• La casa di Subiaco [conversazione con le specie che la abitano]

    La casa di Subiaco [conversazione con le specie che la abitano]

    di Francesca Romana di Santo

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    Come Jane Austen. Come le scrittrici dell’800 e di prima. Senza una stanza tutta per me.  Dentro una stanza per tutt*. 
    Dal Refugia che ho scelto di raccontare ci sto scrivendo. Dal centro del salone, che fa pure  da cucina, da soggiorno, da ingresso, da ritrovo.  

    La casa di una vita della mia bisnonna Angela e del mio bisnonno Felice e de* loro figli*, la  casa dove è nata nonna Rosina, la casa delle vacanze di molte sorelle zie zii cugine e  cugini. Una continuità di esistenze umane e non. Una ragnatela di affinità, di parentele, di  vita e di morte. Io la conosco dal 1979, la prima volta che ci sono entrata, avevo 8 mesi.

    La casa di Subiaco è costruita ai piedi della Rocca Abbaziale, antica dimora di Lucrezia  Borgia. Spirito potente, ingombrante. Quando ero piccola la consideravo la mia vicina di  casa famosa. 
    Pompusina era il soprannome della madre di mia nonna. La chiamavano così perché era  bellissima e si agghindava sempre per uscire. Era vanitosa. Era nata nel 1900, ha sempre  vissuto qui. E’ morta su una sedia a pochi passi da dove scrivo. Scendeva la scala di  legno affannosamente perché malata di asma. 1967, compie quel gesto teatrale per  l’ultima volta, si siede su quella sedia. Muore.  

    La casa è dei ragni che tessono meraviglie sui lampadari di ferro e metallo costruiti negli  anni ’70 da mio nonno Nazzareno. E’ lui che allestisce la grande tavola blu, con i  paraspigoli di gomma marrone, con la farina e le patate. Costruisce un cappello di carta da  muratore per sé e uno per uno per i/le nipoti. E ci insegna a fare gli gnocchi e gli  strozzapreti. Estate 1993, dorme qui accanto in un mobile letto. La malattia che lo ucciderà  tra qualche mese non gli permette di fare le scale di notte per andare in bagno. Gli scorpioni adulti e cuccioli vivono sulle pareti, tra gli interstizi, spaventano gli umani  nella notte. 

    Per entrare nella casa di Subiaco si deve restare inclinat*, cambiare postura, spostare il  corpo, ci si deve ri-dimensionare. Le porte sono basse, i letti stretti, il bagno piccolo, la  doccia corta. Le sedie poche e i corpi tanti, c’è sempre qualcun* che a tavola rimane su  uno sgabello, all’angolo. 

    Quando giri la chiave nella serratura devi dare una piccola spinta con il corpo alla porta di  legno chiaro per poter entrare. SOSPENSIONE. Buio, freddo, umido. Il vuoto è pieno. Gli  scorpioni agitano le tenaglie e restano appiattiti nei loro pezzetti di muro. I ragni  sospendono per un istante l’eterna tessitura. Le anime sono lì, ci guardano e riprendono  ad animare lo spazio. L’umano non è che un pezzetto, si aggiunge al resto. Di tanto in  tanto, lascia tracce volgari, rumorose, schiaccia la vita elegante delle anime passate, le  ignora, scaccia la bellezza perturbante de* non uman*. 

    Le camere da letto sono al di sopra e al di sotto della cucina. Naturalmente si dorme tutt*  insieme. Le femmine sopra i maschi sotto. Una piccola camera per mia nonna.  La porta è sempre aperta, senza chiavi, senza blindature, senza cancelli, senza lucchetti,  senza paure. Si sta sempre fuori. Qui fuori oggi mia figlia si è sbucciata per la prima volta il  ginocchio. 

    La casa di Subiaco è un corpo. Pulsante, gonfio, temporalmente esploso. Un archivio di  affetti. È una turba. I ricordi si urtano, perdono il margine, la linea che li colloca nel tempo  e li separa gli uni dagli altri. Così mentre la mia memoria si smargina, prendono vita nuovi dettagli, particolari smarriti. Le mie prime mestruazioni una mattina d’agosto del 1991.  Esco dal bagno, fuori almeno dieci persone. Lo dico in un orecchio a mia madre, dopo  cinque minuti mi abbraccia mia nonna e poi mia zia e un’altra zia e ancora una zia. Mi  sento una di loro. Una bambina.  

  • Taccuino aperto

    Taccuino aperto

    di Vanessa Mignucci

  • Contro il potere. Filosofia e scrittura di Giacomo Marramao

    Contro il potere. Filosofia e scrittura di Giacomo Marramao

    (Bompiani, Milano 2011 – Estratto)

     

    L’ulteriore questione che qui si apre comporta uno spostamento del fuoco dell’analisi dai meccanismi del potere alla potenza dei soggetti, passando per una radicale ridefinizione dei rapporti interni alla triade reale-immaginario-simbolico e per una riproposta dell’auctoritas non più come fonte verticale di legittimazione della potestas ma come energia orizzontale, donazione-di-senso che si sprigiona — contro i cristalli di potere — dal tessuto relazional-conflittuale dell’esperienza concreta (p. 16).

     

    Auctoritas
    Per evitare di essere frainteso, dichiarerò subito che non è certo mia intenzione proporre un elogio dell’autorità costituita. L’autore di questo libro si è formato sulla critica di quello che, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, veniva chiamato «autoritarismo»  – e al nocciolo razionale di quella critica non intende certo rinunciare. Sta di fatto, però, che oggi come ieri – anzi, oggi, ancor più di ieri – le forme autoritarie procedono in senso diametralmente opposto alla simbolica dell’autorità. Per questo sono convinto che uno dei meriti maggiori del pensiero femminista della differenza sia consistito nella proposta — una proposta coraggiosa e controcorrente rispetto agli stereotipi del “pensiero critico” maschile — di una ridefinizione radicale del concetto di autorità. Una ridefinizione che — come ho tentato di dimostrare nei miei lavori degli ultimi anni, in particolare in Dopo il Leviatano e inPassaggio a Occidente — restituisce al concetto il suo significato etimologico e, insieme, la sua carica simbolica originaria. Derivando — secondo la fondamentale indicazione contenuta nel Vocabolario delle istituzioni indo-europee di Emile Benveniste — dalla radice indoeuropea aug– (da cui il verbo augere), il lemma auctoritas, al pari di augurium e auctor, reca in sé il significato di un “aumento” iperbolico: di un incremento non meramente quantitativo ma simbolico. Ma l’aspetto decisivo innervato in questa dimensione simbolica si manifesta con chiarezza nel momento in cui poniamo in rapporto l’auctoritas con la potestas: con l’ambito della potestà assoluta, originariamente regale. Rispetto alla potenza simbolica, “augurale”, dell’autorità, il potere rappresentato dal rex e istituzionalizzato nel regnum funge da operatore e regolatore geometrico, a un tempo spaziale e normativo. (p. 34)

     

    La potestas regale, in altri termini, traduce l’augmentum, l’incremento di senso (e il conferimento di autorità) implicito nella funzione augurale, in dispositivo di segni. L’etimo di rex — dal tema nominale *reg — rimanda al significato di regere, “segnare”, tracciare in linea retta, dunque delimitare e perimetrare uno spazio. Ma è opportuno a questo punto affidarsi direttamente al testo di Benveniste:
    “Attestato solo in italico, in celtico e in indiano, cioè alle estremità occidentale e orientale del mondo indoeuropeo, rex appartiene a un gruppo molto antico di termini relativi alla religione e al diritto. L’accostamento del lat. rego al gr. orégo ‘stendere in linea retta’ (dove la o– iniziale si spiega con ragioni fonologiche), l’esame dei valori antichi di reg– in latino (per esempio in regere fines, e regione, rectus,rex sacrorum) fanno pensare che il rex, più simile in questo al sacerdote che al re in senso moderno, fosse colui che aveva autorità per tracciare i limiti della città e per determinare le regole del diritto”. L’espressione rex regit regiones sta, pertanto, originariamente a significare: «il segnatore segna i segni».
    La coppia augurium–regnum — con il flesso, ma anche con l’irresolubile tensione, che vi si istituisce viene in tal modo a configurarsi come la costante che sorregge il simbolismo del potere e dello spazio pubblico, pur nelle sue molteplici varianti e metamorfosi storiche. (p. 35)

     

    In sintesi: la dinamica del potere pone perennemente il problema di un’eccedenza di senso che deve di volta in volta tradursi in un (intrinsecamente coerente) sistema di segni. È da questa polarità, dalla sua insolubile tensione, che trae origine la segreta logica che presiede a tutti i miti di fondazione: la mitologia di una fonte unica e “sovrana” del potere. Ed è, conseguentemente, dalla scollatura dei due poli dell’augurium/augmentum/auctoritas e del regnum/regerepotestativo che si produce sempre quella che chiamiamo crisi di legittimità di un ordinamento o di un regime politico. Se è vero che una tale crisi investe oggi la forma democratica — come è attestato dalla ribellione populistico-mediatica contro il “ljberalismo procedurale” — ne consegue che per fronteggiarla vi è un solo modo: interrogarsi ancora una volta sulla sua “essenza” e sul suo “valore” (da cui in ultima analisi dipendono anche le sue “regole” e le sue “tecniche”); verificare se e dove essa rechi ancora in sé una riserva simbolica un’”augurale” ridondanza di senso — che i suoi attuali segni codificati non sono più in grado di trasmettere. Ma è dubbio che una tale verifica possa darsi senza sottoporre i due poli di “individuo” e “comunità” a un approfondimento “ben oltre i termini in cui la loro relazione è stata pensata, tra XIX e XX secolo, dai paradigmi dominanti del liberalismo e del socialismo. (p. 36)