• Sara Del Bello, Esperienza, politica e antropologia in María Zambrano. La centralità della persona, Mimesis, Milano, 2017, pp. 247

    Sara Del Bello, Esperienza, politica e antropologia in María Zambrano. La centralità della persona, Mimesis, Milano, 2017, pp. 247

    Recensione di Ishvarananda Cucco

    Nel panorama del pensiero femminile del secolo scorso spicca una figura originale e poliedrica. Un’autrice che già dai primi anni del suo impegno ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo di tematiche poi confluite e sviluppate nell’ambito del pensiero femminista. Mi riferisco a María Zambrano, pensatrice il cui contributo teorico è stato condensato da Sara Del Bello in un denso ma agile saggio di recente uscita. Una monografia dalla quale emerge, oltre che l’impegno, l’autentica passione dedicata dall’autrice all’argomento. Di particolare interesse sono i passaggi del testo in cui María Zambrano è chiamata far luce, col suo contributo teoretico e teorico-politico, su delle premesse forse non ancora del tutto illuminate del pensiero femminista. Ed è proprio su questo aspetto che intendo concentrarmi. Lo farò attraverso il personaggio di Antigone osservato con gli occhi della pensatrice spagnola.

    L’eroina tragica di Sofocle incarna infatti il prototipo umano in cui confluiscono tutte le tematiche su cui María Zambrano ha riflettuto. Appare del resto significativo il fatto che Del Bello collochi la lettura zambraniana dell’Antigone praticamente a metà del suo lavoro, costituendola implicitamente come uno snodo teorico necessario: raccordo in cui tutti i contenuti problematici affrontati in precedenza convergono, e da cui ne escono trasformati e in qualche modo rigenerati in una coloritura che sembra acquisire il tono di quella speranza che per Zambrano è un primo strumento della dotazione salvifica cui può ricorrere l’uomo europeo (p. 55). Ora, sperare significa disegnare un tragitto salvifico solo a patto di tornare a riconoscere “la propria condizione creaturale”, di “addentrarsi nelle viscere dell’umano”, nella sua finitezza corporea e nella sua indefinitezza/infinitezza interiore. Nulla a che vedere quindi col razionalismo occidentale che si situa nell’astrattezza dell’idea e che per Zambrano ha molte responsabilità nelle patologie dell’Europa della prima metà del Novecento. E Antigone? La sua vicenda per Zambrano rappresenta esattamente questo ritorno alle viscere dell’umano che il razionalismo ha obliterato rivolgendo lo sguardo all’Iperuranio. Lo rappresenta già nella sua dimensione simbolica: la discesa nella tomba, caverna, casa delle ombre, è un percorso inverso rispetto a quello compiuto da Platone, come giustamente rileva Del Bello (p. 122). La discesa nella tomba che è paradossalmente nascita (interiore), scoperta di sé, che si compie attraverso l’incontro con l’altro: “i fratelli Eteocle e Polinice, la sorella Ismene, la madre Giocasta, il padre Edipo, la nutrice Anna e l’Arpia” (p. 115). Questa nascita, scaturita dalla discesa nelle viscere dell’interiorità e dall’incontro con l’altro, si contrappone al “carattere mortifero”, autoreferenziale e solipsistico, del potere maschile, incarnato dalle figure di Creonte, Edipo, Eteocle e Polinice (p. 123). Tutti autori di azioni feconde solo di colpe e di sangue che, riversatesi sulle spalle di Antigone, attraverso di lei trovano redenzione in una morte che è aurora di nuova vita. La vita concreta però – contrapposta a quella astratta e ideale – smarrita dal pensiero e dall’uomo moderni non è rappresentata dalle viscere di per sé, ma dal loro contenuto: amore generatore, pietà, responsabilità, tutte articolazioni della norma più importante che Antigone oppone al decreto di Creonte: la legge di natura (p. 114). In una parola, potremmo dire: autocoscienza. Ma non si esaurisce in ciò la complessità dell’Antigone di Zambrano. Non è un caso che il suo profilo, il contenuto teorico che essa rappresenta e custodisce, ha interessato, direttamente o indirettamente, pensatrici di primo piano – e richiamate da Del Bello nella sua ricostruzione – come per esempio Adriana Cavarero, Luce Irigaray, Wanda Tommasi, Elena Laurenzi, Katja Tenenbaum. Pensatrici. Donne. Perché Antigone, proprio alla luce delle qualità qui solo sommariamente descritte, rappresenta innanzitutto un archetipo femminile: di conoscenza e saggezza. E ciò è evidente per esempio dal tipo di sapere che essa oppone al sapere logico, normativo e astratto costituito dal razionalismo e portato avanti da generazioni di pensatori in gran parte uomini: un sapere dell’anima, che Antigone condivide con altre eroine (donne) dell’universo zambraniano, come Diotima, Eloisa, la Nina di Galdós, S. Teresa D’Avila. (pp. 106-107). Qui il sapere maschile (razionale, astratto, assertivo) non può che tacere e porsi in rispettoso ascolto di ciò che il femminile è in grado di annunciare. La messa in discussione della “ragione egemonica” (E. Laurenzi) è allora una messa in discussione di un intero “ordine simbolico”, falsamente neutrale ma in realtà declinato al maschile (A. Cavarero). Il rifiuto di Antigone di ottemperare al decreto di Creonte rappresenta allora anche quella “indipendenza simbolica” cui mira la stessa Zambrano (W. Tommasi). Ecco che Antigone, nella sua dimensione di prototipo antropologico, diviene per Zambrano – e per le pensatrici che su di lei hanno riflettuto – un faro sulla condizione femminile (p. 105).

    Ora, un’interpretazione di Zambrano come autrice animata da intenti meramente critici, non coglie l’originalità dello sguardo della filosofa, come sottolinea Del Bello (nota 364, p. 109), la quale cita una frase emblematica e che mi ha colpito: «non fui femminista, fui femminile». Come interpretare questa affermazione? La risposta a questa domanda passa ancora una volta per Antigone. Antigone, che non nega la legge, oppone alla legge (dello Stato) un’altra norma, più forte: la legge di natura, “legge vera”, “legge del cuore, del sentire originario, delle viscere umane” (p. 121) di cui proprio la donna è custode; silenziosa sì, ma solo fino al momento della responsabilità della scelta. Dunque la dicotomia femminile/femminista enunciata da Zambrano è solo apparente. Il femminile rivendicato da Zambrano è per esempio il richiamo a una corretta interpretazione della differenza sessuale. Una differenza da una parte imposta (dal paradigma maschile) e quindi da confutare; dall’altra naturale, e in questo caso da rivendicare. Nel primo caso, Zambrano invita a osservare come tale differenza sia evidente in ciò che la donna dice e, soprattutto, in ciò che la donna tace, poiché costretta nelle limitazioni di una cultura sviluppata su paradigmi maschili (p. 109). La reazione a ciò passa per l’esortazione all’impegno politico e sociale delle donne, una teoria d’azione sviluppata da Zambrano in numerosi articoli pubblicati dal 1928 nella rubrica Mujeres della rivista El Liberal. Un impegno che deve essere non solo delle donne ma anche dei giovani e di tutte quelle “voci nuove” relegate fino a quel momento a ruoli passivi, chiamati a contribuire alla costruzione del futuro nell’ora più buia per la Spagna del Novecento. Fin qui, la presa d’atto della differenza imposta e le sue possibili soluzioni. Quanto alla differenza naturale, essa è invece rivendicata con forza da Zambrano: come fattore in grado di affermare le specificità della dimensione femminile. Donne e uomini infatti non si situano sullo stesso piano di realtà: ciò che la donna sente e vede è diverso da ciò che sente e vede l’uomo. Da qui l’incoraggiamento a non inseguire un’emancipazione che, nel replicare modelli maschili, allinea semplicemente il mondo femminile a quello maschile, ma a costruire un cammino emancipativo che attinga esclusivamente dal proprio deposito di potenzialità. Perciò non è lo scontro a rendersi necessario, ma l’equilibrio fra questi due mondi (p. 110). Neppure il rancore è più giustificato, dal momento che la presa di coscienza delle proprie possibilità implica nella donna l’uscita dalla sottomissione psicologica e dunque dallo schema del risentimento. Ciò che la donna deve rivendicare è il rispetto: della sua specificità di elemento autonomo, differente e paritario rispetto all’elemento maschile. Ora, per tutto questo, la sola emancipazione economica da sola è insufficiente. È necessaria piuttosto un’emancipazione politica, perseguita da una “donna politica” (p. 111) ancora assente nella Spagna del primo Novecento e fortemente invocata dalla Zambrano di Mujeres: una donna che riesca ad affermare la sua visibilità sociale e dunque la sua dignità.

    Tornando ad Antigone, il suo valore per la pensatrice spagnola è anche quello di contribuire a schiudere un orizzonte teoretico che il pensiero occidentale non è ancora stato in grado di descrivere, formalizzare, concettualizzare. Zambrano azzarda questa impresa di dar nome, coniando la nozione di razón poética. Questa è innanzitutto l’esito della ricerca di un linguaggio filosofico che risponda al proprio essere donna (p. 106). Inoltre mostra la nuova direzione che il logos occidentale, ora cristallizzato nell’astratto, può intraprendere per riconoscere, e quindi nominare, elementi del sentire che un nome ancora non ce l’hanno e che solo la poesia, col suo lessico simbolico, è riuscita talvolta a catturare. La ragione poetica è il tentativo di confutare quello che Luisa Muraro definisce “il peggiore degli inganni” per il pensiero, ossia la dimenticanza dell’umano sentire (p. 224). È “una sorta di simbiosi” tra il sentire, proprio della sensibilità poetica, e il capire – nel suo senso etimologico di cogliere, trattenere – proprio della logica filosofica (p. 230). Questo connubio fa sì che la verità (qui propriamente intesa come ἀλήθεια) non sveli se stessa cedendo a un comando coercitivo del pensiero razionale (maschile), bensì attraverso un impulso autonomo di emersione lenta, graduale e continua, ma perennemente incompiuta, in grado di essere compresa solo dall’ascolto attento e paziente del pensiero femminile. Essa acquisisce così un “aspetto aurorale e continuamente nascente” (p. 221) che contribuisce a conferire al metodo razional-poetico di Zambrano il suo carattere visionario-onirico (p. 222), avvicinandolo così ad altri procedimenti egualmente orientati al sentire o al dire propri della poesia e sperimentati da altri filosofi del primo Novecento; si pensi per esempio ai riferimenti heideggeriani a Hölderlin o allo stesso metodo del filosofo di Meßkirch, volto a una “distruzione” critica e concettuale della tradizione filosofica europea; nessi che opportunamente Del Bello rileva (pp. 225 e ss.), colti anche da un grande studioso del pensiero tedesco come Massimo Cacciari (p. 227).

    Se la proposta metodologica individuata da Zambrano nella ragione poetica sconta in termini concettuali l’indeterminatezza tipica delle filosofie che si allontanano dal rigore proprio del metodo teoretico, mantiene però intatto il suo valore di chiave ermeneutica per comprendere la parabola teorico-esistenziale della pensatrice spagnola (p. 246) e, in fondo, offre le coordinate per individuare quei depositi di verità rimasti oscuri al pensiero occidentale (maschile) e in grado di offrirsi a una visione nuova. Si tratta evidentemente di un percorso ancora tutto da compiere e su cui il pensiero femminista cerca di disegnare delle traiettorie. Come sempre, tornare indietro, alle premesse teoriche di un itinerario di pensiero, è il modo migliore per un incedere consapevole e spedito. Ecco che il saggio di Sara Del Bello ci offre una densa ma accessibile panoramica adatta proprio a un’operazione di questo tipo.

  • Sarat Colling1, Animali in rivolta. Confini, resistenza e solidarietà umana, Trad. it. Les Bitches2  (a cura di), Mimesis ed., Milano-Udine 2017

    Sarat Colling1, Animali in rivolta. Confini, resistenza e solidarietà umana, Trad. it. Les Bitches2 (a cura di), Mimesis ed., Milano-Udine 2017

    La prima volta che ho tenuto in mano questo libro, che l’ho osservato, ero seduta sul tram che mi portava verso casa. Di solito non do troppa importanza agli animali non “da compagnia” che attraversano le strade e gli altri confini della città, ma quella volta ne ho apprezzato la presenza. La biodiversità che percorre le periferie, i sotterranei di una metropoli come Roma è rappresentata da specie scomode, poco desiderate e spesso confinate se non uccise (pantegane, scarafaggi, ma anche cani e gatti randagi). Esseri viventi, altri dall’umano, passano da luoghi cosiddetti degradati (rappresentano loro stessi il degrado) a luoghi centrali, formali, non senza suscitare lo sdegno e il rancore dei/lle garanti del perbenismo. Il parallelismo con la nostra specie mi è venuto spontaneo, mi bastava guardare i marciapiedi, guardare di fronte ai supermercati, per scorgere gli/le altre, quella povertà che può essere rappresentata dai/lle migranti, dai/lle senza tetto, da tutte quelle persone che vivono ai margini a stretto contatto con quella categoria di animali poco amata alla vista.
    Quando sono tornata a guardare il libro, le parole rivolta e resistenza, a questo punto mi sono sembrate più imponenti di tutte le altre. Che tipo di confini permettono di attraversare queste parole? Chi può agirle? (altro…)

  • Report della presentazione del libro di Lorenzo Bernini, Le teorie queer. Un’introduzione, Mimesis ed, Sesto San Giovanni (MI) 2017

    Vorrei iniziare questo breve report parlando del luogo dove si è tenuta la presentazione perché luogo di attraversamento di saperi situati, saperi che non vogliono essere né innocenti, né neutrali. Lo stesso autore ha voluto prendere questa iniziativa, perché il suo libro, una mappatura delle teorie queer passate e attuali, è stato presentato in uno di quei luoghi dove la performatività di genere è considerata libera di esprimersi in ogni sua forma. Tuba Bazar lo ha ospitato e ha aperto un dialogo con le molteplici differenze degli spazi e dei corpi presenti in quella libreria/bazar erotico, che andavano dall’accademia ai movimenti, passando dalle singole soggettività. (altro…)

  • Sara Fariello – Madri Assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato, Mimesis 2016

    Sara Fariello – Madri Assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato, Mimesis 2016

    di Anna Simone

    Prima scena: c’è una mamma, una donna, da sola dentro casa con un mucchio di panni da lavare che fissa il vuoto, ossessionata dal pianto del suo bambino e dal telefono che squilla in continuazione. Seconda scena: come fosse diventata all’improvviso un’altra persona quella stessa mamma e donna prima mette tutti i panni in lavatrice e poi ci mette anche il suo bambino. Terza scena: quella stessa madre e donna ora è in cura presso l’unico reparto femminile, tra i sei ospedali psichiatrici giudiziari presenti sul territorio, a Castiglione delle Stiviere. Dopo varie sedute con lo psichiatra prende improvvisamente coscienza del suo gesto rimosso per anni, arriva in cima a delle scale costruite a tornanti circolari, fissa gli stessi tornanti e si butta giù. Sono solo tre scene, tra le tante, di “Maternity Blues”, un film straordinario del 2011 di Fabrizio Cattani, tratto dal dramma teatrale “From Medea” e da una realtà che se guardata in faccia senza paura assomiglia ad un insieme di armi fendenti sempre pronti a colpire.

    Con la stessa nozione  “maternity blues” lo psicoanalista inglese Donald Winnicott ha indicato una sintomatologia composta da tristezza e improvvisa malinconia che colpisce quasi la metà delle donne nella prima settimana dopo il parto, una volta si chiamava “il pianto del latte”, poi anche “sindrome da puerperio”. Per la criminologia positivista, per la sociologia della devianza di superficie, per l’opinione pubblica e per il cinismo che ammanta molte delle inutili parole che affollano i talk show a sfondo giallistico, invece, trattasi solo di “madri assassine” ovvero di “mostri”.

    Sara Fariello, sociologa della devianza presso la seconda Università di Napoli, aveva già lavorato sul figlicidio in un brillante saggio presente in un volume da me curato nel 2012, Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, soffermandosi prevalentemente sulla costruzione, e dunque sulla decostruzione, degli ordini discorsivi sul tema, così come vengono tradotti nei mezzi di comunicazione di massa, nonchè sulla rimozione collettiva che un tale fenomeno porta alla luce sul piano della responsabilità sociale legata all’esperienza della maternità. Dopo qualche anno quel piccolo saggio di Sara è diventato un libro fitto, lucido, interessante anche in virtù del suo doppio posizionamento esperenziale dichiarato fin dall’inizio: la nascita della sua bambina, il parto, il dopo-parto, e il suo mestiere di ricercatrice in sociologia giuridica della devianza.

    Madri assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato è, dunque, in prima battuta l’esito di una ricerca prima inesistente sul fronte sociologico giuridico (l’argomento era stato studiato in prevalenza solo dalla psichiatria e dalla criminologia), nonché uno strumento importante di riflessione per l’approccio legato al femminismo giuridico che cerchiamo di promuovere attraverso queste pagine. Il primo gesto teorico compiuto dallo studio di Sara va nella direzione di costruire una linea di interpretazione sociologica al tema in grado di decostruire la nozione stessa di “madri assassine” perché rispondente più a un tentativo di colpevolizzare l’esperienza della maternità che a inquadrare il fenomeno. Un fenomeno che, a ben guardare, esiste solo sull’eco che alcuni singoli casi evocano attraverso la morbosità della cronaca nera: come dimostra l’autrice del volume il figlicidio, in realtà, oltre ad avere percentuali in calo, resta un atto criminale prevalentemente compiuto dai padri (spesso associato anche all’omicidio della coniuge o della ex).

    La seconda linea, sviluppata assai bene in questo lavoro, concerne il nesso che intercorre tra sintomatologie specifiche legate a questo fatto sociale, per esempio la depressione post-partum, e la “solitudine sociale” di molte madri. I processi di individualizzazione della società contemporanea, infatti, hanno avuto un’eco anche rispetto alla genitorialità, un tempo decisamente più condivisa su scala comunitaria e familiare. I bambini, in altre parole, sono sempre più “solo” nell’alveo della responsabilità dei genitori e sempre meno dell’intera comunità: amici, parenti, vicini ovvero gli attori di una responsabilità sociale allargata e di forme di solidarietà informale che si vanno progressivamente scomponendo soprattutto nelle grandi città.

    La terza linea presente nel volume indaga il ruolo della “madre” e della donna che, come sappiamo, può anche non coincidere, all’interno del pensiero femminista, per decostruirne la “mistica” o per sottolineare quanto, in alcuni casi, giochi un ruolo fondamentale anche l’idea di un desiderio eterodiretto che genera situazioni di difficoltà qualora diventi difficile la gestione del rapporto materiale tra madre e figlio. Si passano pertanto in rassegna i lavori di Gilligan, Rich, Muraro, Lonzi, ma anche De Lauretis, Wittig, Butler arrivando a sostenere la tesi secondo cui madri si diventa, non si nasce.

    La quarta e ultima linea che attraversa il volume si sofferma sulle modalità attraverso cui si è costruita la “devianza femminile”. Qui v’è una storia molto stratificata che va dalla criminologia positivista di fine ottocento sino all’imperialismo culturale delle neuroscienze sulle scienze umane e sociali, basti pensare alla nascita della figura dell’isterica o della “prostituta nata” e via discorrendo. Sara Fariello non ricostruisce questa genealogia, ma si colloca prevalentemente su un presente attraversato da una sorta di involuzione teorico-politica che tende a trasformare ogni “questione sociale” in una “questione criminale” per risolverla sempre con gli strumenti della stigmatizzazione mediatica, psichiatrica, penale, a scapito di una cultura del Welfare che sembra retrocedere di anno in anno. Un libro vivo, insomma. Interessante e molto utile, non solo per il femminismo giuridico-penale e per la sociologia della devianza, ma per chiunque voglia provare a non semplificare, in formule rozze di giudizio senza conoscenza, un fatto sociale così ostico e difficile.

  • Judith Butler, La vita psichica del potere. Teorie del soggetto (nuova ed. a cura di Federico Zappino) Mimesis, Milano 2013 – Judith Butler, A chi spetta una buona vita?, a cura di Nicola Perugini, Nottetempo, Roma 2013

    Judith Butler, La vita psichica del potere. Teorie del soggetto (nuova ed. a cura di Federico Zappino) Mimesis, Milano 2013 – Judith Butler, A chi spetta una buona vita?, a cura di Nicola Perugini, Nottetempo, Roma 2013

    di Alessandra Pigliaru 

     

    L’assoggettamento, suggerisce Foucault, appare come una forma di dipendenza originaria che non abbiamo la possibilità di stabilire in anticipo ma che ci fonda, certo paradossalmente ma – a quanto pare – inesorabilmente. Così quel potere che sentiamo schiacciante fuori di noi è certamente un’esperienza tra le più dolorose. Tuttavia è importante essere consapevoli che la costituzione stessa del soggetto conversa proprio con (e di) quel potere. Lungo questo crinale si inserisce The Psychic Life of Power: Theories in Subjection (1997, Stanford University Press), una delle riflessioni più dense e interessanti di Judith Butler intorno al potere. Tradotto per la prima volta in Italia nel 2005 da Meltemi, La vita psichica del potere. Teorie del soggetto (Mimesis, pp. 248, euro 20) esce ora in un’edizione completamente rinnovata a cura di Federico Zappino.

    La tesi principale di Butler è piuttosto disturbante giacché rimanda ad una complicità ambigua che il soggetto intrattiene con il potere e che difficilmente si può estirpare. Una doppia traiettoria fa del soggetto un paradosso temporale: se da una parte il potere indica la qualità di sottomissione del soggetto, dall’altra ne connota lo stesso divenire. Benché Foucault abbia intrapreso la strada del riconoscimento della relazione tra soggetto e potere, è pur vero – secondo Butler – che non ne ha saputo scandagliare interamente le forme così come i domini psichici.

     

    Torsioni e ripiegamenti

    Per indagare una teoria del potere insieme ad una teoria psichica, Butler problematizza l’ortodossia filosofica e psicanalitica, proponendo un interrogativo politico e sociale che ragioni intorno alla soggettivazione critica. Occorre però discutere di un punto centrale: nelle due posture che il potere assume in capo al soggetto (nel suo fondarlo, e dunque precederlo, e nel suo essere agito) non vi è alcuna necessità teleologica. Né ontologica. Ciò con cui ci si scontra è piuttosto un’ambiguità e una plasticità del soggetto stesso che – da subito competente del potere – è già in colloquio con esso. Se infatti la soggettivazione è sottomissione e insieme costituzione del soggetto, esiste una possibilità attraverso cui il soggetto stesso può emergere. Spesso, ricorda Butler, si fa riferimento ad un attaccamento appassionato nei confronti della propria sottomissione ma l’argomento andrebbe indagato con cura perché viene invocato proprio da coloro che vorrebbero minimizzare e depotenziare la rivendicazione degli oppressi. Secondo la filosofa, l’attaccamento è prodotto dallo stesso potere, adducendo e figurando una torsione del soggetto stesso che si manifesta come ripiegamento. In queste maglie fittissime, quell’attaccamento diventa una possibilità di emersione dello stesso soggetto se – da un piano puramente filosofico – ci si sposta a «socializzare» il piano psicanalitico. Riconoscere l’attaccamento determina infatti la consapevolezza che nell’alveo di quella soggettivazione esiste qualcosa che sfugge alla definizione netta e rassicurante che da Hegel arriva a Foucault passando per Nietzsche e Freud. C’è infatti un amore smisurato che mostra la nostra stessa vulnerabilità e che si prostra e si rivolta conducendoci in una melanconia che è poi prodotta dalla perdita; nel domandarsi le responsabilità del soggetto che si lascia sottomettere non si tiene conto della forma psichica che quel potere assume. La coazione a ripetere dell’attaccamento si comporta come una nevrosi, il rifiuto (o forse sarebbe meglio dire: quel che ne resta) invece – dopo la consapevolezza – scompagina lo scenario repressivo del regime regolatore nell’impossibilità ad approfittarsi di noi. L’esistenza di un soggetto anteriore allo sfacelo è paventabile? Cioè l’interruzione di questo circuito che soggioga è pensabile? Butler risponde così: «sono orientata a sostenere che il soggetto che si oppone alla violenza morale, anche a quella contro se stesso, sia il prodotto di una violenza già consumatasi, senza la quale egli non sarebbe potuto emergere». E in effetti, dalla dialettica servo-padrone passando per la coscienza infelice proposte da Hegel, si introduce il prodromo di ciò che inchioderà Foucault e il dibattito a lui coevo. Cioè quel soggetto non è analizzabile solo come produzione ma anche come forma di interiorizzazione.

     

    L’Io in perdita

    Nella torsione che segna l’illuminarsi della coscienza, si deve poter distinguere la volontà dal desiderio. È in fondo la prima che configura ciò che Nietzsche individua come «cattiva coscienza» e che va a puntellare l’auto-rimprovero della norma di cui discetta Althusser. Seppure nell’irrinunciabile dettato teorico, la filosofa – anche qui come in molto suoi libri – sembra andare in cerca della debolezza  di ogni fonte da lei scandagliata per trovare, infine, un inedito punto di avvistamento. All’altezza de La vita psichica del potere tuttavia non ve n’è uno che possa dirsi più saldo degli altri; sarebbe meglio parlare di crocicchio, apparentemente senza via di uscita, entro cui il soggetto affiora, nello sfondo di una violenza già consumata, insieme all’ambiguità di una perdita che non si sa nominare e che, proprio per questo, inchioda l’io in uno stato di perenne melanconia. È quest’ultima a possedere un nome prestabilito e una sua utilità nell’economia butleriana; serve infatti per indicare lo statuto frastagliato del soggetto che diventa Io nel suo ripiegarsi.

     

    Escrescenze «logiche»

    Nella prefazione, Zappino spiega bene in che termini la melanconia si possa ricondurre al genere in una prospettiva della critica queer. E spiega anche come l’intero testo conservi esso stesso una tonalità affettiva melanconica. Più che soluzioni alla morsa del potere, Butler ne fotografa l’esiziale e doppia dislocazione, permanente in una forma psichica che non solo viene interiorizzata ma che sembra guidare lo stesso desiderio e le stesse relazioni. In questo dramma – catastrofe pervasiva già in atto – non c’è posto per nessuna forma parodica; piuttosto la domanda che ci si potrebbe porre è: davvero il soggetto è solo un prodotto, seppur complesso, del potere? E davvero la melanconia avverte unicamente del mancato attaccamento sessuale? In una prospettiva di plasticità del genere a cui Butler ci ha abituato sembra di poter rispondere di sì (su questo e sul futuro del soggetto queer si interrogano con competenza Federico Zappino e Lorenzo Bernini in appendice al volume). Non c’è naturalità e non c’è determinismo, ciò è pur vero nel discorso della filosofa. Certo che però a pensare lucidamente che anche il dissenso critico, le strategie di liberazione e lo stesso desiderio, sono nient’altro che propaggini di quel soggetto, «escrescenza della logica», che decreta la propria nascita come una voragine della fine, viene quasi da chiedersi se non sia perfettamente inutile continuare a interrogarsi sulla vulnerabilità della condizione umana. Che se allo stringente orizzonte ontologico si sostituisce la relazionalità bisognerà pure sostanziarla affinché non sia una finzione anch’essa, come un atto narcisistico. Si potrà cioè concedere all’alterità tutta la sua incontenibile imprevedibilità nel luogo di quella relazione? Ma Judith Butler questo lo insegna, profondamente. Altrimenti non si chiederebbe, in un suo recente e bellissimo librino, A chi spetta una buona vita? (Nottetempo, pp. 80, euro 7). Pubblicato in collaborazione con il blog «il lavoro culturale», viene curato da Nicola Perugini ed è il discorso della filosofa in occasione dell’attribuzione del Premio Adorno 2012. Si tratta di un piccolo gioiello di chiarezza e sintesi politica che prende avvio da  un’affermazione del filosofo tedesco contenuta in Minima Moralia: «Non si dà vita vera nella falsa». Chiedersi cosa sia una vita buona e se la si possa condurre entro il perimetro di una vita cattiva, non ha una mera accezione morale, bensì consiste in un ragionamento più ampio che metta in relazione la moralità e la teoria sociale. Secondo Butler, Adorno si domanda in che modo il dispositivo del potere possa condizionare, fino a sconvolgere, le nostre riflessioni sulla forma di vita migliore. Si potrebbe cominciare dalla propria di vita, ma la questione dirimente per Butler è anzitutto quali siano le vite da considerare tali. In ultima istanza, si gioca una partita più alta e scomoda: quali sono le vite alle quali l’amministrazione della biopolitica non riconosce il lutto? Forse quelle tantissime esistenze che, ancora prima di ulteriori costruzioni, sono già perdute o morte. In questo passaggio umbratile sono numerose le esistenze indegne di lutto che, non trovando spazio nella scena politica, si stringono in «forme di insorgenza pubblica». C’è una noncuranza di fondo che attiene ad una mancata condizione di supporto. Chi non è degno di lutto non è neppure degno di considerazione, e viceversa; non potrà beneficiare di libertà di espressione politica, di alloggio, di sostegno economico né di forme di riconoscimento sociale. Ritornando alla domanda iniziale, come si fa a condurre una vita buona se quella stessa vita è già invisibile, intercambiabile e del tutto dispensabile? Qui rientra la questione della riflessività dell’Io. Anche in un orizzonte neoliberista come quello presente, o in un sistema violento come quello dello Stato di Israele. Cioè, io ho la forza sufficiente per emergere nel campo del possibile? Se sì, devo poter dare seguito a qualunque risposta ne derivi, e poi – si potrebbe aggiungere – decidere come stare in quel campo. Devo soprattutto comprendere che la mia vita si staglia in un tessuto relazionale più vasto che è piagato dal dominio, sì, ma che al contempo può essere la scena di un riconoscimento. Per Butler «anche in condizioni di minaccia estrema, le persone compiono tutti i gesti possibili di supporto reciproco».

     

    Anonimi nel mondo

    Così, se l’invivibilità può essere ascritta alla categoria della precarietà, non sembrerà peregrino segnalare desideri che non si fermano alla sopravvivenza ma che tendono alla vita buona: «anche il solo pronunciare un nome può costituire la forma più straordinaria di riconoscimento, specialmente quando si è diventati dei senza-nome, quando il proprio nome è stato sostituito da un numero, o ancora quando non si è degni di essere chiamati in nessun modo». Allora la vita buona solleva le battaglie per la sopravvivenza in un senso più alto, che comprenda quantomeno la vita organica e che attenga ad una visione sociale e di interdipendenza ma soprattutto che consideri la relazione fra me e gli altri. Sempre e in una molteplicità di emersione. La resistenza alla invivibilità non significa esclusivamente dire di no ad un sistema di vita che non corrisponde, deve essere invece incarnata nei corpi e plurale e poter implicare l’incontro con chi non è degno di lutto. La resistenza in tal senso aspira ad una più ampia narrazione rappresentata dal combattimento della precarietà e della diseguaglianza differenziale. Una forma di scontro in cui non si espunge la vulnerabilità ma anzi se ne fa risorsa perché diventi vivibile, in una condizione critica di democrazia radicale.

     

     

    (“il manifesto”, 5 settembre 2013)

  • Laura Boella, Le imperdonabili. Milena Jesenská, Etty Hillesum, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann, Cristina Campo, Mimesis 2013

    Laura Boella, Le imperdonabili. Milena Jesenská, Etty Hillesum, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann, Cristina Campo, Mimesis 2013

    di Alessandra Pigliaru
    Si intitola Le imperdonabili il libro scritto da Laura Boella che nel sottotitolo specifica il soggetto – femminile plurale – della sua riflessione: Milena Jesenská, Etty Hillesum, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann e Cristina Campo.

    Il libro, pubblicato nel 2000 per l’editrice mantovana Tre Lune, viene proposto ora per Mimesis in un’edizione ampliata. La nuova e ricca introduzione curata dalla stessa autrice spiega la ragione di questa scelta. In effetti non si tratta di un semplice ribadire ma una decisione ponderata che muove anzitutto da una domanda precisa: «che cosa significa essere imperdonabili, oggi?» (p. 17) Per dare conto della vicenda biografica e intellettuale che si è dipanata in questi tredici anni dalla prima pubblicazione, Boella ordina i fili del proprio ragionamento che l’hanno portata a riprendere parola su scritture di donne così incandescenti. Ci mette a parte del propagarsi del suo pensiero, nel momento della scoperta e dell’esperienza, condivisa con gruppi – filosofici e politici – di donne sia fuori che dentro l’accademia. Racconta in particolare della qualità delle relazioni che per prima ha praticato e che le sono state utili per adottare un metodo che dalla filosofia in senso tradizionale potesse aprire all’interrogazione di esistenze incarnate. Il passaggio è cruciale ed è un guadagno raro quando ci si occupa di scritture e pensiero delle donne. Insieme alle scrittrici individuate, si muove così la mappa dello stesso desiderio dell’autrice che – precisandosi – prende forma nella posizione di una risonanza autentica. In questo intrecciarsi di narrazioni, Laura Boella ci consegna il volto di un pensiero filosofico in divenire che sa cogliere – nell’incontro con l’altra – un ordito di cruciale importanza.

    Oltre ad avere la comunanza con l’imperdonabilità, tutte le figure scelte hanno praticato la scrittura come modo di stare nel mondo. Boella segnala la non contemporaneità di ognuna di loro illuminando così la discrasia tra tempo e storia; apparentemente in contraddizione infatti stanno il vissuto e la testimonianza se non fosse che Jesenská, Hillesum, Cvetaeva, Bachmann e Campo assistono al proprio presente nella verticalità della carne; l’imperdonabilità è anche il non poter essere altrimenti da come si è. Stanno dunque tutte al centro di se stesse e al margine del perdono. Le cinque scrittrici si contraddistinguono per la passione della perfezione; apice di un vasto catalogo, è intesa come irreprensibilità di un compimento sia sul piano del pensiero che su quello dell’esperienza. I due piani non comportano scissione bensì rifrazione capace di mettere al mondo inedite forme del vivere in presenza. Quello della perfezione dunque è un patire e distillare tutte le parti del compimento, fino a tenere insieme il fuoco distruttore dell’eccentricità e il languore di assoluto. Le scrittrici che ci consegna Boella non sono imperdonabili per una condotta discutibile, piuttosto per un margine mai risarcito che ne ha decretato la lontananza. Dentro e dietro la stoffa della loro esistenza si agita tuttavia una forza desiderante difficile da addomesticare e conchiudere che ancora ci parla nello «sforzo della voce» (p. 27). Nelle loro esistenze, raccontateci attraverso i documenti a disposizione della filosofa (poesie, saggi, prose, quaderni e lettere) si assiste ad una signoria appassionata nei confronti delle cose e del mondo, contrappunto di una cifra dolente e dissonante verso la cura del sé.

    La prima imperdonabile che incontriamo è Milena Jesenská, scrittrice ceca assente nella prima edizione del volume. Viene raccontata da Laura Boella come donna capace di tracciare i contrasti presenti nella storia e nell’esistenza umana – la sua, in particolare, sopraffatta dalla miseria e dalla violenza. La scrittura di Jesenská si muove tra giornalismo, prosa, epistolari e traduzioni. Ma è in effetti nello scontro con l’impossibilità del vivere che la scrittrice accoglie dentro se stessa l’istanza del tragico. La scelta di tornare a Praga e restarci nonostante l’ineluttabilità del destino che la attendeva, fa di Jesenská una donna che decide scientemente di stare ferma, nella interposizione incarnata della forza femminile dinanzi alla mostruosità del presente. Una testimonianza preziosa la sua che, seppure nella scarsità delle fonti pervenuteci, Boella ridisegna con grande cura. Anche dal campo di concentramento di Ravensbrück, dove nel 1944 Jesenská incontra la morte, arrivano segni netti e inequivocabili di una personalità indomita in perpetuo ascolto dell’altro. Acuminata osservatrice delle vite altrui, la scrittrice ceca si muove dal vertice degli accadimenti. In questo senso, quell’alterità che spesso assumeva il volto degli ultimi, dei condannati senza appello, rappresenta la tonalità emotiva di una donna che sapeva rispecchiarsi nella prossimità alla relazione. Consapevole della inesistenza di una via d’uscita, Milena Jesenská «propone una figura di umanità viva, una postura del corpo che esprime il gesto perentorio, ma calmo, di chi afferma la sua presenza sulla scena degli avvenimenti, e così si interpone, si ritaglia il piccolo spazio della voce, del dire la verità» (p. 62).

    Nel modo della verità che si fa chiarificazione, incontriamo Etty Hillesum. Stella fulgida di una costellazione di imperdonabili, ci viene descritta da Laura Boella come colei che rinuncia al disprezzo. Quella della giovane ebrea olandese è una parabola che non consente di classificare i suoi diari e le sue lettere in un genere specifico, eppure attraverso le sue scritture mostra una sapienza di sé senza pari. Se la letteratura sulla Shoah è una testimonianza di resistenza e di rivolta, la scrittura di Etty Hillesum appare nella forma della passività. Quest’ultima non è intesa come rinuncia o addirittura prostrazione, tutt’altro; l’esperienza di Hillesum infatti significa «stare nella croce del tempo» (p. 77) con inusitato amore, percorrendo palmo a palmo tutto il perimetro di se stessa, fino alla vastità della relazione con Dio – colui che viene scelto come interlocutore attraverso cui si può ugualmente esperire la libertà femminile. Tra l’essere singolare e il divino scorre così l’orizzonte del desiderio di Hillesum, regione sconfinata mietuta di costante stupore. Nel suo percorso di formazione, l’avidità delle letture e dell’accogliere l’alterità si contrappongono ad un annientamento, sottrazione radicale di materialità; ma è proprio in questa privazione così disciplinata al silenzio che la giovane donna si apre alla compassione, «fondamentale movimento di anticipazione nell’immaginazione, costitutivo dell’empatia, e senza il quale la condivisione della sofferenza altrui risulta spesso in autentica» (p. 99). Hillesum, fa notare Boella, in questo doppio registro di altruismo e dedizione, volta le spalle al precipizio della storia confermandosi fedele a se stessa e in amicizia con l’essere infinito. Aiutare e perdonare Dio infatti, come ricorda la filosofa, rappresenta «l’estrema possibilità di pensare diversamente la catastrofe, di pensare oltre ciò che è stato distrutto» (p. 102).

    Per Marina Cvetaeva la scrittura è invece mappa di contaminazioni etiche e estetiche; la lingua poetica diventa in tal senso un modo di intensificare il dissidio tra l’esperienza quotidiana della Rivoluzione russa e quella che attiene più prettamente all’io. Boella rintraccia da subito un’aderenza essenziale: per la poeta infatti «la fisica coincide direttamente con la metafisica, il corpo ha esclusivamente movimenti spirituali, l’anima è incarnata» (p. 109). Ciò condiziona la relazione tra tempo e storia che in Cvetaeva determina l’interrogarsi profondo su due istanze: quella contemporanea, propriamente rivoluzionaria, e quella non contemporanea, effettivamente privata. Eppure la rivoluzione, con tutto il carico che comporta essergli dinanzi come poeta, si mescola sensibilmente nel confronto con il presente. La discontinuità e l’accelerazione scandiscono così il ritmo agitato a cui la poeta dovrebbe sottostare. Eppure per Cvetaeva non è esattamente così; innalzata sull’abisso della violenza, ella appartiene ad una storia «che raccoglie dalla rivoluzione la spinta simbolica ideale all’autenticità, alla rivelazione e creazione di un’epoca, ma ne respinge la fiducia nella felicità, nell’abolizione del negativo e del doloroso» (p. 122).

    Nel segno della complicazione della testimonianza, incontriamo Ingeborg Bachmann. Poeta e scrittrice alta e rigorosa, resta nei pressi dell’irriducibilità stando al passo con la propria storia ma prefigurando l’esperienza come «“processo spirituale” di una creatura in carne e ossa, che vede, sente, pensa, spesso è travolta dagli avvenimenti e dalle emozioni, e parte da sé, nel senso più letterale del termine» (p. 138). Il nocciolo della imperdonabilità sta nella sincronicità tra biografia personale e le tappe significative di un Novecento dilaniato dalla guerra. Circostanza, soprattutto quella della guerra, che Bachmann per prima lesse con responsabilità e fatica ma che, ad ogni modo, la condusse verso la ricerca di un linguaggio che azzerasse l’io come soggetto della letteratura. In questo vuoto del presente, paradossalmente scandito da date e appuntamenti, è la stessa Bachmann ad emergere come tragica figura di inaudita attenzione e generosità. L’insistenza è su quel vedereeloquente che travalica il limite storico e che ne conosce il percorso a ritroso, per dare senso al futuro senza epifanie.

    Il volume si chiude con un’altra vetta del pensiero incarnato: Cristina Campo. Ella muove dall’idea di «un tempo compiuto, denso di ansia, di pericolo, e anche di miracolo, in cui i secoli precipitano e si accumulano gli uni sugli altri, come grandi macigni di pietra» (p. 166). Quel che accade nel presente sarebbe un male insopportabile se non fosse per il passaggio ad un mondo rovesciato in cui Cristina, come suggerisce Laura Boella, diventa il campo di se stessa. Non per porsi da crocevia alle atrocità della storia ma per mondarsi al punto tale da diventare se stessa. Quella di Campo è stata un’esperienza di interezza e di amore del mondo che la condusse in lande limitrofe all’assolutezza. Il crocicchio del soprasensibile segue la passione della perfezione, di una disciplina della gioia intangibile e tanto desiderata.

    Tornando alla domanda iniziale posta da Laura Boella, forse essere imperdonabili, oggi, significa ancora – come per Milena Jesenská, Etty Hillesum, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann e Cristina Campo – prestarsi attenzione, nel modo della fedeltà che la genealogia delle imperdonabili ci ha restituito.

     

  • Anna Simone (a cura di), Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, Mimesis, Milano 2012

    Anna Simone (a cura di), Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, Mimesis, Milano 2012

    Più che un tema è la proposta di un cambio di paradigma. “Sessismo democratico” è espressione che ricolloca nel contemporaneo la posizione di una donna, i rischi e i conflitti da assumere. Prima ancora dell’evocazione di prime, seconde e terze ondate del femminismo, è in effetti più efficace –e ne abbiamo bisogno– di nuove narrazioni del paesaggio in cui ci troviamo ad abitare.
    Nell’Introduzione Anna Simone offre gli elementi di questo paesaggio e le connessioni tra loro. Si comincia da un primo, non scontato, gesto d’orizzonte: “nell’epoca della frammentazione della sovranità, del lavoro, del diritto, del sapere, le soggettività o gli attori sociali si frammentano a loro volta” (p. 12). Un gesto che indica uno sguardo segnato dal passare delle generazioni nel femminismo. La vita di una donna viene collocata su grande scala, partecipa di questi tempi di metamorfosi violente, con tutti i rischi ma anche le invenzioni che si presentano. Non dunque s/oggetto separato, sprovvedutamente consegnato a condizioni costruite altrove, bensì lucido nell’appropriarsi del senso del proprio tempo.
    Il secondo gesto consiste nel tracciare uno spazio comune ma non indifferenziato in cui si trovano i soggetti che vivono e cercano senso per le loro vite. Attraverso il concetto di “status” – che individua “disabili”, “gay”, “lesbiche”- si arriva a cogliere quelle tante situazioni che parlano sì di donne, ma in un modo che a un orecchio femminista ha un che di stonato. Lo status indica, infatti, quei processi di identificazione forzata, che viene costruita attraverso i media, le sentenze, le misure dell’inclusione. In effetti, finito il patriarcato, con le sue capacità di tracciare confini tra dentro e fuori, tra inclusi ed esclusi, tra pubblico e privato (Straniero, p. 131), il gioco si è fatto più pervasivo. L’espressione con cui nominare la famiglia di nuovi procedimenti che riguardano le donne, e altri soggetti, è quello dell’”inclusione differenziante”, per cui la partecipazione è richiesta, di più, è “l’ultima frontiera del politically correct” (Introduzione, p. 14), ma a condizioni tanto definite quanto poco dichiarate. Il quadro che viene ricostruito trova importanti appoggi nelle analisi femministe sulle nuove grammatiche del neoliberismo, a cominciare da quella che Rosi Braidotti tratteggiava nella nuova Introduzione a Madri, mostri e macchine nel 2005, quando parlava di “prolificazione reificata” della differenza.

     

    Certo che si è prese da un moto di rivolta per l’omicidio di Giovanna Reggiani, eppure – come tante femministe capirono allora e come ricostruisce Caterina Peroni (pp. 112 e ss.) – i media, in alleanza con le retoriche delle istituzioni, utilizzarono quel nuovo senso comune di indignazione per innescare e giustificare politiche securitarie e neorazziste – ricordiamo lo sgombero con ruspe del campo rom che ne seguì. Ecco allora la dignità di una donna, alfine inclusa nel discorso pubblico, ma nel quadro di una ripartizione tra “amici” e “nemici”, tra “buoni cittadini” e “criminali” (Fariello e Mauriello), con tutte le azioni che ne conseguono, alfine legittimate. La mente va subito all’analoga mossa retorica che enumerò, tra le ragioni della guerra in Iraq, – una guerra che stentava a trovare argomenti di legittimità – l’oppressione delle donne islamiche a fronte della libertà di quelle occidentali.
    E’ così che si ottiene l’effetto paradossale di un contemporaneo che coniuga una proliferazione discorsiva sulle donne a una loro de-soggettivazione. Ancora una volta, ma in nuova veste, a fare da misura non è la voce viva di una donna, la sua esperienza, ascoltata e potenziata da altre. Donne, alfine previste sì, incluse nel discorso pubblico, rappresentate nei media (Giomi), ma come partecipanti a un gioco dalle regole già stabilite. Risuona con nuovi e diversi e chi la domanda di Carla Lonzi: “ci piace, dopo millenni, inserirci a questo titolo in un mondo progettato da altri?” (Sputiamo su Hegel, p. 14).
    La regola del “noi/loro” – regola per eccellenza della tradizione maschile e patriarcale – trova un’altra esemplificazione, ulteriormente articolata, nei procedimenti di legge rispetto alle mutilazioni genitali femminili, praticate da migranti che vivono in Italia. Fusaschi mostra come la legge, a fronte di retoriche del rispetto della libertà delle donne italiane, differenzi oculatamente tra chi, maschio o femmina, sia coinvolto in queste pratiche: una condanna per un atto non compiuto da una donna su una bambina, un’assoluzione per un atto compiuto da un uomo su un bambino che non sopravvive (p. 143). Ma la ripartizione “noi/loro” insiste sulle stesse occidentali, le degne e le indegne, le colpevoli e le innocenti, come mostra un cambio di passo che, nel saggio, ricorda quello compiuto da Fatema Mernissi, quando respinge al mittente occidentale le retoriche sul velo: così pronte a sposare lo sdegno per le mutilazioni genitali femminili, eppure così pronte a procedere al “restyling dell’intimo”, adeguamento chirurgico dei genitali a una norma (p. 156).  – appropriata e di nuovo tutta contemporanea suona allora la domanda di Rivolta femminile: normalità stabilita ma “per il piacere di chi?”.
    L’aggiornamento della plurisecolare domesticazione del corpo femminile, trattare il proprio corpo non secondo le misure che produce e conosce, ma secondo misure e regole costruite altrove, avviene anche attraverso le tecniche del parto, che spesso sono le donne stesse a richiedere. Ciò che appare come una auspicata presa in carico della decisione – nel momento in cui le tecniche sono ricevute e non elaborate culturalmente – si rivela essere un tentativo di rifuggire al dominio maschile, sì ma una decisione attraverso cui una “donna si lascia colonizzare per semplificare i processi complessi della biologia femminile” (Ferraro, p. 43).
    Con la ricchezza descrittiva e narrativa delle inchieste sociologiche, arriviamo così a cogliere due spazi simbolici che si contendono conflittualmente il senso del contemporaneo: da una parte, il “postpatriarcato”, quale contesto che è stato radicalmente trasformato dalla libertà femminile, con tutto quel che di cultura e di politica ha prodotto; dall’altra, il “neopatriarcato” dove è la stessa libertà femminile ad essere oggetto del discorso altrui.

     

    Il crinale che permette di districarsi tra gli sconfinamenti di questi due spazi, è quello della “voce” (Peroni, p. 117), delle donne che parlano a partire da pratiche effettive di libertà (Introduzione, p. 12). Il criterio è efficace e fine tanto quanto è severo: non è sufficiente “parlare di” donne, per essere soggetti di quel discorso. Ancora Rivolta femminile: “Più ti occupi della donna e più mi sei estranea” (Secondo manifesto, p. 8) frase che, ridetta nei termini del femminismo delle donne delle ultime generazioni, suona: all’inclusione opponiamo l’autodeterminazione. E’ questo l’aggiornamento necessario per una politica della differenza: ripartire da un lavoro sulle condizioni del senso, a partire dall’esperienza di vita e dalla presa di parola in autonomia.
    Assume qui un valore specifico il contributo di uno sguardo maschile sulla ricollocazione delle donne nelle relazioni organizzate di camorra che, da una parte, assume che “non si può parlare di camorra in maniera impersonale, ma raccontando necessariamente di donne e di uomini e, dall’altra, smonta le retoriche del dilemma non sanno quel che fanno/sono criminali omologati (Sgueglia, pp. 85 e ss.). Un contributo che viene pienamente esplicitato in finale del volume:  “Non è un caso che le donne siano da tempo protagoniste in tutti quei punti di crisi (e nelle) forme contemporanee di resistenza” (Petrillo, p. 203). In effetti, se assumiamo che la distribuzione dei confini tra i sessi è indicatore dello stato dei tempi, della violenza e delle transizioni verso nuove forme di divisione del lavoro e nuove forme di vita, il sapere generato da  una “soggettività sorgiva ed eccedente” (Introduzione) diventa materia di confronto e ricchezza di analisi cui altri soggetti – non solo le donne – possono attingere e che possono sviluppare. Verso un rinnovato senso di comunanza.

     

    Nella raccolta di scritti si trovano alcune indicazioni effettivamente praticate su come dare corpo e slancio generativo a questi saperi. Una prima è l’indicazione che Simone dà in apertura: a fronte dello stato di frammentazione controllata, i saperi devono tornare a rispondere a quella transdisciplinarietà che il femminismo aveva intuito come la forma migliore per rendere conto della vita di una donna, delle relazioni e scambi attraverso cui prende corpo, ma soprattutto del nesso necessario tra pensiero ed esperienza. Contro l’oggettivazione dell’argomento e la sua manipolazione attraverso strumenti di quantificazione, si ritorna infatti alla “centralità dell’esperienza”, del corpo femminile, delle sue forme di vita e della sua singolarità, esperienza che, attenzione, connota i temi di cui si scrive, ma soprattutto la posizione di chi scrive. Non sguardo esterno, dunque, ma pienamente implicato nelle relazioni che fanno il sapere. Questa avvertenza è particolarmente degna di nota nel momento in cui ci viene da una sociologa che ha come contropartita, nella tradizione anglosassone dei gender studies, quel metodo disciplinare che viene messo sotto il titolo della intersectionality, un metodo che costruisce statisticamente i propri oggetti di studio e che riduce la complessità alla risultante di intrecci tra procedure di classificazione: le donne, i disabili, i gay e le lesbiche, i neri, i trans, etc. Una perversa sommatoria di “occuparsi di” e di individuazione dei “soggetti” alla stregua di oggetti predisciplinati dal sapere.
    Una seconda indicazione effettivamente operante si ritrova nel saggio di Rosa Parisi che ci racconta, attraverso la viva voce dell’esperienza, di un episodio in cui alcune donne arabe, non solo non sono oggetto di studio, ma anzi, sono le “protagoniste” dell’occupazione di una scuola elementare nel quartiere di Centocelle a Roma, che ospita circa cinquanta famiglie. Attraverso questo episodio si salta da uno spazio simbolico all’altro, senza dover ricorrere alle infinite mediazioni del pensiero reattivo (pp. 170-176). Non infinite disquisizioni sull’illibertà di donne di altre culture, non sottili distinguo tra i rischi di colonizzazione, neocolonizzazione, e conseguenti rimedi “dialogici”: piuttosto, quel fiuto politico – o orecchio per la libertà femminile vigente –  che permette di non ristare sul problema dell’inclusione, bensì sulla capacità di formulare e attuare condizioni di vita e di giustizia. Quanto cambierebbero i programmi di empowerment della nostra benemerita Unione Europea, se i progetti andassero non a oggetti – individuati come inerti e problematici – ma a soggetti che conflittualmente stanno già procedendo a un senso pieno della loro cittadinanza?
    Una terza indicazione emerge, infine, dalla ricollocazione del problema della rappresentanza femminile nelle istituzioni politiche. Lorella Cedroni, studiosa di lungo corso della questione, in accordo con il nuovo approccio aperto dal volume, salta tutte le opzioni che le analisi e i dibattiti lascerebbero oggi: autoescludersi perché il gioco non vale la pena, accontentarsi di surrogati, di una rappresentanza basata su uno specifico parziale, oppure accettarla alle condizioni previste dalla tradizione maschile, vale a dire omologandosi. Allungando lo sguardo oltre l’inclusione – non è del potere che le donne hanno bisogno e nemmeno del paradosso di “trasformare l’emarginazione in egemonia” – la posizione di una donna, la sua memoria almeno duplice di vinta e di liberata, alza la posta in gioco e sta su un terreno del tutto contemporaneo: “rivitalizzare la dimensione creativa – o creatrice – della politica, che offre la possibilità di “fare” e di “agire”, che ci permette di cambiare il mondo e dare inizio a qualcosa di nuovo” (pp. 186-187). Ritorna così l’apertura iniziale: di fronte a questi nuovi fatti e saperi che riguardano così da vicino le donne, la questione e l’intrapresa è dell’ordine della creazione e non dell’inclusione.

     

    Recensione di Federica Giardini

  • A. Simone, I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio, Mimesis, Milano 2010

    A. Simone, I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio, Mimesis, Milano 2010

    Quali relazioni intercorrono tra normalizzazione del comportamento sessuale, strumentalizzazione della violenza sulle donne, utilizzo delle ordinanze amministrative come strumento ordinario di gestione dei territori e detenzione dei migranti nei Centri di identificazioni ed espulsione?

    Quali dispositivi vengono messi in atto e quali istanze di sorveglianza, disciplinamento e repressione intervengono in questi fenomeni oggi e in che relazione si trovano con altri dispositivi ed istanze che hanno operato storicamente e che continuano spesso ad interferire con le dinamiche presenti?

    Nell’intreccio di questi interrogativi si colloca l’analisi condotta da Anna Simone nel suo ultimo libro “I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio”.
    L’armamentario è quello foucaultiano, proprio perché l’obiettivo è decostruire gli ordini discorsivi per portare ad evidenza gli effetti del potere e del diritto sui corpi che alla norma del potere e del diritto non sono riconducibili. Corpi indocili che si vogliono riportare ad una normalità indiscussa, ma la cui “gestione” è ostacolata dal fatto che i loro comportamenti non danno vita ad alcuna fattispecie di reato e che ad essere in questione non è tanto la condotta, quanto l’essere stesso dei soggetti; un’a-normalità imputata sulla base di principi accettati acriticamente che determinano un regime di esclusione, attraverso il ricorso a dualismi quali normale-anormale, pericoloso-innocuo, decoroso-indecoroso, regolare-irregolare.

    Eppure l’individuazione delle soggettività da normalizzare non deriva da alcuna condizione oggettiva, piuttosto Simone riprende le 4 categorie di Luhmann, selettività, comunicazione, decisione eprevenzione, per mostrare come i processi di gestione dei rischi attribuiscano ad alcune situazioni la caratteristica del pericolo, allarmando la popolazione rispetto ad esse e giustificando in questo modo interventi repressivi e azioni preventive che restringono la libertà dei soggetti, e ne trascurino invece altre.
    Il riferimento all’Italia è piuttosto esplicativo di questo processo: qui infatti “il processo di selettività dei rischi ha avuto come suo rovescio principale la presa in carico solo di alcuni tra gli stessi rischi, prevalentemente quelli legati ai trend della criminalità e della devianza trascurando tutti gli altri; il processo di comunicazione dei rischi ha avuto come suo rovescio principale la costruzione di allarmi sociali legati a fenomeni un tempo considerati normali e fisiologici all’interno di qualsiasi modalità di mutamento sociale; il processo di decisione politica e giuridica ha avuto come rovescio principale l’escalation delle politiche securitarie..; infine l’ideologia della prevenzione dei rischi ha spesso mostrato il suo rovescio attraverso l’acuirsi di nuovi dispositivi dediti al controllo sociale”. (p. 11)

    Potere politico e diritto intervengono quindi nel far emergere alcune categorie e soggetti come oggetto condiviso delle preoccupazioni della cittadinanza “sino a trasformare l’emergere di nuove soggettività in meri corpi del reato. Corpi da gestire e da governare attraverso inediti dispositivi di controllo sociale stigmatizzanti e differenzianti”. ( p. 13)

    Il primo capitolo del libro è dedicato al potere normativo dell’eterosessualità, inteso come principio primo di inclusione o esclusione e modello di riduzione a devianza che funge da presupposto e da “banco di prova” per ogni altro meccanismo di discriminazione, ma anche per un potere che dalla sola repressione passa alla produzione delle soggettività da assoggettare, delle eccedenze e degli scarti, sulla base di una definizione dei ruoli sociali che crea inevitabilmente degli esclusi.

    E’ interessante quello che Anna Simone scrive riprendendo le considerazioni di Foucault sulla perduta serenità di Herculine Alexina Abel Barbin (nata ermafrodita, dichiarata prima femmina, poi maschio, muore suicida “perché non tollerava la violenza morale della diagnostica medica e delle leggi che volevano attribuirgli/le un “vero sesso” e una “vera identità” nonostante la singolarità della sua vita e del suo corpo” (p. 22), che ricorda del passato il limbo felice di una non-identità e la libertà rispetto al desiderio di raggiungere un sesso piuttosto che un altro, libertà da una sessualità normata da interrogare anche rispetto alle più comuni esperienze che ciascuna e ciascuno compie con riferimento all’identità e alla sessualità e in generale al potere performativo dell’ordine del discorso che, normando la sessualità, procede ad una “identificazione coatta” e a disciplinare l’intera condotta.

    Si giunge così alla costruzione di identità schiacciate su ruoli già previsti all’interno di rapporti disciplinati, soggettività definite per mancanza e per difetto “aprioristicamente come bisognose di regolamentazione e tutele particolaristiche” (p. 33), cui il diritto può rispondere solo con nuove norme paternalistiche, che confermano al contempo l’indiscutibilità del principio di esclusione. Un’impasse che Anna Simone propone di superare attraverso la formula “Né uguali, né differenti, ma eccedenti” (p. 36), per tenere presente che l’accesso al diritto non dà la misura, non è sintesi dell’identità, è uno strumento, parte di un percorso più ampio e continuamente oltre quel limite che la norma impone.

    Nel secondo capitolo, Anna Simone indaga invece i rapporti tra violenza sessuale, autorità ed evoluzione del diritto penale e “tra la costruzione degli allarmi sociali e la strumentalizzazione del corpo femminile usato come strumento di legittimazione delle politiche securitarie del presente”. (p. 37)

    Nella sua ricostruzione l’autrice narra come fino all’età contemporanea fosse ordinario trasformare le vittime degli abusi in imputate, colpevoli di avere una condotta immorale che avrebbe giustificato l’atto dell’aggressore o di essere state incapaci di evitarlo, ma evidenzia anche il fatto che le violenze vengono praticate per la maggior parte da familiari o affini e sul posto di lavoro. Un dato a tutti noto, eppure costantemente oscurato per poter procedere ad un processo di “criminalizzazione indistinta degli uomini immigrati in relazione agli stupri” e alla “strumentalizzazione del corpo femminile usato per legittimare la recrudescenza delle politiche securitarie”. (p. 47)

    Qui è da rilevare però il segno di un processo più ampio, dell’affermarsi di una modalità di governance che si basa fondamentalmente, dai decreti alle ordinanze amministrative, sulla generazione e riproduzione di uno stato di allarme che giustifichi azioni repressive e conferimento di poteri straordinari in risposta a presunte o vere emergenze, avulse dai contesti e dalla ragioni che le determinano, azioni punitive che tendono a individuare, isolare e colpire determinate categorie o singoli soggetti utilizzando il più noto dei meccanismi di elusione e mistificazione del conflitto, quello di individuare di volta in volta un nemico, un male, che è causa di tutti gli altri e che di conseguenza assolve ogni altro attore e processo sociale dalla responsabilità di quanto accade.

    Questo ci conduce al tema del terzo capitolo e ad una prima analisi del processo per cui si ha una moltiplicazione delle ordinanze amministrative dirette a colpire alcune categorie, i migranti in primis, intese non più come strumenti di intervento temporanei e straordinari, ma come mezzi per regolamentare “condotte non riconducibili a fattispecie di reato”: “I corpi delle prostitute, dei lavavetri, dei giocolieri, dei presunti spacciatori, dei giovani, ma anche i corpi di semplici cittadini, di venditori ambulanti, diventano oggetti da sottoporre a forme diverse di divieto decise per loro dagli amministratori locali”. (p. 57)

    Decisioni, quelle contenute nelle ordinanze, che pretendono di esprimere, riflettere, le esigenze sentite della cittadinanza, ma che sono in realtà assunte senza alcuna forma di mediazione, bensì sempre in maniera autoritaria ed esaurendosi nella pura repressione, nel solo divieto di fare qualcosa. Ed ha ragione Simone ad affermare che esse sono diventate “una modalità di gestione dei rischi urbani, uno strumento della governance territoriale” (p. 58) che consente l’imposizione di un certo ordine e il perpetuarsi di meccanismi di esclusione/marginalizzazione sulla base di giudizi circa comportamenti o condizioni che che vengono presentati come devianti, di disturbo per l’ordine, sulla base di criteri mai esplicitati.

    Ci si abitua così all’idea “secondo cui i problemi sociali causati da situazioni di difficoltà oggettiva, possano essere risolti attraverso gesti autoritari del tutto incapaci di generare una presa di coscienza collettiva sulle risposte da dare a fasce della popolazione disagiate”. (p. 69)

    Ed ecco infine la soluzione per eccellenza, affrontata nell’ultimo saggio, far sparire i problemi, che in questo caso sarebbero i corpi dei migranti, attraverso la reclusione in spazi extra-territoriali, i Centri di identificazione ed espulsione, in una sorta di limbo dei diritti, in attesa dell’espulsione o di un permesso umanitario o di accedere al diritto d’asilo.

    Una detenzione vera e propria, e di certo non una modalità dell’accoglienza, che Anna Simone si propone di confrontare con altre istituzioni totali come le carceri e i lager, rilevando come mentre il campo si propone come luogo di eccezione, che risponde provvisoriamente ad un’emergenza mettendo al bando il diverso ed esponendone la “nuda vita” all’arbitrio del potere, “i Cie invece normalizzano e regolarizzano l’emergenza andando a generare una vera e propria geografia sistemica, stabile e funzionale della detenzione amministrativa dei clandestini”. (p. 81)

    Vediamo allora come in tutti i casi descritti sia all’opera un’ideologia del rischio, che legittima soluzioni repressive che restringono progressivamente i diritti sulla scorta di uno stato di allarme permanente e non offrono alcuna risposta alle istanze di nuove soggettività politiche o comunque irriducibili al modello normativo che si pretende universale.

    “All’interno e all’esterno di questi rapporti si può vedere la doppia mossa del diritto che da una parte eccede se stesso trasformando i diritti soggettivi in mero strumento di intervento penale e securitario in grado solo di ridurre la libertà del singoli e delle singole; dall’altra si lascia eccedere dagli stessi corpi rivelandosi paradossalmente incapace di rispondere alle aspettative delle nuove soggettività che popolano le società complesse della contemporaneità”. (p. 10)

    (recensione di Angela Lamboglia)