• Bodymetrics. La misura dei corpi | Tre quaderni su eco/nomia/logia transfemminista

    Bodymetrics. La misura dei corpi | Tre quaderni su eco/nomia/logia transfemminista

     L’Atelier EcoPol è felice di annunciare la pubblicazione di Bodymetrics. La misura dei corpi, Tre Quaderni di ecologia ed economia politica transfemminista. Una nuova edizione digitale per i tipi di IAPh-Italia, liberamente scaricabile, che restituisce una parte significativa del percorso di ricercazione e autoformazione che ha coinvolto numeros* studios*, artist* e attivist*

    immagini di Eugenia Loli


    Quaderno Uno
    natura | cultura | artificio
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Birgit Mara Kaiser e Kathrin Thiele, Diffrazione: onto-epistemologia, fisica quantistica e critica delle scienze umane
    Liana Borghi, Percorso per diffrazione
    Donatella Saroli, “If you could see what I’ve seen with your eyes”. Sguardi possibili offerti dalle pratiche artistiche
    Ilenia Caleo, Dentro le turbolenze espressive della materia
    Olivia Fiorilli, Biomedicina. Affari di donne
    Beatrice Busi, Luci e ombre della normalizzazione della critica femminista: il caso della biologia del sesso
    Norma Santi, FREE OUT | Opera Elementale #5
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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    Quaderno Due
    misura | valore | eccedenza
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Federica Giardini, Valore. Topologia e dinamica della misura
    Federica Tomasello, Ecofemminismi. Economia dell’invisibile
    Pier Paolo Poggio, I ritardi della filosofia
    Gea Piccardi, Jiineoloji ed economia politica. Un’introduzione alla rivoluzione delle donne in Kurdistan
    Ilenia Caleo, Dear Data: un archivio affettivo che ridisegna la misura
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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    Quaderno Tre
    crisi | conflitto | alternativa
    Un manifesto materialista
    EcoPol, Introduzione | Crocevia | Posizionamento | Tracciati
    Isabella Pinto, Praticare l’autoformazione
    Mariaenrica Giannuzzi, Appartenenze femministe ed ecologia politica
    Alessia Dro, Apprendere pratiche alternative per sfidare la modernità capitalista
    Gea Piccardi intervista Silvia Federici, Neoliberismo, riproduzione e comunità. Un dialogo tra biografia, politica e pensiero
    Alessandra Masala intervista Donatella Saroli, Lettura diffrattiva di un’istituzione culturale. Pratiche di ricerca, curatoriali, relazioni, neomaterialismo
    Jasbir Puar, I would rather be a cyborg than a goddess
    STRUMENTI
    Laura Felline, Epistemologie femministe
    EcoPol e Sara Pierallini, Bibliografia ragionata
    Bionote delle autrici
    Indice generale

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  • “Femminismo e neoliberismo” – Per una via d’uscita dalla logica indebitante e colpevolizzante del capitalismo. Intervista a Elettra Stimilli.

    A cura di Valentina Riolo

    Elettra Stimilli è ricercatrice presso la Sapienza Università di Roma. È autrice di numerosi saggi incentrati attorno al rapporto tra religione e politica con particolare attenzione ai legami tra il pensiero italiano contemporaneo e alla più recente produzione filosofica francese e tedesca. I suoi scritti più recenti si concentrano sul nesso tra “debito” e “colpa” e su come concetti di natura economica abbiano anche una ricaduta fortemente morale.
    L’intervista qui di seguito fa riferimento proprio all’opera Debito e colpa (Ediesse, 2015) e nasce dalla lettura del testo in vista di un esame di filosofia morale, dall’incontro con l’autrice in occasione di una lezione tenutasi durante un corso di filosofia politica e dai vari riferimenti al femminismo e ai testi di autrici femministe presenti nello scritto in questione.
    Nella convinzione che i diversi ambiti della filosofia e i diversi femminismi possano creare un dialogo proficuo solo attraverso lo scambio, la condivisione e l’interazione: in poche parole, solo attraverso la messa in comune.

     

        Valentina: Sin dall’introduzione del testo, si può capire perché sia interessante leggere il suo lavoro con un approccio femminista. Infatti, fa riferimento all’importanza che hanno avuto le discussioni nate in occasione del seminario su “Femminismo e neoliberismo” tenutosi presso l’Università di Salerno nel 2013. Quali sono state quelle che più hanno contribuito a indirizzare le sue ricerche in vista della stesura di questo testo?

        Elettra: Quando, nel 2013, ho partecipato al seminario che si è svolto presso l’Università di Salerno, avevo già lavorato sul tema del debito per il libro Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo (Quodlibet, 2011). I curatori della Collana «Fondamenti» della casa editrice Ediesse mi avevano proposto di ritornare sul tema mettendo a fuoco il nesso tra «debito» e «colpa», come ho fatto nel libro a cui fa riferimento la sua domanda. Era il momento in cui la Grecia, insieme ad altri paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, si trovava a rischio di default. «Austerità» era la parola d’ordine che prevaleva nelle politiche economiche europee guidate dal «modello tedesco», promotore di una visione «colpevolizzante» dei paesi indebitati. Di qui il legame tra il «debito» e la «colpa» che veniva richiamato con grande naturalezza ogni giorno nei media e che mi veniva chiesto di indagare.
    Ho trovato interessante la proposta di partecipare al seminario di Salerno, anche perché le organizzatrici e poi curatrici del volume che è stato pubblicato (Femminismo e neoliberismo, Nathan edizioni, Benevento 2014), Tristana Dini e Stefania Tarantino, a partire dal lavoro di Angela Putino – pionieristico non solo in Italia – avevano avuto modo di approfondire, da una prospettiva femminista, i mutamenti radicali dei modi capitalistici di produzione e gli effetti sulle vite individuali delle politiche neoliberiste. Un confronto sulla crisi economica e sul tema del debito all’interno del dibattito femminista è risultato per me fondamentale per mettere maggiormente a fuoco le trasformazioni in atto (si pensi, ad esempio, al fenomeno della cosiddetta «femminilizzazione del lavoro»), nel tentativo di trovare trampolini di lancio per una critica al presente.
    Oltre agli interventi di Laura Bazzicalupo, Ida Dominijanni, Federica Giardini, che ho ripreso esplicitamente nel mio testo, ricordo in particolare la discussione finale, che è stata molto fertile per un confronto con l’attualità e la radicalità della pratica femminista. Credo che la prospettiva femminista, l’idea che «il privato è politico» trovi oggi un importante terreno di azione, nel momento in cui con le politiche neoliberiste si è imposta, come paradigma di governo, proprio una dimensione soggettiva, quella dell’imprenditore di sé, e sono state proprio nuove forme di indebitamento privato a generare in maniera inedita una crisi economica mondiale.

     

        Valentina: Nella parte in cui rende conto e commenta La fabbrica dell’uomo indebitato di Lazzarato, fa riferimento ad un’“asimmetrica relazione” tra le figure di “creditore” e “debitore” che starebbe alla base delle relazioni sociali: il rapporto che si instaura non è solo economico ma piuttosto morale e l’economia (capitalista) stessa è da intendersi come qualcosa che prevede la produzione e il controllo della soggettività e delle sue forme di vita. In questo senso, è possibile vedere al posto della coppia creditore/debitore quella di uomo/donna? Cerco di spiegarmi meglio: in riferimento agli stereotipi di genere, si può pensare alle donne come già “colpevoli” dalla nascita per il solo fatto di appartenere al genere femminile e per questo “in debito” perché devono colmare questo deficit nei più svariati modi (e penso alla pretesa del lavoro domestico, alla retribuzione minore a parità di ore e di lavoro svolto, alla presunta impossibilità di fare determinate cose “in quanto donne”, etc…), rispetto agli uomini che quindi nascono già avvantaggiati, “in credito” potremmo dire.

       Elettra: A mio parere, la crisi del debito ha definitivamente dimostrato come i rapporti di produzione, per acquistare valore, presuppongano e si collochino in un ambito più ampio: insieme al dominio della riproduzione e della cura, sono coinvolte relazioni etiche, morali, rapporti di forza e relazioni sociali che, pur appartenendo a pieno titolo al piano economico e politico, non si esauriscono nella sua dimensione materiale e strutturale. Allo stesso modo, dunque, possiamo dire che i rapporti subordinanti che si instaurano all’interno dell’economia materiale presuppongono le relazioni di genere, che a tutti gli effetti molto spesso prendono la forma di rapporti simili a quello tra debitore e creditore.

     

       Valentina: A p. 153 scrive: “il punto allora sta nel comprendere cosa implichi il fatto che un debito economico possa essere associato a una colpa […] una situazione difficilmente emendabile che, da un lato, si aspira a colmare, anche attraverso sacrifici, ma che, dall’altro, rappresenta il vincolo a cui sottostare come parte integrante di una comunità.”
    Restringendo il campo già alle sole dinamiche familiari e ai casi di violenza domestica supportati da una sorta di ricatto economico (per cui, ad esempio, una moglie che dipende economicamente dal marito deve sottostargli in tutto e per tutto fino a sentirsi in colpa ad ogni presunta mancanza e accettare eventuali violenze), le chiederei di commentare questa affermazione anche alla luce del Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere presentato da Non Una di Meno in vista della manifestazione del 25 novembre, nel quale, ad esempio, a p. 50 si legge, tra i vari punti proposti, che, per garantire efficaci percorsi di autonomia lavorativa, è necessario “prevedere il reddito di autodeterminazione per garantire un aiuto concreto che permetta una più veloce fuoriuscita dalla violenza e/o un’efficace prevenzione del rischio di recidiva di maltrattamenti”.

        Elettra: Credo che la richiesta di un salario minimo europeo e di reddito di base incondizionato e universale, proposta nel Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, sia fondamentale non solo per garantire efficaci percorsi di autonomia lavorativa e quindi per riscattare i sensi di colpa e di dipendenza che spesso caratterizzano le relazioni di genere, ma anche per riconoscere valore sociale e politico alle forme di lavoro riproduttivo e di cura attualmente implicitamente immesse nei processi di valorizzazione capitalistici e, in questo senso, indebitamente sfruttate, perché fondamentalmente concepite come “debiti” che non è possibile ripagare.
    Le condizioni che hanno storicamente caratterizzato il lavoro femminile di cura e di amministrazione, il lavoro riproduttivo e domestico, investono, oggi, la quasi totalità della sfera produttiva. Nella trasformazione attuata dai nuovi modi capitalistici di produzione la «differenza» femminile è stata cooptata per nuove forme di prestazione lavorativa e contrattuale. Riconoscere valore a questa sfera in forma di salario, vuol dire allora non solo, come si legge in uno dei punti del Piano femminista, “garantire un aiuto concreto che permetta una più veloce fuoriuscita dalla violenza e/o un’efficace prevenzione del rischio di recidiva di maltrattamenti”, ma vuol dire anche innescare un mutamento fondamentale nei dispositivi di potere che investa, in più di un senso, la vita di tutte e di tutti.
    Si tratta dunque di una battaglia in molti modi generale quella che il movimento femminista sta portando avanti a partire dal coraggio di denunciare forme di violenza sulle donne, differenti eppure ripetute nei secoli della loro storia.

     

          Valentina: Proprio a proposito del movimento femminista, avrei una domanda in riferimento di quello degli anni Sessanta e Settanta. Nel paragrafo dedicato a femminismo e neoliberismo, fa riferimento alla tesi di Nancy Fraser per cui la seconda ondata del femminismo nella misura in cui si è opposta e ha criticato il capitalismo di prima maniera, ha in un certo senso prestato il fianco ed è diventata “ancella del capitalismo contemporaneo” e sostiene che questa tesi anche se criticabile sotto diversi aspetti, mette in luce un cambiamento di cui bisogna prendere atto. In cosa lei prende le distanze da Fraser e cosa invece ammette come mutamento e come dato di fatto su cui riflettere?

          Elettra: Per quanto criticabile, credo che la tesi di Nancy Fraser – che ha visto nella “seconda ondata del femminismo” “un’ancella del capitalismo contemporaneo” – sia stata utile a portare alla luce, da un punto di vista interno al femminismo, un mutamento di cui non si può non prendere atto.
    Secondo Fraser, le rivendicazioni femministe degli anni Sessanta e Settanta hanno sicuramente portato ad un aumento del numero delle donne nel mercato del lavoro, ma questo fenomeno non è coinciso con una loro adeguata valorizzazione. Non solo le donne che ricoprono posizioni precarie, risultano comunque la maggioranza e la disoccupazione femminile resta di gran lunga maggiore rispetto a quella maschile. Non solo, dunque, le disuguaglianze e le ingiustizie di genere non sono state ancora in alcun modo colmate. Ma soprattutto quella che viene da lei interpretata come l’ondata individualistica e meritocratica del femminismo degli anni Ottanta avrebbe contribuito ad un perverso processo di coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro, fondato sull’estensione di modalità comunque oppressive e frustranti, anche se non nettamente repressive.
    Forse, eccessivamente intenta a contrapporre un primo femminismo – solidarista, egualitario e anticapitalista – a un secondo – individualista, meritocratico e quindi ancillare rispetto al neoliberalismo – Fraser non prende atto fino in fondo del fatto che il nuovo processo di valorizzazione del capitale è in buona parte alimentato non tanto, o non soltanto da tendenze individualistiche e meritocratiche, quanto piuttosto dall’investimento sulle stesse capacità di cura e di valorizzazione della vita che caratterizzano il lavoro domestico. Come è stato molto bene evidenziato nel libro di Giovanna Zapperi e Alessandra Gribaldo, Lo schermo del potere (2012), la casalinga, la velina, la collaboratrice domestica immigrata o la lavoratrice della conoscenza sono tutte accomunate, oggi, dalla medesima attitudine a mettere a valore componenti soggettive, affettive e emotive.
    La prospettiva di Fraser, in definitiva, è quella di un femminismo emancipazionista, interno alle conquiste dello stato sociale, che credo siano oggi difficilmente riproducibili, vista la crisi irreversibile del progetto moderno in cui si iscrivono. Ma soprattutto credo che la sua posizione non sia condivisibile perché, nella critica al neoliberismo, Fraser finisce per depotenziare proprio gli elementi più innovativi del femminismo, vale a dire la forza delle pratiche femministe di politicizzare ambiti tradizionalmente considerati extrapolitici e extraeconomici, come il corpo, la dimensione personale e affettiva, l’ambito privato della vita domestica, oggi sempre più messi a valore e quindi, d’altro lato, potenzialmente fertili per nuove forme di resistenza.

     

         Valentina: Restando ancora su Fraser, nel suo libro fa riferimento al dialogo con Butler in cui Fraser sosteneva la differenza tra ambito economico e ambito culturale, mentre Butler sosteneva una “logica più complessa alla base della genesi culturale delle forme di potere”. Lei ritiene che Butler sia “più efficace per una lettura del presente”, ma invita anche a distinguere in questa complessità tra una “rete” in cui si potrebbe restare impigliati e delle effettive e nuove “attitudini emancipative”. Ad oggi, ritiene che ci troviamo sulla strada giusta per liberarci o rischiamo di restare impantanati in questa complessità?

          Elettra: Quello che mi ha sempre interessato nel lavoro di Judith Butler è il fatto che, pur presupponendo la rottura con la logica repressiva del potere patriarcale moderno, messa in atto dalle pratiche e dalle teorie femministe a lei precedenti, mette in discussione, secondo me in maniera molto fertile, la naturalità di genere e dell’identità sessuale, pure rivendicate da un certo femminismo, a favore di una ricerca volta a individuare un’origine culturale e una loro provenienza da pratiche sociali performative.
    Molto rilevanti sono stati per me i suoi lavori sul potere che, dalla metà degli anni novanta del secolo scorso, ha condotto in particolare sulle orme di Foucault. In questi lavori i processi di assoggettamento risultano intrinsecamente connessi alle tecniche di produzione dei soggetti. Ma mentre Foucault, agli occhi di Butler, appare interessato a individuare la materialità del potere nelle sue forme istituzionali, la sua attenzione è invece rivolta alla «vita psichica del potere», come recita il titolo di un suo famoso libro, su cui mi sono particolarmente concentrata nel mio lavoro.
    Se, da questa prospettiva, il potere non è solo ciò che reprime il soggetto, che lo domina e a cui questo si oppone, ma è anche ciò che gli dà vita e lo porta all’esistenza, oggi più che mai modalità non esclusivamente repressive vengono in primo piano attraverso il diffuso utilizzo sul piano economico e sociale di capacità creative e di cura, la cui valorizzazione, però, si fonda su un’autocritica costante che le impoverisce neutralizzandone le potenzialità e producendo nuovi forme di sensi di colpa.
    Ma se il soggetto, come sostiene Butler, è sempre condizione e strumento di ogni forma di potere, ciò implica anche la possibilità di una vulnerabilità implicita delle forme di dominio, di una critica costante, in grado di sperimentare differenti rapporti di forza, nuove pratiche di cooperazione sociale e un nuovo rapporto con il mondo e con le cose.

     

          Valentina: Come lei stessa sostiene, “è stato il pensiero femminista, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, a segnare una definitiva discontinuità con l’ordine moderno, colpevolizzante e patriarcale” (p. 166) e da ciò ne sono conseguite teorie, ma anche e soprattutto pratiche, che hanno interessato non solo la “questione femminile”, ma hanno messo a fuoco una “questione ontologica” tra ciò che si considera o meno umano. Prendendo atto di questa ampiezza di campo su cui il femminismo riflette e in cui esso opera, ritiene che oggi il femminismo sia una delle possibili vie da percorrere non solo per distanziarsi, ma per sovvertire il capitalismo e per uscire dalla sua logica colpevolizzante e indebitante attraverso la produzione di proposte nuove e alternative?

          Elettra: Credo che gli attuali movimenti femministi che, in forme e contesti differenti, esistono sul piano internazionale, siano il fenomeno politico più importante e forse, per molti versi, anche il più temuto, viste le recenti reazioni dei media. Giornali e social network sono stati pronti a parlare e a dare risalto, per lo più in termini voyeuristici o meramente securitari, alle denunce di violenza sulle donne, ma sono stati anche pronti a tacere o a non prendere troppo sul serio i numeri e le forme politiche di protesta che si sono verificate negli ultimi mesi, come è successo, ad esempio, con lo sciopero generale delle donne dello scorso 8 marzo o come è accaduto con l’ultima importante manifestazione del 25 novembre in Italia, a cui, mi sembra, non è stato assolutamente dato il rilievo politico-mediatico che meritava.

  • Neoliberismo, riproduzione e comunità.  Un dialogo con Silvia Federici tra biografia, politica e pensiero

    Neoliberismo, riproduzione e comunità. Un dialogo con Silvia Federici tra biografia, politica e pensiero

    di Gea Piccardi

    Ho incontrato i testi di Silvia Federici quattro anni fa. Mentre in Europa ancora erano in corso le traduzioni, in America Latina i suoi scritti stavano già passando di mano in mano, di assemblea in assemblea, tra collettivi di donne e misti. È stata una compagna italiana, parte del progetto di Universidad de La Tierra a Oaxaca (Messico), a mostrarmi per la prima volta il libro tradotto in spagnolo come Caliban y la bruja. Mi disse poche parole, semplici ed efficaci. Quel libro, disse, avrebbe permesso di ripensare la nascita  dell’economia mondo capitalistica e degli Stati Nazione come un fenomeno di colonizzazione interna allo stesso territorio europeo, avvenuta sui corpi delle donne, terreno strategico di sfruttamento e appropriazione. Pochi mesi dopo, a Buones Aires, un’altra compagna mi raccontò che quell’anno, nella loro assemblea presso una villa di periferia, avevano letto e studiato insieme Caliban y la bruja, trovandovi strumenti fondamentali per l’elaborazione di un’azione politica femminista e postcoloniale.

    Da allora, con alcune compagne, amiche e ricercatrici abbiamo cominciato a lavorare, qui in Italia, sui testi di Federici. Uno dei termini su cui ci siamo maggiormente imbattute è quello di «riproduzione», concetto che Federici comincia ad indagare con il collettivo padovano di  Lotta Femminista dentro alle lotte delle donne negli anni Settanta. La loro analisi sul lavoro domestico e riproduttivo all’interno delle società capitalistiche occidentali ha permesso alla parola «riproduzione» di indicare via via molteplici campi semantici non riducibili al solo linguaggio della biologia o al concetto marxiano di «riproduzione sociale». Ha permesso di spostare l’attenzione teorica e politica dalla relazione capitale-lavoro centrata sullo sfruttamento del salariato, alle condizioni di possibilità di quella stessa relazione che risiedono altrove, in quello spazio – fino ad allora senza tempo e senza storia – della casa, del privato e delle reazioni sessuali, per indagarne le grammatiche specifiche. Finalmente oggi, anche in Italia, siamo in grado di poter ricostruire i passaggi della ricerca di Silvia Federici, grazie a un lavoro di traduzione e diffusione dei suoi testi avvenuto negli ultimi tre anni.  È infatti di recente pubblicazione  l’ultimo libro di Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, curato da Mimesis. L’impegno di compagne e compagni in diverse città ci ha offerto la possibilità, qualche settimana fa, d’incontrare l’autrice in Italia, nelle università e negli spazi sociali.

    Con Calibano e la strega Federici prosegue con approccio storico e genealogico l’analisi critica sul lavoro riproduttivo contenuta nei saggi de Il punto zero della rivoluzione. Quali sono le origini della separazione tra produzione e riproduzione? Tra un maschile e un femminile che si riflettono in organizzazioni gerarchiche e oppressive di facoltà e attività umane? A partire da questi interrogativi, l’autrice mostra i nessi storici esistenti tra le esigenze dell’accumulazione originaria nel «passaggio al capitalismo», la nascita degli apparati di sapere e di potere su cui si sono costituiti gli Stati moderni,  e l’organizzazione, attraverso la caccia alle streghe, del «nuovo ordine patriarcale» occidentale. Qui Federici propone con scientificità la storia della modernità occidentale ma da un’angolazione prospettica che si radica nelle urgenze di libertà del presente, senza cadere nelle gabbie dei pensieri totalizzanti. È proprio questa direzione di sguardo, carica di etica e di politica, che conduce a un pensiero complesso e aperto come quello che il suo libro ci regala. Un metodo d’analisi (ispirato ai lavori di Marx, Foucault e al pensiero femminista) che inchiesta il sociale, attuale e passato, mostrando le contemporaneità.

    L’ideazione del libro, scrive nell’introduzione, nasce dalla sua permanenza in Nigeria durante gli anni Novanta, periodo di attivazione – in tutta l’Africa e nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo –  dei «programmi di aggiustamento strutturale» imposti dall’FMI e dalla Banca Mondiale, che hanno coinciso con l’indebitamento, nuovi processi di espropriazione delle terre comuni, tagli alle spese sociali e ondate repressive e di violenza.

    Da una parte, quindi, sono gli attuali fenomeni di naturalizzazione, espropriazione e attacco alla riproduzione, a livello globale, che illuminano la sua storia della caccia alle streghe nella fase di transizione al capitalismo. E dall’altra, è  lo studio dei processi di violenta riorganizzazione del lavoro delle donne nella prima età moderna che permette di comprendere l’attualità neoliberista in cui il paesaggio riproduttivo – quello spazio da sempre rimosso dall’economia politica moderna e dalla critica marxista, abitato da corpi di donne che continuamente garantiscono le condizioni affettive, materiali e di cura di qualsiasi comunità –  vive una fase di tremenda crisi che colpisce le vite delle singole, dei singoli, e della società tutta. Fuori da una lettura storicistica e progressista della storia Federici ritiene, dunque, che lo scenario della cosiddetta «accumulazione originaria» non si sia dato una volta per tutte, ma, al contrario, persista nel nostro presente sebbene con attrici/attori e in contesti differenti, coloniali e neocoloniali. E che ridisegni, non senza conflitto, le condizioni sociali di estrazione di profitto economico.

    Tuttavia, di fronte ai segni della crisi, Federici trova esempi concreti di apertura e d’immaginazione radicale nelle esperienze di lotta di donne che oggi, in tutto il mondo, resistono alle logiche dell’economia capitalistica e ai «nuovi modelli di patriarcato». Da queste prende piede la sua riflessione sui commons o sulla pratica del commoning, intesa nel senso di «fare comunità», ricreare, cioè, un tessuto di relazioni di reciprocità che investano la materialità delle vite e le condizioni comuni di sussistenza e di benessere. L’esistenza di comunità autonome e resistenti sparse per il globo e radicate nelle pratiche di autodeterminazione delle donne, le permette di rintracciare nuovi profili possibili della prassi politica oggi; una prassi che indica altri tempi e spazi dell’azione e del pensiero, nuovi e differenti strumenti teorico-pratici di comprensione del mondo e di consapevolezza del proprio potenziale storico. È nel nesso tra crisi della riproduzione e pratiche di commoning che Federici rintraccia nuove priorità etico-politiche, non più legate alle grammatiche del potere maschile novecentesco e al modello di militanza da questo ereditato, ma aperte a nuovi orizzonti di senso.

    L’intervista cerca di sciogliere questi nodi teorici, passando per la biografia dell’autrice e cercandovi i momenti sorgivi, quelli in cui incontri virtuosi con persone, luoghi o movimenti sociali hanno modificato e approfondito la sua ricerca. Quello che Federici propone a tutte e tutti noi, nel dipanarsi delle sue risposte, nella franchezza del linguaggio e nell’apertura dialogica del suo pensiero, è di affrontare la fatica immaginativa che richiede qualsiasi desiderio di cambiamento. Non c’è nulla di immediato e di automatico, ciascun gesto per esser libero richiede una grande attenzione, direi di weiliana memoria. Silvia Federici parla di «altri modi di fare politica» per ritrovare, in essa, un momento di soddisfazione di vita e di resistenza sociale forte.

     

    Grazie alla traduzione del tuo libro Il punto zero della rivoluzione anche in Italia abbiamo potuto conoscere la complessità politica e teorica del tuo percorso militante e del tuo pensiero: da Lotta Femminista e il movimento internazionale per il Salario al Lavoro Domestico, alle battaglie delle donne per la terra, in Nigeria, durante i programmi di aggiustamento strutturale negli anni Novanta. Ti chiederei di ripercorrere il tuo cammino esperienziale e di pensiero, mettendo a fuoco in particolare i tuoi viaggi fuori dall’Italia: cosa ti ha mosso a partire e quali relazioni hai mantenuto negli anni? Qual è stato il rapporto tra la tua ricerca e i singoli luoghi e soggetti che hai incontrato?

    Io vengo da Parma. Nel ‘67 sono andata a studiare negli Stati Uniti e lì mi sono fermata. Il mio incontro con il movimento femminista è avvenuto nel ‘71. Durante quell’anno ho incontrato, a New York, due compagni di Roma che venivano da Potere Operaio. Si erano trasferiti negli Stati Uniti e progettavano un libro sulla nuova sinistra, sull’operaismo e sull’esperienza della classe. Così abbiamo iniziato a tradurre. Io non ne sapevo veramente nulla perché quando tornavo in Italia stavo a Parma che era un luogo chiuso e con una forte egemonia del PCi, in cui forse qualcosa si muoveva nel ’69, ma molto poco. E non sapevo di questi grossi cambiamenti politici, dell’operaismo; conobbi Tronti negli Stati Uniti grazie ai compagni italiani. E, insomma, fu leggendo e traducendo i documenti che nel ‘71 trovai lo scritto di Mariarosa Dalla Costa[1] che mi colpì molto. Così, quando sono arrivata in Italia nella primavera-estate del ‘72 sono andata a Padova e lì è cominciata la mia storia con il movimento per salario al lavoro domestico – specificamente dall’incontro internazionale di Padova che ha portato alla formazione del Collettivo Femminista Internazionale, composto da varie donne ciascuna delle quali si impegnava a costruire iniziative sui salari nei posti in cui abitava. Così ho fatto io quando sono tornata negli Stati Uniti e dal ’73 al ‘77 ho fatto parte di questa organizzazione. Furono anni in cui tenni un rapporto stretto con le femministe italiane, soprattutto con il ramo padovano ed emiliano. E dato che New York era un grande porto, con tanta gente che andava e veniva dall’Italia, conobbi anche compagne dei Volsci e di altri collettivi italiani. Avevo certamente un’idea di quello che succedeva fuori dal movimento femminista, però, dal ‘72 in poi, quella diventò la mia casa.

    All’inizio degli anni ‘80 la svolta neoliberista colpì a livello internazionale, ma negli usa iniziò prima. New York nel ‘75 aveva praticamente dichiarato banca rotta, episodio a cui seguì una violentissima ondata di repressione. In questo momento è cominciato quel processo, poi usato contro tutto il mondo, di tagli alla spesa sociale, di riapertura dei contratti dei lavoratori pubblici. Una commissione venuta da Albany, la capitale dello stato di New York, organizzò interventi molto pesanti: burocrati statali si mettevano nelle cabine telefoniche per vedere se i lavoratori timbravano all’ora giusta o mangiavano ore allo Stato, e molto altro.

    Quindi stava cominciando, nella seconda metà degli anni ’70, quel processo che poi ha portato al neoliberismo e al reaganismo. E già agli inizi degli anni ‘80 si percepiva una stretta così forte che rendeva difficile qualsiasi azione politica. Mi prese un forte desiderio di fuga, volevo andare fuori dagli Stati Uniti e conoscere altre realtà. Fu così che andai in Nigeria, dove trascorsi un lungo periodo che ha segnato una svolta fondamentale nella mia vita. Qui sono entrata in contatto con tante storie. La storia del colonialismo si è concretizzata; ho toccato con mano i suoi effetti, recuperato pezzi attraverso le narrazioni della gente, imparando cose che non si possono studiare sui libri. Poi abbiamo assistito alle nuove politiche dette di “aggiustamento strutturale”, cose che in Europa e negli Stati Uniti sarebbero accadute sei anni dopo. Politiche che hanno visto il massiccio intervento del Fondo Monetario Internazionale e l’inizio della crisi del debito. Tutto questo nuovo apparato rappresentava il nuovo Stato mondiale in azione, la Banca Mondiale ecc. In Nigeria, tra l’83 e l’85, ci fu un dibattito importante su cosa voleva dire prendere un prestito dalla Banca Mondiale. Da subito si oppose una forte resistenza perché era chiaro che il prezzo da pagare sarebbe consistito in processi di ricolonizzazione, che spostavano di nuovo tutta la produzione e l’investimento del paese a vantaggio dell’export e che veniva scambiato con tagli sulle sovvenzioni sociali e sulla politica del lavoro.

    In questo contesto presi contatto con due realtà che hanno influenzato tutto il mio lavoro a venire. La prima riguarda la questione della terra, questione centrale in tutta l’Africa e che ci parla del nostro presente, non del passato remoto. Oggi dico, e non provocatoriamente, che quella della terra è una delle lotte più importanti che esiste sul pianeta. Se perdiamo il controllo e la possibilità di usare la terra come sostentamento, in futuro sarà molto difficile. È lo stesso discorso che facevamo, negli anni Settanta, rispetto alla riproduzione e al salario: se non lottiamo sul terreno della riproduzione perdiamo su qualsiasi altro terreno. Se non cambiamo i rapporti di potere su quel livello, dopo sarà difficile ottenere un rapporto favorevole in qualsiasi lavoro, nel lavoro extradomestico, nel secondo lavoro, e in qualsiasi ambito sociale. Lo stesso vale per la terra:  terra vuol dire acqua, terreni, foreste, semi, vuole dire possibilità di controllare la produzione del cibo, di non mangiare cose che ci avvelenano. Se si perde questa battaglia perché l’agricoltura di sussistenza viene distrutta e le terre privatizzate, si perde un enorme piano di benessere e di potere. E oggi, in tutto il mondo, è in corso una lotta disperata, in Africa, America Latina e altrove, ed è una lotta in cu le donne sono protagoniste.

    E poi “terra” ha voluto dire “comune”: in Africa ancora negli anni ‘80 esistevano rapporti comunitari, regimi che sono stati attraversati da anni di colonizzazione, quindi inquinati e distorti, ma tuttavia esistenti e intrisi di una cultura diversa che senti in tante cose. Lì il discorso del comune era tangibile. Tutto questo l’ho conosciuto nel momento in cui erano sotto l’attacco delle privatizzazioni. Anche se va ricordato che l’Africa è stato il paese che ha resistito di più al processo di privatizzazione delle terre, tanto che ancora nel 1995 erano riusciti a privatizzare solo l’1%, pochissime aree avevano accettato il pano della Banca Mondiale che voleva trasformare i regimi comunitari in regimi di solvenza e dare la terra a titolo individuale. Nel ‘95 alcune comunità  Masai non avevano ben chiaro a cosa andava incontro e, nonostante avessero accettato il titolo, continuavano con la gestione comunitaria precedente. Così dal ’95, con Wolfson, hanno organizzato un attacco molto più forte ma molto più soft e camuffato, che ha avuto efficacia differente, ma questo è tutto un discorso che se vorremo potremo approfondire più tardi.

    Collaborai, inoltre, con le compagne della prima organizzazione femminista in Africa, che ora non esiste più, e che si chiamava WEN (Women Of Nigeria). Poi ho stretto legami forti con gli studenti, perché insegnavo all’Università, luogo in cui abbiamo vissuto direttamente i tagli alla spesa pubblica.  Mi legai molto alle lotte studentesche e infatti quando ritornai negli Stati Uniti, assieme ad altri compagni – soprattutto africani che migravano per fuggire dalla situazione lavorativa insostenibile – abbiamo messo in piedi un’organizzazione che si chiama CAFA (Committee for academic freedom in Africa). Abbiamo usato il concetto molto reazionario di “libertà accademica” in forma provocatoria per riprenderne l’uso che studenti e insegnanti ne facevano nelle lotte studentesche. Qui libertà accademica significava libertà di studiare. Abbiamo lavorato con il CAFA fino al 2003 e insieme abbiamo pubblicato un libro come selezione degli articoli scritti nel bollettino organizzato assieme agli studenti. Sebbene lontani, eravamo in continuo contatto con organizzazioni studentesche e d’insegnanti che lottavano contro la privatizzazione. Poi nel 2003 abbiamo deciso di terminare l’esperienza del CAFA perché le relazioni sia con singoli che con organizzazioni cominciavano a sfaldarsi. Mancava un rapporto diretto, non eravamo più sicuri di quello che dicevamo e quindi abbiamo deciso di interrompere.

    Un’altra ricerca cominciata in Africa è stata la documentazione sui nuovi regimi repressivi. E da questa ricerca capii come la globalizzazione e l’aggiustamento strutturale intensifichino l’uso della pena di morte in funzione repressiva. Man mano che l’austerità aumentava, aumentavano i furti e, per esempio, chi si appropriava di una cassa di birre tenendo in mano un machete finiva giustiziato. Scrivemmo molto su questo pure negli Stati Uniti.

    Ebbene, questa è stata l’esperienza africana che ha lasciato molto dietro di sé. Una svolta teorico politica ma anche di pratiche che poi abbiamo continuato a tenere attive negli anni, legate ai movimenti.

    Tornando negli Stati Uniti ho iniziato a insegnare in un’Università a un’ora da New York, a Long Island, collocata dentro una comunità, Hempstead, dove negli anni ‘80 cominciò a crearsi una grossa comunità di migranti che scappavano dal Salvador. Da questo momento mi interessai sempre di più ai Caraibi, all’America Centrale e all’America Latina. E’ stato l’incontro con le comunità migranti – che, in quegli anni, si riempivano sempre di più a causa degli attacchi al Nicaragua e al Salvador, della guerra a bassa intensità, del reaganismo – che mi ha avvicinata a quei territori. Con molti colleghi cercammo di stabilire contatti con le organizzazioni migranti e poi nel ‘94 cominciammo un percorso interessante. Quando Stati Uniti e Messico hanno firmato il NAFTA (North American Free Trade Agreement), evento da cui nacque una forte mobilizzazione critica, abbiamo deciso anche noi di fare la nostra parte, e abbiamo cominciato a pensare, con un’altra compagna, di portare studenti in Messico. Nelle vacanze di Natale inventammo un corso che si chiamava “Oltre confine” per spiegare agli studenti cos’era il NAFTA e quali effetti devastanti avrebbe avuto sulle popolazioni messicane. Volevamo cogliere anche l’occasione per introdurre gli studenti alla storia del Messico. Noi stesse, la mia collega ed io, studiavamo il sabato la lezione e la domenica gliela raccontavamo. Ebbene, senza saperlo, siamo capitate in un periodo cruciale. Il primo viaggio è stato con 13 studenti, da New York, il 1 gennaio del 1994. All’aeroporto una madre mi si avvicinò  dicendo: “professoressa ho sentito stamattina alla radio che dei terroristi hanno preso una città del Messico!”. Io le dissi, ma cosa dice! Poi arrivammo a Messico City e venimmo a conoscenza dell’insurrezione zapatista. I nostri studenti, che erano tutti più o meno reazionari, tornarono con la maglietta “chiapas rebelde”. E lì è cominciata una nuova avventura. Dopo quella volta tronammo molte altre senza però poter ancora entrare nelle aree zapatiste, perché c’era la guerra.

    Ne approfitto allora per chiederti di più della tua esperienza politica con il Chiapas. So che da molti anni sei in relazione con lo zapatismo, attenta ad osservare e ad ascoltare quella realtà. Tanto che a maggio dell’anno scorso (2015) sei stata invitata dall’EZLN a partecipare al grande incontro, presso il CIDECI-UniTierra di San Cristobal de Las Casas, intitolato Il pensiero critico di fronte all’Idra capitalista, che ha visto centinaia di pensatori e pensatrici da tutto il mondo prendere parola e portare il loro contributo.

    Al convegno purtroppo non ho potuto partecipare personalmente perché ero in Argentina, ho solamente mandato lo scritto. Beh, quella zapatista è un’esperienza importantissima. Non si tratta di qualcosa di perfetto, ma indica una direzione enorme a livello politico ed è unica al mondo per tanti aspetti. Sono stati capaci di creare una società che conta più di duecentomila persone scaglionate su un’area molto vasta. Tutte le comunità zapatiste vivono all’ottanta per cento sulla sussistenza, fuori da rapporti commerciali. Quel venti per cento restante sono prodotti che vendono, come il caffè, perché ovviamente ci sono varie cose che ancora non riescono ad auto-produrre. Hanno delle banche ma completamente diverse, che danno prestiti senza interessi. Insomma, è un mondo che si sta dirigendo verso una società fuori dal denaro in modo molto consapevole. Un mondo che, contrariamente all’immaginario che prevale, invece di chiudersi è continuamente e periodicamente aperto. La loro politica internazionalista è qualcosa di unico che non credo abbia un analogo oggi nel resto del mondo. Gli zapatisti sono come una fisarmonica: ci sono periodi in cui si aprono, periodi in cui si ritirano, poi riflettono, portano i remi in barca, capiscono cos’è stato e cosa non è stato, vantaggi, svantaggi. Questo è per loro un momento di ritiro, successivo all’Escuelita Zapatista[2] che è stato un esperimento epocale, che ha visto partecipare migliaia di persone da tutto il mondo. Io purtroppo non sono riuscita a partecipare; come sempre mi sono scappati i tempi. Però ho avuto modo di confrontarmi con molte persone, tra cui il mio compagno, che hanno partecipato, e tutti ne erano entusiasti. La maggior parte di loro, i più anziani, li hanno mandati al Caracol di Morelia, dove son stata nell’ultimo viaggio che ho fatto in Messico tra novembre e dicembre 2016. L’occasione era l’invito al convegno, presso l’Università di Puebla, sulla Comunalidad, a cui hanno partecipato cari amici e amiche come Raul Zibechi e Mina Navarro (che ha scritto un libro molto bello che s’intitola La lucha por los bienes comunes, che consiglio assolutamente di leggere) e poi Raul Tapia dalla Bolivia, Rachel Gutierrez che invece ha scritto un libro fondamentale El ritmo del Pachacuti.

    Tornata negli Stati Uniti negli anni ‘80 ho iniziato ad impegnarmi in questo collettivo misto che si chiama Midnight Notes che riprendeva tanti temi dai femminismi, dall’operaismo, questioni incontrate in Africa e poste dai movimenti postcoloniali. Abbiamo scritto collettivamente un testo, molto ripreso, intitolato Le nuove enclosures. La proposta d’analisi era quella di pensare il presente come un nuovo momento di accumulazione originaria.

    La vostra proposta politica femminista, durante gli anni Settanta, era quella di rivendicare un salario per il lavoro domestico così da far uscire quell’immensa mole di lavoro allo scoperto, mostrando che c’è del valore, economico, che le donne producono e che è condizione indispensabile ma nascosta del funzionamento della produzione capitalistica. Una rivendicazione indispensabile per la liberazione e l’autodeterminazione delle donne. Era un’epoca in cui, almeno nei paesi occidentali, la linea del valore/non valore del lavoro seguiva e produceva i confini del pubblico e del privato, della casa e del luogo del lavoro, del ruolo femminile e del ruolo maschile. Oggi è tutto molto diverso, a livello tanto locale come globale. Come analizzi la trasformazione in atto? Che posto occupa il lavoro riproduttivo (valorizzato o meno) nelle economie capitaliste, neoliberiste e finanziarie? Ha ancora una connotazione marcatamente “femminile”? E’ ancora associabile al “domestico” o ha a che fare con altri tempi e spazi di vita?

    Io sono molto scettica sulle teorie negriane per cui ormai il processo di riproduzione avverrebbe trasversalmente a tutte le mansioni. Per un certo verso anche noi femministe avevamo teorizzato questo: 24 ore su 24 ci riproduciamo per il capitale e quindi lottiamo perché il capitale ci mangia tutta la vita. Oggi bisogna certamente studiare come sono cambiate le modalità della riproduzione, e tuttavia, nel farlo, non si può eludere il fatto che la gran parte di questo lavoro è ancora non pagato e portato avanti dalle donne. Come dicevo, le modalità sono cambiate: nel modello precedente il processo di riproduzione della forza lavoro avveniva dentro a un servizio prestato dalle donne al lavoratore salariato e quindi aveva una gestione e un’organizzazione individuale caratterizzata dalla famiglia nucleare, dal contratto matrimoniale, nello scambio uno a uno tra donna e uomo. Oggi invece sempre di più si osserva che la riproduzione della forza lavoro avviene con modalità collettive. La donna non riproduce solamente l’individuo ma la collettività degli uomini e delle donne. Sempre più lo smantellamento del salario maschile e la ristrutturazione del sistema produttivo hanno creato queste forme nuove di lavoro riproduttivo. Nuove e diverse: dal doppio lavoro delle donne, all’ampliarsi del lavoro riproduttivo commercializzato con il trasferimento del lavoro a donne immigrate. Molte donne, e parlo ora a livello globale –  ciascuno di questi processi ha una consistenza più o meno grande in ciascuna area – non fanno quasi più lavoro riproduttivo in casa ma fuori, portando banchetti di cose che hanno prodotto, snack che vendono collettivamente nella strada, e questo in risposta all’austerità da una parte e alla crisi del salario maschile dall’altra. Qui, per strada, curano i figli, si creano nuove solidarietà, nascono dinamiche di appoggio e di scambio con altre donne. E di resistenza, se si pensa alla capacità di risposta che hanno quando arriva la polizia, rompe i banchetti e si porta via le merci. Quindi c’è stata una trasformazione che ha incrementato quella parte di lavoro di riproduzione extradomestica che si compie fuori, nei negozi oppure nella strada attraverso questo commercio spicciolo, diretto, che è fondamentalmente finalizzato alla sussistenza.

    Si tratta di un cambiamento che ha avuto risvolti significativi e ha portato a terreni di lotta nuovi. Oggi esistono movimenti di donne lavoratrici domestiche soprattutto migranti e di colore in tutto il mondo, in Europa, Stati Uniti e Medio Oriente, che vengono da paesi in cui è passato il vento della guerra e dell’aggiustamento strutturale. Cambiamenti che hanno creato nuove dinamiche, nuove soggettività e nuove contraddizioni tra le donne, perché sono in genere le donne bianche, europee o statunitensi, che assumono donne migranti. Area di contraddizione tanto quanto di potenzialità, rispetto alla possibilità di lavorare in comune. Quindi oggi esistono importanti movimenti di donne che stanno facendo nuovamente un discorso sul lavoro domestico, sulla sua valorizzazione, proponendo una visione diversa della maternità per cui essere bravi madri non significa solo stare in loco, ma anche partire e lavorare per mandare i soldi a casa. La maternità si può vivere in tanti modi, ci dicono. In questo senso assistiamo a nuove forme di soggettività. Queste donne migranti hanno un’esperienza internazionale, hanno imparato a lottare con le autorità locali, le migrazioni, le polizie. Anche solo limitandoci a questo quadro si apre tutta una serie di quesiti, possibilità, ma soprattutto alleanza tra le donne che fanno lavoro domestico sottopagato-ricattato e lavoratrici/lavoratori di tutto l’arco del lavoro non pagato. Questa, secondo me, potrebbe essere un’importante via da percorrere per trovare terreni comuni di lotta.

    E poi, d’altra parte, si è ampliato il lavoro del sesso, assumendo moltissime nuove forme. Assistiamo a una globalizzazione del lavoro sessuale andata di pari passo con la globalizzazione del lavoro di cura. E insieme è nata tutta l’area del lavoro sessuale online.

    A partire da queste nuove forme si è voluto credere che oggi non si possa più parlare di riproduzione, di lavoro di donne, e che quindi quello che si diceva negli anni ‘70 non conta più. Io, al contrario, credo che oggi, quello che ci differenzia dagli anni ‘70, è che stiamo affrontando una crisi sul terreno della riproduzione enorme e multidimensionale: crisi delle donne che fanno lavoro non pagato a casa e mal pagato fuori, e con orari impossibili, contraddizioni tra donne che fanno lavoro riproduttivo per altre donne, e poi, a livello proletario, scomparsa e smantellamento di moltissimo lavoro di riproduzione che un tempo veniva fatto in casa. Allo spostamento di tanto lavoro femminile fuori dalla casa non ha corrisposto un aumento dei servizi, anzi il contrario: nel momento in cui le donne sono uscite di casa per fare lavori extradomestici, lo Stato ha effettivamente tagliato quel poco di sussidi alla riproduzione. Assistiamo a un quadro di crisi immensa, di grossa riduzione del lavoro riproduttivo, di attacco alle sue possibilità, e di cambiamenti nel rapporto che le donne hanno con questo lavoro che producono conseguenze nelle lotte e nella solidarietà tra le donne stesse. L’altra realtà drammatica salta agli occhi quando si guarda alla situazione dei bambini e degli anziani, dei malati e in generale delle persone non autosufficienti: bambini che tornano da scuola a 5, 6 anni con la chiave al collo, vecchi che vivono in condizioni di solitudine e mancanza di capacità di riproduzione enorme. La riduzione del lavoro di riproduzione si riflette nella salute, nella crescita personale, nei fenomeni di obesità, si riflette nella disgregazione e nella crisi dei rapporti affettivi. Oggi non c’è tempo per l’affettività. E questa è una problematica enorme da affrontare con urgenza.

    A partire dalle tue esperienze e dai tuoi incontri con organizzazioni dal basso di donne e non solo in America Latina o in Africa: che tipo relazione intercorre tra ruolo del lavoro riproduttivo e formulazione di progetti politici? Da quello che racconti, e che molte e molti di noi hanno sperimentato in quei paesi, non si tratta di lotte esclusivamente rivendicative (per una giustizia redistributiva della ricchezza sociale), anzi talvolta per niente, ma tutt’al più di autorganizzazioni dal basso a cui tu e tutta una serie di pensatori e pensatrici date il nome di «commons». Ebbene, che relazione c’è tra la riproduzione, come spazio sempre più vulnerabile delle vite, e la politica dei commons? E poi, se non è più redistributiva, a che tipo di giustizia pensi – e a che esperienze concrete di lotta, nel presente e nella storia passata guardi – quando fai leva sulla politica dei commons?

    La politica dei commons è dettata dal fatto che milioni di persone, soprattutto donne, non vedono nessuna possibilità che lo Stato possa rispondere alle loro aspettative. L’unica possibilità di riproduzione e di costruzione del futuro diventa il lavoro collettivo. Io la chiamo organizzazione collettiva della riproduzione. Questo fenomeno si sta allargando a macchia d’olio in Africa e in America Latina nelle favelas, o nelle villas argentine. Di questo parla molto anche Raul Zibechi, mostrando che in gran parte i soggetti centrali sono le donne. Già a partire dagli anni ‘70, prima in Cile, in risposta all’austerità, poi in Argentina tra il 2000 e il 2002, quando l’economia monetaria è saltata, e in Perù, sono state le donne a farsi avanti e ad essere state capaci di garantire la riproduzione, sia a livello politico contro le repressioni sia a livello economico contro l’austerity, inventando nuove forme di cooperazione e di collettivizzazione del lavoro, a cominciare dai comedores populares [mense popolari, ndc], trovando una nuova fiducia per superare la paralisi e il terrore di quegli anni. Nuove forme di resistenza che sono state veicolo per scambiare informazioni, conoscenze, per congiungere tra loro pezzi di quartieri che l’esercito cercava di frammentare. Qui le donne hanno Zibechi parla di questi fenomeni nel libro Territori in resistenza: in un capitolo sul Perù spiega che a Lima, negli anni ’90, c’erano 7000 comitati quasi tutti composti da donne, che rappresentavano iniziative di riproduzione collettiva dal basso. Qui le donne si univano per garantire un bicchiere di latte per i bambini, con il comedor popular, o il merendero, oppure organizzavano giardini e orti urbani collettivi. In Villa Retiro a Buenos Aires ho conosciuto donne che hanno costruito la Casa delle donne, hanno organizzato strutture sanitarie di primo uso, riscoprendo conoscenze mediche tradizionali. Usano il teatro in modo politico per porre e discutere di problemi quotidiani. Mi riferisco al Teatro dell’Oppresso in cui si mette in scena un problema politico e si agisce su questo problema in modo che il pubblico diventi attore. In questa riorganizzazione collettiva si ricreano comunità, forte coesione e capacità di resistenza. Per esempio a Buenos Aires esiste una villa[3], Villa Retiro, che è abbastanza in centro, vicino alla stazione centrale degli autobus e ai grattacieli. Il governo della città, terrorizzato che le costruzioni della villa si espandessero oltre i confini e verso i quartieri ricchi, ha fatto erigere un muro. Ebbene le donne ne hanno subito spaccato una parte, dicendo “a noi non ci chiude dentro nessuno!”.

    Queste donne dimostrano che il terreno della riproduzione è terreno di trasformazione, contrariamente a quanto tutta una cultura di sinistra ci ha sempre detto, ossia che il potere non è nella comunità e che le donne lo conquistano solo andando in fabbrica e unendosi alla lotta di classe come forma di supporto. La comunità, invece, è un campo autonomo di lotte, e per la comunità la riproduzione è stata  terreno di ricomposizione e di creazione di una base di resistenza. Nelle villas argentine se entri nei comedores, vedi 10-15 donne con la lista dei turni, secondo un principio totalmente rotativo. Organizzano così una marea di attività, a tanti livelli differenti, e anche all’interno di fronti popolari ampi.

    E tuttavia queste iniziative non si limitano all’America Latina, ma si stanno espandendo. Per esempio negli Stati Uniti  sono le donne nere immigrate dal sud, dai Carabi, dall’America Latina che hanno introdotto la pratica degli orti popolari. Stanno nascendo anche altre pratiche, come le banche del tempo: esperimenti popolari, sorti nell’interland, ma anche tra le classi medie. La gente incomincia a scoprire che è importante attivare relazioni senza passare per il mercato e che questi scambi disegnano reti di amicizie, conoscenze, rompendo la solitudine e l’isolamento. Perché il problema centrale è proprio il livello di disgregazione che il neoliberalismo ha imposto. Non è solo la mancanza di soldi il problema, ma soprattutto che le reti di contro potere (come il contro potere delle comunità operaie), nate sulla base di strutture economiche e da anni e anni di lotte, sono state disintegrate con la gentrificazione, la ristrutturazione immobiliare e quella economica. Ricostituire queste comunità, o comunità nuove, diverse è diventato un obiettivo centrale ed è possibile rompendo l’isolamento che ha da sempre caratterizzato il processo riproduttivo.

    Legato intrinsecamente a questo piano, c’è quello della creazione, a partire dalla socializzazione della riproduzione, di basi di resistenza. Basi da cui poi improntare lotte di riappropriazione della ricchezza sociale. Perché non si può cambiare in modo qualitativamente importante e significativo le nostre vite senza avere la ricchezza, che lo Stato detiene e monopolizza, a nostra disposizione. In America Latina, per esempio, queste basi non permettono allo Stato di organizzare il quartiere e parallelamente lottano per poter attaccare la luce elettrica senza pagarla o pagare a prezzi esigui. Come accadeva nei movimenti dell’autoriduzione che esistevano, in Italia negli anni Settanta, perché il tessuto comunitario, composto da comitati di quartiere, era molto forte. Quando l’organizzazione di quartiere è saltata sono saltate le comunità dell’autoriduzione. Nelle villas argentine lottano per avere provviste alimentari o materiali per costruire le case mostrando capacità e volontà di riappropriazione, contrarie al discorso liberale per il quale non si fanno rivendicazioni perché bisogna essere autosufficienti. Quello che si costruisce è invece l’autonomia e l’autodeterminazione nei confronti dell’organizzazione della riproduzione a livello quotidiano.

    Di fronte alla chiusura individualistica che il paradigma dominante ci consegna come condizione di sopravvivenza, risulta sempre più difficile pensare a quello che tu chiami «lo sviluppo di un interesse comune per la comunità», ossia un’idea politica che vada al di là dell’interesse particolaristico e identitario, ma che sappia tenere insieme le differenze, superare le gerarchie e le divisioni sociali. Da dove cominciare, allora, per «fare comune»? Se non esistono identità a priori che possano stabilire dei “noi” di partenza (non solo l’identità di genere, “noi donne”, né di classe o di razza, ma tutto questo intersecato), quali spazi immaginativi e di pratiche nuovi si aprono per pensare ed agire in comune? Da femminista che ha conosciuto e incontrato differenti femminismi nel mondo, che cosa pensi possano insegnarci in questo senso?

    Ci vado sempre molto cauta nel fare queste grandi critiche alle identità. Credo siano necessari dei distinguo. Molte volte si scarica nel nome dell’identità un tipo di forme di socialità e di comunanza che derivano dall’essere partecipi di modi di sfruttamento simili. È importante distinguere l’identità come progetto di chiusura in piccole isole non comunicanti (i diritti delle donne, i diritti degli indigeni, ecc) e che non vanno alla radice delle cause della sofferenza dall’identità che invece ha a che fare con il riconoscere un comune sfruttamento che può segnare la base del cambiamento. Questo è un primo punto.

    Poi, potrei risponderti con un’espressione usata dal collettivo editoriale argentino Tinta Limon. Loro parlano di “epistemologia della sofferenza”. Anche se nel neoliberismo lo sfruttamento è vissuto in modi diversi, ci sono delle grandi aree in cui ci identifichiamo, dentro cui sentiamo l’importanza di unirci per superare le crisi: dalla precarizzazione, alla riduzione degli spazi e dei servizi sociali, senza che vi siano alternative. Oggi non credo che manchino le ragioni per unirsi, bensì la fiducia che il modo in cui ci uniamo possa essere efficace e non complichi ulteriormente la nostra vita. Di ragioni per unirci ce ne sono tante, troppe. E d’altra parte, mi rendo conto, esiste una difficoltà oggettiva a pensare forme efficaci di risposta che deriva dalle cattive esperienze di partiche adottate in passato. Esperienze che hanno fatto allontanare tanta gente dalla politica. Detto ciò, l’alternativa della non attività è fatale. Il problema urgente, ripeto, sta nel ripensare ai modi di fare politica.

    E il discorso della riproduzione è fondamentale non solamente per contrastare “i piani del capitale” – come si diceva una volta – ma anche per creare forme diverse di resistenza, per pensare a cosa voglia dire oggi l’impegno militante, tante volte disincentivato proprio dal fatto che era in contraddizione con le possibilità di una riproduzione più degna e migliore. La militanza si è spesso trasformata in una forma di lavoro alienante, in sacrificio di sé. E su questo c’è veramente bisogno di un ripensamento non solo teorico ma anche pratico. Le riunioni che durano dieci ore, con gente che ha tempi di vita per cui può permettersi di parlare sempre e altre no, perché a casa hanno la madre che sta male o la baby sitter o i bambini. Questa non curanza verso le necessità della riproduzione è stata il denominatore comune di molte esperienze politiche. A cui si accompagnava l’idea della militanza come dovere e non invece come gioia, che deve ripagare subito, che deve restituire un livello di appagamento, migliorare la vita, dare più forza, proporre riunioni a cui si va con piacere. Queste non sono cose facili e ovvie da costruire, dato il contesto, ma sono obiettivi importanti. Non si capisce perché proletari disgraziati vadano alla partita di calcio spesso più volentieri che a una riunione. Questo è un terreno dove il discorso della riproduzione può diventare creativo per pensare ai nuovi modi di fare politica.

    Di fatto il “da dove si parte” mi sembra non sia definibile a livello generale. Si deve partire dalle specifiche collocazioni. Siamo parte di territori che sono attraversati da linee di crisi molto grandi. Basta guardarsi intorno per vedere quali sono le direzioni delle lotte e quali le linee d’intervento possibile. E poi chiedersi come connetterle tra loro. Ciascuna di noi è già dentro un contesto che è un contesto di crisi. E quindi si parte da qui e dal fatto che prese individualmente siamo già finite. Le lotte perse sono quelle che non sono mai state cominciate. Dalle lotte che cominci impari sempre, attraversi e capisci i territori.

    Io ho un’immagine di come mi piacerebbe che s’intervenisse nei quartieri. Penso ad assemblee di donne e uomini, a volte solo di donne, a seconda delle esigenze. Assemblee che cominciano con un “riprendiamoci la vita”. Che oggi significa costruire dal basso, pensare che non è lo Stato che ci deve organizzare la vita perché è uno Stato ormai in guerra con noi, da cui caso mai dobbiamo difenderci. Significa ripensare a come vogliamo vivere, come organizzare la casa, la salute, l’educazione. Io mi vedo queste assemblee comunitarie dove ci si riunisce non solamente nel momento della crisi più grave, ma dove ci si incontra spesso per decidere di quali strutture sanitarie abbiamo bisogno, per ragionare su quali sono i momenti di crisi in questa comunità, sul perché le donne non si uniscono, cosa ci manca in questo quartiere.

    Mia mamma è stata malata e per tre anni è stata praticamente seduta sulla poltrona senza poter camminare. E io ho passato periodi lunghissimi con mia sorella per curarla. Avevamo anche una badante che veniva per qualche ora ad aiutarci ed eravamo collegate a una cooperativa di cura che ci mandava donne, pagate in parte dal municipio, che ci aiutavano a lavarla e ad alzarla perché nessuna di noi due ne aveva la capacità e il coraggio. Mia madre aveva ossa che si potevano frantumare come niente. Nonostante tutto questo io una volta ho passato settanta giorni senza uscire di casa. L’unica uscita era per andare a comprare medicine e mia sorella si occupava della spesa. Racconto tutto questo per dire che è stata un’esperienza fondamentale in cui ho capito che, come me, c’erano migliaia di donne in Italia chiuse in casa tutto il giorno, perché non esistono servizi di sostegno. Ed è stata un’esperienza che generava un continuo di idee e di desideri su quello di cui avrei avuto bisogno. Mi immaginavo strutture a livello comunitario a cui potermi rivolgere. Abbiamo dovuto fare non solo lavoro domestico e di cura, ma  anche lavoro medico. Abbiamo dovuto imparare a curarle il decubito e le continue infezioni che le venivano stando a letto. Ho passato dei livelli di disperazione incredibile, perché non ero preparata e non avevo le forze per prendermi cura di una persona che amavo. E mi sono chiesta, perché? Dov’è il movimento femminista? Perché non ci organizziamo su questo?

    Ho passato lunghi periodi in ospedale, tutte le notti sedendo sulle sedie perché non esistono strutture ospedaliere adatte. Gli ospedali italiani si reggono sul lavoro delle donne non pagate che dormono su una sedia. Io stavo in una corsia di donne anziane, donne di un’età media di settantacinque anni, tutte cadute con il femore rotto, o la spalla, e con le flebo. Su quaranta donne c’era, di notte, una sola infermiera che ovviamente non ce la faceva a seguirle tutte.

    Allora è qui che bisogna lavorare. Qui ci servono altre strutture. La mia esperienza personale è analoga a quella che migliaia e migliaia di donne si vivono e da cui nasce una grande conoscenza dei bisogni comuni. Dovremmo fare grandi assemblee dove si parla della salute. Come la intendiamo? Quella che ci dà lo stato è funzionale solo a mandarci a lavoro il giorno dopo. Io dico che vogliono che moriamo prima, così non ci devono dare le pensioni.

    Credo che ogni militante giovane dovrebbe passare un periodo in un ospedale, possibilmente in un ospedale geriatrico. Perché è lì che finiamo spesso. Così si ridimensionerebbe il concetto di cosa vuol dire far politica. Di quali sono le cose su cui è importante lavorare.

    A proposito di quest’ultimo suggerimento – che accolgo con attenzione e curiosità e che mi sembra abbia a che fare con la necessità di esperienze d’apprendimento diffuse e trasversali –  ti chiederei che ruolo giocano, per te, la formazione e la produzione di sapere nella politica dei commons…

    La formazione è importantissima in un’epoca in cui il capitalismo ci ha veramente devastato. L’apparente ricchezza, di merci, di gadget, di vacanze, occulta come una nube il livello d’impoverimento dell’immaginario su tanti livelli. Ormai si pensa tutto in modo frammentario: l’economico, il culturale, il politico. E uno degli obiettivi della formazione dev’essere quello di ricomporre i frammenti. Si potrebbe partire, per esempio, dal terreno diciamo più immediato, necessario e prosaico, del «nutrimento», che immediatamente ci collegherebbe alla terra, alle stagioni, e a tanto altro, e per il quale sarebbe necessario un percorso di formazione politica. Perché per rispondere a questo attacco mostruoso a tutti i livelli della produzione del cibo, bisogna parlare dell’inquinamento delle terre, delle sementi ogm, dell’uso di pesticidi, della distribuzione del cibo, trasportato per chilometri e quindi fumigato, per cui alla fine mangiamo prodotti che invece di nutrirci ci uccidono. Per fare una lotta qualsiasi sul cibo è necessaria una storia culturale. Si possono scrivere libri, poesie, fantasie, si possono fare film a partire dal cibo, si può creare una storia densa di rapporti sociali, di concezioni della natura. Noi abbiamo impoverito enormemente il discorso “lotta, politica, militanza”. È diventata una cosa truculenta e povera. Io invece sono convinta che la gente abbia voglia, fame e sete di conoscenza, che è però diversa da quella burocratica e noiosissima delle scuole e spesso anche dei circoli militanti. Bisogna aprirci a una creatività per cui la lotta per il cibo è anche culturale, che ci pone in contatto con altre culture, perché attraverso il cibo si esprimono relazioni sociali, ambientali, ecc. Un sapere che permetta di vedere i raccordi tra la lotta per il cibo e quella per le terre, perché non puoi fare l’una senza pensare anche all’altra. Cos’è la terra, che cosa racchiude, cosa ha voluto dire e cosa vuol dire riprendere il contatto con la terra? Significa riprendere contatto con tutto un mondo di forze che ci mostrano come la nostra vita, se osservata a partire dall’individuo, risulti un’immagine impoverita. In realtà siamo parte di qualcosa di molto più grande di noi. E sapere che ci sono altre energie che giocano nel pianeta e nell’universo, che vanno al di là del capitalismo, ci più conferire enorme forza.

    Io così mi immagino la formazione politica, fatta di tante dimensioni che devono unirci, devono fare in modo che si abbia piacere e desiderio di politica, contro un’idea sacrificale dell’impegno. Il che non vuol dire assenza di sofferenza e di rischi, bensì esercitarsi affinché la politica non diventi il proseguimento di quello che una volta era il lavoro di riproduzione, nella figura madre sacrificale. Basta con soggetti sacrificali! Se il lavoro militante non aiuta a liberarci e se non c’è desiderio, allora non va bene, vuol dire che si stanno facendo degli sbagli. Per me questo è principio di vita, un test. Quando comincia quella percezione di pesantezza riesamino quello che sto facendo con l’assunto che forse qualcosa non va.

    In questo senso, da filosofa, femminista e militante, quali sono le possibilità della filosofia oggi? E poi invece, da ricercatrice che ha lavorato nell’accademia, come ti sei vissuta questo spazio e le sue contraddizioni?

    C’è molta ideologia su che cosa sia la filosofia. Per me è stata importante perché permette di vedere le cose con distanza, perché ti fa conoscere i nessi che non si colgono nella sola esperienza empirica. Il pensiero filosofico, però, è sorto sempre da problemi molto pratici. Per esempio possiamo individuare tutta una corrente di filosofi nata in difesa dello Stato e delle logiche del capitale. George Caffenzis sta affrontando da tempo questa ricerca in una trilogia in via di conclusione, dimostrando che la produzione teorica dell’empirismo inglese (Locke, Berkeley, ecc) nasceva in un contesto storico di sviluppo del capitalismo e che questi filosofi erano ben radicati nelle logiche del potere in momenti specifici in cui si stavano sviluppando determinate forme di rapporti monetari. La loro filosofia non era per niente astratta, come molte volte si pensa. Al contrario rispondeva a una politica specifica. È importante sfatare questa immagine della filosofia che vive nella stratosfera, importante per ripensare l’uso della filosofia oggi.

    Dall’altra parte, il discorso dell’accademia è molto ampio e bisogna farlo partire dall’evoluzione storica dell’accademia, con lo sviluppo dell’istruzione pubblica nel capitalismo. In questi anni abbiamo visto un passaggio importante di trasformazione rispetto alla scuola del dopo guerra, con il ritiro dell’investimento statale e la conseguente nascita della scuola e  dell’università impresa. Sono passaggi storici e politici avvenuti in risposta alle lotte: la finanziarizzazione dell’educazione – per cui invece del governo che finanzia l’educazione è lo studente che deve autofinanziarsi – è stata una risposta politica alle lotte degli studenti e degli insegnanti nel mondo della formazione. Allora il punto è come ci vivi dentro. Io, che ho insegnato per quasi quarant’anni, ci vivo riconoscendo che è un lavoro salariato che mi dà alcune possibilità però da non mitizzare. Ci sono dei meccanismi strutturali che pongono dei limiti molto grossi. Come in tutti i posti di lavoro cerchi di cambiare, di trasformare e di usare la ricchezza che offre per scopi che travalicano le quattro mura. Con compagne e compagni abbiamo cercato di rompere l’isolamento dell’accademia, di portare gente da fuori, proveniente dalle lotte, di fare riunioni, conferenze, senza però mai perdere di vista il fatto che, ripeto, ci sono dei limiti strutturali. C’è tutta una fetta di movimento, di lavoratori intellettuali, che pensano che l’accademia ti permetta grandi cose. E in realtà coltivare certe illusioni crea solo nuovi pericoli, ostacola la realizzazione di altre possibilità, e permette all’accademia di continuare ad avere un suo fascino perché ci sono corsi su Marx, sui Women Studies, sul femminismo o sui Postcolonial Studies.

    Oggi negli Stati Uniti la prima cosa da considerare per noi insegnanti, in un accademia dove gli studenti devono pagare cifre esorbitanti per partecipare, è unirci agli studenti e lottare contro il debito. Perché è intollerabile l’idea che gli studenti seguendo la mia classe su Marx siano schiavizzati e si trovino a dover pagare magari 4 o 5 mila dollari che probabilmente non riusciranno a restituire una volta usciti dall’accademia, perché il lavoro che l’università stessa dovrebbe procurargli non esiste. Non puoi insegnare Marx e non parlare del debito. Questi sono concretamente i dilemmi e le contraddizioni.

    [1] Maria Rosa dalla Costa, Potere femminile e sovversione sociale, Marsilio Editori, Padova, 1972

    [2] Letteralmente “piccola scuola zapatista”. Nell’agosto 2013 gli zapatisti hanno organizzato il 1° livello della scuola, invitando migliaia di persone dal Messico e dal mondo, militanti e aderenti alla Sexta, a partecipare a una settimana di “scuola” nelle comunità zapatiste del Chiapas. L’esperienza comincia dopo che, il 21 dicembre 2012, gli zapatisti hanno rotto il silenzio di molti anni, con una marcia silenziosa presso le vie di San Cristobal de Las Casa.

    [3] Espressione argentina che indica zone urbane autocostruite dalle e dagli abitanti, tendenzialmente periferiche ma anche centrali, come nel caso di Villa Retiro. Si tratta di aree di segregazione razziale urbana, abitate da migranti in particolare da Paraguay, Perù e Bolivia che costituiscono la manodopera sfruttata della città. Insieme, però, sono zone di opacità, di resistenza e di economie informali-solidarie.

  • Diario della crisi infinita. La crisi come forma permanente di accumulazione e di comando capitalistico

    Da Doppiozero, Cristina Morini attorno all’ultimo libro di Christian Marazzi, Diario della crisi infinita (ombre corte, 2015) (altro…)

  • Anna Simone (a cura di), Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, Mimesis, Milano 2012

    Anna Simone (a cura di), Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, Mimesis, Milano 2012

    Più che un tema è la proposta di un cambio di paradigma. “Sessismo democratico” è espressione che ricolloca nel contemporaneo la posizione di una donna, i rischi e i conflitti da assumere. Prima ancora dell’evocazione di prime, seconde e terze ondate del femminismo, è in effetti più efficace –e ne abbiamo bisogno– di nuove narrazioni del paesaggio in cui ci troviamo ad abitare.
    Nell’Introduzione Anna Simone offre gli elementi di questo paesaggio e le connessioni tra loro. Si comincia da un primo, non scontato, gesto d’orizzonte: “nell’epoca della frammentazione della sovranità, del lavoro, del diritto, del sapere, le soggettività o gli attori sociali si frammentano a loro volta” (p. 12). Un gesto che indica uno sguardo segnato dal passare delle generazioni nel femminismo. La vita di una donna viene collocata su grande scala, partecipa di questi tempi di metamorfosi violente, con tutti i rischi ma anche le invenzioni che si presentano. Non dunque s/oggetto separato, sprovvedutamente consegnato a condizioni costruite altrove, bensì lucido nell’appropriarsi del senso del proprio tempo.
    Il secondo gesto consiste nel tracciare uno spazio comune ma non indifferenziato in cui si trovano i soggetti che vivono e cercano senso per le loro vite. Attraverso il concetto di “status” – che individua “disabili”, “gay”, “lesbiche”- si arriva a cogliere quelle tante situazioni che parlano sì di donne, ma in un modo che a un orecchio femminista ha un che di stonato. Lo status indica, infatti, quei processi di identificazione forzata, che viene costruita attraverso i media, le sentenze, le misure dell’inclusione. In effetti, finito il patriarcato, con le sue capacità di tracciare confini tra dentro e fuori, tra inclusi ed esclusi, tra pubblico e privato (Straniero, p. 131), il gioco si è fatto più pervasivo. L’espressione con cui nominare la famiglia di nuovi procedimenti che riguardano le donne, e altri soggetti, è quello dell’”inclusione differenziante”, per cui la partecipazione è richiesta, di più, è “l’ultima frontiera del politically correct” (Introduzione, p. 14), ma a condizioni tanto definite quanto poco dichiarate. Il quadro che viene ricostruito trova importanti appoggi nelle analisi femministe sulle nuove grammatiche del neoliberismo, a cominciare da quella che Rosi Braidotti tratteggiava nella nuova Introduzione a Madri, mostri e macchine nel 2005, quando parlava di “prolificazione reificata” della differenza.

     

    Certo che si è prese da un moto di rivolta per l’omicidio di Giovanna Reggiani, eppure – come tante femministe capirono allora e come ricostruisce Caterina Peroni (pp. 112 e ss.) – i media, in alleanza con le retoriche delle istituzioni, utilizzarono quel nuovo senso comune di indignazione per innescare e giustificare politiche securitarie e neorazziste – ricordiamo lo sgombero con ruspe del campo rom che ne seguì. Ecco allora la dignità di una donna, alfine inclusa nel discorso pubblico, ma nel quadro di una ripartizione tra “amici” e “nemici”, tra “buoni cittadini” e “criminali” (Fariello e Mauriello), con tutte le azioni che ne conseguono, alfine legittimate. La mente va subito all’analoga mossa retorica che enumerò, tra le ragioni della guerra in Iraq, – una guerra che stentava a trovare argomenti di legittimità – l’oppressione delle donne islamiche a fronte della libertà di quelle occidentali.
    E’ così che si ottiene l’effetto paradossale di un contemporaneo che coniuga una proliferazione discorsiva sulle donne a una loro de-soggettivazione. Ancora una volta, ma in nuova veste, a fare da misura non è la voce viva di una donna, la sua esperienza, ascoltata e potenziata da altre. Donne, alfine previste sì, incluse nel discorso pubblico, rappresentate nei media (Giomi), ma come partecipanti a un gioco dalle regole già stabilite. Risuona con nuovi e diversi e chi la domanda di Carla Lonzi: “ci piace, dopo millenni, inserirci a questo titolo in un mondo progettato da altri?” (Sputiamo su Hegel, p. 14).
    La regola del “noi/loro” – regola per eccellenza della tradizione maschile e patriarcale – trova un’altra esemplificazione, ulteriormente articolata, nei procedimenti di legge rispetto alle mutilazioni genitali femminili, praticate da migranti che vivono in Italia. Fusaschi mostra come la legge, a fronte di retoriche del rispetto della libertà delle donne italiane, differenzi oculatamente tra chi, maschio o femmina, sia coinvolto in queste pratiche: una condanna per un atto non compiuto da una donna su una bambina, un’assoluzione per un atto compiuto da un uomo su un bambino che non sopravvive (p. 143). Ma la ripartizione “noi/loro” insiste sulle stesse occidentali, le degne e le indegne, le colpevoli e le innocenti, come mostra un cambio di passo che, nel saggio, ricorda quello compiuto da Fatema Mernissi, quando respinge al mittente occidentale le retoriche sul velo: così pronte a sposare lo sdegno per le mutilazioni genitali femminili, eppure così pronte a procedere al “restyling dell’intimo”, adeguamento chirurgico dei genitali a una norma (p. 156).  – appropriata e di nuovo tutta contemporanea suona allora la domanda di Rivolta femminile: normalità stabilita ma “per il piacere di chi?”.
    L’aggiornamento della plurisecolare domesticazione del corpo femminile, trattare il proprio corpo non secondo le misure che produce e conosce, ma secondo misure e regole costruite altrove, avviene anche attraverso le tecniche del parto, che spesso sono le donne stesse a richiedere. Ciò che appare come una auspicata presa in carico della decisione – nel momento in cui le tecniche sono ricevute e non elaborate culturalmente – si rivela essere un tentativo di rifuggire al dominio maschile, sì ma una decisione attraverso cui una “donna si lascia colonizzare per semplificare i processi complessi della biologia femminile” (Ferraro, p. 43).
    Con la ricchezza descrittiva e narrativa delle inchieste sociologiche, arriviamo così a cogliere due spazi simbolici che si contendono conflittualmente il senso del contemporaneo: da una parte, il “postpatriarcato”, quale contesto che è stato radicalmente trasformato dalla libertà femminile, con tutto quel che di cultura e di politica ha prodotto; dall’altra, il “neopatriarcato” dove è la stessa libertà femminile ad essere oggetto del discorso altrui.

     

    Il crinale che permette di districarsi tra gli sconfinamenti di questi due spazi, è quello della “voce” (Peroni, p. 117), delle donne che parlano a partire da pratiche effettive di libertà (Introduzione, p. 12). Il criterio è efficace e fine tanto quanto è severo: non è sufficiente “parlare di” donne, per essere soggetti di quel discorso. Ancora Rivolta femminile: “Più ti occupi della donna e più mi sei estranea” (Secondo manifesto, p. 8) frase che, ridetta nei termini del femminismo delle donne delle ultime generazioni, suona: all’inclusione opponiamo l’autodeterminazione. E’ questo l’aggiornamento necessario per una politica della differenza: ripartire da un lavoro sulle condizioni del senso, a partire dall’esperienza di vita e dalla presa di parola in autonomia.
    Assume qui un valore specifico il contributo di uno sguardo maschile sulla ricollocazione delle donne nelle relazioni organizzate di camorra che, da una parte, assume che “non si può parlare di camorra in maniera impersonale, ma raccontando necessariamente di donne e di uomini e, dall’altra, smonta le retoriche del dilemma non sanno quel che fanno/sono criminali omologati (Sgueglia, pp. 85 e ss.). Un contributo che viene pienamente esplicitato in finale del volume:  “Non è un caso che le donne siano da tempo protagoniste in tutti quei punti di crisi (e nelle) forme contemporanee di resistenza” (Petrillo, p. 203). In effetti, se assumiamo che la distribuzione dei confini tra i sessi è indicatore dello stato dei tempi, della violenza e delle transizioni verso nuove forme di divisione del lavoro e nuove forme di vita, il sapere generato da  una “soggettività sorgiva ed eccedente” (Introduzione) diventa materia di confronto e ricchezza di analisi cui altri soggetti – non solo le donne – possono attingere e che possono sviluppare. Verso un rinnovato senso di comunanza.

     

    Nella raccolta di scritti si trovano alcune indicazioni effettivamente praticate su come dare corpo e slancio generativo a questi saperi. Una prima è l’indicazione che Simone dà in apertura: a fronte dello stato di frammentazione controllata, i saperi devono tornare a rispondere a quella transdisciplinarietà che il femminismo aveva intuito come la forma migliore per rendere conto della vita di una donna, delle relazioni e scambi attraverso cui prende corpo, ma soprattutto del nesso necessario tra pensiero ed esperienza. Contro l’oggettivazione dell’argomento e la sua manipolazione attraverso strumenti di quantificazione, si ritorna infatti alla “centralità dell’esperienza”, del corpo femminile, delle sue forme di vita e della sua singolarità, esperienza che, attenzione, connota i temi di cui si scrive, ma soprattutto la posizione di chi scrive. Non sguardo esterno, dunque, ma pienamente implicato nelle relazioni che fanno il sapere. Questa avvertenza è particolarmente degna di nota nel momento in cui ci viene da una sociologa che ha come contropartita, nella tradizione anglosassone dei gender studies, quel metodo disciplinare che viene messo sotto il titolo della intersectionality, un metodo che costruisce statisticamente i propri oggetti di studio e che riduce la complessità alla risultante di intrecci tra procedure di classificazione: le donne, i disabili, i gay e le lesbiche, i neri, i trans, etc. Una perversa sommatoria di “occuparsi di” e di individuazione dei “soggetti” alla stregua di oggetti predisciplinati dal sapere.
    Una seconda indicazione effettivamente operante si ritrova nel saggio di Rosa Parisi che ci racconta, attraverso la viva voce dell’esperienza, di un episodio in cui alcune donne arabe, non solo non sono oggetto di studio, ma anzi, sono le “protagoniste” dell’occupazione di una scuola elementare nel quartiere di Centocelle a Roma, che ospita circa cinquanta famiglie. Attraverso questo episodio si salta da uno spazio simbolico all’altro, senza dover ricorrere alle infinite mediazioni del pensiero reattivo (pp. 170-176). Non infinite disquisizioni sull’illibertà di donne di altre culture, non sottili distinguo tra i rischi di colonizzazione, neocolonizzazione, e conseguenti rimedi “dialogici”: piuttosto, quel fiuto politico – o orecchio per la libertà femminile vigente –  che permette di non ristare sul problema dell’inclusione, bensì sulla capacità di formulare e attuare condizioni di vita e di giustizia. Quanto cambierebbero i programmi di empowerment della nostra benemerita Unione Europea, se i progetti andassero non a oggetti – individuati come inerti e problematici – ma a soggetti che conflittualmente stanno già procedendo a un senso pieno della loro cittadinanza?
    Una terza indicazione emerge, infine, dalla ricollocazione del problema della rappresentanza femminile nelle istituzioni politiche. Lorella Cedroni, studiosa di lungo corso della questione, in accordo con il nuovo approccio aperto dal volume, salta tutte le opzioni che le analisi e i dibattiti lascerebbero oggi: autoescludersi perché il gioco non vale la pena, accontentarsi di surrogati, di una rappresentanza basata su uno specifico parziale, oppure accettarla alle condizioni previste dalla tradizione maschile, vale a dire omologandosi. Allungando lo sguardo oltre l’inclusione – non è del potere che le donne hanno bisogno e nemmeno del paradosso di “trasformare l’emarginazione in egemonia” – la posizione di una donna, la sua memoria almeno duplice di vinta e di liberata, alza la posta in gioco e sta su un terreno del tutto contemporaneo: “rivitalizzare la dimensione creativa – o creatrice – della politica, che offre la possibilità di “fare” e di “agire”, che ci permette di cambiare il mondo e dare inizio a qualcosa di nuovo” (pp. 186-187). Ritorna così l’apertura iniziale: di fronte a questi nuovi fatti e saperi che riguardano così da vicino le donne, la questione e l’intrapresa è dell’ordine della creazione e non dell’inclusione.

     

    Recensione di Federica Giardini

  • T. Dini, S. Tarantino (a cura di), Femminismo e neoliberismo, Natan, Napoli 2014

    T. Dini, S. Tarantino (a cura di), Femminismo e neoliberismo, Natan, Napoli 2014

     

     

    E’ necessario “prendere”,

    “prendersi” la realtà, non perderla.

    E per prendere, per stare nella realtà,

    come ha insegnato Simone Weil,

    non si può evitare

    il nocciolo duro della necessità

     

    (S. Tarantino. Introduzione a Femminismo e neoliberismo.

     Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà)

     

    Ci vuole del coraggio ad affiancare due parole potenti come  femminismo e neoliberismo , con l’intento di ottenere uno schizzo  della soggettività femminile scritta e riscritta dell’avvento di quella immensa forma di governo delle vite, che va appunto sotto il nome di neoliberismo. Ci vuole coraggio perché l’accostamento è gremito di trappole e conclusioni pericolose, prima tra tutte proprio  la possibilità di  depotenziare quell’esperienza trasformativa assolutamente straordinaria che è stata ed è  il femminismo. Non  è semplice gettarsi nelle acque in cui nuotano le sirene della sconfitta e della disperazione, provando incessantemente ad evitarne il lamento.

    Di fatti, come emerge più volte già dalle prime pagine di questo  testo prezioso e intraprendente,   quando utilizziamo la parola  neoliberismo non definiamo esclusivamente  la razionalità (irrazionale) dell’economia contemporanea, ma piuttosto un discorso, una forma di governo dei viventi tutta incentrata sulla marchiatura profonda delle soggettività, sulla costruzione meticolosa ed instancabile  di un’etica della mortificazione e della vittoria, dell’inclusione e del fallimento.  Come ripetono insistentemente le voci delle autrici, parliamo di un’ idea di potere niente affatto  repressiva e occlusiva ma di  una radicale macchina di compartecipazione delle singolarità alla produzione di dispositivi di controllo e di dominio, di coercizione e di impoverimento. Una nuova ragione del mondo per dirla con Dardot e Laval[1], che lambisce tutte le terre emerse, provando a gettare  ogni singola cosa, fenomeno, espressione, sotto il manto della misurazione e della  mercantilizzazione coatta. Quella che conduce il neoliberismo è insomma una silenziosa battaglia contro  l’eccedenza, che mira alla neutralizzazione ed alla appropriazione. Proprio questa incessante contesa, questa contraddizione lampante tra libertà femminile eimprenditoria di sé,  spinge le autrici a chiedersi  in che misura  il femminismo si sia trovato implicato  dentro questa trasformazione ed in che misura, nella battaglia contro  i tentacoli neoliberali, la soggettività femminile sia riuscita a conservare quella dissonanza, quella irriducibilità alla logica del binario e dell’universale, che proprio il pensiero della differenza aveva teorizzato come foriera di epocali stravolgimenti nella storia del logos  occidentale. La posizione più radicale sul tema, con cui alcuni dei saggi (Bazzicalupo, Dominijanni, Esposito)  fanno esplicitamente i conti mentre gli altri comunque ne affrontano tangenzialmente  le questioni, è evidentemente quella che Nancy Fraser ha espresso di recente in un articolo pubblicato sul The Guardian dal titolo eloquente “Come il femminismo divenne ancella del capitalismo”.

    Nel testo l’autrice americana denuncia una sostanziale ed ineluttabile sussunzione del nuovo (e cattivo) femminismo alle logiche economiche del neoliberismo, soprattutto attraverso alcuni passaggi storico- sociali precisi: la lotta per il salario, la denuncia della violenza domestica e delle questioni  che attengono più generalmente la sessualità e la critica allo stampo patriarcale del welfare state. L’amara costatazione, che difficilmente si riesce a liquidare come un lamento pessimista ed improduttivo, ha a che fare con le inedite armi che il neoliberismo ha sfoderato per valorizzare la differenza e la singolarità, superando  i processi massivi di omologazione e irreggimentazione che avevano caratterizzato buona parte del novecento e con cui si era confortato il primo femminismo. Il j’accuse della Fraser di fatti intende esplicitare l’inadeguatezza delle femministe al cospetto della governamentalità neoliberale e dunque l’assestamento delle stesse su battaglie di retroguardia o assolutamente compatibili con la forma del governo contemporaneo,  incapaci di scalfirne lo statuto complessivo.

    La posizione della Fraser non è l’unico termine di confronto ma è tuttavia quella che, attraverso  l’esasperazione dei toni e la provocatorietà delle conclusioni, si può assurgere a paradigmatica di tutte le trappole nascoste dietro questa relazione pericolosa.

    Così le autrici si interrogano incessantemente, a partire da sé e dal proprio posizionamento di femministe nell’era del neoliberismo che governa attraverso la crisi, provando a  condividere possibili linee di fuga, vecchi e nuovi rimedi che diano la forza utile all’eccedenza sessuata,  per vincere la battaglia contro  i processi di violenta valorizzazione di bios. E’ così che  Tristana Dini propone di «scavare dentro di noi per capire dove si aprono le lacerazioni, dove può avvenire un taglio col simbolico neoliberale». Federica Giardini in riferimento a quella dimensione conflittuale femminile  ed ambivalente che Loraux chiama stasis, ridefinisce il conflitto necessario  come ciò  che  «si potenzia e dilaga come forza di distruzione dell’umano stesso, perchè coglie il politico là dove si ritaglia e si staglia la contro la dimensione umana e naturale». Laura Bazzicalupo   propone piuttosto, di imparare a  sfuggire agli innumerevoli ricatti mascherati da libertà e  di partire dal bisogno di riappropriarci di quella meravigliosa formula della sottrazione, quel  «preferirei di no» con cui  Bartleby, con voce singolarmente ferma, cominciò a rifiutare.  Ancora, Elettra Stimilli, prendendo di petto una delle contraddizioni più esplicite dei processi di valorizzazione e soggettivazione contemporanei, il debito , propone una lettura butleriana dello stesso neoliberismo, sottolineandone il carattere non solo coercitivo, ma la complessa vita psichica sottesa al suo stesso potere. Tuttavia, scrive sempre Stimilli al fine di aprire al possibile riscatto  della differenza,  «il potere in quanto intimamente connesso alla vita , comporta anche e soprattutto la possibilità di critica costante, in grado di sperimentare nuove forme di cooperazione sociale. Su questa strada il pensiero femminista ha ancora molto da dire proprio a partire dalla sua matura e fruttuosa riflessione sulle dinamiche di dominio».

    E’ così che attraversando questi come tutti gli altri saggi che si susseguono nel libro si ha l’impressione di metter insieme i pezzi di una rivalsa; una risposta collettiva alla domanda di Fraser, che suona come l’invito a non sottovalutare la complessità, il polimorfismo, le temporalità, le dissonanza e le lontananze dei femminismi stessi.

    Una risposta che è in realtà rivolta a tutte le femministe che si interrogano su come direzionare l’azione in un mondo in il  cui partire da sé può essere frainteso con una esasperazione dell’individualismo e dell’autoreferenzialità supportata dalla centralità assunta dalla differenza. Un mondo in cui la rivendicazione di autodeterminazione del proprio corpo sessuato nasconde dietro l’angolo innumerevoli forme di mercificazione  del corpo stesso. Un mondo in cui le morali  della libertà vigilata si confondono sempre più con processi di liberazione e di emancipazione reali ed i confini  sfumano fino a diventare impercettibili.

    In questo mondo, quello della nuova ragione neoliberale, essere femminista è una sfida che chiama all’attenzione costante, alla provocazione, all’eterodossia, alla sperimentazione e pure al tradimento della memoria.

    Questo testo va certamente in queste direzioni senza troppe timidezze.

    E’ un testo prezioso per proseguire spedite, scrollandosi di dosso il peso dell’inadeguatezza ed abbracciando una sfida che dalle sue stesse  trappole trae la linfa per evitare errori grossolani e semplificazioni ingenerose.

     

     

    [1]             Dardot P. ,  Laval Ch,  La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, trad. di R. Antoniucci e M. Lapenna, Deriveapprodi, Roma. 2013 (2009)

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