi affidiamo allo scambio con altre e altri il nostro desiderio di far luce su ciò che appare opaco, di dar voce a ciò che pare senza parole, perché anche se la verità resta per noi innominabile spesso le parole che mettiamo in comune, ricucendo la frattura tra essere e linguaggio, hanno degli effetti sull’agire.
    Soprattutto però vi è un godimento “della presenza reciproca e del piacere del pensiero vivo mentre si va facendo” (p. 14). Questo godimento della presenza non è un semplice piacere intellettuale. Quello che Zamboni ha rintracciato, soprattutto approfondendo la riflessione di Françoise Dolto, è il riconoscimento del fatto che nello scambio in presenza entriamo in relazione agli altri attraverso il lato inconscio del nostro corpo, attraverso quel tessuto di ricordi, parole, materialità che fonda il legame con gli altri. A partire da qui, da questo patire del nostro corpo inconscio e non solo del corpo visibile, entriamo in relazione agli altri in uno scambio che è tanto più vivo quanto più si è disposti a stare al ritmo che il pensare in comune va prendendo. Senza fretta di trovare risposta, senza l’ostinazione a far quadrare possibili conclusioni con ciò che già ritenevamo vero, dando fiducia all’irripetibilità di quello scambio e all’imprevisto che ne può scaturire.

    Recensione di Angela Lamboglia