• Maschio bianco, maschio nero

    Maschio bianco, maschio nero

    di Francesco Raparelli

    Senza dichiarare guerra al machismo reazionario che sta prendendo in ostaggio il mondo, non c’è maschile alternativo che possa affermare nessi duraturi con le lotte femministe.

     

    Il compito più visionario rimane tuttavia quello di ri-concettualizzare la mascolinità, affinché nella cultura, nella nostra vita di tutti i giorni, vi siano modelli di trasformazione capaci di aiutare i ragazzi e gli uomini che lavorano alla costruzione di un proprio sé, alla strutturazione di nuove identità.

    bell hooks

     

    Uomini a me molto cari, oltre i sessanta, da quando padroneggiano WhatsApp, mi inviano spesso meme che ricevono da amici, conoscenti, o conoscenti di conoscenti. Meme, barzellette, battute. Per quanto riguarda i meme, uno più di tutti mi ha colpito: una barca in mare – scena nota e bersaglio tanto del governo giallo-verde quanto delle formazioni neofasciste – carica di bellissime ragazze nude; in questo caso, chiarisce il meme, gli italici maschi sarebbero più che felici di aprire i porti, magari di accogliere in casa. Tra le barzellette, tantissime, prevalgono quelle sulle mogli che tradiscono, spesso con il migliore amico del maschio in questione. Addirittura una volta mi hanno inviato una lunga fila di immagini, relative ai mondiali di calcio in Russia: donne nude, tette sode dipinte con i colori delle bandiere nazionali; arriva la volta dell’Italia, e c’è Vladimir Luxuria che fa il bagno al mare.

    Molte e molti penseranno: cosa c’è di nuovo? Non si tratta dell’immaginario della commedia sexy all’italiana, quello così caro a Berlusconi e ai balletti di Arcore? Vero. Eppure, i tre casi citati indicano un passaggio tutt’altro che innocuo. Nella commedia sexy all’italiana era l’uomo medio, brutto e con la pancia, Lino Banfi solitamente, che ambiva e praticava il tradimento con la bella attrice di turno. Ora, invece, emergono altre verità: i migranti insidiano il nostro sesso, che bello sarebbe se al loro posto arrivassero tante donne nude e disponibili; le mogli, e le donne in generale, sono stronze perché tradiscono, soprattutto se l’amico ha più soldi; negli altri paesi del mondo le donne sono e fanno le donne, da noi prevalgono trans e froci (che sono anche i politici, la casta, i corrotti).

    Sono certissimo che chi mi inoltra quanto sopra descritto non ne condivide contenuti e valori. Quanto meno nella sua esistenza concreta, nella sua lunga biografia, che conosco. Eppure riceve e inoltra, continua la catena. Si crea dunque un flusso, prende forma un ambiente fatto di immagini e parole, di offese e risentimento, di riscatto e violenza. Un “tappeto” sensibile che solletica il maschio che invecchia, e che magari si è in parte impoverito; che sicuramente ha perduto speranze e illusioni, politiche quanto personali. Ma non si tratta solo di senilità, pure questione decisiva. Risentimento e violenza riguardano i maschi tutti, anche quelli giovani che non sono più disposti ad accettare il tradimento della “propria donna”. Giustamente, Alberto De Nicola sostiene che il neoliberalismo porta con sé non solo la diffusione a dismisura della forma impresa, come chiarì già Foucault nel 1979, ma anche della proprietà. Quella del maschio che prende schiaffi dal mercato e dalla vita, sarebbe la donna. Quando lasciato o tradito, magari per il conoscente che ha più soldi (o “virilità”), c’è una sola cosa da fare: «metterla al suo posto»; lei, e i figli, che comunque sono della madre. Così, in Italia, una donna ogni due giorni muore per mano di un uomo, assai spesso di un ex. Maschi che condividono un senso comune: quotidianamente alimentato dalla Lega e dalle sue politiche, ci mancherebbe; ma anche dalla «tempesta di merda» che colonizza silenziosamente la loro attenzione, trasforma modi di sentire e percezione.

    La violenza dell’uomo di casa, o di quello in divisa, non è mai un caso mediatico e politico. Può capitare, ma ultimamente non capita proprio più. Il “caso”, quello che rilancia giornalisti pruriginosi e grande schermo, riguarda sempre e solo i femminicidi compiuti da migranti, possibilmente africani. I fatti ultimi di San Lorenzo, a Roma, insegnano. E Salvini deve aver studiato con attenzione i modelli americani di governance, perché sa che uno stupro fatto dai “negri” è il lasciapassare per la militarizzazione dei territori, la ruspa che cancella solidarietà e cultura, lasciando intatti narcotraffico e criminalità organizzata, spianando la strada – metaforicamente come letteralmente – alla valorizzazione immobiliare. Fortunatamente per noi tutti, in Italia e nel mondo c’è il movimento femminista a chiarire che stupri e femminicidi non hanno passaporto: riguardano i maschi, bianchi o di colore, dentro e fuori casa. Da marxista non pentito, so che questa verità ce l’hanno insegnata le donne che lottano, e solo loro.

    Mentre il corpo di Desirée scompare, perché figurati che gliene frega ai reazionari di un’adolescente sofferente, prende il sopravvento il colore della pelle degli assassini, pusher e stupratori. Non ci si chiede perché i maschi stuprano e uccidono le donne, ma quale sia la sessualità delle “bestie” africane. Torna in superficie, con tutta la sua violenza, la competizione sessuale tra maschi – lo testimoniano, d’altronde, decine di articoli spazzatura in merito del Giornale e di Libero. Mi ricordo allora di una vecchia canzone di Vasco Rossi, che un pò tutti ascoltavamo negli anni Ottanta: «è andata a casa con il negro la troia». O piuttosto delle clip porno in cui il marito bianco (con la pancia) è tradito dalla moglie scafata col mandingo (ovvero l’uomo nero, statuario, con l’enorme pene).

    Conosco la precisazione del militante: quella di Salvini è speculazione politica, si colpisce il «nemico della patria» per eludere i problemi (economici) che contano. Giusto. Desirée come Pamela Mastropietro (a Macerata), la grande occasione per Salvini di prendersi Roma – ora che Raggi scricchiola. Giustissimo. Ancora: c’è in ballo, spesso, la gerarchizzazione secondo la linea del colore dello spaccio. Vero. C’è anche qualcosa in più, però, che ha a che fare tanto con il nuovo (globale) attacco patriarcale e le politiche pubbliche contro le donne (tra le italiche vicende ultime: il DdL Pillon; le mozioni consiliari contro la 194 di Verona e Roma) quanto con la produzione di immaginario. Problema, quest’ultimo, assai rilevante per la alt.right US e Steve Bannon, e che noi(maschi di movimento), invece, con troppa facilità mettiamo da parte o affrontiamo superficialmente. Nell’immaginario, scriveva Sartre alla fine degli anni Trenta, c’è sempre e soprattutto una capacità di nullificare la realtà. Nel bene, con l’immaginazione possiamo prefigurare mondi a venire, sollecitando la trasformazione del presente. Nel male: non c’è realtà dello sfruttamento quotidiano che possa convincerti che il problema fondamentale della tua vita non sia il “negro”. «È andata a casa con il negro la troia», e non con l’amico di Alfredo…

    Una femminista degli anni Settanta, prendendo la parola durante la toccante manifestazione dello scorso venerdì a San Lorenzo, ha avanzato una proposta forte: sono decenni che le donne non smettono di lottare contro la violenza maschile, è giunta l’ora che gli uomini facciano la loro parte, magari con un grande corteo silenzioso. L’idea a me piace molto, e magari è piaciuta anche ad altri – me lo auguro. Stai a vedere che qualcosa di simile può accadere in tempi non lunghi… Corteo o non corteo, però, ciò che non è più rinviabile è un lavoro collettivo sulle parole, sulle immagini, sul senso, sulla sessualità, sul fantasma. Senza uno scavo che sappia prendere seriamente l’inconscio, e far emergere in primo piano quel maschile alternativo che pure, tra molte difficoltà, è incarnato da tanti, si rischia di essere ininfluenti. Che l’immaginario e il fantasma sono un campo di battaglia, i movimenti se lo ripetono dal Sessantotto. Che la battaglia che conta, oggi, si gioca sul terreno nefasto del machismo reazionario è verità – tra gli uomini – ancora da conquistare.

    Un rischio c’è, bene esser chiari da subito. L’inconscio è fatto e sempre da fare, collettivo e singolare nello stesso tempo. Accade tra la natura e la storia (come chiariva Elvio Fachinelli), facendo saltare la distinzione. Se è così, il lavoro sull’inconscio (uso la parola lavoro non casualmente) non è ripiegamento nell’interiorità, che tra l’altro non esiste, ma contributo decisivo, se non premessa, per la lotta di classe contemporanea. L’inconscio è una materia potenziale – costituita di affetti, «forme vitali», immagini e segni – che sta tra gli individui. Di più: degli individui, costituisce la singolarità; che è impersonale, preindividuale. In questa materia che sempre già siamo, che ci fa e che facciamo, dobbiamo mettere le mani. Per salvarci.

    (articolo già apparso su DinamoPress)

     

    Francesco Raparelli è nato a Roma nel 1978. Laureato in filosofia politica presso l’università la Sapienza, ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’università di Firenze, con una tesi dedicata alla genealogia del concetto di ‘singolarità’. Da sempre attivo nei movimenti studenteschi e precari, ora anima le Camere del Lavoro Autonomo e Precario di Roma. Nella primavera del 2012 ha partecipato, come autore e ospite in studio, al nuovo programma televisivo di Sabina Guzzanti Un due tre… Stella. Esc, l’atelier autogestito di San Lorenzo (Roma), è la sua ‘casa’. Per i titoli di Ponte alle Grazie ha pubblicato La lunghezza dell’Onda. Fine della sinistra e nuovi movimenti (2009) e Rivolta o barbarie. La democrazia del 99 per cento contro i signori della moneta (2012).

  • Maschilità Virilità Maschilismo

    Maschilità Virilità Maschilismo

    Quello che segue è lo “script” della lezione tenuta il giorno 24 Marzo 2018 a Roma Tre, nell’ambito del laboratorio Lineamenti del Master Studi e Politiche di Genere. Mi scuso in anticipo per il tono tipico del “parlato” riportato qui. Il testo vuole essere, oltre che un aiuto per gli studenti, occasioni di ulteriori scambi e approfondimenti sugli argomenti toccati.

    Oggi esploreremo insieme il campo semantico e quello pragmatico di queste tre parole: maschilità, virilità e maschilismo. Cercheremo di capire in che modo, perché, in che senso queste tre parole ineriscono alla storia del pensiero di cui ci occupiamo in filosofia e dei paradigmi di cui ci occupiamo in questo master, in questo laboratorio.

    Guiderò io questa ricerca: Lorenzo Gasparrini, filosofo – precisamente fenomenologo – femminista, cioè un filosofo che lavora con i metodi della fenomenologia e l’approccio femminista alla storia e alla pratica del pensiero occidentale. Questo è un master e un laboratorio: mi è parso molto onesto nei vostri confronti portarvi alla discussione quello che sto facendo, le cose su cui lavoro e che studio, affinché il nostro incontro di oggi sia insieme una esposizione – semmai le due cose si possano separare – di contenuti e di metodi.

    Prima di affrontare le tre parole di cui abbiamo parlato, una premessa è necessaria.

    Il posizionamento – un’altra parola – viene usata nel senso che ci interessa per la prima volta da Adrienne Rich in una conferenza in Olanda. Rich si accorge di cosa viene proiettato sul suo corpo di donna: discorsi costitutivi, identitari, simbolismi, sguardi altri che sussumono in categorie universali declinate in un generico impersonale maschile quello che universale maschile non è: il suo corpo. Che invece è un soggetto situato fonte di un senso proprio.

    Quando mi pongo di fronte a voi come filosofo femminista che fa un’analisi dei fenomeni per come si presentano nella mia esperienza alla coscienza, faccio un lavoro analogo: mi pongo in una esperienza già data e la critico dalla mia situazione, ne cerco i fondamenti trascendentali. Essere-nel-mondo è tutto fuorché una condizione astratta o universale, ha innanzi tutto un genere che ne condiziona la percezione e il linguaggio, esperiti ed espressi, di cui ho coscienza nelle relazioni in quanto soggetto situato. Per esempio – non è certo una novità nella storia del pensiero – si dovrebbe cominciare con l’analisi di una relazione che si tua tutti e tutte per la prima volta: essere nati e nate da una donna.1

    Cominciamo con la prima parola, maschilità. Per definizione essa è l’insieme dei caratteri fisiologici e/o tradizionali propri del maschio, del maschile. L’elemento interessante è la pretesa di tenere insieme un elemento naturale e uno storico: pretesa possibile solo attraverso l’attuazione di particolari poteri. Il potere del “normale”, metaconcetto sovrastorico e categoriale che interviene laddove la vigente caratterizzazione della maschilità è intaccata. Questo metaconcetto esiste anche nella versione opposta e complementare: l’emergenza. Stiamo parlando di eterosessismo: la normale maschilità è eterosessuale, condizionando così anche la femminilità. Lo strumento che attua questo potere è il sessismo, la discriminazione di comportamenti e di pensieri a seconda del genere.

    Storicamente viene costruita una rete di relazioni che veicola poteri (discriminanti e oppressivi) che identificano una vera e propria educazione alla maschilità il cui scopo possiamo riassumere così: fare di ogni differenza una gerarchia, congelando le differenze dei corpi e delle storie di ciascuno/a soggetto/a situato/a in una gerarchia di poteri e valori nei quali il maschile eterosessuale è in cima.

    La frase “la presenza nel mondo implica il porsi di un corpo che sia una cosa del mondo e un punto di vista sul mondo” potrebbe essere stata scritta da tre autori ai quali facciamo continuamente implicito riferimento: Simone De Beauvoir, Maurice Merleau-Ponty e Ludwig Wittgenstein. Quel paradosso del soggetto situato basterebbe da solo a scardinare la gerarchia di potere maschile (e ogni altra, probabilmente, in senso politico) e storicamente questo paradosso ci ricorda due momenti importanti:

    • le interpretazioni storico-sociali della maschilità egemone portano alla creazione di maschilità funzionali ai nuovi ruoli di potere: il romanzo borghese nasce per soppiantare l’epopea omerica, ormai inservibile, con l’epopea del self made man (riconosciuta in anticipo dai romantici tedeschi come Fr. Schlegel che già vede nell’ironia romantica lo smascheramento di quel potere), che legge quei libri che passeranno da Erziehungsroman (romanzo pedagogico) a Bildungsroman (romanzo di formazione).

    • Il corpo dei re dell’ancient regime era sacro e diverso (per molti secoli si è creduto davvero che avessero il sangue di un altro colore, il sangue blu). La ghigliottina rivoluzionaria distrugge quei corpi (e quelli della regina e quello di Olimpe de Gouges che le aveva descritto la sua oppressione) ma non quel potere che passa dal corpo di pochi a una massa, a una classe, alla borghesia del denaro.

    Arriviamo alla definizione di virilità: essa è un tempo, il tempo dell’azione maschile, il tempo della maschilità nel mondo, una dinamica di esercizio del potere maschile. Avendo un inizio e una fine, essa prescrive un simbolismo iniziatico e finale per le sue manifestazioni, l’ordine simbolico fallico di cui hanno parlato tanti femminismi. Spesso ne hanno parlato come di una vera e propria teleologia nascosta ed efficace, un “grande disegno” di dominio che non è un complotto ma è il patriarcato, la forza politica e sociale che persegue il fine di perpetuare il potere con caratteristiche maschili.

    Il simbolismo è quello del “successo” borghese cui sono devoti linguaggi e immaginari della comunicazione moderna, che nascono appunto negli anni di affermazione di quella classe sociale. Da filosofo però non posso non constatare che questa distorta e dispari gerarchia dei generi a vantaggio del maschile e che produce le idee di maschilità e virilità è un vero e proprio canone presente da sempre: da Aristotele a Kant non c’è filosofo occidentale minimamente importante che non abbia scritto almeno un passaggio di esplicita misoginia, di chiara oppressione del genere femminile o di esaltazione di quello maschile come “il” genere vero e proprio, l’unico e il solo in grado di pensare il mondo nel modo corretto.

    Questo non vuol dire che tutta la filosofia occidentale sia da buttare via: come nella migliore tradizione dell’ecologia, dobbiamo imparare a usare gli scarti, le macerie, e non a gettare via. Judith Butler è una grande conoscitrice di Hegel e lo sa usare, pur nella cosapevolezza lonziana che c’è da sputarci sopra.

    Non va mai dimenticato che lo strumento della logica duale è da sempre in azione ed è una ulteriore strumentazione del pensiero in palese contraddizione con il corpo e il soggetto situato. Questo non percepisce né significa mai due soli “stati”, due valori, ma molte più differenze. Come ricorda Merleau-Ponty con una frase finita poi in una canzone dei Tiromancino “sono le sfumature a dare vita ai colori”. E, ci ricorda il Foucault che di Merleau-Ponty aveva studiato ossessivamente ogni appunto reperibile, è il potere a produrre il sapere, e non viceversa.

    Per troppi secoli il discorso filosofico è stato a una voce sola. Sono un filosofo femminista da quando ascolto e provo a mettere in pratica ciò che arriva da quest’altra voce, che mi fa riconoscere tante cose prodotte da quell’unico monologo precedente:

    • l’onnipresenza dei dispositivi sessisti nella lingua, nel linguaggio e nei comportamenti;

    • l’ipocrita “crisi del maschile” con il quale si appella la reazione sociale alla perdita di potere di un genere, educato a non vedere in quella perdita nuove libertà possibili;

    • l’altrettanto ipocrita “ritorno alla natura” (idea storica anch’essa) e a una “selvatichezza” maschile che sarebbe la salvezza di tutti e tutte;

    • il “divide et impera” politico con il quale si cerca di tenere divisi femminismi e femministe/i attraverso l’uso strumentale di divisioni di potere.

    In una parola, quella voce sola è maschilismo.

    Per questo nessuna delle relazioni di potere agite o veicolate dal maschilismo è simmetrica, ma sempre gerarchica; il primo inganno ancora tanto creduto è che il maschilismo sia il contrario del femminismo, ossia la stessa “ideologia” ma agita dagli uomini. Basterebbe l’esperienza biografica di Angela Davis, poco tempo fa ospite qui a Roma Tre, per raccontare come sia possibile che uomini neri, attivisti comunisti negli USA degli anni ‘70 – immaginate quindi a quante e quali forze oppressive dovessero fronteggiare – riuscissero a essere schietti e sinceri maschilisti nei confronti delle compagne di lotta come lei. Neanche la comunanza dei tanti razzismi subiti, delle persecuzioni sociali vissute insieme, era capace di scalfire la gerarchia tra generi instaurata, al di là del colore della pelle e delle sofferenze politiche, dal patriarcato vigente.

    Della paradossale situazione del soggetto situato soffrono anche le discipline di cui stiamo parlando. Abbiamo cioè discipline con un oggetto, e abbiamo questo oggetto che diviene soggetto e pone interrogativi alle altre discipline. In questo senso i femminismi sono antidoti al potere che crea maschilità oppressive, virilità, maschilismo. Gli esempi della letteratura comparata e della filosofia interculturale hanno già dimostrato come funzionano discipline “a più voci” che rendono fecondi quei paradossi dei soggetti incarnati, invece di zittirli o di “astrarli” in concetti universali vuoti e disponibili per i poteri vigenti.

    Se n’è accorta anche la filosofia da quando concede sempre più spazio alla letteratura e alla sua consustanziale ironia: per tutto il ‘900 fior di filosofi lasciano la parola a romanzieri/e, a poeti/esse.2

    Il campo semantico e pragmatico di quelle tre parole va quindi pacificamente permeato di discorsi che ne sgretolino il potere monocratico e monocorde a partire dalle esperienze critiche dei soggetti situati. E’ quello che già fa, da almeno due secoli, tanto femminismo. Tra cui, per una piccolissima frazione, il vostro filosofo femminista che vi ringrazia.

    1 Provenendo da studi di estetica, mi è familiare il paradosso di un soggetto situato che è anche un oggetto situato come accade nello studio della bellezza come fenomeno né oggettivo né soggettivo ma di relazione; un tipico studio fenomenologico che non può porsi senza posizionamento.

    2 Intreccio ben documentato, ad esempio, nell’estetica di Emilio Garroni.

  • L’ufficio di Weinstein è arredato da Hefner

    Della carenza di un simbolico maschile contro il potere patriarcale

    Convitato di pietra

    Il breve lasso di tempo tra la morte del fondatore di Playboy e lo scoppio del “caso Weinstein” sembra una cesura insuperabile, mentre invece l’elemento per comprendere molto di quello che sta accadendo era lì, a portata di mano nelle chiacchiere appena spentesi sul cadavere di Hugh Hefner. L’errore più banale su di lui lo hanno fatto in tanti e in tante: liquidare la questione, magari con una certa soddisfazione, come si trattasse solo di un trastullo per peni solitari – oppure del solito sfruttatore di donne su larga scala. Purtroppo non era e non è così, o comunque non solo così. Pochi giorni dopo arriva anche il “caso Weinstein” a ricordarlo, ma sempre a pochi e poche. Lateralmente ma non meno fortemente la morte di Hefner prima e la vicenda Weinstein poi hanno riproposto anche un problema tipicamente italiano: le competenze per giudicare sensatamente la vita e l’opera di un uomo che ha modellato l’immaginario sessuale di milioni di uomini per diverse generazioni. Perché, tra le altre cose, è il simbolico di Hefner che rende leciti, per il senso comune, gli insulti alle donne che non dicono di no al molestatore.

    Un luogo dove tutto è possibile

    Hefner ha trovato decenni fa una ottima soluzione a un problema di adeguamento del potere patriarcale: dove può esercitare un uomo etero quel potere, ora che viene socialmente minacciato dalla mobilità sociale e dai femminismi che hanno sempre più spazio. La risposta è: in casa. Trasformando la casa nel suo luogo di potere, visto che in pubblico le cose sono difficili sia per via della esasperata competizione maschile, sia per le giuste rivendicazioni femministe. Quindi mettiamoci a produrre una esperienza anestetizzata in partenza, domestica e trasgressiva insieme, estrema e sicura; la formula vincente della pornografia commerciale. Il letto e il pigiama non sono questioni estetiche, o meglio lo sono propriamente: Hefner li fa diventare divise, tipiche divise maschili attraverso le quali riconoscere valori comuni, appartenenze indiscutibili, cameratismo maschile di un tipo nuovo, diverso dalla rincorsa all’onore e dalle spettacolari prove di virilità. Un corpo maschile in pigiama è inoffensivo ma simbolicamente potente, perché impone di adeguarsi al suo desiderio domestico, avvicinabile, economico e liberatorio per tutti.

    Liberatorio anche perché sullo sfondo, non perché non a fuoco ma fondamentale, sta la questione del desiderio. Il lavoro di Hefner non consisteva in primo luogo nel dare agli uomini un potere sulle donne: già lo avevano, ma era condiviso in uno spazio pubblico che ne rendeva particolarmente difficile l’uso e il mantenimento. Come per ogni altro bene a disposizione dal boom economico in poi, il problema di Hefner era diverso dall’esercizio indifferenziato di potere in ambito familiare o sociale: voleva un numero illimitato di donne in maniera esclusiva per tutti. Per questo era necessario non già sfidare leggi e consuetudini, ma configurare uno spazio di possibilità per esercitare un potere, convogliando il desiderio in uno spazio sicuro e inattaccabile. Una strategia sostanzialmente difensiva che ha bisogno, per attuarsi socialmente, di tre caratteristiche: un simbolico potente, un marketing aggressivo, un’utopia seducente. Queste tre armi sarebbero dovute servire contro un femminismo sempre più diffuso e contro quel fenomeno che all’epoca (1958) era raccontato come The Womanization of America. Ben sapendo che il valore simbolico eccede il valore di scambio, Hefner si adopera per fabbricare una mascolinità mitica.

    Il simbolico e il mercato

    Per capire che mercato e moralismo c’entrano poco, se non come effetti invece che come cause, basterebbe continuare a seguire Preciado, come abbiamo fatto fin qui, nel suo Pornotopia. Hefner ha prodotto un codice estetico per vendere alla massa uno spazio di potere maschile portatile, domestico, riproducibile; e lo ha fatto generando una forza simbolica che ha lentamente permeato tanti di quegli aspetti della comunicazione che – come all’epoca aveva ben capito McLuhan – sono diventati non la forma del messaggio ma il messaggio stesso il quale, destinato a una massa, si fa per questo politica. Questo codice estetico ha cominciato lentamente e irresistibilmente a riprodurre, adattandolo a un mercato, lo spazio del potere maschile, rendendolo personalizzabile e sicuro, vendibile e discreto, aperto a novità nei rapporti di lavoro tra uomini e donne, tanto da essere considerato all’avanguardia – sempre all’avanguardia, ogni volta all’avanguardia.

    Quelle novità di politiche del lavoro che però non avrebbero potuto sovvertire i rapporti di potere. Come, lo stesso Hefner lo ha spiegato con una semplice battuta su Twitter (11 luglio 2011 alle 16:45): «I have a lot of girlfriends because I don’t call them bitches, Jroe. A little respect will take you a long way». Altro che pimp. Questo comportamento, infatti, dà i suoi risultati in a long way: dagli anni 2000 la maggior parte dei consumatori di prodotti Playboy è donna, perché Hefner ne rispetta la moralità. Quella che ha creato lui: «non c’è prostituzione, intesa nel senso tradizionale, perché non c’è pagamento per i servizi sessuali femminili. Playboy non intende trasformare tutte le giovani americane in prostitute ma, cosa ancor più interessante e vantaggiosa, cerca di far sì che tanto gli uomini quanto le donne si convertano in clienti (più che in lavoratori), consumatori della pornotopia sessuale Playboy e dei suoi prodotti derivati» (Preciado).

    Quello che Hefner ha risolto socialmente è stata la riproducibilità di uno spazio maschile dove non ci fosse alcuna competizione, ma la felicità di essere clienti e attori/attrici di quello spazio. L’«estetizzazione della politica» (Benjamin) ha fatto il resto: la sua finta rivoluzione dei costumi – fosse stato realmente rivoluzionario non avrebbe costruito alcun impero economico – ha prodotto un linguaggio e un immaginario nel quale la disponibilità del corpo femminile non è neanche più da discutere, perché entrambi i corpi maschile e femminile sono lì per divertirsi: il maschile come padrone di una domesticità (in pigiama) nella quale il femminile è un accessorio felice di esserlo (la coniglietta).

    Non è fantascienza

    Non per caso la simbologia hefneriana non vuole nessun altro uomo intorno, e pretende che nessuna donna abbia un ruolo domestico non professionale; non per caso nelle sue mansion Hefner ha attuato politiche egualitarie pioneristiche, ma ha bandito l’omosessualità. Le fondamenta eterosessuali ed eterosessiste sono da considerarsi uno stretto dogma, mentre tutto il resto può, anzi deve, essere esteticamente reinventato. Per questo sulle pagine di Playboy science fiction e difesa simbolica di un mondo altro sono andate di pari passo. La creazione di un mondo alternativo andava sostenuta con una una simbolica fuga, verso un colonialismo di nuove immaginarie lande dove realizzare, su larga scala, quello che si può comunque cominciare a fare nel proprio appartamento. Non serve realizzare l’utopia, basta raccontarla; in questo Hefner non ha fatto altro che ripetere ciò che tante politiche occidentali hanno fatto, il suo successo non è che la ratifica di un esistente ben corroborato dal racconto di un immaginario altrove. La sua è la metafora di tutta la politica neoliberista; possiamo considerare tranquillamente le promesse capitalistiche di democrazia ed equilibrio economico come l’ennesimo, per niente originale, porno commerciale.

    Etica ed estetica

    Nel frattempo, come sappiamo da un pezzo dalla storia delle madonne e delle maddalene, l’estetica della coniglietta crea, specularmente, l’etica della “vera donna”. Quella che vediamo furiosamente propugnata da tante donne che commentano, appena due settimane dopo la morte di Hefner, la vicenda di Weinstein e di Asia Argento, e di tutte le altre donne che, secondo questa morale, in quanto giovani e belle si sono concesse a un potente di turno ottenendo dei vantaggi. Il linguaggio del potere che si è scatenato intorno a Weinstein e il suo studio (come già è successo nel caso di Strauss-Kahn in albergo, di Polanski in casa, di Clinton nello studio ovale) è quello di Hefner: il suo potere personale è tale da rendere abituale l’estorsione di una prestazione sessuale da chi entra nel suo spazio. Questo spazio è sempre più largo: dalla casa domestica alla casa di produzione, alla casa pubblica di un ministero, all’ufficio di dirigenti e proprietari, e così via. L’ottimistica e superficiale impressione che tutto questo sia «la vendetta di Marilyn» – illusione nutrita dall’altra più grossa, quella che il patriarcato stia finendo – è sconfessata dal fenomeno mediatico legato all’hashtag #metoo, recentemente premiato (più avanti parlaremo della natura di questi “premi”) per il quale assistiamo alla mostruosa necessità che per dare credibilità a una donna sia necessario che tutte raccontino qualcosa di simile. E neanche funziona.

    Inutilità della confessione

    L’associazione rapida al meccanismo confessionale di tanti uomini, che in rete hanno ammesso di aver fatto violenza, ha ratificato quello che già sapevamo da Foucault: la confessione se l’è inventata chi il potere lo aveva già, per mantenerlo. Essendo la confessione un’operazione personale e singolare – perché il liberarla in uno spazio pubblico tramite hashtag non comporta affatto che i singoli rispondano insieme di ciò che hanno fatto – rimane valido il quadro sociale ben raccontato da Mossetti: l’individualismo che veicola il giudizio sull’attrice molestata vent’anni prima è lo stesso che spinge tanti a scrivere delle loro mani morte sull’autobus. E lo stesso individualismo spiega la difesa “alla Woody Allen”, perché il legame tra Weinstein e il molestatore sull’autobus è quello dello spazio e della disponibilità del corpo altrui che non può essere messo in discussione da nessuna confessione singolare: è proprio la pornotopia di Hefner, realizzata nell’ufficio di Weinstein e in tanti altre stanze dirigenziali con divano. «Mentre il suo potere economico svanisce, Playboy edifica la sua sovranità culturale» (Preciado). La mansion hefneriana ha allargato di parecchio i suoi muri e probabilmente è limitata solo dai confini, seppure labili e permeabili, dell’Occidente. È questo il motivo per cui il molestatore di ogni ordine e grado – il produttore, il passante, il regista, l’operaio sull’impalcatura, l’attore, il caporeparto, il direttore, il giornalista e il giornalaio – una volta scoperti sono sinceramente pentiti e sgomenti di fronte al crollo della loro costruzione di vita come l’avevano conosciuta fino a quel momento. La disponibilità del corpo altrui tra i beni fruibili, la possibilità di fissarne un valore di scambio, non era mai stata messa in discussione, prima: era intesa come qualcosa di naturale. E meno male che il patriarcato stava finendo.

    Enti morali ed enti moralistici

    Mentre Hefner riposa in eterno vicino a Marilyn – s’è comprato la tomba lì accanto, affinché sia chiaro per tutti e tutte che c’è poco da vendicare – tanti uomini vedono nel proliferare di denunce di molestie e di racconti pubblici delle violenze subite una possibile strumentalizzazione politica. E certo che c’è – stiamo sempre parlando di potere, e il potere piace, come piace la visibilità che porta con sé. Ma se ritirare un premio a Kevin Spacey non serve a cominciare la decostruzione di un sistema di potere, allora serve solo a ratificare quel potere dicendo che adesso passa a chi inventa una regola etica all’uopo: chiunque viene denunciato, anche solo sui media, per violenze sessuali, viene ostracizzato. Senza intaccare la struttura di quel sistema di potere.

    Un ente che decide di non dare un premio a Kevin Spacey per le accuse che gli sono state fatte sta lavorando alla propria immagine, non ha certo come interesse la persona molestata da Spacey. Allo stesso modo un mondo economico e politico come Hollywood prova a liberarsi del problema “sessismo” espellendo i presunti colpevoli – mostrando tutta la sua incapacità di gestire un problema sociale enorme. Sintomo dell’incapacità di prendere una decisione molto più difficile e complessa, che ovviamente nessuno vuole prendere: o la bravura nel proprio lavoro va premiata indipendentemente dal proprio comportamento privato – e allora il premio e la carriera che ha Spacey se li merita tutti – oppure decidiamo che è il comportamento privato (non fare violenza, non evadere le tasse, non corrompere…) a determinare se si può fare una carriera; ma allora torniamo ai tempi del codice Hays, o amenità del genere.

    Questa alternativa maschera ipocritamente il nodo davvero spinoso: il legame tra moralità e potere. La moralità di un’epoca, di un paese, di un ambiente è determinata proprio da chi gestisce il potere in quell’epoca, in quel paese, in quell’ambiente: ecco perché è possibile far finire in pochi giorni la carriera di un grandissimo attore. Questo nodo ipocrita e deleterio tanti femminismi lo descrivono da almeno due secoli, perché è maschile, ma nessuno li ascolta, e si è incapaci di fare le giuste distinzioni tra pubblico e privato, tra morale e potere. Quindi si distruggono le carriere pensando che il problema sia lì, sia nel famoso attore o nel grande produttore da cacciare via; dando ragione alle chiacchiere di un Mattia Feltri, che appunto non distingue nella questione “arte” lo spazio pubblico e privato tra i piani di potere quello della morale, o di Michele Serra, che s’inventa un «maccartismo da cerniera lampo» perché non vede che c’è un legame tra «lo stupro e la proposta sporcacciona», e quel legame è il potere sessista maschile – ma non siamo ancora capaci di metterlo al centro del dibattito. Oppure non ci va.

    È normale che

    Non si comincerà mai a diffondere un nuovo simbolico del potere maschile se perlomeno non si comincerà a comprendere che la gerarchia patriarcale crea ruoli di potere, spazi di potere per quei ruoli, linguaggi di potere per giustificare e anche glorificare quegli spazi; e che poi questi spazi si replicano, si trasformano, si vendono e si comprano. L’ufficio del produttore che molesta ogni attrice è un territorio nel quale, come voleva Hefner, le donne non hanno alcun potere sul loro corpo che diventa ipso facto un arredamento per il piacere del padrone di casa. Intanto che un universo di segni e immagini mette in questione la donna che fa sesso per fare carriera – nascondendo nell’ordine delle cose l’uomo che usa la carriera per fare sesso – quel simbolico nella stanza passa per le case, gli autobus, le stazioni, le piazze, la rete delle web-cam senza che ci sia un discorso, un contro-simbolico, una pratica capaci di opporsi. Da ultimo infatti, in piena piazza, un uomo pretende di essere alla testa di un corteo di donne, pensando di non essere parte di quel potere che invece sta confermando spudoratamente. E quel simbolico allarga il territorio di disponibilità, sessuale e non, dei corpi femminili all’ovunque, con una sottile casistica e una precisa modulazione delle occasioni degna di accademie prestigiose. Invece, è ancora la normale educazione maschile, per la quale in pochi cerchiamo senza scuse un immaginario alternativo al pigiama, alla coniglietta, alla nostra stanza del potere.

    Alternative?

    Le alternative ci sono, ma vanno praticate o non diventeranno un nuovo simbolico ma rimarranno esercizi sterili. Il personale è politico, quindi ripensare il proprio linguaggio, analizzare le relazioni, criticare il potere patriarcale agito nei linguaggi e nelle relazioni, sono cose che vanno fatte nella propria vita quotidiana. Esempi, strumenti e linguaggi diversi che si possono utilizzare per mettere in pratica un altro simbolico ce ne sono.

    Per me che sono uomo etero bianco occidentale filosofo ci sono due secoli di femminismi e studi di genere che dicono anche molto su di me, e che una cultura patriarcale e strumentale continua a nascondermi, a ostracizzare, a confondere con retoriche ipocrite; sta a me rendere possibile una traduzione per il corpo, l’esistenza, l’esperienza di tutto il mio genere. In più posso muovermi tra la storia di John Stuart Mill, gli strumenti genealogici e archivistici di Foucault, la fenomenologia di Merleau-Ponty, la lotta dentro il linguaggio naturale di Wittgenstein – una rassegna del tutto personale e occasionale – che sono possibili “attrezzi” con i quali impostare la continua critica al patriarcato vigente nel sistema sociale e nelle relazioni quotidiane intorno a me, al fine di rendere possibili spazi nei quali non vige la disparità patriarcale.

    Per chi filosofo non è, i nomi per prendere riferimenti, immaginario e vocabolario non mancano: Andy Murray, Alan Alda, Eddie Vedder, Donald McPherson, Daniel Radcliffe, Aziz Ansari sono i nomi che vengono fuori a una banale ricerca in rete, e chissà quanti ce ne sono ancora – non è una battuta – e chissà perché è tanto difficile trovare esempi italiani – ecco, questa lo è. Ma il problema non è tanto trovarli: è ben più complesso rendere questi esempi parte di una educazione maschile che rifiuta la normalità vigente, e che sente la comune responsabilità di agire fuori da gerarchie di potere, oppressive per chiunque non sia un uomo eterosessuale, per riprendersi una identità non violenta e meno schiava di poteri che non ha scelto.

    Una delle difficoltà più grandi lungo questa strada di liberazione per tutti gli uomini è la mancanza di un linguaggio, di un simbolico, di un immaginario disponibili, e per i quali la sola ironia verso i propri atteggiamenti patriarcali non basta. È un inizio, è probabilmente il migliore inizio possibile, ma non basterà per uscire dalle stanze arredate da Hefner.

  • Un’altra verità è possibile? I paradossi dell’uomo eterosessuale

    Questo articolo è apparso sul numero 374 di aut aut di Giugno 2017, intitolato Prove di “spiritualità politica”.

    A quale verità si accede dalla nascita

    La normalità di milioni di uomini eterosessuali è intrisa di sessismi di ogni tipo, di forme di violenza esercitate sia verso altri generi e orientamenti sessuali, sia verso i suoi simili, uomini eterosessuali, che non sembrano adeguati a quella normalità. L’ovvietà di questa constatazione, che tanti femminismi denunciano e dimostrano da decenni, è silenziosamente accettata dai più, altrettanto pacificamente della totale noncuranza con la quale anche chi si dedica a un pensiero critico più spesso di una comune persona le riserva. Un qualsiasi uomo (bianco, eterosessuale, occidentale) normale manca ancora e sempre l’occasione di mettere in crisi questa parola così abusata, quotidiana eppure pericolosa: normale.

    Quella normalità che concede privilegi e vantaggi sociali chiede anche molto: adeguarsi a modelli di comportamento e di relazione non scelti, insegnati e vissuti come se non ci fossero alternative, come se fossero la normalità e tutto il resto aberrazioni, violenze, mostruosità, distorsioni, compromessi. Questo è l’ambiente nel quale uomini nascono e crescono e nel quale si formano una idea di verità. Quella verità spicciola e comune non pensata esclusivamente in termini di conoscenza, ma in rapporto al cammino, al viaggio che un uomo deve compiere per potersi costituire come soggetto – “l’esperienza” – e che si accumula in ciascuno definendo un percorso unico e singolare. Per quanto la normalità sia un concetto estremamente elastico e facilmente adattabile a tante realtà diverse, uomini che vivono in classi di reddito diverse, in ambienti urbani diversi, che sono abituati o meno a viaggiare in paesi diversi e a parlare lingue diverse si corrispondono grazie a un fondo comune, pochissimo pensato e criticato, ma che intende la vita come “prova”. Una serie di peripezie attraverso le quali un individuo si forma “artigianalmente”, costruendo una propria autonomia etica – più o meno consapevolmente – e il cui ammasso genererà un soggetto il quale sarà prima o poi capace di esprimere, su quelle esperienze, una sua verità.

    Sappiamo da Foucault che sarebbe più che auspicabile costruirsi, trasformarsi, lavorare incessantemente su se stessi in modo che quella verità non sia intesa come una cosa da possedere, un traguardo da superare una volta per tutte, ma come una realizzazione della propria vita. Il senso dell’antica “cura di sé” è svanito nel momento in cui complessi apparati culturali e le annesse pratiche politiche hanno stabilito che fosse solo la conoscenza il più possibile oggettiva – distaccata, indifferente, assoluta, non-vissuta – a poter stabilire, con i casuali mattoni che ciascuno incontra, una vera identità. Ma il senso possibile di quella presunta oggettività si è palesato come normalmente distorto verso un solo genere – ed è solo la prima delle tante distorsioni. Il proprio corpo, l’aspetto, l’immagine, la maggior parte del linguaggio disponibile continuano a portare con sé una carica patriarcale, oppressiva e discriminante, che è quasi impossibile eludere se non tramite tortuosi espedienti e pratiche difficoltose. Normalmente la verità di cui si fa esperienza in quanto uomini eterosessuali è densa di quelle situazioni linguistiche e comportamentali che hanno un valore identificativo oppressivo verso altri e altre e che andrebbero respinte – ma non sempre è possibile, né si possono eludere in tempo o senza sacrificio. Il proverbio e il luogo comune sessista, la battuta del collega o dell’amico, l’insulto al volante o nella chiacchiera riguardo un fatto di cronaca, il colloquio sul posto di lavoro, l’ossessionante maschilismo dei media, sono situazioni e presenze coinvolgenti (quando non veri e propri attori sociali) che identificano nelle loro dinamiche tutti gli uomini eterosessuali, che certo nell’aspetto o nel linguaggio non si presentano – almeno non di primo acchito – come distinguibili tra maschilisti e sessisti convinti, inconsapevoli veicoli di patriarcato o schietti antisessisti. Se pure una minima dotazione di dispositivi linguistici e comportamentali esiste per chi non vuole crescere in questo modo, l’uomo che vuole costruirsi una verità fuori dal sessismo è ancora impossibile da inquadrare in un percorso politico ed esistenziale definito, anche se problematico.

    È sempre Foucault a raccontare della lotta per una soggettività che passa attraverso la resistenza a due forme di assoggettamento; la prima esiste come individuazione in base a richieste espresse da un potere – e che il potere abbia da svariati secoli una connotazione patriarcale lo sappiamo; la seconda prescrive che ogni individuo sia fissato a una identità nota e definibile in assoluto – che sia normalmente eterosessuale oppure non sarà accettabile come identità, e anche questo lo sappiamo da molto.

    Dovremmo evitare, pertanto, di dar vita a una storia continua dello gnothi seauton, una storia che avrebbe inoltre come inevitabile postulato, implicito o esplicito, una teoria generale e universale del soggetto, mentre credo che dovremmo, invece, cominciare con un’analitica delle forme della riflessività che costituiscono il soggetto come tale. Insieme a tale analitica delle forme della riflessività, dovremo avviare anche una storia delle pratiche che servono loro da supporto, per poter attribuire tutto il suo significato – il suo significato variabile, storico, e mai universale – al vecchio principio tradizionale del "conosci te stesso".1

    In questa "analitica" è ormai il momento di inserire i femminismi, smettendo di credere che parlino solo “per”, e “a”, mezza umanità. Non è più possibile eludere le pratiche femministe che da tempo provano a interrompere quella oppressiva "teoria generale e universale del soggetto" maschile eterosessuale. Possiamo continuare a criticare il modello cartesiano di conoscenza di sé a lungo; ma senza accettare che attualmente si configurano accessi a verità diverse a seconda del genere nel quale si nasce, e che questi accessi sono decisi da un potere che ne regola gerarchicamente l’accesso a un numero limitato di individui, quella critica non porterà a nulla, perché non riesce a scalfire la normalità di una oppressione generalizzata della conoscenza di sé come pratica; perché non produce una storia

    che non sarebbe una storia delle dottrine filosofiche, ma una storia delle forme, dei modi e degli stili di vita, una storia della vita filosofica come problema filosofico, ma anche come maniera di essere, e come forma al tempo stesso etica ed eroica.2

    Micropoteri e paradossi

    La peculiarità di chi da uomo cerca una verità diversa da quella del patriarcato vigente, e che cerca di essere quella verità, è attualmente vivere il suo paradosso, quello dell’oppressore-oppresso. Raggiungere una condizione di ripensamento e di cambiamento riguardo al propria condotta di genere, che nel caso di un uomo eterosessuale è di per sé inevitabilmente patriarcale per molti aspetti, fa vivere immediatamente una situazione paradossale perché il corpo di un uomo continua a significare quella oppressione verso gli altri generi che c’era prima della sua nascita, quasi da sempre. La ricerca e la pratica di una possibile parresia maschile deve porsi pubblicamente con ironia, o correrà il rischio di ripetere i linguaggi e le performance oppressive che da sempre caratterizzano il maschile. Se il discorso e la pratica patriarcale sono il normale, il serio, l’ovvio e il consueto modo del potere costituito, la partica di una critica svela la consustanziale ambiguità di quella (supposta) normalità patriarcale, e ne mina la dispotica e tronfia sicurezza in ogni aspetto della vita sociale e privata. Svelare le ambiguità del potere maschile eterosessuale, privarne di certezze la gerarchia sociale, smascherare a quali condizioni sussiste il patriarcato è un compito politico evidentemente di natura ironica. L’uso dell’ironia nel discorso e nella pratica della ricerca di una possibile verità svela il lato oscuro, il meccanismo del consenso patriarcale nascosto nella (supposta) naturale serietà maschile, che ha reso quasi tutti gli uomini ma soprattutto i difensori più accaniti dello stato di cose sostanzialmente delle persone incapaci di ridere di se stessi, di vedere il lato opposto delle cose soprattutto per ciò che riguarda loro stessi – e sia per quanto riguarda le questioni di genere. Senza ironia, "l’impazienza della libertà" rischia di tradursi in un nuovo potere prescrittivo.

    Mi sembra vi sia stato un certo momento – e quando dico "momento" non intendo assolutamente situare tutto ciò in una data definita, oppure localizzarlo, o individualizzarlo attorno a una e una sola persona – in cui il legame tra l’accesso alla verità, divenuto sviluppo autonomo della conoscenza, e l’esigenza di una trasformazione del soggetto, e del suo essere, da parte del soggetto stesso, è stato, credo definitivamente, spezzato.3

    È inutile che vi dica che, quando affermo che mi sembra che tale legame sia stato definitivamente interrotto, non ci credo neanche un po’. Tutto l’interesse della cosa deriva per l’appunto dal fatto che i legami non sono stati bruscamente recisi come in seguito a un taglio improvviso.4

    Colui che non ha ancora reciso del tutto quel legame, un luogo dove è possibile trovare ancora quel legame non tagliato – potrebbero essere ricerche filosofiche sulle tracce di una spiritualità foucaultiana adatta a un uomo etero che non accetti il potere che funziona sul suo corpo, identificandolo.

    Sarebbe facile trovare degli esempi tratti dalla vita di tutti i giorni nei quali il ridicolo, il goffo, l’impaccio, sono strumenti di conoscenza a disposizione di quegli uomini che vogliono mettere in discussione la propria fisicità o la propria abilità motoria – ossia il modo di stare nel mondo e presentarsi, quindi il modo di impegnarsi in una relazione. Così, quando il corpo e la parola maschili si rivelano in spazi e momenti diversi da quelli imposti o supposti naturali, come sempre l’ironia sarà il segno di una opposizione, forse di una rivolta, la traccia di una consapevolezza diversa di fronte ai micropoteri disciplinari quotidiani. La possibilità di una verità diversa si può configurare come uno spostamento simbolico attuato con il proprio corpo, una condotta che destabilizza il pregiudizio del senso comune, che costringa l’interlocutore, animale o istituzionale che sia, a ripensare le sue statiche categorie di mascolinità, virilità, “normalità” dell’uomo eterosessuale. Inevitabilmente si perseguiranno pratiche che attuano reazioni orizzontali, non gerarchiche, che legano i corpi in maniera politica criticamente. La lezione la sappiamo:

    La forma giuridica generale che garantiva un sistema di diritti, egualitari in linea di principio, era sorretta da questi minuscoli, quotidiani, fisici meccanismi, da tutti questi sistemi di micro-potere – essenzialmente non-egualitari ed asimmetrici – che noi chiamiamo discipline.5

    L’uomo eterosessuale, imprigionato dalla nascita nelle costrizioni della mascolinità virile, vincente, oppressiva, alpha, obbligato a parlare il linguaggio, a praticare le abitudini e a indossare la divisa del macho per essere socialmente accettato – anche e soprattutto queste sono le sue “discipline” che incontra da quando un fiocco celeste è stato appeso alla porta della sua casa natale – deve attuare una resistenza per la quale non c’è ancora né una storia né un senso comune cui richiamarsi. Ma forse, esempi sì, perché se è una pratica di verità che cerchiamo, allora l’esempio, l’applicazione, può essere più significativo della formulazione, della teoria, della conoscenza.

    Judith Butler racconta così il novembre del 2015, a Parigi.

    Appare chiaro, dai dibattiti televisivi, che lo “stato di emergenza”, anche se temporaneo, crea in realtà un precedente per un’intensificazione dello “stato di polizia”. Si parla di militarizzazione (o meglio, del modo in cui “portarne a compimento” il processo), di libertà e di guerra all’“Islam”, quest’ultimo inteso come un’entità amorfa. Hollande, nel dichiarare “guerra” ha tentato di darsi un tono virile, ma a colpire, in realtà, era l’aspetto imitativo della sua performance – al punto da rendere difficile seguirlo seriamente. Proprio questo buffone, in ogni caso, assumerà ora il ruolo di capo dell’esercito.6

    Il passo che aiuta un cammino verso la verità, che unisce filosofia e politica in una pratica, è "ha tentato di darsi un tono virile". Inchiodare l’ipocrisia del potere politico alla sua virilità costruita è un passo necessario verso una nuova verità per sé come uomini che non vogliono accettare questo primo dispositivo di potere: la virilità, la mascolinità, la patriarcale impronta su linguaggi e atteggiamenti. Quello sguardo che mi indica tutto ciò viene in questo caso da una filosofa che non posso in nessun modo incastrare in un potere patriarcale, e il cui sguardo devo usare per osservare ciò che pure ho sotto gli occhi da sempre: se pretendo di costruirmi una soggettività che abbia il coraggio della verità, devo prima sottoporre a critica – archeologica, linguistica, filosofica, pratica – quello che la mia soggettività e “la virilità di Hollande” abbiamo in comune in quanto uomini eterosessuali bianchi occidentali che condividono una porzione non indifferente di terreno politico, di cultura illuminista, di pratica maschile. E tutto questo deve accadere “dal basso verso l’alto”, con l’analogia esemplare di una soggettività che illumini la possibilità della mia soggettività, per non replicare un rapporto di potere gerarchico. Quello che i femminismi, dal “partire da sé” in poi, vanno esponendo pur nelle loro notevoli differenze.

    E di ironia, infatti, parla anche Butler.

    Il fatto di introdurre la discussione della complessità o dell’ambivalenza è considerato qualcosa di depoliticizzato. Quindi, che cosa significa ciò? Significa che, per contare politicamente, dobbiamo sottoscrivere visioni del mondo ridotte e semplicistiche e significa anche che allo stesso tempo ci priviamo del potere di capire e afferrare il mondo in cui viviamo. Per me uno dei punti chiave della critica è che questa è un’operazione che ci consente di vedere perché le questioni politiche sono definite nei termini dell’essere a favore o contro qualcosa. E quindi penso che si debba persistere nel portare avanti un certo tipo di complessità e penso anche che dovremmo essere capaci di usare l’ironia nel discorso politico e che determinate circostanze storiche proprio lo richiedano.7

    La necessità dell’ironia, per un uomo che costruisce una identità fuori dai (micro-)poteri patriarcali sta nel dover costruire tutto questo percorso dentro e mentre il patriarcato funziona ancora; non solo come fornitore di linguaggio, immagine sociale, abitudini e atteggiamenti, ma anche e soprattutto come educatore che pure ha cresciuto gli uomini che con quegli strumenti successivamente vogliono opporsi alle sue direttive. Questa ambiguità – "un certo tipo di complessità" – è necessaria prima per svelare le strutture di potere e i meccanismi di consenso che costringono più o meno consapevolmente milioni di uomini ad aderire al modello patriarcale, poi per poterne parlare, indicarlo liberamente come modello negativo, schernirsi dei suoi valori e sovvertirne le strutture sociali, psicologiche e del pensiero.

    Nella apparente assenza di riferimenti politici e culturali adatti esiste comunque un enorme patrimonio al quale attingere: quello dei femminismi – che sono riferimenti da decenni, per chi li considera come tali. Non si tratta, ovviamente, di far passare come adatti alla lotta per una verità – per una foucaultiana spiritualità maschile – il lavoro di tante filosofe e attiviste tout court, ma di cominciare un lavoro di traduzione, adattamento, rielaborazione, discussione, di temi e pratiche efficaci nei femminismi e che facendo perno sul "nemico comune" patriarcale possano dare all’uomo eterosessuale qualcosa per iniziare il suo percorso, la sua diserzione.

    C’è una strada possibile?

    Gli uomini eterosessuali continuano a nascere con una divisa cucita addosso. Si cerca di renderli tutti uguali nella gerarchia, tutti uniti contro qualunque cosa sia diversa da loro o non voglia rientrare in quelle divise; tutti con un rigido codice di comportamento e d’onore, con gli stessi valori e ideali che poi declinano a seconda del loro ambiente, del loro linguaggio, delle loro abitudini. Soprattutto negli ambienti e nei momenti educativi (la famiglia nella quale si cresce, la scuola, gli studi universitari, la formazione al lavoro e sul luogo di lavoro) non esistono ancora sufficienti strumenti e sufficienti persone che possano determinare un cambiamento verso una società meno sessista e più libera soprattutto per gli uomini eterosessuali che ancora non avvertono questi legami fatti al loro corpo, alla loro mente e alle loro emozioni come un problema sociale.

    Anche perché tutto questa complessa forma dell’assoggetamento maschile, complicata da un meccanismo di privilegi che ne determina l’ambiguità caratteristica, potrebbe essere una condizione di possibilità, la condizione di possibilità per molti uomini eterosessuali. Quando Butler esplora ne La vita psichica del potere mette le mani proprio in questa consustanziale ambiguità.

    L’interrogativo che pongo è relativo a come sia possibile per il soggetto porsi in una relazione oppositiva con il potere che è, com’è noto, implicata nello stesso potere cui si oppone. […] Ciò che vorrei suggerire, dunque, è che il soggetto può essere concepito come se il suo agire derivasse proprio dal potere a cui si oppone, benché tale formulazione possa sembrare scomoda e disturbante, soprattutto agli occhi di quanti credono nella possibilità di sradicare questa complicità e questa ambiguità una volta per tutte.8

    La peculiarità dell’uomo che cerca una via verso una verità non patriarcale è vivere il suo paradosso, quello dell’oppressore-oppresso. Raggiungere una condizione di ripensamento e di cambiamento riguardo al propria condotta di genere, che nel caso di un uomo eterosessuale è di per sé inevitabilmente patriarcale per molti aspetti, fa vivere immediatamente una situazione paradossale: criticare i vantaggi sociali che il patriarcato prepara per un uomo eterosessuale professandosi anche vittima contemporaneamente di quello stesso patriarcato. Una classica situazione ironica nei confronti del potere, che però, come suggerisce Butler, non è affatto paralizzante: questa ambiguità è necessaria prima per svelare le strutture di potere e i meccanismi di consenso che costringono più o meno consapevolmente milioni di uomini ad aderire al modello patriarcale, poi per poterne parlare, indicarlo liberamente come non verità (foucaultianamente), schernirsi dei suoi valori e sovvertirne le strutture sociali e psicologiche. Il nostro sistema sociale è quello che è, anche se la visibilità delle eccezioni sembra più convincente della realtà dei dati; non si tratta affatto di "fare quello che fanno le donne" o peggio "fare come dicono le donne" – ammesso che questo tipo di affermazioni o di critiche vogliano dire qualcosa di sensato – ma appunto di ispirarsi a esperienze politiche consolidate e a contributi teorici di ampio respiro per costruire una verità possibile, una spiritualità, per l’uomo che ancora non c’è.

    La condizione paradossale è forte: si tratta di battersi per una autodeterminazione maschile non sessista, per una rivendicazione anche maschile del nesso tra ambito personale e ambito politico – due vecchie battaglie tipicamente femministe. Le quali sempre di più, ogni giorno, possono diventare strumenti personali, politici, sociali e teorici, con i giusti distinguo, anche per quegli uomini che non vogliono più essere inclusi in quella normalità, violenta anche contro di loro, che si chiama patriarcato.

    Note

    1 Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto (2001), trad. di M. Bertani, Feltrinelli, MIlano 2003, p. 413.

    2 Michel Foucault, Il coraggio della verità: il governo di sé e degli altri II. Corso al Collège de France (1984) (2016), a cura di M. Galzigna, Feltrinelli, Milano 2011, p.206.

    3 M. Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982) (2001), trad. di M. Bertani, Feltrinelli, Milano 2003, p.22.

    4 Ivi, p.22-23.

    5 Michel Foucault, Sorvegliare e punire: la nascita della prigione (1975), trad. di A. Tarchetti, Einaudi, Torino 1976, p.222.

    6 Judith Butler, Il lutto diventa legge, trad. di F.Zappino e M.Liberatore, ed. or. in "Revista Cult", 13 novembre 2015, http://effimera.org/il-lutto-diventa-legge-di-judith-butler/

    7 Genere, identità, violenza. Una conversazione con Judith Butler, a cura di S. Adamo, "Le parole e le cose" 3 agosto 2015, http://www.leparoleelecose.it/?p=10681

    8 Judith Butler, La vita psichica del potere (1997), trad. di F. Zappino, Mimesis, Milano 2013, Introduzione, §3.

  • Differenza maschile, differenza sessuale di Lorenzo Coccoli

    Differenza maschile, differenza sessuale di Lorenzo Coccoli

    “Cos’è un uomo?”: domanda ricorrente, forse centrale, nel discorso dell’antropologia, e in generale delle scienze umane. Sennonché, essa nasconde un equivoco linguistico che vizia ab origine quel discorso: perché il termine uomo non designa solamente l’esemplare neutro e universale dell’umanità, ma anche il rappresentante sessuato di un genere, quello maschile, che è semplice parzialità all’interno della specie umana. Alcuni vocabolari conservano lo scarto tra i due significati: in greco antico, anthropos è l’essere umano generico, mentre anér indica il maschio in opposizione a gyné, la donna, la femmina; allo stesso modo, il latino distingue tra homo e vir, e il tedesco tra mensch e mann. Ma nella grande maggioranza delle lingue moderne, il secondo significato tende ad essere messo da parte o assimilato al primo: l’uomo è prima di tutto l’Uomo. Non è un caso: il punto è che il maschile si è imposto come cifra e norma dell’umanità, pensandosi come universale e astratto. Ciò ovviamente ha comportato per gli uomini diversi vantaggi in termini di supremazia e potere: la storia del (morente?) ordine patriarcale può essere letta come la storia di una singolarità che si è fatta legge (supposta) valida per tutti, donne comprese. Tuttavia, questo movimento dal particolare all’universale richiedeva un sacrificio originario: per poter aspirare ad essere l’Uomo, l’uomo doveva prima rimuovere la propria peculiare differenza, il proprio corpo, le tracce evidenti del proprio genere. Ma in questa maniera il pensiero tradizionale sull’uomo (o meglio sull’Uomo), considerato come criterio di misura dell’umanità intera, ha escluso di fatto dalle sue analisi ciò che apparteneva strettamente agli uomini in quanto tali, cioè in quanto soggetti sessuati. Ciò ha fatto sì che il maschile venisse avvolto da una sorta di invisibilità: e se questo da un lato ha contribuito alla sua identificazione con l’umano, dall’altro lo ha sottratto (almeno fino ad oggi) ad un’esplicita messa a tema.
    Di conseguenza, a seconda del livello a cui ci poniamo, e seguendo l’uno o l’altro corno di quella duplicità semantica cui accennavo, possiamo considerare il problema come molto antico o al contrario come piuttosto recente. Antico: perché esso, almeno nella sua veste di domanda sull’Uomo, è sempre stato al centro dalla stragrande maggioranza dei discorsi e dei racconti culturali, scientifici e filosofici che si sono venuti a intrecciare in una storia ormai millenaria. E tuttavia, a ben vedere, quell’iniziale maiuscola cela al contempo un invisibile interrogarsi sulla maschilità, sull’uomo con la minuscola: pur con estrema cautela critica e con i necessari distinguo storici e filologici, possiamo leggerne la traccia nascosta tanto nelle prime produzioni culturali dell’Occidente greco quanto nei testi della rivoluzione scientifica del diciassettesimo secolo, fino ad arrivare alle contemporanee narrazioni pubblicitarie del mercato globale. Tanto più che i soggetti legittimati a narrare sono stati, almeno fino a poco tempo fa, quasi esclusivamente gli uomini. Eppure, dicevo, si tratta di una questione recente: perché, se è vero che la domanda sull’uomo ha attraversato in maniera sotterranea tutta la tradizione occidentale ricevendo le più svariate risposte, solo da trenta o quaranta anni essa ha raggiunto una certa luce e visibilità. In altre parole, è unicamente con la fine degli anni Sessanta che, nell’ambito delle vivaci lotte sociali e politiche di quell’intenso periodo, e proseguendo sulla strada maestra aperta dal femminismo e dal movimento di liberazione omosessuale, alcuni (pochi) uomini hanno cominciato a interrogarsi esplicitamente su loro stessi in quanto uomini e sulla loro identità di genere. In precedenza, gli uomini avevano narrato numerose storie che prendevano ad oggetto le donne, ma se ne erano tirati fuori come uomini: erano stati autori e non personaggi di quelle storie, godendo così della posizione di potere che ne derivava. Ora invece, quello che era rimasto così a lungo un problema invisibile veniva finalmente messo in gioco e sottratto all’oscurità dell’implicito: si creavano così i presupposti e gli spazi di discussione per un possibile pensiero della differenza maschile.
    Non che mancassero degli antecedenti: lungi dall’essere un luogo neutrale, il discorso sulla maschilità (come d’altronde ogni altra produzione di sapere) è sempre stato un campo in cui si sono dati battaglia sistemi di conoscenza rivali e differenti logiche di potere. Limitandoci al solo ventesimo secolo, ed escludendo quindi le per altro notevolissime e tuttora influenti narrazioni dei secoli precedenti¹, possiamo identificare un certo numero di progetti per la costruzione di una conoscenza del maschile: dalla psicoanalisi (freudiana e post-freudiana) all’antropologia, dalla sociologia alla ricerca storica (con l’attuale sviluppo della storia di genere)². Il fatto però è che molte delle più interessanti interpretazioni su genere e relazioni tra i sessi si sono venute formando nel vivo delle pratiche di lotta sociale e politica che dalla fine degli anni Sessanta hanno segnato un netto discrimine rispetto al vecchio mondo patriarcale: quegli anni videro la presa di coscienza e di parola delle donne contro il potere che gli uomini esercitavano su di loro da secoli e che le aveva ridotte così a lungo al silenzio. Reclamando la liberazione della donna in quanto donna, le militanti femministe cominciarono ad illuminare i meccanismi del potere e dell’oppressione maschile, a contestare l’ideologia patriarcale che le relegava nel privato e la distinzione stessa tra sfera pubblica e privata, a smascherare la pretesa neutralità delle narrazioni liberali sull’individuo possidente e la falsa universalità dei discorsi filosofici degli uomini che pretendevano di parlare per ambo i sessi, rifiutando la logica del soggetto unico ma senza accettare di farsi esse stesse soggetto alla pari. Il femminismo venne dunque profilandosi come linea critica in un duplice senso: se da una parte sottoponeva ad un attacco radicale teorie e prassi inveterate e avvertite ormai come naturali, esso al contempo ne segnalava anche la crisi, il punto di rottura.
    A questa crisi, gli uomini risposero in diversi modi. Alcuni, sentendosi minacciati dalla sfida femminista, reagirono schierandosi a difesa dell’ortodossia tradizionalista, in un disperato tentativo di conservazione dell’ordine patriarcale e fratriarcale che passava anche per l’esercizio della violenza contro donne ed omosessuali. Altri, avvertendo un forte senso di colpa per la propria storia secolare di oppressori, assunsero atteggiamenti ausiliari rispetto al movimento delle donne o tentarono di abbandonare l’idea stessa di mascolinità giudicandola ormai irrimediabilmente compromessa, come se questa operazione potesse essere il frutto di un semplice atto di volontà. Ma la reazione forse più significativa fu la nascita di un movimento di uomini che cominciò ad interrogarsi sulla propria appartenenza di genere e a cercare i modi di distaccarsi dal sessismo implicito nell’ideale dominante di maschilità, prendendo a prestito materiali e metodi elaborati dal femminismo e dalla politica di liberazione omosessuale (affermatasi in quegli stessi anni). Già nel 1970 venne fondato a Berkeley il primo Men’s Center, seguito a distanza ravvicinata dalla nascita di diversi gruppi maschili di autocoscienza nel continente europeo, Italia compresa. Sempre negli Stati Uniti si assiste allo sforzo più duraturo di organizzazione anti-sessista: si tratta della National Organization for Man Against Sexism (NOMAS), fondata agli inizi degli anni Ottanta col nome di National Organization for Changing Men e schierata a sostegno delle rivendicazioni femministe. In questo contesto nacquero anche le prime riviste che ospitavano dibattiti teorici e pratici sul tema della mascolinità: verso la fine degli anni Settanta Achilles Heel veniva pubblicata in Gran Bretagna, mentre gli anni Novanta vedevano la creazione in Australia del giornale nazionale XY: Men, Sex, Politics e negli Stati Uniti le prime uscite di Masculinities, attorno a cui fiorirono le analisi di quelli che saranno poi chiamati Men’s studies, sul calco dei più noti Women’s studies. Si tratta di un campo accademico di ricerca interdisciplinare tuttora attivo in area anglosassone e derivato dall’esperienza conoscitiva degli studi delle donne, dedicato ai temi del genere, della politica sessuale e in particolare della mascolinità, trattati secondo un approccio analitico. Negli ultimi anni si sono moltiplicati nelle università, americane ma non solo, i corsi incentrati su questo tipo di indagini. Il termine “maschilità” comincia ormai ad essere declinato al plurale.
    Tuttavia, pur avendo il merito di aver posto esplicitamente a tema l’uomo come parzialità dell’umano, i Men’s studies si limitano generalmente ad un orientamento sociologico o antropologico, lasciando invece inesplorate le implicazioni più prettamente filosofiche della questione. Soprattutto, si avverte la mancanza di un dialogo serrato con le autrici italiane e francesi del pensiero della differenza sessuale, troppo spesso assimilate alle posizioni essenzialiste: ricucire questo strappo, colmare questo vuoto di parola diventa allora un compito necessario per cominciare ad abbozzare un nuovo pensiero della differenza maschile. Inoltre, altri scambi, altre contaminazioni sono ancora da esplorare: in effetti, non si può non ricordare come, accanto a questa tematizzazione esplicita della maschilità, altri uomini si siano interrogati sulle possibilità di un recupero teorico e pratico dell’idea di alterità. Da Deleuze a Derrida, da Foucault a Lévinas, per strade diverse, la differenza (la différance derridiana) si fa principio sovversivo e destabilizzante, simbolo della negazione di qualsiasi centralizzazione e unità e risorsa teorica in grado di segnalare e agire la crisi dei modelli tradizionali di soggettività, razionalità, potere. Il problema però è che questa differenza non è differenza sessuale, meno che mai maschile: il discorso post-strutturalista è un discorso de-sessualizzato. Quel che abbiamo in realtà è una metaforizzazione dell’altro, in particolare dell’altro sessuato³. In tal senso, far interagire questa linea di tendenza della filosofia contemporanea con un’esplicita messa a tema della differenza sessuale maschile può rivelarsi movimento in grado di aprire prospettive feconde in entrambe le direzioni: perché, se da un lato può aiutare la pratica filosofica ad evitare il pericolo di ricaduta nel paradigma mortifero del neutro, dall’altro può offrire alla riflessione degli uomini sugli uomini un respiro teorico più ampio in estensione e profondità.
    Di seguito vorrei allora prendere brevemente in considerazione, senza pretesa di esaustività, alcuni punti ineludibili per l’impostazione di un pensiero della differenza maschile, mettendo in relazione dialettica le posizioni emerse in merito nell’ambito dei Men’s studies con l’orizzonte concettuale e gli strumenti interpretativi che le filosofe femministe (soprattutto italiane e francesi) sono venute elaborando nel corso della loro produzione pratica e teorica.

     

    Uomini e identità di genere
    Cosa vuol dire essere uomo? Cosa dobbiamo intendere quando parliamo di sesso e genere, di differenza sessuale, di femminile e, nel nostro caso, di maschile? Dare un contenuto a queste espressioni è un compito preliminare per intavolare ogni successiva discussione. La linea interpretativa prescelta infatti si riflette sulle teorie e sulle pratiche di relazione tra i sessi che decideremo di sviluppare, contribuendo a diversificarle in modo talvolta radicale. Considerate inoltre non solo le esplosive potenzialità epistemologiche che il genere ha dimostrato nei vari campi del sapere, ma soprattutto le possibilità che un suo ripensamento può offrire nella prospettiva di una messa in discussione dell’ordine simbolico fallogocentrico, intraprendere una riflessione in questa direzione acquista un significato eminentemente politico. Certo, è fondamentale tenere conto della sostanziale asimmetria che nel compito dell’elaborazione della propria appartenenza al genere divide il femminile dal maschile; infatti, se per le donne si tratta di riempire il vuoto che corrisponde alla loro secolare assenza dalla scena storico-simbolica, noi uomini ci troviamo invece a partire da un tutto pieno: il tutto di senso, di linguaggio, di valore con cui ci siamo tradizionalmente identificati. Rompere questa identificazione, fare un passo indietro rispetto alla totalità, vuol dire cominciare a pensarci come semplice parzialità dell’umano, rinunciando all’astrattezza normativa che abbiamo indebitamente attribuito al maschile, per riscoprirne però la concretezza sessuata: significa decostruire l’Uomo per lasciar apparire l’uomo.
    Ora, all’interno delle riflessioni e delle pratiche degli uomini in area anglosassone, e tranne alcune eccezioni, il dibattito sembra ricalcare in maniera piuttosto pedissequa la tradizionale (e forse ormai superata) divisione tra sex e gender, tra essenzialismo e costruttivismo. Sul primo versante si situa ad esempio il progetto curioso, ma per certi versi emblematico, di Robert Bly e discepoli, i quali hanno acquisito un discreto seguito negli Stati Uniti propugnando la riscoperta di un presunto Uomo Primigenio celato in ogni maschio umano4. Basato su concetti della vulgata junghiana e pratiche bizzarre che sembrano l’imitazione farsesca del separatismo femminista (raduni nei boschi, tamburi, vita selvaggia), il cosiddetto “movimento dell’uomo mitopoietico” nasconde presupposti essenzialisti: se dobbiamo riscoprirlo, questa sorta di “eterno mascolino” deve pur esistere. Su un piano diverso, ma non meno teoreticamente grossolano, si pone il discorso della sociobiologia, fondata negli anni Settanta da Edward Wilson con lo scopo di studiare i fondamenti biologici dei comportamenti sociali5. Essa ha il (dubbio) merito di definire meglio il contenuto delle tesi essenzialiste, radicando il bagaglio di caratteristiche proprio di ciascun genere direttamente nell’eredità genetica e nel circuito neuronale e spiegando i diversi atteggiamenti degli uomini in termini di evoluzione e adattamento. Così, l’aggressività, la competitività, la propensione alla guerra, tratti stereotipati solitamente associati alla mascolinità, sarebbero causati deterministicamente da un alto livello di testosterone o da una specifica strategia riproduttiva: non serve sottolineare come questa mossa nasconda un tentativo di “naturalizzazione” dell’egemonia maschile. È facile vedere che se il genere fosse davvero qualcosa come un’essenza immutabile e universale, noi dovremmo supporre che tutti gli uomini (e tutte le donne) condividano sempre e ovunque le stesse caratteristiche. Ma così non è: vi sono ad esempio società (poche a dire il vero) e situazioni storiche in cui gli uomini rifuggono da aggressività e competitività, in cui la violenza sessuale è estremamente rara, o in cui sono soprattutto i padri a occuparsi dei figli, a dispetto di un eguale livello di produzione ormonale e di una stessa storia evolutiva rispetto a società e situazioni in cui si verifica invece l’esatto opposto. Tuttavia, l’apparente semplicità con cui queste tesi possono essere demolite deve spingerci a cercare altrove i reali motivi del successo di cui hanno goduto (e di cui in parte continuano a godere), piuttosto che ad accantonarle come intellettualmente insignificanti; si tratta cioè di ascoltare il loro non detto per individuare l’orizzonte ideologico che sottendono. Il discorso essenzialista assolve infatti ad una triplice funzione di sostegno al persistente privilegio maschile. Innanzitutto esso gli fornisce una base di diritto naturale cui appoggiarsi: il dominio degli uomini sulle donne viene descritto come conseguenza inevitabile della stessa natura umana, sottraendolo così all’azione di un’eventuale teoria critica. In secondo luogo, l’idea che la mascolinità e la femminilità siano definibili e definite da un determinato corredo di qualità giudicate essenziali, e quindi naturali, risulta essere intrinsecamente prescrittiva: il possedere o meno quelle qualità diventa il criterio su cui giudicare la devianza rispetto alla norma. Infine, fare dell’appartenenza al genere un dato immutabile serve a precludere qualsiasi possibilità, e di conseguenza qualsiasi desiderio di cambiamento in direzione di relazioni più eque: in questo orizzonte una trasformazione non è nemmeno immaginabile, cosa che assicura alle strutture dominanti di potere una relativa stabilità.
    Nel tentativo di evitare i pericoli dell’essenzialismo, è il costruttivismo a restare preponderante in seno ai Men’s studies, dove nella maggior parte dei casi si tende a distinguere tra nascere “maschio” (male) e diventare “uomo” (man). I vantaggi teorici rispetto all’essenzialismo sono molteplici, a partire dal fatto che le tesi costruttiviste rendono conto delle variazioni riscontrate tra epoche e culture diverse, lasciando aperto al contempo lo spazio per il mutamento; poiché infatti in questo modo il genere viene concepito alla stregua di un costrutto sociale, esso può essere modificato dall’azione politica. Tuttavia, anche l’approccio costruttivista presenta dei limiti. In effetti, poiché in questa ottica gli schemi concettuali che danno forma al nostro vissuto si producono all’interno di discorsi che nascondono tecnologie di potere, la differenza sessuale non ha nulla di fondativo, perché non preesiste ad una sua interpretazione sociale. Dal momento che il nostro modo di esperire noi stessi e il mondo è costituito e plasmato attraverso quei discorsi, ogni appello ad una realtà oggettiva precedente ed esterna al linguaggio risulta sospetto o addirittura assurdo. Il problema di queste posizioni è che esse dissolvono l’esperienza sessuata dei soggetti, annullando al contempo la tensione che esiste tra tale esperienza e le ideologie che pretenderebbero di irreggimentarla: ciò significa ignorare le contraddizioni in cui ci muoviamo in quanto uomini e che invece definiscono il senso dell’appartenenza al nostro genere.
    Comunque sia, il dibattito che oppone in modo netto il sesso al genere mette in scena troppo fedelmente la schisi moderna di natura e cultura per non essere sospettato di perpetuare quel dualismo ontologico su cui la nostra tradizione occidentale si è in gran parte mossa a partire da Cartesio. Ma come uscire da questa impasse? Anche le soluzioni di compromesso sembrano imboccare un vicolo cieco. Risultano allora evidenti i limiti di una riflessione maschile sul maschile che rimanga chiusa nei confini del solo dibattito angloamericano. Al contempo però, queste difficoltà rendono attuale l’urgenza del dialogo col pensiero della differenza sessuale. Se consideriamo ad esempio l’attenzione che una Irigaray pone nel definire l’appartenenza al genere come articolazione reciproca di natura e cultura, nella salvaguardia tanto dell’una quanto dell’altra istanza, un tale dialogo non può che risultare auspicabile. Insistere sul lavoro del negativo, sulla trascendenza orizzontale tra i sessi, sul pensarsi a partire da sé, può allora risultare anche per noi uomini un modo fecondo per risolvere i problemi relativi alla teoria e alla pratica dell’identità di genere. Certo, ancora molto resta da fare in questa direzione.

     

    Uomini e madri
    L’unica esperienza realmente universale e necessaria, al di qua e al di là di ogni contingenza storica e sociale, l’unica che forse accomuni tutti gli esseri umani senza esclusioni è quella di nascere, figlia o figlio, da una donna. Per noi uomini, inoltre, ciò significa venire alla luce da qualcuno di un genere diverso dal proprio: “la prima situazione relazionale è dunque molto diversa per il maschio e per la femmina. E costruiscono la loro relazione con l’altro in modo molto differente”6. La nostra differenza maschile si annuncia e si situa già alla nascita nella differenza da nostra madre. Eppure, cosa resta di questa imprescindibile origine materna all’interno della cultura in cui viviamo? Ben poco, forse nulla. La nostra identità civile sembra anzi costruita sulla sua negazione: il cognome è un contrassegno esclusivamente paterno, memoria della genealogia maschile ma rimozione di quella femminile, mentre il calcolo dell’età anagrafica dimentica i mesi trascorsi nel grembo della madre. è significativo che questo oblio materno non risparmi neppure le analisi di quegli uomini che, almeno a livello consapevole, contestano l’egemonia maschile. Così, ad esempio, Jonathan Rutherford lamenta che “scorrendo i libri, gli articoli e le riviste del Men Against Sexism (MAS) pubblicati dal 1973, si ritrova un grande interesse per i padri. […] Gli uomini hanno scritto a proposito delle loro relazioni con i loro padri, dei loro propri figli, degli sforzi per allevarli in modo diverso, condividendo e scambiando i ruoli parentali. Ma è rimasta una sorprendente dimenticanza. Gli uomini hanno passato sotto silenzio le loro madri”7. È innegabile allora come questa dimenticanza – tanto più eloquente se riflettiamo sul ruolo fondamentale di quell’origine materna nell’economia dell’articolazione dell’identità maschile – costituisca per noi uomini un nodo psichico e simbolico da interrogare e, possibilmente, sciogliere.
    In questa direzione, la psicoanalisi può rivelarsi d’aiuto. Tanto più che, grazie agli studi di alcune e alcuni dei successori di Freud, da Melanie Klein a Nancy Chodorow, fino ai cosiddetti post-freudiani di area anglosassone, l’attenzione è stata progressivamente spostata dal complesso edipico, il cui personaggio centrale è sicuramente il padre, ad una fase preedipica ruotante attorno alla figura della madre. In altre parole, pur rimanendo uno snodo fondamentale nello sviluppo psicosessuale maschile e nella perpetuazione dell’ordine patriarcale8, il complesso edipico non ne costituisce l’unico fattore. L’idea è che il figlio maschio, il quale nei primi nove mesi forma un tutt’uno col corpo materno che lo ospita, al momento della nascita e della conseguente separazione fisica dalla madre non riuscirebbe ad operare una separazione psicologica altrettanto netta e risolutiva. Solo in uno stadio successivo del suo sviluppo il bambino, anche grazie ad una crescente indipendenza motoria e ad una serie di diverse pressioni sociali, riuscirebbe a spezzare quella fusione indifferenziata: a queste condizioni gli sarebbe allora possibile percepire il corpo materno come oggetto separato di desiderio e accedere dunque alla fase edipica, anche se la strada che porta a tale separazione psichica e ad un autonomo senso del sé è costellata di rimpianti e impulsi regressivi.
    Anche Lacan, in uno dei suoi primi scritti, e sulla scorta dalle ricerche della Klein, inserisce questa fase primigenia all’interno del suo schema teorico. Ne Les complexes familiaux dans la formation de l’individu9, egli descrive il “complesso di svezzamento” come conseguenza del distacco dal corpo materno al momento della nascita: in questo periodo iniziale, il bambino, che non è ancora dotato di un proprio Io, è soggetto ad un’angoscia di frammentazione organica (l’angoscia del “corpo-in-frammenti”) che gli deriva dalla rottura dell’unità intrauterina. Egli permane in questa situazione per i primi sei mesi di vita, sperimentando una fusione totale con la madre, progressivamente incrinata da ogni evento che riproduca il trauma originario della nascita (come ad esempio una crescente abilità motoria). In questo modo, Lacan può reinterpretare l’idea freudiana di una “pulsione di morte” mai sopita negli esseri umani, individuandone la radice e il significato ultimo non in un istinto biologico, ma nel desiderio di annullarsi in quella simbiosi primitiva. Anche gli impulsi incestuosi del bambino non vanno più letti come istinti di natura sessuale, ma come espressione del desiderio di riassorbimento nel corpo materno e di restaurazione della simbiosi primitiva. Solo in un secondo momento, nello “stadio dello specchio”, il bambino perviene alla costituzione del proprio Io singolo attraverso la ricomposizione dell’unità perduta di sé stesso, unità offertagli intuitivamente dalla sua immagine speculare, la quale però viene presto sostituita dall’identificazione con altre figure (come quella di un fratello o di una sorella più piccoli che vengono ad “intromettersi” nel nucleo familiare) che rimandano in forma idealizzata all’arcaico senso di armonia con la madre. Tuttavia, tale processo di identificazione rimane sostanzialmente instabile, oscillando di continuo tra l’angoscia del corpo-in-frammenti e l’immedesimazione mai completa con una serie potenzialmente infinita di immagini speculari successive. Il complesso edipico rappresenta allora una via d’uscita da queste prime formazioni dell’Io di stampo paranoico. In virtù del divieto dell’incesto, il padre impone al figlio la separazione dalla madre con la minaccia dell’evirazione, il che però non fa che risvegliare i desideri regressivi del figlio che erano stati momentaneamente attenuati dal ciclo delle identificazioni consecutive. Ma quando il bambino giunge a identificarsi con l’imago paterna (secondo la dinamica già descritta da Freud), questa non rappresenta più solo un’altra qualsiasi immagine di un Io ideale, ma racchiude in sé un’intera cultura: questa identificazione culturale permette allora al soggetto di stabilizzare la serie delle infinite identificazioni speculari (solo più tardi Lacan parlerà di identificazione simbolica). Il modello lacaniano può essere utile allora per interpretare le dinamiche generali di costituzione dell’identità maschile e per illuminare il primo movimento di articolazione della mascolinità: essa sarebbe il frutto mai definitivo di un processo dialettico di differenziazione (dalla madre) e di successiva identificazione (con il padre).
    Quel che però Lacan non dice, è che questa traiettoria ideale non avviene in uno spazio vuoto, ma è già in origine inficiata dai rapporti di forza che vengono ad inscriversi e ad influire sullo sviluppo psicosessuale infantile. Quando cioè il bambino comincia a rappresentarsi l’avvenuta separazione dal mondo femminile materno e il conseguente ingresso in quello maschile paterno, egli si trova costretto a farlo all’interno di un contesto culturale che ha già assegnato una serie di significati valutativi tanto all’uno quanto all’altro polo. In questo retaggio patriarcale, la fusione arcaica con la madre viene associata dal figlio maschio esclusivamente ad un sentimento di debolezza e negatività. Di conseguenza, il distacco dall’orizzonte materno, pur necessario per lo sviluppo di un’autonoma capacità di simbolizzazione, viene ad assumere i tratti violenti di un matricidio metaforico, che si riflette nell’interdizione della figura materna all’interno dell’assetto sociale e culturale maschile. Tuttavia, in questo modo l’originario legame con la madre non è realmente superato, ma semplicemente rimosso nell’inconscio, da dove continua ad esercitare il suo potente influsso come fonte costante di attrazione. Ossessionati dall’idea di dovere la vita ad una donna, tentati da impulsi regressivi e nostalgici ai quali però non permettiamo di manifestarsi nella coscienza, noi uomini siamo dominati dalla ripugnanza per questi desideri, dal momento che essi ci vengono presentati unicamente come pulsioni di annullamento e di morte, e cerchiamo perciò di combatterli opponendogli tendenze aggressive e ostili. Nella dialettica tra dinamiche psichiche individuali e ordine simbolico fallocentrico, la rinuncia alla simbiosi materna si traduce inevitabilmente in un0 evento tragico e delittuoso: il che non ci permette di liberarci definitivamente dall’influenza di quel legame arcaico, perché esso sopravvive nel senso di colpa inconscio per l’assassinio di colei che per prima ci ha ospitato e accudito10. Questo conflitto non risolto tra separazione violenta e nostalgia dell’unità prenatale rischia allora di incancrenirsi in modalità patologiche strutturali, che vengono a costruire l’architettura stessa della soggettività maschile.
    Ma non c’è nessuna necessità che la differenziazione dal femminile-materno avvenga nella modalità del matricidio. Ed è giunto il momento di svincolarci dal senso di colpa. Finché tuttavia quel primo legame resta nella notte dell’impensato, negli inferi della cultura, non è possibile tagliare il cordone ombelicale senza ricorrere alla violenza: ma allora, lungi dall’essere occasione festosa di differenza, la separazione dalla madre continuerà a perseguitarci con le sue Erinni. Il punto però è che la tradizione patriarcale non ci fornisce gli strumenti concettuali e pratici adatti a risignificare e agire in modo pacifico quella separazione: per farlo ci mancano le risorse, perché quelle che abbiamo sono distorte da nostalgia, misoginia, paura. Quelle risorse vanno cercate altrove. Risulta ancora una volta evidente la necessità per noi uomini di fare un passo indietro e aprirci al dialogo col femminismo: perché, da quando le donne hanno cominciato a pensarsi a partire da loro stesse, da quando hanno liberato l’universo materno dal segno negativo assegnatogli dalla tradizione maschile, nuove parole sono disponibili. Per un pensiero della differenza maschile, mettere a frutto quelle parole senza però appropriarsene, può allora significare l’elaborazione di un discorso finalmente sereno sulla nostra origine materna, capace forse di lasciarsi alle spalle la follia di Oreste.

     

    Noli me tangere. Uomini e corpi
    C’è un tratto singolare che emerge piuttosto insistentemente dalle riflessioni di coloro che hanno cominciato a ripensare l’esperienza della propria mascolinità: ed è una sorta di ripulsa per il contatto fisico e relazionale in genere, in particolare tra uomini. Così Victor Seidler: “È in questo contesto che maturiamo una profonda paura del contatto sia con noi stessi sia nelle nostre relazioni intime con gli altri. […] Non cerchiamo affatto il contatto, al contrario ne siamo spesso tacitamente terrorizzati e possiamo continuare a muoverci in modo da evitarlo”11. Nel mondo maschile, questo timore di un contatto troppo stretto e di una vicinanza troppo prossima affiora in modo abbastanza chiaro all’interno del rapporto padre-figlio. Quella paterna è spesso una figura distante, fredda, poco incline alla tenerezza fisica, all’abbraccio, alla carezza. Per il bambino è la madre a rappresentare la dimensione corporale dell’affetto, mentre i rapporti tattili col padre sono impediti a causa di un imbarazzo diffuso. Una certa distanza di sicurezza deve essere mantenuta anche nei rapporti di amicizia, quasi come fosse stabilita da una legge non scritta: ai corpi degli uomini è vietato toccarsi, incrociarsi, approssimarsi. Si tratta di un divieto che rischia di impoverire non poco la nostra vita affettiva, deprivandoci di un aspetto importante delle nostre pratiche di incontro dell’altro: la carne che noi siamo deve cedere il passo ad una espressività dis-incarnata. Un discorso astratto sbarra la possibilità di un’articolazione fisica dell’amore tra uomini: anche nelle situazioni di maggiore familiarità, il tra-uomini si situa all’insegna del distacco.
    Ma se ora allarghiamo il raggio della nostra analisi, l’angoscia maschile per il contatto, piuttosto comune almeno in Occidente, sembra rivelarsi epifenomeno di un quadro simbolico e culturale più ampio (ma sempre sessuato al maschile), nel quale il senso del tatto viene interdetto o svilito a vantaggio degli altri sensi, in particolare della vista. Ciò che viene sottoposto a restrizione, se non addirittura a riprovazione, non è tanto l’oggetto del toccare, ma il toccare stesso. Così, Aristotele colloca il tatto fuori dall’orizzonte propriamente umano. Se infatti nel De anima egli gli assegna il primato sui sensi, è solo perché lo considera la condizione necessaria e sufficiente a definire l’essere animale. Per questo invece nell’Etica Nicomachea può affermare che il tatto (e il gusto) sono piaceri “degni di schiavi e di bestie”12. Il vero primato, quello gnoseologico, spetta alla vista: “preferiamo la vista a tutto, si può dire, non soltanto ai fini dell’azione, ma anche quando non dobbiamo far nulla. La causa di ciò consiste nel fatto che la vista ci dà conoscenza più di tutti gli altri sensi, e ci rivela molte differenze”13. La centralità della facoltà visiva era già stata stabilita da Platone, che anzi ne faceva il medium per elevarsi al mondo delle Idee. E anche quando la vista era accomunata agli altri sensi nella generale condanna del sensibile, il discorso sulla contemplazione del Bene utilizzava metafore attinte sempre dal campo semantico della percezione visiva. Tutto il mito della caverna si gioca sulla portata epistemologica dello sguardo: le catene impediscono ai prigionieri di muovere il collo e li costringono a fissare solamente le ombre che gli si muovono davanti. Se però qualcuno riesce a liberarsi, egli potrà “riuscire a vedere le cose che sono al di sopra. E dapprima, potrà vedere più facilmente le ombre e […] dopo di ciò potrà vedere più facilmente quelle realtà che sono nel cielo […]. Per ultimo, credo, potrebbe vedere il sole e non le sue immagini nelle acque o in un luogo esterno ad esso, ma esso stesso di per sé nella sede che gli è propria, e considerarlo così come esso è”14. Qui la libertà di vedere si identifica con la possibilità stessa di accesso alla verità, mentre eventuali limitazioni imposte alla vista si traducono per gli uomini in oscurità-ignoranza. Questa assoluta preminenza conferita allo sguardo si inscrive forse all’interno di un paradigma che potremmo definire “scopico” e che costituisce uno dei fondamenti simbolici del pensiero (maschile) occidentale. Ma c’è un elemento singolare del mito platonico che mi pare non sia stato sufficientemente considerato; infatti, oltre ai ceppi che li trattengono dal voltare il capo, nessun altro vincolo ostacola i prigionieri della caverna: le loro mani ad esempio possono muoversi a piacimento. Il problema però è che per Platone il tatto non sembra essere fonte di conoscenza: non è toccando che si può giungere al cospetto delle Idee. Esse non hanno corpo, non hanno carne, non hanno volume: tastarle, sentirle, sfiorarle sarebbe inutile, oltre che impossibile. Il primato del vedere, etico e teoretico ad un tempo, rappresenta perciò solo un lato della medaglia: il suo rovescio porta incisa la corrispondente subordinazione del toccare.
    Si può allora individuare la coppia di valori contrapposti che interviene a strutturare la gerarchia dei sensi: l’astratto prevale sul concreto, l’assenza prevale sulla presenza del corpo, della carne. Questa sorta di fort\da sensoriale è piuttosto evidente, assieme ai suoi risvolti pratici, nella preminenza delle moderne tecnologie di comunicazione a distanza sulle forme di comunicazione in presenza. Il dialogo oggi è veicolato da immagini senza volume, da suoni senza spessore: la vista è l’unica protagonista dello spettacolo televisivo, l’udito della conversazione telefonica. Ma in questo modo il con-tatto con l’altro è impedito da uno schermo. Niente più sensazione della profondità, della dimensione, della materia; niente più mani che si stringono o dita che si sfiorano: una tele-logica si costruisce sulla nostra pelle. E questo vuoto di carne rischia di essere colonizzato dalle dinamiche del potere: perché quando nello scambio si perde la contiguità diviene sempre più difficile distinguere la verità dalla falsità seduttrice di una parola ideologica. Un gesto, una palpitazione, un lapsus, un battito di ciglia spesso possono tradire una menzogna: ma un messaggio elettronico ci arriva senza questo corredo fisico, cosicché è quasi impossibile capire chi si nasconde dietro quelle maschere senza corpo.
    Ma cosa si cela dietro questo svilimento simbolico del tattile? Prima ho parlato di forme patologiche costitutive della soggettività maschile. Poiché la produzione di messaggi non è mai neutra, ma sessuata, dovremmo allora riscontrare tracce di quella patologia strutturale anche nei discorsi articolati dagli uomini. In effetti, dalle analisi linguistiche di Irigaray traspare chiaramente la tendenza maschile a produrre messaggi auto-referenziali a contenuto astratto e totalmente incentrati su un soggetto-uomo: tratti simili a quelli da lei enucleati a proposito della grammatica dell’enunciazione dell’ossessivo, anche se in una prospettiva non individuale ma di genere. Si può così definire “«isterica» il corpus femminile, ossessivo il corpus maschile. Questo non significa ridurre le donne all’isteria né gli uomini alla nevrosi ossessiva. Ciò non toglie che attualmente la nostra cultura metta le une e gli altri di preferenza in tali modalità enunciative, il che spiega d’altronde le difficoltà dei loro incontri”15. È allora legittimo chiedersi se sia possibile riscontrare altre analogie tra articolazione della mascolinità e formazioni psichiche patologiche. Se a questo punto ricordiamo quanto precedentemente affermato a proposito del disagio maschile per l’intimità fisica e della parallela marginalizzazione simbolica del senso del tatto, possiamo in effetti scoprire una concordanza con ciò che la psicoanalisi individua come segno di riconoscimento fondamentale della costellazione ossessiva: “il divieto principale, che costituisce il nocciolo della nevrosi come anche del tabù, è quello del contatto, da cui il nome: angoscia del contatto, délire de toucher. […] Tutto ciò che dirige i pensieri sul proibito, che provoca un contatto mentale, è proibito proprio come il contatto corporeo diretto”16. Freud ricostruisce anche la storia clinica di questa paura ossessiva: esso nasce da un’intensa voglia di toccare manifesta nella primissima infanzia, alla quale però si oppone dall’esterno (in particolar modo dal padre) un divieto in senso contrario. Tale divieto, che si impone alla coscienza, tuttavia non elimina l’impulso originario, ma semplicemente lo rimuove nell’inconscio, creando così un’ambivalenza tra desiderio e timore di toccare. Se ora ci spostiamo sul piano della mascolinità e leggiamo l’angoscia maschile per il con-tatto in analogia con lo schema freudiano, possiamo reinterpretare la brama primitiva di toccare come aspirazione al ricongiungimento con la madre, alla quale si contrappone l’interdetto paterno del “noli tangere matrem” che precede l’identificazione edipica. Le parole di Cristo a Maria di Màgdala sono emblematiche a tal proposito : “Non mi toccare, perché non sono ancora asceso al Padre”17.
    Rivalutare il contatto e la presenza, liberarci dalla paura dell’intimità, riscoprire la fecondità della carezza anche tra uomini diventa allora una priorità per un pensiero della differenza maschile: quel che dobbiamo capire è che l’esclusione del tattile dal campo delle nostre esperienze ci priva di una dimensione feconda del nostro vissuto. Rinunciare al tatto, alla carezza, alla prossimità come risorse relazionali significa inevitabilmente limitare le possibilità di un rapporto più ricco con gli altri e con noi stessi. Anche in questo caso, l’insistenza delle filosofe della differenza sul tema del desiderio è una lezione che dobbiamo imparare: infatti, anche se il maschile si è sempre rappresentato come unico soggetto desiderante, ciò che emerge in realtà è quanto “fatichi a pensarsi desiderabile, oggetto di un desiderio forte e vero da parte delle donne”18. Il desiderio ci apre al contatto, all’incontro dell’altro, in particolare dell’altro: donna; il suo movimento è in grado di infrangere il muro di intangibilità di cui ci siamo circondati. Ripensare il desiderio maschile in termini di reciprocità può allora essere la via da percorrere per trasformare i nostri corpi di uomini in luoghi di accoglienza per l’altro, pronti ad ospitarlo anche nella dimensione tattile della carezza.

     

    In conclusione
    Ma la strada è ancora lunga. I temi che ho qui brevemente affrontati non sono che un abbozzo, un suggerimento senza pretesa di verità. Tanto più che ci sono molti altri nodi al pettine della maschilità. Fondamentale sarebbe ad esempio analizzare le relazioni che legano gli uomini al potere: ricercare le radici dell’egemonia patriarcale, prendere coscienza delle nostre quotidiane complicità e assumercene la responsabilità diventa condizione indispensabile per tentare di articolare in modo più equo la nostra appartenenza al genere. Ma cosa resta del patriarcato se le grandi narrazioni legittimanti hanno perso la loro credibilità? Qual è la condizione dell’egemonia maschile in una situazione di post-modernità e post-sovranità?
    Rispondere significa tra l’altro rimeditare la categoria di “crisi della maschilità”, spesso gridata come una chiamata alle armi dai difensori del tradizionalismo maschilista. Tale crisi è probabilmente una realtà: il punto è che dobbiamo leggerla come un’occasione di festa e non di lutto. È l’erosione progressiva dell’ideologia e delle strutture di potere patriarcali che ha preparato le condizioni stesse di pensabilità del tentativo di de-generazione e ri-generazione della maschilità. Se è vero che il passaggio dal patriarcato tradizionale al fratriarcato moderno è coinciso con la nascita dello Stato-Leviatano e con la sua teorizzazione da parte dei contrattualisti classici19, l’attuale ordine post-leviatanico, che sembra restituire “secondo un ordine logico-storico rovesciato (quasi come in un film proiettato all’indietro) le modalità e i fattori della sua nascita e costruzione”20, ci permette anche di enucleare gli elementi costitutivi e genetici della compagine del potere maschile, dandoci, si spera, gli strumenti per s-compaginarla.
    Quello che però mi preme più di tutto sottolineare è la necessità, per un pensiero della differenza maschile, di dialogare costantemente con le pratiche e le acquisizioni teoriche del femminismo: e non solo del femminismo di area anglosassone – con il quale già i Men’s studies hanno allacciato una relazione feconda – ma anche di quello per così dire “continentale”. È perciò “necessario riconoscere una sorta di debito culturale e sociale nei confronti del femminismo da parte di uomini che hanno trovato in esso non solo le parole per avviare una propria autonoma riflessione, ma anche lo spazio sociale per svilupparla”, riconoscendo anche come ciò abbia rappresentato “l’occasione di sperimentare una nuova ‛autorevolezza femminile’ e di avvertire un sospetto d’inattualità del predominio maschile”21. La rivoluzione femminista, avviando la fine di quel predominio, ha indirettamente dischiuso anche per noi uomini nuovi orizzonti di libertà. Si tratta ora di vedere come occuparli per non lasciarli vuoti, o meglio per sottrarli a tutt’altro tipo di interessi e di discorsi.

     

    Bibliografia
    Qui di seguito vorrei indicare alcuni testi, reperibili in italiano, utili per un primo approccio al tema della maschilità.

     

    Badinter, élisabeth, XY. L’identità maschile, Longanesi & Co., Milano 1993 (ed. orig. 1992).
    Bellassai, Sandro – Malatesta, Maria (a cura di), Genere e mascolinità. Uno sguardo storico,   Bulzoni, Roma 2000.
    Buchbinder, David, Sii uomo! Studio sulle identità maschili, Mimesis, Milano 2004 (ed. orig. 1994).
    Connell, Robert W., Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale, Feltrinelli, Milano 1996 (ed. orig. 1995).
    Gilmore, David D., La genesi del maschile. Modelli culturali della virilità, La Nuova Italia, Scandicci 1993 (ed. orig. 1990).
    Seidler, Victor J., Riscoprire la mascolinità. Sessualità ragione linguaggio, Editori Riuniti, Roma 1992 (ed. orig. 1989).

     

    Vorrei inoltre segnalare due siti internet che ospitano interessanti riflessioni di uomini sulla differenza maschile.

     

    www.maschileplurale.it
    www.achillesheel.freeuk.com

     

    LORENZO COCCOLI

     

    1 Penso soprattutto alle narrazioni della medicina (classica e moderna) e del contrattualismo
    2 Per una bibliografia approfondita cfr. R. W. Connell, Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale, Feltrinelli, Milano 1996.
    3Si pensi ad esempio al “divenire donna” di Deleuze, che nella sua prospettiva è genericamente il divenire altro, segno di trasformazioni in atto più che indice di un rapporto diretto con le lotte, l’esperienza e la parola di donne reali. Cfr. R. Braidotti, Dissonanze. Le donne e la filosofia contemporanea. Verso una lettura filosofica delle idee femministe, La Tartaruga, Milano 1994.
    4Il libro di Robert Bly, Iron John: a book about men, pubblicato nel 1990, rimase negli USA al primo posto della classifica dei bestseller fino al 1991.
    5Cfr. E. O. Wilson, On human nature, Harvard University Press, Cambridge 1978.
    6L. Irigaray, Avvicinarsi all’altro come altro, in In tutto il mondo siamo sempre in due. Chiavi per una convivenza universale, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006, pag. 67.
    7J. Rutherford, Missing mothers, in Men & Mothers, “Achilles Heel”, n. 12, autunno 1991.
    8A tal proposito vedi l’intervento di Francesco Ragazzi.
    9Ora nella raccolta postuma di Autres écrits, Seuil, Parigi 2001.
    10Cfr. L. Irigaray, Il corpo a corpo con la madre, in Sessi e genealogie, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007.
    11V. J. Seidler, Riscoprire la mascolinità. Sessualità ragione linguaggio, Editori Riuniti, Roma 1AristoAristotele, Metafisica, 980a 25-29.tele, Etica Nicomachea, 1118a 25-26.992, pag. 78.
    12Platone, Repubblica, 516 A-B, trad. it. R. Radice, Tutti gli scritti, cit. C
    13corsivo mio. È interessante osservare che termini come “evidenza” e “teoria” derivano da verbi che denotano il vedere.

     

    14L. Irigaray e gruppo di ricerca, Sexes et genres à travers les langues. Eléments de communication sexuée, Grasset, Parigi 1990, pag. 408, cit. in L. Irigaray, Approccio a una grammatica dell’enunciazione dell’isterica e dell’ossessivo, in In tutto il mondo, cit., pag. 91n; cfr. anche Eadem, Amo a te. Verso una felicità nella storia, Bollati Boringhieri, Torino 1993.
    15S. Freud, Totem e tabù, Mondadori, Milano 1997, pag. 36. 
    16Giovanni, 20, 17. Ovviamente utilizzo questo passo del Vangelo solo come suggestione, senza alcuna pretesa di rigore filologico o ermeneutico.
    17S. Ciccone e C. Vedovati, Liberiamo il corpo maschile, in R. Gallelli (a cura di), Corpo e identità. Educare alle differenze, Progedit, Bari 1999, pag. 80.
    18Cfr. C. Pateman, Il contratto sessuale, Editori Riuniti, Roma 1997.
    19È la suggestiva tesi interpretativa di Giacomo Marramao. Cfr. G. Marramao, P
    20Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pag. 110.
    21 S. Ciccone, Maschile, in “Iter”, anno IV, n. 12, luglio-agosto 2001, pag. 20.