• Luisa Muraro

    Mail: info[at]libreriadelledonne.it

    Incontra il femminismo dopo la collaborazione con Elvio Fachinelli in un progetto di scuola antiautoritaria, da cui nasce la rivista Erba voglio. Nel 1975 è tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e della rivista di pratica politica Via Dogana. Nel 1984 fonda insieme ad altre la comunità filosofica di Diotima di Verona, città nella cui università ha insegnato filosofia teoretica dal 1976 al 2006. Collabora con il Centro di ricerca delle donne dell’Università di Barcellona Duoda e con la rivista Giudizio Universale. Il suo approccio – nella politica come nell’elaborazione teorica – è sempre volto alla questione della libertà femminile e ad una sua elaborazione nei termini della differenza sessuale. Tra i suoi temi privilegiati, la ricostruzione di figure femminili della mistica cristiana, nella prospettiva della rilevanza del pensiero mistico per la filosofia contemporanea.

    Bibliografia minima*

    *La bibliografia completa (1963-2021) degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan, si può richiedere a info@libreriadelledonne.it. Verrà inviata gratuitamente in un documento pdf. 

    Le amiche di Dio. Scritti di mistica femminile, D’Auria, Napoli 2001. Seconda edizione Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes, Napoli 2014

    I testi della mistica possono essere letti e studiati da più punti di vista ma non c’è comprensione adeguata della mistica femminile se non si prende in considerazione quello che le donne, identificate con il nome di «amiche di Dio», sono riuscite a fare a partire dalla relazione con il divino in modo da realizzare la loro personale risorsa di libertà. La mistica conserva la peculiarità di scienza divina ma il suo percorso prende impulso dalle necessità di un’avventura amorosa in relazione con un altro da sé. È in questi termini che vanno interpretati gli scritti delle mistiche, come una filosofia pratica dell’amore libero e intelligente?

    Autorità, Rosemberg & Sellier, Torino 2013

    Si tratta di uno fra i temi più controversi dei tempi moderni, oggi che il principio d’autorità è stato minato dalle verità scientifiche e dalla valorizzazione delle competenze. Intorno all’autorità ruotano timori e malintesi, ma anche appelli e nostalgie. Secondo l’autrice si tratta di conseguenza della tenace confusione esistente tra autorità e potere, che è necessario superare per trovare una chiave di lettura più autentica. La ricerca avviene attraverso la lingua, l’arte, la scienza, le istituzioni, i costumi e i legami familiari, a partire dal sapere del movimento femminista italiano.

    Il lavoro della creatura piccola. Continuare l’opera della madre, Mimesis, Milano 2013

    Un dialogo denso e serrato con Luisa Muraro sui temi più profondi della maternità. Questo libro nasce in viva voce dal confronto tra una figura di riferimento per il pensiero femminile e le educatrici di nidi famiglia. Tra pratica, teoria e poesia del materno si snodano gli interrogativi più inquieti del mestiere di mamma. Un lavoro difficile che corrisponde con la vita. Un lavoro enorme, ma che si fa in due: genitore e figlio. Per diventare madri ci vuole un lavoro simbolico. «Il grosso di questo lavoro simbolico, che è un lavoro creativo, lo fa la creatura piccola, lo fa il bambino, la bambina. La donna che diventa madre lo diventa in rispondenza a qualcosa che fa la creatura già nel ventre materno con la sua semplice presenza. La donna che diventa madre lo diventa per questa potente domanda della sua creatura».

    Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli, con F. Cardini, Lindau, Torino 2012

    Nessuna strategia politica, nessuna battaglia sociale è riuscita finora a realizzare la giustizia su questa terra. Ovunque nel mondo uomini e donne patiscono l’iniquità e vengono perseguitati se lottano contro di essa. Della giustizia, nella sua dimensione alta, non nell’accezione banalizzante di «legalità» oggi di moda, si occupano lo storico Franco Cardini e la filosofa Luisa Muraro in questo volume dedicato all’ottava Beatitudine. Cardini ne considera soprattutto le varie declinazioni valoriali espresse nella tradizione biblica e cristiana dell’Antico e del Nuovo Testamento, e nel pensiero occidentale non solo cristiano (da Aristotele a sant’Agostino), nonché il suo tormentato percorso storico; Luisa Muraro ne prende in esame, in particolare, i riflessi, per così dire «intimi», nelle scelte esistenziali delle persone. Il discorso sviluppato dai due studiosi, al tempo stesso teologico, filosofico e storico-sociale, mette in evidenza il carattere rivoluzionario del tipo di giustizia predicato da Gesù, per il quale i «giusti» non sono quelli che si limitano a osservare esteriormente la legge, ma quanti dimostrano il loro amore per Dio attraverso quello nei confronti del loro prossimo. Per questo sono perseguitati. Profonda meditazione a due voci, questo libro è anche un invito alla speranza.

    Dio è violent, Nottetempo, Roma 2012

    «Un’analisi sull’uso della violenza in una società in cui è venuta meno la narrazione salvifica del contratto sociale. E un invito a finirla con la politica inefficace davanti ai problemi e impotente davanti ai prepotenti. Ci accusano di antipolitica: nossignori. La libera disponibilità di tutta la propria forza è il principio di un sapere necessario a vivere e ad agire oggi in vista di domani. Andare fino in fondo alla propria forza di resistenza e di opposizione, fa bene alle persone e all’umanità. Un pamphlet incendiario sul perché e sul come si può combattere senza odiare, disfare senza distruggere, lottare senza farsi distruggere».

    Seconda edizione Il dio delle donne, Il Margine, Trento 2012

    Otto anni dopo la prima pubblicazione, ritorna – con un’appassionata prefazione di Grazia Villa, presidente della Rosa bianca – un testo fondamentale del femminismo filosofico e teologico. Un libro che «scandalizza» i custodi dei sacri poteri maschili attraverso la radicale differenza di genere e di sguardo delle donne che pensano e amano Dio. Forse solo le mistiche sanno vibrare del vento rivoluzionario del Dio che ama gli uomini e le donne. Un testo che disfa ad ogni rilettura tutte le immagini di Dio, anzi dello «Sgrammaticato» come lo definisce Muraro, senza mai distruggerne il Volto Santo, l’Assoluto, l’Immanente, proprio perché il Dio delle donne, è Colui/Colei che è raccontato in lingua materna, è l’indicibile delle mistiche, è il non pensato della teologia favolosa delle donne, quella teologia fondata proprio sulla loro relazione unica, libera e personale con il loro Dio. Da Margherita Porete a Simone Weil, da Angela da Foligno a Etty Hillesum, da Giuliana di Norwich a Cristina Campo. Il Dio di queste donne era un Dio che conoscevano con l’esperienza diretta dell’incontro, ma anche attraverso l’accesso libero alla Scrittura Sacra (almeno finché la gerarchia ecclesiastica non intervenne a proibire questa «scuola divina» non autorizzata). Con sferzante ironia l’autrice commenta: «Ben prima della borghesia progressista fu Dio, dunque, che s’incaricò di alfabetizzare le donne, o almeno le sue amiche preferite!».

    Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011

    «Peggio di voi non potremmo fare», fu la replica sferzante di Angela Cingolani, democristiana eletta nella Costituente italiana (1946), ai commenti maschilisti che accolsero l’entrata in aula dello sparuto gruppo delle donne. Ci sono momenti nella storia, come nella vita di tutti i giorni, in cui donne e uomini si dividono fra loro e si confrontano. Il confronto è inesauribile e parrebbe senza senso, eppure quelli sono momenti significativi. Da un momento così è nato questo libro, ultimo di un filone di pensiero politico che percorre l’Europa moderna, a cominciare da Cristina de Pizan. In passato, si trattava di testi che mettevano sottosopra l’ordinata gerarchia dei sessi, primo e secondo. Ai nostri giorni, la parola d’ordine è «parità», che significa, nei rapporti fra i sessi, un confronto unilaterale di lei con lui, senza scintille né sorprese. Anche questo un ordine da disfare, un orizzonte da aprire, sostiene Luisa Muraro, così da sconfiggere la miseria di un protagonismo maschile a tutti i costi. Come? Affermando l’eccellenza femminile, da mettere in gioco nella vita pubblica e personale. Con quale risultato? Amare le nostre differenze, maschile e femminile, entrare in relazione con gli altri, imparare a confliggere. Chi sa confliggere non fa guerre e non compra l’amore con i soldi. Il titolo di questo libro si ispira al grido di battaglia di Irina, cittadina d’Europa immigrata.

    Tre lezioni sulla differenza sessuale e altri scritti, Orthotes, Napoli 2011

    «L’uomo non esiste», scrive Luisa Muraro, «esistono uomini e donne». Questo, tra l’altro, significa che prescindere da tale differenza non è così facile come spesso si crede quando si accetta di guardare gli altri o se stessi solo come individui o solo come cittadini. Una delle idee di questo libro è che non si riesce ad essere fedeli a se stessi e anche alla realtà a cui, per vivere, si deve rispondere, se non si offre un giusto posto simbolico al proprio essere donna o uomo in un mondo di donne e uomini. La crisi dell’interpretazione tradizionale del significato e del ruolo della differenza sessuale non porta da sola con sé la libertà agli uomini e alle donne: occorre la tessitura di un nuovo ordine simbolico. Molte donne hanno pensato e lavorato in questo senso e Muraro mostra la forza e la ricchezza dei loro guadagni: la mostra anche agli uomini disponendosi in attesa di quella ricerca da parte loro che oggi, da alcuni, è stata cominciata.

    Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano 2009

    Narra un antico testo persiano che quando Giuseppe fu messo in vendita dai suoi fratelli si presentarono molti compratori, tra cui una vecchia che stringeva alcuni gomitoli di lana. «Anima semplice» le disse il sensale «come puoi comprare un simile gioiello di schiavo con i tuoi gomitoli?»  «Lo so che non potrò comprarlo» rispose la vecchia «mi sono messa in fila perché amici e nemici possano dire: anche lei ci ha provato». La vecchia, spiega Luisa Muraro nelle prime pagine del suo libro, è un esempio dell’anelito di chi cerca e, pur sapendo che non potrà mai raggiungere lo scopo, non rinuncia ad avvicinarsi. Cosa sarebbe, infatti, la vita senza grandi desideri? Nella cultura che cambia senza andare avanti, in un’economia che si espande ma non fa crescere né la gioia né il senso di sicurezza, nella vita che sembra tutta un mercato, con l’umanità stretta fra il troppo ed il troppo poco, traspare l’intuizione che il reale non è indifferente al desiderio e non assiste indifferente alla passione del desiderare, nonostante ci capiti spesso di fare l’esperienza di una loro apparente, reciproca estraneità. Come per la vecchia della lana, ci sono tanti modi di «andare al mercato», scrive Luisa Muraro, contro la parzialità della ragione e a difesa delle «illusioni» che la poesia e la religione ci aiutano ad intrattenere oltrepassando il livello del conformismo, forti nella certezza di essere destinati a qualcosa di grande.

    Il posto vuoto di Dio, a cura di Luisa Muraro e Adriana Sbrogiò, Marietti, Genova 2006

    A partire dall’idea lanciata da Muraro riguardo al «posto vuoto» da lasciare libero, da non occupare con altro quando la parola-pensiero quando «Dio» non ha più circolazione, nasce il dibattito che risulta centrale in questo saggio.

    Sia nel corso del dibattito sia nelle lettere e negli interventi individuali raccolti nella seconda parte del libro, i partecipanti all’associazione Identità e differenza di Spinea raccontano la propria esperienza religiosa, le eventuali crisi ed i conflitti con la Chiesa istituzionale. Emergono presto differenze tra il pensiero delle donne e quello degli uomini. Negli interventi delle donne, Dio è strettamente associato all’amore, quando non è addirittura un suo sinonimo.

    L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1991, Nuova edizione 2006 (tradotto in tedesco, in spagnolo e in francese)

    La storia della filosofia contribuisce a rianimare la rivalità con l’autorità della madre. È il caso del racconto simbolico di Platone, metafora palese di una seconda nascita, che servirà al filosofo ateniese per sovvertire ciò che egli chiama «il regno della generazione», ingiusto ed ingannevole. L’operazione della seconda nascita, concezione tipicamente politica del giusto e del vero, sarà ripetuta talmente tante volte che arriverà a confondersi con la più comune delle figure retoriche: la metafora. Si trasferiscono in essa gli attributi della potenza e dell’opera della madre alla produzione culturale (per esempio la scienza, il diritto, la religione), riducendo la genitrice ad una figura da dominare. Si attua un vero e proprio matricidio che è all’origine della nostra cultura. Attraverso il riconoscimento dell’autorità materna sarà possibile, per le donne, la creazione di un nuovo ordine simbolico.

    La signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime, Milano, La Tartaruga, 2006. Prima edizione: La signora del gioco, episodi di caccia alle streghe, Feltrinelli, Milano 1976

    La caccia alle streghe continua a essere un capitolo difficile della storia europea e questo libro è un nuovo tentativo di leggerla, dando ascolto a quello che le vittime tentano di dirci. Molti storici pensano che non sia possibile conoscere il punto di vista delle vittime, che si tratti della caccia alle streghe o di altre persecuzioni. Posizione discutibile. C’è un legame che non si può rompere tra il persecutore e la vittima, e quando il primo afferma il proprio punto di vista, tira dentro anche la seconda.
    Basta avere la pazienza di seguire il filo esile e intermittente di questa presenza seconda. Seguendolo, indietro nel tempo, di processo in processo, il libro ci fa incontrare le donne accusate di essere streghe, in realtà spesso donne dedite alla medicina e alla divinazione, tutte diverse tra loro. Perdenti in partenza, per l’enorme disparità di potere, le vittime si difesero con tutti i mezzi che avevano a loro disposizione, con la fuga, con la sincerità, con la fantasia, con la ragione, con la religione, con il silenzio, con la malattia mentale, con la morte.

    Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista, Milano, La Tartaruga, 1985, 2003 (tradotto in tedesco e in spagnolo)

    Saggio scritto con un linguaggio che non fa pensare al rigore della ricerca scientifica, «Guglielma e Maifreda» racconta la nascita di una comunità religiosa di uomini e donne, popolani, borghesi, mercanti e aristocratici, riuniti attorno alla figura di Guglielma, attiva a Milano nella seconda metà del duecento e sepolta a Chiaravalle come una santa. La comunità prosperò poi sotto la guida di Maifreda da Pirovano, ma terminò con un processo dell’Inquisizione e roghi accesi in Piazza della Vetra.

    Il Dio delle donne, Milano, Mondadori, Milano 2003 (tradotto in francese, spagnolo e tedesco)

    Alla fine del Medioevo, all’alba dell’Europa moderna, prese avvio un pensiero che arriva fino ai nostri giorni per vie solo in parte conosciute, pensiero di donne che avevano (e hanno) con Dio un rapporto di confidenza e grande libertà. Si chiama mistica femminile, o meglio teologia in lingua materna.

    Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia, Milano, Feltrinelli, 1981. Seconda edizione Roma, Manifestolibri, 1998

    L’autrice analizza in questo testo- che è stato un punto di riferimento teorico decisivo per il pensiero della differenza- il rapporto tra corpo e linguaggio, nonché il conflitto fra le figure retoriche della metafora e della metonimia, riconsiderando, da un punto di vista radicalmente nuovo autori come Saussurre, Lacan, Nietzsche, Jacobson.

    Lingua e verità in Emily Dickinson, Teresa di Lisieux, Ivy Compton-Burnett, Luisa Muraro e le/gli studenti del corso dell’Università di Verona, 1995

    Il titolo Lingua e verità viene dal corso di ermeneutica filosofica che Luisa Muraro ha tenuto nel 1994-1995 all’Università di Verona. Il Quaderno, nato dall’ «l’entrata in filosofia» delle circa venticinque tra studentesse e studenti che l’hanno seguito, è dedicato a Emily Dickinson, Teresa di Lisieux, Ivy Compton-Burnett.

    Si tratta di tre maestre del «lavoro linguistico per la dicibilità dell’essere», in cui consiste, per Luisa Muraro, l’impegno filosofico. Colpisce, in questo lavoro, che la santa venga accostata a una miscredente come Ivy Compton-Burnett. Non ci sono più appartenenze alle grandi formazioni storiche della cultura italiana, a causa dell’unica differenza che non si intende annullare, la differenza femminile. Lingua e verità invita a farsi giocatrici più che commentatrici della realtà e del mondo in cui viviamo, dando significato innanzitutto a ciò che siamo.

    Lingua materna, scienza divina. Scritti sulla filosofia mistica di Margherita Porete, Napoli, D’Auria, 1995

    Luisa Muraro racconta lo stupore provato di fronte alla lettura dello Specchio delle anime semplici di Margherite Porete. Stupore dovuto al riconoscimento di una lingua scritta che incarna quella materna.

    Porete fu accusata di aver scritto e propagandato un libro eretico. Per questo fu condannata al rogo nel 1310. La peculiarità del suo libro si trova nell’uso diffuso e deliberato del femminile e nell’esposizione umile al giudizio di altre donne, riconoscendo così un’autorità femminile.

    Per raggiungere il suo obiettivo, quello di realizzare il ritratto dell’amore divino affinché gli altri trovino Dio, l’autrice non si appella direttamente a Dio o alle Sacre Scritture, ma espone l’essere e l’usage (pratica di vita) delle anime annientate: quelle persone che, avendo raggiunto la perfezione in questa vita, rappresentano Dio.

    La posizione isterica e la necessità della mediazione, a cura di M. Ferrante, Donne Acqua Liquida e Udi, Palermo 1993

    Nella nostra cultura l’attaccamento femminile alla madre senza sostituti possibili, non avendo traduzione simbolica, mette molte in un rapporto difficile tra il loro corpo e quello della madre. L’isteria, prima ancora di essere sofferenza e disordine, è un attaccamento intero alla figura materna. L’accettazione della sostituzione della madre, e di conseguenza il riconoscimento che in realtà si tratta di una restituzione, rende possibile l’accesso all’ordine simbolico). La lingua, probabilmente, è la sola possibile sostituta per l’isterica, così come il parlare è l’attività che meglio di ogni altra sembra render conto della relazione tipicamente femminile con la madre. A sostegno di questa tesi, la «talking cure» di Anna O., di cui hanno trattato Breuer e Freud, e la politica dell’autocoscienza del movimento politico femminile.

    Seconda edizione in Italia per un lavoro che ora ha perso: “Siamo donne, non è da tutti!”.

    Amare le differenze è alla base di questo saggio di Muraro. A parlare è una giovane cittadina europea, Irina, che in Italia ha perso il lavoro. Le donne esistono per se stesse, non essendo né seconde né tantomeno complementari agli uomini. A partire da questa presa di coscienza è avvenuto un doppio cambiamento nell’autrice e nel mondo. Il mondo ha cominciato a popolarsi di donne. Luisa Muraro riprende così le vicende di alcune donne memorabili, oscurate dalla storia poiché donne (da Paolina Leopardi a Cristina de Pizan).

     

    Pubblicazioni in opere collettanee

    Introduzione di una idea, in Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, Liguori, Napoli 2009.

    La schivata, in Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori, Napoli 2009.

    Introduzione, in Iris Murdoch, Esistenzialisti e mistici. Scritti di filosofia e letteratura, a cura di P. Conradi, Il Saggiatore, Milano 2006.

    Introduzione, in Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005.

    La differenza sessuale da scoprire e da produrre, con altre, in Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, Nuova edizione 2003.

    La maestra di Socrate e mia, in Diotima, Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Liguori, Napoli 2002.

    Fare compagnia alla mente inferma. All’incrocio di altro, in Diotima, Il profumo della maestra. Nei laboratori della vita quotidiana, Liguori, Napoli 1999.

    Lettere dall’università, a cura di L. Muraro e P. A. Rovatti, Filema, Napoli 1996.

    Partire da sé e non farsi trovare…, in Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori, Napoli 1996.

    Oltre l’uguaglianza, in Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori, Napoli 1994.

    L’orientamento della riconoscenza, in Diotima, Il cielo stellato dentro di noi. L’ordine simbolico della madre, La Tartaruga, Milano 1992.

    La nostra comune capacità d’infinito, in Diotima, Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1990.

    Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne, firma collettiva Libreria delle donne di Milano, Rosenberg & Sellier, Torino 1987.

    L’erba voglio. Pratica non autoritaria nella scuola, a cura di E. Fachinelli, L. Muraro e G. Sartori, Einaudi, Torino 1971.

    Articoli e varie

    Ha pubblicato articoli su diversi quotidiani e riviste, tra cui Via Dogana, DWF, Duoda, Micromega, Il manifesto, L’Unità, Bailamme, Critica marxista, aut aut, Rinascita, Quaderni piacentini, L’erba voglio, Rivista di filosofia neo-scolastica, Giudizio universale.

    Al limite, la violenza, Via dogana, n. 100, marzo 2012

    L’accusa di razzismo scorciatoia mentale, esonero morale, errore politico, Via Dogana, n. 92, marzo 2010

    Le donne c’entrano, Via Dogana, n. 88, marzo 2009

    È venuto il momento ed è questo, Via Dogana, n. 90, settembre 2009

    Vivere in un mondo che sembra all’oscuro della nostra libertà, Via Dogana, n. 86, settembre 2008

    Preti e femministe, Via Dogana, n. 83, dicembre 2007

    Con Debora Spadaccini, Scrittura politica e scrittura mistica in Carla Lonzi, DWF, 1999, n. 42-43, pp. 56-75

    Con Antonia De Vita, Margherita Porete “beguine moult suffisant” e il movimento beghino del XIII secolo, DWF, 1997, n. 33, pp. 51-78

    Una speciale contraddizione, DWF, 1997, n. 34-35, pp. 69-73

    Con Francesca Doria, Percorsi d’amore nel pensiero di Luce Irigaray, DWF, 1995, n. 28, pp. 61-70

    Commento alla “Passione secondo G.H”, DWF, 1987, n. 5-6, pp. 65-78

    Link dove compaiono interventi dell’autrice

    Intervista per la Repubblica on-line
    http://www.repubblica.it/cultura/2014/05/12/news/luisa_muraro_ho_lottato_con_amore_per_le_donne_ma_l_egoismo_la_mia_vera_forza-85907256/

    Ciclo di lezioni sul tema della violenza tenuti nel 2013 presso la Libreria delle donne di Milano su stimolo di Ida Farè, Rossella Bertolozzi e Sandra Bonfiglioli.

    Tiratevi su, si torna a combattere. Prima lezione
    http://www.youtube.com/watch?v=U3pXUFk9tC8

    Con il piede in due staffe. Seconda lezione
    http://www.youtube.com/watch?v=snophSOfqB0

    Possiamo veramente evitare di tagliar teste e bruciare castelli?
    http://www.youtube.com/watch?v=tNZGzRCK5ZQ

    Luisa Muraro su Dio è violent
    http://www.filosofia.rai.it/articoli/luisa-muraro-dio-%C3%A8-violent/16197/default.aspx

    Interventi dell’autrice trasmessi dall’emittente radiofonica Radio Radicale
    http://www.radioradicale.it/soggetti/luisa-muraro

    Intervento dell’autrice sulla politica secondo Margherita Porete
    http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticacristiana/piume.htm

    La verità in democrazia (con Massimo Adinolfi)
    http://www.nazioneindiana.com/2006/03/28/la-verita-in-democrazia/

    Intervento su Jeanne Hersch
    http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/03/luisa-muraro-jeanne-hersch/

    Intervista di Ida Dominijanni a Luisa Muraro
    http://www.libreriadelledonne.it/_oldsite/news/articoli/contrib120709_muraro.htm

    Intervista di Bia Sarasini a Luisa Muraro
    http://www.libreriadelledonne.it/news/articoli/contrib190304.htm

    Intervista di Simonetta Robiony a Luisa Muraro

    http://www.libreriadelledonne.it/luisa-muraro-tra-uomo-e-donna-manca-il-senso-libero-della-differenza/

    Link

    Sito della Comunità filosofica Diotima
    http://www.diotimafilosofe.it

    Sito della Libreria delle donne di Milano
    http://www.libreriadelledonne.it/

    Sito del Centro di Ricerca delle donne Duoda dell’Università di Barcellona
    http://www.ub.edu/duoda

    Sito della rivista Giudizio Universale
    http://www.giudiziouniversale.it/d/

    Iniziative

    Master “Studi della libertà femminile” presso il Centro di ricerca Duoda di Barcellona
    http://www.ub.edu/duoda/web/es/cursos/6/

  • Annarosa Buttarelli – Su “Autorità” di Luisa Muraro

    Annarosa Buttarelli – Su “Autorità” di Luisa Muraro

    L’ultimo splendido libricino di Luisa Muraro (Autorità, collana Gemme, Rosenberg&Sellier) prosegue nell’opera di scuotimento del buonismo generale iniziato con il molto discusso Dio è violent… Parlo di scuotimento, perché, si sa, l’autorità è una parola, una pratica, addirittura un modo di vivere molto difficile da metabolizzare nel mondo contemporaneo. Quasi impossibile, fino ad ora. Muraro aveva già guidato la Comunità filosofica Diotima a rompere il tabù di cui è fatta oggetto l’autorità, attraverso la ricerca di una sua altra radice capace di scongiurare gli esiti nefasti della sovrapposizione di significato tra autorità e potere. Ne era uscito il libro di Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità (1995); libro imperfetto fin che si vuole e degno delle obiezioni che ha ricevuto, ma tuttavia molto tempestivo e acuto nell’indicare una via di liberazione dal grave problema della disgregazione dei legami sociali, dovuta anche al senso malinteso dato alla parola “uguaglianza”. Perfino Zygmunt Bauman – meglio tardi che mai – si trova ora costretto a scrivere Le radici del male, un libro in cui il “male” dei nostri tempi è identificato con la scomparsa della percezione delle “dissimmetrie”, delle qualità differenti di capacità, merito e sapienza, svaporate nel fumo del buonismo illuminista del “diritto” all’uguaglianza. Un malinteso fatale.

    Il lavoro di Luisa Muraro porta ora a una sua perfezione il tema “autorità” attraverso alcune potenti mosse filosofiche, tra cui un’ulteriore radicalizzazione rispetto al lavoro fatto da Diotima.

    Nella radicalizzazione si fa aiutare dal linguista Benveniste che assicura al lemma un campo semantico dispiegabile intorno al senso di “promuovere all’esistenza”, marcandone così la qualità generatrice di vita. Con Diotima, ci si era fermate al senso latino di augere, che significa far crescere, aumentare. Ma questo, mentre da un lato stabilisce una genealogia femminile del fare autorità, dall’altro, la stringe indubbiamente su di un motivo materno-nutritivo. Un senso che espone troppo l’autorità all’obiezione della ricaduta nell’incarnazione appropriativa e saturante, soprattutto da parte delle donne. In altre parole, rendeva facile far ricadere l’autorità nell’essere una rigida posizione individuale, e non un’energia realizzatrice e circolante nelle relazioni, come in effetti è. La radicalizzazione operata da Luisa Muraro, sottolineandone l’efficacia generativa, rende ora possibile pensarla e praticarla nelle relazioni anche incarnandola provvisoriamente, senza timore dell’appropriazione, poiché è rivolta all’esistenza di altro da sé. Pure mantenendo la genealogia femminile, dato il campo semantico del “mettere al mondo”, l’autorità può riprendere il suo essere “forza misteriosa” che attraversa alcune, alcuni ma non tutti, e che può legare in una benefica relazione di fiducia. L’analogia è con la fiducia dai tratti gioiosi che, nell’infanzia, lega il bambino e la bambina alla propria madre. L’impronta di quella fiducia si rende disponibile anche a chi sa già parlare e desidera che venga al mondo il desiderio altrui, o a chi desidera trovare in altre, in altri l’orientamento per il proprio desiderio.

    Una delle mosse filosofiche tra le più belle di Luisa Muraro è quella di collocare proprio nell’infanzia l’inizio della capacità generativa della relazione d’autorità: l’infans, chi non sa ancora parlare, dall’interno di questa relazione impara a parlare, cioè a pensare, cioè a venire nel mondo attraverso il linguaggio. Come a dire che l’autorità mette e rimette in condizione di pensare facendo capitare il meglio di ogni trasformazione possibile con la sola forza della parola, detta e offerta in una relazione potente e “senza i mezzi del potere”. Spostare nel territorio dell’infanzia l’esperienza della generatività dell’autorità, permette a Luisa Muraro di fare un’altra mossa: portare finalmente alla luce, oltre alla sua misteriosità da mantenere tale, anche la sua fragilità.

    La natura fragile dell’autorità si evidenzia nel fatto che è tutta affidata alla forza delle relazioni e alla capacità di discernere quelle che la possono far esistere irradiandola anche al contesto di vita in cui si mostrano queste stesse relazioni. Si può sperimentare frequentemente quanto offendere o aggredire una relazione di autorità (dunque, di fiducia) produca un effetto di desautorazione e disgregazione di tutto il contesto in cui la relazione aggredita portava orientamento. Quando questo accade si diffonde una certa sofferenza e si rompono, senza rimedio, legami sociali e politici, poiché non si possono imporre fiducia e autorità, anche se sono proprio loro a tenere ordinati i contesti.

    La forza dell’autorità costituisce anche la sua fragilità. E con questa indicazione, Luisa Muraro riesce  a dislocare decisamente l’autorità dal potere e a ridefinirla come esperienza generativa dei legami sociali. Soprattutto, fa circolare in questi la libertà necessaria a mettere al mondo il proprio meglio, e forse la vita umana stessa.

  • L. Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011

    L. Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011

    Come un surfista sulla cresta dell’onda

    Recensione di Giuliana Giulietti

    Ci sono gesti che le donne compiono dai primordi della vita umana e che tra mille peripezie e difficoltà  passano, una generazione dopo l’altra, di madre in figlia : spendersi per i viventi, rendere abitabile la terra, ricreare incessantemente le possibilità dell’esistenza contro le forze disgregatrici del caos sempre all’opera per sconvolgere il mondo. Nel suo ultimo libro, il bellissimo Non è da tutti: l’indicibile fortuna di nascere donna, Luisa Muraro rende omaggio alla grandezza femminile; una grandezza che  non ha nulla a che vedere con il prestigio personale, la carriera, il denaro, che non si specchia nelle graduatorie della società, ma che si “gode specialmente nell’intimo di sé”, che assomiglia a “un’avventura segreta” o “ a un abito di tutti i giorni ma disegnato da Valentino”; e nel rendere un tale omaggio lei ripete nella scrittura i medesimi gesti : mettersi dalla parte dei viventi
    e fare ordine, perché lo si possa abitare con agio, in un presente sempre più caotico, buio, disperante.
     Il “privilegio di essere donna” – un privilegio che Luisa Muraro ha accettato e messo in gioco nella sua vita personale e pubblica –  è ciò che le consente di  “accendere una luce” sulla  realtà che non è, nel  suo pensiero, un qualcosa di dato, di toccabile, vedibile, verificabile ( quell’oggetto, quell’idea, quel fatto ), ma relazione tra ciò che è e ciò che non è, tra quello che conosciamo e l’imprevisto che d’un tratto, in una sorta di epifania, diventa visibile e si mostra.
    Come la libertà femminile, inaudita fino alla seconda metà del Novecento e il cui orizzonte si è aperto – oltrepassando l’ordine patriarcale che di certo non la prevedeva  –  quando le donne sono uscite con una schivata ( come gli animali inseguiti dai predatori ) dalla traiettoria del potere e  si sono presentate sulla scena del mondo come soggetti desideranti e parlanti in autonomia. La felicità di esistere e di esserci – qui, sulla terra – è scaturita allora  per Luisa e per le tante altre con le quali ha condiviso l’esperienza del femminismo, dalla sensazione di una vita non più imprigionata in se stessa, ma libera di significarsi per se stessa, con le proprie parole, i propri desideri.
    La scoperta di sé, frutto della relazione tra donne, è stata al tempo stesso la scoperta di quello che lei chiama il privilegio di essere donna anche se, essere donna, è una condizione umana difficile. Per tutte: le belle e le brutte, le giovani e le vecchie, le ricche e le povere, le venerate e le umiliate. Ma essere donna  – ed è questa la fortuna  che ci è toccata in sorte-  significa guadagnare un modo unico e insostituibile di intimità con il genere umano e, dunque, un “di più” rispetto alla condizione maschile. Un “di più” che in società diventa visibile solo a sprazzi, ma che non sfugge agli sguardi ammirati di certi artisti che lo hanno scorto proprio là dove esso si manifesta, “fra le cose ordinarie della vita”, come è appunto il caso del pittore olandese Jan Vermeer.

     

    Le donne di Vermeer versano il latte, ricamano sedute sulla soglia di casa, scrivono o leggono una lettera, pesano gioielli su una bilancia, reggono una brocca, indossano collane di perle davanti a uno specchio. Rappresentate nella loro potenza luminosa (come la Lattaia  che figura sulla copertina del libro), esse sono un mondo a sé, inviolato, riservato, indipendente e del quale il pittore  ha colto, fissandolo sulla tela, l’ineffabile riflesso di quel  “di più” il cui godimento è specialmente interiore e che assomiglia a “un’avventura segreta”.
    Per riconoscere anche nella società la grandezza femminile e farle posto è necessario – scrive Luisa Muraro – sgombrare il campo dalla commedia falsamente femminista della  parità fra sessi, una commedia che mette in circolazione una rappresentazione diminuita e caotica delle donne, che sottovaluta la loro autonomia personale, la loro capacità di muoversi da sole per i loro progetti e che ancora le vuole – nonostante la rivoluzione femminista degli anni 60 e 70 del Novecento e il pensiero della differenza sessuale – uguali all’uomo.
     L’uguaglianza è un bene irrinunciabile, verissimo. Ma è altrettanto vero che la libera realizzazione di sé si gioca – come è stato annunciato e praticato nella seconda metà del Novecento dalle donne in rivolta- su un piano affatto diverso. Un piano dove il desiderio di politica non si confonde con la rincorsa al sempre più potere e dove l’esigenza non è di spartire il potere ( come invece comanda la politica delle quote),  ma di uscire dalla sua logica di contrapposizione e di complicità e dove quel che si guadagna è “ un poter essere e  un far essere” e le capacità ricevute insieme alla vita, “ di godere, soffrire, amare, desiderare e, in caso, amare”.
    Certamente – Luisa Muraro ne è consapevole – ai cambiamenti realizzati dal movimento delle donne sono venuti a mancare negli ultimi due decenni, un contesto e un seguito che li avrebbero dotati di un credito più esteso. Ci sono oggi – lei dice – molti motivi per disperare e che “ si frappongono tra l’umanità e ogni possibile voler bene”: le guerre, per quello che sono le guerre da sempre e per le caratteristiche che hanno assunto oggi;  mai dichiarate, croniche, micidiali per la popolazione civile e il territorio;   la crisi economica e lo sgomento delle persone giovani sradicate sia dal futuro che dal passato. Ma Luisa Muraro non è donna da perdersi d’animo e sa perfettamente che la grandezza femminile – che in lei risplende meravigliosamente –  non sparisce neppure nelle circostanze più difficili, talvolta perfino si accentua. E così, con la stessa pazienza, tenacia  e “ colpo d’occhio”( e forse con un sospiro di sgomento) con i quali una donna affronta, per riportarvi ordine, pulizia e luce, la confusione brutale di una stanza dove è appena entrata, lei ci invita con le sue parole che appunto fanno ordine e luce, a rilanciare la scommessa del femminismo, a uscire ancora una volta, con una schivata, dalla traiettoria del “sempre più potere” e a rimettere in gioco, facendoli uscire dall’invisibilità e dal silenzio, la nostra esperienza, i nostri desideri. La libertà femminile sta oggi sul crinale che emerge tra due alternative mutilanti: la richiesta di una muta dedizione di sé da una parte, e “l’offerta crescente di vie d’uscita verso un’autoaffermazione in termini di parità, cioè ricalcata su modelli ed esigenze maschili dall’altra”. Nonostante i tempi bui e l’assordante e insensato proliferare di discorsi sulle donne ( quote, dignità offesa, veline, salvatrici della nazione ecc. ) Luisa Muraro continua a sentire tra le donne, “ un filo di quell’umore felice del surfista che corre sulla cresta dell’onda”. Sì perché lei, con il suo sguardo profondissimo e limpido come la sua mente, ancora scorge all’orizzonte della sua e delle nostre esistenze, un barlume di felicità. Una felicità che comanda di essere annunciata e condivisa con altre, con altri. Del resto, certe rivoluzioni ( e quella femminista lo è stata) sono scoppiate così –  scrive Luisa – “solo perché la felicità si è mostrata all’orizzonte”.

     

  • L. Muraro, Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano 2009

    L. Muraro, Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano 2009

    CopertinaUna prefazione che spiazza, quella che dà l’avvio all’ultima opera di Luisa Muraro, filosofa, mistica e femminista storica, fondatrice insieme ad altre della Libreria delle Donne di Milano. Racconta di un congedo, quello del muratore, che finito il proprio lavoro raccoglie gli attrezzi, dà un’ultima occhiata e lascia la casa a quelli che l’abiteranno. “Anch’io mi congedo, con queste parole”, dice Muraro. Si tratta di un congedo del qui e ora, e non dalle lettrici e dai lettori, quanto dalle parole dedicate nell’intero testo a “far conoscere cose in sé non nuove, anzi antiche” ma che rischiano di andare perdute “perché sono fatte di una materia finissima”. Questa materia è l’esperienza e la politica del simbolico femminili, l’esperienza dell’imparare a parlare – che il femminismo ha fatto sua –, dell’essere attivamente coinvolte nella vita dei segni, un’esperienza che nasce dall’interno del corpo femminile in contatto con il mondo, che è potere senza potere, oscurità che fa luce, piccolo che si misura con il massimamente grande. E’ il mercato della felicità, un mercato elementare che viene prima del mercato del profitto e che è molto più grande, è il mercato che facciamo a partire da dove siamo e dalla nostra esperienza, nel quotidiano, è lo scambio interminabile tra corpo e parola che produce un di più, il di più femminile, il “sopram-mercato”.

    Quello che si scorge nella sequenza dei capitoli – ognuno indipendente dall’altro – e nelle storie che Muraro utilizza per raccontare dell’esperienza, è un percorso del desiderio che parte dalla passione del desiderio come contrattazione instancabile, incarnata nell’immagine della vecchia che si mette in fila al mercato per comprare lo schiavo Giuseppe con dei gomitoli di lana, consapevole di non poter competere con i gioielli offerti dagli altri compratori, ma che non si fa vincere da moderazione o rassegnazione, e al mercato ci va lo stesso, ci va in prima persona, perché è in prima persona che si desidera. Con il racconto della donna dei gomitoli Muraro ci parla della forza irrinunciabile del desiderio, di un desiderio sproporzionato che, seppur senza mezzi adeguati, va incontro alla realtà e la mette alla prova, perché “il reale non è indifferente al desiderio e non assiste indifferente alla passione del desiderare” (p. 8). La donna dei gomitoli, e come lei molte altre, è portatrice di un desiderio che non si misura con il reale realizzato, ma che va oltre, diventando un vantaggio tutto femminile, il guadagno – ci dice Muraro – di andare al mercato con la moneta di uno svantaggio storico da spendere. E’ l’invito di Carla Lonzi ad approfittare della differenza. E’ la politica delle donne che lo ha insegnato e lo insegna, con i suoi scacchi, i suoi spostamenti, i suoi passaggi.

    Nella semplicità di un pensiero che si fissa nella mente “io sono una donna e non c’è da dimostrare c’è da essere”, una giovane Muraro si esonera dalla parzialità della cultura progressista, tutta risposte, razionalizzazioni e vigilanza, e si libera dalla dipendenza ad un universale e un simbolico maschili, per dire di un nuovo universale, di un pensiero femminile che, come afferma Angela Putino, non è interesse di parte, ma “pensiero per tutti”, che significa “esistere e pensare in prima persona, ed esserci come tali, pensanti a partire da sé, in presenza e in compagnia di altre, altri” (p. 46). E’ questo il femminismo di cui ci racconta Muraro, un movimento che si sgancia da quella “landa d’insensatezza nota come “emancipazione femminile”” (p. 42) e dall’uguaglianza tra i sessi come tana per gli uomini e trappola per le donne, e che si nutre della differenza, dell’altro, come alterità e come plus. E’ qui che l’impensato accade, svuotando la mente del suo patrimonio di cose già pensate, ingarbugliando il confine tra l’interno e l’esterno, rendendo inadeguate le parole. L’irrompere dell’impensato, un “trauma”, come lo definisce al negativo la psicologia scientifica, diventa la possibilità di dare luogo “a sviluppi positivi, a spostamenti liberanti, che fanno cadere i recinti isolanti e i muri separanti” (pp. 52-53), s’impone nella vita cosciente del pensiero come la sola cosa da pensare, e modifica radicalmente l’esperienza del tempo, perché spacca la continuità del tempo-che-passa. Da qui, il “da ora in avanti” – come Muraro lo definisce – appare vuoto, una pagina bianca. Ebbene, su questa pagina il femminismo ha scritto, modificato e riscritto nel corso degli anni, riconoscendosi nell’impensato che irrompe, che porta alla luce le contraddizioni di una temporalità lineare che oscura e annulla una temporalità altra, quella femminile, il tempo delle donne che riconosce la simultanea presenza di numerose e diversificate esperienze del tempo come proprio tratto caratteristico, il resto di tempo che Madame de Maintenon, sposa segreta del Re Sole, dona al collegio Saint Cyr, un tempo qualitativo che eccede il tempo ordinario del re. E’ l’esperienza soggettiva e di grande valore politico che Muraro accosta, con uno spostamento mistico, alla conversione di Paolo sulla via di Damasco, quando dopo una caduta da cavallo viene folgorato da una luce e dalla voce di Gesù Cristo che gli chiede il perché della persecuzione nei suoi confronti. Muraro lo chiama ribaltone e “ribaltone paolino” è il capitolo dedicato al repentino mutamento di Paolo, al suo incontro-scontro con un impensato, la verità di Cristo, che diventerà poi il fulcro della sua predicazione. E’ interessante come la filosofa-mistica renda conto della capacità di Paolo di dire l’indicibile attraverso le mediazioni nel passato con cui ha rotto: “della religione che professava in precedenza riprende tutto, compresa la legge e l’elezione divina del popolo ebreo, e la rimodella così come lui stesso è stato preso e rimodellato dal pensiero impensato, ora pensiero dominante” (p. 68). Oltre la mistica interpretazione, si scorge a mio avviso un simbolico forte della mediazione con il passato, non più, oggi, rigetto di una cultura – il maschile patriarcale – quale passato del primo femminismo, bensì appropriazione e riscoperta di un già pensato, il femminismo nelle sue molteplici declinazioni (i femminismi), che fa da sfondo – o da colonna portante, se rimaniamo ancorati alla figura del muratore con cui abbiamo aperto – alla pratica politica e al linguaggio simbolico femminili delle donne che andranno ad abitare questa casa. E’ forse questo lo spostamento necessario affinché si aggiri il rischio che le cose importanti, fatte di materia finissima, vadano perdute, che la libertà acquisita nel perseguire i propri desideri venga soffocata, che la forza irrinunciabile del desiderio non riesca a salvare il mondo.

    C’è preoccupazione nelle pagine del libro per l’incapacità degli uomini a capire il femminismo della differenza, incapacità del pensiero e dell’essere politico maschili ad interagire con un movimento visceralmente politico che attraversa ognuna singolarmente, senza definire obiettivi, ma guidato da una “domanda di godimento”. Muraro si affida alle parole di Manuela Fraire per dire di questa differenza femminile: “La cosa importante non è il desiderio di qualcosa, ma il rapporto e la trasformazione di sé che si opera per via del desiderio” (p. 92).
    Ho colto in alcune parti del testo la stessa preoccupazione in relazione alle donne, quelle a cui Muraro si rivolge mettendo per iscritto la sua esperienza femminile e femminista. E’ il rischio dell’esonero dal lavoro della necessaria mediazione:

    “E così si smette semplicemente di cercare le parole che l’altro potrebbe capire e magari condividere, fino a pensarsi in termini che non comprendono il punto di vista dell’altro e neanche lo prevedono, fino a pensare il mondo come se l’altro non esistesse”(p. 119)
    . Muraro utilizza la figura – per niente retorica – di un paese che diventa militarmente più forte dei suoi vicini e perde la capacità di fare politica estera, e racconta di essere stata colpita, dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, da una notizia in particolare: il governo statunitense si rese conto solo allora di non avere al suo servizio traduttori dall’arabo. E lì l’impresa terroristica diventa improvvisamente meno impossibile e meno mostruosa. Cercare le parole per significare, è questo il senso della necessaria mediazione di cui parla la filosofa, è trovare le parole per dire di un’esperienza e riconoscerla come prima non si poteva, “è un disfare maglie per ricavare dal passato la materia prima per riprendere di nuovo a vivere” (p. 121), è attivare un circolo e risvegliarne un di più. Dov’è la preoccupazione verso le donne di cui dicevo? E’ il timore che non si cerchino più le parole per raccontare il sentire e l’essere femminili, che si interrompa il circolo della mediazione da cui riprendere vita, che non si disfino più maglie per ricavare materia prima. E’ – forse – un implicito invito alle donne, soprattutto le più giovani, ad abitare la casa che il muratore ha ultimato, varcare la soglia, guardarsi intorno, riconoscere segni, simboli, il già pensato, il già detto, il passato che serve a dire l’indicibile e dal quale ricavare la materia prima, per poi entrare con la propria esperienza e farne il motore del pensiero, irrompere come impensato nell’ordine simbolico in vigore, perché “al posto della regola ci siamo tu ed io, qui e ora” (p. 136).

    E’ il senso della necessaria mediazione, è mediazione vivente che si rivolge al vero, al bello, all’amore, alla gioia, con la certezza che da qualche parte tutto questo si trovi, sicuramente dentro di noi, e in altre ed altri. Muraro ci invita a tenerlo presente, insieme a tutto il resto che conta e pesa, perché possa contare e pesare (anche questo) in ciò che diciamo e facciamo, perché è solo questo ciò che ha la capacità di rendere, di restituire. E’ la libertà.
    Non è un caso che il libro si chiuda con l’immagine della donna gravida di mondo, “di quello che il mondo, di fatto, al momento, non è, non sa, non può”.

    Recensione di Teresa Di Martino

  • Franca Clemente – Violenza e matri-archè. A proposito di “Dio è violent”

    Franca Clemente – Violenza e matri-archè. A proposito di “Dio è violent”

    Due aspetti vedo emergere della analisi sulla violenza che Muraro propone sul suo pamphlet “Dio è violent.”. La messa in discussione della violenza delegata l patto sociale e la violenza diffusa come conseguenza della crisi di questo patto, del venir meno dei suoi presupposti.
    Muraro scrive che il patto sociale è generato da un accordo: rinunciare alla prepotenza per convivere civilmente con gli altri. Quindi un accordo tra forti. Ma perché i forti avrebbero dovuto rinunciare alla loro forza, al potere, se non perché un accordo di tal genere ha soprattutto il fine di difenderli dalla prevaricazione di tutti gli altri. Un patto sociale quindi dovrebbe essere eminentemente difensivo. Ma quando lo stato decide di esercitare la sua funzione difensiva, lo fa attraverso la forma dei diritti, diritti che valgono però solo se chi ne è soggetto ha la forza di esercitarli. Il diritto è dei forti quindi, non dei deboli.. Le donne ovviamente non potevano far parte di un tale patto.
    Di più: lo stato, il garante del patto sociale, si pone come predone. E’ la violenza più odiosa, quella esercitata dal protettore che si trasforma in aguzzino.
    A mio avviso però, il patto sociale non è degenerato, ma è nato con un difetto genetico. Lo stato moderno nasce dalla spinta delle classi che detengono il potere economico. Eric Roll, ad esempio, nella sua storia economica, afferma che il mercantilismo, il fenomeno che ha preceduto e reso possibile la formazione del capitalismo, nasce da un complesso di misure che potevano essere garantite solo dagli stati moderni e che i governanti accolsero le proposte mercantilistiche e vi adattarono la loro politica. Il connubio tra economia e stato si è andato sempre più stringendo e le teorie del contratto sociale ne sono la giustificazione teorica..
    Il nostro patto sociale si è basato sul capitalismo, sull’esistenza delle classi sociali, sulla costrizione a vendere il proprio lavoro come una merce. Il patto sociale si è fondato storicamente sulla accettazione dello sfruttamento di alcuni, dei più; sulla schiavitù economica, che oggi si chiama delocalizzazione; sul diritto, questo sì garantito dallo stato, di appropriazione delle risorse della terra, che erano e sono ancora di tutti, e sul loro uso indiscriminato a fini di denaro, che ha portato oggi la terra al collasso. E l’ultimo consesso di Rio de Janeiro ha seppellito l’ennesima, estrema speranza di resipiscenza.
    La politica conforma le regole dello stato a quelle del mercato. La conseguenza è l’impoverimento diffuso, gli stati in balia del capitale, i livelli sociali che si omogenizzano verso il basso.
    In questo patto sociale, qualcuno detiene il potere di vita e di morte su altri e decide se questi domani potranno ancora mangiare col proprio lavoro, che comunque dovranno ripagare debiti enormi o soccombere alla fame. E’ un processo di esproprio già visto quando, tra la fine del Basso Medioevo e l’inizio dell’era moderna, cominciò la recinzione delle terre dei contadini , che li portò a vendere il proprio lavoro alle condizioni del nascente capitalismo. Il gioco si ripete, ma oggi ha cambiato nome: la chiamano crisi, ma ormai sempre più economisti la definiscono strutturale, di sistema e questo significa che potranno esserci oscillazioni anche verso la crescita, ma il trend delle condizioni di vita e delle possibilità di lavoro è decrescente. L’imposizione fiscale abnorme è un salasso senza costrutto. Il capitalismo si nutre ormai delle proprie carni e il potere politico che ne ha sempre garantito l’esistenza non rappresenta ormai che i poteri forti dell’economia. Essa non è in grado di soddisfazione i più elementari bisogni come nutrirsi, abitare.
    Ha un bel dire chi ha sostenuto che il lavoro può essere occasione di realizzazione personale e che per le donne l’obiettivo è lavorare bene e dividere con il proprio compagno l’onere del lavoro riproduttivo.
    Che la struttura economica sia la prima causa di violenza sulle persone mi sembra indubitabile. E la violenza a mio parere scaturisce dalla lotta manifesta tra due paradigmi. La violenza è espressione di questo scontro ed è espressione ormai conclamata, resa evidente, salita alla superficie. Il carattere schizofrenico di questa società sta venendo a galla , nel momento in cui è in gioco la sopravvivenza delle persone e della terra. Si tratta di una guerra all’ultimo sangue e i contendenti sono due diversi, ormai incommensurabili paradigmi.
    Da una parte la società capitalistica, dove ogni cosa, materiale o no, può e deve essere comprata contro un prezzo e ogni cosa ha valore solo se può essere trasformata in denaro. E il mercato è necessariamente fondato sul principio dell’homo homini lupus, sull’abnorme espansione della popolazione da cui trarre braccia e consumatori per sorreggere la sua espansione. Grandi numeri significano e complicazione normativa della convivenza, estrema specializzazione, meccanismi di decisione delegata, artificiosità spiralica dei controlli che pretenderebbero di ingabbiare la variabilità dell’agire umano.
    Una società insomma dove le regole della convivenza sono plasmate su quelle della economia di mercato, ma che per sopravvivere ha bisogno di essere supportata dalla intelaiatura del circolo del dono. Quella che Muraro chiama “fare la nostra parte“ e che identifica come sostanza del vero patto sociale. Che mi sembra più appropriato chiamar economia senza corrispettivo economico , e non si tratta di un patto, di un accordo, ma della base di ogni relazione umana, necessariamente nata sul modello della relazione materna.. La società basata sul capitalismo se ne nutre ma se ne differenzia drasticamente come il nutrire si differenzia dal produrre cibo per il mercato, il curarsi delle persone dal fare politica, l’impegnare la propria attività per creare convivenza migliore dallo sfruttamento del lavoro salariato
    Il circolo del dono viene strumentalmente definito come sfera morale e riproduttiva, come se fosse possibile separare dualisticamente la sopravvivenza da ciò che è necessario perché si realizzi, l’ambito della vita dai mezzi con cui alimentarla e gerarchizzare questi ultimi come ordinatori di quella.
    Ritengo che sia una aporia generatrice di violenza la convivenza di due paradigmi incompatibili e che sia possibile anzi indispensabile cominciare a pensare e costruire una scelta di campo.
    Svelare come una illusione quella di riformare il capitalismo e pensare l’economia di mercato come un contenitore adeguato di una società più vivibile.
    Condivido molto della analisi di Muraro, ma non ho chiaro in cosa consista per lei la leva che deve muovere le donne, né riesco a connotarne la “differenza”. Mi pare piuttosto una affermazione che non afferma, non costruisce, non propone, ma si ferma alla decostruzione: almeno su quella siamo tutte d’accordo. Contratto sociale come contratto sessuale imposto. Patto sociale come artificio che nasconde rapporti classisti e sessisti. Differenza basata sulla rottura del contratto sessuale. Sottrarsi alla fascinazione simbolica del potere. Sacrosante parole, ma che non connotano ancora la differenza.
    A mio avviso il desiderio , sfoltito del suo aspetto irrazionale, è una modalità per fare ponte tra pensiero ed azione, così come la violenza. Né tanto meno può il desiderio di protagonismo rendere senso alla nostra discesa sul campo di battaglia della storia. Niente di tutto ciò sostanzia una alternativa, la cui ricerca è l’unico motivo per cui siamo qui e apriamo un racconto e non certo un imbuto, una strettoia in cui è opportuno non cacciarsi.
    La risposta la trovo piuttosto proprio nella affermazione di Muraro
    “Siamo diventati umani grazie a un ordine simbolico materno”
     e più oltre
    “Senza forza simbolica che cosa diventa la politica?”
    . La leva per me può essere soltanto il Matri-archè. Il concetto di materno che non è un discrimine tra chi genera e chi no. Le Matri-arche non sono donne che generano. Ne abbiamo fatti abbastanza di figli, per soddisfare il diritto di proprietà del padre, fornire braccia all’agricoltura, allargare la platea dei consumatori. Le società matriarcali che conosciamo sono demograficamente stabili e la terra non sopporta altro. Matri-archè è piuttosto il principio modellatore della convivenza. Tradurre in politica, nel senso antico di polis, l’ordine simbolico della madre. Ne abbiamo esempi concreti e forse lo abbiamo nelle radici storiche, sicuramente nelle radici simboliche delle origini.
    Il concetto di materno è stato storicamente deformato e racchiuso nella famiglia mononucleare, con tutte le patologie che si porta dietro. Il concetto di materno che usiamo oggi è un surrogato della della forza e vastità della potenza performativa più che dell’atto.
    E’ quello che si intuisce nelle immagini della cosiddetta Dea Doppia, patrimonio delle antiche culture matrilineari di tutto il mondo e dell’Europa in particolare, come ci racconta Gimbutas. Non credo fosse una rappresentazione religiosa, l’immagine di una divinità, per quanto immanente pur sempre metafisica. Preferisco vederla come una simbolizzazione delle radici in cui affonda una cultura. Simbolo che ribadisce l’appartenenza, riaffermazione della adesione ai valori di una comunità. Simbolo di un modello sociale che non contemplava l’Altro, ma il doppio di sé. Simbolo che riafferma la collocazione nel solco delle radici. Il materno come doppio femminile. Emblema e modello di un tipo di relazione, dove la separazione non è mai distacco, individuazione come strappo. Madre degli umani, degli animali, delle montagne, di ogni essere comunque generato e mai Altro. Il materno. Non banale senso di responsabilità, che rimanda al dovere, né solo cura come sinonimo di attenzione, parola abusata. Ma qualcosa che permea la cultura.
    Una forma di legame che si deve tradurre in legame sociale soppiantando e non più convivendo con il patriarcato e le sua espressioni materiali, il capitalismo, il mercato, il denaro.
    Appare chiaro allora che la questione non attiene agli strumenti, le buone pratiche, l’ecologia, la decrescita, ma alla struttura della società e al suo senso, alla motivazione e alla forma dello stare insieme.
    La cura non si basa, a mio avviso, sulla dipendenza reciproca, la dipendenza dei mammiferi, che crea gerarchia, ma sul principio del doppio. Principio che unifica contrapposto al concetto di Altro che crea contrapposizione. E’ il principio della sapienza materna, contrapposto a quello, violento, del distacco, della lacerazione come valore fondante della individuazione.
    Egemonia del materno, assunto come status originario, modellante della cultura, attributo che modifica . E regole sociali coerenti con il paradigma in cui tutti nascono e che sta alla base della ricomposizione di produzione e riproduzione.
    E’ qui,per me, il centro del problema e il punto di partenza della riflessione di senso sulla violenza. L’invito a “non entrare nell’imbuto delle alternative ma aprire un racconto”, mi sembra una parodia di pensiero debole, in cui del resto troppo spesso le donne si sono rifugiate, per non creare divisioni interne. Questa scelta di scopo si è di fatto tradotta nel suo contrario. Individualismo e parcellizzazione. Assenza di una proposta da condividere. Una magari, fondativa, su cui orientare una battaglia che funga da quella leva di cui parla Muraro. Una leva che soltanto può concernere la struttura della società. Ci appelliamo alle giovani, ma purtroppo non possiamo al presente che proporre il nostro disorientamento ela nostra paura. Il fascino emancipazionista che le attrae va controbilanciato con una altrettanto fascinosa proposta. Potrebbe rivelarsi sbagliata? E’ nelle cose.
    Il comunismo, a mio avviso, non ha rappresentato una leva perché tra i suoi mezzi contemplava l’uso possibile della violenza., ma perché il suo discorso era una promessa, apriva una possibilità di radicale cambiamento della società.
    Oggi, tenere insieme cura e conflitto rischia di rivelarsi una giustapposizione, una ulteriore espressione di malinteso pensiero debole. Non farei appello alla intelligenza collettiva, che suona come indefinito buon senso; né al desiderio, che può portare ad un irrazionale surrogato della realtà. Preferisco piuttosto affermare : I have a dream!
    Dissertare di violenza mi sembra piuttosto un pleonasmo, una affermazione ridondante rispetto a quella di “legittima difesa”. L’istinto, più che il diritto, di difenderci da tutto ciò che ci nuoce.
    Che è altro dalla resistenza. Resistere è mantenere le posizioni, resistere all’assedio. Ma, visto che i nostri non arriveranno mai, non li aspettiamo proprio, resistere significherà perdere e allora per spezzare l’assedio occorre uscire dalle mura e combattere. Ci saranno morti e feriti. Siamo assediati da un sistema violento e da un nemico che ci affama, ruba per sé le risorse della terra, attenta alla nostra salute con la contraffazione e l’inquinamento. E’ in gioco la sopravvivenza della terra: come si può concepire di scendere a patti? E’ proprio per antiviolenza che dobbiamo fermare la violenza, a qualunque costo
    La cura non è pacifismo, proprio perché è finalizzata alla conservazione, deve fermare la violenza, costringerla, non invitarla, a desistere.
    Alcune rivoluzioni contemporanee sono iniziate dalle madri, che hanno fatto un gesto di contrapposizione dei loro corpi alla violenza. Lo stesso gesto di piazza Tienanmen o del vecchio nativo americano di fronte ai trattori mandati a radere al suolo il suo villaggio. Ma è anche qualcosa in più. Afferma: di qui non si passa e non saranno ammesse trasgressioni. La posta in gioco è troppo importante, vitale.L’illusione di trovare una via per non pagare prezzi è un candido meccanismo di rimozione. Non credo che se l’Aquila avesse accolto Berlusconi con un lancio di sassi, ma neanche di pomodori, sarebbe stato capito e nessuno avrebbe reagito.
    Gli spazi legali di opposizione sono assai esigui e ormai del tutto inefficaci. Il potere si concentra sempre più nelle mani di pochi, e il ricatto in atto in Europa costringe a rinunciare ad ogni spazio di democrazia, se non vogliamo chiamare democrazia la farsa delle elezioni. Ognuno di noi ha tanta voce quanta una goccia nel mare. La cosiddetta crisi è ormai concordemente definita strutturale, ma invece di indurre la profonda revisione del sistema economico e finanziario che l’ha generata, viene utilizzata per trasferire sovranità a livelli più globali.
    Un disincantato sguardo storico rivela il tentativo di riformare, “moralizzare” questo meccanismo divoratore come la più grande utopia. L’utopia dei diritti, il cui esercizio è riservato ai forti. D’altra parte non condivido l’analisi che vuole il sistema vigente in, seppur lenta, agonia, ma lo vedo come un mostro vitale che sa rispondere con rinnovata energia ad ogni possibile colpo, dal momento che chi lo guida ha in mano tutte le leve di manovra.
    E’ necessario cominciare concretamente a discutere la fattività della messa in mora del meccanismo di mercato. E qui l’apertura alla possibilità di forme di lotta non legalizzate si impone. Lasciamo pure la violenza alle istituzioni e ai loro mezzi espliciti od occulti. Per noi l’uso della violenza sarà q.b. per riuscire ad ottenere senza desistere.
    Questo è credo la nostra giusta violenza: quella della disubbidienza a tutto ciò che esula dall’ordine simbolico della madre. Mettere fine allo sfruttamento dell’umano sull’umano, allo sfruttamento delle risorse per fini di mercato, che rende di fatto impossibile anche la semplice sopravvivenza di molti, significa mettere in mora alcuni dei diritti che sono storicamente a fondamento della nostra società, come il diritto di proprietà e le leggi di mercato e rimettere in circolo l’economia del dono.
    Dono non certo di oggetti, la cui materia non ci appartiene, ma del valore aggiunto che poniamo nel procurarcela e nel trasformarla per la comunità. Dono quindi di energie, attenzione, responsabilità, cura insomma e non profitto.
    Concordo che non esista una violenza giusta, ma solo una violenza efficace. Del resto solo di giustezza si può parlare perché il concetto di giustizia è invenzione umana, non pensabile al di fuori di tale ambito e funzionale solo nella misura in cui può essere interpretata.
    Leggevo uno degli ultimi quaderni di via Dogana, in cui Ina Praetorius lancia una proposta che, alla prima lettura mi è sembrata ingenuamente fiduciosa. La proposta di andare, le donne, le madri, a Davos, dove annualmente si riunisce la crema della ricchezza mondiale per decidere le sorti di tutti gli altri umani, per parlare con questi Paperoni della irrazionalità del loro agire e della violenza che esercita sui nostri e sui loro stessi figli. Alla luce del discorso sulla violenza ho ripensato come questa forma potrebbe essere emblematica di una contrapposizione delle donne guidate dai principi del matri-arché, contro quelli, il potere e il denaro, che Davos simbolizza e concentra. Violenza alla Tienanmen, dove lo studente è stato ucciso, ma gli altri erano subito dietro. Violenza? q.b., ma fino a ottenere il cambiamento di paradigma.