• Femminismo ed Esperienza Giuridica. Gli abstract dei singoli saggi (Edizioni Efesto, 2017), a cura di Anna Simone e Ilaria Boiano

    Femminismo ed Esperienza Giuridica. Gli abstract dei singoli saggi (Edizioni Efesto, 2017), a cura di Anna Simone e Ilaria Boiano

    Capitolo 1

    Diritto/diritti/giustizia e pensiero femminista: breve storia di un rapporto controverso

    di Anna Simone

     

    Abstract

    In questo articolo delineerò i tratti principali che hanno attraversato il rapporto controverso, complesso e stratificato tra diritto/diritti/giustizia e femminismo sia sotto il profilo più strettamente giuridico sia sotto il profilo più sociologico e filosofico. L’ipotesi di fondo, che caratterizza anche la specificità innovativa di un indispensabile nuovo approccio epistemico al rapporto stesso, si dipanerà provando ad andare oltre la dicotomia dentro/fuori il diritto, per ripensare il femminismo stesso come limite dell’approccio positivista e, al contempo, come matrice rigenerativa, esperenziale della stessa prassi giuridica.

    Parole chiave: Diritto, Diritti, Giustizia, Femminismo, Simbolico, Conflitti, Esperienza.

     

    In this article I will outline the main traits that have gone through the controversial, complex and stratified relationship between law/rights/justice and feminism, both from a strictly legal point of view and from a sociological and philosophical point of view. The basic hypothesis, which also characterizes the innovative specificity of an indispensable new epistemic approach to the relationship itself, will unravel trying to go beyond the dichotomy inside/outside the law, to rethink feminism itself as the limit of the positivist approach and, at the at the same time, as a regenerative, experiential matrix of the same legal practice.

    Key words: Law, Rights, Justice, Feminism, Symbolic, Conflicts, Experience.

     

    Capitolo 2

    Femminismo ed esperienza giuridica. A proposito del ritorno di una antica regula juris [1]

    di Silvia Niccolai

     

    Abstract

    Come mai una antica regula juris come il principio mater semper certa è avvertita come utile e importante dalle femministe italiane di oggi? E che cosa ci dice questo riguardo al rapporto tra femminismo italiano e diritto?  Il saggio si avventura tra queste domande cercando di proporre una via d’uscita dall’alternativa usurata fra formalismo e anti-formalismo, e recuperando il valore dell’esperienza giuridica.

    Parole chiave: Uguaglianza, Diritto, Femminismo

     

    Why is an ancient regula juris as the principle Mater semper certa felt today as an useful and important tool by many feminists in Italy? And what does this tell us about the relationship between Italian Feminism and Law? This essay ventures among these questions trying to propose a way out of the worn alternative between formalism and anti-formalism, and recovering the value of Law as Experience.

    Key words: Equality, Law, Feminism

            

    Capitolo 3

    La pratica femminista del processo penale come strategia di difesa dei diritti delle donne vittime di violenza maschile

    di Teresa Manente

     

    Abstract

    In questo saggio a partire dalla mia esperienza professionale di avvocata penalista specializzata nell’assistenza legale a favore delle donne vittime di violenza maschile, traccio un quadro dell’approccio, degli strumenti e degli obiettivi della pratica femminista del processo, con un approfondimento in tema di reato di maltrattamenti in famiglia e sulla funzione giuridico-politica dell’atto di costituzione di parte civile delle associazioni femministe nei processi penali.

    Parole chiave: Pratica Femminista Del Processo, Violenza Maschile contro le Donne, Violenza Domestica, Affidamento, Sorellanza

     

    In this essay, taking as starting point my professional experience as criminal lawyer specialised in legal assistance of women victims of male violence, I suggest a framework of approaches, tools and goals for a feminist practice of the criminal trial, with a focus on the crime of domestic violence and on the juridico-political function of the participation of feminist associations to the criminal trials as civil part.

    Key words: Feminist Practice of the Trial, Male Violence Against Women, Domestic Violence, Trust, Sisterhood

     

    Capitolo 4

    Femminismo giuridico tra pratica forense e teoria. Caso di studio: la violenza sessuale nei conflitti dinanzi alle corti regionali per i diritti umani

     di Ilaria Boiano

               

    Abstract

    Definita una prima traccia metodologica della critica femminista del diritto, in questo contributo si sondano le potenzialità del femminismo giuridico inteso come limite esterno del diritto positivo e del contenzioso a partire da casi decisi dalle corti regionali di tutela dei diritti umani (Corte EDU e Corte Interamericana) sul tema della violenza sessuale commessa nel corso di conflitti interni e internazionali. In chiusura si offre una prima riflessione sull’approccio femminista alla giustizia invocato dal Tribunale delle donne in Sarajevo, che trova sua fonte e regola a partire dall’esperienza e attraverso la convalidazione di quest’ultima come fonte primaria di sapere.

    Parola chiave: Femminismo Giuridico, Diritto Internazionale, Violenza sessuale in situazioni di conflitto, Esperienza Giuridica, Giustizia Femminista

     

    In this essay I will suggest a first methodological trace of legal feminism and I will explore its potentialities as external limit of the law and litigation through the analysis of cases decided by the regional human rights courts (ECtHR and IACtHR) dealing with the issue of conflict-related sexual violence. In the end, I will offer a first picture of the feminist approach to justice invoked by the Women’s Court in Sarajevo, which identifies its source and rule with experience and through the validation of the latter as the primary source of knowledge.

     

    Key words: Legal feminism, International Law, Conflict-related Sexual Violence, Legal Experience, Feminist Justice

     

    Capitolo 5

    Umanità come percorso individuativo

    Diritto, esperienza, differenza

    di Angela Condello e Benedetta Rinaldi Ferri

     

    Abstract

    Il principio di uguaglianza presuppone i valori della dignità e dell’autonomia. L’autonomia implica che ciascuno sia in grado di determinare la propria esistenza attraverso una serie successiva di scelte tra diverse opzioni. Questo percorso è reso possibile dai diritti fondamentali che, se intesi come spazio di evoluzione, garantiscono spazi di autodeterminazione nei rapporti giuridici privati. A partire dall’analisi di due casi di discriminazione religiosa sul lavoro e delle sentenze della Corte di Giustizia europea, individuiamo un approccio interpretativo coerente con la logica di bilanciamento propria di questi diritti e delineiamo un quadro teorico utile a fare dei diritti universali non un esercizio di definizione, ma una possibilità di individuazione.

    Parole chiave: Autonomia, Diritti Fondamentali, Differenze, Differenza, Individuazione, Esperienza.

     

     

    The principle of equality presupposes the values of dignity and autonomy. Autonomy implies that everyone is able to determine his or her existence through a series of choices among different options. This path is enabled by fundamental rights which guarantee, when understood as a space of evolution, spaces of self-determination in private legal relations. The analysis starts from the exam of two cases of religious discrimination. By discussing the judgments of the European Court of Justice, we outline an interpretive approach consistent with the balancing logic of these rights and we build a theoretical framework that could be useful to transfomr universal rights into a possibility of individuation.

    Keywords: Autonomy, Fundamental Rights, Differences, Difference, Individuation, Experience.

     

    Capitolo 6

    La violenza economica sulle donne come paradigma della violenza conservatrice.

    Un punto di vista sulla sentenza di Cassazione n. 11504 del 10 maggio 2017, in tema di assegno divorzile

    di Chiara Colasurdo

     

    Abstract

    Intercettate le direttrici filosofiche e sociali della configurabilità di una violenza contro le donne anche in termini economici, e disvelato il panorama di una tendenza a conservare la subalternità cui le donne sono state storicamente relegate, il testo procede con una breve analisi del lavoro svolto dalle donne nell’ambito della produzione e della riproduzione sociale. Il contributo critica una recente sentenza di Cassazione che ha inteso mutare i criteri di determinazione del diritto all’assegno divorzile. Ci si interroga sulla conciliabilità di un diritto che trova nell’esperienza la propria fonte con il rendere giustizia attraverso le pronunce giurisdizionali utilizzando l’approccio decostruzionista del femminismo giuridico.

    Parole chiave: Femminismo Giuridico, Solidarietà Economica, Lavoro, Assegno Divorzile, Violenza Conservatrice, Giustizia Sociale, Esperienza Giuridica.

     

    Intercepted the philosophical and social guidelines about the configurability of economic violence against women and unveiled the panorama of a tendency to preserve the subalternity in which women have been historically relegated, the essay proceeds with a brief analysis of the women’s work in the field of production and social reproduction. The contribution criticizes a recent judgement of Italian Cassation Court that intended to change the criteria for determining the right to divorce allowance. Using the deconstructive approach of the legal feminism, it is questioned the compatibility of a right that is rooted in the experience with the possibility of doing justice through judicial pronouncements, using the legal feminism deconstructive approach.

    Key words: Legal Feminism, Economic Solidarity, Work, Divorce Allowance, Conservative Violence, Social Justice, Legal Experience.

     

    Capitolo 7

    Vulnerabilitá, vittime e diritti

    di Chiara Federica Pedace

    Abstract

    Il concetto di vulnerabilità ha progressivamente assunto una rilevanza centrale, tanto nel dibattito filosofico-politico, quanto nel discorso giuridico. L’impulso derivante soprattutto dalla normativa sovranazionale alla tutela delle vittime di reato ha attribuito rilevanza giuridica a tale concetto, e contribuito allo sviluppo di una riflessione criminologica sulla posizione della vittima nello studio della devianza, tanto da determinare la nascita di una nuova disciplina quale la vittimologia. Il contributo si propone di analizzare la centralità assunta dalla vittima nel diritto penale e nel dibattito criminologico. Questa ricostruzione consentirà di illuminare il significato che la vulnerabilità assume nell’ambito della tutela delle vittime fornita dalla normativa e giurisprudenza interna e sovranazionale. Attraverso gli strumenti concettuali offerti dalla criminologia critica e dalla critica femminista al diritto, saranno evidenziate le criticità connesse all’uso di tale concetto sia nell’accezione utilizzata in ambito giurisprudenziale e legislativo che in quella fatta propria dalla vittimologia.

    Parole chiave: Vulnerabilità, Vittima, Vittimologia, Criminologia, Critica Femminista del Diritto

     

    The concept of vulnerability is beginning to take on significance both in philosophical debate and in legal field. The protection of victim of criminal offences provided by European law is giving legal form to this concept. These forms of protection, furthermore, are contributing to the development of criminological studies about the status of the victim. This stimulus has led to the birth of a new branch of criminology called victimology. The paper aims to examine the centrality of the victim in criminal law and in the criminological debate. This reconstruction makes it possible to explore the meaning of vulnerability in the field of the protection of victims provided by European and national law. Through conceptual tools offered by critical criminology and feminist critique, the paper highlights critical issues relating to the use of this concept both in legal framework and in victimology.

    Key words: Vulnerability, Victim, Victimology, Criminology, Feminist Critics of Law

     

    Capitolo 8

    «Non nel mio nome!» Sicurezza, sessismo e autodeterminazione nelle parole dei collettivi femministi contemporanei italiani

    di Caterina Peroni

     

    Abstract

    In questo contributo si analizzano i documenti femministi pubblicati sul sito «Controviolenzadonne.org» in occasione della manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne «Non nel mio nome» del Novembre 2007. Oggetto della critica femminista è la strumentalizzazione politico-mediatica in chiave securitaria della violenza di genere in Italia, avvenuta in seguito all’omicidio di Giovanna Reggiani nell’Ottobre 2007 per mano di un cittadino romeno, all’interno di un frame ancora profondamente sessista, patriarcale ed eteronormativo che, secondo le campagne analizzate, lede la libertà femminile. Dai comunicati proposti si analizzano le forme di autodeterminazione e di autonomia delle donne, proposti da questi collettivi e movimenti come unici strumenti utili per combattere la violenza di genere.

    Parole chiave: Violenza di Genere, Movimenti Femministi, Giovanna Reggiani, Frame Sicuritario, Norma Eterosessuale, Autodeterminazione

     

    This paper analyzes the feminist documents published on the website «Controviolenzadonne.org» for the national demonstration against male violence on women «Not in my name» of November 2007. The target of feminist criticism is the political-media exploitation of gender-based violence in Italy occurred after the murder of Giovanna Reggiani in October 2007 at the hands of a Romanian citizen, within a still deeply sexist, patriarchal and heteronormative frame that undermines women’s freedom. In the press releases, the feminist groups organizing the demonstration claim the self-determination and autonomy of women as the only useful tools to radically combat gender-based violence.

    Key words: Gender-Based Violence, Violence Against Women, Giovanna Reggiani, Security frame, Heterosexual Norm, Self Determination, Italian Feminist Movements.

     

     

     

    [1] Testo scritto a partire dalla Lectio Magistralis tenuta per inaugurare il modulo ‘Diritto/Diritti/Giustizia’ coordinato da Anna Simone, Ilaria Boiano, Angela Condello all’interno del Master in Studi e Politiche di Genere diretto dalla prof.ssa Federica Giardini, Università di Roma 3.

  • L’ufficio di Weinstein è arredato da Hefner

    Della carenza di un simbolico maschile contro il potere patriarcale

    Convitato di pietra

    Il breve lasso di tempo tra la morte del fondatore di Playboy e lo scoppio del “caso Weinstein” sembra una cesura insuperabile, mentre invece l’elemento per comprendere molto di quello che sta accadendo era lì, a portata di mano nelle chiacchiere appena spentesi sul cadavere di Hugh Hefner. L’errore più banale su di lui lo hanno fatto in tanti e in tante: liquidare la questione, magari con una certa soddisfazione, come si trattasse solo di un trastullo per peni solitari – oppure del solito sfruttatore di donne su larga scala. Purtroppo non era e non è così, o comunque non solo così. Pochi giorni dopo arriva anche il “caso Weinstein” a ricordarlo, ma sempre a pochi e poche. Lateralmente ma non meno fortemente la morte di Hefner prima e la vicenda Weinstein poi hanno riproposto anche un problema tipicamente italiano: le competenze per giudicare sensatamente la vita e l’opera di un uomo che ha modellato l’immaginario sessuale di milioni di uomini per diverse generazioni. Perché, tra le altre cose, è il simbolico di Hefner che rende leciti, per il senso comune, gli insulti alle donne che non dicono di no al molestatore.

    Un luogo dove tutto è possibile

    Hefner ha trovato decenni fa una ottima soluzione a un problema di adeguamento del potere patriarcale: dove può esercitare un uomo etero quel potere, ora che viene socialmente minacciato dalla mobilità sociale e dai femminismi che hanno sempre più spazio. La risposta è: in casa. Trasformando la casa nel suo luogo di potere, visto che in pubblico le cose sono difficili sia per via della esasperata competizione maschile, sia per le giuste rivendicazioni femministe. Quindi mettiamoci a produrre una esperienza anestetizzata in partenza, domestica e trasgressiva insieme, estrema e sicura; la formula vincente della pornografia commerciale. Il letto e il pigiama non sono questioni estetiche, o meglio lo sono propriamente: Hefner li fa diventare divise, tipiche divise maschili attraverso le quali riconoscere valori comuni, appartenenze indiscutibili, cameratismo maschile di un tipo nuovo, diverso dalla rincorsa all’onore e dalle spettacolari prove di virilità. Un corpo maschile in pigiama è inoffensivo ma simbolicamente potente, perché impone di adeguarsi al suo desiderio domestico, avvicinabile, economico e liberatorio per tutti.

    Liberatorio anche perché sullo sfondo, non perché non a fuoco ma fondamentale, sta la questione del desiderio. Il lavoro di Hefner non consisteva in primo luogo nel dare agli uomini un potere sulle donne: già lo avevano, ma era condiviso in uno spazio pubblico che ne rendeva particolarmente difficile l’uso e il mantenimento. Come per ogni altro bene a disposizione dal boom economico in poi, il problema di Hefner era diverso dall’esercizio indifferenziato di potere in ambito familiare o sociale: voleva un numero illimitato di donne in maniera esclusiva per tutti. Per questo era necessario non già sfidare leggi e consuetudini, ma configurare uno spazio di possibilità per esercitare un potere, convogliando il desiderio in uno spazio sicuro e inattaccabile. Una strategia sostanzialmente difensiva che ha bisogno, per attuarsi socialmente, di tre caratteristiche: un simbolico potente, un marketing aggressivo, un’utopia seducente. Queste tre armi sarebbero dovute servire contro un femminismo sempre più diffuso e contro quel fenomeno che all’epoca (1958) era raccontato come The Womanization of America. Ben sapendo che il valore simbolico eccede il valore di scambio, Hefner si adopera per fabbricare una mascolinità mitica.

    Il simbolico e il mercato

    Per capire che mercato e moralismo c’entrano poco, se non come effetti invece che come cause, basterebbe continuare a seguire Preciado, come abbiamo fatto fin qui, nel suo Pornotopia. Hefner ha prodotto un codice estetico per vendere alla massa uno spazio di potere maschile portatile, domestico, riproducibile; e lo ha fatto generando una forza simbolica che ha lentamente permeato tanti di quegli aspetti della comunicazione che – come all’epoca aveva ben capito McLuhan – sono diventati non la forma del messaggio ma il messaggio stesso il quale, destinato a una massa, si fa per questo politica. Questo codice estetico ha cominciato lentamente e irresistibilmente a riprodurre, adattandolo a un mercato, lo spazio del potere maschile, rendendolo personalizzabile e sicuro, vendibile e discreto, aperto a novità nei rapporti di lavoro tra uomini e donne, tanto da essere considerato all’avanguardia – sempre all’avanguardia, ogni volta all’avanguardia.

    Quelle novità di politiche del lavoro che però non avrebbero potuto sovvertire i rapporti di potere. Come, lo stesso Hefner lo ha spiegato con una semplice battuta su Twitter (11 luglio 2011 alle 16:45): «I have a lot of girlfriends because I don’t call them bitches, Jroe. A little respect will take you a long way». Altro che pimp. Questo comportamento, infatti, dà i suoi risultati in a long way: dagli anni 2000 la maggior parte dei consumatori di prodotti Playboy è donna, perché Hefner ne rispetta la moralità. Quella che ha creato lui: «non c’è prostituzione, intesa nel senso tradizionale, perché non c’è pagamento per i servizi sessuali femminili. Playboy non intende trasformare tutte le giovani americane in prostitute ma, cosa ancor più interessante e vantaggiosa, cerca di far sì che tanto gli uomini quanto le donne si convertano in clienti (più che in lavoratori), consumatori della pornotopia sessuale Playboy e dei suoi prodotti derivati» (Preciado).

    Quello che Hefner ha risolto socialmente è stata la riproducibilità di uno spazio maschile dove non ci fosse alcuna competizione, ma la felicità di essere clienti e attori/attrici di quello spazio. L’«estetizzazione della politica» (Benjamin) ha fatto il resto: la sua finta rivoluzione dei costumi – fosse stato realmente rivoluzionario non avrebbe costruito alcun impero economico – ha prodotto un linguaggio e un immaginario nel quale la disponibilità del corpo femminile non è neanche più da discutere, perché entrambi i corpi maschile e femminile sono lì per divertirsi: il maschile come padrone di una domesticità (in pigiama) nella quale il femminile è un accessorio felice di esserlo (la coniglietta).

    Non è fantascienza

    Non per caso la simbologia hefneriana non vuole nessun altro uomo intorno, e pretende che nessuna donna abbia un ruolo domestico non professionale; non per caso nelle sue mansion Hefner ha attuato politiche egualitarie pioneristiche, ma ha bandito l’omosessualità. Le fondamenta eterosessuali ed eterosessiste sono da considerarsi uno stretto dogma, mentre tutto il resto può, anzi deve, essere esteticamente reinventato. Per questo sulle pagine di Playboy science fiction e difesa simbolica di un mondo altro sono andate di pari passo. La creazione di un mondo alternativo andava sostenuta con una una simbolica fuga, verso un colonialismo di nuove immaginarie lande dove realizzare, su larga scala, quello che si può comunque cominciare a fare nel proprio appartamento. Non serve realizzare l’utopia, basta raccontarla; in questo Hefner non ha fatto altro che ripetere ciò che tante politiche occidentali hanno fatto, il suo successo non è che la ratifica di un esistente ben corroborato dal racconto di un immaginario altrove. La sua è la metafora di tutta la politica neoliberista; possiamo considerare tranquillamente le promesse capitalistiche di democrazia ed equilibrio economico come l’ennesimo, per niente originale, porno commerciale.

    Etica ed estetica

    Nel frattempo, come sappiamo da un pezzo dalla storia delle madonne e delle maddalene, l’estetica della coniglietta crea, specularmente, l’etica della “vera donna”. Quella che vediamo furiosamente propugnata da tante donne che commentano, appena due settimane dopo la morte di Hefner, la vicenda di Weinstein e di Asia Argento, e di tutte le altre donne che, secondo questa morale, in quanto giovani e belle si sono concesse a un potente di turno ottenendo dei vantaggi. Il linguaggio del potere che si è scatenato intorno a Weinstein e il suo studio (come già è successo nel caso di Strauss-Kahn in albergo, di Polanski in casa, di Clinton nello studio ovale) è quello di Hefner: il suo potere personale è tale da rendere abituale l’estorsione di una prestazione sessuale da chi entra nel suo spazio. Questo spazio è sempre più largo: dalla casa domestica alla casa di produzione, alla casa pubblica di un ministero, all’ufficio di dirigenti e proprietari, e così via. L’ottimistica e superficiale impressione che tutto questo sia «la vendetta di Marilyn» – illusione nutrita dall’altra più grossa, quella che il patriarcato stia finendo – è sconfessata dal fenomeno mediatico legato all’hashtag #metoo, recentemente premiato (più avanti parlaremo della natura di questi “premi”) per il quale assistiamo alla mostruosa necessità che per dare credibilità a una donna sia necessario che tutte raccontino qualcosa di simile. E neanche funziona.

    Inutilità della confessione

    L’associazione rapida al meccanismo confessionale di tanti uomini, che in rete hanno ammesso di aver fatto violenza, ha ratificato quello che già sapevamo da Foucault: la confessione se l’è inventata chi il potere lo aveva già, per mantenerlo. Essendo la confessione un’operazione personale e singolare – perché il liberarla in uno spazio pubblico tramite hashtag non comporta affatto che i singoli rispondano insieme di ciò che hanno fatto – rimane valido il quadro sociale ben raccontato da Mossetti: l’individualismo che veicola il giudizio sull’attrice molestata vent’anni prima è lo stesso che spinge tanti a scrivere delle loro mani morte sull’autobus. E lo stesso individualismo spiega la difesa “alla Woody Allen”, perché il legame tra Weinstein e il molestatore sull’autobus è quello dello spazio e della disponibilità del corpo altrui che non può essere messo in discussione da nessuna confessione singolare: è proprio la pornotopia di Hefner, realizzata nell’ufficio di Weinstein e in tanti altre stanze dirigenziali con divano. «Mentre il suo potere economico svanisce, Playboy edifica la sua sovranità culturale» (Preciado). La mansion hefneriana ha allargato di parecchio i suoi muri e probabilmente è limitata solo dai confini, seppure labili e permeabili, dell’Occidente. È questo il motivo per cui il molestatore di ogni ordine e grado – il produttore, il passante, il regista, l’operaio sull’impalcatura, l’attore, il caporeparto, il direttore, il giornalista e il giornalaio – una volta scoperti sono sinceramente pentiti e sgomenti di fronte al crollo della loro costruzione di vita come l’avevano conosciuta fino a quel momento. La disponibilità del corpo altrui tra i beni fruibili, la possibilità di fissarne un valore di scambio, non era mai stata messa in discussione, prima: era intesa come qualcosa di naturale. E meno male che il patriarcato stava finendo.

    Enti morali ed enti moralistici

    Mentre Hefner riposa in eterno vicino a Marilyn – s’è comprato la tomba lì accanto, affinché sia chiaro per tutti e tutte che c’è poco da vendicare – tanti uomini vedono nel proliferare di denunce di molestie e di racconti pubblici delle violenze subite una possibile strumentalizzazione politica. E certo che c’è – stiamo sempre parlando di potere, e il potere piace, come piace la visibilità che porta con sé. Ma se ritirare un premio a Kevin Spacey non serve a cominciare la decostruzione di un sistema di potere, allora serve solo a ratificare quel potere dicendo che adesso passa a chi inventa una regola etica all’uopo: chiunque viene denunciato, anche solo sui media, per violenze sessuali, viene ostracizzato. Senza intaccare la struttura di quel sistema di potere.

    Un ente che decide di non dare un premio a Kevin Spacey per le accuse che gli sono state fatte sta lavorando alla propria immagine, non ha certo come interesse la persona molestata da Spacey. Allo stesso modo un mondo economico e politico come Hollywood prova a liberarsi del problema “sessismo” espellendo i presunti colpevoli – mostrando tutta la sua incapacità di gestire un problema sociale enorme. Sintomo dell’incapacità di prendere una decisione molto più difficile e complessa, che ovviamente nessuno vuole prendere: o la bravura nel proprio lavoro va premiata indipendentemente dal proprio comportamento privato – e allora il premio e la carriera che ha Spacey se li merita tutti – oppure decidiamo che è il comportamento privato (non fare violenza, non evadere le tasse, non corrompere…) a determinare se si può fare una carriera; ma allora torniamo ai tempi del codice Hays, o amenità del genere.

    Questa alternativa maschera ipocritamente il nodo davvero spinoso: il legame tra moralità e potere. La moralità di un’epoca, di un paese, di un ambiente è determinata proprio da chi gestisce il potere in quell’epoca, in quel paese, in quell’ambiente: ecco perché è possibile far finire in pochi giorni la carriera di un grandissimo attore. Questo nodo ipocrita e deleterio tanti femminismi lo descrivono da almeno due secoli, perché è maschile, ma nessuno li ascolta, e si è incapaci di fare le giuste distinzioni tra pubblico e privato, tra morale e potere. Quindi si distruggono le carriere pensando che il problema sia lì, sia nel famoso attore o nel grande produttore da cacciare via; dando ragione alle chiacchiere di un Mattia Feltri, che appunto non distingue nella questione “arte” lo spazio pubblico e privato tra i piani di potere quello della morale, o di Michele Serra, che s’inventa un «maccartismo da cerniera lampo» perché non vede che c’è un legame tra «lo stupro e la proposta sporcacciona», e quel legame è il potere sessista maschile – ma non siamo ancora capaci di metterlo al centro del dibattito. Oppure non ci va.

    È normale che

    Non si comincerà mai a diffondere un nuovo simbolico del potere maschile se perlomeno non si comincerà a comprendere che la gerarchia patriarcale crea ruoli di potere, spazi di potere per quei ruoli, linguaggi di potere per giustificare e anche glorificare quegli spazi; e che poi questi spazi si replicano, si trasformano, si vendono e si comprano. L’ufficio del produttore che molesta ogni attrice è un territorio nel quale, come voleva Hefner, le donne non hanno alcun potere sul loro corpo che diventa ipso facto un arredamento per il piacere del padrone di casa. Intanto che un universo di segni e immagini mette in questione la donna che fa sesso per fare carriera – nascondendo nell’ordine delle cose l’uomo che usa la carriera per fare sesso – quel simbolico nella stanza passa per le case, gli autobus, le stazioni, le piazze, la rete delle web-cam senza che ci sia un discorso, un contro-simbolico, una pratica capaci di opporsi. Da ultimo infatti, in piena piazza, un uomo pretende di essere alla testa di un corteo di donne, pensando di non essere parte di quel potere che invece sta confermando spudoratamente. E quel simbolico allarga il territorio di disponibilità, sessuale e non, dei corpi femminili all’ovunque, con una sottile casistica e una precisa modulazione delle occasioni degna di accademie prestigiose. Invece, è ancora la normale educazione maschile, per la quale in pochi cerchiamo senza scuse un immaginario alternativo al pigiama, alla coniglietta, alla nostra stanza del potere.

    Alternative?

    Le alternative ci sono, ma vanno praticate o non diventeranno un nuovo simbolico ma rimarranno esercizi sterili. Il personale è politico, quindi ripensare il proprio linguaggio, analizzare le relazioni, criticare il potere patriarcale agito nei linguaggi e nelle relazioni, sono cose che vanno fatte nella propria vita quotidiana. Esempi, strumenti e linguaggi diversi che si possono utilizzare per mettere in pratica un altro simbolico ce ne sono.

    Per me che sono uomo etero bianco occidentale filosofo ci sono due secoli di femminismi e studi di genere che dicono anche molto su di me, e che una cultura patriarcale e strumentale continua a nascondermi, a ostracizzare, a confondere con retoriche ipocrite; sta a me rendere possibile una traduzione per il corpo, l’esistenza, l’esperienza di tutto il mio genere. In più posso muovermi tra la storia di John Stuart Mill, gli strumenti genealogici e archivistici di Foucault, la fenomenologia di Merleau-Ponty, la lotta dentro il linguaggio naturale di Wittgenstein – una rassegna del tutto personale e occasionale – che sono possibili “attrezzi” con i quali impostare la continua critica al patriarcato vigente nel sistema sociale e nelle relazioni quotidiane intorno a me, al fine di rendere possibili spazi nei quali non vige la disparità patriarcale.

    Per chi filosofo non è, i nomi per prendere riferimenti, immaginario e vocabolario non mancano: Andy Murray, Alan Alda, Eddie Vedder, Donald McPherson, Daniel Radcliffe, Aziz Ansari sono i nomi che vengono fuori a una banale ricerca in rete, e chissà quanti ce ne sono ancora – non è una battuta – e chissà perché è tanto difficile trovare esempi italiani – ecco, questa lo è. Ma il problema non è tanto trovarli: è ben più complesso rendere questi esempi parte di una educazione maschile che rifiuta la normalità vigente, e che sente la comune responsabilità di agire fuori da gerarchie di potere, oppressive per chiunque non sia un uomo eterosessuale, per riprendersi una identità non violenta e meno schiava di poteri che non ha scelto.

    Una delle difficoltà più grandi lungo questa strada di liberazione per tutti gli uomini è la mancanza di un linguaggio, di un simbolico, di un immaginario disponibili, e per i quali la sola ironia verso i propri atteggiamenti patriarcali non basta. È un inizio, è probabilmente il migliore inizio possibile, ma non basterà per uscire dalle stanze arredate da Hefner.