• [senza titolo]

    [senza titolo]

    di Elisabetta Codutti

    Era una mattina primaverile. 
    Una di quelle mattine in cui la pelle del tuo corpo è accarezzata da una leggera brezza che ti solletica i capelli, riscaldato dal calore dei primi raggi solari. 
    Intorno a me il silenzio. 
    Un silenzio assordante, incomprensibile ai più abituati al frastuono della frenetica vita metropolitana.  
    Un silenzio pauroso come può esserlo la solitudine involontaria.  
    Un silenzio che era stato sottratto alla specie umana per secoli, da generazione a generazione. 
    L’infinito rumore meccanico dello sfruttamento capitalistico aveva incredibilmente cessato di muoversi. Ogni macchina produttiva e riproduttiva giaceva inerme. 
    E quel silenzio aveva finito per ingoiare perfino il vociferare umano, ora non più percepibile. 
    Così, contro ogni aspettativa, il nostro pianeta era stato immerso da un velo di calma e tranquillità. Quel silenzio era stato preceduto da un urlo. 
    Un urlo straziante e atroce. 
    Un urlo pieno di rabbia e dolore. 
    Un urlo potente. 
    Un urlo di resistenza. 
    All’inizio era stato percepito come un bisbiglio, appena distinguibile oltre il frastuono meccanico dell’attività umana. 
    Ma quel sussurro che sembrava potesse essere sottomesso e controllato dalla ratio dell’uomo finì per predominare. 
    Quell’urlo all’improvviso sopraffece l’artificioso sistema di produzione e di accumulazione. 
    La Terra per troppo tempo aveva sopportato l’incessante sfruttamento dell’essere umano che seguiva ciecamente un profitto che riteneva infinito. 
    Un urlo viscerale di Colei che troppo a lungo era stata sfruttata, usata senza scrupoli, calpestata, bruciata, trivellata, riscaldata, derisa, distrutta, privata delle sue ricchezze organiche e inorganiche, e che ora aveva deciso di opporsi.  
    Ora da quel dolore si sollevava, urlando la sua ribellione. 
    La Terra insieme alle specie vegetali e animali, agli esseri organici e inorganici, alla natura tutta, aveva urlato la sua rivoluzione. 
    La Natura si stava ribellando contro il suo oppressore, il suo sfruttatore, il suo colonizzatore, contro colui che aveva creduto di poterla controllare e dominare. 
    Un urlo espresso attraverso uno degli organismi più piccoli, all’apparenza innocuo, ma che in realtà era risultato mortale. 
    L’essere umano si trovava quindi costretto alla reclusione e all’isolamento per sopravvivere. 
    La natura aveva privato gli uomini occidentali, neoliberisti e colonizzatori del bene che ritenevano più prezioso: la loro libertà. 
    Ora, quella libertà veniva restituita ad altre specie, a specie non umane, che riconquistavano il ‘privilegio’ di essere libere, di muoversi liberamente, senza confini. 
    Il potere del capitale si trovava plasmato dalla potenza organica. 
    Il mio corpo, avvolto dal calore solare, poggiava sul terreno umido, bagnato dalla rugiada, giacendo spoglio e indifeso, abbandonato al suolo terrestre. 
    I nostri corpi non sono stati creati per essere soli. 
    Non so per quanto tempo rimase fermo, immobile, fino a quando percepii qualcosa che cambiava. 
    Il mio corpo iniziò lentamente a mutare, a trasformarsi sotto la spinta di forze a me estranee, che non potevo influenzare poiché sfuggivano al mio controllo. 
    Iniziai a percepire l’eco di quell’urlo che giungeva a me, circondandomi e sopraffacendomi. 
    Un urlo che mi chiedeva di unirmi a quella resistenza. 
    Una resistenza di opposizione per non lasciarmi invadere, occupare, assalire e distruggere da quel sistema. 
    In quell’urlo percepii il bisogno di un corpo diverso, mutante, un corpo che sarebbe stato il mio luogo di resistenza. 
    Un corpo che doveva essere guarito da sé stesso per poter recuperare la sua integrità e poter imparare a vedere con chiarezza altri luoghi di opposizione. 
    Iniziai a sentire i polmoni riempirsi di un’aria nuova, rigenerata, non più tossica e pesante, ma fresca e leggera. 
    Sotto il peso del corpo i miei piedi premevano contro il terreno sottostante. 
    Un dolore appuntito spingeva contro le dita, fino a quando da esse fuoriuscirono radici che iniziarono a intrecciarsi con il suolo, trovando spazio fertile per dare al corpo fondamento e nutrimento. 
    Dalle punte dei piedi il mio corpo cominciò a trasformarsi per tornare humus, rifarsi compost, linfa vitale per esseri vegetali. 
    Il corpo premeva per ricongiungersi alla natura, a quello che doveva essere il suo habitat originario. La pelle delle gambe si tramutò in corteccia da cui sbocciarono Lecanthemum vulgari, Primule, Matricaria chamomilla, Trifolium, Taraxacum, Campanule officinale, Muscari neglectum e ancora altre specie a me sconosciute. 
    Presto si aggiunsero anche specie animali attratte dal loro profumo che si irradiava nell’aria limitrofa, come un’essenza preziosa e stregata. 
    Dalla testa, la quale era ormai abituata a rispecchiarsi solo nello schermo di un computer, imprigionata in un monitor, corpo estraneo al mio, si irradiò un’altra forza, un’energia differente ma con uguale potenza trascinandomi in una trasformazione nella trasformazione. 
    Iniziai quindi a percepirmi cyborg. 
    Al molle muscolo del cervello si sostituirono complesse ramificazioni di ingranaggi meccanici. 
    Alla cornea e al cristallino si sostituirono lenti artificiali che mi permettevano di vedere ciò che prima mi era oscuro. 
    Le mie mani si stavano trasformando in lunghi artigli perfettamente disposti, capaci di creare coreografie attraverso una successione di movimenti armonici ed eleganti. 
    Incastri e ingranaggi tenevano uniti i miei artigli a braccia robotiche, capaci di coordinare gesta e movimenti per sedurre altre tecnologie per la produzione di resistenza. 
    Ciò che all’inizio percepivo come forze opposte, al loro incontro iniziarono a intrecciarsi fino a fondersi sul mio petto con un moto circolare. 
    Il mio corpo umano di donna veniva lentamente soppiantato da un corpo bio-cyborg (o cyborg-naturale). 
    Il mio corpo si era trasformato nel luogo sicuro che a lungo avevo cercato, il luogo che mi permette di guarire le mie ferite e di recuperare l’integrità, dove i confini dicotomici su cui si è strutturata la cultura dominate Occidentale che a lungo ha strutturato quel corpo di donna scompaiono, dove le sottili linee che reggevano i dualismi si offuscano, permettendo di fondersi creando nuovi spazi e realtà. 
    Il mio refugia è stato quel corpo. 
    Un corpo cyborg, un corpo trans, un corpo mostruoso, un corpo erotico, un corpo naturale, un corpo queer, un corpo fertile, un corpo mortifero, un copro tossico, un corpo vulnerabile, un corpo disomogeneo, un corpo mobile, un corpo freddo, un corpo ferito, un corpo virale, un corpo sieropositivo, un corpo post-umano, un corpo oltre-canone, un corpo poetico, un corpo ribelle, un corpo rivoluzionario. 
    Un corpo imperfetto, in disequilibrio, ma quel corpo era tutto ciò che possedevo e tutto ciò di cui avevo bisogno in quel momento. 

  • Compagne

    Compagne

    di Valentina Ferritti

    È una stanza lo spazio che mi circonda. 

    La stanza è il salone di un piccolo appartamento bolognese.  

    Una finestra permette al mondo FUORI di entrare. 

    Quel .FUORI – DA – ME. è assemblato nelle fattezze di un albero. E’ l’inizio della storia e ancora quel FUORI si finge fuori – da – me. 

    L’albero è il rifugio di una famiglia (?) di Gazze.  

    Perché scegliere la parola famiglia? Perché trasporre il mio umano su di loro? Perché prestare  loro voce e corpo secondo le mie categorie di pensiero? 

    Me lo sono chiesta più volte durante l’ossessivo esercizio di osservazione spalmato sul tempo  diffratto. Mi sono risposta, solo poi, che famiglia non familistica erano loro per me, scintilla di una  forza generatrice di parentele innovative. 

    Sono loro a confermarmi il perdurare della vita libera in un mondo malato. 

    Sono loro i miei partner non-umani capaci di guarire il luogo di reclusione fisico  e interiore. 

    Sono loro a rendere il mio rifugio, fin troppo umano, abitabile. A loro la mia reclusione è legata con fili collanti. 

    Fili di una parentela innovativa in cui non c’è umano e, in effetti, nemmeno non – umano, non c’è specie, né sangue né riproduzione. 

    «I rapporti di parentela si possono formare in ogni momento della vita, aggiungendo o  inventando genitori e altri tipi di parenti durante i momenti di transizione più significativi.  Queste relazioni creano impegni forti e diversi tipi di doveri che li accompagnano per tutta la vita […] Ma generare parentele e riequilibrare il numero degli esseri umani è un processo che deve  avvenire attraverso connessioni rischiose con luoghi, corridoi ecologici, posizioni storiche e lotte  decoloniali e postcoloniali continue, e non in astratto, né per decreto esterno».  

    Forse, mi chiedo, abito per la prima volta l’humusità,  forse per la prima volta la  sperimento e la esperisco non più come parola lontana, oscura e incomprensibile ma come possibilità concreta e cangiante.  

    FUORI dalla stanza e DENTRO la stanza, FUORI da me e DENTRO di me perdono  di significato. 

    Vivo ed esperisco IN quegli animali non – umani e CON quegli animali non umani. 

    Il principio di auto-sufficienza si scardina.

    Il mio umano sovra natura si decompone, lascia spazio. 

    Nuove forme di con-vivenza e con-divenire placano le mie paure. 

    «Il potere più prezioso riconosciuto alla persona umana di qualunque genere che porta avanti la  gravidanza è il diritto e l’obbligo di scegliere un simbionte animale per il nuovo bambino. Tutti i  nuovi nati all’interno della comunità che decide collettivamente vengono al mondo come  simbionti delle creature di alcune specie a rischio, e quindi entrano in simbiosi con tutto il  tessuto del vivere e del morire di queste creature e dei loro consociati, per i quali la possibilità  stessa di avere un futuro sembra particolarmente a rischio. I bambini umani nati da scelte  riproduttive individuali non diventano simbionti biologici, ma vivono e partecipano ad altre  forme di simpoiesi con le creature umane e non-umane».  

    Non umanizzo il non-umano, non dis-umanizzo me stessa. 

    «I bambini del compost hanno imparato a percepire la loro specie condivisa come humus, più che  come umana o non-umana. […] Nutrire il simbionte animale significa anche essere nutriti a  propria volta, oltre che inventare pratiche di cura per i sé simbiotici che si ramificano. I simbionti  animali e umani fanno sì che la trasmissione della vita mortale vada avanti, ereditando e  inventando pratiche di recupero, sopravvivenza e prosperità».  

  • (per un) paesaggio tiroideo

    (per un) paesaggio tiroideo

    di Giorgia Frisardi

    [guarda il video]

    (per un) paesaggio tiroideo 
    in sickness and study 

    si possono impiegare 
    molti anni terrestri 
    per fare una muta 

    radicare zampe perpetue 
    ventose sensazionali 
    che poggino a bacio su cose storte 
    e camminino solo a forza di leva amorosa.

    Mediando continuo assalto e normata prossemica. 

    in sickness and study 

    Io malata mi adoro e mi aberro. 
    Io mostro incarnato 
    dolente, maculato. 
    Ho teso uno specchio di verdi ferite
    mi riflettono aliena 
    ma a un salto dal mondo 

    in sickness and study 

    Il tempo in cui la catastrofe è già avvenuta in cui ho girato capriola malferma 
    su gambe fragole mature e muffa 

    fine del corpo del ballo 
    fine del corpo del senso 
    fine del corpo che avevo scelto. 

    in sickness and study

    Poi un groviglio, un inciampo a scompiglio di virale ascesa nella città impietrita fine dei corpi possibili 
    fine di respiri accessibili 
    un incanto di Stato 
    ha investito e adornato 
    di carogne deviate 
    l’intero apparato. 

    in sickness and study 

    scrivo vorace, spezzata al torace
    scrivo cagna fremente 
    scavata stracciando magre tane 
    rifugi pneumatici che solo per svista figurano cose 
    Scrivo di netto 
    e chirurga all’abietto 

    tengo un sospiro 
    sulla punta del pube 
    in equilibrio precario 
    divaricato oblivio. 

    È un tormento di specie 
    disorientarsi sempre 
    rimedio donna e pesce
     
    e sangue e plasma 
    e clorofilla e luce 
    e un solo, piccolissimo appiglio in legno, 
    per restare a galla. 
    Ho scovato un rifugio 
    che è fuga, 
    finalmente.

  • Lucertole

    Lucertole

    di Desirée Memme

    «Per le salamandre, dopo una ferita, come per esempio la mutilazione di un arto, c’è una rigenerazione che comporta la ricrescita di una struttura e il recupero di una funzione. […] L’arto ricresciuto può essere mostruoso, doppio, potente. Siamo stati tutti feriti, in profondità. Abbiamo bisogno di rigenerazione, non di rinascita». 
    D. Haraway, Manifesto Cyborg 

    Giorno (?) sul Pianeta infetto. La luna è sempre lì, non è ancora caduta, anche se ultimamente mi sembra più pesante del solito. Io ho già vissuto così, anche se nessuno lo sa. Ci sono già stata in questo torpore pulviscolare, in questo mutismo dello spazio-tempo. Ho già sperimentato il vuoto delle mani, disabituate a sentire, raccogliere, farsi contenitori, gusci di carne che curano e proteggono, oppure mostruosi tentacoli che stringono dissestano feriscono. Ecco, ora sono di nuovo inutili, questi arnesi strani, di nuovo non so che farci. Proprio adesso che cominciavo a riabituarmi a loro, ripiombano nel timore di infilarsi nelle fessure del mondo, di aggrapparsi alla vita come rampicanti. E la paura viene proprio da lì, dalle mani, come se avessero un cervello proprio che ha registrato tutte le volte in cui si sono sentite inutili e quest’ultima sia solo l’ennesima di una lunga serie di mutilazioni, forse quella finale. 

    Ogni sera vengo qui – a 25 passi esatti dalla mia stanza – in questa porzione di cemento sospeso nel vuoto che oggi si fa zattera e ponte di osservazione dell’universo in rovina, il nostro, universo umanissimo e umanizzato, mica quello vero. Quello se ne fotte altamente e sembra ricordarcelo ad ogni suo movimento, ramificazione, spostamento. E meno male. La vita in questo universo vero continua a vivere, con buona pace dei nostri programmi di sopravvivenza funzionali al mantenimento degli stessi sistemi che ci hanno portato alla catastrofe. È una sopravvivenza provvisoria, arrogante e ingenua allo stesso tempo. Da questo ponte nel buio, illuminato da una luna scorpionica, mi sembra di assistere alla disfatta della civiltà umana. Me compresa, non ho l’ipocrisia di non pensarmi invischiata in questa faccenda. 

    Ci siamo voluti credere sempre più forti mentre, in realtà, non abbiamo fatto altro che depotenziarci, abbassando sempre di più la soglia di gioia massima a cui poter ancorare lo scheletro. A questo sto pensando ora, mentre osservo i pipistrelli danzare tra i palazzi schivando sapientemente lo schianto proprio quando sembrerebbe inevitabile. Chissà quando impareremo anche noi a farlo. Quali sensori dobbiamo ancora sviluppare per riuscirci? Quali modi di stare al mondo?  

    Eppure questo luogo non è solo osservatorio della disfatta imminente, ma anche l’ultimo punto di contatto con la realtà – realtà non solo degli esseri umani, ma dell’esistenza, in qualunque forma abbia voluto organizzarsi. In questo momento mi sembra patetico operare distinzioni, discriminare e nominare. Me n’ero scordata. L’essere umano è scomparso dalle strade e dai luoghi che si è dato e che ha reputato importanti: si parla del silenzio che si è preso tutto, del vuoto incolmabile lasciato dai corpi umani. Sicuri? Chiudo gli occhi. Non è il silenzio a precipitarci nel terrore, ma ciò che l’ha riempito, perché ci ricorda che non siamo gli unici abitanti, qui, e che quando scompariamo il mondo continua ad esistere. A muoversi, strisciare, frusciare, rumoreggiare, articolarsi senza il nostro permesso. 

    Da bambina questa cosa la sapevo, ora ricordo. Passavo le giornate a scavare nel terriccio umido, a parlare con gli alberi e osservare le lucertole. Il mio corpo si apriva in pose scomposte e annodate, senza paura di sporcarsi o rovinarsi, ed io avevo la consapevolezza di essere parte di quella fanghiglia che si intrappolava nei capelli e sotto le unghie, degli esseri che popolavano le cortecce i buchi le crepe gli angoli dove nessuno voleva guardare. A volte strisciavo come un bruco, altre carponi ero gatto o iguana, altre ancora, immobile, mi fingevo stelo o corolla, in un gioco d’amore tra me e il mondo. Nelle mie fantasie immaginavo di essere una qualche creatura, metà bambina metà altro. I compagni mi chiamavano strega e mi prendevano in giro, per dispetto mi portavano

    code di lucertola guizzanti, pensando di spaventarmi, e fiori spezzati. Io tra me e me ridevo, che sciocchi, tanto la coda ricrescerà più forte di prima. E andavo a seppellire tutto sotto il mio albero preferito. Così ho imparato il senso della morte e come essa sia trasformazione, decomposizione e rigenerazione in formule nuove. Voglio essere seppellita qui quando sarò vecchia, dicevo a mamma, con le lucertole! Forse in qualche modo speravo di mischiarmi a quelle squame, rinascere con cento code e occhi di cristallo. 

    Riapro gli occhi. La luna è ancora al suo posto e io chissà. Non riesco a pensare ad un futuro, adesso, che non sia come quel giardino in cui trascorrevo i pomeriggi. Lo spazio è diminuito ma in qualche modo sembra essersi allargato a dismisura, guardando fuori da questo balcone. Tutto mi sembra più grande e vero, ma denso, palpitante. Per il vuoto non c’è più spazio perché è una menzogna, come quando non c’erano bambini sotto casa e mamma diceva ma che scendi a fare che non c’è nessuno, ma io ero già corsa via. 

    Forse dovremmo tornare a pensarci esistenze “marginali”, laterali, non necessarie ma sicuramente possibili. Dare nuove forme, meno lineari, a questa possibilità. Tornare a stare accanto e non davanti. Smettere di osservare con gli occhi di un dio, tornare a impastare fango code di lucertole e foglie, perché la vita è sporca e la biografia del mondo filastrocca scomposta, non preghiera. Ricordarci che non sempre gli angoli bui celano pericoli, spesso sono rifugi. O entrambe le cose, dipende da come impariamo a starci. Fare come le ostriche, trasformare in valore il trauma, strato dopo strato. Non limitarci a difenderci, creare qualcosa di nuovo nel processo. Giocare col mondo. 

    Mi guardo le mani, agitandole piano. Qualche appendice mostruosa crescerà da queste ferite, ma sarà più potente. Chiama mia madre dall’ospedale. 

    Nella prossima vita saremo lucertole, le dico.  

  • [senza titolo]

    [senza titolo]

    di Arianna Porrone

    Aprile 2020. Macerata, ma potrebbe essere un luogo qualunque. Spazio e tempo dilatati.  Nasce Anna, in una camera al secondo piano sulla via dal nome di santo. Quattro mura non  parallele. Dall’altro lato un’altra donna, una coinquilina.  
    Dentro, due piantine che non fioriscono mai. Libri e polvere e mesi che preannunciano una  vita da trascorrere fra il letto e la sedia.  
    Nasce Anna. Lei é me, lei é l’altra me. Anna sperimenta il mondo dentro di sé. Seduta,  immobile, la camera sempre la stessa in ogni luogo. Stessi libri e stessa polvere. Un gatto che  entra dalla porta.  
    Anna passeggia nel proprio ecosistema. Che è il fuori ed è il dentro. Ed è entrambe le cose  allo stesso tempo. Soppesa la vita. Semplicemente sta, in armonia. Fra il letto e la finestra.  Lo specchio sbilenco e il quadro. Questa é la storia di una passeggiata in un ambiente tutto  personale, che è dentro e fuori contemporaneamente. Il fuori che si riversa dentro e diventa  uno spazio pace, tempesta e burrasca. Un refugia frutto dell’immaginazione, assolutamente  reale, delicatamente fittizio. Pensieri semplici in un luogo da sondare. Lo spazio é infinito, é il  mondo intero.  
    Anna se ne appropria e dal confinamento comincia un viaggio. Gli spazi sono abitati, larghi,  vasti, sono tutti suoi. Ma al contempo così difficilmente domabili. Dalla sua stanza Anna  compie un percorso lungo una vita, una camminata in cui tutto le sfugge – radure e foreste – e tutto allo stesso tempo le appartiene. 
    In un racconto in cui alla fine non è più possibile distinguere il corpo umano da quello animale,  la capacità creativa dalla realtà, l’anima dal mondo vegetale. 

    E’ il 13 di aprile. Qualche raggio di sole timido, caldo, finalmente si palesa in città. Entra in camera  attraverso i doppi vetri, disegna strisce di giallo sul tappeto, si adagia sul muro.  Lo aspettavo da giorni, mesi. Forse l’ho aspettato per tutta la vita, quel raggio. Osservo i suoi  contorni, così dritti e sicuri. Mi rigiro nel letto, da un lato all’altro per cercare il calore, con il libro  chiuso in mano. I calzini ai miei piedi fanno un piccolo risvolto sulla caviglia. Di lato le coperte sono  ammucchiate con la solita noncuranza di quando ci si alza di corsa la mattina.  Respiro questo minuto d’ozio. 

    I puntini di polvere volano sparpagliati. Le mie cose accanto. Vedo questo mondo semplice, che mi  riempie la vita, che mi è sufficiente. Sento la stabilità delle solite foto sulla scrivania, quelle che mi  porto dietro ad ogni trasferimento. Il vasetto con la pianta dalle foglie tonde che non fiorisce da  anni. Il sale grosso dell’Etiopia nella sua ciotolina a fiori. Gli orecchini sparpagliati in un piattino  appoggiato al davanzale. La candela di miele che non oso accendere e l’olio di lavanda per le notti  insonni. Respiro di azzurro, come mi ha insegnato Camilla, l’insegnante di yoga durante lo shavasana. Questo raro momento è il mio shavasana. La mente libera, grata, riconosce l’abitudine  così faticosamente cercata. 

    Fuori sogno il Neckar, o uno qualsiasi dei fiumi con i quali ho fatto amicizia in ogni città. I corsi  d’acqua sanno di pace e connessione. In questa città senz’acqua sento i pensieri solidificarsi,  raggrumarsi assieme. Così perdo il flusso, mi perdo in angoli di cemento disperati e sogni che hanno  troppi contorni, troppi dettagli e non funzionano più. Non sanno più scorrere verso mete  sconosciute e luoghi che oltrepassano l’immaginazione. 

    Mi soffermo sul quadro accanto alla finestra. La donna con l’abito di foresta. Cammino dentro ai  suoi sentieri. Sono così: una zingara di gonnellone e calzini a righe, gioielli dorati e anelli di pietre.  Non mi fermo mai in questo cammino di cui ancora non ho mai visto la fine. La foresta è bella,  accogliente.  

    Mi ama.  

    La amo.  

    Conosco solo alcuni alberi e so che ad ogni passo ne troverò altri. Un giorno sono nella foresta nera.  Un altro, in una radura di bassa montagna. E poi ancora, nella foresta amazzonica. Nel giardino della  casa accanto. Nel parco sul lago. Nel vivaio dei nonni. Nel frutteto di mio padre. In un campo di mais  estivo. Una collettanea di scorci che sono tutti casa mia. 

    C’è l’odore intenso della terra bagnata, una sinergia di odori pungenti che danzano nelle narici ad  ogni respiro. Vengono dalle radici e gli spiriti verdi li sparpagliano ovunque. Manciate di cannella,  salvia e corteccia, sandalo, resina e limone. Mi viene voglia di mangiarli. 

    Alcune volte, però, mi perdo. Non trovo conforto. Non ci sono anime intorno, nessuno che colga la  mia fame. Solo buio, impasse. Il corpo carico, pronto a balzare sulla sua preda. Sono lupo: sono sola,  accompagnata dal senso di inadeguatezza e perdita. Rabbiosa, nera, ispida non trovo la via. Sono a  casa, eppure è tutto così estraneo. Non una persona amica, non un fiore, nessun filo d’erba che  tracci il cammino. Il sole non sorge più, come nei lunghi inverni del Nord. Cammino pigra, accecata  dalla fame di qualcosa che non conosco. Eppure desidero quel qualcosa con tutta me stessa. Il cuore  scende in basso, giù giù nelle tenebre uterine. E’ pesante come un sasso, duro e spigoloso. Si insinua  nel centro del ventre e spinge tutto via. Via il fegato, via l’intestino e la cistifellea. Spostatevi di lato,  fatevi lunghi, diventate corpo canino. Non sono più donna. Non sono più in cerca. Sono nero e  ciottoli. Carestia.  

    Ho perso la parola. Come si dice “grazie”? 

    Poi è un ciclo. Sangue e rosso, acque e lacrime.  

    Sale.  

    Non è Cartagine. Ci sarà un nuovo inizio. Una nuova foresta, un nuovo percorso. L’istinto che guida  ogni cosa.  

    La stanza è come sempre. Rivedo le cose al loro posto. E’ entrata la gatta e si è accoccolata sulla  sedia. Anche lei è me, quando ricerco gli spazi del sole, la pace nel silenzio. 

  • Dopo le branchie

    Dopo le branchie

    di Elisa Tremolada

    L’orrendo Subotnik mi ha ripulito di tutto il cancro. Mi ha levato i polmoni ormai massacrati dalle metastasi ed è intervenuto sul sistema circolatorio: ha deviato, modificato, ricostruito e mi ha salvato.

    Ora vivo in un’enorme vasca, nell’acquario municipale di Berlino. Ho delle bellissime branchie filiformi intorno alla testa che mi permettono di respirare sott’acqua.

    Sono tornato al mio primo amore, i pesci, i migliori amici dell’uomo.

    Condivido la mia vasca con un branco di delfini. La domenica mi esibisco in uno spettacolo per i turisti. Salto, faccio le capriole, gioco con la palla per qualche aringa. Non si sta male, ve lo assicuro.

    Alle volte mi sembra di essere davanti alla televisione, quando vedo i bambini, le mamme, i vecchi che mi guardano da fuori con i loro occhi enormi e distorti, quando poggiano il naso sul vetro. Allora, incerto e turbato mi nascondo nella mia tana, tra gli scogli, a riposare.1

       Certo che mia madre è proprio una gran stronza. Il finale mieloso che ha deciso di sovrapporre alla mia vera storia continua a passarmi nel cervello, senza posa.

       Non che Adele – mia madre, per chi non se la ricordasse – volesse farmi uno sgarbo; come al solito, pensava di aiutarmi, di elevare in qualche modo il mio inesistente status sociale dipingendomi come un sinuoso delfino residente nella capitale della Germania.

       Tutto a posto, se non fosse che quel mucchio di carte, poi scambiato per un romanzo, era il testamento della mia vita umana, brutta e bella copia insieme. Un testamento che adesso mi racconta come un gioioso tursiope che balla per due aringhe. Vaffanculo, ma’.

       – Vedi mamma, i pesci non lo conoscono il concetto di “status”. Sto qua da un po’, ormai te lo posso raccontare. L’unica gerarchia che regge qui è quella tra chi mangia e di chi viene mangiato.

       Come vorrei poterle parlare. Sbiancherebbe, nonostante la pelle abbronzata dalle tante ore passate nell’orto insieme ai monaci del monte Fuji, e le verrebbe la stessa espressione preoccupata e un po’ stupida che aveva stampata in faccia quando le dissi del cancro.

       – Oh Marco! Mi dispiace tanto, non volevo metterti in questa situazione. Chiameremo Djivan e ti faremo inserire in un bel corpo di balena, che così non rischi. Che ne dici?

       A questo punto inizierei a sbellicarmi dalle risate. Internamente, ovvio, avete mai visto un pesce che si sganascia? Ma mi sbellicherei proprio a raccontarle in che situazione mi ha ficcato il suo amato orrendo Subotnik, il pentito.

       A spiegarle che questo corpo l’ho voluto per paura, e la paura ci è rimasta bloccata dentro come aria viziata in una stanza chiusa.

       – Mamma, lo sai che non sono un delfino, vero? Che sono molto più piccolo e brutto? Che non vivo a Berlino e non faccio le capriole? Lo sai o no?

       Mi vedo le vene che si gonfiano sul collo che non ho più, un’eredità genetica del corpo che mi madre ha scelto di cambiarsi.

       – Marco, certo che lo so, – la voce si calma e diventa docile, suadente. – Ma ti pareva che potessi dire in giro tutto quel che ti era successo, rivelare i segreti di Djivan al mondo senza il suo permesso… è stato meglio così.

       Sì mamma, è davvero stato meglio così. Ma tu non saprai mai il perché, e così pure i miei lettori.    

       Più che altro, è uno spreco divulgativo gigantesco. Avrei potuto raccontare a tutti la storia della mia specie, i Caulophryne jordani, della famiglia dei Caulophrinydae, ordine dei pesci lofiformi2. Mi piacevano pure da umano, queste brutte rane pescatrici che passano la vita a duemila metri di profondità. A differenza delle specie animali più studiate, il dimorfismo sessuale nei lofiformi favorisce la femmina, che misura in media 10 volte il maschio. Ma non è questa la cosa più sorprendente. La cosa più sorprendente è che il maschio – cioè io – si fonde, epidermide tessuti e circolazione compresa, con la femmina durante l’accoppiamento. E lì rimane. Per sempre.

       A questo punto mi sto davvero sganasciando dalle risate, anche se è impossibile vederlo. Mi immagino mia madre che discute con me in questa posizione, attaccato, anzi parte ormai del corpo della mia compagna.

       Al punto che oramai non c’è più un’articolazione tra me e lei. Non un punto che non sia condiviso. Probabilmente mi sta ascoltando mentre penso, forse se la ride o forse pensa che se potessi staccarmi sarei proprio un padre sciagurato. E chissenefrega, tanto io sono lei e lei è me e queste preoccupazioni hanno perso di senso.

       A volte quella parte di cervello che ancora mi appartiene s’impone sul cervello della mia compagna. Oggi è una di quelle volte. E quello che vedo da questi occhi che non sono i miei si presta bene agli scopi della mia materia grigia: sabbia, sempre sabbia, un baluginìo di mare nero e vuoto, e poi ancora sabbia, aspettando il pasto. La noia mi trascina inesorabilmente nei ricordi.

       E allora sogno di essere ancora di fronte a Djivan Subotnik, che facendosi improvvisamente piccolo mi confessa il segreto dei suoi trapianti senza rigetto: una proteina che estrae dai pesci lofiformi, come me e lei. Ammazzandone migliaia come ha ammazzato centinaia di indiani innocenti. Sogno di guardarlo in cagnesco, proprio come un cane rabbioso, e di fargli finalmente una richiesta che non può rifiutare.

    – Voglio diventare un Caulophryne jordani. Se non riesci a traslarmi nel corpo di un pesce lofiforme, ti apro un buco nella testa, sono stato chiaro?

    Ah, dimenticavo. L’infame Subotnik non può rifiutare perché gli sto puntando alla testa una calibro 45, acquistata per “sicurezza personale” dopo i rapimenti in India. Acquistata per puntarla sulla faccia da divo di Djivan Subotnik.

       Che infatti non rifiuta. E io mi sottopongo all’operazione consapevole che, dopo un brevissimo periodo d’adattamento, vivrò il resto di questa strana vita riversando sperma dentro una vagina che piano piano diventerà anche la mia.

       Sogno Subotnik nudo, accanto a mia madre, ad Adele sarebbe meglio dire, che la guarda con intensità.

    – Fidati, Adele, è stato meglio così.

    Per una volta l’infame Subotnik e mia madre hanno entrambi ragione. La mia vita non ha alcun senso, sta scomparendo. Tra un po’ di tempo sarò assorbito del tutto e Marco Donati smetterà di esistere.

       Intanto, ha già smesso di avere paura di morire. E scusate se è poco.

    RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

    1  Ilaria Valenti (2012). “N.Ammaniti – Branchie, gli inizi e nascita de Il momento è delicato (Modena – 17/05/12).MP4”. Consultabile al link: https://www.youtube.com/watch?v=0MZ0IQrBdiw&t=11s

    2 Ammaniti, Niccolò (1997). Branchie. Einaudi, 2a edizione. pp. 184-185.  

    3 Wikipedia, Caulophrynidae, https://it.wikipedia.org/wiki/Caulophrynidae ;

      Wikipedia, Lophiiformes, https://it.wikipedia.org/wiki/Lophiiformes

    ALTRI MATERIALI UTILIZZATI

    Haraway, Donna J. (1992). The Promises of Monsters: A Regenerative Politics for Inappropriate/d Others. Routledge: London.

    Ferrari, Gabriele (2020). I pesci abissali che si fondono durante il sesso. Focus.it. Consultabile al link: https://www.focus.it/ambiente/animali/i-pesci-abissali-che-si-fondono-durante-il-sesso#:~:text=I%20lofiformi%20sono%20pesci%20abissali,un%20sistema%20immunitario%20altrettanto%20particolare.&text=I%20lofiformi%20sono%20un%20ordine,esca%20per%20attirare%20

    Il lavoro scaturisce, in particolare, da una riflessione personale sulle lezioni di Anna Maria Crispino e di Federica Timeto all’interno del modulo Narrazioni.