• Valentina Riolo – Una sfida da non perdere

    Valentina Riolo – Una sfida da non perdere

    Questa relazione nasce con l’intento di esaminare il ruolo della donna nel contesto politico e di vita associata attraverso un rapido excursus storico che va dalla Grecia antica ai giorni nostri, passando per il mondo romano e quello bizantino, l’Europa moderna e il Novecento. Ci si interroga allora sull’ipotetica semplicità del vivere essendo uomini.

    Si evidenzia come in realtà ciò non sia vero e si cerca di analizzare la differenza di genere alla luce dei diritti (o piuttosto della loro mancanza) che consentono (o meno) di vivere esprimendo al meglio il proprio sé.

    Si propone infine una mediazione che vada oltre i generi, in virtù della considerazione che al di là della differenza sessuale, vada valorizzata l’unicità di ognuno per il benessere di tutti.

    “Sarai un uomo o una donna? Vorrei che tu fossi una donna. Vorrei che tu provassi un giorno ciò che provo io: non sono affatto d’accordo con la mia mamma la quale pensa che nascere donna sia una disgrazia. La mia mamma, quando è molto infelice, sospira: «Ah, se fossi nata uomo!». Lo so: il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia, si dice omicidio per indicare l’assassinio di un uomo e di una donna. Nelle leggende che i maschi hanno inventato per spiegare la vita, la prima creatura non è una donna: è un uomo chiamato Adamo. Eva arriva dopo, per divertirlo e combinare guai. Nei dipinti che adornano le loro chiese, Dio è un vecchio con la barba bianca: mai una vecchia coi capelli bianchi. E tutti i loro eroi sono maschi: da quel Prometeo che scoprì il fuoco a quell’Icaro che tentò di volare, su fino a quel Gesù che dichiarano figlio del Padre e dello Spirito Santo: quasi che la donna da cui fu partorito fosse un’incubatrice o una balia.

     

    Eppure, o proprio per questo, essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai.”1

     

    Fin dai tempi antichi la condizione femminile e il ruolo che la donna deve avere nella famiglia, nella vita associata e nella politica si pongono come questioni complesse a cui si è tentato, e si tenta ancora oggi, di trovare una soluzione.

     

    Nell’antica Grecia, Pericle sostiene che “la gloria più grande per le donne è che non vi sia da parlare di loro”.

     

    Platone propone un’integrazione della donna nella polis nella misura in cui questa si rivela utile per il raggiungimento del bene comune.

     

    Aristotele ritiene il maschio per natura migliore della femmina e, di conseguenza, è altrettanto naturale che l’uno comandi, l’altra obbedisca. Le donne, per Aristotele, sono “umani politici, dotati di voce e persino di capacità di deliberare, ma solo parzialmente e questa limitazione è naturale, dunque permanente.”2 La donna doveva espletare la propria

     

     

    • O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato

     

    • F. Giardini, L’alleanza inquieta

     

     

    funzione all’interno dell’οἶκος, doveva amministrare l’ambiente domestico, non curandosi di quello politico, che era invece appannaggio degli uomini liberi.

     

    È significativo il fatto che nella tragedia greca un personaggio forte e seducente come

     

    Medea, che coinvolge e sconvolge l’animo dello spettatore e che viene definita “δεινή”

     

    (straordinaria nel bene, ma anche e soprattutto nel male), sia una donna barbara, come se Euripide volesse mantenere la distanza tra ella e le donne greche, per preservarle da un atto di forza e di presa di posizione tale da disubbidire e prevaricare la volontà dell’uomo.

     

    Nella Roma repubblicana, la donna ha poco rilevo nella società, anche se svolge un ruolo attivo nell’ambito domestico. Viveva sotto tutela, passando da quella del padre a quella del marito. La matrona possedeva, dunque, grande libertà nell’ambiente casalingo, fuori dal quale era notevolmente limitata (“casta fuit, domum servavit, lanam fecit” recita un necrologio per elogiare le qualità di una donna). La serva era, invece, subordinata al volere della matrona. Lo strato più basso della società femminile era rappresentato dalle prostitute che, paradossalmente, erano più libere per certi aspetti rispetto alle altre donne. Nella Roma imperiale la figura femminile inizia ad avere un maggiore peso nelle decisioni politiche, anche se non erano sua diretta emanazione, ma frutto dell’influenza che alcune donne avevano sugli uomini di potere. Ricordiamo, ad esempio, Agrippina, donna forte, spietata nel conquistare il potere, che riesce a far adottare il figlio Nerone dall’imperatore Claudio. Sarà proprio lei ad affiancare il figlio quando diventerà princeps, fino a quando non sarà uccisa proprio per volontà dello stesso Nerone. “«Ventrem feri» exclamavit, multisque vulneribus confecta est”3: l’autorevolezza di Agrippina viene esaltata anche nell’attimo prima di morire, quando ordina ai sicari di “colpire il ventre”, come se volesse comandare tutto fino all’ultimo istante.

     

    Nel mondo bizantino è sorprendente scoprire quante donne hanno lasciato un segno con le loro azioni e i loro scritti. Poco studiate rispetto alle donne greche e romane, è interessante analizzarle per conoscerne il pensiero, la vita e, in alcuni casi, anche la morte. Grande esempio di questa tradizione è Ipazia: era matematica, astronoma, filosofa,

     

     

     

    3 Cit. Tacito, Annales

     

     

    maestra di pensiero e di comportamento. Socrate Scolastico ci dice che “la donna, gettandosi addosso il mantello e uscendo in mezzo alla città, spiegava pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altro filosofo”.

     

    Aveva anche un peso politico inconsueto per una donna. Spesso era la sola donna che partecipava a riunioni maschili, durante le quali non si mostrava per nulla intimorita dalla situazione, anzi era lucida nella dialettica, quasi elegantemente insolente. Ipazia muore di una morte terribile per volontà del vescovo Cirillo che, temendola, trasforma la sua paura in sanzione religiosa contro streghe e maghe: viene scorticata viva, le vengono cavati gli occhi e i suoi resti vengono bruciati. Ipazia non ha trovato giustizia allora e forse poca anche nei secoli dopo, considerando che il suo carnefice è diventato santo e dottore della

     

    Chiesa, elogiato perfino nel 2007 da Papa Ratzinger per l’energia del suo operato. Ora, come allora, il suo martirio sembra essere invisibile.

     

    Nell’età moderna, si ha un periodo di grandi cambiamenti: siamo nell’epoca del contratto e delle rivoluzioni per il riconoscimento dei diritti personali, sociali e politici.

     

    Nel contratto di Hobbes sono incluse anche le donne, ma solo come tacitamente acconsenzienti ad esso, non come soggetti contraenti del patto stesso. Hobbes, dunque, così come Locke, vede nella famiglia “l’anello di congiunzione tra il privato e il politico, e lasciano le donne nel primo”.4

     

    “Le donne non prendono parte al contratto originario, ma non vengono neppure lasciate nello stato di natura […] vengono incorporate in una sfera che, rispetto alla società civile, si trova contemporaneamente dentro e fuori.”5

     

    L’età moderna è però anche l’epoca di grandi figure femminili che hanno posto importanti interrogativi (“Se tutti gli uomini nascono liberi, come accade che le donne nascano schiave?”6) e fatto proposte concrete per le donne, schierandosi a favore dell’educazione femminile (“È mai possibile che vi contentiate di stare al mondo come dei tulipani in un giardino, a far bella mostra senza servire a nulla, permettendo che tutti i vostri meriti

     

     

    • Cit, F. Giardini, L’alleanza inquieta

     

    • C. Pateman, Il contratto sessuale

     

    • M. Astell, Reflections upon marriage

     

     

    svaniscano nella tomba, se non prima? […] L’ignoranza è causa della maggior parte dei vizi femminili: l’alterigia e la vanità infatti, che di solito ci vengono rimproverate, ad un esame accurato, si vedrà che stanno all’origine di tutti gli altri vizi.”7). Un’educazione che va al di là dell’istruzione e il cui scopo sarà “disperdere la nube di ignoranza che ci avvolge a causa dei costumi, di rifornire le nostre menti di una scorta di conoscenze utili e solide in modo che l’anima delle donne non sia più la sola cosa disadorna e trascurata”8.

     

    All’incirca nello stesso periodo, in Francia, si inaugura un nuovo spazio appannaggio femminile che esula dalla vita politica e rifiuta le ingerenze del potere nella vita privata: il salotto. “Uno spazio che non è né domestico, né istituzionale: la sua casa, il suo salotto pur privato […] diventerà lo spazio ospitale di tutto il mondo, governato da donne educate, […] le Preziose”9. Queste donne rifiutano, dunque, di diventare dame di corte, proprio quella corte criticata da Montesquieu nella XXVI lettera della sua opera: “Sì, Rossana, se voi foste qui, vi sentireste oltraggiata nella spaventosa ignominia in cui è caduto il vostro sesso. […] Che cosa devo pensare, invece, delle donne d’Europa? L’arte di dipingersi il viso, gli ornamenti con cui si adornano, la cura che hanno della loro persona, il continuo desiderio di piacere che le domina, sono altrettante macchie sulla loro virtù e oltraggi al loro marito”10. Questa lettera rappresenta un elogio ai valori delle donne persiane contro la pochezza intellettuale e morale e la dissolutezza delle dame francesi.

     

    Ma è con la Rivoluzione francese che si ripensa ai diritti che stanno alla base della vita pubblica e privata: “è l’evento che conferma l’aspirazione alla libertà di tutti e di ciascuno”11. Non più un contratto, ma una Dichiarazione. Il problema che anche qui si presenta è, però, quello del ruolo femminile: “le donne […] non devono avere un’influenza attiva sulla spesa pubblica. Tutti possono godere dei vantaggi della società, ma solo coloro che fanno parte del sistema delle pubbliche istituzioni rappresentano i veri azionari della grande impresa sociale, solo loro sono i veri cittadini attivi, i veri membri

     

     

    • M. Astell, A serious proposal to the ladies

     

    • Ivi

     

    • F. Giardini, L’alleanza inquieta

     

    • Montesquieu, Lettere persiane

     

    • F. Giardini, L’alleanza inquieta

     

    dell’associazione”12. Condorcet risponde chiedendosi se proprio il primo articolo della Dichiarazione (“Gli uomini nascono e rimangono liberi ed uguali nei diritti”) non sia in realtà violato nel momento in cui metà del genere umano viene estromesso dalla possibilità di partecipare attivamente alla vita associata.

     

    In risposta a questa Dichiarazione, Olympe de Gouges redige la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” nel 1793. Nel Preambolo scrive: “Uomo, sei tu capace di essere giusto? Chi ti pone la domanda è una donna: questo diritto, almeno, non glielo toglierai”. E ancora: “cerca, scava e distingui, se puoi, i due sessi nell’amministrazione della natura. Ovunque, li troverai confusi, ovunque essi cooperano in armonioso insieme a questo capolavoro immortale! Soltanto l’uomo si è creato alla meno peggio un principio di questa eccezione”. Olympe de Gouges sarà ghigliottinata per volontà di Robespierre che la considerava estremista e pericolosa.

     

    Il lavoro di Olympe de Gouges sarà ripreso da Mary Wollstonecraft, la quale sostiene, nella sua più importante opera (“A Vindication of the Rights of Woman”), che le donne potrebbero essere a tutti gli effetti le “compagne” dei loro mariti e non semplicemente le loro spose. Potrebbero essere complici, non succubi dell’agire maschile. Sostiene che le donne sono, in quanto esseri umani, titolari degli stessi diritti fondamentali riconosciuti agli uomini. Polemizza con l’idea sostenuta da Rousseau nell’ “Émile”, secondo cui le donne avrebbero dovuto essere educate in modo da piacere all’uomo.

     

    Tuttavia, nell’Ottocento, Hegel attribuisce ad Antigone “la funzione liminare di custode della dignità dei morti […] e dunque “eterna ironia della comunità” pubblica e politica”13.

     

    Marx considera le donne come una proprietà da mettere in comune nella fase iniziale del comunismo, affinché l’uomo si abitui a non avere alcun bene o ricchezza privata.

     

    Freud vede invece le donne come castrate, private del pene.

     

     

    Durante il Novecento, bisogna anche chiedersi quale ruolo abbiano avuto le donne nelle guerre, quelle guerre in cui si parla quasi esclusivamente degli uomini che partono e vanno

     

     

    • Sieyès, Preliminari della Costituzione

     

    • F. Giardini, L’alleanza inquieta

     

     

    a combattere al fronte. Ma “la guerra, per necessità, infrange le barriere che dividono rigidamente i lavori maschili da quelli femminili […]. Ovunque, le mansioni affidate alle donne le rendono visibili nello spazio pubblico […] La guerra rappresenta un periodo di intenso attivismo che altera la chiusura sociale, come pure la rigidità dei modi di abbigliamento e di socialità borghesi […]. La fine del busto, l’accorciarsi delle gonne, la semplificazione dell’abbigliamento liberano i corpi e rendono più sciolti i movimenti.”14

     

    Questo lavoro anche se largamente riconosciuto, viene ben presto dimenticato. Così in epoca fascista, già nel 1922, le organizzazioni femminili non potevano prendere iniziativa di carattere politico. Agli uomini toccherà la politica, alle donne il sociale. Così si sanciva l’incapacità delle donne di elevarsi al di sopra della loro natura, destinata alla gestione della famiglia e alla sottomissione. Mussolini riteneva le donne “analitiche, non sintetiche”, per cui “incapaci di attività intellettuali, ma predisposte fisicamente alla maternità e ad essere custodi del focolare”.

     

    Arriviamo così a tempi assai recenti, in cui la problematica politica è strettamente legata al linguaggio, e il parlare non corrisponde necessariamente ad esprimersi.

     

    Così “il femminismo ha inizio quando la donna cerca la risonanza di sé nell’autenticità di un’altra donna perché capisce che il suo unico modo di ritrovare se stessa è nella sua specie. […] Accorgersi che ogni aggancio al mondo maschile è il vero ostacolo alla propria liberazione fa scattare la coscienza di sé tra donne”15.

     

    In questo solco tra politica e linguaggio, tra parola ed espressione, si inserisce l’attività di Carla Lonzi, che propone la necessità di una “parola piena” che sia “significativa per sé e per chi la ascolta”16, di contro ad un ruolo predeterminato in cui “parlare significa dire ciò che è previsto”17. “La forza della parola pronunciata da una donna può così influire sulle

     

     

     

     

     

    • F. Thébaud, La Grande Guerra: età della guerra o trionfo della differenza sessuale?

     

    • C. Lonzi, Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi

     

    • Ivi

     

    • Ivi

     

     

    parti della vita che le sono riservate […] in contropartita all’irrilevanza della sua parola sui fatti pubblici, del lavoro, della politica, della cultura.”18

     

    Donne che non vengono ascoltate, ma la cui grande prerogativa è ascoltare gli altri. Ma la donna che si limita ad ascoltare imparerà a parlare restando sottoposta al mondo maschile, mentre la donna che attraverso la parola esprime le proprie emozioni, sensazioni, volontà, non vorrà essere accettata, ma vorrà essere libera. “Prendere parola significa mettersi innanzitutto in una posizione attiva e responsabile”19.

     

    Ci sono stati esempi di donne che hanno contribuito con la propria scrittura, con la propria esperienza a rendere questa presa di posizione concreta.

     

    “Eppure siamo ancora giovani. […] Contro la tua paura ragazza, non puoi bere. Sorseggi questo bicchiere come tutte le donne che non hanno una vita, che non hanno un posto in questa roba, in questa società e in nessun’altra roba. Nemmeno nella propria. E se la gente non ti difende, cos’altro può succedere? È vuoto nei tuoi occhi. È un vuoto stantio, il tuo sentimento. È un peccato per te, ragazza, è un peccato.”20 Herta Müller trova il modo di dare voce alle immagini dell’infanzia che rivivono nella sua mente solo attraverso la scrittura. È straniera nella sua patria e straniera nell’esilio: è una donna che non sa più “se la sua condizione sia quella di viaggiatrice con le scarpe sottili o di abitante con la valigia”21. Questa scrittrice, Premio Nobel per la Letteratura nel 2009, è esempio e portavoce dell’incessante condizione di incertezza e precarietà di cui troppo spesso sono vittime le donne.

     

    Non sarebbe meglio, dunque, essere nate uomini?

     

    E allora…

     

     

    “Se nascerai uomo io sarò contenta lo stesso. E forse di più perché ti saranno risparmiate tante umiliazioni, tante servitù, tanti abusi. Se nascerai uomo, ad esempio, non dovrai temere d’essere violentato nel buio di una strada. Non dovrai servirti di un bel viso per

    • Ivi

     

    • Ivi

     

    • H. Müller, Bassure

     

    • G. Marramao, Contro il potere

     

     

    essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. Non subirai giudizi malvagi quando dormirai con chi ti piace, non ti sentirai dire che il peccato nacque il giorno in cui cogliesti una mela. Faticherai molto meno. Potrai batterti più comodamente per sostenere che, se Dio esistesse, potrebbe essere anche una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Potrai disubbidire senza venir deriso, amare senza svegliarti una notte con la sensazione di precipitare in un pozzo, difenderti senza finire insultato.”22

     

    Tuttavia…

     

    “Naturalmente ti toccheranno altre schiavitù, altre ingiustizie: neanche per un uomo la vita

     

    è facile, sai. Poiché avrai muscoli più saldi, ti chiederanno di portare fardelli più pesi, ti imporranno arbitrarie responsabilità. Poiché avrai la barba, rideranno se tu piangi e perfino se hai bisogno di tenerezza. Poiché avrai una coda davanti ti ordineranno di uccidere o essere ucciso alla guerra ed esigeranno la tua complicità per tramandare la tirannia che istaurarono nelle caverne. Eppure, o proprio per questo, essere uomo sarà un avventura altrettanto meravigliosa: un’ impresa che non ti deluderà mai.”23

     

    Dagli antichi eroi dei miti e dell’epica greca ad oggi si è venuta sempre più consolidando l’idea o, meglio ancora, l’ideale di uomo come coraggioso, virile, sprezzante del pericolo, che combatte ogni battaglia per la patria, per la gloria, per una donna, senza paura. Un uomo che rischia la propria vita per fare ciò che gli altri si aspettano che faccia. Si dovrebbe, invece, ripensare questo paradigma che caratterizza la figura maschile e capire che anche gli uomini soffrono, amano, piangono, hanno paura e non sono invincibili come li si vuole descrivere.

     

    Così come bisogna ripensare gli attributi che da sempre identificano le donne: non solo mogli, madri, figlie, “angeli del focolare domestico”, ma grandi lavoratrici, coraggiose, forti non solo e non tanto fisicamente, ma anche e soprattutto mentalmente che sanno farsi carico dei problemi e proporre soluzioni.

     

     

     

    • O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato

     

    • Ivi

     

     

    Si dovrebbe ripensare la differenza di genere attraverso una mediazione, un confronto che esalti le qualità di ognuno, piuttosto che una guerra tra sessi che le reprime e le inquadra in schemi precostituiti. O, almeno, bisognerebbe provare a farlo.

     

    Ripartire dall’evidenza di non essere ciò che la società, le tradizioni, i costumi, vogliono che noi siamo, ma valorizzare noi stessi attraverso la cura, la conoscenza e la consapevolezza di quel sé che troppo spesso è trascurato per non eludere e deludere le imposizioni e le aspettative del mondo circostante.

     

    Forse che questo non sia piuttosto che un’elusione o una delusione, un’illusione?

     

     

    Essere diversi da sé: questa è la più grande falsità. Sminuirsi, sottovalutarsi, compiere azioni che non vogliamo e dire cose che non pensiamo: tutto questo per compiacere e assecondare gli altri, omologarsi per essere accettati, per non essere considerati “diversi”.

     

    Ma è proprio la diversità che va salvaguardata, l’unicità di ognuno, uomini o donne che siano.

     

    Tuttavia, prima di sentirsi parte di un tutto, ci si dovrebbe sentire completamente e pienamente sé: sia chiaro, questo non significa cedere a qualunque volontà, a qualunque eccesso, ma fare un grande lavoro interiore, un percorso che ci porti a crescere e migliorarci, a conoscere le nostre debolezze e i nostri punti di forza, lavorando sulle prime e valorizzando i secondi.

     

    “Amo a te” è la formula che Irigaray utilizza per svincolare donna e uomo da un rapporto di immediatezza, sottomissione e sfruttamento dell’uno sull’altra. Significa sancire l’autonomia delle donne, la presa di coscienza di un sé indipendente, che si libera e libera di conseguenza anche il genere maschile. La questione che si dovrebbe comprendere è che non sono le donne a voler diventare come gli uomini, ma sono gli uomini a sentirsi minacciati nel loro ruolo di signori e padroni di tutto ciò che li circonda e come soluzione optano troppo spesso per l’uso della violenza fisica e psichica su donne che sono troppo impaurite o troppo innamorate per potersi difendere e ribellare.

     

     

    Non si dovrebbe più parlare di “secondo sesso” per indicare il genere femminile, sottoposto e inferiore rispetto al “primo sesso”, ma piuttosto di due generi con pari dignità e pari opportunità. Essere donne non dovrebbe voler dire essere discriminate sul posto di lavoro, dovendo rinunciare ad alcuni sacrosanti diritti come la possibilità di diventare madri senza aver paura di essere licenziate o, peggio ancora, non essere proprio assunte per un lavoro per il quale si sono fatti anni di studi, sacrifici e rinunce. Non si dovrebbe guadagnare meno degli uomini per incarichi di uguale importanza per il solo fatto di essere donne. Non dovrebbe voler dire essere vittime di pregiudizi sul come si sia fatta carriera. Non si dovrebbe essere giudicate per l’aspetto fisico o per il modo di vestirsi.

     

    Così come non si dovrebbero giudicare uomini e donne per orientamento sessuale o per scelte strettamente personali come la possibilità (o, meglio, la volontà) di costruire una famiglia o diventare genitori, di chi amare e come, per il semplice fatto che queste sono scelte che si fanno “secondo natura”, se per “natura” si intende la morale religiosa che impone regole e non concepisce differenze, anche se poi, per quel che le concerne, si comporta secondo eccezione e non secondo la regola che essa stessa ha dato. Sono piuttosto scelte che si fanno secondo coscienza. La propria, si intende. Non quella che viene data dall’alto e dall’esterno, ma quella che viene dal basso e dal profondo dell’anima.

     

    Si deve allora ripartire da sé e dal rapporto di complicità autonoma o complice autonomia tra i sessi che favorisca il confronto e non lo scontro, il sopruso o la prevaricazione dell’uno sull’altro.

     

    Ripartire da quell’ “universalismo della differenza”24 capace di salvaguardare l’unicità di ognuno e garantire il benessere di tutti: rispettare le differenze culturali, sociali, politiche e favorire l’integrazione del singolo e di tutte le sue peculiarità e prerogative all’interno del sistema di vita associata. E ricordarsi che attaccare, sminuire assoggettare e umiliare l’altro non aumenta il nostro valore, le nostre facoltà e capacità.

     

    Ricordiamoci che essere uomini o donne “significa essere una persona. […] È una parola stupenda, la parola persona, perché non pone limiti a un uomo o a una donna, non traccia

     

     

    24 Cit. G.Marramao, Dopo il Leviatano

     

    frontiere tra chi ha la coda e chi non ce l’ha. […] Il cuore e il cervello non hanno sesso.

     

    Nemmeno il comportamento. Se sarai una persona di cuore e di cervello, ricordalo, io non starò certo tra quelli che ti ingiungeranno di comportarti in un modo o nell’altro in quanto maschio o femmina. Ti chiederò solo di sfruttare bene il miracolo d’essere nato, di non cedere mai alla viltà. È una bestia che sta sempre in agguato, la viltà. Ci morde tutti, ogni giorno, e son pochi coloro che non si lasciano sbranare da lei. In nome della prudenza, in nome della convenienza, a volte della saggezza. Vili fino a quando un rischio li minaccia, gli umani diventan spavaldi dopo che il rischio è passato. Non dovrai evitare il rischio, mai: anche se la paura ti frena. Venire al mondo è già un rischio.”25

    Raccogliamo dunque la sfida, corriamo il rischio, non accontentiamoci di sopravvivere e lasciarci vivere. Pensiamo, agiamo, viviamo nella consapevolezza che “non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a un altro uomo. La vera nobiltà sta nell’essere superiore alla persona che eravamo fino a ieri.”26

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    25 O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato

    26 S. Johnson

     

  • Martina Carocci – Il vero movimento femminista non è avvenuto sulle piazze

    Martina Carocci – Il vero movimento femminista non è avvenuto sulle piazze

    Come è stata acquisita la consapevolezza di esser donna.

     

    Siamo fin troppo abituati a parlare di femminismo, di diritti della donna e di emancipazione, infatti troviamo milioni di considerazioni su questo argomento sia nella letteratura, che nella politica, che nella cultura stessa. Il movimento femminista è ai cardini della società e della sua formazione attuale e futura; è un’ideologia, è la consapevolezza di essere “donna” che ognuno di noi ha materializzato. Sono state fatte lotte, insurrezioni o atti di violenza per difendere questo pensiero, basti guardare le “suffraggette” del ‘900: alcune di loro sono morte, Emily Davison per fermare il cavallo di Re Giorgio V, altre sono state incarcerate per aver gridato in piazza il loro pensiero, Annie Kenney e Christabel Pankhurst (quest’ultima a capo della Women’s Social and Political Union in Inghilterra). Eppure, anche se hanno sacrificato il proprio corpo per difendere la loro sessualità, ci sono donne che con la sola forza della “mente”, hanno lasciato un segno ancor più profondo nel movimento.

     

    Quando dico che ci sono donne che con la forza della loro mente hanno lasciato un segno ancor più profondo, mi riferisco alle scrittrici Virginia Woolf e Simone de Beauvoir e alla saggista Betty Friedan. Sono state le prime che cercarono di spingere questa ideologia da dentro, per poi lasciarla vivere sulle pagine e per trovare una coscienza in comune con le altre donne. Ci troviamo in un periodo storico un po’ particolare, infatti siamo agli sgoccioli della fine della Guerra Mondiale e le donne hanno appena acquisito i diritti di voto, il diritto di istruzione superiore e la libertà di praticare professioni lavorative. Gli studiosi per quanto riguarda il movimento femminista, parlano di “periodo di riflusso”: gli uomini e il mondo sono troppo occupati a organizzarsi per la guerra, per i patti, per le rivoluzioni del periodo e per circa cinquanta anni non sarà più di intralcio questa lotta femminile. Queste lotte, infatti, hanno anche avuto periodi bui, in cui sono state costrette a prendere una pausa dalla sfera pubblica (come nel caso degli anni 20-70 del Novecento), ma mai si sono arrestate totalmente; anzi, hanno continuato a covare dentro, più forti che mai, in ogni donna ma soprattutto tra quelle di ceto medio-alto con una elevata istruzione e una forte ideologia. Qui entrano in gioco le donne che vi avevo citato poco fa, prima tra tutte Virginia Woolf.

     

    Le donne del ‘900 sono sature di ideologie ereditate dalla “prima ondata” del movimento femminista, che ormai è verso la sua fine. Nella seconda metà del Settecento vediamo le ideologie sull’emancipazione della donna farsi concrete con Olympe De Gouges a Parigi (sacrificò la sua vita, andando alla ghigliottina). Successivamente il pensiero non si fermò più, passando per diverse tappe e arrivando fino ai primi decenni del Novecento, in cui avrà un apparente stop. Elenco alcune di queste tappe:

    • il Femminismo liberale, portato avanti soprattutto da Seneca Falls, Jonh Mill e Harriet Taylor. Vi si affermava che uomini e donne sono eguali e «dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili; che tra questi vi sono la vita, la libertà, il perseguimento della felicità». In questa fase si punta l’attenzione su come la donna venga abituata fin dalla nascita ad essere schiava e asservita all’uomo, costituendo la struttura moderna. L’unica soluzione è dare un taglio netto nella società;
    • il Femminismo socialista, rappresentato da Flora Tristan e Marie-Reine Guindorf. In questa fase, utopisti come Owen, riconoscevano che il grado di emancipazione della donna va di pari passo con il progresso generale della società. Oltre che l’uguaglianza giuridica e civile viene richiesto il diritto di voto universale, l’introduzione del divorzio, l’aumento dei salari e la provvidenza sociale. Il tipo di richiesta ci fa notare che siamo nel periodo storico del socialismo! Non solo gli uomini rivendicano diritti sul lavoro, ma anche le donne; soprattutto quelle di basso ceto che sono costrette a lavorare nelle fabbriche per salari veramente bassi. E Marx a proposito diceva che “la composizione del personale operaio combinato con individui d’ambo i sessi e delle età più differenti, per quanto spontanea e brutale, cioè capitalistica, fonte bensì di corruzione e di schiavitù, si sarebbe poi rovesciata in fonte di sviluppo di qualità umane”. Inoltre affermava che il sistema capitalistico rovesciava totalmente la vecchia concezione di famiglia, dando alla donna un’entità fuori dalla sfera domestica; quindi – come per Fourier e Owen – il progresso sociale si può misurare con esattezza dalla posizione sociale della donna;
    • il Femminismo anarchico identifica il problema della donna nello Stato. Infatti ritiene che sia inutile andare a chiedere diritti ad esso, se per sua natura li toglie e non può darli. Questo movimento mosse i suoi primi passi con Voltarine de Cleyre, Emma Goldman e Lucy Parsons.

     

     

    In questa fase vediamo come la cosa principale fosse rimarcare l’uguaglianza tra uomo-donna e come si lotti per avere dei diritti, non essendoci stati precedentemente. Ora non è più così: piano piano i risultati si stanno vedendo e non importa più l’uguaglianza uomo-donna ma la differenza positiva uomo-donna. La donna deve imparare a provare disgusto per la cultura maschile, per la sua politica, per la sua ideologia invasiva e per la concezione stessa che l’uomo da all’esistenza. Ed è proprio su questo punto che saranno improntati i pensieri delle donne post-femminismo anarchico, come Virginia Woolf, Simone de Beauvoir e tutte quelle della “seconda generazione”.

     

    Virginia Woolf (1882-1941), femminista per eccellenza, ha dato il suo contributo principale introducendo il concetto che “l’identità sessuale dell’individuo è un costrutto sociale che può essere trasformato e cambiato”. I suoi meriti però non stanno nell’attivismo, infatti è sempre stata riservata e nella sua sfera privata ha risolto ai problemi sessuali con con un’etica androgina, ma nei suoi scritti. Ha sofferto molto della sua condizione subordinata anche nell’istruzione; infatti non ha mai avuto lo stesso trattamento dei suoi fratelli. Lei stessa ha vissuto personalmente la discriminazione sessuale, riguardo una delle cose più importanti della sua vita, ovvero lo scrivere, nonostante appartenesse comunque ad un ceto abbiente. Ma non si è arresa ed è riuscita a emergere con dei capolavori: famosi sono “Mrs Dalloway” e “La gita al faro” ma espressamente femministi sono i suoi saggi “Le tre guinee”, scritto immaginando che un’associazione pacifista maschile le avesse chiesto un contributo per finanziare iniziative che scongiurassero le minacce di guerra; possedendo tre ghinee, la Woolf decide di ripartirle in tre opere di beneficenza che potrebbero ottenere il risultato di prevenire la guerra, e “Una stanza tutta per sè”, in cui afferma che «una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi». Il passaggio definitivo alla “seconda generazione” viene dato da Simone de Beauvoir, che da femminismo strettamente materialista, legato ai diritti legali e civili, diventa un femminismo biologico che lotta per le discriminazioni sessiste e naturali.  Nel suo libro “Il secondo sesso” scrive che «non si nasce, ma si diventa donna; è la civilizzazione intera che produce questa creatura. Soltanto l’intervento di qualcun altro può stabilire che un individuo sia un Altro». Cos’è l’Altro di cui parla Simone? L’uomo si è creato attorno a lui un reticolo istituzionale: l’avvocato è uomo, il medico è uomo, il prete è uomo e lo scienziato anche; il mondo gira attorno all’uomo. Quando si parla di qualcuno si sa che lui è l’Uno e lei è l’Altro, e in un discorso viene sempre spontaneo precisare l’essere donna, mentre l’essere uomo è scontato. Simone vuole smontare questo pensiero, annullando la concezione dell’Altro e mettendo il punto, invece, sulla concezione di libertà, svincolandosi dalla reputazione negativa che gli uomini hanno addossato loro nel corso della storia. Come dice anche la Dottoressa Castelli in un suo intervento al seminario Lineamenti intitolato “Liberazione”, le donne di questi anni aspirano ad un tipo di libertà uguale a quello degli uomini, proprio come volevano nei decenni precedenti gli stessi diritti degli uomini su ogni altro aspetto. Ma ciò non è possibile! Come si può chiedere di avere la stessa libertà di un uomo, se è stato lui stesso a definire questo concetto nella società attuale, e ne è il centro? Per questo si capisce che non si può basare la propria libertà su quella dell’uomo, così la donna si ricrea, si rigenera e riparte da sé stessa. Naturalmente la libertà dà anche la possibilità di poter scegliere tra due vie: essere quella che la società impone e ciò che tuo padre e tuo marito vogliono, omologandoti alle regole del tempo, vivendo “per sè” (come dice Sartre); oppure vivere “in sé” scegliendo di esistere secondo i propri valori, le proprie regole e idee. Questa subordinazione generale della donna da nome al libro di Simone de Beauvoir in quanto il secondo sesso di cui lei parla è quello femminile, mentre il primo è quello maschile. Dà un titolo prettamente discriminatorio per attirare l’attenzione su ciò che lei ritiene insensato, per poi scrivere al suo interno ciò che darà la spinta emotiva e ideologica a tutti i movimenti femministi successivi.

     

    Vedete come queste donne siano forti, come sia forte il loro pensiero? Si ok, si trovano già avvantaggiate rispetto alle suffraggette a cui era persino vietata la libertà di pensiero, ma nonostante ciò riflettete: è più potente una lotta fisica o una lotta psicologica? Le donne dell’Ottocento hanno lottato nelle piazze per aver il diritto di voto e il divorzio, sono morte per questa ideologia e sono state carcerate, torturate… nonostante ciò la discriminazione verso di loro ha continuato ad esserci, anzi è stata alimentata. Ma in una società creata sull’uomo e la sua figura, cosa ci si doveva aspettare? La vera forza della donna è chiara in Virginia Woolf e Simone de  Beauvoir: è una forza intellettuale. Infatti è in questo periodo che sono palesi i risultati del movimento femminista: un movimento lento, studiato, pensato ma profondo, capace di smuovere anche pensieri di uomini colti come Owen e Marx. Quando persino gli uomini arrivano ad avere ripensamenti sulla struttura sociale, qui arriva la vera “rivoluzione”; infatti queste donne hanno il merito di essere state le prime a plasmare il pensiero verso la vera emancipazione della donna.

    E’ innegabile che molti esempi storici ci mostrino come la violenza e l’attivismo siano indispensabili per un cambiamento: vedi la Rivoluzione francese, la Rivoluzione Russa, la lotta al Nazi-Fascismo, ma perché si trattava di smuovere un personaggio politico o un’istituzione..quando invece da cambiare è la cultura, è davvero così importante la fisicità? Sicuramente le lotte precedenti hanno dato uno sprint e attirato l’attenzione sul movimento ma il colpo di grazia è stato dato dall’attivismo intellettuale delle donne.

     

    Finita la Guerra, negli anni Settanta finisce anche il “periodo di riflusso”, che lancia le basi per la “seconda ondata” del movimento. Le donne sono di classe media e non sono soddisfatte dei pensieri liberal-socialisti e anarchici, ma vogliono di più. Ormai nel mondo occidentale le donne hanno ottenuto tutti i diritti che richiedevano, ma nelle case e nelle famiglie le discriminazioni ancora esistono; quindi l’unica soluzione è rimuovere il problema alla radice per disegnare definitivamente la differenza, ricordiamo in positivo per la donna, con l’uomo: da qui il Femminismo Radicale. Il principale esponente è il gruppo delle Redstockings, che riassume il concetto della discriminazione con queste parole: «Le donne sono una classe oppressa. La nostra oppressione è totale e riguarda ogni aspetto della nostra vita. Siamo sfruttate come oggetti sessuali e di riproduzione, come personale domestico e come manodopera a basso costo. Siamo considerate esseri inferiori, il cui unico scopo è quello di migliorare la vita degli uomini. La nostra umanità è negata. Il nostro comportamento ci viene prescritto e imposto con la minaccia della violenza fisica […] Noi identifichiamo gli agenti della nostra oppressione negli uomini. La supremazia maschile è la più antica, la più basilare forma di dominio. Tutte le altre forme di sfruttamento e di oppressione (razzismo, capitalismo, imperialismo ecc.) sono estensioni della supremazia maschile: gli uomini dominano le donne, pochi uomini dominano il resto. Tutte le strutture di potere nel corso della storia sono stati a prevalenza maschile e maschilista. Gli uomini hanno controllato tutte le istituzioni politiche, economiche e culturali e hanno sostenuto questo controllo con la forza fisica. Hanno usato il loro potere per mantenere le donne in una posizione di inferiorità. Tutti gli uomini ricevono benefici economici, sessuali e psicologici dalla supremazia maschile. Tutti gli uomini hanno oppresso le donne». Notiamo che si fa spesso riferimento al “beneficio sessuale” perché tipico di questa seconda generazione, non è solo  pensare alla differenza positiva con l’uomo e non all’uguaglianza, ma anche sottolineare la differenza sessuale (in senso strettamente fisico). Siamo in un’epoca più moderna ed iniziano ad uscire testi ritenuti volgari dalla maggior parte della popolazione, in cui si fa esplicito riferimento alla sessualità e ai suoi organi; prima tra tutte Kate Millet, una delle fondatrici del gruppo, con il suo “Politica del sesso”. La scrittrice statunitense analizza diversi scrittori del tempo come Lawrence, Mailer, Miller e Genet; nota che i primi tre – eterosessuali – vedono la donna come «una fastidiosa forza minoritaria da conculcare e mirano a un ordinamento sociale nel quale la femmina sarebbe perfettamente dominata», mentre Genet – omosessuale dichiarato – «ha integrato la donna in una visione di drastica sollevazione sociale, dove la sua antica subordinazione può dar luogo a una forza esplosiva. E, effettivamente, sono le donne a rappresentare la rivoluzione». Il perché di questa constatazione è rintracciabile nella concezione del tempo riguardo l’omosessualità.

    Prima devo fare una piccola parentesi: Freud riteneva che una donna raggiunga la maturità nel momento in cui riesca a raggiungere l’orgasmo, non soltanto clitorideo, ma anche con la penetrazione. Le donne degli anni Settanta hanno la consapevolezza che ciò è assolutamente falso e che, così come l’uomo ha un solo punto di piacere, anche la donna ne ha uno; e questo piacere non deriva esclusivamente da un uomo – come invece prevedeva la visione maschilista di Freud – e dalle sue caratteristiche, in quanto la vagina non è creata per il piacere, a differenza del clitoride. Tutto questo per dire che le donne venivano viste come un semplice oggetto sessuale per il piacere dell’uomo…una volta constatato che lui non è indispensabile per il loro, se ne svincolano e anche a livello sessuale lo scardinano dal ruolo privilegiato che aveva, riprendendosi la loro autonomia. Viene da sé che da questo punto si parlerà di Femminismo Lesbico.

     

    Giunti alla conclusione di questo escursus temporale sui movimenti femministi, spero di esser riuscita a sottolineare ciò che più avevo a cuore: ovvero la forza intellettuale delle donne, capace di scardinare anche i pensieri più radicati. Oggi la discriminazione è presente e credo sempre lo sarà – gli uomini hanno avuto troppo tempo per fortificare la loro posizione – ma l’importante è la consapevolezza delle proprie capacità, delle proprie forze e, anche, debolezze.

     

    Fonti:

    Letteratour – Teorie della letteratura: la critica femminista

    Pasionaria – Virginia Woolf, voce dell’indipenza femminile

    Archivio storico, corriere.it – Virginia Woolf, la via passionale al femminismo

    Stampa critica – Virginia Woolf, donna dentro oltre che fuori

    Bacone.wikispace – La prima critica femminista: Woolf e Beauvoir

    Enciclopedia Treccani

    Wikipedia

    Garzanti Linguistica

    Iaphitalia.org – Lineamenti

    Webalice – Freud e la sessualità della donna

     

  • Secondo incontro – Uguaglianza – Audio di Federica Giardini

    L’intervento propone un’analisi e un commento della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1793), con un focus sulla composizione sociale della Rivoluzione Francese, principi del diritto naturale, inclusione ed esclusione dalla cittadinanza giocobina.  (primi 8 min. dedicati alle modalità di esame e alla presentazione delle relatrici che intervengono sui concetti di differenza e differenze).